Non c’è soltanto il sovraffollamento, anche pochi agenti di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 12 marzo 2026 Tre detenuti ogni due posti disponibili, e in alcuni casi anche peggio. Poi gli agenti che mancano, a volte uno su quattro. Sono due facce della stessa crisi, e un’elaborazione sui dati del ministero della Giustizia le mette insieme in modo difficile da ignorare. Marco Dalla Stella, giornalista investigativo specializzato in analisi dei dati, ha costruito il sito “Sovraffollamento Carcerario”, aggiornato quotidianamente attingendo direttamente alle schede di trasparenza degli istituti penitenziari. Quelle schede contengono due informazioni che di solito vengono raccontate separatamente: quante persone ci sono dentro rispetto ai posti disponibili, e quanti agenti di polizia penitenziaria ci sono rispetto a quelli previsti in pianta organica. Dalla Stella ha messo quelle due informazioni sullo stesso grafico, e il risultato è una mappa del disagio che non lascia molto spazio all’ottimismo. Il grafico mostra una selezione degli istituti più problematici. Sull’asse verticale c’è il tasso di affollamento, sull’asse orizzontale la percentuale di agenti mancanti rispetto all’organico previsto. La dimensione dei quadrati indica quante persone ci sono detenute. Quello che emerge, guardando i dati punto per punto, è che non esiste un istituto in quella selezione che abbia risolto anche uno solo dei due problemi. Tutti sono contemporaneamente sovraffollati e sotto organico. I valori di carenza del personale oscillano tra il 20 e il 26 per cento, mentre i tassi di affollamento vanno dal 128 fino al 200 per cento. L’istituto più grande tra quelli rappresentati, con circa 800 detenuti, presenta una carenza di organico attorno al 23 per cento e un tasso di affollamento intorno al 140 per cento. Non è il caso più estremo, ma è il luogo dove il problema tocca il numero maggiore di persone. Il punto in cima al grafico, quello con il tasso di affollamento vicino al 200 per cento, appartiene invece a un istituto piccolo, circa 80 detenuti, dove manca più del 20 per cento degli agenti previsti. Quella struttura ospita il doppio delle persone che dovrebbe, e lo fa con un quinto degli agenti in meno rispetto a quanto sarebbe necessario. Guardare il quadro nazionale aiuta a capire la portata reale di quanto i dati di Dalla Stella mostrano su scala locale. Dall’elaborazione complessiva emerge che sono 71 gli istituti penitenziari in cui il tasso di affollamento è pari o superiore al 150 per cento. Significa che in quelle strutture ci sono almeno tre persone ogni due posti. La soglia del 150 per cento non è simbolica: è il livello oltre il quale la gestione ordinaria diventa strutturalmente impossibile, perché ogni spazio viene usato al di là di quello per cui è stato progettato, dalla cella al corridoio, dall’infermeria alla sala colloqui. La situazione più grave in Italia, secondo i dati disponibili, si registra a Lucca, dove il sovraffollamento ha raggiunto il 243 per cento. Quasi due detenuti e mezzo ogni posto regolamentare. Non è una temporanea emergenza: è una condizione che si trascina da anni, che diventa cronica, e che si combina con la carenza di personale rendendo ogni giornata lavorativa per gli agenti e ogni ora di detenzione per i reclusi qualcosa di molto lontano da quello che la legge e la Costituzione prevedono. A metà febbraio il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove aveva ricordato, con un certo orgoglio, che “in pochi anni sono stati assunti oltre 15mila nuovi agenti”. È una dichiarazione formalmente vera: il governo ha effettivamente bandito concorsi e assunto personale. Ma qualcosa non torna. I dati raccontano un’altra storia. Tra il gennaio del 2025 e il gennaio del 2026 il numero di agenti effettivamente in sezione è passato da 30.054 a 29.811. Meno 243 unità in dodici mesi. Il numero di chi lavora nelle carceri è diminuito, nonostante le assunzioni. Il problema sta nel saldo tra chi entra e chi esce: assunzioni, pensionamenti, dimissioni, inidoneità. E da inizio febbraio 2026, come ha ricostruito il giornalista Luca Rondi di Altreconomia attraverso una richiesta di accesso civico, il Ministero ha smesso di rendere disponibile il dato sugli abbandoni del corpo. Una scelta che rende difficile capire quanto pesi davvero il fenomeno delle uscite sul saldo reale degli organici. Il rapporto annuale di Antigone sulle condizioni di detenzione, su dati ministeriali aggiornati a maggio 2025, registra che manca il 16 per cento delle unità previste in pianta organica. Su un totale previsto di 34.162 agenti, quelli effettivamente presenti sono 30.964. Sono numeri nazionali, medi, che nei casi peggiori diventano molto più gravi, come mostrano i dati di Dalla Stella per i singoli istituti. Quello che il grafico mostra con chiarezza difficilmente contestabile è che sovraffollamento e carenza di personale non sono due problemi distinti che si sommano. Sono due aspetti dello stesso problema che si moltiplicano. Un istituto con il 140 per cento di affollamento e il 23 per cento di agenti in meno non ha semplicemente troppi detenuti e pochi agenti: ha agenti che devono gestire una situazione superiore del 40 per cento alla normalità con meno risorse umane. Ogni tensione, ogni emergenza, ogni necessità ordinaria viene amplificata da questo doppio deficit. I sindacati di categoria lo ripetono da anni: si lavora con turni massacranti, accorpando posti di servizio, chiedendo agli agenti di coprire funzioni che non dovrebbero essere di loro competenza. Il Consipe, confederazione sindacale dei penitenziari, ha calcolato che aprire i nuovi posti detentivi previsti dal piano edilizio 2025-2027 senza un contestuale piano straordinario di assunzioni significherebbe spalmare il problema su strutture più grandi, non risolverlo. “Le mura non si sorvegliano da sole”, ha scritto in una lettera aperta ai gruppi parlamentari. Sul fronte dei decessi in carcere, la questione è preoccupante. Secondo il dossier diffuso mercoledì 4 marzo dal Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale (Gnpl), relativo agli eventi che si sono verificati nel corso del periodo 2021-2025, i decessi complessivamente registrati lo scorso anno negli istituti penitenziari sono stati 254 di cui 76 suicidi accertati. Bisogna anche considerare che vi sono altri 50 casi di morte per cause da accertare e tra questi vi potrebbero essere anche persone che si sono tolte la vita volontariamente. Nel 2024 i decessi sono stati 243 e i suicidi accertati 83. Sempre secondo il dossier del GNPL nel periodo 2021-2025 in carcere si sono verificati 369 suicidi con una media di circa 73,8 suicidi/anno con un minimo di 59 (2021) e un massimo di 83 nel 2022 e nel 2024. Nell’intero periodo 2021-2025 i suicidi costituiscono il 33% dell’intero insieme dei decessi. Nel 2025 l’incidenza è stata del 30%. Se si considera che nell’intero arco dei cinque anni il numero medio dei presenti in carcere è stato pari a 58.268 il tasso di suicidi stimato sarebbe pari a 12,6 ogni dieci mila presenti, si tratta di un valore più di venti volte superiore al tasso che si registra in tutta la popolazione italiana che è pari a 0,54 suicidi ogni dieci mila abitanti con più di 15 anni. Carceri sovraffollate, decessi, sotto organico. E i crimini? Non aumentano. I reati denunciati nel primo semestre del 2025 sono stati 1.140.825, meno dei 1.199.072 dello stesso periodo del 2024, con un calo del 4,8 percento. Le carceri si riempiono mentre i reati diminuiscono, il che porta a chiedersi se il sovraffollamento sia davvero il prodotto di una emergenza criminale o piuttosto il risultato di scelte legislative che spingono sempre di più verso la detenzione. Intanto però il problema è lì, nei numeri che Marco Dalla Stella aggiorna ogni giorno attingendo alle stesse fonti del Ministero. Il grafico non mente: gli istituti più affollati sono anche quelli con meno agenti in proporzione al necessario. E le 15mila assunzioni di Delmastro, per quanto reali, non hanno cambiato questa fotografia. Referendum sulla giustizia, per chi votano i detenuti? di Alessandro Trocino Corriere della Sera, 12 marzo 2026 Il paradosso di questo referendum è che propone una riforma garantista (o sedicente tale), sostenuta dal governo più giustizialista e manettaro degli ultimi anni. Contemporaneamente, la suddetta riforma garantista o sedicente tale è osteggiata, talvolta nel nome del garantismo, dalle fazioni politiche e giornalistiche più giustizialiste di sempre. C’è da far girare la testa, e infatti gira a molti, quasi a tutti, in questo giochino intellettual-politico di posizionamento. Mettendo però da parte le contraddizioni filosofiche e teoriche dei sostenitori di entrambi gli schieramenti, resta tragicamente intatta la contraddizione più grande: questa riforma che vorrebbe, separando le carriere, garantire i diritti delle persone che finiscono in un’inchiesta, è sostenuta da una maggioranza che ignora ostentatamente i diritti delle persone già condannate da quel sistema che loro dicono essere fortemente iniquo e sbilanciato a favore dell’accusa. In altri termini, se fosse vero che molti di quelli che stanno in carcere ci stanno ingiustamente, a causa della sudditanza psicologica e correntizia dei giudici nei confronti dei diabolici pm, se fosse vero che ci sono state condanne ingiuste (uno slogan è infatti “giustizia giusta”), perché non si fa nulla per alleviare le pene e la detenzione di chi è stato vittima di quegli ingranaggi? Assumiamo che sia vero, quindi, il refrain sugli “errori giudiziari” che si sarebbero susseguiti con questa giustizia imperfetta: perché gli stessi che denunciano un sistema malato e fallibile, poi non fanno nulla per chi in carcere c’è davvero, magari ingiustamente? Viene in mente questo ragionamento perché il procuratore Nicola Gratteri, in una delle tante (troppe) esternazioni iperboliche per il No, qualche giorno fa ha detto che i delinquenti voteranno Sì perché gli conviene. Era un’intervista che si riferiva alla Calabria e molti hanno maliziosamente invertito i termini, attribuendo al procuratore una frase dal senso opposto: chi vota sì è delinquente. Ma torniamo alla frase originaria: chi è delinquente vota Sì perché gli conviene? Sorvoliamo (ma non sorvoliamo per niente) sul fatto che Gratteri dice testualmente “voteranno sì ovviamente gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e tutti i centri di poteri”, dove si equiparano disinvoltamente imputati e indagati, ancora presunti innocenti, ai delinquenti. Marco Travaglio, sodale gratteriano, ha dato la sua interpretazione autentica: “Il criminale se sente parlare Nordio che dice che questa riforma conviene ai politici, beh, se ha rapporti con la politica, dice: cavoli, mi conviene, perché ho i santi in paradiso e non verrò toccato”. Ragionamento piuttosto contorto, ma tant’è. Dovremmo più prosaicamente ammettere, noi che non abbiamo doti divinatorie, che non abbiamo alcuna idea per chi voteranno i “delinquenti”. O meglio, passando da un linguaggio poliziesco a uno di diritto, non sappiamo per chi voteranno i detenuti, quelli che stanno in carcere, colpevoli o innocenti che siano. Non ne abbiamo idea, perché ognuno è diverso. Ma qualche indizio arriva da due persone che le celle le conoscono bene. Una, Gianni Alemanno, perché ci vive da qualche mese. L’altra, Stefano Anastasia, perché è un riconosciuto esperto di diritto penitenziario (splendida la sua storia delle carceri nel numero di Micromega dedicato in edicola) nonché docente di Filosofia del diritto. Alemanno spiega che ha girato per le celle per “esortare le persone detenute a iscriversi nelle liste per partecipare al voto”. Non ha detto se per il Sì o per il No. Nel suo braccio, ha raccolto 69 adesioni. Bisognerà vedere ora se il Comune farà arrivare in tempo le schede e i certificati e sappiamo che i penitenziari non sono la priorità. Alemanno poi spiega che “mentre imperversa la campagna referendaria e si parla di giustizia in tutte le salse, nessuno si ricorda di citare l’emergenza delle carceri italiane, che è l’effetto estremo delle disfunzioni del nostro sistema penale”. Inutile ripetere il solito elenco di atrocità, che non commuovono quasi nessuno. Può essere utile, invece, citare quel che scrive Alemanno, già compagno di partito di Giorgia Meloni, nel suo prezioso diario da detenuto: negli ultimi giorni a Rebibbia ci sono stati tre morti. Glielo ha detto don Lucio, il cappellano. E la notizia è uscita su qualche giornale solo perché ne ha scritto lui. A testimonianza del fatto che noi delle carceri non sappiamo nulla. Se qualcuno muore o si uccide non è detto che la notizia ci arrivi. Le “autorità” non ritengono necessaria un’informazione completa. Qualche notizia sparsa degli ultimi giorni. Oltre ai suicidi, di cui sappiamo, c’è da notare come nelle carceri sia più che triplicato il numero delle “morti da accertare”, passate dalle 16 del 2024 ai 50 dello scorso anno. Cosa saranno mai queste morti da accertare? Decessi improvvisi, apparentemente inspiegabili. Ma anche decessi arrivati giorni dopo i tentativi di suicidio. E morti per inalazioni di bombolette di gas, che non si sa mai se rubricare come sballo finito male o come tentativo di suicidio. Come si spiega questo numero triplo, questi 34 cadaveri in più che non si sa in quale gabbietta infilare? Due ipotesi: o l’amministrazione ha modificato le modalità di conteggio dei suicidi oppure sono aumentate davvero le morti improvvise (Infarti? Malori attivi? Botte?). C’è da preoccuparsi, in entrambi i casi. Dicevamo di Anastasia. Non ha dote da veggente, modello Gratteri, e dunque si astiene dallo spiegarci per chi voteranno i quasi 64 mila detenuti italiani. Si è astenuto anche dal rispondere ai reclusi che glielo hanno chiesto, nei suoi giri delle carceri da garante del Lazio, perché “una circolare occhiuta” gli impedisce di esprimere opinioni sull’amministrazione penitenziaria. Ma sull’Unità ha scritto cosa avrebbe risposto, se avesse potuto. Avrebbe premesso di essere a favore della separazione delle carriere e qui sarebbe seguita un’argomentazione tecnica sul perché però gli aspetti positivi non bilancino “lo svilimento del principio democratico nella rappresentanza e del rischio di un disciplinamento politico della magistratura”. Ma poi si sarebbe fermato, scrive: “Che gliele dico a fare, queste cose, al mio interlocutore aggrappato alle sbarre di una cella?”. Non è escluso che un detenuto provi antipatia condivisa per il pm che ha chiesto la sua condanna e per il giudice che l’ha inflitta e che quindi non sia particolarmente entusiasta né di un pubblico ministero “superpoliziotto” né di un giudice subalterno psicologicamente all’accusa. Anastasia ricorda però come “la loro condizione sia di gran lunga peggiorata in questi anni di governo di destra: reati e innalzamenti di pena per ogni dove, barriere legali e materiali all’accesso alle alternative, il carcere rinchiuso in se stesso e chiuso al suo interno. Siamo di fronte a un processo di ipercriminalizzazione dei soliti noti, inadatti alle alternative sin dal momento del giudizio e che lì restano fino alla fine, in carcere. E se si muovono indisciplinatamente, collezionano ulteriori anni di pena che ne rinviano di anno in anno l’uscita”. E ancora: “Se il 22 e il 23 di marzo dovesse vincere il sì al referendum, la politica della giustizia del governo, e con essa la sua politica criminale (criminale in senso tecnico così come in senso metaforico), sarebbero confermate dal voto popolare, e questo no, i detenuti, le vittime della discriminazione punitiva del governo non se lo possono permettere. Che ce ne facciamo della separazione delle carriere se consentirà il perdurare, e anzi rinvigorirà questa politica criminale? Che ce ne facciamo del giudice terzo se serve a chiudere in carcere ogni forma di irregolarità sociale?”. Va detto, per onestà, che se vincesse il no, per i detenuti cambierebbe ben poco. Resterebbero aggrappati alle sbarre, nella loro inutile discarica di corpi e di anime. A subire le nuove regole, sempre più restrittive, sempre più assurde. Lo spray al peperoncino in dotazione alle guardie, gli agenti provocatori sdoganati per legge nelle celle, il no alle attività teatrali per detenuti con reati gravi (e tanti saluti ai fratelli Taviani e al loro splendido “Cesare deve morire”), il no al laboratorio dei detenuti con il Salone del Libro dopo 24 anni. Il no a tutto, con le “domandine” che si perdono nei meandri delle carceri piranesiane. Il loro No al referendum serverebbe a poco. Sarebbe però un segnale, una piccola e forse inutile ribellione alle politiche penali e penitenziarie di questo governo. Don Rigoldi: “Il carcere? Offra occasioni di rinascita” di Vera Mantengoli Corriere della Sera, 12 marzo 2026 Il sacerdote (in prima linea da anni nel sociale) si confronterà con il giornalista e con il rapper Kento Attraversare le ferite della storia, della marginalizzazione e dei soprusi personali per interrogare il presente. Con la “dedica” a Sorj Chalandon, il festival compie già una scelta civile: nelle sue storie - tra cadute e tradimenti, guerre e redenzione - la letteratura scava nell’attualità e la consegna al lettore. Non è un caso che l’edizione 2026 inauguri “Dedica per il sociale”, progetto per rendere la cultura accessibile a tutti. Il dialogo parte da una soglia simbolica: tra il Convento di San Francesco e la Casa per Anziani Umberto I di Pordenone, affacciata di fronte al luogo d’elezione del festival. Nella struttura si terrà un incontro dedicato a Chalandon, con letture tratte dai suoi romanzi, curate da operatori didattici. Gli ospiti della Casa lo ascolteranno dal vivo durante la settimana di “Dedica”. L’attenzione ai giovani resta centrale. Dalle narrazioni pensate per i più piccoli alle attività creative per le superiori, i percorsi di “Dedica Scuola”, gratuiti e in classe, assicurano partecipazione e integrazione. Quest’anno la presenza della Fondazione Don Gino Rigoldi testimonia in concreto il lavoro quotidiano sul reinserimento. Venerdì 20 marzo, alle 20.45 al Convento, “La furia dentro. Giovani, errori e riscatto” metterà in dialogo Chalandon, don Rigoldi e il rapper Francesco “Kento” Carlo, che da tempo conduce laboratori di scrittura e musica in carceri minorili e periferie, intrecciando hip hop e impegno. Don Rigoldi, per oltre cinquant’anni cappellano del carcere minorile Beccaria di Milano, indica la sua bussola: “Ho due principi che mi ispirano quando mi occupo di carcere: il Vangelo e la Costituzione”. Ricorda che l’articolo 27 stabilisce che la pena non sia vendetta ma percorso di recupero. “Il carcere non deve opprimere e affliggere, dev’essere un luogo che offre occasioni di rinascita”. E prosegue: “Oggi le carceri sono sempre più sovraffollate e per i minori la situazione è insostenibile: ragazzi spesso stranieri, senza legami e famiglia, finiscono dentro per reati di sopravvivenza. Garantire loro inserimento sociale è un imperativo morale”. Accanto alla riflessione, le scelte concrete: le shopper ufficiali di “Dedica” sono affidate alla Sartoria Sociale della Coop Noncello, che ricicla tessuti e materiali destinati alla discarica. Negli spazi del festival trovano voce Amnesty International, Medici Senza Frontiere e Altromercato, per promuovere informazione e confronto su diritti umani e sviluppo sostenibile. Libri e teatro vietati in carcere: bisognerebbe rendere obbligatorio leggere “Delitto e castigo” di Antonio Ferrero La Stampa, 12 marzo 2026 Nei due anni in cui mia moglie ha insegnato nel carcere di Saluzzo, mi ha invitato più volte a parlare dei miei libri alla sua classe, un gruppo di detenuti dei quali ho fatto l’errore di cercare informazioni su Google. È emerso un mondo di violenza mafiosa spaventoso, fatto di omicidi e sopraffazioni di ogni genere. Durante il nostro incontro ammetto di essermi sentito costantemente stranito di fronte ad adulti - talvolta anziani - che, in alcuni casi, non sarebbero mai usciti da quelle mura e meritavano inequivocabilmente di trovarvisi. Tuttavia, nella monotonia di una vita destinata a scivolare in una routine fuori dal mondo, il diversivo di uno sconosciuto che parlava dei suoi romanzi ha suscitato un’attenzione che, spesso, a scuola, nel rigore dell’obbligo, manca. Passione e abnegazione analoghe quando ho portato le mie classi ad assistere agli spettacoli teatrali organizzati dal carcere Morandi, dedizione che è stata trasmessa ai ragazzi, perlopiù increduli del livello della rappresentazione. Ora progetti come “Adotta uno scrittore” o il teatro rivolto agli studenti esterni sono stati vietati nelle case di reclusione che prevedono il carcere duro per “motivi di sicurezza”. Posto e ribadito che chi sconta trent’anni o l’ergastolo ha compiuto nefandezze per cui è sacrosanto che paghi il debito con la società, il provvedimento appare di una miopia imbarazzante, un ulteriore passo verso la trasformazione della pena da “rieducazione del condannato” (art. 27 della Costituzione) in mera vendetta. Diversi studenti reclusi hanno ammesso di essersi alfabetizzati in carcere perché hanno appena sfiorato la scuola dell’obbligo. La maggior parte dei nostri alunni o ignora la realtà carceraria o la nutre di stereotipi e pregiudizi profusi confusamente dai social. Se c’è una cosa che può umanizzare persone che hanno dimostrato scarsissimo rispetto per la vita umana e fornire una reale educazione civica a ragazzi inconsapevoli di che cosa sia una casa di reclusione, è la cultura che favorisce il confronto tra due mondi che si sfiorano senza conoscersi. Altro che vietare libri e teatro: bisognerebbe rendere obbligatorio leggere “Delitto e castigo” in carcere. Salvatore Striano. “Senza il teatro sarei un condannato a morte” di Federica Olivo huffingtonpost.it, 12 marzo 2026 Giovane delinquente, detenuto a Poggioreale e poi a Rebibbia, dove impara recitazione e arriva all’Orso d’Oro. Oggi è uno dei più importanti attori italiani. Intervista maestosa sullo sbagliare, sul rialzarsi, sullo studiare, sull’essere aiutati e poi sull’aiutare, su cosa significa essere comunità. Un’intervista fortemente consigliata a Nordio. Salvatore Striano non usa filtri per raccontare il suo passato. Nessun abbellimento: la realtà sbattuta in faccia per quella che è. “Ho incontrato il teatro nel momento più buio della mia vita. Avevo perso entrambi i genitori mentre ero in carcere, a Rebibbia. Questa cosa mi aveva incattivito: per fare la vita che facevo, non ero stato capace di stare vicino alle persone che mi avevano messo al mondo. Bevevo e prendevo psicofarmaci perché avevo paura di restare lucido”. Poi è arrivato quel copione: Napoli milionaria, di Eduardo De Filippo. Napoletano come lui. Striano, 53 anni, è attore da quasi venti: ha esordito al cinema nel 2008 con Gomorra di Matteo Garrone, è stato Bruto in Cesare deve morire, docufilm dei fratelli Taviani, partito dal carcere di Rebibbia e arrivato fino all’Orso d’oro a Berlino nel 2012. Quando era chiuso nel reparto di alta sicurezza del carcere romano, poteva neanche immaginare tutto questo. Fino al 2001, anno in cui si avvicina al Teatro libero di Rebibbia, aveva conosciuto solo carcere, criminalità, povertà. Poi, quando pensava che oltre l’abisso non c’era niente, davanti a lui si è aperta una strada fatta di copioni, sceneggiature. Di parole che scorrono su un foglio e vanno indossate. Il mondo che ha cambiato la vita a Sasà è lo stesso che ha stravolto in positivo l’esistenza di migliaia di detenuti da quando il Teatro libero di Rebibbia ha iniziato a lavorare. Striano è diventato attore professionista, tanti altri hanno abbracciato il teatro nel tempo libero. Quasi nessuno, dopo l’incontro con il palco, è tornato a delinquere. Chiediamo a Striano di raccontarci la sua storia nei giorni in cui si scopre che l’amministrazione penitenziaria (diretta emanazione del governo) con una circolare sta limitando le attività ricreative e culturali in cella, in particolare per i detenuti dell’alta sicurezza. Il circuito subito al di sotto del 41 bis, che racchiude i detenuti considerati pericolosi, al quale anche Striano apparteneva. Un caso ha riguardato anche il Teatro libero di Rebibbia. Come nel resto d’Italia, sono stati vietati tra i detenuti dell’alta sicurezza e il pubblico (in particolare gli studenti dell’Università che partecipavano alle prove) e annunciate limitazioni all’accesso al teatro per le prove, per chi è in alta sicurezza. Sono ancora in corso interlocuzioni e queste ultime limitazioni, almeno a Rebibbia, potrebbero essere revocate. Ma la notizia di questo giro di chiave sta agitando molto gli addetti ai lavori. L’idea di ridurre le attività teatrali per i detenuti è una prospettiva fuori dal mondo per Striano: “Così detenuti che hanno lo stesso mio vissuto rischiano di restare dei porci fino alla fine. Così il carcere diventa ancora di più una giungla, un supermercato del crimine dove i detenuti che non hanno nulla da fare si scambiano il veleno. Se togliamo loro il teatro o un’altra attività ricreativa li condanniamo a stare chiusi in una cella a mangiarsi la testa di cattivi pensieri”. Il modo migliore per spiegare queste parole è ripercorrere la storia di Sasà. E tornare al primo copione della sua vita. Quello che un ergastolano, che si occupava di attività in carcere, gli lanciò all’interno della cella, dove passava le giornate buttato sul letto. Al suo rifiuto, l’uomo gli disse: “Vabbè pensateci, poi mi fate sapere”. E lui ci ha pensato. Piegato dal dolore, Striano la notte non dormiva. In una di quelle notti insonni, decide di dare un’occhiata al copione: “L’ergastolano aveva pensato per me al ruolo di donna Amalia. Ero innervosito all’idea di dover interpretare una donna in un reparto di soli uomini privati dell’affettività. Poi però ho visto che quella donna somigliava tanto alla mia mamma. Era più molto più bella di me. E allora, non so neanche come ho fatto, ma sono sceso all’aria e ho detto: ‘Voglio provare’”. Si commuove ancora oggi pensando alla sua mamma. Alla donna da cui prendeva ispirazione sul palco, dovendo mettersi per la prima volta nei panni femminili. Ne imitava i gesti, le abitudini, i movimenti. E piano piano si spogliava dei cattivi pensieri: “Lei era morta da poco e stavo morendo pure io - ricorda - ma mentre interpretavo Donna Amalia mi venivano in mente tutte le cose belle fatte con lei: quando cucinava, quando mi diceva le cose, quando si preparava per uscire e io ero geloso. Così l’ho messa dentro di me. L’ho portata in scena”. Fabio Cavalli, uno dei registi fondatori del Teatro libero di Rebibbia, lo nota subito: “Tu sei bravo, hai una bella faccia tosta”. Striano inizia ad appassionarsi, ma le difficoltà arrivano subito: non era andato a scuola, aveva appena la terza elementare. Questo gli rendeva difficile leggere in maniera scorrevole, rispettare la punteggiatura e i tempi del teatro. Quando realizza ciò, Salvatore piomba di nuovo nello sconforto: “Mi sentivo un fallito”. Poi, però, insieme a Cavalli trova una soluzione: la scuola la mattina, il teatro il pomeriggio. L’esperimento funziona e Sasà non si ferma più: “La prima volta che ho messo piede sul palcoscenico e ho recitato, mi sono perdonato immediatamente”. I ricordi scorrono veloci e impetuosi: “Ho capito che non avevo una vita segnata, che ero solo uno scarabocchio cresciuto male e mi dovevo ridisegnare. Il teatro mi dava parole nuove, mi faceva uscire dalla povertà, cambiava il mio modo di ragionare e di reagire alle cose. Mi insegnava che ascoltare è molto importante”. La fame di teatro diventa fame di cultura: “Mi sono avvicinato alla biblioteca e alla letteratura. Più leggevo e più mi rendevo conto che era già successo tutto, che ero uno stupido perché non capivo con la vita che avevo fatto stavo andando verso la fine. Ed è così che il teatro mi ha salvato la vita”. Parla di questo Striano, nel libro Come Shakespeare può salvarti la vita, edito da Chiarelettere. Perché dopo Eduardo è arrivato l’autore inglese che ha costretto lui e i suoi compagni a mettersi in discussione: “C’è un passaggio de La tempesta - ricorda l’attore - in cui Ariel dice ‘se non vuoi che l’ira possente si scateni su di te, devi campare con purezza’. Quella frase ci ha fatti interrogare sul pentimento. Sulla revisione critica delle nostre azioni. Un pentimento interiore, non quello che ti porta a far mettere in galera gli altri per scampare alla galera”. L’avventura con Shakespeare dura a lungo: Striano ottiene il ruolo di Bruto nel Giulio Cesare e quindi nel docufilm Cesare deve morire. L’esperienza del carcere nel 2012 era per lui finita da sei anni, era già un attore, ma non dimenticherà mai le parole sentite nella capitale tedesca. “C’erano italiani che vivevano in Germania che ci dicevano che grazie a noi erano orgogliosi di essere italiani”. Proprio alla luce di questo bagaglio che si porta addosso, Striano si rende conto delle conseguenze che potrebbe avere la riduzione del teatro per i detenuti dell’alta sicurezza: “Se ci tolgono questa roba, condannano di nuovo le persone come me, che dentro hanno qualcosa che li può salvare. Io avevo una predisposizione al cambiamento, ma ho avuto gli strumenti giusti”. Nella mente di Striano scorre il ricordo di un momento che lo ha reso orgoglioso: “Il direttore di Rebibbia al tempo era Carmelo Cantone, un uomo di cultura. Una volta noi del gruppo del teatro restammo a chiacchierare per tanto tempo con lui. Parlavamo di testi, autori, scenografia. E lui disse: ‘Non mi è mai capitato in tutta la mia attività da direttore di parlare per un’ora e mezza con i detenuti senza dire una parola sul carcere’”. Per loro era un mondo nuovo: “Avevamo fame di uscire dalla povertà”. Dove per povertà si intende tutto: le ristrettezze economiche, il vocabolario scarno, i racconti che limitano al ricordo di un vissuto fatto di crimine, emarginazione e galera: “Nelle carceri c’è affollamento solo di criminali, intorno c’è il deserto. Togliere loro il teatro significa condannarli a morte, farli diventare feroci”. E chi la ferocia l’ha conosciuta vorrebbe strapparla con le mani dalle celle: “L’altro giorno ero all’Ipm (Istituto penale per minorenni), dove ci sono i minorenni. Li ho trattati un po’ male, ma lo posso fare perché ero uno di loro. Non ho bisogno di parlare perbenino, per spronarli glielo posso dire che stanno fallendo, che devono alzare il culo dalla branda e sfruttare bene questo tempo. E loro mi ringraziano”. È difficile immaginare Striano arrabbiarsi, perché chi ci parla riconosce per prima una cosa: la gentilezza nelle parole e nei pensieri. Quella gentilezza imparata con la letteratura, con l’arte, con la possibilità di campare senza delinquere: “Prima che mi chiamasse Garrone, ho lavorato in un bar e poi in una ditta di pulizie. Ero la persona più serena del mondo. Ho fatto molto male alla mia città - dice - che è una delle più belle del mondo. L’unico modo per pagare il debito è fare qualcosa di buono”. Quando pensa Napoli non pensa solo alla mamma, ai vicoli dove è cresciuto, ma anche al carcere, quello di Poggioreale, dove è stato recluso appena maggiorenne. Uno dei penitenziari più difficili d’Italia: “Ho sentito il ministro Nordio dire che i detenuti in cella più sono e meglio stanno. Ma ci rendiamo conto? A Poggioreale eravamo in 24 in una stanza. Significa dover prendere il numeretto la mattina per fare pipì. E farla a terra quando non si riesce ad aspettare. Significa non poter dormire la notte perché il tuo compagno di cella tossicodipendente è in astinenza e urla per i dolori. Tu vorresti riposare, ma per umanità lo devi soltanto aiutare”. Striano pensa ai suicidi in carcere - tanti, troppi - alle difficoltà della polizia penitenziaria “perché dal governo non la tutelano”. Gli sembra incredibile che di carcere si parli con tanta facilità, con leggerezza quasi: “Perché non vanno a provare quello di cui parlano? Perché parlano senza sapere? Perché agiscono con tanta arroganza?”. Domande che restano senza risposta. E che, si sente dalle vibrazioni della voce, lo amareggiano molto. Nella sua attitudine a mescolare la vita con il cinema e teatro, si ferma un attimo e si concede una battuta: “Mi dispiace solo che Totò e Aldo Fabrizi non siano più in vita, su questi sai quante commedie avrebbero fatto? Almeno ci saremmo fatti qualche risata amara”. Striano ha due film in uscita: uno sulla Rai che è la storia di Giovannino Guareschi, l’inventore di Peppone e Don Camillo, e uno al cinema, Ho bisogno del tuo amore. Oltre al cinema e al teatro, ci sono i ragazzi con cui lavora: “Sono insegnante in un laboratorio teatrale a Rebibbia e ho progetti nelle scuole. Vado a dire che senza la scuola siamo destinati a essere degli schiavi, degli ultimi”. Lo fa con convinzione. Perché ormai lo sa che tutti, anche quelli che come lui sembravano senza speranza, si possono salvare. Rissa sul referendum, nuovo caso Gratteri. Nordio: “Niente dimissioni per Bartolozzi” di Niccolò Carratelli La Stampa, 12 marzo 2026 Il procuratore di Napoli accusato di aver minacciato i giornalisti. Il Guardasigilli: “La mia capo di gabinetto? Caso chiuso”. Da una parte Giusi Bartolozzi, dall’altra Nicola Gratteri. Il fronte del No e le opposizioni in Parlamento continuano a prendersela con la capo di gabinetto del ministero della Giustizia, rea di aver detto di voler “togliere di mezzo” i magistrati, definiti un “plotone di esecuzione”. I sostenitori del Sì e la maggioranza di governo hanno buon gioco a spostare l’attenzione e le critiche sul procuratore di Napoli, accusato di aver sostanzialmente minacciato i giornalisti del Foglio: “Speculate pure. Tanto dopo il referendum con voi faremo i conti, tireremo su una rete”, le sue parole. Dal centrodestra piovono reazioni indignate. “È un avvertimento, che mette paura, perché lui può esercitare un potere per reprimere qualcuno - dice il vicepremier Antonio Tajani - non sono d’accordo con quello che ha detto Bartolozzi, ma questo è diverso”. Il collega Paolo Zangrillo ammette grande difficoltà “nel pensare che queste frasi le abbia espresse un magistrato, che ha dedicato la vita a combattere la criminalità organizzata”. Forza Italia chiede l’intervento del Csm nei confronti di Gratteri, da Fratelli d’Italia arriva la richiesta al ministro Carlo Nordio di riferire in Parlamento. A criticare il procuratore di Napoli anche la Federazione nazionale della stampa, alcuni parlamentari riformisti del Pd, il sindaco di Napoli Manfredi: “Toni accesi e attacchi personali non giovano alle istituzioni”, avverte. E il presidente del comitato “Società civile per il No”, Giovanni Bachelet, dice che “per fortuna ci sono sempre Nordio, la sua capo di gabinetto e altri che subito neutralizzano qualunque cosa che Gratteri possa dire”. In poche ore, però, il caso Bartolozzi sembra passare in secondo piano. Anzi, “è chiuso”, fa sapere Nordio, arrivando a un evento del Comitato per il Sì. La sua capo di gabinetto è sempre stata “fedele e laboriosa” e “le dimissioni si chiedono per cose più serie”. Poi, in tv su Rete 4, aggiunge che “la stessa dottoressa ha ammesso di avere sbagliato e si è detto molto rammaricata. Come si può pensare che una magistrata, che dipende da un ministro della Giustizia che è stato magistrato per quarant’anni, voglia eliminare la magistratura o considerarla un plotone di esecuzione?”. A sinistra lo pensano ancora in molti. La segretaria del Pd, Elly Schlein, si dice “stupita” che Bartolozzi sia ancora al suo posto, sottolineando che le scuse non sono arrivate. Secondo il leader M5s, Giuseppe Conte, Bartolozzi avrebbe semplicemente “espresso in chiaro il pensiero dell’esecutivo”. Matteo Renzi ironizza: “Bartolozzi è intoccabile come il Papa”. Mentre il dem Arturo Scotto osserva: “Evidentemente, non possono scaricarla. C’entrerà per caso lo scandalo Almasri? Forse Bartolozzi sa cose che inguaierebbero mezzo governo?”. Nordio, se non altro, non calca la mano nemmeno su Gratteri, assicura di non voler esercitare un’azione disciplinare contro il procuratore di Napoli e arriva quasi a giustificarlo: “Bisogna sempre tener conto del contesto in cui queste espressioni vengono riferite e della vivacità della conversazione - spiega -. Tenderei a escludere che un magistrato dell’esperienza di Gratteri possa addirittura minacciare di rappresaglia la stampa”. Poi si concentra sul referendum e sugli effetti della riforma: “Dopo non ci dovrebbero essere più casi Garlasco, perché attueremo il processo accusatorio”. Non è l’unico a fare riferimento a vicende giudiziarie e mediatiche per provare a spingere il Sì. Lo fa anche Giorgia Meloni, ricordando, nel corso delle sue comunicazioni in Parlamento, decisioni prese nelle ultime settimane dai giudici della Corte d’Appello di Roma, che non hanno convalidato il trasferimento nel Cpr di Gjader in Albania per alcuni richiedenti asilo. Tra loro persone con precedenti condanne, già scontate, per traffico di droga, violenza sessuale e resistenza a pubblico ufficiale. E proprio sui precedenti penali contestati la premier punta il dito: sono “decisioni che non trovano giustificazione nella normativa italiana, nella normativa europea e neppure nel buonsenso - attacca - per i giudici non possono essere trattenuti né rimpatriati perché hanno fatto strumentalmente richiesta di protezione internazionale”. La replica arriva dagli stessi giudici di appello, che esprimono “dubbi” sul protocollo siglato tra Roma e Tirana. Nei provvedimenti emessi nelle scorse settimane i magistrati della sezione Protezione internazionale scrivono che “la richiesta di convalida del trattenimento non avrebbe potuto essere pronunciata, dubitando della legittimità della disciplina e della conseguente legge di ratifica”. Meloni ha deciso di intensificare il suo impegno nella campagna referendaria, tra apparizioni in tv, video di propaganda elettorale e, questa sera al teatro Parenti Milano, anche il suo primo comizio, a chiusura di un evento per il Sì organizzato dal suo partito. “Giorgia ci mette sempre la faccia - assicura il sottosegretario Andrea Delmastro -. Questa riforma non può viaggiare senza le gambe e il volto di Meloni”. Anche se Sal Da Vinci ha smentito di aver concesso l’uso della sua canzone vincitrice al festival di Sanremo (“Sarà per sempre sì”). Bartolozzi divide i due fronti. Ma scoppia il “caso Gratteri” di Giuliano Santoro Il Manifesto, 12 marzo 2026 Il procuratore di Napoli dice al Foglio: “Con voi faremo i conti” e infiamma il dibattito. Meloni oggi a Milano a sostegno del Sì. Conte invita tutti a Roma il 20 marzo. Per il ministro della giustizia Carlo Nordio il caso Bartolozzi è da considerarsi chiuso. “Abbiamo già fatto un comunicato dove davamo atto di questo errore - spiega a Rete4 - La stessa dottoressa ha ammesso di avere sbagliato e si è detto molto rammaricata. Direi che la cosa dovrebbe finire qui”. Ma per le opposizioni “la cosa” non è risolta affatto: continuano a chiedere le dimissioni dell’ex parlamentare e attuale funzionaria a Largo Arenula e a invitare il guardasigilli a riferire in parlamento. “Di grazia ministro Nordio quali sarebbero le cose più serie? - incalza la responsabile giustizia dem Debora Serracchiani - Forse la liberazione di un criminale libico torturatore e seviziatore di bambini riaccompagnato con un volo di stato? Ma davvero la fedeltà giustifica tutto?”. Dello stesso avviso il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, secondo cui Bartolozzi ha “espresso in chiaro il pensiero dell’esecutivo”. Anche Matteo Renzi attacca la maggioranza, ironizzando sulla mancata rimozione di Bartolozzi, definita “intoccabile come il papa”. Il ministro della difesa Guido Crosetto invita a non trasformare il referendum in una “guerra di religione”. Sulla scia della polemiche, resta sullo sfondo la riforma della giustizia. La destra ha usato la sua come una clava e ha inevitabilmente polarizzato la discussione su questioni più generali. Se la forzatura operata maldestramente dalla maggioranza non dovesse passare tutto resterebbe congelato? Assicura che non sarà così il capogruppo al senato Francesco Boccia, in serata impegnato in un confronto con l’ex presidente delle camere penali Giandomenico Caiazza: “Se vincerà il No, proporremo una stagione di riforme vere e condivise della giustizia, costruite insieme a magistratura, avvocatura, camere penali, accademia e forze politiche, per migliorare davvero il servizio giustizia per i cittadini - assicura Boccia - Se invece dovesse vincere il Sì, sarà la stessa Giorgia Meloni ad accelerare immediatamente sull’altra riforma che tiene nel cassetto: il premierato, cioè un ulteriore passo verso la concentrazione del potere nell’esecutivo”. La premier oggi sarà a Milano al teatro Parenti, le opposizioni si ritroveranno il 18 marzo a piazza del Popolo a Roma ospiti dei comitati civici per il No. Ma Conte invita tutti all’Eur il 20 marzo per un ultimo appuntamento. Il fronte del sì trova il suo caso e coglie la palla al balzo per tentare di distogliere l’attenzione dal ministero della giustizia. Tutto parte da Sal Da Vinci, il cantante che il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, ha ascritto, non si sa bene se partecipando al gioco dei meme o abboccando ai fake, al partito del No. Succede allora che Il Foglio chiami il magistrato calabrese per chiedergli chiarimenti. “Ci ha detto: ‘Scherzavo’ - riferiscono dal giornale fondato da Giuliano Ferrara - E ha aggiunto: ‘Se dovete speculare fate pure. Tanto dopo il referendum con voi del Foglio faremo i conti, tireremo su una rete’”. La dichiarazione del procuratore viene letta come una minaccia e suscita l’indignazione dei sostenitori del Sì. “Non ho voluto credere a ciò che da settimane mi è stato riferito su vendette postume di natura giudiziaria” dice Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera e responsabile della campagna referendaria per Forza Italia. “Il capogabinetto ha detto cose che io non condivido, ma è molto più grave questo, perché lui può esercitare un potere, reprimere qualcuno, utilizzare il proprio potere”, aggiunge il ministro degli esteri Antonio Tajani. Ne approfitta anche Nordio: “Ho letto di Gratteri - commenta il ministro della giustizia - È molto grave, ma come tutte le citazioni che vengono estrapolate da un contesto possono essere interpretate anche in modo più malizioso. È la stessa cosa successa con la mia capogabinetto”. E il cerchio si chiude, almeno per oggi. Anna Finocchiaro: “Quella di Nordio è una riforma al buio, tutto dipenderà dai decreti attuativi” di Anna Laura Bussa Il Manifesto, 12 marzo 2026 L’ex ministra: “Il sorteggio al Csm? Dopo la stagione dell’uno vale uno, credevo avessimo smesso di prendere a martellate il principio della rappresentanza”. “Quella messa in campo da Nordio e Meloni per la separazione delle carriere dei magistrati e l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare è una riforma al buio”. Anna Finocchiaro, già magistrata, parlamentare, ministra, presidente delle commissioni Giustizia della Camera e Affari Costituzionali del Senato, difende le ragioni del No e contesta la modifica costituzionale oggetto del referendum del 22 e 23 marzo. Cosa non la convince di questa riforma? È una riforma al buio. Non sappiamo cosa si scriverà nei provvedimenti attuativi, per la cui approvazione, ricordo, basterà la maggioranza semplice. E potrebbero regolare profili assai sensibili. Ed è anche una riforma alla “vorrei, ma non posso”, nel senso che il nostro impianto costituzionale, a cominciare dalla separazione dei poteri, limita fortemente l’adozione di modelli, presenti in altri sistemi, di reale separazione delle carriere. E visto che con la riforma Cartabia è irrisorio il transito dalle funzioni requirenti a quelle giudicanti, chiedo ai convinti sostenitori del testo Nordio di cosa si stiano accontentando. Non è un caso che nel dibattito referendario si siano introdotti i temi, assai pericolosi, della necessità di arricchire successivamente la riforma con l’abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale - garanzia dell’uguaglianza dei i cittadini davanti alla legge - e della dipendenza della polizia giudiziaria dalla magistratura, così da completare il lavoro. Quindi quali sarebbero i reali vantaggi per i sostenitori della riforma? Sinceramente non saprei, perché sostenere che occorre separare giudici e pm per evitare la compiacenza che i primi possono avere nei confronti della tesi dell’accusa è francamente debole. E perché si sospetta che il giudice sia portato ad assecondare le tesi del pm - i dati dicono altro - e non si sospetta che un giudice d’Appello sia portato ad assecondare il verdetto del collega di primo grado? Questo è mistero e non è rassicurante. Con la riforma si crea un Csm solo per i pm. E non mi pare un grande affare. Temo piuttosto una radicalizzazione e le sue conseguenze. Il nuovo Csm dovrà decidere quale pm nominare capo in questa e in quell’altra Procura. E chi teme il cosiddetto “complotto dei pm” dovrebbe valutare bene. Separare giudici pubblici ministeri, infatti, non è mai un buon affare, perché una comune cultura della giurisdizione è di freno agli impeti fuori dalle righe. Cosa pensa dell’idea del sorteggio per l’elezione dei componenti del Consiglio superiore della magistratura? Sul sistema del sorteggio con i nomi dei componenti togati estratti a sorte sul bacino complessivo dei magistrati osservo che, dopo la stagione dell’uno vale uno, credevo avessimo smesso di prendere a martellate il principio della rappresentanza. Il rischio è quello di innescare logiche corporative. Ed è un errore favorire l’affermarsi della logica corporativa come spirito vitale di un potere dello Stato. I fautori del Sì sostengono che la riforma servirà a dare vera attuazione al giusto processo, che ne pensa? Non dubito che tra i sostenitori del Sì’ci siano soggetti che nutrano la sincera intenzione di rendere più giusto il processo. Ma penso che sia la stessa regola processuale, coerente con l’art. 111 della Costituzione e con la piena assicurazione del diritto di difesa, ad assicurarlo. Si è scelto il rito accusatorio e introdotto il gratuito patrocinio per questo e possiamo migliorare. Uso il paradosso: quale separazione delle carriere potrebbe assicurare un giusto processo se avessimo ancora un processo di stampo inquisitorio in cui la prova è formata in segreto dal pm e non nel dibattimento alla presenza e con il controllo del giudice? Rispetto al dibattito che si aprì sulla giustizia in occasione della riforma costituzionale del governo Renzi, poi bocciata con il referendum, quali sono le differenze? La riforma Renzi non toccava in alcun modo la disciplina costituzionale sulla magistratura. E la riforma Cartabia (che ha introdotto la separazione delle funzioni, ndr) fu fortemente sostenuta dall’allora maggioranza. Oggi, alla separazione dei Csm, si aggiunge la bizzarra creatura dell’Alta Corte disciplinare. Attualmente se il potere di esercizio dell’azione disciplinare in capo al ministro della Giustizia, rilevante nel controllo della condotta dei magistrati, è un potere poco esercitato, il che fa supporre che la Sezione disciplinare del Csm in realtà funzioni. Diffido della cosiddetta giurisdizione domestica, ma non capisco come mai l’Alta Corte sia riservata ai magistrati ordinari e non anche a quelli amministrativi o contabili. Mistero. Ed è un obbrobrio che, a decidere sul ricorso contro le sentenze dell’Alta Corte, sia la stessa Alta Corte. Non è rassicurante. A proposito di giudice terzo. Per tacere dei metodi di composizione dell’organo. Altro punto che verrà affrontato con legge ordinaria… Che pensa dei magistrati che ora sono in difesa del Sì? Sono sempre rispettosa delle ragioni altrui. E tra i sostenitori del Sì ci sono persone che stimo e apprezzo da tempo, a cominciare dal già presidente della Consulta Augusto Barbera. Ma credo che la riforma non sia all’altezza delle loro aspettative. C’è poi chi intende la riforma come una “revanche” della politica nei confronti della magistratura. Ma lì c’è poco da sforzarsi per avere un confronto utile. Sì alla perizia sull’imputabilità dello stalker che assume cure per patologie psichiatriche di Paola Rossi Il Sole 24 Ore, 12 marzo 2026 La capacità di intendere e volere deve essere accertata dal giudice al fine di stabilire la volontarietà della condotta penalmente rilevante e la coscienza delle azioni compiute. Va sottoposta a perizia la persona psichicamente in difficoltà tale da comportare la somministrazione di cure psichiatriche al fine di accertarne la capacità di intendere e volere. Perciò la Corte di cassazione con la sentenza n. 9095/2026 ha accolto il motivo di ricorso che indicava come vulnus della decisa condanna il mancato svolgimento di una perizia psichiatrica del ricorrente che in base alla documentazione medica risultava affetto da disturbi per i quali era affidato alle cure farmacologiche somministrate da uno specialista. La vicenda all’esame della Suprema corte - Nel caso concreto il condannato era stato imputato del reato di atti persecutori nei confronti di una coetanea con cui aveva sempre avuto una relazione sentimentale. Dai fatti narrati in sentenza, in effetti, emerge che l’imputato - mai connotato da atteggiamenti violenti e prevaricatori nei confronti della donna - avesse di fatto perso la “bussola” (ossia l’autocontrollo) a fronte della volontà di lei di interrompere il loro rapporto. La sofferenza patita dall’uomo si era trasformata nel comportamento persecutorio in danno della parte offesa. La fragilità psichica di lui era un fattore noto e aveva reso necessario il suo affidarsi alle cure di uno psichiatra. Offuscato dal dolore? In quanto fragile? Ciò che sia chiaro non è un’esimente dalla responsabilità penale, ma può comportare la non imputabilità per vizio parziale o totale di mente. Il ragionamento della Cassazione - La Cassazione boccia il ragionamento della Corte di appello che ha respinto la richiesta di perizia psichiatrica al fine di accertare la capacità di intendere e volere dell’imputato che secondo la documentazione proveniente dal proprio psichiatrica appariva fragile emotivamente e affetto da disturbi della personalità tali da rendere necessaria la somministrazione di psicofarmaci. Secondo la Cassazione i giudici di merito non hanno considerato l’incidenza su un soggetto immaturo e disturbato dell’evento doloroso non percepito fino al punto di commettere il reato di stalking. A fronte delle reiterate richieste di perizia da parte dell’imputato la Corte di appello non le aveva accolte affermando che dal quadro clinico rappresentato con gli atti di parte non emergevano patologie incidenti sulla capacità di intendere e di volere dell’imputato. Per la Cassazione il diniego di perizia si appalesa illogico e annulla la sentenza proprio per aver mancato di appurare il vizio di mente con particolare riguardo agli effetti negativi sulla capacità di intendere e volere di un soggetto, non solo all’evidenza, ma anche clinicamente affetto da immaturità patologica e alterazioni personologiche che ne rendevano necessaria la cura psichiatrica. Infatti, la Cassazione nel disporre l’annullamento precisa che - al contrario della valutazione dei giudici di merito - la relazione psichiatrica redatta dallo specialista e prodotta in giudizio dalla difesa descriveva chiaramente non solo la condizione di fragilità emotiva dello stalker (a fronte del rifiuto da parte della ex fidanzata, lo aveva portato a mettere in atto comportamenti caratterizzati da rabbia e delusione espressi in maniera incongrua) , ma anche le sue “evidenti problematiche personologiche” (immaturità affettiva e cognitiva). Un quadro che proprio lo psichiatra aveva definito incidente sulla capacità di intendere e volere dell’imputato o almeno giustificativo di una perizia ad hoc. Lo stesso specialista affermando la necessità di valutare l’entità del vizio di mente del soggetto aveva affermato come fosse “opportuna una valutazione peritale volta ad accertare la sua effettiva capacità di intendere in relazione ai fatti per i quali è indagato”. In conclusione, per la Cassazione la Corte di appello affermando che non emergessero patologie incidenti sull’imputabilità dell’imputato. ha completamente travisato il significato dei chiari dubbi espressi dal medico psichiatra (che aveva visitato l’imputato) in ordine alla sua capacità di intendere e volere, così come della documentazione sanitaria prodotta in giudizio sui disturbi da cui era affetto il soggetto e che necessitavano delle terapie cui era sottoposto sotto controllo dello specialista. Guida in stato di ebbrezza, valido l’avviso orale della polizia prima dell’ingresso in ospedale di Paola Rossi Il Sole 24 Ore, 12 marzo 2026 Se l’avviso in forma scritta sul diritto all’assistenza di difensore di fiducia all’esame alcolimetrico sia stato dato alla persona dai sanitari insieme alla richiesta di consenso informato non dimostra che sia successivo al prelievo ematico. Con la sentenza n. 9235/2026 la Cassazione penale affronta in materia di reato di guida in stato di ebbrezza il tema della tempestività dell’avviso al conducente fermato di poter essere assistito da difensore di fiducia al momento della verifica del grado di assunzione alcolica e della rilevanza di altri elementi di fatto, rilevati dagli operatori di polizia, da cui dedurre lo stato di ebbrezza soprattutto quando l’accertamento alcolemico per quanto invalido superi gravemente la soglia di rilevanza penale. Il proscioglimento annullato - Nel caso concreto il Gip aveva annullato il decreto di condanna perché a suo parere non era provato che gli accertamenti alcolimetrici, eseguiti ad esclusivi fini di indagine, fossero stati svolti dopo l’avviso della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia al conducente giunto in ospedale a seguito di incidente. Dalla vicenda giudiziaria emergeva che la richiesta di accertamenti sanitari urgenti era stata inviata alla struttura ospedaliera da parte della polizia giudiziaria alle ore 22 e 35 sul luogo dell’incidente mentre l’avviso della facoltà di fasi assistere da un difensore di fiducia era stato fornito da personale medico alle ore 22 e 45. Il ricorso accolto - Al contrario il Procuratore generale ricorrente, faceva rilevare che il conducente aveva fatto ingresso in ospedale alle ore 22 e 40 e che massime di esperienza inducono a escludere che in meno di cinque minuti i medici operanti avessero potuto ricevere ed evadere la richiesta di prelievo ematico per un soggetto giunto in ambulanza con traumi al volto e frattura nasale. Inoltre, prosegue il ricorrente, il modulo sottoscritto alle 22 e 45 conteneva - oltre all’avviso della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia - anche l’espressione del consenso informato che logicamente precede (e non segue) il trattamento sanitario. Le valutazioni della Cassazione - La Corte di legittimità accoglie le valutazioni del ricorrente anche sul punto della massima di esperienza che escluderebbe l’anteriorità del prelievo ematico rispetto all’avviso dovuto al conducente sospettato del reato ex articolo 186 del Codice della strada. In effetti, la motivazione della sentenza era in contrasto con il verbale di accertamenti urgenti allegato alla notitia criminis da cui risultava che l’indagato era stato informato oralmente prima del trasporto in ospedale della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia e che egli aveva dichiarato di non volersi fare assistere. In sintesi, non era provato che gli accertamenti alcolimetrici fossero stati svolti dopo l’avviso della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia, in palese contrasto con le risultanze del verbale di accertamenti urgenti. Ma la Cassazione sottolinea comunque che, in tema di guida in stato di ebbrezza, l’avvertimento del diritto all’assistenza del difensore non deve necessariamente essere dato in forma scritta, mentre, sul piano probatorio, il fatto che l’avviso fosse stato dato risultava dal verbale di accertamenti urgenti e quindi da una prova scritta, contenuta in atto di polizia giudiziaria avente “valore fidefacente”. Altro vizio di travisamento della prova da parte del Gip viene individuato laddove la motivazione della sentenza - dopo aver ritenuto sussistente il vizio di mancato avviso - afferma che “non sono versati in atti elementi ulteriori tali da consentire di accertare o meno se il conducente, al momento del sinistro, avesse assunto bevande alcoliche”. Al contrario il ricorrente contro la sentenza di proscioglimento faceva rilevare come dal certificato del pronto soccorso risultasse la diagnosi di “abuso etilico acuto”. Circostanza che secondo la Cassazione ha specifica attitudine dimostrativa dell’esistenza dello stato di ebbrezza ed è suscettibile di autonoma valutazione. Infatti, dice in conclusione la Cassazione, l’esame strumentale non costituisce una prova legale - a condizione che la decisione sia sorretta da congrua motivazione nel caso in cui risultano superate le soglie di maggiore gravità - l’accertamento della concentrazione alcolica può avvenire in base ad elementi sintomatici per tutte le ipotesi di reato previste dall’articolo 186 del Codice della strada. Bis in idem, il giudice dell’esecuzione che ha deciso sulla revoca non partecipa al rinvio di Paola Rossi Il Sole 24 Ore, 12 marzo 2026 La Consulta, sentenza n. 27/2026, ha dichiarato l’illegittimità degli articoli 34, co. 1, e 623, co. 1, lettera a), del Cpp. La Corte costituzionale, con la sentenza numero 27, depositata oggi, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale degli articoli 34, comma 1, e 623, comma 1, lettera a), del codice di procedura penale, nella parte in cui non prevedono che, dopo l’annullamento da parte della Corte di cassazione, non possa partecipare al giudizio di rinvio il giudice che ha pronunciato o concorso a pronunciare ordinanza di accoglimento o di rigetto della richiesta di revoca (anche parziale) in sede esecutiva di sentenze irrevocabili di condanna emesse contro la stessa persona per il medesimo fatto, ai sensi dell’articolo 669 del medesimo codice. Nell’accogliere le questioni sollevate dal Tribunale ordinario di Milano, in funzione di giudice dell’esecuzione, la Corte ha osservato che il giudice chiamato a verificare, in sede esecutiva, la sussistenza del bis in idem compie una valutazione che travalica la stretta esecuzione del giudicato e implica valutazioni tecnico-giuridiche che non possono prescindere dallo scrutinio del materiale probatorio, integrando un “frammento di cognizione” che presenta tutte le caratteristiche del “giudizio”. Per tale ragione, la mancata previsione dell’incompatibilità del giudice dell’esecuzione che abbia compiuto tale valutazione nell’ordinanza annullata a partecipare al giudizio di rinvio contrasta con gli articoli 3 e 111 della Costituzione. Veneto. “Le emergenze sono salute mentale e giovane età dei detenuti” di Angela Pederiva Il Gazzettino, 12 marzo 2026 Carceri, audizione in Regione per i vertici del Due Palazzi e di Montorio. L’incontro in commissione Legalità del Consiglio regionale. Salute mentale e giovane età dei detenuti. Sono le due emergenze delle carceri in Veneto, secondo quanto è emerso ieri in commissione Legalità del Consiglio regionale dall’audizione dei vertici della casa di reclusione Due Palazzi di Padova e della casa circondariale di Montorio Veronese. “Nelle prossime sedute faremo un focus sugli altri istituti penitenziari”, ha annunciato il presidente Gianpaolo Trevisi (Partito Democratico), al termine della convocazione chiesta in particolare da Elena Ostanel (Alleanza Verdi Sinistra) dopo i casi di suicidio. Ostanel si è appuntata alcuni numeri, esposti dalle direttrici Maria Gabriella Lusi per Padova e Mariagrazia Bregoli per Verona, intervenute con i rispettivi comandanti Giuseppe Testa e Alessandro Bracaglia. Nel carcere padovano i reclusi sono attualmente 673, a fronte di una capienza regolamentare di 432 e tollerabile (cioè i posti disponibili) di 786. Gli stranieri sono 376 e gli ergastolani 57, ma si contano anche 60 fruitori di permessi premio, 13 detenuti che lavorano all’esterno e 28 ristretti in semilibertà, nonché 60 iscritti al percorso universitario che si aggiunge ai corsi di istruzione superiore e formazione professionale. Ogni mese vengono erogate 404 ore mensili di supporto psicologico, ma è stato spiegato ai consiglieri regionale che ne servirebbero di più, visto il rischio suicidario evidenziato pure da una recente circolare. Nel penitenziario veronese, su 630 detenuti 65 (cioè il 10%) sono giovani adulti, prevalentemente fra i 18 e i 22 anni. Il tema della salute mentale è sentito anche per la presenza di due articolazioni: il reparto di osservazione psichiatrica, dove le persone possono restare un mese per valutare la compatibilità o meno delle loro condizioni con la cella; l’ala a cui sono assegnati, teoricamente per non più di un anno e mezzo, i reclusi affetti da gravi patologie psichiatriche. Le criticità - Ecco dunque le due criticità, così sintetizzate dalla consigliera Ostanel: “La prima riguarda la salute mentale delle persone detenute: cresce il numero di chi presenta diagnosi psichiatriche o è già in trattamento, ma il personale sociosanitario e psicologico a disposizione continua a essere troppo scarso rispetto a quanto stabilisce il Regolamento di esecuzione. La seconda emergenza riguarda l’abbassamento dell’età della popolazione detenuta. Anche qui la normativa è chiara: sezioni separate per una popolazione che richiede maggiore tutela. Ma anche questo oggi non avviene, con conseguenze evidenti sulla qualità della detenzione, sui percorsi educativi e sulla tenuta complessiva delle strutture. Per questo ho chiesto che la Regione convochi subito l’Osservatorio permanente sulla salute in carcere, che non viene riunito da anni e che invece dovrebbe essere il luogo in cui raccogliere dati, monitorare criticità e costruire risposte adeguate”. Sulla necessità di maggiore attenzione al disagio mentale dei detenuti ha concordato la vicepresidente Rosanna Conte (Lega): “È quindi necessario garantire loro un aiuto sotto l’aspetto sociale e approntare quindi un sistema socio-assistenziale-sanitario che li possa accompagnare fino eventualmente al momento del loro rilascio”. Teramo. Detenuto suicida nel carcere: il sì alla donazione degli organi di Diana Pompetti Il Centro, 12 marzo 2026 Il 33enne romano, soccorso dagli agenti di polizia penitenziaria, è morto dopo sette giorni di ricovero. Una scelta di vita come antidoto all’indifferenza. Quella degli altri, quella di chi si ricorda di un carcere italiano solo quando lo impone la cronaca nera. D.P., 33 anni, romano, fine pena 2036 per reati di droga e rapina, aveva conosciuto quello di Rebibbia e da qualche mese quello di Castrogno. Nel carcere teramano sette giorni fa ha cercato (e trovato) la morte con un cappio alla grata di una cella. Quella sera gli agenti lo hanno soccorso ma da subito i medici hanno accertato la gravità e irreversibilità delle sue condizioni. Ieri, dopo il via libera della Procura che ha aperto un fascicolo sul suicidio così come avviene in tutti i casi, è iniziato il previsto periodo di osservazione per accertare la possibilità di una donazione degli organi che si è concluso solo in nottata. Perché D.P. da tempo aveva espresso il suo consenso alla donazione degli organi nella consapevolezza dei suoi familiari che gli sono stati sempre vicini e ieri tutte le procedure previste sono state attivate nel pieno rispetto delle norme stabilite. Il 33enne romano è stato soccorso nella tarda serata di lunedì 2 marzo quando ha cercato di impiccarsi alla grata della cella in cui era recluso utilizzando delle lenzuola. A dare l’allarme era stato il compagno di cella che aveva subito chiesto aiuto. In poco tempo erano intervenuti gli agenti di polizia penitenziaria per un primo soccorso. Il giovane era stato trasportato in ospedale e qui ricoverato in Rianimazione in gravissime condizioni. Il suicidio ha riproposto l’emergenza Castrogno che condivide la sua realtà difficile con gran parte dei penitenziari italiani tra sovraffollamento e carenza di agenti di polizia penitenziaria che, nell’istituto teramano, da tempo sono molto al di sotto della pianta organica prevista. Il penitenziario teramana si colloca al decimo posto in Italia per sovraffollamento: attualmente ci sono 457 detenuti a fronte di una capienza di 255. In percentuale si traduce con un 79,2% di sovraffollamento. Una condizione che fa dell’istituto teramano il terzo più sovraffollato d’Italia del su Italia dietro a Foggia e Chieti. Roma. “Torture sui detenuti”: sotto accusa dieci agenti del carcere minorile di Casal del Marmo di Andrea Ossino e Chiara Spagnolo La Repubblica, 12 marzo 2026 L’inchiesta della procura di Roma su pestaggi e aggressioni che sarebbero avvenuti a Casal del Marmo: sono dieci gli indagati. I fatti risalgono tra febbraio e novembre 2025. “Vi porto sopra e vi faccio come carne macinata”. Non era una frase buttata lì ma una promessa. La stessa che torna nelle carte dell’inchiesta della Procura di Roma su ciò che sarebbe accaduto tra febbraio e novembre del 2025 dentro l’istituto penale minorile di Casal del Marmo. In breve: torture, lesioni, falsi. Reati commessi a vario titolo da 10 agenti, due dei quali sono indagati per tortura, cinque per lesioni e tre per falso ideologico in atto pubblico. Per cinque di loro i pm hanno chiesto la sospensione dal servizio. Nelle zone dell’istituto non coperte dalle telecamere avrebbero commesso una serie di violenze: pestaggi, schiaffi, pugni, aggressioni con sedie, bastoni, perfino estintori. Vittime almeno tredici detenuti stranieri, tra i 15 e i 19 anni. Le accuse si fondano sui loro racconti e su quelli di operatori del penitenziario: cappellani, suore, educatori. Narrazioni che restituiscono agli investigatori un lessico fatto di soprannomi. Gli agenti diventano “Pugile”, “Animale”, “lo sceriffo”, “Shrek”. Le cui azioni vengono descritte come brutali. “Animale mi ha lanciato addosso dei libri e mi ha fatto sdraiare sul lettino, togliere i pantaloni e gli slip. Poi mi ha minacciato di tagliarmi le palle, ha preso una forbice e l’ha avvicinata al mio testicolo destro facendomi uscire del sangue. Io piangevo, pregavo di smettere. E poi mi hanno riportato in cella e hanno continuato a picchiarmi con calci e pugni”, è una delle testimonianze. A lungo taciute per timore di ritorsioni. A rompere il silenzio sono stati educatori, operatori e guide spirituali. Il cappellano arriva a dire: “Qui o si interviene o scappa il morto”. “Tutto questo va fermato prima che accada qualcosa di peggiore”, dice invece una suora, raccontando di aggressioni sventate anche contro il prelato. E poi ci sono gli educatori, cacciati via, con violenze verbali e spintoni, nei momenti di maggiore tensione. Che a Casal del Marmo sono frequenti, come racconta la cronaca. È un carcere difficile: 214 sanzioni disciplinari nel 2024, 16 detenuti trasferiti nel circuito per adulti per ragioni di sicurezza, 188 episodi di autolesionismo e 17 tentati suicidi. Ma anche 4 evasioni. Una situazione insostenibile, denunciata costantemente dai sindacati della polizia penitenziaria. Dall’altro lato della medaglia c’è invece l’inchiesta della pm Rosalia Affinito e del procuratore aggiunto Giuseppe De Falco, nata dai racconti arrivati alle orecchie del capo del Dipartimento per la Giustizia Minorile del ministero, Antonio Sangermano, e quindi sul tavolo dei magistrati coordinati dal procuratore Francesco Lo Voi. A breve le parole dei ragazzi saranno ascoltate direttamente da un giudice, negli incidenti probatori che gli avvocati degli indagati (Marco De Carolis, Rosario Singon, Domenico Naccari e altri) proveranno a smontare. Si tratta di parole pesanti. Racconti di agenti ubriachi, con la coca, il crack: anche se questo aspetto è oggetto di un’altra inchiesta che vuole fare luce sulla presunta vendita di stupefacenti ai detenuti da parte dei poliziotti e sulla diffusione di cellulari. Al momento le accuse più dettagliate riguardano le violenze. Una vittima dice: “Entravano in cella e mi prendevano a schiaffi senza nessun motivo”. Un altro parla di aggressioni con “qualsiasi cosa, bastone, sedia”. Il racconto più duro è quello di un quindicenne. Dice che dopo una lite con il compagno di cella sarebbe intervenuto un agente. il “Pugile”. Un pugno in pieno volto. “Poi mi hanno portato in infermeria perché avevo l’occhio nero”. E lì “mi hanno minacciato di tagliarmi i testicoli”, dice. “Diceva al collega: passami il bisturi, quale tagliamo, il sinistro o il destro?”, conferma un altro ragazzo. I referti medici parlano di “ecchimosi con escoriazioni sul costato”, “lividi sul petto”, “ferita all’occhio”, “escoriazioni alla spalla”. Segni compatibili con le testimonianze. Narrano anche di una sorta di equilibrio interno in cui gli agenti facilitavano spedizioni punitive tra detenuti. Roma. Sovraffollato e violento, viaggio nel carcere minorile di Casal del Marmo di Marco Carta La Repubblica, 12 marzo 2026 Il report di Antigone: “Clima interno negativo”. In un anno 17 tentati suicidi tra gli ospiti dell’istituto finito sotto indagine. Risse, incendi, celle devastate, tentativi di fuga. Droga, violenza e sopraffazione. Se si mettono in fila le cronache degli ultimi anni dell’istituto penale per minorenni di Casal del Marmo, emerge la fotografia di una tensione costante. Un equilibrio fragile come si evince anche dall’VIII rapporto sulla giustizia minorile dell’associazione Antigone, diffuso a febbraio e significativamente intitolato “Io non ti credo più”. Casal del Marmo, periferia nord - ovest di Roma, è l’unico istituto minorile italiano che ospita contemporaneamente ragazzi e ragazze detenuti. Al momento della visita dei ricercatori di Antigone i presenti erano 57: 51 maschi (di cui 24 maggiorenni) e 6 femmine, oltre la metà stranieri, molti minori non accompagnati. Ma dall’approvazione del decreto Caivano le presenze sono in costante aumento. In un caso, raggiunta quota 70, i responsabili della struttura sono stati costretti ad aggiungere letti nelle celle e comprimere ulteriormente gli spazi comuni. “Numeri così elevati hanno implicato la riduzione significativa degli spazi comuni delle sezioni maschili”, scrivono i ricercatori nel report, sottolineando come “il sovraffollamento abbia avuto un forte impatto negativo sulle condizioni di detenzione e sul clima interno”. La tensione emerge anche dai numeri disciplinari. Nel 2024 sono state irrogate 214 sanzioni, di cui 132 esclusioni dalle attività in comune. Nello stesso anno 16 detenuti sono stati trasferiti nel sistema penitenziario per adulti per ragioni di sicurezza, mentre dall’inizio del 2025 i casi sono già tra gli 8 e i 9. Altri dati raccontano la fragilità della vita interna: 188 episodi di autolesionismo e 17 tentati suicidi nel solo 2024. Ma anche 4 evasioni, di cui tre in un’unica occasione. Le condizioni degli spazi non aiutano. “Entrambe le palazzine maschili versano in condizioni molto fatiscenti. La palazzina femminile è in condizioni decisamente migliori” si legge nel report, che poi si sofferma soprattutto sulla parte dedicata ai giovani detenuti. “La cella visitata ospitava quattro ragazzi, aveva muri disadorni, scrostati e a tratti con muffa. Sono praticamente prive di mobilio, composto esclusivamente dai letti, un armadio condiviso e una tv”. In una stanza, annota il rapporto, “i ragazzi utilizzavano uno stendino per i panni a mo’ di tavolo”. Tra spazi chiusi e non utilizzati e bagni sporchi, tanti sono i problemi da risolvere. “Uno dei due corridoi era in condizioni particolarmente critiche, con muri bruciati e con perdite d’acqua dal soffitto”. Il clima di diffidenza è totale. Nella palazzina maschile la sala mensa non viene sempre utilizzata. “Gli agenti non lo consentono poiché la stanza è priva di telecamera”, denunciano i detenuti, mentre l’agente presente sostiene che “è scelta dei ragazzi decidere di mangiare o meno nello spazio comune”. A pesare è anche la carenza di personale. La pianta organica della polizia penitenziaria prevede 89 unità, ma sono solo 55, tra distaccamenti e frequenti assenze per malattia. Il risultato è un istituto ingestibile, dove la funzione rieducativa viene sopraffatta dall’istinto di sopravvivenza di fronte alla violenza e ai soprusi continui, come emerge anche dall’inchiesta che vede indagati dieci agenti di polizia penitenziaria. Saluzzo. (Cn). Stop al gruppo di lettura: il Dap vieta agli studenti l’ingresso in carcere di Ilaria Dioguardi vita.it, 12 marzo 2026 Nell’istituto penitenziario “Rodolfo Morandi” di Saluzzo, in provincia di Cuneo, è stata cancellata l’iniziativa “Adotta uno scrittore”. Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria non ha concesso il nullaosta ad un incontro tra studenti del liceo “Soleri-Bertoni” e studenti ristretti, che si svolgeva da 15 anni. Paolo Allemano, Garante cittadino delle persone private della libertà personale dei detenuti: “Le persone detenute si preparano, fanno un percorso e poi non viene loro permesso di restituire quello che hanno fatto: per loro è mortificante”. Nella casa di reclusione di Saluzzo, in provincia di Cuneo, si sarebbe dovuto svolgere un laboratorio organizzato da 15 anni, che fa parte del circuito di appuntamenti del Salone del Libro. L’iniziativa “Adotta uno scrittore” prevedeva, nei giorni 9 e 10 marzo, due percorsi di lettura separati, uno per gli studenti del liceo artistico “Soleri-Bertoni” e un altro per le persone detenute del “Rodolfo Morandi”, che poi si sarebbero dovuti unire con l’incontro finale in carcere, con la giornalista e scrittrice Francesca Mannocchi. “Ci è stata notificata la mancata autorizzazione del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria-Dap allo svolgimento di questa attività, è stato ritenuto inopportuno l’ingresso di studenti in un carcere di alta sicurezza”. In una lettera inviata ad Ernesto Napolillo, direttore della Direzione generale dei detenuti e del trattamento, così scrivono il garante per i diritti delle persone private della libertà personale dei detenuti di Saluzzo Paolo Allemano, la dirigente dell’istituto “Soleri-Bertoni” Alessandra Tugnoli, l’associazione “Liberi dentro” e la cooperativa sociale “Voci erranti”. La centralizzazione delle decisioni - Le difficoltà per la concessione degli ingressi per i ragazzi nella casa di reclusione sono iniziate in seguito alla circolare del 21 ottobre 2025 del Dap, che ha stabilito che “l’autorizzazione per gli eventi di carattere educativo, culturale e ricreativo da svolgersi presso gli istituti ricomprendenti circuiti di alta sicurezza debba ora essere sempre richiesta alla Direzione generale, anche quando gli eventi siano rivolti ai soli detenuti del circuito di media sicurezza”. “Prima di questa circolare la direzione del carcere aveva facoltà di vagliare e di concedere le autorizzazioni. Adesso, con la centralizzazione delle decisioni, il Dap può vietare ingressi degli esterni, non viene data una motivazione. La ragione che sottende questo comportamento è la disposizione di evitare che gli istituti ad alta sicurezza, quali il carcere di Saluzzo, vengano frequentati da persone che vengono da fuori”, dice il garante Paolo Allemano. “Si teme probabilmente una “contaminazione” o si ritiene non opportuno questo contatto tra studenti esterni e ristretti”. Per i detenuti è “penalizzante e mortificante” - Con 354 persone detenute e 420 posti disponibili (dei quali otto non disponibili), la casa di reclusione di Saluzzo non è sovraffollata. “Non c’è sovraffollamento perché non è una casa circondariale, che si riempie per reati da vagliare, sono presenti tutte persone “lungodegenti”, con pene definite: ergastoli o pene ventennali. Ciò fa sì che il carcere abbia una popolazione stabile. E proprio questo ci ha consentito di investire in modo fruttuoso sulla formazione e sul teatro, proprio perché sono persone che lì ci vivono e, quindi, devono farsi un progetto di vita”, continua Allemano. “Le attività in carcere si alimentano del contatto con gli esterni. Come fai a produrre un laboratorio teatrale e poi a non trasformarlo in una occasione di comunicazione con il pubblico esterno? Come fai a non far incontrare studenti esterni e interni che fanno lo stesso percorso formativo? Le persone detenute si preparano, fanno un percorso e poi non viene loro permesso di poter restituire quello che hanno fatto: per loro è molto penalizzante e mortificante”. Altri appuntamenti cancellati - “Adotta uno scrittore” non è l’unico incontro che è stato vietato. Altri appuntamenti sono stati negati di recente sia a Saluzzo sia, ad esempio, ad Asti, dove è stato annullato uno spettacolo teatrale in carcere con liceali e universitari. Fabio Cavalli, fondatore del Teatro libero di Rebibbia di Roma, che dal 2005 ha visto la partecipazione di 100mila persone esterne agli spettacoli, ci fa sapere che “per i detenuti di alta sicurezza è tutto sospeso, si fanno solo prove e laboratori interni” (l’avevamo intervistato qui). “La tendenza è quella di chiudere ogni forma di collaborazione tra detenuti e mondo esterno”, spiega Allemano. “Lo scorso Natale era già stato negato agli studenti del “Soleri-Bertoni” di entrare per uno scambio culturale tra i ragazzi iscritti al liceo, esterni, e gli studenti interni, le persone detenute iscritte allo stesso istituto che studiano nella casa di reclusione”. La volontaria: “Non c’è rispetto dei tempi, delle persone e delle aspettative” - “Per fare festa, il coro della scuola si sarebbe dovuto incontrare con un gruppo della popolazione carceraria che sta dando vita ad un coro carcerario”, aggiunge Rossella Scotta, volontaria “Liberi dentro”, insegnante in pensione che è stata per quasi 10 anni referente della sezione carceraria del liceo artistico “Soleri Bertoni”. “Doveva esserci un incontro tra un gruppo di lettura esterno e un gruppo di lettura interno il 10 marzo, quattro giorni prima è arrivata la notizia che non è stata autorizzato”. Il Dap aveva corretto il tiro della circolare del 21 ottobre 2025 con un’altra ordinanza emessa il 1° dicembre 2025 (VITA ne scrisse al link qui sotto), nella quale affermava che l’amministrazione deve rispondere alla richiesta “al massimo entro due giorni lavorativi”. Ma Scotta afferma che “non c’è rispetto dei tempi, come non c’è rispetto per le persone che si organizzano e per le aspettative che ci sono”. Un divieto frustrante e gravissimo, anche per gli studenti del liceo - “Il divieto di poter partecipare a questi incontri è frustrante, è gravissimo. Non solo per i detenuti perché ha un valore di rieducazione, di reinserimento, ma anche per i ragazzi esterni, che tutte le volte che entrano in carcere conoscono una realtà per loro completamente nuova, e abbattono il pregiudizio. Questi ragazzi si stupiscono della preparazione delle persone detenute, delle domande che vengono fatte agli scrittori o che si fanno tra di loro. Per due anni abbiamo organizzato un cineforum, vediamo dei film e poi c’è un incontro di restituzione con i ragazzi esterni. Quest’anno non ci proviamo neanche ad organizzarli, già sappiamo che non potrebbe più essere fatto”. “La risposta negativa del Dap è arrivata molto tardi, tutta l’organizzazione era già stata fatta. Al massimo una settimana prima della data dell’incontro ci hanno informati che i ragazzi non potevano entrare. Doveva venire il giornalista Matteo Caccia di Radio 24 a parlare con i detenuti perché avevano fatto un lavoro di scrittura per il suo programma. Era tutto organizzato da tre-quattro mesi e doveva venire l’11 o il 18 marzo”, continua Scotta, “qualche giorno fa è arrivata la notizia che non è stato autorizzato”. Il frutto di un lavoro tra istituzioni - “Siamo rimasti molto colpiti dal divieto di svolgere l’incontro di “Adotta uno scrittore” perché la scuola è un’istituzione. Non si tratta di un progetto ricreativo ma didattico, frutto di un lavoro tra istituzioni che lavorano insieme da tanti anni”, dice la dirigente scolastica dell’istituto “Soleri-Bertoni” Alessandra Tugnoli. “Quella che facciamo è un’attività nella quale l’interazione ha sempre avuto un valore molto forte sia per gli studenti detenuti, sia per gli studenti delle classi ordinarie; il confronto è sempre molto ricco, ha un forte valore educativo per gli uni e per gli altri”. La sezione scolastica all’interno del carcere è presente da 15 anni, “sin dall’inizio facciamo attività integrate: non c’è mai stato un incidente di alcun tipo in tutti questi anni. L’elemento forte di “Adotta uno scrittore” era l’incontro congiunto, “siamo costretti a fare solamente gli incontri divisi”, prosegue Tugnoli. I ragazzi dei corsi ordinari rappresentano poi, ogni anno, la voce dei detenuti nell’incontro al Salone del Libro di Torino, “che quindi quest’anno non potrà portare quest’elemento di raccordo ma solo la parte dei ragazzi”. Genova. Potenziare l’inserimento lavorativo e il recupero dei detenuti attraverso il “Sistema Città” lavocedigenova.it, 12 marzo 2026 Secondo tavolo della Consulta al Matitone: Comune, sindacati e direttori degli istituti penitenziari a confronto per potenziare l’Articolo 21. Tra le proposte: il ritorno del Provveditorato in città e nuovi protocolli con Porto e municipalizzate. Si è riunito questa mattina al Matitone il secondo appuntamento della Consulta Carcere-Città, l’organismo voluto dall’Amministrazione comunale per costruire un ponte solido tra la realtà penitenziaria e il tessuto urbano. Dopo il primo incontro, incentrato sull’istituzione della Consulta stessa, la seduta odierna si è focalizzata interamente sul tema del lavoro, inteso come strumento fondamentale di riabilitazione, dignità e sicurezza sociale. L’incontro, coordinato in tandem dagli assessori al Welfare e al Lavoro del Comune di Genova, ha dato il via ad un intenso percorso di ascolto che proseguirà fino a novembre, toccando temi cruciali quali diritti civili e anagrafe, salute, collocazione abitativa, tutela minori e donne e sicurezza e città. Attorno al tavolo sedevano, tra i tanti, le direttrici degli istituti di pena genovesi, Regione, le organizzazioni sindacali, il Terzo Settore, le cooperative sociali, la Camera Penale, il Cnel e l’Ufficio di Esecuzione Penale Esterna (Uepe). Al centro del dibattito, la necessità di mettere a sistema le risorse esistenti per potenziare l’attivazione dell’Articolo 21 dell’Ordinamento Penitenziario, la norma che permette ai detenuti di uscire dal carcere durante il giorno per prestare attività lavorativa o partecipare a corsi di formazione, favorendo un reinserimento graduale e monitorato. Tra le proposte avanzate emerse dai partecipanti quella di creare una rete che metta a sistema quanto oggi è già attivo, ma che necessita di maggiore interazione e coordinamento, anche coinvolgendo le categorie datoriali e rafforzando i protocolli con grandi enti e associazioni di categoria, per favorire una “buona accoglienza” dei detenuti nel mondo produttivo. Durante l’incontro è stato anche richiesto al Comune di farsi portavoce per la riapertura del Provveditorato Regionale in loco, fondamentale per una gestione più efficiente dei flussi e del personale; di attivare un dialogo con il Porto di Genova e nel contempo riattivare i contatti con le aziende municipalizzate affinché diventino partner attivi nei progetti di pubblica utilità. Tra le richieste avanzate e per cui è stato chiesto il supporto dell’Amministrazione, anche l’ipotesi di creare una struttura di accoglienza monitorata per le detenute madri, nel caso di permessi premio, facilitando l’incontro con le famiglie che spesso risiedono lontano. “Vogliamo sapere ciò che vi aspettate da un’Amministrazione comunale- ha detto l’assessora al Welfare- Il nostro compito è raccogliere le vostre indicazioni per trasformarle in azioni concrete entro la fine di questo ciclo di tavoli a novembre. La sindaca ha molto a cuore l’attivazione degli Articoli 21 attraverso la macchina comunale, rilanciando i lavori socialmente utili per la manutenzione e il decoro delle aree cimiteriali. È un’esperienza che in passato ha dato ottimi frutti e che intendiamo ripetere, coordinandoci con gli istituti di pena con cui abbiamo già avviato approfondimenti tecnici”. “La Consulta ha il pregio di far dialogare simultaneamente soggetti che spesso operano in modo isolato- ha detto l’assessore al Lavoro- Sul tema del lavoro, il nostro obiettivo è passare dal confronto generale a progetti individuali e concreti. Nonostante i numeri siano contenuti, la sfida è integrare gli strumenti del welfare con le politiche attive del lavoro, agendo come collante tra Regione, Terzo Settore e realtà datoriali. Dobbiamo pensare ‘in gruppo’ per restituire alla comunità risultati tangibili che partano dal carcere e arrivino al post-pena”. Il calendario della Consulta prevede nuovi incontri tematici cadenzati fino all’autunno, con l’obiettivo di redigere un documento programmatico che definisca il nuovo assetto delle politiche di inclusione per la città di Genova. Brindisi. Carceri, siglato protocollo d’intesa per tutelare i figli dei detenuti brindisireport.it, 12 marzo 2026 Un accordo territoriale per proteggere i minori e supportare la genitorialità in prigione. Coinvolti Asl, Uepe e diversi Comuni del territorio. Questa mattina, mercoledì 11 marzo, nel Salone di rappresentanza della Provincia di Brindisi, si è tenuto un incontro istituzionale dedicato alla presentazione del Protocollo di intesa per il sostegno alla genitorialità dei detenuti e alla tutela dei minori, promosso dalla Provincia di Brindisi attraverso l’Ufficio del Garante delle persone private della libertà personale. All’incontro hanno preso parte Valentina Farina, Garante dei detenuti della Provincia di Brindisi, e Fernanda Prete, dirigente della Provincia di Brindisi. Il protocollo nasce dall’esigenza di rafforzare il raccordo tra la Casa Circondariale di Brindisi e i servizi territoriali, con l’obiettivo di promuovere una presa in carico integrata dei figli di persone detenute e di sostenere le relazioni familiari e genitoriali durante il periodo di detenzione. L’accordo mira in particolare a favorire il mantenimento del legame affettivo tra genitori detenuti e figli, garantendo il superiore interesse dei minori, promuovendo interventi coordinati tra istituzioni e servizi e rafforzando le azioni di supporto educativo, sociale e psicologico rivolte ai nuclei familiari coinvolti. Tra gli obiettivi principali figurano il rafforzamento della collaborazione operativa tra carcere e servizi del territorio, la presa in carico tempestiva dei minori, il sostegno alla genitorialità e l’istituzione di un Tavolo tecnico permanente per il coordinamento delle attività e il monitoraggio degli interventi. I primi firmatari del protocollo sono l’Asl di Brindisi, l’Uepe, la Provincia, i Comuni di Brindisi, Oria e Ostuni, oltre alla Casa Circondariale. L’iniziativa rappresenta un passo significativo verso la costruzione di una rete territoriale stabile e condivisa, finalizzata a tutelare i diritti dei minori e a sostenere percorsi di responsabilizzazione e reinserimento sociale dei genitori detenuti. Avellino. “Un altro modo è possibile”, l’iniziativa di giustizia riparativa nel carcere irpinianews.it, 12 marzo 2026 Un confronto sul rapporto tra autore di reato e vittima, sul valore dei percorsi di reinserimento. È lo spirito dell’iniziativa “Un altro modo è possibile - Percorsi di Giustizia Riparativa nelle carceri irpine”, curata da Giuseppe Centomani e Giovanna Perna, in programma giovedì 12 marzo alle 10:45 presso la Sala Polivalente della Casa di Reclusione di Sant’Angelo dei Lombardi. L’appuntamento si inserisce nel contesto delle esperienze avviate negli istituti penitenziari irpini per promuovere una cultura della responsabilità e dell’ascolto reciproco. Un percorso che trova sintesi nelle parole dell’ex ministra della Giustizia, Marta Cartabia, scelte come filo conduttore dell’incontro: “La presa di responsabilità di fronte alla vittima non è una scorciatoia, ma una forma di giustizia esigente, che richiede tempo e coraggio.” La giornata si aprirà alle 10:45 con i saluti istituzionali della dott.ssa Marianna Adanti, direttrice della Casa di Reclusione. A seguire, alle 10:50, la presentazione del video curato da Pietro Centomani, responsabile del montaggio e da Giuseppe Centomani, coordinatore tecnico dell’associazione “Il Lampione della Cantonata”. Alle 11:15 è prevista la proiezione. Il dibattito si aprirà alle 11:45, moderato dall’avv. Giovanna Perna, presidentessa dell’associazione promotrice. Interverranno: S.E. Mons. Pasquale Cascio, Arcivescovo di Sant’Angelo dei Lombardi, Dott.ssa Loredana Camerlengo, Magistrato di Sorveglianza di Avellino, Dott.ssa Rosa Anna Maria Repole, Sindaco di Sant’Angelo dei Lombardi. Le conclusioni, alle 12:30, saranno affidate a Giuseppe Centomani, prima della chiusura dei lavori prevista per le 12:35. Roma. Alla Lumsa un convegno sulla detenzione di persone con dipendenze agensir.it, 12 marzo 2026 “Oltre la pena: sicurezza, salute e valore sociale. Un nuovo protocollo per il detenuto con Oud (Opioid Use Disorder)”. Questo il tema di un convegno che si terrà domani mattina presso l’Aula Giubileo dell’Università Lumsa a Roma. Si tratta - si legge in una nota - di “un momento cruciale di dialogo tra il sistema giudiziario, la sanità e le scienze sociali sulla gestione delle dipendenze all’interno delle strutture penitenziarie che nasce dalla necessità di far convergere la cultura del diritto e le scienze umane per definire responsabilità, percorsi decisionali e modelli assistenziali mirati”. Al centro del dibattito, la presa in carico delle persone detenute con disturbo da uso di sostanze (Dus) e concomitante disagio psichico e sociale. In questo ambito, i disturbi del comportamento e le comorbidità psichiatriche presentano “prevalenze significativamente superiori rispetto alla popolazione generale, richiedendo un approccio specialistico e multidisciplinare”. Il convegno si inserisce nell’ambito delle attività didattiche promosse da Alfredo De Risio, docente di Psicologia criminale e di Psicologia clinica penitenziaria dell’Università Lumsa e direttore del Master di secondo livello in Psicologia dell’esecuzione penale e offender management presso la stessa Università, e trova le sue fondamenta in un dialogo culturale e scientifico tra il Centro di ricerca interdipartimentale sui sistemi sociali e penali Das - Diritto alla Speranza della Lumsa e l’Associazione dei Centri per la ricerca e l’osservazione dei sistemi salute. I lavori saranno aperti dai saluti istituzionali del rettore della Lumsa Francesco Bonini, di Andrea Delmastro Delle Vedove, sottosegretario di Stato al ministero della Giustizia, e Riccardo Turrini Vita, garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale. Successivamente l’introduzione di Ernesto Napolillo, direttore generale dei detenuti e del trattamento Dap darà il via agli approfondimenti della sessione mattutina: “Governance del budget e impatto dei nuovi trattamenti farmacologici”; “Diritto alla salute come garanzia di dignità”; “Gestione territoriale e budget salute”; “Modelli e strumenti di integrazione: L’esperienza di Regina Coeli”. La sessione pomeridiana, aperta dall’introduzione del sen. Giuseppe Lumia, già presidente della Commissione parlamentare Antimafia, vedrà i relatori confrontarsi su “Sicurezza, ordine e aspetti sanitari negli istituti penitenziari”; “Il percorso di rieducazione e l’accesso al lavoro”; Il ponte verso il reinserimento: le comunità terapeutiche e altre forme di residenzialità”; “Il diritto alla speranza”. Solidali tra le sbarre e l’esperienza di Controluce di Dimitri Grego Il Manifesto, 12 marzo 2026 A proposito di un libro, edito da Ets, di Giovanna Baldini che racconta la sua esperienza di volontaria alla Casa circondariale “Don Bosco” di Pisa. Giovanna Baldini insegna lettere nei licei, ma da oltre quindici anni attraversa ogni settimana un altro tipo di aula: quella della Casa circondariale “Don Bosco” di Pisa. È volontaria e socia di Controluce, associazione di volontariato penitenziario attiva nel territorio pisano dal 1993. Da questa esperienza nasce “Solidali tra le sbarre. L’esperienza di Controluce nella realtà pisana” (1993-2025), pubblicato da Ets (pp. 124, euro 12): un libro che prova a restituire ombre e spiragli di luce di un mondo troppo spesso evocato solo nelle emergenze. Il tema è incandescente e cruciale, basterebbe sfogliare l’ultimo rapporto di Antigone per misurare la portata della crisi: un tasso di sovraffollamento che ha toccato il 138,5% e 79 suicidi in un anno. Numeri che non sono semplici statistiche, ma indizi di un sistema al limite (sul manifesto ha scritto, e scrive, di questi temi Eleonora Martini, ndr). Dentro questo quadro nazionale, Giovanna Baldini sceglie la lente della “piccola” realtà del Don Bosco. Ma è proprio nella dimensione locale che il libro trova la sua forza: ciò che accade in quell’istituto diventa lo specchio di un paese. Fin dalle prime pagine, il lettore è accompagnato in un viaggio che sembra senza uscita, eppure attraversato da ostinati segnali di possibilità. Le criticità emergono con nettezza: condizioni igieniche e sanitarie precarie, fragilità psichiche diffuse, tensioni che investono non solo i detenuti ma anche gli agenti. E tuttavia, accanto al disagio, prendono forma esperienze educative e culturali capaci di aprire varchi. Progetti che, come fiori di loto nella melma, riescono a sbocciare dove meno ce lo si aspetterebbe. Viene in mente Edward Bunker, detenuto di lungo corso prima di diventare autore di culto del noir, quando nella sua autobiografia Educazione di una canaglia raccontava come la scrittura e lo studio possano trasformarsi in strumenti di riscatto. “Solidali tra le sbarre” raccoglie anche alcune storie a lieto fine, ma non indulge mai nell’edificazione. L’aspetto più convincente del libro sta piuttosto nella sua paziente perizia antropologica: Baldini osserva, ascolta, ricostruisce. Scandaglia le relazioni, i linguaggi, le ferite e le resistenze quotidiane, mostrando come la solidarietà non sia una parola astratta ma una pratica concreta, capace di offrire seconde possibilità. Il discorso resta complesso, stratificato, privo di scorciatoie. Eppure, in un tempo in cui il carcere torna a essere terreno di scontro securitario, questo libro ricorda che le prigioni sono uno dei luoghi decisivi della nostra democrazia. È lì che parole fuori moda come compassione e speranza possono ancora trovare senso. E, forse, tornare a interrogarci. Di cosa sono capaci insieme due donne! di Valeria Climaco* Ristretti Orizzonti, 12 marzo 2026 Il 7 marzo, su invito della Presidente Grazia Garrino, ho avuto il privilegio di tenere presso il Centro femminile Italiano di Vercelli, di cui sono socia, la conferenza sulla ricorrenza della giornata internazionale dei diritti della donna. Avevo scelto come tema il racconto di una storia impossibile divenuta possibile: il legame di amicizia, cura, affetto, responsabilità reciproca tra Agnese Moro e Adriana Faranda, rispettivamente vittima in quanto figlia e complice in quanto militante nelle Brigate rosse, dell’assassinio dell’on. Aldo Moro. Tutto l’interesse sul tema per me è partito da un testo dal titolo “Il libro dell’incontro”, del quale avevo sentito parlare in quanto edito in precedenza, ma che solo da qualche mese ha iniziato a scorrermi tra le mani. Come non sempre accade di fronte a un libro, il passaggio di quelle pagine dalle mani alle vie del cuore è stato immediato. Il volume raccoglie senza risparmio di dolore, durezza, verità il percorso di incontro, avvicinamento e pacificazione di un gruppo di protagonisti della lotta armata con i famigliari delle vittime di attentati e stragi, a loro volta vittime di quanto occorso ai loro cari. Percorso auspicato, pensato e sapientemente reso possibile e guidato da tre esperti in tema di giustizia riparativa, quali sono Don Guido Bertagna, il Prof. Adolfo Ceretti e la Dr.ssa Claudia Mazzucato. Forse per solidarietà femminile, forse perché da quasi trentacinque anni mi occupo di trattamento rieducativo in una sezione femminile di un carcere, tra i tanti protagonisti di questo percorso ha particolarmente toccato le corde più sensibili del mio sentire appunto il legame germogliato, cresciuto e consolidatosi tra Agnese Moro e Adriana Faranda. La lettura del libro è stata accompagnata dalla visione attenta di molte registrazioni in video di racconti dell’esperienza del percorso di riparazione, che hanno avuto luogo in contesti diversi, dall’oratorio parrocchiale alla sala conferenze di istituti scolastici superiori, da una delle più importanti piazze di Bologna a un’aula della Camera dei deputati. E un conto è leggere di qualcosa, un altro conto è sentirla raccontare dai protagonisti. Da due delle maggiori protagoniste, in questo caso, Adriana Faranda e Agnese Moro. E scoprire sotto l’apparente scorza dura di Agnese Moro, mentre si racconta, una impensata fragilità tutta umana che ancora a trentun anni dell’assassinio del padre, nel 2009, la ripiega nel pieno di un trambusto di sentimenti negativi, chiusa in sé stessa come “un insetto in una goccia d’ambra”. Non accetta subito l’invito di padre Bertagna all’incontro col volto degli assassini, provvidenzialmente arrivato il 23 dicembre 2009, ma ci ripensa e piano piano si convince di averne bisogno, non per rivangare il passato né per pretesa di scuse o sfogo di cattiveria, ma per dire “basta” a un passato che continua a mordere il suo presente, capirne di più, per comprendere per es. come in una mattina di un certo giorno si possa puntare la sveglia presto per andare a compiere una strage, in cui un uomo sarà sequestrato e i cinque componenti la sua scorta freddati senza pietà, per conoscere quale è stato il seguito dell’ esistenza dei responsabili. E si commuove di fronte a una piantina ricevuta da Franco Bonisoli, componente del commando assassino, nel loro primo incontro proprio a casa sua, tra disordine e ritratti del padre sparsi tra mobili e pareti, e poi ascolta la rivelazione di Bonisoli di aver utilizzato i permessi premio concessigli durante la carcerazione per andare a parlare con gli insegnanti del figlio. E che tenerezza sentir rivelare dalla bocca di Agnese Moro che da parte sua aveva sempre mal tollerato gli incontri scuola famiglia, ai quali aveva sempre incontrato mamme e non papà e questo la porta a vedere nel gesto di Bonisoli/papà il segno di uno zoccolo di umanità presente che lei considera prevalere su quel passato in cui “l’aveva fatta proprio grossa”, compiendo qualcosa di “mostruoso” nel ruolo di esecutore di una strage. Ma il passato non è il presente, afferma Agnese. Certo, non si dimentica e resta irreparabile, ma in lei inizia a trovare il suo posto in un più adeguato scomparto...quello dei ricordi. Ricordi che pian piano si ripuliscono dalle visioni di sangue che li hanno ammantati per oltre trent’anni ogni mattina, quando per lei si rinnovava la scena del padre che si alzava e si preparava per essere prelevato dalla scorta e accompagnato al lavoro, ma al lavoro non arrivava in quanto sequestrato, tenuto prigioniero per cinquantacinque giorni e poi restituito senza vita nel bagagliaio di un’auto. Queste scene ora diventano ricordi del passato, mentre nel presente riprendono vita le immagini belle di un papà buffo, premuroso e tenero quale era stato il suo nei venticinque anni di vita accanto. E sentire poi riconoscere dalla bocca di una “tosta” come Adriana Faranda, che non ha bisogno di mostrarsi fragile perché sono le grinze e le espressioni del suo viso a trasudare fragilità, che era stata la postina di tutti i msg partiti dal covo che per cinquantacinque giorni aveva tenuto sequestrato il papà di Agnese, che pur non avendo partecipato all’uccisione, si reputa comunque assassina al pari degli esecutori. E poi che, nonostante abbia saldato il suo debito con la giustizia in quindici anni di detenzione, proprio come Agnese, a trentuno anni di distanza dell’accaduto, non aveva ancora chiuso la partita con la sua coscienza, perché la sua coscienza reclamava un incontro faccia a faccia con le vittime, in cui sentirsi puntare il dito, gridare contro, offendere, reclamare spiegazioni, magari quelle stesse spiegazioni che lei ripetutamente domandava a se stessa senza esito o trovando ogni volta una risposta diversa. Sapeva che solo un simile confronto faccia a faccia avrebbe potuto rivelarsi catartico, a chiusura del cerchio di quel percorso di giustizia ordinaria concluso secondo le leggi, ma in cui, come in ogni processo, tutto ciò che a un imputato è consentito e’ mediato da un giudice, da un avvocato, esclusa ogni possibilità di contatto diretto autore/ vittima del reato. E apprendere dalla bocca di entrambe, Agnese e Adriana, che quell’incontro finalmente avvenuto, anche se non più tra due giovinette quali erano nel 1978, ma tra le “anziane” che nel frattempo sono diventate, e dipanatosi in mille momenti e occasioni strutturate di dialogo, scontro, discussioni, chiarimenti, rivelazioni, ha dato modo a carnefici e vittime di presentarsi completamente disarmati. Si presentano disarmati coloro che furono assassini, poi ecco che disarmo esige disarmo e anche il gruppo vittime si disarma. E la vittima Agnese Moro, la “non buona” come lei stessa si definisce, capisce di dover abdicare a impulsività, presunzione, saccenza...” non certo per indulgere a sentimenti di perdono, che considera fuori luogo nelle vicende di cui si discorre, (e a tal proposito richiama Martin Luter King quando mette in guardia da atti di perdono, ritenendoli quasi sempre intenzionalmente associati alla riserva di non voler più vedere colui che viene perdonato, ) ma sente più consono al suo sentire l’altro messaggio di “quel gran figo” di Gesù Cristo, (lo indica così) che invita piuttosto a “amare i propri nemici”. E, aggiunge Agnese, “se l’ha detto Lui, che non ci mette mai pesi addosso, ma che si cura di portarci felicità, è sicuramente cosa buona”. E tornando al legame tra Agnese e Adriana, che entrambe definiscono e lo si tocca con gli occhi per come è pregnante di affetto, cura, bene, responsabilità non solo con riferimento al passato, ma presente e futura... a cui io aggiungo “necessità reciproca di vicinanza”, perché dalle registrazioni video l’ho toccata con occhi e mano, ecco che dalla platea gremita, in una occasione di dibattito svoltosi a Ivrea, si leva un’ ultima domanda, quella che anch’io avevo in pectore: siete serene? Agnese riflette...ma poi risponde di sì, porgendo il microfono ad Adriana perché esterni il suo pensiero. Adriana risponde: “a modo nostro sì. Io penso di aver abbastanza fatto pace con me stessa”. E continua riconoscendo all’amica Agnese il merito di averla aiutata in tal senso, quando un giorno, forse di fronte a un particolare suo moto di commozione e emozione per il passato, le disse: “Adria’, la devi piantare. Tu devi guardare quella ragazzina che eri e la devi guardare con più indulgenza. Nel senso... guardati... ma metti la distanza necessaria, considera l’età che avevi, quello che ti passava per la testa, tutto quello che c’era attorno e dentro di te e guardati con indulgenza. Non puoi essere sempre così spietata”. E quindi, continua Adriana, “anche da questo punto di vista, Agnese, proprio lei, mi ha dato una mano formidabile nel farmi sentire più riappacificata con me, con la ragazza che ero prima, che poi sono sempre io, che poi non è che esiste una lobotomia o un’altra serie di lavaggi input che ti fanno diventare un’altra persona. Però ho imparato a mettere le distanze giuste, capirmi un po’ di più, accettare anche i miei lati negativi, a guardare sempre avanti. Quindi a modo nostro siamo più serene”. Ecco, questo racconto non è una favola, ma una storia vera, una bella storia di rialzata dopo una pesante caduta in un fosso per assassini e vittime degli anni di piombo che a me, pensando a queste due donne tra i tanti protagonisti del percorso descritto nel libro, data la ricorrenza dell’8 marzo, fa pensare: di cosa sono capaci insieme due donne! *Capo Area Educativa carcere di Vercelli Economia circolare, inclusiva è meglio di Giampaolo Cerri vita.it, 12 marzo 2026 Una giornata della Direzione Impact di Intesa Sanpaolo sull’Economia circolare e sull’inclusione sociale nel settore moda. In mezzo a imprese sociali che riciclano tessuti ma rigenerano anche le persone. Un racconto e un podcast da ascoltare. Alla fine Luciana Delle Donne regalava i suoi braccialetti verdi, cuciti da chissà quale detenuta, alle persone in sala. Economia circolare, circolarissima quella che la sua Officina creativa costruisce da tempo in tante carceri italiane col marchio Made in Carcere. Stamane a Milano, la Direzione Impact di Intesa Sanpaolo ha proposto un focus su “Economia circolare e Sociale - Il valore nella filiera della moda. Un’opportunità di governance Esg”, che ha riunito a Palazzo Giureconsulti imprese e realtà del Terzo settore. Andrea Lecce durante i lavori - Soprattutto, la struttura guidata da Andrea Lecce ha voluto dare appunto la parola a una serie di realtà sociali impegnate appunto in questa filiera e case history di Economia circolare ma tutte ugualmente esempi da manuale di come il riciclo possa essere virtuosamente ricondotto alla produzione, in contesti che facciano inclusione. Insomma che la E di environmental vada a braccetto con la S di social e tutte e due esaltino l’umano più vulnerabile. Lavoro ai vulnerabili fra legge Biagi e carcere di Verona - Ne sanno qualcosa Anna Fiscale e la sua Quid, cooperativa sociale che in Veneto impiega tante persone con disabilità, applicando le possibilità offerte della Legge Biagi: consente alle aziende di assolvere l’obbligo sul collocamento delle “categorie protette” traslandolo appunto in una cooperativa sociale a cui affidare una commessa. “Abbiamo 25 convenzioni con aziende diverse: da Ikea a Dolce e Gabbana, a Generali”, racconta. Accanto a loro anche 30 detenuti, lavoratori e lavoratrici nel carcere veronese di Montorio. Ridanno vita ai tessuti che poi vanno a Dolce e Gabbana, Folconeri, Antonio Marras. E rigenerano anche a se stessi, per riaffrontare un’esistenza degna, dopo la pena. Nella Cartiera, una pelletteria di lusso - Ne sa qualcosa anche Andrea Marchesini Reggiani, che con i tanti soci di Abantu, molti migranti, tutte persone in condizione si svantaggio, ha creato un laboratorio di moda etica in una cartiera dismessa vicino Marzabotto. “Lavoriamo secondo diverse prospettive”, racconta, “una sostenibilità integrata, capace di offrire opportunità lavorative e l’accesso alla casa e ai servizi, per consentire autonomia e inclusione sociale duratura”. Racconta che, proprio in queste settimane, sta facendo la due diligence di una storica azienda di pelletteria, “un marchio con oltre un secolo di storia, l’ultimo rimasto nel Bolognese”, dice, “vorremmo rilanciarne la produzione di accessori, portandola sulla sostenibilità sociale e ambientale e generativa: abbiamo un anno davanti e sarebbe bello, perché sarebbe un’eccellenza del lusso”. Di Luciana Delle Donne, che dire? Gli scarti che trasforma in bag, in bracciali e in vestiti con le sue colleghe detenute hanno bisogno di trovare committenti, magari aziende che ne fanno strenne natalizie per dipendenti e clienti: “Generiamo un grande risparmio per lo Stato, abbattendo la recidiva fino allo zero: ogni detenuta “costa” 60mila euro all’anno”, ricorda. Questioni di ecodesign - Naturalmente si parla anche di Economia circolare tout court, di come si stia progressivamente superando il modello lineare tradizionale, favorendo un uso più efficiente dei materiali lungo tutto il ciclo di vita dei prodotti. “Nel settore moda”, ricordano quelli di Intesa Sanpaolo, “l’Economia circolare implica il ripensamento dei processi produttivi attraverso ecodesign, riciclo, riuso e rigenerazione dei capi, oltre allo sviluppo di nuovi modelli come riparazione, noleggio e upcycling. La transizione è sostenuta anche dalle nuove normative europee, tra cui il regolamento sull’ecodesign dei prodotti sostenibili, il divieto di distruzione degli invenduti e il passaporto digitale del prodotto”. Ad aprire i lavori è Massimiano Tellini, head of Circular economy di Intesa Sanpaolo Innovation Center, che illustra come finanza e innovazione possano accelerare la transizione circolare nel settore moda. “Attraverso il nostro approccio sull’economia circolare che si fonda sul concetto open innovation”, dice, “la circolarità diventa leva per la creazione di nuovi modelli di business e percorsi strutturati di sostenibilità oltre che di valore sociale. Dal 2022, tra l’altro, il Gruppo Intesa Sanpaolo ha finanziato 1.400 progetti di economia circolare per circa 16 miliardi di euro, mentre nel Piano di Impresa 2026-2029 sono previste 87 miliardi di euro di nuove erogazioni per la transizione sostenibile”. Laboratori Esg - Anna Roscio, executive cirector Sales & Marketing Imprese Divisione Banca dei Territori, ha quindi parlato dell’esperienza dei Laboratori Esg: nella più ampia strategia del Gruppo guidato da Carlo Messina, Intesa Sanpaolo affianca le imprese nel percorso di transizione Esg attraverso un ecosistema di strumenti e iniziative. “Attraverso i Laboratori”, ha spiegato, “che sonoluoghi di confronto distribuiti su tutto il territorio nazionale, Intesa Sanpaolo accompagna le imprese nell’integrazione della sostenibilità nei modelli di business: ad oggi sono state coinvolte 5mila aziende in 250 incontri fisici e digitali”. Allo stesso modo la Direzione Impact della Banca dei Territori, ricordano da Intesa Sanpaolo “promuove soluzioni finanziarie orientate alla creazione di valore sociale e ambientale, creando connessioni e accompagnando imprese ed enti del Terzo settore con strumenti dedicati, percorsi di valutazione e metodologie di misurazione dell’impatto. La valutazione d’impatto sociale è infatti uno degli strumenti con cui Intesa Sanpaolo misura il valore generato dalle iniziative sostenute. Le analisi sui progetti sostenuti tra il 2022 e il 2024 mostrano che 435 milioni di euro di finanziamenti al Terzo settore hanno generato circa 1,4 miliardi di euro di benefici sociali, pari a oltre 3 euro di valore per ogni euro erogato”. Spiega Andrea Lecce che “la transizione verso modelli di economia circolare e sociale richiede un approccio di collaborazione tra imprese, istituzioni e Terzo settore, capace di generare un’economia fondata sulle relazioni. Con la Direzione Impact promoviamo connessioni e accompagniamo imprese e organizzazioni non profit con strumenti finanziari, percorsi di valutazione e momenti di confronto come i Laboratori Esg profit / non profit. In questo modo”, ha concluso, “sosteniamo progetti capaci di creare valore economico e sociale insieme: la valutazione d’impatto mostra che, grazie al nostro credito, gli investimenti delle realtà finanziate generano benefici per le comunità pari a oltre tre volte le risorse impiegate”. Il braccialetto di Made in Carcere, ne siamo certi, di euro “impattanti” ne genera anche di più. “Ora proseguo per Lecco”, mi dice salutando Delle Donne, “c’è da fare anche là, stiamo ragionando di nuovi progetti”. Indossa un abito etichettato vistosamente col brand delle donne detenute questa Ufficiale dell’ordine al merito della Repubblica, premiata da Sergio Mattarella nel 2023: il capo della Stato volle, tramite lei, attribuire idealmente un riconoscimento a tutte quelle vite che recuperano, riciclano e rinnovano se stesse. Da grande costituzionalista, l’articolo 27 della nostra Legge fondamentale lo conosce a menadito. Aiuto al suicidio, una giudice riconosce il diritto che non c’è di Eleonora Martini Il Manifesto, 12 marzo 2026 La Gip di Milano: Cappato non è punibile per due pazienti accompagnati in Svizzera. Elena e Romano rifiutarono l’”accanimento terapeutico” dei trattamenti clinici. Chissà se anche questa decisione presa dalla Gip di Milano verrà additata dall’attuale inquilina di Palazzo Chigi come uno di quei casi in cui “la magistratura ci impedisce di governare”. Perché è sicuro che, disponendo l’archiviazione delle inchieste aperte nei confronti di Marco Cappato per l’aiuto al suicidio fornito nel 2022 a Elena e Romano, due malati terminali che avevano ritenuto “accanimento terapeutico” i trattamenti medici a loro prospettati, la giudice milanese Sara Cipolla è andata ben oltre i limiti imposti dal testo base del ddl sul Fine vita depositato al Senato nel luglio scorso dal forzista Zanettin e dal meloniano Zullo. Testo - in stallo totale nelle Commissioni Giustizia e Affari Sociali - che non riesce neppure ad essere fedele al proprio nome, in quanto tradisce perfino le disposizioni dettate dalla Consulta nella sentenza-leader 242/2019 Cappato/Dj Fabo. “Quando il Parlamento continua a non intervenire, sono le persone malate a far affermare, anche nei tribunali, principi di libertà, dignità e uguaglianza”, commenta il tesoriere dell’associazione Luca Coscioni che per quei viaggi in Svizzera si autodenunciò subito dopo. Cappato infatti aveva accompagnato a morire, nella clinica Dignitas di Zurigo, prima (agosto 2022) la signora Elena, 69enne veneta malata terminale di cancro che non voleva sottoporsi ad un nuovo ciclo di chemioterapia, poi (novembre 2022) il signor Romano, 82 anni, affetto da una forma grave di Parkinson, che rifiutava il sondino Peg per l’alimentazione artificiale. Entrambi chiesero l’aiuto dell’associazione Coscioni per raggiungere la Svizzera in quanto, non essendo tenuti in vita da un “trattamento di sostegno vitale”, in Italia non soddisfacevano uno dei requisiti individuati fino ad allora dalla Consulta. Ma la Gip, quando il 3 marzo scorso ha accolto la richiesta di archiviazione formulata nel settembre 2023 dal pm Luca Gaglio e dall’aggiunta Tiziana Siciliano, secondo i quali bisognava interpretare in modo più estensivo i requisiti dettati dalla Consulta nel 2019 e considerare “futili ed espressivi di accanimento terapeutico” i trattamenti rifiutati dalla signora Elena e dal signor Romano, ha basato il proprio giudizio sui successivi pronunciamenti dei giudici costituzionali, davanti ai quali la stessa magistrata milanese aveva sollevato la questione di legittimità. La Consulta ha infatti chiarito nel luglio 2024 e precisato meglio nel maggio 2025 che “dal punto di vista costituzionale non vi può essere distinzione tra il paziente sottoposto a trattamenti di sostegno vitale, di cui può pretendere l’interruzione”, e il paziente che, nelle stesse condizioni cliniche, quei trattamenti li rifiuta. Una rinuncia espressa, come spiega ancora l’avvocata Gallo, “esercitando un diritto costituzionalmente garantito perché il trattamento è ritenuto inutile, sproporzionato, futile e contrario alla propria dignità”. D’altronde, “il requisito del “trattamento di sostegno vitale” non può essere ridotto alla sola presenza attuale di un macchinario o di un presidio sanitario in funzione”. Per questo, “il decreto di archiviazione - conclude la segretaria nazionale dell’associazione Coscioni - recepisce l’evoluzione della giurisprudenza costituzionale: dalla sentenza 242/2019, alla 135/2024, fino alla 66/2025 che ha chiarito in modo definitivo come il riferimento al “trattamento di sostegno vitale” debba essere letto alla luce degli articoli 2, 3, 13 e 32 della Costituzione, della legge 219/2017 sul consenso informato e sulle Dat, e del diritto della persona malata di rifiutare qualsiasi trattamento”. Di conseguenza, ha stabilito la Gip, chi fornisce aiuto al suicidio del malato terminale, capace di intendere e volere e che si trovi in queste condizioni cliniche, non è punibile. Per Cappato e Gallo si tratta di “un precedente prezioso” che afferma il diritto di sottrarsi ad una condizione che viene percepita come “tortura”. “Ora bisogna fare sì che il Parlamento italiano non cancelli questo diritto: sarebbe gravissimo. Ci mobiliteremo - assicurano i due attivisti - affinché questo non accada e continueremo ad aiutare le persone che ce lo chiedono, se necessario anche ricorrendo ad azioni di disobbedienza civile”. Migranti. Rimpatri impossibili? è colpa del Governo di Rachele Scarpa* L’Unità, 12 marzo 2026 A febbraio Meloni e soci hanno riempito il lager di Gjader con 75 persone, ben sapendo che portarli lì avrebbe impedito di deportarli nei Paesi d’origine. Pura campagna elettorale fatta sulla pelle dei migranti. Il centro di detenzione di Gjadër svuotato e poi riempito all’improvviso: un’operazione politica costruita per puntare il dito contro la magistratura a una settimana dal referendum sulla giustizia La strumentalizzazione della presidente del Consiglio di quanto sta accadendo nel Cpr in Albania è grave e merita chiarezza. Partiamo da un fatto elementare: nessun giudice “impedisce il rimpatrio” di alcun cittadino straniero. L’unico soggetto che li impedisce è il Ministero dell’Interno, che non riesce a effettuare i rimpatri né quando le persone si trovano in carcere, né quando si trovano nei Cpr italiani. Anzi: portare le persone in Albania significa di fatto allontanare la prospettiva del rimpatrio. I rimpatri dall’Albania non sono possibili in via diretta - continuano ad avvenire tutti da Roma - e si innesca il meccanismo che va avanti da oltre un anno: i giudici applicano la legge alla luce delle direttive dell’Unione europea, che al momento non sono compatibili con il Protocollo Italia-Albania. “Solo chi è ignorante o in malafede potrebbe pensare che i giudici avrebbero anticipato l’entrata in vigore del nuovo Patto europeo” Non lo erano un anno fa, non lo sono oggi. Anche con le nuove regole europee non è affatto certo che l’impianto dei centri albanesi regga così com’è. I giudici, con i rimpatri riusciti o mancati che siano, non c’entrano niente. L’operazione politica del governo su questo è stata chiara. Nonostante nulla fosse cambiato nelle premesse che avevano portato il centro albanese a essere una struttura fantasma vuota nel corso dell’ultimo anno, a metà febbraio il governo lo ha riempito con circa 75 nuovi trasferimenti, nel silenzio e nell’opacità. Lo abbiamo dovuto far emergere noi deputati di opposizione, recandoci fisicamente a Gjadër, dove in ogni caso non abbiamo accesso ai nomi o ad alcuna informazione sensibile sui trattenuti. Opaco è stato anche il criterio di selezione secondo cui si sceglieva chi trasferire dai Cpr italiani, che - com’è ben noto - non sono né pieni né sovraffollati. Nella visita ispettiva, limitata nei tempi e nell’accesso alle informazioni, avevo riscontrato delle assurdità che fanno quantomeno dubitare delle ricostruzioni della premier, per cui tutti i trattenuti in Albania sarebbero socialmente pericolosi: ho incontrato almeno due persone già state a Gjadër che risultavano senza precedenti di alcun tipo, perfettamente integrate ma intrappolate nel circolo vizioso dell’irregolarità che le esponeva allo sfruttamento. Chi libera davvero i trattenuti in Albania? A impedire il rimpatrio dei trattenuti nei Cpr italiani e albanesi non sono certo i giudici, ma il Ministero dell’Interno e, al massimo, i paesi d’origine con cui non abbiamo accordi e che non manifestano l’intenzione di “riprendersi” queste persone. A liberarle è il governo stesso, nel momento in cui le trasferisce dall’Italia all’Albania violando le direttive UE in materia di asilo. La scelta di riempire nuovamente il centro era evitabile e intenzionale: si è scelto di farlo, almeno in parte, selezionando appositamente con persone che hanno in passato commesso e già scontato dei reati, sapendo benissimo che sarebbero state messe in libertà. Sorgono allora domande inevitabili: se queste persone sono così pericolose, perché non lasciarle nei Cpr italiani, dove il trattenimento era già stato convalidato? Perché non sono state rimpatriate appena uscite dal carcere? E se non si è riusciti a organizzare il rimpatrio dal carcere o dal Cpr italiano, perché mai dovrebbe essere più semplice dal Cpr albanese? Si sta giocando con la grande opacità dell’intera operazione Albania, con i soldi dei contribuenti e anche con le storie drammatiche di violenza che possono esserci dietro ogni caso individuale. Il tutto per poter puntare il dito contro la magistratura, a una settimana dal referendum sulla giustizia. Un’operazione spregiudicata e indegna. Stati Uniti. Immigrati morti sotto la custodia dell’Ice, mai così tanti negli ultimi vent’anni di Iacopo Luzi La Stampa, 12 marzo 2026 In 6 mesi sono già decedute 23 persone arrestate e incarcerate dagli agenti federali. Un numero tre volte superiore a quello del 2024. Negli Stati Uniti è l’anno più mortale degli ultimi venti per le persone in stato di detenzione per ragioni d’immigrazione. Da ottobre 2025, sono morte più persone sotto custodia dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice) - parliamo di 23 individui - che nell’intero anno fiscale precedente con 12 decessi. Il più recente, a marzo, è stato quello di un haitiano di 56 anni, detenuto in un centro di detenzione per immigrazione in Arizona. È morto in ospedale dopo essere entrato in choc settico. Nei due decenni precedenti al 2025, la media dei morti è stata di 13 individui ogni anno. L’aumento dei decessi si verifica mentre quasi 70.000 persone sono in stato di detenzione presso l’ICE, il numero più alto degli ultimi anni. Ex funzionari dell’agenzia e sostenitori dell’immigrazione hanno avvertito che la detenzione di un gran numero di persone, unita a una riduzione dei controlli, aumenterà la probabilità di un maggior numero di vittime. “Le condizioni abominevoli e in peggioramento nei centri di detenzione, la grave negligenza e la totale mancanza di controllo hanno contribuito a un altro triste record di decessi sotto la custodia dell’ICE”, afferma Jennifer Ibañez Whitlock, consulente per le politiche del National Immigration Law Center, un’organizzazione per la difesa dei diritti degli immigrati. Il Dipartimento per la sicurezza interna (DHS) non ha risposto alla richiesta di commento de La Stampa sul conteggio dei decessi. “In nessun momento della detenzione viene negata l’assistenza sanitaria di emergenza a un immigrato straniero”, ha dichiarato l’ICE in un comunicato stampa che annunciava la morte dell’uomo in Arizona. La scorsa estate, il Congresso ha stanziato per il DHS circa 70 miliardi di dollari per assumere più personale, inclusi agenti addetti alle deportazioni e alla detenzione, e per aumentare gli spazi di reclusione, nell’ambito del pacchetto di spesa pubblica del “One Big Beautiful Bill Act” approvato dai Repubblicani e da Donald Trump. Milano, gli americani in piazza contro gli agenti dell’Ice alle Olimpiadi: “Sono pericolosi” - Ma il rapido aumento degli arresti per immigrazione ha contribuito al sovraffollamento, alle condizioni igieniche precarie e ai problemi di accesso al cibo e all’assistenza sanitaria nei centri di detenzione, secondo quanto riportato dai media americani e dai sostenitori dell’immigrazione. A gennaio, sono stati confermati casi di morbillo tra i detenuti del Florence Detention Center in Arizona e del Dilley Immigration Processing Center in Texas, che ospita famiglie. Un altro focolaio è stato segnalato questo mese al Camp East Montana, una struttura in Texas che ha registrato separatamente tre decessi. Le condizioni mediche relative ai decessi degli ultimi mesi hanno incluso problemi cardiaci e astinenza da droghe, mentre altre cause sono sconosciute. In generale, il DHS afferma che i detenuti ricevono una valutazione sanitaria completa entro 14 giorni dall’ingresso in custodia dell’ICE o dall’arrivo in una struttura, oltre ad avere accesso ad appuntamenti medici e cure di emergenza 24 ore su 24. “L’ICE sta reclutando attivamente operatori sanitari, tra cui medici, infermieri, psichiatri, farmacisti e amministratori sanitari, per supportare l’ampliamento della capacità di detenzione resa possibile dagli storici finanziamenti erogati nell’ambito del One Big Beautiful Bill del Presidente Trump”, ha dichiarato, a febbraio, un portavoce del DHS in un comunicato, senza fornire aggiornamenti sulle attività di reclutamento. Tuttavia, numerosi professionisti sanitari assegnati ai centri di detenzione per immigrati hanno riferito di aver assistito a screening caotici e a ritardi potenzialmente letali nella consegna di farmaci e cure ai detenuti. Le condizioni di sovraffollamento e di carenza di personale, inoltre, hanno spinto alcuni a dimettersi. Uno studio del 2024 dell’American Civil Liberties Union e di altri gruppi di difesa dei diritti ha rilevato che la stragrande maggioranza dei 52 decessi avvenuti nei centri di detenzione per immigrati tra il 2017 e il 2021 sarebbe stata evitata se le persone avessero ricevuto cure mediche “clinicamente appropriate”, come l’accesso ai farmaci necessari o un trattamento tempestivo. L’ufficio per i diritti civili e le libertà civili del DHS, l’ICE Health Services Corps e l’Immigration Office of Detention Oversight solitamente indagano su qualsiasi decesso avvenuto in custodia dell’ICE. Ma questo ufficio è stato fra quelli di controllo che hanno subito centinaia di tagli di personale nell’ultimo anno da parte dell’amministrazione Trump: tale sventramento, secondo gli esperti, potrebbe comportare un aumento dei decessi in custodia. Anche la supervisione del DHS è stata influenzata dallo shutdown del governo dell’autunno scorso: durante i 43 giorni di chiusura totale delle attività governative dello scorso autunno, il DHS ha dichiarato che il suo Ufficio di Supervisione delle Detenzioni è rimasto chiuso. Cinque persone sono morte in custodia durante questo periodo. Il Dipartimento per la Sicurezza Nazionale, attualmente, è di nuovo in shutdown, da quasi un mese, per la mancanza d’accordo sul suo finanziamento attuale fra i legislatori nel Congresso. I democratici hanno sollevato interrogativi sul crescente numero di decessi in detenzione e sull’accesso dei detenuti all’assistenza sanitaria, nonché sul ritardo nella segnalazione dei decessi al pubblico. “È inaccettabile che un numero record di persone muoia sotto la custodia dell’ICE”, hanno scritto a febbraio i membri democratici della Commissione Giustizia del Senato. “Ogni morte sotto la custodia dell’ICE è una tragedia e, sulla base delle prove disponibili nei registri dell’agenzia, nelle chiamate al 911 e negli esperti medici, molte si sarebbero potute evitare se non fosse stato per le decisioni di questa amministrazione”. Russia. La ex detenuta Sasha Skochilenko: Mosca incarcera i ragazzi, liberiamoli di Raffaella Chiodo Karpinsky Avvenire, 12 marzo 2026 A colloquio con la giovane artista russa che ha scontato due anni di prigione per aver sostituito i cartellini del supermarket con messaggi sulla guerra. La giovane artista Alexandra Skochilenko “Sasha” per avere sostituito 5 cartellini dei prezzi in un supermercato di Pietroburgo con messaggi sulla guerra in Ucraina è stata condannata a 7 anni di reclusione. Ne ha scontati oltre due prima di essere rilasciata in occasione dello storico scambio di prigionieri tra Russia e alcuni Paesi occidentali nel 2024. Questo il nostro colloquio durante il nostro incontro a Roma. Ci siamo incontrate a Vienna un anno e mezzo fa, poco dopo il rilascio. Come come va ora la tua vita a Berlino ora? Sto bene perché quello che sognavo in prigione si è avverato. Certo ho avuto un trauma enorme dopo la prigione, ma ci ho lavorato quest’anno con la psicoterapia e ora sto molto meglio. Sarebbe tutto fantastico se le ragioni per cui sono stata in prigione fossero sparite. Invece la guerra continua. Incontro molte persone ucraine che hanno sofferto e ne pagano le conseguenze. Pensavo che dopo quel che ho fatto sarebbe stato più facile guardarle negli occhi. Ma resta comunque molto difficile, soprattutto quando mi dicono “Ammiro il tuo coraggio” o “Non riesco a immaginare come sia stato per te”. In quel momento penso che tutto quello che ho passato è comunque niente rispetto alla sofferenza di chi è colpito dalla guerra. Non avere un menù speciale (Sasha è celiaca e in carcere non era prevista un’alimentazione adatta a lei, ndr) non è paragonabile al fatto di non sapere se tornerai in una delle città assediate o temere che domani tuo figlio possa non esserci più. Inoltre, in Russia sempre più persone vengono incarcerate. Non basta una rara buona notizia sul rilascio di qualcuno, perché le notizie per lo più sono negative. Quando mi hanno incarcerata, le pene erano tra i cinque e i sette anni. Ora sono aumentate e vanno dai dieci fino a venti anni. Ricordo che la prima cosa che mi dicesti a Vienna è che eri molto preoccupata per i bambini che si trovano in carcere. E ora? Il tema degli adolescenti e dei minorenni in carcere è molto potente e può aiutare ad aprire gli occhi su quello che realmente succede in Russia. È un argomento che non può trovare scuse neanche tra coloro che ritengono che il regime di Putin sia una cosa buona e normale. Io penso che le repressioni che si esercitano sugli adolescenti siano crimini che meritano un tribunale internazionale speciale. Come per i casi degli ucraini detenuti nelle carceri russe, perché questi vengono detenuti in vere e proprie fosse. Nessuna condizione carceraria in cui si trovano prigionieri politici russi può essere paragonata per gravità a quella che vivono gli ucraini. Per quanto riguarda gli adolescenti, so che l’appello per uno scambio di questo genere di prigionieri politici, nel caso si dovesse mai verificare, sarebbe il più difficile nella storia, perché di un ragazzo bisogna prendersi cura, è necessario creare condizioni speciali. Ma mi chiedo se questa difficoltà possa essere una ragione per fermarci quando sappiamo di casi di violenza in prigione e che ci sono dei ragazzini che possono morire. So che hai a cuore in particolare il caso di Arsenij Turbin che Avvenire segue dall’inizio... Si, vive una situazione molto difficile. Arrestato quando aveva 15 anni, ora ne ha 17: è condannato a 5 anni per un crimine che non ha commesso. Cercano di costringerlo ad ammettere di aver partecipato ad atti terroristici. Arsenij ha semplicemente espresso le sue idee sul regime in Russia alle persone che incontrava, parlava con le nonnine sulle panchine. Lo tormentano, ostacolano in tutti i modi l’incontro con la madre. Si trova in un carcere lontano da dove vive la sua famiglia. Quando la madre affronta il viaggio raccogliendo tutte le sue forze e risorse per visitarlo, lo mettono in isolamento negandogli così di vederlo e parlargli. Negare a una madre di vedere suo figlio minore è del tutto disumano. Quando eri in cella tua madre è stata in Italia, ricevuta dalla presidente del Consiglio comunale di Roma e ha avuto un’audizione con Laura Boldrini al Comitato diritti umani della Camera. Oggi è ancora impegnata? Si, quotidianamente sostiene i prigionieri politici, è in contatto con i detenuti, scambia con loro lettere, così come è in contatto con altre madri, parenti e i gruppi di sostegno dei detenuti. Svolge un’opera straordinaria di diffusione delle informazioni e favorisce l’intreccio di legami per aiutare i prigionieri. Lo fa in modo del tutto volontario. Purtroppo, da quando sono stata liberata, di rado la invitano a parlare. Eppure lei ha un patrimonio di informazioni che molti attivisti per i diritti umani non hanno. Penso che alle madri dei minorenni bisognerebbe dare la possibilità di essere ascoltate perché le lacrime di una madre possono avere la forza che nessun altro atto al mondo riesce ad avere.