La cultura non salva chi sta in carcere, ma indica una via diversa di Davide Ferrario Corriere della Sera, 11 marzo 2026 Fanno discutere alcuni provvedimenti presi dal Dipartimento dell’amministrazione Penitenziaria, l’organo incaricato della gestione delle carceri italiane, riguardanti le attività culturali dietro le sbarre. A Rebibbia si è arrivati al paradosso di consentire ad alcuni detenuti che fanno teatro (un’attività che va avanti con successo da decenni) di poter salire in palcoscenico solo se non c’è il pubblico. Ma anche dalle nostre parti non si scherza. A Saluzzo è stata annullato lo storico programma di incontri tra detenuti e studenti delle superiori che si teneva nell’ambito delle attività del Salone del Libro, considerato “inopportuno”. Viene la tristezza nel constatare quanto vengano frustrate le energie del volontariato: perché quasi sempre di questo si tratta, di iniziative che non costano una lira alle istituzioni ma che spesso rappresentano l’alternativa a un sistema che - contro lo spirito della Costituzione - non educa né riforma ma riproduce solo sé stesso. Per fortuna non ci sono solo cattive notizie. Al Lorusso e Cutugno di Torino, per esempio, sono in corso proprio in questo periodo attività rivolte soprattutto a una popolazione carceraria di tipo nuovo, molto diversa da quella che io stesso ho conosciuto alle Vallette nel primo decennio del Duemila, durante i miei anni da “articolo 17”, la dizione ufficiale per i volontari. Intanto, allora il carcere poteva contare su una politica di apertura che consentiva uno scambio proficuo tra istituto e territorio. Ma, soprattutto, chi stava dentro corrispondeva a un tipo di devianza tradizionale: forse più socialmente pericoloso, ma anche culturalmente più strutturato. Oggi in carcere, anche per effetto del Decreto Caivano, ci sta invece una marea di giovani, spesso stranieri, che sono cani sciolti refrattari a qualsiasi sollecitazione, spesso con problemi di dipendenza da psicofarmaci. Proprio a un gruppo di loro è dedicato il lavoro che sta facendo il regista Giuseppe Schillaci, con un progetto promosso da Liberazioni, il festival dedicato al carcere dall’associazione Museo Nazionale del Cinema. Dall’inizio di marzo, con la concreta partecipazione della direzione e delle educatrici, si sta svolgendo un laboratorio di cinema che porterà alla realizzazione di un cortometraggio. Qualcuno si chiederà: sì vabbè, ma a cosa serve il cinema in carcere? Io, dopo averci girato un film e una serie di corti a uso interno, posso rispondere con franchezza e senza buonismi. No, il cinema non salva nessuno né l’arte opera miracoli: ma il lavoro condiviso che si fa su un set indica una via diversa a chi vi partecipa. Nella mia esperienza dà un senso alle giornate “dentro” tramite la collaborazione su un progetto collettivo, educa al lavoro. È questo che può aprire le coscienze a non arrendersi all’abbrutimento: che è la vera condanna che si sconta oggi nei penitenziari italiani. Ivan Szydlik scrive: “Senza dignità non c’è rieducazione” di Davide Varì Il Dubbio, 11 marzo 2026 C’è una lettera che arriva dalla Casa circondariale di Bergamo. La firma Ivan Szydlik, che nel mondo reale si chiama Ivan Errichiello. Per anni uno dei reseller più seguiti d’Italia, capace di costruire un seguito di milioni di persone attraverso i social media, oggi detenuto che scrive alle redazioni per raccontare quello che vede ogni giorno dall’interno di una cella. La lettera non è uno sfogo. Non è nemmeno una richiesta di comprensione. È qualcosa di più preciso: una descrizione del sistema penitenziario italiano fatta da qualcuno che, fino a qualche mese fa, quel sistema non lo aveva mai nemmeno sfiorato nella propria esperienza di vita. “Prima di viverlo sulla mia pelle, non avrei mai immaginato quanto il tema carcerario fosse complesso, umano e urgente”, scrive Szydlik. Ed è proprio questa distanza di prima che rende il testo interessante: non parla un attivista, non parla un esperto di diritto penitenziario, parla qualcuno che è arrivato lì senza aspettarselo. Szydlik racconta di essere stato recentemente trasferito a Bergamo per ragioni di sicurezza, senza entrare nei dettagli. Prima del trasferimento aveva già attraversato altri istituti, e quella mobilità forzata gli ha permesso di osservare dinamiche diverse, confrontare situazioni, capire cosa cambia da un carcere all’altro e cosa invece rimane uguale ovunque. Quello che rimane uguale, scrive, è il sovraffollamento. Alcune celle di Bergamo ospitano fino a dieci detenuti in spazi pensati per numeri ben inferiori. La convivenza forzata, la mancanza di qualsiasi privacy, le tensioni che nascono inevitabilmente in quelle condizioni trasformano ogni giornata in una prova di resistenza continua. I numeri che cita non sono esagerati. A fine febbraio, nelle 189 carceri italiane ci sono 63.801 persone. I posti effettivamente disponibili (sottraendo quelli inagibili), però, sono poco più di 46mila. Significa che ogni cento posti ce ne stanno 138, e che il sovraffollamento non accenna a diminuire. Anzi, rispetto allo stesso mese dell’anno scorso la situazione è peggiorata: ci sono 1.700 detenuti in più e il tasso di affollamento è salito di sei punti percentuali. Sono i dati del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria aggiornati al 28 febbraio, pubblicati sul sito del ministero della Giustizia. La lettera di Szydlik lo conferma con la forza di un dato diretto: dieci persone in una cella. Ma c’è una parte della lettera che spesso viene trascurata quando si parla di sovraffollamento, e che Szydlik invece mette bene a fuoco. Non sono soltanto i detenuti a pagare il prezzo di quella situazione. Gli agenti penitenziari lavorano in inferiorità numerica, con turni che non lasciano respiro, sotto una pressione che si accumula giorno dopo giorno. Il personale sanitario affronta emergenze continue con strumenti e risorse che non bastano mai. Quando le condizioni di lavoro sono queste, garantire sicurezza e percorsi di recupero reali diventa quasi impossibile. “Senza dignità non può esistere rieducazione”, scrive Szydlik. È una frase che arriva senza retorica, come una conclusione logica di quello che ha osservato. Szydlik non descrive soltanto strutture e numeri. Descrive anche le persone. “Ho incontrato persone che hanno sbagliato, come me, ma che desiderano cambiare; ho visto giovani che avrebbero avuto bisogno di essere intercettati prima, aiutati prima, ascoltati prima.” Il “come me” inserito quasi di passaggio dice già molto: non c’è nessun tentativo di distinguersi dagli altri detenuti, nessuna costruzione di un’innocenza alternativa. C’è invece la consapevolezza di aver commesso errori, accompagnata dalla frustrazione per un sistema che non riesce a fare quello che dovrebbe. La parola prevenzione torna più volte nel testo. Szydlik è convinto che il problema si sposti a molto prima del momento in cui qualcuno finisce in cella. I giovani che incontra avrebbero avuto bisogno di qualcuno che li intercettasse prima, in una fase in cui i percorsi erano ancora aperti. È su questo punto che costruisce il proprio progetto per quando uscirà. Attraverso i suoi canali social, che raggiungono milioni di persone, vuole parlare ai giovani delle conseguenze reali dell’uso di sostanze stupefacenti e del commettere reati. Lui sa come funziona la comunicazione digitale, sa cosa cattura l’attenzione di chi ha sedici o vent’anni. Ha costruito la propria visibilità su quella conoscenza. L’idea di usarla per un messaggio diverso da quello a cui aveva abituato i suoi follower è, almeno nelle intenzioni, qualcosa di concreto. Verso la fine del testo arriva un annuncio che non ci si aspetta. Szydlik dice di voler entrare in politica dopo la scarcerazione. “Non per ambizione personale, ma perché credo che chi ha conosciuto certi errori e certe realtà dall’interno possa contribuire a cambiarle con maggiore consapevolezza.” È una dichiarazione che si può leggere in modi diversi. Qualcuno la troverà prematura. Qualcuno la leggerà come parte di una strategia di ritorno alla vita pubblica. Altri penseranno che portare in un’aula parlamentare l’esperienza vissuta dentro un carcere sovraffollato non sia necessariamente una cattiva idea. Il dibattito sulla riforma penitenziaria in Italia ha bisogno di voci che abbiano visto le cose da vicino, non soltanto di chi le affronta sui libri o nei convegni. Quello che colpisce della lettera, letta per quello che è, è il registro. Non c’è la richiesta di comprensione che ci si potrebbe aspettare da qualcuno che scrive da una cella. Non c’è l’autoassoluzione. Szydlik scrive di aver capito i propri errori, di non cercare giustificazioni, di vedere la pena che sta scontando come un momento di responsabilità. Da quel punto costruisce qualcosa che guarda in avanti. Il trasferimento “per ragioni di sicurezza” citato all’inizio e mai approfondito rimane un dettaglio sospeso, che ricorda come il percorso carcerario abbia una complessità interna che non sempre arriva fuori. Ma Szydlik sceglie di non farne il centro del racconto. La domanda che questa lettera lascia aperta riguarda il sistema che descrive. I dati sulla recidiva in Italia si attestano intorno al 70 per cento: sette detenuti su dieci, dopo la scarcerazione, tornano a commettere reati. Non è una statistica che si spiega con la mala volontà di chi esce. Si spiega con quello che succede dentro, e con quello che non succede: niente formazione seria, niente lavoro, niente reti di supporto che reggano il peso di un reinserimento reale. Chi rientra dopo mesi in celle sovraffollate, senza aver costruito nulla, spesso torna a fare quello che faceva prima. Non perché sia irrecuperabile, ma perché le condizioni che avrebbero potuto cambiarlo non c’erano. È la stessa cosa che scrive Szydlik: senza dignità non può esistere rieducazione. Se le intenzioni messe in questa lettera si trasformeranno in qualcosa di concreto, il tempo lo dirà. Ma che un influencer da milioni di follower, la cui voce arriva a una generazione che consuma contenuti digitali prima di qualsiasi altra cosa, abbia scelto di scrivere queste pagine invece di restare in silenzio è già qualcosa che vale la pena considerare. Non per chi conosce già il dibattito sul sistema penitenziario italiano. Per chi quel dibattito non lo ha mai incrociato, e magari lo incrocerà per la prima volta attraverso uno schermo. San Vincenzo De Paoli: “La pena mantenga una finalità rieducativa e garantisca condizioni di umanità” agensir.it, 11 marzo 2026 “La pena, come prevede la Costituzione, deve mantenere una finalità rieducativa e garantire condizioni di umanità. Chi vive il carisma vincenziano è facilitato nel servizio alla fragilità e quindi anche alla persona detenuta. Federico Ozanam ci richiama a lavorare sulla dignità, ridando speranza e prendendoci cura anche delle famiglie”. Lo dice la responsabile del Settore Carcere e Devianza della Federazione nazionale italiana Società di San Vincenzo De Paoli, Antonella Caldart, commentando le parole di Franco Prina all’Assemblea nazionale della Conferenza nazionale Volontariato Giustizia, per il quale il volontariato è un ponte tra carcere e comunità. Accanto all’accompagnamento delle persone detenute, diventa fondamentale lavorare anche sul piano della prevenzione e dell’educazione alla legalità, soprattutto tra i più giovani. Negli ultimi mesi, il Settore Carcere e Devianza della San Vincenzo ha lanciato il progetto “ScegliAmo Bene”, un nuovo percorso educativo rivolto agli studenti delle scuole superiori. L’iniziativa mira a sensibilizzare i giovani sul valore della legalità, sulla responsabilità delle proprie scelte e sull’importanza del ruolo attivo nella comunità. Attraverso laboratori, incontri con formatori di rilievo e attività pratiche, gli studenti hanno l’opportunità di confrontarsi con esperienze concrete e partecipative, sviluppando consapevolezza e autonomia. Il percorso prevede anche la possibilità di mettersi alla prova come volontari, contribuendo direttamente a progetti sociali sul territorio. “Educare alla legalità significa anche formare cittadini consapevoli, pronti a partecipare attivamente alla vita della comunità”, spiega Caldart. La Società di San Vincenzo De Paoli investe molto anche nella formazione dei volontari che consente di comprendere la complessità del disagio sociale e psichico presente nelle carceri, operare con competenza e responsabilità, sviluppare una cultura del rispetto dei diritti, rafforzare il dialogo con le istituzioni e gli operatori del sistema penitenziario. A conferma di questo impegno, si è concluso il 14 febbraio ad Ancona il percorso di formazione “Essere presenza nel mondo del carcere” organizzato insieme ai volontari delle Marche. Oltre cento iscritti provenienti da diverse regioni italiane - giovani under 30 e volontari con esperienza consolidata - hanno preso parte a un ciclo formativo seguito anche da altri Paesi europei, con oltre 1.200 visualizzazioni online. Gli otto incontri, svolti tra Ancona, Pesaro e Ascoli Piceno, hanno approfondito temi centrali come devianza minorile, ascolto empatico, misure alternative, reinserimento sociale, criminalità e dipendenze. “Oltre la buona volontà per entrare in carcere - sottolinea Caldart - servono competenze, capacità di ascolto e la consapevolezza che anche il più piccolo segnale di sollievo alla sofferenza delle persone recluse diventa una spinta a continuare”. Al termine del corso, i volontari saranno progressivamente inseriti nelle strutture penitenziarie del territorio nazionale, rafforzando una presenza preparata, consapevole e stabile. Accanto alla presenza negli istituti, la Società promuove iniziative culturali come il Premio Castelli, concorso letterario che valorizza la scrittura come spazio di riflessione e crescita personale. “Le esperienze formative e lavorative durante la detenzione favoriscono percorsi di responsabilizzazione e riducono il rischio di recidiva -ricorda Caldart -. Offrire occasioni di studio, formazione e lavoro significa preparare il reinserimento nella comunità. Anche il Premio Castelli nasce con questa finalità: aiutare la persona a riconoscersi oltre il reato e a ritrovare la propria dignità”. Cosa cambia per in carcere con il nuovo Decreto Sicurezza di Desi Bruno* civicrazia.org, 11 marzo 2026 Decreto Sicurezza n. 23/2026. Cosa cambia per il carcere? È entrato in vigore da pochi giorni il cd. decreto sicurezza, un corposo provvedimento che dovrà essere convertito in legge entro 60 giorni dal Parlamento. Molte gli interventi: dall’innalzamento delle pene per reati in materia di porto di armi quali coltelli e simili, una nuova figura di rapina aggravata, nuove ipotesi di divieto di accesso a luoghi pubblici e a manifestazioni, nuovi poteri del prefetto, individuazione di zone rosse, introduzione di un fermo di polizia preventivo per 12 ore ed altro. L’occasione è stata fornita da una serie di episodi che ha turbato l’opinione pubblica e ha incrementato la percezione di insicurezza soprattutto in aree urbane degradate. Solo nei primi giorni di marzo molteplici sono stati gli accoltellamenti tra minorenni. In ambito carcerario le nuove disposizioni provocheranno un aumento di ingressi, perché da sempre il mero innalzamento di pene non ha svolto una efficacia deterrente, non accompagnato quantomeno da efficaci misure di prevenzione e di intervento sociale. La storia insegna. È stata introdotta una nuova disposizione di particolare rilevanza, perché amplia la figura dell’agente “sotto copertura”, cioè di colui che può intromettersi nell’attività delittuosa di atri per scoprire delle nuove prove, fingendosi correo, senza incorrere in responsabilità penale, purché non istighi al delitto. La normativa in esame, utilizzata soprattutto per la criminalità organizzata, consente ad Ufficiali dell’Arma dei CC, della Guardia di Finanza e della Polizia di Stato di acquistare stupefacenti e beni che sono il prezzo o il profitto di reato, di concludere accordi illeciti, di corrispondere denaro o altre utilità, al fine di infiltrarsi in attività criminali e identificare gli autori. L’art. 16 del decreto legge prevede che questo ruolo possa essere assunto anche dagli ufficiali del Corpo della Polizia Penitenziaria, con estensione a una molteplicità di reati, compreso, per fare un esempio, quello di indebita introduzione di strumenti cellulari all’interno delle carceri per consentire comunicazioni non autorizzate, soprattutto nel caso di appartenenti alle associazioni a delinquere, specie se di tipo mafioso o terroristico, ma anche di detenuti comuni. Il problema è che il nostro ordinamento penitenziario, improntato alla rieducazione e al reinserimento delle persone condannate ai sensi dell’art. 27 co 3 Cost., si basa sul lavoro coordinato di educatori, volontari, medici, polizia penitenziaria, personale civile e militare, sotto la guida della Direzione dell’istituto e che formano con i detenuti la cd. comunità penitenziaria, in cui la fiducia nell’opera dei vari attori, istituzionali e non, è fondamentale perché le persone condannate possano iniziare e proseguire un cammino di riflessione e di futura reintegrazione. L’attribuzione di questo ruolo agli ufficiali di polizia penitenziaria rischia di creare una situazione di sospetto nei confronti di ogni persona che entra in carcere, perché potrebbe trattarsi di ufficiale sotto copertura, che può agire anche per interposta persona e creare una situazione che snatura la “mission” anche trattamentale della polizia penitenziaria e di sospetto reciproco che potrebbe rendere difficile la gestione della vita interna. Va ricordato che la legge n. 395/1990, di riforma della polizia penitenziaria, prevede appunto che il corpo di polizia penitenziaria (oltre ai compiti di garanzia dell’ordine e della sicurezza all’interno degli istituti di esecuzione delle misure restrittive della libertà personale, al servizio di traduzione dei detenuti, alla verifica delle prescrizioni della magistratura di Sorveglianza ed altri compiti ancora) debba partecipare anche nell’ambito di gruppi di lavoro, all’attività di osservazione e trattamento rieducativo dei detenuti e degli internati e svolge tutti i compiti conferiti dall’ordinamento penitenziario. D’altra parte in questi anni difficili di sovraffollamento e di condizioni di vita inaccettabili all’interno del carcere, molto spesso il ruolo della polizia penitenziaria è stato fondamentale, essendo gli operatori quelli più in contatto con i detenuti di cui raccolgono necessità e colgono spesso situazioni di estrema difficoltà esistenziale. L’attribuzione di ruoli volti alla ricerca di prove da parte di chi svolge un ruolo anche trattamentale rischia di creare un corto circuito pericoloso. Il tempo è poco e il rischio della conversione, senza ogni apporto migliorativo, anche di questa parte di decreto è notevole. È necessario che le associazioni che si occupano dei diritti dei detenuti diano, sulla base delle specifiche esperienze, il loro contributo. Ci sono già delle reazioni negative (Associazione Antigone). È, inoltre, necessario l’urgente intervento del Garante nazionale delle persone private della libertà personale nazionale e di quelli regionali e comunali perché il tema venga affrontato proficuamente in tempo utile. *Avvocato Anche le carceri italiane in preghiera per la pace di Marco Calvarese rromasette.it, 11 marzo 2026 L’ispettore generale dei cappellani don Grimaldi esorta tutti gli operatori pastorali del mondo del penale a partecipare alla Giornata promossa dalla presidenza Cei per il 13 marzo. “Il grido e la preghiera per la pace possano essere innalzati a Dio anche dalle nostre carceri italiane, dove ci sono tante sofferenze nascoste, dignità ferite, voci soppresse; possano anche i nostri fratelli e sorelle ristretti, unirsi alla supplica del mondo intero affinché tacciano le armi”. Sono le parole di don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani delle carceri italiani, in un messaggio rivolto a tutti i cappellani delle carceri, ai diaconi, alle consacrate e ai religiosi, agli operatori pastorali del mondo del penale, in occasione della Giornata di preghiera e digiuno, promossa dalla presidenza della Cei per venerdì 13 marzo, per invocare il dono della pace in Medio Oriente e in tutto il mondo. “Noi tutti operatori pastorali, facciamo nostri i continui inviti del Papa e l’appello della Conferenza episcopale italiana, che per il prossimo venerdì 13 marzo ha indetto una Giornata di preghiera e di digiuno, per implorare con la forza della nostra fede, il dono della pace”, sottolinea don Grimaldi, richiamando le parole dei vescovi, secondo cui questa guerra “rischia di trascinare l’umanità in una guerra di proporzioni planetarie, una nuova inutile strage dalle conseguenze incalcolabili”. L’ispettore generale ricorda anche le parole di Papa Leone, che continuamente invita a pregare per la pace: “Fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile”. Nelle parole di don Grimaldi, “questa preghiera corale, che noi tutti vogliamo vivere tra le mura delle nostre carceri, vuole essere “un’ulteriore occasione per implorare il dono della pace in Medio Oriente e in tutti gli angoli della terra devastati dalla divisione, dalla distruzione e dalla morte”. Imploriamo dunque da Dio questo dono prezioso per la nostra umanità sofferente e angosciata. “Il grido delle vittime giunge a noi con una forza che ci interpella direttamente; le immagini di violenza crescente ci sconcertano e chiamano a un impegno rafforzato”. Un impegno corale e consapevole - rimarca - che deve tradursi in gesti di prossimità e di preghiera quotidiana”. L’ispettore generale si dice fiducioso che “questa iniziativa di preghiera possa essere accolta con impegno, non solo da voi cappellani, operatori penitenziari e volontari tutti; ma questo vuole essere anche un invito a tutte le vostre direzioni, alla Polizia penitenziaria, ai diversi uffici dei vostri istituti, affinché facilitino questa iniziativa di preghiera, in comunione con tutta la Chiesa, perché possiate anche voi, per il prossimo 13 marzo, vivere questa intensa supplica per la pace, secondo le modalità e gli orari dei vostri luoghi di pena”. Protocollo Dap-Fir per rugby nelle carceri di Marco Belli gnewsonline.it, 11 marzo 2026 Il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Stefano Carmine De Michele e il Presidente della Federazione Italiana Rugby Andrea Duodo. È stato sottoscritto il 7 marzo scorso, nella Sala Stampa dello Stadio Olimpico di Roma - poco prima dello storico successo della nostra Nazionale sull’Inghilterra nel torneo Sei Nazioni - il Protocollo d’intesa tra il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap) e la Federazione Italiana Rugby (Fir), volto a rafforzare e ampliare il progetto “Rugby Oltre le Sbarre” negli istituti penitenziari italiani. A firmare l’accordo sono stati il Capo del Dap Stefano Carmine De Michele e il Presidente della Fir Andrea Duodo. Il Protocollo, valido per l’intero quadriennio olimpico in corso fino a dicembre 2028, consolida una collaborazione già avviata con successo negli anni precedenti e finalizzata alla promozione di percorsi sportivi, formativi ed educativi rivolti alla popolazione detenuta e al personale dell’Amministrazione Penitenziaria. L’intesa si inserisce nel quadro delle finalità rieducative della pena previste dall’articolo 27 della Costituzione e riconosce nello sport, e nel rugby in particolare, uno strumento efficace di crescita personale, responsabilizzazione e reinserimento sociale. La disciplina rugbistica, fondata su lealtà, rispetto delle regole, solidarietà e spirito di squadra, rappresenta un modello educativo capace di incidere positivamente sui percorsi trattamentali. Tra gli obiettivi principali del Protocollo: - il potenziamento delle attività sportive negli istituti penitenziari; - l’organizzazione di corsi per arbitri e tecnici, con possibilità di conseguire qualifiche federali ufficiali; - la partecipazione delle squadre penitenziarie ai campionati federali, con gare disputate all’interno degli istituti; - l’attivazione di percorsi di tirocinio anche esterni, nei casi previsti dall’Ordinamento penitenziario; - il monitoraggio dell’impatto del progetto attraverso la raccolta e l’analisi di dati relativi al benessere psico-fisico, alla socialità interna e ai percorsi di reinserimento; - programmi dedicati al benessere del personale dell’Amministrazione Penitenziaria. Il Protocollo prevede l’istituzione di un Comitato tecnico-scientifico paritetico, composto da rappresentanti del Dap e della Fir, con il compito di pianificare, monitorare e valutare le attività progettuali sul territorio. “Rugby Oltre le Sbarre” conferma così la propria vocazione a essere non soltanto un progetto sportivo, ma un’esperienza concreta di responsabilità, appartenenza e ricostruzione identitaria, capace di offrire opportunità reali di formazione e qualificazione professionale. Con l’estensione dell’accordo, giustizia e sport rinnovano un’alleanza strategica per promuovere inclusione, legalità e coesione sociale, nella convinzione che il rispetto delle regole e il gioco di squadra possano rappresentare un ponte tra il tempo della detenzione e il futuro nella comunità civile. Il referendum delle gaffe di Alessandro De Angelis La Stampa, 11 marzo 2026 Per governo e magistrati la campagna per il voto si è trasformata in un festival degli scivoloni. Da Licio Gelli a Minneapolis, dall’impunità della politica a mafiosi e massoni: l’elenco è lungo. In principio fu Carlo Nordio, voce dal sen fuggita un anno fa: “Questa riforma non influisce sull’efficienza della giustizia e sui tempi dei processi”, sfavillante esempio di spot al contrario. E davvero, sfogliando il taccuino delle gaffes di questa campagna elettorale, qui si rischia che il guardasigilli occupi d’imperio la metà di questo articolo. Prima di proseguire, però, il cronista è assalito da un dubbio, proprio sul concetto di gaffe, sinonimo di scivolone rispetto a un codice. È gaffe la frase di Giorgia Meloni sui giudici che “bloccano i rimpatri degli stupratori” o è trumpismo applicato che si nutre di deformazione della realtà? Il post lo ha tolto, quindi forse l’ha giudicata gaffe, ma non ha mutato la narrazione sulle toghe responsabili di tutto, da Carola Rakete ai bambini nel bosco. E Salvini scatenato dopo i fatti di Torino? “Col sì i violenti sarebbero in carcere”. Peccato che non erano stati scarcerati, ma messi ai domiciliari perché non erano quelli delle martellate. Vabbè, torniamo a Nordio. Il problema è che quella tesi ha continuato a sostenerla, anche una volta che FdI ha pubblicato le card per la campagna elettorale che dicono l’opposto (“Per una giustizia più efficace, veloce e giusta”). Di lì la cacofonia. Con lui, a rafforzare il concetto, l’autorevole avvocato Giulia Bongiorno: “Solo un ignorante può sostenere il contrario”. Ops, quel “contrario” - e cioè una giustizia più veloce ed efficiente - lo sostiene Giorgia Meloni. Quindi Nordio dice la verità, però, nell’economia della propaganda, diventa una gaffe perché sta bene dire ai cittadini che te ne freghi di loro. E che, magari, ai cittadini lasci i tempi lunghi dei processi, mentre ai potenti dai l’impunità. Proprio così. Rieccolo, sempre il nostro: “Questa riforma converrebbe anche al Pd, se andasse al governo”. Parole buone per recitare l’intero canovaccio del “salva-Casta” - Giuseppe Conte, sentitamente, ringrazia - condito anche con dotte citazioni dei classici. E che classici! Sentite qui, ancora lui: “L’opinione del signor Licio Gelli era un’opinione giusta”. L’erede del Venerabile, cioè Gelli jr, commosso, incassa la riabilitazione: “Questo referendum è il segno della lungimiranza di mio padre”. Chi l’avrebbe mai detto che con la P2 si diventava padri costituenti. Metodi paramafiosi - Poi, la perla, sui metodi “paramafiosi” al Csm, tanto per pareggiare quella di Nicola Gratteri - vuoi mai che recuperasse il sì - il quale, dopo aver citato a sproposito Giovanni Falcone all’inizio della campagna, in corso d’opera aveva arruolato, tra i sostenitori della riforma, indagati, imputati - ovvero innocenti fino al terzo grado di giudizio - massoneria deviata e centri di potere. Giudizio che ha fatto scuola. Pure Nino Di Matteo è sicuro che i mafiosi voteranno sì. Dunque, le persone perbene che votano sì, secondo il teorema, alla meglio sono degli inconsapevoli che favoriscono un disegno criminale. Ed è proprio una vecchia frase di Di Matteo sui “metodi mafiosi” al Csm che Nordio ha fatto sua, da guardasigilli in carica. Non male, riferita a un organo presieduto dal capo dello Stato che, per inciso, ha avuto un fratello ucciso da Cosa nostra. E, infatti Sergio Mattarella è intervenuto, invitando tutti a miti consigli. Patatrac, amplificato dalla performance di Simonetta Matone, deputata della Lega: “Tutti pensiamo quelle cose, ma non si possono dire” perché si perdono voti. Non le poteva dire neanche lei, perché c’erano i giornalisti. Premio “gaffe su gaffe” aggiudicato. Povero Mattarella, vox clamans in deserto, a meno che non si consideri un segno di resipiscenza la successiva intemerata sul “mercato delle vacche” (ancora Nordio) o quella del suo capo di gabinetto, Giusi Bartolozzi: “Ho un procedimento in corso, se vince il no scappo dall’Italia”. Siccome è ancora qui nell’attesa del verdetto si è sentita in dovere di comunicare che, in caso di vittoria del sì, “ci leviamo di mezzo quel plotone di esecuzione dei magistrati”. E come in un déjà vu, ci siamo sentiti tutti più giovani. Li apostrofava così anche il Cavaliere, quando non li paragonava ai matti o alle Br. Le figure barbine dei magistrati - Se non ci fossero loro, bisognerebbe inventarli, perché pure i magistrati hanno inanellato una serie di figure davvero barbine. Il mite presidente dell’Anm Cesare Parodi, presentando un libro sui magistrati uccisi da mafia e terrorismo, se ne è uscito con un “quanto ci farebbero comodo due magistrati morti in questo periodo”. Voleva forse essere una provocazione rivolta alle toghe, sulla credibilità perduta, ma, comunque la rigiri, è da cartellino rosso. Se lo merita anche il segretario dell’Anm, Gustavo Maruotti che ha associato la riforma ai fatti di Minneapolis. E che dire del fuorionda che ha visto coinvolto l’avvocato Enrico Grosso, capo dei comitati del no? Parla fitto fitto col presidente del tribunale chiamato a pronunciarsi sulla decadenza di un presidente di Regione. Altro spot a rovescio a favore della separazione delle carriere. Pare l’insostenibile leggerezza di Instagram, coi post di Askatasuna che vota no, Casa Pound che vota sì, gli atleti del Curling arruolarti a loro insaputa. Invece sono le classi dirigenti disinvolte nelle parole. Ecco, appena finito l’elenco arriva l’ultima del sempre cauto Mantovano: “Dalla riforma dipende la tenuta democratica del paese”. Boom! Per una volta c’è da salvare i leader delle opposizioni. Propaganda a go go, qualche inciampo sui social, ma rispetto a governo e magistrati, sembrano quasi dei leader pensosi. “Frase infelice”, così Mantovano archivia il caso Bartolozzi. Ma la salita ora è dura di Errico Novi Il Dubbio, 11 marzo 2026 Si fa difficile, molto. Anche se Giorgia Meloni ci aveva provato. Aveva vinto la ritrosia a giocarsi tutto sul referendum. Dopo una lunga attesa, lunedì mattina aveva finalmente pubblicato sui social il video con il messaggio fatidico: “È importante che si vada a votare, e che si voti Sì”. Ma è chiaro che le parole di Giusi Bartolozzi, la clip video in cui la capo Gabinetto di Carlo Nordio - il ministro che ha scritto la riforma sottoposta a voto popolare - dichiara “votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che è un plotone di esecuzione”, continuano a suonare sinistre per le prospettive di vittoria del governo. Mai la partita sulla separazione delle carriere, per l’Esecutivo e la sua maggioranza, era stata così in salita. Ed è in salita anche per un episodio che ha del paradossale. L’espressione di Bartolozzi, ha detto ieri Nordio a Torino, “può essere stata interpretata in modo improprio, ma sono certo che lei se ne scuserà e che non rappresenta il suo pensiero”. Sempre ieri mattina l’altra figura chiave del governo nella sfida sulla magistratura, Alfredo Mantovano, è stato più netto: la frase pronunciata dal “capo di gabinetto del ministro della Giustizia è una frase infelice, come lo stesso ministro Nordio ha sottolineato, ma la cosa importante adesso è esaminare il merito della riforma, un merito che è l’oggetto del referendum”. Anche Mantovano è un magistrato. Esattamente come Bartolozzi, che è sì assegnata a un incarico fuori ruolo ma fa ancora giuridicamente parte dell’ordine giudiziario. Di certo il sottosegretario alla Presidenza sa, come lo sa Nordio, che la ricorsa alla vittoria nel referendum è adesso molto complicata. Evaporata una prima iniziale e rabbiosa reazione, a Palazzo Chigi non si pensa a un regolamento di conti con Nordio e la sua capo di Gabinetto. Non avrebbe senso. Meloni sa di non avere scelta: deve continuare a battersi pancia a terra fino al momento della verità, il 22 e 23 marzo. Ma avvalorare con un’iperbole illogica, “votate Sì e ci togliamo di mezzo la magistratura”, le più nefande previsioni dell’Anm e del centrosinistra, non è solo un infortunio: è l’equivoco attorno a cui ora ruota in gran parte il destino della consultazione. Non solo e non tanto perché le frasi pronunciate dalla dirigente di via Arenula si siano trasformate in un boomerang mediatico, ma perché segnalano, in modo distorto, un aspetto positivo che nella separazione delle carriere c’è, vale a dire il riequilibrio dei rapporti fra politica e magistratura. È qui la vera chiave dell’incidente televisivo di sabato scorso - Bartolozzi aveva parlato dagli studi dell’emittente catanese Telecolor, durante un dibattito sul referendum costituzionale. È indiscutibile, ma lo si dice sempre un po’ sottovoce, che la separazione delle carriere, e soprattutto il sorteggio stronca-correnti, siano concepiti per affrancare i giudici, i gip innanzitutto, dal controllo che i pm, egemoni nell’Anm, esercitano anche sulle carriere di coloro, i magistrati giudicanti, di fronte ai quali dovrebbero essere solo una “parte” al pari dell’avvocato. È chiaro che un giudice - soprattutto il giudice impegnato nella fase preliminare del procedimento - libero dal timore che una linea poco favorevole alla Procura gli costi penalizzazioni professionali guarirebbe il processo penale anche dalle derive mediatiche. È chiaro che proprio nelle fasi preliminari, in cui - tra arresti e intercettazioni invasive - i pm lucrano un’enorme popolarità per le loro tesi, si costruisce lo sbilanciamento fra accusa e difesa, e si realizza anche la delegittimazione della politica per via giudiziaria, quando a difendersi dalla macchina infernale della sentenza televisiva è un parlamentare o un assessore. È indiscutibile insomma che, dietro le insostenibili parole di Bartolozzi, vi sia una verità, e cioè che un giudice più forte tutelerebbe tutti gli indagati, politici inclusi, dallo strapotere dei pm, e in questo senso rimetterebbe anche in equilibrio i rapporti fra partiti e magistratura. Ma si tratta, tanto per essere chiari, dell’indicibile, a maggior ragione nella chiave proposta da Bartolozzi. E infatti già lunedì sera il più scaltro fra i leader del No, Giuseppe Conte, ha immediatamente trasformato la frase della capo Gabinetto di Nordio in un formidabile gol in contropiede: “Votiamo No al referendum salva-casta che serve solo a controllare politicamente la giustizia evitando inchieste scomode per chi è al potere”. Perfetto, dal punto di vista del leader 5S. Assai meno dal punto di vista di Meloni. La quale non può certo permettersi di rivendicare la tesi dello scudo che la riforma opporrebbe alle intemperanze processual-mediatiche delle Procure. E non può farlo, a maggior ragione, nella versione proposta da Bartolozzi. Il No era già dato in vantaggio da alcuni sondaggi. Ora potrebbe andare letteralmente in fuga. Ed è tutto da stabilire se la rincorsa di Meloni basterà. Poi certo, va ricordato pure il contesto entro cui l’errore della dirigente di via Arenula è maturato: un dibattito in cui si è trovata a fronteggiare da sola, in studio, tre esponenti dello schieramento anti-riforma, cioè la senatrice di Avs Ilaria Cucchi, il marito di quest’ultima, e avvocato, Fabio Anselmo e il togato Csm di Unicost Marco Bisogni. Sotto pressione, Bartolozzi ha detto una cosa fuori luogo. La sfida di Meloni ora è risalire la corrente al punto da azzerarne l’effetto, e riportare i Sì al vantaggio che sembrava netto solo fino a due settimane fa. Referendum, le ragioni del Sì e le ragioni del No di Davide Paris Il Giorno, 11 marzo 2026 Il voto sulla riforma della giustizia spiegato dal costituzionalista. La riforma incide essenzialmente in tre direzioni: i due Csm, l’estrazione a sorte dei componenti e l’introduzione dell’Alta Corte disciplinare. Se il referendum dovesse passare molti aspetti dovranno comunque essere sviluppati dalla legge ordinaria. Nel referendum del 22 e 23 marzo i cittadini italiani sono chiamati a confermare o respingere la cosiddetta “riforma costituzionale della giustizia” (tecnicamente: la legge costituzionale recante “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”). La riforma modifica in maniera significativa la composizione e le funzioni dell’organo di governo autonomo della magistratura, il Consiglio Superiore della Magistratura (Csm). Le ragioni che portarono alla previsione in Costituzione del CSM si ritrovano ben espresse in un passaggio della relazione all’Assemblea costituente della cosiddetta Commissione Forti (maggio 1946): “Per assicurare l’indipendenza della magistratura, è necessario stabilire costituzionalmente lo svincolo della carriera dei magistrati dalla volontà del potere esecutivo […]. Tutti i provvedimenti relativi allo stato dei magistrati (trasferimenti, promozioni, aspettative e via dicendo) devono essere presi da organi creati nel seno stesso della magistratura, quale il Consiglio Superiore della Magistratura. Nello stesso modo i provvedimenti disciplinari sono di esclusiva competenza di organi costituiti egualmente nello stesso seno della magistratura. Tutti gli organi anzidetti dovrebbero, almeno per la maggioranza dei loro componenti, essere eletti dai magistrati medesimi”. In poche parole, se si vuole che la giustizia sia amministrata in maniera indipendente, sulla carriera dei magistrati non può decidere il Ministro della giustizia, il Governo, il potere politico in generale, ma deve decidere un organo composto prevalentemente dai magistrati stessi: il CSM appunto, che, nella sua composizione attuale, si compone per due terzi di magistrati (membri togati) e per un terzo di avvocati e professori di materie giuridiche eletti dal Parlamento in seduta comune (membri laici). Sull’assetto così determinato dalla Costituzione, la riforma incide essenzialmente in tre direzioni: a) L’attuale CSM verrebbe sostituito da due distinti CSM, uno per la magistratura giudicante, l’altro per la magistratura requirente: non quindi un unico CSM per il governo autonomo dei magistrati, bensì due CSM per il governo autonomo, rispettivamente, dei giudici e dei pubblici ministeri; b) La composizione dei due CSM resterebbe invariata nelle proporzioni (2/3 togati e 1/3 laici), ma i componenti non verrebbero più “eletti” bensì “estratti a sorte”; c) La materia disciplinare, cioè il giudizio su quei comportamenti del magistrato che possono compromettere la fiducia di cui ogni magistrato deve godere, verrebbe tolta ai due CSM e affidata, sia per i giudici che per i pubblici ministeri, a un nuovo organo, l’Alta Corte disciplinare. Quest’ultima sarebbe composta da 15 membri, fra cui nove tra giudici e pubblici ministeri, anch’essi estratti a sorte. I sostenitori della riforma avanzano essenzialmente due ragioni. In primo luogo, la separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri, “governati” non più dallo stesso organo ma da due organi distinti, rappresenterebbe una garanzia per il cittadino nel processo penale, perché verrebbe a eliminare ogni forma di vicinanza fra chi giudica (il giudice) e chi accusa (il pubblico ministero). In questo modo si garantirebbe che il processo penale si svolga nell’effettiva parità delle armi fra l’imputato e il pubblico ministero, di fronte a un giudice equidistante da entrambi. Oggi, secondo chi sostiene la riforma, questo non avviene, perché la comune appartenenza alla stessa organizzazione crea di fatto un legame di colleganza fra giudice e pubblico ministero a danno del cittadino, soprattutto nella fase delle indagini preliminari. Da questo punto di vista, la separazione delle carriere rappresenterebbe il naturale completamento della riforma del codice di procedura penale del 1988: per portare a compimento la scelta di un modello di processo penale di tipo accusatorio, cioè basato sulla parità fra accusa e difesa di fronte a un giudice terzo e imparziale, sarebbe indispensabile separare nettamente la carriera del giudice da quella del pubblico ministero. Secondo i suoi sostenitori, la riforma introdurrebbe la separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri senza intaccare l’indipendenza della magistratura nel suo complesso: l’architettura costituzionale non verrebbe tradita nella sua logica ispiratrice (il governo autonomo della magistratura), ma adeguata alla separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri, creando due organi distinti per ciascuna categoria. In secondo luogo, la regola del “sorteggio” sarebbe la soluzione adatta a superare la degenerazione delle “correnti” interne alla magistratura. Secondo questa prospettiva, le elezioni dei membri togati del CSM, invece di selezionare i magistrati più adatti a svolgere il delicato compito del governo autonomo della magistratura, sarebbero oggi dominate da logiche politiche e di appartenenza; di conseguenza, le nomine e le promozioni decise dal CSM non risponderebbero a una logica che premia la competenza professionale, ma sarebbero il risultato degli equilibri e degli scontri di potere fra le varie correnti. Con il sorteggio, tutto questo verrebbe escluso in radice. Chi si oppone alla riforma sostiene invece che, con l’obiettivo di superare una presunta vicinanza fra giudice e pubblico ministero che non trova riscontro nella realtà - soprattutto ora che il passaggio di un magistrato da una funzione all’altra è stato reso estremamente difficile - essa andrebbe in realtà a compromettere le fondamenta dell’architettura costituzionale che ha sinora garantito l’indipendenza della magistratura in Italia. L’art. 104 della Costituzione, che continuerebbe ad affermare che “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”, altro non diverrebbe che una foglia di fico che male coprirebbe la realtà di un indebolimento complessivo della magistratura. Il CSM, da organo unitario a tutela dell’indipendenza della magistratura, verrebbe smembrato in due e privato della rilevantissima funzione disciplinare, assegnata a un terzo organo. Così, il governo autonomo della magistratura sarebbe affidato a tre organi meno autorevoli e potenzialmente in contrasto fra loro, secondo un disegno ispirato al principio divide et impera, che, nel lungo periodo, aprirebbe la strada a un controllo dell’esecutivo sulla magistratura. Il sistema del sorteggio, poi, assicurerebbe l’ulteriore delegittimazione di tali organi, facendo sì che nei due CSM non entrino i magistrati più autorevoli e riconosciuti in grado di tutelare la magistratura dalle pressioni del potere politico, ma dei soggetti tirati a caso e privi della qualificazione, dell’autorevolezza e della legittimazione necessarie per svolgere il delicatissimo compito loro assegnato. Fra i sostenitori del No, tuttavia, trova spazio anche una critica diversa, che imputa alla riforma una sorta di eterogenesi dei fini. In questa prospettiva, la creazione di un CSM separato per i soli pubblici ministeri non ne indebolirebbe la posizione costituzionale, ma, al contrario, ne farebbe una categoria separata che risponde soltanto a sé stessa. Nell’attuale CSM, le carriere dei pubblici ministeri sono decise da un organo i cui membri togati sono in maggioranza giudici (attualmente i pubblici ministeri sono sei su venti), il che favorisce un certo equilibrio nella valutazione. Con la riforma i pubblici ministeri avrebbero un loro CSM attraverso il quale gestire in assoluta autonomia le proprie carriere. Lo stesso vale per il sorteggio. Esistono orientamenti culturali, e in senso lato politici, diversi fra i magistrati, e continueranno a esistere anche con questa riforma. Attraverso l’elezione si garantisce quantomeno un certo pluralismo all’interno del CSM fra questi orientamenti, mentre con il sorteggio ben potrebbero essere estratti magistrati appartenenti tutti, o quasi, alla stessa corrente. Con l’obiettivo di “depoliticizzare” la magistratura, il sorteggio finirebbe così paradossalmente per esaltare ancora di più il potere delle varie componenti della magistratura, che potrebbero trovarsi, “per puro caso”, fortemente sovra rappresentate all’interno del CSM. In sintesi, nello scegliere fra il Sì e il No è a questa domanda che occorre rispondere: la riforma costituzionale introduce maggiori garanzie per il cittadino nel processo penale senza intaccare l’equilibrio fra i poteri e l’indipendenza della magistratura, oppure, con l’obiettivo di separare le carriere finisce per mettere a rischio l’equilibrio fra i poteri e quell’indipendenza della magistratura, che in molti altri Paesi, vicini e lontani, ha subito in questi anni fortissimi attacchi? Due considerazioni rimangono valide qualunque sia la risposta che ognuno, e il popolo italiano nel suo complesso, darà. Primo: l’architettura istituzionale è centrale nel garantire l’indipendenza della magistratura e la terzietà del giudice rispetto alle parti. Ma non va dimenticato che le regole non sono tutto: come ha scritto la Corte costituzionale nel lontano 1963 “l’indipendenza della Magistratura trova la prima e fondamentale garanzia nel senso del dovere dei magistrati e nella loro obbedienza alla legge morale, che è propria dell’altissimo ufficio e che consiste nel rendere imparzialmente giustizia”. Un richiamo particolarmente importante, soprattutto per chi lavora nel campo della formazione. Secondo: la riforma costituzionale su cui si vota incide profondamente sull’assetto delle istituzioni, ma non è autosufficiente, perché molti suoi aspetti dovranno essere sviluppati dalla legge ordinaria. Solo per citarne alcuni: quale sarà il numero complessivo dei componenti dei nuovi CSM? Quanti saranno i sorteggiabili e che requisiti dovranno avere? Se la riforma costituzionale dovesse essere confermata dal voto popolare, è auspicabile che nel disciplinare questi aspetti, che possono fare la differenza nel concreto funzionamento della riforma, venga lasciata da parte quella logica divisiva che è propria del referendum, e che prima ancora ha segnato l’approvazione di questa riforma, proposta dal Governo e transitata dall’esame parlamentare senza alcuna modifica. In fase di attuazione occorrerebbe lasciar spazio a una leale collaborazione fra maggioranza e opposizione, affinché vengano quanto più possibile contrastati i rischi paventati per l’indipendenza della magistratura. *Docente di Diritto Costituzionale università Bocconi Per la separazione delle carriere sarebbe bastata una legge ordinaria di Roberto Voza Il Dubbio, 11 marzo 2026 A proposito del metodo di questa riforma, basterebbe evidenziare che la blindatura del testo governativo non ha consentito di emendare neppure quelle criticità riconosciute dai suoi stessi sostenitori. Nel merito, la legge appare in parte inutile, in (buona) parte dannosa. È inutile nella misura in cui intende realizzare la separazione delle carriere, per la quale sarebbe bastata una legge ordinaria, come riconosciuto dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 37/2000 (Presidente Vassalli). È dannosa nella misura in cui introduce una scissione ordinamentale della magistratura, come se fosse una necessità indotta dalla costituzionalizzazione del principio del giusto processo (con cui - secondo questa tesi - l’attuale assetto del nostro ordinamento giudiziario sarebbe in contrasto). In verità, quel principio - sancito dall’art. 111 Cost. - è interno al processo, tant’è vero che non è collocato nella sezione della Costituzione dedicata all’ordinamento giurisdizionale, a cui - viceversa - appartengono gli articoli oggi modificati. Infatti, la terzietà dipende dalle regole del processo e dall’etica dei suoi attori; non a caso, nessuno contesta che, in moltissimi procedimenti, le funzioni di giudice (onorario) o di pubblico ministero (onorario) siano svolte da avvocati. Di certo, facendo a pezzi il CSM (in 3 pezzi), si dà vita ad un corpo separato e autoreferenziale di pubblici accusatori, sottratti ad ogni legame con la magistratura giudicante. I PM sono una esigua minoranza nell’attuale CSM (5 su 33 membri) e sono sottoposti (anche) alla valutazione dei (15) giudici: se passa la riforma, i PM si valuteranno da soli, secondo criteri tutti interni alla loro corporazione. Si tace sull’aggravio dei costi e pure sull’enorme complicazione derivante dalla coesistenza di un doppio CSM, nell’esercizio delle funzioni ulteriori a quelle di amministrazione delle carriere: penso alle funzioni consultive (ad esempio, su progetti di legge) e di normazione secondaria (ad esempio, sull’organizzazione degli uffici giudiziari). Lascia increduli il meccanismo del sorteggio, che crea la figura del consigliere per caso. Si afferma una concezione della magistratura come corpo indistinto di funzionari, portatori di meri interessi di status e di carriera, di cui ciascuno può occuparsi, senza bisogno di investiture democratiche. Come monadi isolate e disorganizzate, svincolate da ogni responsabilità politica e di gruppo, i sorteggiati saranno potenzialmente esposti a relazioni di potere e lobby personali, ben più opache delle correnti. L’Alta Corte disciplinare (chissà perché esclusa dalla separazione tra giudici e PM) vede indebolire fortemente le garanzie attualmente offerte dal procedimento disciplinare innanzi al CSM. La componente togata si riduce in proporzione (9/15 è meno di 4/6) ed è sorteggiata anziché eletta. Il regime di impugnazione è bizzarro: si può fare appello “soltanto” innanzi alla stessa Corte (ma in diversa composizione), senza che sia più prevista la possibilità di impugnazione in Cassazione. Tutto ciò dovrebbe sembrare strano anche agli avvocati, i quali sono sottoposti in primo grado al Consiglio distrettuale di disciplina (composto solo da avvocati, tutti eletti), in secondo grado al CNF, le cui decisioni sono poi ricorribili in Cassazione, proprio perché aventi natura giurisdizionale. Se si volesse attribuire natura giurisdizionale all’Alta Corte, allora ci si troverebbe di fronte ad una violazione del divieto di istituire nuovi giudici straordinari o speciali, sancito dalla Costituzione. Infine, la presidenza dell’Alta Corte sarà affidata ad un componente non togato, mentre attualmente il Presidente della Repubblica “convoca e presiede la sezione disciplinare in tutti i casi in cui lo ritiene opportuno”. Violenza di genere: il report del Ministero sulle procedure delle procure di Marina Crisafi Il Sole 24 Ore, 11 marzo 2026 Pubblicato il report del Ministero della giustizia sulle prassi organizzative di 140 procure italiane nel contrasto alla violenza di genere e domestica. Il Ministero della giustizia ha pubblicato sul portale Gnewsonline.it il report di analisi “Contrasto alla violenza di genere e domestica nelle prassi organizzative delle procure ordinarie. Analisi e prospettive di sviluppo”, realizzato dall’Osservatorio sulla violenza di genere e domestica in collaborazione con il gruppo di lavoro dedicato. L’indagine rappresenta una prima analisi esplorativa sulle modalità operative adottate da 140 procure della Repubblica, con l’obiettivo di monitorare il grado di efficacia dell’attuale impianto normativo nel contrasto alla violenza contro le donne e alla violenza domestica. I risultati dell’analisi confermano il ruolo centrale dell’Osservatorio sulla violenza di genere e domestica, istituito con decreto del ministro della Giustizia, come strumento di monitoraggio delle prassi giudiziarie e di supporto allo sviluppo di modelli organizzativi più efficaci. Il lavoro dell’Osservatorio e il questionario alle procure - La raccolta dei dati è stata possibile, rende noto Gnewsonline.it, grazie alla collaborazione dei capi degli uffici giudiziari, che hanno risposto a un questionario online composto da 152 domande. Il lavoro, coordinato dalla dottoressa Maria Monteleone, ha consentito di tracciare una fotografia dettagliata dell’organizzazione delle procure impegnate nei procedimenti per violenza di genere. L’analisi ha preso in esame diversi aspetti, tra cui la tempestività dell’azione giudiziaria, la valutazione del rischio per la vittima e il livello di specializzazione dei magistrati e del personale. Dati e prassi adottate - Dal report emerge un dato significativo: il 98% delle procure ha adottato specifiche prassi organizzative per migliorare la gestione dei procedimenti relativi alla violenza di genere. Tra le principali modalità operative figurano la creazione di gruppi di magistrati specializzati, l’utilizzo dell’audizione protetta per le vittime in condizione di vulnerabilità e la raccolta delle dichiarazioni nel più breve tempo possibile dopo i fatti. In molte procure è inoltre presente l’”ufficio codice rosso”, composto da magistrati e personale appositamente formati per la gestione dei casi di violenza domestica e di genere. Alcuni uffici hanno attivato anche sportelli dedicati alle donne straniere vittime di maltrattamenti, con attività di supporto per l’ottenimento del permesso di soggiorno per motivi umanitari. Il report evidenzia anche il peso organizzativo di questi procedimenti e analizza le attività di formazione e di coordinamento con altri soggetti coinvolti nella tutela delle vittime. Oltre ai corsi della Scuola superiore della magistratura, le procure partecipano a tavoli interistituzionali con centri antiviolenza e altri attori del sistema di protezione, favorendo il confronto operativo e lo scambio di buone pratiche. Via D’Amelio, nessun depistaggio: chiesta l’archiviazione per l’avvocato di Avola e Santoro di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 11 marzo 2026 A volte la giustizia sembra muoversi seguendo una sceneggiatura già scritta, dove i ruoli sono assegnati prima ancora che inizino le riprese. In questa storia, il copione prevedeva un nuovo capitolo del “depistaggio infinito” sulla strage di via D’Amelio, con protagonisti inaspettati: un avvocato storico, un giornalista di fama e un ex killer che ha deciso di parlare dopo trent’anni. Ma le carte depositate dalla Procura di Caltanissetta, che ora chiede l’archiviazione per l’avvocato Ugo Colonna e per Michele Santoro, raccontano una realtà molto diversa, fatta di sospetti pesanti che si sono sciolti come neve al sole davanti alla mancanza di prove concrete. La richiesta di archiviazione, depositata il 3 marzo scorso e firmata dal Procuratore della Repubblica Salvatore De Luca e dal Procuratore aggiunto Pasquale Pacifico, chiude anni di indagini che avevano portato questi due nomi al centro di accuse pesantissime - tra cui, per Colonna, quella con aggravante mafiosa ex art. 416 bis. Il risultato è che non c’è nulla. Nessun indizio di reato, nessuna prova di concorso. Eppure quegli anni di sospetti pubblici, amplificati da certa antimafia che tutto vede tranne che la mafia, hanno pesato come macigni su chi era costretto a dimostrare l’ovvio. Per capire il senso di questa vicenda bisogna tornare al 30 gennaio 2020, quando Maurizio Avola, mafioso catanese della famiglia Santapaola-Ercolano con decine di omicidi alle spalle, si presenta per la prima volta davanti ai magistrati di Caltanissetta e racconta di aver partecipato alla strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992, quella in cui morì il giudice Paolo Borsellino insieme agli uomini della sua scorta. Non si limita ad autoaccusarsi: indica come compartecipi altri uomini di cosa nostra catanese, tra cui Aldo Ercolano, Eugenio Galea e Marcello D’Agata. E parla anche della presenza di Matteo Messina Denaro. Cosa che in effetti, come Il Dubbio ha rivelato, emerge anche dalle intercettazioni di Totò Riina quando era al 41 bis. Avola non è un “pupo” costruito in laboratorio come Scarantino. Avola la mafia l’ha fatta davvero, ha partecipato a decine di omicidi e le sue dichiarazioni in passato hanno retto al vaglio di molti processi. Eppure, quando tocca il tasto di via D’Amelio e punta il dito contro i vertici di Cosa Nostra catanese, scatta qualcosa. Una parte dell’antimafia, quella che sembra più interessata a mantenere lo status quo dei “misteri eterni” che a cercare i fatti, alza subito il muro. L’accusa è gravissima: Avola sta mentendo e lo sta facendo sotto la regia del suo legale e di chi quel racconto lo ha trasformato in un libro, “Niente altro che la verità”. Ugo Colonna, l’avvocato che segue Avola da una vita, finisce nel tritacarne. Viene sospettato di essere il suggeritore, il “regista occulto” di una calunnia architettata per chissà quale fine. La Procura mette sotto controllo i telefoni, usa i trojan, analizza ogni spostamento. Cercano il passaggio di denaro, cercano l’accordo segreto tra il legale e i giornalisti Michele Santoro e Guido Ruotolo. Vogliono dimostrare che quelle rivelazioni sono state comprate o imbeccate. Ma cosa dicono davvero queste carte? Analizzandole a fondo, emerge un quadro di una banalità quasi disarmante per chi cercava il complotto a ogni costo. Gli inquirenti hanno monitorato un incontro del settembre 2020 tra Avola, il suo legale e i giornalisti. Si aspettavano di captare chissà quali istruzioni per falsificare la realtà. Invece non hanno trovato nulla che andasse oltre un normale rapporto professionale. La Dia di Caltanissetta deve ammettere che quell’incontro non ha fatto emergere alcun comportamento irregolare. C’è poi la questione dei soldi. Avola, in alcune intercettazioni con la ex moglie, parlava di circa 13.000 euro ricevuti tramite il suo avvocato, giustificandoli come proventi del libro di Santoro. Gli investigatori hanno scavato nei conti, hanno interrogato Santoro e Ruotolo. I giornalisti sono stati chiari: hanno donato ad Avola una somma modesta, circa 1.500 euro, per aver contribuito al libro. Dei famosi 13.000 euro che Avola millantava non se n’è trovata traccia. Ci sono poi i comportamenti dell’avvocato Colonna nei confronti di Avola dopo la scarcerazione: l’avvocato ha fatto da garante per un mutuo contratto dall’ex moglie di Avola, ha aiutato l’ex collaboratore a trovare un impiego presso una società di infrastrutture il cui titolare è un suo conoscente, ha stipulato il contratto di locazione dell’appartamento dove Avola vive e ne paga i canoni mensili. La procura stessa definisce tutto questo “senza dubbio inusuale in un contesto di normale rapporto professionale”. Ma alla fine il ragionamento è lineare: tutto quello che è emerso ha una spiegazione alternativa plausibile. Colonna ha dichiarato, sia davanti alla Commissione parlamentare antimafia sia nel corso dell’incidente probatorio, di aver agito come curatore nella vendita dei beni del padre di Avola dopo la morte di quest’ultimo. Lo ha anche dimostrato con le carte. Una spiegazione che la procura ritiene compatibile con i fatti. E soprattutto: dalle intercettazioni svolte per anni - anche con captatore informatico - non è mai emersa una conversazione tra Avola e soggetti appartenenti ad apparati istituzionali che potessero aver orientato le sue dichiarazioni. Non è emersa la prova che Colonna abbia ispirato il racconto di Avola, né che abbia fatto da tramite tra lui e terzi ignoti. Il caso di Michele Santoro è per certi versi diverso, ma l’esito è lo stesso. Il giornalista era indagato per diffamazione a mezzo stampa a seguito di una querela presentata da Aldo Ercolano, uno dei boss catanesi accusati da Avola, in relazione al contenuto del libro. La procura ha concluso che al momento della pubblicazione, nel 2021, Santoro non poteva sapere che le dichiarazioni di Avola fossero false. Aveva esaminato gli atti giudiziari disponibili senza trovare contraddizioni evidenti e si era fondato sulla circostanza che Avola fosse stato ritenuto credibile in precedenti procedimenti. Le criticità che hanno poi portato il Gip Santi Bologna ad archiviare per mendacio erano emerse solo dopo, e non erano conoscibili con la normale diligenza professionale. Manca l’elemento psicologico del reato. Le intercettazioni mostrano un Avola preoccupato di non essere creduto dai magistrati. In un momento di sfogo ipotizza che potrebbero arrestare tutti, lui, l’avvocato e i giornalisti. Un timore che la Procura legge come sospetto, ma che sembra la reazione di chi si sente accerchiato da un sistema che ha già deciso di non volerti ascoltare. Colonna, dal canto suo, raccomanda ai giornalisti di non dire ad Avola di essere stati sentiti dai pm, temendo che l’ex killer, saputo dell’interrogatorio, possa ritrattare tutto per sfinimento. Anche qui, una lettura colpevolista ha cercato di vedere il marcio dove c’era solo la gestione complicata di un testimone difficile. Le carte di Caltanissetta, lette senza il filtro del pregiudizio, ci dicono che il castello delle accuse era fatto di sospetti e suggestioni, non di fatti. Le accuse di depistaggio erano state urlate dai palchi di una certa antimafia come se fossero verità scolpite nella pietra. Un’antimafia che sembra preferire la comodità dei teoremi attrattivi alla fatica di verificare se i catanesi abbiano davvero avuto un ruolo nell’esplosivo di via D’Amelio. Forse è giunto il momento di tornare ai fatti della strage, quelli raccontati da chi c’era, senza aver paura di scoprire che la realtà è meno romanzata, seppur di gran lunga più inquietante. L’incognita dell’esplosivo rimane, quello che Borsellino aveva individuato (come?) proveniente dall’ex Jugoslavia. Tale episodio è cristallizzato nel primo verbale di Agnese Borsellino. Ed è proprio quello prelevato dai catanesi. Ma ad oggi, nessuna risposta o approfondimento giudiziario. Toscana. La sfida della cultura: così laboratori e teatro aiutano i detenuti a ripartire di Andrea Guida firenzetoday.it, 11 marzo 2026 Negli istituti penitenziari della Toscana vivono oltre 3.400 detenuti. La ricerca dell’Osservatorio regionale della cultura, con il supporto di Irpet, mostra come i laboratori culturali possano rafforzare autostima, relazioni e prospettive di reinserimento. La cultura entra in carcere e diventa uno strumento di reinserimento sociale. In Toscana i laboratori culturali, dalla scrittura alla musica fino al teatro, stanno dimostrando di avere effetti concreti sul benessere psicologico dei detenuti e sulla loro capacità di relazionarsi con gli altri. È quanto emerge da una prima indagine valutativa dell’Osservatorio regionale della cultura, realizzata con il supporto scientifico di Irpet e promossa dalla Direzione Cultura e Sport della Regione Toscana. Lo studio analizza le attività di welfare culturale finanziate negli istituti penitenziari toscani e misura la percezione dei benefici tra i detenuti che vi partecipano. Il quadro che emerge è chiaro: i laboratori culturali contribuiscono a rafforzare l’autostima, migliorare le relazioni interpersonali e creare un clima più positivo all’interno delle strutture detentive. Oltre 3.400 detenuti nelle carceri toscane - La ricerca prende in esame anche il contesto del sistema carcerario regionale. In Toscana, secondo i dati più recenti del Ministero della Giustizia aggiornati al gennaio 2026, i detenuti presenti negli istituti penitenziari sono 3.401, pari a poco più del 5% della popolazione carceraria nazionale. La presenza maschile è nettamente predominante, mentre le donne rappresentano solo una piccola minoranza, circa il 3% del totale. Molto più rilevante è invece la quota di detenuti stranieri, che in Toscana raggiunge il 48%, una percentuale significativamente più alta rispetto alla media italiana, che si attesta intorno al 32%. Il sistema penitenziario regionale è composto da sedici istituti. Tra le strutture più grandi e complesse figurano la casa circondariale di Prato e quella di Firenze-Sollicciano, che ospitano diverse centinaia di detenuti e rappresentano due dei principali poli del sistema carcerario toscano. Anche in Toscana resta comunque il problema del sovraffollamento: negli istituti regionali si registrano mediamente 108 detenuti ogni 100 posti disponibili, un dato inferiore alla media nazionale ma comunque indicativo di una pressione significativa sulle strutture. Il caso di Firenze e il carcere di Sollicciano - Tra le realtà più delicate del sistema penitenziario toscano spicca il carcere fiorentino di Sollicciano, uno degli istituti più grandi della regione. La struttura ha una capienza regolamentare di 502 posti ma ospita circa 555 detenuti, confermando quindi una situazione di sovraffollamento. La presenza straniera è particolarmente elevata: sono 351 i detenuti non italiani, pari a circa il 63% del totale. Nell’istituto è presente anche una sezione femminile con 74 detenute. Oltre alla dimensione numerica, Sollicciano presenta anche diverse criticità legate alle condizioni sociali e sanitarie della popolazione detenuta. Secondo i dati riportati nello studio, circa l’80% dei detenuti ha problemi legati alla tossicodipendenza e si registra un’incidenza molto elevata di episodi di autolesionismo e tentativi di suicidio, con circa 90 casi ogni 100 detenuti. Un quadro che rende ancora più rilevante il ruolo delle attività trattamentali e dei laboratori culturali, pensati proprio per migliorare il benessere psicologico dei detenuti e favorire relazioni più positive all’interno della struttura. Il carcere di Prato e la realtà della Dogaia - Un’altra delle strutture più rilevanti del sistema penitenziario toscano è la casa circondariale di Prato, nota come La Dogaia. Si tratta dell’istituto con il numero più alto di detenuti della regione. La struttura ha una capienza regolamentare di 589 posti ma ospita circa 596 detenuti, un dato che evidenzia una situazione di sovraffollamento, seppur meno marcata rispetto ad altri istituti italiani. Circa la metà della popolazione detenuta è composta da cittadini stranieri: sono 297 le presenze non italiane, pari al 50% del totale. Anche alla Dogaia emergono criticità legate alle condizioni sociali e sanitarie dei detenuti. Lo studio segnala che circa il 57% dei reclusi presenta problematiche legate alla tossicodipendenza. L’incidenza degli episodi di autolesionismo, tentato suicidio o suicidio risulta invece pari a circa 19 casi ogni 100 detenuti, un valore più contenuto rispetto a realtà particolarmente problematiche come Sollicciano ma comunque indicativo della fragilità della popolazione carceraria. Anche nel carcere pratese sono stati attivati progetti culturali finanziati dalla Regione Toscana, tra cui laboratori di lettura, scrittura e musica. Iniziative pensate per offrire ai detenuti occasioni di espressione personale, socialità e crescita, contribuendo a rendere il percorso detentivo meno isolato e più orientato al reinserimento nella società I progetti culturali finanziati dalla Regione - Negli ultimi anni la Regione Toscana ha sostenuto in modo crescente le attività culturali negli istituti penitenziari. Nel 2025 sono stati finanziati progetti per un totale di poco più di 320mila euro, che hanno coinvolto dieci istituti penitenziari per adulti su sedici, entrambi gli istituti minorili e una sede dell’esecuzione penale esterna. Le attività realizzate sono state molto varie e hanno coinvolto complessivamente circa quattrocento detenuti per un totale di oltre 1.500 ore di laboratori. Tra i progetti attivati figurano percorsi di scrittura creativa, laboratori di lettura, iniziative musicali, attività cinematografiche e programmi teatrali. Anche nel carcere di Sollicciano sono stati organizzati diversi laboratori, tra cui attività di scrittura e progetti musicali che hanno coinvolto i detenuti in percorsi di narrazione, espressione artistica e produzione culturale. Molte di queste iniziative sono state realizzate grazie alla collaborazione tra amministrazione penitenziaria, associazioni culturali, enti del terzo settore, biblioteche e istituzioni locali. I benefici percepiti dai detenuti - Per valutare l’impatto delle attività culturali lo studio ha coinvolto direttamente i partecipanti ai laboratori e gli operatori penitenziari che seguono i programmi trattamentali. Sono stati raccolti complessivamente 103 questionari compilati dai detenuti e 20 dagli operatori. Tra i partecipanti prevalgono gli uomini (90 su 103), mentre la maggioranza è di nazionalità italiana (82 persone). Dal punto di vista dell’età, la fascia più rappresentata è quella compresa tra i 40 e i 59 anni, con 41 detenuti, mentre 37 hanno meno di 40 anni e 17 hanno più di 60 anni. La maggior parte dei rispondenti è detenuta nelle case circondariali, che ospitano 60 dei partecipanti all’indagine. Dalle risposte ricevute, le attività culturali risultano molto apprezzate. Circa la metà dei partecipanti (54 persone) aveva già preso parte in passato a iniziative simili, mentre per 49 detenuti si trattava della prima esperienza. Le attività precedentemente frequentate più spesso sono i laboratori teatrali, indicati da 34 partecipanti, seguiti dai laboratori di lettura e scrittura (32 casi), dalle attività musicali (24) e da quelle artistiche come pittura o lavorazione della ceramica (23). Molti dei detenuti coinvolti avevano già partecipato anche ad altre attività formative: 71 persone dichiarano di aver seguito corsi scolastici o professionali durante la detenzione, tra cui percorsi per il conseguimento della licenza media, del diploma o qualifiche professionali. Per quanto riguarda le motivazioni alla partecipazione, la risposta più frequente è il desiderio di imparare cose nuove, indicato da 69 detenuti. Al secondo posto compare la volontà di migliorare le relazioni con gli altri, segnalata da 39 persone, mentre 17 dichiarano di partecipare soprattutto per passare il tempo e 14 per semplice curiosità. Gli effetti più evidenti riguardano la sfera psicologica e relazionale. Numerosi partecipanti affermano che le attività li hanno aiutati a sentirsi più attivi e motivati, restituendo fiducia nelle proprie capacità. Altri sottolineano il miglioramento dei rapporti con i compagni di corso e con gli operatori penitenziari, oltre a una maggiore capacità di gestire le proprie reazioni e di confrontarsi con gli altri. Molti detenuti evidenziano inoltre l’importanza di sentirsi ascoltati e accolti senza giudizio durante i laboratori, un elemento che per persone con percorsi di vita complessi rappresenta un passaggio fondamentale nel percorso di crescita personale. Criticità e prospettive future - Accanto ai risultati positivi, la ricerca evidenzia anche alcune criticità legate all’organizzazione delle attività culturali all’interno degli istituti penitenziari. Dalle risposte raccolte tra i detenuti emerge che la maggioranza non ha incontrato particolari ostacoli nella partecipazione ai laboratori: 73 dei 103 partecipanti dichiarano infatti di non aver riscontrato problemi. Tuttavia, una parte dei detenuti segnala alcune difficoltà. In 19 casi vengono indicati spazi non adeguati allo svolgimento delle attività, mentre 11 detenuti evidenziano problemi legati agli orari dei corsi, talvolta sovrapposti ad altre attività come il lavoro interno al carcere. Le criticità riguardano anche aspetti strutturali del sistema penitenziario. Molti istituti presentano limiti negli spazi disponibili e devono fare i conti con il sovraffollamento e con la complessità della popolazione detenuta, caratterizzata in molti casi da problemi sanitari o sociali, tra cui la tossicodipendenza. A questo si aggiungono la limitatezza delle risorse economiche e di personale e la forte rotazione dei detenuti, che rende difficile garantire continuità ai percorsi culturali e formativi. Nonostante queste difficoltà, la richiesta di rafforzare le attività culturali emerge in modo molto netto sia tra i detenuti sia tra gli operatori penitenziari. La quasi totalità dei partecipanti all’indagine si è dichiarata disponibile a prendere parte a nuove iniziative: solo una persona su 103 ha affermato di non voler partecipare in futuro ad altre attività di questo tipo. Il quadro che emerge quindi è quello di un sistema in cui la cultura sta diventando sempre più un tassello importante dei percorsi rieducativi. Se da sola non può risolvere i problemi strutturali delle carceri, può però contribuire a creare occasioni di crescita personale, rafforzare le relazioni e offrire nuove prospettive a chi si trova a scontare una pena. Roma. Rebibbia, l’ex sindaco Alemanno: “Tre morti in carcere in pochi giorni” di Rinaldo Frignani Corriere della Sera, 11 marzo 2026 L’ex primo cittadino è tuttora detenuto nel carcere in via Tiburtina. Le vittime sono un agente della Penitenziaria e due reclusi. Uno dei quali si è suicidato. Le notizie rivelate nel corso della stesura del “Diario di cella”. Basilischi, di 41 anni, per non meglio precisati problemi di salute, un infarto o una bronchite non curata, molto probabilmente connessi allo stress di un carico di lavoro portato fino all’estremo degli straordinari necessari, per compensare una carenza di organico che arriva fino al 42% del personale”. Così l’ex sindaco Gianni Alemanno, tuttora detenuto nel complesso in via Tiburtina. Secondo l’ex primo cittadino l’agente “qualche giorno prima era stato trovato dolorante appoggiato al termosifone del suo posto di guardia. Tra venerdì 6 e sabato 7 marzo sono morte due persone detenute. Prima Giuseppe Braccini, di 65 anni, recluso al braccio G9, trovato senza vita nella sua cella, probabilmente per overdose. Poi Merhawi Haile, immigrato di 36 anni, si è impiccato nella sua cella”. La nota è firmata dall’ex sindaco e anche da Fabio Falbo, anche lui detenuto nel braccio G8. “Colpisce il fatto che queste notizie non siano arrivate agli organi di stampa, mentre tutto il dibattito politico in questo momento è incentrato sui temi della Giustizia, per la campagna sul Referendum per la separazione delle carriere dei magistrati”, afferma ancora Alemanno. “Noi - scrive ancora - pensiamo non solo che sia giusto e doveroso dare queste notizie per il dramma umano che rappresentano, ma che tutta la situazione delle carceri italiane dovrebbe essere guardata con grande attenzione perché è uno dei più gravi sintomi delle disfunzioni della giustizia italiana. Ci appelliamo a tutte le forze politiche perché - continua - anche durante il dibattito referendario affrontino il problema delle carceri sovraffollate, dove è impossibile garantire tanto la sicurezza quanto seri percorsi di rieducazione dei condannati. Questa situazione è l’esito finale di un sistema penale lento, carico di errori giudiziari e poco attento alla dignità della persona umana, sia quando è in attesa di giudizio che quando è condannata in via definitiva. Non parlarne sottrae credibilità e realismo ad un dibattito referendario che non deve diventare una banale rissa tra fazioni politiche”. Napoli. Oltre 2mila detenuti in pochi metri: “Il carcere di Poggioreale è una vergogna europea” napolitoday.it, 11 marzo 2026 Associazioni manifestano davanti al penitenziario napoletano: “Condizioni disumane”. “Costituzione e religione parlano entrambe della dignità dell’uomo e queste carceri non garantiscono nessuna dignità”. Parole di don Tonino Palmese, responsabile di Libera Campania e garante napoletano dei diritti dei detenuti. L’occasione è la manifestazione indetta oggi, 10 marzo, dalle associazioni contro le condizioni di chi è in carcere, in particolare nei penitenziari di Napoli. Decine di persone si sono riunite davanti al carcere di Poggioreale. “In questo penitenziario - afferma Samuele Ciambriello, garante campano e ideatore della manifestazione - ci sono oltre 2.200 detenuti (il massimo sarebbe 1.600, ndr). È una vergogna europea. In alcune celle dormono in dieci, alcuni a un’altezza di due metri. C’è un padiglione in ristrutturazione da tre anni. In Italia la situazione non è diversa: oltre 60mila per 45mila posti. Le pene servirebbero a rieducare, ma così non c’è possibilità. La politica parla alla pancia della gente e usa il carcere come soluzione facile ai problemi”. Per Palmese “…la politica non ha interesse nel tema perché non porta consensi”. La proposta che arriva dalla manifestazione parla di un nuovo modello: “Più misure alternative, meno custodia cautelare” spiega Ciambriello. Tra i manifestanti assenti sia i politici che i familiari dei detenuti: “I parenti non ci sono perché c’è una sfiducia diffusa: sono conviti che la politica non farà nulla. Non hanno torto”. Napoli. In piazza con i caschetti gialli, “Così si nega la dignità dei detenuti” ansa.it, 11 marzo 2026 Il Garante: “Brandine a due metri da terra, serve il casco”. Con i caschetti gialli in testa hanno urlato “dignità e libertà” rivolgendosi verso il carcere di Poggioreale i manifestanti - una cinquantina di persone in tutto - che si sono ritrovati nel pomeriggio davanti al Palazzo di Giustizia di Napoli per richiamare l’attenzione sulle condizioni dei detenuti nelle carceri italiane. Alla manifestazione - promossa da varie associazioni impegnate nella tutela dei diritti dei detenuti, tra cui Libera, Liberi di Volare e Antigone - ha presenziato anche il garante dei detenuti della Campania, Samuele Ciambriello. “Le carceri italiane producono disperazione e recidiva e negano dignità, salute e diritti fondamentali” e “Si esce dal carcere, ma non dalla condanna”, queste alcune delle frasi esposte su striscioni e cartelli volte a denunciare le difficoltà legate alla detenzione e al reinserimento sociale. Concetti espressi anche in maniera sonora con i fischietti per far arrivare la protesta ai detenuti nelle celle del carcere di Poggioreale, struttura immediatamente di fronte. “C’è una legge - ha rimarcato il garante Ciambriello - che impone a chi lavora a due metri da terra di indossare il casco per motivi di sicurezza. A Poggioreale, nelle celle, ci sono anche nove persone e la terza branda è a due metri da terra, sotto il soffitto. Allora il ministro dia un casco ai detenuti che dormono sulla terza branda. Lo diciamo per attirare l’attenzione sui diritti e sulla dignità. Il carcere è un non luogo dimenticato e di mera segregazione”. Nel corso della manifestazione è stato sottolineato anche come i pregiudizi sociali rendano spesso difficile il reinserimento di chi esce dal carcere. I manifestanti chiedono un maggiore utilizzo delle misure alternative alla detenzione e il potenziamento delle figure professionali all’interno degli istituti penitenziari, dagli psicoterapeuti agli educatori. “In Italia - hanno ricordato i presenti - sono stati vinti circa 6.000 ricorsi per le condizioni inumane e degradanti nelle carceri”. Secondo il garante Ciambriello il quadro è particolarmente preoccupante soprattutto per l’elevato numero di detenuti tossicodipendenti: circa 2.000 soltanto in Campania. Ancona. Montacuto esplode: brande finite, in carcere si dorme sul pavimento di Federica Serfilippi Corriere Adriatico, 11 marzo 2026 Una bomba pronta ad esplodere. Nel carcere di Montacuto le prime micce di una situazione ormai emergenziale si sono già accese. Il primo problema: il sovraffollamento cronico. Stando ai dati del Ministero della giustizia (aggiornati al 9 marzo) la casa circondariale ospita attualmente 361 detenuti a fronte di una pianta organica di 256. Ci sono, dunque, 105 reclusi in più. Cosa vuol dire? Anzitutto le celle sono state riempite in ogni loro spazio vitale, tanto che non bastano neanche più i letti. Almeno dieci detenuti sono costretti a dormire sui materassi buttati a terra. Nessuna rete, nessuna branda. Un clima di disagio che, inevitabilmente, si ripercuote sugli agenti della Polizia penitenziaria, costretti con ogni sforzo possibile, e sempre con grande professionalità, a tenere a bada quasi quotidianamente allarmi e inottemperanze. Un episodio risale allo scorso sabato, quando due nordafricani in regime di sorveglianza particolare (per pregressi episodi di violenza) hanno appiccato il fuoco alla cella in cui si trovavano. Le fiamme avrebbero attaccato i materassi e alcuni vestiti. Una protesta perché entrambi chiedevano con insistenza il trasferimento in un altro carcere. Nessuno è rimasto intossicato o ferito, ma per contenere il fumo ed evitare ulteriori disagi, la sezione è stata evacuata e sette detenuti sono stati portati momentaneamente nell’area dei passeggi fino al ripristino delle condizioni di sicurezza. Un episodio di violenza è scattato lunedì pomeriggio e ha coinvolto alcuni detenuti della sezione di media sicurezza. Durante la consumazione del pasto, tre nordafricani (un tunisino e due marocchini) sono entrati nella cella dove c’erano due capoverdiani (padre e figlio) e un italiano. Sarebbe nata una discussione per il Ramadan che in poco tempo è passata alle vie di fatto. Stando a quanto ricostruito, i tre nordafricani che stanno seguendo il digiuno avrebbero spaccato un tavolo di legno utilizzando le gambe come mazze da baseball per aggredire gli altri tre detenuti. Un pestaggio in piena regola che ha portato due reclusi all’ospedale di Torrette. Si tratta del capoverdiano più grande e dell’italiano. Entrambi hanno riportato prognosi iniziali di trenta giorni. In particolare, l’italiano ha riportato la frattura del polso e dell’avambraccio, mentre l’altro una lesione al dito. Ad intervenire per sedare l’aggressione prima che potesse ulteriormente degenerare ci hanno pensato gli agenti della Penitenziaria. Asti. “Il treno non fischia” per i detenuti: vietato ai ragazzi il teatro del carcere di Valentina Moro La Stampa, 11 marzo 2026 Negata agli studenti l’autorizzazione ad assistere allo spettacolo preparato con i reclusi di Asti. Il garante Domenico Massano chiede ai vertici dell’amministrazione penitenziaria di rivedere la decisione. “Il treno non ha fischiato”. Gli studenti delle scuole superiori e dell’Università non potranno assistere in carcere allo spettacolo che hanno preparato con i detenuti. Un percorso iniziato da da Agar teatro che con il progetto “Teatro Oltre” aveva dato ottimi risultati. Il divieto arriva dal Dap (dipartimento amministrazione penitenziaria) che ha negato l’autorizzazione. Allo spettacolo potranno assistere i familiari e il pubblico ma non gli studenti. Ad ottobre il Dap ha emesso una circolare che limita molto le attività che prevedono la presenza di esterni. Il diniego per gli studenti è arrivato 20 giorni dalla prima della rappresentazione di Teatro Oltre, un progetto che prosegue da tre anni e che non ha mai comportato problemi di sicurezza. Lo spettacolo atteso - “Era da un anno che preparavamo lo spettacolo, avevamo fatto il tutto esaurito - racconta Silvana Nosenzo, presidente di Agar Teatro -. Per i detenuti è stato disarmante. L’impressione è stata che tutto il lavoro che avevano fatto fosse stato inutile”. Lo spettacolo doveva mettere in scena una rilettura de “Il treno ha fischiato” di Pirandello e una commedia in napoletano scritta da uno dei carcerati. “Si sono rispecchiati nel protagonista pirandelliano, Belluca, che vive una vita di sopraffazioni a cui dà una svolta dopo aver sentito il fischio di un treno. Hanno riadattato la novella partendo dai propri vissuti e pensieri”, racconta Nosenzo. La rappresentazione destinata agli istituti e all’università sarà rivolta ai compagni di cella. Per le scorse rappresentazioni oltre 700 persone avevano varcato i cancelli della casa di reclusione. “L’anno scorso era stato per noi molto gratificante avere una platea di spettatori composta da giovani studenti. Li avevamo accolti come fossero stati i nostri figli”. Così uno dei carcerati descrive l’esperienza del teatro. La lettera al Dap - Sulla questione è intervenuto il garante dei detenuti di Asti, Domenico Massano, che ha inviato una lettera a Ernesto Napolillo, direttore responsabile della Direzione Generale dei detenuti e del trattamento del Dap, chiedendo di rivedere la decisione. “Questi spettacoli sono momenti significativi sia da un punto di vista pedagogico per gli studenti sia, in una prospettiva rieducativa, per le persone recluse, per le quali la partecipazione al laboratorio teatrale e la possibilità di tenere le rappresentazioni sono occasioni di riflessione e responsabilizzazione”, spiega Massano. Oristano. Formazione in carcere: a Massama 50 detenuti coinvolti nel progetto del CPIA sardegnalive.net, 11 marzo 2026 Consentirà ai partecipanti di ottenere certificazioni utili per il reinserimento lavorativo e competenze per intervenire nelle emergenze sanitarie. Prendere il via quest’oggi il nuovo progetto formativo promosso dal Cpia n.4 di Oristano e rivolto a cinquanta detenuti della Casa di reclusione di Massama. L’iniziativa nasce con l’obiettivo di ampliare le opportunità di formazione per gli studenti detenuti, offrendo loro la possibilità di conseguire brevetti e certificazioni spendibili nel mondo del lavoro. Il progetto è stato ideato dal professor Gian Mario Dettori, docente del Cpia e referente dell’istituto presso la struttura penitenziaria. La sua realizzazione è stata resa possibile grazie alla collaborazione con l’associazione ed ente di formazione Re-Heart, di cui lo stesso docente fa parte come istruttore. L’associazione ha infatti messo a disposizione cinquanta brevetti, donandoli integralmente per consentire lo svolgimento del percorso formativo e permettere ai partecipanti di ottenere certificazioni aggiuntive rispetto ai titoli di studio già conseguibili attraverso i percorsi scolastici attivi nella Casa di reclusione. Per l’organizzazione dei corsi, Dettori ha coinvolto anche altri istruttori Re-Heart, volontari dell’associazione Vida di Oristano, dando vita a una collaborazione tra scuola, istituzione penitenziaria, enti di formazione e realtà del volontariato. Il percorso si articolerà in una serie di incontri che impegneranno i detenuti per l’intera giornata, alternando momenti teorici e attività pratiche. Tra gli obiettivi principali vi è quello di fornire competenze concrete e immediatamente spendibili in ambito lavorativo una volta terminato il periodo di detenzione. Allo stesso tempo, i partecipanti acquisiranno conoscenze fondamentali per intervenire in situazioni di emergenza, come l’arresto cardiaco o la disostruzione delle vie aeree. Il professor Gian Mario Dettori ha dichiarato: “Questo potrebbe essere il primo brevetto sperimentale di non poca utilità, pronti per aprire le strade a una serie di corsi di formazione per ampliare il curriculum di competenze dei nostri studenti affinché riescano a trovare lavoro immediatamente subito dopo la fine della pena. Cerchiamo di offrire opportunità di crescita e riscatto. Questo progetto rappresenta un esempio concreto di come l’istruzione possa diventare strumento di inclusione, responsabilizzazione e reinserimento sociale. Investire nella formazione significa investire nel futuro delle persone e della comunità”. Sulla stessa linea la dirigente scolastica del CPIA n.4 di Oristano, Carmensita Feltrin, che ha sottolineato: “Il progetto proposto è perfettamente in linea con il ruolo del Centro Provinciale di Istruzione degli adulti (CPIA), che ha il compito principale di offrire occasioni di upskilling e respkilling per contribuire fattivamente all’innalzamento del livello di istruzione e formazione della popolazione adulta in chiave personale, lavorativa e sociale”. Soddisfazione è stata espressa anche dal presidente dell’associazione Re-Heart: “Siamo onorati di poter contribuire al primo intervento di questo progetto lungimirante. Mettere a disposizione 50 brevetti significa credere nel valore della formazione come leva di cambiamento e offrire un’opportunità concreta a chi desidera costruire un nuovo percorso di vita”. L’iniziativa rappresenta un esempio significativo di collaborazione tra scuola, sistema penitenziario, enti di formazione e associazioni del territorio, uniti dall’obiettivo di promuovere competenze, responsabilità e nuove prospettive occupazionali. L’appuntamento dell’11 marzo segnerà l’inizio di un percorso che punta a diventare un modello replicabile anche in altri contesti di formazione all’interno degli istituti penitenziari. Brescia. Il progetto Libere Ristrette. Quando relazioni tossiche portano dritto in carcere di Federica Pacella Il Giorno, 11 marzo 2026 Dalla casa di reclusione di Verziano, le voci delle detenute arrivano nel cuore del Tribunale di Brescia, per raccontare la reclusione da un punto di vista per certi versi inedito. Le donne recluse sono stabilmente il 4-5% dei detenuti, ma molto spesso sono corree dei propri partner. Nell’ambito degli spazi di ascolto e del laboratorio di teatro sociale, tenuti a Verziano da Fraternità Sistemi con l’équipe educativa dell’istituto e il supporto di Comune di Brescia, Rete Antiviolenza territoriale, Comunità Fraternità, sono emerse fragilità accomunate da relazioni violente, a cui si è iniziato a dare una risposta che, per molte detenute, si sta trasformando in una ritrovata libertà dalla violenza. Lo ha raccontato Lara, nell’incontro organizzato in Tribunale sul progetto Libere ristrette. Per Lara, il giorno dell’arresto è arrivato, ad esempio, come un momento di liberazione dal baratro in cui l’aveva trascinata l’ex fidanzato. “Oggi sto facendo un percorso in cui sto capendo che posso farcela senza finire in relazioni tossiche”. Anche tra le mura di un carcere, l’amicizia può salvare, come è accaduto a Lara con Jasmine. “Quando sono arrivata, cercavo sempre lo scontro, ma trovavo assistenti ed educatrici che mi ascoltavano e provavano a farmi parlare”. Anche per lei, è iniziato un percorso per affrancarsi dalla violenza della sua vita precedente, per riuscire a rialzarsi e a ritornare dai suoi tre figli. Francesca ha ricominciato la sua vita fuori dal carcere; grazie al progetto di genitorialità ha mantenuto il rapporto con le sue figlie. Le loro parole, come delle donne che partecipano al progetto, sono diventate un’installazione. Roma. Il docu-teatro con detenuti, ex detenuti e polizia penitenziaria di Edoardo Iacolucci La Capitale, 11 marzo 2026 Rebibbia, “la città invisibile” prende voce all’Auditorium: il docu-teatro ispirato a Calvino debutta davanti al pubblico. Le luci della sala si abbassano mentre sullo schermo scorrono i primi volti. All’Auditorium Parco della Musica “Ennio Morricone” sta debuttando “Rebibbia: la Città invisibile”, esperimento di docu-teatro nato dai Laboratori d’Arte in carcere e ispirato all’opera di Italo Calvino, nel quarantesimo anniversario della sua scomparsa. Lo spettacolo, prodotto dall’Associazione Ottava Arte in collaborazione con La Ribalta Centro Studi “Enrico Maria Salerno”, porta sul palco detenuti, ex detenuti e personale della Polizia penitenziaria del carcere romano di Rebibbia. La regia è firmata da Laura Andreini e Francesca Di Giuseppe. In platea il pubblico segue in silenzio un racconto che mescola teatro, video e memoria personale, mentre il progetto prende forma davanti agli spettatori. I protagonisti tra palco e schermo - Sul palco si muovono i veterani del Teatro Libero di Rebibbia: Juan Dario Bonetti, Giacomo Silvano, Marcello Lupo e Maurizio Montepaone. Accanto a loro, sul grande schermo, appaiono i volti e le voci di chi è ancora detenuto. La scena alterna presenza fisica e immagini video, creando un dialogo continuo tra dentro e fuori il carcere. Partecipano allo spettacolo anche l’Ispettore capo della Polizia penitenziaria Cinzia Silvano e l’attore Alessandro Marverti. Le videoriprese sono di Paolo Modugno, le animazioni di Alessandro De Nino, con la produzione di Fabio Cavalli. Il ritorno ai luoghi dell’infanzia - Il racconto scenico accompagna i protagonisti nei luoghi della loro infanzia, quando tutto attorno aveva il significato di “Casa”. I ricordi scorrono tra quartieri popolari romani e storie familiari che arrivano da lontano, come quelle dei nonni profughi da Sarajevo. Ogni luogo sembra trasformarsi in una personale Itaca, città miraggio e insieme rete da cui è difficile uscire. La “Città invisibile” evocata nello spettacolo prende forma attraverso questi frammenti di memoria. Vite segnate da errori, sconfitte e scelte irreversibili. La lezione di Calvino tra teatro e carcere - Nel racconto emerge l’idea che “Casa” non sia solo uno spazio fisico ma uno stato mentale da costruire. La scena si lega direttamente alle parole di Italo Calvino, proiettate e pronunciate durante lo spettacolo: “c’è qualcosa che cerca di uscire dal silenzio, di significare attraverso il linguaggio, come battendo colpi su un muro di prigione”. L’invocazione che arriva dal carcere viene descritta come un segnale di sos in codice Morse: l’arte ha il compito di ascoltare quel battito, raccogliere le parole e trasformarle in racconto. Vent’anni di teatro dentro Rebibbia - “Rebibbia: la Città invisibile” nasce dentro una storia lunga più di vent’anni. Dal 2003 il teatro del carcere di Rebibbia è diventato un punto di riferimento nelle pratiche di reinserimento attraverso arte e cultura, e ha coinvolto migliaia di detenuti e decine di migliaia di spettatori. Questa sera, all’Auditorium, quel percorso entra in scena davanti al pubblico. L’arte qui riesce a dare forma a qualcosa che fino a poco prima restava invisibile. Sicuri senza carcere, resistendo al populismo di Eleonora Martini Il Manifesto, 11 marzo 2026 “Dei delitti e delle pene”: nel primo numero dell’anno, MicroMega fa il punto sulla giustizia del XXI secolo. Tassatività, determinatezza, materialità, offensività. Alzi la mano chi sa di cosa stiamo parlando. Sono i principi costituzionali ai quali dovrebbe sottostare qualsiasi norma incriminatrice affinché si possa ridurre la “divergenza tra ius quia iustum (diritto che è tale perché giusto) e ius quia iussum (diritto tale per il solo fatto di essere sancito)”. Di questi tempi di grande abbuffata simbolica del diritto penale il pericolo di rimanere disorientati è alto ma l’ultimo numero di MicroMega, il primo del 2026 - Dei delitti e delle pene. Carcere e penalità nel XXI secolo (pp. 272, euro 18) - è un’ottima bussola e un valido strumento per riconoscere le trappole della giungla panpenalista. Per esempio, tra le numerose firme del volume, Luigi Manconi e Federica Resta, autori delle righe appena citate, ricostruiscono l’evoluzione storica della “pena, tra colpa reinserimento e speranza”. In ogni società democratica, fa notare a sua volta Mauro Palma, già Garante nazionale dei diritti delle persone private di libertà personale, “una volta stabilito quali comportamenti illeciti determinino una effettiva lesione del tessuto” collettivo e “come tali richiedano la sanzione penale”, occorre poi “chiederci per quali reati sia necessaria, proporzionata e utile la privazione della libertà personale”. Ma quando, come in particolare negli ultimi anni, il sistema di esecuzione penale perde la via maestra dettata dalla Costituzione e diventa carcerocentrico, quando lo spaccato della popolazione penitenziaria mostra che siamo di fronte a una “detenzione sociale e non penale”, quando la reclusione si basa su un modello di “infantilizzazione della persona detenuta” con una scansione temporale della vita detentiva asincrona rispetto allo scorrere del tempo dei cittadini liberi, allora, suggerisce Palma, “l’unica auspicabile via d’uscita risiede nell’investimento in strutture sociali territoriali”, da un lato, e dall’altro nell’affidare i detenuti a “strutture minori di grande impatto di supporto e controllo e soprattutto di responsabilità locale”. Dal primo intervento, a firma di Stefano Anastasia, che ricostruisce la storia dell’istituto carcerario, all’ultimo di Paola Di Nicola Travaglini e Giorgia Serughetti, che approfondiscono l’analisi del reato di femminicidio, oltre venti autori compongono un almanacco di approfondimento che tenta di rispondere alla domanda - “Abbiamo davvero bisogno del carcere?” - posta da Cinzia Sciuto, direttrice di MicroMega. Un quesito che qualcuno potrebbe considerare “un’ingenua utopia”, come grosso modo l’ha definita recentemente il capo Dipartimento della giustizia minorile Antonio Sangermano durante la presentazione dell’ultimo rapporto sugli Ipm di Antigone. Eppure Cinzia Sciuto dimostra con i numeri che “il carcere, almeno così per com’è, non serve a niente”: il tasso di recidiva stimato fra chi sconta la sua intera pena in carcere è del 70%, percentuale che scende al 20% tra chi accede a misure alternative e precipita tra il 2 e il 7% per chi lavora durante l’esecuzione della pena. “Abolire il carcere dunque è solo puro realismo”, è la razionale conclusione. Ma il dibattito è aperto: se la presidente di Antigone Lombardia Valeria Verdolini, autrice di Abolire l’impossibile, spezza ovviamente una lancia a favore dell’abrogazione del carcere così come lo conosciamo, Gherardo Colombo, Andrea Pugiotto e Antonia Menghini si confrontano da punti di vista diversi e a tratti opposti. Il panpenalismo che nutre ossessivamente la destra sovranista riguarda però un numero molto maggiore delle attuali 63.800 persone recluse nelle carceri: se nel 1990, quando l’Italia contava circa 57 milioni di abitanti, le persone sotto controllo penale erano circa 33 mila, oggi sono oltre 260 mila su una popolazione di 59 milioni. “Eravamo un Paese relativamente tollerante nei confronti della devianza minore e della marginalità sociale, siamo diventati un Paese particolarmente severo, che tiene sotto scacco 100 mila persone libere-sospese e in esecuzione di provvedimenti penali cinque volte quelle che vi erano costrette 35 anni fa”, scrive Anastasia. In questo contesto “malato” a farne le spese, però, c’è anche un particolare tipo di lavoratori: i poliziotti penitenziari. Analizzando la condizione di un corpo che è sottoposto costantemente a fattori di grave stress psicofisico, tanto più nell’attuale sistema, l’avvocato Antonello Azzarà riflette sulla violenza della polizia nei casi in cui “assomiglia terribilmente ad un crimine d’odio”. Reati caratterizzati dalla “percezione di sentirsi parte di un gruppo, unitamente alla legittimazione che deriva dalla consapevolezza di agire in nome di esso”. “Lo spirito di corpo, in questo senso, gioca un ruolo fondamentale nell’estrinsecazione della violenza in carcere, e - conclude Azzarà - la cosiddetta retorica delle mele marce non regge”. Fabio Cavalli: “I detenuti che fanno teatro poi non delinquono più” di Federica Olivo huffingtonpost.it, 11 marzo 2026 Intervista con in regista cofondatore del Teatro libero di Rebibbia dopo le notizie su limitazioni alla recita per reclusi in alta sicurezza. “Ho conosciuto 2 mila detenuti, la loro recidiva è passata dal 65 al 15%. Alcuni ora sono attori professionisti. Il teatro fa bene a loro e alla società. La pena non è vendetta”. Stasera la compagnia è all’Auditorium di Roma. “A Rebibbia è attivo da dieci anni un Laboratorio teatrale durante il quale gli studenti universitari assistono alle prove in palcoscenico dei detenuti del Reparto alta sicurezza. Per quest’anno, al momento, non è stato autorizzato dal Dipartimento penitenziario”. Fabio Cavalli è attore, regista, docente universitario, fondatore del Teatro Libero di Rebibbia con Laura Andreini, la presidente della fondazione “Enrico Maria Salerno”. Da 23 anni con i detenuti del carcere romano porta avanti un lavoro che è uscito più volte fuori dal carcere. Che è andato per i teatri e le strade di Roma, in televisione con la collaborazione della Rai, al cinema. Che ha varcato i confini, fino ad arrivare a Berlino. Nel 2012, infatti, il teatro di Rebibbia ha vinto l’Orso d’Oro con Cesare deve morire: un docufilm di Paolo e Vittorio Taviani che racconta la messa in scena della tragedia di Shakespeare Giulio Cesare da parte dei detenuti del circuito di alta sicurezza del carcere romano. Lo contattiamo per parlare delle criticità che si stanno registrando in alcune carceri italiane - Rebibbia compresa - nella realizzazione di attività teatrali e culturali proprio nel momento in cui viene celebrato il teatro d’alto livello che si pratica tra le mura di Rebibbia. Nella serata di martedì 10 marzo, infatti, all’Auditorium parco della musica andrà in scena uno spettacolo molto atteso, realizzato con la regia di Laura Andreini e Francesca Di Giuseppe: Rebibbia, la città invisibile. Si tratta di una rilettura delle Città invisibili di Italo Calvino. Lo spettacolo è stato realizzato nel 2025, in occasione dei 40 anni della scomparsa dello scrittore. Si incontreranno sul palco detenuti comuni, ex detenuti e anche agenti penitenziari. A fare da protagoniste saranno le storie dei personaggi e le loro “case”. In un contesto in cui per casa non si intende un luogo fisico, ma uno stato mentale. “Lo spettacolo - ci racconta Cavalli - è frutto di un lavoro di lungo mesi, con persone che hanno commesso errori e li hanno pagati cari”. Con Cavalli ripercorriamo alcune tappe importanti della storia del teatro libero di Rebibbia. E la sua mente corre ai detenuti che hanno recitato in Cesare deve morire. “Sono i detenuti dello stesso circuito a cui - prosegue - potrebbe essere preclusa la frequentazione della sala teatrale”. Non c’è ancora un documento che ufficializza questa disposizione, ma la direzione intrapresa e anticipata verbalmente ai diretti interessati è questa. Il teatro a cui i detenuti dell’alta sicurezza rischiano di non poter accedere non si trova dall’altra parte di Roma, ma a pochi passi da loro. All’interno del carcere di Rebibbia. Le interlocuzioni tra chi svolge le attività e l’amministrazione penitenziaria sono continue e nelle ultime ore c’è stata un’apertura alla revoca di questo divieto. Ma non c’è nulla di ufficiale. E se niente sarà scritto nero su bianco, i detenuti dell’alta sicurezza dovranno fare le prove degli spettacoli nel loro reparto. Resta invece intatto un altro divieto, che da qualche tempo c’è a Rebibbia così come in tutta Italia: saranno impediti i contatti tra i detenuti di questo circuito e le persone esterne al carcere. Gli studenti in particolare, che in questo caso sono gli spettatori. Ciò ha amareggiato gli addetti ai lavori, che sperano che la situazione possa cambiare: “Il problema - evidenzia Cavalli - è che il teatro si fa in due: con gli attori e con gli spettatori. Se viene meno lo spettatore, il teatro non c’è”. La scelta fatta da chi si occupa delle prigioni - ovunque in Italia, da Asti a Saluzzo, fino a Bologna - sembra quella di ridurre lo spazio delle attività educative per i detenuti che hanno commesso reati più gravi. Viene lasciato in secondo piano il fatto che la maggioranza dei detenuti che partecipa a questo genere di attività non ha mai mostrato alcuna pericolosità nel corso dei laboratori, che si tratta di persone che cercano di salvarsi attraverso il teatro: “Siamo di fronte - aggiunge Cavalli - a una scelta di politica penitenziaria di cui non ravviso le ragioni. Posso capire che ci siano dei contesti in cui va ripristinata la sicurezza, ma garantisco che a Rebibbia non è mai accaduto niente di preoccupante”. Anzi, è accaduto il contrario: “Ho visto il tasso di recidiva abbassarsi dal 65% al 15%”. Significa che chi fa reato tendenzialmente torna di meno a delinquere, una volta uscito dal carcere. Dietro questi numeri ci sono le persone. Cavalli ne ha conosciute 2mila dietro il muro di cinta di Rebibbia: “Quasi tutti sono tra i miei contatti di Facebook. A cadenza settimanale mi arriva, da persone diverse, lo stesso messaggio. Sono libero. Sono libero. Sono libero. Non è uno slogan. Vogliono farmi sapere che non sono più tornati dietro le sbarre”. Significa che mettersi nei panni di altri, scoprire sceneggiature, imparare testi teatrali non è puro esercizio di diletto. Non è neanche solo un modo per riempire le ore vuote della galera. Può essere una piccola rivoluzione per la persona e per la società. I cui effetti paradossalmente possono essere più dirompenti proprio tra i soggetti considerati più pericolosi. “Se una figura che era in passato considerata al vertice di un’organizzazione criminale capisce che non vale la pena di delinquere, che esiste un’altra prospettiva di futuro, che il teatro è meglio della pistola, fa bene alla società”. Tante volte, nel corso del suo lavoro a Rebibbia, Cavalli ha visto con i suoi occhi la rivoluzione che il teatro porta nella vita dei detenuti: “Alcuni di loro - racconta - ora sono liberi, lavorano, fanno teatro con noi. Il regista elenca i nomi degli ex detenuti che con il teatro si sono salvati. E che ora sono attori professionisti: tra questi c’è Salvatore Striano, che interpretava Bruto in Cesare deve morire e che da allora non si è più fermato: “Dopo il carcere ben pochi, che io sappia, sono rientrati nei circuiti criminali. Tanti altri hanno abbracciato il teatro, che ora è il loro pane quotidiano. Altri invece lo praticano nel tempo libero”. A tutti il teatro ha dato qualcosa. Probabilmente più di ciò che si aspettavano quando hanno iniziato il percorso. “Sa qual è stata la parte più difficile? Far comprendere loro qual è la libertà di cui parlava Bruto. La libertà all’interno della Repubblica. L’essere cittadino con gli altri. Non è così semplice ragionare in questi termini quando si è in carcere. Quando si anela alla propria libertà dalle sbarre, la visione democratica nel concetto di libertà non è scontata. Ma è quella che noi proviamo a proporre”. E quando si fatica a ragionare di Shakespeare, allora viene in aiuto la saggezza popolare: “Si passa dall’ognun per sé e Dio per tutti all’uno per tutti, tutti per uno. Le assicuro che in carcere tutto è fuorché una banalità”. La speranza di Cavalli è che non sia messa in pratica nessuna sospensione delle attività. E che, in generale, per usare le sue parole, che “ci sia un ravvedimento complessivo del modo in cui si interpreta la pena. E si smetta di vederla come retribuzione. O, peggio, come vendetta”. Le sbarre invisibili della democrazia di Vittorio Pelligra Avvenire, 11 marzo 2026 Guerra poco spiegata, referendum opaco e informazione nelle mani di pochi: quando il potere discrezionale cresce, la libertà dei cittadini diventa sorvegliata. Non troppo distante da noi divampa una guerra che non riusciamo a capire fino in fondo e di cui sappiamo pochissimo. Le informazioni sono frammentarie e filtrate e il governo incredibilmente non sente il dovere urgente di spiegare ai cittadini quali scelte stiamo compiendo, con quali rischi e con quali implicazioni. Nello stesso tempo siamo chiamati a pronunciarci su un referendum che sancirebbe una modifica alla Costituzione. Ma lo si fa nell’ambito di un dibattito falsato. Terribilmente tecnico o del tutto ideologico e quindi vuoto. Aggiungiamo che questo avviene nel momento in cui il sistema dell’informazione, quello che dovrebbe aiutarci a capire meglio entrambe le cose, ciò che capita intorno a noi, è soggetto ad una trasformazione radicale. Testate e redazioni che passano a gruppi industriali, finanziari, editoriali con interessi diversi, non sempre chiari e trasparenti, in un riassetto che trasforma silenziosamente la natura e l’identità di chi controlla il dibattito pubblico e la narrazione collettiva nel nostro Paese. Il risultato è un mix straniante di allarme e apatia. La percezione che il mondo stia cambiando in modo repentino e drammatico convive con la sensazione che la politica discuta d’altro, lontana anni luce dai bisogni reali e dalle paure dei cittadini, incapace di offrire strumenti per capire. Al fondo non c’è solo indifferenza o incapacità; c’è un problema fondamentale di libertà. Una libertà che non si misura in termini di assenza di coercizione, ma sulla base di qualcosa di più sottile e insidioso. Il tipo di potere che altri hanno sulla nostra vita, anche quando questi scelgono di non esercitarlo. Philip Pettit, filosofo irlandese, professore a Princeton, chiama questo tipo di potere “dominazione”. Non è necessario che qualcuno ti costringa. Basta che tu sappia che qualcuno può farlo. Che può interferire nella tua vita in modo arbitrario, senza dover rendere conto, senza essere obbligato a giustificarsi. Pensiamo all’operato dell’ICE negli USA o al caso Paragon qui in Italia. La libertà, in questa prospettiva, non coincide solo con l’assenza di interferenza, ma con il limite a quei poteri discrezionali che ti rendono dipendente anche quando non vengono esercitati. Se un governo non sente l’obbligo urgente di informare con chiarezza su ciò che accade attorno a noi, non si genera solo disorientamento, si coltiva questo genere di dipendenza. Quando un passaggio costituzionale viene trattato come una faccenda per iniziati o per ultras in curva, si alza una barriera invisibile tra i cittadini e la possibilità di capire, deliberare, chiedere conto. Quando le redazioni dipendono da pochi centri di potere economico, la libertà non viene soppressa per ordine esplicito. Semplicemente svanisce per adattamento naturale. Si impara a evitare certi temi, ad omettere certi nomi. Non perché qualcuno chiami per censurare, ma perché tutti sanno che esistono equilibri che conviene non mettere in discussione, certe zone d’ombra su cui è meglio non accendere i riflettori. E non stupisce che siano soprattutto i giovani a percepire questa distanza con più acutezza. Non per apatia o disinteresse, come spesso sentiamo ripetere con supponenza da salotto. Ma perché i nostri figli sono cresciuti in un sistema in cui la politica parla un linguaggio che non riconoscono, che si occupa di temi che sembrano lontani dalla loro vita, attraverso istituzioni che non sentono di poter cambiare. Non è disaffezione, ma la risposta naturale a una sensazione molto concreta di esclusione. Quella sensazione che le decisioni che contano vengano prese altrove, da altri, e che la loro voce, anche quando si alzasse, non troverebbe nessuno disposto ad ascoltarla. Una società libera - lo ribadisce Philip Pettit - è quella in cui ciascuno può stare nello spazio pubblico a testa alta, senza paura né deferenza, senza avere bisogno di vivere nelle grazie di qualcuno. La democrazia non si esaurisce nel voto. È l’insieme di garanzie che rendono il potere contestabile, spiegabile, correggibile. Per tornare ad essere liberi nel senso più esigente, repubblicano del termine, dobbiamo rivendicare le condizioni fondamentali della cittadinanza: una informazione pubblica autorevole, catene di responsabilità tracciabili, luoghi di deliberazione reali e strumenti effettivi di bilanciamento e controllo. L’alternativa è quella di vivere in gabbie con sbarre invisibili ma per questo non meno reali. Migranti. La cittadinanza a ostacoli dei presunti colpevoli di “pericolosità” di Federica Rossi* Il Manifesto, 11 marzo 2026 Sempre di più le richieste respinte in nome di un’imprecisata “sicurezza dello Stato”. “Quando mi hanno rigettato la cittadinanza ho camminato per ore, piangendo per tutta la città. Era notte. Qui ho lavorato una vita, tutti mi rispettano. Non riuscivo a crederci”, racconta Amal Al-Ali (nome di fantasia). La sua è una delle centinaia di storie di dinieghi al riconoscimento della cittadinanza italiana per motivazioni inerenti alla “sicurezza dello Stato”. Secondo una richiesta di accesso agli atti che abbiamo presentato, in questo gruppo ricadono 132 persone solo nel 2024. Negli ultimi 5 anni sono 975. Il rigetto avviene quando, per l’amministrazione, l’acquisizione potrebbe comportare una minaccia. Come nel caso di legami con organizzazioni o attività ritenute pericolose per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale. Ma le autorità come costruiscono il profilo di una persona? Intercettazioni, spyware, telecamere nascoste o semplicemente segnalazioni? Saperlo è quasi impossibile: tutto ciò che riguarda questi processi è secretato, senza garanzie sul rispetto di privacy o dati personali. Soprattutto senza garanzie del diritto alla difesa. Per non essere riconosciuti italiani può bastare una nota di polizia, un’identificazione a un corteo o una vecchia accusa, anche dopo aver dimostrato la propria innocenza. Quando arriva il rigetto chi può permetterselo si rivolge a un avvocato per fare ricorso al Tar o fino al Consiglio di Stato. In quelle sedi, però, l’amministrazione non è tenuta a dimostrare nulla. Le informazioni rilasciate sono minime perché la cittadinanza è considerata un procedimento amministrativo. Non è possibile neanche registrare l’udienza o avere copia integrale della sentenza: l’avvocato può solo prendere appunti. Nel caso di Lachen Ouftallah - giovane veronese di origine marocchina che lavora come insegnante, aiuta persone migranti in un centro culturale e organizza una maratona nel capoluogo veneto - l’accusa sarebbe di essere “vicino ai movimenti di sinistra antagonista”. “Chiediamoci cosa significhi “sicurezza” - riflette Caterina Rodelli, ricercatrice presso Access Now - Senza una definizione precisa, questa categoria diventa un calderone”. Come sono arrivate le autorità alla conclusione che Lachen possa essere un pericolo per la sicurezza dello Stato? Secondo Benedetta Tonetti, avvocata Asgi, il ministero dell’Interno compie una valutazione complessiva sulla persona, oltre i requisiti formali. Di un cittadino straniero è facile ricostruirlo: le impronte entrano nei sistemi della questura a ogni rinnovo del permesso di soggiorno. “Anche essere finito sotto osservazione dalla Digos per qualche ora è sufficiente a renderti un “potenziale pericolo”. Anche se nella nostra Costituzione vale il principio di non colpevolezza fino a sentenza definitiva”, spiega Tonetti in riferimento a un suo cliente, intercettato dopo aver aperto una macelleria halal. “Senza contesto, non è una valutazione sulla persona. Si rischia di usare il potere in modo discrezionale e arbitrario per ridurre il numero di nuovi cittadini”. In risposta a una seconda richiesta di accesso agli atti, il Viminale sottolinea che “in merito all’eventuale esistenza di sistemi automatici di raccolta e analisi dei dati nei procedimenti di cittadinanza, questi non incidono sul processo valutativo che è rimesso comunque al controllo e alle verifiche dei singoli istruttori, trattandosi di un ausilio a questi ultimi per rispettare e ottimizzare le tempistiche richieste dalla complessità dell’istruttoria”. Così se da un lato il ministero assicura che le procedure passano attraverso le mani dei singoli istruttori, dall’altro ammette implicitamente che dei sistemi automatici di raccolta e analisi dati esistono. Il ministero menziona il portale Cives, collegato al portale Ali, dove le persone inviano le domande. Al loro interno ci sono molti dati sensibili che, in base a come vengono processati, possono essere oggetto dei cosiddetti “bias”. Pregiudizi, come il colore della pelle, che influenzano il risultato finale. La richiesta di informazioni su come operino queste piattaforme non è stata accolta. Grazie alle nuove leggi sulla protezione dei dati è possibile chiedere quali informazioni sono immagazzinate su di ognuno di noi. Romain Lanneau, ricercatore legale per Statewatch, ha tentato per mesi di accedere alle informazioni all’interno del database europeo Schengen Information System, creato per raccogliere una lista di persone considerate pericolose e che dovrebbero essere intercettate o tenute sotto controllo. Nonostante l’Italia sia il paese che ha inserito più segnalazioni in Europa, alle richieste di accesso risponde sistematicamente “non abbiamo dati su quella persona”. Su più di 4.600 richieste, non ha risposto a nessuna: lo 0%, contro una media europea del 65%. La gestione delle persone migranti e dei loro documenti diventa sempre più opaca. Tutto ciò ha un effetto diretto sulle vite di chi attraversa questi buchi neri dell’amministrazione e sul loro coinvolgimento civile all’interno della società: pur di non essere considerati un “potenziale pericolo per la sicurezza dello stato” evitano luoghi, incontri, manifestazioni. Rinunciano ai loro diritti fondamentali. *Hanno collaborato Daniela Ionita e Margherita Salerno. Il progetto è stato realizzato grazie al sostegno dell’Investigative Journalism & Civil Society Collaboration Grant, un fondo promosso da Edri, Ecnl e Lighthouse Reports. Migranti. La denuncia dal Cpr di Macomer: “Qui ogni giorno la gente vuole suicidarsi” meltingpot.org, 11 marzo 2026 “Siamo 20 persone e siamo nella peggiore condizione perché il trattamento qui è pessimo. Per favore, aiutateci. Non possiamo sopportare qui: ogni giorno la gente vuole suicidarsi”. Così inizia la denuncia contenuta in un comunicato stampa firmato da Assemblea No Cpr Macomer e LasciateCIEntrare, che riporta le testimonianze di 16 internati del Cpr di Macomer. Le parole raccontano una realtà di sofferenza estrema e rappresentano un grido d’aiuto rivolto alla società tutta: “Oggi sembra un anno [i giorni scorrono tanto lenti da sembrare lunghi come un anno]. Anche il nostro stato psicologico è pessimo. Anche il cibo non è buono e qui non tutto è buono, ci sono otto persone gravemente malate e non c’è personale medico. Hanno bisogno di cure il prima possibile. C’è molto razzismo: persone che non hanno fatto nulla di male sono qui nelle loro condizioni peggiori. Sono state portate qui direttamente dal mare. Non hanno fatto nulla di male. Non c’è personale medico, c’è molto razzismo. Vogliamo cambiare questo centro. Vogliamo andare in un altro centro. Per favore e grazie mille”. Il comunicato denuncia condizioni gravissime: cibo insufficiente, tutela sanitaria e giuridica carente, deprivazione, disorientamento e disperazione fino all’autolesionismo. Alcune delle otto persone in condizione medica urgente potrebbero mostrare segni di autolesionismo o patologie trascurate, probabilmente aggravate dalle pratiche del centro. Emergono anche gravi criticità nella gestione: persone trattenute senza diritto, ostacolo agli accertamenti medici e informazioni carenti sullo status giuridico degli internati. Come scrivono gli stessi detenuti: “Vogliamo andare in un altro centro”, “Vogliamo cambiare questo centro”, frasi che tradiscono l’inconsapevolezza della propria condizione, amplificata dal pressappochismo dei gestori e delle forze dell’ordine. Le testimonianze raccolte dalle organizzazioni firmatarie confermano un contesto di privazione dei diritti, violenza e indifferenza. Recentemente, un giovane tunisino ha ingerito delle batterie ed è stato trasportato al Pronto Soccorso. Lunedì scorso, gli avvocati che dovevano incontrare gli internati hanno visto le visite improvvisamente annullate a causa di “problemi” con due persone trattenute. Le condizioni sanitarie sono drammatiche: da settimane mancano cerotti, garze, bende e disinfettanti. Un internato ha raccontato di essere stato medicato con acqua e nastro isolante dopo un infortunio alla mano. Il personale infermieristico è sottoposto a turni massacranti, spesso saltando quelli di assistenza, con stipendi arretrati fino a due mesi. Il medico del CPR si presenta solo mezz’ora al giorno e la psicologa non effettua colloqui. Contattare la direttrice per far valere i propri diritti risulta estremamente difficile. In un contesto segnato da indifferenza, insulti razzisti e stereotipi che dipingono i reclusi come criminali pericolosi, il comunicato offre una testimonianza diretta di violenza psicologica sistematica. Persone trattenute senza aver commesso alcun reato reclamano il diritto alla propria umanità, chiedendo di essere ascoltate. Le organizzazioni firmatarie concludono con un appello chiaro: “Tutti i CPR devono essere chiusi! Cominciamo da Macomer”. Migranti. Teatrino Albania, FdI chiede un’informativa al Viminale di Giansandro Merli Il Manifesto, 11 marzo 2026 Le opposizioni rilanciano: il governo sapeva che quei migranti sarebbero tornati indietro. “Deportati solo per fare campagna sul referendum”. E torna lo spettro del danno erariale. Un’informativa urgente del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi su quanto sta accadendo nel Cpr di Gjader. È la richiesta avanzata ieri in Aula dalla deputata Sara Kelany, responsabile immigrazione di FdI. “Apprendiamo, preoccupati ma purtroppo non stupiti, di un ulteriore provvedimento della Corte d’Appello di Roma che non convalida il trattenimento nel Cpr di Gjader (di un cittadino straniero) che riporta nel suo curriculum condanne per furto, spaccio e sequestro di persona, violenza sessuale e di gruppo”, ha dichiarato la parlamentare. Il gioco è quello iniziato poco più di due settimane fa, quando il governo ha improvvisamente spedito in Albania una novantina di migranti già trattenuti nei centri in Italia. Con il passare dei giorni è venuto fuori che alcuni di loro hanno una fedina penale piuttosto lunga e articolata. Da un punto di vista giuridico, comunque, quei reati non c’entrano nulla con il trattenimento amministrativo, che dipende solo dalla non regolarità dei documenti. Tutti i trasferimenti sono stati decisi dalle autorità di polizia in modo arbitrario, senza fornire alle persone atti formali con le ragioni della scelta. Quali siano i criteri adottati resta un mistero. Di certo, però, c’è l’attenzione mediatica e politica dedicata, in chiave referendaria, alle decisioni delle toghe. Che non hanno stabilito nulla di nuovo: è dallo scorso aprile che chiunque fa domanda di asilo a Gjader torna in Italia perché c’è il forte sospetto che le attuali norme Ue siano violate dalla permanenza fuori dal territorio comunitario dei richiedenti (lo chiarirà presto la Corte del Lussemburgo, dove pende un rinvio proprio sul punto). Kelany fa bene a dirsi “non stupita” dalle mancate convalide: sapevano tutti, il governo in primis, che sarebbe andata così. “Se la richiesta di informativa al ministro viene da FdI forse finalmente potremo avere risposte - ha rilanciato la parlamentare di Avs Francesca Ghirra - Sapete benissimo che nessun magistrato convaliderà i trattenimento a Gjader, perché sono illegali”. Sulla stessa linea il Pd con Matteo Orfini, “ci associamo con entusiasmo alla richiesta della deputata Kelany”, e il M5s con Alfonso Colucci: “I cittadini hanno capito benissimo che il governo sta provando a nascondere il fallimento del protocollo Albania e a sostenere il Sì al referendum a colpi di bugie, lanciando accuse infamanti su magistrati che fanno solo il loro lavoro applicando le leggi”. “Con il referendum alle porte, devono poter dire che i magistrati liberano i migranti che Piantedosi spedisce in Albania. I cittadini italiani stanno pagando uno spot del governo sul referendum su questioni che con il referendum non c’entrano nulla. Meloni e Piantedosi vengano al più presto in Parlamento a rispondere di questo intollerabile danno all’erario”, ha detto invece il deputato di Iv Davide Faraone. Nel frattempo l’aumento improvviso dei trasferimenti sta creando maretta anche tra le forze di polizia. “Il numero totale delle forze presenti è sceso a poco meno di 200 unità, rispetto alle circa 250 che garantivano il presidio solo pochi mesi fa, e questo avviene proprio in un momento in cui, a differenza del recente passato, le presenze all’interno del Centro non sono affatto simboliche”, si lamenta il Siulp che chiede rinforzi e fa capire che la situazione si sta deteriorando. “Tensioni ricorrenti, aggressioni nei confronti degli operatori e del personale della ditta appaltatrice, e un clima di crescente instabilità”, si legge nel comunicato. Cambia lo Stato, la posizione geografica, l’ente gestore ma il risultato dei Cpr è sempre lo stesso: un fallimento strutturale da tutti i punti di vista. Droghe. War on drugs, spaccati inediti di repressione di Leonardo Fiorentini Il Manifesto, 11 marzo 2026 Durante la 69ª sessione della Commission on Narcotic Drugs dell’Onu, che si svolge questa settimana a Vienna, Forum Droghe è coinvolta in una serie di side event che, messi in fila, svelano come le politiche repressive sulle droghe producano sempre più spesso abusi, discriminazioni, violenza e impunità. Quattro finestre su come la war on drugs alimenti assetti di potere che è urgente rimettere in discussione: la corruzione che si insinua nelle pratiche quotidiane di polizia e giustizia; le uccisioni extragiudiziali presentate come strumenti di governo del fenomeno; la profilazione etnica come dispositivo di razzismo istituzionale e selezione sociale nei contesti urbani; la genesi neocoloniale delle convenzioni sulle droghe. Quattro incontri che delineano un’agenda per la riforma: se vogliamo parlare seriamente di salute e benessere sociale, anche sicurezza, dobbiamo guardare ai costi reali della guerra alla droga e costruire alternative fondate su diritti e accountability, riduzione del danno e giustizia sociale. Forum Droghe ha organizzato un importante panel (domani alle 16,30, diretta Youtube sul canale di Fuoriluogo), insieme a Drug Policy Alliance, International Drug Policy Consortium (IDPC), Iniciativa Negra, Release e la Società della Ragione che pone al centro il rapporto che lega le strategie di “controllo” e “sicurezza urbana” alla selezione sistematica dei corpi da fermare, perquisire, denunciare, incarcerare. Si parlerà di ethnic profiling nelle operazioni di polizia, una delle principali fonti di discriminazione contro persone migranti, non-native e cittadine/i di seconda e terza generazione, soprattutto nei contesti urbani. Quando la profilazione si innesta su politiche sulle droghe centrate sulla repressione, produce un effetto dirompente: più controlli mirati, più criminalizzazione, più penalizzazione e più incarcerazione per chi appartiene a determinate comunità. Se il legame tra leggi sulle droghe e incarcerazione di massa è ampiamente documentato, la variabile derivante dalla profilazione etnica rimane ancora sottostimata e spesso invisibile. Pesano del resto l’opacità di molte pratiche di polizia, la carenza di linee guida, formazione, monitoraggio e valutazione, oltre alla debolezza delle voci di chi subisce questi interventi, in particolare giovani e persone di discendenza africana. La retorica italiana sui “maranza” si innesta in questo filone, utile a riprodurre allarme sociale, stigma, marginalizzazione. Una costruzione del nemico vitale per chi basa il proprio consenso non sulla capacità di governare, ma sulla paura. Lo stupore di Mattarella di fronte al rapporto del Consiglio d’Europa sulla profilazione da parte della polizia italiana ha reso poi evidente l’incapacità delle nostre Istituzioni di interpretare la realtà. Una realtà che per altri versi si è poi svelata tragicamente con l’uccisione di Abderrahim Mansouri da parte dell’agente Cinturrino a Rogoredo. Una vicenda che richiama il focus di altri due side event, quello sulle esecuzioni extragiudiziali promosso da Stop the Drug War e quello sulla corruzione sistemica promosso dall’European Coalition for Just and Effective Drug Policies - ENCOD e la Società della Ragione. A ben vedere, razzismo e necolonialismo sono parte del codice genetico delle Convenzioni sulle droghe. Come ricorda spesso Ann Fordham, direttrice di IDPC, i trattati sulle droghe furono scritti da uomini bianchi occidentali con un bicchiere in una mano di whisky e un sigaro in bocca. Proprio alla decostruzione dei presupposti storici e politici del regime globale delle droghe, rimettendo al centro prospettive indigene, giustizia ambientale e diritti umani è quindi dedicato l’ultimo evento - ma non per importanza - organizzato da New Zealand Drug Foundation con un ampio sostegno della società civile internazionale. Droghe. Riscoprire l’evidenza scientifica: dalla Commissione Onu una lezione per il Governo di Antonella Soldo Il Domani, 11 marzo 2026 Alla conferenza della Commission on Narcotic Drugs (Cnd) delle Nazioni Unite molti Paesi chiedono un approccio basato sulle evidenze scientifiche. Un approccio che guarda al consumo di droghe prima di tutto come a una questione di salute pubblica. L’Italia va nella direzione opposta, con politiche repressive e illiberali, al fianco di Russia, Cina e di buona parte dei paesi arabi e africani. “L’Italia rimane fermamente contraria all’uso di sostanze stupefacenti per scopi non medici e non scientifici. Non crediamo che alcun sistema giuridico debba riconoscere il diritto all’uso di droghe. Il nostro impegno è quello di agire prima che la diffusione di queste sostanze causi danni irreversibili”. Con queste parole il sottosegretario Alfredo Mantovano ha rappresentato la posizione del governo italiano alla sessione annuale della Commission on Narcotic Drugs (Cnd) delle Nazioni Unite, in corso in questi giorni a Vienna. Dichiarazioni che però appaiono lontane anni luce dal dibattito e dalle aspirazioni che stanno emergendo da molti altri paesi presenti alla conferenza. La Cnd è il principale organismo internazionale incaricato di supervisionare l’applicazione delle convenzioni Onu sugli stupefacenti e di definire linee guida globali sulle politiche sulle droghe. Ai lavori partecipano Stati membri, agenzie internazionali, ricercatori ed esponenti della società civile. Il risultato principale della sessione sono le risoluzioni approvate dalla Commissione: documenti che orientano la cooperazione internazionale, la prevenzione, il trattamento delle dipendenze e le strategie per affrontare il traffico di droga. Tra le iniziative più significative di quest’anno c’è la risoluzione promossa da Finlandia e Norvegia, che invita gli Stati a rafforzare la ricerca e l’adozione di interventi basati su evidenze scientifiche. Il testo parte da una constatazione ormai evidente: a livello globale aumentano il consumo di droghe, le overdose e le infezioni correlate all’uso di sostanze, mentre la maggior parte delle persone che avrebbe bisogno di cure non riceve alcun trattamento. La proposta chiede agli Stati di investire in prevenzione basata su evidenze scientifiche, garantire accesso ai servizi di cura, rafforzare i sistemi sanitari e sostenere la ricerca su trattamenti farmacologici e psicosociali efficaci. Ridurre le incarcerazioni. Un approccio che guarda al consumo di droghe prima di tutto come a una questione di salute pubblica. Di fronte a questo dibattito, la posizione espressa dal governo italiano appare ferma su un paradigma proibizionista che molti Paesi stanno invece mettendo in discussione. In Italia, del resto, gli spazi per politiche basate su evidenze scientifiche sembrano sempre più ridotti. Lo si era già capito con il recente intervento normativo che ha colpito anche la canapa industriale, una sostanza priva di effetti psicotropi, oggi resa di fatto illegale dal decreto sicurezza. Le parole pronunciate da Mantovano a Vienna finiscono così per imbarazzare il nostro Paese e per collocarlo accanto alle posizioni più rigide e illiberali nel panorama internazionale: come quelle di Russia, Cina, e di buona parte dei paesi arabi e africani. Un atteggiamento che appare sempre più distante dalle riflessioni che emergono da molti leader e istituzioni nel mondo. Tra queste anche quella del presidente colombiano Gustavo Petro, anche lui intervenuto alla plenaria della conferenza di Vienna, che ha ribadito come la comunità internazionale debba preoccuparsi di aprire una discussione seria sul fallimento del proibizionismo e sulla necessità di affrontare il tema delle droghe con strumenti nuovi, più efficaci e più umani. Il confronto che si sta svolgendo a Vienna dimostra che il dibattito globale sulle politiche sulle droghe sta cambiando, anche se lentamente. Sempre più Paesi chiedono politiche basate su dati scientifici, salute pubblica e diritti umani. L’Italia, invece, sembra voler restare ancorata a un modello che il tempo e i numeri stanno dimostrando sempre più inefficace. La logica dei forti di Walter Veltroni Corriere della Sera, 11 marzo 2026 Se saltano le regole vince la forza. E se le democrazie arretrano avanzano le autocrazie. Bisogna decidere da che parte stare. Una battaglia dopo l’altra il mondo sta precipitando in una spirale molto pericolosa: la prevalenza assoluta della forza sulla politica, della guerra sul dialogo, del delirio sulla ragione. E, ciò che più atterrisce, delle autocrazie sulle democrazie. Circa il 72% della popolazione mondiale, tre persone su quattro, vive oggi sotto un regime autocratico. È il valore più alto registrato dal 1978. Il “Rapporto sullo stato della democrazia” pubblicato dall’Istituto di studi V-Dem, rende chiaro che esistono ora 88 democrazie e 91 autocrazie e che le democrazie liberali sono diventate il tipo di regime meno conosciuto al mondo, con un totale di 29 nel 2024, solo l’otto per cento della popolazione. Il prossimo rapporto verrà pubblicato a giorni. C’è ragione di temere che la percentuale di popolazione che vive in democrazie liberali diminuirà. Perché la novità storica di questo quarto di secolo, il primo di un nuovo millennio, è che anche gli Stati Uniti stanno evidentemente, velocemente, slittando verso un’autocrazia. Ci stiamo abituando, e questo è un male pericoloso, a ciò a cui non dovremmo abituarci. Tanto che governi democratici, compreso il nostro, non hanno la forza di obiettare, criticare, o semplicemente prendere le distanze da insopportabili aberrazioni, da parole, comportamenti, decisioni che evidentemente contrastano con la natura stessa della parola democrazia. E che stanno contribuendo a condurre il mondo verso l’abisso di una guerra che giustamente Federico Fubini ha definito su queste colonne come conflitto globale. D’altra parte quel cambio di nome del Pentagono in “Ministero della guerra” doveva far capire verso quale direzione ci si muoveva così come l’azione violenta dell’Ice o la corsia rossa stesa per Putin. Nelle parole del ministro della difesa Crosetto, che ha giudicato l’attacco all’Iran una “violazione delle regole del diritto internazionale”, è contenuto un giudizio netto che offre una chiave di lettura dei comportamenti della presidenza americana anche in Venezuela o, se dobbiamo dar fede agli annunci di Trump, anche in Groenlandia, Canada, Cuba e chissà dove altro ancora. Ma quelle regole, frutto del cammino doloroso del Novecento, sono il presidio della pace. Se saltano, sostituite dalla logica del più forte, ciò che conosceremo sarà il caos, una spaventosa rincorsa agli armamenti e, questo può essere il paradossale esito della vicenda iraniana, una nuova stagione di proliferazione nucleare che potrà essere considerata, dalle emergenti autocrazie nazionaliste, come l’unica deterrenza valida. L’obiettivo di questa guerra non è chiaro. C’è anche da temere che a scatenare questo inferno siano state miserrime considerazioni interne. Ma l’intenzione generale sembra evidente. Costruire un nuovo ordine internazionale fondato sul dominio della potenza militare, sulla logica dello sfruttamento, questa sì imperialista, delle materie prime di paesi produttori, sulla trasformazione della sovranità nazionale, tesi paradossale per dei nazionalisti, in una pura concessione. La frase di Trump sull’imprescindibile gradimento che lui dovrebbe esprimere alla nuova guida iraniana è la versione pavida del proposito dichiarato di sovvertire quel regime tirannico che è stato protagonista di feroci repressioni e di rimozione delle libertà fondamentali. Non ci sono state a Teheran le annunciate rivolte popolari perché quel regime del terrore continua ad agire e perché quell’arsenale militare, già dichiarato distrutto dopo le azioni militari del 12 giugno, continua comunque ad operare. A Trump basta, come in Venezuela, che arrivi qualcuno in grado di negoziare meglio con gli Usa sul petrolio. Come dice Michele Serra, gli americani sembrano fortunati: dovunque vanno per esportare la democrazia, trovano il petrolio. Questo nuovo principio del caos rischia di valere per la Russia con l’Ucraina o per la Cina con Taiwan e per le tante altre crisi regionali che possono incendiare il mondo. Il nazionalismo e il populismo hanno sempre generato riduzione della libertà e guerre. Erano altamente nazionalisti i soldati con la croce uncinata che hanno occupato l’Italia durante la guerra mondiale che avevano provocato. Trump è negli Usa e in Italia, ai minimi della popolarità. Schiacciarsi sulla sua politica, sulla drammatica deriva ulteriore che questa politica totalitaria, infantile e egocentrica può determinare, è un rischio molto alto per questo governo e, soprattutto, per questo Paese che già in queste ore, pagando la bolletta elettrica o acquistando la benzina, paga le conseguenze della nuova dottrina dell’ordine mondiale, il caos. Basterebbe che il governo facesse proprie le parole definitive di Crosetto e il giudizio che su Trump ha dato, sulle colonne di questo giornale, non Bernie Sanders, ma Marina Berlusconi: “L’unica regola di Trump è cancellare tutte le regole. E lui la chiama libertà… Legge del più forte, prevaricazione, affarismo...Ma ci rendiamo conto che dentro il suo Paese sta provando a smontare tutti i sistemi di bilanciamento e di controllo? E che dire dell’uso della violenza contro il dissenso?”. Ci vorrebbe tanto a pronunciare parole chiare? Ci sono momenti della storia in cui si sta o dalla parte della democrazia o da quello dell’autocrazia. Bisogna scegliere. Se non lo si fa, in realtà, si è scelto. Se l’Ai uccide di chi è la colpa? di Ferruccio de Bortoli Corriere della Sera, 11 marzo 2026 Quella in Iran è la prima guerra con l’intelligenza artificiale. E probabilmente quel tragico errore, lo scambio di una scuola per un complesso militare, è il frutto di un calcolo, velocissimo, sorprendente, ma non perfetto, di un sistema di Intelligenza artificiale. C’è un barlume di speranza se in una democrazia malata, come quella americana, gli anticorpi agiscono. Sono vivi, nonostante tutto. Lo si è visto con la pronuncia della Corte suprema che ha smentito Trump sui dazi. L’inchiesta di un grande giornale come il New York Times sulle presunte responsabilità americane nella strage in una scuola nel primo giorno di bombardamenti in Iran, ne è un’ulteriore prova. Questo è il ruolo di un grande organo di informazione che fa grande una democrazia. Il dovere di ricercare la verità dei fatti anche se questa è contro il proprio Paese e ne mette addirittura in forse la sicurezza. Accadde per il Vietnam, per la sciagurata guerra in Iraq, e non solo. Tutto ciò - e lo diciamo anche per i tanti che nel nostro Paese vorrebbero un’informazione patriottica e disciplinata - divide le democrazie dalle dittature. Queste ultime temono il giornalismo libero più degli eserciti nemici. Incarcerano i giornalisti, spesso li uccidono. Non esitano a inquinare il dibattito pubblico delle democrazie rivali, indebolendole. Più manipolano e più sono paradossalmente ammirati e rispettati. Sanno che la disinformazione è un’arma letale. E confidano anche sul disamore crescente di chi in un sistema libero disprezza il ruolo della libera informazione. Secondo l’Unicef, in quel tragico errore sono morti 168 bambini tra i 7 e i 12 anni. Non sono diversi da tutti gli altri bambini del mondo. Non sono responsabili di alcunché. Un’inchiesta è necessaria se non doverosa. E se ancora siamo diversi dai regimi autoritari è indispensabile. Ma quella in Iran è la prima guerra con l’intelligenza artificiale. E probabilmente quel tragico errore, lo scambio di una scuola per un complesso militare, almeno da quanto si legge, è il frutto di un calcolo, velocissimo, sorprendente, ma non perfetto, di un sistema di Intelligenza artificiale. Al quale non si può dare anche la colpa. Ma forse non la si può dare nemmeno a chi quel sistema l’ha istruito eseguendo l’ordine di chi non si sentirà mai in colpa ma persino orgoglioso di aver fatto fino in fondo il proprio dovere. La guerra sporca non trova una exit strategy di Alberto Negri Il Manifesto, 11 marzo 2026 All’attacco dell’Iran che nessuno vuole vedere perché per noi conta solo il petrolio, non i popoli e la loro fonte di vita. Siamo come il colonialista britannico Lord Curzon: ogni goccia di petrolio, diceva, vale una goccia di sangue. Poi fingiamo che questa non è la nostra guerra e che non ci schieriamo. Siamo già schierati. È una guerra sempre più sporca perché gli obiettivi di Trump e Netanyahu - al di là delle dichiarazioni talora non verificabili del presidente americano - diventano sempre più opachi ogni giorno che passa. Tra i due l’unico con le idee chiare è Netanyahu che lo ha trascinato in guerra: per lui più i conflitti durano più si sente saldo al potere. Il premier israeliano ha due obiettivi: radere al suolo il Sud del Libano - diventerà come Gaza ha detto un suo ministro - e annichilire l’apparato militare del regime iraniano. Danny Citrinowicz, analista israeliano citato dal Financial Times, ha esemplificato così la situazione: “Se ci sarà un colpo di stato, tanto meglio. Se le persone scenderanno in piazza, tanto meglio. Se ci sarà una guerra civile, tanto meglio. Israele se ne frega del futuro e della stabilità dell’Iran”. Per Netanyahu l’importante è disgregare il Medio Oriente, fare l’Iran a pezzi e imporre il suo primato a tutta la regione: se gli arabi del Golfo un giorno entreranno nel Patto di Abramo lo faranno da sudditi e colonizzati. Ma tutto questo lo sapevamo già, altrimenti Netanyahu non sarebbe andato a Washington a convincere Trump a fare la guerra mentre ancora si stava negoziando. La guerra è sporca perché nasce sporca, contro il diritto internazionale: alla diplomazia sono stati dati degli ultimatum non spazi per trattare. È stato questo il primo errore della superpotenza americana quando ha mosso aerei, missili e navi da guerra: avrebbero dovuto servire non ad accendere un nuovo conflitto ma a spegnerlo. Se Trump avesse dimostrato un decimo della pazienza che mostra con Putin, oggi scriveremmo un’altra cronaca. Non è forse un caso che abbia telefonato al Cremlino non tanto per chiedere dell’Ucraina ma magari per informarsi da Putin, amico del regime iraniano e di Netanyahu, su come trovare una exit strategy dal Medio Oriente. Il capo della Casa Bianca ha invece commesso un errore di valutazione clamoroso. Netanyahu, che è molto più astuto di lui, gli ha fatto balenare davanti il colpo grosso: facciamo fuori la Guida Suprema Alì Khamenei e poi mettiamo nel sacco la repubblica islamica come hai già fatto con Maduro e il Venezuela. Il presidente Usa deve averci visto il segno del destino del giocatore d’azzardo: del resto l’unica volta che Donald Trump andò nell’Iran pre-rivoluzionario fu nel 1978 al casino di Teheran dove una foto lo ritrae sorridente con Jack Nicholson e Warren Beatty. Nel suo discorso dell’altra notte dove dice che la guerra sta per finire è ancora lì che cita, insistendo, la soluzione alla venezuelana. Dopo l’uccisione di Khamenei, l’ayatollah di Mar-a-lago si è esaltato al punto di pretendere persino di nominare la nuova Guida Suprema. E vederlo dirsi deluso quando l’Assemblea degli Esperti, con una riunione virtuale (per la prima volta nella storia della repubblica islamica), ha eletto il figlio di Khamenei Mojtaba ha fatto quasi pena. Quasi, perché la sua ignoranza è pari soltanto alla sua arroganza. Diremmo del tutto dissennato se non sapessimo che prima di tutto per lui c’è il business e che suo figlio sta entrando sul mercato americano dei droni da guerra, insieme a una società di golf e a una compagnia israeliana. Questa compagnia di affaristi arrivata al potere a Washington prende la guerra, gli stati e i popoli come un’occasione per fare soldi: sono animati dall’avidità e da una straordinaria follia. C’è solo un momento in cui Trump riprende lucidità, quando scorre i sondaggi sulle elezioni di midterm e percepisce l’irritazione crescente della sua stessa base elettorale che ha condotto in un’avventura militare irrazionale e sconsiderata, le stesse che lui imputava a Bush, Obama e Biden. Il problema è che dall’altra parte c’è l’Iran non il Venezuela, un Paese che ha combattuto mille guerre dal 1979. Quando l’Iran è attaccato da fuori prevale in parte della popolazione e soprattutto nei capi, pur delegittimati da una repressione sanguinosa, l’antico istinto nazionalista e di sopravvivenza. La leadership della repubblica islamica quando ha visto che Netanyahu aveva convinto Trump a far esplodere il caos in Medio Oriente ha imboccato la stessa strada martellando le monarchie del Golfo, i vicini di casa con basi Usa e chiudendo Hormuz. Ha colpito anche Cipro, diventata con gli accordi militari e sul gas con Tel Aviv una sorta di colonia israeliana come del resto la Grecia. Cose per altro prevedibili e risapute, visto che come la Siria il Mediterraneo orientale è un campo di battaglia, ancora virtuale ma non troppo, tra la Turchia e lo stato ebraico. Bisogna dirlo a Trump che il numero due della lista del Mossad è Erdogan. Forse al prossimo giro, se non riesce a fare l’ayatollah in Iran, si propone come Sultano. La fine della guerra, quando sarà, intanto la decidono i Pasdaran e Netanyahu.