I nuovi banditi di Mattia Feltri La Stampa, 10 marzo 2026 Nel 2012, Paolo e Vittorio Taviani vinsero l’Orso d’oro a Berlino con “Cesare deve morire”, film interpretato dai detenuti in alta sicurezza di Rebibbia, cioè detenuti per reati particolarmente gravi. La storia racconta la messa in scena del Giulio Cesare di William Shakespeare per la regia di Fabio Cavalli, che da decenni insegna teatro in carcere. Alcuni di quegli attori oggi sono liberi e continuano a recitare, altri sono ancora a Rebibbia e continuavano a recitare a Rebibbia. Continuavano, perché ora una circolare del ministero della Giustizia - retto dal famigerato garantista Carlo Nordio - ha messo un po’ di ordine nella faccenda. I detenuti in alta sicurezza non potranno più andare nel teatro interno al carcere per le prove, potranno andarci soltanto per la recita, a patto che non ci sia pubblico. Ci vuole del genio, vero? Puoi recitare, ma senza pubblico. Un po’ come dire: puoi giocare a tennis, ma senza avversario. La medesima circolare impedisce ai detenuti in alta sicurezza del carcere di Saluzzo di incontrare gli studenti delle superiori in un laboratorio di lettura che - in collaborazione col Salone del libro - va avanti da ventiquattro edizioni. La venticinquesima no? No, per il ministero è “inopportuno” che i ragazzi abbiano a che fare con certa gente (da quando c’è questo governo i detenuti minorenni sono quasi raddoppiati perché i ragazzi in carcere piacciono solo se poi non possono uscire). Il potere - quando prende decisioni crudeli, immotivate, incomprensibili e che si accaniscono con chi non può difendersi - in fondo non è altro che banditismo protetto dalla legge. Il “garantista” Nordio dice no a teatro, libri e incontri culturali in carcere di Federica Olivo huffingtonpost.it, 10 marzo 2026 A Rebibbia limiti alla compagnia di recitazione (che vinse l’Orso d’oro a Berlino). A Saluzzo vietato un progetto di lettura fra studenti e detenuti. Problemi anche a Padova. Una direttiva del Dap per recludere ancora di più i reclusi. In 23 anni ha ospitato circa 100mila persone. Non è solo il teatro del carcere, è un riferimento per l’intero municipio. Dove si fa cultura e si realizza l’incontro tra il dentro e il fuori. Tra i detenuti e le persone - studenti, appassionati di teatro, volontari - che vivono all’esterno. Eppure, quel palcoscenico, il palco del teatro del carcere romano di Rebibbia, sarà momentaneamente vietato ad alcuni detenuti. Quelli del circuito di alta sicurezza, che si collocano a metà tra il 41 bis e i detenuti comuni. Perché? Perché chi gestisce le carceri (l’amministrazione penitenziaria) ha deciso una sospensione di questa attività La stessa amministrazione ha scelto di limitare, e a volte vietare, le attività culturali in carcere. A Rebibbia come a Saluzzo. Nel carcere piemontese è stato vietato un incontro tra detenuti e studenti. Nell’ambito delle iniziative sul Salone del Libro di Torino, in quell’istituto da anni si svolge l’iniziativa “Adotta uno scrittore”, che coinvolge studenti e reclusi. I quali però quest’anno non si potranno incontrare. Perché? Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria - ovvero il ministero della Giustizia di Carlo Nordio - ha reputato “inopportuno” che degli studenti entrino in un carcere di alta sicurezza. A dare il via a questo giro di chiave è stata una circolare di ottobre 2025 del dipartimento che si occupa dei detenuti. Tutte le attività culturali, se svolte nelle carceri dove ci sono detenuti al 41 bis, nel circuito di alta sicurezza o collaboratori di giustizia, vanno autorizzate non più dalla struttura locale, ma direttamente da Roma. E questo vale sempre, anche se le attività sono destinate solo a detenuti comuni. A novembre scorso, anche a seguito di un’interrogazione parlamentare di Roberto Giachetti di Italia Viva, è stato leggermente aggiustato il tiro. Non si parla più di autorizzazione, ma di nulla osta, le richieste devono arrivare al ministero una settimana prima dell’inizio dell’attività e non “con congruo anticipo”, la risposta del Dipartimento deve arrivare nel giro di poco. Di due giorni, per l’esattezza. “Quest’ultima cosa - ci riferisce una fonte a conoscenza del dossier - non sempre è accaduta”. Qual è il risultato di questa operazione? Principalmente tanta confusione. A Padova, per esempio, subito dopo l’arrivo della circolare, è stato annullato un evento già autorizzato. Era dedicato ai libri in arabo, per favorire l’istruzione dei detenuti stranieri. Successivamente è stato riprogrammato, ma lo stop ha portato intoppi burocratici, delusione dei partecipanti, molte polemiche. In un altro istituto il direttore non ha dato parere positivo a uno sportello organizzato dall’associazione Antigone perché “il ministero non l’autorizzerà mai”. E così via. “Si tratta - dice a HuffPost Alessio Scandurra di Antigone - dell’ennesimo segnale di irrigidimento, di chiusura, del carcere. Un modo per allentare quello scambio tra il dentro e il fuori. Scambio che è positivo, oltre che necessario”. Ma torniamo a Rebibbia, dove le nuove direttive del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria hanno imposto una stretta a un’attività che va avanti da decenni. Dentro e fuori dal carcere. Per avere un’idea di quanto è estesa l’attività diretta dal regista Fabio Cavalli e da una serie di collaboratori, basti pensare che la compagnia del teatro di Rebibbia nel 2012 ha vinto l’Orso d’Oro a Berlino, con il film Cesare deve morire. Domani, 10 marzo, andrà in scena all’Auditorium Parco della Musica Rebibbia La città invisibile, un’opera ispirata a Italo Calvino. Anche in questo caso una connessione tra il dentro e il fuori. Connessione che però non sarà più concessa al circuito dell’alta sicurezza: “Ci è stato detto - ci racconta Laura Andreini, regista che lavora al progetto - che questa tipologia di detenuti non potrà andare in teatro per le prove, almeno per il momento. In questi anni l’accesso al teatro avveniva seguendo un percorso dedicato. Ora dovremo fare le prove all’interno del reparto, per i detenuti di questo circuito. Gli studenti dell’Università non avranno accesso al teatro, in questo periodo. I detenuti probabilmente per un periodo non potranno incontrare il pubblico. Per quanto riguarda le prove, ci adatteremo a queste nuove modalità, come abbiamo sempre fatto”. In questo momento la situazione è sospesa. I contorni non chiari. E resta la speranza che trovi una soluzione. Il tutto avviene in una fase in cui il governo lavora a spostare i detenuti dell’alta sicurezza, allontanandoli dalle carceri comuni, per raggrupparli tutti negli stessi istituti: “Questo vuol dire - spiega a HuffPost Lara Fortuna, magistrato di sorveglianza a Padova - che vengono trasferiti anche detenuti che da tanti anni erano nello stesso istituto, dove erano inseriti in attività educative”. Un capitolo a parte meriterebbe il modo in cui si stabilisce che un detenuto deve stare in alta sicurezza o no: “Alcuni - conclude Fortuna - sono in alta sicurezza da tanto tempo, perché il Dap non rivaluta la loro posizione. Anche quando viene rivalutata, può capitare che la decisione sulla loro pericolosità non venga presa sulla base di elementi attuali, ma usando come riferimento atti risalenti a inchieste di molto tempo prima. Per capire se una persona è pericolosa o no, dopo anni di carcere, bisognerebbe fare uno sforzo in più. Non sempre viene fatto”. Detenuti e agenti, nello stesso girone delle carceri italiane di Elettra Raffaela Melucci ildiariodellavoro.it, 10 marzo 2026 La scorsa settimana il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale ha pubblicato il report sui decessi in carcere riferito al 2025, con il dichiarato scopo di “fornire una base conoscitiva utile per comprendere l’entità e le caratteristiche del triste fenomeno”. Nel periodo considerato, i suicidi in carcere sono stati 76, dopo gli 83 del 2024, mentre negli ultimi anni la media è stabilmente sopra quota 70. Una diminuzione che, tuttavia, continua a confermare quella che è una vera e propria emergenza ormai divenuta strutturale del sistema penitenziario e di giustizia italiano. “È evidente che qualcosa non funziona”, commenta a Il Diario del Lavoro Giordana Pallone, segretaria nazionale della Funzione Pubblica Cgil, “soprattutto se ciò si verifica all’interno di un contesto in cui esiste un’istituzione che dovrebbe avere la custodia di queste persone ed evitare che accada”. Il dato dei suicidi è il termometro delle condizioni inumane in cui si viene ristretti, ma anche delle enormi difficoltà che il personale di polizia penitenziaria e quello delle funzioni centrali - personale amministrativo, educativo, assistenti sociali e sanitari che operano all’interno degli istituti penitenziari - si trova ad affrontare nel tentativo di prevenire queste tragedie. Questa situazione dipende anche da un tasso di sovraffollamento delle carceri che supera il 130% a livello nazionale, con istituti che arrivano oltre il 150% o perfino al 200%, conseguenza anche di un approccio fortemente securitario da parte dell’attuale esecutivo, che ha introdotto nuove fattispecie di reato e pene più severe. Il rischio è che le carceri vengano trasformate in una sorta di discarica sociale per carenze che lo Stato non è riuscito a colmare prima. In pochi anni, spiega Pallone citando i dati del Garante, la presenza media annua di detenuti nelle carceri è aumentata di quasi 10.000 unità. A questo incremento, però, non ha fatto seguito un aumento proporzionale del personale, né di polizia penitenziaria né delle funzioni centrali. Utile, in questo senso, sarebbe consentire l’esecuzione penale esterna, che ridurrebbe sensibilmente il sovraffollamento. Ma servono risorse, personale aggiuntivo e un contesto normativo favorevole perché tutto questo sia realizzabile. L’interesse del governo, invece, “è quello di un approccio molto retorico nel dire che ci si sta occupando di sicurezza, pensando che rinchiudere le persone negli istituti penitenziari sia la soluzione al problema della riduzione della criminalità o che non abbia conseguenze esponenzialmente moltiplicatrici sul fenomeno”. Un approccio che, secondo Pallone, entra in tensione con l’articolo 27 della Costituzione, che prescrive che le pene debbano tendere alla rieducazione del condannato e non alla sua mera afflizione, ma anche con l’articolo 111 sul giusto processo. In particolare, a fronte di un aumento dell’incidenza dei detenuti stranieri con il decreto Cutro, viene superata la figura dell’assistente legale nella prima accoglienza e vengono indebolite le figure di mediazione linguistica, che hanno consentito di favorire i percorsi di riconoscimento della protezione internazionale. Piuttosto, servirebbe un’infrastruttura “più sociale” di intervento da parte dell’amministrazione dello Stato, attraverso il potenziamento di tutte quelle figure che consentano di garantire i diritti delle persone sottoposte alla pena. Tutto questo, ovviamente, si ripercuote sugli organici già di per sé depotenziati, vittime delle stesse condizioni disumane dei detenuti. Dal punto di vista infrastrutturale, spiega Pallone, agenti e detenuti si trovano spesso in contesti ai limiti della salute e della sicurezza. Vivere e lavorare con l’attuale tasso di sovraffollamento, pur territorialmente differenziato, “vuol dire trovarsi di fronte a un problema di vera e propria agibilità degli istituti penitenziari”. Il personale è insufficiente lungo tutta la filiera del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Questo si traduce in sindromi da burnout, stress lavoro-correlato, sovraccarichi di lavoro, ricorso sistematico allo straordinario per sopperire alle carenze, ma anche in aggressioni sempre più frequenti. Si contano diversi suicidi anche tra gli agenti di polizia penitenziaria, episodi spesso invisibilizzati, probabilmente per tenere a bada un’opinione pubblica già compromessa dal pregiudizio verso questo tipo di professione. “È un’altra dimostrazione di non attenzione nei confronti di chi svolge una funzione pubblica, anche e soprattutto nei contesti in cui ti trovi a dover fronteggiare ogni giorno persone che hanno commesso un reato o sono in attesa di giudizio. Una scarsa attenzione che, da parte del governo, denota la consapevolezza di essere nell’errore, perché altrimenti si svelerebbe la retorica vuota sulla centralità della sicurezza, che tale non è”. Detenuti e polizia penitenziaria sono accomunati dal fatto di essere la cartina di tornasole “di quanto le condizioni dei nostri istituti siano contrarie alla dignità umana e alla dignità del lavoro”. Questo, tra l’altro, smentisce anche i proclami del governo, che sin dalla prima ora ha promesso massicce assunzioni straordinarie. Promesse forse un po’ frettolose, visto che per questo tipo di lavoro è necessaria una formazione mirata. Anche questo rivela “una sostanziale sottovalutazione della crucialità di chi lavora nella pubblica amministrazione in tutte le articolazioni dello Stato”, ma anche una scarsa attenzione “alle conseguenze dei provvedimenti ideologici di questo governo, cui non interessano le ripercussioni sulla vita delle persone, soprattutto di quelle che lavorano”. La segretaria della Fp Cgil porta un esempio che dà la dimensione plastica dell’avventatezza dell’approccio. Tra le ultime novità del decreto sicurezza, infatti, si prevede la possibilità di infiltrare agenti di polizia penitenziaria all’interno della popolazione carceraria. Un provvedimento che, secondo Pallone, “denota scarsa conoscenza delle condizioni di vita e di lavoro negli istituti penitenziari. Significa innescare micce di disordini, diffidenza e quindi conflittualità all’interno del sistema, oltre a quelle che già esistono per le condizioni date. Si istituzionalizza una diffidenza tra persone che si trovano nella stessa condizione e, oltre ad alimentare le tensioni all’interno della popolazione detenuta, si alimenteranno anche quelle verso la polizia penitenziaria, che potrebbe avere degli infiltrati”. “Questo governo non tiene assolutamente conto delle condizioni di lavoro delle lavoratrici e dei lavoratori degli istituti penitenziari, a cominciare dalle forze di polizia penitenziaria, che avrebbero bisogno di tutt’altri interventi”. Si tratta di donne e uomini che hanno scelto di lavorare “in una delle amministrazioni più di frontiera della pubblica amministrazione. Hanno un coraggio non comune perché si trovano a lavorare in condizioni difficili e con un’utenza peculiare rispetto alla generalità della popolazione. Proprio per questo dovrebbero avere le attenzioni che meritano, non essere considerati l’ultima ruota del carro”. In questo equilibrio fragile, detenuti e polizia penitenziaria restano nello stesso girone: quello di un sistema che fatica a reggere il peso delle proprie contraddizioni. Nelle carceri italiane il numero delle morti “da accertare” è più che triplicato di Stefano Baudino L’Indipendente, 10 marzo 2026 Nei dodici mesi del 2025, il sistema penitenziario italiano ha registrato 254 decessi tra i detenuti, con un aumento rispetto ai 246 attestati nell’anno precedente. Lo attesta l’ultimo report del Garante dei Detenuti, da cui emerge però un fenomeno specifico e allarmante: a subire un’impennata, passando dai 16 casi del 2024 ai 50 dello scorso anno, sono i decessi classificati come “cause da accertare”. Questo forte incremento - i casi sono più che triplicati - richiede, secondo il rapporto, “un’indagine per comprenderne le ragioni e adottare eventuali misure correttive”. L’aumento dei decessi avviene in un contesto di costante crescita della popolazione carceraria, che ha raggiunto una presenza media di 62.841 unità, con un incremento che ha toccato quasi il 17% rispetto al 2021. Nello specifico, la categoria “cause da accertare” tiene in considerazione quei decessi le cui ragioni, almeno al momento della rilevazione statistica, non sono ancora state determinate con certezza. Il report ricorda come i fattori da cui ciò può dipendere siano vari. Tra questi, ci sono ad esempio accertamenti medico-legali ancora in corso, risultati dell’autopsia non ancora disponibili, il fatto che l’evento richieda ancora ulteriori accertamenti o che l’indagine dell’evento sia stata presa in carico dall’autorità giudiziaria. Si tratta dunque di una classificazione provvisoria, destinata a essere ricondotta, una volta completati gli esami, ad altre voci, come cause naturali, suicidio o omicidio. Nell’analisi complessiva, i 254 decessi del 2025 si suddividono in 125 per cause naturali (quasi la metà del totale) e 76 suicidi, oltre appunto ai 50 in attesa di accertamento e a 3 decessi accidentali. Il report sottolinea come il numero di suicidi, pur in calo rispetto agli 83 del 2024, resti un’emergenza, con un’incidenza maggiore tra la popolazione straniera (1,74%) rispetto a quella italiana (0,95%) e tra le donne (2,18%) rispetto agli uomini (1,15%). Tra queste, 14 morti sono state registrati come “Esterno istituto”: si riferiscono a soggetti deceduti al di fuori delle strutture carcerarie, ad esempio in occasione di trasferimenti ospedalieri, ricoveri sanitari o, in altri casi, durante permessi o misure alternative alla detenzione. L’analisi territoriale mostra una concentrazione drammatica in alcune regioni. La Campania e la Lombardia guidano la triste classifica con 40 decessi ciascuna, seguite dal Lazio con 30. Solo in tre regioni si concentra quasi un terzo della mortalità carceraria nazionale. All’interno del rapporto si evidenzia in maniera significativa il fenomeno del sovraffollamento. I numeri sono chiari: all’interno dei 55 istituti in cui si sono verificati suicidi, l’indice medio di affollamento si attesta al 151,50%, con punte che superano il 200% in strutture come Milano San Vittore e Foggia. In media, si legge nel documento, “per ogni 100 posti regolamentari disponibili sono presenti circa 152 detenuti”. Gli effetti che questa compressione comporta “in termini di spazi vitali, accesso ai servizi, possibilità di svolgere attività trattamentali e condizioni igienico-sanitarie” rappresentano fattori che incidono anche “nella considerazione del quadro delle ampi vicende suicidaria”, ricorda il Garante. Osservando le statistiche sui decessi, emerge un quadro di fragilità diffusa. Tra le persone decedute per cause naturali, l’età media è di 51 anni, significativamente inferiore all’aspettativa di vita della popolazione generale, e ben 41 detenuti (il 33% del totale) avevano una pena residua pari o inferiore ai tre anni, che avrebbe potuto consentire loro un prossimo ritorno in libertà. L’analisi dei suicidi rivela che ben 46 vittime (la maggioranza, dunque) erano state precedentemente coinvolte in eventi critici di auto-danno intenzionale; tra queste, 17 erano state protagoniste di precedenti tentativi di suicidio. In chiusura, il Garante afferma che i numeri contenuti nel rapporto “sollecitano analisi individualizzate da parte delle Amministrazioni interessate, quella penitenziaria e il servizio sanitario nelle sue articolazioni territoriali”. A un detenuto direi: “vota no” di Stefano Anastasia L’Unità, 10 marzo 2026 Sono sempre stato a favore della separazione delle carriere ma se il 22 e il 23 di marzo dovesse vincere il sì al referendum, la politica della giustizia del governo, e con essa la sua politica criminale (criminale in senso tecnico così come in senso metaforico) sarebbero confermate dal voto popolare, e questo no, i detenuti, le vittime della discriminazione punitiva del governo non se lo possono permettere. Che ce ne facciamo della separazione delle carriere se consentirà il perdurare, e anzi rinvigorirà questa politica criminale? Che ce ne facciamo del giudice terzo se serve a chiudere in carcere ogni forma di irregolarità sociale? Sarà per un’altra volta, quando se ne potrà discutere in un quadro di garanzie che qui non si sono viste. Intanto è no: no alla prepotenza del governo, no allo stravolgimento degli equilibri istituzionali, no ai rischi per l’indipendenza della magistratura, ma soprattutto - converrà il mio interlocutore di là dalle sbarre - no alle politiche penali e penitenziarie di questo governo. Non poteva mancare, nei miei giri per le carceri e negli scambi con i detenuti, la domanda del momento: “che dobbiamo fare co’ ‘sto referendum? È buono per noi?” E certo, se non se lo chiedono loro, che in galera ci vanno, di cosa stiamo parlando? Un’occhiuta circolare dell’amministrazione penitenziaria di molti anni fa prescrive che le autorità in visita possano ascoltare ma mai parlare di vicende giudiziarie, e che debbano evitare di rispondere alle osservazioni dei detenuti esprimendo giudizi sull’operato dell’amministrazione e sull’universo mondo. Non dirò quindi se ho risposto a quel ragazzo aggrappato alle sbarre della sua cella, come vuole la controriforma in atto del penitenziario, ma se gli avessi risposto gli avrei detto più o meno quel che segue. Sono sempre stato a favore della separazione delle carriere, ed anzi ne avrei voluta una in più, quella della magistratura della difesa, in modo da rafforzare le garanzie per i meno abbienti, che riempiono le patrie galere in misura inversamente proporzionale alla loro considerazione pubblica: una difesa legale qualificata, indipendentemente dalla sorte nella assegnazione del difensore di fiducia o dallo spirito di sacrificio del legale di fiducia in gratuito patrocinio. Né mi ha mai convinto fino in fondo quel discorso sulla comune cultura della giurisdizione tra giudicanti e inquirenti: certo che ci dovrebbe essere, ma le possibilità che essa si manifesti, ai piani bassi della giurisdizione, sono tal quali a quelle che si manifesti una contraria comune cultura dell’inquisizione, fondata sul pregiudizio di colpevolezza nei confronti di quei malandati di strada. Avrei buone ragioni, quindi, per stare dalla parte dei miei amici delle camere penali. Ma una riforma costituzionale non è solo una bandiera: è anche disposizioni, norme, pesi nell’equilibrio dei poteri. E non mi sta bene che il governo l’abbia imposta al Parlamento e alla sua stessa maggioranza, impedendogli un esame di merito e finanche la correzione delle storture più evidenti, come il sorteggio dei componenti del consiglio superiore sdoppiato, l’alta corte disciplinare che giudica su se stessa, magari in composizione sbilanciata tra laici e togati. Tecnicamente mi basterebbe questo per dire che il gioco non vale la candela, che la separazione delle carriere non vale i rischi dello smembramento dell’organo di autogoverno della magistratura, dello svilimento del principio democratico nella rappresentanza, del rischio di un disciplinamento politico della magistratura. Ma che gliele dico a fare, queste cose, al mio interlocutore aggrappato alle sbarre di una cella: con tutto il rispetto, se si trova dove si trova sarà per lo meno per una decisione (quasi) conforme di giudice e pm, ed è facile dire che è colpa loro, o della mancata indipendenza dell’uno dall’altro. Ma altrettanto chiaro, a me come ai detenuti, è che la loro condizione è di gran lunga peggiorata in questi anni di governo di destra: reati e innalzamenti di pena per ogni dove, barriere legali e materiali all’accesso alle alternative, il carcere rinchiuso in se stesso e chiuso al suo interno. Siamo di fronte a un processo di ipercriminalizzazione dei soliti noti, inadatti alle alternative sin dal momento del giudizio e che lì restano fino alla fine, in carcere. E se si muovono indisciplinatamente, collezionano ulteriori anni di pena che ne rinviano di anno in anno l’uscita. Questo è il carcere oggi in Italia: una istituzione disciplinare che seleziona i suoi clienti tra i meno abbienti e gli fa sperimentare la durezza della pena ben oltre il necessario, per mostrarne lo scalpo a una pubblica opinione che non sa come altro acquietarsi. Rinvio della pena se il carcere è degradato di Giovanni Negri Il Sole 24 Ore, 10 marzo 2026 Il tribunale di Firenze solleva la questione di legittimità alla Consulta Rinvio facoltativo della pena in caso di condizioni inumane di detenzione. Questo l’obiettivo della ordinanza con la quale il tribunale di sorveglianza di Firenze ha sollevato questione di legittimità costituzionale sollecitando la Consulta a una sentenza additiva. Il provvedimento, datato 4 marzo prende atto delle condizioni del carcere di Sollicciano (celle afflitte da copiose e frequenti infiltrazioni di acqua ed infestate da insetti e, in alcuni casi, da roditori e, per lo più, in condizioni igieniche gravemente compromettenti, oltre alla ristrettezza dello spazio, di soli 9 metri quadrati) e del fatto che il detenuto le cui condizioni erano oggetto del giudizio non poteva accedere a misure alternative alla detenzione. La norma di riferimento è l’articolo 147 del Codice penale che disciplina l’istituto del rinvio dell’esecuzione della condanna, da una parte ammettendone un’area applicativa assai estesa quanto ai soggetti, sono compresi anche i condannati all’ergastolo, dall’altra è invece assolutamente tassativo sui casi che lo legittimano. Così il tribunale di sorveglianza “è chiamato in definitiva a dover dare applicazione al principio di non disumanità della pena in un caso in cui, pur ricorrendo i parametri in fatto di un trattamento disumano e degradante, così come verificati in casi analoghi dalla costante giurisprudenza della Corte europea, dimostratosi inefficace il rimedio “ordinario” apprestato dall’ordinamento (reclamo giurisdizionale), non può ricorrere all’istituto della sospensione facoltativa della pena poiché, non lamentando il detenuto una “grave infermità fisica” (...) tale ipotesi non si trova ricompresa tra quelle tassativamente previste dalla norma”. La pena, sottolinea il tribunale fiorentino, è legale solo se non consiste in trattamento contrario al senso di umanità, “di talché la pena inumana è “non pena” e, dunque, va necessariamente sospesa o differita in tutti i casi in cui si svolge in condizioni talmente degradanti da non garantire il rispetto della dignità del condannato”. Ogni pena eseguita in condizioni di inumanità, osserva il provvedimento, non può mai essere coerente con la finalità rieducativa perché “la restrizione in spazi angusti, a ridosso di altri corpi, in condizioni di degrado e di insalubrità, produce invalidazione di tutta la persona e quindi deresponsabilizzazione e rimozione del senso di colpa, non inducendo nel condannato quel significativo processo modificativo che, attraverso il trattamento individualizzato, consente l’instaurazione di una normale vita di relazione”. Del resto, la sentenza Torreggiani della Corte europea dei diritti dell’uomo, datata 2013, imponeva all’Italia l’adozione di misure per rimediare a condizioni degradanti di detenzione, con l’invito a dotarsi di un sistema di ricorsi interni che, per il tribunale, potrebbe proprio consistere nel procedimento di rinvio facoltativo. Patrocinio a spese dello Stato, non va indicata la natura dei redditi sotto soglia di Francesco Machina Grifeo Il Sole 24 Ore, 10 marzo 2026 Lo ha chiarito la Cassazione con l’ordinanza n. 5087/2026. Con l’ordinanza n. 5126/2026, ha invece affermato l’obbligo di riportare i codici fiscali dei familiari. Chi richiede l’ammissione al patrocinio a carico dello Stato, deve dichiarare di percepire un reddito inferiore ad una determinata soglia ma non è tenuto anche ad indicarne la natura. Affinché poi la domanda sia completa, ha l’obbligo di riportare il codice fiscale (proprio e degli eventuali familiari). Lo ha chiarito la Corte di cassazione con le ordinanze nn. 5087 e 5126 del 2026. L’ordinanza n. 5087 del 2026 - Nel primo caso un contribuente aveva chiesto di essere ammesso al patrocinio in un giudizio tributario, indicando di percepire un reddito complessivo di 10.800 euro. La Corte di giustizia tributaria aveva respinto l’istanza ritenendola incompleta perché non specificava la natura dei singoli redditi. Il Tribunale di Cosenza, invece, aveva accolto l’opposizione del richiedente. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha quindi impugnato la decisione davanti alla Cassazione. La II Sezione civile l’ha bocciato affermando che l’art. 76 del Dpr n. 115 del 2002 prescrive, al comma 1, che “Può essere ammesso al patrocinio chi è titolare di un reddito imponibile ai fini dell’imposta personale sul reddito, risultante dall’ultima dichiarazione, non superiore a euro 9.296,22”; importo poi incrementato a 12.838, 01 euro. “Pertanto - si legge -, il menzionato art. 76 non impone di specificare le singole componenti di reddito della quale il beneficiario sarebbe titolare, ma chiede solo che non sia superiore a un dato ammontare”. E allora, prosegue il ragionamento, “è il giudice a dovere attivare, anche d’ufficio e nei limiti entro cui ciò è consentito dai dati comunicati dalla parte, i suoi poteri istruttori per supplire all’eventuale incompletezza di quanto comunicato”. Così, tornando al caso concreto, il richiedente, aveva, “almeno formalmente, adempiuto al proprio onere di allegazione”. Da qui l’affermazione dei due seguenti principi: “L’art. 76 del Dpr n. 115 del 2002 impone al richiedente l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato esclusivamente di indicare un reddito imponibile ai fini dell’imposta personale sul reddito e risultante dall’ultima dichiarazione che non sia superiore a quello indicato dalla medesima disposizione e dai correlati decreti integrativi”; “L’art. 79 del Dpr n. 115 del 2002, anche letto alla luce del disposto dell’art. 46, comma 1, lett. o), del Dpr n. 445 del 2000, non impone al richiedente l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato di precisare la natura del reddito percepito”. L’ordinanza n. 5126 del 2026 - Nel secondo caso affrontato dalla Cassazione, il contribuente aveva subito il rigetto della domanda di ammissione al patrocinio da parte della Corte di giustizia tributaria, mentre il Tribunale di Cosenza aveva poi accolto l’opposizione. Il Ministero dell’Economia ha impugnato la decisione sostenendo che nell’istanza mancava l’indicazione dei codici fiscali dei familiari del richiedente. In particolare, quello della moglie, che era titolare di un reddito specificamente menzionato. Addirittura, sottolineava il Mef, mancavano data e luogo di nascita, “così impedendo l’estrapolazione di detti codici sulla base delle dichiarazioni già contenute in tale istanza”. La Suprema corte, per prima cosa, ricorda il precedente (Cass., pen. n. 7973/2021) secondo cui “l’indicazione del codice fiscale del richiedente e/o dei componenti la famiglia anagrafica costituisce condizione di ammissibilità dell’istanza, non potendo conferirsi effetto sanante alla eventuale possibilità per il giudice di ricavare il dato mancante dalla documentazione prodotta a corredo della stessa”. Ne consegue l’accoglimento del ricorso in virtù del seguente principio di diritto: “In tema di ammissione al beneficio del patrocinio a spese dello Stato, l’indicazione nella relativa istanza del codice fiscale del richiedente e dei componenti la famiglia anagrafica costituisce condizione di ammissibilità dell’istanza”. Entrambe le ordinanze ricordano inoltre che l’articolo 79 del Dpr n. 115/2002 prevede che l’istanza sia presentata in carta semplice e, a pena di inammissibilità, indichi il processo di riferimento, i dati del richiedente e dei familiari, nonché una dichiarazione sostitutiva sul reddito complessivo. Il richiedente deve inoltre impegnarsi a comunicare eventuali variazioni reddituali durante il processo e, se richiesto, produrre la relativa documentazione; per i redditi esteri è necessaria una certificazione consolare. Sì al mandato specifico a impugnare previsto solo per il difensore d’ufficio e non di fiducia di Paola Rossi Il Sole 24 Ore, 10 marzo 2026 La differenza si giustifica per la mancata costituzione di un rapporto fiduciario che di per sé solo consente di presumere la conoscenza del processo a cui l’imputato non ha partecipato. La Cassazione penale con la sentenza n. 8799/2026 ribadisce l’orientamento che si sta consolidando nella giurisprudenza secondo cui è legittima la prescrizione di legge che impone a chi sia stato giudicato in assenza di poter appellare la decisione solo se abbia conferito specifico mandato a impugnare al difensore d’ufficio rilasciato dopo la sentenza, pena l’inammissibilità dell’appello. Il ricorso lamentava infatti una disparità di trattamento rispetto al caso in cui l’appello sia introdotto dal difensore di fiducia che appunto non necessita di specifico mandato a impugnare. La differenza nasce dal correttivo alla Riforma Cartabia che ha differenziato le due ipotesi lasciando invece invariata la necessità di nuova elezione di domicilio per l’appello proposto dall’imputato giudicato in assenza sia nel caso di avvocato d’ufficio sia di avvocato fiduciario nominato dalla parte. La modifica sotto la lente è quella prevista dall’articolo 2, comma 1, lettera o), della legge 114/2024 rispetto all’articolo 33, comma 1, letter d), del Dlgs 150/2022 che aveva introdotto il comma 1 quater nell’articolo 581 del codice di procedura penale. Il correttivo non parla più di difensore, ma solo di difensore d’ufficio, rispetto alla prescrizione di specifico mandato a impugnare. Dice la Cassazione che nell’ottica del giusto processo - inteso anche come filtro tra impugnazioni inammissibili per mancanza di esplicita volontà dell’imputato e impugnazioni ponderate in base all’interesse della parte - va data rilevanza all’intenzione del Legislatore di evitare inutile dispendio per la macchina della giustizia. Il requisito dello specifico mandato a impugnare rilasciato all’avvocato dalla parte imputata garantisce la serietà stessa dell’azione giudiziaria. Inoltre, la differenza si giustifica in sé perché proprio la circostanza di un’avvenuta nomina fiduciaria costituisce già di per sé presunzione della conoscenza del processo a cui la parte coscientemente se non proprio volontariamente si è sottratta non partecipando a esso. Emilia Romagna. 8 marzo, l’Assemblea legislativa: “Servono più progetti per le detenute” di Cristian Casali cronacabianca.eu, 10 marzo 2026 Convegno con il Garante regionale dei detenuti, Roberto Cavalieri, e aperto dai saluti di Maurizio Fabbri, presidente dell’Assemblea legislativa dell’Emilia Romagna e da Elena Carletti, presidente della commissione Parità e cultura. Fra le relatrici Giulia Fabini, presidente di Antigone Emilia-Romagna, e Alba Piolanti dell’Unione donne in Italia a Bologna. Maggiori investimenti sulle progettualità rivolte alle donne in carcere: le opportunità di formazione e lavoro sono spesso inferiori rispetto alla controparte maschile, rendendo conseguentemente più complesso il reinserimento sociale della detenuta. L’appello è emerso nel corso di “Donne invisibili”, incontro in occasione della giornata dell’8 marzo e che si è tenuto nei locali della biblioteca dell’Assemblea legislativa regionale per riflettere sulla detenzione femminile in Emilia-Romagna. Quella delle donne detenute è una realtà numericamente minoritaria (circa il 4,4% della popolazione detenuta totale, sono 174 le donne recluse in regione al 28 febbraio 2026) e spesso dimenticata. In regione sono cinque gli istituti penitenziari con sezioni femminili: Bologna (83 detenute), Forlì (25), Modena (34), Piacenza (15), Reggio Emilia (17). Con “Donne invisibili” l’Assemblea legislativa ha voluto dedicare spazio anche a chi sta affrontando un periodo di detenzione, per rimarcare il ruolo centrale del volontariato, in larga parte femminile, nel percorso di recupero delle detenute carcerarie. “Per la giornata internazionale della donna - rimarca Maurizio Fabbri, presidente dell’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna - abbiamo voluto affrontare il tema della detenzione carceraria, un tema spesso trascurato, ricollegandoci anche alla questione dei diritti della donna in Italia. Si può dire che i penitenziari sono la cartina di tornasole di come funziona la democrazia”. E conclude: “Questo incontro vuole essere anche il modo di ricercare soluzioni da mettere in campo per contrastare le criticità in carcere. Le istituzioni penitenziarie sono prevalentemente strutturate sulle esigenze maschili e il volontariato, che rappresenta un ponte tra il dentro e il fuori, ha un ruolo centrale nel percorso riabilitativo delle detenute”. “Parliamo di una minoranza del carcere, il titolo dell’incontro racconta di donne invisibili che spesso faticano ad accedere ai percorsi trattamentali, attività che normalmente si rivolgono soprattutto agli uomini”, sottolinea Elena Carletti, presidente della commissione Parità e cultura. Che sul tema dell’istruzione aggiunge: “Per le detenute è oggettivamente complesso garantire percorsi adeguati di scolarizzazione. Servono interventi concreti”. Conclude, poi, sul tema della maternità in carcere: “Questo è un altro problema da affrontare, perché il carcere ovviamente non è luogo idoneo per il percorso di crescita del bambino. Per queste mamme servono facilitazioni sull’accesso ai percorsi alternativi alla detenzione penitenziaria”. “Non serve parlare in termini di detenzione tout court, bisogna fare delle distinzioni. Il carcere è un microcosmo che rispecchia la società esterna: per ogni 100 detenuti ci sono 4 donne e servono percorsi specifici per questa minoranza”, rimarca il garante Roberto Cavalieri: “Sulle oltre 170 donne presenti nelle carceri della regione solo in 13 hanno accesso ad attività lavorative all’esterno, una percentuale decisamente più bassa rispetto agli uomini”. Conclude sui problemi del carcere, che sono anche la causa delle poche opportunità rivolte alle donne: “I numeri ci dicono che nelle carceri della regione, rispetto ai posti regolamentari, ci sono 750 persone in più (sono oltre 4.000 i detenuti totali presenti). Il sovraffollamento rappresenta un problema non trascurabile. Va poi detto che il numero di detenuti stranieri ha superato quello degli italiani, con tutti i problemi che ne conseguono (lingua, religione ecc.)”. A confermare l’importanza dell’impegno del mondo dell’associazionismo che opera in carcere sono state le testimonianze di Giulia Fabini, presidente di Antigone Emilia-Romagna, associazione che monitora periodicamente le condizioni dei detenuti, e Alba Piolanti dell’Unione donne in Italia a Bologna. Per Fabini “essere minoranza in carcere vuole dire essere ai margini, perché per le donne è più complesso vedere garantiti i propri diritti, dall’istruzione alla salute. Le strutture non sono pensate per loro, gli spazi femminili spesso sono ristretti, i servizi (come, ad esempio, la biblioteca e la palestra) sono limitati”. Prosegue sulla situazione della donna in carcere: “La donna vive un doppio stigma in carcere: viene giudicata come donna che ha violato le regole ma anche, conseguentemente, come cattiva donna e cattiva madre, situazione che inevitabilmente genera una sofferenza nella detenuta”. Conclude sulle attività trattamentali: “Serve investire di più sui percorsi carcerari per le donne. Si può anche pensare a progetti da portare avanti assieme ai detenuti uomini”. Piolanti, invece, ricorda come “in carcere abbiamo scoperto donne piene di vita. Servono percorsi personalizzati adeguati alle esigenze femminili, partendo dal tema del benessere emotivo. Per questo diventa centrale anche il ruolo dell’associazionismo, in quanto tra volontari e detenute si sviluppa un rapporto che rappresenta una sorta di finestra verso l’esterno, un aspetto che nel percorso riabilitativo non può essere trascurato”. Durante l’incontro è stata trasmesso uno stralcio del docufilm “Detenute fuori dall’ombra”, lavoro in collaborazione con l’Udi sulla condizione femminile in carcere, della regista Licia Ugo. Piemonte. Carceri, AVS all’attacco: “La Garante Formaiano faccia un passo indietro” di Renzo Franco cuneo24.it, 10 marzo 2026 Le consigliere regionali Ravinale, Marro e Cera criticano la partecipazione della garante a iniziative di partito mentre crescono le criticità nel sistema penitenziario piemontese. Monica Formaiano, avvocata nominata garante regionale delle persone private della libertà personale su indicazione di Fratelli d’Italia, finisce nel mirino delle opposizioni. Le consigliere regionali piemontesi di Alleanza Verdi Sinistra Alice Ravinale, Giulia Marro e Valentina Cera l’accusano di partecipare ad iniziative di partito e di scattarsi selfie sorridenti con il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro - il politico che ha la delega diretta al Dap, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria - mentre carceri, istituti penitenziari e centri di permanenza per i rimpatri della regione versano in condizioni sempre più critiche. “Il ruolo della garante non è accompagnare le iniziative della politica né fare da spalla alla propaganda governativa”, attaccano le tre consigliere in una nota congiunta. “Se la maggioranza avesse un minimo rispetto delle istituzioni, si vergognerebbe e chiederebbe a Formaiano un passo indietro”. Tra i casi più recenti e simbolici c’è quello di Saluzzo, dove il Dap ha vietato l’ingresso degli studenti nel carcere di alta sicurezza, interrompendo un progetto educativo attivo da oltre quindici anni. L’iniziativa, costruita nel tempo grazie alla collaborazione tra scuola, volontariato, operatori penitenziari e territorio nell’ambito delle attività legate al Salone del Libro, aveva trasformato l’istituto saluzzese in uno dei più avanzati in Piemonte sul fronte delle attività trattamentali. “Bloccare questo percorso significa mettere in discussione uno dei pochi esempi concreti di applicazione della funzione rieducativa della pena prevista dalla Costituzione”, scrivono le consigliere. Ma non solo Saluzzo. Ad Alessandria cresce l’allarme per il futuro del carcere di San Michele. Il Governo starebbe valutando la trasformazione della struttura in istituto destinato al regime speciale del 41-bis, con l’arrivo di circa 150 detenuti sottoposti al carcere duro. Una scelta che, secondo AVS, rischierebbe di cancellare anni di lavoro sul rapporto tra istituzione penitenziaria e territorio. Sul futuro dell’istituto, nonostante le richieste formalizzate a ogni livello istituzionale, il Ministero non ha ancora fornito risposte chiare. Delmastro, in una recente visita ad Alessandria, ha invece parlato di investimenti sul carcere Don Soria, struttura che le consigliere definiscono “fatiscente e inadeguata, che andrebbe chiusa”. Resta aperta anche la questione del CPR, il Centro di Permanenza per i Rimpatri di Torino, in corso Brunelleschi. Nelle ultime settimane osservatori e visite istituzionali hanno segnalato un clima di tensione altissima, con numerosi episodi di autolesionismo e casi di grave disagio psichico tra le persone trattenute. AVS sottolinea che la garante Formaiano non avrebbe mai visitato la struttura, “nonostante la gravità della situazione e la recente condanna relativa alla morte di Moussa Balde”, il giovane guineano deceduto nel CPR torinese nel 2021. Le tre consigliere riferiscono di aver già effettuato sette sopralluoghi nelle strutture detentive piemontesi dall’inizio dell’anno. “Ogni volta è peggio: il sistema sta soffocando”, scrivono. Per questo hanno chiesto al Presidente del Consiglio Regionale di convocare nuovamente un Consiglio aperto sulle condizioni del carcere e sul lavoro della polizia penitenziaria, riunito l’ultima volta nel novembre 2024. “Quando il sistema penitenziario entra in crisi”, concludono, “il silenzio delle istituzioni non è neutralità: è una responsabilità”. Veneto. Vescovi e direttori delle carceri, insieme per reinserire i detenuti di Francesco Dal Mas Avvenire, 10 marzo 2026 La popolazione carceraria a Nordest supera le 4.100 unità (52% stranieri). In sovrannumero. 2.300 gli agenti di Polizia penitenziaria; in forte carenza. 2.000 detenuti sono definitivi. Tra questi, un centinaio hanno un residuo di pena di un anno, altrettanti un fine pena entro 24 mesi, approssimativamente 500 entro tre anni. “Circa 850 potrebbero usufruire di misure alternative a vario titolo. Accompagnare il reinserimento incide su due problemi strutturali: riduce il sovraffollamento e abbatte la recidiva”, fa notare l’arcivescovo Carlo Maria Redaelli, delegato della Conferenza episcopale Triveneto (Cet). A margine degli Esercizi a Torreglia, i 15 vescovi della Cet, con una rappresentanza dei cappellani delle carceri, hanno incontrato i direttori dei 18 istituti carcerari, guidati da Rosella Santoro, provveditore dell’Amministrazione penitenziaria di Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige. “Questa è la prima volta di un incontro che poi vorremmo ripetere con regolarità - ha specificato il presidente della Cet e patriarca di Venezia, Francesco Moraglia - perché riguarda un’opera di carità e perché siamo cittadini. Le carceri sono un contesto importante della città. E da cittadini a cui sta a cuore la Costituzione vogliamo interloquire con voi per servire al meglio la realtà del carcere e la nostra società. La persona del cappellano, insieme con la cappellania, è una figura su cui investire per costruire e ricostruire qualcosa di importante; è una risorsa che può arrivare dove altri non ce la fanno. Dobbiamo creare una cultura dell’accoglienza nei confronti di chi ha sbagliato e del loro accompagnamento; la nostra società e anche le nostre parrocchie ne avrebbero grande giovamento”. Redaelli ha ricordato l’azione pastorale delle diocesi nei confronti della popolazione carceraria, che ha nel Vangelo e poi nella Costituzione italiana i suoi valori fondanti. “L’articolo 27 della Carta traduce in forma laica una convinzione profonda della Chiesa: ogni persona merita un’opportunità di riscatto. Perché la rieducazione sia autentica, deve collegarsi a possibilità concrete di reinserimento nella società”. Il provveditore Santoro, dopo aver espresso “sorpresa di vivere un incontro così speciale ed unico tra vescovi dell’intera area triveneta e la dirigenza penitenziaria”, ha auspicato che si ripeta. Ed ha ammesso che “il carcere è vissuto come una società nella società, ma non ha sempre l’attenzione che merita. Sappiamo però che il mondo ecclesiale è molto vicino al carcere, a volte considerato un contesto poco sentito. Nel carcere noi dobbiamo lavorare affinché le persone recluse possano avere la possibilità di essere rieducate per reinserirsi nella società”. Infatti, ha continuato, “siamo convinti che la persona non è il suo reato e siamo impegnati ad aumentare offerta lavorativa interna e a cercare imprese che portino lavoro all’interno. Vogliamo evitare che le persone detenute vivano nell’ozio. Oggi una criticità è data dal fatto che le carceri accolgono sempre più persone con disagio psichico e anche per loro dobbiamo trovare possibilità di trattamento. La sfida è dare una seconda chance a tutti perché ritrovino uno spazio nella società”. Veneto. Nelle carceri della Regione 300 detenuti per ?mafia: 200 a Vicenza, 100 a Rovigo di Raffaella Ianuale Il Gazzettino, 10 marzo 2026 Ai duecento già previsti a Vicenza se ne stanno aggiungendo altri cento a Rovigo. Tutti detenuti per reati di mafia destinati alle carceri venete. La metà di loro si è già insediata (un centinaio a Vicenza e una sessantina a Rovigo), ma è solo questione di settimane e poi tutti i posti di alta sicurezza delle due carceri verranno occupati da condannati per 416 bis, cioè associazione a delinquere di stampo mafioso. “Abbiamo ricevuto notizie dell’arrivo di alcuni famigliari dei detenuti, siamo preoccupati perché in Veneto ci sono già stati casi di infiltrazioni mafiose e non siamo strutturati per contrastare questo tipo di criminalità”. La premessa è dell’ex ministro e attuale senatrice della Lega Erika Stefani che ieri si è riunita a Vicenza con i rappresentanti dei diversi livelli di governo del suo partito per intraprendere un’azione trasversale perché non vengano sottovalutate le conseguenze che potrebbe avere l’arrivo in Veneto di un così elevato numero di condannati per mafia, ndragheta, camorra e sacra corona unita. A partire dal Senato, passando per la Camera, la Regione Veneto e il Comune di Vicenza. “Ho fatto un’interrogazione al ministro della Giustizia - prosegue Stefani - per chiedere quali iniziative intenda mettere in atto per garantire la sicurezza del territorio e evitare contatti tra l’interno e l’esterno del carcere. Quello mafioso è un reato frutto di relazioni, da qui nasce l’associazione a delinquere”. E cita l’esempio delle infiltrazioni ad Eraclea, nel Veneziano: l’inchiesta ha portato alla luce come la camorra si sia intrufolata nel tessuto economico del territorio. “Questi sono segnali che dimostrano che non siamo immuni alla criminalità mafiosa - prosegue la senatrice - il Veneto sta attraversando un momento delicato: le aziende sono in difficoltà, il sostegno bancario è venuto meno, quindi in una situazione di crisi come questa si possono aprire varchi per le organizzazioni criminali che offrono finanziamenti alle imprese per poi obbligarle alla sudditanza”. Da qui l’interrogazione al ministro in cui la senatrice chiede il perché si sia deciso di dirottare in Veneto un così elevato numero di condannati per mafia, e quali iniziative si intendano mettere in atto per controllare che non intacchino il tessuto economico. “Non siamo preparati a contrastare una criminalità di questo tipo - conclude - ci vuole potenziamento di personale, ma anche attività di intelligence”. Rientra nel fronte comune della Lega anche l’interrogazione urgente, sempre al ministro della Giustizia, dell’onorevole leghista Erik Pretto, componente della Commissione parlamentare antimafia, presentata assieme alla collega di partito Silvia Covolo. Per la Regione Veneto, ieri a Vicenza, il capogruppo della Lega Nicola Finco ha illustrato la mozione per giungere a un protocollo d’intesa tra istituzioni e forze politiche che assista le vittime di mafia anche attraverso l’attivazione di un numero verde. Fino al consigliere del Comune di Vicenza il leghista Filippo Busin e il segretario provinciale del partito Matteo Celebron. A sollevare il caso era stato l’Uspp, il sindacato degli agenti di polizia penitenziaria che aveva denunciato come nell’ala di alta sicurezza del carcere Filippo del Papa di Vicenza, inaugurata quattro anni fa, stessero arrivando detenuti per mafia. “Arrivi che necessitano di un potenziamento di personale e di un direttore in pianta stabile” aveva denunciato il segretario regionale del sindacato Leonardo Angiulli, che parlava di una carenza di almeno sessanta agenti e di un direttore, a scavalco con Padova, presente a Vicenza per due giorni alla settimana. Numeri e carenze confermate dallo stesso direttore del carcere Fabrizio Cacciabue. E ora al caso Vicenza si aggiunge anche quello di Rovigo. Napoli. Donna accoltellata sul bus al Vomero, si suicida l’aggressore di Gennaro Scala Corriere del Mezzogiorno, 10 marzo 2026 Dopo due tentativi di autolesionismo andati a vuoto in caserma dopo l’arresto e poi nel carcere di Poggioreale il 39enne Antonio Meglio si è tolto la vita con un lenzuolo. Si è tolto la vita nella serata di ieri, nel reparto di Psichiatria dell’ospedale San Giovanni Bosco di Napoli, Antonio Meglio, il trentanovenne che giovedì scorso aveva accoltellato una giovane avvocatessa su un autobus al Vomero. L’uomo avrebbe utilizzato un lenzuolo per suicidarsi nonostante fosse piantonato e dopo due precedenti tentativi di autolesionismo nelle ore successive al fermo. Meglio, laureato in giurisprudenza e con alle spalle un percorso segnato da fragilità psichiche, era stato arrestato in flagranza per l’aggressione avvenuta a bordo del bus della linea C32 in via Simone Martini. La vittima, una penalista di 32 anni, era stata colpita con alcune coltellate mentre si trovava sul mezzo pubblico. Le sue condizioni, secondo quanto si apprende, sono in miglioramento. Ieri mattina il giudice per le indagini preliminari aveva convalidato il fermo, disponendo contestualmente la custodia cautelare in carcere. Durante l’udienza Meglio aveva risposto solo in parte alle domande, mostrando uno stato di forte confusione. A tratti lucido, a tratti smarrito, aveva raccontato di avere un “vuoto di memoria” sugli istanti dell’aggressione, riuscendo a ricostruire solo quanto accaduto poco prima: l’attesa dell’autobus in piazza Quattro Giornate. Davanti ai carabinieri, però, il trentanovenne aveva provato a dare una spiegazione al gesto: “Sono stato vittima di una truffa sentimentale e ce l’avevo con tutti. Ho scelto la vittima a caso, non la conoscevo. Con il mio gesto volevo attirare l’attenzione di Nicola Gratteri”. In un primo momento aveva anche sostenuto di essersi recato in caserma per denunciare la donna che lo avrebbe ingannato, salvo poi riferire al giudice di aver trovato gli uffici chiusi. Subito dopo l’arresto l’uomo aveva tentato più volte di farsi del male. In caserma si era colpito alla gola con una chiavetta usb, poi sequestrata dai militari. Successivamente, nel carcere di Poggioreale, si era lanciato con forza contro una parete, riportando una ferita alla testa. Proprio per il rischio di nuovi gesti autolesionistici era stato trasferito nel reparto psichiatrico dell’ospedale, dove era sorvegliato a vista dalla polizia penitenziaria. Nonostante il controllo, intorno alle 21.40 di ieri sera l’uomo è riuscito a togliersi la vita. Meglio, originario del quartiere Pianura e incensurato, dopo la laurea in legge si era anche iscritto all’albo dei praticanti avvocati. In passato era stato seguito dai servizi sanitari della Asl e successivamente da uno specialista privato per problemi di natura psichica che, secondo il suo difensore Gianluca Sperandeo, sembravano essersi stabilizzati. Il legale aveva sottolineato come non vi fossero precedenti episodi di violenza nella vita del suo assistito. I due tentativi di suicidio successivi all’arresto, aveva osservato, sarebbero stati il segnale di un profondo crollo psicologico dopo quanto accaduto. Ieri sera, nel reparto dove era ricoverato e sotto sorveglianza, il tragico epilogo. Firenze. Condizioni “inumane” a Sollicciano, parla il legale del ricorso alla Consulta novaradio.info, 10 marzo 2026 “Ecco cosa potrebbe cambiare davvero”. Ha suscitato molto clamore la decisione, resa nota pochi giorni fa, da parte del Tribunale di Sorveglianza di Firenze di sollevare la questione di legittimità costituzionale a proposito di un caso che denuncia le condizioni disumane e degradanti di detenzione a Sollicciano. Il ricorso è promosso dagli avvocati Mimmo Passione e Nicola Muncibì, a sostegno di un detenuto condannato per omicidio e con fine pena nel 2042, che finora ha scontato la condanna in una cella di circa 9 metri quadrati nelle condizioni più volte segnalate di degrado e fatiscenza della struttura: infestazioni di topi e cimici, infiltrazioni e muffe, mancanza di acqua calda e riscaldamento, spazi angusti e sovraffollamento con fino a 6 persone per cella. “Se vi sono condizioni di detenzione inumana e degradante - è la tesi dei legali Passione e Muncibì - quella pena legalmente inflitta cessa di esser tale, e diventa pena illegalmente eseguita e non può continuare ad essere espiata, e quindi deve essere sospesa o convertita in arresti domiciliari”. In termini giuridici, alla Consulta il giudice fiorentino rivolge il quesito se nei casi in cui si viola l’articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti Umani (Cedu), si possa applicare l’articolo 147 del Codice Penale sul rinvio della esecuzione della pena, riservato però solo a casi specifici a tutela della salute dei condannati (gravi malattie o infermità o donne con figli minori di 3 anni). Sul ricorso si incentrano grandi aspettative, dato che in caso di accoglimento la Corte Costituzionale potrebbe aprire la strada ad altri ricorsi analoghi. L’avvocato Mimmo Passione, stamani ai microfoni di Novaradio, richiama alla reale sostanza della questione giuridica e la sua effettiva portata e chiarisce: non sarà un ‘bomba libera tutti’ per criminali, mafiosi o altri detenuti in carceri fatiscenti. “Non si chiede alla Corte Costituzionale di introdurre il numero chiuso” scandisce Passione: “Laddove la Corte accogliesse il ricorso - spiega - introdurrebbe una norma, aggiungerebbe questa possibilità di intervento al 147 del Codice Penale che ovviamente varrebbe per tutti, ma non vuol dire che il giorno dopo questa cosa si tradurrebbe in un bomba libera tutti”. Il ricorso con cui si è arrivati alla Consulta, sottolinea Passione, è stato solo l’ultimo passo di un procedimento partito a inizio 2024 e che ha visto esperire tutte le tappe giuridiche e le possibilità alternative: “Noi abbiamo dovuto esaurire, impiegandoci, due anni tutta la procedura del ‘reclamo giurisdizionale’ - dice ancora Passione - dimostrando che nel caso di specie, la situazione del nostro assistito non era recuperabile”. Ovviamente la decisione della Corte Costituzionale avrebbe un effetto generale: “Qualunque detenuto si trovasse recluso a Crema, Civitavecchia o Siracusa dovrebbe ovviamente chiedere al proprio magistrato di adottare provvedimenti che gli consentano di migliorare la situazione, con la previsione che quei provvedimenti non siano ottenibili altrove, come non erano ottenibili a Firenze. Questo non vuol dire che il giorno dopo escono i mafiosi, gli assassini, i delinquenti. Non è così. Da domani c’è uno strumento in più, ma il ‘giro dell’oca’ bisogna farlo”. Il “giro dell’oca” di cui parla l’avvocato è riferimento alla storia lunga e complicata di questo caso. Si parte ad inizio 2024 con la proposta all’ufficio di sorveglianza un primo ‘reclamo giurisdizionale’ in base alla famosa “sentenza Torregiani”, che permette al magistrato di ordinare dei rimedi a violazioni di regolamenti dell’ordinamento penitenziario. Dopo 11 mesi di attesa, il magistrato stabilisce che la domanda è inammissibile. I due legali impugnano il provvedimento chiedendo al Tribunale di verificare se si può sollevare questione di legittimità costituzionale. La risposta del giudice che non è possibile sollevare la questione, visto che il magistrato originariamente investito non aveva risposto. I due legali non si danno per vinto e ricorrono in anche in Cassazione. La Suprema Corte sancisce che la questione è fondata, ma non rilevante: “Prima bisognava terminare questo ‘gioco dell’oca’ - come lo definisce l’avvocato Passione - cioè il tutto l’iter del reclamo giurisdizionale. Procedimento che oggi noi abbiamo terminato ottenendo l’accoglimento di quel reclamo originariamente dichiarato inammissibile”. Ma la questione non finisce lì. Nell’accogliere il reclamo, il giudice indica alcune condotte precise al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria: disinfestazione delle celle, riparazione degli impianti per l’acqua calda e avvio della progettazione per l’impermeabilizzazione delle coperture. Dato che dal Dap non c’è nessuna risposta concreta, si è costretti a dar luogo al “servizio di ottemperanza”. E così trascorre ancora tempo: nell’accoglimento del reclamo il Collegio concede 45 giorni, nel giudizio di ottemperanza 80, senza che nulla accada. A quel punto il Tribunale ha notificato l’inizio del giudizio di a tutti i Ministeri coinvolti, ma nessuno si costituisce in giudizio. All’ultimo tuffo arriva una nota di un dirigente del Dap che spiega che per i lavori indicati dal giudice si stima un’esecuzione di 55 mesi (oltre 4 anni), previa gara d’appalto e un periodo di collaudo le cui tempistiche sono ignote. Il particolare è ripreso anche nel ricorso del Tribunale che fa emergere che quei lavori a Sollicciano di fatto sono fermi da tre anni. “A quel punto non restava che una soluzione, a nostro avviso, e quella è stata adottata e condivisa anche dal Tribunale”, ovvero il ricorso all’articolo 147 del Codice Penale, che però non si può applicare al caso del detenuto in questione. I legali decidono di fare lo stesso richiesta, in forza anche della buona condotta del detenuto, che il Tribunale ha dimostrato di accogliere sollevando la questione di costituzionalità. Ora la parola passa i giudici costituzionali: dalla loro decisione si capirà se sarà (per l’ennesima volta) una sentenza della Consulta ad aprire una nuova pagina per i diritti in questo paese. Napoli. “In carcere troppi innocenti”. Presidio sotto il Tribunale di Antonio Carlino cronachedellacampania.it, 10 marzo 2026 Il garante campano Ciambriello guida la protesta: “Quasi la metà delle custodie cautelari sono illegittime”. Appuntamento oggi alle 15 in piazzale Cenni. Adesioni da decine di associazioni laiche e cattoliche. Un silenzio assordante, rotto solo dal rumore delle sbarre che si chiudono. Sulle “barbarie” della giustizia mediatica, sugli errori giudiziari, sui suicidi in cella e sul sovraffollamento è calata una coltre di indifferenza. Ma per Samuele Ciambriello, garante campano delle persone private della libertà personale, è arrivato il momento di alzare la voce. Per questo, domani pomeriggio alle 15, piazzale Cenni (davanti all’ingresso del Tribunale di Napoli) sarà teatro di un presidio promosso dallo stesso garante. Un appuntamento che si preannuncia partecipato, con l’adesione di tutti i garanti provinciali e comunali della Campania e di un vasto arcipelago di associazioni laiche e cattoliche: da Libera contro le mafie alla Pastorale Carceraria della Diocesi di Napoli, da Antigone al Movimento forense, dalle Acli al collettivo dell’ex OPG “Je so’ pazzo”. “Custodie illegittime e riforme mancate” - I numeri, secondo Ciambriello, disegnano una realtà drammatica e paradossale. “C’è un numero sproporzionato di persone private della loro libertà contro le regole del diritto”, denuncia il garante. Il dato più scioccante riguarda la custodia cautelare: “Quasi la metà sono indebite e illegittime”. Un’emergenza nell’emergenza, a cui si aggiungono migliaia di detenuti che “devono scontare meno di due anni di carcere e non hanno accesso a misure alternative”. L’appello per indulto e amnistia - Nel mirino del garante finisce anche l’azione del governo. “La nuova giustizia è una riforma dovuta, ma non quelle proposte dall’esecutivo”, taglia corto Ciambriello, lamentando che nel dibattito pubblico “nessuno parla più di indulto o amnistia”, strumenti che potrebbero dare sollievo a un sistema carcerario ormai al collasso. Il presidio di domani vuole essere proprio questo: un grido per riaccendere i riflettori su un’emergenza dimenticata. Bari. Il sociologo Palmisano: “Più diritti ai detenuti, servono investimenti per la rieducazione” di Nicolò Delvecchio Corriere del Mezzogiorno, 10 marzo 2026 Oggi chiusura del festival Senza Barriere. Il sociologo: “Attenti ai minori”. Si concluderà con la presentazione del libro “Diciotto e un giorno”, scritto dalla garante per i detenuti torinese Monica Cristina Gallo, la prima edizione del “Senza barriere, festival dei diritti e delle pene” organizzato dalla società cooperativa Radici future. L’appuntamento è fissato alle 17 di oggi nella sala d’arte del Consiglio regionale, a moderare il dibattito il sociologo e presidente del cda di Radici future, Leonardo Palmisano. “È il primo festival sui diritti dei detenuti organizzato in Puglia e presenta un format misto. Abbiamo iniziato con una maratona in un bene confiscato alla mafia a San Michele Salentino, durante la quale tutti gli enti del terzo settore che hanno lavorato con il garante regionale si sono raccontati. Dall’incontro sono emerse due cose: la prima è l’urgenza di occuparsi dei diritti di chi si trova in carcere. La seconda consiste nel farlo attraverso attività di carattere rieducativo, di risocializzazione allo studio e alla formazione. Da qui la presentazione del libro, un pretesto per raccontare la condizione dei giovani detenuti, in particolare di chi inizia a scontare la pena nel carcere minorile e finisce in quello degli adulti”. “Loro vivono il passaggio dall’essere grandi in un istituto minorile a ultimi arrivati nel carcere ordinario, in cui c’è di tutto. C’è chi ha commesso reati più comuni, chi non si è potuto permettere un buon avvocato, ci sono i mafiosi, i detenuti di alta sicurezza. Nel dibattito affronteremo il tema di come l’Italia dovrebbe occuparsi di questa cosa, una zona grigia tra minori e adulti nella quale investire in maniera seria, in termini di rieducazione, formazione professionale e ovviamente lavoro”. “Sì, ci sono differenze che riguardano la pelle dei giovani detenuti o il modo in cui cambia la tonalità delle loro voci. Sono tutte questioni che raccontano la “timidezza” del reo, che è una timidezza che riguarda una condizione di minorità rispetto a una maggioranza, adulta, che ha già reti consolidate all’interno del carcere. Il libro racconta quanta attenzione in più vada messa su questa parte così fragile di detenuti, per i quali il compimento del diciottesimo compleanno rischia di essere l’ingresso in un inferno peggiore di quello da cui vengono”. Trieste. “La civiltà di un Paese si misura anche da come tratta le persone in carcere” di Alessandro Martegani rtvslo.si, 10 marzo 2026 Le rappresentanti di una serie di organizzazioni per i diritti delle donne hanno manifestato questa mattina di fronte al carcere di Trieste, che ospita anche una sezione femminile. Al centro degli interventi le condizioni a cui sono sottoposte anche le donne nelle carceri, dal sovraffollamento alla carenza di assistenza sanitaria. “Il grado di civiltà di un paese - è stato detto - si misura anche da come tratta le persone in carcere”. “Ci risulta - hanno aggiunto - che la casa circondariale di Trieste ha 140 posti, ma i detenuti attuali siano 240, di cui una trentina donne, molte giovanissime. Questo significa spazi affollati, meno servizi, meno accesso alle cure, meno possibilità di attività educative e di reinserimento”. “Le donne detenute rappresentano una minoranza, ma proprio per questo rischiano di essere invisibili, con spazi esigui, dimenticate nelle politiche pubbliche e nei servizi essenziali”. A meno di 24 ore dalla manifestazione organizzata a Trieste in occasione della Festa della Donna, le associazioni Non una di meno Trieste e Stella Polare, il Comitato per i Consultori e il Comitato per i diritti delle prostitute, si sono ritrovate sotto il carcere del Coroneo di Trieste per denunciare la situazione delle donne nelle carceri. Alla manifestazione non era stato consentito un passaggio di fronte alla casa circondariale, e solo alcune attiviste avevano raggiunto il palazzo di via Coroneo, venendo anche identificate dalla polizia. “La nostra volontà - hanno spiegato - era quella di fare un saluto a chi lì è rinchiuso, nella convinzione che tra quelle pareti non si trova la soluzione alla violenza di genere, del genere e dei generi, alla violenza patriarcale e alle discriminazioni e sopraffazioni che ci opprimono e perseguitano”. “I numeri ci raccontano di una realtà al collasso a causa di strutture fatiscenti, piccole, sovraffollate, popolate soprattutto da chi non ha i mezzi per accedere alle pene sostitutive: nel paese ci sono 63.800 detenuti a fronte di 46.000 posti disponibili”. Oggi, quindi, un gruppo di aderenti ha organizzato una conferenza stampa alla quale hanno assistito anche alcune detenute, intervenute parlando dalle sbarre delle finestre. Il centro degli interventi delle organizzazioni soprattutto le condizioni che ogni giorno vivono le donne, non solo nel carcere di Trieste che ha anche una sezione femminile, ma in tutte le carceri italiane. Ci sono solo quattro strutture dedicate alle donne in Italia, per il resto le detenute vengono rinchiuse in ambienti pensati per gli uomini, e anche in questi casi il sovraffollamento rende la vita nelle carceri insostenibile per chi ci vive e inaccettabile per un paese che vuole essere civile. “Il grado di civiltà di un paese - è stato detto - si misura anche da come tratta le persone in carcere”. “Ci risulta - hanno aggiunto - che la casa circondariale di Trieste ha 140 posti, ma i detenuti attuali siano 240, di cui una trentina donne, molte giovanissime. Questo significa spazi affollati, meno servizi, meno accesso alle cure, meno possibilità di attività educative e di reinserimento”. “Le donne detenute rappresentano una minoranza, ma proprio per questo rischiano di essere invisibili, con spazi esigui, dimenticate nelle politiche pubbliche e nei servizi essenziali”. Fra i punti critici è stata segnalata anche la mancanza di un ginecologo, confermata dalle detenute, che hanno seguito l’evento dalle finestre del carcere, oltre a difficoltà generali nel trattamento sanitario e del rispetto dei diritti delle donne in carcere, spesso giovani e straniere. Una situazione che, hanno aggiunto, richiede un rafforzamento dei servizi sanitari nelle carceri, una riduzione del sovraffollamento, favorendo misure alternative alla detenzione, e politiche che da una parte tengano conto delle donne e dall’altra favoriscano il reinserimento nella società. Non è mancato un riferimento alle detenute transgender che al momento vengono ospitate nella sezione degli uomini, mettendo a rischio l’incolumità e il rispetto della dignità delle detenute. Brescia. Detenuti e reinserimento sociale: siglato l’accordo con Confindustria Brescia di Veronica Crescente primabrescia.it, 10 marzo 2026 Saranno inoltre avviati corsi specifici per consentire ai detenuti l’acquisizione di competenze in campo informatico, al fine di poter ottenere un lavoro in questo ambito. Ieri (lunedì 9 marzo 2026) è stato siglato nella sede di Confindustria Brescia il quarto accordo di collaborazione tra l’associazione di via Cefalonia, gli Istituti di Pena Bresciani, la Garante dei Detenuti e il Tribunale di Sorveglianza di Brescia, volto a potenziare le iniziative di reinserimento sociale dei detenuti. A prendere parte alla firma sono stati: Paolo Streparava (presidente Confindustria Brescia), Matteo Meroni (vice presidente Confindustria Brescia con delega a ESG), Arianna Carminati (Garante dei detenuti), Francesca Paola Lucrezi (direttrice delle carceri di Brescia) e Monica Cali (presidente Tribunale di Sorveglianza di Brescia). Lavoro digitale: ci sono delle novità - Importanti sono le novità introdotte in tema di lavoro digitale che si affiancano a quelle introdotte nel 2023 (per esempio quelle in ambito manifatturiero come il corso per carrellisti che si rivolge a 30 destinatari). Saranno inoltre avviati corsi specifici per consentire ai detenuti l’acquisizione di competenze in campo informatico, al fine di poter ottenere un lavoro in questo ambito. I punti salienti del Protocollo d’Intesa - In generale, con il rinnovo del protocollo Confindustria Brescia si impegna, con la collaborazione e il monitoraggio delle altre parti coinvolte, a: - realizzare corsi di formazione in carcere avvalendosi delle strutture formative di Fondazione AIB o di propri Soci in possesso dell’esperienza e delle competenze coerenti con le finalità formative condivise e disponibili a collaborare con le strutture carcerarie. La formazione sarà progettata d’intesa con la Direzione degli Istituti di pena bresciani, tenendo conto dei bisogni formativi della popolazione carceraria e della domanda del mercato del lavoro del territorio. A conclusione dei corsi, per la consegna dei diplomi sarà organizzata una tavola rotonda con al centro il tema del lavoro nella prospettiva del tessuto economico e produttivo bresciano. - sensibilizzare i propri Iscritti ad ospitare tirocini di orientamento, formazione e inserimento/reinserimento finalizzati all’inclusione sociale e all’autonomia delle persone in esecuzione penale presso la Casa Circondariale Nerio Fischione e la Casa di Reclusione di Verziano, valutate idonee dall’Equipe trattamentale del Carcere e dal Tribunale di Sorveglianza di Brescia. I tirocini si svolgeranno nelle aziende associate che liberamente daranno la propria disponibilità, sotto la diretta responsabilità formativa dei tutor individuati dalle aziende stesse; - realizzare, in accordo con la Direzione degli Istituti di pena bresciani, corsi di formazione in carcere, orientati all’acquisizioni di competenze in materia informatica, avvalendosi delle strutture formative e della capacità di implementazione tecnica ed infrastrutturale dei propri Soci o Enti collegati a Confindustria Brescia. A seguito della formazione potrà essere valutata la realizzazione di tirocini, negli ambiti attinenti ai servizi informatici, anche ospitati negli ambienti carcerari a ciò appositamente attrezzati con le dotazioni informatiche necessarie. - sensibilizzare le Aziende associate a donare generi di prima necessità a favore dei detenuti degli Istituti di pena bresciani. A tal fine, aderirà alla richiesta di collaborazione del Garante dei diritti delle persone private della libertà di Brescia, divulgando alle proprie imprese l’elenco dei generi più necessari. “Un passo significativo per l’inclusione” - “Questo nuovo accordo - che si colloca nel solco dell’instaurata collaborazione tra Confindustria Brescia, Istituzioni e Carcere - rappresenta un ulteriore passo avanti significativo nella promozione dell’inclusione sociale e lavorativa dei detenuti, aprendo a nuove e concrete opportunità per il loro reinserimento - commenta Paolo Streparava, presidente di Confindustria Brescia -. L’obiettivo è quello di dare continuità a un’iniziativa ormai consolidata, come testimoniano i rinnovi avvenuti negli anni, e costruita sull’idea che il lavoro sia, prima di tutto, un elemento di dignità e realizzazione personale. Ringrazio quindi tutte le parti coinvolte, e il vice presidente Matteo Meroni, che seguirà in prima persona l’iniziativa attraverso la sua delega alla Legalità.” “L’impresa come riferimento” - “Confindustria Brescia continua a impegnarsi in prima persona nel progetto di reinserimento lavorativo dei detenuti: un segno tangibile di come l’impresa possa e debba sempre più essere un riferimento anche in tali ambiti - aggiunge Matteo Meroni, vice presidente di Confindustria Brescia con delega a ESG e Legalità e CEO di Mega Italia Media -. Con piacere, come Mega Italia Media, abbiamo inoltre scelto di promuovere un progetto specifico sulla formazione digitale, che riteniamo un diritto e un’opportunità da rendere accessibile a tutti, anche in contesti complessi come quello penitenziario Word ed Excel sono strumenti fondamentali, richiesti in moltissimi ambiti lavorativi. Fornire queste competenze significa offrire ai detenuti strumenti concreti, utili e immediatamente riconoscibili, che possano accompagnarli in un futuro percorso di reinserimento. È un modo per trasformare la tecnologia in un fattore di inclusione reale.” “Lavoro contro il rischio di recidiva” - “Il rinnovo del Protocollo tra Confindustria Brescia e gli Istituti di pena cittadini conferma il valore del lavoro quale strumento essenziale del percorso trattamentale - le parole di Monica Cali, presidente Tribunale di Sorveglianza di Brescia -. L’esperienza maturata in questi anni dimostra come formazione qualificata e tirocini in azienda rappresentino opportunità concrete di responsabilizzazione e di acquisizione di competenze realmente spendibili. Il lavoro in carcere e le occasioni di inserimento nel tessuto produttivo contribuiscono in modo significativo a ridurre il rischio di recidiva e a rafforzare la sicurezza collettiva. La collaborazione con il mondo imprenditoriale bresciano testimonia come legalità e inclusione possano procedere insieme, offrendo alle persone in esecuzione penale un percorso credibile di reinserimento sociale, nel rispetto delle regole e della dignità della persona. “Segno di continuità ideologica” - “Questo protocollo diventa una costante importante del nostro territorio, segno di una continuità ideologica all’interno di Confindustria Brescia - riflette Francesca Paola Lucrezi, direttrice delle carceri di Brescia -: un motivo, per noi, di speranza e orgoglio. La speranza, in particolare, è che i detenuti possano sfruttare le competenze che avevano prima di entrare in carcere, restituendole alla società con maggiore consapevolezza e competenze. Confidiamo che questo strumento avvicini ancor di più il mondo datoriale a quello penitenziario.” “Incontro impresa - detenuti: un’opportunità” - “La legislazione sostiene con diverse misure l’incontro tra il mondo dell’impresa e le persone detenute - commenta Arianna Carminati, Garante dei detenuti -. Un’opportunità che, pur tra difficoltà burocratiche e complessità organizzative e relazionali, va riconosciuta e valorizzata. È ciò che prova a fare l’Accordo, oggi rinnovato, tra Confindustria Brescia, gli Istituti di Pena bresciani e il Tribunale di Sorveglianza di Brescia. Non si tratta di una conferma formale: si avverte, tra i soggetti coinvolti, la volontà di rendere sempre più concreto l’obiettivo della risocializzazione attraverso il lavoro che è a fondamento della nostra convivenza democratica, e che rappresenta il cuore dell’iniziativa. Il lavoro nel contesto penitenziario, in particolare, costituisce uno strumento essenziale di responsabilizzazione e di ricostruzione dell’individuo, e consente di trasformare l’inclusione di persone in situazione di svantaggio da gesto di solidarietà in un investimento lungimirante, capace di generare valore per l’impresa, di rafforzare il tessuto produttivo e di contribuire in modo stabile alla sicurezza e alla coesione dell’intera comunità.” Il progetto - “Il progetto messo in campo da Confindustria Brescia ha trovato immediato interesse, in prima battuta, da parte di Fasternet srl - le parole di Giancarlo Turati, presidente di InnexHub già amministratore delegato di Personal data srl - che lo ha valutato coerente con le proprie politiche di responsabilità sociale d’impresa; successivamente alla fusione con Personal Data srl - società che opera da 45 anni sul territorio nazionale in ambito infrastruttura IT, Cybersecurity, Networking e sistemi di DR - si è data continuità al progetto rinnovando l’interesse anche per Personal Data, che fa parte del gruppo WE are Project, e quindi ultimando le attività di messa a punto e messa in funzione della piattaforma dal punto di vista dell’infrastruttura dati necessaria ad operare in sicurezza con le adeguate configurazioni.” “Forte collaborazione istituzionale e alta motivazione” - “Nell’ambito del protocollo tra Confindustria Brescia (Gruppo Giovani Imprenditori) e il Carcere di Brescia, Space Work ha promosso azioni concrete per favorire il reinserimento lavorativo dei detenuti, contribuendo a ridurre il rischio di recidiva e a rafforzare la responsabilità sociale d’impresa - chiude Dorika Franchini, presidente di Space Work -. Avviato nel 2023, il progetto ha previsto l’analisi dei fabbisogni professionali, l’attivazione di corsi di formazione (tra cui disegno meccanico e teatro) e l’apertura di uno sportello di ascolto e orientamento al lavoro. Tra il 2024 e il 2025 sono stati incontrati complessivamente 24 detenuti nelle sedi di Canton Mombello e Verziano, con colloqui individuali e valutazioni di inserimento. Nonostante vincoli normativi e complessità organizzative, l’esperienza ha evidenziato forte collaborazione istituzionale e alta motivazione dei partecipanti, ponendo basi solide per sviluppi futuri.” Bologna. “Visioni riparative”: le redazioni in carcere per ricostruire i legami sociali volabo.it, 10 marzo 2026 L’11 marzo a Bologna il quinto incontro promosso da Insight Aps esplora l’esperienza di Ristretti Orizzonti e Ne Vale la Pena. Mercoledì 11 marzo 2026, dalle 16:30 alle 19:00, la Sala del Consiglio del Quartiere Navile a Bologna, in via Saliceto 3/20, ospita il quinto appuntamento del percorso tematico “Visioni Riparative tra dentro e fuori”. L’incontro, promosso da Insight APS, si concentra sul ruolo del giornalismo e della scrittura negli istituti penitenziari per favorire percorsi di consapevolezza e coesione sociale. L’evento accende un faro sulle redazioni nate all’interno delle carceri, spazi fisici e mentali dove le parole diventano lo strumento principale per ritrovare significato e costruire ponti con la cittadinanza. Interverranno Carla Chiappini, giornalista e coordinatrice della redazione di Ristretti Orizzonti a Parma, e Federica Lombardi, volontaria per Ne Vale la Pena nel carcere di Bologna. Le due relatrici racconteranno come queste attività narrative aiutino a nutrire il pensiero delle persone detenute e a generare nuove prospettive di vita. Il dialogo si arricchisce attraverso la voce di chi attraversa queste iniziative e l’orizzonte della giustizia riparativa in prima persona. Il pubblico potrà infatti ascoltare la preziosa testimonianza di Paolo Setti Carraro, fratello di Emanuela Setti Carraro (infermiera volontaria della Croce Rossa Italiana e la seconda moglie del generale e prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa. Vittima innocente di mafia, fu uccisa a Palermo il 3 settembre 1982 nella strage di via Carini, a soli 31 anni, insieme al marito e all’agente di scorta Domenico Russo), e di Fabrizio Pomes, volontario attivo nella redazione Ne Vale la Pena e nel progetto Liberi Dentro Eduradio&TV. Le loro storie intrecciano l’impegno civico con il profondo desiderio di ricucire le fratture della società. Il progetto “Visioni Riparative tra dentro e fuori” nasce e si sviluppa grazie a una rete ampia e collaborativa di soggetti, che include enti promotori e partner impegnati sul territorio e a livello nazionale. L’iniziativa è ideata e curata da Insight centro studi ricerca formazione, Liberi Dentro ed EduRadio&TV, che ne costituiscono il nucleo organizzativo. A questi si affiancano, con un ruolo di supporto e collaborazione istituzionale, il Comune di Bologna (attraverso il Quartiere Navile) e il Coordinamento Carcere, una rete fondamentale per le attività legate all’ambito detentivo. L’intero progetto gode inoltre del sostegno finanziario derivante dalla DGR 903/24 della Regione Emilia-Romagna, con fondi del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, a testimonianza della sua rilevanza e del suo radicamento territoriale. A completare questa sinergia essenziale, un gruppo di partner contribuisce attivamente alla realizzazione del percorso: l’Associazione Volontari Carcere ODV, impegnata nel supporto alle persone detenute e alle loro famiglie; Il Poggeschi per il carcere, dedicata a iniziative per la popolazione carceraria; e Ancescao A.P.S. (Associazione Nazionale Centri Sociali Comitati Anziani e Orti), che promuove l’invecchiamento attivo e la partecipazione civica anche in contesti di solidarietà sociale. È questa complessa e ricca rete di collaborazioni a rendere possibile l’ampiezza e l’efficacia delle azioni intraprese da “Visioni Riparative”. Per informazioni e iscrizioni - La partecipazione agli incontri è libera e gratuita, ma è richiesta l’iscrizione per ciascun evento. Per maggiori informazioni e per iscriversi è possibile scrivere a visioniriparative@gmail.com. Si tratta di un’occasione importante per conoscere da vicino pratiche capaci di trasformare la pena in un momento di autentica responsabilità condivisa. Cortina d’Ampezzo (Bl). Olimpiadi in carcere, presentato il progetto a Casa Veneto ansa.it, 10 marzo 2026 I due ori Daniele Scarpa e Sandra Truccolo negli istituti penitenziari. Far arrivare un piccolo pezzo della storia dei Giochi anche negli istituti penitenziari italiani, portando ai detenuti il racconto di due ori olimpici e paralimpici. È questo l’obiettivo del progetto “Olimpiadi in carcere”, ideato dalla giornalista Giovanna Pastega per “Seconda Chance”, Ente del Terzo Settore e presentato oggi a Cortina d’Ampezzo nello spazio conferenze di Casa Veneto. Il progetto, che gode del patrocinio del Coni, della Fic e della Fick, e della Fondazione Cortina, porterà nelle carceri - dapprima venete e poi nel resto d’Italia - le storie di Daniele Scarpa, medaglia d’oro di canoa ad Atlanta nel 1996, e di Sandra Truccolo, oro paralimpico nel 1996 ad Atlanta e nel 2000 a Sydney. Il racconto della loro storia sportiva e personale in due documentari realizzati da Pastega si accompagnerà infatti a quello in prima persona dei campioni. L’iniziativa prevede anche, con il sostegno economico di sponsor o di enti pubblici/privati, la donazione di due simulatori di voga ai vari Istituti aderenti (uno destinato ai detenuti e uno agli agenti della polizia penitenziaria) per la realizzazione di corsi pratici di voga simulata con lezioni tenute da operatori sportivi locali. Parallelamente saranno svolti laboratori dedicati all’alimentazione sportiva e al benessere psico-fisico e alla prevenzione. I due simulatori donati ai vari istituti aderenti potranno poi garantire la prosecuzione autonoma per i detenuti delle attività sportive oltre la durata del progetto. Il progetto, dopo essere stato realizzato il 13 febbraio scorso nella casa circondariale di Belluno e il 4 marzo in quella di Treviso, arriverà il 30 marzo nella casa di reclusione Due Palazzi di Padova, ed è in attesa dell’approvazione dal Dap per la realizzazione presso la casa circondariale di Vicenza. Interessate anche le carceri di Venezia e di Rovigo, mentre nel futuro potrebbe arrivare anche in Sicilia. Lecce. Un ristorante aperto ai detenuti: così lo chef Raselli rompe lo stigma di Andrea Aufieri Gazzetta del Mezzogiorno, 10 marzo 2026 “Non chiamiamolo tavolo sospeso, in quel caso qualcuno paga perché qualcun altro possa godere di qualcosa. Qui il denaro non c’entra. Qui entra in gioco la voglia di far vivere un momento di relazione e di normalità a chi non ne ha la possibilità”. È questa la filosofia con la quale Maurizio Raselli, chef di “3 rane ristoro”, in via Cavour a Lecce, ha abbracciato il progetto di “Prima persona plurale”, iniziativa ideata e promossa dall’associazione Fermenti Lattici - presieduta da Antonietta Rosato - e selezionata da “Con i Bambini” nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Per un po’ nell’ambito del progetto, Raselli si è fatto conoscere come “ristoratore mascherato”: “Volevo che la mia maschera diventasse il volto di tutti, o almeno di chiunque abbia coscienza e possibilità”. Oggi, invece, ha deciso di gettare la maschera e insieme alla sua compagna e socia, Anna “Dodo” De Marco racconta il progetto di “Prima persona plurale” offrendo un suo punto di vista su di un percorso ampio, costruito su un partenariato pubblico-privato. Che coinvolge, tra gli altri, la casa circondariale, il Comune, l’UniSalento, Arci Cassandra, Comunità Speranza, Antigone Puglia, l’associazione Megghy, Boboto - Società benefit, Psifia - Psicoterapeuti per la famiglia, l’infanzia e l’adolescenza, CoolClub, Principio Attivo Teatro e Aragorn, agenzia specializzata nel Terzo Settore. Il ristorante di Maurizio offre due possibilità ai detenuti in permesso o alle loro famiglie: la gratuità di alimenti di alta qualità provenienti dalla sua filiera di fornitori che è possibile ritirare su prenotazione, e un tavolo a settimana nel suo ristorante. Maurizio torna sulla differenza terminologica e ideologica con le formule “sospese” tradizionali, che si fondano su un’offerta economica anticipata. Nel suo progetto, il cuore è la relazione. “Non voglio “privarmi” di qualcosa, non c’è sofferenza nel mio modo di intendere l’atto del donare. Io mi arricchisco nel donare. Metto a disposizione una cosa che so fare”. Per questo preferisce parlare di una strada a metà tra la cultura piemontese del mutuo soccorso e la tradizione salentina delle tavole di San Giuseppe. “Non è beneficenza dall’alto. È mutuo soccorso. Non ti do solo il mio raccolto, ti do il trattore per fare il tuo raccolto”. Dodo De Marco lo spiega con parole altrettanto nette: “Il denaro è oggetto sterile, senza temperatura. Se invece offri la tua professionalità, si crea una relazione. C’è umanità”. Così, nelle ultime settimane, la “cultura del sospeso” si è tradotta in qualcosa di molto concreto: cassette di legno riempite con ortaggi freschi, uova, olio, carne. Non una semplice spesa solidale, ma il risultato di una rete di produttori coinvolti direttamente da Raselli: l’azienda agricola La Rusciulara di Francesco De Giorgi, L’Uovo Perfetto di Giulio Apollonio, L’Olivetum di Cristiana De Filippo, Gino Amato Carni. “Mi sono limitato a chiedere se fossero disposti a mettere a disposizione una piccola cosa per il bene grande di qualcun altro. Se riesci a dare un valore benefico all’oggetto, allora il cibo diventa farmaco. Il cibo dona”. Sul tavolo da lui: “Qui non sei il figlio del carcerato - dice pensando ai minori - sei un ospite del ristorante. Trattato come tutti gli altri”. La scelta di farli sedere lì, e non limitarsi alla consegna del cibo, è centrale. “Vogliamo rompere lo stigma sociale”, spiega. “Offrire una possibilità di normalità in uno spazio pubblico”. Dodo aggiunge: “Il nostro ristorante non è solo cibo, è ristoro. È relazione. Tra un tavolo e l’altro si crea un mondo”. Esistono progetti che nascono dalla mente e altri dal cuore e il vero lavoro sta nel tenerli insieme, si legge nella dichiarazione d’intenti di Prima persona plurale. Raselli traduce così: “Mi muovo con sempre meno sicurezza nel contemporaneo. Ed è per questo che, a volte, sento il bisogno di arricchirmi donando”. Prima persona plurale lavora infatti anche oltre il sostegno alimentare, attraverso affido culturale e cofinanziamento comunitario, sostenendo percorsi di sport, teatro, musica, danza. L’obiettivo è contrastare la povertà educativa minorile prima che diventi destino. “Tu ti relazioni in base al quadro che conosci - riflette Raselli - Se conosci solo dieci persone, avrai dieci modi di stare al mondo. Se ne conosci cento, magari uno di quei modi ti salva. Non c’è eroismo in questa impostazione, né volontà di apparire. L’associazione incanala, distribuisce, rende tutto più equo”. È il senso dell’azione collettiva, che supera lo slancio individuale e lo rende sistema: “È bello pensare a quanto la spinta di un dito possa muovere enormi masse. Ma quel dito non lascia monete su un bancone. Apre una porta, apparecchia una tavola, mette in circolo competenze. Non sospende qualcosa in attesa che qualcun altro lo raccolga: costruisce un incontro”. La filosofia di Maurizio ha attirato l’attenzione di alcuni attori istituzionali e potrebbero esserci presto ulteriori sviluppi. Sassari. Un ponte tra dolore e rinascita: l’associazione Riccardo Simula incontra le detenute di Emanuele Floris L’Unione Sarda, 10 marzo 2026 Un incontro toccante nel carcere di Bancali. È quello avvenuto oggi tra una ventina di detenute della sezione femminile e i rappresentanti dell’associazione “Riccardo Simula - La forza della vita”. Questi ultimi hanno regalato 2 cyclette e un coordinato fitness per ciascuna di loro approfittando dell’occasione della Festa della Donna appena trascorsa. L’associazione, fondata da Brunella Seghenzi, comprende coloro che soffrono la ferita di aver perduto un figlio. Ma, come hanno detto alle presenti, “non siamo qui per raccontare il dolore, ma per trasformarlo. Perché il dolore, se resta fermo, logora. Se invece si muove, può diventare una forza”. I punti di contatto tra le due realtà, in apparenza così distanti, ci sono. “Noi abbiamo conosciuto- dice la “Simula” - la perdita assoluta mentre voi conoscete una perdita diversa ma non meno reale: la perdita temporanea della libertà, della quotidianità, del proprio spazio vitale”. Bisogna in ogni caso coltivare la speranza e “riacquisire potere su ciò che dipende da sé stessi, anche quando tutto il resto è deciso da altri”. Ed ecco i doni, che aiutano a riattivare il corpo e la mente. “Ma soprattutto significa ricordare a se stesse di esistere ancora come persone intere, non solo come detenute”. Durante il confronto, alla presenza della garante dei detenuti, Anna Cherchi, e di Ilenia Troffa, responsabile dell’Area educativa della Casa circondariale, sono state tante le emozioni condivise e anche le lacrime. “La nostra associazione vuole intendere questa donazione come un ponte. Non tra chi sta “dentro” e chi sta “fuori”. Ma tra esseri umani”, queste le parole riferite alle detenute. A coordinare l’incontro Antonello Unida, referente psicologico della “Riccardo Simula”, mentre Eugenio Orrù ha redatto il progetto. L’Intelligenza artificiale sociale contro le big tech di Massimo Franchi Il Manifesto, 10 marzo 2026 Vanni Rinaldi, una vita nella cooperazione, nel suo libro “Intelligenza artificiale sociale. Usare l’Intelligenza artificiale per creare beni comuni digitali” (Rubbettino) analizza una situazione divenuta insostenibile e rilancia il progetto di algoritmi al servizio degli utenti. Da una parte l’intelligenza artificiale estrattiva delle big tech, alimentata usando i dati degli utenti - in gran parte inconsapevoli - per arricchire bilanci già da multinazionali. Dall’altra l’idea di un mutualismo digitale in cui gli utenti si uniscono e mettono in comune i propri dati per migliorare la vita di tutti. È da anni la missione che porta avanti Vanni Rinaldi, una vita nella cooperazione, che nel suo libro Intelligenza artificiale sociale. Usare l’Intelligenza artificiale per creare beni comuni digitali (Rubbettino, pp. 118, euro 14) analizza una situazione insostenibile e rilancia il progetto di algoritmi al servizio degli utenti. partendo dall’invettiva giovanile di Antonio Gramsci, la proposta di Rinaldi è di organizzare una rete di utenti che utilizzando la legislazione europea possa usare algoritmi che perseguano il “bene comune”. E se l’esercito israeliano a Gaza ha utilizzato un’IA per decidere la lista degli obiettivi palestinesi da eliminare, al contrario Rinaldi ci racconta come l’intelligenza artificiale possa essere utile nella “lotta alla povertà” come dimostra il progetto Ampel dell’Auser: “Tramite l’analisi di un set di dati sugli anziani in Lombardia, che registra le loro principali esigenze, le richieste di assistenza e le informazioni raccolte sul loro social network”, ha creato un modello che segnala le persone a rischio, permettendo all’associazione di intervenire. Oppure la “Mappa italiana dell’Intolleranza” che, coordinata da Vox - Osservatorio italiano per i diritti -, monitora l’aggravamento del fenomeno nel nostro Paese, che può essere contrastato solo con politiche sociali. O ancora le Comunità energetiche (Cer): famiglie che si uniscono per produrre energia e che tramite l’algoritmo che modifica i consumi degli utenti ottengono risparmi importanti. Sul solco di questi tre esempi, Rinaldi propone la creazione di “cooperative di dati” in cui i soci utenti - in Italia al movimento cooperativo aderiscono oltre 12 milioni di persone - condividono volontariamente i loro dati. Unica tipologia esplicitamente citata dalla normativa europea Dga (Data Governance Act) del 2022, le cooperative sono le più adatte allo scopo di essere “aggregatori” in quanto “sono basate sul fondamento democratico” di “una testa un voto”, sulla mutualità e la solidarietà verso i soggetti più deboli, e la mancanza di profitto individuale”. Rinaldi spiega che “si darebbe così la facoltà alla cooperativa di utilizzare e valorizzare i dati del socio al suo interno e anche di cederli, su delega espressa del socio, a terzi. Così facendo si metterebbe in grado la cooperativa di utilizzare a pieno il “capitale digitale” generato dai dati dei soci”. Attraverso lo scambio dei dati, in forma assolutamente anonima, si può arrivare a “una reale economia circolare” basata sullo scambio delle informazioni con usi molto concreti: mobilità integrata delle merci tra Grande distribuzione organizzata (Gdo) e filiera cooperativa della logistica per ridurre le emissioni, trasformare i servizi per gli abitanti delle città a misura di un “umanesimo digitale”. Ma il cuore dell’idea rimane quello di alimentare i sistemi di IA con dati forniti volontariamente in modo da consentire lo sviluppo di sistemi intelligenti il cui scopo sia il benessere comune e non il profitto. Per piegare lo strapotere delle big tech, Rinaldi propone infine di utilizzare la norma europea che impone un “rimborso” economico per la mancata restituzione dei dati, il cosiddetto digital twin che dovrebbe essere fornire ai cittadini europei copiando i dati in loro possesso nelle “nuvole” delle fattorie dei loro server. Si tratta di una sorta di “interesse alla rovescia” che colpisce la mancata circolazione dei dati, sulla falsariga degli “interessi negativi” che le banche centrali possono imporre sui depositi. In Italia 40 nuovi orfani di femminicidio all’anno: nasce un osservatorio per proteggerli di Michela Cirillo La Stampa, 10 marzo 2026 Presentato a Milano con l’obiettivo di individuare i bambini e insieme accompagnarli nel superamento del trauma. Solo dal 2020 a oggi la stima è di 183 casi. Il centro di ascolto per gli orfani speciali di Torino, la prima struttura fisica in Italia dedicata ad accogliere e sostenere bambini e adolescenti rimasti orfani a causa di femminicidio. Sei parole: “Sono solo, non ho più nessuno”, seguite da una porta che si chiude. È questa l’immagine che rappresenta i 40 bambini che ogni anno perdono la propria mamma in un femminicidio, scelta per inaugurare l’Osservatorio nazionale indipendente sugli orfani speciali. Nato nel 2024 per colmare un vuoto, oggi entra nel pieno della sua attività. “Come se perdessero entrambi i genitori” - Più dell’80% degli omicidi con vittime femminili viene commesso in ambito affettivo o familiare. Nel 2025, 85 delle 97 vittime sono state uccise da un membro della propria famiglia, 62 da un partner o ex partner. L’Osservatorio, presentato a Palazzo Lombardia in un incontro moderato dall’assessora alla Famiglia, Disabilità e Pari opportunità, Elena Lucchini, si concentra sui figli delle donne uccise, che il più delle volte vengono affidati ai parenti materni. A renderli “speciali”, diversi da altri minori che hanno perso i genitori, è il tipo di esperienza vissuta, che porta con sé multipli livelli di trauma: “Sono figlie e figli che hanno vissuto l’uccisione della madre a opera del padre, perdendo di fatto entrambi i genitori - ha spiegato la psicologa Paola Aquaro -. Non diventano vittime nel momento del femminicidio, ma molto prima, a causa del clima di violenza che vivono dentro casa. Insieme alla mamma è come se morisse un pezzo di loro, e al tempo stesso vivono una perdita di identità perché sono figli di un assassino”. I numeri - Fino a oggi non esistevano delle stime ufficiali che accertassero il numero preciso degli orfani di femminicidio, per questo le ricercatrici Elisa Angius e Camilla Gregorini hanno per la prima volta mappato i bambini che fanno parte di questo fenomeno, unendo i numeri ministeriali a quelli estrapolati dal racconto giornalistico. Dal 2020 ad oggi, sono stati 183 i nuovi orfani. Al momento del delitto, più del 50% non aveva ancora compiuto 7 anni. La ricerca è tra i primi risultati concreti dell’Osservatorio, nato da una triplice necessità: mappare i bambini, agire nell’immediato per accompagnare loro e le famiglie affidatarie lungo il complesso percorso che segue il trauma, e mettere insieme competenze diverse per affrontare il fenomeno da diversi punti di vista. Da qui la sinergia tra Prefettura, Regione, Ordine degli psicologi della Lombardia, fondazione “Bambini nel cuore” e l’associazione “Telefono donna”. “Si tratta di un’esigenza che non è abbastanza nota - ha commentato la viceprefetto di Milano, Sabrina Pane -. Questi bambini ricevono contributi economici, ma non c’è un’adeguata sensibilità sul tema, che è una ferita nella comunità e va combattuta con le adeguate punizioni, ma anche con la prevenzione e la creazione di una cultura del rispetto”. A questo, si aggiungeranno maggiori contributi alle famiglie che li adottano e aiuti volti ad assicurare a questi bambini il diritto allo studio e al lavoro. L’Osservatorio nazionale indipendenti sugli orfani speciali, presentato a Palazzo Lombardia a Milano alla presenza dell’assessora per Famiglia, Disabilità e Pari opportunità, Elena Lucchini Le conseguenze dei lutti - Le ricerche svolte in ambito sociologico e psicologico hanno dimostrato che il lutto comporta conseguenze fisiche, come disturbi psicosociali, carenze del sistema immunitario, e scompensi ormonali, come spiegato dal sociologo e direttore scientifico dell’Osservatorio, Fulvio Palmieri: “Chi assiste a una violenza di questo tipo avrà per sempre una deregolazione emotiva, provocata da un rilascio incontrollato di cortisolo, l’ormone che genera ansia. Questo lo penalizzerà a vita, facendolo vivere in uno stato costante di allerta e aumentando lo stress. Serve che tutta la comunità si muova e faccia qualcosa per non abbandonare questi orfani. Altrimenti i bambini soli cresceranno come adulti soli, con effetti che possiamo solo immaginare”. Dopo 40 anni la comunità Rom di Lamezia esce dal ghetto: così immagino il futuro di Scordovillo di Isabella Fiore Il Fatto Quotidiano, 10 marzo 2026 Quei luoghi che la storia di quarant’anni e passa consegnerà alla memoria dobbiamo tenerli vivi come antidoto alla marginalità futura. La mia città, Lamezia Terme, per più di 40 anni ha tenuto nelle sue viscere una bidonville recintata da muri di cemento armato; una bidonville abitata (si fa per dire!) da nostri concittadini lametini di etnia Rom avvolti nelle baracche “scarrupate”, protette da lamiere contorte, timidamente posizionate per riparare le famiglie dagli acquazzoni e dal vento; strutture insicure e per niente inclini a sollevare i bambini dai ricoveri nella pediatria del limitrofo presidio ospedaliero per la messa a punto dei bronchi colpiti da frequenti crisi respiratorie. Quarant’anni di diatribe in cui hanno prevalso, sul sentimento umanitario, spesso all’acqua di rose, di noi concittadini “italici”, le logiche dei confini separatori legittimati dall’indifferenza collettiva e anche da qualche decreto della procura finalizzato allo sgombero di esseri umani come materiali di risulta. Le liti periodiche hanno visto tenzoni cruente materializzarsi sulla ricerca di siti alternativi dove spostare quella comunità da ghettizzare ulteriormente. Oggi pare che la parola fine stia per apparire sui titoli di coda di un film durato 44 lunghi anni con un innumerevole cast di attori divisi: in piccola parte, a recitare la parabola della sofferenza; in massima parte, costituita dalla cosiddetta società civile, a declamare come un mantra la parabola dell’indifferenza. Oggi non si parla più di trasferimento da un sito ad un altro di segregazione di esseri umani ma di inclusione diffusa, attraverso cui una famiglia Rom si convince di abbandonare quel luogo, chiamato Scordovillo, non solo perché simbolo del degrado e dell’abbandono ma anche, e soprattutto, perché vittima sacrificale, anche come luogo, della disumanità diffusa. C’è un progetto che sta camminando e le gambe gliele stanno fornendo 8 milioni di euro da spendere, l’impegno di un’équipe di operatori competenti e, finalmente, la volontà delle 96 famiglie di abitare in case vicine ad altre case, in appartamenti che si aprono su pianerottoli e in rioni senza recinti. E quei luoghi che la storia di quarant’anni e passa consegnerà alla memoria dobbiamo tenerli vivi come antidoto alla marginalità futura, non solo a Lamezia Terme, ma in tutti i posti dove la tracotanza dei potenti considera le patrie degli altri cortili di casa propria. Gaza, patria negata, ne è un esempio spaventoso; una meravigliosa striscia di terra abitata legittimamente dal suo popolo trasformata in un resort per ricchi sfondati. Negli anni scorsi ho spesso sognato la baraccopoli di Scordovillo bonificata non solo da pericolosi rifiuti interrati o dai fumi di carcasse bruciate, ma anche dai visibili muri di cinta che hanno criptato un’umanità seppellita viva. Quel luogo restituito alla purezza ambientale non dovrà essere disponibile per nuovi insediamenti commerciali, che in questa città proliferano anche accoppiati e a cento metri l’uno dall’altro, in barba alla saggezza distributiva dei vecchi piani merceologici. Così come avrei desiderato che la vecchia cantina sociale dell’Esac, dopo aver smesso di produrre vino, si trasformasse in museo della memoria contadina e non in un mastodontico punto vendita al dettaglio della grande distribuzione organizzata. Anche al posto della baraccopoli di Lamezia Terme un parco della memoria non sarebbe un’idea da trascurare, dove conservare la memoria delle tradizioni della comunità Rom, magari edificando, tra i viali alberati ed un centro sociale, una fucina per la lavorazione del ferro e un laboratorio di ricamo che molte donne hanno imparato a praticare seguendo Centri di istruzione per adulti. In questo modo il sogno del Prefetto di Catanzaro di lasciare Scordovillo pulita prima di andare in quiescenza si avvererà completamente non solo senza più scorie da rimuovere e case civili da assegnare, ma accompagnando le famiglie Rom verso un’integrazione socio-lavorativa che le renda protagoniste del loro e del nostro destino, e non più un peso da sopportare. Migranti. La commissione Libe del Parlamento europeo vota un regolamento duro sui rimpatri Avvenire, 10 marzo 2026 La commissione Libe del Parlamento europeo ha votato il testo proposto da popolari e destre. Ciriani (FdI/Ecr): “Riconosciuto il modello Albania”. Atteso a breve il voto in plenaria. La commissione per le Libertà civili del Parlamento europeo (Libe) ha approvato il testo sulla posizione negoziale dell’Eurocamera sul regolamento per i rimpatri, proposto da destre e popolari. Si tratta di un nuovo pacchetto di norme che prevede - tra le varie novità - l’istituzione di centri di rimpatrio in Paesi terzi al di fuori dell’Unione europea, l’estensione della detenzione fino a due anni per motivi di sicurezza e la redazione di una lista europea dei rimpatri e divieti di reingresso fino a dieci anni. Il testo adesso dovrà passare al voto della plenaria che, se gli eurodeputati chiedessero la procedura d’urgenza, potrebbe tenersi già questa settimana. Il testo approvato è quello presentato dall’eurodeputato del Partito popolare europeo (Ppe), Francois-Xavier Bellamy, adottato grazie a un accordo fra i gruppi di centro destra e di estrema destra, quindi del Ppe, dei Conservatori e riformisti europei (Ecr), dei Patrioti per l’Europa e di Europa delle nazioni sovrane (Esn). Bocciato il testo proposto dal relatore del provvedimento, l’eurodeputato dei liberali di Renew Europe, Malik Azmani. La commissione Giustizia ha anche approvato il mandato negoziale per l’avvio dei triloghi con il Consiglio dell’Ue. Intanto, arrivano le prime reazioni della politica italiana. Per Alessandro Ciriani, Fratelli d’Italia, “Oggi si cambia finalmente passo: si pongono le basi per rendere i rimpatri più rapidi ed effettivi. È l’ennesimo riconoscimento del modello Albania”. Dure, invece, le critiche delle opposizioni. “Disperati che fuggono dalle guerre e da violenze di ogni genere trattati come se fossero merce tossica. Una scelta di disumanità” quella della commissione Libe, secondo Leoluca Orlando di Avs. “Queste norme sono un boomerang per l’Italia perché comportano un allungamento dei tempi di detenzione, un incremento delle procedure amministrative e quindi un notevole aggravio economico per gli Stati membri”, chiosano invece Valentina Palmisano e Gaetano Pedullà, europarlamentari del Movimento 5 Stelle. Migranti. Albania, deportazioni spot per attaccare i giudici di Giansandro Merli Il Manifesto, 10 marzo 2026 I giudici cattivi fanno rientrare dall’Albania i migranti cattivissimi e impediscono all’esecutivo di tutelare la sicurezza degli italiani. Il ritornello va avanti da giorni, in un gioco di sponda tra dichiarazioni di Giorgia Meloni, post social di FdI, servizi in tv e articoli sui giornali di destra. La verità, però, è il contrario di quanto sostiene il governo. “La novità che racconto stasera è che ora i giudici non hanno convalidato il trattenimento di un altro immigrato, stupratore di minore”, ha enfatizzato domenica la premier, intervistata da Fuori dal coro. Venerdì ai microfoni di Rtl si era concentrata su “un immigrato illegale con condanne per spaccio e stupro di gruppo”, sempre rientrato da Gjader. A suonare la grancassa, come da rito, Il Giornale (“Albania, stupratore al Cpr. I giornali lo riportano in Italia”, 6/3/26), La Verità (“Giudici sempre più incredibili. Liberati dal Cpr albanese ladri stupratori e pedofili”, 7/3/26) e Libero (“I giudici fanno uscire dai Cpr anche stupratori e pedofili”, 7/2/2026). La vicenda è rimbalzata su tg nazionali e social della maggioranza: quello di FdI ci ha dedicato cinque post in poche ore (un sesto contro toghe e femministe è stato cancellato). A dare la notizia che nel Cpr d’oltre Adriatico ci fosse un “record di trattenuti” è stato il manifesto, due settimane fa. La deputata Pd Rachele Scarpa e il Tavolo asilo e immigrazione avevano contato una novantina di persone. Tra le ipotesi su questa novità, la più plausibile ci era subito sembrata la ricerca di nuove occasioni di scontro con i giudici. E ancora non sapevamo come erano state selezionate le fedine penali dei deportati. A differenza del governo, che appena possibile le ha riversate sulla pubblica piazza. L’esecutivo sapeva pure, come chiunque segue la questione albanese, che dal 18 aprile 2025 tutti i migranti che fanno domanda d’asilo a Gjader ritornano in Italia. Nella seconda fase del protocollo c’è un bug: i richiedenti protezione, secondo le attuali regole Ue, non possono essere allontanati dal territorio europeo. Prima lo ha rilevato la Corte d’appello di Roma, poi la Cassazione ha portato il problema davanti alla Corte di giustizia Ue (per dire quanto la detenzione in Albania crei cortocircuiti a ogni livello giuridico). L’udienza si terrà il 23 marzo. Il giorno dopo sarà discusso l’altro rinvio pendente in Lussemburgo, quello che solleva dubbi sulla stessa possibilità per l’Italia, come per qualsiasi Stato membro, di firmare un protocollo simile a quello con Tirana. Fino alle relative sentenze i centri in Albania continueranno a (non) funzionare come ora: parcheggi per persone già trattenute nei Cpr italiani che in caso di rimpatrio devono comunque ripassare da Fiumicino. Il governo era pronto, forte delle accelerazioni europee, a riprovare a trasferire sull’altro lato dell’Adriatico anche i richiedenti asilo per le procedure accelerate di frontiera, come nella prima fase. La guerra scatenata dagli amici Trump e Netanyhau, però, ha cambiato il quadro. Adesso usare una nave militare per sbarcare a Shengjin qualche richiedente del Bangladesh, giusto prima del referendum, rischia di diventare un boomerang mediatico invece che l’ennesima occasione per attaccare le famigerate “toghe rosse”. Così meglio concentrarsi sugli “irregolari” provenienti dall’Italia. Se fossero veramente pericolosi come Meloni afferma, e ammesso che il governo tenga davvero alla sicurezza dei cittadini, sarebbe bastato lasciarli nei Cpr italiani, dove tutti erano già rinchiusi in condizioni terribili. Mandarli in Albania sapendo che sarebbero tornati indietro, invece, serve solo alla propaganda referendaria. Oltre ad aggiungere inutili sofferenze per i migranti e a prendere in giro gli elettori. Ancora una volta. “Il mondo venera la forza bruta, ma il diritto non verrà cancellato” di Gennaro Grimolizzi Il Dubbio, 10 marzo 2026 L’ultimo conflitto in corso, che sta infiammando il Medio Oriente e il Golfo, è la dimostrazione che siamo in preda all’adorazione della forza. “Nonostante ciò”, dice al Dubbio Tommaso Greco, professore ordinario di Filosofia del diritto nell’Università di Pisa, “il diritto internazionale non è in crisi”. Greco è autore del libro “Critica della ragione bellica” (Laterza), giunto alla quarta edizione. Alcuni passaggi del volume hanno trovato eco nel messaggio di papa Leone XIV in occasione della Giornata mondiale della pace. “Questo continuo ripetere che il diritto internazionale è morto, o superato - evidenzia Tommaso Greco, che dirige pure il Centro interdipartimentale di Bioetica - è frutto di un misto di ignoranza e di malafede. Di ignoranza, perché le nostre vite sono quotidianamente regolate da decine e decine di trattati internazionali che sono perfettamente funzionanti e che sono regolarmente rispettati dagli Stati. In malafede, perché quella piccola parte del diritto internazionale che è certamente in crisi, cioè il diritto internazionale della forza, continua ad essere perfettamente vigente. Altrimenti non potremmo dire che alcuni atti sono illeciti oppure che si sono compiuti determinati crimini di guerra. Il vero problema è che oggi forti interessi di alcuni soggetti spingono nella direzione di un nuovo ordine mondiale basato esclusivamente sui rapporti di forza. Ma anche questa non è una realtà alla quale occorre necessariamente adeguarsi. Anzi, il dovere degli Stati sarebbe proprio quello di contrastare questa tendenza”. La parola “guerra” domina ormai nelle nostre vite. Ha sostituito per sempre la parola “pace”? “Stiamo - riflette il filosofo del diritto dell’Università di Pisa - certamente vivendo un’epoca terribile nella quale il bellicismo sembra non avere alternative. C’è una realtà di guerra che sembra essersi impossessata della mente e dei cuori di molti. Ma è una narrazione che per fortuna non è riuscita a conquistare ancora la mente e il cuore dei popoli. La guerra rimane ancora, come sempre, una cosa decisa da pochi potenti e imposta ai molti inermi e innocenti. Se le cose sembrano diverse è purtroppo in gran parte responsabilità dell’informazione, che si è accodata a mio parere inspiegabilmente al bellicismo di una classe politica che letteralmente è divenuta adoratrice della forza”. Ucraina, Gaza, Iran; domani chissà. Il mondo appare oggi sottomesso di fronte alla volontà di alcuni leader mondiali. “Sono pochi leader molto potenti - commenta il professor Greco - a imporre operazioni belliche che fanno pagare un prezzo altissimo non solo alle popolazioni aggredite, ma anche ai loro stessi popoli. E non vale l’obiezione che in certi casi si tratta di rispondere con la forza ad un uso illecito della stessa forza da parte di alcuni. Oppure che si tratta di intervenire per impedire a dei tiranni di massacrare il loro popolo. Non è vero che l’alternativa è tra il fare la guerra o rimanere inerti. La comunità internazionale dispone di molti strumenti per intervenire senza alimentare la furia distruttrice della guerra. Non mi riferisco solo alla diplomazia, al diritto internazionale e all’uso puntuale e mirato delle sanzioni. Mi riferisco ad esempio a tutto ciò che può essere fatto per aiutare coloro che all’interno dei Paesi aggressori si oppongono alle politiche dei loro governanti. Mi riferisco, per esempio, al traffico delle armi e alla possibilità di mettere in campo forze di interposizione”. L’autore di “Critica della regione bellica” si sofferma spesso sul tema della “pace come principio”. “Quando io parlo della “pace come principio” - spiega Greco - mi riferisco al fatto che non si può pensare la pace a partire dalla guerra, ma occorre pensarla a partire dalla pace, mettendola appunto all’origine dei nostri pensieri. Questo significa ribaltare tutta una serie di elementi tipici del bellicismo, come una certa antropologia che vede gli esseri umani come naturalmente portati alla guerra, o una certa lettura della storia che vede in essa solo un susseguirsi di guerre, al fine di giustificare quelle nuove. Mettere la pace al principio vuol dire quindi rivendicare la realtà della pace, e non abbandonare la pace al piano dell’ideale, argomento che fa il gioco di coloro che la considerano un’utopia più o meno irraggiungibile. Ma non dimentichiamo che mettere la pace al principio è anche ciò che ci chiede l’articolo 11 della nostra Costituzione. Che ci dice di operare costantemente per la pace e di impiegare mezzi che siano coerenti con questo fine”. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha detto che il diritto internazionale può essere messo da parte, dato che conta solo la sua moralità. Le prospettive non sono rosee e lo dimostra pure l’attuale approccio americano in riferimento ad alcune crisi internazionali. “Quando qualcuno, che sia un individuo o uno Stato, rivendica per sé un diritto assoluto - conclude Tommaso Greco -, non si può fare altro che denunciare questa pretesa come irricevibile da parte di tutti gli altri. È la vecchia storia secondo cui la giustizia coincide con l’utile del più forte. Nessuno di noi accetterebbe che il proprio vicino di casa si alzasse e dicesse che può fare tutto ciò che vuole riconoscendo come unico limite la sua moralità. E allora perché dovremmo accettarlo sul piano dei rapporti tra gli Stati, dove le conseguenze di un ragionamento come questo rischiano di essere catastrofiche? Il diritto internazionale, come ogni forma di diritto, non vive di vita propria, ma vive grazie alla lotta per il diritto che i soggetti interessati devono mettere in atto tutti i giorni con piccoli e grandi comportamenti. Quindi, nel momento in cui Trump dice che il diritto internazionale può essere emesso da parte, l’unica cosa che tutti gli altri soggetti devono fare e di non mettere da parte il diritto internazionale”. Iran. “Non lasciate che i prigionieri politici diventino gli scudi umani del regime” di Cristina Giudici vita.it, 10 marzo 2026 È stata una giovanissima prigioniera politica, arrestata quando aveva solo sedici anni. Oggi vive a Londra, dove lavora come psicoterapeuta ed è una nota attivista del comitato Campaign to Free Political Prisoners in Iran. “Si stima che siano 100mila i dissidenti nelle carceri”, racconta. “I detenuti hanno protestato per chiedere protezione. Sono stati picchiati e trasferiti nelle celle di isolamento nel seminterrato dove spesso avvengono le esecuzioni”. Shiva Mahbobi conosce bene l’abisso dei detenuti politici che oltre ad essere ostaggio del regime iraniano, devono convivere con il terrore di essere colpiti da una bomba o un missile. Lei, che è stata una giovanissima prigioniera politica, arrestata quando aveva solo sedici anni in Kurdistan, è rimasta ferita durante la guerra Iraq-Iran. Quando bombardarono la sezione dove si trovava, tre delle sue compagne di cella sono morte. “I pasdaran circondarono la prigione per impedire che potessimo scappare”, ricorda con angoscia. Oggi vive a Londra, dove lavora come psicoterapeuta ed è una nota attivista del comitato Campaign to Free Political Prisoners in Iran (Cfppi). A nove giorni dall’inizio dell’attacco congiunto americano e israeliano contro l’Iran e soprattutto dopo l’elezione della guida suprema Mojtaba Khamenei, figlio di Ali Khamenei, sostenuto dai Pasdaran e dalle forze paramilitari dei bassij, lancia un disperato appello per i prigionieri politici e manifestanti arrestati in seguito alla protesta popolare che rischiano di essere uccisi. Prima di parlare con VITA, è riuscita a parlare con i familiari a Teheran che hanno dovuto lasciare la loro casa perché troppo vicina a una base dei pasdaran. “Abbiamo parlato solo pochi minuti perché c’è di nuovo un blackout digitale. Dire che sono angosciata non rende l’idea, è una tragedia immensa”, osserva con una voce che tradisce il suo tormento interiore. Lei ha una missione precisa: mettere sotto i riflettori dei media un’emergenza che tutti ignorano: il destino dei detenuti politici e dissidenti. “Con l’ultima ondata di arresti, si stima che siano 100mila i dissidenti nelle carceri. L’unica cosa che i governi e le organizzazioni internazionali, come le Nazioni Unite, potrebbero fare ora sarebbe fare pressione sul regime affinché liberi tutti i prigionieri. In teoria, secondo le stesse leggi iraniane, durante la guerra i detenuti dovrebbero essere rilasciati su cauzione”, ci dice. La situazione nelle carceri è drammatica. In alcune prigioni le esplosioni hanno danneggiato le strutture: molte finestre sono andate in frantumi e parti degli edifici sono state colpite dalle onde d’urto. All’interno delle celle regna il caos. Alcuni detenuti hanno bisogno di cibo e cure mediche, soprattutto tra i manifestanti arrestati che erano già stati feriti durante le proteste. Nel frattempo le milizie dei pasdaran hanno allontanato gli agenti penitenziari e circondato le carceri. Perciò i detenuti sono rimasti praticamente senza protezione. “A Shiraz i detenuti hanno protestato per chiedere protezione. Sono stati picchiati e trasferiti nelle celle di isolamento nel seminterrato dove spesso avvengono le esecuzioni”, ci racconta Shiva Mahbobi. “A Isfahan prigionieri e detenuti sono stati trasferiti in luoghi sconosciuti e le famiglie non sanno dove si trovino mentre nella sezione 209 della prigione di Evin, la famigerata sezione controllata dall’intelligence, i prigionieri politici sono stati trasferiti anche loro in luoghi sconosciuti. I detenuti potrebbero essere usati come scudi umani”. Shiva Mahbobi chiede di lanciare un appello per i detenuti che si trovavano già rinchiusi in magazzini usati per torturarli o per esecuzioni segrete. “Le famiglie non sanno dove siano e il mondo non sa dove siano. Sono i cittadini più indifesi”. Senza dimenticare che anche sotto le bombe, il regime continua a uccidere, a sparare contro la folla. “La situazione nelle carceri è drammatica. “Le persone all’esterno possono cercare di nascondersi, spostarsi in altre case, trovare rifugio altrove. I prigionieri politici non possono fare nulla. Si tratta di una grande emergenza. Dobbiamo aiutarli”, spiega. “Dal 2005 esiste nel diritto internazionale il principio della R2P (responsablity to protect). Ossia quando un governo attacca il proprio popolo e non c’è modo di fermarlo, la comunità internazionale ha il dovere di intervenire per proteggere i civili. Secondo la maggioranza degli iraniani questo principio dovrebbe essere applicato anche al loro Paese”. Lei ogni giorno lancia appelli, fa pressioni sui governi per liberare i detenuti politici, i manifestanti incarcerati. E ci dice in modo concitato: “Siamo in allarme soprattutto per i prigionieri politici detenuti nelle sezioni gestite dai pasdaran. Ci sono detenuti che hanno bisogno di cibo e cure mediche, compresi i manifestanti feriti che erano stati arrestati e che ora sono stati abbandonati senza alcuna assistenza. E ci sono quelli che vengono usati come scudi umani perché questo è il modo più semplice per ucciderli: non verrebbero registrati come giustiziati a livello internazionale e il regime potrebbe poi sostenere che sono stati gli americani o gli israeliani a ucciderli. Le forze dell’IRGC sono dispiegate intorno alle prigioni per impedire loro di scappare”, ripete con rabbia mista a paura e ai ricordi di quando è stata detenuta. “In un’altra prigione dove sono stata detenuta, a Kermanshah, è successo qualcosa di simile”, aggiunge. “Quando iniziavano gli attacchi, le guardie scappavano nei rifugi e ci segregavano nelle celle di isolamento. Non potevamo uscire mentre i muri tremavano e alcune parti della prigione venivano colpite dai bombardamenti iracheni. L’abbiamo visto anche durante la guerra dei 12 giorni nel giugno scorso e succederà ancora e ancora finché ci sarà la Repubblica Islamica”.