Le carceri sull’orlo del collasso: superata quota 64mila detenuti di Fulvio Fulvi Avvenire, 9 maggio 2026 Sovraffollamento a livelli record. Nei penitenziari 2mila persone in più in un anno. Anche gli istituti minorili strapieni per una maggiore severità nelle condanne. Carceri sempre più affollate e alta tensione dietro le sbarre. Negli ultimi giorni due detenuti si sono suicidati a Parma e Torino, città dove anche un agente penitenziario di 42 anni si è tolto la vita: è il secondo poliziotto dall’inizio dell’anno dopo quello di Bollate a gennaio, mentre le vittime tra i ristretti sono 19. In un mese gli ospiti nei 189 istituti di pena sono aumentati di 439 unità superando quota 64mila, a fronte di una disponibilità effettiva di 46.318 posti: il tasso di sovraffollamento ha raggiunto, in aprile, il 139,1% con 73 strutture che registrano presenze oltre il 150%. In un anno la popolazione carceraria è salita di 1.991 unità che sono 3.000 in più rispetto al 2024. Per Gennarino De Fazio, segretario Uil Fp Polizia Penitenziaria, “il sistema vive un “mix esplosivo” fatto di sovraffollamento, carenze di personale e turni anche di 26 ore consecutive, con straordinari non sempre retribuiti adeguatamente”. “Le condizioni delle carceri sono disperate - commenta Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone - per i detenuti, a cui mancano spazio e prospettive, e per gli operatori, sempre sotto organico e costretti a carichi di lavoro eccessivi”. Gonnella invoca misure urgenti “che riportino il sistema penitenziario in linea con il dettato costituzionale, mettendo da parte tutti i provvedimenti che, perseguendo marginalità e proteste, continuano a spingere sull’acceleratore di un sovraffollamento non più sostenibile”. Intanto, il sottosegretario alla Giustizia Andrea Ostellari annuncia un “nuovo passaggio operativo” che restituisce un ruolo centrale ai provveditori regionali nell’autorizzare le attività trattamentali nei circuiti di media sicurezza. Una circolare del Dap dell’ottobre scorso stabiliva infatti che tutte le iniziative promosse dal Terzo Settore nei reparti con i detenuti ritenuti più pericolosi dovessero essere approvate direttamente dal ministero togliendo di fatto ai direttori delle carceri e ai magistrati di sorveglianza tale competenza. Lo scopo della semplificazione, ribadisce Ostellari, è di “garantire maggiore uniformità su tutto il territorio, coniugando sicurezza, rieducazione e valorizzazione delle esperienze virtuose”. “La novità - spiega ancora il sottosegretario - è l’introduzione di report periodici, con l’obiettivo di valorizzare le attività e rafforzarne l’efficacia: le iniziative più significative e attrattive verranno diffuse come modelli replicabili, il lavoro nei territori viene riconosciuto e condiviso per alzare la qualità del sistema”. Sembra scricchiolare, nel frattempo, il sistema della Giustizia minorile: il sovraffollamento degli Istituti di pena minorile in aprile ha toccato il 138% (con punte del 200%), con 568 reclusi (183 i condannati in via definitiva). Gli ingressi negli istituti sono aumentati del 35% tra il 2022 e il 2025. Le nuove fattispecie penali e le più severe sanzioni introdotte dal governo per arginare la criminalità giovanile (vedi decreto Caivano) non avrebbero sortito gli effetti sperati, perché anche i delitti sono aumentati: 57.505 quelli perseguiti nel mese scorso (20.713 contro il patrimonio, 17.832 contro la persona, 4.901 per spaccio di sostanze stupefacenti, gli altri contro la famiglia e la moralità pubblica). Al 15 marzo erano stati, invece, 55.346. Non si può parlare, però, di una emergenza criminalità minorile perché in base ai dati Eurostat riferiti al 2023 (i più recenti a disposizione), in Italia il tasso è di 363,4 denunce di reato per centomila abitanti mentre la media nei Paesi europei è di 674,9. C’è, insomma, chi sta peggio di noi. “La sproporzione tra la crescita dei reati e il numero dei minori sottoposti a limitazioni della libertà personale dimostra come sia cambiata, negli ultimi quattro anni, la politica sulla criminalità giovanile - osserva Marco Bouchard, ex giudice minorile, presidente della Rete Dafne Italia che assiste le vittime di reato - c’è stato un mutamento di mentalità, oggi si preferisce una repressione puramente formale che non modifica però i comportamenti”. “Gli adolescenti vivono un momento di solitudine esasperata - precisa l’ex magistrato - che in molti casi sfogano nella violenza con l’uso di coltelli, anche a 12-14 anni, le loro relazioni con i coetanei e gli adulti sono praticamente nulle. È una generazione trasformata dai social che rappresentano spesso gli unici portatori di comunicazione. E a pagare sono i genitori che invece devono essere aiutati, come i loro figli, attraverso politiche sociali e prevenzione che però non vengono incentivate”. Polizia penitenziaria, “illegittimi” i turni di lavoro di oltre sei ore di Eleonora Martini Il Manifesto, 9 maggio 2026 Una sentenza della corte d’Appello dell’Aquila boccia gli orari di servizio imposti dal Dap agli agenti. Sono pochi, male organizzati e sottoposti a turni stressanti. Ed è uno dei motivi che concorrono a rendere le carceri un luogo disumano e insicuro. In Sicilia tutte le sigle sindacali della polizia penitenziaria hanno proclamato lo stato di agitazione contro l’assegnazione di “sole 77 unità destinate alla regione degli agenti usciti dal 186° corso”. Mentre a L’Aquila la Corte d’Appello della sezione Lavoro ha dichiarato “assolutamente illegittima” la “predisposizione di turni di lavoro di durata eccedente le sei ore giornaliere”. A dare notizia della sentenza del 3 maggio è Gennarino De Fazio, segretario della Uil Fp penitenziaria che è ricorsa in appello contro il Dap. Secondo i giudici la turnazione di lavoro imposta - in questo caso dalla direzione del carcere di Lanciano - è “in contrasto con l’art. 8 c.4 dell’accordo quadro” di categoria, “deve ritenersi assolutamente illegittima e costituisce plateale violazione della disciplina contrattuale” degli agenti. Il pronunciamento riguarda la casa circondariale della città abruzzese dove l’amministrazione penitenziaria “ha per anni imposto turnazioni lavorative con la previsione di lavoro straordinario programmato in assenza di un accordo sindacale e senza peraltro garantirne l’intero pagamento” agli agenti in servizio. Ma si può estendere facilmente a quasi tutte le altre carceri italiane. Per la Uil si tratta di una sentenza “in linea con l’ormai consolidata giurisprudenza anche della Cassazione, che evidenzia ancora una volta come e quanto il Dap continui a calpestare” diritti sindacali e di rango costituzionale dei baschi blu. Il risentimento verso il governo Meloni (che dovrà risarcire le spese giudiziarie) è forte: “Non bastano slogan o assegnazioni parziali per risolvere un’emergenza strutturale”, scrive il sindacato ricordando che a fronte di “64.493 i detenuti letteralmente stipati in appena 46.334 posti”, mancano “più di 20mila agenti, anche per via di assegnazioni soprannumerarie in uffici ministeriali e sedi extracarcerarie”. A ciò si sommano “strutture decadenti, insalubri e non di rado infestate da roditori e parassiti, deficienze nell’assistenza sanitaria, specie nella cura dei malati di mente, inadeguatezza di strumentazioni e di equipaggiamenti, disorganizzazione imperante e molto altro ancora. Un mix esplosivo che produce sofferenza, suicidi e malaffare, ben lungi dal dettato dell’art. 27 della Carta Costituzionale”. Intercettazioni: Nordio costretto al dietrofront, promette un tavolo a Melillo di Paolo Frosina Il Fatto Quotidiano, 9 maggio 2026 Dopo l’allarme del capo della Dna, il ministro apre ai pm: “Forniteci dati sulle indagini ostacolate”. Via Arenula invita il Procuratore antimafia a “un confronto tecnico” che stabilisca un “progetto normativo” per il Parlamento. “Un adeguato approfondimento tecnico”, basato sui dati, “sul quale costruire un’ipotesi di affinamento della normativa vigente”. Carlo Nordio apre, almeno sulla carta, a rivedere la stretta del governo sulle intercettazioni dopo l’allarme del procuratore nazionale Antimafia Gianni Melillo. Lo scorso 20 aprile, il capo della super-procura aveva scritto al Guardasigilli, al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e alla presidente della Commissione parlamentare Antimafia Chiara Colosimo, segnalando l’effetto “grave e allarmante” della norma, introdotta dalla maggioranza nel 2023, che vieta ai magistrati di usare i nastri come prova in procedimenti diversi da quelli per cui sono stati autorizzati. Una scelta che ha causato un “obiettivo arretramento della linea di efficacia delle investigazioni in materia di criminalità organizzata e terrorismo”, ha scritto Melillo, chiedendo una “riflessione urgente sulle criticità riscontrate”. La presa di posizione del magistrato ha spaccato il centrodestra: Fratelli d’Italia e il ministro Piantedosi hanno espresso attenzione sul tema, mentre da Forza Italia - il partito che aveva voluto la stretta - è arrivata una netta chiusura a ogni ipotesi di marcia indietro. Ora, a oltre due settimane dalla lettera (resa pubblica il 4 maggio dal Corriere), è Nordio a rispondere in via ufficiale, invitando Melillo a “un confronto tecnico funzionale alla definizione di un efficace progetto normativo, da sottoporre al vaglio e alla discussione parlamentare”. Prima, però, il ministro ributta la palla nel campo del procuratore: in nome di un “approccio pragmatico”, scrive, “è essenziale disporre anzitutto di dati circa le fattispecie di reato, oggi escluse dalla utilizzabilità delle intercettazioni svolte in procedimenti diversi, che risultino interessate in modo più significativo dalla limitazione probatoria”. Da Via Arenula, insomma, si prende tempo: il tavolo si aprirà solo se la Procura nazionale saprà fornire numeri che dimostrino in quanti e quali casi gli inquirenti hanno dovuto rinunciare a usare i nastri sulla base della nuova disciplina. Un modo, si legge, per raggiungere la “migliore sintesi” tra le esigenze delle indagini e quelle della privacy, ma in realtà una strategia per allontanare la marcia indietro sulla norma. Al ministero, infatti, sono convinti che il fenomeno dell’inutilizzabilità sia più ridotto di quanto afferma Melillo: modificando la norma, rivendica Nordio, “già si è avuto cura di salvaguardare il più ampio spazio all’accertamento dei delitti di maggiore gravità”, permettendo di usare le intercettazioni, anche se captate in procedimenti diversi, quando risultano “indispensabili per l’accertamento di delitti per i quali è obbligatorio l’arresto in flagranza “ (in generale, quelli puniti con una pena minima di almeno cinque anni). Questa formula, però, ha annullato l’estensione prevista dalla riforma “Spazza corrotti” dell’ex ministro M5S Alfonso Bonafede, che aveva esteso l’utilizzabilità a tutti i reati per cui sono consentite le intercettazioni (categoria molto più ampia). Nella sua lettera a governo e Parlamento, il procuratore aveva fatto un elenco sommario dei reati esclusi dalla nuova norma: dai più gravi delitti contro la pubblica amministrazione, come corruzione e concussione, “a tutti i reati in tema di traffico di rifiuti, sino a quelli “di scambio elettorale-mafioso, di intestazione fittizia dei beni e altre utilità provenienti da delitto e auto-riciclaggio, per giungere a tutti i reati finanziari, societari e fiscali”. “Il ministro Nordio deve fare una sola cosa: varare un decreto-legge, questo sì quanto mai urgente, per ripristinare la normativa precedente sull’utilizzabilità delle intercettazioni. Sono già stati fatti danni enormi e non c’è un minuto da perdere”, incalzano i parlamentari 5 Stelle nelle commissioni Giustizia di Camera e Senato. Il grande bluff del procuratore Melillo sulle intercettazioni di Francesco Carotenuto L’Unità, 9 maggio 2026 È singolare e che la lettera “aperta” del Procuratore abbia come principali destinatari i ministri della Giustizia e dell’Interno, in quanto ai sensi dell’art. 71 Cost. è il Governo ad avere il potere di iniziativa legislativa. Occorre innanzitutto chiarire ai non addetti ai lavori che l’attuale questione, sollevata dal Procuratore Antimafia Dott. Giovanni Melillo, di modificare - o meglio, allargare - i confini delle intercettazioni, attraverso la modifica o la pura e semplice abrogazione dell’art. 270 c.p.p., non ha nulla a che vedere con la Politica né con l’amministrazione della giustizia né tantomeno con l’amministrazione degli affari interni. È pertanto singolare e fonte di incertezza che la lettera “aperta” del Procuratore abbia come principali destinatari i ministri della Giustizia e dell’Interno, in quanto ai sensi dell’art. 71 Cost. è il Governo quale organo unitario, e non i singoli Ministri, ad avere il potere di iniziativa legislativa. La questione dell’ambito applicativo delle intercettazioni e quella conseguente della utilizzabilità delle stesse sono, infatti, esclusivamente giuridiche, in quanto è innanzitutto compito del Legislatore contemperare l’esigenza investigativa di ricorrere alle intercettazioni con il valore costituzionale della inviolabilità della libertà e della segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione, sancito dall’art. 15 della Costituzione. A tal fine, il vigente sistema processuale penale non solo stabilisce i presupposti e i requisiti necessari per l’utilizzo ponderato e non indiscriminato dello strumento investigativo delle intercettazioni, ma soprattutto ribadisce e regolamenta il principio costituzionale secondo cui il controllo su ogni utilizzo concreto di questo strumento limitativo del diritto di libertà e segretezza delle comunicazioni private deve essere operato dal Giudice per le Indagini Preliminari con decreto motivato. Ed è l’obbligo di motivazione che consente all’interprete di verificare in ogni singolo caso concreto che il controllo del Giudice terzo sia stato effettivo e non solo apparente. In questo ambito si colloca l’art. 270 comma 1 c.p.p., che stabilisce che i risultati delle intercettazioni non possono essere utilizzati in procedimenti diversi da quelli nei quali sono stati disposti, salvo che risultino rilevanti e indispensabili per l’accertamento di delitti per i quali è obbligatorio l’arresto in flagranza. Dall’interpretazione sistematica di tale norma discende che tale inutilizzabilità non è solo un limite valutativo, ma determina soprattutto la necessità applicativa di un nuovo controllo del Giudice - e quindi di un nuovo decreto motivato - ogni qual volta emergano, nel corso di intercettazioni autorizzate dal GIP per determinati reati (per i quali siano già stati accertati gravi indizi), ipotesi di reati “diversi”. A meno che tali reati diversi siano talmente gravi (specificamente indicati nell’art. 380 c.p.p.) per cui sia obbligatorio l’arresto in flagranza. A ciò va aggiunto che la Giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione, a partire dalle Sezioni Unite del 2020 (c.d. sentenza Cavallo), ha escluso dal divieto di utilizzabilità e dalla connessa necessità di un nuovo decreto autorizzativo i casi in cui i reati diversi siano connessi ex art. 12 c.p.p. e solo se per tali reati l’intercettazione sia ammissibile ai sensi degli artt. 266 e 267 c.p.p.. Pertanto, la norma di cui all’art. 270 c.p.p. non fa che ribadire la necessità di un controllo giurisdizionale ogni qual volta emerga la necessità investigativa di ricorrere allo strumento delle intercettazioni e conseguentemente il divieto delle intercettazioni c.d. “a strascico”. E ciò a tutela del diritto costituzionale della libertà e segretezza delle conversazioni private previsto dall’art. 15 della Costituzione. Dai principi di diritto sopra evidenziati discende che la soluzione proposta dal Procuratore Antimafia, consistente nella modifica o nella abrogazione dell’art. 270 c.p.p., solleva non pochi dubbi di illegittimità costituzionale. Del resto, l’attuale sistema di tutela e di controllo costituzionale da parte del Giudice terzo giammai può essere considerato idoneo a vanificare lo forzo di potenziamento degli strumenti di contrasto della criminalità organizzata e del terrorismo. In primo luogo, i reati elencati nella lettera (quali il traffico di rifiuti, lo scambio elettorale mafioso, il riciclaggio, i reati finanziari, societari e fiscali, la corruzione) non possono essere “travolti” dall’attuale sistema normativo, in quanto gli stessi sono evidentemente connessi ex art. 12 c.p.p. (quali reati-fine) con i reati di associazione mafiosa per i quali sono state autorizzate le intercettazioni, con la conseguenza che queste ultime sono pienamente utilizzabili secondo la consolidata giurisprudenza di legittimità. Lo stesso dicasi per i reati di terrorismo e reati connessi. In secondo luogo, per l’accertamento di tutti i reati indicati è necessario comunque, oltre alle intercettazioni, il ricorso a diversi e più penetranti strumenti di indagine quali l’acquisizione e il sequestro di documenti, consulente tecniche, dichiarazioni testimoniali, solo per fare qualche esempio. Infine, non ha alcuna valenza giuridica né può rappresentare valida giustificazione alla limitazione del diritto di libertà e segretezza delle conversazioni private l’eventuale “conseguente lievitazione dei costi e dispersione di preziose risorse per lo svolgimento delle attività delegate alla polizia giudiziaria”. Infatti, è di tutta evidenza che si tratta di problematiche legate esclusivamente all’organizzazione amministrativa degli Uffici, i cui costi non vanno contenuti a scapito delle garanzie costituzionali. In conclusione, istanze politiche e auspici di efficienza dell’apparato amministrativo non sempre si conciliano con i principi di civiltà giuridica. Politica “atterrita” dal garantismo. Così sono i giudici a “fare le leggi” di Giorgio Spangher Il Dubbio, 9 maggio 2026 L’inerzia sulle norme per il sequestro delle “chat”, segnalata da Guido Camera, è solo l’ultimo dei casi in cui la consulta resta l’unico baluardo. Con una lettera indirizzata al Parlamento, l’avvocato Guido Camera, in relazione ai ritardi della politica nell’attuare le leggi riformatrici, evidenzia come i vuoti in questione siano colmati dall’intervento della giurisprudenza. Il dato relativo alle implicazioni dei ritardi della politica sulle varie tematiche, soprattutto se conflittuali o sensibili, è noto: basti pensare al tema del “fine vita”. Calando questa premessa sui nodi della giustizia penale, si possono sviluppare alcune riflessioni più articolate. La contrapposizione politica tra le diverse visioni della funzione del processo, in particolare, è alla base dello stallo riformatore: spesso le iniziative, dopo lunghe verifiche e approfondimenti nella commissione parlamentare di competenza, si arenano proprio per i contrasti che in quella sede sono emersi. In questo limbo, lo spazio decisorio è governato dalla giurisprudenza, che è chiamata all’applicazione della legge esistente secondo una visione di natura “conservativa” e “restrittiva”, considerata - culturalmente - la ritenuta relazione del processo penale (id est, l’accertamento della verità e la sua funzione onnivora). Anzi, questo favorisce l’estensione delle norme che regolano le situazioni di maggiore gravità a quelle connotate da una rilevanza minore (si pensi alle “sezioni unite Scurato” in tema di uso del trojan). In questo contesto emergono alcuni elementi specifici legati soprattutto alla presenza della criminalità organizzata (nei più ampi ambiti segnati dall’articolo 51, comma 3 bis, c.p.p.) che impedisce qualsiasi propensione di segno garantista. Sintomatica è la vicenda dei tabulati telefonici che per vent’anni, fino alle decisioni europee in materia, è risultata fortemente condizionata proprio da questo elemento (non è stata ancora completata la disciplina relativa all’ubicazione delle persone). Oggi il tema rileva nonostante la direttiva europea sul sequestro dello smartphone. Nel rispetto del principio di legalità - ma anche della riserva di giurisdizione - gli spazi interpretativi garantisti sono angusti (forse con esclusione del tema dell’immigrazione), e i giudici che intendono proporre soluzioni di tutela individuale le cercano in modo da renderle adeguate a livello interpretativo sia con singole decisioni, sia a volte anche a sezioni unite (come nella sentenza Cavallo, in tema di intercettazione di procedimento separato) ovvero sollecitando l’intervento della Corte costituzionale che, è bene ricordarlo, non è giudice dei diritti (come in Germania), ma giudice delle leggi, e il cui intervento è condizionato dalla “rilevanza” e dalla “non manifesta infondatezza” della questione posta alla sua attenzione. Sintomatica è la vicenda Renzi, nata da un conflitto sollevato dal Parlamento (C. Cost. n. 170 del 2023). Se questa strada non è percorribile, le Procure impegnate nei processi di criminalità si inseriscono nel processo riformatore chiedendo l’intervento correttivo del governo, non avendo la forza e la determinazione di sviluppare un effettivo sistema di “doppio binario”. Il discorso, sin qui sviluppato, trova rispondenza anche nella fase dell’esecuzione della pena, governata fin qui da una previsione generale, l’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario, strutturato in ben 13 commi, che regola il “divieto di concessione dei benefici” e l’”accertamento della pericolosità sociale dei condannati per taluni delitti”. In questa previsione rifluiscono tutte quelle situazioni di condanna per determinati reati che configurano un processo esecutivo differenziato (vedi l’articolo 628 bis c.p.p., rapina aggravata commessa da gruppi organizzati del recente pacchetto sicurezza) anche al di là di quanto previsto dall’articolo 41 bis in relazione alle cosiddette situazioni di emergenza. In questo caso la materia è governata dalla filosofia fatta propria oggi dalla politica, secondo la quale la pena deve essere scontata, e non sono consentite norme che possano apparire frutto di “indulti” ancorché mascherati. La politica, anche sotto governi di diverso colore, ha già visto abortire gli Stati generali dell’esecuzione penale e i lavori della Commissione Giostra, nonché le iniziative di ampliamento delle ipotesi di liberazione anticipata (proposta Giacchetti). Il principio di stretta legalità che deve governare la materia (C. cost. n. 68 del 2026) offre spazi residuali per l’interpretazione in favor. Anche in questo caso le riforme introdotte sono scaturite dalla decisione europea (dal caso Torreggiani e dalla conseguente legge cosiddetta svuota carceri). In questo contesto, i magistrati di sorveglianza (una categoria che sta assumendo un ruolo altamente specializzato in materia), al di là delle possibili e legittime interpretazioni, per superare i vincoli normativi, rimettono le questioni alla Corte costituzionale la quale, con interventi chirurgici, isola quelle situazioni che, confrontate tra loro, evidenziano la protezione del principio di ragionevolezza (articolo 3 Cost.). Sono germogliate qui le previsioni dell’affettività in carcere e da ultimo la sentenza della Consulta n. 68 del 2026 (“Atti sessuali con minorenne riconosciuti di minore gravità”: deve essere sospesa l’esecuzione della pena, in attesa della valutazione della magistratura di sorveglianza sull’istanza di accesso alle misure alternative alla detenzione). Anche in questo caso, l’inerzia del Parlamento, condizionata dalle diverse visioni ideologiche, fa carico alla magistratura di individuare nel sistema gli spazi possibili che, per situazioni specifiche e marginali, spesso per effetto di pene abbattute dalla premialità processuale, consentono di garantire la funzione rieducativa della pena (articolo 27 Cost.). In rapida sintesi: l’inerzia del Governo e del Parlamento nell’avviare le riforme necessarie, e spesso obbligate, non solo ingessa il sistema, non consentendo di attuare le garanzie, ma consente alla giurisprudenza di costruire il sistema, con interpretazioni restrittive e estensioni non condivisibili, fatta salva la possibilità, per situazioni isolate e affidate ai singoli magistrati, di richiedere interventi della Corte costituzionale. Non mancano casi nei quali l’inerzia politica non consente neppure alla Corte costituzionale di intervenire in materie che richiederebbero un intervento del Parlamento. E la stessa Consulta deve sollecitare l’azione della politica (cosiddette sentenze monito) ovvero richiedere al Parlamento, con la fissazione di termini, il superamento di situazioni ritenute insostenibili ma che richiedono un intervento precluso alla stessa giurisprudenza costituzionale. In chi lotta per la giustizia giusta: è lì che Marco ed Enzo continuano a vivere di Francesca Scopelliti* L’Unità, 9 maggio 2026 Il 19 maggio 2026 ricorre il Decennale da quando Marco Pannella è venuto a “mancare”. Dalle ore 10 alle 20, saremo nella nuova sede di Nessuno tocchi Caino a Roma in Via della Panetteria 15, di fronte alla casa nella quale Marco ha vissuto fino all’ultimo. Nella stessa giornata, nel 38° Anniversario della sua scomparsa, ricorderemo anche Enzo Tortora, vittima di un sistema di giustizia medievale. Anche se il 18 e il 19 maggio ne ricordiamo i tristi anniversari, Enzo Tortora e Marco Pannella non appartengono al passato: sono figure che continuano a vivere nel presente e nel futuro civile e politico dell’Italia, incarnando valori che restano attuali e necessari. Si raccontano e vivono delle loro battaglie politiche più decisive della storia repubblicana: dai diritti civili alla giustizia giusta, alla civiltà delle carceri, dalla laicità dello Stato alla libertà individuale, dalla fame nel mondo al tribunale penale internazionale. Si narrano con la caparbietà di non mollare, di non arrendersi, di usare anche il corpo, Pannella con i digiuni e Tortora con la galera, pur di raggiungere l’obiettivo. “Faccio quel che devo accada quel che può” diceva Marco al suo esercito radicale, e in effetti faceva di tutto perché accadesse quello che lui voleva. Senza risparmiarsi e risparmiare energia anche con l’uso dei media, “sceneggiate” dicevano alcuni, strumento per scuotere le coscienze civili e le istituzioni diceva la verità. Azioni forti, simboliche, impossibile da ignorare: il suo silenzioso primo piano imbavagliato davanti alle telecamere, la maratona oratoria insieme ai compagni radicali durata 24 ore, l’hashish fumato in pubblico. Ma anche la strategia usata per far sì che Enzo Tortora, dimessosi da parlamentare europeo, venisse arrestato con un adeguato colpo di scena. Marco ed Enzo, la strana coppia: radicale uno, liberale l’altro. Genio e sregolatezza uno, talento e disciplina l’altro, il quale dopo la vicenda giudiziaria disse “sono liberale perché ho studiato, sono radicale perché ho capito”. E il loro sodalizio ha lasciato un segno indelebile, portando alla ribalta la necessità di riforme irrinunciabili sul diritto alla vita e la vita del diritto. La dignità contro l’ingiustizia. Enzo Tortora è diventato un simbolo della lotta contro gli errori giudiziari e gli abusi del potere. La sua vicenda - arrestato ingiustamente nel 1983 con pesanti accuse che si rivelarono poi completamente infondate - è una ferita ancora aperta nella coscienza collettiva. La sua reazione fu un esempio di coraggio morale e fiducia nella giustizia, anche quando tutto sembrava perduto. Tortora non rispose con odio, ma con una dignità che lo ha reso immortale, più di qualsiasi assoluzione formale. Oggi, la sua storia continua a parlare alle nuove generazioni quando si discute di garanzie processuali, libertà individuali e responsabilità dei media. In un’epoca in cui la presunzione di colpevolezza domina spesso il dibattito pubblico, la sua figura resta una bussola etica e civile. E Dio solo sa quanto sia mancato nell’ultima campagna referendaria per la separazione delle carriere nella magistratura. La passione come politica: Marco Pannella ha segnato la storia italiana con una visione della politica come strumento di libertà, non di potere. Le sue battaglie - dal divorzio all’aborto, dai diritti civili al garantismo, fino alla fame nel mondo e alle carceri - non hanno mai avuto confini ideologici. Pannella rappresenta l’idea che la disobbedienza civile e la nonviolenza siano forme di amore politico, strumenti per migliorare la condizione umana. Il suo lascito vive oggi in ogni discussione sulla libertà individuale, la laicità dello Stato, la trasparenza e la giustizia giusta. La sua voce, profetica e instancabile, continua a riecheggiare in chi non accetta che la politica si riduca a gestione del potere o consenso facile. E Dio solo sa quanto sia mancato nell’ultima campagna referendaria per la divisione delle carriere nella magistratura. In questi giorni siamo stati colpiti dalla morte di un grande campione, nello sport ma ancor più nella vita, Alex Zanardi: un uomo che non si è mai arreso davanti a nulla, nemmeno a quel tragico incidente di Formula 1 in cui perse le gambe ma non la voglia di mettersi alla prova e confermarsi campione con quattro ori paraolimpici nella disciplina della handbike. Dalla cronaca sportiva, Zanardi è diventato letteralmente un simbolo. Così come Tortora e Pannella, diventati più “grandi della loro vita biologica”, due “immortali” della coscienza civile perché le loro lotte non si sono concluse con la loro vita. Hanno indicato un modo diverso di intendere la cittadinanza: il dovere di dubitare, di non obbedire ciecamente, di difendere anche chi è debole, solo o accusato. Il loro coraggio e la loro radicalità etica non descrivono un passato da commemorare, ma un presente da vivere e un futuro da costruire. In un Paese spesso smemorato, farli vivere significa scegliere di non dimenticare la libertà, la giustizia e la verità, perché solo così la democrazia rimane viva. Proprio come Marco e Enzo. *Presidente Fondazione per la giustizia giusta Enzo Tortora Anni di Piombo, poca memoria e tante zone grigie. Perché la violenza politica non è sconfitta di Diego Motta Avvenire, 9 maggio 2026 Oggi è la giornata dedicata alle vittime del terrorismo, 48 anni dopo il ritrovamento del corpo di Aldo Moro. Tra le nuove generazioni, prevale la scarsa conoscenza e si fa una gran confusione sulla matrice delle stragi e sui gruppi eversivi. Gli storici: nelle scuole non se ne parla, ma i segnali di nuove tensioni sociali dovrebbero metterci in guardia. La violenza politica resta un fantasma. Oggi riaffiora, come un incubo che credevamo cancellato, tra proiettili sparati, aggressioni antisemite, spedizioni punitive, insulti, cori e striscioni. Sono segnali preoccupanti, che chiedono di tenere alta la vigilanza, soprattutto sulle nuove generazioni. Gli estremismi incombono, dai raid post-fascisti alle frange estreme dei cortei pro-Pal, e forse la ragione di tutto questo va ricercata nella memoria che non c’è più (o non c’è mai stata). Nel decennio lungo e terribile del terrorismo, tra il 1969 e il 1982, in Italia morirono 350 persone e 1.100 furono ferite. Proprio gli Anni di Piombo rappresentano un enorme scheletro nell’armadio della Repubblica. Sappiamo di doverci fare i conti, ma tendiamo a rinviare, a giustificare, a generalizzare. La giornata di oggi, dedicata alla memoria delle vittime del terrorismo, è stata istituita per volere dell’allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il 9 maggio 2007. Al suo apice, nel 2009, riuscì a unire in una simbolica stretta di mano Gemma Calabresi e Licia Pinelli, sopravvissute con il loro carico di dolore a quella stagione di odio. Allora perché oggi non possiamo ancora considerare quei segni di riconciliazione come un patrimonio comune? Il dato più drammatico riguarda giovani e giovanissimi, spesso protagonisti nei cortei dove più alta è la tensione sociale. Molti di loro non sanno nulla del nostro recente passato, fatto di stragi e azioni eversive. Anche la generazione precedente, che oggi ha tra i 30 e i 40 anni, era poco informata. Nel 2006 ci fu un sondaggio condotto su 1.024 studenti milanesi tra i 17 e i 19 anni: per il 60% degli intervistati la bomba a Piazza Fontana era stata messa dalle Brigate Rosse, per il 20% la colpa era della mafia. Meno del 10% era a conoscenza della “pista nera”. Nel 2014 una ricerca presentata all’Università Cattolica, condotta tra 700 persone, sottolineava come le ultime generazioni percepissero già l’assenza di un processo condiviso di costruzione della memoria. Due anni fa, un sondaggio della Fondazione Vittorio Occorsio, che sta meritoriamente lavorando con un centinaio di scuole sulla conoscenza di quella stagione, metteva in evidenza una certa confusione da parte dei ragazzi nell’inquadrare ideologicamente i fenomeni eversivi: solo il 49% collocava ad esempio le Brigate Rosse all’estrema sinistra, mentre il 17 per cento pensava che si trattasse di un’organizzazione di stampo mafioso. Nicola Guerra, docente universitario in Finlandia e in Olanda, ha scritto diversi saggi sul tema del radicalismo e della violenza politica nel nostro Paese ed è molto netto. “Non c’è nessuna volontà di parlare di quegli anni - spiega -. Quando ho fatto lezioni in Italia, ho provato a chiedere ai miei studenti: cosa sapete del caso Moro? E delle Br? Chi sono i responsabili della strage di Bologna? Silenzio. La verità è che gli insegnanti neppure ci arrivano, a quella parte del programma, in quinta liceo. La memoria è un fatto che ha riguardato per fortuna le istituzioni, una parte della politica e gli storici. Ma non è scesa nel cuore della società: né a scuola né nelle aule universitarie”. La lontananza dalla storia recente e dal dibattito politico comincia dunque nelle classi delle medie e delle superiori e, secondo Guerra, restituisce un quadro in cui “tre periodi storici fondamentali, come il Risorgimento, la Resistenza e gli Anni di Piombo rimangono territori su cui non c’è alcuna riconciliazione e, anzi, in alcuni contesti, scorre sotterraneo un sentimento di contrapposizione e di odio non rimosso”. È proprio questo, oggi, a rappresentare un potenziale ostacolo, alla luce del risorgere di atti di violenza politica. “Se manca un percorso condiviso - sottolinea Guerra - il radicalismo politico può diventare uno strumento di indebolimento e di frantumazione dello Stato”. È l’ultimo fantasma della violenza politica: il ritorno alla dinamica del “tutti contro tutti”. Lo storico Guzzo: “Ecco perché ha vinto un senso di rimozione collettiva” Ci si ritrova sempre dentro vecchi schemi, quando si parla di Anni di Piombo. “È la logica dell’album di famiglia che evocava Rossana Rossanda” spiega lo storico Domenico Guzzo, che insegna Terrorismo e Violenza politica all’Università di Bologna. L’eversione nel nostro Paese si è nutrita anche di silenzi, collateralismi e tensioni. “Penso si debba partire dal fatto che gli anni Settanta, in questo Paese, hanno rappresentato la tempesta perfetta. Da un lato, le situazioni più problematiche si sono cicatrizzate, dall’altro tenere aperte condizioni di ambiguità ha fatto comodo”. A chi, in particolare? Rispondo con un’altra domanda: a chi conveniva, finita la guerra fredda, riaprire questi vasi di pandora? L’unico modo per elaborare il lutto degli Anni di Piombo era risalire insieme alle cause di quella stagione. Non ci siamo mai interrogati ad esempio sulle parole di Pier Paolo Pasolini che accusava gli studenti di essere figli della borghesia, che giocavano a fare la rivoluzione. Allo stesso modo, non ci siamo chiesti cosa spinse giovani e meno giovani a imbracciare le armi mentre l’Italia affrontava un nuovo benessere economico, dopo anni di difficile ricostruzione post-bellica. Penso che alla fine sia servito avere alcune zone grigie. È servito alla politica, all’informazione e anche ad alcune intelligenze straniere, il cui peso esterno in realtà è stato assai più limitato di quanto non si volle far credere all’inizio della stagione del terrorismo. Come valuta invece i tentativi di riconciliazione portati avanti negli ultimi vent’anni soprattutto dal Quirinale? L’opera prima di Napolitano e poi di Mattarella è stata importante, ci sono state anche nicchie dentro l’opinione pubblica in cui è stato fatto un percorso di riconciliazione. Ricordo anche le parole dell’allora presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia, il senatore Giovanni Pellegrino, che più volte citò il modello Sudafrica per il nostro Paese. L’occasione però venne persa prima, a mio parere: negli anni Novanta si ragionò a lungo su amnistie e indulti, sulla necessità cioè di una soluzione politica per chiudere gli Anni di Piombo. Non se ne fece nulla, anche perché la società civile pensava ad altro. Perché questo dibattito sulla storia recente d’Italia non ha mai coinvolto le scuole? Basta guardare i manuali scolastici delle superiori, basta sentire tanti insegnanti che nel completamento del programma di quinta fanno fatica ad andare oltre la Seconda guerra mondiale. Già prima del Duemila, figure come Renato Curcio, Toni Negri, Adriano Sofri erano sconosciute ai più. Ci fu un processo molto rapido di eliminazione, una sorta di rimozione collettiva. Che ruolo hanno avuto le associazioni dei familiari delle vittime? La frammentazione non ha aiutato, purtroppo. Ci sono state sigle diverse, altamente meritevoli peraltro, che hanno però rappresentato i familiari delle singole stragi, da Bologna a Brescia a Torino. Non c’è stata quella spinta unitaria della nazione, che ha fatto sì che in Francia e in Spagna la rappresentanza delle vittime diventasse un modello unico, valido per tutti i tipi di stragi e per tutti i tipi di terrorismo. Anche questa credo sia una filiazione diretta dell’Italia di 40 anni fa. Tutto è rimasto cristallizzato ad allora. Quali sono invece le differenze più nette tra la violenza politica degli anni Settanta e i segnali di preoccupante riemersione di oggi? Il vero rischio della violenza politica oggi riguarda la possibile presenza dei cosiddetti “lupi solitari”, cioè persone che in situazioni circoscritte sono mossi da intenti eversivi. I miei studenti ad esempio sono rimasti colpiti dalla figura di Luigi Mangione, l’ingegnere italo-americano accusato di aver ucciso negli Usa un manager del settore assicurativo. Ha un’enorme fama, dovuta al fatto che è divenuto una sorta di eroe “vendicatore” del sistema assicurativo sanitario statunitense. La sua però non è violenza politica, ma violenza sociale. Quanto al confronto storico sull’Italia, non dobbiamo dimenticarci che durante gli Anni di Piombo c’erano intere pagine dei quotidiani dedicate ad attentati, agguati e intimidazioni, di ogni colore. Questo ha finito anche per legittimare la violenza stessa. Adesso per fortuna non è più così. Milano. Morto un detenuto di Opera: “Era andato in infermeria, l’hanno mandato via” di Giulia Ghirardi fanpage.it, 9 maggio 2026 “È andato in infermeria perché non stava bene. Lo hanno mandato via, dicendogli che non aveva nulla. Due giorni dopo, però, è morto”. A parlare è Bo Guerreschi, presidente della Ong Bon’t Worry Ingo, che ha deciso di raccontare a Fanpage.it quanto appreso dai parenti di alcuni detenuti del carcere milanese di Opera: “Vogliono nascondere il decesso, insabbiando i numeri reali delle morti all’interno del carcere”. Per chiarire la vicenda Fanpage.it ha provato a contattare più volte la direzione dell’Istituto penitenziario, che, però, non ha mai risposto né voluto chiarire le circostanze del caso. Morte nel carcere di Opera: cosa sappiamo - Secondo quanto riferito alla Ong dai parenti di alcuni reclusi, il detenuto - originario di Siderno, un comune in provincia di Reggio Calabria - sarebbe stato trovato senza vita “sulla branda della sua cella” nella sezione SAI, il Servizio di Assistenza Intensiva del carcere di Opera, lo scorso 26 aprile. Nelle ore successive alla notizia della morte, sarebbero, però, circolate versioni contrastanti sul luogo del decesso. Da una parte c’è la ONG e i detenuti che affermano che l’uomo sia morto all’interno del carcere, ipotesi che - secondo chi la sostiene - eviterebbe all’Istituto penitenziario di vedersi attribuire direttamente il decesso di un detenuto. Dall’altra resta aperta la possibilità che l’uomo sia effettivamente morto dopo un trasferimento in ospedale. Un’ulteriore ipotesi è che possano esserci accertamenti o indagini in corso, circostanza che potrebbe spiegare la scarsità di informazioni ufficiali e la difficoltà nel ricostruire con precisione quanto accaduto. L’unica certezza è che, a una settimana di distanza, la dinamica della vicenda non è ancora stata chiarita ufficialmente. “Lo hanno trovato deceduto in cella, ma per il carcere è più comodo far risultare che sia morto in ospedale”, ha commentato Guerreschi a Fanpage.it, sottolineando che, a complicare la situazione, ci sarebbe il fatto che due giorni prima della morte, venerdì 24 aprile, il detenuto si sarebbe presentato in infermeria lamentando un malessere, ma sarebbe stato rimandato in cella perché “non hai niente”. Tuttavia, due giorni dopo è stato trovato morto. È questo passaggio a rendere la vicenda particolarmente delicata sul piano delle responsabilità. In linea generale, infatti, la custodia di una persona detenuta per l’amministrazione penitenziaria comporta un obbligo di vigilanza e di tutela della salute, soprattutto quando vengono segnalati sintomi o richieste di assistenza medica. Dunque, se confermato, il caso potrebbe comportare verifiche sulle modalità di presa in carico sanitaria e sulle decisioni adottate in occasione della richiesta di assistenza. Al momento, però, non esistono elementi che confermino omissioni o irregolarità, ma il fatto che sulla morte di un detenuto affidato alla custodia dello Stato non esista ancora una ricostruzione chiara e verificabile continua ad alimentare dubbi e non poche perplessità sulla corretta gestione dell’Istituto e sulla tutela dei diritti fondamentali delle persone recluse al suo interno. Proprio per questo, Bo Guerreschi, attraverso Fanpage.it, ha chiesto un confronto urgente: “La situazione è degradante. Opera è un disastro, non può continuare così. Ho depositato un nuovo esposto indirizzato alla Corte di Cassazione e alla Corte Costituzionale. Ora, però, chiedo un confronto immediato con Nordio o con il Dap (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, ndr). Vorrei una risposta, lo Stato deve spiegare cosa sta accadendo”. Parma. “Le condizioni di Marco Bondavalli continuano a peggiorare, incompatibili col carcere” parmatoday.it, 9 maggio 2026 Il 48enne, che ha trascorso un anno nel carcere di via Burla, è affetto da una situazione sanitaria estremamente grave e complessa. L’associazione Yairaiha Ets torna sul caso di Marco Bondavalli, detenuto di 48 anni che nel corso della sua storia carceraria è stato rinchiuso per circa un anno nel penitenziario di via Burla di Parma. “Dopo il rigetto del Tribunale di Sorveglianza di Bologna del 9 aprile 2026, le condizioni di Marco Leandro Bondavalli continuano a peggiorare. Marco ha 48 anni ed è affetto da una situazione sanitaria estremamente grave e complessa, già più volte ritenuta incompatibile con il regime carcerario. Da anni soffre di numerose patologie importanti: esiti di interventi allo stomaco con grave malassorbimento, dumping syndrome, neuropatie, vescica neurologica con necessità di cateterizzazione permanente, infezioni urinarie ricorrenti con rischio di sepsi, anemia, patologie renali e ipertensione arteriosa severa resistente alle terapie farmacologiche, tanto da essere stato sottoposto il 12 marzo 2026 a un intervento di denervazione renale bilaterale”. “Negli anni le sue condizioni sono state considerate incompatibili con il carcere da diversi sanitari e magistrature di sorveglianza. Marco era stato quindi ammesso alla detenzione domiciliare per motivi sanitari, con prescrizioni molto rigide sugli spostamenti e sull’accesso alle cure. Ed è proprio qui che emerge una delle principali contraddizioni della sua vicenda”. A Marco era stato imposto di rivolgersi alle strutture sanitarie di Scandiano o Reggio Emilia. Tuttavia, nella pratica, tali strutture non risultavano in grado di gestire una situazione sanitaria così complessa: il presidio di Scandiano ha un’attività limitata e non garantisce copertura continuativa, mentre a Reggio Emilia Marco non veniva concretamente preso in carico proprio per la complessità del caso. L’ospedale di Ravenna era invece il centro presso cui veniva realmente seguito, con continuità e competenze adeguate, ed era di fatto l’unico vero punto di riferimento per le sue cure”. Nel febbraio 2026, a seguito di un peggioramento delle sue condizioni, Marco si reca presso il CAU di Reggio Emilia e da lì viene trasferito con urgenza all’ospedale di Ravenna, dove viene ricoverato. Durante quel ricovero gli viene contestato di non essere rientrato al domicilio entro il 9 marzo 2026. Il punto è che Marco non rientra perché si trova ricoverato in ospedale, con documentazione medica che lo attesta, in attesa di cure e di intervento chirurgico”. “Il 12 marzo 2026 viene sottoposto a intervento di denervazione renale bilaterale e, a pochissime ore dall’intervento, viene preso in consegna dalla polizia penitenziaria e riportato in carcere per il mancato rientro. Una volta condotto presso il carcere di Ravenna, le sue condizioni risultano immediatamente incompatibili con la detenzione”. “Il medico dell’istituto certifica che il paziente necessita di assistenza sanitaria continua e specialistica, che non è trasferibile in sicurezza e che non è gestibile neppure in istituti dotati di assistenza sanitaria avanzata, segnalando inoltre la necessità di una rivalutazione giudiziaria urgente per tutelarne la salute. Marco viene quindi riportato in ospedale. Successivamente viene disposto il trasferimento presso il centro clinico del carcere di Piacenza, dove anche il medico dell’istituto conferma l’incompatibilità con il regime detentivo. Anche a Piacenza, quindi, Marco viene trasferito in ospedale perché non gestibile all’interno dell’istituto penitenziario”. “Nonostante tutto questo, il 9 aprile 2026 il Tribunale di Sorveglianza di Bologna rigetta la richiesta di detenzione domiciliare, ritenendo compatibili le condizioni di salute con il regime detentivo e indicando come possibile soluzione l’inserimento in una sezione SAI (Servizio di Assistenza Intensificata) del DAP. Una valutazione che appare difficilmente conciliabile con quanto scritto dagli stessi medici che hanno preso in carico Marco, i quali avevano già evidenziato come il paziente non risultasse gestibile neppure in strutture penitenziarie sanitarie avanzate. Inoltre, nelle precedenti detenzioni, le stesse strutture SAI avevano già ritenuto il caso di Marco eccessivamente complesso sotto il profilo clinico”. “Nonostante questo, il Tribunale ha nuovamente indicato tale soluzione, ma a questa ulteriore richiesta il DAP non avrebbe fornito alcun esito concreto. Nell’ordinanza vengono inoltre richiamati presunti comportamenti incompatibili con la misura domiciliare, tra cui violazioni delle prescrizioni e allontanamenti. Ma è importante chiarire un punto fondamentale. Non si tratta di “allontanamenti” legati a una volontà di sottrarsi alle prescrizioni o di spostamenti arbitrari. Il problema nasce dal fatto che le strutture indicate nelle prescrizioni - Scandiano e Reggio Emilia - nella pratica non risultavano in grado di gestire una situazione sanitaria così complessa”. Per questo motivo Marco veniva regolarmente indirizzato, trasferito o seguito presso l’ospedale di Ravenna, che era diventato il suo reale punto di riferimento clinico, l’unica struttura che lo prendeva concretamente in carico e che conosceva la complessità della sua situazione sanitaria. Le contestazioni nascono proprio da questa contraddizione: da una parte a Marco venivano imposte prescrizioni molto rigide sugli spostamenti e sulle strutture a cui rivolgersi; dall’altra, però, nella realtà concreta delle cure, veniva continuamente seguito e ricoverato altrove perché quelle strutture non riuscivano a gestire adeguatamente il suo caso”. In sostanza, le presunte “violazioni” contestate a Marco derivano dal fatto che si trovava ricoverato o in cura presso l’ospedale che effettivamente lo seguiva, con documentazione sanitaria che attestava la necessità delle cure e dei ricoveri. Ed è proprio questo uno dei punti più difficili da comprendere della vicenda: una persona gravemente malata, ricoverata per necessità cliniche documentate, finisce comunque per vedersi contestare quegli spostamenti necessari proprio per poter continuare a curarsi. Nell’ordinanza si arriva inoltre a sostenere che Marco si rimuoverebbe volontariamente il catetere vescicale. Una affermazione estremamente grave. Un catetere vescicale a permanenza non è un dispositivo che semplicemente “si sfila”: è mantenuto in sede da un palloncino interno gonfiato nella vescica e la sua rimozione impropria può provocare lesioni, sanguinamenti e ulteriori complicanze infettive. Eppure anche questa ipotesi viene utilizzata per ridimensionare il peso delle sue condizioni sanitarie. Nel frattempo la situazione di Marco continua a peggiorare”. “Attualmente presenta una sepsi in atto, infezioni sistemiche tra cui Candida tropicalis e stafilococco, febbre elevata, pressione molto bassa, infezione del catetere venoso centrale e una marcata fragilità venosa. A causa della comparsa di Candida tropicalis, infezione particolarmente grave nei pazienti debilitati e sottoposti a ricoveri prolungati e terapie antibiotiche importanti, Marco è attualmente sottoposto a terapia con AmBisome (amfotericina B liposomiale), un antifungino endovenoso utilizzato nei casi di infezioni sistemiche gravi”. “Negli ultimi giorni il quadro è ulteriormente peggiorato con un nuovo episodio di shock settico, febbre alta, ipotensione e colestasi epatica, tanto da rendere necessaria anche una valutazione intensivistica. Secondo quanto riferito dal medico di fiducia che ha parlato direttamente con i sanitari ospedalieri, i medici avrebbero inoltre evidenziato la necessità di una gestione ospedaliera meno vincolata dal piantonamento fisso, ritenendo che questo permetterebbe cure più adeguate e una migliore presa in carico del paziente. Per questo motivo sarebbe stata avanzata una nuova richiesta di applicazione dell’art. 11 O.P. e di alleggerimento del piantonamento durante la degenza ospedaliera. Tuttavia, secondo quanto riferito, dalla Direzione sarebbe stato risposto che questa possibilità “non esisterebbe”. Eppure l’art. 11 dell’Ordinamento Penitenziario esiste ed è proprio la norma che disciplina i ricoveri ospedalieri esterni e le modalità di assistenza sanitaria dei detenuti fuori dal carcere, prevedendo anche la possibilità, in determinate situazioni, di una gestione diversa del piantonamento durante la degenza ospedaliera. La decisione finale spetta al Magistrato competente, ma la situazione sanitaria del detenuto deve comunque essere segnalata e portata all’attenzione dell’autorità giudiziaria anche attraverso la Direzione dell’istituto e l’amministrazione penitenziaria. Ed è proprio per questo che, nel caso di Marco, resta difficile comprendere come una richiesta avanzata sulla base delle indicazioni dei medici possa essere considerata come qualcosa che “non esiste”, mentre le sue condizioni continuano a peggiorare”. “Nel frattempo emergono anche gravi difficoltà legate all’alimentazione. A causa delle restrizioni legate alla sicurezza e al regime detentivo, ai familiari non viene consentito introdurre alimenti preparati appositamente per le esigenze nutrizionali di Marco, nonostante il gravissimo malassorbimento intestinale di cui soffre. Il problema, però, è che una situazione sanitaria come la sua richiederebbe un’alimentazione estremamente specifica e controllata, cosa che durante il ricovero ospedaliero non sta avvenendo in modo adeguato. Secondo quanto riferito dai familiari, Marco finisce spesso per alimentarsi quasi esclusivamente con zucchero, marmellatine e pochissimo altro, tanto che sarebbero gli stessi infermieri, in alcune occasioni, a portargli marmellate lasciate da altri pazienti. Un gesto semplice, piccolo, ma profondamente umano. “Perché a volte, dentro una situazione fatta di procedure, piantonamenti, trasferimenti e decisioni burocratiche, sono proprio quei gesti silenziosi a ricordare che davanti non c’è soltanto un detenuto, ma una persona che continua ad avere bisogno di cura, dignità e umanità. Tutto questo lascia una domanda che oggi non può più essere rimandata. Perché quando più medici, ospedali e sanitari descrivono una persona come incompatibile con il carcere, ma quella stessa persona continua comunque a vivere tra piantonamenti, ricoveri e trasferimenti, allora il problema non riguarda più soltanto l’esecuzione della pena. Riguarda il modo in cui viene tutelata la salute di una persona detenuta in condizioni gravissime. La Corte Costituzionale ha più volte ricordato che il diritto alla salute appartiene pienamente anche alle persone detenute e che la pena non può tradursi in una compromissione della dignità umana”. “Anche la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha ribadito che lo Stato ha il dovere di garantire condizioni compatibili con la salute e con il rispetto della persona. Nel caso di Marco, però, il tempo continua a trascorrere tra ospedali, infezioni, interventi chirurgici e nuove emergenze cliniche. E nel mezzo di tutto questo restano solo quei piccoli gesti umani che, a volte, raccontano più di tante decisioni. Gli infermieri che gli portano una marmellatina lasciata da un altro paziente. Chi prova comunque a farlo mangiare. Chi continua a vedere, prima di tutto, la persona. Perché forse è proprio questo che oggi rischia di perdersi: la capacità di guardare Marco non soltanto come un detenuto da custodire, ma come un uomo che avrebbe bisogno prima di tutto di stabilità, cure adeguate e umanità”. Rossano Calabro. “Abustanji sta male ma in carcere non lo curano” di Mario Di Vito Il Manifesto, 9 maggio 2026 Il palestinese arrestato lo scorso dicembre nell’ambito dell’inchiesta che tra gli altri ha coinvolto il presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia Hannoun. Un’istanza alla procura di Genova per consentire a Ryad Abustanji, arrestato lo scorso dicembre con l’accusa di finanziare Hamas nell’ambito dell’inchiesta che tra gli altri ha coinvolto il presidente dell’Associazione Palestinese in Italia Mohammad Hannoun, di accedere alle cure mediche che sin qui gli sono state negate. L’uomo, 60 anni, palestinese, è detenuto nella sezione alta sorveglianza del carcere di Rossano, in Calabria, ed è in condizioni fisiche molto precarie a causa del diabete e di alcuni problemi alla prostata e alle vie urinarie. Per questo, ormai da due mesi, i suoi avvocati Marina Prosperi e Fausto Gianelli stanno cercando di ottenere per lui la possibilità di una visita medica fuori dal carcere. Cosa che sin qui non è stata mai concessa. La prima richiesta in questo senso era stata avanzata il 3 marzo. Poi, ancora lo scorso 5 maggio, durante un colloquio avvenuto in videoconferenza, Abustanji appariva “confuso” e denunciava di non riuscire più a vedere bene da un occhio. La pec subito inviata alla direzione del carcere è rimasta senza riscontro nonostante l’urgenza della questione, così come non sono arrivate risposte anche a successive sollecitazioni. Gli avvocati allora si sono rivolti alla garante dei detenuti della Calabria, Giovanna Francesca Russo, per denunciare “le condizioni di estrema necessità del detenuto”. Nessuno, però, ha ancora provveduto ad autorizzare la visita medica in ospedale. Per questo giovedì è arrivata la decisione di rivolgersi direttamente alla procura perché la disponga “con immediatezza”. La settimana scorsa si era recato in visita ai palestinesi detenuti nel carcere di Rossano l’europarlamentare di Avs Mimmo Lucano, che pure aveva segnalato la difficile situazione di Abustanji. “La loro colpa - ha detto poi Lucano all’uscita dalla prigione - è solo quella di essere palestinesi e di voler solidarizzare con il loro popolo, che da 3 anni ormai è vittima di un criminale genocidio ad opera di Israele. La loro detenzione è assurda e inconcepibile, allora sono colpevole anche io del reato di Palestina”. Trento. “Non è facile avere fiducia qui dentro”. Il testo scritto da una detenuta* Corriere del Trentino, 9 maggio 2026 Mi piacerebbe scrivere qualcosa di bello su questo posto, ma più ci penso e meno cose positive trovo. Certo, non mi manca un letto, un pasto caldo “forse” e un tetto sopra la testa, ma questo a volte non basta. Vedo e sento tutti i giorni cose e situazioni facilmente risolvibili che in un attimo diventano muri altissimi, che ci rendono le giornate lunghe e pesanti. Mettono a dura prova la nostra pazienza e il voler fare le cose fatte in modo corretto. Sento persone costrette a “vivere” in cella con altre che fanno loro male psicologicamente, mentalmente, che ti tolgono la poca voglia di reagire. Persone che pensano alle peggio cose solo perché non vedono altre vie d’uscita, quando ce ne sarebbero veramente tante. Richieste di trasferimento per stare più vicini alle proprie famiglie che non arrivano mai. Rigetti su rigetti di affidamento e domiciliari (poi si parla di sovraffollamento). Sentiamo parlare spesso di rieducazione, ma purtroppo ho l’impressione che siano più i benefici negati che quelli concessi: promesse di lavoro, passaggio in Articolo 21, permessi premio e liberazione anticipata in un attimo possono saltare, volatilizzarsi. E noi detenuti ci troviamo a subire regole e meccanismi di un sistema che è difficile considerare rieducativo. Siamo il migliore esempio di persone che hanno sbagliato e che ora stanno cercando di rimediare alla propria vita. Tutti sbagliano, e non è giusto perdere tutto quello che si è fatto fino ad ora per una giornata storta, o una parola di troppo. Da un giorno all’altro possiamo perdere tutto quello che abbiamo conquistato con fatica, come è capitato a qualcuno con la revoca improvvisa dell’Articolo 21. Senza troppe spiegazioni. Non è facile essere fiduciosi, spesso la nostra unica libertà qui dentro è una telefonata o una lettera per sentire i nostri unici affetti (figli, genitori, mariti, compagni). Per noi ricevere una lettera è come un pallone per un bambino. C’è chi trova un affetto, un’amicizia, un po’ di coraggio e buone parole da un padiglione all’altro, ma anche questo ci risulta complicato, perché la posta interna non esiste, e sappiamo tutti come funzionano le poste italiane. Aspettare giorni o addirittura settimane solo per avere un sorriso sui nostri volti. Viviamo già una vita di privazioni, senza libertà, senza i nostri affetti. Cos’altro volete toglierci? *Pubblicato sulla rivista “Non solo dentro”, voce della Casa Circondariale di Trento, inserto del settimanale Vita Trentina in collaborazione con i volontari di Apas (Associazione Provinciale Aiuto Sociale) che animano l’attività di redazione in carcere. Lecco. “Carceri sovraffollate? Basterebbe non introdurre un nuovo reato a settimana” primalecco.it, 9 maggio 2026 La senatrice Cucchi e il senatore Tino Magni incontrano detenuti e personale della Casa circondariale di Pescarenico: “La differenza la fa la comunità locale, non nuove prigioni”. Il sovraffollamento delle carceri, problema che in passato ha afflitto anche la struttura di Lecco, non si risolve costruendo nuove prigioni. “Basterebbe non introdurre un nuovo reato a settimana”. Ne è fermamente convinta la senatrice Ilaria Cucchi, che oggi, venerdì 8 maggio 2026, ha visitato la casa circondariale lecchese insieme al senatore di AVS Tino Magni. Con loro erano presenti anche l’assessore al Welfare del Comune di Lecco Emanuele Manzoni e il garante lecchese dei diritti delle persone private della libertà personale Lucio Farina, mentre all’esterno del carcere non è mancato il consigliere comunale Alberto Anghileri. La visita della senatrice Cucchi, nota per il suo ruolo istituzionale e per la lunga battaglia pubblica volta a ottenere verità e giustizia sulla morte del fratello Stefano Cucchi, fa seguito all’incontro che si è svolto ieri sera in città e dedicato al tema della giustizia riparativa. Si tratta di una questione di grande attualità a Lecco, dove è recentemente nato uno dei primi centri in Italia impegnati nell’applicazione concreta della riforma Cartabia, che ha rafforzato il ricorso al paradigma riparativo della giustizia, promuovendo percorsi alternativi alla sola dimensione punitiva e favorendo la ricomposizione del rapporto tra vittima, autore del reato e comunità. I senatori Tino Magni e Ilaria Cucchi hanno visitato la casa circondariale di Lecco, incontrando detenuti e personale. “La struttura di Lecco è l’esempio di come le cose possano funzionare davvero nell’interesse di tutte le figure che fanno parte del mondo penitenziario - ha sottolineato la senatrice -. È l’esempio di come, di fronte al totale disinteresse da parte di chi ci governa, la differenza vera la faccia la comunità locale. Qui ci sono associazioni che contribuiscono moltissimo alla vita di questa realtà, che è molto diversa da altre che ho incontrato. Questo è possibile grazie al contributo e al sostegno dell’amministrazione locale e, credetemi, è qualcosa che si vede poche volte. Entrare qui dentro sembra entrare in un mondo diverso rispetto ad altre carceri: lo si percepisce dagli ambienti, dai colori, dalla voglia di stare insieme e di interagire. Lo si percepisce anche da una certa serenità, forse è un termine esagerato, ma emerge dallo spirito con cui vivono qui dentro agenti, detenuti e operatori. Qui c’è voglia di fare, e questa è la dimostrazione che, quando lo si vuole davvero, si può cambiare una realtà come quella del carcere, che troppo spesso viene messa all’ultimo posto delle priorità”. Fondamentale, come detto, in questo senso, il tema della giustizia riparativa “perché le persone che oggi sono in questo carcere prima o poi dovranno uscire e tornare a far parte della nostra società, e come li vogliamo nella nostra società?” ha sottolineato la parlamentare. La senatrice ha affrontato anche il tema della sicurezza, al centro del dibattito elettorale a Lecco in vista delle imminenti votazioni: “Credo che chi ci governa si riempia troppo spesso la bocca del termine “sicurezza”, agendo però in modo completamente incoerente rispetto a ciò che davvero la garantisce. Trovo inoltre che Lecco sia una realtà in cui tutto funziona bene, e questo è dovuto all’impegno dei singoli, perché sono sempre le persone a fare la differenza. Qui a Lecco non ci si può lamentare della mancanza di sicurezza e, soprattutto, ho trovato uno spirito di collaborazione e di comunità davvero raro da riscontrare in altre realtà. Si percepisce la volontà di fare qualcosa nell’interesse di tutti e questo, ci tengo a dirlo, è dovuto in gran parte a chi ha amministrato Lecco in questi anni”. Taranto. Pet therapy in carcere i detenuti incontrano i cani: “Loro non giudicano” di Pierfrancesco Albanese La Repubblica, 9 maggio 2026 Un incontro a settimana con i cani per i reclusi con fragilità psichica o disagio. Riscontrati ‘‘grossi miglioramenti nel comportamento quotidiano’’. I detenuti incontrano i cani una volta a settimana dietro le sbarre della casa circondariale Carmelo Magli di Taranto. E questi incontri stanno dando risultati positivi. Tanto che i reclusi attendono con ansia l’incontro successivo e stanno migliorando anche i loro comportamenti. Questi i risultati del progetto di pet therapy avviato nella casa circondariale di Taranto a favore di detenuti con disagio o fragilità psichica. La panoramica a due anni dall’avvio del progetto. L’iniziativa è stata avviata nel febbraio 2024, promossa da Confcooperative Taranto con il coinvolgimento della direzione del carcere, del dipartimento di Salute mentale Asl Taranto e del Wwf Taranto. I reclusi coinvolti sono una ventina. E incontrano i cani una volta a settimana nell’ambito di programmi terapeutici mirati. “C’è stata una positivissima adesione da parte di questi soggetti - spiega il direttore del carcere Luciano Mellone - tanto che si creava proprio un’attesa rispetto all’incontro settimanale con i loro ormai amici cagnolini”. Tra i risultati migliori quelli registrati nella sezione femminile, dove in una reclusa si sono notati “grossi miglioramenti nel comportamento quotidiano”, a dire del direttore, secondo cui i percorsi avviati con gli animali possono portare “a una riduzione nell’assunzione della terapia, che è un risultato veramente importante”. Il progetto ha previsto attività di educazione assistita con animali, con i detenuti coinvolti in percorsi dedicati alla conoscenza dell’etologia canina, dei bisogni fisici e psicologici dei cani e delle corrette modalità di relazione e gestione dell’animale. Accanto alle sedute di pet therapy e di educazione cinofila, sono stati organizzati incontri formativi su fisiologia e biologia del cane, alimentazione, tecniche educative e nozioni di primo soccorso veterinario. Anche nell’ottica di un eventuale reinserimento lavorativo dei detenuti nel settore della pet therapy e nei canili. Per il presidente del Wwf Taranto, Gianni De Vincentiis, il valore dell’esperienza è soprattutto relazionale: “Il cane - spiega - non giudica, quindi collabora e interagisce con le persone”. Un aspetto che consente ai detenuti di non sentirsi giudicati e di relazionarsi con gli animali. Da qui il miglioramento nell’autonomia, nel rispetto delle regole e le capacità collaborative dei detenuti, secondo l’equipe psichiatrica del carcere. Al punto che il garante regionale dei detenuti Piero Rossi ha auspicato la prosecuzione del progetto anche nei prossimi anni. Lecce. Inaugurazione della nuova Biblioteca dell’Ipm: un ponte tra cultura e riscatto sociale di Adriana Greco leccesette.it, 9 maggio 2026 L’obiettivo dell’iniziativa è promuovere il recupero e l’inserimento sociale dei giovani detenuti. Si è tenuta questa mattina l’inaugurazione di una biblioteca all’interno dell’Istituto Penale per i Minorenni (Ipm) di Lecce, presso i locali situati nella Villa Tresca. Tale iniziativa, come sottolineato dal Prefetto Natalino Manno in occasione della cerimonia, ha il pregio di dare concreta attuazione alla funzione rieducativa della pena di cui all’ art. 27 della Carta Costituzionale, ossia al principio secondo cui le pene non devono essere finalizzate unicamente alla punizione del reo ma devono, innanzitutto, mirare alla sua rieducazione, quale requisito fondamentale per il reinserimento nella società. Ciò, a maggior ragione, se si parla di minori - soggetti la cui identità è ancora in costruzione - per i quali la funzione rieducativa della pena non costituisce soltanto un orizzonte interpretativo, ma soprattutto un vincolo strutturale che impone di costruire un modello processuale specifico, anche in sede di esecuzione della pena, adeguato alla personalità e alle esigenze educative. L’obiettivo dell’iniziativa è promuovere il recupero e l’inserimento sociale dei giovani detenuti attraverso la cultura, seguendo il modello di progetti già sperimentati con successo per la popolazione carceraria adulta. Il Prefetto ha poi evidenziato come la biblioteca rappresenti un presidio di legalità e un segnale concreto di apertura della comunità salentina verso l’istituto penitenziario minorile, rilanciando percorsi concreti di recupero e di rinascita: è in questo modo che la cultura trasforma le cicatrici in punti di forza. In tale contesto, la lettura rappresenta uno strumento di rieducazione, alfabetizzazione emotiva e riscatto sociale, aiutando così i giovani detenuti a sviluppare un pensiero critico e ad immaginare percorsi di vita alternativi alla devianza. Nasce, quindi, con tale intento la biblioteca interna all’Istituto Penale per i Minorenni di Lecce, frutto di una rete virtuosa che unisce istituzioni e società civile: dalla cospicua donazione di volumi della Presidenza della Repubblica al generoso contributo della sig.ra Giusi Miglietta, che ha donato 1.000 libri provenienti dalla chiusura della libreria “Fanny” di Trepuzzi. Nel corso dell’incontro, il Distretto Lions Club 108AB ha formalizzato una donazione economica destinata al potenziamento delle attività educative dell’istituto. Alla cerimonia hanno preso parte, tra gli altri, i rappresentanti delle istituzioni che hanno reso possibile il progetto, quali, oltre al Prefetto Natalino Manno, la Presidente del Tribunale per i Minorenni Bombina Santella, il Dirigente del Servizio Sicurezza - Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità Costanzo Sacco, la Direttrice dell’Istituto Penale Minorile di Lecce Alessandra Ingrassia, la Dirigente del Centro di Giustizia Minorile per la Puglia e la Basilicata Dorella Quarto, la Direttrice del Dipartimento Dipendenze Patologiche dell’ASL Mariangela Pascali, la delegata della Rettrice dell’Università del Salento Marta vignola, nonché il Governatore del Distretto 108 AB Lions Club Girolamo Tortorelli. Catania. Il convegno: “L’istruzione, ponte alla vita: le case detentive si aprono alla città” cataniatoday.it, 9 maggio 2026 Un momento di confronto dedicato al ruolo della scuola all’interno degli istituti penitenziari e alle sinergie tra istituzioni e territorio. Il convegno dal titolo “l’istruzione, ponte alla vita: le case detentive si aprono alla città” si inserisce nell’ambito delle celebrazioni per i dieci anni di attività del “Cpia Catania 1” ed ha voluto offrire un momento di riflessione sul valore dell’istruzione nei contesti detentivi come strumento di crescita personale, di inclusione e di reinserimento sociale. “Siamo radicalmente presenti nel territorio e forniamo un importante servizio a stranieri e italiani con una scuola che opera ogni giorno per costruire percorsi di consapevolezza, cambiamento e reinserimento sociale - spiega la Prof.ssa Antonietta Panarello, dirigente scolastico del Centro Provinciale di Istruzione per gli Adulti (C.P.I.A. CT1) di Catania e del Calatino- oggi è un momento di incontro molto importante con le sedi carcerarie collegate e con le istituzioni politiche, sociali e religiose presenti in sala. Iniziative come queste hanno un valore enorme in una società che spesso etichetta e allontana. Solidarietà e dialogo sono fondamentali e per questo parliamo del nostro lavoro - spesso silenzioso - ma profondamente significativo per l’intera comunità”. Alla presenza di S.E. l’Arcivescovo di Catania il Convegno si è articolato tra saluti istituzionali e interventi tematici con collegamenti online delle Case Circondariali di Piazza Lanza, Bicocca, l’IPM e la sede di Caltagirone. “Siamo molto contenti di ospitare questo convegno all’interno del Salone dei Vescovi e di questo ringrazio la dirigente Panarello - sottolinea l’Arcivescovo di Catania Mons. Luigi Renna - l’attenzione della Chiesa alle realtà detentive è alta perché si tratta di prendersi cura di alcuni fratelli e di sopperire lì dove anche lo Stato non riesce ad arrivare. L’importante è fare squadra perché il valore rieducativo della pena vuole reintegrare le persone in quella società dai cui volontariamente si sono messi fuori. Io credo che l’istruzione sia la strada più forte”. Sulla stessa lunghezza d’onda anche l’assessore ai Servizi Sociali del comune di Catania Serena Spoto. “Questo convegno mette in rete tutte le istituzioni preposte. La scuola e il diritto allo studio è un principio fondamentale perché garantito anche dalla nostra Costituzione: dobbiamo tendere, quindi, alla rieducazione dei detenuti continuando questo percorso all’interno delle mura carcerarie”. Nel corso della conferenza sono stati registrati gli interventi del docente “CPIA Catania 1” Salvatore Scupolito che si è focalizzato sulla “didattica disconnessa: una scuola diversa”, del prof. Carlo Colloca (D.S.P.S. - UNI CT) delegato del Rettore presso l’Osservatorio per la prevenzione della povertà educativa e della devianza minorile - Prefettura di Catania che ha parlato de “Gli effetti delle povertà educative: dai comportamenti antisociali all’agire criminale” e del prof. Alfio Pennisi che ha parlato del “ruolo delle associazioni di volontariato come chiave per il reinserimento sociale. Il garante regionale dei diritti dei detenuti l’avvocato Antonino De Lisi ha ribadito che “convegni e appuntamenti come questo sono di un’importanza estrema. Molto spesso noi che viviamo al di fuori delle mura non conosciamo la realtà che c’è all’interno delle istituzioni carcerarie. Ecco perché è importante che i giovani conoscano questi contesti e vengano educati ad interagire con un mondo che vuole reinserirsi nella società di oggi”. La conferenza è proseguita con l’importante e seguitissimo intervento della dirigente del Ministero della Giustizia, Referente IPM Bicocca Catania e Referente Casa Circondariale di Caltagirone Dottoressa Giorgia Gruttadauria. Quest’ultima si è focalizzata sulla tematica dal titolo “il carcere come luogo da cui si può ricominciare: sinergia tra scuola, istituzioni e territorio”. A conclusione dell’evento tutti i presenti hanno ascoltato le testimonianze, dal vivo e on line, dalle sedi detentive collegate e applaudito i ragazzi premiati, con coppe e regali grazie al DDG 800 della Regione Sicilia, e tutti i partecipanti del concorso letterario “Il mio percorso nel mondo”, dedicato alle esperienze e ai percorsi di vita degli studenti. Salerno. Una pianta a ogni detenuta, iniziativa organizzata dalla Caritas per la festa della mamma ansa.it, 9 maggio 2026 In occasione della Festa della Mamma, che ricorrerà il prossimo 10 maggio, la Fondazione Caritas Salerno, braccio operativo della Caritas Diocesana di Salerno-Campagna-Acerno, in collaborazione con la Direzione della Casa Circondariale di Salerno, promuove un momento di raccoglimento e riflessione dedicato alle donne ristrette nell’istituto penitenziario, incentrato sul valore della maternità e della genitorialità. L’iniziativa, che si svolgerà presso la sede della Casa Circondariale, avrà inizio con la celebrazione della Santa Messa, che sarà presieduta da don Antonio Romano, Vicario Episcopale per la Carità, alla presenza delle detenute. Al termine della funzione religiosa, è previsto un momento di confronto sul significato della maternità e sui legami familiari. L’obiettivo è promuovere una riflessione sull’importanza della funzione genitoriale anche nel contesto detentivo, valorizzando la dimensione affettiva e relazionale della persona come parte integrante del percorso trattamentale. Quale gesto concreto di vicinanza e attenzione umana da parte della Caritas diocesana, don Antonio Romano consegnerà a ciascuna detenuta una pianta, simbolo di nascita, cura, crescita e, soprattutto, di speranza. “La Festa della Mamma è un’occasione per ribadire la centralità della famiglia e dei legami affettivi, che non devono essere interrotti dalla detenzione”, dichiara don Antonio Romano, Vicario Episcopale per la Carità. “Con questa iniziativa vogliamo portare un messaggio di speranza e di vicinanza alle donne recluse, riconoscendo il valore della loro maternità e sostenendole nel mantenimento dei rapporti con i propri figli. La pianta che doneremo rappresenta la vita che continua e la possibilità di rinascita, un piccolo segno per ricordare che la comunità non le dimentica”. Questa iniziativa si inserisce nell’ambito delle attività trattamentali e di sostegno alla persona promosse dall’Amministrazione penitenziaria, in sinergia con la Fondazione Caritas Salerno, volte a favorire percorsi di responsabilizzazione, mantenimento dei legami familiari e reinserimento sociale. Antigone vive a Milano, tra il carcere minorile e la città di Ivana Di Giugno gnewsonline.it, 9 maggio 2026 Antigone, lo spettacolo del repertorio di Teatro Puntozero Beccaria, è in cartellone a Milano, dal 25 aprile al 10 maggio (dal lunedì al sabato alle 19,30 e la domenica alle 16,30), nello spazio che l’associazione gestisce, da circa trent’anni, con gli ospiti dell’istituto penitenziario minorile del capoluogo lombardo. L’attività dell’ente risponde a un progetto continuativo, nato all’interno del carcere, e si avvale di una moderna ed efficiente struttura scenica, con un accesso dall’esterno del penitenziario: un vero e proprio teatro cittadino, inserito nel tessuto urbano. Caterina Canova, che collabora come volontaria con l’associazione, e che stata intervistata da gNews, definisce l’edificio teatrale un “contro-spazio”, rispetto a quello della detenzione. “A Milano, in Via dei Calchi Taeggi, 20, fermata metropolitana Bisceglie, si impone allo sguardo uno scenario quasi ossimorico. Due spazi convivono fianco a fianco, due luoghi profondamente diversi per intenzione e destino, che sembrano dirsi l’un l’altro qualcosa di essenziale”, scrive Canova in un articolo di Teatro, il 26 aprile. È “un locale di pubblico spettacolo, aperto alla città trecentosessantacinque giorni l’anno”, che consente di organizzare una vera e propria stagione teatrale. Così descrive l’iniziativa Lisa Mazoni, attrice, e fondatrice dell’associazione insieme al regista e attore Giuseppe Scutellà, presentando a Sabrina Rappoli la nuova edizione dell’Antigone di Sofocle (tg24.sky.it, 18 gennaio 2026). L’associazione organizza laboratori professionali per la formazione nell’arte della recitazione, e negli altri mestieri del teatro, mirati al reinserimento sociale dei giovani detenuti, e realizza spettacoli con la partecipazione degli ospiti dell’istituto, impiegati come attori, scenografi, costumisti e truccatori. Per queste attività, Puntozero si avvale della collaborazione di professionisti di pluriennale esperienza, nonché di studenti dell’Università degli Studi di Milano. Dal punto di vista educativo, la finalità del progetto è far sì che i ragazzi coinvolti abbiano l’opportunità di trascorrere il periodo della detenzione in un contesto culturale favorevole all’incontro con altri coetanei, completamente estranei al circuito delinquenziale, e possano familiarizzare con l’arte, con il sapere; “formarsi, imparare un mestiere e, soprattutto, imparare a vivere in una compagnia”, dichiara ancora l’attrice. Alcuni dei ragazzi impegnati nelle produzioni all’interno del carcere, grazie alle competenze acquisite, hanno avuto occasioni lavorative presso enti artistici dell’area milanese. La composizione della compagnia è duttile, sempre disponibile a nuovi ingressi, con un ricambio costante dei partecipanti. Il regista spiega che l’esperienza è aperta a tutti. “Chiunque qua dentro può decidere di fare teatro […]. Nel Beccaria ci sono ragazzi che hanno dai 14 ai 25 anni, sono nel pieno dell’età del gioco, dello scoprire sé stessi, dello scoprire le relazioni e la comunicazione”, dichiara a Sabrina Rappoli (tg24.sky.it, 18 gennaio 2026). Chi ha sempre creduto nel progetto e lo ha sostenuto è Don Burgio, cappellano dell’istituto penitenziario minorile, e responsabile della Comunità Kayros, che offre sostegno a ragazzi con percorsi “difficili”, promuovendo e curando attività di contrasto al disagio giovanile. Il punto di partenza dell’Antigone di Teatro Puntozero Beccaria è, come nelle passate edizioni, il testo sofocleo nella traduzione di Maria Grazia Ciani. Presentato, per la prima volta, nella stagione 2008-2009, e approdato al Piccolo Teatro di Milano nel 2019, lo spettacolo accompagna la storia dell’associazione quasi come un suo doppio. “Antigone ritorna, ciclicamente: ogni volta diversa, ogni volta necessaria. È un testo che attraversa tutto il percorso della compagnia, come una domanda che non smette mai di riaprirsi”, si legge nel comunicato stampa dell’associazione, redatto per l’ultima presentazione dello spettacolo. “Lo riproponiamo ogni anno, perché da Antigone non si finisce mai di imparare. E perché Antigone è la nostra palestra, il nostro insegnamento per la vita”, dichiara Scutellà nello stesso comunicato. Il nucleo drammaturgico della rappresentazione è la relazione tra legge e giustizia, tra l’ordinamento dello Stato e le norme non scritte degli dèi, incarnato nello scontro tra Creonte e Antigone. Lo spettacolo è “un’occasione per interrogare il conflitto tra ciò che viene imposto come giusto - la legge positiva dello Stato - e ciò che invece si avverte come inderogabile”, scrive Canova. Nella messa in scena di Puntozero la tensione tra i ruoli si amplia attraverso la scelta registica di affidare la parte di Creonte a una donna - Lisa Mazoni - che, nell’allestimento, veste anche i panni di Euridice. L’inversione approfondisce la dialettica tra generi, centrale nel testo sofocleo, e di particolare attualità, contestando i rapporti di potere. La tecnica del ribaltamento opera anche nelle scelte espressive, che, in luogo della vocazione monolitica, della tragedia antica, alla lingua della polis, vede il Coro ripetere l’editto di Creonte in diverse lingue: oltre al greco, l’italiano, l’inglese, il francese, il tedesco, lo spagnolo, l’indiano, e l’arabo. Non si tratta semplicemente di sottolineare l’universalità del diritto, ma di introdurre il tema della presenza dell’alterità nel consesso sociale. Un’alterità che, in un luogo “diverso” come il carcere, porta con sé il motivo della necessità della comunicazione e dell’integrazione. L’opera classica, ancora una volta, “riaccende in scena una riflessione scottante, capace di toccare il presente e di metterlo in discussione”, si legge nel comunicato stampa dell’associazione. La riflessione sul rapporto tra norma umana e norma divina, tra la ragion di Stato e l’etica della pietà e dell’amore, tra obbedienza e compassione, contiene un’attenzione al concetto di coscienza e di libertà. Antigone è “una domanda aperta che si insinua nella carne di chi ha vissuto […]. Antigone non offre risposte. Interroga. Disordina. Lascia sospesi”, scrive Scutellà nel sito dell’associazione. “Non c’è sintesi pacificante: Sofocle non l’aveva prevista: c’è piuttosto un equilibrio instabile, che chiede ogni volta di essere attraversato”, commenta Caterina Canova. L’Antigone di Puntozero è uno spettacolo di grande valore sociale e artistico. Mentre si favorisce la crescita personale e l’emancipazione di soggetti in condizioni di disagio, e si sensibilizza la collettività alle problematiche della marginalità e della riabilitazione, si raggiungono finalità creative di alta qualità. “Sono in tanti a credere che ci si possa dedicare al teatro sociale solo se non si è riusciti a sfondare nel mondo del teatro tradizionale, ma noi siamo convinti esattamente del contrario”, dichiara Scutellà a Sabrina Rappoli. “Noi abbiamo raggiunto risultati eccellenti dal punto di vista artistico in ogni nostra rappresentazione”, spiega il regista. Se Antigone incarna la tensione tra ordine condiviso e libero arbitrio, l’atto dell’eroina classica interpreta, come fa notare ancora Canova, una “forma contemporanea di resistenza”, a cui può ricondursi l’intero lavoro di Teatro Puntozero Beccaria. Si tratta di contrastare il pregiudizio e la censura che ne deriva. “Resistenza, in questo caso, non significa rimozione della colpa, né indulgenza, né giustificazione. Significa piuttosto agire sui riverberi del processo: là dove la pena rischia di diventare identità, destino, marchio. La resistenza di Puntozero passa attraverso la destrutturazione dello stigma e la costruzione di possibilità. Senza retorica salvifica, senza promettere redenzioni facili”. “Dentro le Mura. Viaggio nel mondo degli adolescenti di oggi tra disagio, carcere e dissenso” savethechildren.it, 9 maggio 2026 Con 1968 ingressi nel 2025, gli Istituti penali per i minorenni (Ipm) vivono un momento di difficoltà: al 15 dicembre erano 8 gli istituti in sovraffollamento. Il nuovo libro di Antonella Inverno - edito da Treccani, con il supporto di Save the Children - porta al centro del dibattito pubblico le storie, i dati e le voci dei ragazzi e delle ragazze in conflitto con la legge per reati di natura violenta. In un momento in cui il tema della giustizia minorile è tornato al centro del dibattito politico e sociale italiano, i numeri parlano da soli: al 15 dicembre 2025 su 568 detenuti, con 8 istituti in sovraffollamento, ben 173 minorenni e giovani adulti erano reclusi in attesa di primo giudizio, poco meno di un terzo. Le presenze medie giornaliere negli istituti sono passate da 365 nel 2014 a 588 nel 2025. Nasce qui “Dentro le mura - Viaggio nel mondo degli adolescenti di oggi tra disagio, carcere e dissenso”, firmato da Antonella Inverno, Head of Research and Analysis di Save the Children Italia e giurista specializzata in tutela dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Dentro le mura - edito da Treccani - è un viaggio in uno dei contesti più critici dell’adolescenza contemporanea, tra disagio, violenza, marginalità e desiderio di futuro. Attraverso storie vere, dati e voci dal campo, Inverno entra nei luoghi in cui i ragazzi e le ragazze incontrano la giustizia, raccontando cosa accade dentro e fuori gli istituti penali minorili. Un racconto lucido e partecipe di una generazione cresciuta nell’iperconnessione e nella precarietà, segnata da solitudini e fragilità, ma capace ancora di cercare senso, relazioni, cambiamento. Il libro non offre soluzioni, ma restituisce complessità: quella di ragazzi e ragazze che, tra rassegnazione, rabbia e speranza, continuano a chiedere di essere ascoltati. Ad aprilo la preziosa prefazione del Cardinale Matteo Maria Zuppi e ad accompagnare il racconto le foto di Alessio Romenzi. “Questo libro nasce, dopo anni di esperienza sul campo, dalla convinzione che ascoltare davvero le storie di questi ragazzi sia il primo, indispensabile passo per costruire soluzioni più giuste ed efficaci. In Italia stiamo assistendo a una risposta al disagio giovanile sempre più orientata verso la punizione e il controllo, ma i ragazzi e le ragazze intervistate chiedono che gli adulti non abdichino alla loro responsabilità educativa proprio quando sarebbe più necessario esercitarla. Non possiamo cedere di fronte all’idea che la sicurezza di una comunità significhi nascondere allo sguardo pubblico gli adolescenti più difficili, rinchiudendoli in un ‘futuro senza futuro’. Al contrario, la sicurezza di una comunità è fatta di adulti competenti e di alleanze educative”, dice Antonella Inverno, autrice e Head of Research and Analysis, Save the Children Italia. “Decreto sicurezza, occorre cambiare rotta” di Roberta Lisi collettiva.it, 9 maggio 2026 Per il costituzionalista Azzariti numerosi aspetti del provvedimento sono in contrasto con la Carta. Bisogna pensare all’ordine pubblico, ma anche all’integrazione. È questione di forma, di procedura e di contenuti: i decreti sicurezza - non solo l’ultimo - hanno numerosi aspetti di incostituzionalità. Da un lato perché in palese contrasto con l’articolo 77 della Carta, che prevede la necessità e urgenza che nessuno dei cinque aveva. Dall’altro perché nessuno di questi prende mai in considerazione il tema dell’integrazione. E, come ci ricorda il presidente Mattarella, “solidarietà è parola costituzionale”. Gaetano Azzariti, docente di Diritto costituzionale all’Università La Sapienza di Roma, invita a cambiare rotta. Siamo al quinto decreto sicurezza. II Comitato contro la tortura dellìOnu ha indirizzato una contestazione al governo italiano proprio sui decreti sicurezza, soprattutto sulla parte dedicata all’immigrazione e all’uso della forza nell’ordine pubblico. Cosa succedendo? Mi sembra che il governo alzi le mani e dichiari la propria impotenza di fronte alle politiche di ordine pubblico e integrazione. E l’integrazione è proprio il punto debole delle politiche della destra, che ha puntato tutto sull’ordine pubblico. Il succedersi dei decreti legge sulla sicurezza è una confessione dell’incapacità a gestire un fenomeno che non è straordinario e urgente, ma strutturale e a cui non riesce a far fronte. La dichiarazione dell’Onu indica chiaramente qual è il punto debole: non ci sono politiche di integrazione, c’è invece un’impotente politica di ordine pubblico. È arrivato il momento di invertire la rotta. Sull’ultimo decreto sicurezza è dovuto intervenire il presidente della Repubblica, di conseguenza il Consiglio dei ministri ha varato un secondo decreto correttivo del primo. Tutto questo, con la Costituzione, come si pone? Non ha nulla a che fare con la Costituzione. Il decreto in alcune parti è manifestamente incostituzionale: l’intervento del presidente Mattarella e il successivo pasticcio dimostrano la fondatezza della manifesta incostituzionalità. Ma non è sufficiente, perché ci sono numerose altre norme del decreto sospette di incostituzionalità, quindi è altamente probabile che ci sarà un successivo intervento della Corte costituzionale non solo su questo ultimo, ma forse anche sui precedenti decreti sicurezza, che cercherà di riavvicinare, perlomeno un po’, le politiche del governo alla Costituzione. Rimaniamo a quest’ultimo e al pasticcio del secondo decreto... Questo decreto è lontano dalla Costituzione sia per ragioni di procedura, visto che non esistono la necessità e l’urgenza come stabilisce l’articolo 77, sia per ragioni di contenuto, considerato che l’articolo 30bis del decreto, quello sul compenso agli avvocati che avessero convinto i propri clienti al rimpatrio, viola palesemente la Carta. Da qui il pasticcio del secondo decreto che corregge il primo. Certo, anche in passato ci sono stati pasticci, ma mai così, questo è certamente un unicum. Sostanzialmente il governo si è sfiduciato da solo. Cosa succede ora in presenza di questi due testi, il primo approvato in via definitiva, l’altro attualmente in vigore perché decreto, ma che deve essere convertito definitivamente entro 60 giorni dall’approvazione altrimenti decade? Se il secondo decreto non dovesse essere convertito saremmo in una situazione incredibile, talmente incredibile che immagino ci sia un accordo politico per la sua conversione. Ma anche in questo caso siamo in presenza di una forzatura costituzionale. L’articolo 77 afferma che un decreto legge può essere convertito entro i 60 giorni, ma dovendolo approvare ‘per forza’ il governo esercita un’ulteriore espropriazione del Parlamento. E cosa pensare di questa forzatura politica? Questa forzatura è lontana dal disegno costituzionale, incomprensibile se non per ragioni strettamente politiche. Il governo avrebbe fatto una brutta figura a non far convertire in legge il primo decreto, ma qualcuno dovrebbe spiegare perché non si è fatto decadere il decreto per poi il giorno dopo approvarne un altro identico tranne che per quel punto. Così facendo il Parlamento avrebbe avuto modo di discutere l’intero corpo del provvedimento. Oltre al contenuto dell’articolo 30bis ci sono altri provvedimenti che sono a rischio d’incostituzionalità? Partiamo dal punto più discusso, la norma sui rimpatri. La correzione del secondo decreto certamente non ha risolto il problema. Certo, non è più il Consiglio forense a distribuire i 615 euro e si è allargata la platea dei soggetti cui possono essere destinati, non solo quindi avvocati. Inoltre il contributo potrà essere erogato per il solo fatto di aver attivato la procedura di rimpatrio. Non mi sembra francamente un buon risultato, anche perché, anziché far prevalere i diritti dei migranti all’asilo, prevale la volontà di remigrazione. Anche il fermo preventivo di 12 ore mi lascia assai perplesso. È stato utilizzato per evitare che una trentina di anarchici portassero fiori là dove sono morti due loro compagni. Da quando portare fiori è diventato una minaccia per la sicurezza? Anche la possibilità di avere infiltrati dentro le carceri mi lascia altrettanto perplesso, così come l’allargamento dei poteri dei servizi segreti. Dobbiamo dunque aspettarci un intervento della Corte costituzionale? Sia quest’ultimo sia i precedenti decreti sicurezza hanno diverse norme che non convincono dal punto di vista della Costituzione, mi aspetto quindi un intervento massiccio della Corte. Certo, le corti costituzionali non scrivono le leggi, ma nel nostro Paese, in questa fase storica, siamo nelle mani dei garanti, dalla Corte alla presidenza della Repubblica, che purtroppo stanno svolgendo funzioni sostanzialmente di supplenza o di moral suasion. Quel che manca è un Parlamento che si riappropri delle sue funzioni ritrovando dignità. Questo governo ha una maggioranza schiacciante, mi verrebbe da consigliare all’attuale maggioranza di fidarsi della propria ‘forza’ di maggioranza per far discutere il Parlamento, anche con il contributo dell’opposizione per, come dicevamo all’inizio, invertire la rotta, perché ci stiamo allontanando sempre più dal sano orizzonte costituzionale che prevede, appunto, la gestione dell’ordine pubblico ma anche l’integrazione. Migranti. Satnam Singh e Paul Neeraj: storie parallele di un sistema di sfruttamento che uccide di Francesca Cicculli Il Domani, 9 maggio 2026 Nell’ultima udienza del processo per la morte del bracciante, abbandonato dal datore di lavoro dopo che un macchinario rudimentale gli aveva tranciato un braccio nelle campagne di Latina, gli anestesisti rianimatori del San Camillo hanno dimostrato come un intervento immediato avrebbe potuto salvargli la vita. Intanto un nuovo caso a Salerno dimostra che la guerra al caporalato promessa dal governo non è mai iniziata. Quando è arrivato al pronto soccorso dell’ospedale San Camillo di Roma, il 17 giugno 2024, Satnam Singh aveva traumi su tutto il corpo ed era in fin di vita. Un macchinario agricolo rudimentale - un avvolgitore di plastica usato per raccogliere i teli che coprono le colture - gli aveva tranciato un braccio mentre lavorava nei campi in provincia di Latina. Il datore di lavoro Antonello Lovato, invece di chiamare i soccorsi, lo aveva caricato su un furgone insieme alla compagna e lasciato davanti a casa. L’arto amputato, trovato in una cassetta della frutta vicino ai cassonetti, è diventato il simbolo di una doppia vergogna: da una parte i padroni che continuano a sfruttare i braccianti, dall’altro la politica incapace di contrastare il caporalato. Satnam è morto dopo 48 ore di shock emorragico: oltre alla perdita del braccio, aveva costole e gambe rotte, lesioni al fegato e al pancreas. Lovato è imputato per omicidio colposo. Nell’ultima udienza la difesa ha cercato di dimostrare che il lavoratore non si sarebbe potuto salvare nemmeno con soccorsi tempestivi. Il consulente di parte Costantino Ciallella ha ridimensionato il peso clinico dell’amputazione: “Il braccio è stato un problema marginale, valorizzato nell’interesse mediatico”. Una tesi smentita dai soccorritori. L’anestesista Lorena Scattoni ha spiegato che “il tempo è essenziale quando si interviene su un politrauma”. Il processo a Lovato, che a luglio dovrebbe arrivare a sentenza, potrà fare giustizia per Satnam Singh, ma non basterà a fermare un sistema. Contrasto a rilento - La guerra al caporalato promessa dal governo non è mai iniziata. La legge 199 del 2016 - ultima risposta politica al problema - punisce lo sfruttamento del lavoro, ma interviene a fatti compiuti e, finora, non ha rappresentato un deterrente per gli imprenditori né una garanzia per i braccianti. Denunciare è difficile, chi lo fa è perché ha già trovato una via d’uscita dallo sfruttamento. Ma anche quando ci si rivolge alle forze dell’ordine, i risultati sono scoraggianti: i datori di lavoro non temono una condanna penale, specialmente se possono patteggiare. Dal punto di vista economico, poi, una condanna per sfruttamento non danneggia le aziende né la loro competitività. Il caso dei Lovato è emblematico. Il padre di Antonello, Renzo, era già sotto indagine per caporalato dal 2019, insieme ad altre quindici persone. Quell’inchiesta non era ancora approdata in tribunale quando Satnam Singh è morto. L’azienda ha continuato a produrre e Lovato avrebbe percepito oltre 131mila euro di fondi europei negli ultimi otto anni. Ora rischia il processo: il 15 maggio si svolgerà l’udienza preliminare. Sarebbe per lui un secondo processo. Renzo Lovato è infatti agli arresti domiciliari per l’inchiesta cosiddetta Satnam bis, sempre per caporalato, insieme al figlio Antonello. Questo procedimento riprenderà il 20 maggio. Senza una regolarizzazione del permesso di soggiorno svincolata dal contratto di lavoro, ogni bracciante rimane ostaggio del proprio padrone e finisce nell’invisibilità. La priorità, come ripetono da anni sindacati e associazioni, sarebbe modificare il Testo unico sull’immigrazione e superare la logica della Bossi-Fini. Ma quella volontà politica, al di là degli slogan, non è mai arrivata, da questo governo come dai precedenti. I decreti flussi non funzionano: nel 2025, secondo la campagna Ero Straniero, solo il 7,9 per cento delle quote si è trasformato in permessi di soggiorno. La gran parte dei lavoratori extracomunitari arriva in Italia e scopre di essere stato truffato, perché non esiste nessuna azienda italiana pronta ad assumerlo. E intanto i lavoratori stranieri continuano a morire, se non per lo sfruttamento sul lavoro, per le conseguenze prodotte dall’irregolarità. Lo dimostra la storia di Paul Neeraj, 36 anni, indiano, che nella notte tra il 10 e l’11 aprile è stato lasciato davanti al pronto soccorso del Ruggi d’Aragona di Salerno. Quando i medici gli hanno tagliato i pantaloni, hanno scoperto due gambe nere per via di una cancrena avanzata. È morto dopo due settimane. L’autopsia, eseguita dal medico legale Casaburi, ha stabilito che Neeraj soffriva di una grave cirrosi epatica e di un’insufficienza multiorgano causata da una setticemia partita dalle gambe e aggravatasi nel tempo fino a compromettere gli organi interni. Una malattia che inizialmente era stata collegata all’esposizione a sostanze chimiche senza protezioni, probabilmente nelle serre agricole o nell’industria tessile. La circostanza è stata smentita dagli esami medici e ora l’indagine potrebbe chiudersi con un’archiviazione. Neeraj era irregolare da quattro anni in Italia. Non è morto nei campi, impigliato in un macchinario o per le sostanze chimiche delle serre, ma è morto perché non poteva curarsi. Gli accertamenti della polizia indicano che aveva tentato di farlo con farmaci di fortuna, probabilmente procurati attraverso connazionali: l’unica rete sanitaria a cui aveva accesso. Senza documenti, presentarsi in un ospedale significa rendersi visibile allo stato e per chi vive nell’irregolarità, lo Stato non è un’istituzione a cui rivolgersi, ma un pericolo da evitare. Così Paul Neeraj ha lasciato che un’infezione diventasse cancrena, che la cancrena diventasse setticemia, che la setticemia gli bruciasse gli organi uno a uno. Il popolo iraniano illuso e poi abbandonato: il vero sconfitto della guerra di Antonella Mariani Avvenire, 9 maggio 2026 La retorica trumpiana aveva usato anche la “liberazione” degli iraniani per dare un senso all’attacco del 28 febbraio. Che ora si trovano tra l’incudine delle bombe e il martello della repressione. “Al grande e orgoglioso popolo iraniano: l’ora delle libertà è vicina”. “Help is on the way, stiamo arrivando a soccorrervi”. La retorica trumpiana ha usato anche l’argomento posticcio della “liberazione” per dare un senso all’attacco israelo-americano all’Iran del 28 febbraio scorso. Nessuno ha mai veramente creduto che nell’agenda dell’amministrazione Maga fossero realmente entrati dossier legati alla protezione dei diritti umani e della libertà di espressione, o alle garanzie legali per le detenute e i detenuti politici. Ma c’è stato un breve momento in cui - soprattutto tra una parte degli iraniani della diaspora - si era fatta largo una speranza. Flebile, ma pur sempre speranza, legata al protagonismo del figlio primogenito dell’ultimo Scià di Persia, Reza Pahlavi, in esilio negli Stati Uniti, che all’inizio dell’operazione Epic Fury era stato in grado di catalizzare un certo consenso soprattutto fuori dall’Iran. Ma oggi? Oggi il popolo iraniano è un’ombra di cartapesta sui grandi scenari geopolitici e soprattutto sugli interessi economici. I 14 punti per l’accordo di pace che si stanno faticosamente mettendo a punto, tra innumerevoli stop and go, contemplano decisive questioni strategiche e di grande impatto per il business mondiale: revoca progressiva del blocco navale americano in cambio dell’apertura dello Stretto di Hormuz; moratoria dell’arricchimento dell’uranio per un certo numero di anni in cambio del graduale scongelamento degli asset iraniani all’estero… Se poi la trattativa tra i negoziatori iraniani e americani non funzionasse, riparlerebbero le bombe. E il popolo iraniano? E le legittime aspirazioni a una vita libera dalla tirannia? Dimenticati. Ignorati. All’inizio della guerra c’era stata la vaga possibilità di una sollevazione interna contro la teocrazia, propiziata peraltro dagli omicidi mirati dei vertici del regime a opera delle bombe di Israele e Stati Uniti. Ma le divisioni nell’opposizione, l’assenza di una piattaforma condivisa e di una leadership riconosciuta, l’oscuramento selettivo di internet che ostacola da mesi le comunicazioni e la repressione condotta con metodi feroci ha trasformato da improbabile in impossibile il regime change dall’interno. E dunque, cosa resta al popolo iraniano? Lusingato, forse illuso, e poi, a conti fatti, ignorato. Nessun punto dei 14 elencati nel protocollo in discussione dai negoziatori iraniani e americani in queste ore contempla un accenno - anche minuscolo - ai diritti umani, neppure una nota scritta a matita ai margini, oppure un addendum per le future trattative. Nulla. Nemmeno quello che per parte della diaspora iraniana all’estero, indignata per l’ondata di esecuzioni di giovanissimi che si registra nel Paese, potrebbe essere il minimo sindacale: la richiesta di processi a Tribunali aperti, alla presenza di difensori. E invece c’è un’altra prospettiva da brivido, che il presidente Donald Trump ha espresso confusamente il 4 maggio durante un’ampia intervista al The Hugh Hewitt Show: il popolo iraniano ha bisogno di armi per sfidare i suoi oppressori, cioè le forze governative. “Non puoi avere una popolazione disarmata contro persone con Ak-47. Devono avere armi; non appena le avranno, combatteranno come chiunque altro”. Un’idea condivisa dal senatore Lindsey Graham, che martedì in un’intervista a Fox News ha descritto l’idea di “rifornire di armi il popolo iraniano affinché possa scendere in piazza armato e ribaltare le sorti della battaglia in Iran”. Uno scenario da guerra civile, che davvero nessuno potrebbe auspicare. Il vero sconfitto in questa guerra insensata, comunque si svilupperanno le trattative, sarà dunque il popolo iraniano: prima incitato poi ignorato. Bombardato. Isolato dal resto del mondo. Oggi gli iraniani vivono in un Paese militarizzato, in cui le infrastrutture sono state devastate, l’inflazione galoppa, l’economia è a terra. Il regime nel frattempo ha rinserrato le file contro i nemici e aumentato la repressione, impiccando decine di prigionieri politici senza un regolare processo dall’inizio della guerra, e richiudendo in carcere 40mila persone con accuse relative alla “sicurezza nazionale”, per lo più sospettate di “amicizia” con Israele o con gli Usa. Chi si preoccupa di loro? Repubblica dominicana. Italiano in attesa di estradizione morto in carcere tg24.sky.it, 9 maggio 2026 Loris Di Castri, 53 anni, è morto nel carcere di Najayo-Hombres dove era detenuto in attesa di estradizione in Italia per presunto traffico di droga. Lo riferiscono fonti ufficiali citate dall'agenzia spagnola Efe. L’uomo è stato trovato senza vita nel suo letto da un compagno di cella. L’uomo è stato trovato nel suo letto, senza vita, da un compagno di cella. Il suo corpo è stato trasferito all'Istituto Nazionale di Scienze Forensi (Inacif) per un'autopsia volta a determinare le cause della morte. Un italiano ricercato nel nostro Paese per presunto traffico di droga è morto ieri nel carcere di Najayo-Hombres, nella Repubblica Dominicana, dove si trovava detenuto da oltre un mese in attesa di estradizione. La notizia è stata riferita da fonti ufficiali citate dall’agenzia spagnola Efe. Si tratta di Loris Di Castri, 53 anni, detenuto nel carcere della città di San Cristóbal.