Così si abbassa il sipario sul teatro in carcere di Ilaria Dioguardi vita.it, 8 maggio 2026 In molti istituti penitenziari non è più possibile fare le rappresentazioni teatrali di fronte a un pubblico. A seguito di una Circolare Dap dello scorso ottobre, che centralizza le decisioni sulle attività educative e ricreative dei detenuti delle carceri, tante attività non ricevono il nulla osta dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. La normativa si applica se nell’istituto sono presenti sezioni di alta sicurezza, collaboratori di giustizia o detenuti al 41-bis e coinvolge anche attività destinate ai ristretti di media sicurezza. “Questa “chiusura” del carcere è contraria ai principi europei sull’esecuzione penale”. La denuncia di Elisabetta Zamparutti, tesoriere di Nessuno tocchi Caino e componente del Comitato europeo per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa in rappresentanza dell’Italia. Sono passati più di sei mesi dalla circolare del 21 ottobre 2025 che subordina all’approvazione del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria-Dap la realizzazione di attività trattamentali, culturali e ricreative negli istituti penitenziari in cui sono presenti circuiti di alta sicurezza, collaboratori di giustizia o detenuti sottoposti al regime del 41-bis e riguarda anche le attività destinate ai detenuti di media sicurezza. Qual è la situazione? “Il rapporto dei detenuti con l’esterno è messo in crisi. Molte attività non stanno ottenendo il nulla osta. Quest’atmosfera del carcere è contraria alle norme penitenziarie europee che impongono di favorire i legami con la comunità esterna come elemento fondamentale del trattamento”, dice Elisabetta Zamparutti, tesoriere di Nessuno tocchi Caino e componente del Comitato europeo per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa in rappresentanza dell’Italia. Zamparutti, com’è la situazione per quanto riguarda le attività trattamentali nelle carceri italiane? La situazione è cambiata in peggio, alla luce della circolare adottata dal direttore generale dei Detenuti e del Trattamento Ernesto Napolillo, dello scorso ottobre. Rispetto a tutte le carceri dove ci sono regimi di alta sicurezza, sezioni 41-bis o collaboratori di giustizia, il Dap accentra su di sé le autorizzazioni (poi questo termine è stato modificato in nulla osta), per quanto riguarda le attività che si svolgono in un istituto. Il provvedimento coinvolge soprattutto le sezioni di alta sicurezza, ma impatta anche sulle attività della media sicurezza. Quindi, se in un istituto di pena c’è l’alta sicurezza… …Tutto viene “irregimentato”, da un po’ di mesi. Questo lo abbiamo direttamente constatato, in base alle visite che, come Nessuno tocchi Caino, effettuiamo negli istituti penitenziari, e prestando attenzione alla situazione che si è venuta a creare. Nelle carceri di Saluzzo (Cuneo), di Civitavecchia (Roma), di Rebibbia nella Capitale, ad Opera a Milano abbiamo constatato che non sono stati dati dei nulla osta. Questa “chiusura” del carcere incide molto sull’atmosfera che si crea, al di là della spicciola normativa, come può essere quella di una circolare. Ci spieghi meglio... Si sta creando un’atmosfera securitaria tale per cui, ad esempio, i vari circuiti, come alta sicurezza e media sicurezza, non possono più svolgere attività in comune. Si sta impedendo quello scambio che ci può essere tra i vissuti, tra le esperienze. Un detenuto può avere compiuto fatti più gravi rispetto ad un altro, aver trascorso più tempo in carcere rispetto ad un altro; è importante sentir parlare qualcuno che ha già trascorso tanto tempo in un istituto e che ha rivisto il proprio modo di pensare e di agire. Parlarne ad altri è anche un fatto educativo e formativo. Impedire questo dialogo è fortemente limitante. Ma soprattutto si è venuta a creare un’altra situazione. Quale? Il rapporto dei detenuti con l’esterno è messo in crisi. Mi riferisco, per esempio, a quanto abbiamo riscontrato nel carcere di Opera a Milano, dove i detenuti di alta sicurezza si sono visti limitare la loro attività teatrale. Ci sono uomini adulti, anche anziani, che hanno avuto per molti anni la possibilità di fare un’attività teatrale molto importante, di sperimentare la possibilità di essere interpreti in un ruolo diverso. Entrare in una “parte”, come permette il teatro, fa capire anche che è possibile comportarsi e pensare diversamente. In che modo è stata limitata l’attività teatrale? In molti istituti non è più possibile fare la rappresentazione di fronte a un pubblico, questo ad Opera a Milano, ma anche, ad esempio, nel carcere di Rebibbia, con il laboratorio teatrale di Fabio Cavalli, che in maniera analoga fa un lavoro straordinario. A teatro si recita per farsi dire “bravo”, per ricevere un applauso, altrimenti è come se recitassi allo specchio. È proprio il senso di una pedagogia al negativo che significa regressione. Quest’atmosfera securitaria fa sì che ci sia una regressione che è contraria non solo all’impostazione del nostro ordinamento penitenziario, ma anche alle regole europee che impongono di favorire i legami con la comunità esterna, un elemento fondamentale del trattamento: i detenuti gridano il loro bisogno di contatto con la comunità esterna. Sentirsi negare la possibilità di esibirsi dopo aver fatto teatro porta a vivere un disconoscimento tale per cui anche la loro mente entra in crisi. Vuole dirci qualche testimonianza delle persone detenute? Un detenuto mi ha detto: “Ma come ho fatto, sono arrivato fino a qui e adesso mi sento come respinto, rifiutato? Io mi sento ributtato indietro in una condizione simile a quella del 41-bis, in isolamento”. Questo è estremamente doloroso e contrario anche all’idea di un’attività, di una organizzazione del carcere improntata ad attività trattamentali volte alla risocializzazione, all’educazione, a un andare avanti, ad una progressiva riabilitazione di recupero, di cambiamento. Diventa violento il fatto di non essere riconosciuti. Se una persona in carcere fa attività teatrale, ma poi viene negata la possibilità di esibirsi davanti ad un pubblico, gli viene negata l’identità. È un maltrattamento non molto diverso da uno fisico. Se nego la tua identità, la tua capacità di fare bene è una forma di violenza, fa male. eraltro, abbiamo in Italia un’attività di volontariato in maniera totalmente gratuita, a supporto dello Stato. Le attività non comportano un investimento finanziario, dei costi, vengono svolte a titolo volontario da tante persone, da molte associazioni e organizzazioni. Quest’atmosfera purtroppo ha delle ricadute. Che ricadute? Delle ricadute pratiche. Quest’atmosfera del carcere è contraria alle regole penitenziarie europee che impongono di favorire i legami con la comunità esterna come elemento fondamentale del trattamento. Una regressione trattamentale senza criteri chiari, come sta di fatto avvenendo adesso, pone un problema rispetto alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo-Cedu, rispetto anche all’aspettativa legittima dei detenuti a poter avere degli strumenti a disposizione che vengono messi fortemente in crisi. Ribadisco, sono le scelte politiche a creare un’atmosfera. Nelle carceri c’è un’oggettiva condizione per cui non si va avanti, se non addirittura si torna indietro. Qualche altra attività che sta avendo problemi? Vorrei parlare dell’istituto penitenziario “Rodolfo Morandi” di Saluzzo dove a mancare non è lo spazio (come accade per la maggior parte delle carceri italiane per il sovraffollamento) ma le attività. Da un lato, la regione Piemonte non ha ancora pubblicato il bando per finanziare i corsi professionalizzanti, per le persone detenute questo significa la negazione della possibilità di costruire un futuro diverso da quello che è stato il passato. Dall’altro, un crescente accentramento del Dap delle autorizzazioni alle attività che comportano relazioni con l’esterno è risultato nella limitazione (per non dire negazione) dell’ingresso della comunità esterna. Descrivono bene la situazione le mancate autorizzazioni alle attività che da tempo conducono associazioni come “Liberi dentro”, “Cascina Macondo” e Voci erranti”. Non è potuto entrare il coro degli studenti dell’istituto Soleri-Bertoni per il Natale 2025, non sono potuti entrare gli studenti coinvolti nel progetto “Adotta uno scrittore” legato al Salone del Libro di Torino e attivo da 15 anni (VITA ne ha scritto QUI, ndr). In carcere non è potuto entrare neanche il giornalista Matteo Caccia di Radio24, a conclusione di un laboratorio di scrittura, e non è potuto entrare neanche il gruppo di lettura legato al gemellaggio tra il carcere e la biblioteca civica di Settimo Torinese. Ma c’è dell’altro. Cos’altro? Come se non bastasse, se non sono potute entrare dall’esterno persone legate ai progetti di “Liberi dentro”, nell’ambito dei progetti di “Cascina Macondo” perfino i testi scritti dai detenuti non sono potuti uscire dal carcere. In questo clima poteva forse essere autorizzato il corso di teatro, animato da “Voci erranti”, che prevede il coinvolgimento di operatori esterni? No. Dopo la circolare del 21 ottobre 2025 a firma Napolillo, il Dap aveva emesso una nuova circolare che aggiustava la discussa direttiva. Il documento firmato il 1 dicembre 2025 dal direttore generale dei Detenuti e del Trattamento ridisegnava le regole per l’ingresso della comunità esterna nelle carceri, affermando che il dipartimento ha massimo 48 ore di tempo per concedere il nulla osta alle attività, sia rivolte a detenuti dell’alta sicurezza sia a ristretti della media sicurezza, se nell’istituto di pena è presente la sezione di alta sicurezza. Con quella circolare hanno cambiato il termine “autorizzazione” in “nulla osta”, hanno comunicato che la richiesta di svolgere un incontro o un’attività deve essere avanzata massimo sette giorni prima dall’evento, con l’impegno del Dap a decidere entro 48 ore dall’arrivo della richiesta. Ma il fatto è che, per svolgere molte attività, non arriva proprio il nulla osta del Dap. E si tende a tenere l’alta sicurezza divisa dalla media sicurezza. Ad esempio, i laboratori “Spes contra spem” tenuti in molti istituti da Nessuno tocchi Caino, fino a prima della circolare li tenevamo tenendo insieme i vari regimi: AS1 in una parte del teatro, AS2 in un’altra e media sicurezza in un’altra ancora. Da 10 anni continuiamo a farli e non è mai accaduto nulla, ora li svolgiamo senza poter più tenere insieme le persone. Ma ripeto, è proficuo lo scambio anche tra di loro, non solo con noi. Ringraziamo l’amministrazione penitenziaria di poterli ancora svolgere. Noi entriamo dando un conforto importante a chi, spesso, altre attività non le può più fare. E non abbiamo idea di quanto sia importante il collegamento con la società esterna che è parte costitutiva, fondativa dell’attività trattamentale. E significative sono le Mandela Rules, le regole penitenziarie approvate dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite per cui i significativi contatti umani sono fondamentali (individuano in 22 ore quotidiane la soglia superata la quale, in assenza di interazioni umane significative, si può parlare di isolamento e stabiliscono la soglia dei 15 giorni come termine da non oltrepassare in nessun caso, che corrisponde al termine massimo previsto in Italia, ndr). Non ci si fida più. Bisogna interrompere questo circolo vizioso e ripartire con un circolo virtuoso. Da dove iniziare, per ripartire con un circolo virtuoso? Innanzitutto dal fatto di non vedere nemici. Non ci sono nemici, ci sono persone che la pensano diversamente da come la pensiamo noi. Bisogna dialogare sempre, non criminalizzare mai nessuno, neanche se magari ha adottato una delibera infelice. Occorre dialogare, spiegare, parlare e far leva sulla parte buona che c’è, anche nello Stato, anche se adesso si sta manifestando un certo tipo di impostazione. Siamo un Paese che è stato capace di adottare una riforma come quella del 1975 e siamo stati capaci di fare molto. Basta avere fiducia in quello che siamo capaci di fare tutti, anche come comunità penitenziaria. Ed è importante continuare ad avere speranza. Nessuno tocchi Caino ha il motto Spes contra spem... Che è quello che costantemente diciamo in carcere. Sperare contro ogni speranza, senza aspettare che siano gli altri a fare quello che vorremmo facessero. Bisogna aprire le porte, in questo caso alla società esterna. Anche se le attività non ci sono, bisogna tenere un comportamento all’insegna della non violenza, all’insegna della speranza e continuare a coltivare quel modo di comportarsi tale per cui, quello che chiedi, un giorno ti verrà riconosciuto. Non bisogna arrabbiarsi e occorre dialogare facendo presente quello che funziona e quello che non funziona. Ribadisco, prima di tutto non bisogna perdere la speranza, anzi coltivarla, incarnarla sappiamo che si può fare tanto anche nelle carceri. Cerchiamo di spiegare com’è importante questo atteggiamento, come possa aiutare a stare tutti meglio anche nella comunità penitenziaria. Un approccio diverso non giova a nessuno. Se ci sono detenuti che soffrono, di riflesso soffre il personale che ci lavora, polizia penitenziaria compresa. Dobbiamo operare per un circolo virtuoso che aggiunga più formazione, più cultura, più apertura. Nuova circolare del Dap sulle attività trattamentali negli istituti di media sicurezza gnewsonline.it, 8 maggio 2026 Dopo gli esiti del monitoraggio nazionale condotto sulla fase sperimentale degli ultimi mesi, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ha emanato una nuova circolare sulle attività trattamentali negli istituti di media sicurezza. Il provvedimento restituisce ai Provveditori regionali un ruolo centrale nella programmazione e nel coordinamento delle attività da realizzare negli istituti di competenza, nell’ottica di garantire maggiore uniformità ed efficacia sul territorio nazionale. Tra le principali novità introdotte, è previsto un sistema di report periodici ogni quattro mesi, finalizzato a verificare l’andamento delle attività trattamentali e a rafforzarne la qualità e l’impatto. Accanto all’attività di monitoraggio, la circolare prevede anche un percorso di valorizzazione delle iniziative virtuose, che saranno selezionate e diffuse come modelli replicabili, con l’obiettivo di promuovere le migliori pratiche all’interno negli altri territori. Quei detenuti condannati alla tossicodipendenza di Enrico Mingori The Post Internazionale, 8 maggio 2026 Nelle carceri italiane quasi un detenuto su tre è tossicodipendente: parliamo di circa 20mila carcerati su 62mila. La maggioranza di loro è assuefatta alla cocaina o al crack, mentre un quarto è schiavo di oppioidi come l’eroina. Contrariamente a quel che si sente ripetere spesso con una buona dose di superficialità, la tossicodipendenza non è un “tunnel da cui uscire”, ma una patologia cronica e recidivante che richiede precisi trattamenti sanitari. Eppure, dietro le sbarre, proprio quando sono nelle mani dello Stato per 24 ore al giorno, queste persone ricevono in molti casi un’assistenza non all’altezza. I numeri del caos - Nei 189 istituti penitenziari del nostro Paese i detenuti tossicodipendenti vengono seguiti dalle aziende sanitarie territoriali, da 36 servizi strutturati e da 146 équipe per le dipendenze. Ma solo 152 carceri possono contare su SerD (Servizi per le Dipendenze) interni alla struttura. Le altre 37 (un quinto del totale) devono arrangiarsi facendo affidamento soltanto sul risicato personale sanitario interno e sul supporto esterno delle Asl locali. Ancora più critico è il dato sugli Icatt, gli istituti di custodia attenuata per il trattamento delle tossicodipendenze, centri pensati appositamente per detenuti con problemi di dipendenza da sostanze: in tutta la penisola se ne contano appena 12, per un totale di 417 posti disponibili, che per giunta nemmeno risultano del tutto occupati. “In alcuni casi si ricorre a consulenze esterne o a trasferimenti verso strutture dotate di servizi specifici, ma talvolta le soluzioni risultano discontinue e insufficienti”, spiega a TPI l’avvocata Irma Conti, componente del collegio del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale. “Ne consegue la difficoltà nel garantire continuità terapeutica e programmi riabilitativi strutturati”. “Il carcere, nella sua configurazione attuale, difficilmente rappresenta un ambiente adeguato al trattamento della tossicodipendenza”, osserva Conti. La tossicodipendenza, sottolinea la garante, è “una condizione sanitaria complessa che richiede continuità di cura, supporto psicologico e programmi riabilitativi personalizzati. L’ambiente detentivo, invece, è spesso caratterizzato da sovraffollamento, carenza di risorse e limitate opportunità terapeutiche e trattamentali, fattori che possono aggravare la condizione del detenuto anziché favorirne il recupero e la cura”. Nel 2024 il 57% dei detenuti tossicodipendenti ha ricevuto trattamenti integrati farmacologici e psico-sociali, il 21% è stato supportato unicamente dal punto di vista psico-sociale e il 12% esclusivamente da quello farmacologico. Il 6% è stato invece affidato a comunità terapeutiche esterne come misura alternativa al carcere. Tuttavia, in quasi un caso su due, questa soluzione non ha prodotto gli effetti sperati: considerando anche i detenuti agli arresti domiciliari e i dipendenti da alcol, il 44% degli affidamenti è stato infatti revocato in corso d’opera. Casi virtuosi / 1 - Nell’assistenza ai detenuti tossicodipendenti, però, non è tutto da buttare. “In alcuni casi, grazie alle capacità specifiche delle professionalità sanitarie, è proprio in carcere che avviene la presa in carico da parte dei servizi territoriali di persone che, in libertà, non erano state individuate come tossicodipendenti”, sottolinea la garante Conti. Al Regina Coeli di Roma, per esempio, circa il 30% delle diagnosi sono “prime diagnosi”: significa che quelle persone, fino al momento del loro ingresso in carcere, non erano mai entrate in contatto con i servizi sanitari per il trattamento della loro patologia. La casa circondariale capitolina è oggi un esempio virtuoso nella gestione delle tossicodipendenze. Merito anche del modello organizzativo predisposto dall’Asl Roma 1 a partire dal 2022. Prima di allora i pazienti del Regina Coeli erano assistiti da due équipe di lavoro esterne e separate: una focalizzata sulla salute mentale e una sulle dipendenze. Dal 2022, invece, l’Asl ha accorpato le due équipe in un’unica unità operativa integrata - denominata “Salute mentale e dipendenza in ambito penale” - che è incardinata stabilmente all’interno dell’istituto. “In questo modo si evitano sprechi, frammentazioni e rischi di sovrapposizione nei trattamenti: abbiamo una visione unitaria delle problematiche di ogni singolo paziente”, spiega a TPI la dottoressa Adele Di Stefano, responsabile dell’unità operativa. Da allora l’approccio ai piani di trattamento è profondamente cambiato. Un’importante novità ha riguardato la gestione delle misure alternative alla detenzione. “In precedenza - spiega Di Stefano - molti affidamenti in comunità venivano interrotti prima della fine del programma. Studiando il fenomeno, abbiamo notato che spesso i pazienti in questione non avevano alcuna consapevolezza del percorso che li attendeva oppure venivano mandati in strutture che poco corrispondevano al loro profilo clinico. Abbiamo quindi introdotto un trattamento motivazionale, individuale o di gruppo, volto a individuare la soluzione migliore per quella specifica persona e a farle acquisire consapevolezza della patologia e motivazione al trattamento”. “Così - sottolinea la dottoressa - siamo passati da una percentuale di interruzione dei programmi del 60% a circa il 10%”. Un’altra innovazione di primaria importanza introdotta al Regina Coeli - e da solamente altri 23 istituti in Italia - è quella delle terapie long-acting: anziché essere somministrati tutti i giorni, i farmaci per il trattamento della tossicodipendenza vengono somministrati una volta alla settimana o una volta al mese, utilizzando una specifica formulazione iniettabile a rilascio lento prolungato. Questa metodologia - applicata in particolare per i farmaci antagonisti degli oppiacei - consente non solo di migliorare la qualità di vita del detenuto, liberandolo dall’assunzione quotidiana della terapia, ma anche di limitare i fenomeni - purtroppo frequenti nelle carceri - di “misuso” e “diversione” dei farmaci, ossia l’uso improprio rispetto alle prescrizioni e la cessione a terzi. “Prima di introdurre questa novità - racconta Di Stefano - abbiamo fatto un lavoro di preparazione: abbiamo cioè spiegato ai detenuti, sia individualmente sia in gruppo, in cosa consisteva questa nuova formulazione e quali vantaggi avrebbero avuto loro come pazienti. Abbiamo risposto a tutte le relative domande. Inoltre, prima di procedere, quando ancora le somministrazioni erano quotidiane, abbiamo effettuato un lavoro di monitoraggio clinico costante sulla corretta assunzione dei farmaci, verificando che non si facesse misuso o diversione del farmaco. In questo modo - fa notare la dottoressa - siamo riusciti a registrare un’adesione del 100% dei detenuti tossicodipendenti alla terapia long-acting”. Casi virtuosi / 2 - Le formulazioni di buprenorfina longaction iniettabile, commercializzate in Italia da Molteni Farmaceutici, sono state introdotte recentemente anche nell’altro grande carcere capitolino, Rebibbia, su input questa volta dell’Asl Roma 2. “Le terapie long-acting rappresentano un vero cambio di paradigma nella gestione del disturbo da uso di oppioidi, conferma Rita Fabbo, Health Value Demonstration e Corporate Affairs Officer di Molteni: “A differenza della terapia quotidiana, soggetta a fluttuazioni cinetiche con continui picchi e valli, l’iniezione sottocutanea garantisce una concentrazione plasmatica costante. Questa stabilità farmacologica favorisce l’aderenza al trattamento, riducendo drasticamente il rischio di ricadute e di overdose. Inoltre, l’erogazione in ambiente protetto azzera il rischio di diversione, manipolazione o ingestione accidentale. Liberare il paziente dall’obbligo della somministrazione quotidiana significa restituirgli autonomia e dignità: una scelta che non solo facilita il reinserimento lavorativo e familiare, ma abbatte definitivamente lo stigma associato alla patologia”. A Rebibbia, inoltre, nelle scorse settimane è stato avviato un percorso di studio avanzato per la realizzazione di una Casa della Comunità all’interno del polipenitenziario, nell’ottica di “riconoscere al detenuto la stessa dignità assistenziale di ogni altro cittadino, in piena aderenza ai principi costituzionali e alla visione di una sanità pubblica capace di raggiungere ogni persona, senza esclusioni”. Il progetto è rivolto ai detenuti con disturbo da uso di oppiacei, che nell’istituto romano rappresentano approssimativamente il 30% della popolazione carceraria. L’intervento, avviato il 20 aprile, ha inizialmente coinvolto una ventina di pazienti seguiti dal SerD interno e sarà progressivamente esteso. Tagli su tagli - Senza adeguati investimenti economici da parte delle istituzioni, tuttavia, si può far ben poco. Secondo il campione osservato da Antigone nel suo ultimo rapporto annuale, in due penitenziari su tre non è presente un medico 24 ore su 24. “Nelle carceri la situazione è ormai drammatica e abbandonata a se stessa”, dice a TPI Giuseppe Lumia, ex parlamentare del Pd e padre della legge del 1999, che porta il suo nome, sui servizi per le tossicodipendenze: “Dentro gli istituti lo spaccio di sostanze è ricorrente, gli operatori sanitari e sociali delle dipendenze sono ridotti al lumicino e hanno un carico di lavoro del tutto insostenibile. Anno dopo anno, si è preferito chiudere gli occhi e ridurre così il carattere educativo e trattamentale che la Costituzione assegna alla funzione della pena”. “In questa legislatura - prosegue - il Governo ha scelto di intervenire solo sul profilo custodiale e ha ridotto gli investimenti in rapporto al Pil nella sanità pubblica, in generale, e in quella carceraria e delle dipendenze, in particolare. Abbiamo un deficit di operatori e di risorse che mette in serio pericolo lo stato di salute dei detenuti, soprattutto se dipendenti”. Per colmare il gap, secondo Lumia, occorre predisporre una serie di “interventi mirati”, tra cui “strutturare per differenti tipologie di detenuti il percorso carcerario”, “rafforzare gli organici dei professionisti sanitari e sociali”, “programmare e consentire in tutti gli istituti penitenziari l’uso di farmaci a lungo rilascio” e “consentire la presa in carico dei detenuti con dipendenze accertate nelle Comunità Terapeutiche attraverso piani condivisi con i Servizi pubblici dei Serd, per evitare una deleteria delega in bianco che può minare la serietà della cura e la possibilità di sviluppare percorsi alternativi efficaci e sicuri”. In Italia, ricorda l’ex deputato e senatore (in parlamento dal 1994 al 2018), “abbiamo costruito un “sistema a rete” di politiche di prevenzione, cura e reinserimento sociale, che ha nel paradigma dell’integrazione il suo focus strategico: integrazione nell’approccio terapeutico, integrazione tra SerD, Comunità Terapeutiche e Servizi di Prossimità, integrazione tra la dimensione bio-psicoeducativa e quella sociale”. “Si tratta di una rete territoriale - sottolinea Lumia - che ha consentito al nostro Paese di assumere un ruolo di guida, a livello internazionale, nella capacità di presa in carico delle persone in stato patologico di dipendenza, sia da sostanze sia da comportamenti”. Oggi, però, prosegue l’ex parlamentare, “il settore sanitario delle politiche pubbliche sta subendo una costante erosione di risorse umane e finanziarie”. Così, “mentre le dipendenze crescono, raggiungono tutte le condizioni sociali e colpiscono le nuove generazioni a ritmo allarmante, si registra un calo vertiginoso di personale specializzato e una perdita costante di autonomia dipartimentale nei Servizi delle Dipendenze”. E “altrettanto accade per le Comunità Terapeutiche e i Servizi di Prossimità, rispetto ai quali non soltanto non si investe in modo adeguato, ma viene anche depotenziata la possibilità di intervenire in modo precoce, personalizzato e costante, soprattutto sulle comorbilità da doppia e pluridiagnosi”. “I risultati prodotti in ben quattro anni di governo sono molto deludenti”, conclude Lumia: “Le aspettative erano state alimentate da annunci roboanti”, ma “si è preferito smontare in silenzio il sistema di Welfare Sanitario che in Italia aveva raggiunto alti livelli di presa in carico globale e prestazionale”. Scontro tra FDI e Lega attorno alla gestione del Dap. Balboni ancora senza deleghe di Ermes Antonucci Il Foglio, 8 maggio 2026 Il nuovo sottosegretario Balboni è ancora senza deleghe: il partito di Meloni rivuole la guida dell’amministrazione penitenziaria, affidata a Ostellari dopo le dimissioni di Delmastro, ma la Lega si oppone. Non c’è pace al ministero della Giustizia, anche dopo l’uscita di scena del sottosegretario Delmastro e del capo di gabinetto Bartolozzi. Anzi, proprio attorno alla figura del successore di Delmastro, Alberto Balboni, si registrano forti tensioni tra Fratelli d’Italia e Lega. Il 22 aprile Balboni (FdI) ha assunto la carica di sottosegretario, ma da allora non gli sono ancora state conferite deleghe specifiche. Dopo le dimissioni di Delmastro, la delega all’amministrazione della Polizia penitenziaria (Dap), ritenuta fondamentale da FdI sul piano elettorale, è stata affidata al sottosegretario leghista Ostellari, al quale già spetta la gestione delle carceri. Il partito di Meloni ora vorrebbe che il Dap ritornasse sotto il suo controllo, ma la Lega si oppone. Secondo quanto risulta al Foglio, Fratelli d’Italia starebbe insistendo affinché a Balboni venga attribuita la gestione dell’amministrazione penitenziaria (in precedenza affidata al meloniano Delmastro), ma Ostellari si sarebbe opposto all’ipotesi di rinunciare alla delega ricevuta appena un mese fa. Di fronte alle insistenze di FdI, il sottosegretario leghista si sarebbe persino spinto a minacciare la rinuncia anche alla delega sulla gestione delle carceri. Come a dire: “Se mi togliete il Dap, allora prendetevi anche le carceri”. L’opposizione di Ostellari non sembra essere affatto un capriccio, dettato da ragioni ideologiche o di partito. La verità è che ad apparire paradossale era stata la separazione all’origine tra la delega alla gestione delle carceri e la delega alla gestione della Polizia penitenziaria. Una divisione dovuta, appunto, alle richieste di Fratelli d’Italia, che voleva a tutti i costi mettere il cappello sull’amministrazione degli oltre trentamila agenti di Polizia penitenziaria, importantissimo bacino elettorale per il partito di Meloni. Una divisione, però, illogica e disfunzionale, perché per amministrare bene le carceri bisognerebbe poter amministrare anche la Polizia penitenziaria, che costituisce uno degli attori principali del sistema penitenziario nazionale. L’opposizione di Ostellari a restituire la delega del Dap risulta quindi del tutto comprensibile, almeno se si mette al centro l’esigenza di gestire in modo efficiente il sistema carcerario. Occorrerà vedere come andrà a finire il braccio di ferro tra Fratelli d’Italia e Lega. Se il partito di Meloni insisterà per riavere la gestione del Dap si potrà arrivare alla rottura prospettata da Ostellari, che rinuncerebbe anche alla delega sul trattamento dei detenuti. Questo però determinerebbe una spaccatura tra FdI e Lega. In questo contesto, da Lussemburgo arrivano dati non incoraggianti proprio sul fronte del sistema penitenziario italiano, in particolare sul sovraffollamento delle carceri. L’Eurostat, l’ufficio di statistica dell’Unione europea, ha infatti evidenziato - sulla base dei dati riferiti al 2024 - che 13 paesi dell’Unione hanno celle carcerarie sovraffollate. Le situazioni più critiche si registrano a Cipro, con un tasso di occupazione di 227,6 persone su 100 posti, in Slovenia (134,2 per cento), in Francia (129,3 per cento), in Croazia (122,5 per cento) e appunto in Italia (122,4 per cento, in aumento dal 119,1 del 2023). Mercoledì, in un’audizione alla commissione Giustizia della Camera, il commissario straordinario per l’Edilizia penitenziaria, Marco Doglio, ha spiegato che il programma elaborato in questi mesi “prevede la realizzazione e messa in funzione nel triennio 2025-2027 di oltre 6.000 nuovi posti detentivi con una spesa di 450 milioni”. “I posti derivanti dall’attuazione del programma, unitamente a quelli derivanti dall’attuazione del piano del governo per l’edilizia penitenziaria 2025-2027, dovrebbero complessivamente attestarsi in circa 10.600 posti detentivi nuovi fornendo una considerevole risposta al problema del sovraffollamento carcerario”, ha aggiunto. Per vedere i primi risultati, dunque, bisognerà attendere il 2027. Intercettazioni, l’infondato allarme di Melillo di Francesco Carotenuto L’Unità, 8 maggio 2026 Occorre innanzitutto chiarire ai non addetti ai lavori che l’attuale questione, sollevata dal Procuratore Antimafia Dott. Giovanni Melillo, di modificare - o meglio, allargare - i confini delle intercettazioni, attraverso la modifica o la pura e semplice abrogazione dell’art. 270 c.p.p., non ha nulla a che vedere con la Politica né con l’amministrazione della giustizia né tantomeno con l’amministrazione degli affari interni. È pertanto singolare e fonte di incertezza che la lettera “aperta” del Procuratore abbia come principali destinatari i ministri della Giustizia e dell’Interno, in quanto ai sensi dell’art. 71 Cost. è il Governo quale organo unitario, e non i singoli Ministri, ad avere il potere di iniziativa legislativa. La questione dell’ambito applicativo delle intercettazioni e quella conseguente della utilizzabilità delle stesse sono, infatti, esclusivamente giuridiche, in quanto è innanzitutto compito del Legislatore contemperare l’esigenza investigativa di ricorrere alle intercettazioni con il valore costituzionale della inviolabilità della libertà e della segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione, sancito dall’art. 15 della Costituzione. A tal fine, il vigente sistema processuale penale non solo stabilisce i presupposti e i requisiti necessari per l’utilizzo ponderato e non indiscriminato dello strumento investigativo delle intercettazioni, ma soprattutto ribadisce e regolamenta il principio costituzionale secondo cui il controllo su ogni utilizzo concreto di questo strumento limitativo del diritto di libertà e segretezza delle comunicazioni private deve essere operato dal Giudice per le Indagini Preliminari con decreto motivato. Ed è l’obbligo di motivazione che consente all’interprete di verificare in ogni singolo caso concreto che il controllo del Giudice terzo sia stato effettivo e non solo apparente. In questo ambito si colloca l’art. 270 comma 1 c.p.p., che stabilisce che i risultati delle intercettazioni non possono essere utilizzati in procedimenti diversi da quelli nei quali sono stati disposti, salvo che risultino rilevanti e indispensabili per l’accertamento di delitti per i quali è obbligatorio l’arresto in flagranza. Dall’interpretazione sistematica di tale norma discende che tale inutilizzabilità non è solo un limite valutativo, ma determina soprattutto la necessità applicativa di un nuovo controllo del Giudice - e quindi di un nuovo decreto motivato - ogni qual volta emergano, nel corso di intercettazioni autorizzate dal GIP per determinati reati (per i quali siano già stati accertati gravi indizi), ipotesi di reati “diversi”. A meno che tali reati diversi siano talmente gravi (specificamente indicati nell’art. 380 c.p.p.) per cui sia obbligatorio l’arresto in flagranza. A ciò va aggiunto che la Giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione, a partire dalle Sezioni Unite del 2020 (c.d. sentenza Cavallo), ha escluso dal divieto di utilizzabilità e dalla connessa necessità di un nuovo decreto autorizzativo i casi in cui i reati diversi siano connessi ex art. 12 c.p.p. e solo se per tali reati l’intercettazione sia ammissibile ai sensi degli artt. 266 e 267 c.p.p.. Pertanto, la norma di cui all’art. 270 c.p.p. non fa che ribadire la necessità di un controllo giurisdizionale ogni qual volta emerga la necessità investigativa di ricorrere allo strumento delle intercettazioni e conseguentemente il divieto delle intercettazioni c.d. “a strascico”. E ciò a tutela del diritto costituzionale della libertà e segretezza delle conversazioni private previsto dall’art. 15 della Costituzione. Dai principi di diritto sopra evidenziati discende che la soluzione proposta dal Procuratore Antimafia, consistente nella modifica o nella abrogazione dell’art. 270 c.p.p., solleva non pochi dubbi di illegittimità costituzionale. Del resto, l’attuale sistema di tutela e di controllo costituzionale da parte del Giudice terzo giammai può essere considerato idoneo a vanificare lo forzo di potenziamento degli strumenti di contrasto della criminalità organizzata e del terrorismo. In primo luogo, i reati elencati nella lettera (quali il traffico di rifiuti, lo scambio elettorale mafioso, il riciclaggio, i reati finanziari, societari e fiscali, la corruzione) non possono essere “travolti” dall’attuale sistema normativo, in quanto gli stessi sono evidentemente connessi ex art. 12 c.p.p. (quali reati-fine) con i reati di associazione mafiosa per i quali sono state autorizzate le intercettazioni, con la conseguenza che queste ultime sono pienamente utilizzabili secondo la consolidata giurisprudenza di legittimità. Lo stesso dicasi per i reati di terrorismo e reati connessi. In secondo luogo, per l’accertamento di tutti i reati indicati è necessario comunque, oltre alle intercettazioni, il ricorso a diversi e più penetranti strumenti di indagine quali l’acquisizione e il sequestro di documenti, consulente tecniche, dichiarazioni testimoniali, solo per fare qualche esempio. Infine, non ha alcuna valenza giuridica né può rappresentare valida giustificazione alla limitazione del diritto di libertà e segretezza delle conversazioni private l’eventuale “conseguente lievitazione dei costi e dispersione di preziose risorse per lo svolgimento delle attività delegate alla polizia giudiziaria”. Infatti, è di tutta evidenza che si tratta di problematiche legate esclusivamente all’organizzazione amministrativa degli Uffici, i cui costi non vanno contenuti a scapito delle garanzie costituzionali. In conclusione, istanze politiche e auspici di efficienza dell’apparato amministrativo non sempre si conciliano con i principi di civiltà giuridica. L’orgoglio garantista di Forza Italia: “Avanti insieme ai comitati per il Sì” di Valentina stella Il Dubbio, 8 maggio 2026 Alla Camera l’incontro per una “una giustizia giusta”. Obiettivo: capitalizzare il consenso espresso dai 12 milioni e mezzo di italiani. Archiviata la sconfitta referendaria, Forza Italia e i comitati per il Sì si riuniscono nuovamente “verso una giustizia giusta”, come recita il titolo dell’incontro tenutosi alla Camera. L’obiettivo è trasformare il consenso espresso dai 12 milioni e mezzo di Sì in una mobilitazione continua ed efficace, capace di incidere sul percorso delle riforme nella fase finale della legislatura. Ma anche marcare il territorio della giustizia rispetto agli alleati di Governo. “Chi fa proposte garantiste è condannato a sentirsi dire che favorisce la mafia”, ha esordito Enrico Costa, in riferimento agli attacchi partiti da settori dell’opposizione e da alcuni giornali dopo che si è avuta notizia della lettera sulle intercettazioni inviata dal capo della Dna Gianni Melillo al governo e alla presidente della Bicamerale Antimafia Chiara Colosimo. Costa ha proseguito: “Essere garantisti è un’attività scomoda, è più facile essere populisti”. Ma per il neocapogruppo di FI alla Camera “non si può pensare di risolvere problemi complessi con aggravanti e aumenti di pene”. Un non troppo velato riferimento alla legislazione panpenalista che porta soprattutto l’impronta di Lega e Fratelli d’Italia. Forza Italia rivendica dunque il proprio spirito garantista e rilancia le battaglie. “Qualcuno pensa che siamo usciti dal referendum più deboli - ha dichiarato il viceministro Francesco Paolo Sisto - ma non è così. La nostra non è una metabolizzazione passiva” della sconfitta sulla separazione delle carriere. Il numero due di via Arenula ha ricordato come subito dopo il “day after” abbia lavorato per far sedere allo stesso tavolo Anm e Cnf: “Non bisogna avere paura del confronto”. Presente anche il vicepremier e segretario di FI Antonio Tajani: “Il garantismo, la presunzione di innocenza, la giustizia giusta sono temi costanti nelle nostre battaglie e non legati soltanto a una riforma. Il nostro intendimento è continuare a tenere unito questo gruppo importantissimo di persone, protagonista di una battaglia politica che non deve finire”. Forza Italia, ha proseguito Tajani, porterà avanti anche battaglie contro “l’uso, da parte della stampa, di notizie non vere. Pensiamo a quanto è stato detto su Nordio: ‘Dobbiamo verificare se è vero che...’. Ho fatto il giornalista per anni e so che non è che scrivo un articolo e poi dico ‘ma devo verificare’: intanto quella notizia è stata data. Questa è una battaglia che vale per Nordio e per tutti, a maggior ragione per il poveraccio”. Il riferimento ovviamente è all’affaire Ranucci. Riguardo alle valutazioni espresse dal procuratore Melillo sulla riforma delle intercettazioni, il segretario degli azzurri ha spiegato: “Se ci sono delle osservazioni, si va avanti ma ascoltando le osservazioni. Se condivisibili perché non utilizzarle? Se non sono condivisibili, è un’altra cosa, ma io sono sempre dell’idea di ascoltare. Si ascolta, si valuta e poi si decide”. Da quanto appreso da fonti parlamentari, il governo sarebbe orientato a chiedere a via Giulia di elencare nel dettaglio in quanti e quali casi è risultato precluso l’impiego delle intercettazioni a causa della norma del 2023 contestata. Insomma uno sforzo di precisione in più rispetto alle complicazioni procedurali di cui ha parlato il procuratore nazionale Antimafia nella nota inviata a Nordio, Piantedosi e Colosimo. A moderare l’incontro di ieri è stata l’instancabile Francesca Scopelliti , presidente del Comitato nazionale Cittadini per il Sì. “Noi non siamo stati sconfitti al referendum sulla riforma della magistratura perché abbiamo la forza di 13 milioni di italiani che hanno votato a favore. Certo, hanno vinto gli altri grazie a un’operazione mistificatoria e grazie alle menzogne e alle bugie. Quello che mi ha allarmato di più è stato il partito dei magistrati che ha mistificato la realtà”, ha detto Scopelliti. “La battaglia è dura ma dobbiamo andare avanti”. La presidente del Comitato cittadini per il Sì ha annunciato che il 29 maggio terrà una lezione sul caso di Enzo Tortora, di cui è stata compagna, alla Scuola superiore della magistratura a Scandicci. Uno dei primi atti del nuovo corso con Mauro Paladini presidente. Tra i relatori anche l’avvocato Guido Camera, presidente di ItaliaStatodiDiritto e portavoce del comitato civico ora in campo con Forza Italia: “In questo ultimo anno non dobbiamo limitarci a riforme chirurgiche, dobbiamo portare a casa battaglie di civiltà come quella sugli smartphone. Non si può bloccare una riforma di civiltà che riguarda milioni di persone”. Presente anche la pm Anna Gallucci, che nella campagna referendaria si è battuta a favore della riforma e fa parte del neonato “Comitato Magistrati del Sì per una nuova giustizia”: “Ci sono temi che possono essere affrontati anche con legge ordinaria”, riguardo al Csm. Ma, ha aggiunto, “con il nostro Comitato non siamo in contrapposizione con Anm”. E ha concluso: “Avanti tutta, continuiamo a rimanere in sintonia”. Sempre ieri la commissione Giustizia della Camera ha votato il mandato al relatore Enrico Costa sulla proposta di legge che prevede l’obbligo di pubblicazione delle sentenze di assoluzione o proscioglimento, di cui il presidente dei deputati di FI è primo firmatario. Discussione in Aula prevista per l’11 maggio. “Una norma di civiltà”, ha sottolineato Costa. Sempre il parlamentare azzurro ha inviato una lettera al presidente Fontana, anticipata da Repubblica, per dedicare a Montecitorio un busto a Marco Pannella, in occasione del decennale della scomparsa dello storico leader dei radicali, per le sue tante battaglie sui diritti civili e la giustizia. Plaude all’iniziativa anche Pier Ferdinando Casini: “Pannella ha amato il Parlamento e lo ha sempre difeso. Merita un busto alla Camera dei deputati”. Garlasco è l’immagine perfetta dei guai della giustizia italiana di Claudio Cerasa Il Foglio, 8 maggio 2026 Le indagini e le controindagini dimostrano tutti i difetti del nostro sistema giudiziario. Il futuro di Alberto Stasi e Andrea Sempio è incerto. Lo stato di diritto in Italia lo è ancora di più. Se è vera l’ipotesi che sia stato Andrea Sempio a uccidere Chiara Poggi, significa che Alberto Stasi ha passato anni in carcere da innocente. Se non è vera l’ipotesi che Andrea Sempio abbia ucciso Chiara Poggi, la forza del processo mediatico che in queste ore ha trasformato Sempio in un assassino fino a prova contraria renderà ingiusta qualunque decisione verrà presa dalla giustizia nei suoi confronti. Se è vero che Alberto Stasi resterà invece l’unico responsabile dell’omicidio di Chiara Poggi, non si potrà non notare che un paese in cui un cittadino viene condannato dopo essere stato assolto per due volte è un paese in cui l’incertezza del diritto governa le nostre esistenze più di quanto non lo faccia la certezza del diritto. Un garantista che provi a osservare con distacco la triste evoluzione del romanzo di Garlasco non può non riconoscere che comunque andrà a finire l’ultimo capitolo della saga giudiziaria vi è un’unica certezza in questa storia, oltre alla morte di Chiara Poggi avvenuta la bellezza di diciannove anni fa: lo sfregio ripetuto, sistematico e reiterato di uno stato di diritto incapace di liberarsi dalle catene del processo mediatico. Confessiamo che invidiamo molto le tifoserie che in queste ore si stanno eccitando per l’evoluzione delle indagini su Andrea Sempio. E confessiamo che invidiamo molto anche le tifoserie che in queste ore si stanno eccitando individuando pochi elementi validi per ribaltare l’indagine su Stasi. Invidiamo entrambe le categorie perché pur con tutta la buona volontà è davvero difficile individuare nel romanzo di Garlasco un elemento positivo per la giustizia italiana. Ci piacerebbe molto avere i gagliardetti di una delle tifoserie eccitate per la riapertura del caso Poggi - le pistole fumanti a carico di Sempio ancora non si vedono, perché non basta un po’ di Dna tra le unghie di una vittima a decretare la colpevolezza di un sospettato e non basta un soliloquio in macchina per poter considerare qualcuno colpevole fino a prova contraria - ma l’unica certezza che vi è nel romanzo triste di Garlasco è la sistematicità con cui il sistema mediatico mostrifica i sospettati, la sistematicità con cui nel corso di un processo chi sbaglia non paga mai e la sistematicità con cui il sistema giudiziario riesce con disinvoltura a muoversi senza rispettare il principio del ragionevole dubbio, ovvero considerare colpevole qualcuno solo in assenza di ogni ragionevole dubbio. In attesa di capire se il caso Garlasco potrà davvero essere riaperto oppure no - il rischio di ritrovarsi con un’assassinata senza assassini non è un semplice gioco di parole: ieri i pm di Pavia hanno inviato gli atti al procuratore generale di Milano per sollecitare la revisione del processo a Stasi - quello che sappiamo è che le indagini, il processo e le controindagini sulla morte di Chiara Poggi sono lo specchio perfetto di tutto ciò che non funziona nella giustizia italiana: intercettazioni utilizzate più come strumento di sputtanamento dell’indagato che come elemento indiziario, conflitto fra procure e fra magistrati che diventa motore delle dispute giudiziarie, prevalenza dell’ipotesi investigativa sui riscontri probatori, verità mediatiche che valgono più di quelle processuali, pubblici ministeri che in assenza di prove cercano una sponda dei media per affermare le proprie verità, l’illusione che la riapertura di un’indagine sia sempre sinonimo di giustizia, mostrificazione di ogni indagato trasformato sistematicamente in un mostro fino a prova contraria. Se le nuove indagini avranno un senso, significherà che le indagini del primo processo sono state fatte male. Se le indagini del primo processo dimostreranno di essere state valide, significherà che le nuove indagini sono state fatte male. In entrambi i casi, però, ci sarà qualche pubblico ministero che ha sbagliato. E a prescindere da quale sia il pubblico ministero che avrà sbagliato qualcosa, la certezza è che chiunque avrà sbagliato non pagherà per i suoi errori. Il futuro di Stasi e Sempio è incerto. Lo stato di diritto in Italia lo è ancora di più. La sicurezza prima dell’affettività: il provvedimento che riguarda due fratelli detenuti al 41 bis di Laura Mendola La Sicilia, 8 maggio 2026 La Corte di Cassazione torna ad affrontare il nodo sempre più delicato del regime 41?bis: quanto peso devono assumere il diritto del detenuto all’affettività e ai rapporti familiari di fronte a una pericolosità mafiosa considerata persistente? Nel caso dei fratelli Alessandro e Nunzio Emmanuello, entrambi ristretti al carcere duro e ritenuti esponenti apicali di un sodalizio mafioso ancora operativo a Gela, gli ermellini hanno dato una risposta chiara: prevale la sicurezza. La sentenza della prima sezione evidenzia l’annullamento con rinvio dell’ordinanza del Tribunale di sorveglianza di Torino, che aveva autorizzato un colloquio mediante videochiamata tra i due fratelli. Una decisione che, nel contesto degli Emmanuello, si inserisce in un filone più ampio di pronunce sugli equilibri tra carcerazione speciale, diritti umani e prevenzione della criminalità organizzata. Il caso concreto: un solo colloquio, ma con pesi enormi - Il Magistrato di sorveglianza di Novara, con un provvedimento di natura eccezionale, aveva disposto che il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria consentisse ad Alessandro Emmanuello - detenuto al regime speciale del 41 bis - di effettuare un colloquio a distanza, tramite videochiamata, con il fratello Nunzio, anch’egli sottoposto allo stesso regime ma in un altro istituto. Sul piano formale, il provvedimento era stato subordinato a garanzie tecniche: registrazione integrale, presidi di controllo, presenza di personale incaricato di monitorare la comunicazione. Il Tribunale di sorveglianza di Torino, chiamato a decidere sul reclamo del Ministero della Giustizia, aveva confermato l’ordinanza, sottolineando che si trattava di un solo colloquio, tra due soggetti già sottoposti a regime di massima sorveglianza, e che i due fratelli non avessero avuto contatti telefonici o visivi da oltre ventisei anni. Per il Ministero della Giustizia, però, è un’analisi insufficiente. Avverso l’ordinanza è stato proposto ricorso in Cassazione, con quattro motivi di censura che puntano su violazione di legge, vizio di motivazione e, soprattutto, mancato rispetto delle indicazioni della Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta. Il Ministero della Giustizia contro il colloquio: il ruolo della Dda - Nel ricorso, il Ministero, attraverso l’Avvocatura dello Stato, ha sottoposto agli ermellini un quadro di pericolo che la magistratura di merito avrebbe sottovalutato. In particolare, la Direzione distrettuale antimafia aveva evidenziato che: Alessandro e Nunzio Emmanuello sono esponenti apicali di un sodalizio mafioso che, a suo giudizio, è ancora operativo sul territorio di Gela; in occasione di pregresse interlocuzioni telefoniche i due fratelli avevano manifestato forte astio nei confronti della condizione detentiva e nei confronti dei magistrati, sintomo di un atteggiamento non recettivo al percorso di riscatto e un soggetto tradizionalmente vicino al clan è stato arrestato perché gravemente indiziato del delitto di omicidio su mandato mafioso, con il mandato che sarebbe stato veicolato in un colloquio in carcere. La Circolare del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del 2 ottobre 2017, richiamata dalla difesa ministeriale, prevede che le richieste di colloqui telefonici o visivi con altri familiari già ristretti al 41 bis possano essere concesse solo se dal parere non vincolante della Dda non emergano “concreti e rilevanti elementi” ostativi. Nel caso Emmanuello, la Dda ha invece segnalato proprio elementi di pericolosità concreta, che il Tribunale di sorveglianza di Torino non avrebbe adeguatamente confrontato con il diritto all’affettività. Il bilanciamento tra diritti e sicurezza nella giurisprudenza - La Cassazione, nel motivare l’accoglimento del ricorso, richiama una linea consolidata della propria giurisprudenza: il regime 41 bis non esclude in astratto che un detenuto possa essere autorizzato a colloqui o incontri con familiari - anche se anch’essi ristretti - purché siano adottate misure di controllo che consentano di monitorare la comunicazione. Tuttavia, in più occasioni la Suprema Corte ha precisato che quando emergano esigenze di sicurezza pubblica e rischi concreti di riattivazione di attività mafiose, il diritto all’affettività non può essere considerato assoluto. In particolare, la Cassazione ha sottolineato che un colloquio, soprattutto se audiovisivo, può favorire lo scambio di informazioni anche criptate, oltre che l’uso di gestualità e mimica difficilmente intercettabili in tempo reale. La stessa Circolare del 2 ottobre 2017, che regola la gestione dei colloqui ai detenuti in regime differenziato, prevede che eventuali richieste di colloqui con familiari ristretti possano essere accolte “salvo che dal parere non vincolante della competente Dda emergano concreti e rilevanti elementi che ne sconsiglino l’effettuazione”. In sostanza, la Cassazione ribadisce che il parere della Dda deve essere oggetto di una valutazione motivata, non di una semplice dichiarazione en passant. Nel caso dei due fratelli Emmanuello, il Tribunale di Torino ha ritenuto soddisfatta la parte relativa al controllo tecnico, ma non ha sviluppato in modo adeguato la parte relativa alla pericolosità criminale concreta. Perché la Cassazione annulla: motivazione “apodittica” e mancato peso alla Dda - Nel comparto “considerato in diritto”, la Cassazione riconosce che il ricorso del Ministero merita accoglimento. Sottovalutazione del parere della Dda di Caltanissetta. Il Tribunale di sorveglianza, secondo la Corte, ha trattato il parere antimafia come un elemento di mera informazione, anziché come un dato di fatto che deve essere esplicitamente confutato o comunque motivato se il giudice decide di andare in senso contrario. L’assenza di una risposta puntuale alle argomentazioni della Dda ha reso la motivazione “apodittica”, cioè priva del confronto giuridico necessario. Mancato bilanciamento tra affettività e sicurezza - La Cassazione ricorda che il diritto del detenuto a coltivare i rapporti familiari è sì tutelato, ma non può prevalere quando le esigenze di sicurezza sono considerate prevalenti. Nel caso Emmanuello, il giudice di merito avrebbe ritenuto in modo sbrigativo che la sottoposizione al 41nbis e la registrazione bastassero a neutralizzare ogni rischio, senza confrontarsi con la specifica pericolosità del clan e con la posizione apicale dei due fratelli. Aumento delle occasioni di comunicazione tra appartenenti allo stesso sodalizio - La Corte sottolinea che Alessandro Emmanuello è già autorizzato a effettuare colloqui mensili con il fratello Davide, anch’egli ristretto al 41 bis e ritenuto parte del medesimo clan. L’ulteriore autorizzazione di un colloquio con Nunzio avrebbe quindi incrementato le occasioni di comunicazione tra esponenti dello stesso sodalizio mafioso, senza che il giudice avesse motivato adeguatamente perché, in concreto, tale incremento fosse tollerabile. Di conseguenza, la Cassazione ritiene che il giudice di merito non abbia operato un effettivo e motivato bilanciamento tra il diritto all’affettività e le esigenze di sicurezza, in un contesto in cui il regime 41 bis è stato progettato proprio per impedire contatti tra appartenenti alla medesima organizzazione criminale. Il risultato: annullamento con rinvio e rilancio del dibattito - La pronuncia si conclude con l’annullamento dell’ordinanza impugnata, con rinvio al Tribunale di sorveglianza di Torino per nuovo esame. Questo significa che il video?colloquio tra Alessandro e Nunzio Emmanuello è sospeso e potrà essere riproposto solo se il giudice di merito, questa volta, terrà conto in modo esaustivo delle indicazioni della Cassazione e del parere della Dda. La decisione si inserisce in un contesto più ampio sul ruolo del 41?bis: negli ultimi anni la giurisprudenza ha più volte riconosciuto la possibilità di incontri e colloqui visivi anche per i detenuti in regime speciale, ma sempre con il discrimine della pericolosità concreta. Nel caso di Davide Emmanuello, ad esempio, la Cassazione aveva ritenuto ammissibile un incontro visivo con una donna con cui aveva intrattenuto una relazione affettiva, nonostante il 41 bis, perché la DDA non aveva segnalato rischi di rilevanza comparabile. Con questa sentenza, invece, la Cassazione invita i giudici di sorveglianza a non sdrammatizzare la pericolosità mafiosa quando si tratta di comunicazioni tra esponenti apicali dello stesso clan, soprattutto se il contesto territoriale è ancora permeato da una “logica mafiosa persistente”. Monza. Gestire i detenuti alla scarcerazione, vertice coi sindaci ilcittadinomb.it, 8 maggio 2026 I Comuni dovrebbero prendere in carico i loro cittadini detenuti in modo da non farsi cogliere impreparati al momento della scarcerazione: sulla questione si sono confrontati la scorsa settimana Roberto Rampi, il garante delle persone recluse in via Sanquirico, e l’Assemblea dei sindaci. “Il carcere è un coacervo di marginalità - commenta Rampi - l’80% dei detenuti ha commesso reati non per un piano criminale ma perché è dipendente da sostanze stupefacenti o dall’alcol, ha relazioni complicate o ha malattie psichiatriche. Per ridurre il tasso di recidiva, che arriva all’80%, è necessario aumentare le opportunità di lavoro per chi esce, non interrompere le terapie farmacologiche, dare una casa: è fondamentale che i servizi sociali conoscano la situazione di chi si trova dietro le sbarre”. Il percorso va monitorato perché, in virtù di ricalcoli della pena, non di rado le porte delle celle si aprono prima del previsto. “Ho riscontrato un buon interesse tra i sindaci - afferma il garante - ho proposto la costituzione di un gruppo ristretto con cui confrontarci: il mio primo obiettivo è quello di aumentare le possibilità di trovare un lavoro a chi esce. Da tempo la casa circondariale, la Provincia, Afol e il Comune di Monza collaborano: gli amministratori locali potrebbero verificare se sui loro territori ci sono realtà interessate ad assumere ex detenuti tramite inserimenti guidati che, tra l’altro, danno diritto a benefici fiscali”. “Credo che potrebbero fornire un contributo anche le società partecipate - aggiunge - a breve presenteremo un progetto con Cem Ambiente, pensato con il presidente Alberto Fulgione scomparso a gennaio”. Milano. Rieducato, poi punito. I ritardi della giustizia rovinano la nuova vita di Gilberto Cavallini di Simona Bonfante Il Riformista, 8 maggio 2026 L’ex Nar, con condotta esemplare, si laurea e ottiene la semilibertà Poi lo Stato si accorge di una sanzione penale vecchia di 35 anni. La vicenda di cui parliamo riguarda un detenuto, esemplare incarnazione della mitologica funzione rieducativa della pena sancita in Costituzione. Un detenuto che non ha mai chiesto sconti, che ha reciso ogni legame con la vita criminale di un tempo, che ha seguito un suo percorso di riscatto e rinascita. Quel detenuto, che ha trascorso ormai più tempo da recluso che da uomo libero, che da solo pochi anni beneficiava della semilibertà che lo ha portato a dedicarsi agli altri: questo detenuto esemplare un giorno di pochi mesi fa riceve una notifica da parte dello Stato. Caro, ci siamo accorti di una sanzione penale vecchia di 35 anni, che, ohibò, pare tu non abbia espiato. Dunque, la espii ora. Quel detenuto è Gilberto Cavallini. Ultrasettantenne, in galera dal 1983, l’ex Nar dissociato dalla lotta armata, si è laureato con 110 e Lode alla Cattolica di Milano, ha ottenuto nel 2017, dopo lungo tempo di condotta esemplare, il beneficio della semilibertà. A fine 2025 il beneficio viene revocato dal Tribunale di Sorveglianza. Il sistema penitenziario si è accorto che Cavallini deve espiare una pena accessoria a tre anni e mezzo di isolamento diurno, una sanzione penale mai eseguita in precedenza. La sanzione risale a una condanna all’ergastolo inflitta a Cavallini nel 1991, ma solo 34 anni dopo lo Stato si presenta ad esigere l’esazione del vecchio conto. Così dal 2025, da semilibero che era, Cavallini torna chiuso. Sigillato in una gabbia di vetro, solo. Cosa ha a che fare questo con la funzione rieducativa della pena? Il pegno con la collettività, Gilberto Cavallini lo onora meglio a marcire in galera o impegnato com’era in una comunità parrocchiale ad aiutare persone che ne hanno bisogno? L’avvocato Alessandro Pellegrini, che assiste da sempre Cavallini, ha consegnato a un video su YouTube la denuncia di questo ormai davvero crudele, ottuso accanimento verso un uomo che in galera è cambiato radicalmente, ammesso tutte le proprie responsabilità, accettato la pena, mai chiesto benefici. Cavallini si è convertito, si è dedicato all’impegno sociale, ha meritato stima, affetto e fiducia. Quest’uomo non costituisce più alcun pericolo per nessuno. Eppure, nessuno si leva a fermare questa insensata violenza di Stato che assomiglia davvero molto a una tortura. La subcultura forcaiola di destra e di sinistra ha infestato il terreno costituzionale che dà senso alla giustizia. Questa nei confronti di Cavallini è un’atrocità immonda. I parlamentari che sappiamo essere sensibili ai precetti costituzionali devono avere il coraggio di sfidare la rancorosa gogna mediatica e battersi per la giusta liberazione di quest’uomo che non c’entra nulla di nulla con il ragazzo omicida che fu. Non possiamo lasciare Gilberto Cavallini marcire in galera. Massa Carrara. La lettera di Cesare Battisti dal carcere: “Vorrei rivedere mio figlio” di Alfredo Marchetti La Nazione, 8 maggio 2026 L’ex membro dei Pac scrive alla Nazione: “Qui senza diritti, è giunta l’ora di aprire ai benefici. Da ergastolano mi spetterebbe una cella singola, anche per poter fare lo scrittore”. Chiede di poter riabbracciare suo figlio Cesare Battisti, ex terrorista appartenente ai Proletari armati per il comunismo, condannato all’ergastolo per quattro omicidi i negli anni 70. Il suo appello parte dal carcere di Massa Carrara, dove è detenuto dal 2023, attraverso una lettera inviata a La Nazione. In cui denuncia disparità di trattamento e la violazione dei principi di premialità previsti dall’Ordinamento Penitenziario sull’accesso ai benefici che i detenuti possono ottenere, come i permessi e la semilibertà, una volta scontata una parte della pena. La lettera dal carcere - Una lettera lunga due pagine, arrivata al nostro giornale tramite la cognata, nella quale l’ex terrorista racconta la sua storia. “Mi trovo a scontare la condanna all’ergastolo in un carcere di media sicurezza; ossia da detenuto comune poiché non mi è applicabile l’art. 4bis, il famigerato ostativo, né altre misure restrittive determinate dall’autorità giudiziaria - scrive -. Il totale della pena scontata fino a oggi è di 17 anni e qualche mese, ovvero, da sette anni già sono dentro i termini per il legale accesso ai benefici penali previsti dall’ordinamento penitenziario. Il mio ingresso nel carcere di Massa, dopo cinque anni d’isolamento differenziato, doveva essere l’occasione per sbloccare gradualmente i benefici previsti”. Battisti racconta di aver ricevuto tempo fa la notizia che “sulla base dell’ineccepibile comportamento” anche per lui era giunta l’ora “di aprire la via ai benefici, cominciando con un primo permesso di necessità, qualche ora da trascorrere con il figlio minore (il ragazzo presenta problemi psicologici certificati), con un successivo avanzamento graduale dei benefici”. Un sospiro di sollievo presto soffocato, racconta, dalla risposta del dipartimento di amministrazione penitenziaria: parere negativo e l’iter si sarebbe fermato. “Era dicembre del 2025, quando il magistrato di sorveglianza prometteva in videoconferenza la concessione di un primo beneficio che mi avrebbe permesso di riabbracciare mio figlio in libertà. Qualche ora appena, quel tanto da restituire a un ragazzo di dodici anni la speranza che non sarebbe stato impossibile, nemmeno per lui, potersi dire un giorno “ho un padre anch’io e oggi me lo porto a scuola come fanno tutti”. Siamo ormai ad aprile del 2026, mio figlio aspetta sempre una decisione del magistrato di sorveglianza”. Ma non è l’unica lamentela per Battisti che, nella lettera, racconta anche di essere stato trasferito nel frattempo in una cella con altri due detenuti: niente cella singola come spetterebbe agli ergastolani: “Questo mi impedisce di esercitare la mia attività di scrittore, né qualsivoglia altra attività creativa o pedagogica, grazie alla quale potevo interagire con istanze culturali che intervengono all’interno del sistema penitenziario”, sottolinea. Il suo legale, Davide Steccanella, parla di ostruzione: “Quelli come Battisti, legati a un particolare contesto storico del nostro Paese, non basta che siano stati condannati, devono pagare oltre ogni misura: questo lo trovo profondamente ingiusto perché Battisti avrebbe già raggiunto i termini non solo per i permessi, ma addirittura per la semi libertà. Altre figure come lui sono oggi ampiamente libere”. Sul caso i vertici della casa di reclusione di Massa preferiscono non rilasciare dichiarazioni. Brescia. La giustizia riparativa ha trovato casa a Mompiano: sfida amministrativa e culturale di Nicole Orlando Corriere della Sera, 8 maggio 2026 Ci sono colloqui tra i ragazzi bullizzati e i loro aggressori, tra le donne vittime di violenza e gli uomini che le hanno assalite, oppure tra persone accusate di spaccio, reati ambientali o illeciti fiscali e le comunità danneggiate. Incontri protetti, su base volontaria e alla presenza di mediatori, per provare a ricomporre la frattura provocata dal reato. È lo strumento della giustizia riparativa, che corre lungo un binario parallelo - non alternativo - rispetto al procedimento penale e all’esecuzione di una pena. E a Brescia la giustizia riparativa ha ora una sede stabile: è stato inaugurato a Mompiano, in via Sant’Antonio 16, il primo Centro dedicato, all’interno dei locali della Provincia che già ospitavano il Centro di mediazione penale minorile. Il servizio, ha ricordato la consigliera Nini Ferrari, è stato sostenuto dal 2004 dall’ente, “quando in Italia si parlava ancora poco di giustizia riparativa”. Dopo la riforma Cartabia del 2022 l’esperienza è confluita in un Centro esteso anche ai procedimenti ordinari e dunque a tutte le fasce d’età. Attivo dall’1 aprile, lavorerà in raccordo con l’omologo servizio di Bergamo. I due poli copriranno l’intero distretto della Corte d’Appello, e Brescia sarà riferimento anche per le province di Mantova e Cremona. Dal 2008 sono stati circa mille i fascicoli trattati nell’ambito minorile. Per gli adulti, dal 2023, se ne contano 52, di cui 14 ancora aperti o da avviare, per un totale di oltre 200 persone coinvolte. Circa la metà dei fascicoli arriva a un programma di giustizia riparativa; negli altri casi il percorso può fermarsi ai colloqui preliminari. Il servizio è rivolto ad autori (o presunti autori) di reato, alle vittime e alle comunità ferite: una sfida “non solo amministrativa ma anche culturale”, ha sottolineato il vicesindaco Federico Manzoni. Quello della giustizia riparativa è un tema trasversale, che coinvolge diversi ambiti delle politiche cittadine, ha aggiunto poi, ricordando il ruolo del Comune come capofila. Il servizio conta su un finanziamento del ministero della Giustizia da 240 mila euro all’anno e su sei mediatori, numero tuttavia ancora limitato rispetto alle necessità. E se l’auspicio è di un incremento degli operatori in forze al nuovo centro, un ulteriore obiettivo è l’aumento del numero dei mediatori iscritti all’albo nazionale, da raggiungere anche con la collaborazione delle università. “La giustizia riparativa - ha spiegato Giovanna Di Rosa, presidente della Corte d’Appello - è uno strumento destinato ad assicurare un senso di giustizia più pieno, perché coinvolge non solo autore e vittima, ma anche la comunità colpita dal reato”. Non si tratta, ha aggiunto, di affidare alla sola sanzione l’effetto della riparazione, ma di valorizzare “il dolore delle vittime e il senso di responsabilità dell’autore del reato”. Imprescindibile la volontà di aderire: nessuno può essere obbligato a partecipare. Ma il percorso, ricorda Di Rosa, è aperto “a chiunque abbia interesse” al superamento del conflitto. Verona. Cena in carcere per 100 ospiti, il ricavato in beneficienza Corriere di Verona, 8 maggio 2026 Ci saranno cento ospiti seduti ai tavoli, una brigata composta da trenta detenuti, due cucine da coordinare e una sala allestita nel carcere di Montorio. “Sapori di Libertà - Il cambiamento, servito a tavola”, ideato dal ristorante Yard in collaborazione con la direzione della casa circondariale di Verona, porterà venerdì 22 maggio alle 18.30 una cena benefica dentro il penitenziario veronese, aprendo per una sera le porte della struttura alla città. L’intero ricavato sarà devoluto ad Azione Contro la Fame attraverso “Ristoranti contro la Fame”. L’iniziativa nasce dal rapporto costruito con la casa circondariale, dove Natale, tre mesi fa, ha avviato un progetto lavorativo culminato con l’inserimento di un detenuto nella brigata del suo locale. Stavolta il percorso si muove nella direzione opposta: saranno i cittadini a entrare dentro il carcere, sedendosi ai tavoli preparati e serviti da chi sta scontando una pena. La cena si svolgerà nel braccio femminile della struttura, in una sala affacciata sul cortile interno. “La parte organizzativa è enorme - spiega - perché dentro il carcere nulla può essere lasciato al caso”. E lo stesso vale per i commensali. Chi parteciperà alla cena dovrà prenotarsi online attraverso la pagina dedicata (contributo di 60 euro, su azionecontrolafame.it/saporidi-liberta-2026) inviando in anticipo i propri dati personali, che verranno trasmessi alla casa circondariale e al Ministero della Giustizia per i controlli di sicurezza necessari all’autorizzazione d’ingresso. “Quando la direttrice mi ha mostrato le fotografie di Papa Francesco durante il pranzo in carcere di due anni fa, mi sono emozionato. Vorrei che anche questa diventasse una serata capace di andare oltre i muri e oltre i pregiudizi”. Roma. I detenuti di Rebibbia portano in scena “Il Tunnel dei Sogni” il 15 maggio alla Lumsa agensir.it, 8 maggio 2026 Per la prima volta dopo anni un’esperienza teatrale nata in carcere viene presentata fuori dalle mura detentive. Accadrà il 15 maggio a Roma, al Teatro della Lumsa, dove alle ore 12 andrà in scena “Il Tunnel dei Sogni”, mise-en-scène realizzata dal gruppo Libere Bolle all’interno della Casa Circondariale di Rebibbia. È prevista una replica su invito alle ore 17. Lo spettacolo nasce da un percorso sviluppato nel contesto detentivo e si ispira al volume I volti della povertà in carcere, costruito attraverso incontri e raccolta di testimonianze nelle carceri italiane. In scena una drammaturgia fatta di racconti, immagini e silenzi che restituisce esperienze di vita, difficoltà e prospettive di reinserimento. L’iniziativa si inserisce nel progetto “Da Rebibbia verso i volti della povertà nelle carceri italiane”, che ha coinvolto dieci istituti penitenziari, con l’obiettivo di promuovere il valore rieducativo della pena attraverso linguaggi culturali. Al termine della rappresentazione è previsto un momento di dialogo con gli autori e i promotori del progetto, moderato da Marina Tomarro e da Daniele Bocciolini. L’evento è realizzato con la collaborazione di Fondazione Roma, Radio Vaticana e associazioni del territorio. Bambini in carcere di Paolo Siani volerelaluna.it, 8 maggio 2026 Lorenzo Marone in “Le madri non dormono mai” descrive molto bene la vita di bambini in carcere con le loro madri, “vite fragili tra altre vite fragili: donne e uomini che passano sulla terra troppo leggeri per lasciare traccia. Intorno, a loro a contenerle, un luogo che non dovrebbe esistere, eppure per qualcuno è perfino meglio di casa”. Sono 25 le vite fragili che oggi vivono in carcere da innocenti. Venticinque bambini innocenti vivono oggi in carcere insieme alle loro madri, è quanto emerge dal recente Report del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale. Le donne detenute con figli al seguito sono 21; di queste, 10 non sono italiane (45,7%), così come 12 dei 25 bambini (48%). Si tratta di numeri contenuti sul piano quantitativo, ma rilevanti se analizzati alla luce dei diritti dell’infanzia e delle evidenze sullo sviluppo precoce. Il tema è presente nel dibattito italiano da oltre tre decenni. Già con la legge Gozzini (1986) venivano introdotte prime forme di detenzione domiciliare per tutelare il rapporto madre-figlio. Successivi interventi (1993, 1998) hanno ampliato tali misure, senza tuttavia eliminare la presenza dei minori negli istituti penitenziari. Un primo intervento organico è rappresentato dalla legge n. 40/2001, seguita dalla legge n. 62/2011, che ha istituito gli Istituti a custodia attenuata per detenute madri (Icam) e rafforzato il ricorso a misure alternative, come le case famiglia protette. Nonostante ciò, il fenomeno non è stato completamente superato. Una proposta di legge parlamentare approvata soltanto in un ramo del Parlamento il 30 maggio 2022 prevedeva che le mamme detenute con bambini fino a sei anni potevano scontare la pena in case famiglie protette, ambiente più idoneo alla vita di un bambino. La stessa Ministra della Giustizia Marta Cartabia aveva dichiarato: “Spero che l’iter della proposta di legge Siani finisca al più presto. Io ho sostenuto questo progetto che è di iniziativa parlamentare con molta convinzione perché credo che in carcere non ci debba rimanere nemmeno un bambino”. Nel contesto europeo si stima che centinaia di migliaia di minori sperimentino ogni anno la detenzione di un genitore, a conferma della rilevanza del tema nel quadro delle politiche per l’infanzia. Dal punto di vista neurobiologico, i primi mille giorni di vita rappresentano una fase critica per lo sviluppo cerebrale. L’ambiente incide in modo determinante sulla maturazione delle competenze cognitive, emotive e relazionali. Condizioni di deprivazione ambientale e ridotta stimolazione possono interferire con tali processi, con effetti difficilmente reversibili. Il contesto detentivo - anche nelle forme attenuate degli ICAM - presenta caratteristiche strutturalmente distanti dai bisogni evolutivi del bambino. Il Report del Garante definisce questa realtà “una delle situazioni più delicate del sistema penitenziario”, evidenziando la tensione tra esigenze di sicurezza e tutela dei diritti fondamentali del minore. Il nodo centrale resta quello di evitare che l’esecuzione della pena produca effetti indiretti su soggetti terzi privi di responsabilità penale. Le alternative - case famiglia protette e detenzione domiciliare esistono, ma risultano ancora sottoutilizzate. A oltre vent’anni dai principali interventi normativi, la presenza di bambini in carcere rappresenta una criticità persistente. Il loro superamento richiede un rafforzamento delle misure alternative e una più efficace integrazione tra sistema giudiziario, servizi sociali e politiche per l’infanzia. Il modo in cui vengono tutelati questi bambini costituisce un indicatore sensibile della qualità complessiva del sistema di protezione dell’infanzia e del livello di civiltà giuridica e sociale del Paese. Stiamo cercando di rieducare queste madri, ma al tempo stesso condanniamo i loro figli innocenti a vivere in carcere. Quale futuro possiamo immaginare per loro? Dalla reclusione all’inclusione di Salvino Leone ilregno.it, 8 maggio 2026 Se è difficile il perdono individuale, non lo è meno il perdono sociale. Suddividendo in paragrafi alcuni passaggi del discorso del papa alla prigione di Bata, nella Guinea Equatoriale, il portale d’informazione della Santa Sede, Vatican News, titolava: “Non solo reclusione ma anche inclusione”. Mi sembra una felice sintesi di quanto detto dal pontefice, che dà lo spunto a ulteriori riflessioni. Non è questa la sede per trattare il senso della reclusione. È oggetto di pertinenza della Filosofia del diritto, che tuttavia presuppone e comporta interessanti considerazioni etiche. Sappiamo bene che la pena, pur nel suo indubbio e ineludibile valore afflittivo, ha una componente rieducativa spesso disattesa per varie ragioni, quali le condizioni della detenzione, il sovraffollamento delle carceri, la vicinanza con altri detenuti, l’immotivata lunghezza di alcune detenzioni ecc. Come si dice spesso in una tragica battuta: a volte si entra innocenti e si esce criminali. Questa condizione è resa ancora più critica in quelle situazioni, in cui la carcerazione è oggetto ordinario e assolutamente sproporzionato di fronte a piccoli reati che, pur rimanendo tali, non hanno certo la gravità o il peso di colpe ben più gravi. Tutto questo è assai più accentuato proprio in alcune realtà geo-politiche, come quella in cui è andato il papa. Personalmente ricordo un’esperienza che ho fatto in un carcere minorile in India (dove i giovani detenuti vi erano rinchiusi magari solo per aver rubato qualche mela o aver danneggiato una bicicletta). Costretti in pochi metri quadrati e quasi contenti nell’ascoltare qualcuno che, pur parlando di noiose questioni etiche, appariva loro quasi come un diversivo nell’avvilente monotonia quotidiana della detenzione. Alla fine dell’incontro il direttore ha offerto ai ragazzi una bibita, chiedendo a me, come relatore, di servirla loro, quasi come gesto di umiltà e di vicinanza. Confesso di aver vissuto l’esperienza della lavanda dei piedi, nella versione 2.0. Ma era anche un modo per fare sentire più vicini a loro il mondo dei “sani”. Tutto questo non può che richiamare, ancora una volta, il significato di questa, sia pure impropria detenzione. Quando usciranno questi ragazzi o i nostri adulti saranno migliori? Il carcere avrà insegnato loro qualcosa? Il “debito contratto con la società” si trasformerà in qualcosa di nuovo, di utile, di bello, fatto per quella società che hanno offeso o avranno vissuto solo l’esperienza di una “vendetta di Stato”? Se così non fosse abbiamo solo sprecato tempo e vite umane. E nessuna vita è a perdere, neanche quella di un detenuto. Le difficoltà dell’inclusione - Ciò detto, e anche con le migliori intenzioni, non è facile che il detenuto, “rieducato” - mi si passi questa brutta espressione - trovi la sua giusta collocazione nella società. Se è difficile il perdono individuale, non lo è meno il perdono sociale. Una persona ferita ha difficoltà a perdonare, ma una società ferita, forse, ne ha molta di più. In effetti, sia pure forzandoci un po’, alcuni di noi sono disposti a “fare qualcosa” per andare incontro a persone marginalizzate come possono essere immigrati o rom (che continuiamo a chiamare “zingari”): storciamo un po’ il muso e ci affidiamo alla Provvidenza, però li facciamo lavorare nella nostra azienda o li chiamiamo a fare qualche lavoro occasionale sperando che non rubino e augurandoci che siano solo i soliti pregiudizi. Ma per un ex detenuto? Credo che la sua “inclusione”, pur se doverosa sia molto più impegnativa. Siamo proprio sicuri che fosse innocente? Non dimentichiamo che la legge non afferma che una persona è innocente, ma lo “dichiara” tale (non a caso Lutero parlava, sia pure in ambito religioso ma con terminologia giuridica, di “giustificazione forense”). O siamo sicuri che sia realmente “cambiato” e possiamo fidarci di lui? Di Jean Valjean nella vita concreta non è che ce siano poi tanti! Ecco, allora, che il nostro desiderio di accoglienza si fa impegno concreto al cambiamento, anche nostro e non solo dell’ex detenuto. In fondo in questo c’è una dimensione di reciprocità che è tutta da scoprire e costruire. Il rischio dell’esclusione - E veniamo al terzo termine e concetto. Superata la reclusione e nell’impossibilità di una reale inclusione vi è il rischio di un’inevitabile esclusione. Alla persona che ha compiuto il suo percorso di reclusione, in cui ci si augura possa essere diventato realmente “un’altra persona”, e di fronte alla sua volontà di rientrare in quella società che ha tradito, quale risposta dà questa stessa società? Chiudergli le porte significa trasformare la sua passata reclusione in una sua attuale esclusione, in una nuova imprevista marginalità di cui forse si parla poco. Queste tre parole che ho voluto accostare (reclusione, inclusione, esclusione) hanno tutte una desinenza che fa riferimento all’idea della chiusura: da subire o da superare. E sappiamo bene che l’antidoto a ogni chiusura è l’apertura. Non a caso la dimensione di misericordia insita nella celebrazione degli anni santi inizia proprio col rito dell’apertura di una porta. La porta del Signore attraverso cui entrano i giusti (Sal 118,20) non è una porta riservata in modo farisaico e manicheo a chi si ritiene giusto e privilegiato, ma a tutti coloro che cercano la giustizia, a una società ferita che, sia pur con oggettive e comprensibili difficoltà, vuole accogliere l’altro, a persone che si sforzano di farlo e ad altre che, forse, giuste in senso stretto non sono state, ma che adesso si sforzano di esserlo. Se glielo permetteremo. Migrazioni, la verità oltre le ideologie: ventidue miti da sfatare che superano le divisioni politiche di Claudia De Martino Il Fatto Quotidiano, 8 maggio 2026 In un bellissimo libro intitolato “Migrazioni. La verità oltre le ideologie, dati alla mano” (Einaudi, 2024), il sociologo e geografo olandese Hein de Haas spiega chiaramente a un pubblico generalista i risultati del suo lavoro di ricerca Demig (Componenti della migrazione internazionale), condotto all’Università di Oxford. Lo fa attraverso un linguaggio semplice e pulito che arriva anche al lettore meno esperto, attraverso lo smascheramento di 22 “miti” sull’immigrazione che potenzialmente sorprenderanno i lettori di entrambe le sponde politiche. Il primo luogo comune è che le migrazioni internazionali abbiano raggiunto un livello senza precedenti. De Haas ci comunica subito un dato: i migranti rappresentano solo il 3% della popolazione mondiale e questa percentuale è rimasta stabile nel corso dell’ultimo secolo. La ragione per cui abbiamo la sensazione che oggi i migranti in viaggio siano molti di più del passato è semplicemente che prima i migranti eravamo noi - 48 milioni di europei hanno abbandonato il continente tra il 1846 e il 1924, tra cui 16.4 milioni di italiani - mentre oggi i flussi si sono invertiti e orientati verso l’Europa. Oltretutto, per la maggior parte si tratta in realtà di migrazioni interne a continenti come le Americhe, l’Asia e l’Africa piuttosto che verso l’Ue (con la sola eccezione dell’esodo ucraino). Occorrerebbe, dunque, abbassare molto i toni del dibattito. Il secondo “mito” è che i nostri confini siano indifendibili e per questo lascino passare troppi migranti, quando la netta maggioranza è legalmente presente in Europa, e solo uno 0.8% dei migranti totali nella Ue è illegale. De Haas compila delle serie storiche sui flussi dal 2007, il primo anno in cui i dati sono disponibili, ad oggi, e scopre che per mare arrivano circa 64mila persone all’anno, pari al 3% dei 2 milioni di arrivi annui nell’Ue. Dove e perché arrivano, allora, tutti gli altri? La risposta è molto semplice: arrivano legalmente, attraverso porti e aeroporti, perché il nostro mercato del lavoro, per alcune caratteristiche strutturali intrinseche al sistema - ad esempio l’invecchiamento della popolazione, il fatto che le donne studino di più e si dedichino di meno ai lavori di cura, e che i nativi non vogliano più svolgere incarichi manuali - li richiede in numeri sempre crescenti. Le cifre di migranti legalmente ammessi in Europa non hanno fatto che raddoppiare tra il 2009 e il 2020. Un altro mito diffuso, che riguarda soprattutto le critiche provenienti da destra, è che gli “immigrati rubino il lavoro ai nativi”, un dato non confermato empiricamente. Innanzitutto, l’immigrazione e la disoccupazione avrebbero una correlazione statistica negativa: in parole povere, laddove il mercato del lavoro stagna, i migranti non sono incentivati a venire. In secondo luogo, l’immigrazione è sempre una risposta a carenze di manodopera in determinati settori, che il mercato del lavoro locale non riesce a colmare, spesso per una mancata corrispondenza tra abilità, livelli d’istruzione e aspirazioni dei lavoratori e offerte da parte delle imprese. In un Paese come l’Italia, che produce tendenzialmente lavoro povero e poco qualificato, la popolazione più istruita si dirige infatti crescentemente verso l’estero, mentre i lavori più ricercati - pensiamo ai badanti - vengono colmati dall’immigrazione. Di fatto, si vedono molti corrieri, riders, infermieri e camerieri stranieri, considerati lavori usuranti, a volte pericolosi, e comunque poco remunerati. Un altro falso mito propagato dalla destra è che i migranti sfruttino il “welfare”. Senza considerare che il welfare italiano sia davvero poco generoso in confronto a quello di altri Paesi Ue, quest’affermazione non è vera, secondo de Haas, nemmeno per la Svezia: la maggior parte dei immigrati si sposta per migliorare le proprie condizioni di vita attraverso il lavoro. L’accesso alla cittadinanza e quindi al welfare è condizionato ad anni continuativi di residenza (e dunque contribuzione fiscale) nel Paese d’accoglienza: la popolazione migrante è tendenzialmente giovane e meno dipendente dal sistema sanitario nazionale. Se questo è vero, allora perché le fasce povere della popolazione hanno la sensazione che i servizi pubblici si siano ridotti in concomitanza all’arrivo dei migranti? Perché anche questo è un dato oggettivo, ci spiega de Haas, solo che la correlazione tra i due elementi è fallace. Il welfare ha iniziato effettivamente a ridursi simultaneamente all’immigrazione di massa in Europa, ovvero dagli anni 90, ma questo non significa che i migranti ne siano stati la causa. Al contrario, i migranti sono arrivati in un momento in cui il welfare era già in piena contrazione: i governi avevano infatti optato per le privatizzazioni di servizi pubblici essenziali come poste, telecomunicazioni e, in alcuni casi, anche servizi sanitari e educativi e la riduzione di servizi essenziali come l’edilizia popolare. Dopo 36 anni di disinvestimenti, è normale che si percepisca l’ampia portata della crisi del welfare. Vi sarebbero molti altri miti da sfatare, tuttavia, per concludere questo breve plaidoyer alla comprensione di un fenomeno naturale e irreversibile come l’immigrazione, mi preme segnalare qualche critica pronunciata anche dalla sinistra, che sbaglia quando ritrae i migranti quasi esclusivamente come vittime inermi di trafficanti d’uomini, quando a maggioranza sono persone dotate di una capacità d’azione propria e di un progetto di vita. Di conseguenza, sbaglia quando dipinge la questione migratoria come una questione umanitaria - da affrontare attraverso corridoi umanitari, salvataggi in mare e misure eccezionali -, mentre si tratta di regolamentare dei flussi assolutamente necessari ma che devono andare a beneficio delle popolazioni locali, pena la tenuta della coesione sociale. Infine, fallisce quando riproduce un solco tra lavoratori migranti e nativi come se appartenessero a due categorie diverse. In realtà essi condividono gli stessi interessi in qualità di lavoratori: la battaglia per un salario degno, per tutele sociali adeguate, per una scuola pubblica di qualità, per una sanità pubblica efficiente e accessibile, per l’edilizia popolare, per strade illuminate e sicure. L’errore peggiore che possiamo fare è pensare che i migranti siano responsabili del deterioramento delle nostre condizioni di vita, quando lo siamo invece noi e le nostre classi dirigenti. L’odio che entra da fessure piccole. Fermare quella parola che ferisce di Marco Girardo Avvenire, 8 maggio 2026 Serve anche una risposta culturale. Serve una bonifica paziente del linguaggio pubblico. Serve educare alla complessità, alla verifica, alla distinzione tra critica e disprezzo. Vorrei partire da una constatazione semplice: i discorsi d’odio non nascono nel vuoto di parole, nascono nel vuoto di senso. Non compaiono all’improvviso, come un incidente isolato dentro uno spazio pubblico altrimenti sano. Sono piuttosto il sintomo, spesso estremo, di un ambiente comunicativo che si è progressivamente deteriorato. Prima dell’odio dichiarato, c’è quasi sempre una lunga preparazione: mutano lentamente le parole, si modifica il tono, cambia anzitutto lo sguardo sull’altro (…). Per questo interrogarsi sull’impatto del linguaggio pubblico significa andare alla radice: non solo misurare quante parole d’odio circolano, ma domandarsi quale spazio pubblico le rende possibili, le premia, le accelera e infine le normalizza. Questo spazio pubblico, oggi, ha alcune caratteristiche che vorrei brevemente richiamare. La prima è la polarizzazione. Il discorso pubblico tende sempre più a trasformare ogni questione in uno scontro binario: di qua o di là, amico o nemico, puro o impuro, traditore o fedele. Il “tifo calcistico” è diventato la modalità con cui affrontiamo problemi sempre più complessi. Piace perché semplifica, non costringe a pensare, conferisce identità “per contrasto”. Ma proprio lì l’odio si prepara: quando l’altro non è più una persona con cui condivido uno spazio comune, ma il segno di ciò che temo e respingo. La seconda caratteristica è la paura, un materiale comunicativo potentissimo, perché cattura l’attenzione, crea appartenenza e produce reazione. Ma quando diventa il registro ordinario del discorso pubblico, la paura restringe lo sguardo. Non vediamo più persone, storie, cause, responsabilità: vediamo anzitutto minacce. Il migrante diventa così l’invasore, il povero un fastidio, il diverso un rischio. La paura semplifica, e l’odio trova terreno fertile nelle semplificazioni. La terza caratteristica è la ridondanza. Non siamo mai stati così informati e, insieme, così disorientati. Ci sentiamo spesso sovraccarichi, “schiacciati”. Ma l’eccesso di informazione non produce automaticamente conoscenza. Anzi: tende a produrre assuefazione, stordimento, paralisi. La quarta caratteristica è la post-verità o, meglio, il groviglio nel quale oggi siamo immersi: disinformazione mirata, clickbaiting, fonti algoritmiche. L’informazione procede spesso per addizione e accumulo, ma non sempre genera senso. E “senso” significa anzitutto “direzione”. Dove manca la direzione, resta il rumore. La quinta caratteristica è il fattore tempo. Vince il mordi e fuggi. Leggiamo titoli, anteprime, frammenti d’informazione, guardiamo video di pochi secondi. Ma il linguaggio in una democrazia ha bisogno di tempo, oltre che di verifica. Quando questo tempo scompare, resta la reazione. E la reazione, soprattutto negli ambienti digitali, tende facilmente a trasformarsi in aggressione. Ad essersi completamente “snaturato”, dunque, è lo spazio pubblico, prima ancora del “discorso pubblico”. Come ricorda Zygmunt Bauman (Il silenzio dell’opinione pubblica, dialogo con Ezio Mauro), nella polis greca tra la casa privata, l’oikos, e la sfera propriamente pubblica, l’ekklesia, si collocava l’agorà, il luogo della traduzione. Traduceva gli interessi privati in questioni comuni e, all’inverso, le questioni pubbliche in doveri e diritti delle persone. Ecco, oggi il punto è proprio questo: abbiamo moltissime opinioni private esposte in pubblico, ma fatichiamo ad avere una vera opinione pubblica. Abbiamo molte, troppe connessioni ma pochi legami. Abbiamo reazioni, non sempre giudizio. Abbiamo flussi, quasi mai “senso” - come si diceva, nella sua accezione originaria di “direzione”. Perché ci manca un’agorà. Ruolo delle piattaforme: prima e dopo i social - Su tutto questo pesa il ruolo delle grandi piattaforme. C’è un prima e un dopo i social. Nati per connettere, in molti casi hanno finito per alimentarsi di scontro più che di incontro. La giornalista filippina-statunitense Maria Ressa, premio Nobel per la Pace, ha parlato nel suo intervento in Vaticano, in occasione del Giubileo della Comunicazione, di “strumenti di ingegneria comportamentale di massa”: piattaforme che monetizzano indignazione, odio, divisione, sfruttando le nostre vulnerabilità psicologiche. Barbara Kingsolver (Avvenire, 30 aprile) lo dice con grande chiarezza: quando una società si abitua a pensare che la forza sia una soluzione ? nelle relazioni internazionali, nella retorica, nella vita quotidiana ? prima o poi quella logica entra anche nella politica. E quando qualcosa diventa pensabile, può diventare praticabile. Ecco il punto: le parole non causano meccanicamente la violenza. Ma possono creare le condizioni perché la violenza appaia giustificabile (…). Ruolo e responsabilità del giornalismo - Non credo che i media siano gli unici responsabili del deterioramento del linguaggio pubblico. Sarebbe ingiusto e troppo comodo dirlo. Ma il giornalismo ha una responsabilità specifica, perché lavora ogni giorno con la materia prima della democrazia: le parole, i fatti, il contesto, la gerarchia delle notizie. Ad Avvenire proviamo a rispondere a questa crisi non con una predica sul linguaggio, ma con un metodo che cerca di privilegiare il fondamentale sul sensazionale e il rilevante sul recente (anche perché recente significa ormai istantaneo...). Ecco alcuni attrezzi che utilizziamo. Il primo attrezzo è la precisione. La precisione non è freddezza. È una forma di rispetto. Chiamare le cose con il loro nome, evitare parole che deformano, distinguere, contestualizzare, non confondere casi singoli e fenomeni generali. Non passare arbitrariamente ? e provocatoriamente ? dalla cronaca alla sociologia. Tutto questo è già un argine ai discorsi d’odio. Perché l’odio vive di indistinto. Il giornalismo, invece, deve saper restituire differenze. l secondo attrezzo è la gentilezza. So che questa parola può sembrare fragile, ingenua e quasi inadatta alla durezza del nostro tempo. La gentilezza, tuttavia, non è remissività o rinuncia al giudizio. È una disciplina del linguaggio. La scelta di non aggiungere veleno al veleno e di sfuggire al ricatto ideologico del “se non ti schieri così, se non la pensi come me, allora stai con quelli là”. Una parola pubblica può essere ferma sui principi ma disarmata nei toni. Il terzo è la visione panoramica. Il buon giornalismo deve fare il contrario dello scrolling. Non aggiungere semplicemente pezzi al flusso, ma aiutare a vedere l’insieme, dare proporzione. Decidere che cosa conta davvero: anche la gerarchia delle notizie, oggi, è linguaggio pubblico. E proprio in questa particolare operazione i giornali quotidiani, per la loro natura e lo stesso processo di “fattura”, assumono a mio parere un ruolo fondamentale: è un direttore di lungo corso come Ezio Mauro, nel suo già citato dialogo con Bauman, a ricordare che “il giornale non è una stazione neutra nel percorso dell’informazione”. Il quotidiano è oggi sempre più uno “strumento cognitivo”. Se, infatti, in Rete l’informazione scorre come l’acqua di un fiume - contano quindi portata e velocità - il giornale, invece, sta fuori dal flusso perché sceglie, scarta, trattiene, ordina. Attribuisce una misura ai fatti. Tale gerarchia non è soltanto una tecnica professionale, è un’assunzione di responsabilità. Il giornale quotidiano è “neghentropia” e cioè la tendenza di un sistema aperto, come gli organismi viventi o le organizzazioni, a generare ordine, complessità e organizzazione opponendosi al naturale decadimento entropico verso il disordine. Il quarto strumento nella cassetta è il giornalismo di comunità. Uso questa espressione con convinzione. Non significa parlare solo a chi la pensa come noi, né chiudersi in una comunità identitaria. Significa pensare il giornale come luogo di legame: piazza e ponte, non curva dello stadio. Il giornalismo deve parlare ai cittadini, alle persone, non ai clienti o ai follower. Deve costruire comunità, non soltanto community (…). Il quinto “attrezzo” è il racconto lungo. In un ecosistema dominato dalla velocità, il racconto lungo è un atto controcorrente. Significa fermarsi quando tutto scappa, tornare sui luoghi, dare profondità storica ai fatti, cercare cause e non solo effetti. Ci stiamo investendo, ad Avvenire, con campagne giornalistiche della durata di un anno come “Donne per la pace”, “Figli di Haiti”, “Guerre dimenticate”, “Europa bene comune”. (…). Una risposta culturale - Ecco perché davanti ai discorsi d’odio non basta una risposta repressiva, pur necessaria quando si oltrepassano i limiti della legge. Serve anche una risposta culturale. Serve una bonifica paziente del linguaggio pubblico. Serve educare alla complessità, alla verifica, alla distinzione tra critica e disprezzo, tra conflitto democratico e delegittimazione dell’altro. Una democrazia non vive senza conflitto. Non dobbiamo avere paura delle parole forti, delle opinioni nette, del dissenso e persino dello scontro. Ma c’è una soglia che non può essere varcata: quella in cui l’avversario diventa nemico assoluto, il diverso diventa una minaccia ontologica e la persona viene ridotta alla categoria che la contiene. Il problema non è il dissenso: è l’espulsione simbolica dell’altro dallo spazio comune (…). Il filosofo Davide Assael (Avvenire, 30 aprile), riflettendo sui segnali di violenza politica e antisemitismo, ha parlato della necessità di “resistere ai meccanismi di importazione del conflitto e delle propagande organizzate” verso cui l’opinione pubblica mostra un cedimento quasi strutturale. È una definizione utile anche per questa sede: il linguaggio pubblico può diventare il luogo in cui conflitti lontani vengono importati, deformati, radicalizzati, vengono trasformati in identità aggressive. Per questo le istituzioni hanno una responsabilità speciale. La parola istituzionale pesa più delle altre. Non perché debba essere meno libera, ma perché produce effetti più larghi. Può rassicurare o incendiare. Può riconoscere o escludere. Può aprire un varco di convivenza o legittimare il sospetto. Anche noi giornalisti abbiamo una responsabilità speciale. Non siamo custodi proprietari della verità. Ma siamo chiamati a custodire un metodo: verificare, distinguere, contestualizzare, dare voce, non cedere alla tentazione dell’incendio permanente (…). Vorrei concludere con un’immagine. L’odio non entra quasi mai nella casa comune sfondando la porta. Entra da fessure piccole: una parola detta con leggerezza, una battuta ripetuta, una categoria usata al posto di un volto, una paura trasformata in identità, una notizia privata del suo contesto. Poi quelle fessure si allargano. E a un certo punto ci accorgiamo che l’aria è cambiata, diventando irrespirabile. Contrastare i discorsi d’odio significa allora riparare il linguaggio pubblico. Non per renderlo più debole, ma per renderlo più giusto. Non per cancellare il conflitto, ma per impedire che il conflitto cancelli l’umanità dell’altro. Una domanda per tutti: che cosa significa essere antifascisti oggi? di Barbara Stefanelli Corriere della Sera, 8 maggio 2026 I partigiani, alla fine della guerra, non volevano un piano di vendetta nazionale, ma un progetto di civiltà: comportarsi per sempre in modo opposto al fascismo, costruire qualcosa che avrebbe reso impossibili quelle violenze, le ingiustizie, tutte le violazioni della democrazia. Ogni anno, quando il 25 aprile si allontana portandosi dietro la polvere delle contestazioni di piazza e delle polemiche di palazzo, resta una domanda sospesa tra le schegge della memoria collettiva. Non perché sia scomoda - le domande scomode vengono raccolte volentieri se servono a colpire qualcuno “dall’altra parte” - ma perché questa in particolare ci dovrebbe interrogare tutti, in Italia, spingendoci a condividere una risposta. La domanda è: che cosa significa essere antifascisti, oltre 80 anni dopo? Nelle stesse ore in cui a Milano si alzava un muro nel corteo contro l’ingresso della Brigata ebraica e a Roma un giovane in mimetica che si è poi richiamato a quella stessa Brigata sparava gommini a una coppia con al collo il fazzoletto dei partigiani, sul sito del Corriere della Sera Sandro Veronesi provava a delineare quella risposta per tutti. L’effetto, nel perimetro dell’homepage del nostro quotidiano, era dirompente. Al centro la cronaca in aggiornamento dalle manifestazioni infiammate, di lato lo scrittore con la sua pacata Lezione digitale - parte del ciclo nato da un’idea del vicedirettore Giampaolo Tucci - dedicata a Beppe Fenoglio. Veronesi legge un brano tratto dal romanzo Una questione privata, quello che vede il protagonista vagabondare solitario e imbattersi in un vecchio contadino. Che a un certo punto dice a Milton: “Bisogna andare a prenderli tutti, senza lasciarne scappare nessuno”. I fascisti, intende. Sarebbe “un peccato mortale” - rimarca - fermarsi a metà del lavoro, per un sentimento “di pietà” o “di nausea del loro sangue”. Non successe questo in Italia. I partigiani vinsero, la Repubblica nacque, i fascisti non furono “presi tutti”. Veronesi lo ricorda chiudendo il breve video pensato per i maturandi. Non successe non perché mancassero il coraggio o le armi, anzi. Ma perché l’antifascismo non era un piano di vendetta nazionale, bensì un progetto di civiltà: comportarsi per sempre in modo opposto al fascismo, costruire qualcosa che avrebbe reso impossibili quelle violenze, le ingiustizie, tutte le violazioni della democrazia. È una distinzione che sembra ovvia. E che all’inizio forse lo fu, ovvia, almeno molto più di quanto non sia ora. Lo ha ricordato Luciano Violante, l’ex presidente della Camera che - proprio trent’anni fa, il 9 maggio 1996 - chiamò la sinistra a compiere lo sforzo di capire i ragazzi e le ragazze di Salò: non per condividerne le scelte, bensì per riflettere su una direzione imboccata quando il destino era segnato. In un’intervista a Tommaso Labate, sul Corriere del 26 aprile, Violante sottolinea come “comprendere le ragioni dei vinti aveva segnato il primissimo Dopoguerra. Prima cioè che i decenni successivi facessero prevalere la scelta della contrapposizione feroce tra fascisti e antifascisti, determinata soprattutto dalle stragi fasciste”. Una “contrapposizione feroce” che va in scena a ogni anniversario: questo è diventato il 25 aprile. Il ricordo di quell’equilibrio grandioso - che repubblicani e monarchici, cattolici e non cattolici, comunisti, socialisti e liberali seppero trovare - finisce nell’imbuto stretto e avvelenato delle nostre risse. Come se il vero antifascismo fosse d’un tratto noioso, definitivamente fuori luogo e fuori tempo massimo in un’epoca di algoritmi da zuffa e di bolle esclusive, di fiotti di adrenalina e dopamina a inondare le giornate, di roghi e cuoricini sparsi. Se “anti-fascismo” significa proteggere chi è più debole anche se non ti piace o tenere aperta la piazza anche a chi non la pensa come te, il rischio è che si riveli un vecchio arnese. Inutilizzabile, a meno che non venga martellato e mutato in parodia. E così ci ritroviamo con una destra istituzionale che ancora fatica a fare i conti con le proprie origini, che cede alla nostalgia dell’equidistanza come se la storia fosse questione di sentimenti privati e non di fatti pubblici accertati. E con una sinistra “militante”, come si definisce, che non aggiorna i conti con sé stessa, al punto da confondere l’impegno civile con il “tifo contro” e lo scatto ideale della Liberazione con il ristagno in un pacifismo distratto. Fino a cacciare la bandiera ucraina dai cortei, come se - dal febbraio 2022 a oggi, cioè da quattro anni e passa - gli ucraini non fossero protagonisti di una guerra di Resistenza. Il vero problema non è dunque il 25 aprile. È che cosa intendiamo per antifascismo nel 2026. Migranti. Così l’Italia diventa “zona di frontiera”. Il piano del Governo di Giansandro Merli Il Manifesto, 8 maggio 2026 In anteprima il documento del Viminale sulla distribuzione delle “procedure accelerate” da Patto Ue. Porti, scali, hotel. Riavvio dei centri di trattenimento per richiedenti asilo a Porto Empedocle e Modica, nuove zone di frontiera nei porti dove approdano le ong, possibile accoglienza in hotel. È il piano del governo in vista del nuovo Patto Ue su immigrazione e asilo, che entrerà in vigore tra un mese. In un documento del Viminale datato 12 marzo ma non ancora pubblicato, documento che il manifesto ha visionato in anteprima, compare la distribuzione territoriale dei posti destinati alle “procedure accelerate di frontiera” (Paf) richiesti dall’Europa. IL Meccanismo funziona così: l’Italia dichiara, in maniera più o meno arbitraria, una certa area come “zona di frontiera”; in base a una finzione giuridica si ritiene che la persona al suo interno non sia ancora nel territorio nazionale; le si applica l’iter accelerato per la domanda di protezione internazionale che prevede varie deroghe, in primis a diritto di difesa e libertà di circolazione, con il risultato di moltiplicare i dinieghi dell’asilo. Dalla negoziazione con l’Unione portata avanti dal governo Meloni dopo l’approvazione del Patto Ue è emerso che l’Italia deve disporre di 8.932 posti per le Paf, il numero più alto a livello comunitario. Circa 4.400 saranno previsti nelle zone di frontiera create da un decreto dell’agosto 2019, quando al Viminale c’era Matteo Salvini. A Ragusa saranno 356, di cui 84 per il trattenimento a Modica. Ad Agrigento 150, di cui 50 in detenzione a Porto Empedocle, più complicato ma non impossibile nell’hotspot di Lampedusa. Includendo le province, a Crotone saranno 841, a Caltanissetta 564, a Cagliari 340 e a Brindisi 328. Poi Catania e Messina. Sono in valutazione i numeri di Matera, Cosenza, Siracusa, Taranto e Trapani. Discorso a parte merita la frontiera est, dove le procedure accelerate saranno applicate a chi arriva dalla rotta balcanica: 1.140 posti tra Gorizia e Udine, 427 nell’area di Trieste. Le nuove zone di frontiera, invece, sono previste nei porti di sbarco delle ong costrette a fare traversate lunghissime per far toccare terra ai naufraghi. In alcuni è ancora in corso l’individuazione dell’area, in ogni caso riguarderanno: Bari, Livorno, Napoli, Ortona, Ravenna, Reggio Calabria, Civitavecchia, Salerno, Vibo Valentia. In totale fanno 3mila posti. L’ultimo capitolo del documento del Viminale riguarda le “possibili” zone di frontiera, che restano da valutare. All’esame Ancona, Massa, La Spezia, Savona, Palermo e Genova, sempre per l’arrivo delle navi umanitarie. Nel capoluogo ligure l’ipotesi, non definitiva, è che alcuni migranti siano alloggiati all’Hotel Columbus Sea, che da una ricerca su internet al momento risulta “chiuso definitivamente”. Nella lista ci sono anche gli aeroporti di Linate, Malpensa e Fiumicino. Rispettivamente con 945, 296 e 50 posti. Verosimilmente con alloggio nelle zone limitrofe, almeno nella maggior parte dei casi. Il modello dei posti per le Paf è stato sperimentato in questi mesi in provincia di Agrigento, nel centro di Villa Sikania a Siculiana. Qui i cittadini stranieri non sono trattenuti - come il governo ha tentato di fare a Modica, Porto Empedocle e Gjader (in Albania) - ma hanno l’obbligo di “non allontanarsi dal territorio comunale ove è ubicato il centro e di rispettare gli orari di entrata e di uscita della struttura”. Così recitano i verbali di notifica consegnati dalla locale questura, ufficio immigrazione IV sezione. Una sorta di confino. In modo da scavalcare le udienze di convalida davanti al giudice che finora hanno affossato le velleità governative di estendere la “detenzione senza reato” ai richiedenti asilo. Se i migranti non rispettano l’obbligo di dimora rischiano: cessazione delle misure di accoglienza; ritiro implicito della domanda di protezione internazionale; provvedimento di trattenimento e una conseguente procedura di rimpatrio. Non è trattenimento, ma neanche libertà. Esplode il numero dei detenuti nelle carceri UE, Italia quinta per sovraffollamento di Giulia Torbidoni eunews.it, 8 maggio 2026 I dati di Eurostat mostrano una crescita del 2 per cento tra il 2023 e il 2024. Una tendenza opposta a quella registrata tra il 2012 e il 2020 di calo progressivo. In soli quattro anni le persone detenute nelle carceri dell’Unione europea sono cresciute di quasi il 10 per cento e hanno oltrepassato la quota del mezzo milione. I dati li offre Eurostat, l’Ufficio di statistica dell’UE, e si riferiscono al 2024, quando nelle prigioni dei Ventisette si contavano 508.746 ristretti, con un aumento del 2 per cento rispetto al 2023. La percentuale di incremento sale addirittura al +9,8 per cento se si prende come riferimento il 2020, anno in cui si è registrato il minimo delle presenze negli istituti di pena UE (463.376 persone) dopo un calo progressivo iniziato dal 2012, quando si contavano 552.954 ristretti. Erano 13 i Paesi dell’UE che, nel 2024, avevano celle carcerarie sovraffollate, con le situazioni più critiche a Cipro, con un tasso di occupazione di 227,6 persone su 100 posti, in Slovenia (134,2), in Francia (129,3), in Croazia (122,5), in Italia (122,4, in aumento dal 119,1 del 2023) e Romania (118,3). I tassi di occupazione carceraria più bassi sono stati registrati in Estonia (49,9), Lituania (67) e Lussemburgo (67,4). La media UE di occupazione carceraria è del 94,6, in crescita di due punti dal 92,6 del 2023. Ogni 100mila abitanti, nel 2024, c’erano circa 113 detenuti, leggermente sopra il tasso del 2023 (111). Tra i Paesi dell’UE, i livelli erano più elevati in Ungheria (193), Polonia (191) e Lettonia (187), mentre al lato opposto della scala i più bassi si riscontravano in Finlandia (57), Paesi Bassi (67) e Danimarca e Germania (70 ciascuna). L’Italia contava 108 detenuti per 100mila abitanti. Per quanto riguarda gli spazi, nel 2024, nell’UE si registrava un posto in carcere ogni 853 abitanti o, in altri termini, 117 posti ogni 100mila. Ma questo valore varia considerevolmente da un Paese dell’UE all’altro: il numero di posti in carcere ogni 100mila abitanti è più elevato negli Stati dell’Europa orientale e baltica, in particolare in Polonia (243,3), Lettonia (243), Estonia (238,5), Lituania (231,5) e Slovacchia (212,7), mentre è molto inferiore a Cipro (43,9), Finlandia (53,1), Slovenia (63,4) e Danimarca (69,2). L’Italia è all’ottavo posto del fondo classifica con 88 posti ogni 100mila abitanti. Infine, Eurostat sottolinea che, tra il 2010 e il 2017, in media c’erano circa 2 detenuti per ogni agente penitenziario nell’UE. Ma nel 2018, questo rapporto è leggermente diminuito a 1,9, principalmente per l’aumento del numero di agenti penitenziari. Nel corso del 2020 e del 2021, il rapporto è ulteriormente calato a 1,8, probabilmente a causa delle misure anti-Covid-19 che hanno ridotto la popolazione carceraria. Tuttavia, nel 2022, il rapporto è tornato a 1,9 ed è rimasto invariato fino al 2024. Medio Oriente. “La solidarietà e la consegna di aiuti ai palestinesi a Gaza non sono un crimine” greenreport.it, 8 maggio 2026 Il messaggio sulla Global flotilla inviato a Israele dall’Ufficio Onu per i diritti umani. Il portavoce dell’organizzazione ha rilasciato a Ginevra una dichiarazione riguardante i due attivisti arrestati in acque internazionali e condotti in Israele dove “continuano a essere detenuti senza alcuna accusa”: “Le inquietanti testimonianze di gravi maltrattamenti devono essere oggetto di indagini. Si proceda alla liberazione, non è un crimine mostrare solidarietà”. “La consegna di aiuti non è un reato”. Il messaggio è sintetico, semplice da comprendere, impossibile da contestare. Lo ha mandato all’indirizzo di Israele l’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani (UN Human Rights) facendo esplicito riferimento alla Global Sumud Flotilla. In una dichiarazione rilasciata a Ginevra e rilanciata sulla piattaforma social X, il portavoce dell’organizzazione, Thameen Al-Kheetan, ha puntato il dito sul fatto che gli attivisti Saif Abukeshek e Thiago de Avila sono stati arrestati in acque internazionali e condotti in Israele, dove “continuano a essere detenuti senza alcuna accusa”: “Le inquietanti testimonianze di gravi maltrattamenti devono essere oggetto di indagini. La solidarietà e la consegna di aiuti ai palestinesi a Gaza non sono un crimine”. Le Nazioni Unite ricordano che la Global Sumud Flotilla è un’iniziativa della società civile che mira a fornire aiuti a Gaza via mare. L’Ufficio Onu per i diritti umani ricorda anche martedì un tribunale israeliano di Ashkelon ha accolto la richiesta delle autorità di prorogare la detenzione dei due attivisti fino a domenica prossima. “Israele deve rilasciare immediatamente e incondizionatamente” i due uomini, ha affermato Al-Kheetan. L’appello al rilascio giunge in un momento di crescente preoccupazione internazionale per le restrizioni all’accesso umanitario e agli aiuti a Gaza, dove la popolazione deve affrontare una grave carenza di cibo, medicinali e altri beni di prima necessità dopo mesi di conflitto e di blocco. “Non è un crimine mostrare solidarietà e cercare di portare aiuti umanitari alla popolazione palestinese di Gaza, che ne ha un disperato bisogno”, ha affermato il portavoce dell’organizzazione. L’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani ha inoltre lanciato l’allarme in merito alle accuse di abusi durante la detenzione. “Le inquietanti testimonianze di gravi maltrattamenti subiti da Abukeshek e de Avila devono essere oggetto di indagini e i responsabili devono essere assicurati alla giustizia”, ha affermato Al-Kheetan. L’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani ha inoltre esortato Israele a porre fine a pratiche che, secondo quanto affermato, violano gli standard internazionali in materia di diritti umani. “Chiediamo che Israele metta fine al ricorso alla detenzione arbitraria e all’applicazione di leggi antiterrorismo definite in modo generico e vago, incompatibili con il diritto internazionale dei diritti umani”, si legge nella dichiarazione. Ha inoltre rinnovato gli appelli per un accesso umanitario molto più ampio a Gaza. “Israele deve anche porre fine al blocco su Gaza e consentire e facilitare l’ingresso di aiuti umanitari nella striscia palestinese assediata, in quantità sufficienti”, ha aggiunto Al-Kheetan. Russia. In carcere per una vignetta satirica artista muore “suicidato” di Sabato Angieri Il Manifesto, 8 maggio 2026 La repressione al tempo di Putin Vladimir Fedorovich Yarotsky si trovava nella colonia penale di IK-9 di Khadyzhensk per aver pubblicato, nel 2022, una vignetta sul social russo VKontakte raffigurante un pittore che stava dipingendo un ritratto di Vladimir Putin in posa e con il nastro di San Giorgio (tra i simboli storici dell’esercito di Mosca e oggi accomunato all’invasione dell’Ucraina), ma sulla tela dell’artista si vedeva un pene infiocchettato con lo stesso nastro. Mentre a Venezia continua la polemica sul padiglione russo, nelle carceri che di quel Paese sono il buco nero è morto il settimo prigioniero politico dall’inizio dell’anno. Stavolta si tratta di un artista 41enne della provincia di Kuban, Vladimir Fedorovich Yarotsky. Si trovava nella colonia penale di IK-9 di Khadyzhensk e la sua colpa era di aver deriso Vladimir Putin, la sua propaganda nazionalista e militarista. La versione ufficiale delle autorità è che si è suicidato. Il che non è da escludere, ma le cause potrebbero essere le forti pressioni ricevute durante la detenzione. Lo rivela un altro prigioniero politico, Alexander Nozdrynov, che sta scontando una pena nella stessa prigione. Secondo Nozdrynov, citato dal media SOTavision, Yarotsky si lamentava “delle pressioni da parte dell’amministrazione della colonia. Il prigioniero politico partecipava ai lavori carcerari notturni, nonostante le controindicazioni di salute. Quando ha chiesto di cambiare le sue condizioni di lavoro, l’amministrazione della colonia ha risposto che non era in sanatorio e con nuove pressioni”. Yarotsky era in carcere per aver pubblicato, nel 2022, una vignetta sul social russo VKontakte raffigurante un pittore che stava dipingendo un ritratto di Vladimir Putin in posa e con il nastro di San Giorgio (tra i simboli storici dell’esercito di Mosca e oggi accomunato all’invasione dell’Ucraina), ma sulla tela dell’artista si vedeva un pene infiocchettato con lo stesso nastro. Sotto l’immagine aveva scritto: “Le persone intelligenti vedono che Putin sta seppellendo viva la Russia, mentre gli sciocchi sono convinti che la stia salvando”. Secondo il reato introdotto dopo l’invasione della Crimea nel 2014, il 354.1, la vignetta è stata giudicata una “profanazione dei simboli della gloria militare”. Nel settembre dello stesso anno, inoltre, Yarotsky aveva anche pubblicato un post nel quale, dicono gli inquirenti, avrebbe “diffuso informazioni inaffidabili e infondate sul numero di militari delle forze armate russe morti e dispersi in Ucraina”. Era stato incarcerato una prima volta a fine 2023, un anno dopo era stato scarcerato e multato per 350mila rubli (circa 4mila euro), il 21 maggio 2025 è stato condannato definitivamente a 5 anni e mezzo. L’associazione Memorial l’aveva inserito nella lista dei prigionieri politici ingiustamente incarcerati. E ieri notte è morto, per aver disegnato una vignetta.