Serve più clemenza: la legge la prevede, la crisi del carcere lo richiede di Franco Corleone L’Unità, 7 maggio 2026 Dopo la vicenda Minetti c’è il rischio che si riduca ancora il numero delle grazie per paura delle aggressioni dei forcaioli. In tempi di odio e sete di vendetta e di fronte alla strage di vite e di legalità nelle carceri, occorre un movimento per dare forza al Presidente Mattarella nel promuovere clemenza e senso di umanità. Un bel modo di festeggiare gli 80 anni della Repubblica, il 2 giugno. La grazia concessa a Nicole Minetti nel febbraio scorso dal Presidente Mattarella ha sollevato un vespaio, alimentato da ricostruzioni giornalistiche sui fatti alla base della decisione del Quirinale. Indagini e approfondimenti sono in corso da parte della magistratura e in tempi brevi saranno presentati elementi per ogni decisione che potrà essere assunta. È una occasione per fare chiarezza sull’istituto della grazia, per immaginare eventuali modifiche che rendano più limpida e trasparente la questione e per un confronto sullo stato delle cose. Già nel 1998, da sottosegretario alla giustizia del ministro Flick, con una lettera circostanziata, posi il tema della gestione delle domande di grazia che erano destinate alla risposta negativa dopo i tempi biblici utilizzati per l’istruzione delle pratiche. Furono gli anni della vicenda processuale e detentiva di Adriano Sofri (su cui si impegnò instancabilmente Marco Pannella) e, il 27 febbraio 2001, scrissi una lettera al Presidente Ciampi in cui contestavo le affermazioni del ministro Castelli sull’inopportunità della concessione della grazia a Ovidio Bompressi e denunciavo la non trasmissione degli atti come un impedimento ad una valutazione e ad una decisione di esclusiva potestà del Presidente. Il consigliere giuridico del Quirinale, prof. Salvatore Sechi, l’8 gennaio 2002 mi rispose per incarico del Presidente della Repubblica con una lettera assai significativa per la valutazione del caso, ma il punto che interessa ora è questo: “Ella sa bene, però, anche per l’incarico di governo ricoperto, che non esiste nel nostro ordinamento un potere autonomo del Capo dello Stato di concedere la grazia: come ogni atto del Presidente della Repubblica, tale concessione, a norma dell’art. 89 della Costituzione, ha bisogno della proposta del ministro competente (in questo caso del Ministro della giustizia), che ne assume la responsabilità”. Come si comprende, allora, il Quirinale era attestato su una errata lettura della Costituzione determinata dall’adesione ad una prassi corriva e burocratica instauratasi silenziosamente negli anni e, forse, dalla prudenza dettata da una volontà di una gestione in sintonia e senza scontri. La lettura corretta dell’art. 89, riguardante la controfirma del governo degli atti del Presidente della Repubblica, è legata all’irresponsabilità politica del Capo dello Stato prevista dall’art. 90. Sarebbe strabiliante che venisse interpretato altrimenti. Infatti, la necessità della controfirma è prescritta anche per gli altri atti autonomi indicati nell’art. 87, come: l’invio dei messaggi alle Camere; l’indizione delle elezioni; la nomina dei Senatori a vita, prevista dall’art. 59; la richiesta di nuova deliberazione delle leggi, secondo l’art. 74; lo scioglimento delle Camere, secondo l’art. 88 e, infi ne, per la nomina di cinque giudici costituzionali secondo l’art. 135. Per superare lo stato di impasse che si era venuto a creare, il Comitato contro l’oblio, ritenne opportuno scegliere la via legislativa per dare attuazione chiara e non equivoca all’art. 87 della Costituzione. Il testo fu elaborato dal professor Ernesto Bettinelli e presentato alla Camera dei deputati il 30 luglio 2003 come proposta di legge (n. 4237) con la prima firma di Marco Boato e la sottoscrizione significativa di esponenti di diversi schieramenti come: Filippo Mancuso, Finocchiaro, Pisapia, Craxi, Bressa, Acquarone, Diliberto, Soda, Gentiloni, Fanfani, Giachetti, Chiaromonte. La proposta prevedeva una norma assai semplice, che eliminava alla radice il potere duale attribuendo la competenza, anche istruttoria, al Presidente della Repubblica, con un compito servente del Ministro della giustizia e la controfirma del Presidente del Consiglio, cancellando l’art. 681 del Codice di procedura penale, eliminando alla radice la possibilità di conflitti istituzionali. L’esame si arenò in Commissione Affari costituzionali per un indecoroso ostruzionismo. L’impotenza della politica e la inanità del Parlamento portarono ad un conflitto di attribuzione sollevato dal Presidente Ciampi che fu sciolto dalla Corte costituzionale con la sentenza 200 del 2006. Una analisi completa della decisione della Consulta si può leggere nel saggio sul potere di clemenza del consigliere Enrico Gallucci, responsabile del Comparto grazie del Quirinale, pubblicato nel volume Costituzione e clemenza. Per un rinnovato statuto di amnistia e indulto, a cura di Stefano Anastasia, Franco Corleone e Andrea Pugiotto (Ediesse edizioni, 2018). Il 12 gennaio 2018, la Società della Ragione aveva organizzato un seminario al Senato con il titolo “Per un rinnovato statuto di amnistia e indulto” sotto la sagace regia del prof. Andrea Pugiotto e, alla conclusione di una ricca e impegnata discussione, fu messa a punto una proposta di legge per correggere la modifica dell’articolo 79 della Costituzione che è agli atti della Camera dei deputati grazie all’iniziativa di Riccardo Magi, con il n. 156. Siamo di fronte ad un paradosso: è stata abolita di fatto l’amnistia e non si concedono più grazie. Il Parlamento è condizionato da un quorum impossibile e il Presidente della Repubblica, nonostante la sentenza 200 del 2006 della Corte costituzionale che gli conferisce il potere autonomo di decidere provvedimenti di grazia o di commutazione delle pene, ha ridotto tali atti a numeri risibili. Vediamo infatti il numero di grazie concesse dai diversi Presidenti della Repubblica: Einaudi, 15.578; Gronchi, 7.423; Segni/Merzagora, 926; Saragat, 2.925; Leone, 7.498; Pertini, 6.095; Cossiga, 1.395; Scalfaro, 339; Ciampi, 114; Napolitano, 23; Mattarella, 71. Insomma, il paradosso è clamoroso: fi no al 1990 si approvavano amnistie e indulti quasi ogni due anni e si concedevano tante grazie, in totale 42.397 (solo 85 dopo la decisione del superamento del “potere duale” tra Presidente e Ministro della giustizia). Dopo la bulimia è subentrata una drastica anoressia. La motivazione è che sono aumentate le misure alternative ma il paradosso è che contemporaneamente è esploso il numero dei detenuti - sfiora ormai i 64.000 presenti con un tasso inaccettabile di sovraffollamento - e comunque si tratta di una alternativa costituzionale non della cancellazione delle pene stesse come avviene con l’amnistia, l’indulto e la grazia. Vediamo ora che quadro emerge dalla sentenza della Corte costituzionale che ha affermato che la titolarità sostanziale del potere di grazia compete al Presidente della Repubblica: resta ferma la competenza del Ministro in merito allo svolgimento dell’attività istruttoria e alla formulazione dell’avviso, non proposta, circa la sussistenza o meno dei presupposti per concedere la grazia. L’avviso del Ministro - obbligatorio ma non più vincolante - se contrario non impedisce al Presidente di concedere comunque la grazia. La Corte ha poi individuato i “presupposti costituzionali che giustificano l’esercizio del potere di grazia”: debbono sussistere “straordinarie esigenze di natura umanitaria, non tutelabili tramite gli ordinari strumenti penali, sostanziali e penitenziari”. Nella sentenza è stata infine delineata l’articolazione della procedura istruttoria, attraverso l’indicazione delle diverse fasi in cui essa si sviluppa. La scarsa disciplina normativa relativa al procedimento di grazia (art. 681 c.p.p.) è integrata dalle prassi, formatesi d’intesa tra gli uffici della Presidenza della Repubblica e del Ministero della Giustizia. Viene il dubbio che la decisione duale, uscita dalla porta, sia rientrata dalla finestra. Infatti, l’art. 681 prevede ancora che la domanda di grazia, diretta al Presidente della Repubblica, venga “presentata al Ministro della giustizia”. La grazia può essere concessa di ufficio (ossia in assenza di domanda o proposta), ma dal 2006 questa previsione è stata utilizzata in una sola occasione. In conclusione, sarebbe opportuna una riflessione su una riforma legislativa per evitare equivoci e conflitti di responsabilità. Torniamo allo “scandalo” Minetti. La pena sotto i quattro anni consentiva una misura alternativa, ma la signora ha subito la sorte dell’attesa che tocca ai circa centomila soggetti “liberi sospesi” e quindi la difesa ha attivato il procedimento della domanda di grazia per una straordinaria ragione umanitaria in relazione alla salute del bambino adottato. Questa è probabilmente la ragione della concessione della grazia, rispetto alla prassi frequente di concedere grazie parziali per consentire l’accesso alle misure alternative. Da questa vicenda può concretizzarsi il rischio di vedere ridurre, fino ad azzerare, il numero delle grazie per paura delle aggressioni dei forcaioli e dei giustizialisti. In tempi di odio e di desiderio di vendetta e di fronte alla strage di vite e di legalità nelle carceri, occorre un movimento per dare forza al Presidente Mattarella nel promuovere clemenza e senso di umanità. Un bel modo di festeggiare gli 80 anni della Repubblica, il 2 giugno. Il Colle e la grazia, cosa raccontano davvero i numeri di Giulia Merlo Il Domani, 7 maggio 2026 Intorno alla grazia a Nicole Minetti è stato tutto un rincorrersi di morale e di numeri. Quanto alla prima, ognuno ha la propria, nella certezza che non sia per fortuna ancora diventata parametro oggettivo di giustizia. Quanto ai secondi, la rutilante informazione sulla vicenda ha oscurato un aspetto tutt’altro che secondario per rispondere alla domanda che, in fondo, continua a essere il tarlo dei malpensanti: perché, su tante domande ricevute, il Quirinale ha voluto concedere la grazia proprio a Minetti, tanto più visto che su di lei grava più il fardello dell’impresentabilità sociale rispetto a quello di una pena pesante? Come talvolta accade, la risposta vera è quella più semplice, che si ricava proprio dai numeri. Come si evince dalle informazioni pubblicate dal Quirinale, il presidente della Repubblica ha concesso 77 grazie nei suoi undici anni di carica, a fronte di 4.230 pratiche presentate. Tuttavia, è scorretto ritenere che, su oltre quattromila domande, Mattarella in persona abbia discrezionalmente concesso il privilegio a pochi fortunati. I dati, infatti, fotografano come 1.148 richieste nel primo mandato e 533 nel secondo siano state archiviate per ragioni tecniche: carenza palese dei presupposti, pene già espiate, domande per condanne non definitive, rinunce, prescrizioni. Dunque, sul totale delle domande presentate, solo 2.549 sono entrate effettivamente nella fase istruttoria, svolta dalle procure generali e dai tribunali di sorveglianza su richiesta del ministero della Giustizia, come il caso Minetti ha insegnato. È proprio in questa fase che prendono forma i rigetti delle domande, che corrispondono all’assoluta maggioranza dei casi. I rigetti, infatti, sono atti motivati e fondati su ragioni attenenti ai singoli casi giudiziari (e dunque non rese pubbliche dal Colle), che emergono dal vaglio degli uffici giudiziari con la supervisione del ministero. L’istruttoria, infatti, termina con un parere motivato della procura generale, che viene allegato al dossier trasmesso al guardasigilli il quale, dopo un esame, lo inoltra all’ufficio Grazie del Quirinale con avviso favorevole o contrario al beneficio. Minetti, i dubbi e le certezze. Adozione regolare ma verifiche in corso sui presunti party a luci rosse. Come chiarisce il sito del Quirinale per il mandato in corso (e confermato anche per quello precedente da fonti interne), le uniche grazie che effettivamente Mattarella ha preso in considerazione di concedere sono state quelle arrivate con il parere favorevole di via Arenula: numericamente, appena un centinaio nel corso dei due mandati. Tra queste e solo tra queste richieste - e non dal paniere delle 4.230 pratiche presentate - il Quirinale ha scelto i 77 casi sui quali esercitare il suo potere discrezionale. Quanto al caso Minetti, la grazia è stata motivata con la ragione tecnica degli “eccezionali motivi umanitari e familiari”, prevista dalla giurisprudenza costituzionale del 2006. Su questo, fonti del Colle hanno chiarito che Mattarella - nel corso dei suoi mandati - ha accolto tutte le richieste di grazia per motivi umanitari che gli sono pervenute con parere positivo del ministero della Giustizia e della pg. Tutte. Dunque, se un beneficio accordato a tutti fosse stato negato a Minetti a causa degli anni berlusconiani che il suo cognome evoca ancora, allora davvero nei suoi confronti il giudizio non sarebbe stato imparziale. Ma nel senso di una discriminazione ad personam, spiegano dal Quirinale. Screditare la presidenza della Repubblica al tempo del premierato. Edilizia penitenziaria, il commissario Doglio: “Pronto un piano da 450 milioni” Il Dubbio, 7 maggio 2026 “Come si riesce a impostare ed effettuare un programma di investimento che, come vedremo, è di oltre 450 milioni di euro con un numero limitato di risorse umane? Qui c’è una prima novità. L’elemento peculiare del programma è stato di aver coinvolto tre soggetti istituzionali: Invitalia, Anac, Cassa depositi e prestiti. Tutto questo con la collaborazione continua e costante con il ministero della Giustizia, in particolare con il dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria e il dipartimento della Giustizia minorile e di Comunità”. Lo ha detto Marco Doglio, commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria, in audizione in commissione Giustizia alla Camera sul “programma dettagliato” sull’edilizia penitenziaria. “La redazione del programma degli interventi è il risultato di una ricognizione di carattere nazionale relativa alla domanda di posti detentivi, che ci ha coinvolto e che è durata 3 mesi”, ha aggiunto Doglio. Le linee di intervento del programma sono cinque e vanno dal completamento di interventi già avviati e non conclusi alla realizzazione nuovi moduli prefabbricati e padiglioni. “Il piano dei 10.600 nuovi posti è un’operazione centrale con i poteri del commissario - ha spiegato Doglio - Gli altri attori sono due: il Dap, che sta facendo i suoi interventi normali, partiti da anni, e anche lì stanno facendo in piccola parte nuovi posti detentivi, e dall’altra parte c’è tutta la programmazione e l’attività del Mit”. Melillo e l’ubriacatura di onnipotenza degli uffici inquirenti dopo la vittoria del Referendum di Claudio Velardi Il Riformista, 7 maggio 2026 È passato poco più di un mese dal referendum sulla separazione delle carriere e il vasto fronte garantista che si è speso per il “Sì” non ha ancora smaltito il trauma. Giace paralizzato, prigioniero di un silenzio assordante. Sull’altro fronte, invece, il dinamismo è incessante, implacabile e per molti versi inquietante. Ma sgombriamo subito il campo dalle illusioni. A esultare ancora per la vittoria del “No” c’è una parte della politica che si illude di aver trionfato, senza capire di essersi scavata la fossa con le proprie mani. I leader che oggi festeggiano non sono i veri vincitori: prima o poi finiranno inesorabilmente schiacciati dall’unico, vero dominatore uscito rafforzato dalle urne, che è il PDP, ovvero il Partito Delle Procure. Lo spostamento degli equilibri - Dopo il voto è chiarissima, infatti, la progressiva e inesorabile escalation per ratificare in via definitiva lo storico spostamento degli equilibri di potere tra legislatore e ordine giudiziario. Si procede a passi da gigante verso la trasformazione del nostro Paese in una repubblica giudiziaria, nel vuoto pneumatico lasciato da chi avrebbe il dovere costituzionale di difendere le prerogative del Parlamento. L’episodio più clamoroso di questa deriva è la lettera inviata dal procuratore nazionale antimafia, Giovanni Melillo, ai ministri Nordio e Piantedosi, e alla presidente della commissione Antimafia. Il procuratore - un magistrato di cui nessuno mette in discussione competenze tecniche e dedizione professionale - si è scagliato contro la norma del 2023 che vieta di usare le intercettazioni in inchieste diverse da quelle originariamente autorizzate, sostenendo che ciò ostacolerebbe la lotta a mafia e terrorismo. Una mossa politica in piena regola, cui il sistema ha reagito con una sconcertante genuflessione. Da un lato con le blandizie dei cosiddetti giornaloni, e il Corriere della Sera in prima fila a fare da riverente cassa di risonanza all’allarme. Dall’altro lato con il silenzio e i balbettii del governo e della politica, incapaci di difendere le proprie riforme e pericolosamente tentati, persino ai vertici dei dicasteri, di assecondare l’onda pur di non disturbare il manovratore. Sola a denunciare la gravità istituzionale della situazione è intervenuta l’Unione delle Camere Penali, che ha ricordato una verità lapalissiana: l’attuale divieto di “pesca a strascico” non è una stravaganza recente, ma la semplice riaffermazione delle garanzie del Codice Vassalli del 1989, sfigurate solo nel 2020 durante la stagione populista di Bonafede. Ma se si accetta che le esigenze investigative, per quanto nobili, debbano sempre schiacciare i diritti costituzionali e la privacy dei cittadini, si abdica all’idea stessa di Stato di diritto. A conferma di quanto la lettera di Melillo sia solo il segnale più forte di questa rinnovata ambizione egemonica della magistratura, basta poi vedere come la corporazione delle toghe si sta corazzando a difesa dei propri privilegi. Ne è prova la spinta per innalzare nuovamente l’età pensionabile delle toghe a 72 anni, un’eccezione quasi unica nel panorama lavorativo italiano. E lo conferma la desolante retromarcia dell’esecutivo sul Gip collegiale: una riforma di civiltà, concepita per limitare gli abusi sulle custodie cautelari, bloccata opponendo un ridicolo alibi organizzativo. Una resa incondizionata ai veti dei tribunali. Il risultato di questo cedimento strutturale si tocca con mano ogni giorno. Dopo il 22 marzo, nelle aule di giustizia si respira un’aria pesante. Emerge in molti processi un atteggiamento di evidente arroganza degli uffici inquirenti: lo scampato pericolo referendario viene interpretato come una definitiva investitura popolare, un salvacondotto per operare sentendosi svincolati da quei fisiologici limiti di garanzia che sono l’essenza stessa della giurisdizione. È un’ubriacatura di onnipotenza che come sempre pagheranno i più deboli, cioè i cittadini. Davanti a uno scenario così drammatico, la politica ha totalmente smarrito la rotta, lasciando il campo aperto a uno sbilanciamento dei poteri che rischia di farsi irreversibile. Tocca a noi rimetterci in cammino, con la massima urgenza. I riformisti, i garantisti e tutti coloro che credono nell’equilibrio democratico dello Stato non possono restare spettatori passivi. Bisogna riorganizzare le idee e le forze, e farlo subito. Perché Melillo sbaglia: libertà e segretezza vanno garantite di Mario Griffo* L’Unità, 7 maggio 2026 Abbattere i limiti che regolano gli ascolti violerebbe i principi costituzionali: non si possono spiare le conversazioni altrui a caccia di reati annessi e connessi: la Consulta lo ha chiarito nel 1991. L’autorizzazione giudiziale circoscrive l’utilizzazione dei risultati ai fatti-reato che risultino riconducibili all’autorizzazione stessa, non potendo l’intervento giudiziale abilitativo trasformarsi in uno strumento di controllo generalizzato sulla vita privata dei cittadini. Il legislatore ha pertanto stabilito una regola di chiusura: i risultati delle intercettazioni non possono essere utilizzati in procedimenti diversi da quelli nei quali sono stati disposti, salvo che risultino rilevanti e indispensabili per l’accertamento di delitti per i quali è obbligatorio l’arresto in flagranza. La giurisprudenza di legittimità ha ulteriormente precisato i confini di questa disciplina. Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 51 del 28 novembre 2019, hanno affermato che il divieto di utilizzazione non opera con riferimento ai reati che risultino connessi, ai sensi dell’articolo 12 del codice di procedura penale, a quelli in relazione ai quali l’autorizzazione era stata ab origine disposta, purché rientrino nei limiti di ammissibilità previsti dall’articolo 266 del codice di procedura penale. Si tratta di una deroga ragionevole, che però richiede la sussistenza di una stretta connessione sotto il profilo oggettivo, probatorio o finalistico tra il contenuto dell’originaria notizia di reato e quello dei reati per cui si procede. Non basta la mera circostanza che due reati appartengano allo stesso settore criminale o coinvolgano soggetti in qualche modo collegati. Occorre una vera connessione sostanziale, non un generico collegamento investigativo. Questa rigorosa disciplina, insomma, non è un vezzo garantista, ma un presidio costituzionale imprescindibile. Consentire la generalizzata circolazione delle intercettazioni in altri processi e per ricostruire reati diversi significherebbe aggirare il precetto costituzionale che impone di motivare ogni singolo provvedimento che autorizza le intercettazioni in relazione all’esigenza di ricostruire uno specifico reato. Come ha osservato la Corte Costituzionale, l’utilizzazione come prova in altro procedimento trasformerebbe l’intervento del giudice richiesto dall’articolo 15 della Costituzione in un’inammissibile autorizzazione in bianco, con conseguente lesione della sfera privata legata alla garanzia della libertà di comunicazione e al connesso diritto di riservatezza. È vero che il procuratore Melillo solleva il problema dei reati contro la pubblica amministrazione, compresi concussione e corruzione, dei reati in tema di traffico di rifiuti, di scambio elettorale mafioso, di intestazione fittizia dei beni. Sono tutti reati gravi, che meritano un’energica azione di contrasto. Ma proprio perché sono gravi, il legislatore ha già previsto per molti di essi la possibilità di ricorrere alle intercettazioni: l’articolo 266 del codice di procedura penale consente infatti le captazioni per i delitti contro la pubblica amministrazione per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni. Se le intercettazioni sono autorizzate per questi reati, possono essere utilizzate anche per l’accertamento di reati connessi, purché rientrino nei limiti di ammissibilità. Non si tratta quindi di un’impossibilità assoluta, ma di un limite ragionevole che impone al pubblico ministero di chiedere l’autorizzazione per i reati che intende accertare, fornendo al giudice gli elementi necessari per valutare la sussistenza dei presupposti richiesti dalla legge. Il problema che il Procuratore Melillo solleva non afferisce quindi ad un (possibile) difetto di strumenti investigativi, ma ad una diversa concezione del rapporto tra autorità inquirente e giudice. La sua prospettiva sembra essere quella di un processo inquisitorio, in cui l’interesse punitivo deve necessariamente prevalere su tutti i diritti individuali, e in cui il pubblico ministero deve poter disporre di ogni conversazione intercettata in qualsiasi procedimento, senza i limiti che il legislatore ha posto a garanzia della segretezza delle comunicazioni. È una concezione che si scontra frontalmente con i principi del nostro ordinamento costituzionale. La libertà e la segretezza delle comunicazioni sono diritti inviolabili, che possono essere limitati solo per atto motivato dell’autorità giudiziaria, con le garanzie stabilite dalla legge. Il bilanciamento tra questo diritto e l’interesse alla repressione dei reati non è rimesso alla discrezionalità del singolo magistrato inquirente. E nel caso della disciplina dell’articolo 270 del codice di procedura penale, questo bilanciamento non presenta profili di irragionevolezza. Al contrario, la norma realizza un equilibrio che mantiene le tutele in equilibrio quando sono messe a confronto entità di peso ritenuto equivalente, e aumenta proporzionalmente la limitazione della riservatezza in corrispondenza di reati di particolare gravità e maggior disvalore sociale, consentendo l’utilizzazione delle intercettazioni per i delitti per i quali è obbligatorio l’arresto in flagranza. Non si tratta quindi di un sistema che impedisce la lotta alla criminalità organizzata o ai colletti bianchi. La Costituzione, all’evidenza, non è un optional da accantonare quando diventa scomodo. I diritti fondamentali non possono essere sacrificati sull’altare dell’efficienza investigativa. Come ha ricordato ancora una volta la Corte di Cassazione nella sentenza n. 23148 del 2021, consentire l’utilizzazione probatoria delle intercettazioni in relazione a reati che non rientrano nei limiti di ammissibilità fissati dalla legge si tradurrebbe nel surrettizio aggiramento di tali limiti, con grave pregiudizio per gli interessi sostanziali tutelati dall’articolo 266 del codice di procedura penale, che intende porre un limite all’interferenza nella libertà e segretezza delle comunicazioni in conformità all’articolo 15 della Costituzione. La proposta del Procuratore Melillo di abbattere questi limiti deporrebbe quindi non già per una modernizzazione della giustizia penale, ma per un arretramento verso modelli inquisitori che il nostro ordinamento ha da tempo superato. È significativo, ad ogni buon conto, che il Procuratore nazionale antimafia rivolga le sue rimostranze direttamente al Governo e al Parlamento, in un’interlocuzione paritetica che mal si concilia con il principio di separazione dei poteri. Il ruolo del magistrato, anche quando riveste funzioni apicali come quelle di Procuratore nazionale antimafia, non è quello di dettare l’agenda legislativa al Parlamento, ma di applicare la legge vigente nel rispetto dei principi costituzionali. Quando ritiene che la legge ostacoli ingiustificatamente l’azione di contrasto alla criminalità, può esprimere le proprie valutazioni nelle sedi istituzionali appropriate, ma non può sostituirsi al legislatore indicando quali norme debbano essere modificate per rendere più agevole l’azione dell’accusa. In un momento in cui il dibattito pubblico sulla giustizia è fortemente polarizzato, e in cui le esternazioni dei magistrati su questioni di politica criminale rischiano di alimentare una confusione tra funzione giurisdizionale e funzione legislativa, sarebbe auspicabile un maggior rigore nel rispetto dei confini tra i diversi poteri dello Stato. La magistratura non è un’autorità legislativa che stabilisce quali debbano essere i limiti all’esercizio dei diritti fondamentali. È un’autorità che applica la legge nel rispetto della Costituzione, e che deve garantire che l’esercizio del potere punitivo dello Stato non trasmodi in un’arbitraria compressione dei diritti individuali. Il messaggio che il Procuratore Melillo lancia al Parlamento è, di conseguenza, un messaggio che deve essere accolto con la massima prudenza. Non si tratta di modernizzare la giustizia penale, ma di smantellare un presidio costituzionale fondamentale. Non si tratta di rendere più efficace la lotta alla criminalità, ma di sacrificare la libertà e la segretezza delle comunicazioni sull’altare di un’efficienza investigativa che prescinde dal rispetto dei diritti individuali. Uno Stato che sacrifica sistematicamente i diritti individuali in nome dell’efficienza punitiva non è uno Stato più sicuro, ma uno Stato meno libero. E una società meno libera è, alla lunga, una società meno sicura e meno giusta. *Avvocato e Professore di Diritto Processuale Penale Unisannio Ddl stupri, al Senato è ancora muro contro muro di Anna Laura Bussa Il Manifesto, 7 maggio 2026 È ancora stallo in commissione Giustizia del Senato sul ddl Bongiorno. Uno stallo che ha sempre più il sapore del muro contro muro. Con le opposizioni che insistono nel voler votare il provvedimento contro lo stupro approvato all’unanimità alla Camera a novembre e la maggioranza che ribadisce la sua contrarietà invitando a trovare formule alternative. “Le nostre posizioni erano già distanti, ma dopo le piazze che ci sono state e restando sempre in ascolto delle istanze che arrivano dal territorio, queste distanze sono ormai diventate incolmabili”, spiega la senatrice Pd, Valeria Valente, che fa parte del comitato ristretto della Commissione convocato per esaminare il ddl e chiuso con un nulla di fatto. Dello stesso avviso la senatrice Avs e vicepresidente della Commissione, Ilaria Cucchi, che osserva come, nella riunione del comitato, si sia assistito “ancora ad uno stop alla discussione”. “La destra, a parole, difende le donne vittime di violenza, poi, alla prova dei fatti, blocca l’approvazione di una legge di civiltà che ribalta decenni di stereotipi che criminalizzano le vittime, la cosiddetta criminalizzazione secondaria. La violenza sessuale - aggiunge Cucchi - è un crimine contro le donne. E come tale va riconosciuto e sanzionato. Per questa destra il consenso è indigesto, ma il consenso non si negozia, non si annacqua, non si cancella”. La presidente della Commissione Giustizia, Giulia Bongiorno assicura di voler arrivare a “una mediazione”. “Su un tema così delicato come lo stupro - afferma - vorrei evitare lo scontro ed è per questo che ho istituito il comitato ristretto, per a trovare formule che siano più condivise”. Al comitato sono arrivate sinora 3 nuove proposte di riformulazione dell’articolo 609 bis c.p., tutte presentate da Julia Unterbeger, avvocata e senatrice altoatesina del gruppo Autonomie. E nell’ultima, quella appena depositata, si parla sia di “consenso” sia di “dissenso”. “Chiunque compie o fa compiere o subire atti sessuali ad un’altra persona senza il consenso libero e attuale di quest’ultima è punito con la reclusione da 6 a 12 anni. L’assenza di consenso all’atto sessuale - si legge nel testo - deve essere riconoscibile e valutata tenendo conto della situazione e del contesto il cui il fatto è commesso”. “L’atto sessuale si presume senza il consenso della persona anche quando è commesso a sorpresa ovvero approfittando della impossibilità della persona stessa, nelle circostanze del caso concreto, di esprimere il proprio dissenso. L’assenza di consenso può anche essere desunta dall’immobilità della vittima”. Il comitato tornerà a riunirsi tra un paio di settimane. “Ma più si scrive in una norma più si complicano le cose”, dichiara Valente che, insieme a Cucchi, incalza: “Noi da qui non ci spostiamo”. Così, mentre il Parlamento Ue si accorda per chiedere che si arrivi a una legge europea contro lo stupro basata sul concetto di consenso libero, attuale e revocabile, in linea con la Convenzione di Istanbul, in Italia si prende ancora tempo. E la strada resta tutta in salita. Sequestro delle chat e pesca a strascico: il nuovo metodo della procura di Milano di Ermes Antonucci Il Foglio, 7 maggio 2026 Da tempo la procura di Milano ha deciso di incentrare le sue indagini sul sequestro di smartphone e dispositivi informatici con conseguente estrazione di migliaia di chat ed email. Questo avviene spesso anche nei confronti di persone non indagate, seguendo una sorta di metodo della pesca a strascico. La procura diretta da Marcello Viola, però, sembra aver perso di vista i limiti previsti dalla legge, come dimostrano due vicende. La prima: con un’iniziativa davvero singolare, la procura milanese, che indaga sulla scalata a Mediobanca, ha inviato una lettera ai presidenti di Camera e Senato, chiedendo una sorta di pre-autorizzazione a visionare le chat tra l’ex direttore generale del ministero dell’Economia, Marcello Sala, non indagato, e nove parlamentari, fra cui due ministri (Giancarlo Giorgetti e Matteo Salvini), che lui stesso ha indicato come suoi interlocutori negli scambi di messaggi. L’idea dei pm (Gaglio, Polizzi e Pellicano) sarebbe quella di verificare l’eventuale presenza di messaggi di rilevanza processuale e, qualora ciò avvenisse, chiedere al Parlamento l’autorizzazione a utilizzare le comunicazioni, in ossequio all’articolo 68 della Costituzione. La contraddizione della richiesta avanzata dai pm milanesi è evidente: prima di valutare la rilevanza penale o meno dei messaggi, questi andrebbero letti. Peccato, però, che questa pratica sia in contrasto con quanto stabilito dalla Corte costituzionale (a partire dalla sentenza n. 170 del 2023), che ha equiparato a corrispondenza le chat e le email dei parlamentari contenute in dispositivi elettronici di terzi. Di conseguenza, i magistrati possono sequestrare i telefonini di terze persone (come Sala), ma nel momento in cui incappano in una chat che coinvolge un parlamentare devono fermarsi e chiedere subito l’autorizzazione al Parlamento. Non si tratta di un privilegio di casta ma, come ha ricordato la Consulta, di una “prerogativa strumentale alla salvaguardia delle funzioni parlamentari”. Non è la prima volta che la procura di Milano forza la mano sul sequestro di chat che coinvolgono parlamentari. Lo scorso agosto, nell’ambito di uno dei tanti filoni sull’urbanistica, i pm sequestrarono il telefonino del costruttore Manfredi Catella e da questo estrapolarono anche alcune chat che coinvolgevano Pierfrancesco Maran, ai tempi in cui era parlamentare europeo (e dunque godeva delle stesse immunità previste per i parlamentari italiani). Soltanto dopo l’articolo del Foglio in cui si denunciava la violazione della giurisprudenza costituzionale, i pm decisero di espungere dagli atti di indagine le chat tra Catella e Maran. La seconda vicenda vede per protagonista Christian Malangone, direttore generale del comune e braccio destro del sindaco Beppe Sala, indagato nell’inchiesta sulla vendita dello stadio di San Siro a Inter e Milan. I pm milanesi (Cavalleri, Filippini e Polizzi) hanno sequestrato il suo smartphone e vorrebbero estrarre tutti i messaggi e le email sulla base di un elenco di 140 parole chiave. Il punto è che tra queste ci sono anche l’indirizzo email di Malangone e il suo nome e cognome: in altre parole, come ha evidenziato il suo legale, l’avvocato Domenico Aiello, con questi criteri gli investigatori avrebbero accesso al 98,36 per cento delle email presenti nella casella di Malangone. E poiché l’arco temporale indicato è ampissimo (sette anni), i pm arriverebbero ad acquisire quasi 400 mila comunicazioni. Alla faccia del principio di proporzionalità. Il tribunale del Riesame per ora ha dato ragione alla procura, ma Malangone ricorrerà in Cassazione. E, comunque vada, non sembra intenzionato a fornire agli inquirenti la password per sbloccare il suo smartphone Apple. Uno bianca, la forza dei fatti scaccia lo spettro dei servizi di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 7 maggio 2026 Il capo della feroce banda Roberto Savi rievoca i servizi deviati per ottenere una via di uscita dall’inferno penitenziario. Ma 277 faldoni smentiscono ogni teoria di una regia occulta. Roberto Savi ha 71 anni, è in carcere dal novembre 1994 e sta scontando l’ergastolo nel penitenziario di Bollate. È in carcere senza aver mai ottenuto un solo giorno di permesso premio, a differenza di suo fratello minore Alberto che dal 2017 usufruisce regolarmente dei benefici di legge. In questo stato di isolamento giuridico e decadimento fisico, l’ex poliziotto che ha guidato la banda più sanguinaria del dopoguerra ha deciso di parlare davanti alle telecamere di Francesca Fagnani, il programma “Belve”, riproponendo il vecchio schema della regia occulta e dei servizi segreti deviati per giustificare crimini che le sentenze hanno già cristallizzato come frutto di una ferocia autonoma e strutturata. Le sue parole sembrano l’ultima carta giocata da un uomo che vede svanire ogni speranza di riabilitazione costituzionale, cercando di accreditarsi come custode di segreti inconfessabili pur di scardinare la rigidità di un fine pena mai che diventa insostenibile. Le dichiarazioni rilasciate durante la trasmissione “Belve crime” puntano a smantellare la ricostruzione giudiziaria di alcuni dei delitti più atroci commessi dal gruppo, a cominciare dall’eccidio dell’armeria di via Volturno avvenuto il 2 maggio 1991. Secondo l’ex poliziotto, quella non fu una rapina per recuperare armi, come stabilito dai giudici, ma un vero e proprio omicidio mirato contro Pietro Capolungo, l’ex carabiniere che lavorava nel negozio e che, a detta di Savi, era un ex membro dei servizi particolari dell’Arma. Savi sostiene che l’ordine arrivò dall’alto e che il gruppo veniva chiamato periodicamente per eseguire compiti specifici, muovendosi sotto una protezione che avrebbe garantito loro l’impunità per sette lunghi anni. Queste parole hanno sollevato l’immediata reazione dei familiari delle vittime, stanchi di veder trasformato il dolore dei processi in uno spettacolo dove il colpevole tenta di trasformarsi in una pedina di giochi più grandi. Se Savi possiede prove di regie esterne dovrebbe portarle nelle procure e non in TV, specialmente perché la verità storica è già scritta nei 277 faldoni di atti digitalizzati e accessibili a chiunque voglia confrontarsi con i fatti nudi e crudi. I fatti contro le suggestioni della Falange armata - Per comprendere quanto ci sia di strumentale nelle recenti uscite di Roberto Savi bisogna tornare alla sostanza dei documenti processuali che descrivono una banda capace di commettere 103 reati, lasciando sul terreno 24 morti e oltre 100 feriti tra il 1987 e il 1994. La banda della Uno Bianca non è nata come un braccio operativo dello Stato deviato, ma come un gruppo di poliziotti in servizio che hanno sfruttato le loro conoscenze professionali e la loro posizione per rapinare caselli autostradali, uffici postali e distributori di carburante tra l’Emilia-Romagna e le Marche. La scelta della Fiat Uno bianca rispondeva alla semplice necessità tattica di confondersi con i mezzi della vigilanza privata dell’epoca per passare inosservati durante gli spostamenti notturni. Le indagini hanno dimostrato che i componenti del gruppo agivano con una freddezza criminale alimentata da una sorta di delirio di onnipotenza e, in molti casi, da un odio razziale che li portava a sparare contro cittadini stranieri senza alcun motivo apparente. Il richiamo ai servizi segreti e alla cosiddetta strategia della tensione non è un elemento nuovo, ma un fantasma che ha aleggiato sulla vicenda sin dai primi anni Novanta, spesso alimentato dalla sigla della Falange armata che rivendicava molti dei loro colpi. Come Il Dubbio ha documentato più volte, tale sigla è stata usata da chiunque. Da mitomani, dai ragazzini hacker di allora per rivendicare le incursioni nei pc della banca d’Italia e non solo, e dalla mafia stessa per depistare. I 277 faldoni del sistema SEStra, digitalizzati nel 2023, restituiscono una dinamica dei fatti lineare attraverso perizie e intercettazioni. Emerge come il massacro del Pilastro o l’omicidio di Castel Maggiore furono azioni pianificate dai Savi per testare armi o eliminare testimoni. Anche il caso del brigadiere Macauda, spesso usato per teorizzare il coinvolgimento dell’Arma, viene ridimensionato dagli atti: la sua condanna per depistaggio fu l’esito di un tentativo maldestro di ottenere ricompense personali, non una manovra orchestrata dai vertici per coprire la banda. La caratura criminale dei membri della banda emerge con chiarezza dalle loro stesse confessioni rese durante i processi. L’unico dei tre fratelli a non appartenere alle forze dell’ordine era Fabio Savi, ma che viveva circondato da armi e divise. Parliamo di un arsenale fatto di fucili a pompa e carabine AR70 che venivano comprate o rubate. La sua stessa compagna Eva Mikula lo descrisse come un uomo ossessionato dal controllo e dalla violenza, ma mai legato a contesti di spionaggio. La verità documentata è che la banda sfruttò la propria appartenenza alla Polizia per restare invisibile: non furono i servizi a proteggerli, ma l’incapacità degli apparati investigativi di allora di immaginare che i killer potessero indossare la loro stessa divisa. E chissà se un giorno si potrà dire per il Mostro di Firenze, altra vicenda dove speculano le dietrologie più disparate, dove secondo lo storico avvocato Nino Filastrò, il serial killer potrebbe essere un uomo in divisa. La verità nei faldoni e il diritto alla speranza - Separare la verità giudiziaria dal diritto penitenziario è necessario per restituire dignità al dibattito pubblico. Roberto Savi sconta crimini imperdonabili, ma l’Articolo 27 della Costituzione impone che la pena tenda alla rieducazione. Eppure, dopo trent’anni di detenzione senza permessi, il suo caso solleva interrogativi profondi. Mentre il fratello Alberto ha intrapreso un percorso riabilitativo, Roberto resta inchiodato ai pareri negativi del tribunale di sorveglianza: per i giudici, i Savi restano figure socialmente pericolose e prive di autentico pentimento. Questo stallo spinge spesso i detenuti a offrire verità mediatiche parziali per smuovere la propria posizione giuridica. Quando Savi allude a “servizi deviati” che avrebbero favorito la loro latitanza, lancia un’esca: sa che evocare complotti basta a incrinare sentenze passate in giudicato. Tuttavia, le indagini hanno dimostrato che la loro lunga impunità non derivò da reti di protezione occulte, ma dall’appartenenza alla polizia, dalla scarsa coordinazione tra procure e da macroscopici errori investigativi. Bisogna riportare i fatti alla loro dimensione documentale. La verità sulla Uno Bianca è scritta nei 277 faldoni digitalizzati e nella sentenza di Cassazione del 2000: lo Stato è responsabile civilmente, ma la banda agì in totale autonomia. Ogni altra ricostruzione appartiene al campo delle suggestioni, al bisogno di cercare un “grande vecchio” per non accettare che il male possa nascere spontaneamente dentro le istituzioni. La storia della banda è tragicamente lineare: poliziotti che hanno usato armi e divise contro i cittadini, sfruttando un sistema incapace di vigilare. Roberto Savi resta il responsabile di quel sangue. Sebbene richiedere permessi è un diritto, legare tale pretesa a presunti segreti rivelati dopo trent’anni è l’ennesima beffa. La giustizia non deve cedere alla vendetta, ma i colpevoli sono stati presi e la realtà dei fatti non cambia: la Uno Bianca fu una banda di criminali che agì da sola, protetta solo dalla propria ferocia. Ostanel (AVS): “La Regione convochi l’Osservatorio permanente sulla salute in carcere” ansa.it, 7 maggio 2026 “Il Garante dei detenuti della Regione del Veneto ha presentato oggi la sua relazione annuale in Commissione: anche quest’anno, abbiamo sentito direttamente da lui la realtà delle carceri venete e delle condizioni drammatiche in cui versano. Un dato su tutti è quello del sovraffollamento, che tocca quest’anno il 149%, segnando un aumento del 9% rispetto al 2024 e addirittura del 15% rispetto al 2023. Sono numeri che lasciano senza parole, ma che allo stesso tempo chiedono alle istituzioni di agire immediatamente sulle condizioni carcerarie”. È quanto dichiara Elena Ostanel, consigliera regionale di Alleanza Verdi e Sinistra, che osserva: “Il Veneto è la quarta regione per sovraffollamento e tutte le carceri regionali, a eccezione del femminile di Venezia, sono in stato di sovraffollamento, con Verona che raggiungere il 184.78% e Treviso il 173.46%. Proprio per questo, a febbraio, ho chiesto che la Quarta commissione approfondisse la situazione delle carceri per valutare lo stato del sovraffollamento, le condizioni sanitarie e psicologiche delle persone detenute, l’organizzazione dei servizi e le condizioni di lavoro del personale, anche al fine di individuare possibili iniziative e azioni di competenza regionale. La Quarta commissione, in questi mesi, ha audito i dirigenti delle strutture, da ultimi, ieri, quelli di Belluno e Rovigo, e tutti hanno raccontato condizioni molto simili, con un numero di detenuti eccessivamente elevato, spazi non consoni e personale insufficiente e con carichi di lavoro enormi”. “Uno dei temi che è stato portato in Commissione durante le audizioni - aggiunge Ostanel - è quello della salute, fiscale e mentale, dei detenuti. E su questo proprio oggi è tornato il Garante che ha riportato i dati che parlano del 26% dei detenuti che presenta disturbi psichiatrici e il 35% che presenta dipendenza da sostanze stupefacenti. Proprio il tema della salute è quello sul quale la Regione ha competenza quando si tratta di carceri e per questo negli scorsi anni abbiamo chiesto alla Regione di intervenire, in particolare sull’individuazione delle carceri come aree disagiate, per permettere incentivi ai medici che decidano di lavorarci. Inoltre, serve convocare l’Osservatorio permanente sulla salute in carcere, fermo da anni”. “A tutti questi numeri se ne aggiunge un ulteriore, che è quello delle 6 persone detenute che si sono tolte la vita nel 2025 in Veneto. Storie di persone che si sono interrotte in strutture che avrebbero il compito di rieducare e reinserire nella società i detenuti. Un compito che ormai è sempre più difficile e complicato per chi opera oggi in carcere. Dobbiamo ritornare a rispettare i principi costituzionali, ma soprattutto i diritti umani, che non ci permettono di portare avanti una situazione come questa”, conclude la Consigliera. Campania. Report sulle carceri campane, sovraffollamento e tossicodipendenza le criticità ansa.it, 7 maggio 2026 La relazione del garante Ciambriello sul 2025: “Servono strutture nuove”. Una fotografia con poco bianco e molto nero: questa la sintesi sulla condizione delle carceri in Campania fatta dal Garante regionale delle persone detenute, Samuele Ciambriello, che ad Avellino ha presentato la relazione annuale del 2025. Il sovraffollamento resta tra le principali criticità: 7.807 detenuti per 5.500 posti disponibili negli istituti della regione. 830 i posti disponibili nelle tre case circondariali della provincia di Avellino per 1.100 detenuti reclusi. Carenze di organico anche per la Polizia penitenziaria: 3.706 gli agenti in servizio quando ne servirebbero almeno 200 in più. Altro spinoso capitolo, quello dei detenuti tossicodipendenti: 239 nelle carceri di Avellino ed Ariano Irpino per i quali da tempo si chiede il trasferimento in strutture sanitarie protette. Vi è poi il dramma, spesso silenzioso, dei suicidi e degli atti di autolesionismo. Nel 2024 nelle carceri della Campania si sono registrati sette suicidi, 132 tentativi di suicidio e 1.033 episodi di autolesionismo. Ciambriello ha sottolineato la necessità di misure alternative al carcere: “Abbiamo bisogno - ha detto il garante - non di nuovo carcere, ma di carceri nuove dove si afferma una visione della pena fondata sulla legalità istituzionale e sul rispetto della dignità umana”. Alla presentazione della relazione annuale sono intervenuti il procuratore capo facente funzioni di Avellino, Francesco Raffaele, il magistrato di sorveglianza, Maria Bottoni e la direttrice dell’Ufficio di esecuzione penale, Marilena Guerriera. Ferrara. Detenuto trovato morto, accertamenti anche nella cella Il Resto del Carlino, 7 maggio 2026 Proseguono gli accertamenti della procura sul decesso di un detenuto 45enne, stroncato da un malore mentre dormiva nella propria cella. Nei giorni scorsi, la procura ha disposto l’autopsia sul corpo dell’uomo. Dai primi accertamenti, sembrano non esserci dubbi sulle cause naturali del decesso. Parrebbero infatti esclusi sin da subito sia il gesto autolesionistico che il coinvolgimento di terzi. Le attività medico legali serviranno quindi cristallizzare la causa esatta di quella morte improvvisa. Al contempo, gli inquirenti eseguiranno alcuni controlli anche all’interno della cella, allo scopo di non trascurare nulla. I fatti risalgono alla giornata di sabato. Quando in tarda mattinata gli agenti della polizia penitenziaria sono passati davanti alla sua cella per un controllo, hanno notato che il 45enne era ancora a letto. Una circostanza insolita, che li ha spinti ad approfondire. L’allarme è scattato quando l’uomo è rimasto immobile senza rispondere alle chiamate degli operatori. A quel punto, è apparso subito evidente che il detenuto era stato colto da un malore e che necessitava di un intervento sanitario urgente. L’arrivo del 118 e la corsa in ospedale non sono però bastati a salvare la vita dell’uomo, deceduto poco più tardi all’ospedale di Cona. Nelle ore successive alla tragedia, a quanto si apprende, all’ospedale Sant’Anna si sarebbero registrati alcuni momenti di tensione con i familiari del deceduto, accorsi a Ferrara appena appresa la notizia. I parenti avrebbero chiesto di vedere la salma, cosa non possibile in quel momento. Dopo le spiegazioni del caso e chiarita la prassi, la situazione è rientrata senza conseguenze. Brescia. Canton Mombello è al collasso, nelle celle 400 detenuti su una capienza di 182 posti Brescia Oggi, 7 maggio 2026 “Il carcere di Brescia Nerio Fischione è al collasso. Il sovraffollamento è al 215%”: il sindacato Uspp è tornato a denunciare la situazione della Casa circondariale di Brescia che al suo interno ha quasi 400 detenuti presenti a fronte di una capienza regolamentare di 182 posti, confermandosi il carcere più sovraffollato della regione Lombardia e il secondo in Italia dopo il San Giorgio di Lucca che ha un sovraffollamento che supera il 240% su una media nazionale che si attesta al 135%. “Una situazione, ormai, al limite della sostenibilità - afferma il segretario regionale aggiunto dell’Uspp Calogero Lo Presti - il quale sostiene che una situazione del genere pregiudica fortemente la dignità di chi si trova ad espiare la pena inficiando anche i percorsi trattamentali e di rieducazione, ma si tramuta, contestualmente, in una insostenibilità lavorativa da parte dei poliziotti penitenziari che si ritrovano a gestire più del doppio dei detenuti previsti in quella struttura”. Il sindacalista Lo Presti evidenzia, inoltre, “un numero sempre alto di soggetti non avvezzi al rispetto delle regole che creano problemi da un punto di vista dell’ordine interno al carcere e solo la professionalità, l’impegno e la competenza del personale di Polizia riesce a garantire la sicurezza e la disciplina all’interno di quella struttura ma con dei seri rischi mettendo quotidianamente in repentaglio la propria tutela dell’incolumità personale”. Sul problema interviene anche il presidente dell’Uspp Giuseppe Moretti: “Il problema del sovraffollamento va affrontato con la realizzazione di nuove strutture penitenziarie che integrino e sostituiscono quelli esistenti con particolare riferimento a quei siti che ormai contano secoli di vita, come la struttura bresciana, che non sono più funzionali al sistema e ad un sistema penitenziario moderno, sperando che il Piano carceri predisposto dal governo attraverso l’individuazione del Commissario straordinario, porti quanto prima a dei risultati tangibili”, ha detto auspicando, “quanto prima, l’inizio dei lavori di ammodernamento e ristrutturazione anche nel Nerio Fischione nonché la costruzione del nuovo penitenziario di Verziano”. Torino. Schiaffi e umiliazioni in carcere: per i giudici è tortura di Giada Lo Porto La Repubblica, 7 maggio 2026 Le motivazioni della condanna a sette agenti del carcere di Torino spiegano perché abbia retto il reato così difficile da provare. “In un contesto di custodia, un singolo schiaffo a una persona detenuta da parte di un rappresentante delle forze dell’ordine, integra il reato di tortura”. È uno dei passaggi incisivi contenuto nelle motivazioni della sentenza con cui il 6 febbraio, i giudici hanno condannato a pene che vanno da 2 anni e 8 mesi a 3 anni e 4 mesi di reclusione, sette agenti della polizia penitenziaria per il reato di tortura, in relazione alle violenze avvenute nel carcere di Torino tra il 2017 e il 2019. Il collegio, presieduto dal giudice Paolo Gallo con a latere Elena Rocci e Giulia Maccari, rifacendosi alla giurisprudenza europea “non può che concludere - si legge - che tale condotta sia al contempo degradante, lesiva della dignità e inumana in quanto gratuita e arbitraria”. Non è stato un verdetto scontato, in Italia la tortura è un reato giovane, entrato nel codice penale nel 2017. Secondo l’impianto accusatorio del pm Francesco Pelosi, si era instaurato un clima di violenza “ritualizzata” nel Padiglione C, l’area destinata ai detenuti per reati sessuali. I giudici richiamando la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo hanno chiarito che il volto umano è il fulcro dell’identità sociale: colpirlo con schiaffi, significa voler annientare la dignità della vittima. “L’uomo, oltre al detenuto, si è visto “spogliato” - scrivono i giudici - non solo materialmente ma anche metaforicamente, rimanendo nudo davanti ad una inaccettabile, violenta e gratuita ostentazione di potere posta in essere da chi avrebbe dovuto sorvegliare il suo stato di salute e garantire la sua sicurezza”. Negli atti si parla della pratica del “flipper”: gli agenti formavano un cerchio attorno al detenuto, colpendolo con ripetuti schiaffi. In un caso un uomo era stato costretto a restare per quaranta minuti con la faccia contro il muro, obbligato a urlare “Io sono un pezzo di merda”. Mentre colpivano, gli agenti esplicitavano il paradosso del loro ruolo: “Io ti ammazzerei, invece ti devo tutelare”, diceva uno di loro mentre prendeva a calci un recluso fino a farlo sanguinare. La sentenza di Torino cristallizza un principio giuridico: la vulnerabilità del detenuto rende inaccettabile ogni forma di violenza, indipendentemente dalla condotta. Il collegio ha respinto una delle tesi difensive, definita “al limite del kafkiano”, che narrava le denunce come un complotto orchestrato da un detenuto per ottenere trasferimenti. Sul fronte opposto, i legali della difesa, tra cui gli avvocati Enrico Calabrese e Antonio Genovese, hanno sostenuto che la fattispecie di tortura non fosse tecnicamente integrata. Torino. “Colpita la dignità umana, dagli agenti violenza e ostentazione di potere” di Simona Lorenzetti Corriere di Torino, 7 maggio 2026 Per i giudici i 7 poliziotti condannati per tortura nel carcere Lorusso e Cutugno agivano con “totale senso di impunità”. “È stato costretto a subire vessazioni verbali, umiliazioni morali e percosse fisiche. La sua dignità è stata gravemente lesa: l’uomo, oltre che il detenuto, si è visto “spogliato” non solo materialmente, ma anche metaforicamente, rimanendo nudo di fronte a una inaccettabile, violenta e gratuita ostentazione di potere”. L’uomo di cui parlano i giudici del Tribunale di Torino è stato rinchiuso nel padiglione C del Lorusso e Cutugno tra il 2017 e il 2019 e le violenze che ha subito al suo arrivo in carcere sono descritte dai giudici che lo scorso 6 febbraio hanno condannato sette agenti della polizia penitenziaria - a pena dai 3 anni e 4 mesi ai 2 anni e 8 mesi di reclusione - per tortura. Per aver riservato un “trattamento inumano e degradante” ad alcuni detenuti che erano sotto la loro custodia all’interno del settore dedicato ai sex offender. In due anni e mezzo di processo in aula sono sfilate quattro vittime e chi ha raccolto i loro racconti, le loro paure e ansie. Ed è così che, testimone dopo testimone, sono state portate alla luce “scene umanamente strazianti” e “incomprensibili missioni punitive”. Non solo, è emerso “il livello di tensione e intimidazione che alcuni appartenenti alla polizia penitenziaria avevano creato in quegli anni all’interno del carcere di Torino”, dove “i detenuti (quantomeno alcuni) venivano sviliti, terrorizzati, costretti a fare cose del tutto disdicevoli ed umilianti pur di non subire ulteriori ripercussioni”. Nell’analizzare le singole posizioni degli imputati, il Tribunale non può fare a meno di evidenziare il pestaggio di un ragazzo “in difficoltà fisica e psicologica” avvenuto “in un luogo visibile a tutti gli altri detenuti”, quindi “nella convinzione da parte degli agenti di poter usufruire di una qualche forma di totale impunità, che ha reso ancora più profondo il senso di impotenza, vergogna e umiliazione” provato dalla vittima. Il catalogo delle vessazioni descritte in aula dal pm Francesco Pelosi è ampio: detenuti costretti a stare in piedi con la faccia verso il muro per 40 minuti, coperti di insulti; altri colpiti “violentemente con schiaffi al volto e al collo, pugni sulla schiena”; altri puniti con “perquisizioni arbitrarie e vessatorie, gettando vestiti per terra, strappando le mensole dal muro e spruzzando detersivo per i piatti sul materasso e sui vestiti”. Era il cosiddetto “battesimo” per i nuovi entrati: “Una pratica nota - scrivono i giudici - che tutti i soggetti ristretti sapevano di dover subire, accettandolo come dato certo ed inevitabile, quanto doloroso”. Nelle motivazioni, i giudici sottolineano anche come gli imputati per difendersi abbiano “mentito”. Definendo “ai limiti del kafkiano” una delle tesi difensive, secondo la quale a orchestrare buona parte delle accuse era stato un detenuto “storico” del padiglione (vi rimase rinchiuso per sei anni fino al 2020) per ottenere benefici o addirittura il trasferimento in blocco degli agenti. Modena. “Consiglio comunale in carcere, percorso corretto” Il Resto del Carlino, 7 maggio 2026 “Il percorso che ha portato a progettare e poi a richiedere la possibilità di tenere un Consiglio Comunale presso la Casa Circondariale è iniziato con lettera protocollata ed inviata via il 16 ottobre 2025 con la precisa richiesta alla direzione del Sant’Anna in cui veniva chiarito tutto. Nel pieno rispetto del Ministero della Giustizia, del suo sottosegretario Alberto Balboni e del Dap, non posso non evidenziare e ribadire la correttezza e la logica istituzionale sottesa al percorso compiuto”. Così il presidente del Consiglio Comunale Antonio Carpentieri sulla vicenda del no all’iniziativa. Sul tema intervengono anche i capigruppo della maggioranza in Consiglio comunale con una nota congiunta. “Lasciamo ai cittadini, alle associazioni coinvolte, alla camera Penale e a tutti coloro che si interessano di questa realtà, ogni valutazione sul punto - evidenziano i capigruppo -Purtroppo avevamo ragione e da subito avevamo capito che il diniego disposto dal Dap a svolgere la seduta prevista per lo scorso 15 gennaio del consiglio comunale presso il carcere Sant’Anna - commentano Diego Lenzini (Pd), Martino Abrate (Avs), Giovanni Silingardi (M5s), Grazia Baracchi (Spazio Democratico) e Paolo Ballestrazzi (Pri) - non era accompagnato da alcuna valida motivazione e questo era e rimane un grave sgarbo istituzionale alla nostra città. La risposta del Governo conferma quanto detto - proseguono i capigruppo - il sottosegretario alla Giustizia Alberto Balboni ha riferito che la richiesta era ‘vagamente generica e sostanzialmente immotivata’. Ciò non corrisponde al vero in quanto la richiesta avanzata alla struttura penitenziaria, con cui si era interfacciata la Presidenza del Consiglio Comunale - ribadiscono - era tempestiva, in quanto datata 13 novembre 2025, precisa e dettagliata riportandosi anche ad una precedente lettera di ottobre 2025, ove veniva anche indicato il percorso preparatorio nella commissione consiliare e il coinvolgimento delle associazioni di volontariato, della Camera penale, della Polizia Penitenziaria con il chiaro fine di approfondire il percorso trattamentale a beneficio dei detenuti e, quindi, niente affatto generica. Ora, a fronte di una richiesta dello scorso novembre, anticipata da una precedente corrispondenza, se il Dap avesse voluto, in due mesi avrebbe potuto richiedere eventuali integrazioni”. Ferrara. Dal Governo sostegno al carcere. Balboni: “Nuovi agenti e più posti” di Federico Di Bisceglie Il Resto del Carlino, 7 maggio 2026 “Come primo atto da sottosegretario alla Giustizia ho voluto accertarmi sull’organico nella struttura di via Arginone. Previste integrazioni di personale della polizia penitenziaria”. Il primo dossier è quello più caldo. E la risposta arriva subito, numeri alla mano. Alberto Balboni debutta da sottosegretario alla Giustizia partendo dal carcere dell’Arginone e dalla questione, annosa, degli organici. “Come primo atto - scandisce - ho voluto accertarmi della situazione del personale in servizio a Ferrara”. L’esito dell’approfondimento è un intervento immediato: “Ho appurato che è stata disposta l’assegnazione di 19 nuovi agenti del 186° corso, con un aumento netto pari a 14 unità per la casa circondariale estense”. Un segnale operativo che si inserisce in una fase di transizione delicata per via Arenula, dopo le dimissioni di Andrea Delmastro Delle Vedove e il conseguente riassetto delle deleghe, tra cui quelle sul dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ora in capo al senatore ferrarese. Per la casa circondariale estense si tratta di una boccata d’ossigeno attesa da tempo. Le richieste di rafforzamento dell’organico - in particolare dai sindacati - si sono susseguite negli ultimi mesi, tra turni scoperti, carichi di lavoro crescenti e una pressione costante dovuta anche al sovraffollamento. L’arrivo dei nuovi agenti rappresenta un primo passo concreto verso una normalizzazione dei servizi interni e una maggiore sicurezza complessiva. Ma il piano, assicura Balboni, guarda oltre l’immediato. “Con le prossime assegnazioni previste per fine settembre e per gennaio 2027 - aggiunge - l’organico della Polizia penitenziaria verrà integralmente coperto”. Una prospettiva che porterebbe Ferrara a colmare definitivamente le carenze strutturali sul fronte del personale, storicamente uno dei nodi più critici dell’istituto. Non solo uomini, però. Sul tavolo c’è anche il capitolo infrastrutturale. “Ho ricevuto rassicurazioni - prosegue il sottosegretario - sull’attuazione del piano straordinario di edilizia penitenziaria: all’Arginone verranno creati 240 nuovi posti detentivi entro il 2027”. Un ampliamento significativo che punta a disinnescare l’emergenza sovraffollamento, migliorando al contempo le condizioni di vita dei detenuti e le modalità operative degli agenti. La linea del Governo, rivendica Balboni, è quella degli “interventi concreti”, capaci di incidere su due fronti: la tutela di chi lavora negli istituti e il rispetto della dignità di chi vi è ristretto. Ferrara diventa così un banco di prova immediato per misurare questa strategia. Modena. Festival della Giustizia Penale: “Difendere diritti, per una vera cultura della legalità” di Valentina Reggiani Il Resto del Carlino, 7 maggio 2026 Dal 14 al 17 maggio torna l’atteso appuntamento, alla settima edizione, con grandi ospiti. Guido Sola: “Quest’anno il tema centrale ci consente di dialogare anche con scrittori, filosofi e scienziati”. In un momento in cui l’opinione pubblica è scossa ma soprattutto divisa da casi giudiziari complessi, che hanno travolto le vite di tante persone, non ultimo il ‘caso Garlasco’ è più che mai opportuno confrontarsi, dibattere sul complesso tema della giustizia e, soprattutto, della difesa. ‘Difendere. L’innocente, il colpevole, i diritti’: è attorno a questi concetti, infatti, che ruota la settima edizione - la settima - del Festival della Giustizia Penale, in programma a Modena, Carpi, Sassuolo, Formigine, Mirandola e Pavullo dal 14 al 17 maggio. Ieri è stato presentato il programma, alla presenza tra gli altri dell’avvocato Guido Sola, presidente dell’associazione festival Giustizia Penale, Giovanna Laura De Fazio, direttrice del Dipartimento di Giurisprudenza Unimore, del direttore scientifico, avvocato Luca Lupària Donati e Roberto Mariani, presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati, presente insieme al collega e presidente della camera penale Gianpaolo Ronsisvalle. “Quest’anno il tema al centro ci consente anche di dialogare con scrittori, filosofi, scienziati, scrittori: non è un luogo solo per giuristi - ha speigato Luca Lupària Donati - Tantissimi gli ospiti, da politici, al viceministro, scrittori, giornalisti come Sallusti, Mentana, Nuzzi e poi Antonio Di Pietro e Luciano Moggi. Si parla di calciopoli che è diventata ‘di moda’ in questi tempi: la giustizia sportiva fa parte della giustizia con la G maiuscola”. Tra i principali appuntamenti in programma il 15 maggio alle 17.30, il Mercato Albinelli ospiterà Antonio Di Pietro, protagonista di un incontro dedicato al rapporto tra giustizia, politica e memoria civile. Sabato 16 maggio alle 16, a Mirandola, presso la Fondazione Cassa di Risparmio si terrà poi uno degli incontri più attesi del Festival: Luciano Moggi, Sandro Sabatini e Massimo De Santis saranno protagonisti di un panel dedicato a Calciopoli, vent’anni dopo uno dei casi più discussi della storia giudiziaria e sportiva italiana. “Una settima edizione importante - ha sottolineato Sola - Quest’anno idealmente, dopo il tema della verità, andiamo a chiudere idealmente un cerchio, ragionando della difesa e del difendere l’innocente, il colpevole, i diritti: quello che gli avvocati fanno quotidianamente - ha spiegato. Si avrà come sempre la dovuta attenzione al tema della vittima e degli errori giudiziari: garantismo significa prudenza nel giudizio”. A tal proposito sempre sabato 16, alle 17.30, a Formigine, il giornalista Gianluigi Nuzzi sarà protagonista di un incontro dedicato ai grandi casi italiani tra cronaca, giustizia e informazione. “Insieme a didattica e ricerca la terza missione è quella di portare il sapere giuridico all’esterno delle aule giudiziarie - ha detto De Fazio - Per gli studenti è importante veder realizzato sul campo ciò che sentono in aula. Oggi parlare di giustizia e diffondere una cultura della legalità è particolarmente rilevante tra i nostri giovani”. “Nel titolo dell’iniziativa, ‘Difendere’, io leggo difendere il diritto di difesa per tutti - ha aggiunto mariani - anche nelle situazioni più difficili e complesse. Il diritto di difesa non è solo un diritto costituzionale ma universale e questo è importante sottolinearlo”. Bologna. Libri e teatro per “evadere” dal Pratello di Giulia Carbone Quindici, 7 maggio 2026 Il reinserimento sociale dei detenuti passa da attività formative e culturali. Le risse tra detenuti, l’autolesionismo, le molestie al personale carcerario, il senso di abbandono, le precarie condizioni igieniche e le “visite vuote” di politici e dirigenti ministeriali. Ma anche l’importanza della scuola, del lavoro, seppur dietro le sbarre, e della formazione: una nuova biblioteca, un progetto teatrale e una scuola di barberia. È lo spaccato dell’istituto minorile “Pietro Siciliani” di Bologna (conosciuto dai più come carcere del Pratello) e, in un certo senso, di tutti gli istituti penali minorili italiani. Perché sono simili le storie e le condizioni in cui vivono i giovani detenuti: minori italiani, italiani di seconda generazione e minori stranieri non accompagnati, accomunati tra loro da vicende di violenza domestiche, di abbandoni e vagabondaggi, di spaccio, bullismo e aggressioni dentro e fuori dall’istituto. Ad oggi sono 48 i ragazzi presenti all’interno del Pratello, a fronte di una capienza massima di 44 posti: un dato che segnala una situazione in linea con il recente passato. Solo nel 2025, per esempio, si registravano presenze ben oltre i limiti regolamentari, fino a 49 o addirittura sopra le 50 unità, con ripercussioni sull’organizzazione interna e sui percorsi educativi. Una criticità più volte denunciata negli ultimi anni e considerata uno dei nodi strutturali del sistema, che oggi sembra invece, almeno nei numeri, essersi attenuata. Le pene che i ragazzi stanno scontando all’interno dell’istituto sono principalmente “legate al traffico di sostanze stupefacenti o a rapine - racconta il direttore Lorenzo Roccaro - Abbiamo ragazzi purtroppo con reati molto gravi, con lunghe condanne, e ragazzi che accumulano più reati dello stesso tipo e quindi rimangono nell’istituto da sei mesi a un anno”. Roccaro è ritornato a svolgere il ruolo di direttore la scorsa estate sostituendo Alfonso Paggiarino che ha lasciato l’incarico per la pensione. Alle sue spalle un lungo percorso come educatore e una carriera da allenatore di basket ma anche un’inchiesta giudiziaria su abusi e aggressioni ai danni di minori reclusi. L’inchiesta, che aveva portato a un allontanamento di Roccaro e del direttore del Centro giustizia minorile Giuseppe Centomani, è finita in prescrizione. Il carcere è stato successivamente anche scenario di uno spiacevole evento legato alla sicurezza della polizia penitenziaria, un altro nodo critico del sistema carcerario. Lo scorso gennaio, un’agente è stata molestata da un detenuto che si sarebbe abbassato i pantaloni. Francesco Campobasso, segretario del Sindacato Autonomo della Polizia Penitenziaria (Sappe) ha espresso solidarietà alla collega e ha aggiunto: “L’episodio non è isolato nel nostro settore e pone un enorme problema sulla tutela delle donne in divisa, in particolare di chi lavora in carcere, spesso a contatto anche con detenuti uomini. Chiediamo che vengano attivati i necessari percorsi di sostegno psicologico”. Antonio Ianniello, garante dei detenuti di Bologna, aveva inoltre richiamato l’attenzione sulla “fase transitoria quanto delicata” attraversata dall’Istituto, segnata da sua significativa carenza di organico. Al momento dei fatti, venti operatori penitenziari risultavano assenti per malattia. Una condizione che ha inciso anche sulla continuità delle attività educative, molte delle quali sono rimaste sospese per mesi, per poi riprendere solo alla fine del 2025. È in questo contesto che si inserisce il sistema scolastico interno, uno dei principali strumenti di intervento dell’istituto. Le insegnanti del Centro provinciale per l’istruzione degli adulti (Cpia), in collaborazione all’istituto Scappi di Castel San Pietro Terme, garantiscono l’alfabetizzazione, le scuole medie e percorsi superiori. Le classi, dato il numero esiguo di studenti e la scarsità di spazi, non sono divise per ordine e grado ma sono organizzate in forma unitaria. Il materiale didattico, fornito in gran parte dallo Scappi, comprende libri e quaderni; sono inoltre presenti una lavagna, una Lim e alcuni computer, mentre il resto arriva spesso da donazioni spontanee. “Ogni quattro mesi - spiega Donatella Fabbroni coordinatrice della didattica - c’è un incontro per capire l’andamento dei ragazzi. Molti di loro hanno abbandonato la scuola tanti anni fa e molti partono da un’alfabetizzazione di base perché non conoscono che i rudimenti della lingua italiana”. Per migliorare la funzione della didattica si è da poco inaugurato il progetto di Librerie Coop “Letti in flagranza”. Si tratta di una nuova biblioteca che verrà aperta all’interno dell’istituto con una capienza iniziale di 500 libri. La selezione dei titoli è il risultato di un lavoro condiviso di educatori, docenti e bibliotecari. Per implementare il numero di volumi, i cittadini potranno recarsi fino a oggi (Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore) in una delle cinque “Librerie.coop” di Bologna e acquistare uno dei titoli selezionati. Gli stessi ragazzi si sono occupati di realizzare le scaffalature a compimento di un laboratorio di falegnameria che hanno seguito all’interno dell’istituto. “Letti in flagranza” non è, però, un caso isolato: numerosi sono gli enti che lavorano per dare opportunità sportive e didattiche ai giovani detenuti. Uisp (Unione italiana sport per tutti) gestisce la piccola palestra all’interno dell’istituto mentre il Fomal (Fondazione Opera Madonna del Lavoro) permette ai ragazzi di prendere la qualifica di cameriere o barbiere. Altro ente coinvolto è l’Iple (istituto Professionale di Lavorazione Edili) che si occupa del laboratorio di scenotecnica e scrittura. Tali realtà sono spesso condotte in collaborazione con esperti esterni, come per esempio Irene Ferrari (scenografia) e Gazmend LIanaj (allestimento e scenotecnica), e con il coinvolgimento di realtà cittadine come il Teatro del Pratello. Il progetto teatrale, nato nel 1997 grazie alla legge Turco, è sicuramente tra le esperienze formative più longeve non solo del Pratello ma di tutta Italia insieme a realtà come il “Beccaria” di Milano e il “Nicola Fornelli” di Bari. È gestito da sempre dal regista e drammaturgo Paolo Billi: “Al centro metto sempre un lavoro maieutico e non imitativo”, dice. “Per me il teatro è un’arte che permette di far emergere uno spirito interno”. Dalla sua nascita il progetto sembra essersi ridimensionato: “Fino a dieci anni fa mettevamo in scena uno spettacolo ogni anno con quindici repliche che portavano all’interno dell’istituto circa 1.500 persone. Tutto questo, ad oggi, non esiste più. Come accade spesso le esperienze anche fortemente innovative si concludono”. A incidere in modo determinante sul percorso del laboratorio teatrale sono stati soprattutto i limiti strutturali dell’istituto, che nel tempo ne hanno condizionato continuità e sviluppo. Da oltre due anni l’Ipm è interessato da importanti lavori di ristrutturazione, ma le criticità risalgono a molto prima: all’interno della struttura esisteva infatti un teatro, chiuso da quasi vent’anni proprio per interventi edilizi mai conclusi. Per ovviare alla mancanza di uno spazio dedicato, le attività erano state trasferite nella chiesa dell’istituto, dove Billi aveva continuato a portare avanti il progetto. Anche questa soluzione, tuttavia, si è rivelata temporanea: due anni fa la chiesa è stata a sua volta chiusa, lasciando il laboratorio senza un luogo stabile. Da allora l’unica possibilità è stata quella di spostarsi all’esterno, riducendo le rappresentazioni a un unico appuntamento estivo. Una contrazione che ha inciso anche sul lavoro preparatorio: le scenografie, un tempo costruite dai ragazzi nel corso di mesi di attività, sono oggi ridotte al minimo, “perché mancano gli spazi per poterle realizzare”, spiega il regista. Puntare alla cultura come elemento di reinserimento è anche quanto si è proposto don Domenico Cambarari, cappellano dell’Ipm Pietro Siciliani da ormai sei anni. Ne ha parlato nel suo libro “Ti sogno fuori. Lettere di un prete di galera” edito da San Paolo. “Io sento di dover rappresentare una speranza incrollabile in questi ragazzi, nel loro futuro e nella loro vita. Sono condannati alla speranza: una bella pena da scontare” ha raccontato in una delle interviste per la promozione del libro. Il testo offre uno scorcio straordinario dal punto di vista educativo ed è anche un affresco del mondo degli Ipm: realtà sconosciute ai più, e relegate a una sorta di irrilevanza sociale. Cambareri si è mostrato molto attento anche all’aspetto interreligioso nonostante l’allontanamento dalle fedi tradizionali delle nuove generazioni, in linea secondo il cappellano con il secolarismo del nostro secolo: “Noto un avvicinamento maggiore da parte di questi ragazzi che stanno vivendo un’esperienza difficile. Pertanto, mi sto impegnando affinché tutti abbiano una figura religiosa con cui confrontarsi. Stiamo lavorando per istituire un iman stabile per i ragazzi di fede islamica. Noi ci occupiamo di tutti i ragazzi a prescindere dal loro credo, ma riconosco anche il bisogno di vedere la propria fede rappresentata”. Il nodo, però, resta quello che si trova oltre il cancello. Uscire dall’Ipm non significa automaticamente lasciarsi alle spalle le condizioni che hanno portato all’ingresso: famiglie fragili, assenza di reti sociali, marginalità economica. È qui che si misura davvero l’efficacia del sistema. Il quadro normativo italiano, almeno sulla carta, offre strumenti significativi. Il processo penale minorile, regolato dal D.P.R. 448 del 1988, pone al centro la funzione educativa della pena e privilegia misure alternative alla detenzione. A questo si affiancano istituti come la “messa alla prova” e percorsi di giustizia riparativa, che puntano al reinserimento più che alla punizione. Anche durante e dopo la detenzione, l’ordinamento prevede misure di accompagnamento, formazione e inserimento lavorativo, in collaborazione con enti territoriali e terzo settore. Ma tra norma e realtà il divario resta profondo. La possibilità di trasformare le competenze acquisite dentro - un mestiere, un percorso scolastico, un’esperienza teatrale - in un futuro concreto fuori dipende spesso dalla continuità dei progetti e dalla presenza di qualcuno disposto a investire su questi ragazzi. Senza un ponte solido tra il “dentro” e il “fuori”, il rischio è che tutto ciò che è stato costruito si interrompa bruscamente. Sostiene Billi: “Chi finisce qui dentro proviene il più delle volte da situazioni di indigenza culturale, il teatro non dà certo loro da mangiare ma offre loro qualcosa di inconsistente: una passione abbastanza grande da permettergli di riposizionarsi, riconoscersi per poi poter andare avanti. I numeri non sono dalla nostra parte, spesso questi ragazzi finiscono nuovamente nel circuito della giustizia e questo ci porta a porre una domanda: tutto il grande investimento che si fa in luoghi come il Pratello dove va a finire?”. Cosenza. “Controluce”, i detenuti raccontano sé stessi attraverso la scrittura calabrianews24.com, 7 maggio 2026 Presentato il volume nato dal laboratorio creativo del progetto “Libri che camminano” promosso dal Comune di Cosenza. Nella casa circondariale di Cosenza è stato presentato il libro “Controluce, racconti dal carcere”, volume nato dai laboratori di scrittura creativa e autobiografica realizzati all’interno dell’istituto penitenziario nell’ambito del progetto “Libri che camminano”. L’iniziativa è stata promossa dal Comune di Cosenza grazie al finanziamento del Centro per il Libro e la Lettura del Ministero della Cultura, dopo il riconoscimento della città come Città che legge. Il progetto è stato sviluppato dall’associazione LiberaMente su impulso dell’Amministrazione comunale guidata dal sindaco Franz Caruso e della consigliera delegata alla Cultura Antonietta Cozza. Il libro raccoglie racconti, prose e poesie scritte dai detenuti di alta e media sicurezza, molti dei quali stranieri, che attraverso la scrittura hanno intrapreso un percorso personale di introspezione e riflessione. Franz Caruso “La cultura rompe l’isolamento e apre possibilità” - Nell’introduzione al volume, il sindaco Franz Caruso ha sottolineato il valore sociale e umano del progetto, definendo la cultura uno strumento capace di ascoltare, includere e abbattere l’isolamento. Secondo il primo cittadino, il carcere rappresenta un luogo troppo spesso dimenticato, ma pieno di storie sospese e desideri inespressi. Attraverso il progetto “Libri che camminano”, il Comune ha voluto portare parole, libri e occasioni di crescita in uno spazio chiuso per definizione, trasformando la scrittura in un’occasione di liberazione interiore. Caruso, impossibilitato a partecipare all’evento per impegni istituzionali, è stato rappresentato dalla vicesindaca Maria Locanto, che ha evidenziato l’importanza di promuovere percorsi culturali nei luoghi della marginalità e della sofferenza. Il valore della scrittura nel percorso di riabilitazione - Alla presentazione hanno preso parte anche il prefetto di Cosenza Rosa Maria Padovano, la direttrice della casa circondariale Roberta Toscano e il presidente dell’associazione LiberaMente Francesco Cosentini. Nel corso degli interventi è stato ribadito come la scrittura possa diventare uno strumento fondamentale di riabilitazione sociale, capace di aiutare le persone detenute a confrontarsi con sé stesse e a costruire nuovi percorsi di consapevolezza. La manifestazione, coordinata da Antonietta Cozza, ha visto protagonisti anche gli stessi detenuti che, guidati dal regista Adolfo Adamo, hanno interpretato i testi contenuti nel libro, trasformando parole e racconti in un momento di intensa partecipazione emotiva. Taranto. “099”, una canzone che racconta fragilità e desideri attraverso la voce dei detenuti cronachetarantine.it, 7 maggio 2026 Nasce dalla convinzione che la musica possa diventare “strumento di espressione, ascolto e trasformazione” il laboratorio di scrittura rap promosso dall’APS Rublanum a Taranto, in collaborazione con Noi e Voi Onlus, all’interno del progetto “Oltre l’Ombra” sostenuto da Impresa Sociale Con i Bambini. Un percorso creativo che ha coinvolto persone in detenzione sostitutiva al carcere e che ha trovato il suo esito nel brano “099”, una canzone costruita a partire dalle loro parole, dalle loro fragilità e dal desiderio di riscatto. A guidare il laboratorio è stato Kiave, nome d’arte di Mirko Filice, artista cosentino tra le voci riconosciute dell’hip hop italiano. Da anni porta avanti un lavoro che unisce scrittura, performance e attività laboratoriali, con un’idea precisa: il rap come linguaggio capace di generare coscienza e relazione. La sua presenza, spiega Rublanum, è stata decisiva “non solo per l’autorevolezza artistica, ma per la capacità di accompagnare i partecipanti in un lavoro autentico sulla parola”. Dalla metrica alla costruzione del testo, fino alla ricerca di una voce personale, il percorso ha trasformato la scrittura in un esercizio di ascolto e consapevolezza. “099” parla di identità, fragilità e rinascita. Richiama Taranto già nel titolo, ma soprattutto restituisce la forza di un’esperienza che ha permesso ai partecipanti di trovare un modo nuovo per raccontarsi e immaginare una possibilità diversa. Per APS Rublanum, l’iniziativa conferma l’impegno nell’uso dei linguaggi contemporanei come strumenti di inclusione e attivazione sociale. Fondamentale anche il ruolo di Noi e Voi Onlus, che ha contribuito a rendere possibile un intervento capace di intrecciare dimensione educativa, relazione e creatività. In un contesto segnato da fragilità e marginalità, il laboratorio dimostra che la cultura può essere una leva concreta di cambiamento. Con “099”, la musica diventa testimonianza di un percorso in cui la parola si fa occasione di dignità e riscatto. Il singolo è disponibile sulle principali piattaforme digitali e su YouTube, dove è stato pubblicato anche il video realizzato a conclusione del laboratorio, ulteriore tassello di un’esperienza che ha trasformato la scrittura in un atto di espressione e rinascita. “Le farfalle della Giudecca”, uno sguardo senza pregiudizi sulle donne in carcere di Rosario Tronnolone vaticannews.va, 7 maggio 2026 Presentato ieri al Nuovo Cinema Aquila di Roma il documentario di Rosa Galantino e Luigi Ceccarelli realizzato col patrocinio del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, del Ministero della Giustizia italiano, del Patriarcato e del Comune di Venezia e di diverse fondazioni e associazioni tra cui “Antigone”. Racconta l’eccezionale, ma non lo cerca. Scorre invece con la semplicità della quotidianità il documentario di Rosa Galantino e Luigi Ceccarelli “Le farfalle della Giudecca”, presentato ieri, 5 maggio, al Nuovo Cinema Aquila di Roma e introdotto con la stessa semplicità dallo sguardo diretto di Ottavia Piccolo. Luigi Ceccarelli, il vostro approccio a questa realtà, l’occasione di conoscerla, è stato un po’ casuale, è così? Sì, assolutamente. Eravamo a Venezia per realizzare un documentario sulle Vigne Urbane di Venezia, quindi tutt’altro argomento. Ci hanno parlato del fatto che nel carcere femminile della Giudecca c’era l’orto che chiamavano “delle meraviglie”, che non prevedeva vigne, ma che sembrava fosse qualcosa di veramente eccezionale. Incuriositi, siamo andati a vedere questo “Orto delle meraviglie”, gestito da una cooperativa e dalle stesse detenute. Ogni martedì (o mercoledì, non ricordo bene) i veneziani, che sanno di questo orto, vanno a comprare questi prodotti. Abbiamo così avuto modo di conoscere la direttrice del carcere, la quale ci ha spiegato che lì non c’è soltanto l’orto, ma anche una lavanderia e stireria di altissimo livello (abbiamo visto delle macchine Hi-Tech) che fornisce questo servizio a hotel prestigiosi come il Danieli e l’Hilton. Poi ci ha accompagnato a vedere la sartoria, spiegandoci che veste spesso le madrine della Mostra del Cinema di Venezia, poi un servizio di cosmetica e di cereria artistica… Insomma lì dentro abbiamo scoperto una vera e propria factory, nella quale le detenute vengono regolarmente retribuite e che ha una vera e propria osmosi con la città: tutte queste cose raggiungono la città attraverso negozi o attraverso gli hotel che nominavamo prima. È una cosa veramente particolare, sia per il fatto di instaurare il meccanismo virtuoso che fa sì che queste donne non siano lì solo a scontare una pena, ma vi trovino anche uno strumento di redenzione personale e l’occasione di imparare dei mestieri che poi potranno tornare loro utili quando usciranno dal carcere, ma anche per questa connessione molto forte con la città. Ci è sembrata una cosa talmente particolare che abbiamo pensato fosse necessario raccontarla. Tutto questo avvenne prima della decisione eccezionale di Papa Francesco di far allestire il Padiglione della Santa Sede alla Biennale Arte del 2024 all’interno del carcere della Giudecca. E lì si è aggiunta un’altra attività per queste donne… Sì, esatto. Effettivamente è nata un’attività nuova, perché molte di queste donne sono state istruite per diventare le guide dei visitatori, hanno quindi studiato le opere d’arte per poi illustrarle a chi veniva a visitare il Padiglione al punto che alcune di loro continuano questa attività part time nei musei della città. Ho trovato molto bello e molto poetico il titolo che avete dato al vostro documentario. Perché avete scelto di intitolarlo “Le farfalle della Giudecca”? Perché tra le interviste che abbiamo fatto ce n’era una ad una di queste guide che per l’appunto ci spiegava un’opera d’arte costituita da una serie di costruzioni di tessuto che pendevano dal soffitto della bellissima cappella sconsacrata del carcere e in quest’opera lei vedeva una costruzione di nidi di farfalle che un giorno sarebbero volate via libere. Era talmente bella questa metafora, e lei talmente intensa mentre lo diceva, che abbiamo esteso a tutte le ospiti della casa di reclusione questo appellativo di “farfalle” da cui il titolo “Le farfalle della Giudecca”, anche perché molte di loro oggi godono di un regime di semilibertà, lavorano all’esterno, sperimentano già questa liberazione. Vi avvalete di una voce narrante di assoluto prestigio, un’attrice straordinaria, Ottavia Piccolo... Ottavia Piccolo era ai nostri occhi un passaggio obbligato, intanto perché è un’amica, ma anche perché lei è un punto di riferimento di tutte le attività civiche e sociali a Venezia, visto che abita al Lido. Appena l’abbiamo interpellata è stata felice di far parte di questo viaggio e in effetti il documentario parte con il suo racconto di quello che poi andremo a vedere. Oltre ad avvalersi di una collaborazione così particolare e qualificata come quella di Ottavia Piccolo, il documentario è arricchito anche da un cameo di Papa Francesco, perché abbiamo ripreso il suo arrivo in elicottero nel cortile del carcere e la prima cosa che ha fa, prima di incontrare le autorità, è incontrare le detenute che chiama “sorelle”. C’è un aspetto che vorrei sottolineare, ed è l’aspetto umano del vostro incontro con queste donne. Lei ha parlato del contatto fisico con loro che fa cadere la barriera tra chi visita e chi è visitato: improvvisamente si stabilisce un rapporto più forte, basato sul rispetto... Lei può immaginare cosa sia stato entrare con le telecamere in un luogo così particolare. La prima reazione è stata la diffidenza. Ce l’aspettavamo, era ovvio che fosse così. È stato un percorso di presa di consapevolezza reciproca, innanzitutto una forma di attenzione nei loro confronti. Non ci siamo posti come qualcuno che andava a fare qualcosa, ma come qualcuno che si aspettava qualcosa da loro: una narrazione, un racconto. Piano piano è passato il messaggio che non eravamo lì a fare il solito servizio televisivo o un documentario (o un film) intrusivo, ma che eravamo lì per sapere da loro cosa volevano raccontarci liberamente, rispettando la loro privacy. Questo è stato molto apprezzato e piano piano si è stabilito un rapporto di amicizia culminato spontaneamente nel gesto dell’abbraccio. Abbiamo capito che questo significava che sentivano che noi riconoscevamo la loro dignità di persona al di là di ciò che poteva essere il loro pregresso, o il loro futuro. Rispettavamo la loro dignità. E questo ha fatto del rapporto un rapporto di amicizia e di fiducia, tanto che, per esempio, una delle ex detenute è venuta a vedere il documentario al cinema Aquila. Un racconto onesto e rispettoso, un racconto umano, che guarda alla riabilitazione piuttosto che alla pena. Uno sguardo senza pregiudizi. Storia, leggende e voci di Regina Coeli, il carcere che è parte della romanità di Andrea Venanzoni Il Foglio, 7 maggio 2026 “A via de la Lungara ce sta ‘n gradino chi nun salisce quello nun è romano, e né trasteverino”. Lo scalino del famoso detto romanesco da tempo ormai è molto meno utilizzato. Una volta, infatti, si accedeva al complesso penitenziario di Regina Coeli da via della Lungara, dove sono ubicati i famosi tre scalini ridotti a uno solo nel detto, ma ormai l’ingresso più frequentato è quello di via San Francesco di Sales. Ma l’aura di purissima romanità del luogo rimane integra, a partire da antiche tradizioni che forse diradatesi nell’epoca dell’alta tecnologia rimangono spettrali a tramandarsi nella memoria di un certo romanticismo criminale: il colle del Gianicolo, sovrastante il carcere, per decenni è stato parlatorio informale, con famiglie che urlavano i loro incoraggiamenti e le notizie più importanti ai loro parenti ristretti tra le mura screpolate del carcere. Addirittura, nei primi decenni di funzionamento del carcere, si era diffuso un bizzarro commercio di voci: omaccioni dalla voce stentorea si rendevano, dietro compenso, messaggeri per conto di mamme e nonne di detenuti. Ancora oggi, di sera, quando il cielo si scurisce si può sentire qualche voce tonante propagarsi nell’aria, sperando di raggiungere le orecchie della persona cara, al di là delle sbarre. Come molti degli edifici pubblici romani che i sabaudi dovettero convertire alle esigenze dell’unificazione istituzionale, anche Regina Coeli aveva una derivazione religiosa; si trattava infatti di un convento di suore, cosa che spiega il nome dell’istituto penitenziario. Il convento venne inaugurato nel XVII secolo, il carcere invece nel 1881. Non si trattò solo di una mera conversione della struttura ma di un delicato lavoro di ampliamento e di razionalizzazione architettonica; infatti negli anni settanta del XIX secolo a Roma di carceri ve ne erano quattro di cui due proprio in zona Lungotevere, il Buon Pastore e il monastero di Regina Coeli. A differenza di altri istituti di pena, Regina Coeli è penetrato nel profondo della romanità, fino a divenirne una parte irrinunciabile. Lo si ritrova in film, in canzoni, in detti popolari. Questo perché, oltre alla sua storia risalente, al carcere si sono legati episodi storici, personaggi di grande rilievo ed elementi molto meno noti ma che pure sono parte fondante d’italia. Giuseppe Adinolfi, per molti anni medico penitenziario di grande cultura e altrettanto grande umanità, nel 1998 pubblicò un libro, “Regina Coeli e le altre carceri romane”, edito da Bonsignori Editore, nel quale veniva ripercorsa la storia dell’istituto: una storia ricca di dettagli e particolari, molti dei quali ignoti. Ad esempio, a Regina Coeli nel 1903 venne istituita la Scuola di Polizia Scientifica, salvo poi quattro anni dopo essere trasferita a via Giulia. E sempre a Regina Coeli veniva stampata la Gazzetta Ufficiale del Regno, tanto che per molti anni nel carcere era ancora visibile il torchio originale usato per stampare il giornale. In epoca fascista, il carcere venne utilizzato anche per confinarvi oppositori politici, tra cui Saragat, Salvemini e Pertini, le cui condizioni di detenzione erano particolarmente severe. Il progetto originario mussoliniano consisteva nell’affidare all’architetto Marcello Piacentini l’edificazione di una Città carceraria, unificando i vari plessi detentivi, ma l’idea naufragherà a causa, prima, della mancanza di fondi, e poi dello scoppio del conflitto. La situazione precipiterà durante la guerra e in piena occupazione nazista della città, con un braccio intero dell’istituto requisito dalle forze di occupazione e gestito dai tedeschi. Ad impressionare, di Regina Coeli, è quella consistenza da fortezza antica, plumbea, con rumori incessanti che sottolineano ogni istante dell’esistenza ristretta: chiavi, tubi, porte che si sbarrano con clangori, passi continui, un vociare diffuso e stanco. La voce dimenticata di Regina Coeli. La dura verità sfida il potere nel disordine dell’ingiustizia di Lisa Ginzburg Avvenire, 7 maggio 2026 Dominik Moll - Il caso 137 Francia 2025. 115 minuti. Ordine e giustizia possono sovvertirsi in disordine e ingiustizia: se questo in astratto certo si sa, molto meno lo si sa quando il sovvertimento risulta interno all’ordine e alle “forze” che quell’ordine dovrebbero mantenere e tutelare. Nel film di Dominik Moll, il caso rubricato come “137” viene affidato a IGPN, una commissione di vigilanza istituita per controllare sui comportamenti della polizia francese. Lo stesso caso diviene così oggetto di un’indagine flagrante, che da subito e man mano di più trova ostacoli per ragioni che sono di ordine sociale tanto quanto politico. Nell’ottavo arrondissement di Parigi, nel corso di una manifestazione di “gilets jaunes” un ragazzo arrivato in città dalla banlieue per manifestare viene ferito alla testa da colpi a salve e avrà danni cerebrali permanenti. Un video mostra il momento degli spari, ma quale tra i poliziotti filmati ha sparato? Quale la dinamica della tragedia? Nonostante l’evidenza delle testimonianze visive, qualcosa di cruciale resta opaco. A condurre l’indagine è una poliziotta seria e coraggiosa (Léa Drucker), ma sin da subito si comprende che la sua sarà una strada in salita. Impossibile non impigliarsi in una rete fitta di omertà, privilegi, poteri dello stato di polizia e divari sociali che scandiscono un impalpabile quanto impenetrabile tessuto soggiacente alla realtà. Scandito da ritmo incalzante e da una sceneggiatura senza sbavature (il personaggio di Stéphanie, la poliziotta, conta dettagli di vita privata che la rendono più convincente ancora di quanto l’attrice che magnificamente la interpreta già non faccia), il film sino a circa due terzi può sembrare ancorato a una realtà “solo” francese, ovvero a un mondo iper-classista e non bene decifrabile a chi non lo conosca dal di dentro. A complicare le cose però, insieme rendendole più comprensibili in un orizzonte di significato più universale, sopravvengono elementi che sfumano l’apparente manicheismo della storia. Si delineano nuove strade altrettanto decisive di quelle tracciate dai fatti; e il “caso 137”, il dramma occorso al ragazzo ferito alla testa e la battaglia condotta dalla rigorosa poliziotta per fare giustizia, assurgono a un più ampio significato morale. Tra amarezza e scandalo, tra nemesi di appartenenze sociali e riscatti di natura psicologica, le nozioni di bene e male si fanno lenti focali necessarie non solo per leggere in filigrana la realtà sociale di un intero Paese. Anche, quelle stesse nozioni si riformulano come interrogativi aperti e rivolti a ogni genere di società, in qualsiasi luogo del mondo ci si trovi. La verità è anche ciò in cui intimamente e fermamente crediamo. Cercarla è monito imperativo; trovarla, un risultato dal prezzo troppo alto. Se sulla tortura l’Onu bacchetta l’Italia e il Garante di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 7 maggio 2026 Il Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura ha adottato le sue osservazioni conclusive sull’Italia, dopo aver esaminato il settimo rapporto periodico del governo nelle sedute del 15 e 16 aprile a Ginevra. Il documento - quarantasette paragrafi di rilievi, raccomandazioni e preoccupazioni - fotografa un paese che fatica a rispettare gli obblighi internazionali che ha liberamente sottoscritto. Carceri sovraffollate, centri di detenzione per migranti in condizioni degradanti, respingimenti verso la Libia, tentativi parlamentari di abolire il reato di tortura e criticità sul Garante nazionale delle persone private della libertà. Sono i nodi principali attorno a cui ruota la valutazione del Comitato, conosciuto con la sigla CAT. La delegazione italiana, composta da una ventina di funzionari ministeriali - un numero eccezionalmente elevato per questo tipo di sessioni - si è trovata a difendere scelte legislative e pratiche amministrative che l’organismo onusiano considera incompatibili con la Convenzione. Una funzionaria del gabinetto del ministro Nordio ha cercato di rassicurare i componenti del Comitato sui disegni di legge che puntano ad abolire il reato di tortura introdotto nell’ordinamento italiano soltanto nel 2017: l’iter sarebbe bloccato dal 2023 e difficilmente si concluderebbe entro fine legislatura. Il Comitato non si è accontentato. Ha ribadito la necessità di una definizione di tortura pienamente conforme all’articolo 1 della Convenzione, chiedendo anche che il reato diventi imprescrittibile e che nessuna circostanza eccezionale possa mai essere invocata come giustificazione. Il reato di tortura e il vuoto istituzionale - L’articolo 613-bis del codice penale, secondo il Comitato, contiene elementi estranei alla definizione internazionale: richiama le “minacce gravi” e il “trauma psicologico verificabile”, ma non specifica né l’intento né lo scopo dell’atto. La tortura viene trattata come reato comune, punibile in capo a chiunque, e non come crimine specifico del pubblico ufficiale. L’organismo onusiano chiede di modificare la norma in senso restrittivo e di eliminare la prescrizione per questo tipo di reati. Il timore concreto è che alcuni processi in corso - a partire da quello legato ai fatti di Santa Maria Capua Vetere - possano naufragare se la fattispecie venisse degradata ad aggravante di altri reati. Su un punto il rapporto ritorna da decenni con la stessa insistenza: l’Italia non ha ancora una istituzione nazionale per i diritti umani indipendente, conforme ai Principi di Parigi. Lo stesso Comitato lo aveva raccomandato nei cicli di esame precedenti, e lo ribadisce anche questa volta. Il meccanismo nazionale di prevenzione, ossia il Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà, non è esente da critiche: il CAT prende atto del gran numero di visite effettuate negli anni, ma segnala che i relativi rapporti pubblicati sono stati comparativamente pochi. Solleva anche il tema delle nomine avvenute per ragioni politiche, con riflessi sulla percezione dell’indipendenza dell’organo. I CPR sono un capitolo a sé. Il Comitato esprime “seria preoccupazione” per l’uso eccessivo della forza da parte dei gruppi speciali di intervento delle Interforze all’interno dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio. Le condizioni descritte sono fatiscenti, il regime eccessivamente carcerario, le attività significative per i trattenuti quasi assenti. I bandi di gara per la gestione di questi centri prevedono un ampio ventaglio di servizi, ma tali obblighi non vengono sempre rispettati dagli operatori privati, con conseguenti indagini penali in alcuni casi. Chi vuole evitare la detenzione deve versare una cauzione di importo sproporzionato, compresa tra i 2.500 e i 5.000 euro. Il decreto legge 124 del 2023 ha esteso il periodo massimo di trattenimento fino a diciotto mesi, quasi il doppio rispetto a quanto previsto in precedenza. Libia, Albania e lo stato dei diritti in carcere - Il memorandum d’intesa tra Italia e Libia del 2 febbraio 2017 continua a essere rinnovato nonostante quanto documentato da numerosi organi delle Nazioni Unite: i migranti restituiti alle autorità libiche rischiano concretamente di subire torture e maltrattamenti. Il Comitato segnala anche i cosiddetti “respingimenti privatizzati”, in cui imbarcazioni commerciali riportano in custodia libica persone bisognose di protezione su richiesta delle autorità italiane, inclusi soggetti in situazioni di vulnerabilità. Roma è invitata a rivedere il memorandum, a istituire un meccanismo di monitoraggio effettivo e a indagare ogni singolo caso. Sulla frontiera con la Slovenia e nei porti dell’Adriatico le preoccupazioni riguardano i respingimenti a catena, un meccanismo per cui una persona viene trasferita da un paese all’altro in una sequenza che la allontana progressivamente da qualsiasi forma di protezione. Negli hotspot, le persone vengono spesso divise frettolosamente tra richiedenti asilo e migranti economici sulla base della sola nazionalità, senza una valutazione individuale. Il protocollo Italia-Albania, firmato nel 2023, riceve una valutazione critica. Il Comitato lamenta le procedure accelerate di asilo cui sono sottoposti i richiedenti detenuti in Albania sotto giurisdizione italiana, gli ostacoli nell’accesso all’assistenza legale e la limitata possibilità di partecipare fisicamente ai procedimenti. Nessuno, raccomanda l’organismo, dovrebbe essere trasferito senza un’istruttoria individuale sulla propria vulnerabilità. Sul fronte carcerario i numeri parlano da soli. Il tasso di sovraffollamento ha raggiunto il 138 per cento, con migliaia di detenuti sistemati in spazi inferiori ai quattro metri quadri pro capite. L’assistenza psichiatrica si basa in larga misura sulla sola somministrazione di farmaci, e i detenuti con gravi problemi di salute mentale possono restare in cella per mesi in attesa del trasferimento in strutture specializzate. L’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario, il regime speciale applicato soprattutto ai detenuti per mafia, continua a destare preoccupazione per le forti limitazioni ai contatti con l’esterno. Una nota positiva c’è: la Corte Costituzionale, il 25 febbraio 2025, ha dichiarato incostituzionale il limite di due ore giornaliere all’aria aperta previsto da quel regime. I morti in carcere rimangono una ferita aperta. Il Comitato segnala un livello persistentemente alto di decessi, con suicidi concentrati in modo preoccupante tra i detenuti stranieri e tra coloro che si trovano in regimi di isolamento, siano essi formali o di fatto. Una quota significativa di morti resta con causa indeterminata in attesa di accertamenti necroscopici che tardano ad arrivare. L’ultima preoccupazione del rapporto riguarda la legge 80 del 2025, il decreto sicurezza nella sua versione convertita. L’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa l’ha definita lesiva dei principi fondamentali della giustizia penale e dello stato di diritto. Amplia i poteri della polizia sulle assemblee pubbliche, prevede pene severe per chi partecipa a manifestazioni non autorizzate e criminalizza la resistenza passiva alle disposizioni nei luoghi di detenzione, inclusi carceri e CPR. Il Comitato chiede una revisione profonda della norma. L’Italia ha tempo fino al primo maggio 2027 per riferire sui progressi compiuti su questi punti. Nella storia dei rapporti periodici sul nostro paese, i progressi non sono stati quasi mai tempestivi. L’Onu denuncia le politiche repressive del Governo Meloni di Simona Ciaramitaro collettiva.it, 7 maggio 2026 Stato delle carceri, centri di detenzione per migranti, uso della violenza, accordi con la Libia e con l’Albania all’attenzione del Comitato contro la tortura. Il Comitato contro la tortura (Cat) delle Nazioni Unite contesta al governo italiano, mostrando forte preoccupazione, le politiche in materia di immigrazione, uso della forza da parte delle forze dell’ordine e stato delle carceri. Per capire la valenza del rapporto dell’organismo dell’Onu è necessario sapere che viene stilato da un gruppo di esperti indipendenti che hanno il compito di vigilare sull’applicazione della Convenzione contro la tortura sulla base di visite sul territorio degli Stati aderenti e l’analisi dei loro rapporti in materia inviati al Comitato. Il Cat, che ha sede a Ginevra, ha il potere di avviare inchieste confidenziali ed anche è il destinatario di denunce da parte di chi ritiene di essere vittima di violazioni da parte di uno Stato. Infine, il Comitato emana indicazioni e commenti sull’applicazione delle norme. Secondo l’Onu il reato di tortura, introdotto nel nostro Paese nel 2017, starebbe subendo da parte del Governo Meloni un tentativo di ridimensionamento, non in maniera episodica, ma sistematica, attraverso scelte politiche che indeboliscono gli strumenti di tutela dei cittadini. Inoltre, sotto la lente del Comitato sono finite anche le pratiche di trattenimento, i fermi per l’identificazione e i trattenimenti non registrati. Vengono quindi chiamati in causa i decreti sicurezza varati da Palazzo Chigi. Attenzionato anche lo stato delle carceri, soprattutto in materia di sovraffollamento, suicidi, carenze sanitarie, uso dell’isolamento e applicazione del 41-bis. Il memorandum con la Libia e i centri in Albania - Leggiamo quindi il testo pubblicato dall’Ufficio dell’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, che inizia specificando la consapevolezza del Comitato “delle sfide che l’Italia deve affrontare a causa delle fluttuazioni dei flussi migratori, compresi gli aumenti intermittenti degli arrivi”. Si passa poi ai “tuttavia”: il Comitato “ha espresso preoccupazione per le denunce di respingimenti alle frontiere, per la continua cooperazione dell’Italia con la guardia costiera libica nell’ambito del Memorandum d’intesa (Mou) con la Libia e per l’utilizzo di centri di detenzione per migranti in Albania”. Si rende quindi noto che l’organismo delle Nazioni unite ha chiesto garanzie, raccomandando all’Italia di rispettare il principio di non respingimento e di rivedere l’attuazione del Mou del 2017 con la Libia per “garantire il pieno rispetto degli obblighi previsti dalla Convenzione”. Vi è inoltre la richiesta di “garantire chiarezza giuridica in merito alle proprie responsabilità ai sensi della Convenzione nei confronti dei detenuti trattenuti all’estero, tra cui l’indagine sulle denunce di tortura, la ricezione di reclami, la garanzia di un risarcimento e la risposta ai singoli reclami”. Raccomandazioni e inviti sono richieste di modifiche alle leggi - Il Comitato torna poi a esprimere preoccupazione per i regimi di detenzione speciali, compresi quelli istituiti ai sensi di alcune disposizioni della legge penitenziaria e del codice penale, in quanto “tali regimi potrebbero comportare condizioni equivalenti a un prolungato isolamento cellulare, superiore al limite di 15 giorni previsto dagli standard internazionali”. Il Comitato ha raccomandato all’Italia di limitare rigorosamente tali regimi ai casi di assoluta necessità e di garantire che le misure restrittive siano individualizzate, proporzionate e regolarmente riesaminate. Ha inoltre invitato l’Italia a ricorrere all’isolamento cellulare solo in via eccezionale, come ultima risorsa, per il minor tempo possibile e a fissare un limite massimo di 15 giorni nella legge e nella prassi. La versione del governo - Se invece andiamo a leggere sul sito del governo italiano, nella pagina del Comitato interministeriale per i diritti umani (Cidu), sotto il titolo “Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura (Cat) - Esame del VII Rapporto periodico dell’Italia” troviamo una versione edulcorata. Dopo poco righe dedicate alle procedure, scrivono che “oltre a chiedere chiarimenti specifici su varie questioni legate alla Convenzione, gli esperti del Comitato hanno evidenziato l’impegno con cui l’Italia ha affrontato questo esercizio, sia nell’elaborazione dei rapporti scritti che nel fornire risposte dettagliate nel corso del dialogo orale. Essi hanno inoltre formulato apprezzamenti per l’azione dell’Italia per la promozione e la protezione dei diritti umani nell’ambito del Consiglio diritti umani e in altri fori internazionali, in particolare per la moratoria e l’abolizione della pena di morte e per il sostegno ai meccanismi multilaterali”. Sono parole che evidenziano come il governo non abbia compreso, o non voglia comprendere, che un organismo delle Nazioni unite non solo ha fatto rilievi pesanti sul rispetto delle convenzioni e dei diritti nel nostro Paese, ma ha addirittura sotteso la richiesta di modifiche legislative in senso contrario e opposto all’indirizzo assunto sinora dalla presidenza Meloni. Detenuti con dipendenze, al Senato emendamenti per il recupero contro il gioco patologico ansa.it, 7 maggio 2026 Il Ddl S.1635 amplia i percorsi terapeutici in carcere includendo anche il gioco patologico. Prosegue al Senato l’esame del disegno di legge S.1635 sulle misure alternative alla detenzione per persone affette da dipendenze. Nelle ultime settimane sono stati depositati emendamenti che ampliano il testo includendo anche il contrasto al gioco patologico nei percorsi di recupero destinati ai detenuti. Il provvedimento, attualmente all’esame della Commissione Giustizia di Palazzo Madama, è intitolato “Disposizioni in materia di detenzione domiciliare per il recupero dei detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti” e punta a favorire programmi terapeutici e di reinserimento sociale attraverso misure alternative al carcere. Negli atti ufficiali del Senato si legge che gli emendamenti intervengono per estendere l’ambito applicativo anche alle dipendenze comportamentali, riconoscendo il gioco patologico come elemento da includere nei percorsi di cura e recupero. Nel fascicolo parlamentare del Ddl S.1635 vengono infatti richiamati “percorsi terapeutici e socio-riabilitativi” destinati ai detenuti con problematiche di dipendenza, con l’obiettivo di sostenere il recupero e ridurre la recidiva attraverso programmi certificati e seguiti dai servizi sanitari territoriali. Il tema è stato affrontato durante i lavori della Commissione Giustizia del Senato, dove il confronto si concentra sulla necessità di rafforzare gli strumenti alternativi alla detenzione tradizionale, soprattutto nei casi in cui la dipendenza rappresenti una delle cause principali del reato. L’inserimento del gioco patologico tra le condizioni considerate nei percorsi di recupero rappresenta uno dei punti più rilevanti delle modifiche presentate, in un quadro più ampio di revisione delle politiche penitenziarie e sanitarie rivolte ai detenuti fragili. Una democrazia da rinnovare di Luciano Violante Corriere della Sera, 7 maggio 2026 Quando il potere si fa narrazione. Gli atteggiamenti del presidente Usa sono il frutto di una nuova filosofia autoritaria. Le fluviali dichiarazioni del presidente Trump hanno uno scopo che travalica i contenuti. Servono a comunicare l’immagine del leader forte, che decide e fa la storia. Trump impone e revoca dazi, bombarda Caracas e rapisce il presidente del Venezuela, redige un piano per Gaza, tanto ridicolo quanto tragico, ma che trasmette comunque l’idea dell’esistenza di un progetto, bombarda l’Iran in due tempi successivi, dichiarando in entrambi i casi di avere vinto, chiude lo stretto di Hormuz, ma annuncia che intende soccorrere le petroliere rimaste bloccate, dopo l’Iran sbarcherà a Cuba, impone dazi sulle auto europee, ordina il ritiro di 5 mila uomini dalla Germania. Per Slavoi Zuizedk, filosofo sloveno che si professa marxista, Trump è un liberalfascista (Liberal Fascisms, 2026): liberale in economia e fascista in tutto il resto. La definizione non coglie i limiti della categoria del fascismo né va al fondo dei caratteri di questo nuovo autoritarismo. Il fascismo è stato autoritarismo e violenza, ma non ogni potere autoritario e violento è fascismo. Gli atteggiamenti pubblici di Trump sono frutto di una nuova filosofia autoritaria che ha tre capisaldi. Primo: il capo è onnipotente. Suoi seguaci lo hanno paragonato al direttore d’orchestra che dirige i musicisti, i quali devono suonare seguendo alla perfezione le indicazioni del direttore. Se non lo fanno vanno licenziati perché hanno danneggiato l’orchestra e il concerto, il governo e il Paese. Paula White-Can braccio operativo del Faith Office scrive che Trump è “il più grande difensore della fede che abbiamo mai avuto” e fa un parallelo con Gesù “falsamente accusato, perseguitato e risorto”. Il secondo caposaldo è la necessità di uno stretto rapporto tra l’industria del software e il governo. Quelli che stanno pensando a “costruire qualcosa insieme”, pronunciandosi per una stretta integrazione tra governo e piattaforme digitali, sono tutti fondatori, dirigenti, sostenitori di Palantir, proprietà di Peter Thiel, una delle aziende tecnologiche più influenti al mondo, specializzata in analisi dei big data di qualunque origine, in intelligenza artificiale e software per la difesa e l’intelligence. Contro il principio democratico della separazione dei poteri, l’intreccio consentirebbe al potere politico di diffondere notizie funzionali ai propri disegni e di ottenere informazioni su chiunque, amici e nemici. Il terzo caposaldo consiste nella individuazione di un mito fondativo, che tenga unito il Paese, che sia indiscutibile e nel quale il Paese creda. Il mito fondativo è costituito dalla Bibbia. Nel Texas, in Oklahoma, nello Utah, nell’Arkansas, la Bibbia è un libro di testo per lo studio della storia e della civiltà. Thiel pensa di costituire una rete di think tank in Europa per diffondere questa dottrina e ha redatto il codice della sua filosofia in 21 principi, dall’elogio dell’hard power alla proclamazione di una nuova deterrenza fondata sull’AI. Siamo di fronte a un oscuro potere, come sono oscuri gli algoritmi che lo animano. Il passaggio dal XIX al XX Secolo, fu accompagnato da libri che hanno dato dignità a un’epoca: la Fenomenologia dello spirito, di Hegel (1807), i Principi di economia politica di Ricardo (1817), La democrazia in America di Tocqueville (1840), il primo volume del Capitale di Marx (1867), i Tre saggi sulla sessualità di Freud (1905), l’Epistolario di Lukacs (1902-1917), con lettere di Bloch, Buber, Jaspers, Weber. I temi di fondo erano il progresso dell’umanità, i diritti dell’uomo, la libertà. Il passaggio al XXI secolo non sembra assistito da grandi pensieri. È dominato da grandi algoritmi e governato da quella comunità di ingegneri che lavorano attorno alle maggiori piattaforme GAFAM (Google, Apple, Facebook/Meta, Amazon, Microsoft) e che sono parte essenziale del circuito del nuovo autoritarismo. La pace, la democrazia, il pluralismo, il controllo del potere sono irrisi. Domina l’idea della guerra come strumento d’ordine. Si prospettano l’abbandono dell’Europa alla Russia e più stretti legami con Netanyahu. Di fronte alla rocciosità di queste posizioni, è drammatica l’inerzia delle democrazie. Le regole che abbiamo costruito per evitare poteri assoluti appaiono oggi artifici privi di senso. La stessa democrazia rischia di essere disfunzionale. Per essere all’altezza della sfida noi stessi dobbiamo mettere in discussione questa democrazia non certo per superarla, ma per migliorarla e renderla conveniente, funzionale ai tempi e ai bisogni. Troppe volte abbiamo inseguito il giusto, dimenticando il bene; troppe volte abbiamo considerato il tempo come una variabile indipendente, mentre la velocità della vita scorreva sotto i nostri occhi. Non possiamo perdere altro tempo. Quel potere oscuro avanza e travolge. Iran, è in fin di vita Narges Mohammadi la Nobel per la pace detenuta dal regime di Daniele Zaccaria Il Dubbio La vita di Narges Mohammadi è appesa a un filo. Ricoverata d’urgenza all’inizio di maggio dopo un rapido peggioramento delle sue condizioni, la premio Nobel giornalista e attivista iraniana in carcere dallo scorso dicembre rischia di morire in un ospedale non attrezzato, sotto stretta sorveglianza delle autorità della Repubblica islamica. Secondo i suoi legali e i membri della famiglia, Mohammadi ha subito una crisi cardiaca e diversi episodi di perdita di coscienza, mentre le cure ricevute restano insufficienti rispetto alla gravità del quadro clinico. L’allarme è stato lanciato pubblicamente da Parigi dalla sua avvocata, Chirinne Ardakani, che parla apertamente di un rischio imminente di morte. Accanto a lei, rappresentanti della fondazione che porta il nome dell’attivista e della coalizione internazionale per la sua liberazione hanno denunciato una responsabilità diretta del regime iraniano nel deterioramento delle sue condizioni. Per Jonathan Dagher di Reporters sans frontières, non si tratta più soltanto di una battaglia per la liberazione: “E’ una corsa contro il tempo per salvarle la vita”. Mohammadi, 54 anni, era stata trasferita dalla prigione di Zanjan a una struttura sanitaria locale dopo due episodi di perdita totale di coscienza, già debilitata da mesi di detenzione, avrebbe perso circa venti chili e mostrerebbe gravi difficoltà nel parlare. I suoi sostenitori chiedono il trasferimento a Teheran, dove potrebbe essere seguita da un’équipe medica adeguata, ma finora le autorità non hanno concesso il permesso. Da oltre vent’anni Narges Mohammadi è una delle voci più note e ascoltate contro la pena di morte, la repressione politica e l’obbligo del velo in Iran. Il suo impegno le è costato ripetuti arresti, condanne e prolungati periodi di isolamento. Da anni impegnata contro la pena di morte, Narges Mohammadi ha pagato il suo attivismo con una lunga sequenza di arresti e condanne: fermata tredici volte, è stata giudicata colpevole in cinque procedimenti distinti. La prima condanna risale al 1998, quando fu incarcerata per un anno dopo aver criticato il governo iraniano. Nel 2009 le è stato assegnato il Premio Internazionale Alexander Langer, riconoscimento che ha consolidato la sua visibilità internazionale. Nel 2010 venne convocata davanti alla Corte rivoluzionaria islamica per il suo coinvolgimento nel Centro dei Difensori dei Diritti Umani; rilasciata inizialmente su cauzione, fu nuovamente arrestata pochi giorni dopo e trasferita nel carcere di Prigione di Evin, simbolo della repressione contro dissidenti politici e giornalisti. Negli anni successivi le detenzioni si sono susseguite: arrestata nel 2011 e liberata nel 2012, è tornata in carcere nel 2015 con una condanna a dieci anni per presunta cospirazione contro la Repubblica islamica, cui si sono aggiunti ulteriori sedici anni nel 2016. Il 16 novembre 2021 è stata nuovamente arrestata mentre partecipava a una commemorazione a Karaj per una vittima delle proteste del 2019, confermando quanto la sua attività pubblica continui a essere considerata una minaccia dal regime sciita. Durante la detenzione ha più volte intrapreso scioperi della fame, arrivando al ricovero ospedaliero; nel 2020 ha inoltre rischiato la vita a causa della pandemia COVID-19. Già nel 2018 aveva subito un’isterectomia ritardata dall’opposizione delle autorità carcerarie all’intervento chirurgico, seguita da complicazioni e da una nuova incarcerazione mentre era ancora convalescente. Insomma un autentico calvario. L’ultimo arresto risale al 12 dicembre 2025, quando fu fermata a Mashhad dopo aver criticato apertamente le autorità religiose durante la cerimonia funebre di alcune vittime della repressione di Stato. Secondo diverse organizzazioni per i diritti umani, in quell’occasione avrebbe subito violenze e brutalità che hanno contribuito al successivo peggioramento delle sue condizioni di salute. Nei mesi seguenti è stata condannata a diversi anni di carcere per accuse legate alla sicurezza nazionale e alla propaganda contro il sistema di potere. Il caso Mohammadi è diventato emblematico anche del più ampio contesto di repressione dell’informazione in Iran: nel 2026 il paese si colloca tra gli ultimi al mondo per libertà di stampa secondo Reporters sans frontières, mentre decine di giornalisti restano ancora detenuti per reati di opinione. Intanto, a Parigi, dove vivono il marito e i figli di Mohammadi, cresce la pressione sulle istituzioni internazionali. Gli appelli si moltiplicano affinché governi e organismi multilaterali intervengano con strumenti diplomatici e giuridici per ottenere la sua liberazione o almeno un accesso immediato a cure adeguate. Per chi la sostiene, il tempo è ormai la variabile decisiva: ogni ora senza un intervento potrebbe essere l’ultima.