Ogni mese 500 detenuti in più. Celle al limite di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 6 maggio 2026 Trenta giorni. Tanto ci è voluto per aggiungere altri 500 detenuti a un sistema già al limite. Ogni mese aumentano. Al 30 aprile le persone rinchiuse nelle carceri italiane sono 64.436, a fronte di una capienza regolamentare di 51.265 posti. Significa 13.171 persone in più di quanto il sistema potrebbe tecnicamente ospitare, con un tasso di sovraffollamento che supera il 125 per cento. In realtà il numero del sovraffollamento è anche maggiore, perché alla capienza regolamentare andrebbero sottratte migliaia di celle inagibili. Al 31 marzo erano 63.997, con un eccesso di 12.738 rispetto alla capienza. Un mese, 439 detenuti in più: la tendenza è esattamente questa, ed è la direzione in cui si muove il sistema da anni. I dati del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap) sono pubblici, aggiornati, disponibili per chiunque voglia leggerli, e non lasciano spazio a interpretazioni rassicuranti. I numeri parlano da soli. Guardare istituto per istituto è l’unico modo per capire di cosa si parla davvero, perché le medie nazionali appiattiscono le differenze e nascondono le situazioni più gravi. A Brescia Canton Mombello ci sono 382 detenuti in un carcere che ne può accogliere 182: oltre il doppio. A Lodi i posti regolamentari sono 45, le persone recluse 91. A Latina la capienza è di 77 unità, i detenuti presenti 157. A Udine si sale da 89 posti a 182 presenti. Verona Montorio ospita 633 persone su 335 posti regolamentari. Foggia ne ha 678 su 364. Bergamo 578 su 319. Busto Arsizio 440 su 240. Chieti 147 su 79. Isernia 80 su 44. In ognuno di questi istituti il sovraffollamento supera il 180 per cento. Alcuni toccano o superano il 200 per cento. Sono numeri che non hanno bisogno di commento: dicono che in molte celle c’è il doppio o più del doppio delle persone che ci dovrebbero stare. Rispetto a marzo, la situazione in molti istituti è rimasta stabile o è peggiorata di qualche unità. Poi ci sono le grandi carceri, quelle che in termini assoluti reggono la maggior parte del peso. Napoli Poggioreale conta 2.247 detenuti in un istituto con capienza di 1.616: 631 persone in eccesso. Napoli Secondigliano ne ha 1.580 su 1.112 posti. Roma Rebibbia ci sono 1.670 detenuti per 1.171 posti regolamentari. Lecce arriva a 1.402 detenuti con 798 posti disponibili: quasi il doppio. Taranto tocca 823 su 500. Salerno 611 su 376. Rieti 529 su 295. Bologna 858 su 507. Teramo 452 su 255. Roma Regina Coeli ha 848 detenuti su 628 posti. Viterbo 669 su 440. Frosinone 655 su 517. Il confronto con i dati di marzo conferma la tendenza di fondo: ogni mese i numeri crescono, la capienza rimane ferma, e il divario si allarga progressivamente. 73 morti dall’inizio dell’anno - Dal primo gennaio al 5 maggio di quest’anno, nelle carceri italiane sono morte 73 persone. Diciassette si sono tolte la vita. Le altre 56 sono decedute per cause diverse. I dati vengono da Ristretti Orizzonti, la redazione che da anni monitora sistematicamente i decessi negli istituti penitenziari di tutta Italia e che rappresenta una delle poche fonti di rilevazione continuativa su questo fronte. È quasi una media di tre morti a settimana, una cadenza che non accenna a rallentare. Il sovraffollamento non è solo una questione di spazio fisico. È un problema di salute, di sicurezza, di legalità costituzionale. Celle pensate per due persone che ne ospitano molte di più. Ore d’aria ridotte al minimo. Attività educative e lavorative impossibili da garantire quando i numeri superano ogni soglia di ragionevolezza. Personale di polizia penitenziaria che lavora in condizioni estreme, educatori e psicologi in numero del tutto insufficiente rispetto alla popolazione detenuta. Tensioni quotidiane che non trovano sbocco. Il Comitato europeo per la prevenzione della tortura ha ribadito in più occasioni che condizioni strutturali di questo tipo configurano trattamenti degradanti, indipendentemente dall’intenzione di chi gestisce il sistema. E che nessun piano edilizio, da solo, è in grado di risolverle. Va ricordato che l’Italia è già stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per trattamenti inumani e degradanti nelle carceri. La sentenza Torreggiani del 2013 era arrivata con la forza di un richiamo istituzionale inequivocabile. A distanza di oltre dieci anni, le stesse strutture ospitano condizioni identiche se non peggiori: il numero dei detenuti è più alto di allora, la capienza è rimasta sostanzialmente ferma, e la risposta dello Stato è sempre la stessa. Il paradosso del mattone - In quattro anni di governo, nessuna misura deflattiva concreta è stata adottata per alleggerire la pressione sul sistema penitenziario. Nessuna riforma organica dell’accesso alle misure alternative alla detenzione. Nessun intervento significativo sulla custodia cautelare, che in Italia rappresenta ancora una quota rilevante della popolazione carceraria. Nessun piano serio deflattivo. La scelta è stata un’altra, l’unica: puntare sull’edilizia. Costruire, ampliare, inaugurare. Il commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria ha un cronoprogramma che prevede oltre 10.000 nuovi posti entro il 2027. Ma i fatti raccontano un’altra storia. Nel 2024 il governo aveva annunciato 7.000 nuovi posti entro la fine del 2025: ne sono stati resi effettivamente disponibili appena qualche decina, mentre la popolazione carceraria nello stesso arco di tempo è cresciuta di oltre 1.200 unità. La Corte dei conti ha già segnalato ritardi strutturali nell’attuazione del piano e criticità nelle procedure di appalto. Non è andata meglio sul versante delle inaugurazioni: il carcere minorile di Lecce, aperto in pompa magna il 20 novembre 2025, aveva il soffitto che perdeva acqua, l’impianto antincendio non funzionante e l’organico degli agenti sottodimensionato. Nordio, rispondendo a un’interrogazione parlamentare, ha liquidato il tutto come “inconveniente tecnico che ben può verificarsi nell’ambito di realizzazione di qualsivoglia intervento edilizio”. Ma il vero problema non è nemmeno la lentezza dei cantieri o la qualità delle costruzioni. È che costruire nuove carceri o aggiungere padiglioni a quelli esistenti non riduce il sovraffollamento: in molti casi lo alimenta. Ogni nuovo posto tende a riempirsi rapidamente, perché il sistema si adatta espandendosi senza mai intaccare le cause che producono l’eccesso di detenuti. È quello che il Comitato europeo per la prevenzione della tortura ha descritto con precisione: l’aumento della capacità detentiva viene colmato da un numero crescente di ingressi, generando un ciclo continuo tra carenza di spazi, irrigidimento delle politiche penali e carenza di personale. Più posti, più detenuti. Il mattone insegue il sovraffollamento e non lo raggiunge mai. Non lo raggiungerà mai, finché il problema viene affrontato soltanto da quella parte. Non è una teoria astratta. È quello che è già accaduto con tutti i piani edilizi del passato, dal maxi-piano del governo Berlusconi ai progetti successivi: annunci, cantieri avviati, strutture inaugurate, sovraffollamento rimasto intatto o cresciuto. Aggiungere spazio fisico senza ridurre il flusso di chi entra in carcere è come tentare di svuotare l’oceano con un cucchiaino. I 13.171 detenuti in eccesso che i dati del Dap fotografano al 30 aprile non aspettano i padiglioni del 2027. Sono già lì, adesso, in celle che non li possono contenere. Carceri “disperate” nell’indifferenza di Nordio di Eleonora Martini Il Manifesto, 6 maggio 2026 Sovraffollamento record con 64.436 reclusi. Oggi il commissario Doglio in audizione. Aveva 42 anni e una figlia di sei, l’assistente capo palermitano in servizio nella casa circondariale di Torino che il 30 aprile scorso ha deciso di togliersi la vita nella propria abitazione. Tre giorni dopo, il 4 maggio, dietro le sbarre di quello stesso carcere in cui lavorava l’agente di polizia penitenziaria, si è suicidato Francesco Curcio, detenuto di 54 anni. Nel penitenziario torinese Lorusso e Cutugno la comunità di agenti e detenuti ha pianto così il terzo morto nel giro di due mesi. Il giorno prima, il 3 maggio, a Parma invece un giovane di soli 27 anni, “straniero, tossicodipendente, debilitato”, come lo descrive il Garante dei detenuti regionale Roberto Cavalieri, è morto in ospedale dopo tre giorni di agonia. Si era impiccato poco dopo il suo arresto; era in custodia cautelare “per non avere ottemperato all’ordine di allontanamento dalla città, dopo avere scontato una precedente condanna. Per lui - commenta Cavalieri - era necessaria una soluzione diversa dalla carcerazione”. Dall’inizio dell’anno se ne contano già 19, di persone detenute che si sono tolte la vita nelle prigioni italiane. Secondo l’ultimo rapporto dell’associazione Antigone “il rischio di suicidio in carcere è circa 25 volte superiore rispetto alle persone in libertà”. Mentre il sindacato Sappe fa notare che “in termini percentuali, i suicidi dei poliziotti penitenziari sono il doppio dei colleghi delle altre forze dell’ordine”. Secondo gli ultimi dati raccolti dal Sappe, “dal 2012 al marzo 2024, i sindacati hanno documentato 85 suicidi nel Corpo; nel solo 2024 si contano altri 7 colleghi che non hanno retto”. Gesto insondabile per antonomasia, il suicidio. Ma è certo che le “condizioni delle carceri sono disperate” per detenuti e detenenti, come riassume Patrizio Gonnella, presidente di Antigone il cui fermo immagine registra il superamento della soglia delle 64.000 presenze (erano 62 mila a fine 2024). “Al 30 aprile si contavano nelle prigioni italiane 64.436 persone detenute. Da fine marzo la crescita è stata particolarmente significativa, 439 persone in più in un mese, a fronte di un aumento delle presenze negli ultimi 12 mesi di 1.991 unità. I posti realmente disponibili erano invece 46.318 e il tasso di affollamento era ormai del 139,1%. 73 istituti su 189 registravano un tasso pari o superiore al 150%”. Servirebbe fermare la furia securitaria del governo Meloni; occorrerebbero “provvedimenti urgenti che riportino il sistema penitenziario in linea con il dettato costituzionale” e che “il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ritirasse tutte quelle circolari che negli ultimi anni hanno reso il carcere un luogo chiuso, asfittico e senza speranza”, osserva ancora Gonnella. Mentre invece il governo è afono, ripiegato su un piano di edilizia penitenziaria che si realizza ad una velocità assai inferiore a quella con cui cresce il numero di reclusi. Su iniziativa del M5S, il commissario straordinario Marco Doglio sarà in audizione oggi alle 15 in commissione Giustizia della Camera proprio per fare chiarezza sullo stato di avanzamento dei lavori. Tre suicidi in pochi giorni, carceri in condizioni disperate di Angela Stella L’Unità, 6 maggio 2026 A togliersi la vita due detenuti e un agente, intanto la popolazione reclusa ha superato quota 64mila. Gonnella: “Il Dap ritiri le circolari che hanno reso il carcere un luogo senza speranza”. Ciambriello: “Stretta in nome della sicurezza”. Tre suicidi in pochi giorni nelle carceri italiane: due detenuti e un agente. La denuncia è arrivata ieri dall’associazione Antigone: “il 30 aprile si è suicidato un agente penitenziario di 42 anni, ieri (due giorni fa, ndr) è morto, dopo tre giorni di agonia, un uomo di 27 anni che si trovava in custodia cautelare nel carcere di Parma e si è tolto la vita un altro uomo, di 54 anni, recluso nel carcere di Torino. Sono già 19 le persone detenute che si sono tolte la vita da inizio anno”. Inoltre, sempre secondo un report di Antigone, a fine mese i presenti in carcere hanno superato anche la soglia delle 64.000 presenze. Al 30 aprile infatti si contavano nelle prigioni italiane 64.436 persone detenute. Da fine marzo la crescita è stata particolarmente significativa, 439 persone in più in un mese, a fronte di un aumento delle presenze negli ultimi 12 mesi di 1.991 unità. I posti realmente disponibili erano invece 46.318 e il tasso di affollamento era ormai del 139,1%. 73 istituti su 189 registravano un tasso pari o superiore al 150%. “Le condizioni delle carceri sono disperate - ha sottolineato Patrizio Gonnella, presidente di Antigone -. Lo sono per le persone detenute, a cui mancano spazio e prospettive, costrette a vivere in celle sovraffollate e fare i conti con tutte le chiusure a cui si sta assistendo. Ma lo sono anche per gli operatori, costantemente in sotto organico e costretti a carichi di lavoro spesso eccessivi”. Oltre a “provvedimenti urgenti che riportino il sistema penitenziario in linea con il dettato costituzionale” secondo Gonnella “servirebbe inoltre che il Dap ritirasse tutte quelle circolari che negli ultimi anni hanno reso il carcere un luogo chiuso, asfittico e senza speranza”. A proposito di circolari Samuele Ciambriello, Garante campano delle persone private della libertà personale e portavoce della Conferenza dei Garanti territoriali, si chiede: “ma chi comanda davvero al Dap?”. Perché, fa notare Ciambriello, da un lato il 31 marzo Ernesto Napolillo, a capo della Direzione generale dei detenuti e del trattamento, invia ai provveditori regionali una comunicazione in cui “con l’approssimarsi della stagione estiva ed i possibili disagi ad essa correlati” e per evitare quindi anche gesti autolesionistici si raccomandava, tra l’altro, di potenziare attività sportive, teatrali, laboratoriali, favorire la permanenza dei detenuti nelle aree comuni, implementare disponibilità di frigoriferi nei reparti per il deposito delle bottigliette d’acqua o altre generi alimentari, riformulare i menù. Poi dall’altra parte, dice sempre Ciambriello, “venti giorni dopo il capo del Dap Stefano De Michele smentisce Napolillo e invia un’altra circolare dove sostiene che i frigoriferi vanno posizionati in una ‘stanza all’uopo dedicata di pertinenza della sezione’”. Secondo Ciambriello “si tratta di una stretta in nome della sicurezza” ma “in realtà è proprio con queste iniziative che si rischia di far aumentare gli episodi critici all’interno delle carceri”. Ciambriello poi denuncia il fatto che “sempre meno si rispetta la territorialità della pena e non si rende effettivo il diritto all’affettività”. E conclude: “abbiamo chiesto un incontro al capo del Dap ma ci ha ricevuto il suo vice Parisi. Forse facciamo troppo rumore come Garanti e non siamo ben accetti da De Michele”. Intanto sui dati diffusi da Antigone intervengono anche Pd e Avs. Secondo Enza Rando, responsabile Legalità e lotta alle mafie della segreteria nazionale del Partito Democratico, essi “raccontano un sistema penitenziario al collasso, che il Governo continua colpevolmente a ignorare. Non è più emergenza, è un fallimento”. “Il Governo - ha proseguito Rando continua a rispondere con misure securitarie e propaganda, senza affrontare le vere cause del sovraffollamento. Serve un cambio radicale di rotta: provvedimenti urgenti per ridurre la popolazione carceraria, rafforzare il personale, garantire diritti e dignità e investire sulla rieducazione, come ci chiede la nostra Carta costituzionale”. Pure secondo la senatrice dell’Alleanza Verdi e Sinistra, Ilaria Cucchi, “nelle nostre Carceri si continua a morire ogni giorno, nell’indifferenza generale, del Ministro Nordio e del governo. Tre suicidi in pochi giorni, tra cui quello di un agente penitenziario sono il segno che la sofferenza in carcere colpisce sia detenuti che agenti. Da inizio anno, denuncia Antigone, ben 19 persone si sono tolte la vita in carcere. Troppi, ennesima sconfitta dello stato di diritto. La linea dura dei decreti sicurezza ha solo affollato all’inverosimile gli istituti penitenziari, impedendo così la possibilità di scontare la pena in un modo dignitoso diritti fondamentali”. L’uroboro penitenziario di Enrico Sbriglia* L’Opinione, 6 maggio 2026 Occupandomi di carcere e del mondo penitenziario da tanti, forse fin troppi, anni, spesso rivedendo le stesse devastanti storie di inefficienza del sistema, pensavo di aver letto tutto, ma alcune note recenti, a firma del capo del dipartimento che non allego per pudore, mi hanno proiettato, insieme a tanti giovani colleghi, direttori d’istituto penitenziario, spesso provenienti dalle professioni di avvocato o di altre afferenti il mondo giuridico, oppure da altre importanti amministrazioni dello Stato, in una dimensione surreale. Siamo passati dalla gestione dell’emergenza calura all’interno delle carceri a una sessione imprevista di analisi grammaticale e semantica, dove ci viene spiegato - con un tono che percepiamo tra il paternalistico e il professorale - che “frigo” è l’abbreviazione di “frigorifero” e che non bisogna confondere un elettrodomestico da cucina con un minibar, lì dove un direttore ritenesse doveroso, perché rispettoso della dignità umana, consentirne l’impiego in quei indecenti loculi tropicali in cui si trasformano le celle d’estate. Sia io pur non certamente giovane, che le nuove leve di colleghe e colleghi del coordinamento, ringraziamo per il non richiesto chiarimento linguistico, ma vorremmo nel contempo rassicurare i vertici ministeriali che i direttori e di comandanti, insieme alla Polizia penitenziaria di frontiera e tutti gli altri operatori penitenziari, l’italiano lo comprendono ancora sufficientemente. Quello che, invece, si fa fatica a capire è la realtà parallela in cui sembrano muoversi gli uffici romani di punta e, francamente, si prova pure un sentimento di solidarietà verso quanti, dei diversi profili e qualifiche professionali, risultino costretti a vivere in quel mondo ministeriale organizzato in divisioni, si proprio in divisioni stile militare, costruito ad arte presso il Dap; lì operano public servant dotati di importanti competenze professionali, ma ingabbiati in un contesto organizzativo che sciupa e non premia i loro talenti. Ci chiediamo, però, incuriositi, se chi suggerisca e porga, per la firma al massimo vertice, le note che abbiamo letto abbia mai varcato la soglia di una cella “media” italiana. Parlare di divieto di inserire frigoriferi di grandi dimensioni (i famosi “pozzetti”) nelle camere di pernottamento è un esercizio di stile del tutto inutile: nelle celle italiane, sature oltre ogni limite, a malapena, incastrandoli, si riescono a far entrare i detenuti. Forse al Dap sfugge un dettaglio: le “camere” detentive ospitano oramai regolarmente, in tante realtà, letti a castello a tre piani. Persone impilate una sull’altra che, non di rado, rovinano sul pavimento, riportando lesioni per le quali il dipartimento, con un ambiguo equilibrismo giuridico degno di nota, cerca poi di rivalersi sui direttori, come se il sovraffollamento fosse una loro scelta gestionale e non un dato di fatto strutturale che non possono assolutamente impedire, nelle carceri il sold-out non è contemplato. E che dire di una piattaforma informatica, nota come l’Applicativo 15? Quel software magico voluto dal ministero, che restituisce superfici calpestabili teoricamente in linea con i tre metri quadri imposti dalla Cedu, ma che nella realtà fisica non esistono. Se in una cella di nove metri quadri sottraiamo l’ingombro dei letti a castello, degli armadietti e dei sanitari, al detenuto resta meno spazio di quello concesso a un piccolo animale d’affezione. In questo scenario, l’idea che un direttore potesse pensare di inserire un frigorifero a pozzetto è pura fantascienza burocratica. A meno che, suggerisco con amara ironia, non li si doti di rotelle per spostarli continuamente e non farli conteggiare nel calcolo della superficie calpestabile. L’ultima nota di chiarimento, del 27 aprile, non è solo una “toppa peggiore del buco”, ma rappresenta una mortificazione per chi ogni giorno gestisce la trincea. Leggere che “i frigoriferi sono elettrodomestici di grandi dimensioni” (cit.) in risposta alle legittime preoccupazioni dei direttori, e di tutto il restante personale, sulla tensione climatica ed estiva che non è esclusivamente quella delle reti elettriche scadenti, è un insulto alla professionalità di chi opera sul campo. Siamo però convinti di una cosa: queste note non possono essere state scritte, nemmeno nella bozza, da un direttore che abbia mai lavorato in un istituto. Un “dirigente di carcere vero” non avrebbe mai portato alla firma del capo del Dap un testo così scollacciato e distante dalle dinamiche reali. Il sospetto, a questo punto, è che qualcuno voglia mettere deliberatamente in difficoltà il vertice del dipartimento e finanche il governo Meloni, facendo firmare al primo disposizioni che scatenano l’ilarità (se non fosse per la tragedia sottostante) di tutto il personale del territorio e dell’opinione pubblica, se correttamente informata. Ciò detto, la proposta del coordinamento che ho l’onore di dirigere, ancora una volta risulta necessaria: fine dell’era dei magistrati ordinari al Dap e commissariamento straordinario. È ormai evidente che la guida del Dap non può più essere affidata a magistrati ordinari, spesso autori inconsapevoli o, peggio, disinteressati alle problematiche reali del sistema. Nelle more di un auspicabile affidamento della guida a un dirigente penitenziario di carriera, chiediamo formalmente al Governo e al capo dello Stato il commissariamento del Dap. Siamo convinti, infatti, che serva una fase di ricostruzione per una nuova architettura del sistema che valorizzi le vere professionalità. Puntiamo su un “commissario straordinario” che provenga, possibilmente, dal Consiglio di Stato, oppure un prefetto di navigata esperienza - un vero esperto in diritto amministrativo e scienza dell’amministrazione - affiancato auspicabilmente da un magistrato della Corte dei Conti e da un dirigente penitenziario con comprovata storia operativa. Basta con la gestione per teoremi. Volevano in tanti i commissari di polizia penitenziaria per risolvere le criticità? Ebbene, li avranno, seppure senza uniforme, ma per ricostruire, dalle fondamenta, un’amministrazione che ha perso la consapevolezza di sé. In fondo desideriamo semplicemente un sistema effettivo di check and balance. *Coordinatore nazionale della dirigenza penitenziaria della Fsi-Usae Cappellani carceri. “Attraverso il lavoro, l’accoglienza e il servizio portiamo spiragli di speranza” di Gigliola Alfaro agensir.it, 6 maggio 2026 Una presenza, quella dei cappellani, che attraverso il sostegno spirituale ma anche opere concrete dà prospettive ai ristretti per un futuro migliore. Lavoro, accoglienza e servizio: sono stati i temi al centro del VI convegno nazionale dei cappellani e degli operatori della pastorale penitenziaria “…perché lo coltivasse e lo custodisse (Gn 2,125). Lavoro, accoglienza e servizio” che si è svolto ad Assisi dal 29 aprile al 2 maggio. A don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane, abbiamo chiesto un bilancio dell’incontro. A conclusione delle giornate ad Assisi cosa vi siete portati a casa? Il convegno non ci ha dato la soluzione dei problemi, ma sicuramente ci ha fornito indicazioni, suggerimenti, confronti, aperture di sguardo e di orizzonti, per portare, con la forza della fede e del Vangelo, uno spiraglio di speranza nei nostri istituti penitenziari, che molte volte viene a mancare. In questi giorni abbiamo compreso ancora di più che la nostra presenza negli istituti di pena è una grande risorsa, anche se molte volte non è molto apprezzata e in alcuni momenti viene anche ostacolata. La prima direttiva su cui avete riflettuto è il lavoro… Sappiamo bene l’importanza del lavoro sia dentro sia fuori dal carcere, soprattutto per poter dare dignità alle persone, per poter aiutare il detenuto a costruire prospettive per il suo domani. E in questo contesto noi, come operatori pastorali, possiamo incoraggiare la società civile a non abbandonare i reclusi e a investire con coraggio in favore delle persone svantaggiate. Molti cappellani e volontari concretizzano l’annuncio del Vangelo, realizzando opere per offrire lavoro. Sono esempi che incoraggiano noi e la società civile ad investire e a non aver paura di chi è uscito dal carcere. Costruiamo rete di condivisioni, lanciamo proposte, individuiamo persone disponibili e società che potrebbero offrire lavoro. Animiamo i nostri luoghi a una vera cultura dell’accoglienza per un impegno a favore di coloro che vivono in serie difficoltà. Un altro tema che avete trattato, infatti, è stato l’accoglienza… Questa si ottiene non solo offrendo loro un luogo abitativo. L’accoglienza nasce dall’ascolto dell’altro, individuando i suoi bisogni primari e sapendo stare accanto a lui, non giudicandolo e offrendogli occasioni di reinserimento nella società civile. L’accoglienza che noi cristiani siamo chiamati a realizzare è rivolta a tutta la comunità cristiana, comprese le nostre parrocchie. Accogliere vuol dire aiutare le persone a riacquistare la fiducia e a far scoprire loro le reali potenzialità. Diceva don Oreste Benzi: “Nello sbaglio di uno c’è lo sbaglio di tutti. Per recuperare uno è necessario il coinvolgimento di tutti”. L’accoglienza è un nodo importante per noi che operiamo accanto ai ristretti... Sappiamo bene la continua richiesta che fanno a noi tutti, in modo particolare coloro che non hanno famiglia, immigrati, senza fissa dimora e a volte abbiamo difficoltà a dare risposte, eppure, se conosciamo il territorio e se ci impegniamo ad individuare comunità, luoghi di accoglienza, strutture per offrire ospitalità, sarebbe un’azione importante che darebbe maggiore credibilità alla nostra azione pastorale. Anche l’ultimo progetto della Caritas italiana rivolto alle diocesi teso ad individuare qualche canonica o altro ambiente da ristrutturare per offrire ospitalità è certamente una grande opportunità. Anche la mappatura che in questi mesi abbiamo cercato di costruire con l’aiuto della cooperativa “Noi e Voi” di Taranto sarà uno strumento un grande aiuto. Luoghi per poter dare e offrire ospitalità; che ci aiutano a fare il bene. Chiaramente tutto ciò comporta impegno; lo dice anche il Vangelo: “cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto”. Per aiutare gli altri c’è bisogno di pazienza, di passione, di perseveranza. Molte persone che si sono impegnate a progettare qualcosa hanno un filo conduttore comune, sono partiti dal poco; ciò che ha permesso di realizzare molto è stato certamente il credere nel progetto, il tempo donato, ma anche impegnarsi con costanza, con perseveranza … Avete parlato anche di servizio… Il nostro è un servizio ecclesiale che tende a coinvolgere la comunità cristiana e a vivere un percorso di attenzione verso le realtà del carcere. Il nostro servizio di volontariato è una grande ricchezza e noi rappresentiamo un ponte tra dentro e fuori il carcere, per evitare di isolare coloro che sono privati della libertà personale. Il nostro servizio gratuito consente ai detenuti di non sentirsi abbandonati, ma di rimanere attivi e coinvolti nelle diverse attività. Bisogna fare rete e non isolarsi, confrontarsi arricchendosi dell’esperienza dell’altro. Ma non basta sentirsi soddisfatti se nelle carceri c’è presenza di volontari; bisogna, mai come in questi tempi, investire anche sui giovani, coinvolgendoli attraverso eventi, formazione, esperienze di servizio e motivando scelte per una continuità nel servizio, coinvolgendo anche in questo la comunità cristiana e civile. Molti, per motivi burocratici e per le difficoltà che incontrano nelle autorizzazioni, non riescono a prestare il loro servizio in carcere. Il valore del volontariato penitenziario, poi, non si ferma dietro le sbarre: è un servizio anche esterno, che coinvolge le famiglie dei detenuti, aiutandole con l’ascolto e l’aiuto materiale. Incontriamo persone sottoposte agli arresti domiciliari, teniamo contatti con gli avvocati, individuiamo aziende per il lavoro dei detenuti. I volontari penitenziari possono rendere il loro servizio nelle case di accoglienza per i carcerati. Qual è stato l’invito che ha rivolto ai partecipanti al convegno? Ho esortato a non stancarci, a non far sì che la delusione, l’amarezza che a volte sperimentiamo nei nostri istituti ci tolga il desiderio di essere Vangelo vivente e segni di speranza. Anzi dobbiamo custodire questa virtù della speranza e diffonderla nei cuori dei ristretti, delle loro famiglie, ma soprattutto in coloro che lavorano nei nostri istituti affollati e senza risorse e con scarsa presenza di personale. Don Raffaele, è stato molto toccante l’incontro di Leone XIV con i detenuti nel carcere di Bata, in Guinea Equatoriale… A noi cappellani ha fatto molto piacere la visita del Santo Padre al carcere di Bata, le parole che ha detto sono importanti non solo per quella realtà, ma per tutti gli istituti penitenziari del mondo perché il Papa ha parlato di dignità, della necessità di non sottovalutare le potenzialità che ogni detenuto ha, dell’impegno della società ad essere accogliente, del fatto che il carcere non deve essere soltanto un luogo di pena, ma anche di riscatto, di rinascita della persona. ed è stato molto bello vedere come i detenuti del carcere di Bata hanno accolto il Papa, il loro canto e la loro preghiera sotto la pioggia. In Africa, come ho potuto constatare io stesso in visite a diverse carceri del Burundi, c’è una grande fede all’interno degli istituti penitenziari, anche perché sono degli ambienti ancora poco contaminati dall’ateismo che in questo tempo dilaga. Il permesso premio per vedere un caro in vita concesso quando ormai è troppo tardi di Fabio Falbo, “lo scrivano di Rebibbia” Il Dubbio, 6 maggio 2026 “Non scriverò i nomi di chi firma le ordinanze e decide, lo ha chiesto la Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Roma, scriverò però i fatti, perché i fatti non diffamano viceversa interrogano”. Tempo addietro la Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Roma ha chiesto alla vostra redazione la pubblicazione di una rettifica, spiegando che non è corretto indicare nomi e cognomi dei magistrati quando si raccontano decisioni dolorose assunte in carcere. Forse la critica deve restare astratta, impersonale, “continente”. Il Direttore del giornale correttamente ha pubblicato la rettifica, ma ha aggiunto una frase che pesa più di molte sentenze: ci sono momenti in cui, anche dietro le sbarre, la dimensione dell’umanità non può essere sospesa. È da quella frase che occorre ripartire, perché quello che mi sta accadendo non è un caso isolato, né un errore individuale, è un modo di amministrare la giustizia che sembra aver smarrito il senso del tempo umano pur muovendosi dentro quello giuridico. Circa un mese fa mio suocero viene ricoverato d’urgenza al Policlinico Gemelli, le sue condizioni sono gravi “quoad vitam”, quindi presento un’istanza di permesso di necessità scrivendo una cosa semplice, voglio vederlo in vita, ma come al solito l’istanza viene rigettata. Mio suocero muore e solo dopo il decesso grazie alla perseveranza dell’Avvocatessa Arianna Liguori viene presentata una nuova richiesta, questa volta il permesso viene concesso per un’ora al Policlinico Gemelli non per salutarlo vivo, ma per vederlo nella camera mortuaria, dopo giorni dal primo rigetto. Scrivo una lettera di ringraziamento alla Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Roma, perché riconosco un atto di umanità, anche se tardivo e perché so distinguere gli spazi del rispetto personale da quelli della critica pubblica. In quell’occasione nessuna informativa viene richiesta alla Direzione nazionale antimafia o alla Direzione distrettuale antimafia, non perché qualcuno “chiuda un occhio”, ma perché la legge non lo preveda per un permesso di necessità visto che sono detenuto in un reparto di media sicurezza in ambito della c.d. sorveglianza dinamica e perché l’urgenza impone decisione non burocrazia. Giustizia e Pnrr: corsa contro il tempo per tagliare i tempi dei processi di Simona Musco Il Dubbio, 6 maggio 2026 Ministero della Giustizia e Csm lanciano un piano d’emergenza: stop a corsi e udienze per la Cassazione per centrare l’obiettivo Ue del -40% entro giugno. Il cronometro corre veloce e il traguardo di Bruxelles sembra ancora un miraggio. Ministero della Giustizia e Csm hanno dato il via a una mobilitazione d’emergenza nel tentativo di evitare il fallimento degli obiettivi Pnrr. La scadenza è fissata al 30 giugno 2026, ma i dati raccontano una realtà complessa: secondo l’ultimo bilancio di Assonime, i progressi sono “importanti”, ma non bastano per chiudere la partita. Il traguardo imposto dall’Europa è drastico: abbattere il disposition time (Dt) civile del 40% rispetto ai tempi biblici del 2019. Tradotto in numeri: passare da una media di 2.512 giorni (circa 7 anni) a 1.508 giorni per completare i tre gradi di giudizio. A metà 2025, il sistema aveva faticosamente raggiunto una riduzione del 27,8%, ma il cammino è disomogeneo. Se la Cassazione vola con un -31,7%, i Tribunali restano l’anello debole della catena, fermi a un modesto -17,6%. Il paradosso è tutto nei tempi residui: per centrare l’obiettivo manca un ultimo 12,2% (circa 306 giorni). Significa che in una manciata di settimane la giustizia italiana deve produrre un risultato pari a quasi la metà di quanto ottenuto nei cinque anni precedenti. Una missione che appare quasi sovrumana. Per questo via Arenula è corsa ai ripari con manovre eccezionali. Il Capo di Gabinetto, Antonio Mura, ha gelato (per ora) le aspettative di quattro magistrati pronti a trasferirsi al ministero: la loro presa di possesso è stata rinviata al 1º luglio per non sottrarre braccia operative alla trincea dei tribunali proprio nel rush finale. Domani, invece, il plenum del Csm discuterà una vera e propria “operazione straordinaria” per la Suprema Corte. L’obiettivo è trasformare i provvedimenti già pronti in depositi effettivi entro il 30 giugno. Alla Cassazione è chiesto un miracolo: tagliare altri 300 giorni sul tempo di definizione delle cause, nonostante un 2026 iniziato sotto l’assedio di nuovi ricorsi (le “sopravvenienze” sono aumentate fino all’8,7% a marzo), un incremento che molti osservatori attribuiscono alla bulimia legislativa e all’introduzione di nuove fattispecie di reato. Per tutto il mese di giugno, i magistrati sommersi dalle bozze da scrivere saranno esentati dalle udienze per concentrarsi esclusivamente sui depositi. È stata richiesta, inoltre, la disponibilità degli uffici amministrativi per accettare e pubblicare atti anche nei giorni festivi e prefestivi. La Scuola Superiore della Magistratura dovrà farsi da parte: i corsi sono sospesi per non sottrarre ore preziose alla stesura delle sentenze. Ma la mossa forse più efficace riguarda la valutazione dei magistrati. Per incentivare lo sprint finale, il Csm ha previsto una sorta di “scudo professionale”: eventuali ritardi nei depositi accumulati in questo periodo frenetico non peseranno sulla valutazione della “diligenza”. Al contrario, chi si mimetizzerà in questa task force riceverà un bollino di merito nel fascicolo personale per il particolare “impegno” dimostrato. Basterà questo colpo di reni per rassicurare l’Europa? La risposta è cristallizzata nei dati che emergeranno all’alba del 1° luglio. La corsa contro il tempo è ufficialmente iniziata. La “buona novella” di Bruti Liberati sul correntismo capace di redenzione di Francesco Petrelli* Il Dubbio, 6 maggio 2026 Il dibattito sulla magistratura riapre il nodo del Csm: per il magistrato in pensione le correnti hanno reagito, ma resta il problema strutturale. La giustizia è materia incandescente. Se una mancata riforma costituzionale, in ogni altro contesto, si limita a confermare lo status quo, al contrario, dopo lo scampato pericolo, il potere giudiziario rivendica a sé tutto lo spazio disponibile. Si riappropria degli spazi che erano stati strategicamente abbandonati. La materia surriscaldata dal conflitto, anziché raffreddarsi, esonda e preme da ogni lato, in una sorta di incontenibile reazione a catena. Anche l’insostenibile sistema correntizio del quale ogni componente della magistratura riconosceva l’urgente necessità di riforma, dopo un attimo di smarrimento, sembra riacquistare decisamente quota. Secondo il dottor Bruti Liberati, infatti, “dalle degenerazioni del “correntismo” emerse nelle vicende del 2019, sono passati oltre sei anni” e “l’attenzione deve rimanere sempre alta, ma la reazione vi è stata e netta”. Quale sia stata e in cosa sia consistita non viene detto. Si immagina pertanto una risposta tutta interiore di tipo morale, sufficiente, tuttavia, a recidere magicamente il condizionante vincolo di mandato fra elettori ed eletti, senza bisogno di toccare il sistema. Secondo le “statistiche” citate da Bruti Liberati, le correnti si erano infatti già autoriformate fornendo ampia dimostrazione di un recuperato equilibrio tale da consentire al Csm scelte unanimi nell’ottanta per cento dei casi. Peccato che quei dati riguardassero posti non particolarmente ambìti, e che non appena le nomine hanno toccato Procure o nomi di riguardo (come il presidente o il vicepresidente della Cassazione) tali equilibri siano subito saltati, e le correnti siano tornate a far sentire il loro formidabile peso. Ma anche questo, secondo il dottor Bruti Liberati, sarebbe un buon segnale di “persistente vitalità”: se “il Csm si spacca, non è necessariamente dovuto a logiche di schieramento, ma semplicemente a diverse legittime visioni sulla scelta, tra i candidati, della persona più adatta a dirigere quell’ufficio”. La qualità è dunque incredibilmente e spontaneamente tornata a essere l’unica bussola delle nomine. Questa “buona novella” assume cadenze idilliache laddove si ricorda come “le “correnti” dell’Anm sono nient’altro che libere, trasparenti associazioni di magistrati che si formano sulla condivisione di una concezione del sistema giustizia e delle riforme da proporre”. Non si comprende davvero come un sistema costruito su basi così perfette possa aver subito una tanto “inaccettabile” - nelle parole del Presidente Mattarella - degenerazione, e cosa sia inavvertitamente sfuggito alla trasparente condivisione di quella poliedrica visione del sistema giustizia. La verità è quella che abbiamo sottolineato più volte: la degenerazione non è stata affatto il risultato di un momentaneo slittamento etico delimitato al solo annus horribilis del 2019, ma l’esito tanto risalente quanto inevitabile della politicizzazione dell’organo di garanzia. Se è infatti vero che “in tutti i paesi europei esistono associazioni di magistrati e quasi sempre più di una” e anche che “queste concorrono alle elezioni dei vari consigli superiori o Consigli di giustizia”, è anche vero che in nessun caso accade che tali organi siano presidiati interamente, così come accade nel nostro Paese, da correnti politicizzate. Il fatto stesso che nel tempo - dal 1975 in poi - si siano susseguiti ben otto tentativi di riforma del sistema elettorale del Csm, volti a ridurre il fenomeno del correntismo, sta a significare che la degenerazione non ha natura etica ma è il risultato di una impossibile equilibrata convivenza fra l’organo di garanzia della magistratura e la sua pretesa rappresentanza politica. Tuttavia, anziché confrontarsi con questo problema strutturale, il dottor Bruti Liberati sottolinea piuttosto il fallimento di quelle riforme che si sono susseguite nel tempo al fine di “ridurre il peso delle correnti”, ma che hanno “ottenuto il risultato opposto”. Un fallimento che non viene quindi attribuito all’incapacità del legislatore o alle resistenze interne della magistratura, ma proprio alla natura velleitaria della pretesa di ridurre l’incidenza delle correnti sul governo della magistratura. Come a dire: questa è l’unica realtà e verità possibile e non vi illudete di poterla cambiare. Si tratta di una chiusura pericolosa che non trova riscontro neppure all’interno della magistratura, almeno fra chi ragiona nella consapevolezza di non poter risolvere la contraddizione fra organo di governo e organo di rappresentanza negandone l’esistenza. E illudendosi, magari, che una nuova edificante narrazione post-referendaria delle correnti sia sufficiente a risolverne i mali. Come scrive, tuttavia, Maurizio Catino, “la creazione di “capri espiatori”, senza realizzare modifiche di sistema, assicura soltanto che gli attori continueranno a comportarsi come facevano in precedenza, senza che l’organizzazione apprenda in modo virtuoso dagli eventi occorsi”. Qui la fucina post-referendaria è, tuttavia, andata oltre: dalla semplice esorcizzazione del male, si è passati direttamente alla santificazione sempiterna del contesto che lo aveva prodotto. *Presidente UCPI Lavori di pubblica utilità: la convenzione tra via Arenula e la Croce Rossa di Marina Crisafi Il Sole 24 Ore, 6 maggio 2026 Siglata la convenzione tra Ministero della giustizia e Croce Rossa Italiana per lo svolgimento dei lavori di pubblica utilità: contenuti, attività e durata. È stata sottoscritta il 28 aprile scorso, la Convenzione nazionale tra il Ministero della giustizia e la Croce Rossa Italiana per lo svolgimento del lavoro di pubblica utilità, quale pena sostitutiva ai sensi dell’art. 56-bis della legge n. 689/1981 e del D.M. 27 luglio 2023. L’accordo è stato firmato dal capo del Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità, Antonio Sangermano, e dal presidente della Croce Rossa Italiana, Rosario Maria Gianluca Valastro, ed è stato trasmesso al Consiglio nazionale forense per la diffusione presso i Consigli dell’Ordine degli avvocati. La convenzione ha lo scopo di ampliare le possibilità di impiego dei soggetti ammessi al lavoro di pubblica utilità, favorendo il reinserimento sociale attraverso attività a beneficio della collettività. Posti disponibili e attività previste - La Croce Rossa Italiana mette a disposizione almeno 300 posti per lo svolgimento del lavoro di pubblica utilità. Le attività potranno essere svolte presso 71 Comitati regionali e territoriali aderenti, per un totale di 91 sedi di servizio dislocate sul territorio nazionale, con possibilità di ampliamento tramite ulteriori adesioni. I Comitati si impegnano a comunicare costantemente a tribunali e uffici di esecuzione penale esterna la disponibilità dei posti, al fine di agevolare l’assegnazione dei soggetti condannati. I soggetti ammessi allo svolgimento del lavoro di pubblica utilità sostitutivo presteranno, presso i Comitati, attività che rientrano nei settori di impiego, tra cui: “prestazioni per finalità sociali, socioassistenziali e sociosanitarie nei confronti di persone ludodipendenti, alcoldipendenti, tossicodipendenti, diversamente abili, malati, anziani, minori, stranieri o ex-detenuti in condizioni di fragilità e di marginalità sociale; prestazioni per finalità d i protezione civile, anche mediante soccorso alla popolazione in caso di calamità naturali; prestazioni nella manutenzione e fruizione di immobili e servizi pubblici, inclusi ospedali e case di cura, o di beni del demanio e del patrimonio pubblico, compresi giardini, ville e parchi; altre prestazioni in favore della comunità connesse alla specifica professionalità del soggetto interessato”. Modalità di svolgimento del LPU - L’attività è svolta in conformità con quanto disposto nel programma di trattamento della pena-programma e della sentenza di condanna al lavoro di LPU, che stabiliscono mansioni, durata e orario di svolgimento della prestazione nel rispetto delle esigenze di vita dei condannati, dei diritti fondamentali e della dignità della persona. L’attività è gratuita ed è espressamente previsto il divieto di corrispondere ai soggetti impegnati nelle prestazioni lavorative qualsiasi forma di retribuzione. Durata della convenzione - La convenzione siglata ha durata quinquennale dalla data di sottoscrizione ed è rinnovabile previa intesa tra i contraenti. È prevista la costituzione di un comitato paritetico di gestione per la pianificazione strategica degli interventi e la realizzazione degli obiettivi dell’accordo. Parma. Chi era il detenuto che si è impiccato, il 27enne cubano morto dopo tre giorni di agonia di Christian Donelli parmatoday.it, 6 maggio 2026 Il Gip aveva disposto la custodia cautelare in carcere perché il giovane non aveva rispettato l’ordine di allontanamento da Parma. Era arrivato da Cuba in Italia alcuni anni fa e si era stabilito nella zona di Milano. Una vita caratterizzata da incertezze e dalla commissione di piccoli reati. Dopo una prima detenzione e dopo aver scontato la pena era uscito ma, in seguito ad un altro reato, il Gip del Tribunale di Parma, aveva disposto per lui la custodia cautelare in carcere. In particolare il giovane non aveva ottemperato all’ordine di allontanamento da Parma. Da qui la decisione della custodia in carcere, in attesa di giudizio. Secondo quanto emerso il giovane aveva anche problemi di tossicodipendenza. Il giovane 27enne, che si trovava in una cella del vecchio padiglione di media sicurezza del carcere di Parma, si è impiccato nella giornata di giovedì 30 aprile. Dopo l’allarme è stato trasportato d’urgenza all’Ospedale Maggiore ma le sue condizioni di salute erano disperate. E’ morto nella serata di domenica 3 maggio, dopo tre giorni di agonia in ospedale. “Ancora la morte di un detenuto, con tossicodipendenza e debilitato, per il quale era necessaria una soluzione diversa dalla carcerazione”, sottolinea il Garante regionale dei detenuti, Roberto Cavalieri. Modena. Il Dap sul no al Consiglio comunale in carcere: “Richiesta vaga e generica. Nessuna finalità rieducativa” Il Resto del Carlino, 6 maggio 2026 Il sottosegretario Balboni spiega le motivazioni del divieto alla seduta già organizzata a gennaio. I dem: “Era tutto chiarissimo, finalità e scaletta dei lavori. Era un’iniziativa pienamente coerente”. Il ‘no’ del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria al Consiglio comunale di Modena che voleva visitare il carcere Sant’Anna? La richiesta dei consiglieri risulta troppo ‘vaga’ e quindi non c’erano le condizioni per il sopralluogo al penitenziario, da anni affollato e segnato da diversi suicidi. È il senso della risposta del Governo, tramite il sottosegretario alla Giustizia Alberto Balboni, all’interrogazione a tema dei parlamentari Pd modenesi. Nessuna “chiusura verso le istituzioni locali”, quanto “piuttosto l’applicazione coerente di un principio costituzionale imprescindibile: ogni iniziativa che si svolge all’interno dell’istituto penitenziario deve avere una chiara, concreta e verificabile valenza rieducativa e trattamentale” precisa Alberto Balboni, sottosegretario alla Giustizia. Dunque, ha assicurato, si è “agito nel pieno rispetto dei principi di correttezza istituzionale e di buon andamento dell’azione amministrativa”. La proposta arrivata era di una seduta del Consiglio comunale all’interno del carcere ed è stata valutata “con la massima attenzione dai vertici dipartimentali” poi però il 13 gennaio scorso il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha comunicato di non autorizzarla “in quanto l’iniziativa era priva di qualsiasi valenza trattamentale”. La prima richiesta del dicembre 2025, ha ricostruito il sottosegretario, “era, fin dall’inizio, vagamente generica e priva di elementi fondamentali” in quanto “non indicava con precisione il numero dei partecipanti, non specificava i locali da utilizzare e, soprattutto, non collegava l’iniziativa a un percorso trattamentale definito a beneficio dei detenuti”. Solo “in un secondo momento si è appreso che l’evento avrebbe comportato l’ingresso di 59 persone esterne, mentre la partecipazione dei detenuti risultava meramente eventuale e limitata”. Di qui lo ‘stop’. E Balboni ha aggiunto: “Non basta la mera presenza simbolica del detenuto. Occorre che si contribuisca realmente ai percorsi di reinserimento sociale di chi è ristretto per scontare una pena”. Dalla risposta “emergono elementi che non corrispondono ai fatti documentati”, scuotono la testa Stefano Vaccari e Maria Cecilia Guerra del Pd. “Il Dap ha sostenuto che la richiesta fosse generica e priva di contenuti, ma la documentazione dimostra esattamente il contrario”, assicurano gli esponenti dem, che aggiungono: “La proposta indicava chiaramente finalità, contenuti e persino una scaletta dettagliata dei lavori, a partire dalla presentazione della relazione da parte del Garante dei detenuti. Si trattava di un’iniziativa pienamente coerente con le finalità trattamentali e di reinserimento, non certo di un evento simbolico o privo di contenuti”. “Con la seduta del Consiglio - spiega l’assessora Alessandra Camporota - si sarebbe proseguito un percorso di grande valore politico e civico. È evidente che dire che tutto questo non ha valore trattamentale offende l’impegno istituzionale che abbiamo profuso. Se vogliamo che il carcere non sia un pianeta escluso dal resto della città e della comunità dobbiamo continuare a lavorare tessendo fili tra dentro e fuori. Questa risposta ci amareggia ma non ci scoraggia rispetto all’impegno che continueremo a mettere in campo”. Roma. Violenze nel carcere minorile di Casal del Marmo, un altro agente indagato di Giulio De Santis Corriere della Sera, 6 maggio 2026 L’inchiesta ipotizza i reati di tortura e lesioni: salgono a 11 gli appartenenti alle forze dell’ordine coinvolti nell’inchiesta. Un’altra vittima. E un nuovo indagato. Si allarga l’inchiesta sulle vessazioni subite dai detenuti nel carcere minorile di Casal del Marmo per mano (come sospetta la Procura) degli agenti della polizia Penitenziaria. Sale a undici il numero di indagati tra gli appartenenti alle forze dell’ordine. All’undicesimo agente è contestato il reato di lesioni. A patirle il quattordicesimo detenuto che per la Procura sarebbe stato umiliato e picchiato. Intanto prosegue l’incidente probatorio disposto dal gip su richiesta del pm Rosaria Affinito per cristallizzare le testimonianze di chi sarebbe stato schiaffeggiato e preso a calci dagli agenti indagati, difesi dagli avvocati Marco De Carolis e Domenico Naccari. Nei giorni scorsi è stato sentito Damiano, 17 anni all’epoca delle presunte violenze (lo scorso novembre). Ecco alcuni passaggi dell’esame: “Sono entrato in carcere il 16 agosto del 2025. Tre giorni dopo mi hanno picchiato. A prendermi di mira, detenuti e agenti. Una volta mi sono lamentato di come venivo tratto dai compagni di cella. Gli agenti prima mi hanno schiaffeggiato, poi mi hanno condotto in isolamento, dove Pugile e Animale (soprannomi di due indagati, ndr) hanno proseguito a picchiarmi - ha detto Damiano - Aspettavano che il comandante andasse via la sera per prendermi a calci e pugni. Erano ubriachi. Dicevano che ero un infame. I detenuti volevano che facessi entrare droga ma mi sono sempre rifiutato”. Modena. “Sovraffollamento e degrado. Molte celle hanno la muffa” di Valentina Reggiani Il Resto del Carlino, 6 maggio 2026 La denuncia dell’associazione Antigone dopo un recente sopralluogo al Sant’Anna: “Nel vecchio padiglione le sezioni appaiono particolarmente buie e con luci non funzionanti”. Un’invasione da cimici da letto che ha portato a sfollare temporaneamente una cinquantina di detenuti ma anche un tasso di sovraffollamento superiore al 150 per cento. È quanto denuncia l’associazione Antigone dopo una recente visita nel carcere Sant’Anna. In sostanza, secondo l’associazione, impegnata nella tutela dei diritti umani e nella promozione delle garanzie fondamentali all’interno del sistema penitenziario italiano, la situazione del carcere modenese è sempre al limite. “Il 23 aprile abbiamo visitato la casa circondariale dove si conferma il grave sovraffollamento già riscontrato negli ultimi anni. Per consentire la disinfestazione delle cimici da letto sono stati recentemente sfollati, in via temporanea, 50 detenuti. Sono complessivamente presenti 521 persone, con un tasso di sovraffollamento superiore al 150%. L’elevato numero di presenze continua a non consentire una distribuzione all’interno delle sezioni rispettosa della posizione giuridica e più in generale delle esigenze trattamentali dei singoli - denuncia Antigone. Secondo l’osservatorio dell’associazione, sono 380 i detenuti con condanna definitiva: “Dato che - spiegano - rende comunque insufficiente la presenza dei sei funzionari giuridico-pedagogici previsti dalla pianta organica”. Per quanto invece riguarda le condizioni strutturali dell’istituto, l’associazione spiega come lo stesso risulti, in particolare per quanto riguarda il vecchio padiglione, particolarmente degradato. “E questo a spese di detenuti e operatori - sottolinea ancora - nonostante gli sforzi per ritinteggiare, importanti problemi di infiltrazione gravano su tutto l’edificio, con conseguenze anche sul funzionamento dell’impianto elettrico. Inoltre, in molte sezioni si osservano problemi di muffa, perdite d’acqua e ruggine nei bagni delle celle. Nel vecchio padiglione le sezioni appaiono particolarmente buie, con la maggior parte dei neon non funzionanti, e in condizioni di sporcizia diffusa. Qui, la gran parte delle sale della socialità appaiono particolarmente spoglie e poco utilizzate e le telecamere non sono sempre funzionanti”. Infine Antigone rileva come si presenti in ‘condizioni migliori’ la sezione femminile, dove al momento della visita erano ristrette 11 donne e quelle del nuovo padiglione. Caserta. Allarme rosso per le carceri: sovraffollate e con carenza di personale casertanews.it, 6 maggio 2026 Il report del Garante regionale Ciambriello disegna un quadro estremamente negativo relativamente alla situazione dei penitenziari ma che interessa anche Rems, Spdc e Ulepe. La provincia di Caserta si conferma uno dei punti più critici dell’intero sistema penitenziario campano. È quanto emerge dalla Relazione annuale 2025 sulle carceri della regione, presentata proprio a Caserta, presso la Biblioteca del Palazzo Vescovile, dal Garante campano delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, Samuele Ciambriello. All’incontro hanno preso parte, tra gli altri, il vescovo Pietro Lagnese, il magistrato di sorveglianza Marco Puglia, il questore Andrea Grassi, la dirigente dell’Area penale esterna Maria Laura Forte e il Garante provinciale don Salvatore Saggiomo. Il quadro delineato dal report è netto: il casertano rappresenta “uno dei territori più rilevanti e complessi dell’intero sistema campano delle carceri”, dove emergono con particolare evidenza le difficoltà delle istituzioni nel coniugare sicurezza, dignità, diritti e reali opportunità di reinserimento sociale. Terra di Lavoro conta cinque istituti penitenziari distribuiti tra Aversa, Arienzo, Carinola e Santa Maria Capua Vetere, cui si aggiunge il carcere giudiziario militare sempre a Santa Maria Capua Vetere. A questi si affiancano la Rems di Calvi Risorta, gli Spdc (Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura) di Aversa e Sessa Aurunca e l’Ulepe di Caserta. Le criticità riguardano diversi ambiti: sovraffollamento, carenza di personale, lacune nei percorsi trattamentali e insufficiente sviluppo delle misure alternative alla detenzione. Problemi strutturali che, secondo la relazione, continuano a incidere profondamente sulla qualità della vita detentiva e sull’efficacia del sistema rieducativo. I dati sul sovraffollamento risultano particolarmente allarmanti e interessano tutti gli istituti della provincia. Il caso più emblematico è quello del carcere di Santa Maria Capua Vetere, il più grande del territorio. Secondo i dati raccolti tramite questionario, la struttura ospita 1.025 detenuti a fronte di 826 posti regolamentari, con ulteriori 150 posti non disponibili: un indice di sovraffollamento pari al 151,62%. Tuttavia, una visita dell’Osservatorio Regionale effettuata il 22 luglio 2025 ha restituito un quadro ancora più grave: 1.044 detenuti presenti rispetto a 826 posti regolamentari, ma con una capienza reale stimata in circa 700 posti, a causa dell’inagibilità di due sezioni in attesa di lavori già dal 2022. Accanto al sovraffollamento, il report evidenzia una diffusa carenza di personale in quasi tutti gli istituti: non solo agenti di polizia penitenziaria, ma anche figure fondamentali per il trattamento e il supporto dei detenuti, come educatori, psicologi e psichiatri. Particolarmente critica la situazione della salute mentale. Sempre a Santa Maria Capua Vetere, a fronte di una dotazione teorica che prevede un’articolazione psichiatrica con 13 stanze e 26 posti, oltre a 6 ore settimanali di psichiatri e 130 ore di psicologi, la realtà emersa durante la visita dell’Osservatorio è ben diversa: un solo psichiatra operativo per appena 12 ore settimanali su tutto l’istituto. Dati che rappresentano un allarme rosso per tutto il sistema e che dovrebbe rappresentare una priorità da parte delle istituzioni preposte a migliorare la situazione generale all’interno degli istituti. Roma. Oltre 160 studenti incontrano la realtà del carcere minorile con il progetto “Jobel” caritasroma.it, 6 maggio 2026 Entrare in contatto con la realtà del carcere minorile per superare stereotipi e pregiudizi, riflettere sulle conseguenze delle proprie scelte e scoprire come il riscatto possa diventare concreto attraverso il lavoro, la relazione e la comunità. È il cuore del progetto Jobel, iniziativa promossa per accompagnare i giovani del circuito penale minorile e costruire una rete territoriale capace di trasformare la fragilità in opportunità di cambiamento. Da ottobre 2025 il progetto ha coinvolto oltre 160 studenti degli istituti Einaudi, Giulio Cesare, Francesco d’Assisi, Catullo e Ambrosoli in un percorso educativo dedicato ai temi della legalità, della solidarietà e della giustizia riparativa. Un itinerario costruito attraverso incontri, testimonianze e visite sul campo, con l’obiettivo di avvicinare i ragazzi a una realtà spesso conosciuta soltanto attraverso stereotipi. Jobel opera settimanalmente all’interno dell’IPM Casal del Marmo con attività educative e laboratori dedicati alla cura della persona, come barberia e parruccheria, e accompagna giovani inseriti in percorsi di Messa alla Prova presso le opere segno della Caritas di Roma, tra mense e centri di accoglienza, in collaborazione con l’Ufficio di Servizio Sociale per i Minorenni. Il percorso nelle scuole è iniziato con un approfondimento sul volontariato e sui servizi della Caritas di Roma come strumenti di prossimità e inclusione sociale. Successivamente, gli studenti hanno incontrato la realtà dell’IPM Casal del Marmo attraverso le testimonianze dei giovani detenuti, raccolte in video, fotografie e lettere presentate insieme al cappellano don Nicolò Ceccolini. Un momento intenso che ha permesso ai ragazzi di ascoltare storie segnate da errori, fragilità e desiderio di ricominciare. Particolarmente significativo anche il focus dedicato alla legalità insieme agli operatori e agli avvocati volontari del NALC, che hanno affrontato con gli studenti le implicazioni penali di diversi fenomeni complessi, stimolando una riflessione concreta sul tema della responsabilità personale. Il percorso si è concluso con la visita al Pastificio Futuro, il laboratorio produttivo nato all’interno di Casal del Marmo dove il lavoro diventa occasione di formazione, dignità e reinserimento sociale. Qui gli studenti hanno potuto osservare da vicino un’esperienza di economia sociale che restituisce fiducia e possibilità ai giovani detenuti. Accanto alle attività formative, il progetto sta promuovendo anche campagne di sensibilizzazione e raccolta di beni primari nelle scuole, coinvolgendo direttamente studenti e docenti in azioni concrete di solidarietà verso i minori dell’IPM. Tra le esperienze già avviate, quella del liceo Giulio Cesare, dove una classe si è fatta promotrice della pasta del Pastificio Futuro, organizzandone la vendita durante la ricreazione con il sostegno della dirigenza scolastica. Un’esperienza che ha trasformato la scuola in uno spazio di incontro con realtà spesso invisibili e che, attraverso il dialogo e la conoscenza, prova a costruire nuovi percorsi di consapevolezza e cittadinanza attiva. Napoli. Il teatro come forma di riscatto: “Educazione alla bellezza nelle celle” di Luigi Nicolosi Il Mattino, 6 maggio 2026 La sfida dell’attore Massimiliano Gallo: “Ecco i valori che hanno ispirato il film La Sanita”. L’arte come via maestra per una vita nuova, lontana dalla devianza, ma anche come linguaggio capace di interrogare la giustizia sul suo senso più profondo. È questo il filo conduttore dell’incontro ospitato ieri mattina nella sala dell’Arengario del tribunale di Napoli, promosso dall’Ordine degli avvocati nell’ambito delle attività della Commissione di Diritto penitenziario. Un confronto che ha messo al centro la funzione rieducativa della pena e il ruolo che teatro, cinema e musica possono assumere nei percorsi di recupero dei detenuti. Soprattutto di quelli più giovani. Un’iniziativa ambiziosa, che prende le mosse dall’opera “La Salita” di Massimiliano Gallo, ispirata alla visione umanistica di Eduardo De Filippo, come occasione per riflettere sul reinserimento come percorso concreto di emancipazione e inclusione. “L’arte può essere un linguaggio capace di raggiungere luoghi in cui il diritto, da solo, non basta”, ha sottolineato il vicepresidente del Consiglio dell’Ordine Gabriele Esposito, portando i saluti del presidente Carmine Foreste. Sulla stessa linea la presidente della Corte di Appello di Napoli, Maria Rosaria Covelli, che ha richiamato il valore costituzionale della pena: “Giustizia e giovani si incontrano proprio nel terreno dell’arte, che diventa strumento concreto per dare attuazione all’articolo 27. La pena deve avere funzione rieducativa, affinché il percorso si chiuda con un reale inserimento nella società civile, che troppo spesso fatica ad accogliere queste persone anche per effetto del pregiudizio. Nei penitenziari il tempo si ferma, diventa un tunnel senza luce. Nelle carceri minorili, in particolare, i ragazzi vivono una fase cruciale della loro esistenza in condizioni di isolamento totale”. Il regista Massimiliano Gallo ha invece richiamato la responsabilità dell’artista e la necessità di impegnarsi per la comunità: “Eduardo De Filippo aveva uno sguardo modernissimo, non giudicante - ha concluso - Diceva ai ragazzi “vi assolvo, perché siete stati messi spalle al muro”. Il professore Pasquale Troncone ha posto l’attenzione sulla differenza tra i percorsi penali: “La messa alla prova per i minori ha senso perché punta a una rieducazione reale. Diverso il discorso per gli adulti, ma anche il carcere può diventare oggetto dell’arte, se si mantiene una proiezione verso la riapertura alla società”. Per il cantautore Enzo Avitabile l’arte resta uno strumento di consapevolezza: “È un linguaggio salvifico che ci aiuta a mettere ordine su temi importanti”. Minori e fasce deboli - Nel corso dell’incontro moderato dall’avvocato Annamaria Scarpa e introdotto dal collega Riccardo Cafaro, è intervenuto il magistrato di Sorveglianza, Margherita Di Giglio, che ha ricordato la propria esperienza negli istituti minorili e negli Opg. Applausi, infine, per gli attori Shalana Santana e Mariano Rigillo e per il rapper Lucariello, che ha richiamato l’attenzione sulle condizioni degli istituti, che “restano luoghi di sofferenza, con i ragazzi chiusi tra quattro mura, in una condizione difficile da sostenere. Più che una pena, serve un risarcimento da parte della società”. Un confronto che, nelle conclusioni del consigliere Esposito, segna un punto di partenza: “L’inizio di un percorso di simbiosi tra arte e diritto”. Ferrara. Carcere e città si incontrano a teatro: il sipario si alza per “Where the flowers have gone?” cronacacomune.it, 6 maggio 2026 Un coinvolgimento di 25 detenuti, per uno spettacolo che mette in scena il valore più profondo del concetto di reinserimento sociale. Giovedì 7 maggio alle ore 20, il sipario del Teatro Comunale di Ferrara si aprirà su “Where the flowers have gone?”, lo spettacolo esito del Laboratorio Permanente di Creazione Teatrale in Carcere condotto dall’associazione Carpa aps, in collaborazione con la Direzione e l’Area Pedagogica del carcere e del Coordinamento Regionale Teatro Carcere Emilia-Romagna, oltre che della Fondazione Teatro Comunale. La progettualità complessiva beneficia di un contributo di 15mila euro dell’Assessorato alle Politiche Sociosanitarie del Comune di Ferrara. “Questa iniziativa dimostra come il laboratorio teatrale attivo all’interno della Casa Circondariale, che come Amministrazione supportiamo da tempo, non sia un’esperienza isolata rispetto alla città - dice l’assessore comunale alle Politiche Sociosanitarie Cristina Coletti -. Al contrario, rappresenta un contesto in cui le persone possono crescere, sviluppare competenze e costruire relazioni significative. Promuovere attività di questo tipo ha effetti concreti sul benessere dei partecipanti: favorisce una migliore gestione delle emozioni, stimola la collaborazione e apre alla possibilità di immaginare un futuro diverso. È un percorso che incide positivamente sulla qualità della vita dei detenuti e che, allo stesso tempo, arricchisce dal punto di vista umano anche i professionisti coinvolti. Un ringraziamento va a Carpa, alla dottoressa Martone, direttrice della Casa Circondariale, e alla dottoressa Romano, responsabile giuridico-pedagogica del carcere, che agiscono ogni giorno con sensibilità e visione. Un grazie va anche agli agenti penitenziari per l’importante ruolo che rivestono. Queste forze, unite, danno forma ad una sinergia che dimostra che anche nei contesti più complessi possano nascere opportunità concrete”. Con drammaturgia e regia di Marco Luciano, in collaborazione con Veronica Ragusa e Andrea Zerbini, lo spettacolo si avvale del disegno luci del maestro Franco Campioni e della supervisione musicale di Giulio Belletti e Stefano Galassi. Il progetto ha coinvolto complessivamente oltre 40 persone, di cui 25 detenuti impegnati come attori e circa 15 coinvolti negli aspetti tecnici - illuminotecnica, suono, scenografia e musica - in un’esperienza corale che valorizza competenze diverse. “Questo spettacolo rappresenta un momento importante di un percorso iniziato a giugno 2025 - spiega il regista Marco Luciano, direttore del Laboratorio Permanente di Creazione Teatrale in Carcere - alimentato da un rapporto costante con la cittadinanza. Il teatro si conferma uno strumento capace di costruire un ponte tra città e carcere. Abbiamo suggerito ai partecipanti la lettura de ‘L’intelligenza dei fiori’ di Maurice Maeterlinck, un saggio botanico dal forte impianto poetico, utilizzando le piante come metafora della lotta alle avversità e della resistenza in condizioni difficili. La speranza è diventata il motore della trasformazione. A partire da questa lettura abbiamo costruito le scene attraverso esercizi di scrittura fisica e lavoro scenico”. “Carpa nasce con la vocazione di occuparsi di periferie - aggiunge Veronica Ragusa, presidente di associazione Carpa - intendendo per periferie non solo ciò che è lontano geograficamente, ma tutto ciò che si colloca ai margini della società, anche sul piano emotivo. Il carcere è una delle realtà a cui teniamo di più. Lo scorso dicembre abbiamo realizzato un’anteprima all’interno della Casa Circondariale, aprendo le porte del carcere alla cittadinanza: un risultato reso possibile grazie al lavoro congiunto di tutto l’apparato carcerario. Questa volta il percorso si compie al contrario: saranno i detenuti a raggiungere il Teatro Comunale”. Il laboratorio, attivo per circa 300 ore annue con incontri 3 o 4 volte a settimana, è stato ulteriormente rafforzato grazie al sostegno del Comune di Ferrara e, da quest’anno, si è ampliato con un percorso continuativo anche nella sezione Z, che ospita collaboratori di giustizia e loro familiari. Tra le attività realizzate anche il podcast “Se non sono gigli”, disponibile sulle maggiori piattaforme multimediali (YouTube, Spotify, SoundCloud, Spreaker). I biglietti sono in vendita presso la biglietteria del Teatro Comunale, on line sul sito www.teatrocomunaleferrara.it oppure con prenotazione telefonica al numero 0532-218313. Per prenotare e richiedere informazioni si può scrivere anche a biglietteria@teatrocomunaleferrara.it oppure a carpa.aps@gmail.com Rho (Mi). Un ponte tra il carcere e la società, Trasgressione Band canta De André comune.rho.mi.it, 6 maggio 2026 La Trasgressione Band torna sul palco del Teatro Civico di Rho con il suo front man, lo psicoterapeuta Juri Aparo, per proporre “Canzoni di De André e trame di libertà”. Il 17 maggio alle ore 21, nell’ambito della rassegna T-Off, il concerto permetterà di raccontare 28 anni di esperienza carceraria del Gruppo della Trasgressione che accompagna con diversi progetti detenuti delle carceri di San Vittore, Bollate, Opera. Nel foyer del Teatro a partire dalle ore 18.30 verranno esposte alcune opere di pittori, scultori, fotografi sul tema della serata a cura della Associazione Trasgressione.net, nell’ambito del progetto “Percorsi della devianza e Trame di libertà”, sono realizzate da Paolo Colombo, Federica Bentivegna, Peter Bescapé, Margherita Lazzati, Giancarlo Scialanga, Carmelo Carrubba, Adriano Avanzini, Franco Scoccimarro, Daniela Ferrante, Pierluigi Bernasconi, Antony Carrisi, Alberto Lastrico, Alessio Ferraro. Fino alle 20.15, studenti e insegnanti di alcuni istituti scolastici di Monza, Saronno, Legnano, Parabiago, con i quali il Gruppo della Trasgressione collabora da anni, proveranno a “cucire le loro considerazioni con quelle degli artisti presenti e dei componenti del gruppo”. Studenti e detenuti potranno interagire con gli artisti e con loro formare dei gruppi di lavoro con cui formulare quattro ipotesi di “Trame di Libertà” da proporre al pubblico nel corso della serata. “Ospitiamo per il terzo anno il Gruppo della Trasgressione Band perché vogliamo tenere accesa una luce su quello che avviene oltre le mura del carcere, affrontando temi che troppo spesso rimangono ai margini del dibattito pubblico - commenta l’assessora alla Cultura Valentina Giro - . Il Gruppo della Trasgressione ci permette di conoscere da vicino le vite di detenuti e volontari, storie di riscatto, voci di chi ha scelto di mettersi in gioco, dentro e fuori il carcere, accompagnati dalle canzoni di Fabrizio de André. Il dialogo con gli studenti arricchirà ulteriormente la serata, insieme alle opere d’arte esposte nel foyer”. Come spiegano i promotori, “La serata, organizzata con il patrocinio del Comune di Rho, ha come obiettivo attivare una officina creativa tra studenti, artisti, musicisti, detenuti, ex detenuti e componenti esterni del gruppo, utilizzando le canzoni di Fabrizio De André e della Trsg.band e le creazioni degli artisti coinvolti”. Prenotazioni al link https://www.vivaticket.com/it/ticket Gruppo della Trasgressione: https://www.vocidalponte.it/ Pontremoli (Ms). Lunae, il festival dell’incontro tra giovani detenuti e comunità di Catia Paluzzi gnewsonline.it, 6 maggio 2026 Dal 6 al 9 maggio Pontremoli diventa un laboratorio a cielo aperto dove teatro, giustizia e comunità si incontrano. Nasce nella città toscana la prima edizione di “LUNAE - Scuola di primavera di teatro e mediazione”, un progetto che unisce formazione, spettacolo e impegno sociale, portando nel cuore della Lunigiana giovani, operatori della giustizia, studiosi e artisti da tutta Italia. Ad aprire la manifestazione, mercoledì 6 maggio presso il Teatro della Rosa, è la prima nazionale di Angeli Funamboli, spettacolo teatrale nato da un percorso condiviso tra le ragazze dell’Istituto penale per i minorenni di Pontremoli e gli studenti del Liceo Malaspina. In scena prende forma una narrazione corale: una giovane funambola e le sue allieve si muovono in equilibrio tra parola e corpo, intrecciando testi originali e richiami a grandi autori del Novecento come Nietzsche, Rilke, Genet e Yourcenar. Lo spettacolo, destinato a diventare il cuore pulsante dell’evento, sarà replicato anche nei giorni successivi. Il programma prosegue giovedì 7 maggio con una giornata dedicata all’editoria e alla riflessione sui temi della cura e della responsabilità, attraverso la presentazione di volumi che indagano il rapporto tra pena e giustizia. Venerdì 8 maggio spazio invece al confronto tra professionisti: magistrati, mediatori, operatori della giustizia minorile e docenti universitari si ritroveranno per discutere il ruolo della cura nei percorsi giudiziari. Nel pomeriggio, la città si apre al pubblico con Atlante di Acrobati, un happening tra scrittura e rap che coinvolge giovani provenienti da diverse realtà italiane, seguito da un’esperienza di funambolismo partecipata. La giornata conclusiva, sabato 9 maggio, ribalta i ruoli tradizionali: saranno i ragazzi, protagonisti di percorsi di giustizia riparativa, a interrogare esperti di criminologia, diritto, psichiatria e arte nell’incontro “Funamboli. I ragazzi interrogano gli ospiti”. In serata, l’ultima replica di Angeli Funamboli, al Teatro della Rosa, chiuderà simbolicamente il percorso. Al centro di LUNAE c’è il dialogo tra teatro e mediazione dei conflitti, strumenti capaci di generare relazioni e nuove consapevolezze, in particolare per i minori coinvolti nel circuito della giustizia. Il progetto nasce infatti da un lavoro lungo e condiviso, sviluppato attraverso laboratori di scrittura, lettura e recitazione che hanno coinvolto istituti penali minorili, servizi sociali e università. Oltre sessanta studenti universitari partecipano in forma residenziale, trasformando Pontremoli in un vero e proprio campus diffuso. Il filo conduttore della manifestazione è la figura del funambolo, metafora dell’equilibrio tra rischio e possibilità, limite e desiderio. Un’immagine potente che attraversa spettacoli e incontri, offrendo una chiave di lettura per affrontare temi complessi come responsabilità, cambiamento e futuro. In un momento storico in cui il dibattito sulla giustizia è spesso dominato da logiche punitive, Lunae propone uno sguardo diverso: quello della cura, dell’ascolto e della trasformazione. Un invito, proprio come su un filo sospeso, a cercare nuovi equilibri tra individuo e comunità. Foggia. “Ci credo ancora”, il podcast sulla Costituzione registrato in carcere mmediato.net, 6 maggio 2026 Il messaggio di incoraggiamento di Papa Leone XIV. Il progetto vede il coinvolgimento diretto di persone detenute. Presentazione in programma giovedì 7 maggio. Un messaggio di incoraggiamento, inviato a nome del Santo Padre Leone XIV dalla Segreteria di Stato, accompagnerà la presentazione di “Ci credo ancora”, il podcast nato all’interno della Casa Circondariale di Foggia, con il coinvolgimento diretto di persone detenute. Il testo sarà letto nel corso dell’evento in programma giovedì 7 maggio 2026, alle ore 10.30, presso l’Istituto Penitenziario: un riconoscimento significativo per un’esperienza che unisce cultura e inclusione. Ideato e curato dalla giornalista foggiana e volontaria ex art. 78 dell’Ordinamento penitenziario Annalisa Graziano, il progetto ha preso forma grazie a un percorso condiviso sui principi fondamentali della Costituzione italiana, nell’ambito delle iniziative per l’80° anniversario dell’elezione dell’Assemblea Costituente. Alla presentazione interverranno rappresentanti delle Istituzioni civili, religiose e militari, operatori penitenziari, volontari e gli stessi protagonisti del percorso. Il podcast si articola in dieci episodi dedicati a temi come lavoro, libertà, salute, istruzione, solidarietà e rieducazione, letti e interpretati alla luce dell’esperienza detentiva. “Gli articoli della Costituzione sono diventati una bussola: li abbiamo analizzati, studiati e raccontati provando a capire come quei principi prendano forma, ogni giorno, anche all’interno del carcere”, spiega Annalisa Graziano. Realizzato tra ottobre 2025 e aprile 2026 nel teatro dell’istituto, il progetto ha coinvolto quindici persone detenute in un percorso di confronto e narrazione condivisa. “Dare voce direttamente alle persone detenute, attraverso uno strumento come il podcast, significa costruire un ponte tra il dentro e il fuori. Il messaggio di incoraggiamento di Papa Leone XIV rappresenta per noi un segno significativo di attenzione e vicinanza, che rafforza il valore di questo cammino e ci motiva ulteriormente a proseguire”, aggiunge la giornalista, sottolineando il rilievo educativo e sociale dell’iniziativa e il ruolo centrale dei volontari nel sostenere percorsi di consapevolezza e cambiamento. Il progetto di volontariato è realizzato in collaborazione con la Direzione della Casa Circondariale, con la Polizia Penitenziaria e con l’Area educativa, con il supporto del Centro di Servizio per il Volontariato di Foggia e la partecipazione dei giovani in servizio civile dell’associazione Genoveffa De Troia. Durante l’incontro sono previsti i saluti istituzionali di Pierpaolo D’Andria, Provveditore regionale per la Puglia e la Basilicata e gli interventi del direttore della Casa Circondariale di Foggia, Michele De Nichilo; del comandante Claudio Ronci; della capo Area Trattamentale, Paola Errico e di Annalisa Graziano. Modera la giornalista Michela Magnifico. Macerata. Giochi di società dietro le sbarre: le evasioni mentali che creano relazioni di Marco Benedettelli Avvenire, 6 maggio 2026 A Fermo, un progetto di Clementoni e Università di Macerata trasforma il gioco da tavolo in uno spazio di relazione e crescita tra i detenuti, tra ricerca accademica e inclusione. “Nomi, Cose, Città” è un gioco da tavola dalle regole semplici, eppure capace di sprigionare la voglia di aprirsi, condividere aneddoti e ricordi fino ad alleggerirsi del peso della detenzione. “Durante le partite c’è confronto e desiderio di migliorare le proprie capacità linguistiche. Le sue partite sono tra le favorite”, spiega Tamara Lapucci, Consumer Insights Manager e responsabile per le attività sociali di Clementoni Spa, azienda italiana produttrice di giochi che nella casa di reclusione di Fermo si è attivata con “Gioco in carcere” insieme all’Università di Macerata. Grazie al progetto, nei mesi scorsi, per un paio di volte a settimana, dei ricercatori hanno organizzato dei laboratori di gioco fra i reclusi, con dadi, carte e tabelloni colorati di Clementoni e di altri brand. Un’attività dai mille volti, che va dalla vicinanza umana alle persone detenute, alla ricerca accademica su benefici e dinamiche del gioco. “E c’è anche il desiderio di migliorare i nostri giochi da tavola e renderli sempre più inclusivi, dopo averli messi alla prova in ambienti meno ordinari”. L’iniziativa inizia da lontano. Da circa un decennio Clementoni, che ha sede a Recanati, e l’Università di Macerata organizzano momenti ludici nei reparti pediatrici, nelle residenze per anziani, con i malati di Alzheimer o con persone con disturbi dello spettro autistico, così da mettere in campo la forza educativa e terapeutica del gioco, laddove la vulnerabilità rischia di trasformarsi in fragilità. Come nelle carceri. “Il giocare è al centro di numerosi studi psicologici e clinici, come strumento di sostegno, dove si vive sospesi tra regole e libertà creativa - racconta Paola Nicolini, docente di Psicologia dello sviluppo e dell’educazione all’Università di Macerata -. Per una persona detenuta, questa “evasione” mentale apre a nuove opportunità ed è un pretesto per mettere al centro la relazione personale”. La stanza dedicata alle attività ricreative della casa di reclusione di Fermo è incuneata a lato dell’area dove sono allineate le stanze di contenimento. È un piccolo spazio, dalle pareti segnate dal tempo, come lo è tutto il carcere fermano, un edificio del primo Novecento stretto tra le strade del centro. Secondo le ultime rilevazioni i reclusi sono sessantacinque, su una capienza di cinquanta. Tantissimi hanno problemi di tossicodipendenza o condanne per reati connessi all’uso di sostanze, in un contesto di sovraffollamento. “La dimensione di estrema ristrettezza forzata spesso accentua l’emergere di atteggiamenti di chiusura, duri e dominanti. Abbiamo portato tra loro giochi che non hanno nulla a che fare con l’azzardo o la competizione fine a sé stessa ma che piuttosto, per la loro leggerezza disinteressata, stimolano senso di libertà e divertimento, dentro le regole ludiche”, aggiunge Tamara Lapucci. Sono stati sperimentati giochi non solo prodotti da Clementoni, ma anche le carte di Dixit, per esempio, e altri capaci di attivare incontro e immaginazione. “Abbiamo provato anche con i puzzle per adulti, ma purtroppo il loro assemblaggio risulta di difficile gestione nei limitati spazi del carcere”. La prima esperienza di Clementoni nella realtà carceraria risale a diversi anni fa, quando l’azienda fornì gratuitamente dei giochi per gli spazi di incontro fra detenute e figli nella casa circondariale femminile di Pesaro. Contatti successivi sono stati stabiliti con altri istituti, fino a costruire una partnership con Fermo anche grazie alla mediazione dell’Università di Macerata e all’apertura della Direttrice Serena Stoico e della delegata del Rettore per il Polo didattico penitenziario, Lina Caraceni. I pomeriggi ricreativi attorno a un tavolo hanno permesso di capire quali siano i giochi migliori nel superare le variegate barriere culturali e linguistiche che si trovano in un ambiente dimenticato come il carcere. “È una realtà frammentaria, i partecipanti sono variabili, tra entrate, uscite, trasferimenti. Le osservazioni non possono avere valore statistico - continua la professoressa Nicolini - eppure, grazie all’impegno dei nostri ricercatori, in un lavoro congiunto tra psicologia, pedagogia e diritto siamo riusciti a elaborare dei modelli”. Lo scopo ora è diffonderli su scala nazionale, tra le istituzioni, per promuovere i benefici del gioco da tavola negli istituti di reclusione italiani. Ora il percorso seguirà altri vettori. Chi vuole potrà divenire “animatore ludico” e insegnare il gioco agli altri, competenza non banale, perché per riuscirci bisogna avere una fiducia in sé fondata su leggerezza e serietà. E poi c’è un altro delicatissimo traguardo: fare del gioco un punto di incontro tra genitori e figli, al momento delle visite. “Stiamo mettendo a punto la situazione migliore per sciogliere quella durezza che l’ambiente carcerario imprime. E far sì che padri e figli separati dalla reclusione trovino attorno al gioco quella loro intimità profonda”, aggiunge Stefano Polenta, tra i curatori del progetto. Intorno al carcere delle donne fuoriluogo.it, 6 maggio 2026 Cinque libri e un seminario a Roma per ripensare carcere femminile, maternità detenuta, diritti e alternative alla reclusione. Venerdì 8 maggio, a Roma, il carcere delle donne sarà al centro di un seminario pubblico che mette in dialogo ricerche, pratiche, esperienze e saperi diversi. L’appuntamento, promosso dal Dipartimento di Scienze Giuridiche ed Economiche di UnitelmaSapienza, si terrà dalle 10 alle 13.30 nella Sala Seminari di Piazza Sassari 4, con possibilità di seguire i lavori anche in diretta streaming. Il titolo dell’incontro, “Il carcere delle donne e le sue alternative. Lo stato delle ricerche”, indica già il punto politico e culturale della discussione: non limitarsi a descrivere la condizione femminile dietro le sbarre, ma interrogare la funzione stessa dell’istituzione penitenziaria, il suo impianto maschile e disciplinare, le forme di violenza simbolica e materiale che produce, le possibilità concrete di sottrarre donne, madri e bambine e bambini alla logica della reclusione. Il seminario nasce in occasione della pubblicazione di cinque volumi che, da prospettive diverse, compongono una mappa preziosa della ricerca più recente. Il primo è “Disciplinare la donna, disciplinare la società. Educare al genere attraverso un’istituzione totale”, di Costanza Agnella, pubblicato da Giappichelli nel 2025. Il volume affronta il carcere femminile come luogo di produzione e riproduzione dell’ordine di genere: non solo uno spazio di punizione, ma un dispositivo che educa, normalizza, corregge e disciplina i corpi e le soggettività femminili. La domanda che attraversa il libro riguarda il rapporto tra detenzione, genere e società: ciò che accade alle donne recluse dice molto anche dell’idea di femminilità, devianza e obbedienza che continua ad abitare le istituzioni. Il secondo volume, “Madri e non solo. Ricerche interdisciplinari sul carcere delle donne e le sue alternative”, a cura di Stefano Anastasia e Tatiana Effer, pubblicato da Editoriale Scientifica, nasce dalla necessità di un confronto rinnovato sulla detenzione femminile, sulla presenza in carcere di donne incinte o madri di neonati e sulla ricerca di alternative alla cultura punitiva della reclusione. Il libro mette insieme sguardi giuridici, sociali e interdisciplinari per non ridurre le donne detenute alla sola dimensione materna, ma al tempo stesso per affrontare il nodo drammatico della maternità privata della libertà. Il terzo volume, “Donne oltre il carcere. Percorsi di self-empowerment delle donne detenute”, a cura di Micaela Castiglioni, Susanna Ronconi e Grazia Zuffa, pubblicato da Edizioni ETS, è basato su dieci anni di ricerca e intervento nelle carceri femminili. Propone un modello di formazione e “micro-pedagogia” orientato al self-empowerment delle donne detenute, affiancando alla guida metodologica dei laboratori una riflessione critica sul carcere, sul lavoro educativo dietro le sbarre, sui diritti fondamentali e sull’impatto della differenza di genere nella detenzione. Il quarto libro, “Cambiare. Creare e Abitare Madri e Bambini Insieme nell’Accoglienza in una Rete Esterna”, a cura di Cristina Chellini, Monica Esposito e Giulia Mantovani, è collegato al progetto Prin 2022 Cambiare, dedicato alla tutela della maternità e dell’infanzia nell’esecuzione penale e alla costruzione di percorsi oltre il carcere per madri con bambini. Il cuore della ricerca è l’esigenza di pensare l’accoglienza, l’abitare e la rete territoriale come alternative concrete alla detenzione, rompendo l’automatismo che continua a legare pena, maternità e istituzione chiusa. Il quinto volume, “Ad alta intensità. Parole vissute. Una ricerca nel carcere femminile di Rebibbia”, a cura di Claudia Tognonato e Daniela Schiattone, in corso di pubblicazione per Liguori, porta l’attenzione sulle parole, sulle narrazioni e sulle esperienze vissute nel carcere femminile di Rebibbia. Anche qui il carcere non è osservato dall’alto, come semplice oggetto di studio, ma attraversato attraverso le voci e i vissuti delle donne che lo abitano. A discuterne con curatrici, curatori, autrici e autori saranno Ludovica Cherubini Scarafoni dell’Università di Palermo e Cecilia Valbonesi di UnitelmaSapienza. Coordina Stefano Anastasia. Le conclusioni saranno affidate a Tamar Pitch, una delle voci più autorevoli del pensiero critico sul diritto penale, il controllo sociale e la questione di genere. Questo seminario rappresenta un’occasione importante per riportare al centro una questione troppo spesso rimossa. Il carcere femminile resta una porzione minoritaria del sistema penitenziario, ma proprio per questo rivela con particolare chiarezza la violenza di un’istituzione costruita su un modello maschile, incapace di riconoscere differenze, relazioni, biografie, vulnerabilità e desideri di autonomia. Parlare del carcere delle donne significa parlare di diritti, salute, maternità, povertà, migrazioni, dipendenze, violenza subita, lavoro educativo, accesso alle misure alternative. Ma significa anche porre una domanda più radicale: quanta parte della sofferenza prodotta dalla detenzione potrebbe essere evitata se si investisse davvero su alternative sociali, territoriali, relazionali e non punitive? L’incontro dell’8 maggio prova a rispondere a questa domanda partendo dalle ricerche. Ma la posta in gioco è politica: uscire dalla marginalità del carcere femminile, ascoltare le donne recluse, riconoscere il fallimento della risposta carceraria e costruire, finalmente, alternative degne di questo nome. La cura della democrazia: una responsabilità di tutti di Andrea Pugiotto L’Unità, 6 maggio 2026 Non può reggersi solo sulle istituzioni, richiede una cultura costituzionale diffusa, condivisa, interiorizzata. A settant’anni dalla prima sentenza della Corte costituzionale (la n. 1/1956), celebrati il 23 aprile scorso al Quirinale con una cerimonia solenne, si aprono due strade complementari per comprendere il ruolo della giustizia costituzionale nelle democrazie contemporanee. La prima - per addetti ai lavori - è attingere all’imponente lavoro offerto dai quindici giudici costituzionali: altrettanti volumi, tematizzati, di analisi sistematica delle oltre quattromila decisioni d’incostituzionalità pronunciate dalla Consulta, dal 1956 al 2025. L’altra strada - accessibile a tutti - passa per un piccolo grande libro: “Custodi della democrazia. La Costituzione, le corti e i confini del politico” (Egea 2026). Ne è autrice Marta Cartabia, che della Corte costituzionale è stata presidente, poi Guardasigilli nel governo Draghi, oggi alla guida della Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa. Un percorso che intreccia esperienza istituzionale e riflessione teorica, conferendo alle 158 pagine del volume un’autorevolezza non comune. 2. Cartabia scrive con un intento ambizioso: parlare a tutte e a tutti. È una scelta che si riflette nello stile: chiaro, efficace, mai banalizzante. I concetti sono rigorosi ma sempre accompagnati da esempi, così da risultare comprensibili anche a chi non ha una formazione giuridica. La scelta del “come” non è neutra, ma riflette il “perché”. Cartabia, infatti, è convinta che la democrazia non possa reggersi solo sulle istituzioni. Necessita di una cultura costituzionale diffusa, condivisa, interiorizzata. Non basta avere una buona Costituzione: occorre che sia conosciuta e riconosciuta come propria. In ciò il libro è anche un esercizio di educazione civica, nel senso pieno del termine. Non una lezione, ma un invito: a prendere sul serio la democrazia, a considerarla come una costruzione che esige cura quotidiana. Qui sta una delle idee più forti del volume: i primi “custodi della democrazia” non sono le Corti, ma i cittadini. Senza una legittimazione diffusa, anche le istituzioni più solide rischiano di svuotarsi. La difesa della democrazia non è compito di pochi, ma responsabilità di tutti. E il libro di Cartabia è uno strumento per imparare ad esercitarla. 3. Il cuore del volume è in un interrogativo: che cos’è davvero una democrazia costituzionale? Non è tema astratto, né questione per specialisti. È, al contrario, la domanda decisiva del nostro tempo: chi decide, entro quali limiti, in nome di chi? Cartabia, anzitutto, smaschera una convinzione tanto diffusa quanto fuorviante: l’idea che la democrazia coincida con la volontà della maggioranza. È un’equazione intuitiva, ma ingannevole perché scambia la parte per il tutto. La maggioranza non è il popolo nella sua interezza: è, più realisticamente, la parte più grande tra molte parti, talvolta solo relativa. In questo slittamento semantico si annida un rischio politico: trasformare una volontà parziale in volontà generale, rivestendola di una legittimazione che non le appartiene fino in fondo. È qui che la democrazia perde sé stessa, proprio nel momento in cui sembra affermarsi. Sia chiaro: il punto non è negare la centralità della maggioranza, ma collocarla entro un orizzonte più ampio. La democrazia costituzionale - ci ricorda Cartabia - è decisione arginata. Anche chi vince le elezioni non dispone di un potere assoluto, ma è chiamato a esercitarlo rispettando le minoranze, i diritti fondamentali, gli equilibri tra poteri. È ciò Superare la rappresentazione conflittuale del rapporto tra giustizia costituzionale e politica, per ricondurlo entro un orizzonte collaborativo: la proposta sfidante di Cartabia che l’autrice chiama “senso del limite”: la consapevolezza che non tutto è disponibile alla decisione politica. In questo quadro, le corti costituzionali non sono contropoteri ostili né impropri supplenti, ma presidiano quei limiti. Intervengono non contro la democrazia, ma per mantenerla fedele a sé stessa. Il libro rifiuta con nettezza ogni deriva antipolitica. Non c’è spazio per un governo dei giudici: la politica resta il luogo del conflitto e della scelta. Ma proprio per questo deve accettare di non essere onnipotente. La sua camicia di forza è la Costituzione; ed è proprio dentro questo vincolo che si misura la qualità della decisione democratica. 4. La riflessione s’intreccia con una diagnosi lucida della crisi della rappresentanza. L’indebolimento dei corpi intermedi e la crescente personalizzazione della politica alimentano la tentazione di scorciatoie: se la tecnologia consente di esprimersi in tempo reale, perché non decidere direttamente, tutti su tutto? Meno passaggi, decisioni più rapide, maggior efficienza. Ma è una promessa ingannevole. Eliminare la mediazione - avverte l’autrice - non risolve il conflitto; al contrario, lo rende più aspro e meno governabile. La rappresentanza non è un ostacolo alla democrazia: è il suo modo di funzionare nelle società complesse. In questa crisi della rappresentanza cresce la domanda di intervento rivolta alle Corti: quando la politica non decide, sono i giudici a essere chiamati a colmarne l’assenza. Ne deriva un paradosso: più le Corti rispondono, più vengono accusate di esautorare la rappresentanza democratica, alimentando la retorica del “suprematismo giudiziario”. In vari contesti contemporanei, tale critica ha fatto da preludio ai tentativi di “catturarle”, ridimensionandone l’indipendenza: è accaduto in Polonia, Ungheria, Israele, Stati Uniti, dove la tensione tra politica e giudici è ormai scontro aperto. Eccolo, il cortocircuito: la debolezza della politica alimenta il protagonismo delle Corti; il protagonismo delle Corti alimenta la reazione della politica. E in mezzo, a indebolirsi è l’equilibrio tra poteri su cui poggia la democrazia costituzionale. Come uscirne? 5. La risposta di Cartabia è in una proposta sfidante: superare la rappresentazione conflittuale del rapporto tra giustizia costituzionale e politica, per ricondurlo entro un orizzonte collaborativo. Non una fusione indistinta dei poteri, ma una cooperazione fondata su ruoli distinti e responsabilità condivise. A sostegno di questa prospettiva il libro ricorda un dato spesso trascurato: la Corte costituzionale è un potere intrinsecamente limitato. Non agisce d’ufficio, ma solo se chiamata in causa. Oggetto e tempi delle sue decisioni sono delimitati da altri poteri. Sindaca una frazione minima delle leggi in vigore; minore ancora è la percentuale di quelle dichiarate incostituzionali. Non opera come un giudice distruttivo. Al contrario, adopera tecniche decisorie per lo più orientate a salvare la legge, reinterpretandola o manipolandola lo stretto necessario. Gestisce i suoi poteri processuali con prudenza istituzionale, al fine di favorire l’intervento legislativo. Soprattutto, non dispone di mezzi per dare esecuzione alle proprie sentenze. Le sue decisioni, allora, non chiudono il discorso. Semmai lo riaprono, avviando un dialogo con il legislatore e con gli altri giudici. È qui che prende forma il “costituzionalismo collaborativo” proposto da Cartabia: non una competizione tra poteri, ma un sistema di relazioni in cui ogni attore agisce in modo coordinato, entro un comune orizzonte costituzionale. La Corte non sostituisce la politica; la sollecita, la orienta, talvolta la corregge. La politica, a sua volta, non subisce la Corte, ma dialoga con essa, ne raccoglie i segnali traducendoli in scelte normative. 6. Il punto d’arrivo è chiaro: se una democrazia senza limiti non esiste, una democrazia senza dialogo non sopravvive. Il suo, infatti, è un equilibrio dinamico, mai definitivamente acquisito, che richiede responsabilità condivise, perché la democrazia costituzionale non contempla la solitudine dei numeri primi, marchio di fabbrica delle democrazie illiberali. In tempi di semplificazioni aggressive e diffidenze crescenti verso le istituzioni, quello di Cartabia è un contributo prezioso. Non offre scorciatoie, ma una grammatica costituzionale fondata su consapevolezza, misura e cooperazione. È una lezione necessaria. Oggi più che mai. L’ingannevole giornata della libertà di informazione di Vincenzo Vita Il Manifesto, 6 maggio 2026 Si è celebrata lo scorso 3 maggio la giornata per la libertà di informazione, ben illustrata dal segretario generale della federazione internazionale dei giornalisti (Ifj) Anthony Bellanger, che ha messo al centro delle sue dichiarazioni gli attacchi volti a mettere a tacere chi cerca di divulgare la verità. Si tratta, però, di una celebrazione ingannevole, perché il diritto dei diritti -per evocare la definizione di Stefano Rodotà- oggi è più che mai nel mirino. Anzi. Insieme alla magistratura è considerato un lusso per le attuali democrature tetragone verso la bilancia dei poteri. Guai a verificare la legittimità delle decisioni; guai a far crescere la consapevolezza critica di massa. Eppure, non poco si è mosso sotto il profilo delle normative: dall’European Media Freedom Act (Emfa), alla direttiva anti Slapp (le querele temerarie, con recepimento in scadenza), a Regolamenti significativi come il Digital Services Act e il gemello Digital Markets Act. Per carità, niente di rivoluzionario, ma qualche traccia di riformismo c’è. Però, i feroci sovranismi nazionali non riconoscono le indicazioni di Bruxelles neppure quando sono utili proprio alla tutela delle prerogative dei diversi Stati. Parliamo dell’indipendenza dei servizi pubblici, alle garanzie per gli utenti e i navigatori della Rete. Il tempo si è fermato nell’infrastruttura istituzionale, malgrado il tempo tecnologico sia di una velocità incommensurabile rispetto ai cronometri analogici. Persino il 21° rapporto del Censis sulla comunicazione, presentato lo scorso 28 aprile, parla esplicitamente di informazione nel mirino e fa cenno alla drammatica realtà delle morti di professionisti e operatori nei numerosissimi teatri di guerra: tra i 200 e i 300 secondo i numeri rilevati, ma il conteggio è in difetto. Insomma, il 3 maggio è diventata una giornata di lutto e non certo di celebrazioni. Il Papa Leone in solitudine ne ha parlato. Del resto, i diversi rapporti europei su tali argomenti sono univoci nella critica. Così è il documento sulla libertà dei media, coordinato dalla Civil Liberties Union for Europe (Liberties) che raccoglie analisi e approfondimenti provenienti da 43 organizzazioni della società civile. Si toccano i nervi scoperti delle concentrazioni proprietarie, del funzionamento dei soggetti pubblici, delle minacce e delle molestie. Va ricordato il Rapporto sullo Stato di diritto, in cui l’Italia appare alla stregua dell’Ungheria. Appunto, l’Italia dell’era meloniana è precipitata al 56° posto (era al 49° l’anno scorso) nella classifica dei Reporter senza frontiere e le motivazioni sono nettissime: il controllo del governo sulla Rai, la persecuzione delle trasmissioni di inchiesta, la faziosità contraria alle basi elementari del pluralismo. Il Censis, sopra citato, fa una articolata disamina del quadro comunicativo italiano. La televisione generalista arretra ancora, pur rimanendo la Regina; la radio tiene benissimo; i libri più o meno, ma solo grazie ai cosiddetti lettori forti; la carta stampata continua nella sua discesa ormai preagonica. I social sono i mezzi preferiti soprattutto tra le generazioni giovani e giovanissime, ma neppure poi moltissimo. Il panorama, dunque, è piuttosto amaro e rimanda ad analisi qualitative prima ancora che quantitative. È l’informazione non soggiogata dalla droga delle fake a interessare di meno, sia per la scarsa attendibilità riconosciuta ai media mainstream sia per l’impoverimento complessivo del sistema, dove il contratto tarda da dieci anni e il trattamento riservato all’universo precario è da schiavismo post-moderno. Incombe il Tecnofeudalesimo nelle mani di gruppi ristretti di Big Tech ammanicate con i vertici del mappamondo, in cui chissà per quanto spiccherà la chioma giallo-bionda di Donal Trump, con il suo seguito di Thiel, Palantir e giganti delle Intelligenze artificiali. Le tendenze, se si entra nel cuore degli aspetti qualitativi, ci avvertono che le cifre percentuali ci parlano poco. Chissà quante sorprese ci riservano bisogni e desideri di una società che, forse, preferisce non essere troppo informata. Intelligenza artificiale, discriminazione reale di Martina Turola Il Manifesto, 6 maggio 2026 Un sistema di Intelligenza Artificiale (IA) oggi può determinare se una persona ottiene un mutuo, se il suo curriculum viene selezionato per un colloquio, se una richiesta di asilo viene considerata prioritaria; nel prossimo futuro deciderà se un detenuto potrà accedere a un beneficio penitenziario. È invece un algoritmo che non impara dai propri risultati, e che quindi non sfrutta ancora l’IA, ma che potrebbe farlo presto, quello che in Italia assegna le cattedre ai docenti utilizzato dal Ministero dell’Istruzione. Un sistema andato in tilt sia nel 2016 che nel 2022-23, dando un posto a chi aveva meno titoli di altri, piazzando a un ruolo di sostegno chi si candidava per coprire una materia. Migliaia di persone si sono viste sballottate, sradicate, oppure senza lavoro, a causa di un errore algoritmico. È sempre un sistema di decisione automatizzato, ma basato sull’intelligenza artificiale, quello sotteso al funzionamento di Syri. Non l’assistente virtuale in uso nei dispositivi Apple (Siri), ma un algoritmo utilizzato dal Governo dei Paesi Bassi fra il 2014 e il 2020 con una missione: “smascherare i falsi poveri”. Syri ha finito però per prendere di mira soprattutto quartieri con un’alta percentuale di minoranze, risultando discriminatorio dal punto di vista etnico e sociale. Oltre 20.000 famiglie sono state ingiustamente accusate di frode e hanno dovuto restituire decine di migliaia di euro di sussidi percepiti lecitamente. Alcune di esse sono precipitate nella povertà, accumulando debiti enormi, perdendo la casa e, in oltre 1.000 casi, vedendosi togliere la custodia dei figli da parte dei servizi sociali. Negli ultimi anni è poi emerso come i sistemi IA basati sul riconoscimento biometrico possano identificare erroneamente persone innocenti, incolpandole di reati che non hanno commesso. I tassi di errore più elevati si sono verificati per le donne e per chi ha una tonalità della pelle più scura. È accaduto negli Usa e in Inghilterra, ma va ricordato che il riconoscimento facciale è utilizzato dalle forze di polizia italiane fin dal 2021, attraverso il sistema Sari Enterprise, con modalità e risultati coperti da opacità e segretezza, dei cui tassi di errore sappiamo poco o nulla. Uno dei principali rischi che gli strumenti di IA comportano per i diritti umani è infatti quello di produrre e facilitare risultati discriminatori, che violano i diritti civili, politici, economici, sociali e culturali di gruppi vulnerabili e marginalizzati. È noto come questi sistemi replichino i modelli che identificano nei dati di addestramento. Pertanto, possono amplificare i pregiudizi derivanti da visioni del mondo basate su discriminazione ed emarginazione. Come possiamo difenderci se un algoritmo sbaglia o discrimina? In che modo il Regolamento europeo sull’Intelligenza artificiale ci può aiutare in questo? Cosa può fare l’Italia per rendere più efficaci le disposizioni tratteggiate nell’AI ACT dell’Unione Europea? Può senz’altro cercare di disegnare un processo chiaro per i cittadini e le organizzazioni che intendono presentare un ricorso all’Autorità di Vigilanza del Mercato, nel caso dell’Italia individuata nell’Autorità per la Cybersicurezza Nazionale (ACN). È necessario definire tempi certi per la gestione dei reclami e fare in modo che ACN possa ordinare l’interruzione dell’utilizzo del sistema di AI problematico, comminare sanzioni pecuniarie e gestire meccanismi stragiudiziali di risarcimento del danno. E soprattutto dare attuazione al diritto alla spiegazione sancito nell’AI Act. È quello che The Good Lobby, assieme ad Hermes Center e alla Rete Diritti Umani Digitali hanno chiesto alle istituzioni, attraverso raccomandazioni contenute nell’analisi che abbiamo recentemente presentato in Parlamento. E su cui continueremo a vigilare nei prossimi mesi. Se la paura diventa un business, ai mercati la pace non conviene più di Vittorio Pelligra Avvenire, 6 maggio 2026 La costruzione di un ordine mondiale fondato sul continuo bisogno di protezione genera immense opportunità di guadagno. E così l’instabilità si trasforma in capitale. L’insicurezza diventa capitale quando non indica più una condizione da superare, ma l’aspettativa di un rendimento economico. Finché la paura resta una ferita collettiva, la politica può provare a curarla. Quando invece diventa mercato, cambia natura. Non chiede più protezione, ma investimenti e contratti. È questo il secondo volto della monarchia della paura. Il primo, come abbiamo visto nella prima puntata della serie, riguardava la costruzione di un ordine mondiale incapace ormai di pensarsi in pace. Il secondo riguarda il modo in cui quell’ordine diventa economicamente produttivo e per questo non può più essere messo in discussione. La paura non resta ai margini dell’economia, ma diventa una delle sue risorse principali. La garanzia della sicurezza geopolitica, che per molto tempo abbiamo pensato come bene comune, oggi è diventata una sorta di processo asintotico. Una condizione mai raggiunta. Una soglia approssimabile ma mai raggiungibile. La novità, oggi, è che questa emergenza ormai normalizzata non produce più soltanto ansia collettiva, ma opportunità economiche su una scala mai vista prima. Non stiamo affermando che le minacce non siano reali. Il mondo è davvero attraversato da guerre, aggressioni neo-imperiali, terrorismo, cyberattacchi e da una nuova stabilità cronica delle catene globali del valore. Ma proprio perché le minacce esistono, il modo in cui vengono interpretate e trasformate in decisioni diventa decisivo. Quando attorno alla minaccia si consolidano capitali, profitti e narrazioni politiche, allora la sua permanenza diventa funzionale. Non occorre desiderare il disastro. Basta che la sua possibilità continui ad essere presente, per essere produttiva. Qui si apre il passaggio decisivo. La paura produce domanda di sicurezza, non è una novità. Ma oggi quella domanda viene organizzata dentro un circuito economico più sofisticato, nel quale la minaccia futura diventa valore presente. Non si guadagna più soltanto vendendo armi per le guerre in corso. Si guadagna rendendo credibile, misurabile e, quindi, finanziabile la possibilità di guerre future. Il capitalismo dell’insicurezza non monetizza soltanto la guerra. Monetizza la sua permanente possibilità. È così che il tradizionale complesso militare-industriale cambia pelle. Non scompaiono certo i grandi appaltatori e le commesse pluriennali. Ma ad essi si affianca un ecosistema più agile, figlio della Silicon Valley. Sono le nuove start-up della difesa, fondi di venture capital, le piattaforme di intelligenza artificiale. Perché la sicurezza oggi non è più soltanto una faccenda di arsenali. È una questione di architetture informative. Il meccanismo economico è semplice. Gli Stati aumentano la spesa, lanciano programmi di innovazione, aprono bandi e garantiscono, così, una domanda futura costante. In questo modo il rischio per il capitale privato si riduce. Il venture capital scopre nella difesa hi-tech un mercato ideale fatto di domanda pubblica crescente, urgenza politica e barriere all’entrata che garantiscono posizioni di mercato dominanti, oligopoli, quando non veri e propri monopoli. Situazioni dalle quali il settore pubblico diventa dipendente. Basti pensare all’ambizione spaziale americana e alla sua dipendenza da SpaceX di Elon Musk. Anche apparati europei, compresi quelli italiani, si muovono dentro un mercato globale della sorveglianza nel quale capacità un tempo riservate agli Stati vengono acquistate da imprese private, spesso nate all’ombra di ecosistemi militari e di intelligence. Il caso Paragon, con i contratti attivati da Aisi e Aise e poi sospesi dopo le polemiche pubbliche, mostra fino a che punto la sicurezza nazionale possa dipendere da infrastrutture tecnologiche proprietarie prodotte altrove. Qui la questione non è solo chi viene spiato, ma chi fornisce gli strumenti per spiare. La minaccia, dunque, produce spesa pubblica. La spesa pubblica riduce il rischio privato. Il rischio ridotto attira il capitale finanziario che va a finanziare imprese che per continuare a crescere hanno bisogno che la minaccia resti visibile e permanente. La vecchia industria militare vendeva capacità una distruttiva fatta di aerei, missili e carri armati. La nuova industria militare-tecnologica vende la capacità di vedere prima, sapere prima, decidere e colpire prima. Per questo il lessico della difesa contemporanea assomiglia sempre più a quello dei mercati digitali. La guerra tende a essere rappresentata come un problema di gestione dell’informazione. Ma questa trasformazione sposta il centro della sicurezza dal giudizio democratico alla capacità computazionale. Società come Palantir, Anduril, Helsing e simili portano dentro la difesa la logica delle piattaforme digitali. Una volta che una piattaforma entra nell’architettura pubblica della sicurezza, contribuisce a definire ciò che viene visto, ignorato, classificato come rischio e trattato come priorità. Come i social che frequentiamo ogni giorno, finiscono per costruire una nuova percezione della realtà. Qui la causalità circolare diventa più profonda. Non solo l’insicurezza genera domanda di tecnologia militare. È la tecnologia militare, organizzando il mondo come insieme di segnali, anomalie e minacce potenziali, a produrre il tipo di mondo per il quale la risposta militare appare indispensabile. Se tutto viene letto come rischio, tutto richiede protezione. Se ogni protezione rivela nuove vulnerabilità e ogni vulnerabilità diventa opportunità economica, l’insicurezza smette di essere un incidente della storia e diventa una forma di accumulazione. È qui che emerge il pericolo vero per le nostre democrazie. Perché ciò che viene presentato come gestione tecnica del rischio riguarda in realtà il modo in cui una comunità decide che cosa temere, quanto spendere, quali libertà comprimere, quali priorità darsi. E ogni volta che la sicurezza viene descritta come necessità, la politica tende ad arretrare. Non ci si chiede più quale società vogliamo essere, ma quale rischio dobbiamo neutralizzare. Così il dissenso appare come lentezza, la deliberazione come ostacolo, la ricerca della pace come una forma di debolezza. Naturalmente una democrazia ha il dovere di proteggersi. Ma proprio perché la sicurezza è necessaria, dobbiamo fare di tutto per sottrarla alla sua trasformazione in business. La monarchia della paura non governa soltanto terrorizzando. Governa rendendoci dipendenti. Ci convince che il futuro sia abitabile solo se costantemente anticipato, che la libertà sia una variabile residuale, che la fiducia sia troppo fragile per reggere il peso della storia. Se l’insicurezza viene percepita come cronica, la pace rischia di apparire come una cattiva notizia per i mercati. Ed è forse questo il segnale più inquietante del nostro tempo. Non che abbiamo paura, ma che stiamo costruendo un’economia capace di prosperare solo finché quella paura resta viva.