In pochi giorni tre suicidi, due detenuti e un agente. E le presenze hanno superato quota 64.000 di Andrea Oleandri* Ristretti Orizzonti, 5 maggio 2026 Il 30 aprile si è suicidato un agente penitenziario di 42 anni. Ieri invece è morto, dopo tre giorni di agonia, un uomo di 27 anni che si trovava in custodia cautelare nel carcere di Parma, e si è tolto la vita un altro uomo, di 54 anni, recluso nel carcere di Torino. Sono già 19 le persone detenute che si sono tolte la vita da inizio anno. A fine mese i presenti in carcere hanno superato anche la soglia delle 64.000 presenze. Al 30 aprile infatti si contavano nelle prigioni italiane 64.436 persone detenute. Da fine marzo la crescita è stata particolarmente significativa, 439 persone in più in un mese, a fronte di un aumento delle presenze negli ultimi 12 mesi di 1.991 unità. I posti realmente disponibili erano invece 46.318 e il tasso di affollamento era ormai del 139,1%. 73 istituti su 189 registravano un tasso pari o superiore al 150%. “Le condizioni delle carceri sono disperate - sottolinea Patrizio Gonnella, presidente di Antigone. Lo sono per le persone detenute, a cui mancano spazio e prospettive, costrette a vivere in celle sovraffollate e fare i conti con tutte le chiusure a cui si sta assistendo. Ma lo sono anche per gli operatori, costantemente in sotto organico e costretti a carichi di lavoro spesso eccessivi. Le carceri - spiega ancora Gonnella - sono attraversate da una tensione palpabile. Servirebbero provvedimenti urgenti che riportino il sistema penitenziario in linea con il dettato costituzionale, mettendo da parte invece tutti quei provvedimenti che, perseguendo marginalità e proteste, continuano a spingere sull’acceleratore di un sovraffollamento non più sostenibile. Servirebbe inoltre - conclude il presidente di Antigone - che il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ritirasse tutte quelle circolari che negli ultimi anni hanno reso il carcere un luogo chiuso, asfittico e senza speranza”. *Ufficio Stampa Associazione Antigone Un fantasma si aggira per l’Europa delle carceri: le Lambrini girls di Luigi Manconi e Marica Fantauzzi La Repubblica, 5 maggio 2026 Ebbene, per altri due anni Alfredo Cospito dovrà rimanere recluso all’interno del regime regolato dall’art. 41 bis dell’Ordinamento Penitenziario. Il ministero della Giustizia, infatti, ha ritenuto ancora necessario che l’anarchico di Pescara venisse sottratto al trattamento ordinario, affinché sia escluso qualunque tipo di collegamento con l’eventuale organizzazione di riferimento all’esterno. Ad affrettarsi a celebrare questa conferma, tra gli altri, il vicepresidente della Camera dei deputati Fabio Rampelli, secondo cui “la decisione del ministero della Giustizia di rinnovare il carcere duro per Alfredo Cospito è in linea con il profilo di pericolosità politica e sociale dell’anarchico. Punto di riferimento dentro e fuori dall’istituto penitenziario di movimenti anarchico insurrezionalisti. Gruppi protagonisti di azioni eversive e terroristiche, come dimostrano i due anarchici morti in un casale nel parco degli Acquedotti intenti a preparare un esplosivo”. (Ricordiamo che la formula carcere duro è totalmente menzognera: il 41 bis non prevede in alcun modo un regime più afflittivo e, per così dire, più doloroso, bensì uno che escluda qualsiasi contatto con l’esterno). Se da un lato, quindi, la galassia anarchica viene considerata alla stregua della criminalità organizzata, quindi con vertici, strutture chiuse, ordini che si impartiscono e che si ricevono, dall’altro si elencano episodi che singoli appartenenti a quella galassia mettono in atto a prescindere dal fatto che il loro eventuale leader sia sottoposto, dal 2022, al regime più rigoroso che esista. Delle due l’una: o la galassia anarchica è di per sé impermeabile a strutture organizzate e, quindi, a portavoce vari ed eventuali, o il regime di 41 bis non è abbastanza restrittivo da impedire che all’esterno si perpetuino azioni di protesta. Inutile dire che la prima ipotesi appare la più verosimile, anche perché la seconda imporrebbe un irrigidimento ulteriore del regime speciale che, evidentemente, già si regge su fragili basi costituzionali. Detto ciò, constatato che Cospito sarà costretto a subire le conseguenze di quel regime per altri 24 mesi, è urgente chiedersi a quali condizioni ciò accadrà. Pochi giorni prima della decisione di Nordio, infatti, i legali dell’anarchico, Maria Teresa Pintus e Flavio Rossi Albertini, hanno ricevuto il ricorso della Casa Circondariale di Sassari, del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e, quindi, del Ministero della Giustizia, contro la decisione del Tribunale di Sorveglianza sardo che aveva ordinato all’istituto di consegnare a Cospito, dopo oltre un anno dalla richiesta, quattro libri e un cd. Se ieri gli venne negato pretestuosamente di attaccare sulle pareti della cella le foto dei propri genitori defunti, oggi gli viene negata la possibilità di leggere, tra gli altri, i dibattiti filosofici su una teoria che rivela un universo microscopico governato dalla probabilità (Dio gioca a dadi con il mondo, Castelvecchi), la storia di un casale lugubre costruito con asimmetriche proporzioni in grado di generare senso di inquietudine e disorientamento (L’incubo di Hill House, Adelphi) o le narrazioni risalenti all’epoca immediatamente successiva alla morte di Gesù (Gli altri figli di Dio, Bollati Boringhieri). Così come nel diniego precedente il DAP aveva sostenuto che i volumi richiesti avrebbero “carattere meramente voluttuario” e che, soprattutto, “non risultavano necessari per l’esercizio di diritti fondamentali”, così il ricorso attuale non specifica, nel merito, per quale ragione questi libri non dovrebbero essere regolarmente acquistati dal detenuto, limitandosi, piuttosto, a rivendicare il proprio potere discrezionale. Scrive il DAP nel suo ricorso che se la richiesta di Cospito diventasse generalizzata, o comunque riguardasse una parte considerevole di detenuti, il carico per l’Amministrazione Penitenziaria sarebbe difficilmente sostenibile, “a fronte di esigenze che, seppure apprezzabili dal punto di vista trattamentale, non sono certo riferibili a diritti fondamentali del detenuto”. In questo caso, poi, vi è stato un ulteriore sforzo di indagine: i ricorrenti hanno citato una recensione apparsa su Rocknation.it del cd delle Lambrini girls che proverebbe come il contenuto delle canzoni sia assolutamente inadatto a un profilo come quello di Cospito. A onor del vero, la recensione si limita ad apprezzare l’ultimo lavoro del duo punk di Brighton dicendo che le loro canzoni contestano il sistema patriarcale fondato sulle ingiustizie sociali e, di fatto, sono un inno all’autodeterminazione transfemminista. L’indagine dei ricorrenti, sospettiamo, non si è avventurata nell’ascolto effettivo delle canzoni, ma si è limitata a delegare la responsabilità del divieto alla inconsapevole Marta Mazzeo, redattrice del magazine musicale. In sostanza, il timore del DAP e del Ministero è che si materializzi una situazione apocalittica, dove tutti i detenuti in regime di 41 bis, da un giorno all’altro, dal carcere di Sassari a quello dell’Aquila, pretendano l’acquisto di libri e cd proibiti. E che, dunque, il verbo delle Lambrini girls diventi il nuovo Manifesto della sovversione anarchica e punk, dando corpo a quel desiderio, oggi contenuto e controllato, all’interno di un quadrato di cemento di 4 metri x 4. Decreto sicurezza e non solo: l’Onu bacchetta duro l’Italia di Eleonora Martini Il Manifesto, 5 maggio 2026 La “forte preoccupazione” del Comitato contro la tortura delle Nazioni unite per gli attacchi del governo allo stato di diritto. Maltrattamenti in carcere e nei Cpr, scudo penale per gli agenti e discriminazioni. Polizia, carcere, Cpt, decreti sicurezza. È una lunga lista di criticità e di raccomandazioni, quella che il Comitato Onu contro la tortura (Cat) ha inviato il primo maggio al governo italiano a conclusione della VII revisione periodica dell’Italia (l’ultima volta c’era stata nel 2017) e dopo aver ascoltato, a Ginevra a metà aprile, le risposte alle osservazioni iniziali fornite dalla folta delegazione inviata per l’occasione da Palazzo Chigi. Non sono bastate, evidentemente, le delucidazioni ulteriori prodotte dai funzionari ministeriali visto che gran parte dei pesanti rilievi già sollevati viene riportata nei 47 paragrafi del documento finale. In particolare, il Comitato si dice “preoccupato per i recenti tentativi in Parlamento di abolire il reato di tortura e di sostituirlo come circostanza aggravante da aggiungere ad altri reati”. Un punto importante, perché sanziona gli attacchi delle destre di governo alla fattispecie di reato introdotta nel 2017, seppure non nei termini perfettamente allineati alla Convenzione Onu (reato specifico). Va detto però che l’idea di riformulare la legge ora - più volte paventata dai meloniani - farebbe solo naufragare gli attuali processi a carico di alcuni agenti penitenziari, come quello di S. M. Capua Vetere. D’altronde, nota il Cat, non sono assicurate abbastanza le “garanzie giuridiche contro la tortura e i maltrattamenti”, a cominciare da quelle norme che permettono “la detenzione fino a 96 ore prima della comparizione davanti a un giudice”, in particolar modo per le persone migranti, o il fermo fino a 24 ore ai fini dell’identificazione. Soprattutto se i trattenimenti “non vengono adeguatamente registrati” e non rispettano “tutte le garanzie legali”. Norme che peraltro hanno subito un’ulteriore stretta con il fermo preventivo dell’ultimo decreto Sicurezza. Il governo invece, raccomanda l’Onu, deve “garantire che tutte le denunce di tortura e maltrattamenti siano tempestivamente indagate e perseguite”, anche da “un’istituzione indipendente”; le vittime siano risarcite e i funzionari accusati vengano “sospesi dalle funzioni in attesa degli esiti”. Una bacchettata arriva pure all’attuale Garante nazionale dei detenuti, quale Meccanismo di prevenzione, per le numerose visite nelle carceri (con immancabile photo opportunity) alle quali non è seguito alcun rapporto. Effetto di quelle nomine politiche che mettono a rischio l’”indipendenza” dell’organo collegiale. Il Cat esprime poi “seria preoccupazione” per le condizioni in cui versano le nostre carceri, dal sovraffollamento alla salute mentale, dalla carenza di operatori all’alto numero di morti e suicidi. E per come vengono applicate alcune forme di detenzione speciale come il 41 bis e l’isolamento diurno che l’art.72 c.p. contempla come pena accessoria. Ma anche per l’uso eccessivo della forza da parte della polizia nei centri di detenzione per migranti, luoghi “fatiscenti” dove perfino cittadini stranieri “senza precedenti penali” possono essere reclusi per periodi indefiniti. In base al “principio di non respingimento”, poi, il Cat “prende atto della lunga lista di Paesi sicuri” e punta il dito contro le modalità in cui negli hotspot si suddividono, “arbitrariamente” in “base alla nazionalità”, i migranti economici dai richiedenti asilo. L’Onu raccomanda inoltre all’Italia di rivedere il memorandum d’intesa con la Libia, Paese dove la tortura è di casa, e con l’Albania dove i diritti dei migranti non sono adeguatamente tutelati secondo la giurisdizione italiana allineata alle Convenzioni internazionali. Un altro biasimo esplicito è rivolto al decreto Sicurezza dell’anno scorso, già considerato dall’Osce “lesivo dei principi fondamentali della giustizia penale e dello stato di diritto”, e al “decreto Ong” del 2023. Leggi da riformare, secondo il Cat, anche per “assicurare che tutti i difensori dei diritti umani possano svolgere il loro legittimo lavoro in un ambiente favorevole, liberi da intimidazioni o altre forme di molestia”. Il caso Almasri e l’iniziativa presa dal governo italiano nel dicembre scorso, insieme alla Danimarca prima e ad altri 25 Stati membri del Consiglio d’Europa, con la Dichiarazione congiunta nella quale si chiedeva di limitare l’applicazione dell’articolo 3 della Convenzione Edu (trattamenti inumani e degradanti) solo “ai casi più gravi”, concludono infine un quadro inquietante. L’Italia farebbe bene - avverte l’Onu - a sostenere che ogni forma di tortura e di maltrattamento è “un diritto assoluto”. Che non può trovare eccezioni. Diritti, un allarme che non si può lasciar cadere di Patrizio Gonnella* Il Manifesto, 5 maggio 2026 Un rapporto, denso e circostanziato, invita le autorità italiane a prendere sul serio il diritto internazionale e i diritti umani e non farne carta straccia come avvenuto negli ultimi quattro anni. L’Italia è un paese a rischio per i diritti umani, per la tenuta dello Stato di diritto, per i migranti, per i detenuti e per chi nelle Ong prova a occuparsene. È questo il sunto brutale del Rapporto del Comitato Onu contro la tortura indirizzato al governo italiano. Un Rapporto, denso e circostanziato, che invita le autorità italiane a prendere sul serio il diritto internazionale e i diritti umani e non farne carta straccia come avvenuto negli ultimi quattro anni. Ogni capitolo del rapporto trasuda del sangue e del dolore di decine di migliaia di persone, le più povere e le più vulnerabili: esternalizzazioni dei centri per migranti verso l’Albania, accordi disumani con la Libia, condizioni di vita degradate e violente nei Cpr, risarcimenti negati alle persone torturate, sovraffollamento intollerabile nelle carceri, inaccettabili chiusure del sistema penitenziario, mancato rispetto delle Corti internazionali, attacco alla libertà di protesta, criminalizzazione degli human rights defenders, negazione dello spazio civico. Gentile ministro Tajani, lei che disse che il diritto internazionale vale solo fino a un certo punto, leggendo le pagine del Rapporto Onu capirà che esso non può che valere fino in fondo. Gentile ministro Piantedosi, da Ginevra è messo profondamente in discussione il suo modello di gestione delle migrazioni, interamente proiettato verso espulsioni facili, negazione del diritto d’asilo, detenzione ingiustificata e disumana su larga scala. Non solo: viene profondamente stigmatizzato il suo modello di gestione della sicurezza, al punto da chiedere un cambiamento di quel famigerato decreto legge della scorsa primavera che aveva messo sotto attacco le libertà di dissenso e di protesta. Non è frequente che dagli organismi internazionali, solitamente ispirati a diplomazia e dialogo, si chieda di cambiare una legge. Vuol dire che è stato superato il limite della tollerabilità giuridica. Gentile ministro Nordio, lei che è stato anche giudice saprà che la giustizia internazionale, da Norimberga in poi, è stata messa al servizio dei diritti umani. Nel caso Almasri avete liberato un presunto torturatore negando la cooperazione con la Corte penale internazionale. Inoltre, alle carceri va restituito un progetto costituzionale. Da quattro anni le avete rese dei ghetti chiusi, governati dalla Polizia, senza respiro, dove si muore troppo spesso (ieri altri due suicidi, uno a Parma e uno a Torino) nell’indifferenza istituzionale, dove si moltiplicano le pratiche di isolamento fino a colpire anche il giovane rapper Baby Gang, sottoposto a sorveglianza particolare, pare perché avrebbe troppo carisma. Così, ministro Nordio, si rovinano le vite, per sempre. Dall’Onu è forte l’invito a riaprire le carceri al territorio, a far stare i detenuti fuori dalle celle con progetti di sorveglianza dinamica e moderna, a ridurre l’isolamento. Per fare questo non si affidi più ai cantori del “buttare la chiave” o del “marcire in galera”. Gentile presidente Meloni, dall’Onu le spiegano che la tortura è un crimine contro l’umanità che non ammette eccezioni. Lei scrisse al Consiglio d’Europa, tristemente sostenuta da altri governi europei, chiedendo che la proibizione della tortura non valga per quei migranti che voi volete poter espellere liberamente verso paesi che la praticano, mostrandosi preoccupata della loro presenza in Italia ma non delle scorribande criminali di governi come quello di Israele. Se una norma come quella che proibisce la tortura valesse solo per i cittadini europei, la nostra democrazia degenererebbe a spazio istituzionalmente razzista. Gentile presidente Meloni, i diritti umani sono per loro natura universali, interdipendenti e indivisibili. È vero, l’Onu e i suoi organismi difettano di effettività. Sta a noi però valorizzare la loro funzione e spostare l’asse politico dal sovranismo escludente al cosmopolitismo dei diritti di libertà. *Presidente Associazione Antigone Il giornalismo “suggestivo” che fa il gioco del potere di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 5 maggio 2026 Domenica sera è andata in scena una sequenza televisiva che spiega lo stato di salute dell’informazione italiana meglio di mille saggi. Sigfrido Ranucci, il volto di Report, ha provato a chiudere il caso nato dalle smentite del ministro Nordio con una frase che merita di essere scolpita nel marmo dell’assurdo: “Non ho dato una notizia non verificata, ma ho detto che stiamo verificando una notizia”. Se George Orwell fosse tra noi, aggiungerebbe un capitolo a 1984. Siamo nel pieno del bipensiero. Se un giornalista dichiara di stare verificando una cosa, ammette implicitamente che quella cosa non è ancora una notizia pronta per il lancio. Invece, nel circo mediatico attuale, la verifica stessa diventa l’evento, trasformando il dubbio in fango e l’insinuazione in una verità da dare in pasto al pubblico. Il problema del giornalismo di casa nostra è diventato molto più grave di quanto immaginiamo: si è superato ogni argine. Non è solo una questione di singoli errori, ma di un metodo che ha radici lontane. La deontologia professionale è sparita dal radar. Basterebbe rileggere il codice che i giornalisti dovrebbero rispettare per farsi una risata amara. Quello che vediamo oggi è un sistema dove certe inchieste funzionano come un’intelligenza artificiale: si prendono pezzi di qua, parole di là, si mette tutto insieme per costruire un racconto plausibile e lo si vende come verità assoluta. Non è una novità, ma ormai è un meccanismo perfettamente oliato. Prendiamo il caso delle stragi di mafia, un terreno dove questa pratica raggiunge vette parossistiche. Non basterebbe un libro per raccontare le bufale in prima serata. Per anni il teorema della trattativa Stato-mafia è stato il perno di ogni narrazione, mentre le piste concrete e documentali come “mafia-appalti” venivano derise. Da quel teorema si è attinto di tutto. Come il “protocollo fantasma” mandato in onda da Report, presentato come uno scoop dirompente: un plico segreto capace di svelare chissà quali maneggi oscuri dietro l’ex generale del Ros, Mario Mori. La realtà era molto più banale. Chiunque avesse seguito i processi sapeva bene che quel documento circolava dal 2012. Nulla di inedito. I magistrati stessi l’avevano cestinato, considerandolo carta straccia. Eppure, la stampa italiana ha preferito il copia-incolla alla verifica dei fatti. Pochissimi colleghi si erano presi la briga di leggere gli atti; anzi, diciamo la verità: soltanto noi de Il Dubbio. Un documento vecchio e inutile è diventato la notizia del giorno, rimbalzando tra social e quotidiani pronti a gridare allo scandalo. Risultato? Milioni di persone disinformate. Questo metodo produce una voragine culturale. Mentre il pubblico pensa di vedere un uomo coraggioso che sfida il potere, sta solo guardando una sceneggiatura scritta. La violazione delle regole professionali non ti rende un giornalista scomodo, ti rende solo un creatore di suggestioni. E la deriva riguarda tutti: tempo fa il programma Farwest tirò fuori il complotto di Soros. Il livello è lo stesso. Non c’è differenza tra questo modo di fare informazione e quello che succedeva nei forum dei complottisti, dove si collegano i puntini a caso per assecondare una paranoia. Il danno reale cade sui cittadini, convinti di essere informati mentre sono sistematicamente disinformati. L’illusione di capire ha sostituito la comprensione dei fatti. È una situazione che fa il gioco del potere vero: un pubblico che crede di sapere tutto, ma non sa nulla di concreto, è il più facile da gestire. Diventa suddito. Quando si lanciano inchieste basate sul nulla, si attiva una cassa di risonanza che coinvolge tutti: i politici fanno interrogazioni, le procure aprono fascicoli sul vuoto e intellettuali come Paolo Mieli arrivano a lodare certe operazioni, come accaduto per l’inesistente “caso Minetti”, decostruito pezzo per pezzo da Simona Musco su queste colonne. Il vecchio ideale del “conoscere per deliberare” è stato svuotato di senso. Oggi si conoscono solo suggestioni e si finisce per deliberare mostri. Dobbiamo però essere onesti nel distinguere i piani. Il giornalismo ha come fine la ricerca della verità fenomenica, il riscontro oggettivo e il rispetto del lettore come cittadino sovrano. L’intrattenimento, invece, punta alla pancia, alla tensione narrativa, allo share. Il primo serve per illuminare la realtà, il secondo per riempire una serata. Confondere i due piani significa tradire la funzione sociale della stampa. Ranucci ha affermato che il suo programma fa tantissimi ascolti. Ed è vero. È un ottimo programma di intrattenimento. Ufficio del Processo, Sisto: “Saranno confermate tutte le professionalità” Il Sole 24 Ore, 5 maggio 2026 Il Viceministro della Giustizia spiega: “È ferma la volontà dell’Amministrazione di non disperdere le professionalità degli Addetti Upp, applicandoli alle funzioni di cancelleria solo in via residuale e ove strettamente necessario”. Il nuovo ordinamento professionale del personale non dirigenziale del ministero della Giustizia, definito dal Contratto collettivo nazionale integrativo in attuazione del Ccnl Funzioni centrali 2019-2021, ridisegna le “famiglie professionali” e introduce un modello organizzativo fondato sul lavoro per processi. Un passaggio che coinvolge direttamente anche gli Addetti all’Ufficio per il processo (Upp), al centro del dibattito nelle ultime settimane. Secondo quanto previsto, la funzione di supporto alla giurisdizione - che rappresenta uno degli assi portanti del nuovo sistema - viene ricondotta a una specifica famiglia professionale, superando la tradizionale logica delle mansioni per approdare a un’organizzazione più flessibile e integrata. In questo quadro si colloca anche l’attività degli addetti Upp, chiamati a operare in team e a sviluppare competenze trasversali. Sul punto è intervenuto il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto, titolare della delega al personale dell’organizzazione giudiziaria: “In questa prospettiva virtuosa, va letto lo sforzo profuso dall’Amministrazione che si è adoperata, con risorse proprie, ad aumentare da 3.000 a 9.368 unità le stabilizzazioni del personale PNRR, nell’obiettivo, a risorse disponibili, di stabilizzare le restanti posizioni, che saranno mantenute in graduatoria per ben tre anni”. Sisto ha quindi chiarito anche il perimetro della riorganizzazione in corso, rispondendo alle preoccupazioni emerse tra gli operatori: “È ferma la volontà dell’Amministrazione di non disperdere le professionalità degli Addetti Upp, bensì di preservarle e valorizzarle, rafforzandone il ruolo nell’ambito del nuovo ordinamento, applicandoli alle funzioni di cancelleria solo in via residuale e ove strettamente necessario. Sarà altresì garantita agli stabilizzati la permanenza nel proprio distretto e, ove possibile, a seguito degli esiti concorsuali, nella stessa sede di servizio”. Le dichiarazioni si inseriscono in un percorso di riorganizzazione avviato da anni e costruito attraverso il confronto tra Ministero e organizzazioni sindacali firmatarie del contratto, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare l’efficienza del sistema giudiziario senza disperdere le competenze maturate all’interno dell’Ufficio per il processo. Colloqui intimi in carcere, il Gip dichiara il non luogo a provvedere Il Dubbio, 5 maggio 2026 Il Gip dichiara il non luogo a provvedere sulla richiesta e rimette la questione all’amministrazione penitenziaria. La strada dei colloqui intimi in carcere resta ancora tutta in salita. Il gip di Palermo Lorenzo Chiaramonte ha infatti respinto, con una decisione di non luogo a provvedere, l’istanza presentata dall’avvocato Salvatore Pennica per il suo assistito Fabrizio Messina, boss di Porto Empedocle detenuto nel carcere di Tolmezzo dopo l’arresto di un anno e mezzo fa con accuse di mafia e traffico di cocaina. La richiesta puntava a consentire a Messina di incontrare la moglie senza il controllo a vista del personale di custodia. Una domanda che si inserisce in un terreno ancora molto incerto, dopo la sentenza con cui la Corte costituzionale, il 26 gennaio 2024, ha dichiarato illegittimo il divieto assoluto di incontri privati per le persone detenute. La richiesta della difesa e il richiamo alla Consulta - L’istanza era stata depositata il 10 aprile e si fondava proprio sul pronunciamento della Consulta, che aveva richiamato gli articoli 2 e 27 della Costituzione, sottolineando come la dignità della persona e la funzione rieducativa della pena non possano essere compresse fino ad annullare del tutto la dimensione affettiva e sessuale della vita coniugale. Nella richiesta, il legale di Messina aveva evocato anche il tema dei cosiddetti “matrimoni bianchi”, cioè quelle unioni celebrate ma mai consumate a causa della detenzione. Come soluzione concreta, la difesa aveva indicato il trasferimento temporaneo nel carcere di Padova, dove esistono spazi attrezzati per consentire questo tipo di incontri. La Procura: materia di competenza dell’amministrazione penitenziaria - Alla domanda della difesa ha risposto la Procura di Palermo, con il pm Giorgia Righi, che il 17 aprile ha preso una posizione molto netta. In assenza di specifiche disposizioni legislative, l’ufficio ha ritenuto di non poter offrire un contributo consultivo sulla questione, evidenziando che la materia deve considerarsi di competenza esclusiva dell’amministrazione penitenziaria. È un passaggio importante, perché fotografa uno dei problemi centrali aperti dalla sentenza della Corte costituzionale: il principio è stato affermato, ma la sua traduzione pratica continua a scontrarsi con l’assenza di una disciplina dettagliata e con il rimpallo tra autorità giudiziaria e amministrazione penitenziaria. Il 21 aprile, il gip Chiaramonte ha dichiarato il non luogo a provvedere sull’istanza, rimettendo anche lui all’amministrazione penitenziaria la concreta attuazione della sentenza della Corte costituzionale. Colloqui intimi in carcere, il Gip si tira indietro: “Decide l’amministrazione penitenziaria” di Gerlando Cardinale agi.it, 5 maggio 2026 La difesa di Fabrizio Messina voleva fargli incontrare la moglie nelle “stanze dell’amore” di Padova. Ma il gip allarga le braccia: “Senza legge attuativa, non posso provvedere”. Le chiamano “stanze dell’affettività”, o più direttamente “stanze dell’amore”. Sono spazi riservati dove i detenuti possono incontrare il coniuge lontano dagli sguardi della polizia penitenziaria, in un momento di intimità che la corte costituzionale ha riconosciuto come diritto fondamentale. Ma tra il principio e la pratica c’è un vuoto normativo che nessuno sembra voler colmare. E così l’istanza presentata dall’avvocato Salvatore Pennica per il suo assistito Fabrizio Messina, boss di Porto Empedocle detenuto nel carcere di Tolmezzo dopo il nuovo arresto di un anno e mezzo fa per mafia e traffico di cocaina, si è infranta contro un muro. La richiesta era chiara: permettere a Messina di incontrare la moglie in colloqui intimi, senza il controllo a vista del personale di custodia. L’avvocato Pennica ha fondato la sua istanza sulla sentenza del 26 gennaio 2024, con cui la Consulta ha dichiarato illegittimo il divieto assoluto di incontri privati per le persone recluse. Una pronuncia storica, arrivata dodici anni dopo un primo monito al legislatore rimasto inascoltato. Nella sua istanza depositata il 10 aprile scorso al giudice per le udienze preliminari di Palermo, Lorenzo Chiaramonte, il legale non si è limitato agli aspetti tecnici. Ha parlato di “matrimoni bianchi”, celebrati e mai consumati a causa della detenzione. Ha citato l’articolo 2 della Costituzione, che impone alla Repubblica di riconoscere i diritti fondamentali della persona, e l’articolo 27, secondo cui le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. Ha ricordato che l’astinenza affettiva può portare il detenuto “a forme di aggressività o di avvilimento” e che l’ambiente familiare rappresenta “un punto di riferimento importantissimo”. Pennica ha anche indicato una soluzione pratica: il carcere di Tolmezzo, dove Messina è recluso, ha già sperimentato l’innovazione trasferendo temporaneamente i detenuti al vicino istituto di Padova, dove esistono apposite stanze attrezzate. “Bisogna avere il coraggio di introdurre il mondo degli affetti”, ha scritto il difensore, sottolineando che il suo assistito avrebbe dimostrato in udienza, con dichiarazioni spontanee, “una rivisitazione personale del suo vissuto” incentrata sull’amore per la moglie e per le quattro figlie, “giovani e giovanissime in un’età per cui vanno salvaguardate in un percorso affettivo sessuale e familiare”. Ma la risposta della Procura della Repubblica, firmata dal sostituto procuratore Giorgia Righi il 17 aprile, è stata netta: “In assenza di specifiche disposizioni di legge, quest’Ufficio ritiene di non poter fornire alcun contributo consultivo con riguardo allo svolgimento dei cosiddetti colloqui intimi”. Secondo la Procura, si tratta di “materia affidata alla competenza esclusiva dell’amministrazione penitenziaria”, in quanto riguardante le politiche trattamentali dei singoli detenuti, salvo gli eventuali controlli della magistratura di sorveglianza. Il giudice per le indagini preliminari Lorenzo Chiaramonte, il 21 aprile, ha preso atto e ha dichiarato “non luogo a provvedere sull’istanza”, rimettendo all’amministrazione penitenziaria “in mancanza, allo stato, di disposizioni legislative” la concreta attuazione della sentenza della corte costituzionale invocata. Torino. Detenuto si impicca in cella: terzo caso in due mesi al carcere delle Vallette di Federico Gottardo La Repubblica, 5 maggio 2026 Gli agenti di Polizia penitenziaria l’hanno trovato in bagno privo di sensi, hanno tentato a lungo di rianimarlo ma l’uomo, di 54 anni, non ce l’ha fatta. Ancora un detenuto morto nel carcere di Torino: intorno alle 15 di oggi, lunedì 4 maggio, un uomo si è impiccato con un cappio rudimentale nei bagni del padiglione A del Lorusso e Cutugno, a quanto pare utilizzando dei pezzi di stoffa ricavati da vecchie lenzuola. Gli agenti della polizia penitenziaria lo hanno trovato privo di sensi e hanno dato l’allarme: i soccorritori del 118 sono arrivati nel giro di pochi minuti e hanno tentato a lungo di rianimare il detenuto, senza riuscirci. Il detenuto suicida aveva 54 anni, si chiamava Francesco Curcio. Si tratta del terzo decesso nel giro di appena due mesi nel penitenziario del quartiere Vallette: il 16 marzo si era tolto la vita Bernardo Pace, boss che a gennaio era stato condannato a 14 anni e 4 mesi a Milano per il processo Hydra, incentrato sull’alleanza tra camorra, ‘ndrangheta e Cosa Nostra (la cosiddetta “mafia a tre teste”). Un mese dopo aveva iniziato a collaborare con la giustizia. Ufficialmente si è impiccato ma sulla sua morte è in corso un’inchiesta che sta cercando di escludere altre ipotesi. La procura di Torino indaga anche sulla morte di Benedetto Costa, 51enne di origine siciliana, trovato privo di sensi dal compagno di cella intorno alle 22.30 di mercoledì 25 marzo: l’uomo, sarebbe dovuto rimanere in carcere fino al 2030 dopo aver riportato condanne per furti, rapine e ricettazione. Accanto al detenuto era stato rinvenuto un contenitore artigianale, “verosimilmente utilizzato come “stufa” per il riscaldamento e l’inalazione di sostanze, in alcuni casi associata al consumo di sostanze stupefacenti come il crack”, come ricostruito dall’Osapp. Lo stesso sindacato della polizia penitenziaria che, da tempo, denuncia come “il carcere torinese sia fuori controllo. Abbiamo chiesto un’ispezione ma finora i nostri appelli sono sempre rimasti inascoltati”. Parma. Nuovo suicidio in carcere, un 27enne muore in ospedale dopo tre giorni di agonia di Giorgio Maria Leone rainews.it, 5 maggio 2026 Il giovane era in custodia cautelare dal 30 aprile. È morto dopo tre giorni di agonia un detenuto 27enne di origine straniera che si trovava in custodia cautelare nel carcere di Parma per non avere ottemperato all’ordine di allontanamento dalla città, dopo avere scontato una precedente condanna. Si era impiccato nella cella del padiglione di media sicurezza. Soccorso dal personale sanitario, era stato trasportato all’ospedale Maggiore in condizioni disperate. “Ancora la morte di un detenuto, con tossico dipendenza e debilitato, per il quale era necessaria una soluzione diversa dalla carcerazione”, ha detto il Garante regionale, Roberto Cavalieri. “Da gennaio in Italia si sono verificati 34 suicidi in carcere, due in Emilia-Romagna. Tra gli istituti maggiormente sotto pressione c’è proprio la casa circondariale di Parma, con più episodi negli ultimi anni, che hanno coinvolto giovani detenuti e persone con fragilità”. L’Osservatorio di Antigone ha rilevato condizioni ad alto rischio di suicidio anche a Piacenza, Modena e Bologna per sovraffollamento, tensioni violente e carenza di personale. Ad aggravare l’emergenza anche l’elevato numero di persone in custodia cautelare o al primo ingresso in attesa di giudizio, quando i detenuti sono in una condizione di massima vulnerabilità. Torino. Dentro il carcere dove il lavoro si spezza e la vita resiste oltre ogni limite di Liborio La Mattina giornalelavoce.it, 5 maggio 2026 Dal suicidio di un agente alla visita di Giulia Marro nel Lorusso e Cotugno: sovraffollamento, carenze strutturali e turni fuori misura raccontano una crisi che non può più essere rimandata. Si è alzata. Ci ha pensato non più di due minuti. Poi ha deciso: ci vado. Non c’è una vera discussione interiore, non c’è tempo per costruire un ragionamento ordinato. Ci sono notizie che non si elaborano, si attraversano. Il suicidio di un agente di Polizia penitenziaria, il primo maggio, resta lì, come una frattura. Nel giorno in cui si celebra il lavoro, a cedere è proprio uno di quelli che il lavoro lo reggono ogni giorno, dentro un sistema che da anni chiede di più di quanto restituisca. È da lì che parte la visita della consigliera regionale Giulia Marro (Avs) al carcere Lorusso e Cotugno di Torino. Non come atto rituale, ma come necessità. “Una notizia grave, che impone rispetto e attenzione”, dice. Ma rispetto e attenzione, qui, non sono parole astratte. Sono il modo in cui si entra, si guarda, si resta in ascolto. Il carcere non si mostra subito. Non è un luogo che si lascia leggere in superficie. È fatto di strati: numeri, spazi, persone, abitudini che diventano sopravvivenza. E ogni strato racconta una parte della stessa storia. I numeri sono il primo impatto, ma non sono mai solo numeri. Circa 1.500 persone detenute. La capienza tollerabile è di 900. Se si volesse tradurre questa sproporzione in immagini, significherebbe pensare a un luogo progettato per contenere una certa quantità di vita e costretto, giorno dopo giorno, ad accoglierne quasi il doppio. Reparti che arrivano a superare le 400 presenze, quando dovrebbero fermarsi a circa 200. Celle piene, corridoi saturi, spazi comuni che smettono di essere tali. Ma è quando si passa alle persone che quei numeri prendono corpo. Gli agenti diminuiscono. Non è una percezione, è una dinamica che si ripete da anni. Meno presenze, meno turni coperti, meno possibilità di gestire ciò che accade. Le figure intermedie, quelle che tengono insieme il funzionamento quotidiano, mancano. E allora il sistema si regge su chi resta, su chi continua a fare turni che non sono più quelli previsti: sei ore diventano otto, otto diventano nove, a volte di più. Non per scelta, ma per necessità. “Si rasenta l’illegalità”, dice un comandante di reparto. Non è una frase cercata, è una constatazione. Quando le condizioni materiali non permettono di rispettare le regole, le regole restano sulla carta. E chi lavora si muove dentro un margine sempre più stretto, dove ogni decisione pesa di più. La visita si ferma a lungo con loro, con gli agenti, con chi lavora dentro. Marro porta la solidarietà alle colleghe e ai colleghi dell’agente scomparso, ma quello che emerge non è solo il dolore per un fatto recente. È una sofferenza che viene da lontano, che si è accumulata. A pochi giorni dalla Festa del Lavoro, il paradosso è evidente: qui il lavoro non è un diritto da difendere, è una resistenza quotidiana. Fuori, intanto, la politica discute. Il consigliere Eugenio Zappalà parla di visite che fanno “perdere tempo” alla polizia penitenziaria. Ma dentro il carcere il tempo non è qualcosa che si può perdere o risparmiare. È già consumato. È insufficiente. È sempre meno di quello che servirebbe. E allora la presenza istituzionale cambia significato: non è intralcio, è uno dei pochi strumenti per evitare che ciò che accade resti confinato. Perché ciò che accade riguarda tutti. Non solo le persone private della libertà, ma anche chi quella libertà la custodisce, chi lavora, chi prova a costruire percorsi. Spesso, come viene detto apertamente, in una condizione che assomiglia a un’assenza dello Stato. Poi ci sono gli spazi, che raccontano senza bisogno di parole. Nei padiglioni B e C le infiltrazioni segnano i soffitti, le pareti portano i segni di un degrado che non è più episodico. Un intero piano presenta criticità strutturali. Eppure, le indicazioni su come intervenire non arrivano. È come se il tempo si fosse fermato proprio dove servirebbe accelerare. Ma il punto più fragile è altrove. Nei reparti di isolamento, nei nuovi giunti, nel transito. Luoghi pensati per accogliere temporaneamente, diventati spazi permanenti per chi ha gravi problemi psichici. Persone che non trovano posto nel reparto dedicato e restano lì, sospese. Questo crea uno squilibrio che si ripercuote su tutto: sulla gestione, sulla sicurezza, sulla tenuta psicologica di chi lavora. In queste condizioni, anche ciò che dovrebbe costruire un futuro si riduce. Le attività trattamentali, già limitate, diventano intermittenti. Il lavoro interno, che dovrebbe prevedere una rotazione di tre mesi di attività e sei di pausa, si trasforma in tre mesi ogni anno e mezzo. Un tempo che non costruisce, non stabilizza, non offre continuità. In uno dei reparti visitati, durante la giornata, tutte le attività sono annullate. Non per scelta, ma per mancanza di personale. Il tempo si svuota, torna a essere attesa. La formazione professionale è prevista per il 3 giugno, dopo ritardi nella pubblicazione del bando. Ma resta un’incognita. L’estate è vicina, il piano ferie inciderà su organici già ridotti. E i turni, già oggi fuori standard, rischiano di allungarsi ancora. Sei ore diventano stabilmente otto, spesso di più quando accadono eventi critici. E gli eventi critici, qui, non sono eccezioni. La sanità aggiunge un altro livello di difficoltà. La telemedicina, prevista dal Piano socio-sanitario regionale, non è operativa. Mancano le infrastrutture, a partire dalla rete. Non è possibile nemmeno garantire in modo efficace i processi da remoto. Così anche ciò che potrebbe alleggerire il sistema resta fermo, mentre i bisogni aumentano. Non è la prima volta che tutto questo emerge. Il 12 novembre 2024, a Palazzo Lascaris, si è tenuto un Consiglio regionale aperto dedicato proprio alle condizioni di lavoro della polizia penitenziaria. Ma oggi, a distanza di mesi, la situazione non è migliorata. Anzi. Per questo la capogruppo AVS Alice Ravinale ha chiesto una nuova convocazione. Non per ribadire, ma per intervenire. Perché il punto, ormai, non è più capire se esiste una crisi. La crisi è evidente. Il punto è quanto ancora si possa rimandare. Quanto ancora si possa chiedere a chi lavora di reggere, a chi è detenuto di vivere in queste condizioni, a chi osserva di continuare a considerarlo normale. Uscendo dal Lorusso e Cotugno, resta una sensazione difficile da ignorare. Non è solo il peso dei numeri, né solo quello delle parole raccolte. È qualcosa di più sottile: la percezione che il limite non sia davanti, ma già alle spalle. Che sia stato superato senza che ci fosse un momento preciso in cui accorgersene. E allora quella decisione presa in due minuti - ci vado - non è solo l’inizio di una visita. È, forse, il tentativo di non accettare che tutto questo diventi definitivo. Bari. Morire di scartoffie: il calvario di Sandro, detenuto leucemico di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 5 maggio 2026 Da oltre sette mesi Sandro Scariato non fa l’esame che potrebbe dirgli se la leucemia sta tornando. È detenuto nel carcere di Bari, ha trentanove anni, viene da Taurianova in provincia di Reggio Calabria, e quella malattia la conosce bene: gli è stata diagnosticata la prima volta nel 2018, quando era già in carcere, e allora era stata talmente grave da renderlo incompatibile con la detenzione ordinaria. Adesso la situazione si è fatta di nuovo pericolosa, ma l’inerzia e ritardi hanno fatto da padroni. L’esame in questione si chiama qPCR, una tecnica di biologia molecolare che misura la quantità di cellule leucemiche presenti nel sangue. Per chi ha una leucemia mieloide cronica e ha sospeso la terapia farmacologica, questo controllo non è opzionale: è l’unico strumento in grado di dire se la malattia è ancora sotto controllo o sta riprendendo. L’ultimo referto disponibile è datato 29 settembre 2025. Da allora, niente. Nessun risultato. La storia di Scariato ha un filo che vale la pena seguire dall’inizio. Viene arrestato nel 2017. L’anno dopo accusa malori gravi e lo portano in ospedale: ha la leucemia mieloide cronica, una patologia oncologica seria ma gestibile se monitorata con continuità. Il sistema immunitario è compromesso dalla malattia e dalla terapia, e i medici lo dichiarano incompatibile con il regime carcerario ordinario. Finisce agli arresti domiciliari. Da lì inizia un percorso lungo anni, fatto di analisi e visite specialistiche, fino alla remissione molecolare profonda. Il 12 gennaio 2024 il suo ematologo di riferimento, il dottor Luciano Levato dell’ospedale Pugliese Ciaccio di Catanzaro, avvia il periodo TFR, Treatment Free Remission: terapia sospesa, ma con obbligo di monitoraggio costante. Analisi del sangue ogni mese, visita ematologica ogni due, e la qPCR con regolarità. Funziona per un po’. Poi, nel settembre 2025, i valori molecolari peggiorano. L’esame rivela una risposta classificata come MR 3.0, che segnala la perdita della risposta molecolare profonda. In parole semplici: la leucemia sta riprendendo vigore. Non è ancora una crisi, ma è un segnale che richiede attenzione rapida. Nel dicembre 2025 arriva la sentenza definitiva della Corte di Cassazione. Scariato deve tornare in carcere a scontare un residuo di pena di poco più di nove mesi. E da quel momento il protocollo di monitoraggio si interrompe. Finisce prima alla Casa Circondariale di Siracusa, il carcere di Cavadonna. Le condizioni della struttura, per uno con una patologia immunodepressiva, sono difficili: la compagna Alessandra riferisce di cimici nei letti, riscaldamento assente, acqua calda intermittente, topi nei corridoi. L’esame qPCR che doveva essere eseguito il 20 gennaio 2026 non viene fatto. Dopo settimane e numerose richieste, riesce ad ottenere soltanto un emocromo, un esame del sangue generico. I risultati mostrano valori del ferro molto bassi. Scariato accusa febbricola persistente da oltre un mese, dolori nella zona della milza, una stanchezza che non passa. Sono gli stessi sintomi che nel 2018 avevano preceduto la diagnosi. Istanze ignorate, visite saltate - Il primo febbraio scorso i suoi avvocati, Giuseppe Alvaro e Girolamo Albanese del Foro di Palmi, presentano un’istanza urgente al Magistrato di Sorveglianza di Siracusa, chiedendo la detenzione domiciliare o, in alternativa, il trasferimento in una struttura in grado di garantire i controlli necessari. Il magistrato non decide. L’11 febbraio il dottor Levato mette nero su bianco la sua valutazione: senza la qPCR non è possibile capire se il TFR possa continuare o se sia necessario riprendere la terapia con inibitori tirosin-chinasici, farmaci specifici contro la leucemia mieloide cronica. Una visita ambulatoriale fissata per il 23 febbraio 2026 presso il centro ematologico di riferimento non si tiene: la direzione del carcere comunica che manca il personale per la scorta. Il 24 febbraio la deputata Rachele Scarpa, della Commissione Giustizia alla Camera, presenta un’interrogazione parlamentare ai Ministri della Giustizia e della Salute. L’associazione Yairaiha ETS manda segnalazioni al Garante dei detenuti di Siracusa Giovanni Villari, al Garante regionale della Puglia, al Garante nazionale, alla direzione del DAP. Villari telefona personalmente al Garante di Bari per sollecitare un intervento diretto. Le risposte arrivano, spesso cordiali, ma inizialmente restano interlocutorie e prive di effetti concreti. Il 4 marzo Scariato viene trasferito a Bari. Ma la compagna viene informata che si tratta di uno spostamento temporaneo: è lì solo per fare le analisi, poi lo riporteranno a Siracusa. “Fare solo delle analisi una volta, con un anno di residuo di pena, non ci basta”, scrive Alessandra all’associazione. “Deve farle ogni mese e il qPCR ogni due. Il magistrato ha tamponato solo un’urgenza che si ripeterà subito”. La relazione sanitaria del carcere di Bari del 25 marzo riporta esami ematochimici e controlli generici, ma non documenta l’esecuzione del qPCR. Che è esattamente il nodo della questione. I legali sono espliciti: gli esami del sangue ordinari non possono sostituire il monitoraggio molecolare. Senza la qPCR non si sa se la leucemia stia peggiorando. Il rischio di una crisi blastica e gli accertamenti che arrivano in ritardo - Ad aprile la situazione non è migliorata. L’associazione Yairaiha ha ottenuto la cartella clinica e quello che emerge non lascia spazio a interpretazioni: nessuna presa in carico adeguata rispetto alla patologia, nessun monitoraggio molecolare continuo. “Per quello che riguarda la sua malattia, non hanno fatto praticamente niente”, scrive Alessandra il 9 aprile. Il Garante regionale della Puglia, dopo settimane di solleciti ripetuti, ha infine effettuato la visita a Scariato. Finalmente un primo segnale concreto. Il 25 aprile il medico legale pone la questione in termini precisi: se la ripresa della terapia fosse necessaria, deve iniziare entro un mese dall’abbassamento dei valori. Superato quel tempo, il rischio è una crisi blastica, cioè una delle fasi più gravi e difficilmente reversibili in cui può evolvere la leucemia mieloide cronica. “Il magistrato continua a limitarsi a meri solleciti formali verso la Casa Circondariale”, scrive Alessandra. “Interventi che si sono dimostrati del tutto sterili e privi di efficacia concreta. Ci troviamo di fronte a un’inerzia istituzionale che lo stesso collegio difensivo definisce sconcertante”. Il 28 aprile si è tenuta l’udienza davanti al Tribunale di Reggio Calabria. La decisione sull’istanza di detenzione domiciliare è stata rinviata al 26 maggio: nel frattempo sono stati avviati accertamenti e disposta una visita medico-legale per valutare la compatibilità tra le condizioni di Scariato e il regime detentivo. Altre settimane in carcere, in attesa di una risposta che avrebbe dovuto arrivare mesi fa. La valutazione sulla compatibilità si svolge adesso, dopo il rientro in carcere, attraverso accertamenti che in una situazione ordinaria avrebbero dovuto accompagnare la detenzione fin dall’inizio. Per l’associazione Yairaiha il quadro è chiaro: “Per noi è evidente che, in casi come questo, il diritto alla salute in carcere non viene garantito in modo effettivo. In presenza di patologie gravi, la continuità delle cure e l’accesso tempestivo a controlli specialistici dovrebbero essere garantiti in modo certo”. Trieste. La denuncia del Garante “I detenuti dormono nei corridoi, situazione insostenibile” di Francesco Viviani triesteallnews.it, 5 maggio 2026 “Nel carcere di Trieste i detenuti dormono nei corridoi”. È uno dei passaggi più duri delle dichiarazioni rilasciate da Enrico Sbriglia, Garante regionale dei diritti della persona, intervenuto ai microfoni della Rai FVG per denunciare le condizioni di sovraffollamento degli istituti penitenziari in Friuli Venezia Giulia. Secondo i dati del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, a fronte di una capienza regolamentare complessiva di 487 posti nei cinque istituti di pena della regione, i detenuti presenti sono circa 750. Una pressione che si riflette in modo particolare sulla Casa circondariale di Trieste, dove i posti disponibili sono 125, mentre le persone ospitate risultano 243. Sbriglia ha descritto una situazione definita critica anche sul piano delle condizioni materiali: celle e spazi non sufficienti, con detenuti costretti a sistemazioni di fortuna nei corridoi. “Non hanno armadi né tavoli - ha affermato - il letto diventa scrivania, luogo dove mangiare e dove appoggiare le proprie cose”. Al tempo stesso, il Garante ha riconosciuto “il grande sforzo quotidiano degli operatori penitenziari”. Nel suo intervento, Sbriglia ha indicato nella realizzazione di nuove strutture una delle poche strade possibili per affrontare il sovraffollamento, definendo la situazione “non più sostenibile” senza interventi strutturali. Un altro nodo evidenziato riguarda la gestione dei minori stranieri non accompagnati, per i quali mancano tutori volontari, figure ritenute essenziali per garantire percorsi di integrazione adeguati. Infine, il Garante ha richiamato il tema più generale dei flussi migratori: “Finché ci saranno guerre, i flussi migratori non si fermeranno”, ha sottolineato, indicando una criticità destinata a rimanere stabile nel tempo. Avellino. “La speranza apre un varco, si può sempre ricominciare” di Simonetta Ieppariello ottopagine.it, 5 maggio 2026 Storie di riscatto e rinascita dalla sezione femminile di media sicurezza del carcere di Bellizzi Irpino ad Avellino. Progetti di recupero, attività, spazi di socialità, iniziative e nuovi obiettivi per una vita migliore oltre le sbarre, diventano il racconto di un percorso di rinascita. Nella sezione c’è una biblioteca, un salone per estetica e coiffeur, una palestra per il benessere del corpo e una sala dedicata alla sartoria, dove cinque detenute stanno imparando un mestiere, Mara e Adriana, come anche Svetlana sognano una sfilata fuori da carcere, in cui quei vestiti possano essere indossati nel segno della consapevolezza e della libertà. Una vita fuori e diversa è il sogno di tante detenute, che abbiamo conosciuto in occasione del pranzo offerto dai Lions Club di Pompei, con il garante dei detenuti Samuele Ciambriello. “Credo che per tutte noi possa e debba esserci una seconda possibilità spiega Svetlana -. Sto pagando il mio conto, il mio debito con la giustizia. Sogno di riabbracciare fuori i miei figli e vivere una vita nuova. Non si nasce delinquenti, molto spesso lo ci si diventa per contesto, percorso e bisogno. Non voglio giustificarmi, ma vorrei che noi detenute, carcerati, non diventiamo sempre più gli ultimi dimenticati, ignorati, invisibili. Imparare un mestiere per noi significa questo: ragionare sul domani, sul fuori, sul nuovamente possibile” . La storia di Barbara - E poi c’è Barbara la detenuta più giovane ha 21 anni e ha imparato la lezione: voglio dire a tutte le mie coetanee e coetanei di non fare i miei sbagli di rispettare la legge. Sogno ogni notte il momento in cui uscirò. Sto imparando a suonare uno strumento: il flauto traverso, sto lavorando per diventare migliore e spero che nella mia nuova vita fuori, tra pochi mesi, di riavvicinarmi alla mia famiglia, che ho fatto tanto soffrire”. Turi (Ba). La direttrice: “Sono come il Sindaco di una comunità, ma di persone sofferenti” di Maria Grazia Lombardi rainews.it, 5 maggio 2026 Nicoletta Siliberti è la direttrice del carcere maschile di Turi: “Qui non mi sento identificata in un genere, solo lo Stato può avere in custodia persone che poi restituisce alla comunità”. Carcere di Turi, secondo piano. La direttrice del penitenziario, Nicoletta Siliberti, ci conduce nei diversi settori dell’istituto in provincia di Bari, che in passato ospitò Antonio Gramsci e Sandro Pertini e dove oggi si scontano pene definitive. Al secondo piano c’è un ampio corridoio con i telefoni a gettoni. Da qui i detenuti possono comunicare con le famiglie. Sulle pareti bianche i murales realizzati in passato. Tra i progetti portati avanti dalle educatrici anche un laboratorio di fischietti in terracotta, attività artigianale tipica della zona, la realizzazione di libri tattili in linguaggio Braille e un giornale interno scritto dagli stessi detenuti. Direttrice, qual è il percorso che l’ha portata a questo ruolo di responsabilità in un contesto decisamente maschile? Ho partecipato a un concorso pubblico indetto dall’amministrazione penitenziaria nel 2020. Non venivano assunti direttori da 25 anni. Era il mio sogno nel cassetto. E così dal mio ufficio vista mare della direzione legale dell’autorità portuale di Taranto, dove mi occupavo di contratti pubblici, sono arrivata a Turi. Ma ho diretto anche le carceri di Taranto e di Bari. Nell’esercizio delle sue funzioni, le capita di avere colloqui direttamente con i detenuti? Quasi quotidianamente, i detenuti hanno diritto ad avere udienza. Il mio dialogo è improntato sulla soluzione dei problemi. Qui nascono continuamente problematiche legate a piccole grandi questioni di vita quotidiana. E io sono quasi come un borgomastro, il sindaco di una comunità, ma di persone sofferenti. Infatti in questi giorni c’è una mobilitazione: i detenuti hanno deciso di devolvere derrate alimentari ad associazioni di volontariato all’esterno. Una forma di protesta per un problema alla rete idrica del carcere. Come sta risolvendo questa questione? Con il dialogo, appunto. Proprio stamattina ho fatto udienza, un colloquio con una delegazione di detenuti e ho condiviso con loro, nei limiti di quello che la funzione mi impone, gli aggiornamenti rispetto a un problema strutturale che stiamo risolvendo. Possiamo dire che la sua figura è quasi un riferimento materno per queste persone? No. Qui dentro non mi sento individuata nel genere. Sono neutra. Né uomo, né donna. Io in carcere rappresento lo Stato e in questo sono molto rigorosa. Solo lo Stato può assumersi la responsabilità di avere in custodia persone in esecuzione di misure cautelari e di una pena detentiva. È un onore e anche una grande responsabilità. La situazione più brutta in cui si è trovata? Sicuramente un evento che non è avvenuto qui a Turi, ma in un altro carcere. Probabilmente non è stato intercettato adeguatamente un problema che poi ha avuto una conclusione triste. Intende un suicidio? Sì. Il suicidio purtroppo attiene a una dimensione intima delle persone, ma resta il pensiero di non aver fatto tutto quello che si poteva fare per evitarlo. In realtà a volte pretendo troppo anche da me stessa. Cosa si porta a casa quando esce di qui? Tutto. Le racconto una cosa importante di me: io ho una malattia cronica da quando ero bambina. Questo mi ha portata nella vita a trovare soluzioni per me stessa, a prendere le decisioni, ad andare sempre avanti nonostante la malattia, senza drammatizzare, altrimenti mi sarei fermata chissà dove e chissà quando. Questa attitudine me la porto anche nel lavoro. Sono sempre andata avanti e per questo adesso sono qui. Agrigento. Valle dei Templi, detenuti al lavoro per il reinserimento: firmato l’accordo agrigentonotizie.it, 5 maggio 2026 A Casa Sanfilippo nasce un progetto sociale tra tutela dei beni e percorsi di legalità. La Valle dei Templi si prepara a diventare anche luogo di inclusione e reinserimento sociale. Il 7 maggio alle 9,30, nella sede di Casa Sanfilippo, sarà firmato il protocollo d’intesa tra il Parco archeologico e paesaggistico e l’Ufficio locale di esecuzione penale esterna di Agrigento con l’obiettivo di unire tutela del patrimonio e percorsi di recupero per persone sottoposte a provvedimenti dell’autorità giudiziaria. A sottoscrivere l’accordo saranno il direttore del Parco Roberto Sciarratta e il direttore dell’Ulepe - Ufficio locale di esecuzione penale esterna - Stefano Papa, dando ufficialmente il via a un progetto che si fonda sul principio costituzionale della funzione rieducativa della pena. L’intesa, della durata di due anni, punta a promuovere legalità e senso di responsabilità, favorire il reinserimento sociale e offrire opportunità concrete di crescita attraverso attività legate alla valorizzazione del territorio. Il progetto prevede l’inserimento contemporaneo di un massimo di 10 persone ammesse a misure alternative alla detenzione, che saranno seguite dall’Ulepe e coinvolte in attività di volontariato non retribuito. I partecipanti contribuiranno alla cura e alla valorizzazione delle risorse culturali, naturali ed enogastronomiche della Valle dei Templi trasformando il lavoro sul patrimonio in un percorso di responsabilizzazione e acquisizione di competenze. Un’iniziativa che punta a dare un significato concreto al concetto di rieducazione facendo del patrimonio storico un luogo attivo di inclusione e di seconda possibilità. “Un accordo che punta a confermare la Valle dei Templi quale spazio di legalità e inclusione, dove la cura del patrimonio diventa occasione di riscatto”, spiegano i promotori sottolineando il valore sociale di un progetto che unisce cultura e comunità. Catania. Minori in carcere: il concerto che mostra cosa manca agli Ipm di Antonello Torchia edunews24.it, 5 maggio 2026 Dal Decreto Caivano il numero di minori negli Ipm è cresciuto del 48%. A Catania un concerto mostra cosa manca: dati, dichiarazioni e prospettive. A fine aprile, nell’Istituto penale per i minorenni di Bicocca a Catania, una cinquantina di ragazzi ha ascoltato per la prima volta un pianoforte da vicino. Il musicista italo-brasiliano Marcelo Cesena ha suonato Brahms, poi la sigla dei Simpsons, e da quel momento li ha conquistati. Un ragazzo africano, alla fine, gli ha chiesto: “Perché suoni il pianoforte?”. Risposta: “Per poter incontrare te”. I numeri che stanno dietro a quel concerto - Dal settembre 2023, dopo l’approvazione del Decreto Caivano, il numero di minori e giovani adulti ristretti negli istituti penali per minorenni italiani è cresciuto del 48%. Secondo il Rapporto Antigone 2024, al 15 gennaio 2024 erano 496 i ragazzi detenuti nei 17 IPM presenti sul territorio nazionale; a fine marzo 2025 la cifra aveva superato quota 590, con 9 istituti su 17 in sovraffollamento, una condizione mai registrata prima di quel decreto. All’IPM di Catania i detenuti a fine 2025 erano 44, su una capienza effettiva di 43 posti (nove celle inagibili). Quasi la metà dei minori in carcere negli IPM italiani è di origine straniera (49,9% nel dato nazionale); molti sono tecnicamente maggiorenni ma entrati nel circuito penale minorile da adolescenti. Il 62,1% ha ancora meno di 18 anni. Sono ragazzi che condividono spesso la stessa carenza di esperienze formative. Molti di quei ragazzi non hanno mai incontrato la bellezza. Non hanno mai visto un pianoforte da vicino. Non hanno mai sperimentato uno sguardo che li prenda sul serio. Arte negli IPM: un modello esistente ma ancora marginale - In Italia esistono realtà strutturate che portano l’arte dentro gli istituti penali per minorenni. L’Associazione Teatri e Giustizia Minorile, nata nel 2019, riunisce compagnie come Puntozero (Milano, attiva all’IPM Beccaria), Teatro del Pratello (Bologna) e Teatro Kismet Opera (Bari). Nel 2020 il Ministero della Giustizia ha firmato un protocollo con il Dipartimento per la Giustizia Minorile per promuovere teatro e danza nelle strutture detentive. La copertura resta però disomogenea: i programmi artistici continuativi raggiungono una minoranza degli IPM italiani e, laddove esistono, sono spesso legati alla presenza di singoli enti del terzo settore, non a finanziamenti stabili. Il concerto di Cesena a Catania rientra in questa seconda categoria: un’iniziativa voluta dall’arcivescovo mons. Luigi Renna, resa possibile dall’Ufficio di pastorale carceraria in collaborazione con la direzione degli istituti. Ha coinvolto tre strutture - la Casa circondariale di Bicocca, l’IPM Bicocca e la Casa circondariale di Piazza Lanza - in un formato che mescola musica classica, racconto autobiografico e dialogo diretto con i ragazzi. Cosa ha reso possibile quella giornata - Ciò che ha reso possibile quella giornata è una collaborazione insolita tra arcivescovo, direzione carceraria, polizia penitenziaria e CPIA, raccordati attorno a un progetto educativo comune. Non è un dato scontato. In molti istituti la componente formativa è affidata quasi esclusivamente alla scuola interna, senza raccordo con realtà esterne. Il risultato è che i ragazzi ricevono istruzione, ma raramente incontrano qualcosa che parli alla parte di loro che non coincide con il reato commesso. La possibilità di riconoscere una propria identità al di là dell’errore - che sia attraverso la musica, il teatro o la lettura - ha un peso che nessun regolamento penitenziario può sostituire. Giovani eccellenze marchigiane: otto premiati per i contributi alla comunità Mentre il dibattito pubblico sugli IPM si concentra sul sovraffollamento e sulle risorse da stanziare, la domanda educativa resta spesso in secondo piano: quanti dei 590 ragazzi oggi detenuti hanno mai sentito qualcuno chiedersi dove risiede la loro felicità? Quella di Catania è una risposta possibile. Mancano ancora accordi istituzionali stabili per renderla pratica ordinaria negli altri 16 istituti. La bellezza ritrovata: l’affresco Perché il concerto di Marcelo Cesena all’IPM di Catania è stato significativo? Il concerto ha permesso a molti ragazzi di ascoltare e vedere un pianoforte per la prima volta, offrendo un’esperienza di bellezza e attenzione personale spesso assente nella loro formazione in carcere. Qual è la situazione attuale degli IPM in Italia in termini di sovraffollamento? Dopo il Decreto Caivano del 2023, il numero di minori detenuti negli IPM è aumentato del 48%, con 9 istituti su 17 in sovraffollamento, una condizione mai registrata prima. Qual è il ruolo delle attività artistiche negli istituti penali per minorenni? Le attività artistiche, come musica e teatro, offrono ai giovani detenuti strumenti per riconoscere la propria identità oltre il reato, ma la loro presenza è ancora marginale e spesso dipende da iniziative esterne e non da finanziamenti stabili. Chi ha reso possibile l’iniziativa del concerto all’IPM di Catania? L’iniziativa è stata resa possibile dalla collaborazione tra l’arcivescovo, la direzione carceraria, la polizia penitenziaria e il CPIA, coordinati per un progetto educativo comune. Quali sono le principali carenze del sistema educativo negli IPM italiani? Spesso la formazione è affidata solo alla scuola interna senza connessioni con realtà esterne, limitando le esperienze formative che vanno oltre l’istruzione tradizionale e non affrontano bisogni educativi più profondi. Vibo Valentia. “MusicanDO… Insieme”: la musica entra nel carcere di per costruire inclusione calabriapost.net, 5 maggio 2026 La musica come occasione concreta di rinascita personale e inclusione sociale entra nella Casa Circondariale di Vibo Valentia con “MusicanDO… Insieme”, il progetto in partenza nel mese di maggio 2026 promosso dall’Associazione Promocultura ETS, guidata dal prof. Tommaso Rotella, in collaborazione con la direzione del carcere nella persona del suo Direttore Angela Marcello del vice Direttore dr. Omar J. R. Melito, del comandante di reparto Pietro Davide Romano del Vice Comandante Eleonora Presa, di tutti i funzionari dell’Area giuridico-pedagogica e la Caritas Diocesana di Mileto-Nicotera-Tropea, nella persona del direttore don Antonio Pileggi. L’iniziativa promossa e voluta fortemente dal Vescovo S.E. Rev.ma Mons. Attilio Nostro, si sviluppa con il vivo interesse del diacono Raffaele Cuppari, impegnato nell’attività pastorale penitenziaria all’interno dell’Istituto, come responsabile dello sportello Caritas. Il progetto prevede un percorso formativo strutturato con lezioni settimanali. Le attività didattiche comprenderanno canto leggero-pop, chitarra, tastiera e musica d’insieme, con un obiettivo ambizioso: dare vita a un coro stabile oppure arrivare alla realizzazione di un musical che coinvolga attivamente i partecipanti. Particolare attenzione sarà dedicata alla valorizzazione delle tradizioni musicali popolari calabresi e del Sud Italia, affiancata da un’apertura interculturale grazie al laboratorio “Suoni e Colori del Mediterraneo”. In questo spazio, i repertori musicali dei detenuti stranieri si intrecceranno con quelli locali, favorendo il dialogo tra culture diverse e la costruzione di un’identità musicale condivisa. L’intento è quello di creare un gruppo capace di esprimere una musica popolare internazionale, frutto di contaminazioni ed esperienze personali. Per i promotori, la musica rappresenta uno strumento educativo e relazionale di grande efficacia: consente di canalizzare le emozioni, rafforza le capacità espressive e comunicative e contribuisce a creare dinamiche positive di socializzazione all’interno del contesto detentivo. Non solo: il progetto mira anche a offrire competenze utili e stimolare percorsi di crescita personale, restituendo ai partecipanti un senso di dignità e prospettiva. Le attività saranno curate da due insegnanti e un collaboratore dell’associazione. È prevista una performance conclusiva dei corsisti, un momento che rappresenterà non solo un traguardo artistico, ma anche un’occasione di apertura verso l’esterno e di condivisione del percorso svolto. “MusicanDO… Insieme” si propone così di trasformare il tempo della detenzione anche in un’esperienza attiva e significativa, dove le note diventano linguaggio universale e ponte tra storie diverse, offrendo ai partecipanti una concreta possibilità di espressione, integrazione e futuro. Milano. “Liberi di Giocare”, un libro sul progetto carcere a S. Vittore csi.milano.it, 5 maggio 2026 La prefazione al libro, scritta da Lucia Teormino, responsabile del progetto carcere CSI Milano, “Liberi di Giocare”. Nel libro, anche le testimonianze di alcune società CSI che hanno preso parte al progetto, disputando una gara di campionato a San Vittore. Ci sono luoghi in cui il calcio non è solo uno sport, ma una possibilità. Dietro le mura di San Vittore, il pallone non rotola soltanto per segnare dei gol: diventa un mezzo per ricominciare, per riscoprire la propria dignità, per sentirsi parte di qualcosa di vero. “Liberi di giocare” è il titolo di un progetto, ma è soprattutto un manifesto di speranza. Questa pubblicazione racconta un anno straordinario di vita e di sport. La storia dei ragazzi del San Victory Boys (stagione 2024/25): una squadra nata dove nessuno immaginerebbe di trovare un campo da calcio e che invece ha saputo regalare emozioni, vittorie e, soprattutto, umanità. Attraverso le voci dei protagonisti - allenatori, volontari, detenuti, arbitri e squadre CSI che hanno accettato di giocare “oltre le sbarre” - emerge un mosaico di esperienze che supera il risultato sportivo. È la cronaca di un percorso fatto di disciplina, fiducia e rispetto, ma anche di sorrisi, abbracci e lacrime. Autore della pubblicazione è Simone Gioia, primo allenatore dei S. Victory Boys durante la stagione sopra citata. Il racconto è un insieme di brevi flash che danno volto e corpo a un’avventura irripetibile. In queste pagine si percepisce la forza rivoluzionaria dello sport, la sua capacità di creare legami, di far cadere barriere, di accendere speranze. Ogni allenamento, ogni partita, ogni gesto è un piccolo passo verso la libertà, quella vera: quella che nasce dentro, anche quando il mondo fuori è chiuso da sbarre e cancelli. Non è soltanto il diario di una stagione, ma la testimonianza di come il calcio possa diventare strumento di resilienza e rinascita. Un inno alla vita e alla bellezza che può germogliare anche nei luoghi meno accoglienti. Roma. Carcere e futuro: un documentario ambientato nel reclusorio femminile della Giudecca La Repubblica, 5 maggio 2026 La proiezione domani alle 18.30 nella sala del Cinema Aquila a Roma. Il tutto è promosso da “Women in Film, Television & Media Italia”. Un appuntamento per riflettere sul valore dell’arte e della creatività applicati alla formazione professionale di persone in regime di detenzione carceraria. Accadrà domani, 5 maggio, a partire dalle 18.30 al Nuovo Cinema Aquila (Via L’Aquila, 66-74), dove avrà luogo l’evento “Carcere e Futuro. Formazione e trasformazione creativa nell’esperienza carceraria”. “Le farfalle della Giudecca”. Tutto è organizzato da Women in Film, Television & Media Italia (Wiftmi) con il Pigneto Film Festival e il Nuovo Cinema Aquila, ricco di iniziative sotto la direzione artistica di Mimmo Calopresti. Si comincia con la proiezione del documentario “Le Farfalle della Giudecca” (74’), diretto da Rosa Lina Galantino e Luigi Giuliano Ceccarelli, con la voce narrante di Ottavia Piccolo, presentato all’ultima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia (Isola di Edipo). Al termine ci sarà una riflessione sul tema della carcerazione come momento di rigenerazione e ristrutturazione della persona a livello psicologico, creativo e lavorativo. L’urgenza di percorsi creativi e formativi per rendere possibile una vera trasformazione. Un racconto corale tutto al femminile che si svolge dentro la Casa di Reclusione della Giudecca, dove arte, lavoro e dignità costruiscono ogni giorno percorsi concreti di rinascita. Le detenute raccontano l’emozione di diventare guide della Biennale, ma anche responsabili di un servizio di lavanderia e stireria che serve i migliori hotel di Venezia, di una sartoria che realizza sfilate e veste le madrine del Festival del Cinema: storie vere che ribaltano stereotipi e aprono nuove prospettive sul sistema carcerario. Storie che rivelano come sia viva e urgente la necessità di percorsi creativi e formativi per rendere possibile una trasformazione di vita durante e dopo il cammino detentivo. Gli interventi dopo la proiezione. Dopo la visione del film si terrà un incontro cui interverranno, oltre alla regista Rosa Lina Galantino; Ludovica Andò, regista, formatrice e progettista di interventi d’inclusione in ambito penitenziario; Valentina Calderone, Garante dei diritti delle persone private della libertà personale; Eleonora di Benedetto, avvocata cassazionista e vicepresidente Fondazione Severino; Antonella, ex ospite della casa di reclusione della Giudecca e una delle attrici nel film; infine, Rachele Stroppa, ricercatrice di Associazione Antigone. A moderare sarà Giulia Merenda, regista e docente di Lettere negli Istituti di Pena di Roma Rebibbia, tra le fondatrici di Women in Film, Television & Media Italia. La rivoluzione di teorizzare la pace in epoca di conflitti di Giulia Merlo Il Domani, 5 maggio 2026 In questa fase storica, in cui la guerra anestetizza il sentire sociale, la sfida è tornare a riconoscere l’altro - e così il proprio limite - per ricostruire uno spazio di comunità. Di questa sfida si fa carico il saggio “Per una pace possibile”. La guerra ha in sé una doppia forza distruttrice: non solo quella fisica, che riguarda i luoghi e le persone, ma anche quella di corrodere il linguaggio con cui la si racconta e la si spiega, anestetizzando lentamente anche il senso di orrore e lo sdegno. Questo è tanto più vero nel tempo presente, che è sempre più martoriato dai conflitti armati che hanno invaso i media a partire dal 7 ottobre 2023, per poi arrivare alla tragedia di Gaza, all’allargamento del fronte a tutto il Medio Oriente fino, ora, allo scontro bellico in Iran. E non vale solo per le guerre in senso proprio, ma anche per altri luoghi di frontiera - il carcere, per esempio - dove il bilico è sempre quello tra i principi di giustizia astratti e la ricaduta concreta nella legge del più forte. L’interrogativo, ad oggi ancora insoluto, è: da dove ricominciare, quando tutto questo sarà finito? Tentano una risposta Adolfo Ceretti e Roberto Cornelli, nel saggio Per una pace possibile. Responsabilità, giustizia e riparazione al tempo delle guerre (Feltrinelli, 2026). Quella filosofica si rifà alla tragedia di Eschilo, Eumenidi, in cui la dea Atena prima fonda un tribunale, l’Areopago, poi è in grado di far abbandonare alle Erinni i loro propositi di vendetta con lo strumento della parola. La banalizzazione della violenza nell’era del tycoon Riconoscere l’altro Gli autori, però, escono dalla metafora, articolandola: il conflitto si ricompone solo quando le istanze delle parti non vengono rimosse né assecondate, ma reciprocamente riconosciute fino a creare uno spazio comune di convivenza. La traduzione in concreto di questo concetto ha un suo punto di caduta a livello giuridico, quando si accede - parallelamente al processo che stabilirà i torti, le ragioni e le pene - alla giustizia riparativa, ma anche sui fronti bellici, quando le diplomazie si siedono al tavolo della negoziazione. Entrambi i percorsi sono fragili, ma dalla loro riuscita passa il ricucire, nel micro e nel macro, la tela sociale che ogni conflitto dilania. Perché questo sia possibile, tuttavia, serve un presupposto: il riconoscimento del proprio limite, così da poter pensare l’esistenza dell’altra parte e dunque riconoscerne la stessa propria legittimità a occupare lo spazio. Proprio questo indaga il saggio, mettendo a fuoco la difficoltà una forma di ricomposizione del conflitto si concretizzi, paradossalmente, proprio nelle moderne democrazie compiute in cui la frammentazione della società produce dissidi all’apparenza insolubili. Prendendo in esame tutti i maggiori scenari bellici del nuovo Millennio, emerge come essi abbiano nutrito un ecosistema di violenza collettiva che oggi rischia di diventare lo status quo, che ha anestetizzato i media, la politica e in ultima analisi l’identità stessa dei nuovi cittadini. E allora, la domanda finale è ineludibile: pensare la pace è impossibile? Questa, secondo gli autori, è la grande sfida del presente e la risposta è tutta politica. Tutti gli edifici giuridici che hanno costruito il tessuto istituzionale delle democrazie occidentali, infatti, adesso appaiono come strumenti poco efficaci in uno scenario d’eccezione, in cui ogni istituzione - si pensi alla Corte penale internazionale - sembra aver perso legittimazione ad agire. Eppure, la pace è “un campo in movimento” e, per “orchestrarla”, è necessario tornare all’origine della giustizia: quella parola che fa conoscere e permette di ri-conoscersi, che ha trasformato le Erinni in Eumenidi. L’era Trump tra errori, crimini e violazioni: pagheremo tutti, e pagheremo caro. Cittadinanza negata per “antagonismo”. Ma il Tar ribalta tutto di Giansandro Merli Il Manifesto, 5 maggio 2026 La pubblica amministrazione non aveva neanche motivato il diniego. In cinque anni 975 richieste respinte per ragioni di sicurezza. E non servono prove. Gli hanno negato la cittadinanza perché “contiguo alla sinistra antagonista veronese”. Fatto che, secondo la pubblica amministrazione, rappresenterebbe un pericolo per la Repubblica. Nel 2026 bastano simili tesi per rifiutare a chi vive in Italia da tanti anni, parla perfettamente la lingua, ha un reddito e una residenza regolare la possibilità di entrare a pieno titolo nella società di cui già fa parte. È il caso di L. O., per il quale le ragioni del diniego non sono state nemmeno motivate: non solo in prima battuta, ma perfino in sede di ricorso. Così alla fine il Tar del Lazio ha dato ragione all’uomo. Non che per negare la cittadinanza a un richiedente servano troppe spiegazioni. La legge del 1992 lascia enormi spazi di arbitrarietà amministrativa e anche la giurisprudenza è convenuta che la concessione sia un atto di “alta amministrazione”. Non serve dunque entrare nel dettaglio del rifiuto con prove o documenti: basta che l’argomentazione sia “logica”. Nel caso di L. O. non era nemmeno tale, ha stabilito il giudice. “Invero, il riferimento alla “contiguità” del ricorrente con un movimento qualificato come “sinistra antagonista veronese” non è corredato da adeguati elementi esplicativi - anche succintamente descritti - circa la natura, le finalità o la connotazione del movimento medesimo, né è chiarito se si tratti di un’organizzazione caratterizzata da finalità terroristiche, eversive o comunque tali da poter incidere sui profili di sicurezza della Repubblica”, si legge nel provvedimento. Del resto avrebbe stupito il contrario: Verona è nota da almeno 30 anni per fenomeni di ben altro colore politico. È abbastanza difficile credere che un’eventuale eversione di sinistra possa partire proprio dalla città veneta. L’uomo è stato comunque dichiarato un pericolo per lo Stato in virtù delle sue frequentazioni e per questo ha ricevuto il diniego da cui è nato il ricorso, presentato dagli avvocati Giulia Crescini e Salvatore Fachile. A carico di L. O. risultano due denunce per reati “bagatellari” come si suol dire: occupazione di suolo pubblico e di un’aula comunale. Entrambe sono state archiviate. Potrebbero aver pesato dunque segnalazioni di polizia, magari quella politica, la digos. Probabilmente per la partecipazione alle attività del laboratorio autogestito Paratodos, che da anni si batte per ampliare i diritti sociali e tutelare i cittadini stranieri. “Gli hanno negato la cittadinanza usando come escamotage un’indimostrata pericolosità per la sicurezza dello Stato. Un’affermazione sganciata da precedenti penali o fatti di alcun tipo. È solo un modo per punire l’attività politica di questo ragazzo. Infatti nemmeno durante la disclosure (l’obbligo per le parti di mostrare i documenti rilevanti in sede processuale, ndr) la pubblica amministrazione è riuscita a fornire informazioni concrete”, afferma Crescini. Il caso veronese non è isolato. Un accesso agli atti presentato dalla giornalista Federica Rossi, che ne ha scritto su questo giornale l’11 marzo scorso, mostra come negli ultimi cinque anni 975 persone si siano viste respinta la richiesta di cittadinanza per motivazioni inerenti alla sicurezza dello Stato. Ovviamente non tutte hanno avuto gli strumenti per fare ricorso, poche sono riuscite ad avere ragione. E anche per L. O. il caso resta aperto. Il Tar non può sostituirsi alla pubblica amministrazione riconoscendo il diritto. Adesso la palla torna all’autorità amministrativa. Può concedere la cittadinanza ma può anche opporre un nuovo rifiuto, argomentandolo meglio. Nel tentativo di dargli una forma che appaia quantomeno “logica, coerente e ragionevole”. Ammesso sia possibile. Senzatetto, un fenomeno più esteso di quanto pensiamo: in Italia manca una strategia di Giovanni Laino Il Domani, 5 maggio 2026 I senza dimora costituiscono un “mondo di mondi”. L’Housing First è un approccio innovativo che mette la casa come punto di partenza, non come traguardo finale: non più un letto in dormitorio come premio per la buona condotta, ma una chiave di casa come base per ricominciare. Diecimila persone in una sola notte. È l’istantanea, cruda e senza filtri, scattata dall’Istat nel cuore dell’inverno scorso: un censimento che nelle 14 città metropolitane italiane ha contato 10.037 esistenze sospese. Di queste, quasi la metà non ha nemmeno il conforto di un letto in un centro di accoglienza; vivono - o sopravvivono - tra marciapiedi, parchi e sistemazioni di fortuna. Il dato non è solo un numero, ma la conferma di un legame viscerale e drammatico tra la dimensione delle nostre città e la perdita della dignità abitativa: più la metropoli cresce, più espelle i gli abitanti più fragili verso i margini. Roma si conferma l’epicentro di questa crisi, accogliendo da sola oltre un quarto del totale nazionale (2.621 persone), seguita da una Milano che conta 1.641 senza dimora. Ma è nel confronto tra le città che emerge la complessità del fenomeno: se a Torino e Napoli i numeri assoluti si equivalgono, la geografia del disagio cambia pelle muovendosi lungo la penisola. Mentre al Nord la presenza straniera nelle strutture di accoglienza è preponderante, superando i due terzi del totale, al Sud il fenomeno assume contorni diversi, spesso legati a forme di marginalità più autoctone e meno visibili, ma non per questo meno feroci. Diecimila invisibili: chi sono le persone senza dimora nelle città italiane Un mondo di mondi Guardando più da vicino il fenomeno, emerge che i senza dimora costituiscono un “mondo di mondi”: un universo frammentato per storie, condizioni sociali e traiettorie biografiche. A livello europeo, la homelessness è definita in modo esteso attraverso la tipologia Ethos, che include non solo chi vive in strada, ma anche chi è privo di un’abitazione stabile, sicura o adeguata. In strada si incontrano persone con disturbi psichici, dipendenze, biografie segnate da traumi improvvisi - perdita del lavoro, separazioni, sfratti -, ex detenuti, persone dimesse da ospedali o strutture assistenziali, ma anche individui colpiti da processi più lenti di impoverimento. Ma il fenomeno non si esaurisce in chi dorme su cartoni e coperte. Ci sono persone che vivono in auto, nei centri di accoglienza, o in soluzioni temporanee. A queste si affiancano coloro che dispongono di una “residenza di prossimità”: un indirizzo formale utile per accedere a diritti e servizi, ma che non corrisponde a un luogo reale in cui potere abitare. Si tratta di un dispositivo amministrativo che consente l’accesso a prestazioni essenziali a chi vive in condizioni abitative precarie o informali (strada, occupazioni, sfratti, sistemazioni instabili). Inoltre, altre quote di popolazione ben più ampie, soprattutto in alcune città del sud, vivono in alloggi del tutto impropri: tende, baracche, seminterrati, bassi. Solo a Napoli si stimano circa 15.000 bassi, abitati da circa 40.000 persone, spesso in condizioni critiche. In questi contesti si concentra anche una quota significativa di popolazione migrante, costretta a condividere spazi minimi in condizioni di forte sfruttamento. In condizioni meno drammatiche ma comunque critiche vi sono poi persone tendenzialmente espulse dalle loro abitazione a causa dei fenomeni di turistificazione che spingono i proprietari. “Sono un manager senzatetto, la mia azienda non lo sa”. Le storie di chi vive per strada: oltre un quarto è a Roma L’Housing First L’Housing First è un approccio innovativo che mette la casa come punto di partenza, non come traguardo finale: non più un letto in dormitorio come premio per la buona condotta, ma una chiave di casa come base per ricominciare. Il modello prevede l’inserimento diretto in appartamenti indipendenti di persone senza dimora, accompagnato da un sostegno personalizzato. La casa diventa così la base per ricostruire autonomia e diritti di cittadinanza. Il modello molto efficace in alcuni paesi europei è una infrastruttura di welfare urbano costruita attraverso reti locali, ancora del tutto minoritaria in Italia. Alcune città, come Bologna e Milano, stanno progressivamente spostando il baricentro dai servizi di accoglienza all’abitare. Altre, come Napoli, si trovano ancora in una fase intermedia, in cui convivono politiche emergenziali, interventi di strada e pochi primi programmi di autonomia abitativa. L’espansione degli affitti turistici, la carenza di edilizia residenziale pubblica, la pochezza dei cohousing, sempre più necessari in una società che invecchia, lo sfruttamento lavorativo di molti migranti senza casa o in pessime condizioni abitative, contribuiscono a rendere strutturale il problema. Quindi il numero delle persone senza dimora dipende da chi si considera ed è comunque destinato a crescere. In Italia non esiste ancora una strategia nazionale unitaria di prevenzione e contrasto della homelessness. Attraverso strumenti come il Fondo Povertà, il PON Metro Plus e il Pnrr, negli ultimi anni si è cercato di rafforzare gli interventi locali. Una strategia che si deve necessariamente collegare a quella di nuovi piani casa, con politiche integrate, di livello europeo, nazionale e locale. Per associare efficacia delle politiche e massima tensione all’equità, si tratta di abbandonare il prevalente modello emergenziale per un approccio teso all’esigibilità dei diritti cercando di superare gli sprechi. Nuovo record per la spesa militare globale: ora bisogna sciogliere il dilemma della sicurezza di Pasquale Pugliese* Il Fatto Quotidiano, 5 maggio 2026 L’esplosione infinita delle spese militari non svolge alcuna magica funzione di deterrenza per la sicurezza, ma moltiplica le guerre. Mentre tutto il mondo si apprestava a festeggiare il Primo Maggio, il Sipri - lo Stockholm International Peace Research Institute che monitora le spese militari internazionali - ci informava che nel 2025 la spesa militare globale è stata spinta al nuovo record di 2.887 miliardi di dollari, l’undicesimo aumento consecutivo. Il principale fattore che ha contribuito al nuovo balzo in avanti della spesa militare globale è stato l’incremento del +14% in Europa, che ha raggiunto gli 864 miliardi di dollari: “Nel 2025, la spesa militare dei membri europei della Nato è aumentata più rapidamente che in qualsiasi altro momento dal 1953”, hanno spiegano i ricercatori del Sipri e “considerata la portata delle crisi attuali, nonché gli obiettivi di spesa militare a lungo termine di molti Stati, è probabile che questa crescita continui fino al 2026 e oltre”. L’Italia non fa eccezione: “con un aumento del 20%, il nostro Paese è tra i principali contributori della spirale militarista europea” - scrive a commento di questi dati la Rete Italiana Pace e Disarmo - rientrando stabilmente nel gruppo dei primi 15 Paesi della classifica derivante dai dati Sipri”. Insomma, complessivamente, quasi tre mila miliardi di dollari (il 55% dei quali spesi dall’insieme dei Paesi aderenti alla Nato) sono stati sottratti, nel solo anno scorso, agli investimenti civili, sociali, sanitari, ecologici e trasferiti dai bilanci degli Stati al complesso militare industriale internazionale. E molti di più lo saranno nei prossimi anni, se non poniamo un freno alla corsa al riarmo. “Ogni ordigno prodotto, ogni nave da guerra varata, ogni missile lanciato significa un furto ai danni di coloro che sono affamati e non sono nutriti, di coloro che sono nudi e hanno freddo - diceva in un celebre discorso l’appena eletto presidente Usa Dwight D. Eisenhower, ex generale, che alla fine del suo mandato avrebbe messo in guardia anche sul potere illecito del complesso militare-industriale - Questo mondo in armi non sta spendendo soltanto dei soldi, sta spendendo il sudore dei suoi lavoratori, il genio dei suoi scienziati, le speranze dei suoi giovani”. Era, appunto, il 1953 - Inoltre, l’esplosione infinita delle spese militari non svolge alcuna magica funzione di deterrenza per la sicurezza, ma moltiplica le guerre (il dato dell’Uppsala Conflict Data Program, aggiornato al 2024, parla di 175 conflitti armati in corso sul pianeta) e alimenta l’insicurezza globale, che nutre a sua volta l’industria bellica in un necrofilo circolo vizioso. Lo rileva anche Rete Italiana Pace e Disarmo: “mentre questi nuovi dati di spesa militare vengono pubblicati, assistiamo alla continuazione e all’allargamento di numerosi conflitti armati (dall’Ucraina al Medio Oriente, dall’Africa subsahariana ad altre aree di crisi) con numero di guerre e conflitti armati violenti attivi oggi ai massimi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Conflitti che a loro volta alimenteranno ulteriori aumenti di spesa militare negli anni a venire”. Il classico “dilemma della sicurezza” che con il proliferare degli armamenti si trasforma nel suo contrario, mettendo sempre più a rischio la vita di tutti. Oltre a quelle quotidianamente spazzate via nelle guerre in corso. E, intanto, modifica l’assetto strutturale dei distretti produttivi che, anche nel nostro Paese, stanno operando una progressiva trasformazione bellica delle industrie civili. Lo ha lucidamente esplicitato nel messaggio per la Festa dei lavoratori anche Roberto Repole, Arcivescovo di Torino e vescovo di Susa: “il mercato degli ordigni di morte sta fiorendo e sta distribuendo ricchi profitti agli azionisti solo perché le armi vengono usate in altre parti del mondo per uccidere e devastare. (…) La guerra ha radici nell’odio e nelle ingiustizie del mondo, ma è anche un grande business economico e sta spingendo sulla produzione delle armi, probabilmente oltre il bisogno di difesa da parte di un Paese come l’Italia”. Allora bisogna domandarsi, conclude Repole, “quali persone vogliamo essere, come vogliamo spendere le nostre esistenze e la nostra comunità: eravamo la città delle auto, vogliamo diventare la città delle armi?”. Domanda che vale per Torino ma anche per il resto del Paese. Eppure, una parte crescente di italiani a questa domanda domanda risponde sottoscrivendo la Campagna di “Obiezione alla guerra” del Movimento Nonviolento e la proposta di legge per la “Difesa civile non armata e nonviolenta” delle reti pacifiste e nonviolente. Ossia facendo politiche attive di pace dal basso, esercitando il potere dei popoli. Ebbene, anche di questo parleremo nel Convegno nazionale Una scelta per la pace. L’obiezione di coscienza ieri, oggi, domani, che si svolgerà il 9 maggio a Fontaneto D’Agogna, nel novarese, a cura del MIR-Movimento Internazionale della Riconciliazione e altre organizzazioni. Esso vedrà, tra gli altri partecipanti, anche il collegamento con l’obiettrice di coscienza israeliana Yone Roseman, dell’organizzazione dei refusenik Mesarvot, e Olga Karach, attivista per i diritti umani bielorussa. Perché solo chi si assume la responsabilità di dire no alla guerra e al genocidio, al riarmo e al bellicismo - e di costruirne le alternative di pace con mezzi pacifici - può fermare la corsa verso il baratro nel quale ci stanno conducendo i governi. E sciogliere finalmente il dilemma della sicurezza. *Filosofo, autore su pace e nonviolenza Tunisia. Escalation di repressione: giornalisti in carcere e associazioni per i diritti umani sospese di Nadia Addezio nigrizia.it, 5 maggio 2026 L’ultimo caso in ordine di tempo è quello del noto cronista El Hani, in carcere dallo scorso 24 aprile con accuse ritenute politicamente motivate. Colpite nei giorni scorsi anche realtà storiche come la Lega tunisina dei diritti umani, le cui attività sono state sospese per un mese. In Tunisia, i giornalisti sono nel mirino. Questa settimana il popolare cronista Zied El Hani ricomparirà davanti al tribunale di primo grado di Tunisi. La sentenza sul suo caso è attesa per giovedì 7 maggio. Noto per le sue posizioni contrarie alle politiche del presidente Kaïs Saïed, il cronista è stato arrestato il 24 aprile scorso per un post su Facebook in cui criticava una sentenza. L’accusa è “oltraggio alla corte”. Lunedì ha iniziato uno sciopero della fame. La dinamica dell’arresto di El Hani - “Vi ricordate il caso del giornalista Khalifa El Kasmi, corrispondente di Mosaïque FM a Kairouan, che fu processato in un caso di terrorismo insieme a un ufficiale dell’unità antiterrorismo della Guardia nazionale (Abdel Aziz El Chamkhi, ndr), il quale gli aveva fornito un’informazione sul successo della sua squadra nello smantellare una rete terroristica?”. Inizia così il post che ha portato all’arresto di El Hani. Il giornalista era intervenuto a una conferenza alla facoltà di Giurisprudenza e Scienze politiche di Tunisi, dove aveva ripercorso il caso giudiziario controverso, conclusosi con un’assoluzione dei due imputati. El Kasmi ha scontato tre anni e mezzo di carcere, mentre Abdel Aziz El Chamkhi è morto in detenzione “sopraffatto dall’ingiustizia e dal dolore”. Nel post, El Hani invitava a riascoltare il suo intervento. Dopo essere stato interrogato dalla Quinta unità centrale per la lotta ai crimini informatici e delle comunicazioni della Guardia nazionale, a El Aouina, è stato arrestato e posto in custodia cautelare. È processato ai sensi dell’articolo 86 del Codice delle telecomunicazioni che prevede fino a due anni di reclusione per “chiunque, consapevolmente, arrechi danno ad altri o turbi la loro quiete pubblica attraverso le reti di telecomunicazione pubbliche”. L’Unione nazionale dei giornalisti tunisini ha reagito condannando “la politica di silenziamento delle voci e di indebolimento del principio di libertà di espressione, soprattutto nello spazio digitale”. Ha chiesto, inoltre, “l’immediata e incondizionata” scarcerazione, invitando le autorità a trattare casi di espressione di opinioni, come quello di El Hani, facendo riferimento al decreto legge 115 sulla libertà di espressione e non “leggi punitive come il Decreto 54 e il Codice delle comunicazioni”. Non è la prima volta che El Hani subisce un tentativo di imbavagliamento. Già a gennaio 2024 era stato posto in custodia cautelare con l’accusa di aver “insultato la persona” del ministro del Commercio, Kalthoum Ben Rejeb, durante un programma radiofonico da lui condotto. Era stato condannato a sei mesi di carcere con sospensione della pena. Il caso di Mourad Zeghidi - A restare invischiato in questo clima di crescente repressione è stato anche il giornalista franco-tunisino Mourad Zeghidi, in carcere dal 2024. Condannato in primo grado a tre anni e mezzo di reclusione per “riciclaggio di denaro ed evasione fiscale” insieme all’editorialista Borhen Bsaies, il 28 aprile la Corte di appello di Tunisi ha di nuovo respinto le richieste di scarcerazione presentate dalla difesa. Il giornalista di Canal+ e commentatore del programma “L’Émission Impossible’ di Radio IFM era stato arrestato a maggio con l’avvocata e giornalista Sonia Dahmani e con Bsaies. L’accusa comune era “diffusione di notizie false” e “dichiarazioni false con l’intento di diffamare altri”, ai sensi del famigerato Decreto legge 54. Zeghidi aveva a sua volta espresso solidarietà a un collega incarcerato, Mohamed Boughalleb, commentatore politico dell’emittente radiofonica privata Cap FM. Aveva inoltre commentato gli sviluppi politici e sociali del paese. Il giornalista avrebbe dovuto essere rilasciato a gennaio 2025, se non fosse stato per la nuova accusa di riciclaggio di denaro ed evasione fiscale che lo ha lasciato dietro alle sbarre, nel carcere di Mornaguia. Il 28 aprile la Corte d’appello ha accettato la richiesta della difesa di rinviare il giudizio di merito. Il 12 maggio ci sarà la prossima udienza. Pressione sui media indipendenti - Ma la repressione non si arresta ai singoli giornalisti. L’11 maggio, infatti, il Tribunale di primo grado di Tunisi esaminerà la richiesta di scioglimento dell’associazione Al Khatt, organizzazione che gestisce il media indipendente Inkyfada, specializzata in inchiesta e reportage. L’ONG internazionale Reporter senza Frontiere (RSF) riporta che l’associazione è dal 2023 sotto pressione, tra temporanei congelamenti di fondi e sospensioni. “Le misure contro Al Khatt stanno concretamente influenzando il lavoro dei giornalisti di Inkyfada”, ha detto Malek Khadhraoui, direttore editoriale e membro del consiglio di amministrazione di RSF. Una dinamica che aveva colpito già il media indipendente Nawaat nell’ottobre 2025 e che l’aveva portato a interrompere i suoi lavori per 30 giorni nell’ambito di un’indagine amministrativa e finanziaria durata un anno. Secondo l’indice di RSF sulla libertà di stampa nel mondo, pubblicato la settimana scorsa, la Tunisia si classifica al 137esimo posto su 180 paesi. Nel 2025, occupava il 129esimo posto. Sospensione della Lega tunisina per i diritti umani - Come riporta Inkyfada in un recente articolo, la sospensione dovrebbe seguire un iter procedurale preciso. Tuttavia, le associazioni e organizzazioni che vengono raggiunte dalla decisione, non ricevono un preavviso o vengono sospese nonostante la regolarizzazione della propria situazione. “Questo rende la sospensione più simile a una punizione predeterminata, attuata prima del completamento delle presunte procedure legali”. È quanto avvenuto il 24 aprile anche alla Lega tunisina per i diritti umani (LTDH), tra le più antiche organizzazioni arabe e africane per i diritti umani, vincitrice del premio Nobel per la pace nel 2015. Sospesa per un mese, la LTDH ha ricevuto l’ordinanza emessa dal presidente del Tribunale di primo grado di Tunisi per non aver rispettato la scadenza per lo svolgimento della sua assemblea generale ordinaria. L’associazione ha denunciato in una dichiarazione pubblica che la sospensione delle sue attività è “una misura arbitraria e grave, che costituisce una flagrante violazione della libertà di associazione e del lavoro delle associazioni”. Secondo la Lega, la sospensione viola il Decreto legge 88, adottato dopo la cosiddetta “Rivoluzione dei Gelsomini” del 2011 per tutelare le associazioni, ma che ora viene utilizzato per reprimerle. Le sospensioni di media indipendenti e associazioni, così come la repressione dei singoli giornalisti, s’inseriscono nel più ampio contesto politico e sociale che la Tunisia sta vivendo: un arretramento progressivo delle libertà che ha preso avvio nel luglio 2021, con il colpo di mano del presidente Kaïs Saïed. E che non accenna a fermarsi.