Neppure un frigorifero per amico di Ornella Favero* Ristretti Orizzonti, 4 maggio 2026 Ho insegnato per anni alle persone detenute il valore della testimonianza, le ho accompagnate a scavarsi dentro e a non risparmiarsi nel racconto di sé, oggi raccolgo doppi frutti, i frutti del fatto che in tanti hanno regalato ai ragazzi delle scuole le loro preziose storie, e ribadisco, “preziose”, perché capire il male, scoprirne i meccanismi, imparare a difendersene è un grande privilegio. Ma il doppio frutto che raccolgo è che anch’io ho imparato a raccontarmi, a spiegare il mio star male, a non parlare solo degli altri ma anche di me, perché la vicinanza tra chi ha fatto il bene e chi il male (equiprossimità la chiamano saggiamente quelli che si occupano di Giustizia Riparativa) insegna molto più della saggia e misurata giusta distanza. Qualche tempo fa ho scoperto che se non mi operavo in fretta di un meningioma poteva succedermi di tutto (me lo spiegò con dettagli quasi crudeli un giovane chirurgo un po’ sadico): perdita della vista, dei riflessi, della mia grande indipendenza, delle facoltà particolari del mio cervello), e comunque la situazione era così complicata che nessuno mi poteva rassicurare su niente. Ma io almeno ho avuto la possibilità di consultare tre eccellenti specialisti a Milano, dove sono andata con le mie gambe a parlare con loro per capire a chi volevo affidare il mio complicato cervello. Mi sono sentita rassicurata da un primario che ha sorriso e scherzato con me, che mi ha spiegato un intervento complesso ma mi ha anche detto che sono la sua materia, quegli interventi, non sono roba da superman. Mi sono sentita una malata “normale”, non un caso disperato. Ecco, il primo desiderio sarebbe che anche in carcere trattassero le persone appunto da persone, le incoraggiassero, le aiutassero a pensare che non sono diverse dagli altri “pazienti” (a proposito, pazienti perché? Perché dobbiamo pazientare tanto prima di avere delle risposte? Perché abbiamo paura di fare domande, e io invece da chirurgo direi: “Chiedimi tutto, non so se riuscirò, a risponderti, ma ci proverò”. Dall’ospedale sono uscita, dopo due interventi di 5 e di 7 ore con la calotta cranica segata, una rete di titanio e un cervello così ben funzionante che in terapia intensiva parlavo correntemente russo, come succede nella mia vita reale, segnale che la mia testa aveva deciso di tornare a funzionare magistralmente. Quello che però mi pareva funzionare poco era il mondo circostante. Uscita dalla terapia intensiva, ho capito che nelle carceri c’era un nuovo problema: per un detenuto non era più possibile neppure avere un frigorifero per amico, il frigorifero (con complesse distinzioni fra frigobar e frigo a pozzetto) costituiva il nuovo nemico dell’Amministrazione: “In nessun caso i pozzetti frigo e/o frigo potranno essere collocati nelle camere di pernottamento per le criticità più volte evidenziate legate alla possibilità di occultamento di oggetti o sostanze non consentite, nonché di utilizzo improprio come per barricamento e/o strumento atto ad offendere”. Ma possibile che un’Amministrazione che si occupa dei temi delicati della Giustizia non sia in grado di trovare degli strumenti per accompagnare le persone detenute non a tirarsi addosso frighi e pozzetti, ma a ricostruire delle relazioni civili in cui le persone scoprano che è possibile vivere decentemente guardando avanti e usando i frigoriferi per quello per cui sono stati inventati, mantenere “al fresco” quello che da fresco ti dà sollievo? A febbraio ho incontrato a Roma con Volontariato e Terzo settore (Coordinamento Carcere Due Palazzi) il Capo del DAP, Stefano Carmine De Michele e il direttore della Direzione generale Detenuti e Trattamento Ernesto Napolillo. Abbiamo parlato soprattutto di Alta Sicurezza, e di quello che si dovrebbe fare, se davvero vogliamo vedere le persone cambiare, e non morire come è morto Pietro Marinaro, di disperazione perché nessuno ha capito che TUTTI possono e devono avere l’opportunità di diventare persone diverse. Siamo sicuri che presto ci chiameranno per tornare a parlare del valore del cambiamento, anche per l’Alta Sicurezza, per parlare della fantastica bellezza di vedere la vita cha cambia per tutti, anche per quelli frettolosamente definiti “cattivi per sempre”. A me è successo con la malattia, che si è trasformata in una opportunità di vita nuova, lo stesso deve succedere alle persone detenute che nelle carceri devono trovare la voglia e la possibilità di ribaltare la propria vita, per i loro figli, per le compagne, per sé stessi, perché è più bello svegliarsi di fianco alla propria compagna e non avere paura di nulla, che aspettarsi l’irruzione della polizia e sapere che ti sarà impedito tutto, anche di crescere tuo figlio al momento giusto, quando ha davvero bisogno di te. *Direttrice di Ristretti Orizzonti e Presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia Corpi reclusi, diritti sospesi: la battaglia per l’affettività in carcere di Ivana Barberini trendsanita.it, 4 maggio 2026 Ad oggi soltanto una decina, su un totale di 190, di Istituti penitenziari in Italia hanno previsto una stanza dell’affettività. Tra diritti riconosciuti e ostacoli concreti, l’affettività in carcere diventa il banco di prova di una pena più umana, ed è strettamente correlata alla serenità operativa di tutto il personale. La detenzione non priva soltanto della libertà di movimento, ma incide in profondità anche sulla sfera più intima della persona, quella affettiva e sessuale. Per anni, nelle carceri italiane, questo aspetto è rimasto ai margini del dibattito pubblico e istituzionale, sospeso tra silenzi, tabù culturali e una visione della pena ancora fortemente ancorata alla dimensione punitiva. La sessualità però non si esaurisce con l’ingresso in carcere, è parte integrante dell’identità, della dignità e delle relazioni umane e negarla solleva interrogativi sui limiti della detenzione e sui diritti che continuano a esistere anche dietro le sbarre. Negli ultimi anni qualcosa ha iniziato a cambiare. Le pronunce della magistratura di sorveglianza, il contributo della società civile e, soprattutto, la sentenza n. 10 del 2024 della Corte Costituzionale hanno incrinato un silenzio durato troppo a lungo, affermando con chiarezza che affettività e sessualità non possono essere trattate come concessioni, ma come diritti fondamentali. Va in questa direzione anche la circolare del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria dell’aprile 2025, che prova per la prima volta a tradurre questi principi in indicazioni operative, introducendo la possibilità di colloqui intimi senza controllo visivo. Un passaggio importante, ma non privo di criticità. Tra limiti strutturali, carenze di personale, sovraffollamento e criteri di accesso spesso discrezionali, il rischio è che il riconoscimento formale di un diritto non si traduca in una sua reale esigibilità. Aperture normative e resistenze concrete accendono il dibattito sul diritto all’affettività in carcere, oggi più che mai al centro di una riflessione che riguarda non solo il sistema penitenziario, ma l’idea stessa di giustizia e di dignità della persona. Ne abbiamo parlato a TrendSanità con Sofia Antonelli, ricercatrice di Antigone, e Stefano Graffagnino, Presidente Associazione Nazionale Funzionari del Trattamento (ANFT). Un diritto rimosso: perché l’affettività in carcere resta un tema scomodo - “Il diritto all’affettività delle persone detenute è stato a lungo poco discusso nel dibattito pubblico per una combinazione di fattori culturali, politici e istituzionali”, ci dice Antonelli. “Il carcere è concepito essenzialmente come luogo di punizione e privazione, più che come spazio di reinserimento sociale. In questa prospettiva, mantenere relazioni affettive o intime viene visto quasi come un privilegio, incompatibile con l’idea di pena. Politicamente è stato sempre considerato come un tema difficile da sostenere, per questo molti governi hanno evitato di affrontarlo apertamente, temendo reazioni negative dell’opinione pubblica o accuse di eccessiva indulgenza verso chi ha commesso reati. A ciò si aggiunge sicuramente un tema culturale legato ai tabù sulla sessualità che in Italia faticano ad essere sradicati”. “Più che di rimozione, parlerei di una complessità gestionale che ha richiesto tempi lunghi per essere maturata - aggiunge Graffagnino. Il dibattito è stato spesso polarizzato, ma oggi le istituzioni sono consapevoli che l’affettività non è un tema isolato, ma una tessera di un mosaico più ampio che riguarda la qualità della vita detentiva. Di riflesso, questo incide direttamente sulle condizioni di lavoro di chi il carcere lo vive quotidianamente, poiché il benessere psicofisico della popolazione detenuta è strettamente correlato alla serenità operativa di tutto il personale”. Stanze dell’affettività, tra sicurezza e resistenze. I timori del sistema penitenziario - “Le osservazioni delle organizzazioni sindacali sono preziose perché pongono l’accento sulla sostenibilità operativa. È comprensibile che si guardi ai permessi con favore, essendo uno strumento collaudato, ma l’introduzione di spazi per l’affettività non va vista in antitesi, è un’evoluzione che può convivere con i permessi. La sfida è garantire che queste innovazioni siano accompagnate da risorse adeguate e da un corretto equilibrio tra l’area della sicurezza e quella del trattamento. L’obiettivo comune deve essere quello di non creare oneri aggiuntivi per la Polizia Penitenziaria, ma di trasformare queste innovazioni in opportunità per una gestione più serena e meno conflittuale degli istituti”, afferma Graffagnino. “Le critiche espresse rispetto all’introduzione delle stanze dell’affettività riflettono principalmente preoccupazioni in merito alle esigenze di sicurezza e alle difficoltà organizzative legate alla carenza di personale. Bisogna anzitutto ricordare che la possibilità di effettuare visite intime è sottoposta ad autorizzazione e quindi valutazione della situazione caso per caso, tenendo conto sia della condotta della persona che ovviamente di eventuali esigenze di sicurezza - aggiunge Antonelli. Inoltre non tutte le persone detenute possono accedere ai permessi premio, che quindi non rappresentano strumenti per garantire il diritto all’affettività a tutti nello stesso modo. Come accade per ogni novità nel sistema penitenziario, sicuramente non avvezzo al cambiamento, è ovviamente necessario adottare qualche forma di riorganizzazione interna che poi, con il passare del tempo, finirà per andare a regime. Si pensi a quanto accaduto con le videochiamate durante il Covid. All’inizio sembrava qualcosa di impensabile, poi piano piano, grazie agli sforzi degli operatori, sono diventate la norma e costituiscono oggi un prezioso strumento per mantenere i legami con i propri familiari”. Spazi che mancano, ostacoli normativi, organizzativi e culturali nelle carceri italiane - “Ad oggi sono circa una decina gli Istituti penitenziari che hanno previsto una stanza dell’affettività - specifica Antigone. Tenendo presente che complessivamente le carceri per adulti italiane sono 190, si tratta di una percentuale ancora assai ridotta. Durante le nostre visite in carcere ci viene spesso detto che non si dispone degli spazi idonei e in alcuni casi viene riferito come “le priorità sono altre”. Sicuramente, soprattutto in alcuni istituti, possono esserci difficoltà di tipo logistico, ma l’impressione è anche che non vi sia un diffuso e reale impegno per l’affermazione di questo diritto”. “Le difficoltà sono principalmente di natura logistica e organizzativa. Molte nostre strutture sono antiche e non progettate per questi scopi - spiega il presidente ANFT. L’Amministrazione Penitenziaria sta facendo sforzi importanti, ma serve un piano d’azione condiviso che non riguardi solo gli spazi, ma la loro gestione. Serve un equilibrio che garantisca la sicurezza e il trattamento, superando l’impasse attraverso una reale sinergia tra le professionalità che operano all’interno delle strutture penitenziarie”. Oltre il pregiudizio, il cambiamento culturale necessario - “La pena detentiva deve limitarsi alla limitazione della libertà di movimento, che già di per sé costituisce una risposta punitiva assai lesiva soprattutto per i reati che non comportano particolare pericolosità sociale - ribadisce Antonelli. Questo è il messaggio che dovrebbe passare, per l’affermazione del diritto alla sessualità così come per altri diritti spesso violati in carcere. In larga parte d’Europa il diritto alla sessualità è riconosciuto da tempo, mentre in Italia, probabilmente anche per ragioni di tipo culturale, ha fatto molta fatica ad esser riconosciuto e oggi ad affermarsi realmente”. “Il cambiamento necessario è passare dalla logica del “conflitto tra diritti” alla logica della sicurezza partecipata. Bisogna promuovere l’idea che un clima interno più umano, rispettoso dei legami familiari e dei principi sanciti dall’articolo 27 della Costituzione, riduca drasticamente le tensioni e gli eventi critici. Questo è un vantaggio per tutti: per i detenuti, per i Funzionari Giuridico-Pedagogici e per il personale di Polizia, che opererebbe in un contesto più stabile e sicuro”, conclude Graffagnino. Affettività negata, un diritto che riguarda salute, dignità e relazioni - “È un principio che l’Amministrazione Penitenziaria mira a tutelare in linea con il dettato costituzionale degli articoli 3 e 27 - afferma Graffagnino. Uno Stato autorevole sa coniugare la certezza della pena con il rispetto della dignità umana, trasformando la detenzione in un tempo costruttivo. Questo approccio, come dimostrano i dati, riduce la recidiva e garantisce, a lungo termine, una società più sicura per tutti i cittadini”. Proteggere l’affettività significa investire sulla tenuta psicologica della persona e sul suo reinserimento sociale - “La negazione della sessualità è una grave privazione sia in termini sanitari che in termini di dignità della persona e della sua sfera affettiva. È evidente che tutto ciò provoca una lesione del diritto alla salute, il quale secondo l’OMS va inteso come uno stato generale di benessere psico-fisico e non come mera assenza di malattia. Da questa privazione possono inoltre derivare gravi tensioni, inquietudine, frustrazioni, esposizione alla violenza. Negare la sessualità, soprattutto nei casi di pene medie o lunghe, significa compromettere, a volte anche per sempre, il rapporto con un esercizio sereno dell’attività sessuale. Negare la sessualità vuol dire non tutelare i legami affettivi delle persone, fondamentali in una fase di sofferenza e solitudine come quella detentiva. Non si pensa poi all’impatto che questa negazione ha anche per il partner all’esterno, colpito anch’esso nella propria sfera affettiva”, conclude Antonelli. Se le correnti dei magistrati devono tenere in pugno il Csm siano almeno democratiche di Alessandro Parrotta Il Dubbio, 4 maggio 2026 Il dibattito post-referendario sulla legge elettorale del Csm ha riportato al centro dell’attenzione pubblica un nodo che il voto del 22 e 23 marzo non ha sciolto, ma ha semmai reso più visibile: la qualità dei processi interni alle aggregazioni associative della magistratura. L’esito referendario - con il rigetto della riforma Nordio e il tramonto dell’ipotesi sorteggio - non ha eliminato le correnti dall’equazione istituzionale. Le ha, se possibile, rese ancora più centrali: di qui a poco dovranno eleggere i propri rappresentanti al Consiglio superiore della magistratura, e il dibattito si ripresenterà con rinnovata urgenza. In questo quadro, Marco Patarnello, componente del Comitato direttivo centrale dell’Anm per il gruppo “Magistratura democratica”, ha avanzato una proposta intellettualmente stimolante: riflettere sulla possibilità di applicare i princìpi dell’articolo 49 della Costituzione - norma cardine sulla democrazia interna dei partiti - alla vita interna delle correnti dell’Associazione magistrati. L’invito, formulato nel colloquio con il Dubbio dello scorso 23 aprile, è serio e merita una risposta all’altezza della sua serietà: una risposta che tenga insieme la lucidità dell’intuizione e i limiti strutturali del trapianto concettuale. Occorre, per farlo, partire dalla filosofia prima del diritto costituzionale delle associazioni. L’articolo 49 della Costituzione non è soltanto una norma organizzativa. È, nella sua essenza più profonda, la traduzione giuridica di un principio politico fondamentale: la democrazia non può essere soltanto una procedura esterna - un insieme di regole per eleggere i governanti - ma deve essere anche una forma di vita interna alle organizzazioni che aspirano a governare. È, in altri termini, l’eco costituzionale di quella che Norberto Bobbio definiva la “promessa non mantenuta della democrazia”: l’estensione del metodo democratico dai grandi aggregati istituzionali ai corpi intermedi che strutturano la vita pubblica. Dalla norma, giurisprudenza e dottrina hanno ricavato un principio implicito - in parte tuttora inattuato, come dimostra la perdurante assenza di una legge sui partiti che ne regoli la vita interna - ma assiologicamente potente: chi aspira a orientare la vita democratica deve rispettare al proprio interno standard minimi di democraticità. Il principio è rimasto a lungo lettera morta nella sua applicazione pratica; eppure continua a irradiare una forza normativa latente, un imperativo di coerenza tra la forma e la sostanza della partecipazione politica. La democrazia, scriveva Kelsen, non è una forma di governo ma un metodo. Il problema è che il metodo, se non si radica nei corpi intermedi, rimane un’astrazione. È questa intuizione che anima la proposta di Patarnello - e che ne rivela al contempo i limiti, quando si tenta di trasferirla in un contesto istituzionale strutturalmente diverso. La tesi che si propone è che questo stesso principio dovrebbe orientare anche il giudizio sulle correnti della magistratura: non come norma direttamente applicabile - le correnti non sono partiti e non possono esserlo per ragioni ontologiche che esamineremo - ma come parametro assiologico, come griglia di valori entro cui misurare la qualità della rappresentanza associativa. Se le correnti sono diventate, di fatto, lo snodo attraverso cui si orienta il voto per l’elezione dei togati al Csm, allora la loro democrazia interna cessa di essere affare privato e diventa questione di interesse pubblico. Prima di procedere, è però necessario piantare un paletto fermo, che nessuna eleganza argomentativa può rimuovere: le associazioni di magistrati non possono essere, e non devono essere, trattate come partiti politici. Lo impedisce la Costituzione, lo vieta la logica dell’indipendenza della magistratura, lo esige la coerenza istituzionale. I partiti politici, ai sensi dell’articolo 49, sono strumenti di partecipazione alla determinazione della politica nazionale: concorrono al governo della res publica attraverso la competizione elettorale e l’esercizio del mandato parlamentare. La loro vocazione è essenzialmente agonistica - nel senso schmittiano della distinzione amico/nemico trasfigurata in confronto democratico - e si dispiega sul terreno del potere esecutivo e legislativo. Le correnti della magistratura svolgono una funzione radicalmente diversa: sono veicoli di orientamento culturale e professionale all’interno di un ordine che, proprio in ragione del suo ruolo costituzionale, deve essere separato dalla politica. La loro vocazione è ermeneutica prima che politica: orientano l’interpretazione del diritto, non la determinazione della legge. Confondere i due piani - trattare le correnti come partiti, sia pure in senso puramente analogico - rischia di avvalorare una lettura politicista della magistratura che è tanto erronea sul piano descrittivo quanto pericolosa sul piano normativo, perché mina alla radice il principio di indipendenza su cui si fonda la legittimità costituzionale della giurisdizione. Ciò vale anche sul piano strettamente tecnico: l’Anm in quanto tale, e le sue correnti interne, non possono essere vincolate dall’articolo 49 della Costituzione perché quella norma è costruita su una specifica funzione - la partecipazione alla determinazione della politica nazionale - che i magistrati non esercitano e non devono esercitare in forma associativa. Mutuare il principio senza trasferire la funzione è operazione che richiede, come osserva lo stesso Patarnello con onestà intellettuale, cautela estrema. Eppure - e qui sta il nodo più sottile, quello che rende la proposta di Patarnello intellettualmente onesta e non liquidabile con una semplice obiezione di categoria - rimane intatto il nucleo del problema. Le correnti della magistratura sono diventate, nel corso dei decenni, un fattore determinante nella selezione dei candidati al Csm. I meccanismi interni di cooptazione - più che di selezione per competenza - sono stati ampiamente documentati. Il peso dell’appartenenza correntizia ha spesso prevalso sul merito individuale. Questi non sono dati controversi: sono stati riconosciuti dagli stessi protagonisti del sistema. La questione, allora, non è se preoccuparsi della qualità democratica e meritocratica delle correnti - la risposta è inequivocabilmente sì. La questione è come farlo senza cadere nell’equivoco partitocratico e senza strumentalizzare l’analisi per delegittimare il ruolo associativo in sé, che possiede, come ha riconosciuto lo stesso Patarnello, una tradizione storica e una dignità istituzionale che meritano considerazione. Il diritto conosce molti trapianti concettuali riusciti. Ma conosce anche il rigetto. La condizione perché un principio possa migrare da un contesto a un altro senza provocare cortocircuiti istituzionali è che la funzione che lo sorregge possa trasferirsi insieme a lui. Quando la funzione resta indietro, il principio diventa un involucro vuoto - o peggio, uno strumento di destabilizzazione camuffato da proposta riformatrice. La risposta proporzionata non sta nell’applicazione diretta dell’articolo 49, ma in un’autonoma riflessione interna alla magistratura - guidata anche dall’impulso esterno del dibattito pubblico - su criteri di trasparenza nella selezione dei candidati, su meccanismi di responsabilità e accountability nell’ambito dell’autogoverno associativo, sulla valorizzazione del merito individuale come parametro primario. In questa prospettiva, il riferimento ai principi dell’articolo 49 può valere come spunto euristico - come bussola assiologica - senza diventare argomento normativo diretto. Una guida, non una costrizione. Un ideale regolativo, nel senso kantiano, non una norma precettiva. Il contesto attuale rende questa discussione urgente in modo che non consente rinvii. Con le elezioni dei togati al Csm all’orizzonte, il meccanismo di selezione interna alle correnti tornerà a essere il vero fattore decisivo. Il referendum - pur avendo rigettato il sorteggio - ha riaperto il dibattito sulla legge elettorale del Consiglio superiore. Come ho già argomentato su queste pagine, i vincoli aritmetici e geografici del sistema rappresentativo rendono strutturalmente molto arduo neutralizzare il peso delle aggregazioni associative attraverso la sola ingegneria elettorale: tredici togati da eleggere su ventisei distretti di Corte d’appello implicano logiche di consenso territoriale che avvantaggiano strutturalmente chi può organizzarsi su scala nazionale. Patarnello lo riconosce con precisione: nessuna formula elettorale, per quanto sofisticata, può abolire la sociologia di un’istituzione. In questo quadro, la questione centrale non è l’esistenza delle correnti - che il referendum ha implicitamente confermato come elemento fisiologico del sistema - ma la qualità della rappresentanza che esse esprimono. E su questo terreno il dibattito è appena aperto. Il contributo che l’analisi giuridica può offrire non è stabilire per legge come devono funzionare le correnti - questo sarebbe tanto ingenuo quanto potenzialmente lesivo dell’autonomia della magistratura - ma offrire una griglia concettuale che aiuti i protagonisti del sistema a interrogarsi in modo più rigoroso e più onesto: su come rendere più trasparenti i processi interni di selezione, su come assicurare che la scelta dei candidati risponda a criteri di competenza e non di mera cooptazione, su come rafforzare i meccanismi di responsabilità nell’ambito dell’autogoverno. Le istituzioni - e le associazioni che le abitano - funzionano bene non quando la legge è perfetta, ma quando chi la applica è all’altezza. Questo è, in ultima analisi, il punto in cui le analisi di chi scrive e quelle di Patarnello si incontrano, pur partendo da premesse diverse e pur tracciando percorsi differenti: la democrazia interna non si impone dall’esterno con norme mutuate da un contesto diverso, ma si costruisce dall’interno con la responsabilità dei protagonisti. Il campo di battaglia intellettuale è disegnato. Navigare tra le sue linee richiede non la certezza delle risposte preconfezionate, ma la serietà dell’analisi e la prudenza del giudizio. È in questo spazio, esigente e scomodo, che il confronto deve continuare. *Avvocato, direttore dell’Ispeg - Istituto per gli studi politici, economici e giuridici Io dico: viva il correntismo, simbolo di una magistratura libera e plurale di Edmondo Bruti Liberati Il Dubbio, 4 maggio 2026 Il risultato del voto referendario è netto. NO al ridimensionamento fino alla quasi irrilevanza di quell’organo, il Csm, che la Costituzione ha voluto quale garante dell’effettiva indipendenza della magistratura, giudici e Pm. Di questo disegno elemento portante era il sorteggio dei componenti del Csm, con il duplice obbiettivo di “ridimensionare” il Csm e di “distruggere” le correnti dell’Anm. Il secondo obbiettivo era impossibile. L’associazionismo giudiziario italiano, articolato nel pluralismo delle ‘correnti’, ha una lunga storia, di luci e anche di ombre. Dalle degenerazioni del “correntismo”, emerse nelle vicende del 2019, sono passati oltre sei anni, l’attenzione deve rimanere sempre alta, ma la reazione vi è stata e netta. Il Vicepresidente del Csm Pinelli ha segnalato che oltre l’80% delle nomine agli incarichi direttivi negli ultimi tempi è avvenuta all’unanimità. Una componente dell’attuale Csm, schierata con grande veemenza nella campagna per il Sì, sosteneva che solo con il sorteggio prevarrebbe il merito e non l’appartenenza correntizia: e allora vuol dire che anche lei in quell’80% di nomine non ha valutato il merito! Che poi in alcuni casi nella votazione ci si divida, nel gergo giornalistico “il Csm si spacca”, non è necessariamente dovuto a logiche di schieramento, ma semplicemente a diverse legittime visioni sulla scelta, tra i candidati, della persona più adatta a dirigere quell’ufficio. L’Anm mostra persistente vitalità. Oltre il 95% dei magistrati vi è iscritto; alle ultime elezioni per il rinnovo degli organi dirigenti ha votato oltre l’80%, percentuale altissima in tempi di scarsa partecipazione. Le “correnti” dell’Anm sono nient’altro che libere, trasparenti associazioni di magistrati, che si formano sulla condivisione di una concezione del sistema di giustizia e delle riforme da proporre. In tutti i paesi europei esistono associazioni di magistrati e, quasi sempre, più di una. Ovviamente tutte queste associazioni concorrono alle elezioni dei vari Consigli superiori o Consigli di giustizia. L’elettività da parte dei magistrati dei componenti togati di questi organismi è stata sostenuta in sede Consiglio d’Europa. L’associazionismo dei magistrati si fonda su un diritto fondamentale di libertà dei magistrati, ma è stato anche incoraggiato come elemento di crescita della coscienza professionale. Nella “Magna carta dei giudici” approvata nel 2010 dal Consiglio Consultivo dei Giudici Europei (CCJE) il tema è affrontato all’art.12:” I giudici hanno diritto di aderire ad associazioni di magistrati, nazionali o internazionali, con il compito di difendere la missione della magistratura nella società”. La Raccomandazione (2012) 12 del Comitato dei ministri del consiglio d’Europa all’art. 25 detta: “i giudici devono essere liberi di formare o aderire a organizzazioni professionali che abbiano come obbiettivo di difendere la loro indipendenza, proteggere i loro interessi e promuovere lo stato di diritto”. La peculiarità italiana non è l’esistenza di una pluralità di associazioni di magistrati, le cosiddette “correnti”, ma il fatto che l’Italia è oggi uno dei pochi paesi in Europa ad avere un’associazione nazionale di magistrati, che in sostanza è una federazione di diverse associazioni. L’Anm già nel 1964 ha adottato per la formazione del Comitato direttivo centrale il sistema proporzionale per liste concorrenti in collegio unico nazionale, con possibilità di esprimere preferenze all’interno della lista. Questo sistema, tuttora in vigore, ha avuto diversi effetti. I magistrati elettori possono dare il loro voto ad una delle liste, ma esprimendo le preferenze hanno ampia possibilità di scelta. Nel corso degli anni vi è stata una notevole mobilità: alcune correnti si sono sciolte, nuove ne sono sorte, altre si sono raggruppate in una nuova formazione. Da ultimo un gruppo di magistrati fortemente critico rispetto all’Anm e al “sistema delle correnti” si è puntualmente costituito in “corrente” eleggendo suoi rappresentati nel Comitato Direttivo Centrale dell’Anm. Il sistema elettorale del Csm ho visto un frenetico susseguirsi di riforme. Non tenendo conto della peculiarità di questo corpo elettorale, riforme che volevano ridurre il peso delle correnti hanno, come le ultime, ottenuto il risultato opposto rafforzando il peso delle proposte degli apparati. Oggi si parla di una possibile riforma: fare peggio di quelle recenti è difficile, ma vi è da aspettarsi di tutto. Nel rinnovo del Csm del 1976, dopo la riforma che ha adottato il sistema proporzionale, risultano eletti candidati delle quattro liste che si erano presentate. Vittorio Bachelet nel discorso pronunziato in occasione del suo insediamento quale Vicepresidente del Csm il 21 dicembre 1976 sottolinea che “si tratta di un Consiglio che è stato eletto in base a una nuova legge elettorale che ha favorito una presenza più variata di posizioni e di intenti per garantire in esso una larga rappresentanza di tutti gli orientamenti, le forze, i contributi presenti nella magistratura”. Ma un’Anm che “vince le elezioni” può spingere pure il Pd a riprendersi lo scettro perduto di Errico Novi Il Dubbio, 4 maggio 2026 Non sappiamo chi maneggerà il dossier giustizia nei prossimi anni. Possiamo dare per scontato, è vero, che non si tratterà dell’attuale guardasigilli. Subito dopo il referendum, Carlo Nordio ha dichiarato di voler portare a termine il mandato per poi allontanarsi dalla politica. Ma non abbiamo elementi per capire se chi governerà l’Italia a partire dal 2027 cercherà un nuovo equilibrio nel rapporto con la magistratura, al di là delle riforme grandi o piccole. Però, a parte il possibile ritorno di Nordio a una veste che gli sta benissimo, quella dell’analista distaccato, abbiamo anche qualche altra certezza. C’è un movimentismo civico attorno all’Anm, innanzitutto. Se n’è scritto su queste pagine, nei giorni scorsi. In particolare con un articolo, a firma di Valentina Stella, che ha dato conto dell’appello con cui alcuni “comitati del No” scesi in campo con l’Anm contro la separazione delle carriere hanno “proclamato” quanto segue: “La democrazia non si esaurisce nel voto, ma vive nella partecipazione quotidiana, nella giustizia sociale, nella difesa e nell’attuazione della Costituzione. Non possiamo separare la questione della giustizia da quella della giustizia sociale”. Ergo, quei comitati hanno deciso di costituire un “presidio permanente sui diritti” e di lanciare “un invito alle forze politiche ad un confronto”. Nello stesso servizio sono riportate anche le voci, alcune con nome e cognome, altre coperte da riserbo su richiesta degli interessati, di giudici e pm attivi nelle correnti, i quali auspicano che l’Associazione magistrati rivendichi, anche per il futuro, una centralità nel dibattito pubblico. Com’era prevedibile, insomma, l’Anm, dopo aver “vinto le elezioni”, è proiettata verso orizzonti che rischiano di snaturarne la vocazione: da sindacato a pseudopartito. Non a caso, questo Dubbio del lunedì è aperto da un’analisi con cui Alessandro Parrotta riflette sulla possibilità di spingere i gruppi associativi della magistratura verso un più rigoroso rispetto della democrazia interna, in particolare nella selezione dei magistrati da candidare al Csm, visto che la vittoria del No ha consolidato l’egemonia, per ora irrevocabile, dell’associazionismo giudiziario nell’elezione dei consiglieri superiori. Parrotta dà seguito alle considerazioni affidate al Dubbio, lo scorso 23 aprile, da uno degli esponenti della magistratura associata dotati di maggiore capacità di analisi politica, Marco Patarnello. E nella sua “replica”, il nostro commentatore riflette persino sulla possibilità di applicare, almeno indirettamente, i princìpi sanciti dall’articolo 49 della Costituzione anche alle correnti dell’Anm. Il panorama è un po’ spiazzante, ma non così indecifrabile. Siamo di fronte, senz’altro, a una catena di anomalie. A un’Associazione magistrati che ha “vinto le elezioni” sebbene non sia un partito politico - definite il panorama postreferendario come volete, ma nella sostanza di questo si tratta. È chiaro che uno scenario simile pone dei problemi giganteschi proprio alle forze rappresentate in Parlamento. Non è un caso che a rifletterci con un certo piglio siano stati, dalla colonne del Sole-24 Ore di mercoledì scorso, due esponenti del Pd della primissima linea: la responsabile Giustizia Debora Serracchiani, tra le più abrasive nell’indicare svarioni e incoerenze dell’attuale maggioranza, e uno come Andrea Orlando, che è stato guardasigilli, ha avuto un buon rapporto con l’Anm e le sue correnti ma, per formazione personale, ha anche ben chiara la necessità di distinguere col massimo rigore i partiti da ciò che partiti non possono essere. Nel loro intervento a doppia firma, Serracchiani e Orlando hanno lanciato un messaggio abbastanza esplicito: “Sbaglierebbe la magistratura se vedesse nel risultato referendario un’automatica rilegittimazione del suo ruolo, perché è altrettanto vero che vi è un clima di sfiducia crescente dell’opinione pubblica nei suoi confronti”. È un segnale che, come ha scritto Valerio Spigarelli, ha anche un valore “difensivo”: i dem temono anche che il movimentismo civico radunatosi attorno all’Anm possa alterare gli equilibri, nell’elettorato progressista, a favore di Giuseppe Conte anziché di Elly Schlein. È una parte della verità. Ma è oggettivo che i pericoli di esondazione della magistratura associata riguardino tutti, non solo la futura leadership del Campo largo. Ed è qui, in questi rischi, che potrebbe scorgersi, con uno sforzo di ottimismo, un germe positivo lasciato dalla vittoria del No alla riforma Nordio: proprio ora che la magistratura è stata consacrata come “soggetto politico”, forse inizia a maturare l’urgenza di ricostruire, almeno un po’ alla volta, il primato della politica vera e propria. E iniziano a sentire questa necessità anche quei partiti che, come il Pd, hanno contrastato la separazione delle carriere. L’acme della “anomalia politico giudiziaria”, e cioè la conferma, certificata dalla vittoria del No, dell’egemonia politica dei magistrati, e delle Procure in particolare, potrebbe insomma schiudere, nella coscienza dei partiti, persino di chi ha intrattenuto un rapporto quasi complice con l’Anm, il bisogno di ripristinare l’ordine naturale delle cose. Di restituire il primato alla rappresentanza democratica, cioè alla politica. Di ricostruire davvero il sistema dalle macerie che giacciono ormai dall’epoca di Mani pulite. Potrà esserci un eccesso di ottimismo, in questa lettura. Ma nel processo storico, certi passi falsi - come la bocciatura di una riforma necessaria - possono essere antitesi dialettiche lungo un percorso destinato comunque a compiersi. Vedremo se la lezione di Hegel si imporrà anche stavolta. O se invece la potenza dell’egemonia giudiziaria in Italia sarà tale da sovvertire persino i principi cardine del pensiero moderno. Il tempo in cui le correnti attraversavano i partiti della prima Repubblica di Paolo Delgado Il Dubbio, 4 maggio 2026 C’era una volta il correntismo. E no, non era una deviazione patologica della politica italiana: era la politica italiana. Negli anni Settanta e Ottanta, quelli della Prima Repubblica, per capirci, le correnti non erano un vizio da estirpare ma il motore stesso dei partiti, la loro grammatica interna, il modo concreto con cui il potere si distribuiva, si negoziava, si litigava. Prendete la Democrazia Cristiana: un partito che formalmente era uno, ma in realtà erano dieci, quindici, venti partiti sotto lo stesso tetto. C’era la corrente di Aldo Moro, quella di Giulio Andreotti, quella di Amintore Fanfani. E non erano sfumature ideologiche per anime belle: erano strutture di potere organizzate, con uomini, tessere, voti, giornali, enti pubblici e sottogoverno. Una corrente non era un’opinione: era una filiera. Il punto è che funzionava. Cinicamente, spudoratamente, ma funzionava. Il correntismo era una forma di rappresentanza interna: invece di esplodere fuori dal partito, il conflitto si consumava dentro. E dentro si trovava una sintesi. Non sempre elegante, spesso opaca, talvolta indecente, ma politica. La politica, appunto: quella cosa che oggi si invoca come purezza e allora si praticava come compromesso permanente. Nel Partito Socialista Italiano la musica non cambiava. Bettino Craxi non conquistò il partito con un colpo di genio, ma costruendo pazientemente una sua corrente, ribaltando equilibri, stringendo alleanze, occupando spazi. Il correntismo era la palestra del potere: chi non sapeva muoversi lì dentro, semplicemente, non esisteva. E poi c’era il Partito Comunista Italiano, che ufficialmente non aveva correnti perché il centralismo democratico era una cosa seria, almeno sulla carta ma che in realtà viveva di equilibri interni altrettanto complessi, solo meno dichiarati. Le differenze tra la linea di Enrico Berlinguer e altre anime del partito non erano folklore: erano politica vera, solo senza il cartellino della corrente. Il correntismo, insomma, era una forma di pluralismo organizzato. Certo, portava con sé tutto il corredo che oggi fa inorridire i benpensanti: clientelismo, spartizione, lottizzazione. Le aziende di Stato, la Rai, le banche pubbliche: ogni cosa aveva la sua quota, il suo equilibrio, la sua corrente di riferimento. Un manuale Cencelli applicato con la precisione di un orologiaio svizzero e la morale elastica di un prestigiatore. Poi arrivò Mani Pulite e cambiò tutto. O almeno così si racconta. In realtà non è che il correntismo sia scomparso: si è travestito. È diventato meno esplicito, meno strutturato, più ipocrita. I partiti si sono personalizzati, le correnti si sono trasformate in cerchi magici, comitati elettorali, fedeltà liquide. Prima si chiamavano correnti, oggi si chiamano “aree”, “sensibilità”, “retroscena”. Ma la sostanza è la stessa: gruppi di potere che competono per il controllo delle leve decisionali. La differenza è che allora lo si ammetteva, oggi lo si nega. E negandolo lo si rende peggiore, perché perde quella funzione - per quanto cinica - di regolazione interna del conflitto. Negli anni Settanta e Ottanta il correntismo era una malattia cronica ma gestita. Oggi è una febbre intermittente: scoppia, si nasconde, si traveste, e nel frattempo logora i partiti senza neppure avere il coraggio di dichiararsi. Il paradosso è tutto qui: abbiamo passato trent’anni a demonizzare il correntismo, e ci siamo ritrovati con un sistema che ne conserva i difetti senza più averne i meccanismi di equilibrio. Prima era un vizio pubblico, oggi è un’abitudine privata. Prima si vedeva, oggi si finge di no. E quando la politica finge, di solito, è già finita. “Md” fu garantista, persino con Mambro e Fioravanti di Tiziana Maiolo Il Dubbio, 4 maggio 2026 È un paradosso il fatto che, persino con l’intelligenza artificiale, se si aprono le parole “Magistratura democratica” queste vengano affiancate subito al termine “garantismo”. È paradossale perché proprio sulle garanzie nel processo penale, la corrente di sinistra delle toghe, dopo averle evocate e teorizzate in ogni documento e in ogni congresso, ha subìto le più profonde lacerazioni, contraddizioni e divisioni. Fino a tristissime rotture di amicizie. Dagli anni Settanta, in particolare sul processo “7 aprile” contro Toni Negri e Potere Operaio, fino agli anni Novanta con Tangentopoli al Nord e i processi di mafia al Sud. Una delle prime uscite pubbliche di rottura, dopo la fondazione della corrente nel 1964, fu la famosa “mozione Tolin” votata a Bologna nel 1969, con cui veniva reso pubblico, da parte di un gruppo di magistrati, il proprio diritto all’interferenza anche rispetto a processi in corso. Francesco Tolin era il direttore responsabile della rivista “Potere operaio”, ed era stato arrestato a Roma per reati d’opinione. Le libertà di pensiero e di stampa sono tra le prime rivendicazioni della neo-corrente sindacale delle toghe. Un segnale di rottura, soprattutto per l’immagine della magistratura del tempo, che il gruppo degli “eretici” (che amavano definirsi addirittura gli “iconoclasti”), considerava burocratica e passiva rispetto al potere politico, sotto le mentite spoglie di asserita neutralità e tecnicismo. Ma quel gesto spavaldo che vedeva un gruppo di magistrati affiancarsi ai diritti non di cittadini qualunque, e non dei più deboli, ma di aderenti a un gruppo politico come Potere Operaio che pochi anni dopo sarà processato come terroristico, si schianterà sulla prima scissione. E non gioverà il fatto che il funerale di uno dei fondatori della corrente, il giudice Ottorino Pesce, sarà un tripudio di bandiere rosse e pugni chiusi degli stessi magistrati. Il processo “7 aprile” del 1979, quello che aveva decapitato l’intera facoltà di Scienze politiche dell’università di Padova e accusato il professor Toni Negri di essere l’ideatore dell’omicidio di Aldo Moro, segnerà un vero spartiacque. Perché, anche se “Md” ha sempre negato il proprio collateralismo a gruppi o partiti della sinistra, nei fatti era come se la corrente fosse divisa in tre. Da un lato gli ortodossi del Pci, rappresentati per anni da Domenico Pulitanò - in seguito e ancor oggi stimato avvocato e docente -, Salvatore Senese, Giancarlo Caselli, che farà una brillante carriera. Dall’altro i “gruppettari”, più vicini alla cosiddetta sinistra extraparlamentare, come i romani Francesco Misiani, Franco Marrone, Filippo Paone, Gabriele Cerminara e Luigi Saraceni e, a Milano, famosi pretori d’assalto come Romano Canosa, Pietro Federico e Amedeo Santosuosso e pubblici ministeri come Francesco Greco (che in seguito diventerà capo dell’ufficio) e Antonio Bevere. Al centro, personaggi come la milanese Elena Paciotti, a lungo segretario della corrente, e il padovano Giovanni Palombarini. Proprio questo magistrato, giudice istruttore a Padova, era stato messo in croce dagli esponenti del Pci, e dai suoi stessi colleghi più ortodossi, a causa del processo “7 aprile”. Il pm Pietro Calogero, deceduto di recente, e l’intera Procura, avevano costruito quello che fu con molte ragioni chiamato “teorema”: mettendo insieme Brigate rosse e altri gruppi armati fino all’area della sovversione sociale degli autonomi, si era costruita una maxi-inchiesta monstrum che verrà demolita al processo, ma solo dopo che molti imputati avevano subito anni di carcere speciale. Palombarini non era d’accordo sullo schema accusatorio e veniva esplicitamente invitato ad astenersi dalle indagini perché considerato “contiguo” all’ambiente di sinistra degli imputati. Suo principale accusatore era il Pci padovano, con annessi i suoi colleghi di Magistratura Democratica. Si affacciava a quei tempi, nelle aule giudiziarie, proprio nel mondo della sinistra, il concetto del “nemico” da combattere con tutte le armi. Nel nome di un sostanzialismo giuridico, l’opposto proprio del garantismo che avrebbe dovuto rappresentare le impronte digitali di Magistratura Democratica. Contro Giovanni Palombarini, che non era certo un estremista e, in quell’inchiesta, neppure del tutto innocentista, si era scatenata anche tutta la stampa di sinistra. Con un’unica eccezione, quella del manifesto, “quotidiano comunista”. Il giornale di Rossanda e Pintor aveva svolto una vera campagna di stampa su quel processo. E al suo fianco c’era sempre stato quel gruppo di giovani magistrati, veri garantisti, tra cui Luigi Ferrajoli, che aveva rapidamente lasciato la toga preferendole la docenza di Filosofia del diritto. Veri capitani coraggiosi che, anche con l’appoggio di alcuni avvocati, non ebbero timore nel rivendicare i diritti, e persino l’innocenza di Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, estremisti di destra, nel processo per la strage di Bologna del 2 agosto 1980. In quell’occasione lo scontro politico all’interno della sinistra e della stessa Magistratura Democratica fu violento. La segreteria bolognese del Pci accusò il manifesto di essere “oggettivamente” una sorta di mandante di stragi, e con esso anche la parte più garantista della magistratura e della corrente. Amicizie cominciarono a vacillare. E a Milano il famoso “gruppo del mercoledi”, che si riuniva a casa di una cronista del manifesto, nei fatti si sciolse, dopo che un magistrato aveva sbottato: “Ma ricordatevi che io sono comunque un repressore”, e un altro aveva invocato un “maggiore intervento della giurisdizione”. Ripercorrendo questi episodi degli anni Settanta-Ottanta con la memoria, ci sembrano quasi pizzicotti, se paragonati a quel che succederà nei lunghi mesi di Tangentopoli. Saranno gli anni Novanta a disvelare il vero significato dell’”essere garantisti ma anche portatori di valori”. E poi della giurisprudenza alternativa, e anche di quella creativa. La Mani pulite della Procura di Milano è stata una creatura di sinistra, quasi tutta interna a Magistratura Democratica. Sarà tutta “di sostanza”. E sarà sufficiente leggere un vero libro di memorie, “La toga rossa”, scritto da Francesco Misiani, con il giornalista Carlo Bonini, nel 1998. Lì si racconta per esempio dei suoi incontri con Francesco Greco, quello che “voleva abbattere lo Stato borghese”, che tutto sorridente gli diceva “con queste inchieste giro il mondo e poi ho una stanza più grande della tua”. E poi del suo incontro a Roma con Gherardo Colombo. Il quale, alle sue obiezioni sulle regole della competenza territoriale, gli diceva: “Forse non hai capito, Ciccio, ma qui non dobbiamo decidere chi è competente, ma chi può fare o non fare le inchieste. A Milano, in questo momento storico irripetibile, si possono fare. Qui a Roma No”. Un bel de profundis per il garantismo. Campania. “Emergenza idrica quotidiana nelle carceri campane” di Vinicio Marchetti avellinotoday.it, 4 maggio 2026 Emergenza idrica, sovraffollamento e assenza di risposte negli istituti penitenziari napoletani e irpini. Claudia Cavallo, criminologa, referente regionale di Liberi Liberi Articolo 27 e membro dell’Osservatorio delle persone private della libertà personale della Regione Campania, ha deciso di parlare. Lo ha fatto con il peso di chi entra in quei posti, vede, e porta fuori quello che vede. Nel mirino tre istituti penitenziari campani: Bellizzi Irpino, Carinola, Poggioreale. Il problema principale ha un nome banale, quotidiano, elementare. L’acqua. Quella che manca. A Bellizzi Irpino e Carinola i rubinetti restano spesso a secco, senza preavviso e senza spiegazioni. A Poggioreale funziona diversamente: l’acqua c’è, ma solo fino alle undici del mattino. Poi sparisce fino alle quattro del pomeriggio. Cinque ore. Ogni giorno. Le segnalazioni non vengono da ispettori o commissioni: arrivano su carta, scritte a mano, dalle celle. “È una situazione indegna di un Paese civile”, dice Cavallo. “L’acqua è un bene primario: senza acqua non c’è igiene, non c’è salute, non c’è dignità. Ci sono detenuti che non riescono neanche a lavarsi”. L’acqua che manca non è un problema isolato. Cade sopra un sistema già a pezzi: celle sovraffollate, organici ridotti all’osso, muri che cadono, menti che cedono. Cavallo entra in quegli istituti con gli occhi di chi studia il comportamento umano e ne esce con qualcosa che i numeri non riescono a dire del tutto. “Come criminologa e operatrice”, spiega, “vedo ogni giorno gli effetti devastanti: disagio psichico, autolesionismo, tensioni continue. Il carcere, così com’è, non cura, non rieduca, ma distrugge”. L’articolo 27 della Costituzione è lì, scritto nero su bianco da decenni: le pene devono tendere alla rieducazione. È un principio che molti citano e pochi misurano sui fatti. Cavallo lo misura. E il conto non torna. “Ma davvero vogliamo continuare a parlare di funzione rieducativa della pena? Come può un detenuto uscire rieducato da un luogo dove gli viene negata perfino l’acqua?”, chiede. Poi va oltre: “Non ho capito: il carcere serve a espiare la pena o a infliggere una tortura quotidiana? Perché se le condizioni sono queste, allora non stiamo parlando di esecuzione della pena, ma di qualcosa di molto più grave”. La conclusione è senza sconti: “Così il carcere non rieduca, ma rincattivisce. Non restituisce cittadini migliori, ma persone ancora più fragili, arrabbiate, distrutte”. Non è solo una questione italiana. L’articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo lo dice in modo netto: nessun trattamento inumano o degradante. La Corte di Strasburgo ha condannato più volte Stati membri per condizioni carcerarie esattamente come queste. Il Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura ha scritto standard precisi: acqua, igiene, vivibilità minima. Non lussi. Minimi. “Se manca tutto questo”, dice Cavallo, “non siamo più nell’ambito della pena, ma in quello del trattamento degradante. E questo è inaccettabile”. Le lettere dai detenuti continuano ad arrivare. Le denunce si accumulano. Dall’altra parte, niente. Nessuna risposta ufficiale, nessun provvedimento, nessuna voce che si alzi dalle stanze dove si dovrebbero prendere decisioni. “Stanno denunciando da tempo. E il silenzio delle istituzioni è assordante”, afferma Cavallo. “Non capisco perché nessuno intervenga seriamente. Qui non si tratta di ideologia, ma di diritti umani fondamentali. Uno Stato che priva dell’acqua i detenuti è uno Stato che deve interrogarsi profondamente su sé stesso”, conclude. Sardegna. Zero sezioni a custodia attenuata e 746 detenuti in vigilanza dinamica sassaritoday.it, 4 maggio 2026 Due modelli che rappresentano filosofie di detenzione differenti. In Sardegna il sistema penitenziario si muove su due binari opposti. Da un lato, l’isola è l’unica regione italiana, insieme al Molise e alla Valle d’Aosta, a non avere nemmeno un posto in sezioni a custodia attenuata. Dall’altro, è tra i territori che utilizzano maggiormente la vigilanza dinamica, con 746 persone - il 30,61% dei presenti - dislocate in 32 reparti dove il controllo è meno invasivo e si punta su una maggiore autonomia dei detenuti. Questi due modelli rappresentano filosofie di detenzione differenti. La custodia attenuata è un regime destinato a persone con basso indice di pericolosità o problemi di tossicodipendenza, dove le barriere fisiche sono ridotte al minimo per favorire percorsi di reinserimento sociale e lavorativo. La vigilanza dinamica, invece, non interviene sulla struttura ma sulla gestione: le celle restano aperte per gran parte della giornata e la polizia penitenziaria non presidia costantemente i corridoi, ma monitora gli spostamenti attraverso sistemi tecnologici e ronde, lasciando ai detenuti la responsabilità di muoversi autonomamente verso le aree di lavoro o studio. Secondo l’ultimo report analitico del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, aggiornato al 7 aprile 2026, nelle carceri sarde sono presenti 2.437 persone. Di queste, 1.225 (il 50,27%) sono assegnate a sezioni ordinarie a trattamento intensificato, mentre 749 (il 30,73%) si trovano in sezioni ordinarie chiuse. Resta significativa la quota legata ai regimi speciali, che vede la Sardegna protagonista nelle dinamiche della sicurezza nazionale: sono 97 i detenuti al 41 bis e 366 quelli in alta sicurezza. Il polo carcerario del nord Sardegna riflette fedelmente questa stratificazione. A Sassari, la struttura di Bancali si conferma un presidio centrale, ospitando una delle quote più rilevanti di detenuti sottoposti al regime di carcere duro. In questo contesto, l’applicazione della vigilanza dinamica diventa uno strumento per bilanciare la gestione di profili complessi con la necessità di alleggerire la tensione interna, favorendo l’accesso alle attività trattamentali in un distretto dove la convivenza tra reati comuni e criminalità organizzata richiede un’organizzazione estremamente fluida. La popolazione straniera nell’isola conta 761 presenze, con un’incidenza del 31,14% tra gli uomini e del 35,19% tra le donne. Questo ultimo dato posiziona la Sardegna sopra la media nazionale per quanto riguarda la componente femminile straniera, nonostante il numero assoluto di detenute sia ridotto: appena 54 in tutta la regione. Analizzando i flussi tra il 7 aprile 2025 e il 7 aprile 2026, si registra un saldo che va in controtendenza rispetto al dato nazionale. In Sardegna gli ingressi dalla libertà sono stati 1.026, a fronte di 813 uscite. Il dato sugli stranieri mostra però una dinamica particolare: a fronte di 190 ingressi si sono registrate 306 uscite, segnando un calo di 116 unità che contribuisce a decongestionare, seppur parzialmente, le strutture regionali. Ferrara. Malore fatale per un detenuto. Scoperto dagli agenti, soccorsi vani di Federico Malavasi Il Resto del Carlino, 4 maggio 2026 La tragedia si è consumata nella mattinata di sabato nel carcere di via Arginone L’uomo aveva 45 anni. Quando in tarda mattinata gli agenti sono passati davanti alla sua cella per un controllo, hanno trovato insolito che fosse ancora a letto. L’allarme è scattato quando l’uomo, 45 anni, è rimasto immobile senza rispondere alle chiamate dell’operatore di polizia penitenziaria. A quel punto, è apparso subito evidente che il detenuto era stato colto da un malore e che necessitava di un intervento sanitario urgente. L’arrivo del 118 e la corsa in ospedale non sono però bastati a salvare la vita dell’uomo, deceduto poco più tardi all’ospedale di Cona. La tragedia si è consumata sabato, tra le mura del carcere dell’Arginone. Secondo i primi accertamenti, la morte sarebbe da ricondurre a cause naturali: al momento sembrerebbero infatti esclusi il gesto autolesionistico e il coinvolgimento di terzi. Informata dell’accaduto, la procura ha comunque deciso di disporre l’autopsia, allo scopo di stabilire con esattezza le ragioni del decesso. L’incarico per gli accertamenti medico legali verrà verosimilmente conferito nella giornata di oggi. Nelle ore successive al decesso, a quanto si apprende, all’ospedale Sant’Anna si sarebbero registrati alcuni momenti di tensione con i familiari del deceduto, accorsi immediatamente a Ferrara appena appresa la notizia. I parenti avrebbero chiesto di vedere la salma, ma ciò non è stato possibile nell’immediato. Dopo le spiegazioni del caso e chiarita la prassi, la situazione è rientrata senza conseguenze. Ora si tratterà di attendere gli esiti degli accertamenti medico legali indicati dalla procura, al fine di stabilire le ragioni che stanno all’origine di quella morte improvvisa. I numeri. Stando agli ultimi dati, resi noti a fine marzo durante la cerimonia per l’anniversario della polizia penitenziaria, all’Arginone si trovano ristretti circa quattrocento detenuti (numero sensibilmente maggiore rispetto alla sua capienza). Nel 2025 si sono registrati 422 ingressi e 405 uscite, di cui 41 per affidamento in prova ai servizi sociali e 35 per detenzione domiciliare. Pistoia. Lezioni di primo soccorso in carcere, donato anche un defibrillatore di Giacomo Bini La Nazione, 4 maggio 2026 Il progetto è stato realizzato dai Lions Club di Pistoia per la casa circondariale di Santa Caterina. I Lions Club della Provincia di Pistoia hanno promosso un corso di primo soccorso per un gruppo di detenuti della casa circondariale di Pistoia alla quale hanno donato anche un defibrillatore. L’iniziativa rientra nelle finalità umanitarie dei Lions e nel contempo nelle attività trattamentali e formative rivolte alla popolazione detenuta dalla direzione della casa circondariale di Pistoia. E’ stato organizzato un corso di ‘Esecutore BLSD Adulto e Pediatrico’ e di apprendimento delle manovre di rianimazione cardiopolmonare. Il corso, che si è tenuto presso la sala colloqui dell’istituto penitenziario, ha interessato sette detenuti, che hanno mostrato viva partecipazione e ai quali verrà consegnato l’attestato di frequenza e di abilitazione all’uso del defibrillatore nonché della capacità di intervenire eseguendo la rianimazione cardiopolmonare. I Lions hanno anche donato all’istituto, che ne era sprovvisto, un defibrillatore che è stato installato in un’area della struttura. L’iniziativa si inserisce nei consolidati rapporti con la direzione del penitenziario ha con le istituzioni del territorio, che da anni dimostrano vicinanza e solidarietà alla popolazione detenuta e al personale che opera all’interno della struttura. L’Associazione Salvavita che ha coordinato e tenuto il corso ai detenuti finanziato dai Lions, ha dato la propria disponibilità ad effettuare un’altra giornata formativa a titolo gratuito per il personale dell’istituto al fine di innalzare ulteriormente il livello di preparazione in tale ambito per affrontare situazioni emergenziali qualora dovessero verificarsi. Alla giornata di formazione, per i Lions sono stati presenti Cataldo Lo Iacono, Alessandro Bondì e Mariella Talini. Vicenza. Cooperativa Insieme: “Una seconda possibilità agli oggetti. E alle persone”. di Alessio Sartore Corriere della Sera, 4 maggio 2026 A Grisignano, in provincia di Vicenza, c’è un magazzino logistico dove ogni giorno arrivano camion carichi di rifiuti. Vestiti, biciclette, piatti, libri, elettrodomestici. Di tutto. E tutto tecnicamente classificato come scarto. Ma in quel magazzino di Grisignano è diverso. Lo scarto non finisce in discarica, anzi: viene smistato, valutato, riparato e infine rimesso in vendita in un grande negozio dell’usato a Vicenza. Ritorna ad essere bene. Il magazzino e il negozio sono il cuore operativo di Cooperativa Insieme a r.l., realtà del terzo settore fondata nel 1979 raccogliendo le “strasse” (stracci in dialetto veneto) e oggi una delle esperienze più originali in Italia nel campo dell’economia circolare e dell’inserimento lavorativo. Su circa 180 persone che lavorano nella cooperativa, più della metà è impiegata in percorsi strutturati di reinserimento: persone provenienti dal carcere, dai servizi sociali, dalle comunità terapeutiche.”Non facciamo beneficenza”, tiene a precisare Adriano Verneau, vicepresidente della cooperativa. “Costruiamo qualcosa di più ambizioso”. Dopo un caffè al bar della cooperativa, di fianco al negozio, Adriano mi porta a visitare gli ampi spazi dove si recuperano gli oggetti. Più di tutto colpisce la dimensione, la pulizia e l’organizzazione. Qui a Vicenza gli scarti arrivano già smistati da Grisignano: elettrodomestici, abbigliamento, giocattoli, biciclette. Ogni spazio occupa lavoratori (quasi tutti provenienti da contesti di fragilità) che rimettono in vita i prodotti che alla fine vengono venduti nel grande negozio al piano terra. Cooperativa Insieme è l’unica singola coop sociale italiana ammessa a Reuse, il più grande network europeo di imprese sociali attive nell’economia circolare, presente in 26 paesi. La sua vision ha la forza e la semplicità di un manifesto: “Dare una seconda possibilità è la prima scelta”. Adriano, come funziona il vostro modello di inserimento lavorativo? “Abbiamo circa novanta persone in percorsi di inserimento lavorativo. Non vengono qui per restare: vengono per formarsi, per sganciarsi da situazioni difficili, per aumentare le proprie competenze e poi rientrare nel mondo del lavoro. Il nostro obiettivo è che vadano via. I percorsi durano fino a quattro anni. Questo è un risultato costruito insieme ai sindacati, perché un anno solo era troppo poco per ricostruire una identità lavorativa. Chi arriva deve avere una certificazione e un ente inviante: i servizi sociali, il tribunale, il SERD. C’è sempre un interlocutore istituzionale con cui confrontarsi. Il turnover alto è fisiologico: è il segno che il percorso funziona”. I vostri due impianti hanno ottenuto la prima autorizzazione italiana per la preparazione al riutilizzo dei rifiuti. Cosa significa? “Significa che gestiamo oggetti che sono già diventati rifiuti a tutti gli effetti, noi non li intercettiamo prima che lo diventino. Siamo noi a decidere cosa può avere una seconda vita. I camion arrivano dagli ecocentri, dagli sgomberi, oppure dai centri di raccolta. Agli impianti il materiale viene categorizzato per tipologia merceologica: piatti, biciclette, libri, apparecchiature elettriche. Ed è il negozio a guidare tutto: c’è un flusso continuo di dati che dice agli impianti cosa vale la pena tenere e cosa invece va avviato al riciclo. La filiera è circolare e a chilometro zero: il rifiuto prodotto in provincia viene lavorato in provincia e venduto in provincia”. Sul tessile avete sviluppato anche un sistema di tracciabilità... “Si chiama Tessuto Sociale, è il marchio che abbiamo creato per dare ai cittadini e alle istituzioni una garanzia concreta sulla gestione degli indumenti usati. Entro quest’estate completeremo un sistema di tracciabilità capo per capo: quando compri una maglietta nel nostro negozio, sai da quale centro di raccolta viene, quando è stata ritirata, quali lavorazioni ha subito. È l’opposto di quello che accade spesso in Italia, dove il capo viene raccolto, esportato all’estero per la selezione, e infine torna una piccola percentuale come “polpa” rivendibile. Tutto il resto finisce nelle discariche, e negli oceani, dopo viaggi di migliaia di chilometri. Noi vogliamo essere la garanzia che tutto questo non succeda”. I lavoratori con fragilità sono cambiati negli anni? “Molto. Le fragilità si sono trasformate: le dipendenze non sono più solo da sostanze, ma da videogiochi e social media. E dopo il COVID abbiamo visto crescere, soprattutto tra i giovani, i casi di doppia diagnosi: disturbi psichiatrici abbinati a dipendenze. C’è poi un paradosso interessante: il mercato del lavoro vicentino ha cominciato ad assumere più persone che prima arrivavano da noi, come ad esempio chi usciva da percorsi di tossicodipendenza. È di certo un risultato positivo. Ma quelle stesse persone, inserite direttamente in azienda senza un percorso educativo strutturato, rischiano di tornare indietro se manca il percorso di costruzione di identità lavorativa. Le imprese assumono, ma non accompagnano. È normale, l’impresa ha bisogno di lavoratori. Ma questo crea distorsioni”. Avete aperto un bar all’interno della cooperativa... “Il bar è stata una sfida. Ha aperto il negozio a una clientela completamente diversa: professionisti, famiglie, gente di passaggio. Persone che forse in un negozio dell’usato non ci sarebbero mai entrate. Al bar vieni servito da un ex tossicodipendente, da un ex carcerato, ti siedi accanto a qualcuno che magari prima non avresti avvicinato. Quando quella persona al bancone finisce il percorso e smette di lavorare con noi perché ha trovato un impiego in un’altra azienda, i clienti chiedono: “Dov’è andato?”. E lì comincia una narrazione diversa, condivisa. Lo stigma si sgretola e diventa normalità. Come quando vai dal benzinaio: non sai nulla della sua vita, vai lì senza pregiudizi. Qui succede la stessa cosa, solo che lo scopri dopo”. Quali sono i vostri piani per i prossimi anni? “Espandere il modello in tutta la provincia e poi a livello regionale e nazionale. Oggi siamo presenti in sedici centri di raccolta. L’anno scorso abbiamo fondato una rete con altre sei cooperative sociali italiane, da Milano a Bologna a Napoli, per portare questo modello sui tavoli del Ministero. Il nostro obiettivo non è fare un franchising, ma far si che ogni provincia abbia la sua Cooperativa Insieme, adattata al proprio territorio. Serve però che l’ente pubblico smetta di vedere questo lavoro come un costo da sostenere per spirito solidale e cominci a riconoscerlo per quello che è: un’opportunità generativa, economica e sociale”. Una seconda possibilità per gli oggetti e soprattutto per le persone. È la formula che Adriano Verneau ripete, declinandola ogni volta in modo diverso: per un maglione buttato ma ancora buono, per un ragazzo appena uscito dal carcere. Un modello economico sostenibile che fatica ancora a essere riconosciuto. A Vicenza, però, funziona da quarantasette anni. E i clienti che tornano al bar e poi passano in negozio sono lì a dimostrarlo. Milano. Una giustizia che ripara e un perdono che rigenera, convegno all’Opera San Francesco di Giorgio Paolucci chiesadimilano.it, 4 maggio 2026 Un detenuto non può essere “ridotto” al reato di cui è responsabile: questo il punto di partenza dell’appuntamento promosso l’8 maggio dall’associazione Incontro e Presenza, dai Francescani e dalla Comunità Papa Giovanni XXIII, con interventi e testimonianze. Una giustizia che punisca chi, commettendo un reato, ha ferito la società e che nel contempo lavori al recupero del condannato. Obiettivo tanto nobile e condivisibile quanto spesso negato nei fatti: basta guardare quanto accade in tante, troppe carceri del nostro Paese, dove all’espiazione della pena non si accompagna un adeguato percorso di rieducazione. Eppure la detenzione può diventare l’occasione per un cambiamento radicale di vita, il momento in cui prendere consapevolezza che la persona non è riducibile al reato che ha commesso. In questa dinamica, che spazio c’è per il perdono, di un perdono che possa essere esercitato senza che l’esercizio della giustizia venga indebolito? Temi caldi e divisivi, di cui si parlerà in un convegno in programma venerdì 8 maggio a Milano presso l’Auditorium di Opera San Francesco (via Kramer 5). Un luogo che evoca accoglienza e possibilità di ripartenza, intitolato a un Santo di cui si celebrano gli ottocento anni dalla morte e che ancora oggi provoca e interroga. Sarà un incontro sul filo della testimonianza, ma nel quale non mancherà il confronto con l’istituzione. Gli interventi - Ne saranno protagonisti padre Pietro Maranesi, francescano cappuccino, rettore dell’Istituto superiore di Scienze religiose di Assisi e docente di Teologia dogmatica e Francescanesimo all’Istituto teologo di Assisi; Massimo Parisi, vicecapo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria; Giorgio Pieri, responsabile del Progetto Comunità educante con i carcerati promosso dalla Comunità Papa Giovanni XXIII, una innovativa esperienza che permette alle persone detenute di scontare la pena in luoghi alternativi al carcere, dove imparare un lavoro e prepararsi a un pieno reinserimento sociale. E poi due ex detenuti della Casa di reclusione di Opera, Corrado Favara e Mattia Teofilo, che racconteranno il loro percorso di riabilitazione passato attraverso lo studio e il lavoro, e daranno testimonianza di come si sono misurati con la dimensione del perdono. L’iniziativa è promossa dall’associazione Incontro e Presenza, che da quarant’anni opera con duecento volontari negli istituti penitenziari di Milano, Monza, Bergamo e Lecco. “L’opinione pubblica guarda al mondo del carcere come a un buco nero dove l’esistenza si ferma - spiega il presidente Fabio Romano -, mentre è importante capire che lì dentro vivono uomini e donne che non possono essere “ridotti” al reato di cui si sono resi responsabili, e che in una società veramente umana si deve lavorare per realizzare una giustizia che ripara e un perdono che rigenera, come recita il titolo del convegno”. La mostra - In concomitanza con questa iniziativa, patrocinata dal Comitato nazionale per le celebrazioni dell’ottavo centenario della morte del Poverello, verrà allestita una esposizione di mosaici realizzati dall’artista Giovanni Lombardi, detenuto nella Casa di reclusione di Opera. La mostra è ospitata dal Chiostro del Convento dei Frati Cappuccini (viale Piave 2) ed è visitabile dall’8 al 10 maggio dalle 10 alle 18. Una piccola-grande testimonianza di rigenerazione umana nel segno della bellezza. Milano. “La cella di fronte”, il microcosmo delle carceri minorili raccontate da Kento di Laura Capasso Corriere della Sera, 4 maggio 2026 Il rapper e scrittore italiano Kento debutta al Teatro Martinitt con lo spettacolo “La cella di fronte” il 19 maggio. Lo spettacolo racconta, attraverso parola e musica, il microcosmo delle carceri minorili, affrontando sogni, errori, punizioni e speranze dei giovani che le abitano. Kento, pseudonimo di Francesco Carlo, rapper militante appena uscito con il singolo “Ragazzo dei ‘90”, da anni lavora con i ragazzi nelle strutture penitenziarie. Ci racconta la genesi e il significato di questo progetto teatrale. Come musicista è abituato al palcoscenico, ma questo è il suo esordio teatrale. Cosa l’ha spinta a portare sul palco la sua esperienza nelle carceri minorili? Lavoro con i giovani nelle strutture penitenziarie da oltre dieci anni, e credo che l’arte, in particolare la musica, possa essere uno strumento potente di espressione. Molti di questi ragazzi non hanno mai avuto l’opportunità di esprimere veramente i propri sentimenti, lo insegno attraverso il rap. Nei suoi laboratori di scrittura rap, qual è il rapporto tra tecnica e sentimento? Nei laboratori, insegno loro a mettere nero su bianco le loro emozioni. Li incoraggio a riflettere su cosa c’è dentro di loro che vale la pena condividere. Non è tanto trasformarli in rapper, ma aiutarli a scoprire il valore delle loro esperienze. Li stimolo a scrivere ciò che provano e poi proviamo a trasformare quel materiale in musica. Il mio obiettivo non è fare di loro degli artisti, ma dare loro la possibilità di comunicare, di esprimersi. In sostanza, dare voce a chi non l’ha mai avuta. Da queste esperienze nasce lo spettacolo “La cella di fronte”. Com’è strutturato e cosa racconta? Lo spettacolo ha tre anime narrative. La prima è il racconto delle storie che ho raccolto direttamente negli istituti penitenziari dal 2011 a oggi. Questi racconti si intrecciano con i valori della cultura hip-hop e le canzoni del mio repertorio. Ad esempio, canterò “Nostra Signora delle lacrime”, una canzone che ho scritto nel 2025, ispirata dalla mia esperienza a bordo della Ocean Viking nel 2024, dove sono stato il primo musicista a partecipare alla missione di soccorso. Poi c’è una parte dedicata all’interazione con il pubblico, ma non voglio svelare troppo. Posso solo dire che chiederò agli spettatori di scrivere un messaggio ai ragazzi detenuti, ma poi accadrà qualcosa di inaspettato. Le è mai capitato di incontrare qualche “promessa del rap”? Sì, ho conosciuto ragazzi con un grande potenziale. Alcuni di loro ce la faranno anche da soli, ma il mio obiettivo non è quello di trasformarli in rapper. Voglio solo dare a tutti gli strumenti per esprimersi. Credo che il ruolo dell’artista sia quello di andare a cercare ciò che si agita nei “sotterranei” della società e dare voce a chi non ce l’ha o non la sa tirare fuori. Il rap, come strumento, ha un enorme potenziale per trattare tematiche complesse e delicate. Deve essere in grado di parlare di tutto: sesso, violenza, pace, denaro, ma sempre con consapevolezza e intelligenza. Le radici del pacifismo italiano di Ernesto Galli della Loggia Corriere della Sera, 4 maggio 2026 In italiani sono freddi sugli aiuti all’Ucraina perché ancora risentono della follia della Seconda guerra mondiale. La storia proietta i suoi effetti sui tempi lunghi, la storia è solita dare appuntamenti non per l’indomani ma a distanza di decenni. È dunque solo oggi che vediamo con chiarezza che cosa ha significato per l’Italia la Seconda guerra mondiale e la sconfitta subita, che cosa essa ci ha lasciato in eredità. La definirei “la sindrome dell’inerme”. A differenza della prima, la Seconda guerra mondiale coinvolse in misura massiccia la popolazione civile e devastò insieme ai centri urbani grandi parti del territorio di mezza Europa. In Italia moltissime furono le vittime innocenti, donne, vecchi, bambini. Fu l’esito complessivo della criminale superficialità del duce del fascismo che ci portò a dichiarare guerra contemporaneamente agli Stati Uniti, all’Impero britannico e alla Russia sovietica: praticamente alla metà del globo terrestre. È dunque più che comprensibile che nell’articolo 11 della Costituzione sia iscritto il rifiuto di qualunque bellicismo. Vale a dire il rifiuto della guerra “come strumento di offesa alla libertà di altri popoli e come mezzo per risolvere le controversie internazionali”. Ma mentre rifiutare il bellicismo ha certamente un senso, ed un senso positivo, invece, essere “contro la guerra” un senso non ce l’ha. Non vuol dire concretamente nulla. Per la semplice ragione che non ha alcun senso logico essere contro qualcosa che non dipende da te. È del tutto ovvio, infatti, che perché ci si ritrovi in guerra è sufficiente la volontà di una sola parte, di chiunque altro ti aggredisca e per ciò stesso ti costringa alla guerra per la necessità in cui vieni a trovarti di difenderti. Infatti - del tutto coerentemente e saggiamente - in un successivo articolo, il 52, sempre la Costituzione proclama “la difesa della Patria” essere niente di meno che un sacro dovere del cittadino. In tal caso, cioè, essa proclama la guerra addirittura “un sacro dovere”: appunto perché si tratta di una guerra di difesa. Che comunque sempre una guerra è. Ma se la Costituzione scrive una cosa, la politica e poi la Storia sono pronte a fargliene dire un’altra. Esattamente come è capitato in Italia, dove la pluridecennale propaganda pacifista in funzione antiamericana e filosovietica del Partito comunista, sommandosi a una radicata tradizione religiosa popolare e di parte consistente delle élite cattoliche, hanno diffuso la convinzione - radicale, capillare, vastissima - che la nostra Costituzione, comunque, e in ogni caso “proibisce la guerra”. Ma nel “pacifismo” italiano che, come rivela ogni sondaggio, caratterizza la maggioranza della nostra opinione pubblica, c’è qualcosa d’altro che va al di là della politica in senso stretto e della stessa ispirazione etica cristiana. Questo pacifismo è la premessa e insieme l’esito di qualcosa di assai più profondo. Della “sindrome dell’inerme”, appunto, come l’ho chiamata all’inizio. È il sentimento tenace - depositatosi e cresciuto nella coscienza collettiva in seguito alla tragedia del 1940-’45 - che l’Italia non può nulla, che non può contare nulla, e che dunque è assurdo che essa si ponga - sia pure semplicemente armandosi a scopo dissuasivo - nella prospettiva di quel cimento supremo che è la guerra. La guerra è una cosa assurda e cattiva, e non importa che essa comunque esista: in ogni caso la guerra non è roba per noi italiani, noi vogliamo solo starne lontano il più possibile. Al fondo è un sentimento di disprezzo di sé: così forte che paradossalmente - con un’inversione psicanaliticamente spiegabilissima perché utile ad autoassolversi - esso si tramuta in un larvato disprezzo, di cui abbiamo prova ogni giorno, per chi come il popolo ucraino, invece, la guerra la fa e si batte con eroismo inesauribile in difesa della propria libertà. Ma verso questo eroismo dal pacifismo italiano si alza un muto rimprovero: “Come osano costoro fare ciò che noi non vorremmo fare mai? Come osano avere quel coraggio che noi abbiamo deciso di non avere, che sappiamo di non avere?”. Tra i grandi Paesi d’Europa siamo quello la cui opinione pubblica manifesta il più debole sostegno all’Ucraina. Quello la cui opinione pubblica per qualsivoglia nostro eventuale, ipotizzabile, possibile, intervento di natura militare, anche il più blando e dovunque esso sia, esige immediatamente che ci sia il consenso universale. Che oltre i “buoni” anche i “cattivi” siano d’accordo: anzi soprattutto i “cattivi”. Insomma, che non capiti che poi qualcuno ci spari addosso. È l’effetto terribile e duraturo che la sconfitta del 1940-’45 ha prodotto nella coscienza nazionale italiana. Non tanto il brutale abbassamento di rango del Paese sancito dalla resa incondizionata, bensì una segreta perdita di fiducia in noi stessi, di autostima; una ferita a morte che nei due, tre decenni postbellici sembrò rimarginata ma che evidentemente non lo era e ne patiamo le conseguenze: non ci sentiamo più capaci di nulla di grande, d’importante. Non ci sentiamo pronti alla minima audacia, più disposti a osare. E così accade che l’impotenza, le parole, i dibattiti, le chiacchiere ci stiano soffocando. Nessun esponente politico ha il coraggio di rompere, di immaginare e di tentare vie nuove, programmi nuovi, di cercare donne e uomini nuovi, di rischiare, di scommettere fino in fondo su sé stesso e su di noi: sul suo e nostro Paese. La “sindrome dell’inerme” implica un solo comandamento: durare e non fare, galleggiare, sopravvivere. E infatti ormai da oltre vent’anni l’Italia non fa altro che sopravvivere. Ma in un immobilismo che sempre di più assomiglia all’asfissia di una lenta morte. Per un 2 Giugno che non sia la festa delle armi di Daniele Novara Avvenire, 4 maggio 2026 Da più di quattro anni siamo immersi fino al collo in un immaginario di guerra, di deliri militareschi, di inneggiamenti a vittorie più o meno realistiche, di fervore contro presunti nemici, di leader mondiali che continuano imperterriti a mettere a repentaglio la vita stessa del pianeta con le migliaia di bombe nucleari diffuse ovunque. Ma specialmente un immaginario che accantona il nostro articolo 11 della Costituzione: l’Italia ripudia la guerra. Appare evidente come si voglia assuefare l’opinione pubblica alla logica del riarmo, all’assurda richiesta di portare la percentuale di spesa per le armi al 5% del bilancio pubblico, ampiamente superiore a quello dell’istruzione. Aderisco con entusiasmo all’appello promosso da Avvenire che chiede che la parata del 2 giugno a Roma per la Festa della Repubblica non sia l’ennesima rappresentazione pubblica del mito delle armi e della guerra. Mi sembra quasi tautologico dover ribadire che la Festa della Repubblica non è la festa delle Forze Armate, che peraltro hanno già una ricorrenza, ma una festa di tutti e tutte, di una società che si incardina anzitutto nelle sue funzioni educative, economiche e nelle professioni di cura, che devono essere prioritariamente rappresentate. È quasi imbarazzante aderire a un appello che porta una richiesta talmente ovvia che dovrebbe essere la norma da decenni. Di chi è la Festa della Repubblica? Anzi, di chi è la Repubblica? Dei cittadini e delle cittadine, o degli eserciti e dei fabbricanti di armi? Da più di quattro anni siamo immersi fino al collo in un immaginario di guerra, di deliri militareschi, di inneggiamenti a vittorie più o meno realistiche, di fervore contro presunti nemici, di leader mondiali che continuano imperterriti a mettere a repentaglio la vita stessa del pianeta con le migliaia di bombe nucleari diffuse ovunque. Ma specialmente un immaginario che accantona il nostro articolo 11 della Costituzione: l’Italia ripudia la guerra. Appare evidente come si voglia assuefare l’opinione pubblica alla logica del riarmo, all’assurda richiesta di portare la percentuale di spesa per le armi al 5% del bilancio pubblico, ampiamente superiore a quello dell’istruzione. Il calo demografico nasce anche da qui, da una diffusa paura che ci sia poca speranza per il futuro. Risulta chiara, allora, la diminuzione del numero di chi intende continuare a fare figli, con la preoccupazione che vengano addirittura arruolati in guerre che sono, come anche il Papa continua a dichiarare, puri e semplici forme di crudeltà senza alcuno scopo. Non dobbiamo rassegnarci a tutto questo e ricordare, piuttosto, le grandi figure che hanno coltivato un’idea di futuro migliore portando alla scrittura dell’articolo 11 della Costituzione. In questo scenario, esorto le scuole ad opporsi al tentativo di assuefare le nuove generazioni alla guerra, alle armi, al senso del nemico. Che gli insegnanti rifiutino le visite alle strutture militari. Non abbiamo bisogno di creare nuovi Balilla ma cittadini che sappiano costruire le condizioni per una sicurezza che, parafrasando Sandro Pertini, non sia luccichio di spada ma un insieme di granai pieni di cibo e di scuole colme di alunni che vogliono imparare a costruire e vivere relazioni di pace. Nuove droghe, il Kratom dilaga negli Usa e minaccia l’Italia di Donatella Zorzetto La Stampa, 4 maggio 2026 Di origine naturale, viene assunto come stimolante per alleviare la stanchezza. Locatelli: “Presenta molti rischi e può provocare anche danni cerebrali”. È stato inserito con altre cinque nuove sostanze nella Tabella I degli stupefacenti del ministero della Salute. Il Fentanyl sta lasciando il posto alla droga naturale del momento: negli Usa ora è il Kratom a tenere banco. Naturale, perché non è un oppioide sintetico e non rientra nelle stesse categorie, ma i dati più recenti indicano che il suo impatto sanitario sta aumentando rapidamente. È una pianta di origine asiatica, la Mitragyna speciosa. Fa parte della farmacopea della medicina tradizionale per gli agricoltori del Sud-Est asiatico, specie in Paesi come in Tailandia, Indonesia e Malesia che lo utilizzano per alleviare la fatica e come stimolante. Una sostanza che, però, può portare a conseguenze molto gravi: una persona su 6 che l’ha assunta ha dovuto fare ricorso al ricovero in ospedale. “È un eccitante - conferma Carlo Alessandro Locatelli, tossicologo clinico e direttore del Centro Antiveleni (Cav) - Centro nazionale di informazione tossicologica agli Istituti clinici scientifici Maugeri Irccs di Pavia -. Ma, inevitabilmente, porta poi alla fase down-depressiva e ad effetti collaterali anche pesanti, con danni ai neuroni”. Impennata di casi negli Usa - Il rapporto più recente sul Kratom indica un aumento del consumo che ha raggiunto il 1200% tra il 2015 e il 2025, periodo in cui si è passati da 258 a 3.400 casi. Ma uno studio aveva già evidenziato un’esplosione del fenomeno. La ricerca, pubblicata sulla rivista Addiction (https://onlinelibrary.wiley.com/doi/epdf/10.1111/add.70416), indica una crescita di consumo della sostanza del 6.500% in 13 anni. Sostanza che, se nel 2010 era pressoché sconosciuta, visto che i centri antiveleni avevano registrato appena 19 casi, con il tempo si è fatta conoscere diffusamente: nel 2023 erano già saliti a 1.242. Contemporaneamente, gli episodi con esito severo, potenzialmente letale o in grado di lasciare una disabilità significativa, erano arrivati a 158, mentre in passato non c’erano state segnalazioni. Da qui il fatto che gli studiosi parlino di una “escalation vertiginosa” e, quindi, molto pericolosa. Negli Usa - ha spiegato Ryan Feldman, autore senior dello studio e docente del Medical College of Wisconsin - “il kratom non è incluso nell’elenco delle sostanze controllate in base al Controlled Substances Act né è approvato per uso medico dalla Fda”. E questo lascia ai singoli Stati ampio margine di manovra: alcuni hanno introdotto restrizioni, altri non regolamentano affatto la sostanza. Secondo lo studio, gli Stati con divieti o normative più severe hanno registrato tassi inferiori di esposizione, di esiti gravi e di ricorso all’assistenza sanitaria rispetto a quelli con regole più permissive o assenti. Il Kratom si fa largo anche in Italia - Non solo negli Stati Uniti, anche in Europa, nella fattispecie in Italia, Kratom è sulla buona strada per diventare un allarme. È ancora Locatelli a parlare: “La si può trovare facilmente su Internet e costa poco e questo è il problema - sottolinea -. In Italia viene venduta e sequestrata con maggiore o minore frequenza a seconda delle fluttuazioni di un mercato che ancora non possiamo sondare a fondo. Se dobbiamo preoccuparci? Da un punto di vista teorico sarebbe bene avere presente il problema, che può sicuramente toccare anche l’Europa. Perché cambia la modalità con cui ci rapportiamo ai mercati: in una società interconnessa come quella attuale non esiste più alcun luogo confinato e una sostanza può arrivare andare ovunque e andare ovunque”. Cosa c’è nella nuova droga: gli effetti - Ma com’è fatta questa droga definita naturale? Nel Kratom ci sono oltre 20 alcaloidi diversi. Di questi sono 3 o 4 quelli che hanno un effetto particolare, nello specifico la Mitragyna speciosa. Va ricordato, però, che la Mitragyna pura dà a sua volta effetti un po’ diversi rispetto a quelli del Kratom. Questo significa che ciò che circola non è tutto uguale: anche i principi attivi possono variare in quantità a seconda di dove la si coltiva. Detto questo, alcuni alcaloidi che compongono il Kratom possono far sì che assomigli ad alcune droghe psichedeliche, ma anche gli oppioidi. È dunque importante, secondo i ricercatori, aumentare le indagini sugli effetti dei composti attivi del Kratom, soprattutto la mitraginina e 7-idrossimitraginina, che agiscono a livello cerebrale. “Quanto agli effetti che questa droga provoca sull’organismo - precisa Locatelli - sono stati rilevati tachicardia dolori, nausea, disturbi gastrointestinali, insonnia, ipertensione e sintomi psicologici quali ansia e irritabilità”. Le sostanze inserite dal ministero nella Tabella I - Intanto, in Italia, il ministero della Salute, che già aveva inserito il Kratom (pianta ed estratti) nella Tabella I del Testo unico delle norme su stupefacenti e sostanze psicotrope, ha aggiornato il testo, disponendo l’inclusione nella stessa tabella di nuove molecole psicoattive individuate per la prima volta in Europa nel 2024 e nel 2025, segnalate dal sistema di allerta precoce europeo e trasmesse alle autorità italiane competenti. Sono cinque sostanze, classificate come ad altissimo potenziale di abuso e di induzione di dipendenza: Cumil-Pminaca, cannabinoide sintetico, conosciuto anche come SGT-313, che si suppone agisca come agonista dei recettori dei cannabinoidi; la Tilmetamina, sostanza che appartiene alla classe delle arilcicloesilammine, strutturalmente correlata alla ketamina, già presente nella Tabella I; 4F-Admb-Binaca, 4F-Mdmb-Pinaca e Madmb-4en-Pinaca, tre cannabinoidi sintetici che fanno parte della famiglia degli analoghi dell’indazol-3-carbossammide. Il provvedimento adottato dal ministero si inserisce in un contesto europeo di allarme crescente per la proliferazione delle cosiddette Nps (New psychoactive substances): il motivo è che i laboratori clandestini hanno sviluppato nuove molecole con l’obiettivo di aggirare le normative vigenti, modificando leggermente la struttura chimica di sostanze che risultano già proibite. Giornata mondiale della libertà di stampa: circa 300 giornalisti detenuti nel mondo di Alexander Kazakevich euronews.com, 4 maggio 2026 “La libertà di informare e di essere informati è essenziale per l’esercizio della democrazia”, ricorda la diplomazia francese, sottolineando che la liberazione dei giornalisti detenuti arbitrariamente resta un “imperativo”. In occasione della Giornata mondiale della libertà di stampa, domenica 3 maggio, l’Onu lancia un allarme sui pericoli che gravano sui giornalisti: censura, persecuzioni giudiziarie, violenze e omicidi. “Ogni libertà si fonda sulla libertà di stampa. Senza di essa non possono esserci né diritti umani, né sviluppo sostenibile, né pace”, ha dichiarato António Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, in un messaggio video. Ha sottolineato che gli ultimi anni sono stati segnati da un aumento del numero di giornalisti uccisi, in particolare nelle zone di guerra. Il segretario generale ha inoltre denunciato il fatto che l’85% dei crimini commessi contro i professionisti del settore resta irrisolto e impunito, un livello di impunità che definisce “inaccettabile”. Secondo il conteggio dell’Unesco, 14 giornalisti hanno perso la vita dall’inizio del 2026. Nel 2025 sono stati 129 i giornalisti e gli operatori dei media uccisi nell’arco dell’intero anno, secondo il Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ). La diplomazia francese ha a sua volta condannato domenica “gli attacchi e le violenze commesse contro i giornalisti e gli operatori dei media”, rendendo omaggio a “coloro che, ancora troppo numerosi quest’anno, sono stati uccisi nell’esercizio della loro professione, in tutto il mondo, in Palestina, in Ucraina, in Sudan e altrove”. Secondo Parigi, quattro giornalisti sono morti dal mese di marzo in bombardamenti condotti dall’esercito israeliano nel sud del Libano. “Il puntamento deliberato dei giornalisti, quando è accertato, costituisce un crimine di guerra”, insiste il ministero degli Esteri. Il Quai d’Orsay ha inoltre reso omaggio alla memoria di Antoni Lallican, fotoreporter francese di 37 anni, ucciso il 3 ottobre scorso durante un attacco con drone russo vicino a Kramatorsk, in Ucraina. “La Russia ha fatto della libertà di informare un bersaglio”, prosegue il comunicato. Reporters sans frontières (RSF) aveva definitol’attacco “deliberato”, mentre Antoni Lallican si trovava sul terreno con il collega ucraino Georgiy Ivanchenko, rimasto gravemente ferito nell’attacco. “È nostro dovere ricordarlo sempre, e ancora di più oggi, in un momento storico segnato da un’escalation continua della violenza e da ripetute violazioni del diritto internazionale umanitario [...] : le persone che non partecipano ai conflitti, civili, personale medico e umanitario e giornalisti non devono essere attaccate”, ha dichiarato Rosario Valastro, alla guida della Croce Rossa italiana. La presidenza portoghese deplora che il pesante bilancio per i professionisti dei media “smentisca le aspettative di progresso che il consolidamento delle democrazie dovrebbe garantire”. Alle violenze si aggiungono “minacce più silenziose”, sottolinea l’ufficio di António José Seguro, citando “l’arretramento democratico in diverse regioni del globo”, “la precarietà economica delle redazioni”, la concentrazione del capitale e ancora “la proliferazione della disinformazione che inquina lo spazio pubblico”, mentre i media non svolgono sempre il loro “ruolo di antidoto”. Secondo l’Onu, circa 330 giornalisti sono attualmente detenuti nel mondo, ai quali si aggiungono 500 giornalisti cittadini e blogger difensori dei diritti umani. Ci sono anche segnali di speranza. A fine aprile il giornalista Andrzej Poczobut è tornato libero, dopo cinque anni di detenzione in Bielorussia. Corrispondente del quotidiano polacco Gazeta Wyborcza e figura di spicco della minoranza polacca nel Paese, stava scontando una pena di otto anni di carcere per aver “incitato ad azioni che mettono in pericolo la sicurezza nazionale”. Dopo la sua liberazione, nell’ambito di uno scambio, è stato accolto al confine polacco dal primo ministro polacco, Donald Tusk. Domenica 3 maggio il presidente Karol Nawrocki ha insignito l’ex prigioniero di Alexandre Loukachenko dell’Ordine dell’Aquila Bianca, la più alta distinzione polacca, per la sua “attitudine incrollabile di fronte alle manifestazioni di regimi totalitari di nuovo in ascesa”. In Francia, Christophe Gleizes non è stato dimenticato. Il governo “continua a intervenire presso le autorità algerine” per ottenere la liberazione del giornalista sportivo, condannato in appello, nel dicembre 2025, a sette anni di carcere per “apologia di terrorismo” e “detenzione di pubblicazioni a fini di propaganda lesive dell’interesse nazionale”. Il suo arresto, avvenuto durante un soggiorno in Cabilia, ha alimentato le tensioni tra Parigi e Algeri. Alla vigilia della Giornata mondiale della libertà di stampa, Amélie Oudéa-Castéra, ex ministra di Emmanuel Macron e attuale presidente del Comitato olimpico e sportivo nazionale francese (Cnosf), ha denunciato su X “la pena più pesante inflitta a un giornalista da 10 anni a questa parte”. Arabia Saudita. Il record di bin Salman: dal 2015 oltre 2.000 esecuzioni di Riccardo Noury* Il Fatto Quotidiano, 4 maggio 2026 Questa escalation è stata accompagnata da dichiarazioni che affermavano tutto il contrario, coerentemente con la sua suadente e rassicurante strategia di comunicazione. Con le ultime impiccagioni di aprile, il numero delle condanne a morte eseguite in Arabia Saudita dal 2015 ha raggiunto e superato quota 2.000. Il macabro conteggio, tenuto dall’Organizzazione saudita europea per i diritti umani, parte dal gennaio 2015, quando è iniziata la carriera politica del principe della Corona e attuale uomo forte del potere saudita Mohamed bin Salman: dapprima come ministro della Difesa e segretario generale della corte reale sotto il regno del padre Salman bin Abdulaziz, poi dal giugno 2017 con la nomina a principe ereditario e dal settembre 2022 come primo ministro. Sotto bin Salman c’è stato un aumento senza precedenti delle esecuzioni di ogni genere: per omicidio e droga, per reati politici, contro lavoratori e lavoratrici migranti e persino nei confronti di minorenni al momento dell’arresto. Questa escalation è stata accompagnata da dichiarazioni che affermavano tutto il contrario, coerentemente con la suadente e rassicurante strategia di comunicazione seguita dalla leadership saudita: già nel 2018 bin Salman aveva annunciato che il ricorso alla pena di morte sarebbe diminuito e che comunque non avrebbe riguardato i minorenni al momento del reato, grazie a un divieto contenuto nella Legge sui giovani, sempre del 2018, ribadito poi da un decreto reale del 2020. Nel 2022 c’era stata un’ulteriore promessa: la pena di morte sarebbe stata prevista solo per il reato di omicidio intenzionale. Invece, non solo le esecuzioni sono aumentate facendo segnare nel 2024 e nel 2025 due record consecutivi (l’anno scorso 356) ma sono proseguite anche quelle dei rei minorenni: delle 17 esecuzioni di questo genere avvenute dal 2015, 13 hanno avuto luogo dopo l’emanazione della legge del 2018 e sei minorenni al momento del reato rischiano tuttora l’impiccagione. Inoltre, l’analisi delle tipologie di esecuzioni evidenzia che meno della metà del totale, esattamente il 43,9 per cento, ha riguardato l’omicidio intenzionale. Nel 14 per cento dei casi si è trattato di reati politici, giudicati dal Tribunale penale speciale, ossia una corte antiterrorismo. Un altro impegno preso da bin Salman è stato disatteso: la moratoria sulle esecuzioni per reati di droga, annunciata nel 2021 dalla Commissione saudita per i diritti umani, un organismo governativo. Se solo il 35 per cento del totale delle 2000 esecuzioni dal 2015 ha riguardato quel genere di reati, quelle per droga sono state il 67 per cento di quelle del 2025. Infine, il 42 per cento del totale delle esecuzioni, 845 su 2000, ha riguardato cittadini stranieri provenienti da 34 stati dell’Asia e dell’Africa e anche uno di nazionalità statunitense. I processi nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrici migranti sono al di sotto di qualsiasi standard internazionale, tra insufficiente assistenza legale e assenza di servizi d’interpretariato. A questo va aggiunto che gli stati di origine tendono a non protestare, limitandosi per lo più a rivolgere qualche educata supplica di natura umanitaria, per evitare di rovinare i rapporti con un enorme mercato del lavoro che dunque produce ingenti rimesse dall’estero. Per di più, in diversi casi sono state messe a morte lavoratrici domestiche vittime di traffico di esseri umani o che avevano subito violenza da parte dei datori di lavoro. *Portavoce di Amnesty International Italia Singapore. Vietato criticare l’uso della pena di morte di Riccardo Noury* Corriere della Sera, 4 maggio 2026 A Singapore l’Atto sulla protezione dalla falsificazione e dalla manipolazione online, noto con l’acronimo Pofma e in vigore dall’ottobre 2019, rischia di fare una nuova vittima. L’attivista Kokila Annamalai, detta Koki, cofondatrice del Collettivo per la giustizia trasformativa, andrà a processo il 17 maggio dopo che, il 23 aprile, si è rifiutata di correggere alcuni post pubblicati sulle principali piattaforme social. Aveva ricevuto numerosi avvisi di farlo ma li ha rimandati indietro: per lei il Pofma è una norma liberticida, che ha l’obiettivo di costringere a dichiarare falso ciò che si è scritto di vero. Nell’ottobre 2024, anno in cui (come in quello successivo) Singapore ha fatto registrare un notevole aumento dell’uso della pena di morte per reati di droga, Koki aveva pubblicato una serie di post in cui denunciava l’arbitrarietà delle procedure nei processi contro persone accusate di aver introdotto nel paese sostanze stupefacenti. Secondo il ministero degli Interni, queste affermazioni hanno rappresentato in modo falso il sistema giudiziario che regola i processi per droga. Se sarà giudicata colpevole di aver violato il Pofma, Koki rischia di subire una multa equivalente a circa 20.000 euro, una condanna fino a un anno di carcere o entrambe. *Portavoce di Amnesty International Italia