Una città nella città dove la primavera non entra di Piero Di Domenicantonio L’Osservatore Romano, 3 maggio 2026 Siamo a maggio. Sono tornati i fiori e i profumi della primavera. Giardini e strade riprendono a essere luoghi di svago per bambini e anziani e tante persone si prendono cura del proprio corpo passeggiando e correndo. Anche gli animali hanno maggiori possibilità di trascorrere la giornata all’aperto. Insomma, la società segue il ritmo delle stagioni e già si proietta verso il tempo delle vacanze estive. In ogni città vi è però un luogo aperto tutto l’anno dove non cambia mai nulla. Non si avverte il passaggio da una stagione all’altra e lo scorrere del tempo è affidato all’inventiva personale o di qualche compagno di detenzione. Questo luogo si chiama carcere, una città nella città dove, però, le regole - a partire da quelle che dovrebbero impedire il sovraffollamento delle celle - non vengono rispettate e si fa fatica a impiegare il tempo nel lavoro, nello studio e nella condivisione. In tutti i penitenziari ci sono alcuni spazi che potrebbero rappresentare una vera boccata d’ossigeno, ma sono quasi sempre trascurati, senza manutenzione. È desolante constatare come lo Stato non si prenda cura dei propri investimenti. La promozione di attività culturali o motorie non è una priorità e viene lasciata all’iniziativa di associazioni, fondazioni e cappellanie. La partecipazione dipende dalla volontà del singolo e questo, anziché essere un incentivo, finisce per favorire disinteresse e il fai-da-te. Fuori dalla cella, il detenuto dispone di altri spazi, come la sala per la socialità dove, di solito, si “rifugiano” i fumatori. Questo ambiente potrebbe essere dotato di tavoli, sedie o attrezzature per il gioco, ma in realtà nessuno se ne cura. Lo spazio più ampio è il cosiddetto “cortile per l’aria”: una distesa di cemento sconnesso circondato da alte pareti. In cortile il detenuto può passeggiare, dialogare o svolgere esercizi fisici, ma solo per due o quattro ore al giorno sulla base di un calendario prestabilito. In molte carceri sono state costruite palestre di buone dimensioni, ma spesso senza attrezzature adeguate. Anche in questo caso, lo Stato è assente e se viene organizzata qualche attività è solo grazie ai finanziamenti di enti di promozione sportiva come federazioni, il Coni e “Sport e Salute”. L’ordinamento penitenziario prevede anche la presenza in carcere di una biblioteca. Un’intuizione positiva, ma solo sulla carta, sei poi mancano le mancano risorse per l’acquisto dei libri. Anche in questo caso sono associazioni culturali, librai e volontari a rendere questi spazi vivi, organizzando presentazioni, incontri con autori o semplicemente offrendo la possibilità di leggere. Ed è sempre grazie ai volontari che in circa settanta carceri si pubblicano riviste scritte da detenuti con il supporto di giornalisti esterni. Di recente, questa attività editoriale ha suscitato attenzione critica da parte del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, che ha richiamato alla necessità di evitare contenuti che possano essere ritenuti lesivi dell’immagine del carcere. L’Ordine dei Giornalisti è intervenuto, ma la questione resta aperta. Negli ultimi mesi, inoltre, tutte le iniziative da svolgere all’interno del carcere devono ottenere non solo l’autorizzazione del direttore, ma anche quella del Dipartimento, con un evidente allungamento dei tempi e un approccio che non favorisce la presenza della comunità civile. Le carceri italiane inumane e degradanti di David Allegranti La Nazione, 3 maggio 2026 Il caso Alemanno. L’ex sindaco di Roma ha ricevuto uno sconto di pena di 39 giorni a seguito dell’accoglimento di un ricorso da lui presentato per i trattamenti inumani e degradanti subiti nell’ambito della detenzione iniziata il 31 dicembre 2024. Gianni Alemanno, attualmente recluso a Rebibbia Nuovo Complesso, uscirà prima dal carcere. Il 24 giugno, per l’esattezza. L’ex sindaco di Roma ha ricevuto uno sconto di pena di 39 giorni a seguito dell’accoglimento di un ricorso da lui presentato per i trattamenti inumani e degradanti subiti nell’ambito della detenzione. “Le carceri italiane sono fuori dalla legalità a causa del sovraffollamento persistente e crescente”, dice Antigone, associazione che si occupa di diritti dei detenuti, presieduta da Patrizio Gonnella. Quello di Alemanno è solo uno delle migliaia di ricorsi accolti negli ultimi anni: “Solo nel 2024, ultimo dato finora disponibile, a 5.837 persone detenute era stato riconosciuto uno sconto di pena per analoghe ragioni, generalmente riconducibili al fatto di essere stati reclusi in celle in cui mancava lo spazio minimo di 3 mq a persona”, spiega Antigone. A fine 2024 le persone detenute nelle carceri italiane erano 61.861; nel mese di marzo di quest’anno erano 64.000 ed è verosimile prevedere che il numero di ricorsi accolti salirà. Nel 2013 la Corte europea dei diritti dell’uomo, con la sentenza Torreggiani, condannò l’Italia per le condizioni inumane o degradanti delle nostre carceri. Circa 4.000 ricorsi erano stati presentati da detenuti: “Quella sentenza pilota aprì le porte ad una stagione di riforme, dove le condizioni di detenzione erano al centro dell’attenzione pubblica”, ricorda Antigone, che qualche settimana fa ha lanciato la campagna “Inumane e degradanti”, chiedendo al Governo e al Parlamento (anche attraverso una petizione firmata finora da 1.700 persone) di intervenire subito con riforme necessarie a garantire condizioni di detenzione rispettose dei diritti umani. Si può ancora firmare la petizione online. Un impegno che vale la pena rinverdire anche dopo la scarcerazione di Alemanno, che nel frattempo continua a far pubblicare su Facebook i suoi diari. Il 28 aprile, l’ex sindaco di Roma ha raccontato il suicidio di Andrea Ben Maatoug, cittadino italiano che avrebbe compiuto 36 anni il 29 aprile. Si è tolto la vita impiccandosi in cella. Aveva chiesto un permesso per passare qualche ora con la sua compagna e col figlio di 10 anni. “Ma questo permesso, non si sa perché, era stato rigettato”. E aggiunge: “La morte di un uomo in carcere non è mai un fatto privato, è sempre un fallimento pubblico”. Se una persona arriva a togliersi la vita in questo contesto, “significa che il dovere di cura, protezione e tutela è venuto meno, non necessariamente per un singolo errore, ma per una serie di scelte sistemiche… In un simile contesto mancano gli psicologi, gli psichiatri, gli educatori, manca il tempo necessario per ascoltare davvero le persone”. A presidiare quotidianamente la dimensione umana “restano spesso solo cappellani, pastori e volontari, figure preziose ma che non possono e non devono sostituire lo Stato nei suoi obblighi fondamentali. Diventa allora imprescindibile porsi domande semplici e concrete. Quanti colloqui aveva avuto Andrea con uno psicologo, con uno psichiatra, con un educatore?”. Alemanno insomma uscirà prima da Rebibbia; i problemi del carcere resteranno purtroppo al loro posto. Se un magistrato vuole scegliere libri e cd per Alfredo Cospito di Fulvio Gianaria La Repubblica, 3 maggio 2026 Il tribunale di Sorveglianza aveva accolto la sua richiesta ma un sostituto procuratore generale si è opposto. Alfredo Cospito è un anarchico sessantenne condannato a moltissimi anni di reclusione per aver gambizzato un dirigente dell’Ansaldo e per un attentato con ordigni esplosivi, che per puro caso non hanno provocato feriti, alla scuola allievi carabinieri di Fossano. Quattro anni fa è stato posto al regime di reclusione del 41 bis nel carcere di massima sicurezza sardo di Bancali, il che significa che patisce tutta una serie di restrizioni che lo isolano dagli altri detenuti e limitano le sue comunicazioni all’esterno e dunque anche la possibilità di mantenere rapporti con l’associazione di cui faceva parte. Nessun commento, anche la Corte Europea di Strasburgo ha respinto il ricorso dei suoi avvocati contro queste misure. A questo punto però c’è una recentissima novità che merita di essere conosciuta. Cospito, tramite i suoi avvocati, ha chiesto al Tribunale di Sorveglianza di essere autorizzato a ricevere alcuni libri e un cd da ascoltare in cella e i magistrati, direi ovviamente, hanno accolto la sua richiesta. Ma attenzione, la generosa concessione è stata bloccata perché un sostituto Procuratore Generale si è opposto facendo ricorso in Cassazione. È giusto citare alcuni dei titoli delle pubblicazioni che il detenuto vorrebbe leggere. Il primo è “Dio gioca a dadi con il mondo”, saggio scientifico di Giuseppe Mussardo che ripercorre la storia della Meccanica Quantistica. Il secondo, edito da Adelphi, è “L’incubo di Hill House” di Shirley Jackson, un capolavoro della letteratura gotica. Il terzo è “Ghost story” di Peter Straub, un romanzo horror da cui fu tratto il film La casa dei fantasmi. Il cd contiene brani rock delle non molto note Lambrini girls. Capire il senso di questa fiera opposizione, non conoscendone le motivazioni, è molto arduo, ma si può immaginare che faccia riferimento al pericolo, nell’entrata e nell’uscita dei libri, di pericolose comunicazioni criptate. Pensiamo così perché non si può neanche immaginare che a un detenuto italiano si impedisca per punizione di leggere e di scrivere libri. Dunque una preoccupazione occhiuta e lungimirante che può evitare ai carcerieri di Cospito quella brutta figura che patirono i secondini di Oscar Wild, quando si lasciarono sfuggire il De Profundis e prima ancora quelli di Cervantes, di Torquato Tasso e così via. Una cautela che evita loro la fatica di sfogliare le pagine di un libro. Ma se il motivo non fosse questo e se davvero un magistrato pretendesse di scegliere quali libri un detenuto può leggere e quali dischi ascoltare? Mai finire nelle spire della giustizia, nemmeno per sbaglio di Riccardo Bizzarri* ore12.net, 3 maggio 2026 C’era una volta il grande dibattito nazionale sul “Sì o No” al referendum sulla giustizia. Ore di talk show, editoriali infuocati, giuristi in cravatta e cittadini in apnea. Tutti a discutere di principi, riforme, garanzie. Poi arriva la realtà. E la realtà è la distanza tra teoria e pratica. È quel confine sottilissimo tra indagine e accanimento, tra deduzione e pregiudizio. Non serve essere colpevoli per finire nei guai. Basta essere interpretati male. E allora il consiglio, amaramente ironico ma terribilmente concreto, è uno solo: mai finire nelle spire della giustizia. Non perché sia ingiusta sempre. Ma perché, quando ci finisci dentro, non basta avere ragione. Devi dimostrarla. Per anni. Prendiamo il caso di Sassari. Un uomo di 68 anni, ex allevatore, accusato per oltre tredici anni di aver finto la cecità per incassare una pensione di invalidità. Pedinamenti, testimonianze, ricostruzioni, perfino un archivio domestico di dvd pornografici elevato a prova regina. Sì, avete letto bene: la Procura ha ritenuto che il possesso di film porno fosse incompatibile con la cecità. E qui già il processo prende una piega quasi filosofica: l’esistenza precede la visione? Si può possedere senza guardare? È più cieco chi non vede o chi presume di vedere tutto? Il colpo di scena arriva in aula. La difesa smonta tutto con una semplicità disarmante: “Chi dice che quei dvd venissero guardati?”. Sipario. Non solo: salutare qualcuno, muoversi per casa, infilare una chiave nella serratura… non sono prove di vista, ma di adattamento. Di memoria. Di vita vissuta. Tradotto: il problema non era l’imputato. Era lo sguardo di chi lo osservava. E così, dopo anni di indagini, sospetti e accuse per quasi 190mila euro, arriva la formula più temuta da ogni impianto accusatorio: “il fatto non sussiste”. Fine della storia. O forse no. Perché la vera domanda non è se quell’uomo fosse cieco o meno. La vera domanda è: quanto costa, in termini umani, finire dentro un meccanismo del genere? Anni di processo. Anni con addosso un’etichetta. Anni a difendersi da ciò che “sembra” invece di ciò che è. Il punto è questo: nel nostro sistema, a volte, non sei colpevole perché hai fatto qualcosa. Sei colpevole perché qualcuno riesce a raccontarlo bene. O peggio, perché sembra plausibile. E allora via con le “suggestioni comportamentali”: cammina da solo ergo vede. Ha dei dvd ergo li guarda. Saluta qualcuno ergo lo riconosce. È la giustizia del “secondo me”. Elevata a procedimento. Poi per fortuna arriva un giudice che riporta tutto sulla Terra. E ricorda un principio banale, quasi dimenticato: le prove devono dimostrare, non suggerire. Ma intanto il tritacarne ha girato. E qui torniamo al referendum, ai dibattiti, alle riforme. Perché il problema non è solo la legge scritta. È l’uso che se ne fa. È la distanza tra teoria e pratica. È quel confine sottilissimo tra indagine e accanimento, tra deduzione e pregiudizio. La verità? In Italia non serve essere colpevoli per finire nei guai. Basta essere interpretati male. E allora il consiglio, amaramente ironico ma terribilmente concreto, è uno solo: mai finire nelle spire della giustizia. Non perché sia ingiusta sempre. Ma perché, quando ci finisci dentro, non basta avere ragione. Devi dimostrarla. Per anni. Magari contro un dvd. *Giornalista Il timone della giustizia non gira a caso: clemenza per i potenti, 41 bis ai dissidenti di Vincenzo Scalia osservatoriorepressione.info, 3 maggio 2026 La rotta segue le disuguaglianze tra clemenza selettiva e repressione politica. Il timone della giustizia, come anche i fatti recenti dimostrano, ha una barra ferma, fermissima. In quanto segue la rotta della giustizia di classe, spietata coi gruppi sociali marginali, indulgente con amici e amiche. Il tutto condito da punte significative di sadismo e sfrontatezza, oltre che provocazione. Le recenti cronache giudiziarie, in particolare quelle relative alla grazia a Nicole Minetti e al rinnovo del 41 bis nei confronti di Alfredo Cospito, riportano alla memoria un pamphlet provocatorio comparso a Padova 57 anni fa. L’autore, il neofascista Franco Freda, per attaccare la magistratura e la polizia che indagavano sui neofascisti, quindi anche su di lui, fece circolare un libello intitolato: “La giustizia è come un timone. Dove lo si gira va”. Ci viene da smentire il titolo suddetto, non soltanto perché lo ha scritto un nazifascista sanguinario, che non può essere più processato per piazza Fontana per il ne bis in idem. Quanto perché, al contrario di quello che lui sosteneva nel 1969, il timone della giustizia, come i fatti recenti dimostrano, ha una barra ferma, fermissima. In quanto segue la rotta della giustizia di classe, spietata coi gruppi sociali marginali, indulgente con amici e amiche. Il tutto condito da punte significative di sadismo e sfrontatezza, oltre che provocazione. In merito alla vicenda della grazia a Nicole Minetti, non si può non concordare con quanto affermato da altre osservatrici. Ci sono, nelle carceri italiane, 2500 detenute. Il 60% di loro ha figli. Ma sono costrette a lascarli ai nonni, ai partners, o a darle in affidamento. Specialmente per merito di una legge fortemente voluta dalle parti di via Arenula, caldeggiata dai leghisti, che pretende in modo esplicito di intimidire le donne rom che entrano nel circuito della criminalità di strada. Una legge classista e razzista, in nome del quale si viola il diritto del minore a crescere con la madre, e quello di quest’ultima ad avere accanto il figlio o la figlia, magari in strutture protette. Viceversa, quando si tratta dell’ex-igienista dentale dell’ex-premier, nonché consigliera regionale, si adotta un parametro del tutto diverso. Si affrettano i tempi, si omettono verifiche in merito alla veridicità dei documenti ricevuti, si presenta il piatto apparecchiato davanti al Presidente della Repubblica, il quale, secondo la prassi per cui l’inquilino del Quirinale controfirma i provvedimenti clemenziali firmati dal Guardasigilli, appone la firma, col suo staff un po’ troppo superficiale nei controlli. La legge è uguale per tutti, la giustizia è cieca. Ciò che vale per una Maria Rossi o per un’Irina Stankovic che siano, può e deve valere per Nicole Minetti. Il problema è che le prime due alla grazia non ci arrivano. Magari perché non hanno una rete amicale e di sostegno pronta ad accoglierle in un affidamento in prova. Nicole invece sì. Perché dispone degli amici giusti. E, forse, perché è ancora in possesso di informazioni che, se divulgate, potrebbero mettere in serie difficoltà le suddette persone del cuore. Ecco che la grazia scatta prontamente, sorvolando su nuovi episodi che coinvolgerebbero la dentista riminese. L’importante, come nella tradizione delle destre estreme, è mostrarsi forte coi (in questo caso con le) deboli, e debole coi o con le forti. Sulla stessa falsariga, è possibile leggere la vicenda del rinnovo del 41 bis ad Alfredo Cospito. C’è da premettere che, dalle parti di palazzo Chigi, hanno il dente avvelenato nei confronti dell’anarco-insurrezionalista pescarese. Il suo sciopero della fame aveva innescato una mobilitazione nazionale, che si era estesa in seguito anche al di fuori dei confini italiani. Alla fine gli erano state concesse le attenuanti per l’attentato di Fossano. Ovviamente la partita non era chiusa, e lo si aspettava al varco per la scadenza del 41 bis. A fornire il pretesto, è sopraggiunto il contesto socio-politico attuale. Le mobilitazioni degli ultimi mesi per la Palestina, la vittoria del NO al referendum sulla riforma della giustizia, hanno messo a nudo l’attuale debolezza della compagine governativa attuale. La cui paura delle piazze, delle masse consapevoli e organizzate, è ancestrale, congenita. Come mostrano i decreti sicurezza, gli scudi penali per i poliziotti, gli sgomberi motu proprio di Leoncavallo e Askatasuna, la militarizzazione delle piazze. Siamo di fronte a un succedersi di eventi che testimonia come, dalle parti di palazzo Chigi, siano alla disperata ricerca di un casus belli che legittimi misure repressive drastiche. Non essendo finora riusciti nel perseguimento dell’obiettivo, ecco che si ripesca la narrazione cospirazionista, di cui Alfredo Cospito è il terminale. Già ai tempi dello sciopero della fame, col sostegno di certi conduttori televisivi, si era arrivata ad ipotizzare la possibilità di mettere in piedi un complotto sovversivo che aveva come protagonisti camorristi e anarco-insurrezionalisti. Con Cospito, recluso insieme a membri della criminalità organizzata, a fare da snodo principale. Senza portare una prova tangibile a sostegno di questa tesi. Ma tanto è bastato perché in questi anni, a Cospito, venissero negati libri da leggere e foto dei propri genitori, senza mai specificare in cosa consistesse la pericolosità del possesso di questi effetti personali. La recente morte, in circostanze ancora tutte da chiarire, di due giovani anarco-insurrezionalisti, avvenuta nella campagna romana mentre maneggiavano esplosivo, ha rimpolpato il cospirazionismo cospitiano. È stata impedita una manifestazione spontanea per commemorare i due morti, sono stati sottoposti a fermo preventivo 91 anarchici, è stata considerato indice di pericolosità l’ascolto della canzone Addio Lugano Bella! Una canzone che fa parte della storia del movimento operaio, e che la RAI, alcuni anni fa, trasmetteva regolarmente, facendola cantare, tra gli altri, a Giorgio Gaber ed Enzo Jannacci. Dalle ipotesi di reato si passa alla paranoia, ammantate dalla teoria tardo-collodiana del cattivo esempio, per cui Cospito sarebbe il Lucignolo dietro cui allignerebbero migliaia, o forse milioni, di Pinocchi. Se aggiungiamo che il governo si deve rifare una verginità dopo lo scivolone in cui è in corso col caso Minetti, si fa presto a fare i conti. Sì, hanno paura. Hanno scoperto che possono perdere. Che non godono della legittimazione popolare. Che il malcontento sta crescendo. Allora ricorrono alla forza. Alla violazione dello stato di diritto. Cercando malferme giustificazioni complottiste che non hanno alcun fondamento empirico. Allora si comportano come suggeriva il loro cugino ideologico padovano. Cercando di girare la giustizia come un timone. Che però tiene la barra sulle disuguaglianze di classe. C’è da sperare che la nave affondi. Liberazione anticipata: per il rigetto può incidere anche un rapporto disciplinare poi annullato terzultimafermata.blog, 3 maggio 2026 La Cassazione penale sezione 1 con la sentenza 14411/2026 si è soffermata sui criteri che il magistrato di sorveglianza deve utilizzare per una completa valutazione, fattuale e psicologica, degli addebiti, in modo da precisarne l’incidenza negativa sulla partecipazione del condannato al percorso riabilitativo. La Suprema Corte ha ricordato che ai fini del rigetto dell’istanza di liberazione anticipata, il Tribunale di sorveglianza può tenere conto del contenuto di un rapporto disciplinare anche nel caso in cui la successiva sanzione inflitta al condannato sia stata annullata per vizi formali (nella specie, per mancanza di adeguata motivazione), in quanto, per la concessione della detrazione di pena, le infrazioni commesse non rilevano per le loro conseguenze sanzionatorie, ma esclusivamente come dato fattuale, indicativo della mancata adesione al trattamento rieducativo” (Sez. 1, n. 32203 del 26/06/2015, Carlesco, Rv. 264293-01; conf. Sez. 1, n. 37101 del 31/10/2025, Di Bella, non mass.). È, d’altro canto, da precisare che, ai fini della concessione della liberazione anticipata, non è sufficiente la condotta di formale adesione alle regole di comportamento stabilite dall’istituto di pena, perché essa da sola non costituisce una sicura dimostrazione dell’adesione effettiva del condannato all’opera di rieducazione, la quale va, invece, desunta da fatti positivi che rivelino l’evolversi della personalità del soggetto verso modelli di vita socialmente adeguati (Sez. 1, n. 28536 del 15/9/2020, V., Rv. 279745-01; Sez. 1, n. 758 del 22/10/2013, dep. 2014, Pisa, Rv. 258396-01). Si richiede, in questa prospettiva, una ponderazione completa, equilibrata e logica dell’attività svolta dal detenuto nel corso della permanenza inframuraria, alla stregua delle indicazioni provenienti dalle relazioni di sintesi del personale specializzato nella propulsione, nel supporto e nella valutazione dell’opera di risocializzazione, sempre nella prospettiva che l’apprezzamento finale - oltre a radicarsi su dati di fatto concreti - si effettui comunque considerando, in modo sinottico e compiuto, la complessiva condotta del medesimo, in relazione a tutte le manifestazioni rilevanti ai fini della verifica della sua partecipazione all’opera di rieducazione e al percorso risocializzante. In tema di liberazione condizionale, il presupposto del “sicuro ravvedimento” non consiste semplicemente nella ordinaria buona condotta del condannato, necessaria per fruire dei benefici previsti dall’ordinamento penitenziario, ma implica comportamenti positivi dai cui poter desumere l’abbandono delle scelte criminali, e tra i quali assume particolare significato la fattiva volontà del reo di eliminare o di attenuare le conseguenze dannose del reato. (Sez. 1, n. 486 del 25/09/2015, dep. 2016, Caruso, Rv. 265471-01); il “ravvedimento” deve consistere nell’insieme degli atteggiamenti concretamente tenuti ed esteriorizzati dal soggetto durante il tempo dell’esecuzione della pena, che consentano il motivato apprezzamento della convinta revisione critica delle scelte criminali di vita antefatta e la formulazione - in termini di “certezza”, ovvero di elevata e qualifica “probabilità” confinante con la certezza - di un serio, affidabile e ragionevole giudizio prognostico di pragmatica conformazione della futura condotta di vita del condannato al quadro di riferimento ordinamentale e sociale, con cui egli entrò in conflitto con la commissione dei reati per i quali ebbe a subire la sanzione penale. Ne consegue che, ai fini dell’accertamento del presupposto del ravvedimento, vanno privilegiati parametri obiettivi di riferimento rispetto a indagini di tipo psicologico, dal contenuto fluido e opinabile, per cui le condotte del condannato debbono costituire indice pienamente affidabile degli esiti favorevoli, nell’esecuzione della pena detentiva, del progressivo percorso trattamentale di rieducazione e recupero, che giustifichi, dunque, un giudizio prognostico “sicuro” riguardo al venir meno della pericolosità sociale e alla effettiva capacità di ordinato reinserimento nel tessuto sociale, da effettuarsi sulla base di criteri fattuali di valutazione non dissimili da quelli dettati per la concessione degli altri benefici penitenziari. (Sez. 1, n. 18022 del 24/04/2007, P.G. in proc. Balzerani, Rv. 237365-01). Firenze. Il carcere minorile è sovraffollato del 141 per cento (ed è tra i più dignitosi d’Italia) di Jacopo Storni Corriere Fiorentino, 3 maggio 2026 La relazione sull’istituto Meucci dopo la visita del Gruppo Focault: “Si dorme anche a terra”. Ventiquattro giovani detenuti a fronte di una capienza regolamentare di diciassette posti, con un tasso di sovraffollamento pari al 141%. È questo uno degli elementi più critici dell’istituto penale minorile Meucci emerso durante la visita dello scorso 27 aprile del Gruppo Focault, collettivo aperto nato da Sinistra Progetto Comune con l’associazione Progetto Firenze. “Per far fronte al sovraffollamento - si legge nella relazione fatta dopo la visita - Vengono adottate soluzioni emergenziali, come l’aggiunta di materassi a terra o l’utilizzo di spazi non originariamente destinati alla detenzione ordinaria”. E pensare che il Meucci è una delle carceri minorili italiane in condizioni più dignitose. Ma da quando il Governo ha varato il decreto Caivano, questi luoghi sono diventati affollatissimi e di conseguenza la loro funzione rieducativa rischia di venire meno. Altra criticità la scarsa qualità del vitto, fornito da una ditta esterna: “Il cibo arriva già preparato e viene distribuito all’interno della struttura senza possibilità di intervento o miglioramento sul posto. Si tratta di una criticità che incide direttamente sulla quotidianità dei minori, contribuendo a una percezione di trascuratezza e standardizzazione del trattamento”. Un ulteriore aspetto riguarda la presenza significativa di minori stranieri non accompagnati. Ragazzi privi di riferimenti familiari sul territorio, titolari di diritti specifici sanciti dalla normativa italiana, tra cui l’accoglienza e la tutela legale. La loro permanenza in cella mette in luce “la necessità di rafforzare il raccordo con i servizi territoriali pubblici, in particolare quelli comunali, affinché si sviluppino percorsi di presa in carico più solidi e orientati all’inclusione sociale, superando una gestione basata prevalentemente sull’affidamento ad associazioni”. Nel corso della visita è emersa anche una forte preoccupazione rispetto alla tutela della salute mentale: “La direzione ha sottolineato la necessità di potenziare le strutture esterne, in particolare attraverso comunità educative rafforzate con supporto psicologico”, strumenti considerati fondamentali per prevenire recidive e ricadute, accompagnando i minori in percorsi di reinserimento, spesso non facile proprio a causa delle fragilità mentali. Questo quadro, secondo il Gruppo Focault, si inserisce in un contesto normativo sempre più repressivo: “Le recenti innovazioni legislative, caratterizzate da un inasprimento delle pene e da un ampliamento delle ipotesi di custodia, stanno contribuendo a un aumento delle presenze negli istituti minorili. Una tendenza che rischia di accentuare il carattere carcerocentrico del sistema, senza un parallelo investimento nelle strutture alternative e nei percorsi educativi”. Infine, tra le problematiche più evidenti, la quasi totale assenza di libri per la lettura: “Quei pochi che ci sono - è stato spiegato - sono in un armadio chiuso”. Reggio Emilia. Ecco i racconti di ri-educazione. Incontri tra studenti e detenuti di Jacopo Domenichini Il Resto del Carlino, 3 maggio 2026 “Come in carcere non ci sono mostri da lasciar marcire, così a scuola non ci sono persone da lasciare indietro”. Da questa riflessione sviluppata tra i banchi di scuola, è nato il progetto di scrittura del libro ‘L’ora di libertà. Racconti di ri-educazione’, edito da Compagnia editoriale Aliberti, presentato mercoledì nella sala degli artisti della biblioteca Panizzi. Protagonisti dell’iniziativa sono stati gli studenti dell’Iis Nobili, che nei mesi scorsi hanno intervistato alcune persone detenute negli istituti penali di Reggio e, partendo dalle loro testimonianze, hanno realizzato, con l’aiuto di un tutor letterario, dei racconti che esplorano i temi della detenzione e del reinserimento sociale. “L’idea è nata in classe, durante un dibattito sulla pena di morte. Abbiamo iniziato a ragionare sulla nostra società e ci è venuto in mente di domandare ai detenuti come sarebbe stata la loro vita se la scuola, la famiglia e le istituzioni fossero state più presenti”, ha spiegato Marco Ambrosi, docente dell’istituto Nobili e promotore del progetto. In seguito sono intervenuti alcuni dei ragazzi autori del libro, che hanno raccontato l’esperienza vissuta. “Dialogando con i carcerati, abbiamo notato come avessero voglia di parlare con noi, ci hanno accolti bene fin da subito. Nessuno deve essere lasciato indietro, la speranza di un futuro migliore la merita chiunque, anche chi ha commesso errori in passato”, ha affermato Alessandro Rossi, studente. “Molto spesso fuori dal carcere si commette l’errore di identificare la persona con il reato che ha commesso”, ha aggiunto Yasmine El Bahlili, studentessa del Nobili. Infine è intervenuto come ospite Fabrizio Maiello, ex detenuto, conosciuto come ‘Il Maradona delle carceri’, soprannome attribuitogli per il grande talento calcistico che ha continuato a mostrare anche durante i numerosi anni di detenzione in prigione e negli ospedali psichiatrici giudiziari. Oggi è diventato un testimonial del contrasto alla violenza e porta la sua testimonianza nelle scuole. “Ci sono molti esempi di detenuti che con l’impegno e lo studio hanno cambiato la loro vita. È fondamentale incontrare persone che credano in noi per rialzarci nei momenti di difficoltà. Per me oggi interagire con i ragazzi è la cosa più bella: li guardo negli occhi e mi accorgo che un futuro migliore è possibile”, ha affermato Maiello. Il ricavato dei diritti d’autore del libro sarà interamente devoluto all’associazione ‘Libera Emilia Romagna’. Milano. L’ex detenuto oggi chef e attore: “Io, accanto ai ragazzi difficili di don Burgio” di Marianna Vazzana Il Giorno, 3 maggio 2026 Davide Mesfun ha passato metà della vita in carcere. Oggi lavora per l’associazione Kayros e Spazio Polline. “Il futuro oggi non è qualcosa che fa sognare ma spaventa gli adolescenti, e questo già la dice lunga. C’è chi si stordisce con sostanze, sia per staccarsi dalla realtà e sia per poter sembrare forte nonostante la paura. La società lancia l’allarme criminalità, punta il dito contro i “maranza”, si aspetta soluzioni immediate. Ma bisogna seminare e pazientare”. La riflessione è di Davide Mesfun, che ha 50 anni e ne ha passati 23 da detenuto. Originario di Napoli, ha iniziato a delinquere da minorenne specializzandosi in rapine e spaccio di droga. “Mi sono allontanato dalla famiglia dopo la morte di mia nonna, che era il “collante” degli affetti - raccontava su queste pagine nel periodo Covid, quando era in regime di semilibertà, tra i reclusi di Opera -. Ho lasciato il liceo artistico e il canottaggio e ho seguito cattive compagnie. Avevo 15 anni. La Giustizia poi mi ha presentato il conto: 24 anni di cumulo pene”. Adesso, libero, vive alle porte di Milano ed è tra le colonne dell’associazione Kayros fondata da don Claudio Burgio, che accoglie minori in difficoltà, segnalati dai Servizi Sociali o dal Tribunale per i Minorenni. Di cosa si occupa? “Dopo aver lavorato come chef in un ristorante in centro, ho iniziato (ormai 5 anni fa) a tenere corsi di cucina per i ragazzi di Kayros. Gestisco la cucina e i pranzi comunitari. In più coordino corsi di teatro (io sono rinato grazie al palcoscenico) a Spazio Polline, un polo culturale e artistico nel passante ferroviario di Villapizzone”. Quanti sono i ragazzi con cui è a contatto? “Moltissimi. Decine. Solo Kayros accoglie tra i 50 e i 70 giovani. In loro vedo due modalità di confronto: una fragile e una aggressiva, e quella da mostrare è sempre la seconda. Ma vivere con loro significa pazientare per poi vedersi offrire una fragilità spiazzante. Nel carcere minorile, mai come oggi, a livello numerico, sono rinchiusi ragazzi accusati di omicidio. Mi sono chiesto perché. E poi ci sono tanti italiani di seconda generazione che chiamiamo “stranieri” per il colore della pelle. E mi sono chiesto “l’integrazione dov’è?”. Io ho passato 23 anni della mia vita rinchiuso, di cui 9 senza mai uscire. Prima e il dopo ho visto due mondi completamente diversi”. E che differenze nota rispetto al passato? “I ragazzi di oggi sono nativi digitali, si rivolgono all’IA per i dubbi, passano ore e ore sui social, si spostano più con il monopattino elettrico che a piedi o in bici. Ma in un mondo iperconnesso e sempre meno fisico si ritrovano a essere più soli. Io ero in un mondo in cui aveva importanza guardarsi negli occhi e parlarsi per comunicare. In cui ci le domande esistenziali non si facevano a un’intelligenza artificiale. Si era meno soli. Però non è “colpa” dei ragazzi”. Gli adulti su cosa dovrebbero interrogarsi? “Sul fatto che se i ragazzi delinquono fuori significa che qualcosa non va a livello profondo. Quasi sempre il problema inizia in famiglia: se un ragazzo sta meglio fuori piuttosto che in casa, un motivo c’è. Cerca aria fuori, e può inciampare”. Come risolvere il problema? “Non si investe abbastanza in periferia. Anni fa Parigi ci ha insegnato che l’abbandono porta a conseguenze pesanti. Se si semina oggi, i risultati si vedono tra 3, 4 anni ma questo può fare la differenza. I semi sono dare un’alternativa, delle possibilità. Gli adolescenti devono avere persone che credano in loro. Con Franco Mussida abbiamo realizzato “Wait - Il Musical” con protagonisti adolescenti difficili. Io stesso continuo a fare teatro con loro: cambiano totalmente, in meglio. Il futuro non fa più paura. I giovani vengono coinvolti in tanti progetti. Il prossimo appuntamento sarà giovedì alla Comunità di Villapizzone per parlare di fiducia. È aperto a tutti, poi si farà insieme un aperitivo”. Un consiglio agli adulti? “Sforzarsi di essere credibili e di dare il buon esempio. Che senso ha fare la predica e poi litigare, comportarsi senza pensare al prossimo? E succede anche “solo” mettendo la macchina in terza fila. Ricordiamoci che i ragazzi ci guardano, sempre”. Foggia. “Ci credo ancora”, nel carcere il podcast sulla Costituzione. Esperienza unica in Italia mmediato.net, 3 maggio 2026 È stato registrato nel teatro del carcere dalla giornalista e volontaria Annalisa Graziano, insieme con un gruppo di detenuti. Il lancio il 7 maggio alla presenza delle autorità e dei protagonisti del percorso. Si terrà giovedì 7 maggio 2026, alle ore 10.30, presso l’Istituto Penitenziario di Foggia (Via delle Casermette, 22 - caserma agenti, sala riunioni - I piano), la presentazione del podcast “Ci credo ancora”, realizzato all’interno della Casa Circondariale di Foggia con il coinvolgimento diretto di un gruppo di persone detenute. Ideato e curato dalla giornalista e volontaria ex art. 78 dell’ordinamento penitenziario Annalisa Graziano, il podcast nasce da un percorso condiviso di riflessione sui principi fondamentali della Costituzione italiana e si inserisce nell’ambito delle iniziative per la celebrazione dell’80° anniversario dell’elezione dell’Assemblea Costituente. In dieci puntate, le voci dei partecipanti si confrontano con i temi della responsabilità, della dignità della persona, delle scelte e della possibilità di cambiamento, offrendo uno sguardo autentico sulla vita “dietro le sbarre”, partendo dagli articoli della Costituzione Italiana. Durante l’incontro sono previsti i saluti istituzionali di Pierpaolo D’Andria, Provveditore regionale per la Puglia e la Basilicata e gli interventi del direttore della Casa Circondariale di Foggia, Michele De Nichilo; del comandante Claudio Ronci; della capo Area Trattamentale, Paola Errico e della coordinatrice del progetto di volontariato, Annalisa Graziano. Ci saranno, inoltre, testimonianze delle persone detenute partecipanti e dei giovani volontari in Servizio Civile dell’associazione Genoveffa De Troia. Modera la giornalista Michela Magnifico. “Gli articoli della Costituzione - spiega Annalisa Graziano - sono diventati per noi una bussola: li abbiamo letti, studiati e abbiamo cercato di raccontare come quei principi prendano forma, ogni giorno, anche all’interno del carcere. Il progetto è stato realizzato in collaborazione con la Direzione della Casa Circondariale, della Polizia Penitenziaria e dell’Area Educativa a cui va un sincero ringraziamento per la disponibilità e per il sostegno che hanno reso possibile questo percorso”. In questo quadro si inserisce anche il supporto del Centro di Servizio per il Volontariato di Foggia, di cui la giornalista è responsabile della comunicazione, che riconosce e valorizza obiettivi e finalità del progetto, in quanto espressione di impegno civico volontario, gratuità e promozione della dignità della persona. Roma. A Rebibbia gli “invisibili” parlano a noi “nessuno” di Simona Ciaramitaro collettiva.it, 3 maggio 2026 Nel carcere romano la lettura del testo teatrale scritto dai detenuti per raccontarci un’Odissea inedita, una ‘Nessunea’ che riguarda tutti da vicino. Lo sapevate che Ulisse aveva un ghost writer, o, meglio, un ghost inventore? Io l’ho saputo e imparato assistendo nel carcere romano di Rebibbia alla prima lettura del testo teatrale ispirato all’Odissea della compagnia dei detenuti diretta da due maestre del teatro, Emilia Martinelli e Tiziana Scrocca, registe e attrici. Davanti a un pubblico di ‘addetti ai lavori’ i 13 giovani uomini hanno letto la loro elaborazione dell’opera di Omero che metteranno in scena prossimamente come restituzione di un laboratorio realizzato anche quest’anno dallo Stap Brancaccio di Roma, scuola di teatro e arti performative, che ha potuto realizzare il progetto grazie ai fondi dell’8x1000 della Chiesa Valdese. Si tratta dell’avventura di Ulisse raccontata dal punto di vista dei suoi marinai, che si definiscono i tanti ‘nessuno’, nome con il quale chiama se stesso il protagonista dell’Odissea al cospetto del Ciclope. Quei ‘nessuno’ che nella storia, come nel mito e poi nelle società in cui viviamo non vengono considerati come protagonisti, invisibili, mentre senza i quali la storia stessa non esisterebbe. Quei ‘nessuno’ dell’Odissea finiranno con l’essere materialmente sacrificati da Ulisse, mentre lui, il presunto eroe, sarà l’unico a tornare a casa. Quanti ne stiamo vedendo di Ulisse ai tempi nostri! Un Ulisse sotto diversa luce . Non nego che in me, assistendo a questa lettura della ‘Nessunea’, ha avuto spazio un sentimento di simpatia per una visione di Ulisse che mi è sempre appartenuto. Diciamocelo: Odisseo, colui che giustamente ha sempre rappresentato il desiderio di conoscenza e di viaggio inteso come scoperta, oltre che di astuzia, era anche un egocentrico ed egoista come ci dicono i nostri attori (e per inciso anche uno sciupafemmine), pronto a sacrificare i suoi marinai per soddisfare i suoi appetiti cerebrali. I marinai lo hanno chiaro, e perdono la fiducia in lui e sfiducia e disillusione sono altri elementi che toccano tutti da vicino. Tornando al nostro incipit, c’è un marinaio che ci fa sapere che gli stratagemmi messi a punto da Odisseo, a partire dal celebre Cavallo di Troia, foriero di morte e distruzione, non erano farina del suo sacco, ma di questo ‘nessuno’, la cui vita sarà sacrificata insieme a quella degli altri marinai. Già tutto ciò non è poco per un gruppo di attori privati della libertà, alcuni dei quali non avevano mail letto prima d’ora l’Odissea. I detenuti ci parlano di noi - Ciò che salta all’occhio, soprattutto di chi ha visto alcuni dei lavori teatrali elaborati a Rebibbia precedenti, è come la loro lettura assuma un valore universale e non solamente legato alla loro condizione di detenuti. Più di ‘Nella pancia del pescecane’, tratto dal Pinocchio di Collodi, e di ‘Odissea’, sempre dall’omonima opera di Omero, ‘Nessunea’ non ci fa indugiare di continuo sullo stato particolare degli attori, ma fa riflettere su noi stessi, sulla società in cui viviamo. L’affrontare le difficoltà della vita è quello di tutti noi, dei tanti che affrontano “l’odissea degli invisibili”, non solamente dei detenuti. Così come il riflettere sugli errori commessi, sui rimpianti e i sensi di colpa che tutti accumuliamo, sino a quando si afferma, narrando il capitolo in cui i marinai sono trasformati in maiali dalla maga Circe: “Nel recinto delle bestie ci siamo accorti di essere umani”. E ancora, “ci si abitua a tutto” dicono: non è quello che noi stiamo constatando nelle nostre vite pubbliche e private? Certo, i tredici ragazzi sono costretti ad abituarsi a qualcosa per noi inimmaginabile, ma anche ci stiamo assuefando a quanto non avremmo mai immaginato. E sulla guerra (i marinai di Ulisse arrivano dallo scempio di Troia), i nostri attori ci ricordano che “non c’è gloria senza vita” e ci richiamano alla violenta insulsaggine dei conflitti armati. Anche lo spazio riservato all’episodio delle sirene e al loro canto ammaliante, ci porta a riflettere sulle nostre tentazioni, talvolta assecondate, ad ascoltare e seguire le voci seducenti che ai tempi nostri si moltiplicano e ancor più facilmente ci raggiungono. Un canto delle sirene che ci offre soluzioni facili e al quale cediamo, più o meno inconsapevoli della loro pericolosità, per noi e per la realtà alla quale apparteniamo. Libertà di affetto, ancor più che di movimento - Il momento in cui torniamo a considerare i nostri attori come persone detenute è il finale, benché anche la frase pronunciate da un marinaio “per gli dei siamo solo la nostra colpa” ci riporti nel luogo in cui ci troviamo, il carcere. Nel finale ogni “invisibile”, ogni marinaio che a casa non tornerà mai più, esprime il proprio desiderio di uscire dal carcere, i motivi che animano questo desiderio, nonostante sia talvolta intriso di paure nell’affrontare il mondo esterno. Esattamente come anche a ciascuno di noi, con sfumature e contesti diversi, può essere capitato nella vita. Ascoltandoli, uno per uno, si sente che sono gli affetti a mancare nel carcere, forse ancor più della libertà, quella di movimento. In carcere manca l’amore di un genitore, di una donna, di una figlia o di un figlio. Mancano gli abbracci, i baci, il vedere i volti e i corpi di chi si ama. E’ questo che più di tutti ci riporta alle politiche carcerarie di questo Paese, che limitano, ad esempio, persino i contatti telefonici con i propri cari, benché siano stati leggermente incrementati. Le limitazioni non riguardano solamente pericolosi mafiosi o terroristi, per i quali le precauzioni possono essere giustificate, ma anche chi è detenuto pe reati minori, per reati che da tempo una parte delle associazioni umanitarie e della società civile chiedono pene alternative anche per fare fronte all’annoso problema del sovraffollamento carcerario. Il coraggio di guardare al futuro grazie al teatro - Colpisce infine il desiderio di un ragazzo molto giovane che in età adolescenziale ha fatto diversi anni di teatro, avviandosi anche alla danza classica e al canto in vista di affrontare l’Accademia d’arte drammatica, carriera a lui negata perché troppo costosa la retta. Non gli chiedo come mai allora abbia commesso un reato che lo ha portato in carcere, non posso, non devo e forse nemmeno dovrebbe interessarmi. Il suo obiettivo, a fine pena, è quello di riprendere a studiare teatro e un giorno essere lui a tenere laboratori teatrali in carcere, con una consapevolezza che nessun altro può avere. È in lui, come in tutti i suoi compagni, che ci appare evidente la valenza delle attività in carcere e in particolare del teatro, strumento artistico che porta conoscenza e riflessione e alla possibilità di immaginare e volere una vita diversa da quella che li ha condotti alla privazione della libertà. Pisa. “Dai diamanti non nasce niente”: le parole oltre il carcere al Teatro Nuovo pisatoday.it, 3 maggio 2026 Domenica 3 maggio, ore 21:00, al Teatro Nuovo di Pisa, sarà in scena “Dai diamanti non nasce niente” una produzione Binario Vivo. Lo spettacolo è un progetto artistico che unisce teatro, musica e impegno sociale portando sul palco testi e storie ispirati all’esperienza di “Parole liberate: oltre il muro del carcere”, iniziativa che da oltre dieci anni dà voce alle persone detenute nelle carceri italiane. Quest’opera nasce con l’obiettivo di raccontare un percorso fatto di scrittura, ascolto e restituzione. Al centro, una poesia lontana dagli stereotipi: non più esercizio formale o linguaggio elitario, ma espressione diretta, spesso cruda, della realtà vissuta. Il progetto “Parole liberate”, associazione di promozione sociale che promuove anche un premio nazionale per “poeti della canzone” detenuti, rappresenta il cuore di questo lavoro. Attraverso laboratori e percorsi creativi, negli anni ha raccolto testi, canzoni e testimonianze che oggi diventano materia scenica. In scena, Riccardo Monopoli (voce recitante) e Francesco Salvadore (voce, chitarra e percussioni) interpretano i testi scritti da Duccio Parodi, costruendo un racconto che alterna parola e musica. Il risultato è uno spettacolo essenziale, in cui il linguaggio resta al centro e la scena si fa spazio di ascolto. Il riferimento ideale è quello della poetica di Fabrizio De André, da sempre attenta agli ultimi e alle realtà marginali. In questa direzione, lo spettacolo restituisce dignità a storie spesso invisibili, offrendo al pubblico uno sguardo diverso sul mondo del carcere. Dai diamanti non nasce niente non è solo una proposta culturale, ma anche un’occasione di riflessione sul valore della parola e sulla possibilità di espressione come strumento di libertà, anche in contesti di privazione. Un lavoro che mette al centro l’autenticità dei contenuti e invita a riconsiderare il significato stesso di poesia. Dai diamanti non nasce niente | 3.05.2026 | ore 21:00 | Teatro Nuovo di Pisa, piazza della stazione 16, Pisa. Biglietto intero 15€ | convenzionati 13€ | personale scolastico e dip. Unipi 12€ | studenti e universitari 10€. Biglietti acquistabili online su Ciaotickets.com oppure presso la biglietteria del teatro mart 10 -13, giov 16 - 19 e da un’ora prima degli spettacoli. Torino. Il Salone del libro si “allarga” e porta a Vercelli Alessia Merola di Maria Francesca Rivano La Stampa, 3 maggio 2026 Appuntamento “off” al Dugentesco il 15 maggio. Davvetas e Vitali protagonisti degli incontri con i detenuti. Il maggio dei lettori vercellesi guarda al mondo dei giovani e delle persone a rischio di marginalità estrema, quali sono i detenuti del carcere di Billiemme. Fa tappa in città il Salone Off, kermesse che allunga e allarga il Salone del Libro, disseminando in tutto il Piemonte incontri con l’autore, spettacoli e momenti di cultura. Curato da Marco Pautasso e Paola Galletto, che i vercellesi hanno imparato a conoscere nell’ambito della programmazione di Vercellae Hospitales, il cartellone della 22ª edizione offre alla città una curiosa incursione nel genere romance, con la presentazione di “Abroad2”, libro di Alessia Merola in uscita il 12 maggio. L’incontro accende i riflettori sui libri destinati ai cosiddetti “young adult”, categoria di lettori che, negli ultimi anni, ha trainato il mercato dell’editoria, grazie anche alla forte interazione con i social più usati dai giovani. Venerdì 15, alle 18, Merola sarà al Salone Dugentesco. Voce emergente tra le più apprezzate del panorama, capace di coniugare formazione personale e sentimenti, l’autrice vanta oltre un milione di followers sui principali social. Dialogando con una giovanissima booktoker, Merola presenterà in anteprima “Abroad 2. Tutte le strade portano a te” (Sperling & Kupfer), un viaggio attraverso le ferite del cuore e la forza di un amore che non si è mai arreso alle avversità della vita. “Un’opportunità per il giovane pubblico vercellese di scoprire un’opera destinata a suscitare molto interesse - dice il sindaco Roberto Scheda -. Il Salone Off è un’occasione importante per avvicinare i giovani alla cultura attraverso linguaggi e interessi che appartengono al loro mondo. L’incontro con Alessia Merola conferma anche la nostra volontà di rendere ragazze e ragazzi protagonisti attivi delle politiche culturali e non semplici spettatori”. L’appuntamento è gratuito, ma è obbligatoria la prenotazione compilando il form reperibile sul sito del Comune. “Volta pagina” - Nella convinzione che “la cultura debba essere sempre un diritto di tutti”, principio più volte ribadito da Scheda, la città aderisce al Salone Off con altri due appuntamenti ospitati nella Casa Circondariale che, insieme ad altre strutture piemontesi, apre le porte al segmento “Volta pagina” e a due incontri con l’autore dedicati esclusivamente ai detenuti. Il primo, in programma il 15 nella sezione femminile, ha per protagonista lo scrittore greco Nikos Davvetas. “La sua presenza - spiegano dal Comune - assume un importante valore simbolico, poiché la Grecia è il Paese ospite dell’edizione 2026 del Salone Internazionale del Libro di Torino”. Con “La secondina”, romanzo intimo e toccante, Davvetas porta nella vita di una guardia carceraria, testimone degli anni della dittatura dei colonnelli. Domenica 17, nella sezione maschile, spazio ad Andrea Vitali, uno degli autori più noti del panorama italiano. Presenterà “I rimedi del dottor Aiace Debouché”. Negli incontri, che i detenuti preparano attraverso la partecipazione a gruppi di lettura, saranno coinvolti come moderatori Valeria Climaco, capo area del settore rieducativo; Alessandra Cesare, responsabile di Biblioteca Civica e Archivio storico del Comune e il giornalista Enrico De Maria. Quando la libertà non basta a sé stessa di Vittorio Pelligra Il Sole 24 Ore, 3 maggio 2026 Diventiamo liberi assieme agli altri, quando riusciamo a trasformare la dipendenza reciproca in autentica cooperazione. Essere liberi significa non essere sottomessi alla volontà arbitraria di un altro, non essere costretti a vivere secondo un destino assegnato, non essere imprigionati in un ruolo né in un ordine sociale che decide al posto nostro chi possiamo essere. L’idea di libertà, nell’età moderna nasce così, come emancipazione da vincoli imposti dall’esterno. Come possibilità di dire no. Come diritto a sottrarsi. Come spazio protetto da ogni forma di interferenza e coercizione. È una conquista immensa da cui nessuna teoria della giustizia può prescindere. Senza questo primigenio significato della libertà, senza il riconoscimento di una sfera personale indisponibile al potere, non avremmo oggi i diritti individuali, né il pluralismo, né una democrazia compiuta. La libertà, in questa forma, è innanzitutto limite posto all’interferenza degli altri. Ma è anche garanzia contro la violenza del potere politico, del potere economico, delle maggioranze, delle comunità chiuse e delle tradizioni oppressive. Questa idea di libertà “negativa”, sia pur necessaria, può non essere sufficiente. Anzi, diventa pericolosa proprio quando pretende di bastare a sé stessa. È questa la posizione di Axel Honneth secondo cui quando la libertà viene pensata solo come assenza di coercizione, essa finisce per descrivere il soggetto come un individuo isolato, già formato prima di ogni relazione, titolare di preferenze e desideri che la società dovrebbe semplicemente lasciare indisturbati. La questione anomala - afferma Honneth - è che in questa concezione, l’altro, gli altri, finiscono per apparire soprattutto come ostacoli. La vita in comune diventa un sistema di confini, una mappa fatta di limiti e muri. La giustizia, allora, diventa l’arte di impedire invasioni reciproche, perché ciascuno apparirebbe libero solo nella misura in cui nessuno invade il suo spazio personale. È un’immagine povera della libertà, perché nella vita reale non siamo mai soltanto individui che chiedono di essere lasciati in pace. È un’aspirazione, quella, che non esaurisce il senso delle nostre esistenze. Perché se è vero che le relazioni possono generare limiti e sofferenza è anche vero che senza gli altri saremmo sempre individui e non persone, incompleti e non pienamente riconosciuti e realizzati. Nasciamo ontologicamente relazionali. Non scopriamo i nostri fini in un vuoto sociale, ma dentro la cornice di un linguaggio, di legami, aspettative, istituzioni e pratiche condivise. La libertà, per questo, non è soltanto una proprietà del singolo. Non basta che nessuno mi impedisca di agire, devo anche trovarmi in un mondo in cui le mie capacità possano formarsi, i miei progetti possano essere compresi, le mie scelte possano trovare condizioni reali di affermarsi. È qui che Honneth ci aiuta a compiere un passaggio importante. Dopo aver mostrato che l’ingiustizia nasce spesso come esperienza di misconoscimento e dopo aver interpretato i conflitti sociali come lotte necessarie per rendere visibile quel misconoscimento - snodi che abbiamo analizzato nei Mind the Economy delle settimane scorse - egli sposta il fuoco della sua teoria critica sulle condizioni istituzionali della libertà. La domanda non è più soltanto relativa all’origine del sentimento dell’ingiustizia. Né soltanto riguarda il modo in cui una ferita privata si trasforma in conflitto sociale. La domanda si pone ora rispetto a quali forme sociali rendono possibile una libertà effettiva. In quali istituzioni possiamo riconoscerci reciprocamente non come ostacoli, rivali o spettatori, ma come condizioni della libertà gli uni degli altri. Questa idea è elaborata nel suo Il diritto della libertà (Codice Edizioni, 2015), un’opera vasta e ambiziosa nella quale il filosofo tedesco rilegge la modernità proprio come una storia incompiuta della libertà. Il punto di partenza è una distinzione tra tre forme di libertà: libertà negativa, libertà riflessiva e libertà sociale. La prima, come abbiamo visto, riguarda l’assenza di interferenze esterne e coercizione. È quella libertà che Isaiah Berlin definiva “libertà negativa” (cfr. Mind the Economomy del 14/01/2024). La seconda introduce un elemento ulteriore. Non basta, infatti, per dirsi liberi, poter scegliere. Occorre che la scelta sia veramente mia, poter riflettere sui propri fini, valutarli, assumerli come espressione della propria volontà autonoma. Qui la libertà non è più solo protezione dall’esterno, ma autodeterminazione. L’autonomia di cui parla Rousseau, la “libertà positiva” come la definiva Berlin. Anche questa seconda idea è decisiva. Essa ci ricorda che si può essere formalmente liberi da condizionamenti esterni e tuttavia interiormente dipendenti. Soggiogati da desideri indotti, da aspettative sociali, da modelli di successo imposti, da paure interiorizzate, da forme di conformismo che non costringono apertamente ma orientano silenziosamente. Una società può lasciare agli individui molte opzioni e, nello stesso tempo, rendere quasi impossibile interrogarsi sul senso di quelle opzioni può moltiplicare le scelte e svuotare la capacità di scegliere. Ma neanche questa seconda istanza di libertà è, per Honneth, sufficiente. Essa rischia infatti di restare concentrata sul soggetto che si ritrae dal mondo per giudicare i propri fini. È un momento necessario, certo, perché dobbiamo poterci separare dalle aspettative che ci circondano e rischiano di schiacciarci. Ma una libertà fatta solo di distanza rischia di trasformarsi in sospensione permanente. Se ogni vincolo è vissuto come minaccia, ogni appartenenza come pericolo, ogni istituzione come possibile dominio, allora il soggetto resta libero solo nel gesto del ritiro. Può sottrarsi, ma non necessariamente riesce a realizzarsi. Quando il legame libera - La terza istanza, quella originariamente honnethiana, è quella della libertà sociale che nasce precisamente da questa insufficienza. La libertà piena, sostiene il filosofo tedesco, emerge non solo e non tanto quando siamo lasciati soli, né quando ci limitiamo a riflettere su noi stessi, ma quando partecipiamo a pratiche nelle quali la nostra autorealizzazione si intreccia con quella degli altri. Qui la libertà non è il contrario del legame, ma la sua forma più compiuta. Non è assenza di relazione, ma una relazione autentica, non deformata. Non è tanto indipendenza, quanto dipendenza reciproca riconosciuta e accolta. Dice Honneth, riprendendo Hegel, che essere liberi significa essere “presso di sé nell’altro”. Non perdersi nell’altro, non essere assorbiti dal gruppo, non sacrificare l’individuo alla comunità, ma trovare nella relazione con l’altro una condizione necessaria della propria stessa realizzazione. Questa è la svolta decisiva. Nella libertà negativa, l’altro è anzitutto il limite della mia libertà. Nella libertà sociale, l’altro diventa una condizione determinante. Non perché io debba dipendere da lui, ma perché molti dei fini che danno senso alla mia vita possono realizzarsi solo attraverso pratiche condivise. L’amicizia, l’amore, la famiglia, il lavoro, il mercato, la democrazia sono tutte esperienza che possiedono una natura profondamente relazionale. Non possono essere comprese come semplici somme di scelte individuali. Un’amicizia in cui uno solo si realizza a spese dell’altro non è vera amicizia. Una famiglia in cui alcuni sono liberi perché altri restano invisibili non è una comunità di riconoscimento. Un mercato in cui una parte può imporre condizioni che impediscono all’altra di sviluppare capacità, voce e dignità non è un luogo di libertà, anche se formalmente gli scambi avvengono su base volontaria. Una democrazia in cui i cittadini sono lasciati soli davanti a poteri opachi, disuguaglianze profonde e scelte arbitrarie non può essere considerata una democrazia pienamente libera. In questa prospettiva, le istituzioni cambiano significato. Non sono soltanto vincoli esterni alle scelte individuali. Non sono semplici apparati burocratici, regole, procedure, cornici neutrali. Sono pratiche stabilizzate nelle quali impariamo o non impariamo a riconoscerci reciprocamente come soggetti capaci di amare, scegliere, contribuire, deliberare e cooperare. Non è un caso che Honneth parli al riguardo di “eticità democratica”. Una società giusta non è fatta solo di diritti individuali, né solo di principi morali, ma di istituzioni vive che rendono concreta e praticabile la libertà reciproca. Qui emerge chiaramente la differenza tra una teoria astratta della giustizia e una teoria sociale della libertà. Una teoria normativa può chiedersi quali principi dovrebbero regolare una società equa. Honneth, invece, assumendo una prospettiva descrittiva, si chiede dove, nelle società contemporanee, siano già presenti promesse di libertà e riconoscimento e dove queste promesse vengono invece tradite o distorte. La critica non arriva dall’esterno ma nasce dall’interno delle nostre stesse istituzioni. Il diritto promette eguale rispetto, ma può produrre esclusione reale. Il mercato promette cooperazione attraverso lo scambio, ma può generare dipendenza, diseguaglianza e umiliazione. La democrazia promette partecipazione, ma può ridurre i cittadini a spettatori impotenti, frustrati e risentiti. Le relazioni personali promettono cura e reciprocità, ma possono troppo facilmente diventare luoghi di dominio, sopraffazione e sofferenza. Le istituzioni della libertà - La teoria critica, allora, non deve limitarsi a denunciare il fatto che la società non sia all’altezza di un ideale esterno. Deve mostrare che essa non è all’altezza delle sue stesse promesse. La modernità non viene descritta da Honneth solo come il luogo dell’alienazione e del dominio. Al contrario, essa contiene conquiste reali. I diritti soggettivi, l’autonomia morale, il pluralismo, l’amore romantico, l’uguaglianza giuridica, la partecipazione democratica e molti altri ancora. Ma la critica sociale non si nasconde che molte di queste conquiste rimangono ancora fragili. Perché possono sopravvivere come enunciazioni mentre scompaiono come esperienza. Pensiamo alla libertà di consumo. Nelle società contemporanee essa viene spesso presentata come una delle forme più immediate della libertà individuale. Scegliere tra beni, stili di vita, esperienze, piattaforme, servizi, perfino identità. Il consumatore è sovrano, si dice, perché può selezionare, confrontare e scegliere. Ma questa libertà è sociale solo se inserita in un ordine di mercato che rispetta condizioni di reciprocità e trasparenza, di dignità e sostenibilità. Se invece le scelte appaiono solo superficialmente libere, ma in fondo sono orientate da manipolazioni sistematiche, da asimmetrie informative o da invisibili forme di sfruttamento, allora la libertà di consumo diventa una libertà solo di facciata. Lo stesso vale per il lavoro, che analizzeremo a fondo nel prossimo Mind the Economy. Anche qui la libertà formale può coesistere con condizioni sociali che la minano alla radice. Un contratto può essere giuridicamente volontario e tuttavia inserirsi in rapporti di potere così sbilanciati da rendere la scelta quasi obbligata. Un’organizzazione può celebrare autonomia, creatività e responsabilità, ma trasformarle in nuove forme di oppressione. Un lavoratore può essere chiamato “collaboratore”, “talento”, “risorsa”, e tuttavia non avere alcuna voce in capitolo sulle finalità, sui ritmi o sui criteri di valutazione del proprio lavoro. È qui che la libertà sociale mostra tutta la sua forza critica. Non basta chiedersi se qualcuno abbia formalmente acconsentito. Occorre chiedersi se le condizioni della relazione permettano davvero una realizzazione reciproca nella libertà. Ma la stessa logica vale anche per le nostre democrazie, vecchie e sempre più malate. Possono garantire il diritto di voto, la libertà di espressione e la competizione elettorale e tuttavia continuare a lasciare i cittadini in una condizione di totale impotenza. Possono esserci procedure formalmente democratiche senza una vera esperienza di vita democratica. Perché possono esserci opinioni che non trovano ascolto e una partecipazione ce non riesce ad incidere, così come un’informazione che non facilita la comprensione e un’indignazione che non riesce ad organizzarsi per cambiare le cose. Per Honneth, la democrazia non è soltanto un metodo per prendere decisioni collettive. È, piuttosto, una forma di cooperazione nella quale i cittadini devono potersi percepire come coautori dell’ordine sociale in cui vivono. Se le istituzioni politiche non consentono questa esperienza, la libertà democratica si assottiglia. Resta diritto formale, ma perdiamo la sostanza. La libertà sociale, dunque, non è una formula consolatoria. Non dice che siamo liberi perché viviamo insieme. Richiede istituzioni giuste, pratiche cooperative, relazioni non umilianti, mercati regolati e una sfera pubblica accessibile, oltre che condizioni materiali adeguate e l’esercizio effettivo dei diritti. Richiede, soprattutto, che la libertà non venga separata dalle sue condizioni sociali. La libertà sociale non è un’aggiunta alla libertà individuale. È il suo compimento. Non viene dopo, come un correttivo comunitario. Sta dentro la libertà stessa, perché nessun individuo può diventare libero da solo. Il punto non è opporre l’io al noi, né sacrificare l’uno all’altro. È comprendere che l’io e il noi si costituiscono reciprocamente. Senza individui autonomi, il noi diventa oppressione. Senza istituzioni comuni, l’io diventa pura astrazione. La libertà, per Honneth, abita precisamente in questa tensione. Non è fusione, né separazione. È reciprocità. Si comprende allora perché il terzo passo della teoria del riconoscimento conduca necessariamente alle istituzioni. L’esperienza della ferita e dell’ingiustizia ci mostra gli effetti devastanti del misconoscimento. L’analisi del conflitto ci mostra come quella mancanza possa diventare domanda pubblica. La libertà sociale ci mostra quale forma dovrebbe assumere una società capace di rispondere a quella domanda. Non basta proclamare diritti né moltiplicare le possibilità di scelta. Occorre costruire mondi sociali nei quali gli individui possano riconoscersi come liberi perché partecipano alla libertà degli altri. La promessa della giustizia, allora, non è quella di una società senza legami, senza dipendenze, senza vulnerabilità. È, al contrario, quella di una società in cui le dipendenze non diventino dominio, i legami non diventino prigioni, le istituzioni non diventino apparati ciechi, il mercato non porti umiliazione, la democrazia non diventi pura procedura. Una società giusta non è quella in cui ciascuno è lasciato solo a esercitare la propria libertà privata, ma quella in cui la libertà di ciascuno trova nelle relazioni con gli altri la propria condizione di esistenza più profonda. È forse questa la lezione più esigente di Honneth. La libertà non basta a sé stessa perché nessuno di noi basta a sé stesso. Non siamo liberi prima degli altri, contro gli altri o malgrado gli altri. Lo diventiamo assieme agli altri, dentro relazioni che ci riconoscono, dentro istituzioni che ci abilitano. Quando riusciamo a trasformare la dipendenza reciproca in autentica cooperazione. Invisibili anche dopo la morte. Quando il lavoro uccide gli immigrati di Francesca Fulghesu e Sara Ramzi Il Domani, 3 maggio 2026 I migranti che muoiono sul lavoro spesso non risultano nelle statistiche ufficiali: sono persone senza contratto e a volte anche senza documenti. Tra sfruttamento, insicurezza e ingiustizie, nel loro caso il lavoro uccide due volte. Quando il 12 marzo scorso Abdellah Rahali viene trovato senza vita tra i calcinacci di un cortile, nessuno sa chi sia. È un operaio precipitato da 15 metri di altezza durante i lavori di ristrutturazione di un immobile a San Marcellino, nel Casertano. In tasca non ha i documenti e, come si scoprirà alcuni giorni dopo, a casa non ha un contratto di lavoro. Per risalire alla sua identità, serve l’intervento di don Carmine Schiavone, direttore della Caritas di Aversa. Che con un sorriso amaro conferma a Domani quanto conoscesse bene Rahali: “Non dimenticherò mai la sua dolcezza”, racconta. “Veniva ogni sera a cena qui”. È grazie a lui se gli inquirenti riescono a mettere in fila le prime informazioni fondamentali: Rahali aveva 38 anni, era originario di Sidi Moussa (Algeria), abitava in Italia senza famiglia. Dalle indagini emerge un altro elemento, riportato anche sulle cronache locali: qualcuno avrebbe provato a liberarsi del suo corpo, caricandolo nel baule di una macchina, salvo poi riportarlo sul luogo dell’incidente. Al momento, per la sua morte, ci sono due indagati per omicidio colposo e violazioni delle norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro: il proprietario dell’immobile e il titolare della ditta edile. Eppure la sua storia rischiava di non essere scoperta, come quella di tanti altri lavoratori stranieri, che sono fantasmi. Rahali è uno dei nuovi desaparecidos: migranti morti sul lavoro senza contratto, a volte senza permesso di soggiorno, spesso senza una famiglia in Italia. Persone che non risultano nei dati ufficiali degli infortuni mortali e che rischiano di non ottenere giustizia neanche dopo la morte. Fuori dai dati - In Italia muoiono in media 3,2 persone sul lavoro al giorno. Circa il 20 per cento di loro è di origine straniera: sono soprattutto romeni, marocchini, indiani. Per Paolo Carminati, presidente di Aifos (Associazione italiana formatori ed operatori della sicurezza sul lavoro), dipende da una combinazione di fattori, tra cui lavori più rischiosi e maggiore precarietà. Ma anche, sottolinea, “una formazione sulla sicurezza che non tiene conto delle barriere linguistiche e culturali”. Se si allarga lo sguardo ai lavoratori irregolari, emerge un quadro ancora più grave di quello restituito dalle sole statistiche Inail. Da quasi vent’anni Marco Bazzoni, operaio di una ditta metalmeccanica di Barberino Tavarnelle (Firenze), delegato alla sicurezza della sua fabbrica, è impegnato nella catalogazione degli incidenti sul lavoro in tutta Italia. Secondo le sue ricerche, nel 2025 ci sono state circa 1.500 morti sul lavoro. Eppure, anche dalla sua lista, sono in molti a rimanere esclusi: si tratta di persone di cui non parlano nemmeno i giornali locali e che per le famiglie d’origine risultano scomparse. Come sottolinea il sociologo e ricercatore Eurispes Marco Omizzolo, “alla persona immigrata viene riconosciuta una soggettività solo mentre è in Italia e può avere un’attività lavorativa. Tutto quello che c’era prima, la sua storia, la sua cultura, le sue relazioni, i suoi progetti, per noi non esiste”. Un’invisibilità che prosegue dopo la morte: “È di nuovo senza storia, senza nome, senza dignità. Essendo soltanto un corpo, non ci si preoccupa né della sua famiglia né di garantirgli una sepoltura che rispetti la sua religione”. Colonialismo post mortem - A oltre un mese dalla morte di Rahali, il suo corpo si trova ancora in Italia. Sua sorella e suo cognato a marzo sono partiti da Sidi Moussa verso San Marcellino. Dopo pochi giorni, però, hanno lasciato la provincia di Caserta senza sapere quando potranno dare una sepoltura al loro familiare, in attesa della chiusura delle indagini. L’iter per chi muore sul lavoro è sempre lungo ed estenuante. Con le famiglie lontane, lo è ancora di più. La responsabilità del recupero del corpo spetta al comune, che, attraverso i consolati, prova a rintracciare i parenti. Nel caso di trasferimento della salma, copre i costi del viaggio. Se i parenti non vengono rintracciati, si procede alla sepoltura in Italia, che avviene in campi comuni. Le amministrazioni in ogni caso procedono a seconda della propria sensibilità. Con casi anche di sepolture tradite: sikh tumulati o musulmani sepolti sotto una croce. Una forma, secondo Omizzolo, di “colonialismo post mortem”. C’è un altro movimento che sfugge alle stime e alle storie dei morti sul lavoro. Sono le persone che tornano nel paese d’origine per morire. Succede soprattutto nel settore dell’agricoltura. “Le persone lavorano vent’anni in condizioni di grave sfruttamento, con retribuzioni basse ed esposizione psicofisica continua”, spiega Omizzolo. Spesso, anche a contatto con sostanze chimiche. Come nel caso di Paul Neeraj, bracciante abbandonato all’ospedale Ruggi di Salerno, morto il 24 aprile dopo due settimane di agonia. L’uomo, un 36enne di origine indiana, era stato ricoverato con le gambe in stato avanzato di cancrena. Secondo quanto riferito dall’ospedale, probabilmente proprio a causa dell’esposizione prolungata ai prodotti corrosivi con cui entrava in contatto nei campi, senza le adeguate protezioni. “Alcune persone sviluppano patologie cancerogene. E spesso sono destinate alla morte”, afferma il sociologo. Molte sono costrette a continuare a lavorare per mantenere le proprie famiglie all’estero. Quando la malattia si aggrava e il lavoro nei campi o nei cantieri diventa impraticabile, tornano nel proprio paese di origine per morire. Ufficialmente sono migranti di ritorno. Nei fatti, sono altre vittime invisibili del lavoro. “Via da Salone 323”, così un gruppo di scout prova a rompere lo stigma sul campo rom di Federica Morrone Il Fatto Quotidiano, 3 maggio 2026 Il progetto non offre risposte facili. Non semplifica. Al contrario, insiste sulla complessità. Mostra la distanza tra ciò che viene deciso e ciò che viene vissuto. Si comincia così, guardando da vicino, non da un’idea, ma da un’esperienza reale costruita nel tempo. Un gruppo di scout giovanissimi, il Clan Il Nomade dell’AGESCI Roma 8°, ha scelto di entrare davvero dentro uno dei luoghi più complessi della città, il campo rom di via di Salone, nella periferia est di Roma. Non per attraversarlo, non per osservarlo da fuori, ma per restarci. Per conoscere. Per costruire relazioni. Per due anni. Da questa esperienza nasce il documentario collettivo Via da Salone 323, che racconta molto del nostro Paese. L’insediamento rom, sorto nel 2006 come soluzione temporanea, è diventato negli anni una condizione stabile per centinaia di persone. Uno spazio isolato, distante dai trasporti, dai servizi, dalla città stessa. Un luogo in cui la quotidianità si muove dentro confini stretti: accesso difficile alla casa, al lavoro, alla scuola, alla sanità. Ma anche un luogo attraversato da desideri semplici e universali: normalità, stabilità, futuro. È proprio qui che questi ragazzi hanno deciso di stare. Non si sono limitati a osservare. Hanno lavorato. Hanno fatto volontariato continuativo nel campo, costruendo nel tempo una relazione reale con le persone che lo abitano. Hanno studiato la cosiddetta “questione rom”, senza scorciatoie. Hanno visto da vicino la distanza tra le politiche e la vita concreta delle persone. Solo dopo è arrivato il racconto. Il documentario è un intreccio di voci. Gli abitanti del campo parlano in prima persona, spesso attraverso video girati da loro stessi, senza mediazioni. Le storie restituiscono una realtà che raramente trova spazio nel dibattito pubblico, fatta di contraddizioni, ma anche di resistenza quotidiana. C’è Monica, che vive in pochi metri quadrati con quattro figli. C’è Stella, adolescente che si prende cura dei fratelli più piccoli. C’è Milosh, che ha ottenuto il permesso di soggiorno ma resta intrappolato tra costi, burocrazia e pregiudizio. Non sono “casi”. Sono vite. E accanto a queste vite, c’è il lavoro concreto dei ragazzi. Uno dei segni più evidenti è il Container 72. Uno spazio inutilizzato che è stato ristrutturato e trasformato in un doposcuola, un luogo di aggregazione per i bambini del campo. Un intervento semplice, ma decisivo: creare uno spazio in cui qualcosa può accadere. Non è simbolico. È reale. Ed è proprio dentro questa esperienza che qualcosa cambia anche nei ragazzi. “Entrare e vivere il campo rom ha cambiato il mio modo di osservare la realtà. Sapere che a poco più di mezz’ora dalla nostra sede scout possa esserci una condizione di vita così precaria mi ha completamente sconvolto”, racconta Giuseppe Francesco Tedeschi. Nelle sue parole si percepisce il passaggio tra ciò che si immagina e ciò che si scopre davvero. “Entrando a Salone mi sono sentito come se regalare un sorriso a quei bambini fosse l’unica cosa che potessi fare. Questo sentimento di impotenza mi spinge ogni giorno a voler portare all’esterno l’esperienza che ho vissuto”, dice Niccolò Guida. E qui si coglie un altro passaggio profondo, dall’impotenza alla responsabilità e alla voglia di raccontare. Il progetto non offre risposte facili. Non semplifica. Al contrario, insiste sulla complessità. Mostra la distanza tra ciò che viene deciso e ciò che viene vissuto. Mette in discussione l’idea stessa di “campo”, non solo come spazio fisico, ma come costruzione mentale, come modo di guardare. La domanda resta aperta: se i campi spariscono, sparisce anche lo stigma? Oppure continua a esistere, invisibile, nello sguardo collettivo? Questo lavoro non chiude la questione, ma obbliga a guardarla davvero. È già molto in un tempo in cui tutto scorre veloce e si consuma in superficie. C’è una qualità rara nel progetto, non è solo l’impegno, è il modo in cui quell’impegno diventa uno sguardo che non pretende di spiegare tutto, ma prova, con rispetto, a vedere. E oggi è proprio quello che serve. L’inquietante documento dell’amministrazione Trump sulla pena di morte di Mario Di Giulio huffingtonpost.it, 3 maggio 2026 Snellire, accelerare, diversificare. Il Dipartimento di Giustizia federale darà nuovo impulso alle esecuzioni capitali, considerate uno strumento necessario contro i “criminali più violenti” e contro quelli che la sua amministrazione definisce “crimini mostruosi”. Il dibattito sul VIII Emendamento. Se in Italia casi giudiziari controversi come quello di Garlasco riaccendono il dibattito sul rischio dell’errore giudiziario, negli Stati Uniti torna invece centrale il tema delle condanne irreversibili rappresentate dalla pena capitale. Lo scorso 24 aprile il Dipartimento di Giustizia federale ha annunciato di volere dare nuovo impulso alle esecuzioni capitali, in linea con quanto annunciato dallo stesso presidente nel suo discorso di reinsediamento alla Casa Bianca: ovvero la promessa di ristabilire legge e ordine attraverso un rafforzamento della repressione penale federale, inclusa la pena di morte, definita come uno strumento necessario contro i “criminali più violenti” e contro quelli che la sua amministrazione definisce “crimini mostruosi”. Con il proprio comunicato, Il Dipartimento di Giustizia annuncia di volere dare seguito alle promesse del presidente con l’adozione di una serie di misure concrete: accelerazione delle procedure nei casi federali, riattivazione dei protocolli di esecuzione utilizzati durante il primo mandato Trump e apertura a metodi alternativi rispetto all’iniezione letale. Occorre ricordare che, nel 2021, durante l’amministrazione Biden, il Dipartimento di Giustizia aveva imposto una moratoria sulle esecuzioni federali, motivandola con dubbi etici, problemi procedurali e interrogativi costituzionali. Lo stesso Biden aveva successivamente commutato la pena di morte per la grande maggioranza dei detenuti nel braccio della morte federale (37 su 40). Il ritorno della pena capitale federale - Nel comunicato diffuso dal Dipartimento di Giustizia, l’amministrazione sostiene che il sistema federale abbia il dovere di garantire “giustizia per le vittime” e di assicurare che le sentenze capitali siano eseguite. Il Dipartimento di Giustizia afferma, inoltre, che i ritardi accumulati negli anni avrebbero svuotato la pena di morte della sua efficacia deterrente. Per questo motivo il Dipartimento ha annunciato: la semplificazione delle procedure interne per dare esecuzione alle sentenze capitali; il ripristino dei protocolli di esecuzione federali utilizzati tra il 2020 e il 2021; la possibilità di utilizzare metodi alternativi di esecuzione, inclusi il plotone d’esecuzione e altri metodi già adottati in alcuni Stati, come l’ipossia da azoto e l’elettrocuzione; una maggiore disponibilità dei procuratori federali a richiedere la pena capitale. Il comunicato del Dipartimento di Giustizia e il rapporto allegato offrono alcuni spunti su come l’amministrazione affronti il tema della sofferenza come parametro della crudeltà della pena, uno dei limiti costituzionali alla sua applicazione. La questione costituzionale: l’VIII Emendamento - Il punto più controverso riguarda, infatti, la compatibilità dei metodi di esecuzione con l’VIII Emendamento della Costituzione americana, che proibisce cruel and unusual punishments, cioè le pene crudeli e inusuali. Negli ultimi anni il dibattito si è intensificato soprattutto a causa delle difficoltà legate all’iniezione letale. Diverse esecuzioni negli Stati Uniti sono state contestate per la durata eccessiva delle procedure, per errori tecnici e le sofferenze inflitte ai condannati. Nel nuovo rapporto del Dipartimento di Giustizia, oltre a porre dubbi sull’effettiva sofferenza che l’iniezione letale può provocare, l’amministrazione sostiene che metodi come il plotone d’esecuzione non violino l’VIII Emendamento. L’argomentazione si fonda su alcuni punti centrali. In primo luogo, il Dipartimento di Giustizia richiama la giurisprudenza della Corte Suprema, secondo cui un metodo di esecuzione non è automaticamente incostituzionale solo perché provoca dolore. Secondo alcuni precedenti, una procedura viola la Costituzione soltanto se comporta un “rischio sostanziale di sofferenza grave” rispetto ad alternative realisticamente disponibili. In secondo luogo, il Dipartimento sottolinea che la Corte Suprema non ha mai dichiarato incostituzionale il plotone d’esecuzione in quanto tale. Anzi, alcuni sostenitori della pena capitale ritengono che proprio l’esecuzione per fucilazione possa risultare più rapida e affidabile rispetto alle iniezioni letali. Infine, il Dipartimento di Giustizia insiste sul fatto che molti problemi recenti deriverebbero non dalla pena di morte in sé, ma dalle difficoltà pratiche di reperire i farmaci necessari per le iniezioni letali, ma non solo questo. Il dibattito sull’edema polmonare nelle esecuzioni per iniezione letale - Uno degli aspetti più controversi emersi nel nuovo dibattito americano sulla pena capitale riguarda le conseguenze fisiologiche dell’iniezione letale. Negli ultimi anni diversi studi medici, analisi autoptiche e contenziosi giudiziari hanno sostenuto che una percentuale molto elevata di detenuti sottoposti a esecuzione federale o statale avrebbe sviluppato edema polmonare acuto durante la procedura. In molte autopsie sono stati infatti riscontrati liquidi nei polmoni e nelle vie respiratorie, talvolta accompagnati da schiuma o altri segni compatibili con una morte per soffocamento. Per i critici dell’iniezione letale, questo elemento suggerirebbe che molti condannati abbiano sperimentato una sensazione cosciente di soffocamento e annegamento interno prima della morte. Diverse organizzazioni abolizioniste hanno sostenuto che l’iniezione letale, presentata per decenni come una tecnica “clinica” e relativamente indolore, potrebbe in realtà provocare sofferenze molto più intense di quanto a lungo ritenuto. Il Dipartimento di giustizia, tuttavia, contesta questa interpretazione. Nel suo rapporto, il Dipartimento di Giustizia non nega che l’edema polmonare sia stato riscontrato in molti casi. Piuttosto, sostiene che i dati disponibili non sarebbero sufficienti per dimostrare un livello di sofferenza costituzionalmente rilevante ai sensi dell’VIII Emendamento. Secondo il Dipartimento di Giustizia, infatti, il numero complessivo delle autopsie analizzate rimane relativamente limitato e non uniforme dal punto di vista metodologico. Inoltre, molte relazioni medico-legali non quantificherebbero con precisione l’estensione dell’edema, il grado di accumulo dei liquidi nei polmoni o il livello di coscienza del detenuto nel momento in cui il fenomeno si sviluppava. Secondo il Dipartimento di Giustizia, quindi, la semplice presenza di edema polmonare post mortem non proverebbe automaticamente che il condannato abbia percepito in modo cosciente una sofferenza estrema. Per i sostenitori della pena capitale, la soglia fissata dalla Corte Suprema richiede infatti qualcosa di più di un rischio teorico o di un reperto autoptico frequente: occorrerebbe dimostrare un “rischio sostanziale” di grave sofferenza rispetto ad alternative realisticamente disponibili. Sul punto è difficile non chiedersi quale sia il criterio ritenuto ragionevole dall’attuale Dipartimento di Giustizia per accertare la presenza di una forte sofferenza. Trattandosi del dolore di soggetti senzienti, ogni forma di sperimentazione solleva - o dovrebbe sollevare - dubbi etici tali da imporre prudenza. I critici del governo rispondono, infatti, che una percentuale così elevata di edema polmonare rappresenterebbe già un forte indizio di sofferenza incompatibile con gli standard costituzionali contemporanei. Come riconosciuto dallo stesso Rapporto Garland (procuratore generale durante la presidenza Biden) citato dal Dipartimento di Giustizia nell’attuale rapporto, su 58 autopsie relative a detenuti giustiziati con pentobarbital, 49 mostravano segni di edema polmonare. Ed è da notare che in medicina clinica, l’edema polmonare acuto è normalmente associato a una sensazione estremamente traumatica di soffocamento. La scelta del mezzo di esecuzione quale mitigazione della crudeltà - Nel rapporto del Dipartimento di Giustizia, un’altra argomentazione a sostegno della compatibilità delle esecuzioni capitali con l’VIII Emendamento, è considerata quella della possibilità che di fronte a un metodo di esecuzione standard, il condannato possa scegliere in un ventaglio di alternative. Quasi che la scelta di quale morte subire possa di per sé escludere la crudeltà insita nel metodo stesso. Un’argomentazione che, se non fosse per la drammaticità del tema trattato, ricorderebbe la favola di Bertoldo, il quale - condannato a morte - chiese al re di poter scegliere l’albero al quale essere impiccato. Gli “evolving standards of decency” - Nell’ambito delle varie tesi, è da considerarsi anche l’evoluzione di quello che è il sentimento comune che pone il limite dell’accettabile. Da decenni la Corte Suprema interpreta l’VIII Emendamento anche attraverso il principio degli “evolving standards of decency”, gli standard evolutivi di decenza di una società democratica. In sostanza, una pena può diventare incostituzionale non solo per la sua brutalità materiale, ma anche perché incompatibile con la sensibilità morale contemporanea. È proprio su questo terreno che si concentra la critica delle organizzazioni per i diritti civili. Secondo numerosi costituzionalisti, il ritorno a pratiche come il plotone d’esecuzione o l’uso del gas rischia di rappresentare una regressione storica e culturale. Una battaglia politica e culturale che tocca lo stesso concetto di democrazia - La nuova offensiva sulla pena di morte non è soltanto una questione giuridica. È anche una scelta politica destinata a parlare all’elettorato americano. Trump presenta la pena capitale come parte integrante della sua agenda sulla sicurezza: una dimostrazione di forza dello Stato contro criminalità violenta, terrorismo e traffico di droga. Per i suoi sostenitori, l’amministrazione starebbe semplicemente applicando pene previste dalla legge federale e approvate democraticamente. Per i critici, invece, il ritorno a una politica aggressiva sulle esecuzioni rischia di accentuare le disuguaglianze del sistema penale americano, già segnato da forti disparità economiche e razziali. Le organizzazioni abolizioniste ricordano inoltre che negli Stati Uniti numerose condanne capitali sono state annullate nel corso degli anni a causa di errori giudiziari. Prescindendo dalla fondamentale domanda sottostante del se e del quanto l’uomo possa essere carnefice dell’altro uomo, il tema che riguarda comunque gli Stati Uniti è quanto un sistema di giustizia caratterizzato da rilevanti squilibri possa accogliere un sistema sanzionatorio che non consente l’errore. Una domanda che si basa su evidenze analitiche quali la percentuale su base razziale dei condannati a morte (guardando ai soli afroamericani, essi rappresentano tra il 35% il 40% dei condannati a morte mentre sono solo il 13% della popolazione). Le statistiche americane mostrano inoltre che gli omicidi con vittime bianche conducono molto più frequentemente a richieste di condanne capitali rispetto ai casi con vittime afroamericane. Non solo, mentre il 56% delle persone giustiziate sono bianche, il 58% dei detenuti attualmente nel braccio della morte appartiene a minoranze etniche. I numeri possono essere letti in molti modi, ma di certo rafforzano il dubbio delle fragilità di un sistema dove giustizia ed eguaglianza sembrano spesso non camminare allo stesso passo. Se il mondo di Israele è fatto solo di nemici di Anna Foa La Stampa, 3 maggio 2026 La vicenda della Global Sumud Flotilla resta molto inquietante, anche dopo lo sbarco a Creta degli attivisti sequestrati da Israele in acque internazionali. Innanzitutto, non tutti sono stati rilasciati, due di loro, fra gli organizzatori, sono stati trasportati in Israele sotto l’accusa di essere legati ad organizzazioni terroristiche e di aver compiuto attività illegali. Si tratta di un brasiliano, Thiago Avila, e di un palestinese con nazionalità spagnola, Saif Abu Keshek. Il loro arresto sembra mirare a rendere credibili le accuse del governo israeliano alla Flotilla di essere legata ad Hamas. Il fatto che la Flotilla sia carica di rifornimenti, e non di armi, non sembra ai loro occhi significativo. È una protesta politica pacifica, volta a rompere il blocco illegale della Striscia, ma questo basta a renderla un pericolo per Israele. Ma l’arresto di questi due attivisti e la loro deportazione in Israele suscita molte preoccupazioni perché le condizioni dei presunti “terroristi” nelle carceri di Israele sono secondo tutte le testimonianze caratterizzate da violenze di ogni tipo, tanto è vero che sessanta degli attivisti sbarcati a Creta sono scesi in sciopero della fame per ottenerne il rilascio e che una richiesta di intervenire è stata rivolta da due deputati italiani al governo, dal momento che uno dei due è stato sequestrato su una nave che batteva bandiera italiana. Le preoccupazioni per la loro sorte sono rese più gravi dal fatto che nella notte trascorsa sulla nave israeliana che li trasportava a Creta gli attivisti sono stati sottoposti, come testimoniano molti di loro, a pesanti violenze. Le foto ci mostrano persone con il naso rotto e gli occhi pesti, e i racconti confermano questo trattamento. Ci sono precedenti ancora più gravi. Nel 2010 la Freedom Flotilla I fu abbordata, sempre in acque internazionali, con 9 morti fra gli attivisti, tutti turchi meno un americano. E sappiamo che violenze e umiliazioni non sono mancate neanche nell’ottobre scorso nel trattamento riservato agli attivisti della Flotilla portati in Israele. Resta il fatto che l’aggressione è avvenuta in acque internazionali, in un luogo distante 600 miglia da Gaza, e che gli attivisti sulle 22 navi aggredite sono stati “rapiti”, non arrestati. Il ministro israeliano della Difesa, Katz, ha dichiarato che la legge israeliana lo autorizza. C’è da stupirsi che la legislazione di Israele consenta esplicitamente atti considerati come “pirateria” dal diritto internazionale, dal diritto dei paesi implicati, e dal diritto del mare. Quanto al fatto che i rapiti non sono stati portati in Israele e di là espulsi, ma rilasciati a Creta, dentro l’Unione europea, è dovuto alle pressioni di Italia e Germania. Meloni ha dichiarato di non capire a cosa serva la Flotilla, ma ha condannato l’aggressione in acque internazionali e il governo si è attivato per il loro rilascio a Creta. In tutta questa vicenda, ciò che colpisce è la violazione di ogni legge, non solo del diritto internazionale. Sembra che Israele sia spinta da una sua volontà di autodistruzione e di rifiuto di ogni norma etica a mostrare ovunque la sua forza, a dimostrare di poter agire in ogni parte senza remore di nessun tipo. Certamente, in tutto questo gioca un ruolo importante la volontà di non consentire che la vicenda della Flotilla contribuisse ad innescare una spinta contro la politica del governo israeliano, come è successo con le grandi manifestazioni del settembre scorso in molta parte del mondo. Ma c’è di più. C’è una volontà di isolamento, di chiusura totale verso gli altri, considerati tutti nemici, antisemiti. I ripetuti atti contro i cristiani, dal vandalismo del crocefisso all’aggressione fisica di suore, come nell’episodio avvenuto nei giorni scorsi a Gerusalemme e documentato in un video, lo dimostrano. La pirateria è un reato gravissimo, il pestaggio di prigionieri indifesi anche. Chiunque non si rallegri di questa deriva dello Stato ebraico, ma pensi ancora ad Israele come ad un Paese percorso da forti resistenze alla politica del suo governo e quindi ancora in grado di essere salvato dall’autodistruzione, dovrebbe fare quanto è in suo potere per alzare alta la voce a denunciare vicende come questa. Una fra tante, meno grave delle decine di migliaia dei morti di Gaza, certo, ma indice di un precipitare sempre più veloce del clima politico dello Stato ebraico. Zeinab Faraj: “Così ho visto morire la reporter Amal Khalil” di Francesca Mannocchi La Stampa, 3 maggio 2026 La fotografa era con la reporter in Libano quando sono state attaccate: Israele ha rallentato i soccorsi. All’ospedale Al-Zahraa di Beirut, Zeinab Faraj ha una mano appena operata, l’occhio ferito, una gamba immobilizzata e un altro intervento davanti. È arrivata qui dopo l’attacco israeliano del 22 aprile ad al-Tiri, nel Sud del Libano, l’attacco in cui lei è sopravvissuta e Amal Khalil, reporter di Al-Akhbar, è rimasta sotto le macerie ed è morta. Quando racconta, Zeinab torna a martedì 21 aprile, alla telefonata con cui Amal le dice che il giorno dopo sarebbero andate a girare nel distretto di Bint Jbeil. La mattina di mercoledì 22 prepara le camere, i vestiti, la borsa; suo padre le porta l’attrezzatura da Saida, poi lei e Amal partono verso il Sud. Fanno riprese e fotografie, passano da Tebnine, proseguono verso al-Tiri. Prima dell’attacco, nella memoria di Zeinab, ci sono ancora i gesti ordinari del lavoro: Amal alla guida, lei con la camera, la strada tra un villaggio e l’altro, quattro persone che ridono mentre continuano a documentare un Sud formalmente in tregua e ancora esposto ai colpi. Amal Khalil aveva quarantatré anni, era una giornalista del quotidiano libanese Al-Akhbar e raccontava da anni il Sud del Libano. Il 22 aprile era ad al-Tiri, insieme a Zeinab, fotografa e videomaker freelance, stavano documentando la situazione nei villaggi del Sud dopo il cessate il fuoco del 16 aprile tra Israele e Hezbollah. Un primo attacco israeliano ha colpito il veicolo davanti a quello su cui viaggiavano; le due donne sono scese e hanno cercato riparo in un edificio vicino. Poi anche quell’edificio è stato colpito. Amal è morta sotto le macerie, Zeinab è stata estratta ferita. Nel racconto di Zeinab, tutto si concentra sul tempo trascorso dopo il primo colpo. Circa due ore, forse di più: un tempo sufficiente perché Amal, ferita ma ancora viva, potesse essere raggiunta e portata via. Zeinab dice che da lì chiamano tutti: l’esercito libanese, la Croce Rossa, le Nazioni Unite, qualunque interlocutore possa aprire un accesso. La risposta che ricevono, ogni volta, è che i soccorsi attendono l’autorizzazione israeliana per entrare nell’area. È qui che il suo racconto diventa anche una questione politica: due giornaliste libanesi, in un villaggio libanese, con una camera e un microfono, restano intrappolate mentre la possibilità di salvarle dipende dall’esercito che ha appena colpito. Due possibili crimini di guerra, come afferma Reporters sans frontières: l’attacco contro giornaliste identificate come tali e l’ostruzione delle operazioni di soccorso. Secondo una successiva ricostruzione di Reuters, quando i soccorritori hanno tentato di tornare per Amal, l’esercito israeliano avrebbe lanciato una granata assordante, bloccando l’accesso all’edificio danneggiato, secondo una rappresentante dell’Unione dei giornalisti in Libano e un alto funzionario militare libanese. Zeinab racconta che Amal era già stata minacciata, e questa per lei è la chiave dell’attacco: non un errore dentro una giornata di guerra, ma l’esito di un bersaglio già nominato. Nel 2024, durante la guerra precedente tra Israele e Libano, Amal aveva raccontato di aver ricevuto minacce da un numero israeliano; la stessa Rsf ne aveva chiesto la protezione dopo una minaccia di morte ricevuta nel settembre 2024 e numerose intimidazioni precedenti, compreso un episodio di incitamento pubblico contro di lei pochi giorni prima dell’uccisione. Zeinab ricostruisce tutto a partire da questa convinzione. Prima il missile contro l’auto di Ali, davanti a loro, mentre Amal guida e lei filma; poi la fuga verso un edificio sul bordo della strada, un negozio che sembra una casa; poi l’attesa, due ore, forse due ore e mezza, con i soccorsi fermi e le telefonate all’esercito, alla Croce Rossa, alle Nazioni Unite; poi il secondo colpo, sulla macchina di Amal, quando Amal le è accanto, la abbraccia e la copre con il corpo, prendendo lei le ferite più gravi; infine il terzo colpo, quello sull’edificio, con i telefoni ormai scarichi, la paura diventata confusione e Amal rimasta dentro, sotto le macerie. In mezzo, prima dell’ultimo attacco, c’è il tempo che Zeinab restituisce in ogni dettaglio: loro due vicine, il silenzio, poche parole, Amal che le dice di non lasciarla e Zeinab che le risponde usando le stesse parole: non mi lasciare. Per questo, quando parla di Amal, Zeinab non parla soltanto della collega uccisa accanto a lei, ma della giornalista che voleva diventare: una donna che lavorava con coscienza, interessata a far arrivare la voce delle persone del Sud, la voce della verità. La morte di Amal Khalil si iscrive in un bilancio che ha ormai superato la cronaca dei singoli attacchi e riguarda il modo in cui Israele conduce la guerra contro chi la documenta. Secondo il Committee to Protect Journalists, al 28 aprile 2026 almeno 262 giornalisti e operatori dei media sono stati uccisi dall’inizio della guerra del 7 ottobre 2023 e del conflitto con l’Iran; 258 sono stati uccisi da Israele. Il punto, però, non è soltanto numerico. È giuridico e politico. Nei conflitti armati i giornalisti sono civili, e restano protetti finché non prendono parte direttamente alle ostilità. Una testata considerata ostile, una telecamera, un microfono, la presenza in un’area di combattimento non bastano a trasformare un giornalista in un obiettivo militare. Per questo le Nazioni Unite e il Comitato internazionale della Croce Rossa ribadiscono che colpire deliberatamente chi sta svolgendo lavoro giornalistico è una grave violazione del diritto internazionale umanitario e può configurare un crimine di guerra. Amal era lì per documentare. La sua morte, e il tempo in cui i soccorsi non sono riusciti a raggiungerla, appartengono a questa domanda ancora senza risposta: chi risponde quando la protezione prevista dal diritto esiste sulla carta e scompare sul terreno? Nel caso di Amal, la questione non riguarda soltanto il colpo che l’ha ferita o uccisa. Riguarda anche il tempo successivo, quello in cui una persona ferita resta senza accesso alle cure, secondo il diritto internazionale, i feriti devono essere rispettati, protetti e curati senza discriminazioni, e che causare intenzionalmente grandi sofferenze attraverso la negazione deliberata di cure mediche a civili feriti può costituire una grave violazione delle Convenzioni di Ginevra e un crimine di guerra. Il Sud del Libano conosce già questa sequenza: un attacco contro giornalisti identificabili, una versione militare che parla di minaccia, l’apertura annunciata di verifiche interne, poi l’assenza di responsabilità effettive. Il 13 ottobre 2023 il videoreporter di Reuters Issam Abdallah è stato ucciso vicino ad Alma al-Shaab da un colpo israeliano; altri sei giornalisti sono rimasti feriti. L’inchiesta di Reuters ha ricostruito che un carro armato israeliano ha sparato due colpi in rapida successione contro un gruppo di reporter che stava filmando dal lato libanese del confine. Amnesty International ha chiesto di indagare l’attacco come possibile crimine di guerra; Human Rights Watch lo ha definito apparentemente deliberato. A distanza di mesi, quel precedente non è solo un richiamo alla memoria: mostra che cosa accade quando la morte di un giornalista viene assorbita dalla guerra, trattata come errore, eccezione, revisione pendente, e non diventa mai responsabilità. Il precedente di Issam Abdallah non sta accanto alla morte di Amal come una semplice analogia; conferma un metodo, quello per cui dopo l’uccisione di un giornalista, la prima versione resta quasi sempre quella dell’esercito che ha sparato: una minaccia, un’area operativa, una presenza sospetta, una verifica interna. Intanto l’accertamento indipendente si allontana, la responsabilità si disperde, e la protezione dovuta ai civili diventa una formula priva di conseguenze. È così che funziona l’impunità: non cancella i fatti, li lascia in una zona dove nessuno è chiamato a risponderne davvero. Zeinab ricorda Amal per il modo in cui lavorava: senza cercare la scena, con l’ostinazione di chi sa che nel Sud del Libano ogni casa distrutta, ogni strada vuota, ogni famiglia rimasta deve essere raccontata prima che venga ridotta a formula militare. Finirà i suoi studi in giornalismo e seguirà il suo esempio. Ricorda Amal che le dice di non lasciarla, e forse è questa la frase che resta oltre la scena dell’attacco: non solo l’ultima richiesta di una donna ferita, ma la consegna di un mestiere. Restare, guardare, raccontare, perché la guerra cerca sempre, insieme ai corpi, anche la sparizione di chi può contraddirla. Iran. Malore per la Nobel Mohammadi: “È in pericolo di vita” Avvenire, 3 maggio 2026 L’attivista iraniana, che si trovava nel carcere du Zanjan, è stata trasferita in un ospedale nel nord-ovest del Paese. L’allarme dei familiari e del Comitato per il Nobel. Per oltre due decenni Narges Mohammadi è stata un faro a sostegno delle iraniane, denunciando le violenze e le crudeltà del regime. Un attivismo riconosciuto con il Premio Nobel per la Pace nel 2023 per la sua lotta contro la pena capitale e i rigidi codici di abbigliamento imposti alle donne dai Pasdaran. Poi l’arresto il 12 dicembre a Mashhad nell’est dell’Iran per aver criticato le autorità religiose durante una cerimonia funebre. Condannata a febbraio a ulteriori sei anni di carcere per aver messo in pericolo la sicurezza nazionale e a un anno e mezzo per propaganda contro il sistema islamico iraniano, Mohammadi è stata quindi trasferita in carcere e le è stato consentito solo un contatto estremamente limitato con la sua famiglia. Ma le inferriate del carcere non hanno interrotto il suo canto libero, che ha accompagnato le proteste studentesche e non solo, anche grazie alla sua fondazione e alle persone a lei più vicine, che le hanno fatto da cassa di risonanza. Da tempo i suoi familiari parlano di un quadro clinico preoccupante per l’attivista, ma oggi hanno denunciato un totale peggioramento delle sue condizioni fisiche caratterizzato in particolare da “due episodi di perdita totale di coscienza e un attacco cardiaco”, al punto che Mohammadi, 54enne, è stata trasferita dal carcere di Zanjan, nel nord del Paese, ad un ospedale della regione. La sua famiglia, citata nel comunicato della sua fondazione, ha deplorato questa “misura disperata e presa all’ultimo minuto, che potrebbe arrivare troppo tardi” dopo 140 giorni di detenzione e che “costituisce una minaccia diretta e immediata al suo diritto alla vita”. A Oslo, il Comitato norvegese per il Nobel ha chiesto alle autorità iraniane di trasferire “immediatamente” Narges Mohammadi al suo team medico a Teheran. “Senza tali cure, la sua vita rimane in pericolo”, ha dichiarato il presidente del Comitato per il Nobel, Jorgen Watne Frydnes, in un messaggio all’Afp. “La sua vita è ora nelle mani delle autorità iraniane”. I sostenitori di Narges Mohammadi chiedono da settimane il suo rilascio affinché possa ricevere cure dal suo team medico a Teheran, viste le sue “condizioni critiche”, sottolineando che ha perso circa 20 chili. Secondo il suo avvocato, Mostafa Nili, Mohammadi “è svenuta dopo un improvviso calo della pressione sanguigna”. Dopo aver inizialmente rifiutato il trasferimento per timore di cure inadeguate, è stata ricoverata in ospedale dopo aver perso nuovamente conoscenza. “È necessario che il mondo libero, opinioni pubbliche ma anche governi, facciano sentire la propria voce e non lascino sola la attivista premio Nobel. Chiedo alla Farnesina di intensificare la pressione diplomatica sull’Iran”, ha denunciato il senatore Ivan Scalfarotto, responsabile esteri di Italia Viva.