Giornali in carcere “contro l’indifferenza sociale”: il premio a Ornella Favero di Lorenza Cerbini Corriere della Sera - Buone Notizie, 31 maggio 2026 Per avere “fatto della sua vita un ponte tra comunità carceraria e mondo esterno, per restituire dignità, voce e speranza ai reclusi e per accendere conoscenza e umanità nei tanti che voltano lo sguardo”. Questa la motivazione del Premio Polidoro alla direttrice di Ristretti Orizzonti: “Spesso ignorata, ma mai arresa”. La Giuria del Premio “In difesa della dignità e della speranza dei detenuti Riccardo Polidoro” ha deciso, all’unanimità, di assegnare il premio della terza edizione a Ornella Favero. Giornalista e volontaria, dal 1997 dirige Ristretti Orizzonti, la rivista nata nella Casa di Reclusione Due Palazzi di Padova e realizzata insieme ai detenuti. Dal 2001 è responsabile del sito www.ristretti.it, realizzato interamente dai detenuti, e della rassegna stampa quotidiana Ristretti News. “Ornella Favero - si legge nella motivazione del premio - ha oltrepassato il muro del carcere e quello ancor più invalicabile dell’indifferenza sociale facendo della sua vita un ponte tra la comunità carceraria e il mondo esterno, per restituire dignità, voce e speranza ai reclusi e per accendere conoscenza e umanità nei tantissimi che voltano lo sguardo. Ha ininterrottamente interpellato la politica con le sue appassionate e appassionanti iniziative: spesso ignorata, ma mai arresa”. La giuria composta da Francesco Petrelli, Giovanni Melillo, Glauco Giostra, Rinaldo Romanelli, Nicola Mazzacuva, Gianpaolo Catanzariti e Giorgio Varano le ha espresso “grata ammirazione”. Ristretti Orizzonti è un progetto editoriale e culturale che racconta il carcere dall’interno, ma con un’attenzione rivolta anche all’esterno: pubblica articoli, testimonianze e approfondimenti su pena, giustizia, reinserimento e vita quotidiana in istituto. Nel tempo è diventato un riferimento nazionale sui temi penitenziari, grazie anche al sito ristretti.it, alla rassegna stampa quotidiana, ai numeri monografici della rivista e alle attività di incontro e formazione con scuole, giornalisti, operatori e istituzioni. La forza del progetto sta proprio nel suo metodo: dare voce alle persone detenute e usare l’informazione come strumento di conoscenza, responsabilità e riduzione della distanza tra carcere e società. Responsabile del Centro di Documentazione “Due Palazzi”, che con l’Associazione “Granello di senape”, editore di Ristretti Orizzonti, ha vinto nel 2003 il Premio nazionale della solidarietà, conferito dalla Fondazione italiana per il volontariato. Nel 2009 con Ristretti Orizzonti ha vinto il premio “Testimone di pace”. Cura ogni anno, nella Casa di Reclusione di Padova, l’organizzazione di una Giornata di studi nazionale con focus su temi legati alla realtà carceraria, e di un Seminario di formazione per i giornalisti, in collaborazione con l’Ordine dei Giornalisti del Veneto. Organizza nelle scuole attività di sensibilizzazione sui temi del carcere, della legalità e della devianza, attraverso il progetto “A scuola di libertà - Carcere e scuole: Educazione alla legalità. Un progetto di educazione alla legalità che mette a confronto le scuole e il mondo della Giustizia, delle pene e del carcere”. Da ottobre 2015 Ornella Favero è presidente della Conferenza nazionale volontariato giustizia. Ha curato le pubblicazioni di Ristretti Orizzonti: Donne in sospeso, L’amore a tempo di galera, I buoni dentro, i cattivi fuori, Ragazzini e ragazzacci, Parole in libertà tra carcere e scuola, Spezzare la catena del male. Nel 2017 ha pubblicato, per le Edizioni Gruppo Abele, il libro Cattivi per sempre? Voci dalle carceri: viaggio nei circuiti di Alta Sicurezza. Il premio sarà consegnato a Ornella Favero a Rimini, in una sessione del X Open Day dell’Unione camere penali italiane che si terrà il 12 e 13 giugno. La politica deve trovare il coraggio di ricominciare a parlare di indulto di Giovanni Battista de Blasis* poliziapenitenziaria.it, 31 maggio 2026 Cinquant’anni dopo il nuovo Ordinamento Penitenziario - e quella stagione che non a caso fu chiamata “del carcere della speranza” - la situazione delle carceri italiane non è cambiata affatto. Nel 2025 i suicidi sono stati 76. Nel 2024 si era toccata la soglia record di 91. Nel 2026 dopo soli cinque mesi siamo già a quota 25. Sempre nel 2025, i Tribunali di Sorveglianza hanno accolto 5.800 ricorsi per condizioni di detenzione ritenute disumane o degradanti. E dentro le sezioni continua il sacrificio quotidiano dei poliziotti penitenziari per garantire la sicurezza in un sistema che si sta sgretolando pezzo dopo pezzo. Amnistia e indulto: due strumenti diversi, spesso confusi - Spesso mi capita di sentire che amnistia e indulto vengono usati come sinonimi, anche se la differenza è sostanziale. Perché mentre l’amnistia cancella il reato e la pena, l’indulto cancella solo la pena. In altre parole, con l’indulto non si azzerano le responsabilità, si riduce soltanto la durata della detenzione. È un atto di clemenza che rispetta il principio della certezza della pena adottando, però, un atto di civiltà sulla sua esecuzione, due principi che dovrebbero marciare insieme, non in contrapposizione. Uno Stato autorevole sa essere clemente senza vergognarsene - Dal dopoguerra a oggi, lo Stato italiano ha emanato più di trenta provvedimenti tra amnistie e indulti. L’ultimo nel 2006. Da allora, vent’anni di silenzio. Non perché il carcere sia diventato un modello di efficienza, ma perché la riforma costituzionale del 1992 ha reso il percorso parlamentare quasi impossibile, imponendo un quorum dei due terzi per ogni singolo articolo della legge. 2006: un precedente da valutare senza pregiudizi - Nel 2006, con Prodi a Palazzo Chigi e Mastella come Guardasigilli, fu approvato un indulto di tre anni. Una decisione trasversale, sostenuta da un’ampia maggioranza bipartisan. Uscirono oltre venticinquemila detenuti. Nei sei mesi successivi ne rientrarono 2.855, l’undici per cento circa. Includendo chi aveva beneficiato del provvedimento in misura alternativa, la recidiva nel primo semestre si attestò attorno al dieci per cento - ben lontana dal quasi settanta per cento che caratterizza la recidiva ordinaria. Il problema non fu l’indulto in sé, ma il fatto che ad esso non seguì nessuna riforma strutturale del sistema. E in appena due anni si tornò agli stessi numeri di partenza. Fu per questo che quell’indulto fu un gesto di clemenza fine a sé stesso. Sovraffollamento al 140 per cento: i numeri di un sistema sotto pressione - Oggi i detenuti sono più di 64.000. Agli inizi degli anni Novanta erano poco più di 30.000. Ogni giorno se ne aggiungono dodici, mentre mancano strutture, organici e risorse. Il tasso medio di sovraffollamento è del 138 per cento, con punte che arrivano al 240. Quasi 17.000 detenuti oltre la capienza regolamentare. Il degrado è evidente ovunque: ci sono istituti con una sola doccia per ottanta persone, dove l’acqua calda è un’eccezione e la rabbia si accumula giorno dopo giorno. Noi poliziotti penitenziari siamo in mezzo a tutto questo, con doppi turni, nervi tesi e risorse insufficienti. Dove manca lo Stato, arrivano esasperazione e tensione e le paghiamo noi insieme ai detenuti. Le alternative esistono, ma il tempo stringe - Il Governo punta sull’edilizia penitenziaria, su ampliamenti e nuovi padiglioni. “Entro due anni risolveremo il sovraffollamento”, hanno promesso il Ministro Nordio e il sottosegretario Mantovano. Ma nelle sezioni è arrivato un messaggio diverso: continuate a tenere duro. Altri due anni. E la sezione è piena oggi, lo sarà domani, e si rientra in servizio con l’ennesimo straordinario imposto dalla necessità. Il ministro Nordio alterna annunci e silenzi, mentre nei cortili di alcuni istituti spuntano prefabbricati del tutto insufficienti a cambiare le cose. Soluzioni più dirette esistono: la proposta di liberazione anticipata speciale di Roberto Giachetti, il potenziamento delle REMS, l’istituzione di un circuito extracarcerario per i tossicodipendenti. Ma senza un intervento immediato di deflazione della popolazione detenuta, qualsiasi piano alternativo rischia di arrivare troppo tardi. Ogni giorno si parla di riforme, ma chi lavora in sezione misura ogni mattina la distanza tra le parole e la realtà. Condoni per tutti, tranne che per le carceri - In Italia si condonano abusi edilizi, illeciti amministrativi ed evasioni fiscali con relativa disinvoltura. Sull’indulto, invece, la politica ha paura anche solo di pronunciare la parola. Eppure il Presidente Mattarella ha definito “inaccettabili” le condizioni delle carceri italiane. Papa Francesco ha aperto una Porta Santa nel carcere di Rebibbia - segno concreto del Giubileo della speranza - e ha chiesto più volte allo Stato italiano un gesto di clemenza legislativa. È davvero possibile ignorare tutto questo? Un indulto “legalitario” - Un provvedimento di clemenza non deve essere un premio né una mossa politica, ma un atto di giustizia disciplinato da criteri precisi. Devono essere esclusi i reati gravi, violenti e quelli che destano allarme sociale. I destinatari devono essere soltanto coloro che hanno concrete possibilità di reinserimento. Va data priorità alla questione dei tossicodipendenti e dei malati psichiatrici, oggi “contenuti” in luoghi che non possono curarli e dove non dovrebbero nemmeno stare. E va affrontato con serietà il nodo della custodia cautelare: troppe celle occupate da persone in attesa di giudizio, con un sistema che in questo modo accumula tensione su tensione. Ogni nuovo ingresso cautelare significa nuovi carichi di lavoro - traduzioni, udienze, piantonamenti - con gli stessi uomini e le stesse dotazioni di prima, ma con maggiori rischi. Infine, deve essere inequivocabile che al primo nuovo reato, alla prima infrazione, alla prima violazione di qualsiasi regola, la revoca del beneficio è immediata e automatica. Solo così un indulto è strumento di clemenza e non di debolezza. Perché la certezza della pena non contempla trattamenti disumani, ma esige rispetto della legge e della persona. Clemenza non è resa ma una scelta di civiltà - Uno Stato che esercita la clemenza non si arrende, ma sceglie di restare fedele alla propria Costituzione e alla propria idea di giustizia. In certi momenti storici, inasprire le pene e continuare a riempire le celle è inutile e controproducente. Serve invece il coraggio di guardare in faccia la realtà e riconoscere che un sistema al collasso non è più né giusto né credibile. La clemenza, se regolata da criteri chiari e rigorosi, non è un colpo di spugna, ma uno strumento per ricondurre la pena dentro i confini della dignità umana. Non significa abbassare la guardia; significa smettere di confondere la severità con l’abbandono e la sofferenza fine a sé stessa. In questo senso, la clemenza non è resa. È assunzione di responsabilità. È la scelta di non voltarsi dall’altra parte quando il carcere cessa di essere esecuzione della pena e diventa soltanto un luogo dove si accumulano sofferenza, dolore, rabbia e ingiustizia. Per i detenuti. E per noi poliziotti penitenziari. *Segretario Generale Aggiunto del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (SAPPE) La responsabilità civile dei pm va ben oltre la giustizia, in 35 anni speso oltre un miliardo per gli errori giudiziari di Luca D’Alessio Il Riformista, 31 maggio 2026 Giustizia e spese dello Stato. Malagiustizia ed aggravio delle spese a carico dell’erario. Ed i cittadini devono farne fronte. Spesso la macchina governativa è costretta a sacrificare il finanziamento di alcune voci di welfare, necessarie per un livello di qualità di vita migliore, per poter far fronte a capitoli di spesa totalmente diversi che gravano anche sul contesto della ricchezza economica del Paese. Analizzare in modo esaustivo questo aspetto significa ben comprenderne la complessità ed anche capire che, d’altronde, la questione potrebbe essere fronteggiata in modo totalmente diverso. Negli ultimi mesi si è fatto un gran parlare del potere giudiziario: il suo ruolo, la sua autonomia, il suo modus operandi. Un articolato, spesso non facile e delicato discorso sul peso del terzo potere dello Stato, sulla separazione dei poteri e delle carriere. Tutti abbiamo conosciuto l’esito del Referendum. Ma l’onda lunga della riforma giudiziaria può dirsi esaurita? I propositi del governo per una giustizia diversa, più efficiente e più uniformemente tesa agli standard europei possono dirsi estinti? Crediamo sia un obbligo dare una risposta anche ai 13 milioni di elettori che si sono espressi favorevolmente al referendum. Una riforma quella della giustizia che contempla numerosi aspetti, forse anche quelli non rubricati nel quesito referendario sul quale ognuno di noi ha espresso la propria preferenza. Intendiamo anche, e non secondario come aspetto, ciò che concerne gli errori giudiziari ed il loro peso sul Pil. Esiste uno studio dell’associazione Errorigiudiziari.com, che da circa trent’anni, analizza ed elabora dati su questo aspetto. Dal 1990 al 2025 i casi registrati ed oggetto di ricerca sono stati 32.484. La spesa dello Stato tra indennizzi e risarcimenti è impressionante: poco più di 1 miliardo di euro, in media circa 29 milioni di euro ogni anno. È un dato davvero sbalorditivo. Davvero tanti soldi andati in fumo per errori che mai hanno visto una responsabilità civile diretta di chi quell’errore lo ha commesso. Lo dice una fredda statistica. Ora ben capiamo che tutto questo denaro pubblico ha un grande effetto anche sull’economia: il costo di una giustizia che non funziona è di 40 miliardi di euro di Pil persi ogni anno, tra il 2% e il 5% della ricchezza prodotta, secondo quanto dice l’Ufficio studi di Confindustria. Da non credere. Da qui due sono gli aspetti che ne derivano: il primo ricade sulla pelle dei troppi innocenti, di chi, statistiche alla mano, paga o ha pagato un conto amaro con la legge che mai avrebbe dovuto pagare; il secondo, che ne consegue, sono gli alti costi in termini di indennizzi, che lo Stato deve giustamente sostenere per ristorare il danno. Soldi degli italiani, soldi dei cittadini, del loro lavoro e delle loro tasse e non di chi esercita il dovere dell’azione penale. Il 2022 è stato un anno nero; gli errori giudiziari sono stati 8 e l’esborso per le casse dello Stato è stato di 9 milioni e 951mila euro, oltre 7 volte in più rispetto all’anno precedente: sono numeri sconvolgenti a cui vanno aggiunte le violazioni della Corte di Strasburgo, dove l’Italia eccelle per condanne in violazione della vita familiare, della proprietà privata o per le violazioni dei diritti della difesa. Chiunque potrebbe, suo malgrado, vivere un’esperienza di errore giudiziario. Le paure che si provano sono tante: paura per la lunghezza in termini di tempo di un procedimento, anche solo alla definizione di un primo grado; di sovente l’umiliazione della restrizione della libertà personale; la lettura del proprio nome sulle carte processuali e non reggere all’incredulità, fino al perdurare della resiliente forza che deve accompagnare lo sventurato alla fine dell’incubo. E quando poi l’incubo termina, chi può mai decidere quanto possa essere quantizzata in termini di risarcimento quella sofferenza e quell’umiliazione? A volte, in modo superficiale, tutti diamo un valore economico alle cose. Ma quanto costa il tempo perso? Crediamo non abbia prezzo. Il tempo è l’unica nostra risorsa, che se spesa male, anche se indennizzati in modo supremo, si perde ugualmente. Un vecchio saggio affermava che ogni età ha la sua bella giovinezza. Quindi, se si perde la possibilità di poter vivere quella giovinezza e quell’opportunità di ogni tempo distinto, nessuno può risarcire in modo opportuno ed in modo soddisfacente. Ora se i dati di cui disponiamo aprono a verità problematiche che evidenziano un sistema italiano che etichetta, forse troppo presto, di colpevolezza, chiunque venga coinvolto in una vicenda giudiziaria, esponendolo anche ad una facile e ripetuta gogna mediatica, non è il caso di poter pensare, anche se fuori programma di governo, ad una riforma almeno per ciò che concerne la responsabilità civile diretta dei magistrati? Lo si faccia almeno per i 13 milioni di cittadini italiani che erano fermamente convinti in una riforma giudiziaria di questo esecutivo. La strage di Capaci e il rito rischioso della memoria di Gery Palazzotto Il Foglio, 31 maggio 2026 Le fratture politiche sulle indagini per le stragi del 1992 sono ormai un tema preponderante rispetto al semplice rito del ricordo. Le tifoserie giudiziarie hanno soffiato sulla cenere del disorientamento sociale. E la colpa non è delle tifoserie, ma di ciò che le ha alimentate. Giovanni Falcone vive, lotta e suona assieme a noi. E canta, brinda, si fa aiuola dell’orto botanico di Palermo, si fa talea nella Tenuta della casa vinicola Rapitalà. Era già albero, un bel ficus macrophylla grande ma non abbastanza per ricambiare l’affetto e la riconoscenza di un popolo cresciuto a riti e ricordi, e allora si è fatto Museo del Presente di una Fondazione a suo nome che ne perpetua la memoria con arte e parte. C’è un momento dell’anno in cui Palermo celebra il suo rito più rischioso, quello in cui la necessità della memoria si diluisce nella nenia della messa cantata, quello in cui gli opposti sono costretti a condividere un pezzo di strada, quello in cui i sentimenti si aggrovigliano: nostalgia, rabbia, soddisfazione, rimorso. Quel momento arriva, da 34 anni, ogni 23 maggio. Ci sono verità facili e verità difficili da scovare. Pensiamo a una verità facile, chessò di carattere geografico. Se smarriamo un mazzo di chiavi vicino al Colosseo, diremo che comunque le abbiamo perse a Roma. Non diremo a Fiumicino o a Pomezia. Se pensiamo alla strage del 23 maggio 1992, in cui persero la vita Giovanni Falcone con la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, pensiamo alla strage di Capaci. Solo che materialmente la strage di Capaci non è stata a Capaci, ma in territorio di Isola delle Femmine, un comune vicino. Il nome Capaci viene dallo svincolo presso il quale è avvenuto l’attentato. Ovviamente nulla cambia nella sostanza, ma a distanza di decenni è come se l’errore in quella piccola verità, una verità facile, (Capaci anziché Isola delle Femmine) fosse stato foriero di altro. Ricordare non costa nulla se la forma si divora la sostanza. Oggi basta aggiungere la parola “legalità” a qualunque progetto, pubblico e privato, che sia mostra o cocktail, film o concertino, parco o aiuola, e il gioco è fatto. La gran parte degli enti pubblici soffiano sul fuoco del pericolo di un’amnesia collettiva più per attestare, in qualche modo, la propria esistenza in vita che per un reale interesse civile. E’ una sorta di “leggenda della sofisticazione”: in ogni rischio di “calo della tensione” della lotta alla mafia, in ogni chiamata all’intruppamento per il corteo del caso, si amplificano i toni drammatici e divisivi quando spesso un sano realismo non toglierebbe nulla alla nobiltà del verso. Lo scorso 23 maggio nel salotto del presidente della Commissione antimafia siciliana Antonello Cracolici si è brindato alla legalità (con tanto di foto sui social) con vista sull’ex abitazione di Giovanni Falcone. I giovani musicisti del Teatro Massimo hanno suonato per la legalità tra i passeggeri dell’aeroporto Falcone e Borsellino. I carabinieri del Reparto biodiversità di Reggio Calabria hanno interrato la talea della legalità, proveniente dell’albero Falcone, nel giardino della Tenuta Rapitalà, nel territorio di Camporeale. L’orto botanico di Palermo ha intitolato al giudice assassinato un’aiuola della legalità che ospita la Welwitschia mirabilis, una pianta con due sole foglie descritta alla stampa come “specie tenace, abituata a resistere in condizioni estreme, ma sempre capace di rigenerarsi, capace di vivere oltre i mille anni”. Decine di influencer si sono ritratti davanti al monumento in autostrada per un selfie di legalità. Sono tutti legittimi spunti di commemorazione, alcuni decisamente prêt-à-porter, a margine delle cerimonie ufficiali con al centro il Museo del Presente, la nuova declinazione di antimafia della Fondazione Falcone, che quest’anno ha proposto una mostra speciale con tre capolavori salvati e restaurati dopo l’attentato di via dei Georgofili a Firenze del 1993. Cambiano i riti della memoria. All’indomani delle stragi del 1992 i balconi di Palermo si coprirono di drappi bianchi. Era il movimento dei lenzuoli, una mobilitazione orizzontale che pur non conoscendo le regole del mainstream riuscì nell’impossibile: creare ponti in una città arcipelago, con isole ostili lambite da una coscienza civile rarefatta. Era la Palermo dei blindati a ogni angolo, dei percorsi antibomba. Oggi dove c’erano le armi pesanti dei militari ci sono i tavolini con gli spritz, le sirene delle auto di scorta si sono fatte più discrete. Sarebbe un bel sopravvivere se, nel frattempo, i mitra non fossero tornati a sforacchiare le vetrine dei negozi e se tra i tavolini dell’aperitivo non scorresse il sangue di risse e regolamenti di conti (una ragazza colpita alla testa da un proiettile vagante, nella movida di qualche sera fa). Proprio in quel 1992 Leonard Cohen cantava nella sua “Anthem”: “In ogni cosa c’è una crepa ed è da lì che entra la luce”. Si perdona e ci si perdona: nessuno sa quanto ci sia di rassegnazione, di fiducia, di metafora (nel kintsugi giapponese le crepe degli oggetti rotti vengono riempite d’oro) o di convenienza. Il 23 maggio scorso Maria Falcone ha tratto la luce da una crepa e ha perdonato pubblicamente il pluriomicida Giovanni Brusca, cioè l’esecutore materiale della strage di Capaci (ormai la chiamiamo così e amen). “Mia sorella Anna difficilmente lo avrebbe perdonato, su questo avevamo idee diverse” ha raccontato. “La mia fede religiosa mi ha portato al perdono. Ritengo che Brusca stia riscuotendo quello che ha contrattato con lo Stato: ha dato informazioni e deve ricevere questo. Era anche l’idea di Giovanni, altrimenti non avremmo avuto i collaboratori di giustizia”. Recentemente Brusca è tornato in libertà dopo una parentesi da scrittore. Un paio di anni fa si era raccontato in un libro a don Marcello Cozzi, sacerdote, ex vicepresidente di Libera, già componente della commissione di Papa Francesco per la scomunica alle mafie: il mémoire era stata un’occasione preziosa di recupero dei ricordi per uno che ha sempre ammesso di non tenere a mente neanche quanti omicidi ha commesso (“molti più di cento, sicuro meno di duecento”). Altra crepa, altra luce. Alle commemorazioni di Palazzo Jung c’era Fabrizio Miccoli, seduto accanto a Vincenzo Di Fresco, nipote di Giovanni Falcone. L’ex calciatore rosanero era stato condannato nel 2021 a tre anni e sei mesi per estorsione aggravata dal metodo mafioso. Durante le indagini era emersa una sua odiosa intercettazione in cui definiva il giudice Falcone “un fango”. Dopo aver scontato la pena un po’ in carcere a Rovigo un po’ con l’affidamento in prova ai servizi sociali, Miccoli aveva incontrato più volte Maria Falcone per chiedere scusa. Ad aprile l’ex bomber aveva sublimato l’essenza del pentimento presentando il suo libro “Gloria e peccato di un campione” proprio nel Museo del Presente. Alla grande manifestazione per la commemorazione in diretta Rai c’era anche il presidente dell’Assemblea regionale siciliana Gaetano Galvagno (di Fratelli d’Italia), attualmente imputato di corruzione, peculato, truffa e falso, seduto fra il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e il presidente della Regione Renato Schifani. Poco più in là, la presidente della commissione parlamentare antimafia Chiara Colosimo, dello stesso partito di Galvagno, non ha gradito: “Avevo chiesto che non fosse ai miei eventi”. E sulle esigenze di attenersi a un principio di garantismo ha tranciato: “Alcuni reati sarebbero davvero ostativi alla vita pubblica, anche se sono soltanto rinvii a giudizio o sentenze di primo grado, nel senso che non ci si può occupare della cosa pubblica se c’è un’ombra che riguarda la criminalità organizzata. Il garantismo sì, ma se sei innocente: quando lo avrai dimostrato e quando la giustizia avrà fatto il suo corso, potrai recuperare anche il tuo ruolo”. Se si tratta di dividersi, la Sicilia è sempre compatta. Quest’anno Maria Falcone ha scelto di stare da sola sul palco allestito davanti all’Albero Falcone. Le fratture politiche sulle indagini per le stragi del 1992 sono ormai un tema preponderante rispetto al semplice rito del ricordo. Le tifoserie giudiziarie - mafia e appalti sì, mafia e appalti no; pista nera sì, pista nera no - hanno soffiato sulla cenere del disorientamento sociale. E la colpa non è delle tifoserie, ma di ciò che le ha alimentate. Indagini fatte coi piedi, infiniti depistaggi, magistrati oggi paladini della verità che furono i primi a credere a falsi collaboratori di giustizia, distrazioni istituzionali derubricate a coincidenze tacendo sul fatto che spesso le coincidenze sono menzogne scritte in anticipo. Sulle stragi del 1992 la confusione è figlia di una precisa strategia: la strategia della distrazione. A oggi non sappiamo chi entrò nei file dei computer di Falcone al ministero, non sappiamo del contenuto della borsa di Paolo Borsellino, non sappiamo chi erano gli uomini non mafiosi che si trovavano nei luoghi degli eccidi prima, durante e dopo. Da anni, nel giorno del ricordo di Falcone, c’è un corteo alternativo di movimenti e associazioni. Alternativo rispetto a una visione ufficiale, governativa, delle ricostruzioni giudiziarie delle stragi. Lo slogan “fuori la mafia dallo Stato” si è via via adattato a diverse prospettive: da quella prettamente politica con le contestazioni a esponenti di governo perlopiù di centrodestra (la pista politica delle stragi in tal senso non è arrivata a una conclusione giudiziaria precisa) a quella più recente, della pista “mafia e appalti”, legata a un dossier del Ros, che piace alla presidente Colosimo e convince la famiglia Borsellino. La versione alternativa, che porta alle contestazioni che non si sono fermate neanche questo 23 maggio davanti all’Albero Falcone, vede quel dossier non come causa esclusiva e considera che isolarlo come unico movente condurrebbe a una pericolosa minimizzazione della natura politica delle stragi del 1992. La misura del tempo passato aspettando (o inseguendo) una verità che non collida con le evidenze dei depistaggi la si può trovare nel succedersi delle generazioni. Dalle mogli, i mariti, i fratelli, le sorelle, i figli e le figlie si è arrivati ai nipoti. Oggi i nuovi volti sono quelli di Vincenzo Di Fresco, nipote di Giovanni Falcone, direttore del progetto del Museo del presente, di Roberta Gatani e Claudio Fiore, nipoti di Paolo Borsellino, la prima ha scritto il libro “Cinquantasette giorni - ti porto con me alla Casa di Paolo”, il secondo gira per le scuole per fare opera di divulgazione. E poi c’è Luisa Impastato, nipote di Peppino Impastato, giornalista e attivista assassinato dalla mafia a Cinisi nel 1978: Luisa è oggi presidente dell’associazione “Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato”. E ancora Maria Badalamenti, nipote del boss Tano Badalamenti, che del delitto Impastato fu mandante, e figlia del fratello Silvio, vittima innocente della vendetta mafiosa nel nome del quale conduce una battaglia di riscatto della memoria e dell’onore. Nella Sicilia antimafia dei nonni illustri fioriscono anche scrittori impegnati. Arianna Mortelliti, nipote di Andrea Camilleri, è l’unica in famiglia ad aver seguito le orme del nonno: pubblica per Mondadori e Sellerio. I nipoti di Leonardo Sciascia, Fabrizio e Vito Catalano, lavorano il primo in ambito teatrale e il secondo in quello editoriale e si occupano di portare avanti l’eredità culturale del celebre nonno. Sono storie che galleggiano nel mare di un’ordinarietà diffusa, dimenticate e sottovalutate fino a quando non arriva il sussulto di una commemorazione importante, come quella del 23 maggio. Nel giorno di Falcone c’è persino una battaglia antimafia che infuria su una spiaggia. Da più di un secolo una società, la Italo Belga, ha avuto in gestione la spiaggia di Mondello. Negli ultimi mesi la società, per sospetti di infiltrazioni mafiose, era stata disarcionata dalla Regione che aveva anche abbozzato un piano di emergenza per l’estate con bandi di affidamento temporaneo ad altri privati. Ma in Sicilia c’è un organismo che non esiste nel resto dell’Italia: il Consiglio di giustizia amministrativa, figlio prediletto dello Statuto autonomistico che proprio pochi giorni fa ha compiuto 80 anni. Ebbene, a tempo quasi scaduto, con l’estate praticamente arrivata, il CGA ha restituito la spiaggia alla Italo Belga inaugurando una nuova saga: la battaglia tra bagnanti collusi e bagnanti antimafia. “Nessuno tocchi Giovanni” ha ammonito Maria Falcone dal palco di via Notarbartolo a Palermo, luogo eletto per il rogo della dimenticanza. C’erano i fischi del corteo alternativo. C’era la paura imbarazzata di mancare l’orario del minuto di silenzio, che lo scorso anno si celebrò alle 17:48 anziché alle 17:58 (sussurrano i maligni per giocare l’anticipo sull’arrivo dei contestatori). C’era, diffusa, la sensazione che gli intenti di pacificazione e le pulsioni di perdono tendessero a lucidare un marchio di fabbrica: niente polemiche nel nome di Giovanni Falcone, comunque vada. Eppure se le divisioni sussistono e anzi si incrementano è proprio per le versioni annacquate, giudiziarie e politiche, che in tutti questi anni sono state distribuite come distillato di verità. Il problema della pacificazione elargita non sta nella pacificazione. Non c’è conflitto negativo di competenza se il Gip rinnova la cautela decisa dal primo giudice di Paola Rossi Il Sole 24 Ore, 31 maggio 2026 Nel caso in cui anche il secondo giudice si ritenga incompetente, ma contemporaneamente statuisca sulla misura provvisoria adottata da quello che ha ritenuto la propria incompetenza, la cautela è valida ab origine, Le sezioni Unite penali della Corte di cassazione - con la sentenza n. 19562/2026 - hanno chiarito la validità delle misure adottate nell’ambito di un conflitto negativo di competenza effettivamente sollevato davanti alla Cassazione, ma con contestuale rinnovazione della misura cautelare provvisoriamente adottata dal primo giudice che ha ritenuto di essere incompetente. Di regola in effetti come spiega la Cassazione il secondo giudice dovrebbe in via alternativa o rinnovare l’ordinanza cautelare del primo giudice (entro 20 giorni) o sollevare il conflitto negativo davanti al giudice di legittimità senza assumere alcun provvedimento cautelare. Ma, se come nel caso portato all’attenzione delle sezioni Unite, il secondo giudice provveda a entrambe le cose ossia a rinnovare la misura e ad affermare la propria incompetenza la misura risulterà pienamente valida a partire dalla sua iniziale adozione. E, soprattutto il conflitto negativo di competenza andrà ritenuto insussistente. La misura dovrà essere validamente rinnovata rispettando il termine di 20 giorni dalla prima adozione. Lo stesso termine che decorre eventualmente dalla decisione della Cassazione sul conflitto di competenza ritualmente sollevato. Nel risolvere il contrasto di orientamenti emerso il massimo consesso nomofilattico ha espresso il seguente principio di diritto: non sussiste conflitto negativo di competenza nel caso in cui il giudice delle indagini preliminari, dopo aver ricevuto richiesta per l’applicazione di misure cautelari a seguito della declaratoria di incompetenza per territorio di altro giudice che abbia adottato solo in via provvisoria un provvedimento coercitivo, pur ritenendosi incompetente ai sensi dell’articolo 27 del Cpp, invece di limitarsi a ricusare la cognizione del procedimento ai sensi dell’articolo 28 del Cpp, disponga comunque una misura cautelare e contemporaneamente sollevi il conflitto. La misura cautelare emessa tempestivamente nel rispetto del termine di cui all’articolo 27 del Cpp dal secondo giudice resta valida ed efficace. Lucca. Rieducare con senso di umanità di Vincenzo Pardini La Nazione, 31 maggio 2026 Sono anni che i politici parlano di voler riformare il sistema penitenziario. Ma, siccome niente avviene di quanto promettono, le carceri sono divenute una delle peggiori piaghe del nostro paese. Dal 22° Rapporto di Antigone emerge che la casa circondariale di Lucca, San Giorgio, è la peggiore di molte altre. Infatti, crediamo sia doveroso osservare che, destinata a carcere dal 1815, le migliorie apportategli sono sempre state poche, rispetto alle innovazioni che avrebbe dovuto avere, indispensabili anche per applicare nel suo specifico significato l’articolo 27 della Costituzione, il quale recita, tra l’altro, “che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Belle parole sulla carta, ma difficili, per vari motivi, da mettere in pratica. Tra cui quello di pensare che al detenuto spetti solo la punizione, senza cercare di capire i motivi che l’hanno indotto a delinquere e, di conseguenza, a finire dietro le sbarre. Dove, spesso, accade che il presunto criminale, a seguito di indagini e ricorsi, risulti innocente. Ma tralasciamo questi aspetti di carattere giuridico e addentriamoci nell’animo di chi sta scontando una pena. La quale non dovrebbe mai esser afflittiva ma, semmai, indurlo a prendere coscienza di se stesso, fino a ritrovare o a scoprire quei valori e quei principi che aveva volutamente o meno tralasciato. Chi ha avuto modo di incontrare i detenuti in un carcere, la loro maggioranza gli ha espresso il desiderio di poter lavorare. Cosa che per alcuni avviene, ma non nella maniera estesa come dovrebbe. Tutto perché ci vorrebbero carceri all’avanguardia, una sorta di cittadelle in cui ognuno potesse impegnarsi. Compito che spetta ai politici, ma non a parole. Milano. Il detenuto con un buco in gola che dal 2009 non ha mai avuto un permesso di Manuela D’Alessandro giustiziami.it, 31 maggio 2026 Il magistrato di sorveglianza però una cosa l’ha fatta: l’ha tolto dalla cella dove c’erano altri detenuti che fumavano dopo essersi accorto che in effetti tenerlo lì, con una nuvola di catrame condensata in pochi metri, non era proprio il massimo per un uomo con una cannula e l’ha spostato nel reparto di SAI, dove viene prestata un’adeguata assistenza sanitaria con l’avvertimento che, se dovesse peggiorare, il medico del carcere dovrà segnalarlo per un eventuale ricovero. Dove stia in tutto ciò una pericolosa sociale tale da non fargli vedere i figli per qualche ora dopo 37 anni è la domanda di questa storia. Il suo reato risale al 1989, l’anno in cui si sgretolò il muro di Berlino. Vincenzo Zuccaretti, 74 anni, ha un tumore al polmone in stadio avanzato, è tracheotomizzato e aveva chiesto un permesso premio per andare a visitare i due figli. Aveva anche posto l’alternativa: o dal figlio che vive in provincia di Parma o da quello che sta vicino a Salerno. Decidete voi, difficile scegliere tra un abbraccio a un figlio o a un altro. Il giudice ha scelto: nessuno dei due. Dal 2009 non ha mai respirato nemmeno per un secondo l’aria fuori, cioé da quando, dopo la sentenza definitiva, si trova a Opera per un duplice omicidio con fine pena previsto per il 2031. Ora è un uomo molto malato, stanco e che negli ultimi anni da dovuto condividere la cella, assieme a dei detenuti fumatori. Lui, che ha un buco in gola per respirare. L’avvocata Alessia Pontenani ha incassato l’anno scorso l’ultimo parere negativo della direzione del carcere perché considerato ancora “pericoloso” e perché, così pare di capire, non ha ancora ammesso di essere colpevole. Il magistrato di Sorveglianza ha convenuto “Non ci sono le condizioni di legge per la concessione del permesso richiesto, in quanto mancano, allo stato, sufficienti elementi per addivenire ad un giudizio di non pericolosità in capo al detenuto alla luce della gravità dei delitti oggetto del titolo in esecuzione, sulla cui attribuzione di responsabilità non è possibile in questa sede ritornare. Se è vero, infatti, che il condannato ha diritto di ritenersi innocente rispetto ai fatti contestati, tuttavia, come è noto, la sentenza di condanna che attribuisce allo Zuccaretti la responsabilità del duplice omicidio è un fatto da cui occorre ripartire, al fine di costruire un percorso di reinserimento sociale”. Dice Pontenani: “Non metto in dubbio che possa essere stato pericoloso ma ora non lo è più. Fargli vedere i familiari sarebbe un atto di umanità”. Il magistrato di sorveglianza però una cosa l’ha fatta: l’ha tolto dalla cella dove c’era un altro detenuto che fumava dopo essersi accorto che in effetti tenerlo lì, con una nuvola di catrame condensato in pochi metri, non era proprio il massimo per un uomo con una cannula, un uomo così pericoloso che a 37 anni dal reato non può condividere qualche ora coi figli. Gorizia. Presentazione del libro “Dio ha le mani sporche”, in carcere don Cozzi parla di ascolto di Eliana Mogorovich ilgoriziano.it, 31 maggio 2026 “Accogliere le vittime e i carnefici”, così il sacerdote lucano, protagonista questa mattina della presentazione del suo libro. “Ogni persona è un’infinita possibilità”. Ascoltare chi ha subito una violenza o chi, per quella stessa azione, non potrà più riabbracciare un familiare. Ma ascoltare anche chi quelle violenze le ha compiute: e accogliere le storie di entrambi nella consapevolezza che tutti siamo umani. Il tutto nel tentativo di opporsi alla costruzione di una società eticamente selezionata, che distingue in modo chirurgico il bene dal male. È questa la lezione di don Marcello Cozzi, parroco lucano protagonista questa mattina della presentazione del suo libro “Dio ha le mani sporche”, pubblicato per i tipi San Paolo nel 2022. Insolito il luogo dell’appuntamento di èStoria, ospitato nel cortile interno della casa circondariale di via Barzellini, dove il selezionato pubblico è stato accolto con diverse guantiere di dolci e biscotti sfornati dai detenuti che stanno frequentando il corso di pasticceria tenuto dai docenti di Ad Formandum. Ma nessun altro spazio sarebbe stato più adeguato per l’incontro, una riflessione sui temi della giustizia, del perdono ma soprattutto dell’umanità. Promosso dalla Conferenza Regionale Volontariato e Giustizia Fvg con il patrocinio del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Trieste in collaborazione con la casa Circondariale e la Caritas diocesana, l’incontro, aperto dai saluti della direttrice Caterina Leva e condotto da Massimo Bressan, volontario penitenziario, e Consuelo Ubaldi, psicologa e criminologa, ha visto l’alternarsi del pensiero di don Cozzi con la lettura di alcuni passi del suo testo da parte dei detenuti. “Come fare a dare lezioni di vita a chi ha avuto un familiare che non torna più?” si è chiesto il sacerdote quando, circa trent’anni fa, ha incrociato sul suo cammino don Luigi Ciotti che lo ha coinvolto nella realtà di Libera portandolo a toccare con mano il dolore delle vittime della mafia. Ma questo contatto, dice con fatica ancora attuale don Cozzi, non lascia le mani più pulite di quello con chi la violenza l’ha provocata. “Quando parli della sofferenza degli innocenti, tutti applaudono ma quando racconti le storie di chi è dall’altra parte non è più così. Se ti chiama il dolore colpevole devi comunque essere pronto ad ascoltare con lo stesso coinvolgimento. Il Dio del Vangelo ha frequentato con lo stesso coinvolgimento Abele e Caino perché anche quest’ultimo ha ridotto a brandelli la propria umanità. Quindi io le mani le voglio sporcare lavorando al fianco di tutti perché ogni persona è un’infinita possibilità”. Nel mondo attuale, spiega don Cozzi, c’è una classifica anche fra i poveri e i deboli e la società tende a rendere funzionale il mantenimento di queste gerarchie: ascoltare anche chi ha sbagliato non significa dare una pacca sulla spalla o negare ciò che è stato ma solamente accogliere delle storie che possono nascondere tormento, anche quando si tratta di crimini compiuti da persone ce non sono mostri ma solamente autori di azioni impensabili. “Continua a non essere facile: quando ho iniziato ad accompagnare i collaboratori di giustizia il primo a soffrire sono stato io: mi sentivo in colpa verso le vittime, perchè ascoltavo loro in una parte della giornata e poi accoglievo le parole di chi magari aveva compito il crimine per cui quelle stesse persone piangevano. Era una situazione schizofrenica e queste pagine sono state un cammino terapeutico che mi ha aiutato a camminare vicino all’inferno mantenendo sempre il discrimine fra vittima e carnefice”. Non nega di aver ricevuto molte fregature, ma don Cozzi persiste nella convinzione che sia necessario sporcarsi le mani, darsi da fare. “È una società che ha paura dei lebbrosi, di tutti i diversi, e che sta lanciando troppi sassi: anche io quando ascolto certi racconti ho qualcosa che mi ribolle dentro, non siamo angeli scesi in terra. Però il sasso non lo lancio nel tentativo di guardare avanti”. Padova. Al Due Palazzi la squadra dei detenuti Pallalpiede sfida il Bassano padovaoggi.it, 31 maggio 2026 Nei giorni scorsi la Casa di Reclusione ha ospitato una partita amichevole tra la formazione composta dalle persone recluse e la FC Bassano. Ruzza (pres. Comitato Veneto LND): “Il calcio resta un veicolo di valori veri, inclusione e divertimento”. Sul campo è andata in scena una partita intensa e combattuta, terminata 2-1 in favore degli ospiti, ma Pallalpiede ha tenuto testa con carattere e qualità a una squadra di categoria superiore, confermando ancora una volta il percorso di crescita tecnica e umana costruito negli anni all’interno dell’istituto padovano. L’evento è stato soprattutto un momento di condivisione e ringraziamento verso tutte le persone, le realtà e gli sponsor che sostengono il progetto. Presenti, tra gli altri, il presidente del Comitato regionale Veneto LND Giuseppe Ruzza, Elisa Bianco per la LND Nazionale e la presidente dell’Associazione Pallalpiede Lara Motterlini, da anni anima instancabile di un progetto che continua a rappresentare un modello nazionale di sport e reinserimento sociale. La stagione 2025/2026 si chiude infatti con risultati importanti anche sul piano sportivo: secondo posto in classifica e conquista, ancora una volta, della Coppa Disciplina, a testimonianza del valore educativo e umano del percorso portato avanti dalla società. Prima del calcio d’inizio si è svolto lo scambio dei gagliardetti e la consegna di una targa a Fabio Campagnolo, titolare di CMP, sponsor che sostiene economicamente il Pallalpiede, presente sulle splendide divise rosse della squadra. Campagnolo ha incontrato i ragazzi nello spogliatoio, portando un messaggio profondo: “Lo sport è un grande maestro di vita. Il sacrificio, la volontà e l’impegno possono dare soddisfazioni dentro e fuori dal campo”. Parole significative anche da parte del presidente Ruzza, che ha sottolineato il valore tecnico e sociale della squadra: “È stata una bellissima partita. Questa formazione ha tenuto testa a una squadra di Serie D e questo dimostra il lavoro straordinario che viene fatto quotidianamente da tecnici, dirigenti e volontari. Il calcio resta un veicolo di valori veri, inclusione e divertimento”. Tra i momenti più emozionanti della giornata l’intervento di Michai, detenuto e giocatore del Pallalpiede, che ha ringraziato società, sponsor e istituzioni sportive per la possibilità concessa ai ragazzi del carcere di vivere il calcio come occasione di crescita personale e umana: “Per noi il calcio significa imparare il rispetto, la disciplina, il valore della squadra. Ci avete fatto sentire liberi per qualche ora e ci avete insegnato che anche gli errori possono diventare una lezione di vita”. Una giornata intensa e partecipata, conclusa tra applausi, sorrisi e la consapevolezza che, anche dietro le mura di un carcere, lo sport possa davvero diventare uno strumento concreto di speranza, responsabilità e rinascita. Gorgona (Li). Libri Liberi, confronto con i detenuti su “Amatissima” gnewsonline.it, 31 maggio 2026 La storia di un amore materno portato all’estremo, una schiava nera che decide di uccidere la propria figlia pur di sottrarla alla schiavitù. È questa la trama di Amatissima, il romanzo di Toni Morrison scelto per la seconda tappa di Libri liberi, la rassegna che porta i grandi classici della letteratura all’interno degli istituti penitenziari. Il 24 maggio, l’attore Paolo Briguglia e la giornalista Lorenza Pieri si sono confrontati con i detenuti su uno dei romanzi più intensi della letteratura americana contemporanea, che valse all’autrice il premio Nobel per la letteratura nel 1993. Pubblicato nel 1987, narra la storia di Sethe e della figlia Denver, fuggite dalla schiavitù e perseguitate dal fantasma della primogenita, uccisa dalla madre per sottrarla a un destino da schiava. L’opera è ispirata alla vera storia di Margaret Garner, afroamericana fuggita dal Kentucky verso l’Ohio nel 1856. Negli spazi verdi della casa circondariale, i ristretti hanno avuto la possibilità di conoscere la storia della prigionia psicologica vissuta da una donna che prova a convivere con i fantasmi del passato. La giornalista Lorenza Pieri e l’attore Paolo Briguglia. “È stato forte l’incontro con questa donna, uccisa dalla madre per preservarla dal dolore, dalle torture, dalla schiavitù”; “Aprirsi alla condivisione dei grandi dolori dell’umanità e di chi li ha attraversati, custodendo la propria dignità, ci ha dato la spinta per credere che ciascuno di noi non è solo nelle fatiche di ogni giorno”. Queste sono alcune delle riflessioni che le persone detenute hanno rilasciato dopo l’evento. Promossa dalla Fondazione De Sanctis con il patrocinio del Ministero, Libri liberi si propone di offrire alle persone recluse l’opportunità di esplorare mondi narrativi alternativi, confermando il valore della cultura all’interno dei percorsi di riabilitazione. Dopo l’Isola di Gorgona, sarà la casa di reclusione di Milano Bollate a ospitare l’attore Claudio Santamaria e la giornalista Giovanna Botteri, per leggere e commentare “Fuoco amico” di Giuliana Sgrena. Ancona. L’Uisp sulla Rai con Vivicittà-Porte Aperte imgpress.it, 31 maggio 2026 Le tappe di Vivicittà-Porte aperte negli istituti penitenziari italiani proseguono: il prossimo appuntamento in calendario è sabato 13 giugno a Messina, presso la Casa Circondariale “Vittorio Madia” di Barcellona Pozzo di Gotto. Si è svolta lunedì 25 maggio, presso la Casa Circondariale di Montacuto ad Ancona, l’edizione di Vivicittà dedicata agli istituti penitenziari, iniziativa che porta all’interno delle carceri i valori dello sport, della partecipazione e dell’inclusione sociale, con l’obiettivo di offrire occasioni di incontro, movimento e condivisione all’interno delle strutture detentive. L’appuntamento di Montacuto ha rappresentato un significativo successo: sono stati infatti 25 i detenuti che hanno preso parte alla manifestazione, partecipando con entusiasmo ad una giornata all’insegna dello sport e della socialità. Nel corso dell’iniziativa è stata ribadita l’importanza di mantenere vivo un filo conduttore tra la società civile e la realtà carceraria, affinché il carcere non venga percepito come un luogo isolato e distante, ma come una parte integrante della comunità verso cui mantenere attenzione, sensibilità e responsabilità. La mattinata di sport è stata raccontata dal servizio della TgR Rai Marche, andato in onda nell’edizione delle 14. “Dura mezz’ora questo pezzetto di libertà - afferma il giornalista Alessandro Trevisani - due giri intorno al campo di calcio per i detenuti di Montacuto: lo sport un diritto che da tre anni è entrato in Costituzione”. “Il detenuto socializza, partecipa alle diverse attività e ha la possibilità di scaricare un po’ la tensione, lo sport è importante anche per quello, e sicuramente impara a rispettare le regole”, afferma Nicola De Filippis, Comandante istituti penitenziari Ancona. Socializzare e scaricare la tensione è fondamentale in istituti come Montacuto, tra le carceri più sovraffollate d’Italia, il più grande per numeri nelle Marche: qui spesso le celle da tre sono abitate da cinque persone, ogni detenuto ha i suoi problemi e le sue necessità, una è un po’ condivisa da tutti: “Sentono l’esigenza di lavorare - spiega la direttrice Sonia Razzetti - di svolgere attività e di avere contatti con l’esterno attraverso l’organizzazione di corsi professionalizzanti che consentono poi loro di assumere qualifiche e attestazioni”. Sono otto i medici che lavorano a turno a Montacuto: il carcere, infatti, può avere un impatto psicologico devastante: “Noi garantiamo il sostegno iniziale, soprattutto per chi non è mai stato in carcere, e attiviamo la possibilità fondamentale per l’ordinamento penitenziario di mantenere contatti con la famiglia”, aggiunge Silvana Fiume, funzionaria giuridico-pedagogica. Iniziative come quelle promosse dalla Uisp vogliono sottolineare proprio questo impegno: creare occasioni di incontro e partecipazione, utilizzando lo sport come strumento capace di alleviare, almeno in parte, le difficili condizioni della vita detentiva. Correre assume così anche un forte valore simbolico: significa sentirsi liberi, immaginare il proprio futuro e guardare con speranza al momento in cui, concluso il percorso all’interno del carcere, sarà possibile tornare pienamente alla vita sociale. Grande soddisfazione, oltre a quella espressa dai partecipanti, è stata sottolineata anche dalla direzione della Casa Circondariale. In particolare la direttrice Sonia Razzetti, ha ribadito l’importanza di iniziative come questa, capaci di incidere positivamente sul benessere psicologico dei detenuti e di mantenere vivo il collegamento con la società civile. Apprezzamento è stato espresso anche dalle rappresentanze sociali e dagli educatori presenti, che hanno evidenziato il valore di questi momenti di aggregazione e partecipazione all’interno del percorso rieducativo e sociale delle persone detenute. Il percorso di Vivicittà negli istituti penitenziari proseguirà mercoledì 10 giugno presso il carcere di Barcaglione, confermando l’impegno nel promuovere iniziative sportive e sociali anche all’interno delle realtà detentive del territorio. Giovedì 28 maggio Vivicittà si è corso anche nella casa circondariale delle Sughere di Livorno, un appuntamento che ha trasformato il carcere in un luogo di incontro fra sport, città e inclusione. Una giornata diversa rispetto alla tradizionale corsa cittadina, perché dentro l’istituto tutto deve essere pianificato insieme alla direzione e alla polizia penitenziaria, con percorsi e orari adattati alle esigenze di sicurezza. A spiegare il significato dell’iniziativa è stata Ilaria Stefanini, responsabile Grandi eventi della Uisp Terre Estrusco Labroniche, ricordando che Vivicittà si svolge ogni anno nello stesso giorno in tante città italiane e anche all’estero, mentre la versione all’interno degli istituti penitenziari viene fissata di volta in volta in accordo con il direttore del carcere e il comandante della polizia penitenziaria. Alla gara hanno partecipato oltre trenta persone fra atleti esterni, detenuti e agenti. I detenuti hanno affrontato un percorso diverso dagli altri concorrenti: la prova per loro si è svolta nel campo di calcio interno, seguendo le linee di delimitazione, mentre gli atleti hanno corso lungo il perimetro interno della struttura. La vittoria è andata all’agente della polizia penitenziaria Claudio Iannazzone, protagonista di una prova applauditissima da tutti i partecipanti. Presenti anche le società Atletica Amaranto, Livorno Triathlon e Sempre di Corsa. La comandante della polizia penitenziaria Febea Fiori ha infine rilanciato il prossimo appuntamento sportivo previsto a giugno con una sfida di touch rugby tra detenu ti uomini e donne, mentre il prossimo Vicicittà in carcere, lo avremo in settembre a Gorgona. “Meglio tardi che mai”, la fiction Rai dietro le sbarre del carcere di Filippo Conte La Stampa, 31 maggio 2026 Nel cast oltre a Lorenzo Richelmy ci sono Marianna Lancellotti e Chiara Cavaliere. Stasera, 31 maggio, in prima serata su Rai 1, andrà in onda “Meglio tardi che mai”, il tv movie diretto da Giuseppe Curti per la collana “Purché finisca bene”. Una commedia sentimentale dal tono frizzante ma con un cuore autentico, prodotta da Pepito Produzioni in collaborazione con Rai Fiction, che porta il pubblico dentro un carcere femminile di Bassano del Grappa tra risate, riscatti e amori ritrovati. Al centro della storia c’è Marco, interpretato da Lorenzo Richelmy: attore brillante e narcisista, travolto da una bufera mediatica dopo aver offeso pubblicamente una collega sul set. Per salvare la carriera, su pressione del suo agente, accetta di tenere un laboratorio teatrale nel carcere della sua città natale, lo stesso posto da cui era fuggito da giovane per inseguire il palcoscenico. Lì lo aspetta la zia Tina, assistente sociale con velleità da detective, dispensatrice inesauribile di buon senso. E soprattutto lo aspetta Arianna, interpretata da Mariana Lancellotti, il grande amore di un tempo, oggi detenuta ingiustamente per una truffa legata all’azienda di famiglia. A rendere tutto più complicato, l’avvocato Francesco, che nasconde più di un’insidia. Il cast è completato da Emanuela Grimalda, Camilla Filippi, Gabriele Cirilli, Claudio Corinaldesi e dalla partecipazione straordinaria di Sergio Assisi. Nel film c’è anche Chiara Cavaliere, che veste i panni di Sonia, agente penitenziaria del carcere femminile. Un personaggio che si distingue per una qualità rara nel suo ruolo: l’empatia. Sonia sa stare dalla parte delle detenute senza mai perdere l’autorevolezza che il suo ruolo richiede. Per costruire questo equilibrio delicato, l’attrice si è preparata sul campo. “Ho avuto la possibilità di conoscere un agente penitenziario sul set”, racconta Cavaliere, “e questo mi ha dato degli spunti fondamentali”. Prima di quell’incontro, il personaggio di Sonia era già scritto sulla pagina con quella sfumatura umana - un’agente capace di empatia, senza mai farsi scavalcare. Ma confrontarsi con chi quella realtà la vive ogni giorno ha trasformato un’intuizione drammaturgica in qualcosa di concreto e verificabile: “Parlare con un vero agente di polizia penitenziaria mi ha fatto capire quanto è vera quella dimensione umana. Si possono instaurare relazioni autentiche, esiste davvero questa umanità, nonostante il rapporto piramidale tra detenuti e agenti”. Quella stessa persona le ha confermato che i sorrisi, i momenti di connessione autentica che si vedono nella fiction non sono solo invenzione narrativa: accadono. E accadono spesso. La figura dell’agente penitenziario è quasi sempre assente dal racconto televisivo italiano, un vuoto che “Meglio tardi che mai” prova a colmare, almeno in parte. Cavaliere è convinta che la fiction possa contribuire a far conoscere meglio questa professione al grande pubblico: “Sono figure che vivono in un ambiente non facile. È una vita che merita di essere raccontata”. Un territorio che la serialità ha iniziato ad esplorare con “Mare Fuori”, ma che resta ancora poco frequentato. Il teatro, nel film, diventa lo strumento attraverso cui le detenute ritrovano voce e identità. Ogni storia ha il suo peso specifico. Tra quelle che hanno lasciato il segno più profondo su Cavaliere c’è quella di Irina, interpretata da Viktorija Portnova: una madre che in carcere deve fare i conti ogni giorno con l’impossibilità di vedere crescere i propri figli. Non è la reclusione in sé a colpire, ma quella forma particolare di assenza: essere viva, presente, eppure esclusa da momenti che non torneranno. “Li hai messi al mondo, ma non puoi esserci”, dice l’attrice, con una semplicità che dice tutto. È una sofferenza che parla un linguaggio universale, e Cavaliere lo sa: “In quanto donna mi ha colpito molto”. Non si tratta solo di immedesimazione professionale, ma di qualcosa che tocca una dimensione più intima, quella del legame tra madre e figlio, che il carcere non spezza ma deforma, rendendolo fatto di attese, di fotografie, di voci al telefono. E poi c’è la storia di Fatima, interpretata da Daniela Scattolin, che porta in scena una paura meno ovvia ma altrettanto reale: quella di uscire. “Il carcere diventa la tua realtà”, spiega Cavaliere, “e inizi ad aver paura di quello che c’è fuori. A questa paura non avevo mai pensato prima, e mi ha colpito molto”. È questa la sfida che il regista Giuseppe Curti descrive come il cuore del progetto: raccontare il carcere senza appesantire una storia che doveva restare leggera. “Il film manda un messaggio di amore, amicizia, speranza e rinascita”, spiega Curti. “Tutti sbagliamo, ci perdiamo. L’importante è ritrovarsi e dirsi la verità. Per farlo, è sempre meglio tardi che mai”. “Meglio tardi che mai” è realizzato con il contributo del Fondo per lo sviluppo degli investimenti nel cinema e nell’audiovisivo, il sostegno della Regione Veneto nell’ambito del PR FESR 2021-2027, Veneto Film Commission e il patrocinio della Città di Bassano del Grappa. Il film ha ottenuto la certificazione Green Film, che attesta l’adozione di comportamenti ecosostenibili e a basso impatto ambientale durante tutte le fasi delle riprese sul set. Ai detenuti di Siena il premio “Maurizio Costanzo nelle carceri” di Massimo Balsamo Il Giornale, 31 maggio 2026 La casa circondariale Santo Spirito vince con lo spettacolo “Un bar di Paese”. I richiami a “S’è fatta notte”. In un bar a pochi passi da un carcere si incrociano vite sospese, storie di errori e tentativi di ricominciare. È da qui che prende le mosse “Un bar di paese”, lo spettacolo andato in scena mercoledì 20 maggio al Teatro Parioli Costanzo di Roma e vincitore della seconda edizione del “Premio Maurizio Costanzo nelle carceri”: un’opera nata dentro la casa circondariale Santo Spirito di Siena, dove il testo è stato scritto dai detenuti insieme alle compagnie Lalut ed Egum Teatro. Al centro dell’iniziativa c’è il tema del reinserimento sociale attraverso la cultura. Il premio intitolato a Maurizio Costanzo nasce infatti con l’obiettivo di valorizzare i percorsi artistici sviluppati all’interno degli istituti penitenziari, offrendo ai detenuti uno spazio espressivo e un’occasione concreta di rieducazione. Il teatro diventa non solo palcoscenico, ma anche strumento di racconto e di possibile ritorno alla società. La trama della pièce si sviluppa proprio in un bar gestito da un ex detenuto e dalla moglie. Attorno a loro si muove una piccola comunità di clienti abituali, ciascuno con la propria storia, i propri dilemmi e le proprie stranezze. L’equilibrio quotidiano del locale viene modificato dall’arrivo di alcuni avventori misteriosi, che portano in scena vicende personali segnate da evidenti richiami autobiografici. I racconti dei personaggi finiscono così per intrecciarsi con le esperienze reali degli interpreti. La scelta del bar come luogo narrativo richiama “S’è fatta notte”, l’ultima trasmissione Rai condotta da Costanzo e realizzata con il celebre autore televisivo Enrico Vaime. Un riferimento non casuale, considerato il legame del giornalista - scomparso il 24 febbraio del 2023 all’età di 84 anni - con il racconto delle persone, soprattutto di quelle rimaste ai margini o alla ricerca di una seconda possibilità. A spiegare il senso dell’iniziativa è stata la figlia Camilla Costanzo: “Un progetto che non parla solo di spettacolo, ma è anche un racconto di dignità, voglia di riscatto e forza di ricominciare”. La penna (e il cinema) per la dignità di Emanuele Bucci bookciakmagazine.it, 31 maggio 2026 Premiazione di “Bookciak, Azione! 2025” nel teatro del carcere femminile di Rebibbia a Roma. Alla consegna della targa per il bookciak “Rosa” realizzato dalle allieve detenute lo scorso anno, anche la consegna dei diplomi di maturità alle studentesse del Liceo artistico Enzo Rossi, sezione R. Proiettato in anteprima anche “Quando meno te lo aspetti”, cortometraggio nato nell’ambito del nuovo progetto “Bookciak. Visioni fuori luogo”. Tra i presenti per il Comune di Roma la presidente Erica Battaglia e il garante dei detenuti del Lazio Stefano Anastasia. Ad animare festosamente la mattinata di cinema, letteratura e musica, anche il coro del liceo e l’entusiasmo delle studentesse, che testimoniano poeticamente la loro condizione nei lavori mostrati, gettando un ponte oltre le mura materiali e immateriali. È stata una mattinata di soddisfazione ed entusiasmo, goduti e sottratti alla sofferenza del vivere tra le mura alte e le porte blindate di un istituto penitenziario, quella svoltasi presso il teatro della casa circondariale femminile di Rebibbia il 27 maggio: dove sono stati consegnati i diplomi di maturità alle detenute del Liceo artistico statale Enzo Rossi, nonché la targa per chi di loro ha preso parte, nell’ambito del Premio Bookciak, Azione! 2025, alla realizzazione del corto Rosa (tratto dal romanzo Il liceo magico di Cesare Pomarici), proiettato assieme a un altro film breve, Quando meno te lo aspetti (a cura di Monica Repetto). Quest’ultimo, ispirato a sua volta al graphic novel Ma siamo ancora qui a parlarne? di Cleo Bissong, è il frutto della nuova iniziativa Bookciak. Visioni Fuori Luogo, organizzata dal Liceo Enzo Rossi (in collaborazione con l’Associazione Calipso e Deriva Film e col sostegno dei Ministeri di cultura e istruzione) per offrire un programma di formazione, produzione audiovisiva ed educazione all’immagine che coinvolga studenti e studentesse dentro e fuori il carcere romano. Carcere dove il concorso cineletterario ideato e diretto da Gabriella Gallozzi (per l’edizione 2026 ci si può iscrivere entro il 20 giugno, con premiazione come di consueto alle Giornate degli Autori di Venezia) è presente da ormai un decennio: seguendo una vocazione a far incontrare non solo cinema e letteratura (i bookciak, corti di massimo 3 minuti realizzati da giovani filmmaker, sono sempre tratti da libri, proposti e selezionati oggi attraverso il “fratello minore” Bookciak Legge), ma anche l’attenzione ai temi sociali. Come quello, a cui colpevolmente le istituzioni continuano a non dare risposte adeguate, della condizione di chi si trova a scontare una pena detentiva. La testimoniano poeticamente entrambi i corti mostrati a Rebibbia: “Ognuna di noi soffre e paga quel conto che ci è stato presentato”, sentiamo dire in Rosa (realizzato all’interno del seminario interdisciplinare curato dai docenti Claudio Fioramanti e Lucia Lo Buono), tra sogni di voli nell’infinità dell’universo e nostalgia per i propri cari. La lotta “per dei piccoli momenti di pace” di cui si parla lì la respiriamo anche in Quando meno te lo aspetti (visto in anteprima), dove la vicenda principale prende forma meta-cinematograficamente attraverso il dialogo fra allievi e allieve che condividono ed elaborano le rispettive esperienze, facendo emergere nodi complessi e delicati come il rapporto col proprio corpo, l’identità e l’affettività. Il tutto coronato dalla toccante sequenza finale delle “maglie relazionali”, con le lunghe maniche arancioni che uniscono persone diverse nella stessa danza-abbraccio. La stessa voglia di condividere divertimento, calore umano e creatività emerge durante la partecipatissima cerimonia, in cui ad ogni nome parte un applauso e un grido di esultanza, e le aperture e chiusure musicali (eseguite dalle talentuose Bea Cordez Cuasay ed Aurora Barbaro studentesse dell’Enzo Rossi) diventano veri e propri cori festosi. È il contrappunto ai molti interventi, tra cui quello della Presidente della Commissione Cultura e Lavoro di Roma Capitale Enrica Battaglia, del Garante delle persone detenute per la Regione Lazio Stefano Anastasia, del Preside del Liceo Enzo Rossi Enrico Battisti. E delle stesse allieve, la cui rappresentante Catrina, rievocando la propria storia, restituisce perfettamente quanto sia importante, tanto più per chi si trova in carcere, la possibilità di esprimersi: perché, come un cavaliere nel difendere il suo regno necessita di spada e scudo, così “una detenuta dovrà dotarsi di penna per difendere la propria dignità”. Il dovere di essere liberi, sul palco del Festival di Dogliani 4 direttori di quotidiani a confronto di Francesca D’Angelo La Stampa, 31 maggio 2026 Ecco le sfide del giornalismo in un’era di crisi internazionali, fake news e Ai, “Facciamo solo il nostro mestiere: le inchieste, come la libertà di informazione, dovrebbero essere la normalità, non un atto di coraggio”. Eppure a quel condizionale, che trasforma la routine giornalistica in eccezionalità, non ci si può sottrarre: non oggi, non con la guerra alle porte, l’intelligenza artificiale che invade cellulari e pc, e le tante pressioni politiche. Ieri al Festival della Tv di Dogliani sono saliti sul palco quattro “capitani coraggiosi” della carta stampata: i direttori Andrea Malaguti (La Stampa), Luciano Fontana (Il Corriere della Sera), Michele Brambilla (Il Secolo XIX) e Emiliano Fittipaldi (Domani). Insieme alla moderatrice Annalisa Bruchi hanno analizzato le nuove sfide che i quotidiani devono affrontare per offrire notizie verificate e attendibili. Lo scenario che ne è emerso dipinge giornate frenetiche, costellate da continui cambi di programma (per via del fuso orario, le notizie dall’America arrivano dopo le 23, spesso smentendo quelle precedenti) e una risonanza che conferma il peso, in primis politico, della carta stampata. I giornali riescono ancora a spostare gli equilibri e arrivano anche sui tavoli dei potenti che regnano dall’altra parte del globo, come dimostra l’aneddoto raccontato dal direttore Malaguti: “Su La Stampa avevamo ripreso la dichiarazione di Peter Thiel quando, ospite a Roma, aveva definito Xi Jinping l’Anti Cristo. L’ambasciata cinese ci ha inviato una lettera ufficiale, invitandoci a smettere di riferire notizie che facevano infuriare il presidente cinese. Il giorno dopo abbiamo scritto la stessa cosa”. Gli fa eco il direttore Fontana, quando spiega di aver rinunciato a un’intervista a Sergej Lavrov: il ministro degli Esteri russo aveva inviato al Corriere un lungo testo, dove negava le vittime ucraine e sosteneva che l’Italia avesse siglato un patto per la rinascita del nazismo in Europa, senza ammettere domande aggiuntive. “Non lo abbiamo pubblicato”, spiega rivendicando l’importanza di avere la schiena dritta. “Viviamo in un contesto mondiale dove le reazioni smodate dei potenti fanno apparire certe scelte come coraggiose: c’è un livello di autocensura gigantesco”, rincara Fittipaldi, che considera gli inviati di guerra i veri eroi. “Non so se avrei il coraggio di andare lì: rischi la vita, sei nel nulla, spesso non ci sono più nemmeno le strade. Però senza di loro non sapremmo mai cosa sta succedendo”. L’informazione è diventata cruciale anche per interpretare l’ingarbugliato scenario mondiale: non basta più conoscere le singole dichiarazioni dei potenti - spesso contraddittorie -, servono analisi ad ampio spettro. “È molto complesso, soprattutto se pensiamo al Medio Oriente dove ci sono almeno tre piani di lettura - sottolinea Malaguti -. Da un lato c’è la supposta strategia di Trump, per cui il presidente avrebbe invaso Venezuela e Iran per isolare i cinesi togliendo loro le principali risorse; c’è poi chi sostiene che in realtà faccia la guerra per conto di Netanyahu, sia per il legame storico tra Israele - Usa sia perché i servizi israeliani controllano gli Epstein Files; infine c’è la totale inattendibilità di Trump che fa dichiarazioni contraddittorie”. A sua volta Fontana rimanda al mittente le accuse, avanzate dai leoni di tastiera, di essere una cassa di risonanza di Trump, per via delle ultime interviste rilasciate alla corrispondente Viviana Mazza. “È una delle poche giornaliste che ha accesso al cellulare di Trump e questa è un’occasione per capire meglio cosa pensa il presidente - spiega - ma sono più le volte che non risponde, o attacca il telefono o parla d’altro. Per esempio la famosa intervista su Meloni sarebbe dovuta vertere sul Papa: Trump ha cambiato argomento di sua iniziativa”. Quel che è certo è che i rapporti umani, le relazioni sul campo e la verifica delle fonti restano dei valori fondanti del giornalismo, che nessuna IA può sostituire. “Non ho paura della tecnologia ma dei fanatici che ritengono sia bello un mondo dove l’uomo scompare e fa fare tutto alla macchina”, commenta Brambilla del Secolo XIX, sottolineando il rischio di una mancata evoluzione: “L’AI è il vecchio perché elabora quello che gli uomini già hanno scoperto e già conoscono. Non possono produrre alcun scatto in avanti”. Il quotidiano Domani si è dotato di una disciplina in materia, per cui non si possono scrivere gli articoli con ChatGpt o Claude, ma si possono utilizzare come strumenti per le inchieste. Tuttavia le redazioni svuotate sembrano uno scenario che non si può escludere. “Stiamo combattendo una battaglia che abbiamo già perso, e anche male. Gli sconfitti non siamo solo noi giornalisti ma tutti quelli che credono nella democrazia perché stiamo consegnando l’informazione all’indistinto, alimentando un capitalismo della sorveglianza”, è l’amara considerazione di Malaguti Salute e malessere mentale, tutto quel che servirebbe e che non c’è (a partire dai soldi) di Chiara Daina Corriere della Sera, 31 maggio 2026 Seguiti dai servizi pubblici 850 mila utenti, ma è solo un decimo di chi ne ha bisogno. Spesa insufficiente, serve il 10% del budget sanitario. Il problema di chi commette reati, mentre il Terzo settore prova a fare da supplente. Non si intercetta il bisogno all’origine, troppo lunga la residenzialità. Che fine fanno le persone con un disturbo mentale che restano fuori dai servizi psichiatrici pubblici? È la domanda che s’impone leggendo i numeri dell’ultimo rapporto sulla salute mentale del ministero della Salute: nel 2024 gli utenti seguiti dai centri specialistici territoriali sono poco più di 845 mila, quasi diecimila in meno del 2023 e pari all’1,7 per cento della popolazione adulta del Paese, cioè circa un decimo di chi in realtà avrebbe bisogno di assistenza (il 15, 97 per cento), in base alle stime del Global burden of disease. “Secondo questa analisi, in Italia almeno sei milioni di adulti non accederebbero ai servizi pubblici di salute mentale, in parte restando senza una diagnosi e cure adeguate, in parte rivolgendosi al privato, a causa di liste di attesa e scarsa qualità dell’assistenza: gli interventi di psicoterapia sono appena il 7,4 per cento delle prestazioni offerte, a fronte di un aumento di circa il 25 per cento dell’utilizzo di farmaci antidepressivi negli ultimi dieci anni”, sottolinea Fabrizio Starace, presidente della Società italiana di epidemiologia psichiatrica (Siep) e direttore del dipartimento di salute mentale e delle dipendenze dell’asl Torino 5. La soluzione? “Garantire la disponibilità degli psicologi di base nelle case della comunità per intercettare il disagio mentale e prevenire la patologia”. Oltre la metà dei pazienti in carico sono donne (56 per cento) e la quota di anziani (182.940) supera quella dei giovani tra i 18 e 34 anni (175.417), benché dal 2019 l’Istat registri un peggioramento del benessere psicologico. Cosa significa? “Che i servizi fanno fatica a intercettare i disturbi mentali nelle prime fasi d’esordio - commenta Starace - e nel passaggio dalla neuropsichiatria infantile ai centri per adulti si perdono molti pazienti, il 40-60 per cento”. Ma vuol dire anche che “la fetta di over 65 tuttora in carico ai servizi non ha veramente bisogno di un trattamento riabilitativo, bensì di un’assistenza sociale a lungo termine, che non spetta fornire alla psichiatria”, osserva il presidente della Siep. Segno del malessere mentale dilagante e non trattato è l’impennata di ingressi in pronto soccorso in un anno: da 573.663 nel 2023 a 636.113 nel 2024, il dieci per cento in più. Altra nota dolente: la spesa in quest’ambito non cresce e incide solo per il 2,6 per cento sulla spesa sanitaria complessiva. “Per un Paese ad alto reddito come il nostro - puntualizza Starace - si dovrebbe raggiungere il 10% del budget sanitario, come raccomandato dalla commissione internazionale di esperti promosso dalla rivista scientifica Lancet”. Al contempo si sono destinati sempre più soldi alla residenzialità psichiatrica: da 1,4 miliardi nel 2015 a quasi 1,6 nel 2024: “Preoccupa la durata media di permanenza di oltre tre anni, che invece dovrebbe durare pochi mesi, all’interno di un percorso di riabilitazione personalizzato”. Che fine fanno gli autori di reato affetti da disturbi mentali? Il tribunale solo in assenza di alternative idonee non detentive dovrebbe applicare il ricovero in una delle 31 Rems (residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, che sostituiscono i vecchi ospedali psichiatrici giudiziari). “Queste strutture sono sempre piene perché molto spesso non viene ricercata una soluzione diversa sul territorio, in sinergia con i centri di salute mentale, come previsto dalla legge 81/2014. Il risultato è che almeno 300 persone che ne avrebbero effettivamente bisogno sono in lista di attesa”, spiega lo psichiatra Giuseppe Nese, che ha curato il capitolo sulle Rems nell’ultimo rapporto di Antigone. Molte le realtà di Terzo settore che in Italia cercano di sopperire all’assenza di servizi, come il Consorzio Solco di Ravenna, di cui fanno parte anche sei cooperative sociali che, sotto un unico coordinamento, attraverso 26 strutture, offrono l’intero percorso di riabilitazione agli autori di reato con malattia psichiatrica in libertà vigilata. “Il nostro punto di forza è garantire alla persona la stessa equipe di riferimento, con educatore e psicologo, lungo tutto l’iter, che dura da 2 a 6 anni: da quando arriva nella comunità terapeutica, ad alta intensità di cura, a quando viene spostato nella comunità alloggio, dove ha più autonomia nel gestirsi, e poi nel gruppo appartamento, con un operatore diurno, fino alla sistemazione in un’abitazione più piccola, con la possibilità di richiedere un’assistenza in base alle esigenze: spesa, pulizie, somministrazione di farmaci e così via”, spiega Stefano Rambelli, responsabile dell’area ricerca e sviluppo del consorzio. “Un’equipe costante aiuta l’utente a reagire meglio nei momenti di crisi e ad affidarsi a qualcuno. Consente anche a magistrati e carabinieri di avere sempre lo stesso interlocutore. Il risultato è che spesso agli utenti viene revocata la misura di sicurezza per cessata “pericolosità sociale”, conclude Rambelli. Migranti. A Castel Volturno Piantedosi unisce il fronte anti Cpr di Fabrizio Geremicca Il Manifesto, 31 maggio 2026 Assemblea con decine di associazioni ed esponenti delle istituzioni nel comune in cui il governo vorrebbe costruire una nuova struttura. Tre ore di assemblea con la partecipazione di decine e decine di associazioni e persone con storie anche molto diverse le une dalle altre. Il progetto del ministro Piantedosi e del governo Meloni di costruire a Castel Volturno (in località La Piana) un centro di permanenza per i rimpatri da 120 posti - il bando da 43 milioni di euro è scaduto un paio di giorni fa - ha mobilitato ieri nel centro Fernandes gestito dalla Caritas nel Comune della provincia di Caserta il fronte del no: dall’ex Canapificio di Caserta, a Legambiente, dagli scout ai padri comboniani, dall’Agesci ad Emergency, dal centro sociale Insurgencia a Mediterranea, dalla Cgil (c’era il segretario regionale Nicola Ricci) alla Uil. Tutti uniti dall’obiettivo di intralciare i piani di chi vorrebbe realizzare “un campo di detenzione”. Alla fine Andrea Morniroli, l’assessore alle Politiche sociali della giunta regionale, che ha svolto il ruolo di moderatore dell’assemblea, ha contato 36 interventi. Roberto Fico, il presidente della Campania, ha parlato per ultimo ed ha detto: “La sicurezza si fonda sui diritti e non su altro e l’immigrazione è tra le più grandi opportunità e risorse che abbiamo nel nostro paese. Chi non lo vede non comprende cosa significhino denatalità e aree interne”, ha detto il governatore. Che poi ha aggiunto: “Castel Volturno non ha bisogno dei Cpr, ma di progetti di rigenerazione urbana, di ripristino della linea di costa e di abbattimento di ciò che è abusivo”. Fico ha lasciato trapelare che per bloccare i piani di Piantedosi e del governo la Regione ricorrerà ad “un atto deliberativo”. L’ipotesi alla quale si sta lavorando potrebbe essere quella di classificare la località La Piana, quella dove è previsto il Cpr, come una Zona a protezione speciale, nella speranza di preservarla così dal cemento. Si tratta infatti un’area umida di interesse molto rilevante per diverse specie di uccelli. A indicare la strada erano state alcune settimane fa le associazioni ambientaliste Asoim ed Elsa. Affinché il progetto vada in porto, tuttavia, c’è la necessità che il ministero dell’Ambiente trasmetta la richiesta della Regione a Bruxelles. In altre parole, serve la collaborazione del governo Meloni. Si spiega forse anche così l’affermazione di Fico sulla volontà di non andare allo scontro con l’esecutivo, che è stata poi commentata con favore da Gianpiero Zinzi, parlamentare e responsabile in Campania della Lega: “Accolgo positivamente l’affermazione del presidente Fico che non andrà allo scontro con il governo”. Parole, quelle dell’esponente leghista, dettate forse anche dal tentativo di smorzare la rilevanza e il significato di quanto era accaduto in mattinata al centro Fernandes. Il progetto della Zps che punta a bloccare il Cpr in virtù della rilevanza naturalistica della località prescelta dovrà in ogni caso fare i conti con il decreto Cutro equipara i Centri di permanenza per il rimpatrio a strutture per la difesa nazionale. Significa che per costruirli sono ammesse una infinità di deroghe alle norme paesaggistiche, urbanistiche e ambientali. Nel corso dell’assemblea di ieri numerosi interventi hanno sottolineato peraltro che la battaglia, affinché abbia qualche possibilità di successo, non può limitarsi a una vertenza giuridica e amministrativa. Pietro Lagnese, vescovo di Caserta e arcivescovo di Capua, citando papa Leone XIV, ha invitato perciò “a una ostinata resistenza. Da qui parte oggi il movimento che vorrebbe diventare popolare e dire no ai Cpr ovunque. Nei giorni scorsi abbiamo ascoltato che se ne preparano altri 6 in Italia. Dire no al Cpr è dire sì alla dignità della persona sempre e dovunque”. Ci si è lasciati con una serie di appuntamenti. Il 13 giugno a Napoli una iniziativa promossa da Mediterranea per documentare con immagini e testimonianze di chi c’è stato cosa accade nei Cpr già aperti in Italia. Il 20 giugno il corteo dei migranti nel capoluogo campano, che avrà tra i suoi punti qualificanti proprio l’opposizione ai Cpr. A fine mese, poi, ci sarà un evento pubblico nel centro di Castel Volturno per coinvolgere i residenti. Nelle prossime settimane tutte le realtà presenti ieri in assemblea cominceranno a lavorare all’organizzazione di un corteo nazionale che in autunno sfilerà a Castel Volturno contro le politiche migratorie del governo Meloni e dell’Europa. Migranti. “Ostinata resistenza” al Cpr: la chiesa casertana guida la protesta di Antonio Maria Mira Avvenire, 31 maggio 2026 Un’ampia rete di associazioni si oppone al Centro di Permanenza per i Rimpatri a Castel Volturno: perché “lede la dignità”. Nasce un movimento popolare per una resistenza non violenta. È “un’ostinata resistenza” quella della Chiesta casertana e di decine di associazioni contro la decisione del governo di realizzare un Centro di Permanenza per il Rimpatrio a Castel Volturno. Lo annuncia don Pietro Lagnese, arcivescovo di Capua e vescovo di Caserta. Cita le parole di papa Leone XIV in occasione della recente visita ad Acerra, per spiegare che come per la “terra dei fuochi”, “siamo qui per organizzare un’ostinata resistenza, mite, rispettosa, non violenta ma ferma, non solo al Cpr a Castel Volturno”. Perché la “prigione” amministrativa per immigrati irregolari, “lede la dignità delle persone”. Dopo una prima presa di posizione di un mese fa, dopo l’appello lanciato dalle due diocesi e sottoscritto da Caritas italiana, Migrantes, tanti vescovi, associazioni, Lagnese in occasione dell’assemblea della Cei ha incontrato gli 11 vescovi delle diocesi che ospitano gli attuali Cpr. Ha avuto completo sostegno e ha ascoltato le loro esperienze: “L’assurdità di non poterli visitare, diversamente dalle carceri”, “i suicidi, gli atti di autolesionismo, le violenze”. Ad ascoltarlo in silenzio sono centinaia di persone che affollano il salone del Centro Fernandes di Castel Volturno, da 30 anni esempio positivo di condivisione, “una casa dell’amicizia - la definisce l’arcivescovo - che vuole narrare una storia diversa di questo territorio”. Ci sono altri due vescovi, Giuseppe Mazzafaro, Vescovo di Cerreto Sannita-Telese-Sant’Agata de’ Goti e Responsabile del Settore Migranti per la Cec (“Dietro a norme sbagliate come quella dei Cpr c’è una cultura della paura”) e Giacomo Cirulli, di Teano-Calvi, Alife-Caiazzo e Sessa Aurunca. Ci sono il presidente della Regione, Roberto Fico, con tre assessori, associazioni come Agesci, Emergency, Legambiente, Mediterranea, Sant’Egidio, Asgi, Arci, i sindacati Cgil e Uil, i Comboniani in questo territorio da decenni. Da anni non si vedeva una partecipazione così. Davvero, sono sempre le parole di Lagnese, “un movimento popolare trasversale, non ideologico, perché siamo chiamati tutti a rispondere al disagio non con indifferenza ma con responsabilità”. Anche questa una citazione di papa Leone ad Acerra. Un movimento che a Castel Volturno da tanto tempo si sporca le mani qui dove è scorso tanto sangue e tanto sudore, ricorda il parroco don Gianni Branco, il sangue della violenza camorrista (la strage di Pescopagano del 1990, quella di San Gennaro del 2008), il sudore dello sfruttamento dei lavoratori immigrati, fino alla morte, come Jerry Masslo, ucciso nel 1989. “Non si può costruire un orrore come il Cpr a pochi chilometri dalla sua tomba”, è lo sfogo di Francesco Dandolo, di Sant’Egidio. Un immigrato, amaramente, commenta “abbiamo lasciato le nostre case per avere sicurezza per finire nella bocca di uno squalo”. Un altro, non meno amaramente, sostiene che “non servono Cpr ma centri per gli immigrati diventati vecchi, senza pensione e che vivono in case abbandonate”. Cpr come “orrore”, ma anche tante altre definizioni emergono dai 40 interventi dell’assemblea: “mostro giuridico”, “deportazione”, “lager”, “scelta insana”, “abominio”, “serraglio”. Ma da questo popolo non esce solo un fermo “no”. “Diciamo un sì al rispetto della dignità - rimarca l’arcivescovo -, sì al presente e al futuro di Castel Volturno, sì alla sicurezza che non si costruisce coi Cpr”. Anche Fico assicura che “non diciamo “no” è basta. Castel Volturno merita tutt’altra attenzione. Come Giunta faremo presto delle azioni. E verremo a votarle proprio qui”. Intanto c’è chi propone di “opporci coi nostro corpi”. E padre Alex Zanotelli sprona: “Diamoci da fare, è solo l’inizio. Disposti anche a pagare di persona”. Come il patrono di Castel Volturno, San Castrese, vescovo africano, profugo in Campania, scampato a un naufragio. Migranti. È cardiopatico, ha bisogno di cure, ma resta nel centro di Palazzo San Gervasio di Salvatore Lucente Il Manifesto, 31 maggio 2026 La storia di Driss Mouaoui, quarantaseienne di origine marocchina, che aspetta assistenza medica adeguata. “Io non voglio uccidermi, io voglio uscire e crescere i miei bambini. Perché sono qui?”. Sono le parole di Driss Mouaoui, quarantaseienne di origine marocchina rinchiuso nel Cpr di Palazzo San Gervasio (Pz) da quasi quattro mesi e privo di assistenza medica adeguata. Ventisei anni in Italia a lavorare - muratore, saldatore, conducente di muletto - moglie e sei figli, cinque di loro nati in Italia, tra Pesaro e Urbino. “Ho fatto un errore, sono stato in prigione, ho pagato, sono uscito, ho chiesto scusa agli italiani, non lo faccio più. Ma questo non è giusto”. Reati minori (resistenza a pubblico ufficiale) che non precludono la permanenza in Italia ma che gli sono costati un anno di carcere e l’impossibilità di rinnovare in tempo il permesso di soggiorno. Così, quando l’8 febbraio scorso usciva di prigione, ad attenderlo c’era il Cpr. Eppure, con un ricovero presso il reparto di cardiologia dell’Ospedale di Urbino per un infarto nel 2024, aveva diritto a un permesso di soggiorno per motivi di salute. Invece è arrivata una lettera di idoneità a spalancargli le porte del Cpr, che secondo l’avvocato Arturo Covella, che assiste l’uomo, “non ha tenuto conto del quadro clinico, della situazione del Cpr di Palazzo San Gervaso e quindi anche dei servizi sanitari che vengono erogati o non erogati”. I controlli effettuati fino a ora hanno sempre confermato la precarietà delle sue condizioni di salute, la necessità di seguire una terapia farmacologica specifica e, più in generale, uno stile di vita sano. Cosa impossibile già di suo in un Cpr, con l’aggravante che questa terapia secondo quanto riportato non verrebbe somministrata. “Effettivamente avrebbe bisogno di una terapia specifica che però non corrisponde appieno con la terapia somministratagli all’interno del Cpr”, conferma l’avvocato. “Oltretutto dai fogli di somministrazione non si capisce con precisione queste medicine a che ora e in quali quantità vengano somministrate. Lui lamenta di essere rimasto scoperto per due o tre giorni consecutivi perché in infermeria non hanno determinati farmaci”. Inutili gli appelli e i tentativi di trovare una soluzione legale. Se nessuno dovrebbe essere costretto a vivere il supplizio del Cpr, in questo caso non ci sarebbero nemmeno i presupposti legali, trattandosi di una persona affetta da una cardiopatia ischemica post-infartuale, “una patologia organica cronica ad alto rischio di mortalità e configura un quadro di palese inidoneità alla vita in comunità ristretta”, come ribadito dal dott. Nicola Cocco, esperto in medicina detentiva e delle migrazioni, in una perizia medica di parte datata inizio maggio. Eppure, nonostante il pregresso clinico, la perizia del medico, le testimonianze dell’interessato e di alcuni suoi compagni di reclusione, fino ad ora non c’è stato niente da fare. Al centro della questione, il parere favorevole del dirigente sanitario responsabile del centro. “Il medico ha scritto che sta bene e può stare nel Cpr, che gli viene prescritta la terapia, che ha fatto una visita cardiologica presso l’ospedale di Melfi e che tutto sommato la situazione è tranquilla”, racconta ancora l’avvocato Covella. La direttrice del centro Enza Cafieri non conferma né smentisce, contattata al telefono dice che “questioni di privacy” non può “fornire informazioni relative alle persone all’interno del Cpr”. Nessun dettaglio nemmeno sul personale medico attualmente in servizio: “Non sono tenuta a fornire queste informazioni”. Ma la voce di Driss continua a uscire dalle mura del Cpr: “Prima mi davano otto pasticche, adesso quattro, quando vengono a misurarmi la pressione dicono che è normale e si arrabbiano perché li ho chiamati. Allora io telefono al Pronto Soccorso”. Per di più, nel modulo in cui è rinchiuso non c’è il campanello. “Loro sono lì, io sto dentro e non posso urlare. Ma se mi succede qualche cosa non lo sanno”. Non è una denuncia isolata quella dell’uomo marocchino, da tempo la gestione del centro è sotto i riflettori. Basta rileggere il report sull’accesso ispettivo alla struttura del 22 dicembre 2025, effettuato dalla deputata Rachele Scarpa insieme agli avvocati Martina Stefanile e Antonello Ciervo: le condizioni dell’area sanitaria sono “uno dei punti più problematici dell’intera struttura”. A rendere particolarmente critiche le condizioni erano, tra le altre cose, spazi “ridotti, trascurati e igienicamente precari” e ostacoli fisici che “in casi di emergenza, potrebbero rappresentare un ostacolo al trasporto fisico dei cittadini stranieri in infermeria”. Anche questi sono quei “processi di deumanizzazione” cui faceva riferimento il Tribunale di Torino pochi giorni fa sul caso di Moussa Balde, il giovane originario della Guinea morto suicida il 23 maggio 2021. Per questo, prima di trovarsi di fronte ad un’altra morte che si poteva evitare, gli attivisti dell’Assemblea lucana NoCpr hanno lanciato l’ennesimo appello: “Il sistema Cpr si accanisce sui corpi e le menti delle persone rinchiuse. Si moltiplica l’abuso di psicofarmaci, si umilia attraverso la derisione, la violenza sistematica, la negazione di assistenza sanitaria chi giustamente prova a difendere i propri diritti”. Torturati in Libia, abbandonati dall’Italia: così il nostro Paese lascia sole le vittime sopravvissute alle violenze di Gianfranco Schiavone L’Unità, 31 maggio 2026 Il Rapporto del Comitato Onu. Solo tre Regioni hanno recepito le linee guida del Ministero, che comunque non prevedono disposizioni giuridicamente vincolanti. Insomma: il nostro Paese è in evidente e radicale violazione degli obblighi di cui all’art.14 della Convenzione ONU contro la tortura. La tortura è un elemento strutturale dell’esperienza migratoria di chi arriva in Europa: molti studi evidenziano come tra la popolazione migrante e rifugiata, la percentuale di quanti hanno subito tortura oscilli tra il 5% e il 35%, ma in Italia tale percentuale è certamente superiore perché ricomprende persone che hanno subito tortura in paesi di transito dove la tortura e l’esposizione a trattamenti inumani e degradanti è sistemica, come in Libia e lungo la rotta balcanica. La Libia in particolare rimane l’epicentro di un sistema diffuso di assoggettamento, sfruttamento e violenza dimostrato anche dal recente rapporto “Business As Usual: Human Rights Violations and Abuses Against Migrants, Asylum-Seekers and Refugees in Libya, febbraio 2026” realizzato congiuntamente delle agenzie delle Nazioni Unite UNSMIL e OHCHR e di cui scrissi nell’edizione del 5 marzo scorso. La Convenzione ONU contro la tortura, ratificata dall’Italia ancora nel gennaio 1989, sancisce all’articolo 14 che “ogni Stato Parte garantisce, nel suo sistema giuridico, alla vittima di un atto di tortura, il diritto di ottenere riparazione e di essere risarcito equamente ed in maniera adeguata, inclusi i mezzi necessari alla sua riabilitazione più completa possibile”. Nel 2012 il Comitato di esperti nominato dalle Nazioni Unite per monitorare l’implementazione della Convenzione ha chiarito che per programmi di riabilitazione si deve intendere un sostegno socio-sanitario basato su un “approccio integrato di lungo termine” e servizi specialistici che siano “disponibili, appropriati e immediatamente accessibili”. Nel suo Settimo Rapporto Periodico presentato nel 2021 al Comitato ONU contro la Tortura, il Governo italiano aveva affermato di aver dato attuazione agli obblighi dell’articolo 14 della Convenzione ONU contro la tortura principalmente attraverso l’elaborazione e la pubblicazione, a marzo 2017, da parte del Ministero della Salute, di specifiche “Linee Guida” per la presa in carico dei rifugiati e migranti che hanno subito torture o violenze estreme. Inoltre nel 2023, il Ministero dell’Interno ha diffuso un “Vademecum per la rilevazione, il referral e la presa in carico delle persone portatrici di vulnerabilità in arrivo sul territorio e inserite nel sistema di protezione e accoglienza” invitando le Prefetture a istituire coordinamenti locali tra attori istituzionali ed enti di accoglienza con il compito di definire delle procedure operative standard (SOP). La ReSST (Rete di Supporto per le Persone Sopravvissute a Tortura) ha pubblicato il 21.05.26 il rapporto “L’Italia e la riabilitazione delle vittime di tortura. Come (non) rispettiamo gli obblighi dell’articolo 14” che nasce sia dal monitoraggio effettuato dalle organizzazioni della Rete, sia dalla rielaborazione degli esiti di un questionario rivolto ad operatori attivi nei settori della salute e dell’accoglienza in tutta Italia. Nel suo rapporto, appena presentato al Comitato ONU contro la tortura in occasione della 7° revisione periodica sull’Italia (aprile 26), la ReSST evidenzia come le citate Linee Guida del Ministero della Salute, elaborate oltre nove anni fa da una commissione di esperti, per quanto pregevoli nei contenuti, rimangono meri atti di indirizzo che per essere realmente applicate necessitano di “un recepimento normativo da parte delle singole Regioni. Le Regioni sono inoltre tenute a predisporre adeguate misure organizzative, di finanziamento e di monitoraggio dei servizi” (pag.5). Già nel 2022 Medici Senza Frontiere aveva condotto un’analisi comparativa nelle diverse Regioni da cui emergeva un quadro assai critico ma quanto rilevato quattro anni dopo dalla ReSST è sconcertante in quanto “solo tre Regioni hanno recepito formalmente le Linee Guida attraverso appositi atti. Dal punto di vista giuridico, questa lacuna è particolarmente rilevante: nell’ordinamento costituzionale italiano (art. 117 della Costituzione), la tutela della salute è materia di legislazione concorrente. Laddove le Linee Guida non sono state recepite, la concreta fruibilità dei servizi territoriali per la riabilitazione delle vittime di tortura risulta di fatto nulla” (pagg. 5-6). Di fronte a tale generale mancato recepimento ed implementazione delle Linee Guida da parte delle regioni, il Ministero della Salute rimane tuttavia, da anni, del tutto inerte. Per ciò che attiene il Vademecum del Ministero dell’Interno il rapporto della ReSST sottolinea che “in assenza di un’organizzazione giuridicamente vincolante dei servizi socio-sanitari previsti dalla Linee Guida, il Vademecum rimane un insieme di raccomandazioni non vincolanti, soprattutto per i servizi sanitari e sociali non direttamente afferenti all’amministrazione del Ministero dell’Interno”. (pag.6). In generale il Rapporto delinea un quadro impietoso per ciò che riguarda l’organizzazione generale dei servizi rivolti alle vittime di tortura in quanto “nella maggior parte dei territori non esistono servizi del SSN, nè strutture formalmente riconosciute, con competenze specifiche nel trattamento delle patologie post-traumatiche di migranti e rifugiati. Sia nelle Regioni che hanno recepito le Linee Guida che in quelle che non lo hanno fatto, gli interventi sono spesso realizzati attraverso reti informali costruite nel tempo con enti del terzo settore. Il coinvolgimento dei servizi sanitari pubblici è spesso marginale o limitato ad aspetti amministrativi” (pag.7). Il rapporto evidenzia anche come “le criticità legate alla formazione del personale riguardano sia gli operatori del sistema di accoglienza che quelli dei servizi sanitari pubblici. Nel sistema di accoglienza, molti operatori non dispongono di una preparazione sufficiente per riconoscere i sintomi delle reazioni post-traumatiche nelle persone sopravvissute a tortura” (pag. 8). Il gigantesco sistema nazionale di accoglienza gestito dal Ministero dell’Interno tramite le Prefetture, del tutto privo di risorse e competenze adeguate e ridotto solo ad un degradato parcheggio nel migliore dei casi può “identificare soltanto le condizioni immediatamente visibili (come gravidanza, disabilità evidente o minore età), mentre restano in gran parte invisibili le vulnerabilità latenti e complesse, tra cui quelle legate a tortura, traumi psichici, violenza sessuale o tratta”. Anche qualora i bisogni vengano individuati “i percorsi di supporto tendono a interrompersi, soprattutto quando la persona esce dal sistema di accoglienza. Ciò accade frequentemente nei casi in cui, dopo il riconoscimento della protezione, non vi siano posti disponibili nel sistema SAI” (pag. 9) ovvero il Sistema di accoglienza ed Integrazione gestito dagli Enti Locali, l’unico sistema pubblico italiano di accoglienza che prevede standard adeguati. Mentre il Ministero da anni non investe su un serio sviluppo del SAI, le Prefetture per attuare continui turn-over nelle proprie strutture di accoglienza per i richiedenti asilo, anche nel caso di mancanza di posti per l’accoglienza di coloro che hanno ottenuto una protezione, non attendono che i pochi posti si rendano disponibili né mettono in atto altri interventi temporanei, bensì gettano comunque in strada le vittime di tortura (come le altre situazioni vulnerabili quali famiglie, disabili, anziani, donne sole et) con inaudite conseguenze che chiunque può agevolmente comprendere sulla vita delle persone e sul funzionamento dei servizi socio-sanitari del territorio (anche in termini di costi). Le conclusioni del Rapporto della ReSST sono nette: l’Italia è in evidente e radicale violazione degli obblighi di cui all’art.14 della Convenzione ONU contro la tortura ed è dunque “necessario e inderogabile provvedere nel minor tempo possibile al recepimento da parte di tutte le regioni delle Linee Guida del Ministero della Salute e alla conseguente predisposizione dei programmi attuativi delle stesse” (pag.16). Ciò in attesa di “un intervento legislativo finalizzato a elevare a norma primaria l’attuale inadeguato livello di regolamentazione degli interventi” (pag. 16) in modo da garantire criteri e modalità di intervento uniformi su tutto il territorio ed assicurare la copertura finanziaria necessaria alla realizzazione di un programma nazionale di riabilitazione delle vittime di tortura che trentasette anni dopo la ratifica della Convenzione ONU contro la tortura ancora non c’è. Nel mondo un vuoto di idee e obiettivi: anche le guerre hanno perso il senso di Massimo Cacciari La Stampa, 31 maggio 2026 I conflitti in atto non puntano più a ridefinire gli equilibri di potere e hanno assunto un aspetto terroristico. Più che una crisi attraversiamo un grande vuoto (chaos questo significa). Crisi è il contrasto disordinato tra elementi decifrabili nel loro contenuto e nel loro senso. In essa, insieme a frammenti e rovine del passato, è possibile assumere orientamenti e indirizzi diversi, che tuttavia esistono e si esprimono. La crisi ha sempre, per così dire, un valore costituente. Per usare una metafora giudiziaria, che è più di una semplice metafora: la crisi manifesta il momento del Giudizio; le parti si presentano, prendono la parola e, nel caso giudiziario la Corte, nel caso della storia il più forte giudica, emette la sentenza. Ma chi oggi prende la parola? Dove si pronuncia una parola dotata di senso, coerente in sé, espressione di una fondata strategia? Ogni possibile sede paragonabile, pur in modo assolutamente improprio, a un Tribunale è stata spazzata via ben prima delle tragedie degli ultimi anni. Oggi afferriamo soltanto la volontà di potenza o di sopravvivenza dei grandi spazi imperiali, ma sfugge in toto la recta intentio, l’intenzione precisa che dovrebbe muoverli (anche alla guerra): quale Nomos intendete costituire? Quale nuovo Ordine stabilire (anche magari imponendolo)? Avete valutato le conseguenze del vostro agire? Insomma, potenze sì, ma costituenti nessuna. Nei periodi di crisi un vecchio Ordine viene “giudicato” da nuove forze emergenti. Una forma decrepita si avvia al proprio superamento attraverso la lotta tra soggetti dotati anch’essi di forma. Proprio la presenza di tali soggetti sembra oggi impossibile intravvedere. È un rimescolio tra idee e visioni di un tempo con pulsioni, velleità, irrealistiche pretese, che appaiono e scompaiono nel teatro universale della comunicazione e informazione. Le parole perdono ogni nesso col loro significato; si inizia dicendo: basta che funzionino, cioè che convincano. Ma convincano a che? Le parole semplicemente demagogiche hanno breve vita - possiamo però inventarne di sempre nuove, all’infinito. Tutte uguali nella loro assenza di forma, e tutte in guerra tra loro. Così diciamo guerra ciò che più nulla ha a che fare con l’ordine della guerra di un tempo, che si distingueva con chiarezza da terrorismo. Le guerre attuali hanno tutte un aspetto apertamente, dichiaratamente terroristico. Riguardano anzitutto popolazioni civili da terrorizzare, non eserciti, non Stati nemici. Non è la lotta per determinare un nuovo ius belli, ma la distruzione di ogni precedente. Al posto di quest’ultimo, il vuoto, dove ciascuna potenza è libera di sguazzare come vuole. Come è possibile una tale situazione? Non prometteva proprio la Tecnica una razionalizzazione di tutte le forme della nostra vita? Sostituiremo alla prepotenza il calcolo razionale, all’emotività che travolge le masse la misura che caratterizza i nostri metodi - dicevano i suoi artefici. Perché questa promessa viene così spudoratamente tradita proprio nelle guerre attuali? Perché ancora si bombarda, si distrugge, si crepa nelle trincee, si ammazzano donne e bambini? Dovrebbero operare soltanto silenziosi droni pronti a fulminare “il colpevole”; informatici e hacker spietati dovrebbero far saltare reti e comunicazioni dell’avversario, precipitandolo in un craque irrimediabile. Questa sì sarebbe una “nuova guerra”, asettica, pulita, scientifica, all’altezza dei tempi e dell’universale Intelligenza purificata dai limiti del nostro misero intelletto. E invece no - bisogna scendere a terra e dar la caccia al nemico come nelle antiche saghe barbare. E invece di usare algoritmi per trattare, per pervenire a virtuosi compromessi in base a reciproci interessi, a quella universale Intelligenza sembra che sempre più si chieda: dimmi come vincere, dimmi come sterminare il nemico. L’unico gioco che conta è quello che conduce a vittoria senza se e senza ma. Ecco allora che trattativa e guerra convivono, ecco che il presunto accordo è meno di armistizio. Come può convivere questa barbarie col regno indiscusso della Tecnica? Ci convive benissimo. Ricordate l’ultima scena del Faust di Goethe? La Tecnica di cui egli dispone è giunta a un grado tale di magia da poter domare tutti gli elementi ed egli vuole convincere il mondo alla sua bontà e utilità. Ma per sbarazzarsi di chi resiste nell’opporsi ai suoi disegni, ecco accorrere Mefistofele. Chi non viene convinto a entrare nel regno faustiano della Tecnica deve essere eliminato. Poiché questo regno non è concepibile se non come universale e onni-omologante. Alla parola di Faust è necessaria compagna la mano assassina di Mefistofele. Se la Tecnica è così vista nella prospettiva della volontà di potenza e i suoi successi sono sempre più indistricabilmente connessi con gli apparati militari e politici degli Imperi, questo esito è inevitabile. Ma può essere diversamente? Se la Tecnica è chiamata a fornire l’algoritmo della vittoria, il suo convivere con la barbarie appartiene alla sua natura. Essa sarà sempre riportata nel fango delle battaglie e delle rovine. Ma il nesso che la lega alla volontà di potenza degli Imperi può venire spezzato? Se lo chiede con angoscia papa Leone. Dovremmo chiedercelo tutti. La risposta cristiana non può essere la risposta politica. Ma il politico che non ne intenda il significato e l’urgenza è già tutto “accomodato” nel patto tra Faust e Mefistofele. Per costruire un nuovo ethos all’altezza della potenza della Tecnica è necessario essere ben coscienti che può sempre affermarsi una barbarie dell’intelletto stesso, che l’intelletto soltanto potrebbe respingere. Lo scienziato e il politico insieme. Quali Paesi Ue hanno più detenuti e carceri sovraffollate? di Gianluca De Feo tg24.sky.it, 31 maggio 2026 Secondo l’ultimo aggiornamento di Eurostat, nel 2024 i Paesi Ue contavano nel complesso 508.746 detenuti, un dato in aumento del 2% rispetto al 2023 e addirittura del 10% rispetto al 2020, anno in cui si era toccato un picco minimo ventennale di 463.376 detenuti. Negli ultimi anni la popolazione carceraria dell’Unione europea è tornata a crescere, registrando un’inversione di tendenza rispetto al decennio scorso. Secondo l’ultimo aggiornamento di Eurostat, nel 2024 i Paesi Ue contavano nel complesso 508.746 detenuti, un dato in aumento del 2% rispetto al 2023 e addirittura del 10% rispetto al 2020, anno in cui si era toccato un picco minimo ventennale di 463.376 detenuti. Nel decennio precedente alla pandemia, infatti, le carceri europee avevano registrato un progressivo calo della popolazione carceraria, dovuto a un mix di fattori. In primis, il calo della criminalità, ma anche un maggiore ricorso dei sistemi penali a pene più brevi e alternative al carcere, soprattutto nei Paesi dell’Europa occidentale. Ciò ha fatto sì che tra il 2012 e il 2020 la popolazione carceraria europea sia scesa da circa 552 mila prigionieri a poco più di 463 mila. Dopo il 2020, però, la tendenza si è invertita e il numero dei detenuti è tornato ad aumentare in modo costante. Questa crescita non riguarda solo il numero assoluto dei carcerati, ma anche il tasso di detenzione, cioè il numero di detenuti ogni 100 mila abitanti. Ciò significa che l’aumento assoluto dei carcerati non è direttamente attribuibile alla crescita demografica. Nel 2024 il tasso di detenzione si attestava a 113 detenuti ogni 100 mila abitanti, contro i 111 del 2023. Dietro alla media europea, tuttavia, emergono differenze molto marcate tra i Paesi membri, che riflettono approcci diversi alla giustizia, alla sicurezza pubblica e alle politiche di detenzione. I livelli più elevati di detenzione si registrano nell’Europa orientale e centrale: l’Ungheria guida la classifica con 193 detenuti ogni 100 mila abitanti, seguita molto da vicino dalla Polonia con 191 e dalla Lettonia con 187. Si tratta di valori nettamente superiori alla media europea, indicativi di sistemi giudiziari più orientati all’incarcerazione e un uso frequente della pena detentiva. All’estremo opposto si collocano invece diversi Paesi nordici e dell’Europa occidentale: la Finlandia registra appena 57 detenuti ogni 100 mila abitanti, seguita dai Paesi Bassi con 67, mentre Danimarca e Germania si fermano entrambe a 70. L’Italia, con 108 detenuti ogni 100 mila abitanti, si attesta di poco al di sotto della media europea. Un problema non solo italiano Una delle conseguenze di questo aumento delle incarcerazioni è il sovraffollamento delle carceri. Questo problema si verifica quando il numero dei detenuti supera quello per cui le strutture sono state progettate e ha conseguenze importanti sulle condizioni di vita dei prigionieri, sulla sicurezza interna alle carceri e sulla capacità di garantire standard adeguati di assistenza sanitaria, igiene e riabilitazione. Nel 2024, ben 14 Paesi dell’Unione europea su 27 avevano carceri oltre la capacità prevista, un dato invariato rispetto al 2023. La situazione più critica è quella di Cipro, dove il tasso di occupazione delle carceri raggiunge il 227,6%; in pratica, le prigioni dell’isola ospitano più del doppio delle persone che dovrebbero essere in grado di contenere. Anche Slovenia, Francia, Italia e Croazia mostrano livelli molto elevati, con tassi rispettivamente del 134,2%, 129,3%, 122,5% e 122,4%. Al contrario, l’Estonia registra il dato più basso, pari al 49,9%, seguita dalla Lituania con 67% e dal Lussemburgo con 67,4%.