Mobilitiamoci contro il carcere del sospetto fuoriluogo.it, 30 maggio 2026 Il 3 giugno webinar per lanciare la mobilitazione contro gli agenti infiltrati nelle carceri previsti dal governo. Il carcere non può diventare il luogo del sospetto permanente. Per questo mercoledì 3 giugno 2026, alle ore 18.30, si terrà il webinar “Contro il carcere del sospetto. No alle operazioni sotto copertura”, promosso per lanciare la mobilitazione contro il provvedimento del governo che introduce la possibilità di agenti infiltrati negli istituti penitenziari. Al centro dell’incontro c’è l’appello “Difendiamo l’articolo 27. No agli agenti infiltrati nelle carceri”, sottoscritto da associazioni, operatori e operatrici, volontari?, insegnanti e cittadin? attiv? nella tutela dei diritti delle persone recluse. L’articolo 15 del decreto Sicurezza n. 23 del 2026, convertito nella legge 24 aprile 2026, n. 54, autorizza infatti gli ufficiali di polizia giudiziaria appartenenti ai nuclei investigativi della Polizia penitenziaria a svolgere operazioni sotto copertura all’interno delle carceri. Una misura che estende agli istituti penitenziari strumenti previsti per il contrasto alla criminalità organizzata transnazionale, ma che in questo caso riguarda anche lotte, rivolte, evasioni, spaccio di sostanze e detenzione di telefoni cellulari: questioni che dovrebbero essere affrontate nell’ordinaria gestione penitenziaria, con garanzie, trasparenza e responsabilità istituzionale. Il rischio denunciato dall’appello è netto: introdurre operazioni sotto copertura in carcere significa alimentare una cultura del sospetto, della paura e della sfiducia. La copertura potrebbe assumere il volto di una persona detenuta, di un educator?, di un infermier?, di un volontari?. Proprio le figure e le relazioni su cui si fondano cura, ascolto, accompagnamento, attività trattamentali e garanzia dei diritti. In un sistema già segnato da sovraffollamento, degrado strutturale, mancata attuazione del mandato trattamentale e compressione dei diritti fondamentali, una norma di questo tipo rischia di produrre ulteriore conflittualità e opacità. Non più la legittima presa di parola delle persone recluse, ma un terreno di indagini sotto copertura, esposto ad arbitrarietà e provocazioni. Il webinar sarà introdotto e coordinato da Susanna Ronconi di Forum Droghe. Interverranno Franco Corleone per La Società della Ragione, Stefano Anastasia, Garante dei detenuti della Regione Lazio, Ornella Favero di Ristretti Orizzonti, e Vincenzo Scalia, sociologo della devianza all’Università di Firenze. L’iniziativa vuole aprire una mobilitazione larga contro il provvedimento del governo, chiamando associazioni, garanti, magistratura di sorveglianza, avvocatura, operatori, volontari e società civile a vigilare e reagire. L’appello chiede di salvaguardare le relazioni di fiducia e cura con le persone detenute, di non collaborare con operazioni che contaminino i ruoli di chi opera in carcere e di segnalare ogni situazione di arbitrio, violazione dei diritti, ingerenza illegittima o provocazione. Difendere l’articolo 27 della Costituzione oggi significa anche questo: opporsi a un carcere ridotto a spazio di sorveglianza opaca, riaffermando che la sicurezza si costruisce con diritti, trasparenza, cura e responsabilità democratica. Webinar: Contro il carcere del sospetto. Mercoledì 3 giugno 2026, ore 18.30. Iscrizioni: https://us02web.zoom.us/meeting/register/MkDncGitT9qjrQCeSwU9Tg Arci aderisce all’appello contro le infiltrazioni nelle carceri: no al “carcere del sospetto” arci.it, 30 maggio 2026 Arci aderisce all’appello “Contro il carcere del sospetto. Difendiamo l’articolo 27. No agli agenti infiltrati nelle carceri”, promosso da associazioni, operator?, volontari? e realtà impegnate nel lavoro dentro e fuori gli istituti penitenziari. L’introduzione di operazioni sotto copertura da parte della polizia penitenziaria all’interno degli istituti penitenziari rappresenta, per Arci, un elemento di forte criticità nel già fragile equilibrio del sistema carcerario. Una misura che rischia di modificare profondamente il contesto relazionale interno, introducendo dinamiche di sospetto incompatibili con i percorsi trattamentali, educativi e di tutela delle persone detenute. Arci esprime preoccupazione per l’ulteriore estensione di logiche securitarie all’interno delle carceri, in un contesto già segnato da sovraffollamento, condizioni strutturali inadeguate e difficoltà nell’effettiva garanzia dei diritti fondamentali. Il carcere, come previsto dall’articolo 27 della Costituzione, dovrebbe essere luogo orientato alla rieducazione e al reinserimento sociale, non alla moltiplicazione di dispositivi di sorveglianza e controllo che rischiano di compromettere le relazioni di fiducia tra persone detenute, operator? e volontari?. Per queste ragioni, Arci sostiene l’appello e si unisce alle realtà firmatarie nel chiedere un ripensamento di queste misure, a tutela dei diritti delle persone detenute e della qualità del lavoro sociale e volontario negli istituti penitenziari. Università, quasi 2.000 detenuti iscritti: accordo Cnupp-Andisu per sostenerli Il Sole 24 Ore, 30 maggio 2026 I risultati sono sorprendenti: chi studia non torna a delinquere, le recidive calano del 70%. A studiare sono soprattutto le detenute, mentre tra le materie favorite spunta Sociologia. Il diritto allo studio entra nelle carceri italiane. Tornare con la testa tra i libri, infatti, può essere per molti detenuti una grande occasione di riscatto. Proprio per questo a Sassari è stato sottoscritto un protocollo d’intesa tra Cnupp e Andisu. L’accordo prevede di diventare un ponte tra università ed enti per il diritto all’istruzione con lo scopo di sostenere i quasi 2.000 carcerati che hanno scelto di intraprendere un percorso universitario. Il protocollo - Un protocollo come strumento per contrastare il rischio di recidiva. Lo studio come scudo per proteggersi. Per il presidente di Andisu, Emilio Di Marzio, l’intesa restituisce centralità a chi, pur vivendo una condizione di privazione della libertà, sceglie di affidarsi alla cultura e alla formazione per costruire una nuova possibilità di vita una volta scontata la pena, trasformando il tempo dietro le sbarre in un’occasione di crescita personale. Un aspetto non legato necessariamente al proseguimento di una carriera lavorativa non appena lasciati gli Istituti penitenziari. Il presidente della Cnupp, Giancarlo Monina, ha sottolineato il valore aggiunto del mondo accademico all’interno del sistema penitenziario. Un aspetto che consente ai detenuti di tornare a sentirsi parte integrante della società, recuperando legami umani e familiari spesso spezzati. Garantiti inoltre risorse digitali, supporto finanziario per materiali didattici e attività culturali negli istituti. Aumento iscrizioni tra detenute - Sono 1.978 i detenuti iscritti, 55 gli atenei coinvolti e circa 900 le persone interessate direttamente tra docenti, tutor e personale amministrativo. Una fotografia del fenomeno che inquadra una realtà parallela a quella del mondo universitario conosciuto, ovvero quello composto da aule e banchi, non da sbarre. Tra i dati più significativi, emerge la crescita della presenza rosa: le detenute universitarie oggi ammontano a 104, quasi il doppio rispetto allo scorso anno, con un dato che rappresenta il 3,5% dell’intera popolazione detenuta femminile italiana. I percorsi preferiti dai detenuti - Sono diversi, invece, i percorsi accademici favoriti dai detenuti. In molti optano per Scienze politiche, Sociologie e Comunicazione. Facoltà che rappresentano circa il 25% degli iscritti. Ma l’area politico-sociale si scontra con quella giuridica che si attesta attorno al 13%. Il percorso di laurea un tempo più quotato, invece, era Giurisprudenza. Ridotta la recidiva del 70% - Ma quali sono gli effetti dello studio universitario per un detenuto? I dati sulla recidiva evidenziano che il rischio di tornare a delinquere si riduca del 70%. Un risultato che rafforza il valore pubblico dell’investimento nella formazione come leva di inclusione, sicurezza sociale e ricostruzione della persona. Ho visto Agnese Moro abbracciare Bonisoli e vi dico: i mostri non esistono di Giuseppe Culicchia L’Unità, 30 maggio 2026 Ho raccontato in un libro la storia di mio cugino Walter Alasia, militante Br. Ho incontrato Giorgio Bazzaga, figlio del maresciallo dell’Arma che lui aveva ucciso. Ho capito che si può riconoscere il dolore di chi ha subito una ferita e l’umanità di chi l’ha provocata. Io lavoro con le parole: il mio bizzarro mestiere è scrivere. Ho cominciato a scrivere perché dovevo raccontare una storia in particolare, quella di Walter Alasia, mio cugino, ucciso il 15 dicembre 1976, mezzo secolo fa, a Sesto San Giovanni, dopo che aveva ucciso due persone: il maresciallo dei carabinieri Sergio Bazzega e il vicequestore Vittorio Padovani. Walter apparteneva alle Brigate Rosse ed è stata la persona più cara durante l’infanzia: era più di un cugino, più di un fratello, era la persona che ho amato di più da bambino. Quel giorno, tornando a casa da scuola, ho trovato la mia famiglia in lacrime. In TV c’era Walter, raccontato come un mostro. E io, anche se non sapevo cosa avrei fatto nella vita, mi sono detto che un giorno avrei cercato di raccontare chi era davvero, perché c’era un Walter prima di quel 15 dicembre: un ragazzo molto generoso, molto affettuoso. Per tutta la vita ho cercato le parole per dire anche del dolore che ha schiantato delle vite, a cominciare da quella di sua madre, mia zia Ada, morta di crepacuore otto anni dopo l’uccisione del figlio. E naturalmente le vite delle persone che le azioni di Walter hanno ferito in modo irreparabile. Walter ha fatto due vedove, ha fatto degli orfani. Uno di questi è Giorgio Bazzega, che oggi si occupa di giustizia riparativa. Da quando ho cominciato a scrivere, la cosa più importante è stata incontrare proprio Giorgio Bazzega, che aveva letto il libro in cui raccontavo la storia di Walter, il ragazzo che aveva ucciso suo padre quando lui aveva due anni. Incontrarlo è stato totalmente inaspettato, perché noi piangevamo Walter e ci rendevamo conto di ciò che aveva fatto, pensavamo alle famiglie che aveva distrutto. Grazie a questo percorso ho potuto vedere con i miei occhi, per esempio, Agnese Moro abbracciare Franco Bonisoli, uno dei brigatisti che parteciparono all’agguato di via Fani, che rapirono suo padre. E ho potuto rendermi conto che esiste la possibilità di mettersi di fronte persone che, da un lato, hanno provocato una ferita e, dall’altro, l’hanno subita, e che tuttavia riescono a riconoscere l’umanità l’una nell’altra. I mostri non esistono: esistono persone che, a volte, compiono atti mostruosi, che possono causare molto dolore. Ricostruendo la storia di Walter, a partire dai miei ricordi personali e da ciò che ho trovato in biblioteca su quegli anni, mi sono chiesto: Perché Walter entra nelle Brigate Rosse? Perché prima delle Brigate Rosse c’è Lotta Continua? Perché prima di Lotta Continua c’è sua madre che viene messa in un reparto punitivo alla Falck di Sesto San Giovanni perché ha partecipato agli scioperi? Ho cercato di comprendere come un ragazzo di vent’anni si ritrovi una pistola in mano, una mattina di dicembre, e decida di usarla. E di comprendere anche che, se avesse saputo chi aveva davanti, magari non l’avrebbe fatto. Il padre di Giorgio Bazzega era un poliziotto democratico che pochi mesi prima di morire aveva scritto una lettera all’Unità contro la legge Reale, mentre Vittorio Padovani era stato rastrellato da ragazzo dai tedeschi e si era salvato perché aveva fatto il liceo classico, come l’ufficiale che l’aveva interrogato, e che per questo lo aveva rilasciato. Se Walt er, che aveva avuto un padre deportato a Mauthausen, avesse saputo questo di Vittorio Padovani, l’avrebbe ucciso? Non credo. Se avesse saputo che Sergio Bazzega aveva scritto quella lettera all’Unità, l’avrebbe ucciso? Non credo. Mi sono poi imbattuto in un’altra storia che dovevo raccontare: la storia di Sergio Ramelli. In quel caso non c’erano legami di sangue, ma Sergio era un ragazzo di 18 anni ucciso per aver scritto un tema in classe. Anche nel suo caso c’è stata una famiglia distrutta, perché, come la mamma di Walter è morta di crepacuore otto anni dopo la morte del figlio, anche il padre di Sergio, Mario Ramelli, è morto quattro anni dopo la morte del figlio. Ho compreso perfettamente quale potesse essere quel dolore, un dolore che ancora oggi sembra non avere pieno diritto di cittadinanza. Dopo il libro su Walter mi è stato detto che non dovevo raccontare la storia di un brigatista; dopo il libro su Sergio mi è stato detto che non dovevo raccontare la storia di un fascista. In Val di Susa, durante una presentazione, mi sono trovato davanti un centinaio di contestatori con uno striscione su cui era scritto: “Fascio morto concime per l’orto”, e per la prima volta sono stato scortato dalla Digos dopo aver presentato un mio libro. Questo dà la misura di quanto il giudizio sia facile: ciascuno si sente autorizzato a esprimere giudizi netti, duri, senza possibilità di appello. Da questo punto di vista, i cosiddetti social hanno fatto danni inenarrabili. Ed è sconvolgente constatare che, a distanza di cinquant’anni da quei fatti, con tutto il tempo che teoricamente avremmo avuto per elaborare, in realtà questa elaborazione non c’è ancora stata. C’è il danno di chi ha subito, il danno di chi ha agito. E poi c’è quello aggiuntivo della giustizia di Patrizia Patrizi L’Unità, 30 maggio 2026 Il danno è un costrutto fondamentale nella giustizia riparativa, che non coincide con il reato, non coincide con l’etichetta giuridica di un comportamento. Il danno corrisponde alle conseguenze: a ciò che noi viviamo rispetto a quello che ci è stato fatto o a ciò che abbiamo fatto. È qui il cuore della giustizia riparativa: ascoltare e comprendere le ragioni del vissuto. La giustizia riparativa compie un passaggio fondamentale che è poi ciò che tutti noi cerchiamo ogni giorno della nostra vita: avere voce rispetto a ciò che ci riguarda. Il danno di chi ha subito e il danno di chi ha agito. In entrambi i casi esiste un danno aggiuntivo: il danno da giustizia. Chi ha subito vive anche il danno prodotto dalla giustizia: testimonia, è “importante”, deve raccontare tutto, ma poi non è veramente rilevante, non ha voce. Se ha dei bisogni, la giustizia non è interessata, perché il suo obiettivo è un altro. Poi, c’è anche il danno di chi ha agito, al quale si pensa ancora meno. Chi ha agito vive un danno da processo e un danno da detenzione. C’è il sovraffollamento, ma c’è anche il danno di non avere una parola libera. E questo è un danno anche per la giustizia stessa, perché la persona deve dire quello che ha fatto, deve assumere responsabilità, dovrebbe poter pensare anche alla persona che ha danneggiato. Ma come può farlo, se è totalmente concentrata sui danni che la giustizia sta producendo sulla sua stessa esistenza, sul suo corpo, sulle sue relazioni, sui suoi affetti più importanti, in nome di una giustizia che dichiara di voler rieducare? È paradossale. La nostra Costituzione afferma un orientamento rieducativo. Ma come si realizza, se la persona detenuta o comunque sottoposta a un regime di controllo non può esercitare le competenze fondamentali, le più importanti, come, per esempio, quelle di relazione con i figli, l’essere presente quando c’è un bisogno? Il bisogno è secondario alla regola. Questo è danno da detenzione: danni che si spargono, che si diffondono, che contaminano. Il danno del figlio o della figlia stigmatizzati. Lo sappiamo come funziona tra bambine e bambini: “Ha il padre in galera…”, “Quello è il figlio di quello lì…”. Lo stigma si propaga e rende sempre più problematico quel cambiamento che pure è dichiarato come obiettivo. La violenza inizia già nell’atto stesso del giudizio. E qual è questa violenza, letta con le parole della giustizia riparativa? Uno dei valori imprescindibili della giustizia riparativa è il non dominio, insieme all’empowerment, al potenziamento delle persone. Nel sistema penale, però, domina la legge, dominano i suoi rappresentanti: gli esperti, quelli che “capiscono”. Giudici, avvocati, psicologi… tutti. Siamo tutti noi, non solo gli “altri”, che ci appropriamo delle storie delle persone. Eloquente il concetto di “ladri professionisti” del criminologo Niels Christie, ladri di professione perché si appropriano dei conflitti, ingabbiando persone e fatti in categorie giuridiche, psicologiche, psichiatriche, ecc. Eppure, a nessuno di noi piace, nella vita quotidiana, quando la nostra storia viene interpretata da altri. La narrazione di noi è di grande rilevanza. La giustizia riparativa ci parla di verità dialogica: una verità che si costruisce attraverso l’ascolto di ciò che l’altro dice. È lì che si costruisce una verità che può consentire di andare avanti, diversa dalla verità processuale, che si ferma ai fatti, agli atti, ai verbali. Cito Michael White, il fondatore insieme a David Epston della psicoterapia narrativa. Un punto sostanziale del suo pensiero, e di particolare utilità e applicabilità nella giustizia riparativa, è che non esistono persone problematiche; esistono problemi e ci sono persone che vivono quei problemi. Allora, quando c’è un danno da reato, quando c’è un danno da detenzione, quello è il problema. È quel problema che chi ha subito si porta dentro, con le sue paure. È quel problema che chi ha agito si porta dentro, con la prospettiva di un futuro spezzato. Per ambedue, un presente doloroso, un futuro difficile da immaginare. Noi siamo esseri narrativi: la nostra vita è una narrazione. La nostra identità si costruisce attraverso scambi dialogici. E qual è il potere della narrazione nella giustizia riparativa, la potenza di questa giustizia dell’umano? Che queste verità si raccontino e si interroghino reciprocamente, affinché ciascuno possa uscire dal dominio del passato e costruire una nuova narrazione di sé oltre il problema, cioè il danno. Una nuova narrazione per l’autore e per la vittima, e anche per le comunità coinvolte. Una narrazione che sia potenziante e orientata alla prospettiva. La legge anti-gogna è realtà, sì all’obbligo per i giornali di pubblicare le assoluzioni di Angela Stella L’Unità, 30 maggio 2026 Su richiesta dell’interessato, il direttore della testata che ha dato notizia del procedimento penale è tenuto a pubblicità dei provvedimenti favorevoli alla persona imputata o indagata. L’Aula della Camera ha approvato ieri la proposta di legge recante modifiche al codice in materia di protezione dei dati personali con 127 sì e 82 astenuti. Dunque nessun contrario, Azione e Futuro Nazionale Vannacci hanno votato sì con il centrodestra. In particolare viene aggiunto l’articolo 144-ter - “Pubblicità delle sentenze di assoluzione o proscioglimento. Segnalazioni al Garante” - che prevede che “su richiesta della persona nei cui confronti sono stati pronunciati sentenza di assoluzione, di proscioglimento o di non luogo a procedere ovvero provvedimento di archiviazione, il direttore o il responsabile della testata giornalistica, radiofonica, televisiva o online che ha dato notizia del relativo procedimento penale o di atti o provvedimenti relativi al medesimo procedimento è tenuto a dare pubblicità, senza oneri per l’interessato, alla notizia dei provvedimenti favorevoli a quest’ultimo, con rilievo adeguato allo spazio già riservato al relativo procedimento penale”. L’interessato, “in caso di mancato adempimento da parte del direttore o del responsabile della testata giornalistica, radiofonica, televisiva o online a quanto previsto dal comma 1, può rivolgere una segnalazione al Garante. Il Garante decide nei cinque giorni successivi e, all’esito di tale procedimento, può ordinare la pubblicazione della notizia dei provvedimenti favorevoli per l’indagato o l’imputato”. Il provvedimento passa ora all’esame del Senato. Si tratta del secondo provvedimento in materia di giustizia, dopo quello che inserisce le vittime di reato in Costituzione, ad essere approvato dopo la sconfitta referendaria sulla separazione delle carriere. La norma porta la firma del capogruppo di Forza Italia alla Camera Enrico Costa: “È dovere dello Stato - ha detto l’azzurro - chiamare le persone a rispondere di fronte a fatti di reato, ma è anche suo dovere garantire che, se una persona esce innocente dall’ingranaggio giudiziario recuperi la stessa immagine, reputazione, credibilità che aveva prima dell’indagine”. Il presidente dei deputati forzisti ha proseguito: “Ogni anno 500.000 persone vengono indagate e poi archiviate o assolte in primo grado. Quando si pubblica la notizia di un’indagine bisognerebbe sempre porsi una domanda: e se fosse innocente? Ecco il cuore dell’identità liberale di Forza Italia, affrontare il tema della giustizia mettendo al centro la persona”. Abbinata alla pdl di Costa c’era quella della leghista Simonetta Matone che così ha commentato l’approvazione: “Ho iniziato il mio intervento alla Camera partendo dal bellissimo film di Marco Bellocchio del 1972, Sbatti il mostro in prima pagina, con un grandissimo Gian Maria Volonté. Da lì purtroppo la situazione è addirittura peggiorata. L’enfatizzazione di ‘sbatti il mostro in prima pagina’ è passata attraverso Tangentopoli, che è stata l’emblema di questa deriva”. La deputata ha ricordato i numeri delle inchieste di Mani Pulite: “1445 condanne, 800 assoluzioni, 445 archiviazioni per prescrizione e concessione di amnistia, ma anche 41 suicidi”. E ha puntato il dito contro il ruolo dei media: “I giornalisti hanno una responsabilità enorme nella demonizzazione delle persone coinvolte nei procedimenti penali. C’è grandissima enfasi su arresti, misure cautelari e indagini, poi quando il soggetto viene assolto tutti se ne dimenticano. Questa legge colma quel vuoto”. Roberto Giachetti di Italia Viva invece si è astenuto: “Se condividiamo del tutto il principio secondo cui la gogna non può mai sostituire il processo né il sospetto diventare una condanna sociale preventiva, la strada scelta dal governo per assicurare la pubblicità delle sentenze di assoluzione ci lascia perplessi”. Per il parlamentare la criticità è nel “potere che il provvedimento attribuisce al Garante per la protezione dei dati personali” considerato “molto penetrante”. Si chiede il deputato renziano: “Può un’autorità amministrativa entrare così nel merito delle scelte redazionali senza produrre inevitabili contenziosi o effetti distorsivi? Una forma indiretta di pressione sulle redazioni è concreta. L’unica certezza è che il problema sarebbe risolto alla radice se i tempi della giustizia fossero più rapidi”. Per il Pd in Aula è intervenuto Federico Gianassi, pure astenuto, che è riuscito in Commissione a far approvare un emendamento che ha impedito che il Garante possa sanzionare i giornalisti in caso di inadempimento: “di fronte a un principio ragionevole, non ci scagliamo contro ma i principi ragionevoli debbono valere sempre, altrimenti è ipocrisia. Noi invitiamo, chiediamo, pretendiamo dalla maggioranza che, se chiede al giornalismo di dare conto di tutte le notizie, sia anche disponibile, nella potestà legislativa di cui dispone, a progredire sulla tutela dei giornalisti, in una fase storica nella quale anche nelle democrazie il ruolo del giornalismo libero e di inchiesta è messo continuamente sotto torchio”. Secondo il deputato M5S Federico Cafiero De Raho, vice presidente delle commissioni Giustizia e Antimafia, “il principio che è alla base della proposta di legge in materia di pubblicità delle sentenze di assoluzione o proscioglimento è condivisibile. Tuttavia, per come è scritta, la legge finisce per incidere sulla libertà di stampa, perché impone la pubblicazione della notizia, interferendo sulle scelte degli editori e dei giornalisti, a prescindere dall’effettivo interesse pubblico alla notizia, anche a chi, magari, all’epoca dei fatti era stato costretto a dare la notizia perché se n’erano occupate prioritariamente altre testate”. “Leggi garantiste? Non giochiamoci le Politiche”, FdI avvisa Forza Italia di Errico Novi Il Dubbio, 30 maggio 2026 Parlare di immobilismo sulla giustizia è esagerato. Fratelli d’Italia un po’ si stupisce, per il pessimismo con cui FI valuta le intenzioni degli alleati. E a questo punto per il partito di Meloni è più che mai opportuno il chiarimento calendarizzato per il 3 giugno a via Arenula proprio con i responsabili Giustizia dell’intero centrodestra, oltre che col guardasigilli, il suo vice Francesco Paolo Sisto e i due sottosegretari, Alberto Balboni e Andrea Ostellari. La versione di FdI sul programma di fine legislatura in materia penale è articolata, non tranchant: ci si deve rendere conto, spiega una fonte meloniana che ha seguito non solo il referendum ma anche gli altri dossier “giudiziari”, che innanzitutto “di tempo ce n’è poco, pochissimo: calcoliamo la pausa ad agosto, la sessione di bilancio e il tempo che andrà riservato alla campagna elettorale e ci accorgiamo che il margine ancora a disposizione del Parlamento va misurato in settimane, non in mesi”. Il che pesa, per un motivo: Fratelli d’Italia non è pregiudizialmente ostile alla prescrizione, alla legge sul sequestro degli smartphone e neppure al gip collegiale. Ma si tratta di provvedimenti che, dal punto di vista del partito di Meloni, vanno calibrati in modo da avere un impatto sostenibile da tutti i punti di vista: tecnico, politico e in termini di consenso. Un’altra fonte parlamentare di FdI ci ricorda, a proposito della prescrizione, ad esempio, che “i presidenti di Corte d’appello hanno già fatto i loro calcoli: una volta che il giudizio di primo grado è scampato all’estinzione del reato anche per un giorno, i capi degli uffici di secondo grado hanno predisposto le loro brave tabelle, a seconda della data in cui interverrebbe l’improcedibilità, cioè la decadenza processuale introdotta da Cartabia e tuttora in vigore. In tutte le Corti ci si è dati l’obiettivo di portare tempestivamente a sentenza tutti i processi. Se noi intervenissimo ora d’emblée, con una riforma che spazza via quella sorta di prescrizione processuale vigente dal 2021 e riporta la disciplina alla legge Orlando del 2017, sa cosa accadrebbe?”. Facile: “Ci accuserebbero di aver mandato in prescrizione migliaia di processi, tutti quelli per i quali non varrebbero più i calcoli fatti in precedenza dai presidenti di Corte d’appello per i giudizi già in corso. Ecco perché una disciplina transitoria, invocata a suo tempo proprio dalla magistratura, sarebbe necessaria, ed è la cautela minima che potremmo adottare”. E quindi: la riforma della prescrizione, ferma ai box del Senato da due anni e mezzo dopo il sì della Camera in prima lettura, potrebbe anche essere rimessa in pista, ma solo a condizione di inserirvi la disciplina transitoria, anche a costo di andare incontro a obiezioni di incostituzionalità. Un ragionamento del tutto analogo a quello che FdI propone per la legge Zanettin sul sequestro degli smartphone, che è in attesa, invece, del solo via libera di Montecitorio: si può anche decidere di portarla a casa, ma a patto di integrarla con l’emendamento di Chiara Colosimo, magari ulteriormente affinato, o ci accuseranno sui giornali, a meno di un anno dalle elezioni politiche, di voler bloccare le indagini sulla mafia. Chiarissimo: il ragionamento è tanto spietato quanto logicamente comprensibile. Vuol dire che non si farà nulla, neppure per il gip collegiale gravato dalle perplessità organizzative dell’Anm? Se ne discuterà appunto mercoledì alla riunione mattutina di via Arenula. Forza Italia reclamerà coerenza e il compimento di percorsi avviati da anni. Ma bisognerà tener conto di due cose, secondo il partito della premier. Di fattori incontrollabili che potrebbero esporre comunque il governo ad accuse di “diserzione” nella lotta alla mafia: basti pensare che il 25 novembre, alla Corte europea di Strasburgo, si celebrerà l’udienza decisiva del ricorso Cavallotti, con un abbattimento assai probabile del codice antimafia italiano in materia di confische, visti gli squilibri oggettivi di quella normativa. E già in passato c’è chi, come Federico Cafiero de Raho, se l’è presa non con l’evidente incostituzionalità delle misure di prevenzione ma con una presunta troppo debole difesa italiana innanzi ai giudici della Cedu. Ma c’è un altro assioma di cui tenere conto, e che dai vertici di FdI fanno pesare con tutta la sua icastica efficacia: non possiamo perdere le elezioni per una legge garantista dell’ultimo minuto. Non se ne parla. Abbiamo già dato. O gli amici di Forza Italia vogliono affrontare qualche altro referendum, stavolta abrogativo? Referendum, ecco: solo a pronunciarla, quella parola, in Fratelli d’Italia il grado di disponibilità si riduce moltissimo. Ci sarà molto da lavorare, per Sisto, Costa, Craxi e gli altri azzurri della partita, se il 3 giugno a via Arenula non si vuole incassare un no su tutta la linea. Toghe, il segretario di Md: “Ora un’autoriforma contro la degenerazione delle correnti” di Irene Famà La Stampa, 30 maggio 2026 Parla Simone Silvestri, al vertice di Magistratura Democratica: “La priorità? La situazione carceri”. Dopo la vittoria del Sì al referendum costituzionale sulla Giustizia “la magistratura deve responsabilizzarsi e attivarsi per un’autoriforma seria”. Simone Silvestri, neo segretario generale di Magistratura Democratica, storica corrente di sinistra delle toghe, non si abbandona a facili entusiasmi. E invita comunque i colleghi ad un’analisi. Quale la priorità? “All’interno della magistratura esistono difficoltà legate alle degenerazioni correntizie che ci obbligano ad insistere e attivarci per neutralizzare quei meccanismi”. In concreto cosa si può fare? “Assumere maggiori responsabilità, scelte più chiare e trasparenti per gli incarichi direttivi e per le altre competenze del Consiglio superiore della magistratura”. Durante la campagna referendaria le correnti sono state descritte come il male assoluto. Avevano ragione i sostenitori del Sì che sostenevano il sorteggio dei membri di un doppio Csm? “Il sorteggio deresponsabilizzava, non risolveva il problema. Le correnti rendono effettivo il pluralismo tra le toghe e questo è positivo. Non è positivo, invece, quando diventano centri di potere. Quanto più il rappresentante è espressione di una base che lo elegge, quindi di un’elaborazione culturale, tanto più si evitano gestioni personalistiche”. Il Guardasigilli Carlo Nordio nelle scorse settimane ha incontrato magistrati e avvocati per avviare un confronto. Quali i temi principali? “Dobbiamo chiedere che il servizio giustizia funzioni e che, dove si lamentano ritardi e inefficienze, anche il governo faccia la sua parte”. Su cosa in particolare? “Mi riferiscono al funzionamento degli strumenti per la digitalizzazione del processo civile e penale, all’organico sia dei magistrati sia del personale del comparso giustizia”. Altro tema centrale sono le carceri. Md ha più volte sottolineato i problemi, a partire dal sovraffollamento. Quale soluzione proponete? “Il sovraffollamento è un problema ormai cronico, per cui dobbiamo interrogarci sulla funzione della pena detentiva che resta, nonostante tutto, al centro della risposta repressiva al crimine. Ed è tutto collegato. Quando il sovraffollamento raggiunge il 140% tutto diventa più complesso: diventa difficile il lavoro della polizia penitenziaria, che peraltro ha 20mila uomini in meno, diventa difficile gestire i reparti, diventa difficile il trattamento educativo che la Costituzione vorrebbe fosse la priorità rispetto ad altre esigenze”. Il governo ha stanziato fondi per creare nuovi posti... “Se gli investimenti fossero destinati alle case di comunità e agli alloggi dove poter eseguire una pena domiciliare, se fossero destinati ad aumentare gli organici della magistratura di sorveglianza così che le misure alternative alla detenzione potessero avere un’esecuzione immediata, le cose migliorerebbero. Eppure i nuovi decreti hanno introdotto cinquantacinque nuovi reati e oltre sessanta aggravanti: va da sé che sono aumentati anche gli ingressi in cella”. Lei è giudice a Lucca e i tempi della giustizia li conosce bene. Troppo lunghi? “Anche qui i tempi della giustizia sono strettamente collegati all’organico. E i recenti provvedimenti che riguardano la stabilizzazione dei funzionari assunti con i fondi del Pnrr hanno segnato una sorta di retromarcia”. Molti dei funzionari verranno stabilizzati. Non è una buona notizia? “Sono stati formati per l’ufficio del processo e ora verranno assorbiti nell’insieme dei servizi di cancelleria. Invece che aiutare il giudice nella redazione dei provvedimenti, andranno a supplire le carenze degli organici delle cancellerie e questo segna un passo indietro”. Durante la campagna referendaria, le toghe sono riuscite a riacquistare parte della fiducia dei cittadini. Trend destinato a proseguire? “Come Magistratura democratica siamo intervenuti in più di cinquemila incontro e questo ha creato sicuramente un riavvicinamento del corpo elettorale alla voglia di fare politica. Chi è andato a votare, lo ha fatto convinto che la magistratura rappresenta una garanzia di funzionamento dello stato di diritto e del sistema democratico”. Video e intercettazioni dentro il tribunale di Napoli: scontro tra procura e penalisti di Giulia Merlo Il Domani, 30 maggio 2026 La procura ha chiesto e ottenuto di poter disporre video e intercettazioni davanti a un’aula del tribunale, in cui sono stati ripresi anche avvocati. Questo ha provocato la protesta dei penalisti: si viola il “divieto assoluto di intercettazione delle conversazioni o comunicazioni dei difensori e di quelle tra i medesimi e le persone da loro assistite”. Come ciclicamente avviene, torna a far discutere il fatto che i difensori vengano intercettati durante i colloqui con i loro assistiti. La vicenda è avvenuta a Napoli e ha sollevato enorme indignazione nel foro, tanto da dare vita a una protesta davanti all’ingresso del palazzo di giustizia. I fatti, per come ora si conoscono: l’avvocato Raffaele Esposito ha denunciato alla Camera penale di Napoli il fatto che la procura, nell’ambito di un procedimento giudiziario in corte d’assise, abbiano autorizzato attività investigative dentro il tribunale, con video e intercettazioni che riprendono o vedono citati anche avvocati, violando così il “divieto assoluto di intercettazione delle conversazioni o comunicazioni dei difensori e di quelle tra i medesimi e le persone da loro assistite”. La Camera penale locale ha immediatamente reagito, inviando alla magistratura una nota affinché “mai venga sminuita la funzione difensiva, insinuato il dubbio sulla correttezza professionale o denigrato l’uomo che indossa la Toga del difensore, e perché l’aula di udienza sia restituita alla sua sacralità di luogo del giudizio, presidiato dal solo giudice e non già trasformato in terreno di osservazione e controllo dell’organo inquirente”. Nei giorni successivi sono emersi in contorni della vicenda: si è trattato di una intercettazione ambientale audio-video autorizzata dal gip nel corridoio esterno all’aula 114 del Tribunale di Napoli, al fine di accertare casi di falsa testimonianza nel processo sull’omicidio di Luigi Mocerino, 72enne ucciso il 31 dicembre 2022 ad Afragola. La procura di Napoli diretta da Nicola Gratteri, con una nota del 25 maggio, ha spiegato che “nessuna attività di intercettazione o di pedinamento è stata disposta nei confronti di avvocati”. Nella nota firmata da Gratteri si legge che dalle indagini sarebbero emersi “gravi elementi in base ai quali ritenere che alcune persone, chiamate a rendere sommarie informazioni alla polizia giudiziaria avevano esternato forti timori per la propria incolumità in ragione delle dichiarazioni rese” e dunque sussistevano “consistenti indizi che tali persone, chiamate a testimoniare nel processo, fossero indotte a ritrattare le dichiarazioni accusatorie rese nel corso delle indagini o comunque a dichiarare il falso”. Per questo la procura ha chiesto e sono state autorizzate intercettazioni telefoniche sulle utenze dei testimoni dell’accusa, l’intercettazione ambientale all’interno dell’abitazione di alcuni di loro e l’intercettazione ambientale audio-video nel corridoio esterno all’aula di udienza. Le intercettazioni, infatti erano volte “all’accertamento di ulteriori minacce, pressioni o promesse atte a indurre a rendere testimonianza falsa o reticente i testimoni citati, che potevano essere reiterate prima o dopo la celebrazione del processo”. La notizia ha tuttavia provocato indignazione del foro e della camera penale. Il 27 maggio si è svolta una protesta da parte degli avvocati. Circa novanta penalisti hanno manifestato, presenziando insieme all’avvocato Esposito durante l’udienza che si è tenuta sempre nell’aula 114. Inoltre, il presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Napoli Carmine Foreste e la Camera Penale si sono messi in contatto con il procuratore generale presso la Corte di Appello di Napoli Aldo Policastro per discutere della questione. Infine, la corte d’assise ha dichiarato irrilevante il fascicolo relativo alle intercettazioni captate davanti all’aula 114 e lo ha restituito al pm, decidendo dunque di non acquisire gli atti. La notizia del caso napoletano è arrivata fino al Csm, dove le consigliere laiche di centrodestra, Claudia Eccher e Isabella Bertolini hanno chiesto l’apertura di una pratica: “A seguito di quanto appreso dalla stampa, abbiamo chiesto l’apertura di una pratica al Csm sulle segnalazioni relative alla captazione di conversazioni e colloqui avvenuti all’interno della Casa Circondariale di Perugia tra soggetti detenuti e i rispettivi difensori legali, nonché sulle intercettazioni che avrebbero coinvolto un gruppo di avvocati presso il Tribunale di Napoli. Qualora tali condotte fossero accertate, esse investirebbero direttamente le responsabilità dei magistrati dell’ufficio requirente e/o giudicante che abbiano richiesto, autorizzato, omesso di vigilare ovvero comunque consentito l’utilizzazione, la conservazione o la mancata immediata distruzione e separazione di comunicazioni coperte da segreto professionale, in evidente violazione delle garanzie costituzionali e processuali poste a tutela del diritto di difesa”. L’amministrazione penitenziaria si oppone alla scarcerazione di Alemanno di Salvatore Merlo Il Foglio, 30 maggio 2026 L’avvocato dell’ex ministro: “È un dispetto”. Il Provveditorato penitenziario ha impugnato l’ordinanza che anticipava la scarcerazione per condizioni detentive inumane. Il Tribunale dovrà decidere di nuovo. Il Provveditorato Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria ha impugnato l’ordinanza con cui il Tribunale di Sorveglianza di Roma aveva disposto la scarcerazione anticipata di Gianni Alemanno. La decisione impugnata, emessa ad aprile, concedeva all’ex sindaco di Roma, ed ex ministro, una riduzione di trentanove giorni sulla pena residua - ai sensi dell’art. 35-ter dell’ordinamento penitenziario, per condizioni di detenzione ritenute inumane e degradanti - fissando al 24 giugno la data di uscita dal carcere di Rebibbia. Adesso il Tribunale dovrà pronunciarsi di nuovo sulla data di liberazione di Alemanno che intanto, negli ultimi mesi, si è avvicinato al partito di Roberto Vannacci. L’avvocato di Alemanno, Edoardo Albertario, contattato dal Foglio, conferma l’indiscrezione e non usa mezzi termini: “E’ un dispetto. Un puro dispetto ad personam. Sono certo che il tribunale non raccoglierà le motivazioni del ricorso. Rimango stupefatto. Qualcuno nell’amministrazione penitenziaria deve avere in antipatia Gianni Alemanno”. C’entra la politica? “Tutto può essere. Ma il mio assistito, anche se perdessimo e non può succedere, uscirebbe in tempo per la campagna elettorale”. Alemanno è detenuto a Rebibbia dal 31 dicembre 2024, quando fu revocato l’affidamento in prova ai servizi sociali per alcune violazioni delle prescrizioni. Sconta una condanna definitiva a un anno e dieci mesi per traffico d’influenze illecite, nell’ambito di un filone dell’inchiesta Mondo di Mezzo. “Non lasciamo respirare i detenuti”, l’Ordine degli avvocati chiede l’archiviazione per Delmastro di Francesca Moriero fanpage.it, 30 maggio 2026 Proposta l’archiviazione per Andrea Delmastro nel procedimento disciplinare dell’Ordine degli avvocati sulle frasi shock pronunciate nel 2024: per i giudici fu una dura espressione politica contro la mafia e non un attacco ai detenuti. Il procedimento disciplinare avviato a Torino a carico di Andrea Delmastro Delle Vedove potrebbe presto chiudersi. Il consigliere istruttore incaricato dal Consiglio territoriale di disciplina dell’Ordine degli avvocati ha infatti formulato una formale proposta di archiviazione per l’esponente politico, chiamato in causa in qualità di iscritto al Foro di Biella. Al centro del fascicolo c’era la bufera mediatica e politica scatenata da una dichiarazione pronunciata nel novembre del 2024 dall’allora sottosegretario alla Giustizia, che era stata duramente contestata dalle opposizioni e da una parte del mondo dell’avvocatura. L’origine dello scontro e le polemiche sui detenuti - La vicenda era nata durante l’inaugurazione di una nuova flotta di autovetture blindate destinate al Gruppo Operativo Mobile della Polizia Penitenziaria, veicoli avanzati e progettati specificamente per il trasporto dei detenuti in regime di massima sicurezza (come il 41-bis). In quell’occasione, Delmastro aveva dichiarato: “L’idea di far sapere come non lasciamo respirare chi sta dietro quel vetro oscurato è per me un’intima gioia”. L’uscita pubblica aveva spinto il penalista Davide Steccanella a presentare un esposto formale all’Ordine, definendo quelle parole espressione di un clima di “giustizialismo forcaiolo”. Contro il sottosegretario si erano scagliate anche tutte le opposizioni parlamentari (da Italia Viva al Pd, fino ad Avs e +Europa), chiedendone le dimissioni e accusandolo di totale mancanza di umanità, specialmente in un momento segnato da una grave emergenza suicidi nelle carceri italiane. Le motivazioni dell’Ordine: “Nessun intento di umiliare i carcerati” - A distanza di tempo, l’organo istruttorio dell’Ordine degli avvocati ha proposto di chiudere il caso senza sanzioni, accogliendo le tesi difensive di Delmastro. L’esponente politico aveva da subito replicato alle polemiche sostenendo che il suo discorso fosse stato “maliziosamente stravolto” e che il riferimento fosse circoscritto esclusivamente ai boss mafiosi. Le conclusioni del consigliere istruttore sposano questa linea, stabilendo che quelle dichiarazioni “rientrano nella dialettica politica e nell’illustrazione di una linea di governo di contrasto alla criminalità”. Secondo il Consiglio di disciplina, le parole di Delmastro non contenevano cioè “un reale intento umiliante e disumanizzante” verso i detenuti in quanto tali. Si sarebbe trattato invece di “un’espressione forte” utilizzata come “metafora iperbolica” per descrivere la massima pressione esercitata dallo Stato contro la criminalità organizzata. Con questa proposta di proscioglimento, il caso attende ora solo la ratifica formale per essere definitivamente archiviato. Sardegna. L’anno da incubo del sistema penitenziario di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 30 maggio 2026 Tre suicidi a Uta, due decessi per cause ancora da accertare a Bancali, 178 atti di autolesionismo nel solo istituto sassarese e 68 tentativi di suicidio nel carcere cagliaritano. Il tasso di occupazione dei penitenziari sardi è quasi raddoppiato in tre anni, passando dall’82% del 2023 al 98% del 2025, con sei istituti ora oltre la capienza regolamentare. La sanità è al centro di tutto: quasi la metà delle 149 istanze formalmente ricevute dalla garante Irene Testa riguarda problemi di salute o disagio psichiatrico. È il quadro che emerge dalla relazione annuale 2025, trasmessa al Consiglio regionale della Sardegna, che fotografa un sistema in peggioramento. Al 31 dicembre 2025 nelle carceri italiane si trovavano 63.499 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 51.277 posti: tasso di occupazione al 124%, in rialzo rispetto al 121% del 2024 e al 118% del 2023. Alcune regioni superano il 150%, come Puglia, Molise e Friuli Venezia Giulia. La Sardegna, con 2.536 detenuti nei dieci istituti da 2.583 posti, rimane formalmente sotto soglia. Ma questa è la media. Quasi la metà della popolazione carceraria isolana si concentra in Uta e Bancali, entrambi ben oltre la capienza. Il carcere di Uta ospita 729 detenuti a fronte di 561 posti: tasso del 130%, con 507 posti per uomini contro i 699 presenti. Il personale di polizia penitenziaria sconta una carenza del 22%. La vera emergenza è però sanitaria. Al 31 dicembre 2025, l’83,95% dei detenuti assumeva terapie continuative diverse dal metadone, il 34,29% presentava patologie psichiatriche e il 48,56% era in trattamento psichiatrico continuativo. Uno dei due psichiatri era assente. Si sono contati tre suicidi, 68 tentativi di suicidio e 161 atti di autolesionismo. Delle aggressioni al personale la direzione non ha comunicato dati, nonostante nei due anni precedenti fossero state 40 e 30. A Bancali i 572 detenuti per una capienza maschile di 442 posti portano il tasso al 125%. Ufficialmente nessun suicidio, ma due decessi “per cause da accertare”. Gli atti di autolesionismo sono 178, in forte crescita rispetto ai 104 del 2024 e ai 62 del 2023, un trend che la garante mette in relazione con il sovraffollamento crescente. I tentativi di suicidio scendono da 43 a 40, ma le aggressioni al personale salgono da 23 a 35. Nel 2024 il carcere contava su 9 specialisti per 57 ore settimanali; nel 2025 ne ha 6 per 42 ore. Il carcere di Oristano è a piena capienza con 267 detenuti su 264 posti, personale di polizia al 69% della pianta organica, solo 3 funzionari dell’area trattamentale su 6 previsti, nessuno psichiatra assegnato. Nel 2025: 12 tentativi di suicidio, 78 atti di autolesionismo, 14 aggressioni al personale. L’istituto genera il maggior numero di segnalazioni alla garante in proporzione alla sua dimensione: 33 su 149 totali, perché ospita molti detenuti non sardi che chiedono soprattutto un avvicinamento familiare. Il principio di territorialità della pena risulta sistematicamente inapplicato: nei dieci istituti sardi erano ristretti 2.536 detenuti ma i residenti in Sardegna presenti sull’isola erano solo 1.339. Almeno la metà di chi è recluso viene da fuori regione, con tutto il peso che ricade sulle famiglie costrette a lunghi viaggi. Non a caso le istanze sui colloqui sono salite da 20 nel 2024 a 33 nel 2025: parenti che non riescono nemmeno a prenotare telefonicamente le visite perché la linea è sempre occupata. La Sardegna come valvola di sfogo del sovraffollamento nazionale - Nel 2025 il numero di carceri sarde oltre capienza è triplicato: ai già sovraffollati Uta e Bancali si sono aggiunti Lanusei con il 118%, Oristano con il 101%, Tempio Pausania e Alghero entrambi al 104%. Alghero ha quasi raddoppiato i detenuti in un anno, passando da 87 a 162, con la quota di stranieri salita dal 18% al 34%, per trasferimenti da altri penitenziari. Le tre ex colonie penali agricole hanno registrato aumenti marcati: Is Arenas dal 49% al 79%, Isili dal 59% al 99%, Mamone dal 41% al 79%. La garante considera positivo questo dato perché il modello basato sul lavoro agricolo è virtuoso: a Is Arenas lavorano 134 detenuti su 139, a Isili 110 su 130, a Mamone 161 su 207. Nessun suicidio né tentativo nelle tre strutture nel 2025. La sanità penitenziaria è al collasso. A gennaio la direzione di Mamone ha segnalato con urgenza una grave carenza di personale medico, aggravata dall’isolamento geografico. Il capo del Dap ha espresso preoccupazione per le carenze a Oristano, Tempio Pausania e Isili. A Tempio Pausania la relazione certifica la “totale assenza” dello psichiatra per tutto l’anno. A Isili è stata garantita una copertura di sole 6 ore settimanali a fronte delle 30 previste, con una lunga interruzione finale, in un istituto che ospita anche internati con misure di sicurezza. Le segnalazioni a rischio suicidario sono salite da 4 nel 2024 a 9 nel 2025. Il Cpr di Macomer: trattenuti sempre più a lungo - Il Centro di permanenza per i rimpatri di Macomer, gestito dalla cooperativa “Officine sociali” nell’ex struttura carceraria di massima sicurezza, mostra nel 2025 una trasformazione netta. Gli ingressi calano da 251 a 206, ma il tempo medio di permanenza sale da 55 a 91 giorni: un aumento del 65%. Chi entra ci resta molto più a lungo, non perché le procedure migliorino ma perché aumentano le situazioni che bloccano l’esecuzione del rimpatrio. I rimpatri effettuati sono stati 57, quasi tutti nordafricani, in prevalenza algerini. In una struttura da 50 posti si sono contati 59 atti di autolesionismo, 10 tentativi di suicidio e 20 episodi di violenza nel corso dell’anno. La Rems di Capoterra è a piena capienza con 16 ospiti e lista d’attesa salita da 5 a 8 persone, un suicidio, un decesso per cause naturali, 10 episodi di violenza nel 2025. Chi aspetta l’ingresso rischia di scontare la misura in istituti non attrezzati per pazienti psichiatrici; non ci sono psicologi né assistenti sociali in organico. L’Ipm di Quartucciu, nato come carcere di massima sicurezza negli anni Settanta e più volte indicato dalla garante come struttura da chiudere, al 31 marzo 2026 non aveva ancora completato i lavori di ristrutturazione avviati nel febbraio 2024. Struttura “fatiscente e pericolante in diverse parti”, secondo piano chiuso, 12 ragazzi ospitati per una capienza di 10. Una novità della relazione 2025 è la prima mappatura delle camere di sicurezza delle forze di polizia regionali: su 352 censite, solo 52 agibili, il 14,77% del totale. Per i Carabinieri di Oristano, nessuna delle 26 camere è funzionante. Il dato certifica che quasi tutti i transiti si concentrano nei centri urbani, lasciando le zone interne dell’isola prive di strutture operative. La relazione si chiude con un lungo elenco di raccomandazioni: potenziamento urgente degli organici sanitari, tavolo interassessorile regionale sulle politiche penitenziarie, completamento dei lavori a Quartucciu, adeguamento del Cpr di Macomer. La garante Testa segnala anche la condizione delle 54 detenute distribuite tra Uta e Bancali, “minoranza della minoranza” in un sistema pensato quasi esclusivamente per gli uomini, nessuna delle quali impegnata in lavoro esterno ai sensi dell’art. 21 dell’ordinamento penitenziario. A giudicare dall’andamento degli ultimi tre anni, il rischio che quelle raccomandazioni restino sulla carta è concreto. Emilia Romagna. Siglato a Forlì un protocollo storico per il lavoro dei detenuti ravennawebtv.it, 30 maggio 2026 Svolta storica a Forlì: per la prima volta tutti gli istituti penitenziari della Romagna lavoreranno insieme all’interno di un unico protocollo per la formazione e il reinserimento socio-lavorativo dei detenuti. L’accordo è stato sottoscritto nella sede di Techne alla presenza del Provveditore regionale dell’Amministrazione penitenziaria dell’Emilia-Romagna, Silvio Di Gregorio, e del Garante regionale dei detenuti, Roberto Cavalieri, durante un momento conviviale preparato dai ragazzi del laboratorio “Ristorando”. Il protocollo, valido per il triennio 2026-2028, coinvolge le Case circondariali di Forlì, Ravenna e Rimini insieme a Techne e a Cia Conad, con l’obiettivo di creare un progetto sperimentale capace di favorire concretamente l’inserimento lavorativo delle persone detenute al termine del percorso detentivo. L’intesa prevede percorsi formativi direttamente all’interno degli istituti penitenziari in diversi ambiti della grande distribuzione organizzata: panetteria e pasticceria, macelleria, pescheria, gastronomia, ortofrutta, magazzino e largo consumo confezionato. Per ogni attività saranno attivati tirocini destinati a piccoli gruppi di detenuti, garantendo equità e pari opportunità di accesso. Techne avrà il compito di coordinare e monitorare i percorsi formativi e i tirocini, mentre la rete di Cia Conad rappresenterà lo sbocco occupazionale concreto per i partecipanti. Il valore dell’iniziativa è stato sottolineato dalle istituzioni presenti. Il Provveditore Di Gregorio ha parlato di un accordo con una forte valenza sociale, culturale e professionale, capace di offrire una reale opportunità di riscatto a chi ha scelto di cambiare vita. Anche il Garante dei detenuti Roberto Cavalieri ha evidenziato come il modello romagnolo possa diventare un punto di riferimento per altri territori, sottolineando il ruolo innovativo dell’esperienza avviata a Forlì. Soddisfazione è stata espressa anche dalle direzioni delle tre Case circondariali coinvolte. Il direttore di Ravenna, Stefano Di Lena, ha definito l’iniziativa “una bella giornata” in cui l’importanza istituzionale si è accompagnata a un clima di accoglienza e collaborazione. Dal mondo economico, il presidente di Cia Conad Maurizio Pelliconi ha sottolineato come il progetto rappresenti un’occasione concreta per coniugare inclusione sociale e opportunità di lavoro, ribadendo che il lavoro è uno strumento fondamentale di dignità e libertà per le persone. A chiudere l’incontro è stata la direttrice generale di Techne, Lia Benvenuti, che ha ringraziato tutti i partner per la collaborazione e ha evidenziato come il protocollo rappresenti un impegno condiviso per offrire una seconda possibilità a chi vuole rimettersi in gioco, rispondendo allo stesso tempo alle esigenze del territorio. Cagliari. Misteriosa morte di un detenuto in carcere, disposta l’autopsia di Enrico Carta La Nuova Sardegna, 30 maggio 2026 Il recluso è spirato la notte scorsa. Improbabile l’ipotesi del suicidio e la procura affida l’incarico a un medico legale. Un alone di mistero avvolge la morte di un detenuto, avvenuta all’interno del carcere di Uta. Mirco Fiori, 45 anni di Bosa con numerosi precedenti penali e condanne passate in giudicato da scontare, è spirato nella notte tra giovedì 28 e venerdì 29 maggio, ma qualche circostanza ha destato dei sospetti, tanto che la procura di Cagliari ha disposto l’autopsia. Nei giorni scorsi non c’erano stati segnali che potessero far pensare a un suicidio e le condizioni della cella, oltre che quelle in cui è stato ritrovato il corpo senza vita questa mattina, non sembrano lasciar spazio a questa ipotesi. Per questo motivo e per valutare al meglio altri aspetti al momento ritenuti poco chiari della vicenda, il pubblico ministero Nicoletta Mari ha deciso di far effettuare l’autopsia. L’incarico al medico legale Roberto Demontis verrà assegnato domani mattina. I familiari del recluso, tra cui la madre e alcune sorelle, sono stati avvertiti immediatamente del decesso e hanno già nominato gli avvocati Anna Rita Violante e Vittorio Delogu per essere assistiti in qualità di parti offese. Il detenuto, che da Massama era stato trasferito nella casa di reclusione di Uta, aveva ricevuto nei giorni scorsi la visita in carcere proprio dell’avvocata Anna Rita Violante, con la quale si era sentito al telefono anche alcune ore prima della morte per una chiacchierata che faceva pensare a tutto tranne che ipotizzare di trovarsi di fronte a una persona che avesse in mente di uccidersi, il tutto avvalorato anche dal fatto che stesse portando avanti le pratiche per ottenere un riavvicinamento a Bosa con una nuova detenzione nel carcere di Oristano a Massama. Lecce. L’allarme della Garante: “Suicidi in carcere, situazione sempre più critica” Corriere Salentino, 30 maggio 2026 “Sovraffollamento e poco personale”. La Garante dei diritti delle persone private della libertà personale, professoressa Maria Mancarella, lancia l’allarme dopo i tragici suicidi dei due giovani detenuti stranieri nel carcere di Lecce: “Sono una drammatica conferma della grave situazione che, ormai da mesi, vive la Casa Circondariale di Borgo San Nicola, una struttura tra le più sovraffollate d’Italia. 1.419 detenuti a fronte di 787 posti regolamentari, con un tasso di sovraffollamento del 180%; 578 operatori di polizia penitenziaria su un fabbisogno di 742. Spesso nei diversi blocchi detentivi due soli agenti devono sorvegliare 270 ristretti in 4 sezioni diverse, poste su piani differenti, con gravi conseguenze sia in termini di disfunzionalità operative sia di carico di lavoro del personale, tutte di?coltà che ricadono drammaticamente sulla qualità della vita dei detenuti. Pochi operatori socioeducativi il cui organico, nominalmente al completo, risulta di fatto inadeguato a causa del grave sovraffollamento: nel carcere di Lecce ogni educatore ha in carico circa 110 detenuti, a fronte di una media nazionale di 1 educatore ogni 61 detenuti”. Le cifre sono oggettive e dipingono un quadro sempre più allarmante: “Quando i detenuti aumentano e gli operatori restano gli stessi, il tempo dedicato a ogni singola persona si azzera - continua la Garante - I pochi educatori presenti, sopraffatti dagli impegni formali assolutamente necessari (senza le relazioni degli educatori, la Magistratura di Sorveglianza non può concedere misure alternative o permessi), fanno fatica ad ascoltare le persone. Tutto questo ha gravi conseguenze sulla vita delle persone recluse, soprattutto quando sono giovani e straniere. I due detenuti che si sono tolti la vita nel carcere di Lecce nel mese di maggio sono giovani, 26 e 35 anni, e stranieri, privi di un supporto familiare, a volte anche di quello amicale; sono persone tra le più vulnerabili all’interno del sistema carcerario, dove l’assenza di legami si trasforma in disperazione”. È un tragico conteggio che impone una seria riflessione sulla situazione insostenibile in cui si trova Borgo San Nicola e in particolare sulle conseguenze di un sovraffollamento ormai cronico, che, accompagnato da una situazione sanitaria complessa e di difficile soluzione (la ASL di Lecce fatica a reperire professionisti disposti a lavorare in ambito penitenziario, i bandi ordinari emessi per la medicina interna e specialistica continuano ad andare deserti), genera gravi conseguenze sulla sicurezza e sui diritti fondamentali delle persone recluse. “Il sovraffollamento esaspera le tensioni, riduce gli spazi vitali, trasformando l’istituto in un luogo dove la dignità e la salute fisica e mentale vengono costantemente messe a dura prova - spiega la Garante - La solitudine e l’assenza di prospettive in particolare dei detenuti stranieri. Si tratta sempre più frequentemente di persone giovani, isolati dal contesto sociale, senza una rete di supporto familiare e con barriere linguistiche e culturali, che vivono la reclusione con un senso di isolamento ancora più profondo. La particolare vulnerabilità dei più giovani: la giovane età delle vittime interroga profondamente la società e le istituzioni sulla capacità del sistema penitenziario di farsi carico della fragilità. Il carcere dovrebbe avere una funzione rieducativa, ma quando la detenzione si riduce a mera afflizione e privazione dei diritti, abdicando al suo ruolo di reinserimento sociale, il carcere diventa un luogo di annientamento psicologico, trasformando la pena in una violazione del senso di umanità. Questi drammatici eventi non possono essere derubricati a tragiche fatalità, ma devono essere considerati un campanello d’allarme per l’intero sistema giudiziario e politico, che richiede interventi urgenti per decongestionare le strutture e potenziare l’assistenza medica e psicologica all’interno dei penitenziari”. Trento. Morta suicida in carcere a 21 anni, la storia di Abrar di Fabiana Marcolini L’Arena, 30 maggio 2026 Giovanissima, si era allontanata dalla famiglia. Arrestata durante il blitz in stazione, nel 2025 la prima condanna a 4 anni. Era giovanissima quando la sua vita ha preso una piega sbagliata, quella che l’ha allontanata dalla famiglia, l’ha avvicinata al ragazzo che non era un punto di riferimento o forse lo era. Ma anche quello era sbagliato. Abrar era nata a Cremona nel settembre 2004, aveva 19 anni quando in stazione si verificò il blitz che smantellò la gang responsabile di furti, rapine, aggressioni. E il suo nome figurava tra quelli per i quali il gip dispose la custodia cautelare in carcere. Giovanissima anche quando, un anno dopo, arrivò la prima condanna a 4 anni e due mesi per i fatti della stazione e non solo (un’aggressione, una rapina all’Adigeo, resistenza e ricettazione). Era a Montorio, aveva chiesto di essere curata, di andare in comunità. Era lei la “giovane donna di 21 anni detenuta per quasi due anni senza che la Magistratura abbia mai ritenuto di accordarle una misura meno afflittiva della custodia cautelare” alla quale la Camera Penale scaligera ha fatto riferimento nel comunicato con il quale annuncia l’astensione dalle udienze penali dal 23 al 25 giugno. Era Abrar che il 24 maggio, di domenica, ha tentato di uccidersi in una cella a Gardolo e che due giorni dopo è morta in ospedale. L’ennesimo suicidio in carcere che per i penalisti è la conseguenza di “un sistema che non dialoga con le reali esigenze delle persone detenute e che frappone ostacoli burocratici insormontabili all’accesso alle misure alternative e non garantisce la funzione rieducativa imposta dalla Costituzione”. I legali - “Non ricordo quando l’ho vista l’ultima volta a Montorio”, spiega uno dei legali che l’ha seguita e come conferma anche un suo collega: “Era una ragazza sorridente, le bastava la speranza di poter cambiare per accendere il sorriso. Ma aveva bisogno di essere curata, e lo aveva chiesto. La sua famiglia era disposta ad accoglierla a casa, ai domiciliari e avevamo preso contatti con il Serd di Cremona ma le risposte non sono mai arrivate”. Un peso che è diventato insopportabile quando alla prima condanna si erano aggiunti i 3 anni e mezzo per altri piccoli furti aggravati dalla violenza, ovvero rapine, commessi poco prima del suo arresto, l’ultimo ai primi di luglio del 2024. E gli anni da scontare erano diventati poco più di sette. “Le è crollato il mondo addosso, considerando che i fatti erano vicini e con le medesime modalità sarebbe stato forse possibile applicare la continuazione”, prosegue il legale. Entrambe le condanne sono diventate definitive e Abrar è stata trasferita, la famiglia aveva nominato difensori diversi, di Trento e Bolzano, affinché potessero essere più a contatto con lei. Un ambiente forse diverso ma il carcere resta tale e la prospettiva di poter avere una seconda possibilità dopo quasi due anni si era ristretta. Una situazione, quella dei detenuti, che i penalisti scaligeri avevano sollevato sin da dicembre 2025 lamentando, tra le numerose disfunzioni, anche i lunghi tempi di attesa sulle istanze di misure alternative. Per questo il 9 marzo era stato proclamato lo stato di agitazione per la situazione del tribunale di Sorveglianza di Venezia e Verona e “non essendo pervenuto alcun riscontro” si asterranno dalle udienze. Tardi per Abrar. Prato. Violenze sessuali e torture in carcere tra detenuti: tre processi in corso La Nazione, 30 maggio 2026 Quattro detenuti rinviati a giudizio dal Gip per violenza sessuale e tortura. I fatti sono avvenuti tutti nel carcere “La Dogaia” negli ultimi anni e testimoniano il clima di violenza che caratterizza l’istituto. Il procuratore capo Luca Tescaroli ha reso note le decisioni del Gip. Il primo caso riguarda un cittadino marocchino di 39 anni che ha torturato un detenuto italiano nativo di Pagani (in provincia di Salerno) di 47 anni, provocandogli acute sofferenze fisiche e un trauma psichico: l’uomo veniva svegliato di notte con il pretesto che russava, percosso abitualmente, bruciandogli le foto dei familiari, minacciandolo e offendendolo, rovesciandogli addosso il bidone della spazzatura, costringendolo a subire violenza sessuale e umiliazioni. Il detenuto, alla fine di queste ripetute violenze, ha riportato la tumefazione del setto nasale con escoriazione alla narice destra, al padiglione auricolare e all’emitorace destro, giudicate guaribili in prima battuta in 10 giorni. Il processo per il detenuto marocchino inizierà il prossimo 13 luglio. Il secondo episodio vede protagonisti altri due detenuti, rispettivamente, di 37 anni di Salerno e di 48 anni Marcianise, che hanno torturato un detenuto omossessuale, tossicodipendente alla prima esperienza carceraria, sottoponendolo a violenza sessuale di gruppo nell’arco temporale compreso tra il 12 e il 14 gennaio 2020, all’interno della camera detentiva 111 della quinta sezione, ove tutti erano ‘ristretti’. L’uomo è stato picchiato con schiaffi, pugni su braccia e spalle e ginocchiate all’addome e alla schiena, offeso verbalmente e sottoposto a violenza sessuale, a turno, quando gli agenti di polizia penitenziaria non erano nell’area. Le violenze fisiche sono andate avanti per giorni sino a colpirlo con mazze di legno sulle braccia e sulle gambe e persino con una pentola rovente sulla testa. Il detenuto ha riportato gravi lesioni, fra le quali, la frattura composta della sesta costola destra, lividi ed ematomi su più parti del corpo, lacerazione del canale anale e seri problemi psicologici con sintomatologia perdurata per quattro mesi dai fatti. L’udienza è fissata per il prossimo 10 luglio. La terza vicenda fa riferimento ad un’altra brutale violenza sessuale posta in essere, a più riprese, nel settembre 2023 da parte di un detenuto di nazionalità brasiliana di 33 anni, nei confronti del compagno di cella, anche lui 33enne, di nazionalità pachistana. Secondo l’ipotesi formulata dalla Procura e condivisa dal Gip, in due occasioni, l’autore, dopo aver svegliato la vittima con un calcio in faccia, gli intimava di tacere, l’afferrava per il collo con la minaccia di tagliarle la gola con un rasoio e lo violentava. Il dibattimento inizierà il 23 ottobre 2026. Fondamentale, si è rivelato in tutti i casi il coraggio di denunciare gli aggressori. Catania. “Nelle carceri allarme per sovraffollamento e salute mentale”, l’allarme di Ladelfa freepressonline.it, 30 maggio 2026 Nel corso degli ultimi mesi sono stati annunciati grandi cambiamenti per le carceri di Catania, tenendo conto anche di quello che sta succedendo sul piano nazionale. Sempre più frequentemente, infatti, si parla di sovraffollamento e soprattutto di poco personale impiegato nel sostegno e nella gestione quotidiana dei detenuti. Tempo fa, ad esempio, il Comune di Catania ha deliberato la nomina del nuovo Garante dei detenuti. Il suo sarà un compito molto importante: aiutare i detenuti all’interno delle carceri nel tentativo di fornire tutto il supporto di cui hanno bisogno, ascolto e soprattutto accompagnare la persona in questione verso un reinserimento in società, liberandosi del marchio di “ex detenuto”. Importante da questo punto di vista è il lavoro che viene svolto anche dall’Associazione Radicale Nessuno Tocchi Caino, nella figura del responsabile Sergio D’Elia, e anche dal Dottore Enrico Ladelfa, ex Direttore facente funzioni psichiatria forense e penitenziaria Asp di Catania e responsabile psichiatria unità US psichiatria Territoriale Catania Sud, il quale in questi anni ha fornito un contributo considerevole in qualità di specialista proprio nelle carceri catanesi. Nel momento in cui si fa riferimento alla situazione delle carceri catanesi, la risposta di Ladelfa arriva in modo chiaro: “Si tratta di esseri umani che hanno sbagliato, ma che hanno comunque emozioni, affetti, bisogni. C’era chi raccontava: “Non vedo mia moglie da anni, non ho un rapporto, non dico sessuale, ma neanche emotivo, e mi mancano i miei figli”. In generale, la situazione di Catania, come quella di tutte le carceri italiane, risente purtroppo di un sistema giudiziario e carcerario arretrato”. Successivamente, viene ricordato come l’Italia rimanga comunque la patria del diritto, tenendo conto del diritto romano, pietra miliare in campo giuridico, ma nonostante il tempo trascorso si evidenzia sempre di più una carenza nell’organizzazione e nell’apertura delle idee: “Restiamo ancorati a vecchie leggi, vecchi ordinamenti, e per cambiare davvero servono anni. Non basta una legge”. Piazza Lanza, dunque, rimane uno dei centri con più criticità sul territorio catanese: “A mio modesto parere, le carceri sono anche piene di povera gente, di poveri che non possono permettersi un buon avvocato, mentre chi ha del denaro riesce più facilmente a evitare il carcere o comunque ad avere uno sconto attraverso strumenti diversi, così come nel caso dell’assistenza legale. Il povero disgraziato che magari sbaglia trova la strada tutta in salita. C’è sempre un rovescio della medaglia”. Il professore, poi, fa riferimento alla necessità di avere una nuova riforma del sistema giudiziario e del sistema carcerario, sottolineando il fatto che questo deve essere quanto più possibile umanizzato. Motivo per cui, infatti, si sta cercando di lavorare sempre più attivamente sul miglioramento delle condizioni dei detenuti nelle carceri, ed è proprio per questo che in passato è stata istituita la figura del garante, la quale ben presto arriverà anche a Catania. Il supporto psichiatrico e psicologico, poi, secondo Ladelfa, esiste già, ma a quanto pare risulta purtroppo ancora oggi insufficiente. Con particolare attenzione a Piazza Lanza viene riferito quanto segue: “C’è solo un medico che però esercita sia a Caltagirone sia, a volte, anche a Bicocca. A oggi ci sono pochissimi psicologi, altrettanto pochi specialisti, sempre meno di quelli che servirebbero davvero. Tutto questo anche perché spesso non ci sono medici strutturati, di ruolo, pienamente inseriti. È una situazione incresciosa. Eppure, il rischio di suicidio è altissimo, soprattutto nei primi giorni per chi non è mai stato in carcere”. Lo specialista, infatti, sottolinea come nel 2025 siano già stati registrati 85 suicidi, alcuni dei quali si sono verificati proprio a Catania, circa cinque: “Dopo la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari, con le riforme degli ultimi anni, si è cercato di sostituire quel modello. Lo Stato non ha davvero costruito abbastanza strutture pubbliche. E quella enorme carenza è stata colmata dalle comunità protette private convenzionate”. Tenendo conto di quanto detto, dell’attuale situazione delle carceri catanesi e italiane, si dovrebbe lavorare più attivamente su percorsi sociali, sottolinea l’esperto, avere comunità terapeutiche assistite e servizi territoriali: “Il giudice può disporre arresti domiciliari, libertà vigilata, inserimento in comunità. I servizi territoriali però sono deboli e sotto organico, con pochi medici e psicologi. E allora diventa difficile seguire davvero queste persone nel reinserimento”. In questo quadro, poi, si inserisce anche la lunga lista d’attesa nei servizi di salute mentale, dove le criticità rimangono sempre le stesse: pochi operatori, pochi educatori, pochi psicologi. Il tutto senza mai dimenticare che questo rimane comunque un lavoro particolarmente difficile e a tratti persino pericoloso. Nello scenario generale, poi, non si trovano soltanto le difficoltà di Piazza Lanza, ma anche quelle di altri istituti penitenziari, come nel caso di Bicocca, Giarre e Caltagirone: “Giarre è più piccolo. C’è anche il carcere minorile, dove ci sono ragazzi che fanno veramente tenerezza: quindicenni che hanno ucciso il compagno di scuola accoltellandolo, o il padre. Sono bambini cresciuti troppo in fretta. Caltagirone ha gli stessi problemi: sovraffollamento, carenza cronica di personale sanitario, poco sostegno. E non dimentichiamo che la problematica dei suicidi non coinvolge soltanto i detenuti, ma anche gli agenti di Polizia Penitenziaria, così come Carabinieri e altro personale. È un lavoro estremamente stressante”. Nel corso degli ultimi 25 anni la situazione sembra però lievemente migliorata, sottolinea il professore, “perché esiste un servizio di medicina penitenziaria e se un detenuto ha problemi cardiaci, respiratori o di altro tipo viene in qualche modo seguito”. Nonostante tutto, però, l’assistenza ai detenuti continua a essere un tassello molto importante e andrebbe comunque migliorata sotto molteplici punti di vista: “C’è più attenzione verso i detenuti con problemi psichiatrici, vengono inseriti in percorsi dedicati quando il giudice riconosce che hanno bisogno di cure e non soltanto del carcere. Però resta tutto insufficiente, perché mancano personale, risorse e strutture”. Ecco perché questo riporta inevitabilmente al problema del sovraffollamento di Piazza Lanza, insieme alla presenza di tanti detenuti alla prima esperienza in carcere. Accanto al poco organico vi è anche la mancanza di personale per la riabilitazione, soprattutto educatori: “Il sistema andrebbe completamente riordinato. Servirebbero più pene alternative, più lavoro socialmente utile, più percorsi di recupero”. Concorezzo (Mb). Riscatto per i detenuti, la cura del verde favorisce l’inclusione di Barbara Calderola Il Giorno, 30 maggio 2026 Unire la cura del territorio al riscatto sociale, trasformando la pena in un’opportunità concreta sia per chi ha sbagliato sia per la comunità. Concorezzo ha ufficializzato l’adesione al progetto europeo “Reti di inclusione sostenibile-Green jobs e cittadinanza attiva”, un’iniziativa ad ampio raggio che mira ad ammettere nel tessuto lavorativo persone condannate per reati minori o ammesse a misure alternative alla detenzione. I primi inserimenti operativi scatteranno il prossimo autunno e vedranno i partecipanti impegnati in prima linea in attività essenziali per la cittadinanza: dalla manutenzione ordinaria del verde pubblico alla pulizia di strade, parchi e giardini, fino a interventi più ampi a tutela del decoro urbano. Il piano, tuttavia, non si limita alle mansioni base: secondo i profili e le attitudini, l’amministrazione prevede infatti la possibilità di attivare percorsi personalizzati a carattere più tecnico e specializzato, valorizzando le competenze pregresse di ciascun lavoratore. Per garantire massima efficacia degli interventi e totale sicurezza dei cittadini, ogni operatore sarà affiancato passo dopo passo da un tutor interno del Comune, una figura chiave che avrà il compito di monitorare ogni giorno l’attività e facilitare l’approccio all’ambiente professionale. Un’operazione virtuosa che, tra l’altro, viene realizzata a costo zero per le casse municipali. Il progetto, promosso da AnciLab e finanziato dal Fondo Sociale Europeo nell’ambito della programmazione della Politica di Coesione 2021-2027, si sviluppa attraverso una rete tra istituzioni locali e Terzo settore, che vede coinvolti anche Anci Lombardia, la Cooperativa Sociale Pandora e i Comuni alleati di Desio e Cinisello Balsamo, con un focus strategico orientato proprio verso i cosiddetti “green jobs” e i mestieri legati alla transizione ecologica. “Abbiamo aderito con convinzione a questo protocollo, certi della validità di una visione che unisce utilità pubblica, inclusione e responsabilità civile, generando ricadute positive sull’intero territorio - dice il sindaco Mauro Capitanio -. Il fatto che si parli di reati di lieve entità e che ogni lavoratore sia seguito da un tutor garantisce un percorso strutturato, sicuro e utile sia per il singolo, che sperimenta una reale occasione di responsabilizzazione, sia per la collettività”. Udine. “In carcere per dare assistenza spirituale ai detenuti islamici” di Camilla De Mori Il Gazzettino, 30 maggio 2026 Cisint (Lega): “Non si deve fomentare il fanatismo”. Il presidente di Islam è luce: “Un progetto che vorremmo realizzare, non siamo radicali”. Stiamo cercando il modo per entrare anche dentro il carcere a dare assistenza spirituale ai detenuti di fede islamica”. Baba Crachi, presidente dell’associazione Islam è luce, un piccolo centro che ha sede nell’area di viale Ungheria a Udine, enuncia così uno dei progetti del sodalizio, che attualmente conta ufficialmente “cinque soci, ma siamo internazionali. Siamo aperti a tutti: fra di noi ci sono anche italiani oltre ad africani, afghani, pakistani e algerini”. In un foglio, l’“associazione culturale e spirituale “Islam è luce” ha elencato il suo programma, fra cui figurano insegnamenti sull’Islam, confronto fra le diverse religioni, madrasa (ossia scuola islamica) per bambini, 5 preghiere quotidiane inclusa la preghiera del venerdì, accompagnamento di extracomunitari in Questura, distretti sanitari e uffici comunali, compilazione di documenti per chi non capisce l’italiano, accompagnamento ai colloqui di lavoro e, oltre ai consigli matrimoniali, “visite in carcere per consigliare i detenuti”, per l’appunto. “Abbiamo scritto quello che abbiamo intenzione di fare. Vogliamo cercare il modo. Non siamo nascosti. Il vescovo di Udine è venuto a trovarci. Abbiamo registrato tutto in Agenzia delle Entrate, abbiamo un buon rapporto con i consiglieri di Udine. Siamo cittadini italiani, non clandestini”, premette Crachi. Le visite in carcere, spiega, non sono ancora una realtà, ma fanno “parte del nostro progetto. Stiamo cercando un modo per entrare anche in carcere. Abbiamo saputo che ci sono tanti giovani musulmani detenuti, che chiedono assistenza spirituale. Stiamo cercando il modo per entrare”. Il presidente dell’associazione Islam è luce spiega di essere entrato in contatto anche con la comunità cattolica. “Abbiamo parlato di organizzarci per andare insieme a pranzare dentro il carcere. Poi, da lì si cercherà un accordo per poter andare a visitare ogni tanto i detenuti, se possibile anche una volta a settimana, per dare consigli spirituali, non per predicare l’Islam. Noi non siamo radicali”. Indirettamente, risponde così anche alle perplessità sollevate dall’europarlamentare leghista Anna Maria Cisint, che parte proprio dal caso udinese e dal progetto di entrare in carcere per fare visita ai detenuti per partire all’attacco allargando l’orizzonte a una prospettiva più ampia e a una disamina molto più generale. Con un’interrogazione pronta a finire sul tavolo del ministro della Giustizia. “La radicalizzazione nelle carceri è oggi considerata uno dei principali fattori di rischio per il terrorismo interno in Europa. E noi lasciamo che siano pseudo-imam, provenienti anche da moschee fuori controllo a dispensare “consigli” ai detenuti? Questo accade perché manca ancora un’Intesa, come previsto dalla Costituzione, fra Islam e Stato italiano e regole chiare per disciplinare l’esercizio del culto islamico in Italia. Regole che invece sono contenute nel pacchetto “anti-radicalizzazione” che come Lega abbiamo elaborato e depositato Parlamento, che sta solo aspettando di essere approvato”, rileva Cisint. L’europarlamentare rammenta che “la nostra proposta prevede, tra i vari punti, un registro nazionale dei ministri di culto, con controlli rigorosi su prerequisiti, formazione, finanziamenti, attività svolte e comportamenti. Perché oggi, in assenza di regole serie, il rischio è enorme: imam radicalizzati, privi di qualsiasi controllo, che già nelle moschee abusive diffondono messaggi incompatibili con i nostri valori, le nostre leggi e i principi democratici, finiscono così per indottrinare anche i detenuti stranieri. Significa trasformare le nostre carceri in luoghi in potenziali focolai di fanatismo”. Da qui la scelta di portare il caso in Parlamento: “Per questo, insieme ai colleghi della Lega che siedono in Parlamento, presenteremo un’interrogazione al Ministro della Giustizia per accertarci che tali soggetti non entrino nei nostri istituti penitenziari. Allo stesso tempo ribadiamo l’urgenza di approvare la nostra proposta di legge”. Vercelli. Soroptimist promuove il progetto “Libere in cucina” nella Casa circondariale La Sesia, 30 maggio 2026 Promosso un corso di formazione di base culinaria per favorire il reinserimento sociale. Prosegue con nuove proposte il progetto nazionale “Si sostiene…In carcere”, nato nell’ ottobre 2017 per sostenere donne fragili come le detenute in percorsi di formazione professionale e lavorativa all’interno delle carceri italiane, in collaborazione con le Direzioni degli Istituti Penitenziari e grazie al protocollo sottoscritto con il Dipartimento Amministrazione Penitenziaria del Ministero Giustizia. In coerenza con le finalità del Soroptimist, il progetto intende offrire alle detenute l’opportunità di imparare un lavoro che possa favorire il raggiungimento di un’autonomia economica, in vista del reinserimento sociale una volta terminato il periodo di detenzione. Nel corso degli anni, in collaborazione con altri club piemontesi (Alto Novarese, Biella, Novara, Valsesia, Verbano), presso la sezione femminile del carcere di Vercelli sono stati attivati corsi di sartoria, di coltivazione e lavorazione delle erbe aromatiche, di gelateria di base; tali corsi hanno raggiunto ottimi risultati sia per la partecipazione numerosa delle detenute sia per la loro una maturazione personale nell’ambito del percorso riabilitativo. Quest’anno il progetto prevede un corso di formazione di base culinaria, “Libere in cucina”, coordinato dal maestro chef Matteo Scibilia, docente e formatore di tecniche di cucina e ristorazione. Con la consueta collaborazione dei Club vicini e della direzione della Casa circondariale di Vercelli e con il patrocinio di Fipe-Ascom di Vercelli, il corso si svolgerà tra il 9 e il 25 giugno e interesserà dodici detenute. “Siamo certe - dichiara la presidente del Soroptimist di Vercelli, Patrizia Longo - che questa esperienza permetterà alle partecipanti di acquisire competenze concrete, che faranno riscoprire creatività, autonomia e fiducia in sé stesse, e migliorerà le relazioni e l’integrazione sociale all’interno della struttura”. Torino. “Andarsene”, l’emozione dei detenuti di evadere con il teatro di Maura Sesia La Repubblica, 30 maggio 2026 La compagnia Teatro e società diretta da Claudio Montagna porta in scena uno spettacolo dentro il carcere Lorusso e Cutugno. Emozione. Tanta. In platea e sul palco, in questa bella sala nella Casa Circondariale Lorusso e Cutugno, il carcere della periferia di Torino dove da 33 anni la compagnia Teatro e Società diretta da Claudio Montagna conduce laboratori teatrali che sfociano in spettacoli aperti al pubblico, con le dovute cautele. Non si decide all’ultimo di vedere uno spettacolo in carcere. Ci si accredita con settimane di anticipo. Per accedere alla platea si superano cancelli e corridoi, accompagnati dal corpo di polizia penitenziaria che in questo lunedì di maggio ancora non torrido è composto da uomini e donne giovani, gentili, sorridenti. Un brivido nell’attraversare i cancelli. L’inquietudine nel guardare dal cortile le finestre e nello sbirciare, cammin facendo, le pareti, c’è qualche quadro, ci sono le porte del reparto sanitario dove visitano gli specialisti. Ci si perde. Il teatro negli istituti penitenziari è entrato da decenni, ma solo dal 2011 esiste il Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere, per difendere il valore salvifico dell’attività culturale. E ai detrattori servirebbe sperimentare questa esperienza, entrare per vedere i detenuti alla prova del palcoscenico. Quanto significa per queste persone, ciascuna con un passato di cui non sappiamo, e non ci interessa. Siamo qui per ascoltare una storia, in cui vanno a confluire tanti e meritori progetti. Due scuole superiori, il Primo Liceo Artistico e l’Istituto Plana, hanno classi di studenti dentro il carcere. Gli interpreti dell’opera andata in scena l’ultima settimana di maggio, “Andarsene? Quando un volo serve a non partire”, sono studenti del Primo Liceo Artistico in esecuzione penale. Persone di ogni età. Alla pièce partecipano anche l’attore Diego Coscia e l’attrice Margherita Data Blin, oltre ad alcuni studenti universitari, di cui una nel ruolo della suggeritrice. La si intravede seduta dietro la quinta a sinistra dello spettatore. È una figura preziosa perché il tempo delle prove è esiguo e spesso, per svariati motivi, il cast cambia. Un permesso premio, una pena che finisce, un altro impegno di lavoro all’interno. Così, dall’elaborazione del copione, che nasce da numerose suggestioni ma è poi redatto da Claudio Montagna e Diego Coscia, alla distribuzione delle parti e alla messinscena definitiva tante cose possono cambiare e ci si deve adattare. La drammaturgia qui è ambiziosa, ma risente della solida esperienza di teatrante di Claudio Montagna. E dunque tout se tient. Un contesto tra il concreto e il surreale, una sala d’attesa in aeroporto, arrivano via via curiosi viaggiatori, sono accompagnati da sagome di legno (realizzate dagli studenti del Plana coordinati dallo scenografo Claudio Cantele del Teatro Stabile di Torino), un simpatico addetto alla comunicazione, sostituendo la voce registrata, informa dei ritardi. Sorride, fa dlin dlon e poi cita orari sempre più astrusi sulla partenza di un aereo fantasma che mai partirà. Dlin dlon. I viaggiatori sono casi umani, nella commedia dell’arte sarebbero tipi fissi. C’è chi lascia l’amore. C’è chi lascia il paese. C’è chi vorrebbe lasciare il fratello da cui non si è mai separato. C’è l’odiatore non da tastiera ma de visu che risulta particolarmente simpatico. E l’aereo tarda. E nella sala serpeggia l’aggressività. All’ennesimo avviso scoppia un pandemonio vissuto però al rallentatore. Poi arrivano i politici, quello di qua e quello di là. Un po’ Ionesco, un po’ Beckett. I politici si insultano ma dicono la stessa cosa ribaltandola e alla fine a telecamere spente si stringono la mano. Già, c’è anche un servizio televisivo. E poi, non si parte ma è come si partisse. Alla scoperta di sé. E qualcuno si emoziona a tal punto da non trattenere le lacrime, qualcuno dice che non ci ha capito niente, qualcuno torna, al paese, all’amore, al fratello. Buio. Luce. Escono prima gli attori. Occhi lucidi, fiato corto, un’emozione forse mai provata, qualcosa di prezioso da conservare, per noi, per loro. Cooperazione sociale: “Non siamo anime belle, è l’economia del futuro” di Paolo Foschini Corriere della Sera, 30 maggio 2026 Più di mille realtà, oltre 70 mila lavoratori, quasi due miliardi e mezzo di fatturato: sono i numeri di Confcooperative Federsolidarietà Lombardia. E la presidente Maria Grazia Campese commenta: “Non siamo una nicchia profetica. Siamo il modello imprenditoriale per costruire una economia non solo diversa ma migliore per tutti”. Alcuni numeri: 1.092 cooperative sociali, 58.164 soci, 72.658 lavoratori, quasi due miliardi e mezzo di fatturato con una crescita del 33% in sei anni. Altri numeri: 12 mila educatori nelle scuole, più di 6.500 persone svantaggiate inserite al lavoro (sempre negli ultimi sei anni +24%). Il commento: “Non siamo una nicchia profetica. Siamo un modello imprenditoriale che contribuisce a costruire una economia non solo diversa ma migliore per tutti”. I numeri sono di Confcooperative Federsolidarietà Lombardia. Il commento è di Maria Grazia Campese che da pochissimo ne è la nuova presidente. Un sistema che attraverso i servizi sociosanitari accreditati in Regione garantisce tra l’altro il 30% dell’assistenza domiciliare integrata, il 32 delle residenze per persone con disabilità, il 20 degli hospice, il 15 delle Rsa. “Un pilastro del welfare lombardo”, sintetizza lei senza girarci intorno. “Ma ci sono settori - prosegue - in cui tutti dobbiamo impegnarci ancora di più”. Quali? “Il primo è quello della salute mentale, di cui vediamo l’emergenza nei fatti di cronaca che mettono in luce solo la punta dell’iceberg e sono la spia di allarme del vero problema alla base, cioè la solitudine delle famiglie. È un tema che ha bisogno di una grande riforma seria, in una logica di efficacia concreta. Il secondo fronte è quello dei minori, a tutti i livelli. Per i quali manca, come per il disagio mentale, una vera politica sistematica e strategica di vicinanza e accompagnamento”. E perché manca? “Perché minori e persone con disagio mentale sono due categorie che non votano. E per questo invece la cooperazione sociale può fare molto. Perché non lavora per il consenso ma per rispondere a bisogni reali delle persone”. Con quali strumenti? “Il primo è la capillarità. La cooperazione sociale è presente in pratica ovunque, dalle grandi città alle zone montane più distanti dai servizi. E copre tutti gli ambiti, fragilità e famiglie, lavoro e housing. In un momento di polarizzazione e crescita delle disuguaglianze. Il secondo è il dialogo che abbiamo in corso con Regione Lombardia per mettere a sistema, come si dice, le esperienze positive che pure esistono e che vanno non solo valorizzate ma moltiplicate”. Bello a dirsi, ma è economicamente sostenibile? “Non solo sostenibile: è economicamente vantaggioso per tutti. È solidarietà, che abbiamo nel nome, ma stando sul mercato. E forse anzi è in primo luogo il mondo stesso della cooperazione a dover fare un ulteriore passo di maturità e rendersi consapevole di non essere una realtà che mette pezze di riparazione là dove serve - il che peraltro succede eccome - ma un attore politico che, ripeto, propone un modello imprenditoriale con finalità pubblica capace di generare bene comune, inclusione lavorativa, impatto sociale. Che funzioni lo dicono i numeri di cui sopra”. Si chiamerebbe economia sociale, il Piano nazionale pareva partito in quarta in autunno: sparito dai radar. “E ci siamo arrivati dopo due sollecitazioni da parte dell’Europa. L’approvazione del Piano è il riconoscimento di un ecosistema pari a quello di altri settori. Ma anche su questo in Lombardia ci stiamo muovendo come sistema: su circa 320 mila occupati nell’economia sociale lombarda oltre 200 mila lavorano nel mondo cooperativo e nel report La Lombardia in Europa il settore Proximity and social economy è al quarto posto con 32,4 addetti ogni mille abitanti, appena sotto il turismo e sopra il Mobility transport automotive. Mi piace ricordare che il vicepresidente regionale Marco Alparone, all’ultimo incontro sul tema promosso da Fondazione Triulza il 14 maggio scorso, ha annunciato che la Lombardia avrà un suo Piano regionale per l’economia sociale appena sarà portato a terra quello nazionale. Speriamo a breve”. Come si concilia la parola solidarietà, che appunto avete nel nome, con questo tempo di muri? “Se c’è un tempo in cui c’è bisogno di cooperazione sociale è proprio questo. Come antidoto al metodo della sopraffazione e del sopruso. Per impedire che oltre a essere purtroppo praticato venga anche, oggi è il rischio più grave, legittimato”. Nei Centri di salute mentale mancanza di risorse, di organizzazione e serietà di Cristina Zibellinic Il Fatto Quotidiano, 30 maggio 2026 A Roma, la cura del paziente psichiatrico è un percorso a ostacoli praticamente insormontabile, anche per i parenti diversamente sani del soggetto. Non esiste una segreteria psichiatrica: se si chiama il centralino risponde, quando risponde, il custode del complesso di edifici in cui è collocato anche il servizio psichiatrico. Non c’è alcuna trasparenza sull’organizzazione del servizio, i suoi responsabili. Non esiste un servizio di accoglienza e i casi di urgenza sono considerati quelli pericolosi per il paziente o per l’incolumità altrui e rinviati al 118, che conduce il paziente al pronto soccorso di un ospedale qualsiasi. Se il disagio non è, al momento, da trattamento sanitario obbligatorio, ma è solitudine psichica, angoscia per un senso di totale vuoto, l’incapacità a modificare la condizione esistente, risponderà con aggressività un/a infermiere/a che dirà che lo/a psichiatra non c’è, di richiamare il giorno successivo e se il parente proverà a chiedere di aiutare in quel momento doloroso il congiunto, la risposta sarà che “non sono badanti h24”. Il problema è che non c’è ascolto né supporto neppure un’ora a settimana. Lo/a psichiatra vede il malato, non la persona con la sua malattia, per prescrivere i farmaci, una volta al mese. La posizione soggettiva degli specialisti è spesso di liberarsi da eventuali responsabilità, con interventi che mirano a scaricare totalmente sulla famiglia l’accudimento della persona, anche con interventi minacciosi, “non può restare solo/a”, senza fornire una pur modesta chiave nel merito psichiatrico, mettendo in atto un comportamento di potere, rendendo un dramma il quotidiano di chi ama il proprio congiunto, invece di fornire un servizio, che non può avere efficacia se non animato dalla volontà di comprendere e aiutare. L’omicidio del giovane Sako Bakari, in un meridione d’Italia dimenticato dalle istituzioni, appare l’espressione di un totale cedimento di una via umana alla complessità di questo epilogo epocale, ove risulta difficile scorgere anche solo un indizio della dimensione del tragico capace di aprire alla catarsi. Il gesto omicida del giovane El Koudry conferma la crisi, e pur rimanendo maggiormente ancorato a una dimensione storico-politica, è agghiacciante per l’indifferenza delle istituzioni alla vita di cittadini inermi e di un cittadino lasciato solo con la sua rabbia. I minorenni di Taranto devono pagare duramente per aver tolto la vita a un uomo che stava cercando di vivere, ma come El Koudry avevano diritto a che le istituzioni si curassero di loro prima che arrivassero a compiere un gesto irreparabile. Non conosco le storie dei minorenni di Taranto, né quella del giovane di Modena. Non ho, tuttavia, dubbi sulla solitudine morale e materiale in cui una famiglia, magari già di per sé problematica, amici, insegnanti e qualsiasi persona di buona volontà si vengano a trovare laddove il sociale produce difficoltà soggettive e devianza. La malattia dell’anima, il suo intrecciarsi con le tante questioni sociali dell’oggi, le conseguenze drammatiche per la sofferenza di milioni di persone e per chi, a sua volta, ne può diventare vittima, non sembrano all’ordine del giorno delle agende dei partiti politici. Faccio appello alle formazioni progressiste, ma anche a quelle di destra con un minimo di senso di civiltà, perché considerino questa questione meritoria di riflessione e fondi. Non ultimo, occasione seria di lavoro, in primis per i giovani. Migranti. Modificata norma che prevedeva il pagamento agli avvocati per convincere al rimpatrio di Giulia Merlo Il Domani, 30 maggio 2026 Il testo era stato approvato con la fiducia e in sede di conversione è stata modificata la previsione di dubbia costituzionalità: il compenso rimane, ma non sarà solo per gli avvocati ed è svincolato dal buon esito della pratica. Dopo le moltissime polemiche e lo scontro con l’avvocatura istituzionale, il governo ha corretto la norma contenuta nel decreto Sicurezza che prevedeva di legare un compenso di 615 euro agli avvocati al fatto che coadiuvassero la procedura di rimpatrio volontario per i loro assistiti migranti. L’articolo aveva sollevato profonda indignazione da parte di tutta la categoria forense e anche del Consiglio nazionale forense, che era indicato come l’ente che avrebbe dovuto erogare i pagamenti. Ora la commissione Affari costituzionali del Senato ha dato il primo ok al nuovo decreto Rimpatri, che dovrà essere convertito in legge entro il 23 giugno, ed è stata corretta proprio la norma sui rimpatri volontari assistiti. Nel testo rimane il compenso per le pratiche di rimpatrio, ma non è più esclusivamente destinato agli avvocati ed è indipendente dal buon esito della pratica del rimpatrio. Ora il testo passa all’aula, con il voto contrario delle opposizioni. Il Consiglio Nazionale Forense ha espresso soddisfazione per il recepimento dei rilievi espressi dall’ente, visto che il testo “prevedeva un ruolo dell’istituzione dell’avvocatura che non rientra tra i compiti che la legge le assegna”. Migranti. No al Cpr in Campania, oggi l’assemblea a Castel Volturno di Fabrizio Geremicca Il Manifesto, 30 maggio 2026 Gli attivisti: “La sicurezza si costruisce garantendo lavoro, casa e salute”. A Pescopagano, una località a pochi chilometri dal centro di Castel Volturno, c’è la chiesa affidata a Daniele Moschetti, missionario comboniano di origini lombarde, che è approdato in Campania dopo aver vissuto in Sudan e nella baraccopoli di Korogocho, in Kenya. È una delle roccaforti del no al Centro di permanenza per i rimpatri (Cpr) che il ministro Piantedosi vuol realizzare a Castel Volturno. Una struttura da 120 posti che è figlia di un progetto di 43 milioni messo a bando da Invitalia e che, sulla base del decreto Cutro, è considerata strategica per la difesa nazionale. Significa deroghe a pioggia relativamente alle norme urbanistiche e paesaggistiche. Il Cpr dovrebbe essere edificato a La Piana, una località naturalisticamente pregiata che è gestita attualmente dai carabinieri per la biodiversità. Un sito strategico per gli uccelli in migrazione ed un potenziale attrattore di un turismo. “C’è anche questo aspetto di incredibile gravità”, sottolinea il comboniano Moschetti alla vigilia dell’assemblea promossa oggi nel centro Fernandes dal fronte del No. All’appuntamento parteciperanno il presidente della Campania, Roberto Fico, che alcune settimane fa ha pubblicamente espresso il no della Regione al progetto, e Pietro Lagnese, vescovo di Caserta ed arcivescovo di Capua. La Chiesa, con le associazioni attive da diversi anni in progetti di inclusione e accoglienza dei migranti, è la spina dorsale di un dissenso al quale alla fine si è dovuto adeguare pure il sindaco Pasquale Marrandino. Un paio di settimane fa, di ritorno da un incontro a Roma con Piantedosi, il primo cittadino ha annunciato in una diretta facebook di aver detto all’esponente del governo Meloni che il Cpr non è ciò di cui ha bisogno il territorio. Non ha peraltro chiarito quale sia stata la risposta del ministro. Il sindaco tornerà tra qualche giorno nella Capitale e il timore di alcuni dei suoi concittadini è che il miraggio di una legge speciale per Castel Volturno, con relativi finanziamenti, possa ammorbidire la sua posizione. Intanto, però, il consiglio comunale si è espresso anch’esso per il no, con un documento approvato quasi all’unanimità. Moschetti seduto a una scrivania della sacrestia della chiesa di Pescopagano parla delle attività che sono state promosse negli anni: la scuola d’italiano per gli stranieri, l’educazione ambientale, le distribuzioni di cibo durante la pandemia, l’interlocuzione con gli amministratori per migliorare la raccolta differenziata e tanto altro. Lo ascoltano Teresa Cappotto e Angelo De Nicola, due napoletani che hanno casa a Pescopagano. Raccontano che per quel territorio vedono un futuro differente da quello di carcere per i migranti. Sostengono che con 43 milioni si potrebbero realizzare interventi e servizi ben più utili, a beneficio degli italiani e degli stranieri: il miglioramento delle fogne, l’installazione di telecamere per la sicurezza, il potenziamento delle linee dei bus, centri di aggregazione come cinema, teatri, impianti sportivi. Oggi anche loro parteciperanno all’incontro anche gli attivisti dell’ex Canapificio di Caserta. “La vera sicurezza - sottolineano - non si costruisce con le sbarre, ma combattendo lo sfruttamento e garantendo il diritto al lavoro, alla casa ed alla salute”. Chiedono per Castel Volturno “una storia di riscatto e non di sopraffazione”. Migranti. Caso Almasri, due ricorsi alla Cedu contro il governo italiano di Michele Gambirasi Il Manifesto, 30 maggio 2026 Le risposte entro il 18 settembre: tra le presunte violazioni anche l’immunità dei ministri. Il caso è nato da istanze presentate da vittime del boia libico. “Il governo italiano aveva l’obbligo di cooperare con la Corte penale internazionale nell’esecuzione del mandato di arresto emesso contro Osama Almasri? E se sì, questo obbligo è stato violato?”. A chiederselo, tra i tanti, è anche la Corte europea dei diritti dell’uomo, che ieri ha notificato al governo due ricorsi contro l’Italia presentati da due presunte vittime del boia libico, e ha chiesto conto all’esecutivo di quanto accadde a gennaio 2025, quando Almasri fu rimpatriato a Tripoli su un volo di stato nonostante il mandato spiccato nei suoi confronti. I due ricorsi sono stati presentati negli scorsi mesi ai giudici di Starsburgo da due migranti che hanno raccontato di essere stati prigionieri di Almasri negli ultimi anni. Per questo hanno visto nella decisione italiana una lesione di due dei loro diritti fondamentali sanciti nella Convenzione europea dei diritti dell’uomo: il diritto alla vita (articolo 2), la proibizione della tortura (articolo 3) e della schiavitù (articolo 4). Il primo è un uomo proveniente dal Sud Sudan: fuggito dal paese nel 2018, è arrivato in Libia dove è stato fatto prigionero a Triq al-Sika e poi trasferito nel carcere di Al-Jadida, uno dei centri gestiti da Almasri e dalla milizia “Rada”. Qui ha raccontato di essere stato torturato, per poi due anni dopo essere stato costretto a unirsi alle bande armate libiche organizzate da Almasri, dove è stato costretto ai lavori forzati e violenze ha assistito a torture e omicidi perpetrati anche dal generale. Nel 2022 poi è riuscito a fuggire, e arrivato in Italia ha ottenuto la protezione internazionale e ha fondato l’associazione “Refugees in Lybia” per denunciare quanto accade dall’altra parte del Mediterraneo anche grazie agli accordi stipulati dai paesi eruopei per “contenere i flussi migratori”, fornendo anche delle prove alla Corte penale internazionale nel procedimento che L’Aja aveva aperto contro Almasri. Il secondo ricorso, depositato a febbraio di quest’anno, è quasi del tutto analogo. Si tratta di una donna ivoriana di trent’anni, che ha raccontato di essere stata sottoposta a mutilazioni genitali quando aveva quattro anni. Poi il padre adottivo ha abusato di lei per diverso tempo, finché ancora minorenne non ha deciso di fuggire dal paese ed è arrivata in Libia, dove è stata ridotta in schiavitù e ha subito nuove violenze e torture. In alcuni casi, si legge negli atti della corte di Strasburgo, ad abusarla sarebbe stato lo stesso Almasri, descritto come il “direttore del centro di detenzione e capo della polizia paramilitare libica”. È arrivata in Italia nel 2017 e nel 2020 il tribunale di Catania le ha riconosciuto la protezione internazionale. Per i giudici della Cedu il suo racconto “è stato ritenuto credibile e supportato da prove mediche quanto affermato in merito agli abusi sessuali e alle violenze subite”. La donna, però, tra i comportamenti dell’esecutivo non ha lamentato solo la liberazione di Almasri dal carcere di Torino. Tra le violazioni contestate infatti ci sarebbe anche quella di avere diritto a un giusto processo: sia perchè Almasri non è stato consegnato a L’Aja, ma anche perché a ottobre la Camera ha negato l’autorizzazione a procedere nei confronti dei ministri Nordio e Piantedosi e del sottosegretario Mantovano, indagati dalla procura di Roma per omissione di atti d’ufficio e concorso in peculato e favoreggiamento. Tanto la liberazione di Almasri quanto il voto di Montecitorio, secondo la donna, sono stati una “ingerenza nel suo diritto di accesso a un tribunale”. Le motivazioni addotte in Parlamento, poi, sono descritte come “infondate e sproporzionate” rispetto alle violazioni subite. Tutte motivazioni per cui i giudici di Strasburgo hanno chiesto lumi all’esecutivo. Quelle avanzate ieri sono domande preliminari, per capire se il governo italiano abbia responsabilità nelle violazioni che gli vengono contestate e per ricostruire i passaggi della vicenda. La Corte ha assegnato al caso una procedura prioritaria, per cui Roma dovrà rispondere entro il 18 settembre. Solo dopo i giudici valuteranno il fascicolo e decideranno se i ricorsi sono ammissibili, entrando nel merito della faccenda. “La decisione della corte di Strasburgo è un fatto che pesa come un macigno sulla propaganda di un governo che parla di legalità ma che, nel caso Almasri, ha consentito a un presunto torturatore accusato di crimini contro l’umanità di sottrarsi alla giustizia internazionale. Meloni, Nordio e Piantedosi devono finalmente dire la verità al Parlamento e agli italiani”, ha commentato il leader di Avs Angelo Bonelli. Il buon diritto a restare umani di Rosario Aitala Avvenire, 30 maggio 2026 Fra guerre, impunità e algoritmi che decidono sulla vita, oggi il vero pericolo nasce dalla rinuncia collettiva a difendere giustizia, memoria e dignità umana. Diritto internazionale: tramonto o eclissi? All’interrogativo proposto dal Centro Studi Rosario Livatino in un recente convegno in Senato è corretto rispondere sfuggendo alla logica binaria. L’alternativa è apparente, riposa su equivoci semantici e fallacie logiche. Dal dibattito sono emerse tre proposizioni. Il diritto internazionale, debole per genetica, attraversa una crisi esistenziale. Non è vero diritto perché non è dato un giudice sovranazionale che ne possa imporre l’osservanza. I conflitti armati del Dopoguerra e la condotta apertamente illegale di certi Stati espongono o comunque anticipano il fallimento dell’ordine internazionale sorto nel 1945. La guerra esprime il mistero del Male ed è dunque indifferente a norme e istituzioni. Vediamo. Il sistema internazionale disciplina un “mondo di Stati”, espressione di Salvatore Zappalà, le cui unità elementari non sono esseri umani, ma enti immateriali. Nelle comunità statali, non nel sistema internazionale, spiegava il grande Antonio Cassese, oltre a norme che impongono ai consociati condotte, vietate, permesse e doverose, sono emersi corpi sociali organizzati che producono, accertano e attuano le regole. Istituzioni, dal latino institu?re, “costituire, stabilire nell’uso”, dunque organismi e assetti stabilmente destinati alla cura del bene comune. Il diritto internazionale non nasce da un’illusione pacifista ma da un trauma. Le degenerazioni delle guerre mondiali spinsero gli Stati a suscitare regole, giudici, linguaggi e valori condivisi perché la violenza brutale e primitiva non restasse l’unica legge possibile. Diversamente dagli ordinamenti interni, il sistema organizzativo internazionale è rimasto in stato embrionale. Il potere è frammentato, non esiste un’autorità universale comune ai popoli e sovraordinata agli Stati che accentri le funzioni tipiche della statualità. In particolare, l’attuazione delle norme e l’esecuzione delle decisioni restano principalmente affidate agli Stati. La difficile coercizione dei riottosi nell’ambito internazionale non compromette però il valore imperativo delle regole, allo stesso modo in cui il mancato arresto di un assassino non fa del latitante un innocente, né rende inutili le indagini, il processo, i codici. È quindi illogico dire che il diritto internazionale è “in crisi” perché certi Stati lo violano o lo irridono, annettendo terre altrui, uccidendo, deportando, perseguitando innocenti. Se i governi agiscono illegalmente e gli altri girano il capo, la patologia è politica, non giuridica. Il diritto non scompare sotto l’orizzonte, non è oscurato. Resta lì, come un sole di mezzanotte nel giorno polare. Di tribunali nel sistema internazionale ce ne sono più d’uno. Alcuni decidono controversie fra Stati, altri cause fra individui e Stati, altri responsabilità penali personali per crimini internazionali. Ma anche gli Stati sono giudici. In un ordinamento in cui vige parità formale e non esiste un’istituzione superiore gli Stati possono, devono controllare che le regole siano rispettate, condannare politicamente e isolare i trasgressori. La politica, spiega Lorenzo De Sio in un libro sulla crisi della democrazia, deve disporre di mezzi di “confinamento” che spingano i membri di una comunità al rispetto delle decisioni comuni. Una volta che è stata operata una scelta, se ai dissenzienti è permesso non rispettarla o lasciare il gruppo, questo si disgregherà. Il confinamento può applicarsi anche alle relazioni internazionali. Sebbene nello spazio internazionale i vincoli siano più deboli rispetto alle comunità nazionali, la storia dimostra che nessuno Stato può agire da fuorilegge e sopravvivere se gli altri reagiscono compattamente, confinandolo. Le condizioni per la disonestà e l’impunità di uno sono la complicità, la tolleranza, l’indifferenza, la rassegnazione degli altri. Negli anni Ottanta, per esempio, il Sudafrica dell’apartheid fu costretto a interrompere le politiche segregazioniste perché tutti gli altri Stati inflissero a Pretoria coese misure di isolamento economico e politico. Considerando le guerre e le atrocità di massa come manifestazioni di malvagità si scivola nel rischio di ritenerle inevitabile, quasi soprannaturale conseguenza della corruzione della natura umana. Sono invece atti politici. Voluti, freddi, meditati. Espressione di un male umanissimo, impastato di politica. L’uomo non versa sangue innocente costretto dall’ineluttabile. Opera e rinnova una scelta egoista e perversa. Il sangue impregna il potere, che giustifica il sangue. Due casi particolari spiegano il tema generale. Il prepotente ritorno alla minaccia e uso della forza armata come primario metro delle relazioni internazionali rischia di rovesciare un ordine geopolitico e soprattutto lo stadio contemporaneo della civiltà umana. Il germe era iscritto nei geni dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, che consegnava il monopolio della pace e della guerra a un direttorio militare pensato per essere eterno, immodificabile. E per dirla con Kant, da quel legno storto non poteva ricavarsi nulla di perfettamente dritto. In questi decenni certe potenze grandi e medie hanno abusato delle norme secondo due dinamiche combinate, riconducibili alla fortunata metafora di Vittorio Foa. Torre, contrasto frontale, uso della forza come cura di interessi nazionali e manifestazione di potenza. E cavallo, elusione, impiego indiretto più o meno segreto della violenza armata. Anche chi abbracciava la prima tattica, ha prestato la massima attenzione a mantenere in vita il sistema per sfruttarne i vantaggi. Oggi la mossa della torre viene impiegata apertamente da chi si dichiara slegato dalle regole. Una scommessa pericolosa perché il caos è incontrollabile anche per chi è offuscato da pretese di onnipotenza. L’aggressione alla Corte penale internazionale ne dimostra la rilevanza. La Corte non ferma gli eserciti né arresta la mano del torturatore, ma costringe chi li muove a giustificarsi, a spiegare. Nessuno dice mai: “Attacco perché posso, uccido perché odio, invado perché voglio la terra altrui”. Tutti cercano una scusa, una legittimità, una propaganda. Il diritto, anche quando viene vilipeso e tradito, continua a essere riconosciuto come un bene superiore alla violenza. La Corte non può nemmeno arrestare i ricercati senza la volontà degli Stati ma dice al mondo: “Il potere non cancella la responsabilità”. “Anche nella guerra c’è una moralità da custodire”. “Senza diritto e giustizia la forza sarebbe l’unica verità possibile e la storia la scriverebbero i vincitori e gli sconfitti sarebbero risucchiati dall’oblio”. La Corte costruisce memoria per ognuna delle vittime perché l’orrore non diventi anonimo. Fa paura ai potenti perché sveglia le coscienze. È essa stessa la coscienza ostinata del mondo che dà il nome ai colpevoli, uno ad uno. Nella rivoluzione degli algoritmi, ha avvertito di recente Lucio Caracciolo, rischiamo di smarrire l’umanità della specie e dimenticare chi siamo perché le macchine prescindono dalla storia e dal passato che fonda ciascuno di noi nel presente. Affidando la scelta di chi può vivere e chi merita di morire e altre decisioni fatali a cuori di pietra elettronici che sconoscono compassione e umanità, azzeriamo la differenza fra uomo e bestia. È la consacrazione meccanizzata della disumanizzazione con cui i governi degradano l’avversario in nemico e il nemico a terrorista, quindi bestia, compresi bambini e altri innocenti. Perché se il nemico è un animale, ogni crudeltà è permessa e anzi desiderabile e virtuosa. Qualsiasi bestialità diventa terapia di nettezza e purificazione, per definizione non-disumana. Le macchine si danno norme d’ingaggio per conseguire il massimo profitto nell’interesse originario del padrone o addestratore o di una causa che finisce col declinare autonomamente. Mai regole di civiltà. Gli uomini sì. Certi principi internazionali, il ripudio della guerra, la protezione dei bambini dalla furia bellica, i diritti dei popoli, la dignità della persona sono espressione del dovere di restare umani che ha teorizzato papa Leone ma anche di un diritto a restare umani, che precede tutti gli altri diritti. Su questo non sono permessi compromessi, equidistanze, ambiguità e opacità. “I posti più caldi dell’inferno sono riservati a coloro che nei momenti di grande crisi morale mantengono la neutralità”. Dante Alighieri, 1321. Iran. Condannati a morte quattro manifestanti del movimento “Donna, vita, libertà” L’Unità, 30 maggio 2026 Milad Armoun, Navid Najaran, Seyed Mohammad Mehdi Hosseini e Mehdi Imani, quattro manifestanti del movimento “Donna, Vita, Libertà”, sono stati condannati a morte dal “giudice della morte” Salavati dopo un processo gravemente iniquo. I difensori che rappresentavano gli imputati in quello che è diventato noto come il “caso Ekbatan” hanno illustrato nei dettagli le gravi carenze procedurali e sostanziali che hanno violato i diritti fondamentali a un giusto processo e minato la legittimità delle sentenze emesse dalla Sezione 15 del Tribunale Rivoluzionario. La notizia della sentenza arriva pochi giorni dopo che il Tribunale Penale aveva assolto gli imputati dalle accuse di omicidio. IHR considera il caso una parodia della giustizia e del tutto privo di legittimità giuridica. Mahmood Amiry-Moghaddam, direttore dell’organizzazione, ha dichiarato: “Il caso Ekbatan dimostra la natura arbitraria e profondamente ingiusta della magistratura della Repubblica Islamica. Il Tribunale Rivoluzionario funziona come uno strumento di repressione piuttosto che di giustizia, dove i giudici emettono condanne a morte con assoluto disprezzo per le prove o per i principi fondamentali di un processo equo”. Secondo Emtedad, la Sezione 15 del Tribunale rivoluzionario di Teheran ha condannato a morte i manifestanti di “Donna, Vita, Libertà” Milad Armoun, Navid Najaran, Seyed Mohammad Mehdi Hosseini e Mehdi Imani. Altri quattro imputati nel caso, Amir Mohammad Khosheghbal, Alireza Barmorzpournak, Alireza Kafayi e Hossein Nemati, hanno ricevuto condanne a sette anni di prigione con l’accusa di “assemblea e collusione contro la sicurezza nazionale” e “propaganda contro il sistema”. L’agenzia di stampa giudiziaria Mizan ha riferito che i manifestanti sono stati condannati a morte con l’accusa di efsad-fil-arz (corruzione sulla terra), senza però nominarli. Nell’intervista con Emtedad, Mohammad Hossein Aghasi, il consulente legale di Milad, ha criticato il fatto che il tribunale non abbia fornito una sentenza scritta, affermando: “Non sappiamo quale sia il contenuto della sentenza, quali siano le motivazioni del giudice, e fondamentalmente non abbiamo né visto la sentenza né siamo stati presenti alla pronuncia”. “Ha sottolineato che, secondo la legge, le sentenze devono essere notificate elettronicamente o trascritte dai team legali, eppure “nulla di tutto ciò è avvenuto”. Aghasi ha anche messo in luce gravi contraddizioni nell’accusa di reato capitale stessa, osservando che “Milad è stato condannato a morte con l’accusa di moharebeh, nonostante il fatto che l’accusa di moharebeh fosse stata sostanzialmente ritirata dal caso e modificata in efsad-fil-arz”. Per quanto riguarda il metodo irregolare del tribunale di gestire i ricorsi direttamente con il detenuto a porte chiuse, Aghasi ha raccontato che quando Milad ha contestato il verdetto verbale, i funzionari del tribunale gli hanno detto che avrebbero presentato loro stessi il ricorso per suo conto. Ha condannato questa procedura, affermando: “Questo metodo è fondamentalmente illegale; la Corte Suprema non accetta questo metodo di ricorso”. Inoltre, ha sottolineato le estreme restrizioni fisiche imposte ai team legali, spiegando: “Non abbiamo praticamente alcun accesso al tribunale. Per visitare la Sezione 15, bisogna recarsi all’inizio di via Moallem, far chiamare la sezione da lì, e se il signor Salavati concede il permesso, possiamo entrare!” Babak Paknia, l’avvocato che rappresenta Alireza, ha condannato con forza l’assoluto disprezzo del tribunale per le procedure legali previste dalla legge, rivelando che il giudice Salavati lo aveva sistematicamente escluso dal procedimento. Protestando contro la sua esclusione, Paknia ha dichiarato: “Il signor Salavati non mi ha permesso di partecipare a nessuna delle udienze. Non ha fornito alcuna giustificazione legale per questo. Come è possibile escludere un avvocato sia dalle udienze del processo che dalla seduta in cui viene pronunciata la sentenza? In questa procedura non c’è assolutamente alcuna forma di giusto processo”. Confermando le irregolarità del processo di notifica, Paknia ha dichiarato che il suo cliente è stato informato verbalmente della sua sentenza e costretto a firmare la conferma della sua consegna, sottolineando che “il metodo legale per notificare un verdetto è completamente diverso da ciò che ha fatto oggi il capo della Sezione 15 del Tribuna le Rivoluzionario di Teheran. La nostra domanda è: da quale legge deriva questo metodo di giudizio e notifica?” Paknia ha sottolineato che, omettendo i numeri ufficiali delle sentenze, il tribunale sta intenzionalmente ostacolando la capacità della difesa di impugnare le sentenze, osservando: “Gli avvocati della difesa non sanno nemmeno esattamente con quali accuse i loro clienti siano stati condannati a morte o alla reclusione. Non hanno nemmeno fornito il numero della sentenza al mio cliente, rendendo impossibile presentare ricorso contro la sentenza”. A livello sostanziale, Paknia ha contestato giuridicamente la validità delle accuse dello Stato nel loro complesso, spiegando che “le azioni commesse dagli imputati nel caso Ekbatan non costituiscono esempi di efsad-fil-arz, perché non hanno turbato l’equilibrio della società”. Ha aggiunto che, secondo la legge iraniana, il moharebeh richiede espressamente l’uso di un’arma per terrorizzare la popolazione, affermando che “puntare un’arma contro un ufficiale non può essere classificato come moharebeh”, il che rende la sostanza del caso soggetta a una seria contestazione giuridica. Ali Sharifzadeh, un altro avvocato che rappresenta Milad, ha confermato che il giudice Salavati aveva impedito anche a lui di partecipare alle udienze del processo. Il procedimento presso la Sezione 15 del Tribunale Rivoluzionario costituisce una flagrante violazione dell’articolo 14 del Patto internazionale sui diritti civili e politici (ICCPR), di cui l’Iran è parte contraente. Impedendo sistematicamente agli avvocati della difesa di partecipare alle udienze e pronunciando sentenze verbali nei confronti dei detenuti in segreto, il tribunale ha privato gli imputati dei loro diritti fondamentali alla rappresentanza legale, a un processo pubblico e a un’adeguata notifica delle accuse. Inoltre, nascondendo attivamente i numeri ufficiali delle sentenze, la magistratura ha intenzionalmente paralizzato il processo di appello previsto dalla legge. Questo processo parallelo ha anche violato direttamente il principio internazionale contro il doppio giudizio (ne bis in idem), poiché queste condanne a morte sono state approvate pochi giorni dopo che un tribunale penale ordinario aveva già giudicato la stessa condotta e assolto diversi imputati dall’a ccusa di omicidio. Il 20 maggio, Emtedad ha riferito che Milad Armoun, Alireza Kafayi, Amir Mohammad Khosheghbal, Navid Najaran, Hossein Nemati e Alireza Barmazpournak sono stati assolti dalle accuse di omicidio. Le condanne di Milad, Alireza e Amir Mohammad Khosheghbal sono state commutate in 5 anni di reclusione per “complicità nell’aver inflitto lesioni non mortali” e sono stati condannati al pagamento della diya (prezzo del sangue). Hossein dovrà solo pagare la diya, mentre Navid e Alireza sono stati completamente assolti. Almeno 14 manifestanti sono stati giustiziati in relazione alle proteste nazionali del 2022 “Donna, Vita, Libertà” e almeno altri 14 rischiano la pena di morte.