Sul funzionamento della giustizia si deve intervenire di Paola Balducci L’Espresso, 2 maggio 2026 La qualità democratica si misura nell’architettura dei poteri e nella concreta tutela dei diritti. Archiviato il capitolo del voto referendario sulla giustizia, resta aperto - e tutt’altro che risolto - quello delle riforme necessarie: una consultazione può chiudersi in una data sul calendario, ma le criticità strutturali del sistema non si esauriscono con un risultato elettorale. Il rischio che non viene proclamato apertamente, ma che merita di essere considerato con lucidità, è che la scelta referendaria diventi un punto di arrivo, anziché un punto di partenza. Che la scelta degli italiani venga letta - da una parte o dall’altra - come una legittimazione sufficiente a chiudere il capitolo delle riforme, o al contrario come la prova che nulla debba essere toccato. Questo sarebbe un gravissimo errore: la giustizia italiana continua ad avere bisogno di interventi profondi, concreti e urgenti, che prescindono dal risultato di una singola contesa politica. Organici insufficienti, tempi irragionevoli, carichi di lavoro squilibrati, digitalizzazioni incomplete o mal integrate: sono criticità che non si sciolgono con un voto né si neutralizzano con una vittoria simbolica. Il problema è che, mentre discutiamo di architetture costituzionali, la giustizia reale scivola lentamente lontano dal modello che proclama di incarnare. Il processo, nato per vivere di oralità e contraddittorio, sta progressivamente perdendo quella centralità dell’aula che ne rappresentava l’essenza. La stagione emergenziale ha lasciato in eredità prassi che dovevano essere temporanee e che oggi sembrano strutturali: piattaforme macchinose, passaggi formali che si moltiplicano, uffici costretti a fare i conti con organici insufficienti e competenze amministrative tirate al limite. I fascicoli si accumulano, le indagini si allungano, le risposte arrivano quando il tempo della giustizia ha già perso il passo con quello della vita delle persone. E così il divario tra la legge scritta e quella praticata si fa ogni giorno più evidente: non per mancanza di principi, ma per carenza di struttura. È qui che si misura la credibilità del sistema, non nei proclami, ma nella capacità concreta di rendere effettivi i diritti. La questione che la campagna referendaria ha lasciato aperta è ampia e tutt’altro che tecnica. Da un lato abbiamo l’idea di autonomia e indipendenza del potere giudiziario rispetto al legislativo e all’esecutivo, la concezione dell’equilibrio tra i poteri, il modo in cui si invoca la Costituzione: talvolta come testo intangibile, talvolta come carta suscettibile di revisione, a seconda delle convenienze del momento. Tuttavia, anche questa discussione rischia di restare incompiuta se non si tiene fermo un punto essenziale: qualunque sia l’evoluzione degli equilibri istituzionali, la giustizia continuerà a essere giudicata per la sua capacità di funzionare. La qualità democratica di un ordinamento non si misura soltanto nell’architettura dei poteri, ma nella concreta tutela dei diritti. Il giorno dopo il referendum, dunque, la politica sarà chiamata a dimostrare che il confronto non è stato un esercizio identitario. Se prevarrà la tentazione di considerarlo risolutivo - in un senso o nell’altro - si rischierà di rinviare ancora una volta le riforme strutturali che attendono da anni. Se invece si saprà distinguere tra il piano simbolico e quello operativo, allora la consultazione potrà rappresentare l’inizio di una stagione di riforme urgenti, che restituiscano ai cittadini un sistema efficiente, equilibrato e realmente capace di rendere giustizia. Giustizia e responsabilità. La domanda che resta aperta di Biagino Costanzo formiche.net, 2 maggio 2026 Nel dibattito pubblico italiano resta aperta una domanda cruciale: chi risponde quando la giustizia sbaglia. Gli errori giudiziari vengono risarciti dallo Stato, ma senza reali responsabilità individuali. L’autore denuncia il rischio di normalizzare l’ingiustizia e indebolire la fiducia democratica. Nel dibattito pubblico italiano, anche dopo il recente referendum, esiste una domanda che continua a rimanere senza una risposta chiara e condivisa, chi paga quando la giustizia sbaglia? Non è una domanda ideologica, ma istituzionale ed è una domanda ancora senza risposta. Nel nostro Paese, l’errore giudiziario viene spesso trattato come una fatalità, un incidente di percorso inevitabile, ma uno Stato che accetta l’idea che un innocente possa perdere anni di vita senza conseguenze concrete per il sistema che ha sbagliato, rinuncia a uno dei pilastri fondamentali della responsabilità pubblica. Il sistema penale viene spesso giustificato sostenendo che l’errore è un rischio inevitabile, quasi fisiologico, di ogni processo, ma accettare questa tesi senza porre limiti equivale a normalizzare l’ingiustizia, significa ammettere che una persona possa perdere anni di libertà senza che nessuno ne risponda realmente. Il caso di Alberto Stasi, e non solo questo, condannato anni fa in via definitiva per l’omicidio di Chiara Poggi, continua a essere richiamato proprio per questo motivo, al di là delle sentenze e delle posizioni personali, è un fatto che nel tempo, siano emersi dubbi, interrogativi, nuove ipotesi investigative e richieste di approfondimento e il solo riemergere ciclico di queste questioni impone una riflessione che va oltre il singolo processo. Se una verità giudiziaria è ritenuta definitiva, perché torna così spesso al centro del dibattito? E soprattutto, viste le novità che giungono dalla Procura di Pavia, se domani venisse riconosciuto un errore, gravissimo, chi ne risponderebbe? Oggi la risposta dell’ordinamento è chiara solo in apparenza, paga lo Stato, quindi noi, o almeno i cittadini onesti che pagano le tasse, sempre e tutte, attraverso un risarcimento per ingiusta detenzione. Ma il risarcimento economico non restituisce il tempo perduto, non ripara le conseguenze psicologiche, familiari e professionali, né cancella lo stigma sociale che accompagna chi è stato in carcere da innocente è in definitiva, è una risposta formale ma non sostanziale. Ogni volta che si affronta il tema della responsabilità dei giudici, viene invocata l’indipendenza della magistratura, principio sacrosanto e imprescindibile, ma indipendenza non può mai significare totale irresponsabilità. In nessun altro settore dello Stato errori gravi restano privi di conseguenze, solo nella giustizia l’idea di una responsabilità individuale viene percepita come un pericoloso attentato all’equilibrio democratico. Nessuno pretende giudici infallibili, imporrebbe, però, giudici responsabili, inseriti in un sistema che riconosca e affronti gli errori macroscopici, le negligenze evidenti, le valutazioni gravemente carenti. Un potere che incide sulla libertà personale deve essere sorretto da controlli reali, non solo teorici. Nessuno chiede “processi ai giudici” per ogni assoluzione o revisione, ci mancherebbe, ma sarà legittimo domandarsi se valutare l’eventuale sussistenza di errori sostanziali, condotte negligenti debbano restare del tutto prive di conseguenze disciplinari o professionali? Un potere così incisivo sulla libertà delle persone non può basarsi sull’assunto dell’infallibilità. Quando un innocente viene imprigionato, il prezzo non è solo giuridico, è tremendamente umano, irreversibile, anni di vita vengono sottratti, relazioni distrutte, carriere annientate, anche nel migliore dei casi, quando interviene una assoluzione o revisione, il marchio sociale resta. E mentre l’opinione pubblica discute, le Istituzioni tendono a chiudersi in un silenzio difensivo e questo atteggiamento non rafforza la giustizia, la indebolisce, una giustizia credibile non è quella che non sbaglia mai, ma quella davvero che si definisce, come dovrebbe, garante della Costituzione è quella che riconosce i propri errori, li corregge e ne trae conseguenze concrete perché l’infallibilità non è una virtù anzi quando smette di essere una garanzia si trasforma in dogma. La domanda “chi paga quando la giustizia sbaglia?” non è un attacco alla magistratura, ma una richiesta di sincera maturità democratica, infatti se la risposta resta “nessuno”, allora il problema non è il singolo caso, ma l’intero sistema di responsabilità dello Stato. Il caso Garlasco, come altri prima e dopo, ci ricorda che la libertà personale è troppo preziosa per essere affidata a un meccanismo che non prevede contrappesi reali. E ogni volta che emergono nuovi dubbi su una condanna definitiva, la questione non è l’imbarazzo dei giudici, ma la fiducia dei cittadini nella giustizia. In modo, se volete e mi scuso, brutale, sul caso, delle due l’una, o abbiamo mandato in galera per anni un innocente o lo stiamo per fare. In questo caso si ribalta il famoso Win-Win in Lose-Lose. Finché questa domanda resterà senza risposta, il rischio più grande non sarà l’errore giudiziario in sé, ma l’assuefazione collettiva all’idea che un innocente possa perdere la vita dietro le sbarre senza che nessuno ne risponda davvero. E una democrazia che si abitua all’idea che un innocente possa finire in carcere e alla fine nessuno risulta responsabile dell’errore, è una democrazia che ha smesso di interrogarsi su sé stessa, anzi molto peggio, è una democrazia sempre più malata e come affermava Melis, “si può eliminare facilmente una vera dittatura, ma è difficilissimo eliminare una finta democrazia”. Penalisti: non spetta all’Anm indicare il perimetro del dibattito sulle riforme di Giovanni Negri Il Sole 24 Ore, 2 maggio 2026 Dopo l’incontro a Via Arenula le Camere penali denunciano: sparite le questioni centrali, dalle garanzie cautelari alla qualità del contraddittorio, dagli incarichi direttivi alla “voracità correntizia”. L’Unione delle Camere Penali critica la linea emersa dall’Associazione nazionale magistrati dopo l’incontro con il Guardasigilli e avverte: il confronto sulla giustizia rischia di essere ridotto ai soli temi dell’efficienza, con l’accantonamento delle riforme più incisive sul piano delle garanzie. In una nota, l’Unione evidenzia come l’esordio del presidente dell’ANM, che ha affermato che si è tornati “finalmente a trattare dei problemi veri che affliggono la giustizia”, appaia come la dichiarazione del vincitore dello scontro referendario, tale da archiviare con sufficienza il programma di riforme dei partiti di maggioranza, liquidandolo come irrilevante. Secondo i penalisti, non si tratta solo di una caduta di stile, ma della pretesa di disegnare il perimetro del dibattito dopo averlo occupato come soggetto politico nella campagna referendaria. Nel merito, le Camere Penali sottolineano come, fatta eccezione per il tema delle carceri - definito reale e drammatico ma ancora privo di risposte concrete da parte del governo - l’incontro si sia concentrato su questioni non divisive, come il ritorno all’oralità nel processo civile e l’aumento del numero dei magistrati e del personale amministrativo. Viene inoltre indicata come emblematica la trasformazione dell’ufficio del processo, originariamente concepito come supporto qualificato all’attività giurisdizionale e oggi, secondo i penalisti, utilizzato per sopperire alle carenze di organico amministrativo, con conseguente snaturamento della sua funzione. Particolarmente critica è la valutazione sull’assenza di riferimenti alle riforme del processo penale. L’Unione segnala infatti la scomparsa delle prospettive affidate alla commissione di studio per la riforma del codice di procedura penale presieduta dal capo di gabinetto Mura, evidenziando come siano stati accantonati temi centrali quali le garanzie nella fase cautelare, l’effettività del diritto di difesa e la tutela della libertà personale, nonché la qualità del contraddittorio. Viene inoltre richiamato il mancato sviluppo di un processo penale telematico rispettoso del ruolo dell’avvocato. Le Camere Penali denunciano anche il silenzio sui problemi dell’ordinamento giudiziario emersi nel dibattito referendario, tra cui la scarsa incisività della responsabilità disciplinare e l’inefficacia delle valutazioni di professionalità dei magistrati. Critiche anche alle modalità di attribuzione degli incarichi direttivi e semidirettivi. A questo proposito viene citato quanto avvenuto al Consiglio Superiore della Magistratura, dove il componente togato Andrea Mirenda ha parlato di una persistente “voracità correntizia”. Secondo l’Unione, era prevedibile che l’ANM tentasse di circoscrivere il confronto al tema dell’efficienza, allontanando prospettive riformatrici capaci di affrontare la crisi di credibilità della magistratura. I penalisti richiamano quindi l’esigenza di non abbandonare il percorso di riforma del codice di procedura penale nel solco del modello liberale del 1988, sottolineando come le garanzie debbano trovare piena attuazione nelle regole del processo. “Se davvero, come sostenuto dai detrattori della riforma costituzionale, le garanzie risiedono nelle regole del processo e non nell’assetto ordinamentale”, osservano le Camere Penali, “non si comprende perché si scelga di accantonare interventi ormai maturi”, fino al rischio di una “democrazia giudiziaria”. Nel documento si evidenziano tuttavia segnali di segno opposto provenienti dal Parlamento, con iniziative promosse da Enrico Costa e Stefania Craxi, cui si è aggiunta Giulia Bongiorno, volte a rilanciare il confronto su disegni di legge a contenuto garantista e a riaffermare la centralità del Parlamento. La missione impossibile del Pd: arginare il partito ombra dell’Anm di Valerio Spigarelli Il Dubbio, 2 maggio 2026 La vittoria referendaria, assieme alla rinnovata saldatura con il circuito mediatico giudiziario, permetterà alle toghe di passare a riscuotere il credito. E bisognerà vedere a chi faranno la sponda tra dem e Cinque Stelle. Uno degli effetti del referendum è quello di aver rimescolato le carte della politica giudiziaria, sia rispetto ai temi che ai protagonisti del dibattito. A sinistra, meglio ancora nel campo largo, che poi tanto di sinistra non è vista la presenza dei Cinque Stelle, la parola d’ordine vincente, di fronte alla fallimentare stagione del governo di centrodestra, è che occorre passare alla risoluzione dei “veri” problemi della Giustizia. Questo tema viene rilanciato, da ultimo, da Andrea Orlando e Deborah Serracchiani con un articolo a doppia firma sul Sole 24 Ore che manda messaggi ai potenziali interlocutori, non solo per lo scorcio di legislatura che rimane, ma soprattutto in vista della nuova stagione che dovrebbe inaugurarsi dopo le politiche. Prima ancora di analizzare la ricetta che si propone è bene approfondire una serie di circostanze, non propriamente di contorno, che pur senza essere indicate espressamente la condizionano. La prima riguarda il rapporto PD Cinque Stelle. Le proposte dei grillini per la Giustizia, qualsiasi sia stato l’alleato di turno, sono sempre state ispirate ad un panpenalismo securitario abbastanza rozzo e manettaro, inutile girarci intorno, e la prescrizione modello Bonafede sta lì a testimoniarlo. Una impostazione che da tempo attrae anche l’area movimentista del PD e trova la sua espressione mediatica nel Fatto Quotidiano e nelle trasmissioni di informazione della 7; entrambi alleati di peso nella campagna referendaria ma anche piuttosto ingombranti per il maggior partito della sinistra. Da quelle parti, ad un certo punto della campagna referendaria, è caduto il velo è si è detto esplicitamente che il modello accusatorio figlio della riforma del secolo scorso è da abbandonare definitivamente. “Il codice di Vassalli è una boiata” proclamò Travaglio sul suo giornale, con la consueta sicumera, mettendo nero su bianco quello che i suoi ispiratori della magistratura, da Tinti a Davigo per finire con Gratteri, sostengono da sempre. In questo scenario il PD deve cercare di trovare una formula che non allontani definitivamente la sua area riformista. Il riferimento è tanto a quella parte, realmente garantista, che ha avuto il coraggio di esporsi durante il referendum, quanto a quella che, pur non essendo affatto convinta della bontà delle parole d’ordine del NO e mal sopportando l’egemonia - che absit iniuria verbis potremmo definire culturale - di Travaglio, ha preferito non manifestarsi, ma comunque esiste. Quella fetta di amministratori locali del partito, per intenderci, che non ha versato una lacrima per l’abrogazione dell’abuso d’ufficio e che, soprattutto al sud, sa bene che cosa possono significare gli eccessi della legislazione antimafia e del protagonismo di alcune procure. Rispetto a questi settori il partito della Schlein deve impegnarsi a mostrare di non avere definitivamente appaltato la questione Giustizia all’ANM. Missione apparentemente impossibile se si guarda alla stagione referendaria nel corso della quale tutte le fake news del sindacato della magistratura, come le bufale su Vassalli o l’equazione separazione delle carriere = resa alla criminalità organizzata, sono automaticamente diventate slogan elettorali del partito della Schlein. Senza filtri e certe volte senza pudore. Peraltro il PD non ha solo un problema in casa, ne ha uno anche più significativo con la magistratura stessa. L’ANM, e non solo la sua componente di sinistra, al suo interno registra il diffuso gradimento per un rapporto diretto, e senza intermediari politici, con l’elettorato. Parlano pudicamente di non interrompere il dialogo con la “società civile”, ma quello che li tenta è far valere il peso elettorale ed il consenso popolare che si sono conquistati uscendo fuori dal girone dannato dove li aveva destinati la faccenda Palamara. Come diceva proprio Vassalli, sono da sempre i veri azionisti di maggioranza del comparto Giustizia, qualsiasi sia la compagine politica al potere, e questo riflesso proprietario è oggi legittimato dalla investitura popolare. La vittoria referendaria, assieme alla rinnovata saldatura con il circuito mediatico giudiziario, permetterà all’ANM di passare a riscuotere il credito che la sconfitta politica del centrodestra ha maturato a sinistra. Come tutti i commentatori hanno sottolineato, infatti, la vittoria del NO è stata motivata solo in parte dai temi referendari ma ancor di più ha pesato il contesto politico nazionale ed internazionale. Il fatto certo è che è stato il volano della crisi politica di governo che si è poi verificata. Per questo l’ANM post referendaria è, in prospettiva, un compagno di strada assai scomodo a sinistra, perché quel credito, tutto politico, lo vorrà riscuotere. Sarà il partito ombra del campo largo sulla Giustizia, e bisognerà vedere a chi farà la sponda tra PD e Cinque Stelle. Tutto ciò rafforza l’esigenza del PD di individuare sulla scacchiera della Giustizia interlocutori che siano in grado controbilanciare il peso eccessivo della magistratura. Ecco quindi che si rivolge all’avvocatura per bocca di un ex ministro e della attuale responsabile Giustizia, in primo luogo distinguendo i buoni dai cattivi, i consultabili dagli irrecuperabili. Da un lato si bacchetta quell’avvocatura, che aveva aperto la campagna elettorale come se “fossero in gioco le prospettive del processo accusatorio ma poi ha virato su di una crociata contro la magistratura” mentre ciò che è rimasto sul campo sarebbero “i tempi e i costi insostenibili per il comune cittadino dei processi penali e civili”. Il riferimento all’Unione delle Camere Penali è del tutto evidente. Da un altro lato si disegnano i contorni di una avvocatura buona che non si è fatta ammaliare dalle sirene del centrodestra barattando l’agognata separazione con un disegno neppure troppo velato di sottomissione del potere giudiziario a quello politico. In ogni caso si descrive una avvocatura debole nel suo complesso, avvolta in un processo di marginalizzazione sociale ed economica, non poi così diverso da quella più generale del ceto medio, alla quale si offre una giurisdizione “più equilibrata…il funzionamento dei tribunali penali e civili e dei consigli giudiziari, l’implementazione dell’ordinamento forense a partire dai temi del welfare e della formazione soprattutto dei più giovani”. Che dire? Sembra una vaghissima lista della spesa con venature di impronta sindacale, tagliata sulle neo associazioni collaterali nate sulle ceneri del referendum che ricordano i sindacati “cinghia di trasmissione” degli anni Sessanta. A questo elenco un po’ fumoso, ca va sans dire, si aggiunge la necessità di un carcere più civile, la sempiterna depenalizzazione, anch’essa mai troppo definita, e dulcis in fundo l’ampliamento delle misure alternative alla detenzione auspicatissime quando si è all’opposizione un po’ meno frequentate quando ci si installa a via Arenula. E al riguardo nessuno meglio di Orlando può ricordare che fine fece il lavoro sulla esecuzione penale partorito dagli stati generali un paio di lustri fa, accantonato in vista delle elezioni da un Renzi timoroso di perdere voti securitari non solo a destra ma anche a favore dei Cinque Stelle. In questo programma scritto con l’inchiostro politichese della prima Repubblica non manca uno scappellotto, non troppo affettuoso, ai pasdaran della discesa in campo di ANM. A costoro si rammenta che “la vittoria del referendum rischia di lasciarsi dietro le scorie di una reazione corporativa di parti consistenti della magistratura” che “sbaglierebbe se vedesse nel risultato referendario una automatica rilegittimazione del suo ruolo perché è altrettanto evidente il clima di sfiducia crescente nei suoi confronti”. Parole nette, che cadono nel clima apparentemente idilliaco tra le parti finendo per illuminare gli scenari dietro le quinte, e se non possono rassicurare sulle reali intenzioni di affrontare, una volta per tutte, la vera questione che riguarda lo squilibrio tra i poteri, ma che comunque dimostrano che il tema del primato della politica anche sulla Giustizia è nell’agenda del PD. Del resto era stato proprio Andrea Orlando, molti anni fa, a dichiarare al Corriere della Sera che “ai magistrati è piaciuto incarnare la funzione di cambiare la società, che invece spetta alla politica”. Niente di nuovo sotto il sole, dunque, e sarà bene che l’altra avvocatura, quella che rischia di vedere liquidato definitivamente il codice dell’89, si svegli dal torpore che la sberla referendaria ha prodotto e spieghi alla politica vecchia e nuova che quell’avvocatura non è morta e che un programma sulla Giustizia con questi contenuti non può andare. Spieghi, soprattutto, che le “tensioni accumulate nel quotidiano dagli avvocati” nel penale non sono causate dai i malumori di un ceto impoverito ma dalla constatazione che il Giusto Processo qui da noi non c’è. E non c’è, in primo luogo, proprio per quel deficit di terzietà del giudice che comunque rimane sul tappeto. Che rammenti, ancora, e proprio agli esponenti del PD che nel corso della campagna referendaria avevano proclamato che il tema era reale ma lo strumento, cioè la riforma costituzionale, sbagliato, che l’attuale formulazione dell’ultimo comma dell’art. 107 permette di intervenire sullo statuto del pm anche a Costituzione invariata. Che faccia comprendere, a coloro che vogliono risolvere i “reali problemi della Giustizia”, che questi ultimi non sono causati dall’eccesso di garanzie ma dal cattivo uso dei poteri amministrativi da parte dell’apparato giudiziario e dalla stratificazione di interventi legislativi che hanno spostato l’asse del processo sulla fase delle indagini preliminari, dove il dominus è il pm, svuotando di contenuto quella del dibattimento dove la regola è la parità delle parti. Problemi che solo una restaurazione organica del modello accusatorio può risolvere. Che chiarisca, last but non least, che andarsi a scegliere gli interlocutori nell’avvocatura non porta da nessuna parte. Piemonte. Ecco “Panaté”, il lavoro che ricomincia dal carcere gazzettadalba.it, 2 maggio 2026 Il progetto cresce tra Cuneo, Torino e nuove aperture: il 18 maggio arriva a Padova. Nel giorno in cui si celebra il lavoro, Panaté porta l’attenzione su un luogo dove il lavoro spesso manca, ma può cambiare tutto: il carcere. Dal carcere, infatti, possono uscire cose buone. E soprattutto persone che non tornano indietro. È da questa convinzione che nasce un modello concreto di economia carceraria capace di trasformare il tempo della detenzione in formazione, responsabilità e produzione reale. Pane e lievitati artigianali di alta qualità, destinati al mercato HoReCa, vengono realizzati ogni giorno da persone formate che lavorano secondo standard professionali. Non è un progetto teorico, ma lavoro vero. Oggi Panaté è attiva nelle carceri di Cuneo, Fossano e Torino, con un laboratorio esterno a Magliano Alpi, dove lavorano persone detenute ed ex detenute. Un sistema produttivo che tiene insieme dentro e fuori, creando continuità concreta anche dopo la pena. Negli anni il progetto ha ricevuto importanti riconoscimenti, tra cui il Premio Innovazione Sociale di Fondazione CDP e Intesa Sanpaolo, che ne ha valorizzato il modello come esempio innovativo di economia carceraria sostenibile. Anche i media hanno acceso i riflettori su questa realtà: un servizio de Le Iene ha raccontato le storie dei lavoratori Panaté, mostrando come il lavoro possa diventare una possibilità concreta anche per chi, spesso, non ne ha mai avuta una. Il prossimo passo sarà l’apertura di una nuova attività a Padova il 18 maggio, seguita da ulteriori sviluppi a Rovigo e Genova, a conferma di un modello che cresce perché funziona. Alla base c’è una convinzione semplice: dal carcere escono cose buone. Escono prodotti di qualità, realizzati secondo standard professionali. Escono competenze, responsabilità e percorsi di crescita. E per Panaté c’è un punto fondamentale: chi esce non deve rientrare più. È questa la battaglia che guida ogni scelta. I dati lo confermano: quando una persona detenuta lavora e si forma, il rischio di recidiva si riduce drasticamente. Dove c’è lavoro, c’è possibilità. Il modello Panaté si inserisce in questa direzione, costruendo un sistema che unisce formazione professionale, lavoro retribuito, qualità produttiva e continuità occupazionale anche dopo la pena. Il percorso prosegue oltre la detenzione attraverso la costruzione di una rete di supporto che include inserimento abitativo, strumenti di microcredito e sostegno psicologico, per rendere il cambiamento reale e duraturo. Un approccio che si muove nel solco delle politiche nazionali orientate alla riduzione della recidiva, come il recente protocollo promosso dal CNEL insieme alla Fondazione Con il Sud. Panaté è prima di tutto un’impresa: un modello produttivo solido, replicabile, capace di generare valore economico e sociale insieme. Un esempio concreto di impresa che opera dove sembra più difficile farlo, trasformando un contesto complesso in un luogo di produzione, responsabilità e crescita. L’obiettivo è chiaro: arrivare a un giorno in cui dire “carcere” significhi dire “lavoro”. Panaté continua a crescere insieme a una rete di cooperative, partner e imprese che credono in questo percorso e partecipano in modo attivo. Perché il cambiamento, e le imprese trasformative, funzionano solo quando diventano un lavoro condiviso. Nel giorno del lavoro, Panaté ricorda che il lavoro non è solo un diritto. È una possibilità concreta di trasformazione. Calabria. “Lavoro e fiducia, la vera Seconda Chance per i detenuti” di Anna Foti ilreggino.it, 2 maggio 2026 “Ci rendiamo conto che dare una seconda chance, attraverso un lavoro, equivale per le persone detenute a ricevere una nuova possibilità di vita. Una possibilità che riguarda anche le loro famiglie, che fuori aspettano e anche loro spesso vittime di pregiudizi e in una condizione di fragilità ignorata. Dare fiducia e dare un lavoro ai loro congiunti detenuti è una speranza anche per loro”. Valeria Votano, rappresentante dell’associazione Seconda Chance in Calabria, ospite della nuova puntata di A tu per tu negli studi del Reggino.it, racconta la sua esperienza di volontariato e di impegno che creare ponti tra il carcere e la società civile, intercettando opportunità di lavoro per persone detenute che possano lavorare fuori, per persone che stiano eseguendo fuori la loro pena e per persone che abbiano scontato la loro pena. “Siamo in rete con gli istituti penitenziari di Vibo Valentia, Laureana, Locri e Reggio, con le carceri reggine di Arghillà e San Pietro. Questo, però, non significa che trascuriamo gli altri istituti in Calabria”. Seconda chance è un’associazione non profit del Terzo Settore nata nel 2022 su impulso dell’attività della giornalista del TgLa7 Flavia Filippi per promuovere la legge Smuraglia (193/2000) che offre agevolazioni a chi assume detenuti, anche part-time o a tempo determinato. Essa ha all’attivo un protocollo di collaborazione con il dipartimento dell’amministrazione Penitenziaria che riconosce “la qualità dell’intervento capace di attivare, su diversi distretti del territorio, positivi accordi con il mondo dell’imprenditoria al fine di attuare percorsi di inserimento lavorativo extramurario a beneficio di persone detenute”. Lavoro e rieducazione - Una missione che contribuisce in modo sostanziale a rendere effettivo l’articolo 27 della Costituzione che, nel segno della funzione rieducativa della pena, invoca una detenzione durante la quale la persona svolga attività formativa e lavorativa finalizzata al suo riscatto e al suo reinserimento sociale una volta in libertà. “Sulla scia dell’associazione nazionale anche le articolazioni regionali hanno sottoscritto dei protocolli anche al livello territoriale per esempio con l’Udepe, ufficio distrettuale di esecuzione penale esterna, di Reggio e con l’istituto penale minorile di Catanzaro”, ha spiegato Valeria Votano, rappresentante di Seconda Chance Calabria. La ricerca di lavoro non è facile, specie in un territorio ad alto tasso di disoccupazione come quello reggino e calabrese. Inoltre, quando si propone di offrire un lavoro a una persona detenuta, spesso gli imprenditori hanno delle riserve. Il tema rappresenta un vulnus sul territorio. I gravami della burocrazia - “Il mondo carcerario ha una sua burocrazia. Se già quella italiana è lenta quella del mondo carcerario lo è ancora di più. Anche solo per una donazione, l’iter può essere lungo. Un elemento che non è di particolare stimolo neppure per le imprese alle quali proponiamo di assumere persone detenute. Molti imprenditori - ha sottolineato Valeria Votano - temono controlli che potrebbero appesantire e rallentare la loro attività. In realtà questi controlli vengono espletati prima dell’assunzione e poi basta. Dopo l’unico controllo riguarda il detenuto che deve andare a lavorare e non altrove. Noi crediamo ancora molto nel porta a porta e nelle proposte che formuliamo presentandoci direttamente all’imprenditore che possa essere interessato ad assumere. E così procediamo anche a livello locale. A livello nazionale ci sono poi molte imprese che, anche a livello territoriale, collaborano e che credono in Seconda Chance come per esempio le catene Mac Donald’s a Catanzaro e Primark a Cosenza”. Esperienze positive - “Molto positiva e significativa l’esperienza con la Fattoria della Piana nel reggino. Carmelo Basile, la figlia Federica - ha raccontato Valeria Votano, rappresentante di Seconda Chance Calabria - erano venuti proprio con me in carcere per incontrare i detenuti, perché avevano bisogno di un manutentore. Alla fine hanno assunto cinque persone. Un’esperienza che si è rivelata molto bella e profonda per tutti, sia per le persone detenute che per loro che continuano a ringraziarci. Una storia molto bella e tuttavia siamo consapevoli di quanto di sia ancora da lavorare per creare opportunità di lavoro che coinvolgano la popolazione detenuta”. Seconda Chance siede al tavolo incardinato dallo scorso anno in Prefettura a Reggio e finalizzato a favorire il lavoro esterno. Una sinergia che sta già dando i primi frutti con i primi contratti sottoscritti. Torino. Agente penitenziario suicida, un sistema carcerario al collasso di Marco Bardesono cronacaqui.it, 2 maggio 2026 Suicidio di un agente a Torino mette a nudo il collasso del sistema penitenziario: sovraffollamento, organici ridotti ed emergenza psicologica. Una nuova tragedia scuote il sistema penitenziario italiano e riporta al centro dell’attenzione una crisi che da anni si consuma lontano dai riflettori. Un assistente capo della polizia penitenziaria, 42 anni, originario della provincia di Palermo, si è tolto la vita nella sua abitazione a Torino. Lascia una moglie e una bambina di sei anni. È il secondo caso in pochi giorni tra gli operatori del settore. Dall’inizio del 2026, secondo i dati sindacali, sono già 17 i detenuti suicidi nelle carceri italiane. La tragedia personale si inserisce in un contesto strutturale sempre più fragile. A denunciarlo è il sindacato UIL FP Polizia Penitenziaria, che parla di condizioni “drammatiche” e di un sistema ormai vicino al collasso. Il carcere, spiegano, non logora soltanto chi vi è ristretto, ma anche chi ogni giorno indossa l’uniforme per garantire sicurezza e legalità. Il caso di Torino è emblematico. La casa circondariale Carcere Lorusso e Cutugno, nota come “Le Vallette”, è da tempo uno dei simboli del sovraffollamento in Italia. A fronte di una capienza regolamentare già superata da anni, la struttura ospita centinaia di detenuti in più, con sezioni congestionate e spazi ridotti al minimo. Celle pensate per due persone arrivano a ospitarne tre o quattro, mentre le attività trattamentali e lavorative faticano a tenere il passo con i numeri. Non si tratta di un caso isolato. A livello nazionale, i detenuti sono oltre 64mila a fronte di poco più di 46mila posti disponibili. Un esubero che supera le 18mila unità e che si traduce in tensioni quotidiane, episodi di violenza, autolesionismo e crescente disagio psichico. In questo contesto, anche il personale penitenziario paga un prezzo altissimo: mancano all’appello più di 20mila agenti rispetto al fabbisogno, con turni massacranti che possono arrivare fino a 26 ore consecutive. È un sistema che, secondo i sindacati, rischia di normalizzare l’emergenza. “Ci si assuefà ai gesti estremi”, spiegano, descrivendo un ambiente in cui suicidi, risse e atti di violenza diventano parte della quotidianità. Una spirale pericolosa che incide profondamente sulla salute mentale di detenuti e operatori. Il paradosso è evidente proprio nel giorno in cui si celebra il lavoro. Mentre fuori dalle carceri si parla di diritti e dignità, dentro le mura degli istituti penitenziari queste parole sembrano perdere significato. Gli agenti denunciano straordinari non pagati, carichi di lavoro insostenibili e una cronica mancanza di supporto psicologico. Una condizione che qualcuno definisce senza mezzi termini “caporalato di Stato”. La morte dell’agente torinese non è soltanto una tragedia individuale, ma il segnale di un sistema che fatica a reggere. Le ferite accumulate negli anni, anche lontano dal servizio diretto in carcere, possono riemergere con forza. E mentre si cercano le cause specifiche di ogni gesto estremo, resta una certezza: senza interventi strutturali su sovraffollamento, organici e condizioni di lavoro, il rischio è che episodi come questo continuino a ripetersi. Il carcere, nato per rieducare e reinserire, rischia così di trasformarsi in un luogo che consuma vite, dentro e fuori le celle. Roma. Detenuto malato “in attesa di grazia” protagonista del monologo di Massini di Rory Cappelli La Repubblica, 2 maggio 2026 È stato condannato a 7 anni e 7 mesi, di cui quasi 4 anni già scontati, per un reato risalente al 2016. Nonostante le condizioni di salute gli è stato negato il differimento della pena. Roberto Canulli ha 78 anni. È detenuto nel carcere di Rebibbia, a Roma. Fatica a respirare, vede poco, sente meno, si muove con difficoltà. Stefano Massini lo ha raccontato a “Piazza Pulita” nella puntata andata in onda il 30 aprile su La7: e lo ha raccontato non per quello che ha fatto, ma per quello che resta di lui, oggi. Un uomo anziano che sembra consumarsi dentro un sistema che, però, per lui non riesce a fermarsi. La storia - Roberto Canulli è stato condannato a 7 anni e 7 mesi (e 23 giorni) - di cui quasi 4 anni già scontati - per un reato risalente al 2016 di associazione a delinquere finalizzata allo spaccio. Dopo quattro mesi di carcere preventivo era stato messo in libertà per oltre 3 anni, senza commettere nuovi reati o creare problemi, tenendo “una condotta irreprensibile”. Quando poi la pena diventa esecutiva e Canulli entra (o rientra) in carcere, lo fa ormai in età avanzata, con condizioni di salute molto compromesse. La grazia - A marzo 2026 proprio Gianni Alemanno, ex sindaco Roma, oggi detenuto in quello stesso carcere, presenta per Canulli una domanda di grazia al Presidente Mattarella. Questa richiesta, dice Alemanno, è quasi un cambio di linguaggio: dalla condanna alla compassione, dalla pena alla possibilità di finire altrove, magari a casa. Come è giusto per i “vecchietti”, come scrive lui stesso in un post su Facebook, nella pagina in cui racconta i suoi “Diari di cella”. Il quadro clinico - Nei diari si racconta con precisione qual è il quadro clinico di Canulli: “Devastante”, si legge. “Ipertensione arteriosa, enfisema polmonare e bronchiectasie (dilatazione dei bronchi), esiti di ictus cerebellare destro, grave ipoacusia (non sente quasi niente), vasculopatia carotidea, ipertrofia prostatica benigna, come descritto - scrive Alemanno - nella relazione sanitaria del 24/2/2024. Poi, sempre secondo questa relazione sanitaria, era in attesa di eseguire degli esami alla cornea perché, anche indossando gli occhiali, aveva solo 4 decimi di vista (cioè vede pochissimo) e deve compiere esami di “ecocolordoppler” agli arti inferiori perché fa fatica a muoversi sulle gambe. Ma la stessa relazione concludeva che le condizioni di Roberto erano discrete e stabili e che sarebbe stato curato in carcere, con periodici controlli presso ospedali esterni. Per cui il 19 aprile 2024 il Tribunale di Sorveglianza respinse la sua istanza di differimento pena”. Lo stato delle carceri - La storia di Canulli è l’emblema della presenza crescente nelle carceri di detenuti anziani e non autosufficienti. Perché la sua non è una storia eccezionale. Alemanno chiede che venga concesso a Canulli di scontare la pena fuori dalla cella, in un regime compatibile con le sue condizioni di salute. Il riferimento è al diritto alla salute garantito dalla Costituzione, che in casi estremi può entrare in tensione con l’esecuzione della pena. La grazia, in questo contesto, non è solo un atto clemenziale. È una misura che riconosce che la detenzione, per alcune persone, può trasformarsi in qualcosa di diverso dalla pena prevista: un aggravamento irreversibile delle condizioni di vita. La pena e la tutela di diritti fondamentali - Non a caso negli ultimi anni, diverse associazioni, giuristi e operatori hanno segnalato un aumento dei detenuti anziani e con patologie gravi, spesso difficili da gestire all’interno delle strutture penitenziarie. Il nodo è complesso: da un lato la necessità di eseguire la pena, dall’altro l’obbligo di tutelare diritti fondamentali come la salute e la dignità. Quando queste due linee si incrociano, emergono casi come quello di Canulli, che costringono istituzioni e opinione pubblica a interrogarsi su dove tracciare il limite. Roma. Disturbo da uso di oppiacei, l’Asl Roma rafforza la presa in carico dei detenuti quotidianosanita.it, 2 maggio 2026 I detenuti con disturbo da uso di oppiacei sono circa il 30% di tutta la popolazione carceraria. La Asl punta su un modello territoriale fondato su equità, generalità e universalità delle cure e su una nuova formulazione iniettabile a rilascio prolungato che offre benefici in termini di continuità terapeutica e sicurezza. La tutela della salute non conosce condizioni personali, sociali o giuridiche. È da questo principio che prende forma l’iniziativa avviata dalla ASL Roma 2 all’interno del carcere di Rebibbia, tra i principali poli detentivi per dimensioni a livello europeo, finalizzata all’introduzione di una modalità innovativa di somministrazione della terapia per i pazienti con disturbo da uso di oppiacei attraverso formulazioni iniettabili a rilascio prolungato. “Un’iniziativa che assume un valore sanitario, organizzativo e civile, perché conferma con chiarezza che la presa in carico e la dignità del paziente devono essere garantite in modo pieno e uniforme, sia quando la persona vive in libertà, sia quando si trova in stato di detenzione”, sottolinea la Asl Roma 2 in una nota. Il progetto si colloca dentro il processo di trasformazione della sanità territoriale che la ASL Roma 2 sta portando avanti in coerenza con il DM 77/2022, il provvedimento che ha ridefinito il modello di assistenza di prossimità e che trova nelle Case della Comunità uno dei suoi cardini principali. In questa prospettiva, l’Azienda sanitaria considera il carcere parte integrante del territorio e lavora per assicurare anche alla popolazione ristretta standard assistenziali improntati agli stessi criteri di equità, generalità e universalità che regolano il Servizio sanitario pubblico. Proprio in questa direzione si inserisce anche il percorso di studio avanzato per la realizzazione di una Casa della Comunità all’interno del polipenitenziario di Rebibbia. “Si tratta di una prospettiva concreta e innovativa, che mira a riconoscere al detenuto la stessa dignità assistenziale di ogni altro cittadino, in piena aderenza ai principi costituzionali e alla visione di una sanità pubblica capace di raggiungere ogni persona, senza esclusioni”, spiega la Asl. Il concetto si amplia pensando alle ATSM (Articolazioni per la Tutela della Salute Mentale), strutture dedicate a detenuti con gravi patologie psichiatriche fino a giungere ai ristretti con uno stato di dipendenza da sostanze psicotrope. In particolare, il progetto è rivolto ai detenuti con disturbo da uso di oppiacei, che rappresentano approssimativamente il 30% di tutta la popolazione carceraria. L’intervento, avviato il 20 aprile, ha inizialmente coinvolto venti pazienti seguiti dal Ser.D. interno e sarà progressivamente esteso. Nell’ambito del percorso terapeutico è previsto l’utilizzo di buprenorfina long action iniettabile, che consente di superare molte criticità legate alla somministrazione quotidiana tradizionale, riducendo il rischio di misuso, di pressione tra detenuti e di diversione del farmaco, oltre a garantire maggiore continuità terapeutica, soprattutto nelle fasi più delicate del percorso di cura e benefici terapeutici anche in prossimità della scarcerazione. Le esperienze già registrate in altri istituti italiani ed europei, spiega la Asl, hanno evidenziato risultati molto positivi, sia dal punto di vista clinico, con forte riduzione del craving e della positività ai test tossicologici, sia sul piano organizzativo, grazie a un sensibile alleggerimento del carico di lavoro per il personale sanitario e penitenziario. Questo permette di destinare più tempo ad attività di counseling, supporto psicologico e riabilitazione. L’iniziativa di Rebibbia rappresenta dunque un tassello importante nel lavoro che la ASL Roma 2 sta sviluppando per rendere la sanità territoriale sempre più inclusiva, moderna e vicina alle persone. Una sanità che non distingue, ma accoglie. Una sanità che non separa, ma prende in carico. Una sanità pubblica che afferma, anche nei luoghi più complessi, il diritto universale alla cura. “Siamo estremamente soddisfatti dell’introduzione di questa nuova forma di somministrazione di un farmaco già collaudato, ed utilizzato anche nelle nostre strutture territoriali”, dichiara nella nota il Direttore del Dipartimento integrato di Salute Mentale, Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza e delle Dipendenze patologiche, Massimo Cozza. “Questo consente di ottenere una ulteriore sicurezza sia verso gli operatori sanitari che verso i pazienti ad alto indice di deprivazione ma soprattutto, nell’ambiente carcerario, diminuire i rischi derivanti da ulteriori abusi. Siamo certi che l’estensione della nuova forma di somministrazione alla popolazione target di tutto il penitenziario porterà ad un miglioramento del servizio offerto e potremo verificarlo con una raccolta dati che ci consentirà di monitorare per eliminare tutte le eventuali criticità”. Napoli. Mazio (Sartoria Palingen): “Importante offrire ai detenuti una possibilità di rinascita” di Francesca Cipolloni agensir.it, 2 maggio 2026 “Prima o poi, chi è recluso fa i conti con la libertà, e la libertà va incanalata nel processo produttivo del lavoro”, afferma il fondatore della start up che dal 2021 ha visto ogni anno raddoppiato il fatturato. Presto si passerà da 4 dipendenti a 8. Quella di Palingen è una storia non comune che nasce “da un’idea semplice ma potente: restituire dignità attraverso il lavoro. Ispirata al concetto di “palingenesi” - rinascita - la nostra realtà opera all’interno della Casa circondariale di Napoli Secondigliano “Pasquale Mandato”, dove ogni giorno accompagniamo le detenute e, da metà 2026 anche i detenuti, in un percorso di formazione, crescita e trasformazione”. Di questa “sartoria sociale e sostenibile che trasforma scarti in risorse, e vite spezzate in nuove”, in cui protagonista è “una bellezza che rigenera, nel lavoro come strumento di riscatto e in una moda inclusiva, etica e consapevole” il fondatore è Marco Maria Mazio, giovane avvocato e imprenditore che ha fondato questa realtà a vocazione sociale per restituire un nuovo futuro e una luce di speranza a chi ha sperimentato il buio della cella. È lui a raccontarci genesi e orizzonti di un’impresa davvero sui generis nell’epoca attuale. Da quale visione trae spunto questo progetto e quali sono i risultati ad oggi dal punto di vista imprenditoriale? Palingen ha origine dalla mia storia personale avviata in carcere come educatore volontario. Quando mi sono laureato in Giurisprudenza, nel 2014, ho iniziato a svolgere il mio tirocinio forense presso uno studio legale a Napoli, con la possibilità di lavorare, appunto, come educatore part time presso la Casa circondariale femminile di Pozzuoli. Mi animava una fortissima curiosità di scoprire, da giurista, come ‘funzionasse’ dall’interno il sistema penitenziario, caratterizzato, come sappiamo, da uno stereotipo collettivo: un contesto ‘chiuso’, un mondo a parte, minato dalle inefficienze e dai limiti che già conosciamo. Ho scoperto prima di tutto il volto di quelle donne recluse a cui era legittimo offrire una seconda opportunità perché la riabilitazione del reo ha, necessariamente, una conseguenza sul sistema economico sociale del Paese, considerando anche l’aspetto morale. Guardando alla sfera pragmatica, l’impresa ha iniziato a prendere forma da lì: nel vedere le detenute custodi di un talento, con l’entusiasmo di fare e il desiderio di riscattarsi. Molte persone finiscono in carcere perché magari nate e cresciute in contesti degradati, in una povertà educativa e disagiata che le ha portate a sbagliare nel corso della vita. È importante offrire loro un’altra possibilità di rinascita... In carcere questa gente non ha nulla, se non un bene prezioso: il tempo, tantissimo tempo a disposizione, che a noi spesso manca… Un tempo da investire in maniera produttiva, costruttiva, proficua, formativa, professionalizzante. Allora quella persona potrà uscire dal sistema carcerario come un elemento positivo della comunità, come lavoratore attivo, come figura ulteriormente meritevole di dignità nel tessuto sociale. Se una persona è mentalmente impegnata, lavora, viene reintegrata nel sistema economico, guadagnando e pagando le imposte, rientra automaticamente nel circuito sociale. La nostra start up è stata fondata nel 2019 e il progetto è stato concretamente avviato nel maggio 2021, con un fatturato ogni anno raddoppiato. Ad oggi abbiamo impiegate, in totale, 4 dipendenti, che a breve diventeranno 8. Detenzione e palingenesi, dunque: un binomio che non è semplice utopia ma che rappresenta l’impegno concreto affinché le sbarre non mortifichino la speranza… Tutto si sviluppa a partire dalle reti virtuose e dalle sinergie, anche commerciali oltre che umanitarie, che si possono attivare. Nel mio caso ho potuto contare, anzitutto, sugli ottimi rapporti con la direzione della Casa circondariale e sono fermamente convinto che l’asse pubblico-privato possa fare la differenza: pensiamo a quante imprese, in Italia, alla ricerca di risorse umane potrebbero intraprendere la medesima strada, attingendo dal bacino di un personale tecnicamente qualificato che pur provenendo da una prova durissima come la detenzione può comunque mettere in gioco le proprie qualità professionali. Quanto ha potuto contare sul supporto delle Istituzioni? Sono stato molto fortunato. Oltre alla direzione, ho incontrato in tutta l’amministrazione della Casa Circondariale stessa un’attenzione molto collaborativa, una partecipazione fattiva. La stessa disponibilità l’ho avuta dal Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, il dott. Samuele Ciambriello. Continuiamo a ricevere sostegno concreto da parte sia delle Istituzioni - inclusi il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria (Dap), i Provveditorati regionali dell’Amministrazione penitenziaria (Prap) e i Magistrati di sorveglianza -, sia delle aziende con cui collaboriamo. Il vostro è un positivo esempio di come la barriera dell’indifferenza e dello stigma sociale si possa superare. In che modo, anche tramite i media, si può implementare questa consapevolezza a favore di una maggiore inclusione? Occorre prima di tutto sensibilizzare chi gestisce le imprese o comunque ha una funzione strategica all’interno delle aziende ed è dotato di una maggiore sensibilità verso il tema dell’inclusione. Teniamo conto anche del fatto che le nuove generazioni sono più vigili sulle questioni sociali e ambientali. Si tratta di ragionare oltre il mainstream, di raccontare una modalità di promuovere il business che non si limita alla mera filantropia. Bisogna partire dallo stile narrativo: l’evento benefico in sé può rappresentare una carezza al cuore, certo, può impressionare emotivamente, ma ciò che conta è suscitare un interesse che apra alla volontà di creare coinvolgimento e interazione tra Terzo settore, realtà istituzionali, soggetti che sanno fare affari con sguardo etico. L’Italia, ad esempio, ha un’ottima legge che regola gli sgravi fiscali e contributivi per chi assume detenuti: ci sono dunque dei lati vantaggiosi per gli imprenditori che devono tener conto dei bilanci aziendali, ed è importante che circoli una corretta informazione in tal senso. L’economia etica, in un contesto anche internazionale, che fa del profitto il suo obiettivo principale, è una sfida che si può vincere facendo squadra tra realtà. Da imprenditore, qual è il suo messaggio in un’ottica di partnership? Sono convinto che le economie resilienti, quelle capaci di adattarsi ai mutamenti storici e sociali siano le più forti, anche a livello locale. Al netto dei diversi fattori che ne possono influenzare l’andamento, dai fenomeni migratori, ai cambiamenti climatici e agli equilibri geopolitici. Nel territorio italiano rischiamo di smarrire il valore dell’artigianato, della manifattura, della sartoria stessa, dal momento che per tanti anni abbiamo delocalizzato la produzione in Paesi esteri in cui il costo della manodopera è decisamente inferiore. Inserendo skills e competenze anche di persone che sono ai margini della società si concorre invece a favorire un’economia più resiliente, capace di adeguarsi e di rimanere stabile nel tempo. Questa prospettiva però va testimoniata, raccontata e quindi condivisa, a partire dai canali social, dai media. Mi fece impressione leggere l’esperienza di un’azienda di calzature americana, un autentico esempio di profitto. Il loro marketing prevedeva che, per un paio di scarpe acquistato, un altro ne veniva regalato ai bambini più sfortunati dell’America Latina. Centinaia di migliaia di scarpe donate, con un’influenza significativa sul piano etico. Commercio e solidarietà non sono termini antitetici. Si può dar corso di fatto, ad un modello imprenditoriale innovativo, ambizioso, soddisfacente e, al contempo, promuovere comunque qualcosa di socialmente utile, risolvendo ciò che molti vedono come problema: il manager statunitense ha visto i bambini scalzi e poveri, così come io ho visto le detenute in carcere senza un’occupazione principale. Novara. Chiude la sezione del 41 bis, detenuti destinati alle carceri della Sardegna di Elena Mittino novaratoday.it, 2 maggio 2026 Cambio di destinazione d’uso: chiude la sezione del 41 bis del carcere di massima sicurezza di Novara. La notizia è proprio di questi giorni e arriva dopo una visita da parte del segretario generale nazionale Gennarino De Fazio, Uil Fp polizia penitenziaria, avvenuta proprio nel carcere cittadino lo scorso 30 aprile. I 70 detenuti nel carcere di massima sicurezza (sono in tutto 174 quelli presenti a Novara, un centinaio sono quelli detenuti a regime ordinario), secondo le informazioni riferite da De Fazio, dovrebbero trasferiti probabilmente inizialmente a Vigevano e poi dislocati nelle altre varie sedi, fra cui la Sardegna. “Diciamo che di Novara non si può parlare di isola felice, ma finora questo carcere è stato uno dei pochi istituti in cui le contingenze di sovraffollamento e inadeguatezza di organico di polizia penitenziaria influivano meno - spiega al telefono il segretario nazionale - con questo cambio di destinazione d’uso si teme proprio il contrario”. A Novara si parla di sovraffollamento infatti del 111% laddove in molte altre realtà è di una media del 138% e si raggiungono picchi del 250%. Sulla chiusura del 41 bis: “Le politiche di carattere detentivo non vengono discusse, ma sappiamo che è in atto processo di riorganizzazione generale per scelta riorganizzativa e pare che la direzione sia quella di dislocare, come un tempo i carcerati in gran parte, ma non solo, su territorio insulare”. Brescia. Un Centro per la giustizia riparativa. Di Rosa: “Ora attuare la norma, ma con prodenza” di Mara Rodella Corriere della Sera, 2 maggio 2026 La presidente della Corte di Appello: norma di apertura, ma che va adottata con prudenza. Per non perderlo di vista, anche Brescia - inteso come distretto giudiziario - avrà il suo centro di giustizia riparativa, come previsto dalla riforma Cartabia, che sotto questo profilo ha introdotto una disciplina organica nel sistema penale. Sorgerà in città, a Mompiano, al civico 16 di via S. Antonio. Ma ce ne sarà uno anche a Bergamo. Alla base, un’intesa con i Comuni di riferimento, nel nostro caso, la Loggia, che ha messo a disposizione gli spazi. Obiettivo: “riparare” al danno emotivo relazionale e materiale causato dal reato, favorendo il dialogo e la responsabilizzazione di chi l’ha commesso. Mettendo al centro la vittima. “Alla giustizia riparativa si ricorre ancora troppo poco, anche per mancanza di risorse” dice la presidente della Corte d’appello, Giovanna Di Rosa: “Questi due centri confermano la strutturazione territoriale ampia e coordinata e coprono l’intero distretto con riferimento, anche ai Tribunali di Mantova e Cremona”. L’auspicio è che “si investa sui programmi di giustizia riparativa, per dare attuazione alla normativa in maniera completa”. Già c’erano, certo. Adesso, però, ferma restando l’organizzazione in capo ai Comuni di riferimento, “è prevista una Conferenza locale per la giustizia riparativa, cioè un organismo che vede anche la partecipazione del ministero, delle regioni, delle province e, a cascata, i Comuni. Così si costituisce quindi un centro, che fa rete presso gli enti locali e che quindi ha contezza delle esperienze di giustizia riparativa”, le quali possono godere anche di finanziamenti ministeriali, previa vigilanza. I magistrati, dal canto loro, “possono, anche d’ufficio, avviare l’imputato del reato al programma di giustizia riparativa”, aperto a tutti coloro che - oltre alla vittima materiale di un reato - ne abbiano interesse. Un passaggio, questo, “che apre la strada anche a vittime di reati analoghi, che magari non hanno avuto la possibilità di confrontarsi con il diretto responsabile e alle quali è rimasto dentro un dolore per un problema non risolto, per la mancata comprensione della privazione subita e la lesione riportata”. Parliamo “senza dubbio di una norma di apertura, ma che va adottata con prudenza e guardata con interesse: la cifra della giustizia riparativa - spiega la presidente - sta proprio in uno sguardo sull’intero sistema, che non si accontenta del metodo sanzionatorio tradizionale. E va oltre”. Pur suscitando qualche critica da parte di chi sostiene che alla base di un percorso riparativo da cui un indagato può trarre benefici, ci possa essere strumentalizzazione o opportunismo. “L’apertura di questi due centri è una bellissima notizia, un passo molto importante, atteso da tempo, a cui dare corso per mettere a sistema un nuovo tipo di risposta, complementare rispetto a quella giudiziaria, che la integra e la supporta in maniera significativa”. Il 6 maggio ci sarà un incontro, al Palagiustizia (alle 15) - “Giustizia riparativa: attualità, prospettive, nuove sfide” - destinato anche alla presentazione “di un programma successivo di formazione, con corsi mirati, per i magistrati che si svilupperà in tutto il distretto, nelle singole sedi territoriali”. Accreditati anche dall’Ordine degli avvocati. Il primo momento pubblico di approfondimento e confronto sul ruolo della giustizia riparativa nel distretto. Dopo i saluti della presidente della Corte d’appello, del pg Guido Rispoli, e della vicepresidente degli avvocati bresciani, Valeria Cominotti, interverranno Claudia Mazzucato, dell’Università Cattolica, Monica Cali, presidente del Tribunale di Sorveglianza, Laura D’Urbino, di quello per i Minorenni, Anna Scalori, coordinatrice del centro di giustizia riparativa di Brescia e Anna Cattaneo per Bergamo. “Sarà anche l’occasione per presentare i percorsi formativi imminenti, rivolti a avvocati e magistrati”. Il 7 maggio l’inaugurazione ufficiale del centro, in via Sant’Antonio 16, alla presenza del Comune e della Provincia di Brescia. Vibo Valentia. “Spazio giallo” in carcere, progetto che trasforma l’attesa in un momento di gioco ilvibonese.it, 2 maggio 2026 In questo spazio, i bambini che attendono l’incontro con il genitore o parente detenuto, possono elaborare le proprie emozioni attraverso il disegno o il gioco. Una iniziativa resa possibile grazie alla piena collaborazione della direzione della Casa circondariale. In un contesto delicato come quello della detenzione, mantenere vivo il legame tra genitori e figli non è solo un diritto, ma una necessità per il benessere dei minori. Ne è convinto il Coordinamento provinciale di Libera che alla Casa circondariale di Vibo Valentia, da ben tre anni, porta avanti il progetto “Spazio giallo”. Lo Spazio giallo - spiegano i membri del sodalizio - non è solo un luogo fisico, ma un’area di “umanizzazione” dove i bambini e le bambine, in attesa dell’incontro con il genitore detenuto o con il parente detenuto, possono elaborare le proprie emozioni in un ambiente a loro misura. Attraverso il gioco e il disegno, i minori vengono accompagnati in un momento di fragilità, trasformando l’attesa in un percorso di serenità che preserva l’affettività e la dignità del rapporto familiare. Lo Spazio giallo che nasce come servizio per i minori, è diventato, nel tempo, un punto di ascolto e di sfogo per le intere famiglie che varcano la soglia del carcere. Per molti parenti - racconta il Coordinamento provinciale - i momenti trascorsi in quest’area rappresentano un’occasione di svago e di umanità in una giornata segnata dalla tensione. Dalle conversazioni con gli operatori emergono storie di vita profonde: c’è chi, con gli occhi lucidi, racconta di come il proprio figlio vive in modo diverso l’ingresso in carcere perché sa che c’è uno spazio in cui poter giocare; chi trova il coraggio di dare voce alle proprie preoccupazioni quotidiane; e chi, in un momento di amaro sfogo, sottolinea come spesso “gli sbagli di uno solo ricadano drammaticamente su un’intera famiglia”. Diventa quindi il luogo in cui queste fragilità vengono accolte senza giudizio. La sinergia istituzionale - La realizzazione e il successo di questo percorso sono il frutto di una profonda sensibilità istituzionale. La direttrice della Casa Circondariale, Angela Marcello, ha fortemente promosso questo progetto come strumento di sostegno alla genitorialità. Fondamentale è stato inoltre il contributo operativo dell’ispettore Vincenzo Tigani, responsabile dell’Unità Operativa Colloqui, insieme alla costante dedizione di tutto il comparto della Polizia Penitenziaria e degli educatori e delle educatrici dell’Istituto. Attraverso il disegno e il gioco, i bambini possono elaborare le proprie emozioni e prepararsi al colloquio in un clima di serenità. È qui che i più piccoli trovano un ambiente a loro misura, preservando il legame affettivo in un contesto protetto. Come sottolineato dall’ispettore Vincenzo Tigani, responsabile dell’Unità operativa colloqui, d’intesa con la direttrice Angela Marcello, l’iniziativa riveste un elevato valore sociale in quanto: “Rappresenta un esempio concreto di umanizzazione degli spazi e delle relazioni, favorendo l’espressione delle emozioni e accompagnando i minori in un momento delicato quale quello dell’incontro con il genitore”. Per dare risalto a questa sinergia, è stata autorizzata la pubblicazione di fotografie ritraenti alcuni disegni realizzati dai bambini. Le immagini, diffuse nel totale rispetto della tutela dei minori e in assenza di dati sensibili, testimoniano la forza dei legami che, attraverso la creatività, riescono a superare ogni barriera. Livorno. Rugby oltre le sbarre, gli atleti della nazionale italiana insieme alle “Pecore nere” livornotoday.it, 2 maggio 2026 Le Sughere hanno ospitato una giornata speciale tra detenuti e azzurri: allenamenti, confronto e valori per favorire reinserimento sociale attraverso lo sport. Il carcere di Livorno ha aperto le proprie porte ad una nuova tappa del tour “Rugby oltre le sbarre”, il progetto della Federazione italiana rugby e Macron attivo in un crescente numero di istituiti di pena del Paese con l’obiettivo di contribuire concretamente, attraverso la pratica del rugby, al processo di reinserimento dei detenuti nel tessuto sociale. L’iniziativa ha consentito alla squadra delle Pecore Nere, il team di detenuti dell’istituto livornese, di vivere una giornata di allenamenti e scambi con una delegazione della Federazione. Insieme al presidente della Toscana, Edoardo Barcaglioni, la squadra delle Pecore Nere ha accolto sul proprio campo da gioco delle Sughere l’Mvp del massimo campionato femminile e azzurrina U21 Alice Antonazzo, gli azzurrini dell’Italia Under 20 e dell’Accademia Nazionale “Ivan Francescato” Jacopo De Rossi e Tommaso Roda e l’estremo dell’Italia Lorenzo Pani. Dopo le presentazioni iniziali, gli atleti hanno smesso per una mattina i panni di atleti calandosi in quelli di allenatori, dando vita ad un clinic rugbistico in piena regola che ha toccato tutti i fondamentali del gioco, mentre le Pecore Nere indossavano il kit da gioco messo a loro disposizione dallo sponsor Macron. “L’impegno sociale della Federazione è estremamente variegato - le parole di Barcaglioni - in coerenza con i valori fondanti dell’ente e del gioco, di cui il questo progetto ne costituisce una delle progettualità più sentite e di più lungo corso. Ringrazio l’amministrazione penitenziaria per continuare al nostro fianco in questo percorso e tutti i ragazzi e le ragazze che hanno preso parte a una giornata di rugby che rimarrà a lungo impressa nei nostri ricordi”. Lorenzo Pani e Alice Antonazzo hanno sottolineato “le forzi emozioni provate nel lavorare fianco a fianco ai ragazzi delle Pecore Nere. La passione e il valore che caratterizza il loro approccio al rugby, l’entusiasmo con cui si sono avvicinati a tutte le sfide che abbiamo loro proposto, è una dimostrazione potentissima di come il fioco sappia abbattere ogni barriera”. Fine vita, sprint di Forza Italia con la regia Costa-Craxi. Ma resta il nodo sanità pubblica di Francesca Spasiano Il Dubbio, 2 maggio 2026 Incontro alla Camera tra i parlamentari azzurri per riaprire il dossier. E in Lombardia gli azzurri appoggiano l’Associazione Coscioni. Forza Italia fa sul serio: vuole una legge sul fine vita entro la fine della legislatura. E la vuole al punto da mettere il tema al centro della prima riunione dei parlamentari azzurri dopo la svolta liberale impressa da Arcore. L’incontro si è tenuto mercoledì sera alla Camera, con il neo capogruppo Enrico Costa. Ma c’erano anche Stefania Craxi, che ha appena assunto la guida dei senatori, e Pierantonio Zanettin, relatore del testo base a Palazzo Madama insieme al collega di Fratelli d’Italia Ignazio Zullo. L’obiettivo? Sbloccare il ddl fermo nelle commissioni Giustizia e Affari sociali per portarlo in Aula al più presto. Non prima di aver superato le divergenze, diciamo così, che pure ci sono. Ma con cauto ottimismo nella possibilità di arrivare a una mediazione con gli alleati. “Abbiamo voluto conoscere lo stato dell’arte dei lavori al Senato, per poterci esprimere come deputati. Ovviamente nell’ambito della libertà di coscienza, che è una caratteristica della nostra azione su questi temi - spiega Costa al Dubbio -. È stata una riunione molto sentita, con interventi di alto profilo. Complessivamente c’è stata una grande adesione e apprezzamento per l’iter che è stato intrapreso e un grande stimolo ad andare avanti. Il percorso avrà certamente le sue difficoltà, ma era necessario fare in modo che questo tema diventasse di rilevanza parlamentare, creando un coordinamento e facendo sentire il nostro sostegno”. Insomma, se si trattava di sondare gli umori e mandare un messaggio, il risultato appare chiaro: la truppa azzurra, nei due rami, è compatta. Ora resta da capire se lo stesso si possa dire del centrodestra, con la Lega che al momento tace e Fratelli d’Italia che non appare entusiasta. I meloniani, in particolare, vogliono che il servizio sanitario nazionale resti escluso dai percorsi di fine vita per ciò che riguarda il personale, il farmaco e la strumentazione necessaria. E il nodo ha pesato sul testo per mesi, prima che il progetto sparisse del tutto dai radar. L’ultima novità è arrivata a fine anno, con la sentenza 204 della Consulta sulla legge della Toscana, impugnata dal governo, che stabilisce tempi e procedure certe. I giudici hanno in gran parte salvato la norma e sancito “il diritto” del paziente, che abbia già ottenuto il via libera al suicidio assistito, di fare affidamento sulla sanità pubblica. Ma l’interpretazione “discorde” della decisione non ha incoraggiato l’iter di una legge nazionale, sulla quale è calato il sipario dopo le parole pronunciate dalla premier nella conferenza stampa di inizio anno. Per quel che trapela, i dubbi vanno cercati soprattutto dalle parti del governo. Ma per Stefania Craxi, che ha ripreso in mano il dossier, sarebbe “del tutto fuorviante parlare di divisioni, oppure strumentalizzare una discussione necessaria, indispensabile, per ragioni di stampa o peggio di propaganda politica”. La neo-capogruppo ribadisce che il tema del fine vita “è un argomento che chiama in causa le coscienze, che mai e poi mai, da liberali, faremo ricadere in una misera logica parte, favorendo sempre una discussione tanto giuridica quanto etica all’altezza”. “Certo - spiega la senatrice al Dubbio -, per noi il tema è centrale. E lo poniamo con forza. Ma vogliamo partire da un testo equilibrato, non dogmatico, rispettoso delle sentenze della Corte costituzionale e che ben disciplina i casi e il percorso di coloro che, in determinante circostanze, possono consapevolmente scegliere il loro destino. Un testo che tutela il diritto alla vita senza perdere mai di vista la libertà della persona, e la necessità di assicurare all’uomo la sua piena dignità anche nella morte. Per Forza Italia è un obiettivo che si può e si deve raggiungere in questa legislatura. È nell’interesse di tutti, dei cittadini in primis”. Quanto al ruolo del servizio sanitario, bisognerà trovare una soluzione. “Si possono individuare alcune opzioni possibili e praticabili, avendo come bussola d’intervento quella di evitare procedure inapplicabili e una sorta di inaccettabile “privatizzazione del fine vita” - infatti la proposta prevede un intervento del comitato etico nazionale - che porterebbero a una diseguaglianza, anche di carattere economico, nella richiesta del suicidio assistito e ridurrebbero la garanzia di prevenire abusi nei confronti delle persone ammalate e vulnerabili”. Da parte sua, il relatore di FdI, Zullo, assicura che il testo è fermo perché mancano ancora i pareri della quinta commissione. E ribadisce: “Le norme di questa nazione prevedono che il Servizio sanitario nazionale debba agire per la vita e la salute”. Per il meloniano non è un “pregiudizio”, ma un fatto: il fine vita non può rientrare tra i livelli essenziali di assistenza. Ma è possibile far affidamento sulla strumentazione e sul personale pubblico, pur prevedendo l’obiezione di coscienza del medico? Ciò che è certo, al momento, è che il Parlamento dovrà muoversi prima delle Regioni. E in particolare prima della Lombardia, dove i giovani azzurri hanno aperto alla proposta rilanciata dell’Associazione Luca Coscioni, “Liberi subito”, che punta a raccogliere cinquemila firme entro la fine di settembre. “Noi stiamo lavorando per dare delle linee guida che consentano di avere un comportamento omogeneo da parte di tutte le nostre Ats e Asst. Questo è quello che possiamo fare, che stiamo facendo ed è l’unica parte di competenza regionale”, dice il governatore Attilio Fontana. Con Craxi che conclude: “In un ambito così delicato non possiamo permetterci soluzioni improvvisate o regolazioni disallineate: è indispensabile una regia unitaria che garantisca equilibrio, competenza e responsabilità istituzionale”. Gestire l’emergenza migranti con un pragmatico progetto d’impresa. Si può? Sì. Ecco come di Milena Gabanelli Corriere della Sera, 2 maggio 2026 Le tabelle del Viminale sono perfette: quanti sbarcano, dove si accampano, quanti smistati per regione, da quali Paesi arrivano. Segue il ciclico appello: “Ogni sindaco faccia la sua parte”. Ma “quale” parte, e fino a quando? Ogni paese europeo si gestisce i migranti che ha in casa, e chiuse le rotte, di ricollocamenti non se ne parla più. Per Bruxelles il problema è uno solo: il ricatto della Turchia. Se Erdogan spingerà i 3 milioni di siriani in Grecia, si sposterà il finanziamento da Ankara ad Atene. Ipotesi improbabile perché i 6 miliardi dell’accordo fanno comodo al premier turco, e perché i siriani non hanno nessuna voglia di rimettersi per strada verso le tende di Idomeni, Salonicco o il Pireo; da marzo hanno ottenuto il permesso di lavoro, e l’integrazione in Turchia è meno complessa. Nella malaugurata ipotesi di un’espulsione di massa, la Grecia sarà travolta da un disastro umanitario che, senza un colossale intervento militare, si sfogherà, almeno in parte, via mare verso l’unico paese impossibile da blindare: l’Italia. Infatti qui gli sbarchi continuano, e i numeri sono cresciuti rispetto allo stesso periodo degli anni precedenti: arrivano dall’Africa sub sahariana, ma anche dalla Siria, Iraq, Pakistan, Palestina, 2.392 sono di nazionalità sconosciuta, i minori non accompagnati 13.000. Siria a parte, guardiamo la mappa dei paesi devastati da instabilità, guerre civili, terrorismo e persecuzioni, e avremo un’idea di quel che si sta muovendo alle nostre spalle. Questi sono i dati ufficiali al 31 dicembre 2015: 3 milioni e mezzo in fuga dall’Iraq, 2 milioni e mezzo dall’Afghanistan, 262.000 dal Pakistan, 1 milione dalla Somalia, 750.000 dal Sudan, 450.000 dalla Repubblica Centroafricana, 450.000 sfollati libici, 535.000 dal Congo, 5.000 persone al mese dall’Eritrea. Dove andranno nessuno lo sa, ma è probabile che almeno una parte punti all’Europa, e noi siamo i più esposti. Abbiamo 3mila centri di accoglienza temporanea (Cas), 13 centri governativi (Cara), 430 centri Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati gestito da enti locali). Oggi ospitano complessivamente 144.000 migranti. Il sistema ci è costato, nel 2015, 1 miliardo e cento, ma non c’è trasparenza sugli affidamenti, sui finanziamenti, sul rispetto degli standard di erogazione dei servizi previsti da convenzioni e capitolati d’appalto. Il progetto del governo, sulla carta, dovrebbe essere quello dell’accoglienza diffusa, cioè i piccoli centri da 10/20 posti, gestiti dai comuni, che però oggi accolgono circa 20.000 persone. Il resto sono centri straordinari dati in emergenza e gestiti dalle Prefetture, dove non si fa né formazione né integrazione. Ogni sbarco corposo è “un’emergenza” che le Prefetture affrontano reclutando alberghi (a cui si garantisce la clientela), invocando l’intervento delle parrocchie e dei comuni, allestendo tende o container improvvisati in spazi inadeguati. La gestione è affidata a consorzi, cooperative, associazioni, spesso senza gara, dove si paga, chiavi in mano, pieno per vuoto. Che l’immigrazione sia un grande affare per la criminalità è ormai un fatto accertato. Come potrebbe diventare un’opportunità trovando una soluzione gestibile, continua a non essere una priorità né per Bruxelles, né per il nostro governo. Dall’inizio di quest’anno dall’Italia non se ne possono più andare, e quando ci riescono, ce li rimandano indietro. Inoltre: dove sono finiti invece i 170.000 sbarcati nel 2014, e i 153.000 del 2015? In parte hanno preso la strada del nord Europa senza farsi identificare, in parte inseriti nel circuito dell’accoglienza, altri vagano per le nostre città e i più desolati paesini. Diventano vittime del caporalato, vendono calzini per strada, chiedono elemosina, si contendono un posto di abusivo nei parcheggi, o peggio, finiscono nel giro dello spaccio. È comprensibile che questi scenari preoccupino la popolazione, e alimentino paure nelle quali affonda i denti la strumentalizzazione politica più bieca, con il rischio di rivolte sociali. Di fatto siamo l’hotspot d’Europa, ed è chiaro che il sistema non può più reggersi sulla solidarietà. E allora, ipotizziamo un piano concreto che possa trasformare il dramma in opportunità, e proviamo a costruire un pragmatico progetto d’impresa, da portare sul tavolo a Bruxelles, in cambio di finanziamenti, dell’impegno alla ripartizione delle quote, e della supervisione di un commissario europeo. Cominciamo con i richiedenti asilo, che abbiamo l’obbligo di accogliere: la mano pubblica deve riprendersi l’organizzazione, il controllo e la gestione dell’intera filiera, utilizzando cooperative e associazioni per svolgere solo funzioni di supporto. Ipotizzando l’accoglienza di 200.000 persone l’anno occorre identificare 400 luoghi, che possano ospitare mediamente 500 persone. Gli ampi spazi pubblici inutilizzati ci sono: gli ex ospedali, i resort sequestrati alle mafie, e soprattutto le ex caserme. Ne abbiamo in tutto il paese, dalla Sicilia al Friuli, alcune agibili subito, altre in parte, alcune da adeguare del tutto, facendo i lavori con procedura d’urgenza. Sono luoghi adatti perché gli spazi enormi consentono di modulare l’esigenza di abitabilità con le attività da svolgere all’interno: corsi di lingua, di educazione alle regole europee e formazione per 8 ore al giorno. Inoltre asili per i bambini e aule scolastiche per i minori. Occorre definire regole inderogabili: obbligo di frequenza, pena il ritardo nella collocazione definitiva, accettazione di un piano transitorio di permanenza quantificabile in 6 mesi; periodo di tempo necessario per il perfezionamento dell’identificazione, l’espletamento delle pratiche per il ricollocamento, e la definizione del curriculum di ogni rifugiato: dal titolo di studio, a quale mestiere sa fare. Per fare tutto questo occorrerà assumere a tempo pieno 22.000 professionisti (fra insegnanti, formatori, psicologi, medici, addetti). Costo molto approssimativo per la messa in abitabilità dei luoghi: 2 miliardi di euro. Gli stipendi del personale e il mantenimento di strutture e ospiti (vitto, luce, acqua, riscaldamento) sono invece quantificabili in 2 miliardi e 200 milioni l’anno. Sono calcoli ovviamente approssimativi, anche se fatti con la consulenza di professionisti del settore, e quindi sono da considerare un ordine di grandezza da cui partire. I vantaggi: percezione di maggiore sicurezza, migliore disponibilità sociale perché il sistema organizzativo oltre a fornire strumenti reali per una integrazione, porta lavoro a personale italiano e rimette in moto l’edilizia. Con il risultato di lasciare, quando questo ciclo si sarà concluso, un patrimonio valorizzato (mentre oggi è in costante degrado). Se mettessimo in piedi il progetto organizzato in questa maniera i nostri sindaci sarebbero più disponibili ad accompagnare il rifugiato all’inserimento nel territorio? Quelli consultati, a cominciare dal sindaco di Milano Giuseppe Sala, su cui pesano i numeri più consistenti, la risposta è stata: “Magari! Oggi ricevo 30 euro al giorno a persona per trovare un posto dove farla dormire, ma poi? I flussi sono in aumento, molti hanno un livello basso di istruzione, non sappiamo cosa sanno fare. Sarebbe tutto più gestibile se ci arrivassero con uno screening fatto e un minimo di formazione”. I paesi membri invece si prenderebbero la loro quota, già identificata e formata? I delegati all’immigrazione di Svezia, Norvegia e Germania hanno risposto che a queste condizioni, e con il coinvolgimento di tutti i paesi, la disponibilità ci sarebbe. Abbiamo infine sottoposto il progetto al Commissario europeo Avramopoulos lo scorso maggio, e alla domanda “l’Europa potrebbe finanziarlo e contestualmente imporre la ridistribuzione?”, la risposta è stata questa: “Se l’Italia mettesse in piedi un piano nazionale complessivo, e il governo lo facesse suo presentandolo agli organi europei competenti, sarebbe senz’altro recepito positivamente. I soldi ci sono. Per quel che riguarda la rilocazione di chi è stato identificato come avente diritto alla protezione internazionale, non ci sono scuse, anche se ci sono resistenze, le decisioni sono vincolanti”. Quindi perché non provare a percorrere questa strada? Altro discorso per il migrante economico. La posizione dell’Italia e dell’Europa è quella del rimpatrio e il piano è orientato all’aiuto attraverso lo sviluppo di economie nei paesi d’origine. Una prospettiva giusta, che richiede tempi lunghi, ma intanto come si affronta quel 60% di sbarchi che non rientra nella categoria dei richiedenti asilo? Con un decreto di espulsione. Se ne dovrebbero andare volontariamente, ma non lo fanno perché non hanno documenti validi, né soldi, né tantomeno voglia. Diventano clandestini, e quando li trovano finiscono nei Cie (Centri di identificazione ed espulsione). Nel 2015 su 34mila irregolari è stato rimpatriato forzatamente solo il 46%. Costo: 35 milioni di euro. La partita dei rimpatri si contratta attraverso accordi con i paesi d’origine, non facili e molto onerosi, e anche di questo non dovremmo farci carico da soli. Mentre quello che possiamo fare è sveltire la macchina giudiziaria. Il problema è che dentro a questo 60% c’è un numero imprecisato di cittadini che non provengono da Paesi in guerra, ma fuggono da persecuzioni e chiedono una protezione. E se questa non viene concessa, intasano i tribunali con i ricorsi. Ci vogliono in media 2 anni per stabilire chi deve restare e chi no, quando sarebbe sufficiente qualche mese; ma ci vorrebbero 40 giudici dedicati solo a questo, e il costo è quantificabile in 3 milioni di euro l’anno. Questo è lo scenario che ci attenderà per almeno un decennio, ma se c’è la volontà politica si affronta, con la ricaduta di arricchire il Paese, invece di impoverirlo. Ben sapendo, poi, che il compito dei governi è quello di evitare i conflitti, non di crearli, mentre quello delle Nazioni Unite è di essere protagonista vero, non solo portatore di buone intenzioni. Le guerre moderne non si vincono di Andrea Riccardi Corriere della Sera, 2 maggio 2026 I conflitti sono utilizzati come strumento di politica internazionale eppure è dimostrato che tendono ad eternizzarsi. Siamo in una stagione in cui la guerra, da “flagello” come recitava lo Statuto delle Nazioni Unite, è divenuta “strumento” principe di politica internazionale. Si va facilmente al conflitto ma poi non si riesce ad uscirne né in modo negoziale né con la vittoria. Lo si vede con i negoziati a Islamabad, tra Stati Uniti e Iran mediati dal Pakistan, che si trascinano senza punto d’incontro. Il regime iraniano, decapitato della guida suprema dall’uccisione di Khamenei, alla testa dal 1989, fatica ad essere un interlocutore unitario e articolato degli Stati Uniti, i quali intenderebbero tirarsi fuori dignitosamente dalla vicenda. Dal 1° marzo scorso la situazione si è complicata con la crisi dello stretto di Hormuz, da dove passa circa il 20 per cento della produzione mondiale di petrolio e gas, che non era mai stato chiuso. Il conflitto era iniziato con bombardamenti israeliani e americani su obiettivi iraniani sia militari che industriali o politici. Il regime di Teheran sembrava indebolito per la crisi economica e la contestazione con le manifestazioni dall’autunno 2025 al grido “Donna, Vita, Libertà”, e quelle più recenti di inizio gennaio, tutte impietosamente represse. Tuttavia, il Paese sta resistendo alle pressioni militari nonostante le distruzioni e le sanzioni. Non si tratta tanto dell’espressione di una coesione interna (anche se i bombardamenti l’hanno favorita nonostante la persistente impopolarità del regime), quanto di una condizione caratteristica delle guerre del XXI secolo. La disparità militare tra Stati Uniti e Israele da una parte e Iran dall’altra, è evidente, ma - allo stato attuale degli armamenti e della deterrenza - la forza non basta a piegare Teheran. È una condizione che si ripete in tante situazioni per le capacità militari raggiunte, al di là del possesso dell’arma atomica. Del resto, sono più di quattro anni, dal 24 febbraio 2022, che russi e ucraini si combattono con un pesante bilancio di caduti e con un prezzo alto di distruzioni, pagato quasi tutto dall’Ucraina, a seguito dell’invasione russa. L’aggressione aveva lo scopo di un Blitzkrieg, una guerra lampo, per far cadere il governo di Zelensky e stabilirne uno favorevole a Mosca, contando anche sulla fragile coesione di uno Stato recente, in parte russofono e con minoranze russe. La resistenza ucraina è stata un’amara sorpresa per Putin, sicuro di una rapida vittoria. Il supporto occidentale, iniziato prima dell’invasione, è stato vitale, ma decisiva si è pure rivelata la reazione concorde provocata dall’aggressione, che ha compattato gli ucraini. Così, con qualche variante, il conflitto si è trasformato quasi in una guerra di posizione, mentre continuano i bombardamenti. È un chiaro esempio di come la guerra contemporanea finisca per eternizzarsi, causando gravi danni e perdite umane. Trump aveva promesso una rapida soluzione del conflitto russo-ucraino, ma ora la situazione è bloccata. Era stato lui stesso, durante il primo mandato, a promuovere l’accordo di Doha con i talebani nel 2020 che mise fine a vent’anni di presenza in Afghanistan delle truppe USA e alleate, con il ritiro nell’anno successivo. Con tale decisone interruppe una guerra che non riusciva a concludersi. Il tragico bilancio delle vittime fu di 241.000 morti, di cui più di 65.000 afgani alleati della coalizione, e più di 85.000 tra talebani e contigui. Nella coalizione occidentale i caduti furono più di 3.500, di cui 57 italiani. Senza dimenticare il numero di afgani che avevano creduto alla democrazia e all’emancipazione delle donne, e che sono dovuti fuggire o si trovano in pericolo. Davvero sono stati rispettati gli impegni degli occidentali di favorire la fuoriuscita di quanti avevano collaborato con loro? La lunghissima operazione, boots on the ground, anche per il terreno tanto impervio dell’Afghanistan, mostra oggi la difficoltà/impossibilità di vincere guerre di questo tipo, nonostante la potenza militare e tecnologica dispiegata. L’esperienza sovietica nel Paese lo preannunciava. Ma la lezione della storia viene oscurata dall’esaltazione della forza e dello strumento militare. Il discorso sulla guerra e la pace che Leone XIV continua coerentemente a fare, si fonda sulla tragica lezione dei conflitti del XX e del XXI secolo: non è frutto di una sorta di “buonismo” tradizionale, ma di un’ispirazione evangelica di fondo unita a una osservazione globale della realtà. Papa Francesco scrisse: “Ogni guerra lascia il mondo peggiore di come lo ha trovato”. Aggiunse: “Non possiamo più pensare alla guerra come soluzione, dato che i rischi probabilmente saranno sempre superiori all’ipotetica utilità che le si attribuisce. Davanti a tale realtà, oggi è molto difficile sostenere i criteri razionali maturati in altri secoli per parlare di una possibile “guerra giusta”. Mai più la guerra!”, concluse. La guerra rimane un’”inutile strage”. È una convinzione ragionevole rispetto alle scorciatoie bellicistiche che diventano un tunnel da cui non si riesce a uscire, pagando un grande prezzo di vite umane, e mettendo in sofferenza l’economia di tanti Paesi. El Salvador, in vigore l’ergastolo per i bambini di Luisa Foti La Stampa, 2 maggio 2026 Il Parlamento salvadoregno ha approvato la “cadena perpetua” per i minori dai dodici anni in su, nei casi di omicidio o appartenenza alle bande criminali. Voluta dal governo Bukele. Il Parlamento salvadoregno ha approvato la “cadena perpetua” per i minori dai dodici anni in su, nei casi di omicidio o appartenenza alle bande criminali. Voluta dal governo Bukele, la misura è stata oggetto di numerose critiche per la violazione dei diritti dei bambini. Non è solo un’idea strampalata ed estremista, ma l’ennesimo provvedimento del presidente salvadoregno Nayib Bukele per smantellare l’ordinamento giuridico del Paese con la scusa dello stato di eccezione costituzionale: entrata in vigore lo scorso 26 aprile, la nuova riforma penale prevede l’ergastolo per i minori - dai dodici anni in su - in caso di reati gravi come omicidio, femminicidio, stupro e appartenenza alle gang, gruppi considerati alla stregua di organizzazioni terroristiche. La misura promossa dal governo è stata approvata dall’Assemblea legislativa controllata interamente da Nuevas Ideas, il partito fondato dal leader populista, attraverso due passaggi parlamentari: il primo, con l’approvazione di una riforma che modifica il testo del secondo comma dell’art. 27 della Costituzione - laddove vietava completamente la pena perpetua; il secondo, con l’adozione di un pacchetto di leggi ordinarie che ha riformato la normativa penale minorile per introdurre il “fine pena mai” a carico dei bambini. Le disposizioni prevedono inoltre l’istituzione di tribunali dedicati alla gestione dei nuovi procedimenti e stabiliscono l’esclusione di benefici come la libertà condizionale o anticipata. Tutto questo avviene in un Paese che ha imprigionato oltre l’1% della popolazione nell’ambito della stretta repressiva avviata dall’esecutivo, in cui si celebrano maxi-processi senza garanzie procedurali, e in cui è stato prorogato lo stato di eccezione per ben quarantanove volte. Secondo la maggioranza parlamentare, la riforma sarebbe compatibile con i principi del diritto internazionale, essendo prevista la revisione obbligatoria della pena e una valutazione periodica. Anche se l’azione di bande come la MS-13 - responsabile un tempo di tassi di omicidio tra i più alti al mondo - deve essere contrastata, non è comunque possibile intervenire sacrificando i diritti fondamentali, come evidenziato da uno studio di quasi trecento pagine redatto dal Gipes, un gruppo internazionale di giuristi che indaga sulla violazione dei diritti umani in El Salvador. Le critiche al progetto emergenziale del Bukele-Leviatano, costruito sulla promessa della sicurezza, non hanno tardato ad arrivare: l’Ufficio dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (Ohchr) ha condannato la nuova legge e ha invitato il Paese a riesaminare la decisione: “Esortiamo le autorità salvadoregne a rivedere rapidamente le preoccupanti modifiche costituzionali e legislative che prevedono l’ergastolo per i bambini anche di soli dodici anni, in contrasto con gli standard internazionali in materia”, ha dichiarato Marta Hurtado, portavoce dell’Ohchr, aggiungendo che è necessario dare priorità al “primario interesse del minore” e favorirne la riabilitazione in caso di reati. Anche la Commissione Interamericana per i Diritti Umani e l’Ong Human Rights Watch hanno denunciato la decisione, definendola incompatibile con i principi costituzionali internazionali. La risposta del capo di Stato salvadoregno, invece, ha posto l’accento sul fine - contrastare l’attività delle bande - che giustificherebbe il mezzo - la detenzione a vita: come ha scritto Bukele su X, le gang reclutano minorenni per commettere crimini atroci “con il solo rischio forse di affrontare una pena minima”. La lotta alle gang è diventata così il pretesto per trasformare il sistema giuridico in un grande progetto autoritario, limitando i diritti e trasformando la natura della pena: da strumento di rieducazione a meccanismo esclusivamente punitivo. E la pena dell’ergastolo comminata ai minori è la parte più inquietante di questo progetto. Iran. La premio Nobel per la Pace Narges Mohammadi ricoverata in terapia intensiva ilpost.it, 2 maggio 2026 Narges Mohammadi, l’attivista iraniana per i diritti umani che nel 2023 vinse il Premio Nobel per la Pace, è stata portata in un ospedale di Zanjan, dove si trovava in carcere, dopo aver perso coscienza. Al momento è ricoverata in terapia intensiva. La notizia è stata data dalla sua famiglia. Il suo avvocato, Mostafa Nili, ha detto che nelle ultime settimane le condizioni di salute di Mohammadi erano peggiorate rapidamente, e che venerdì aveva avuto dei dolori al petto prima di svenire. Le autorità iraniane hanno rifiutato la richiesta della sua famiglia di trasferirla in un ospedale a Teheran, dove si trova il cardiologo che la segue da anni. A marzo era già stata male e aveva perso coscienza in prigione, ma le erano state negate cure mediche in ospedale. Mohammadi ha 54 anni ed è nota per il suo attivismo per i diritti umani e per la fine dell’oppressione delle donne in Iran: per via di queste sue attività il regime iraniano l’ha accusata di essere una minaccia per la sicurezza nazionale e l’ha condannata a più di vent’anni di carcere. Mohammadi soffre di problemi cronici al cuore e dal dicembre del 2024 al dicembre del 2025 era stata scarcerata per motivi medici. Il 12 dicembre era stata arrestata di nuovo mentre partecipava a una veglia funebre per Khosrow Alikordi, un importante avvocato che si occupava di diritti umani, nella città di Mashhad, e da allora si trova in isolamento in un carcere gestito dai Guardiani della rivoluzione, il principale corpo armato del regime iraniano. Nella prigione a Zanjan, una città a nordovest di Teheran, le condizioni di vita sono peggiori rispetto alle carceri della capitale e non ha contatti con la famiglia, che vive in esilio a Parigi. Il rapporto che svela la persecuzione Lgbti in Russia. di Yuri Guaiana huffingtonpost.it, 2 maggio 2026 La Russia ha classificato il movimento Lgbti come “organizzazione terroristica”, arresta editori per la pubblicazione di libri queer e nelle carceri si consumano le morti sospette di chi organizza viaggi per la comunità gay. Nata nel 1977 per dare voce agli artisti perseguitati dal blocco sovietico - piattaforma che il Fuori! utilizzò per denunciare l’oppressione degli omosessuali in Urss - la Biennale del Dissenso torna oggi a essere un atto di resistenza necessario. Quarantanove anni dopo, quella memoria storica viene paradossalmente evocata dal presidente della Fondazione Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, per giustificare l’apertura di un padiglione gestito direttamente dalla Federazione Russa. Si tratta del medesimo Stato che ha classificato il movimento Lgbti come “organizzazione terroristica”, che arresta editori per la pubblicazione di libri queer e nelle cui carceri si consumano le morti sospette di chi organizza viaggi per la comunità gay. Il 9 maggio 2026, mentre ai Giardini si inaugura la 61ª Biennale d’Arte con un padiglione russo sostenuto dai vertici dell’FSB e difeso dalla Fondazione come “spazio aperto”, la società civile risponde scendendo in piazza. Europa Radicale, l’Associazione radicale Certi Diritti, Radicali Venezia e Arts Against Aggression sfileranno in un corteo autorizzato da Ponte della Paglia fino ai Giardini, riappropriandosi del nome e dello spirito della “Biennale del Dissenso”. A dare sostanza a questa mobilitazione è lo studio pubblicato nell’aprile 2026 dalla ricercatrice Heurodis per la Sphere Foundation. La tesi centrale dello studio è che l’attuale repressione non è un’accelerazione improvvisa ma il risultato di un progetto discorsivo costruito gradualmente, in cui le retoriche prodotte nei media degli anni Novanta sono state successivamente istituzionalizzate attraverso il diritto. Heurodis individua tre fasi. Negli anni Novanta il discorso anti-gender esiste nei media - omosessualità accostata alla pedofilia, alla criminalità, alla minaccia demografica - ma senza traduzione normativa: la decriminalizzazione del 1993 coesiste paradossalmente con una stampa che chiede di non procedere a quella stessa decriminalizzazione. Dal 2000 al 2022 il discorso si istituzionalizza progressivamente: la proposta del deputato Aleksandr ?uev di vietare la “propaganda dell’omosessualità” nel 2003, i divieti regionali di “propaganda dell’omosessualismo” a partire dalla regione di Ryazan’ nel 2006, la legge federale del 2013 con la sostituzione del termine “omosessualismo” con la formula giuridicamente più vaga “relazioni sessuali non tradizionali” - scelta che, nota Heurodis, amplia deliberatamente il perimetro del controllo. Dal 2022 in poi, il discorso raggiunge il suo picco: il divieto di transizione di genere nel luglio 2023, il riconoscimento del “movimento Lgbt internazionale” come organizzazione estremista nel novembre 2023, l’estensione del divieto di “propaganda” a tutta la popolazione adulta. Un risultato particolarmente rilevante dello studio riguarda la differenza strutturale tra le retoriche rivolte alle persone Lgbti e quelle rivolte alle donne. Verso le prime domina la stigmatizzazione esplicita - il termine “estremismo”, la connessione con la pedofilia, costruzioni spersonalizzanti come “relazioni non tradizionali”. Verso le seconde il controllo è esercitato attraverso la normalizzazione del ruolo materno come priorità di sicurezza nazionale: non un divieto, ma un sistema di incentivi economici - il capitale materno del 2006, i sussidi, le strategie demografiche - che trasforma la scelta riproduttiva in risorsa statale. Entrambe le retoriche, conclude Heurodis, convergono in un unico progetto in cui lo Stato si arroga il diritto di definire identità biologica, comportamento riproduttivo e presenza pubblica dei propri cittadini. Accanto all’analisi storico-discorsiva di Heurodis, il rapporto congiunto di Sphere Foundation e Coming Out documenta i dati operativi della repressione. Nel 2024 in Russia sono stati aperti 214 procedimenti per “propaganda LGBT+”, quasi undici volte il dato del 2019, quando i casi erano stati abbastanza pochi da generare appena 108.000 rubli di multe totali - circa 1.740 dollari al cambio dell’epoca. Nel 2024 le sanzioni hanno raggiunto i 37 milioni di rubli, circa 465.000 dollari, secondo i dati della Corte Suprema russa. Tra gennaio 2024 e aprile 2025, la Sphere Foundation ha monitorato 46 procedimenti amministrativi per “estremismo LGBT+”. Tra questi: cinque giorni di arresto per orecchini arcobaleno a sette colori, sette giorni per una bandiera esposta alla finestra, una multa per la foto del Papa con sfondo arcobaleno in una chat Telegram privata da undici persone. Il 31 gennaio 2024, il tribunale del distretto Sormovsky di Nizhny Novgorod ha condannato Anastasia - 24 anni, orecchini a forma di rana con arcobaleno - per “esposizione pubblica di simboli di un’organizzazione estremista”. L’avvocato difensivo obiettò che la bandiera pride ha sei colori mentre gli orecchini ne avevano sette: il tribunale non distinse. Dalla designazione del “Movimento LGBT+ internazionale” come organizzazione estremista da parte della Corte Suprema russa nel novembre 2023, più di 11 procedimenti penali sono stati aperti, coinvolgendo almeno 19 persone. I reati contestati includono l’art. 282.2 del Codice penale - organizzazione o partecipazione ad attività estremiste, da 3 a 8 anni di pena - e l’art. 282.3, che colpisce il “finanziamento di attività estremiste” anche indiretto, indipendentemente dall’importo trasferito. La repressione si è ulteriormente accelerata nella prima metà del 2026. Da febbraio, i tribunali hanno designato sei organizzazioni LGBT+ come “estremiste”, tra cui Coming Out e il Russian LGBT Network, rendendo qualsiasi collaborazione con esse un reato penale. Nello stesso periodo, le autorità hanno interrogato i dipendenti di una delle più grandi case editrici del Paese in merito a libri che includono storie LGBT+. La legge, come documentato nel rapporto Sphere Foundation, non ha bisogno di essere applicata uniformemente per essere efficace: basta che sia imprevedibile. Le conseguenze sulla salute e sulla vita quotidiana sono documentate in modo dettagliato dal rapporto. Quasi un terzo delle persone queer intervistate ha segnalato carenze di farmaci essenziali - terapia ormonale, antiretrovirali, antidepressivi. Tra le persone transgender, quasi la metà ha avuto problemi ad accedere alle cure. Più del 90% delle persone LGBT+ in Russia ha dichiarato di essere costretta al silenzio sulla propria identità. Quasi il 30% ha subito discriminazioni sul lavoro o in ambito educativo nel corso del 2024. Dall’inizio delle retate del 2023, le forze dell’ordine hanno condotto almeno 51 raid in locali e spazi frequentati dalla comunità LGBT+; alcuni dei fermati hanno ricevuto cartoline precetto per la leva militare. Il caso di Andrey Kotov è il punto di svolta più drammatico. Il 28 novembre 2024, il responsabile di un’agenzia di viaggi specializzata nel turismo per uomini gay è stato arrestato a Mosca con l’accusa di aver organizzato e partecipato ad attività di un’organizzazione estremista - non per aver manifestato, ma per aver allestito itinerari di viaggio. L’unica prova presentata dalla procura era l’orientamento sessuale della clientela. Nel corso del raid, le autorità hanno fatto ricorso alla forza fisica per costringerlo a rivelare le credenziali di accesso ai database dei clienti e ai suoi profili personali; nei giorni successivi, le sue generalità e le sue fotografie sono state consegnate ai media filo-governativi, che lo hanno pubblicamente bollato come “pervertito”. Il 29 dicembre 2024, a un mese esatto dall’arresto, Kotov è stato trovato morto nella cella di custodia cautelare. Le autorità parlano di suicidio. Il giorno precedente la sua morte, al suo avvocato era stato negato l’accesso. Il 7 marzo 2025 è emerso che sarebbe stato processato a titolo postumo. Il caso della casa editrice Eksmo/Individuum, aperto nel maggio 2025, introduce un elemento ulteriore: la retroattività della legge. Tre dipendenti sono stati accusati di “organizzazione di attività estremiste” per aver pubblicato e distribuito libri tra il 2019 e il 2022 - prima ancora che il reato esistesse. Il 15 maggio, il tribunale del distretto Zamoskvoretsky di Mosca ha posto i tre imputati agli arresti domiciliari fino al 13 luglio. Il rapporto Sphere Foundation avverte: chiunque abbia acquistato quei libri online potrebbe essere identificato dalle forze dell’ordine. Tetyana Bezruchenko, scrivendo per Memorial Italia, chiede perché la Biennale non usi il nome ufficiale “Federazione Russa” invece del vago “Russia”. È una domanda di precisione linguistica che è anche una domanda politica: le parole che scegliamo decidono cosa riusciamo a vedere. In russo esiste una distinzione fondamentale: russkij, russo per etnia e cultura, e rossijanin, cittadino della Federazione Russa. Un ceceno, un buriato, un tataro possono essere rossijane, ma non sono russkie. Appiattire la distinzione, scrive Bezruchenko, alimenta una continuità storica che nei fatti non esiste, ma che si allinea perfettamente con la narrazione del Cremlino. Nel 1977 la Biennale del Dissenso ruppe il silenzio sull’URSS. Nel 2026, chi vuole continuare quella tradizione non sta a casa o dentro il padiglione russo: sta fuori, nelle calli, con le bandiere ucraine ed europee. Da Milano parte un pullman il mattino del 9 maggio: per partecipare, europaradicale@gmail.com o info@certidiritti.org. I dati della Sphere Foundation dicono cosa è in gioco: non un’astrazione geopolitica, ma la vita concreta di chi in Russia viene arrestato per orecchini, condannato per un post, trovato morto dopo un mese di detenzione cautelare. Lo studio di Heurodis mostra che tutto questo non è improvvisato: è il risultato di trentaquattro anni di costruzione discorsiva. Il padiglione della Federazione Russa alla Biennale 2026 non darà spazio a questi dati e a queste riflessioni. La Biennale del Dissenso sì. Essere presenti il 9 maggio a Venezia è il minimo che si possa fare.