Punire i giovani di Grazia De Sensi ascolta.news, 29 maggio 2026 Venerdì 22 maggio 2026, la mia sveglia suona presto. Alle 6:45 sono già sul primo treno in partenza da Milano, diretta a Padova. Nello zainetto ho libri, foulard, caricatori, cellulare, riviste, caramelle, beauty, agenda e penne, di tutto questo, solo agenda e penna entreranno con me nella Casa di Reclusione “Due Palazzi” di Padova. Il treno arriva puntuale nel caldo della stazione veneta, fermo al volo la navetta. Da lontano riconosco e Martina e Anna Claudia, compagne di viaggio dello scorso anno, anime affini che dedicano i loro studi alla giustizia riparativa. Arrivate, raggiungo nella coda all’ingresso la giornalista e scrittrice (e tante altre cose) Silvia Giralucci, che anche quest’anno mi ha invitata alla Giornata nazionale di Studi organizzata da Ristretti Orizzonti. Insieme a lei c’è Angelica, la sua storia lo scorso anno mi aveva commosso, una testimonianza così potente che non vedo l’ora di poter ospitare nel mio podcast “L’ombra delle donne”. Varcata la soglia del carcere per la giornata di studi “Punire i Giovani”, la prima persona che individuo è Ornella Favero, Direttrice di Ristretti Orizzonti. È lei la dea ex machina di tutto questo, e vederla lì, presente per i suoi ragazzi con sorrisi accoglienti, mi riempie commozione, la sua stoicità è d’ispirazione, sapendola presente nonostante il peso di un recente e delicato intervento. Inizialmente avevo pensato di scrivere solo un paio di interventi, ma mentre sfogliavo la mia agenda - un gesto decisamente vintage - ho capito che dovevo onorare ogni parola delle 18 pagine di appunti scritti a penna con una grafia sbilenca. In fondo, ognuno di loro ha lasciato una traccia profonda lo scorso venerdì, voglio ricordarla. Nella palestra del penitenziario, mancano (e si sente) i ragazzi che, visto il tema delicato, mi dice la Giralucci, non potevano partecipare. Il locale ampio è comunque occupato da più di 500 persone tra educatori, giornalisti e detenuti. Maria Gabriella Lusi, Direttrice della Casa di Reclusione di Padova, apre i lavori con una verità assoluta: “Il dentro e il fuori è un unico sistema”. Le fa eco Massimo Parisi, Vice capo del DAP, evidenziando il disagio dei troppi detenuti con fine pena sotto i due anni e l’urgenza di un servizio strutturato per l’accompagnamento all’esterno (casa, terapia, lavoro) per contrastare i suicidi. Che cosa stiamo davvero chiedendo ai ragazzi quando diciamo che vogliamo punirli? È con questa domanda che Adolfo Ceretti, professore ordinario di Criminologia presso l’Università Milano-Bicocca, apre la sua moderazione, provando a restare dentro la complessità, senza distogliere lo sguardo. Ha evocato due immagini durante i suoi interventi, la Frantumaglia di Elena Ferrante e una frase di Nietzsche: “Se guardi a lungo nell’abisso, anche l’abisso guarderà dentro di te.” Il tema della punizione minorile ha smesso di essere solo una questione giuridica, diventando un discorso sul vuoto, sulla paura, sulla rabbia. “C’è qualcosa dentro i ragazzi che è rabbia”, ha detto Ceretti. Ma quella rabbia non è mai isolata, è intrecciata all’ansia, alla paura, alla convinzione che l’altro sia un nemico da temere. I reati minorili, nel complesso, non stanno aumentando in modo generalizzato, ma alcuni segnali sono preoccupanti, uno su tutto: l’incremento delle violenze sessuali nella fascia 18-25 anni e l’aumento dell’omicidio consumato. Il punto centrale è arrivato quando ha parlato del reato come tentativo disperato di esistere. “Torna la fatica di dare voce al vuoto interiore”, ha detto. “Il reato serve per dare spazio al minore per definirsi”. Gli adulti, secondo Ceretti, dovrebbero investire nella “esplosione vitale di un ordine interiore.” Una definizione quasi poetica (pronunciata dentro un carcere!) perché ogni persona è esattamente questo: “una trama di significati”. E quando il flusso riflessivo si interrompe sotto il peso dell’ansia, l’azione rischia di diventare pura reazione. La domanda decisiva allora è una sola: che cosa voglio fare qui e ora? Ceretti chiedeva agli adulti uno sforzo difficile: smettere di pensare solo a come punire e ricominciare a domandarsi come ascoltare. Perché ci sono ragazzi che fanno cose terribili e contemporaneamente ci sono anche adulti che da troppo tempo hanno smesso di cercare le parole per raggiungerli. Ornella Favero, direttrice della redazione di Ristretti Orizzonti, la descrive come molto più di una rivista. È uno spazio in cui i detenuti adulti siedono accanto ai più giovani e li aiutano a riflettere sulle “strade sbagliate”, lavorando soprattutto su qualcosa che in carcere sembra quasi un lusso: il valore delle relazioni. Intorno a quel tavolo si prova anche a immaginare “un modo nuovo per gestire le questioni disciplinari”, meno punitivo e più capace di produrre senso. Favero parla con chiarezza della fragilità della vita detenuta. “In carcere il poco è quel poco che si può perdere con facilità incredibile”, soprattutto quando arrivano i trasferimenti continui, che spezzano legami, interrompono percorsi, azzerano quello che si stava costruendo. E poi aggiunge qualcosa che colpisce: “Le istituzioni possono imparare a chiedere scusa.” Non è una concessione retorica. È una posizione precisa su cosa significa prendersi davvero la responsabilità di educare. Per lei è fondamentale mettere l’esperienza di chi “ha esperito il male” a disposizione dei ragazzi. Perché vite senza difficoltà non esistono, ma il senso profondo del lavoro educativo è uno solo: “far venir voglia di non rifare lo stesso errore.” Salvatore aveva 14 anni quando è entrato per la prima volta nel carcere minorile di Nisida. Parla del peso del processo mediatico e della sua esposizione pubblica, definita da qualcuno un “modello Fiorello.” Ma il punto centrale del suo intervento è un altro: racconta di aver commesso reato “per essere riconosciuto.” Raul porta una storia diversa, segnata fin dall’inizio da alcol, violenza domestica ed emarginazione. Lui e sua madre erano stati portati in comunità due volte, e per due volte lo Stato li aveva rimessi a vivere con il padre violento. A scuola si sentiva invisibile: “Non posso venire perché devo andare a prendere i calzini di mio padre.” Dentro quella frase c’è tutto. “Io volevo solo una famiglia normale”, dice. A 15 anni “lo schifo di vita” che viveva lo ha portato a bere e a rubare motorini. “Prendersi la vita che volevo. Se io sto soffrendo anche gli altri devono soffrire.” Da lì sono arrivate le estorsioni, poi le droghe, fino alla notte in cui il padre prese un coltello e Raul reagì, uccidendolo. Don Claudio Burgio, fondatore dell’Associazione Kayrós e cappellano del carcere minorile Beccaria di Milano, è netto: i ragazzi non possono essere ridotti a etichette come “maranza”, “baby gang” o “mostri”: etichettare significa “semplificare” e spostare il problema invece di affrontarlo. La domanda vera è: “Perché lo fai?”. Dietro ci sono rabbia, solitudine, mancanze, soldi e il desiderio di “aiutare il genitore”. I giovani, dice, sono “analfabeti dal punto di vista sentimentale”: lasciati soli non riescono a gestire il “magma” interiore e nessuno ha insegnato loro a “fronteggiare il dolore”. Nel RAP trovano una narrazione reale di “emarginazione, solitudine e punizione”. Critica il Decreto Caivano, figlio della “paura”, chiedendo una giustizia “rieducativa e riparativa”, non “buonista” ma “con misericordia”. Racconta poi l’orrore di sezioni minorili dove ha calpestato “appiccicume di sangue” e visto ragazzi col cappio, chiedendosi: “Servono davvero le carceri minorili?”, perché non sono ambienti rieducativi. La sfida, dice, è restituire ai ragazzi luoghi dignitosi. Denuncia inoltre la mancanza di educatori nelle comunità e “l’oblio della responsabilità”. Poi cita Massimo Recalcati: una parola viene davvero “riconosciuta” solo quando viene “ascoltata”. Mirko racconta di essere entrato in carcere per la prima volta a 14 anni. Stava anche per diventare padre. Ma è solo “quando ho varcato la porta del carcere” che dice di aver sentito davvero “la paura”. Paolo Tartaglione, pedagogista e presidente della Cooperativa Arimo e della federazione CNCA, sostiene che in Italia si sta perdendo la cultura della giustizia minorile. I ragazzi che commettono reati, dice, spesso non sono interessati alla pena, ma semmai a “trofei e medaglie.” La vera sfida educativa è farli tornare ad avere fiducia negli adulti. “Se non ho davanti il futuro, nel presente posso vivere commettendo reati.” E al contrario: “Io non commetto reati nel presente se ho davanti un progetto di futuro.” Tartaglione riflette poi sulla differenza tra “pagare i propri reati o ripagare” e usa la metafora di una montagna da ottomila metri. La sfida è aiutare i ragazzi a scalarla, ma soprattutto fare in modo che “in cima ci sia qualcosa”, anche per chi ci arriva “in ciabatte.” Perché se il carcere non smette di essere un luogo dove si continua “a stare male”, finirà solo per generare altra violenza. Leopoldo Grosso, psicologo, psicoterapeuta e presidente onorario del Gruppo Abele, il carcere ospita sempre più ragazzi tossicodipendenti fragili, incapaci di gestire l’astinenza. Spesso le figure di riferimento adulte vengono sostituite dagli stessi compagni di detenzione. I numeri che porta sono precisi: tra i 15 e i 17 anni il consumo riguarda il 35% dei giovani per l’alcol e il 18% per la cannabis, mentre il “grumo del consumo” di alcol, tabacco e cannabis coinvolge l’86% dei ragazzi e il 20% usa droghe pesanti. Grosso distingue tra consumo e dipendenza attraverso il rapporto “quantità per frequenza”: non è la sostanza in sé a definire il problema, ma la misura in cui entra nella vita. Fumare marijuana, osserva, non è più un gesto rivoluzionario ma una forma di “omologazione.” E la cocaina diventa la metafora di “prendere l’ascensore”: l’illusione di raggiungere rapidamente il piano della vita desiderata, evitando la fatica di salirci davvero. Paola Brunese, presidente del Tribunale per i minorenni di Napoli, lancia dati precisi: i reati commessi dai minorenni sono in aumento e dall’inizio del 2020 si contano già 29 procedimenti per “terrorismo”. Una delle cause principali, osserva, è la “connessione a internet”: ragazzi costantemente in attesa di un like e sempre più vicini ad atteggiamenti da “giocatori d’azzardo.” E lancia un allarme concreto: i ragazzi “escono con i coltelli.” Brunese definisce “ridicolo celebrare processi ai bambini” e sostiene che non serva inasprire le pene, ma applicare bene quelle esistenti per costruire responsabilità. Aggiunge poi una riflessione che sposta il fuoco: un minore di 14 anni che commette un reato è spesso la “spia di una famiglia che ha bisogno d’aiuto.” Ibra racconta un percorso fatto di spostamenti e fratture, da Vicenza a Parigi, alla ricerca di integrazione e accettazione. A 16 anni, dice, “mi sono ritrovato a spacciare in piazza.” In carcere però arriva anche la musica: “Facendo musica in carcere a Parigi ho trovato la mia musica, la mia ispirazione.” Un percorso che lo porta a raggiungere “mezzo milione di visualizzazioni.” Poi il crollo: “Mia madre muore ed io sballo completamente, mi sono infognato nelle droghe.” Durante l’incontro canta “Vi penso” insieme ai ragazzi del progetto teatro carcere. Per Elton Kalica occorre “stare dalla parte dei maranza.” Una posizione che si intreccia con l’analisi di Gabriel Seroussi, giornalista freelance e autore del saggio sulla fobia dei “maranza”. “La periferia ci guarda con odio”, spiega Seroussi, raccontando come la figura del maranza nasca anche dallo sguardo esterno. “Il maranza è nello sguardo di chi guarda”: quello sguardo di sfida è spesso una risposta al modo in cui questi ragazzi vengono osservati e raccontati. Seroussi critica i media perché “fanno un calderone” e diffondono messaggi sbagliati. Nella sua analisi lega il fenomeno ai linguaggi della rap e della trap e osserva che il “maranza” concentra due delle categorie più temute in Italia: i giovani e le persone non bianche. Alessandro Iembo ha 24 anni e racconta di essere passato anche dal carcere di massima sicurezza per traffico di droga. “Mi sentivo io la vittima”, dice. “Non pensavo che con il mio reato avevo procurato delle vittime, perché in fondo erano loro a scegliere di drogarsi.” Poi qualcosa cambia: “Gli incontri con le vittime reali mi hanno aperto gli occhi ed ho iniziato il mio percorso di recupero”. Eraldo Affinati, scrittore, insegnante e fondatore della scuola Penny Wirton, parte da una convinzione precisa: i detenuti attraversano prima un processo di interiorizzazione della propria esperienza e solo dopo imparano a verbalizzarla. Senza la parola, dice, nessuno riuscirebbe a esprimere quel “grumo di emozioni” che si porta dentro: è attraverso la lingua che si riesce a dare senso a ciò che accade. Affinati racconta il lavoro svolto con Anna Lucia Lenzi, responsabile dell’Associazione Penny Wirton, dove l’italiano viene insegnato gratuitamente agli immigrati. Da qui nasce anche l’idea di formare detenuti italiani perché insegnino la lingua ai detenuti stranieri, trasformando la pena in relazione e responsabilità reciproca. Ricorda poi Mohammed, un ragazzo del Gambia che dopo aver imparato l’italiano lo invitò a conoscere sua madre. “L’Italia è un paese molto più bello di quello che si mostra in TV”, dice Affinati. Educare, per lui, significa offrire ai ragazzi una “bussola orientativa” per distinguere il vero dal falso, anche dentro sé stessi. Per Matteo Lancini, psicoterapeuta, scrittore e presidente della Fondazione Minotauro, gli adulti parlano molto di ascolto, ma spesso cercano di liberarsi delle parti dei figli considerate disturbanti: paura, tristezza e rabbia. L’invito allora è imparare ad ascoltare davvero i figli, invece di ascoltare soltanto sé stessi. “Quando dite che i ragazzi sono superficiali, pensate a quante volte li avete zittiti”, afferma, proprio nel momento in cui stavano cercando di esprimere le loro emozioni. Lancini critica anche la continua drammatizzazione del quotidiano: “Se un bambino spinge una bambina, si crea subito un caso mediatico.” Una società che amplifica tutto ma che spesso non riesce più a distinguere il conflitto dalla violenza reale. Parla poi del ritiro sociale, definendolo l’equivalente contemporaneo dell’anoressia: un sintomo profondo del disagio adolescenziale di oggi. Uno dei passaggi più forti riguarda il corpo dei ragazzi, simbolicamente “sequestrato dalle App di localizzazione” usate dagli adulti. Allo stesso tempo, osserva, basta vedere un gruppo di adolescenti riuniti in piazza perché qualcuno chiami immediatamente i vigili. Il messaggio implicito è che il corpo adolescenziale, oggi, faccia paura. Lancini rifiuta le spiegazioni semplicistiche sulla violenza giovanile. Non sono trapper e videogiochi a generarla. I ragazzi crescono circondati da “adulti incompiuti” e dalle guerre. E ricorda che il gioco dovrebbe servire proprio a elaborare la rabbia, non a produrla. Poi arriva una provocazione netta: “Gli smartphone hanno rimbambito gli adulti.” Ma gli stessi adulti continuano a indicare internet e il cyberbullismo come gli unici problemi dei ragazzi, senza accorgersi che spesso le stesse chat dei genitori diventano luoghi di esclusione e bullismo. Secondo Lancini le nuove generazioni hanno soprattutto bisogno di essere viste. Ci sono ragazzi disposti a raccontare tutto, anche il proprio dolore più profondo. Il problema è che molto spesso gli adulti, invece di ascoltare, reagiscono arrabbiandosi o punendo. Per questo insiste sulla necessità di fare ai ragazzi “domande scomode”, senza sottrarsi alla loro sofferenza. Il rischio, avverte, è che una disperazione non ascoltata si trasformi inevitabilmente in gesto violento. Per questo invita a non “demonizzare la rete” e a non criminalizzare un’intera generazione. La vera sfida educativa è legittimare le emozioni e aiutare i ragazzi ad attraversarle senza vergogna. Butungu racconta un lungo viaggio dal Congo all’Italia, attraversando il mare dopo l’uccisione del padre per motivi politici. Aveva solo 11 anni. Racconta di aver cercato di resistere soprattutto per sua sorella, che lo vedeva piangere e lo incoraggiava a non crollare. Arrivato in Italia si è trovato “molto solo” e racconta che la prima cosa imparata è stata “delinquere.” La sua riflessione finale resta una delle più forti: “Abbiamo sbagliato, ma noi non siamo sbagliati.” Roberto Bezzi, responsabile dell’Area Educativa della Casa di Reclusione di Milano Bollate, mette in guardia da un rischio preciso: “predeterminare il destino di un ragazzo” troppo presto, già dalle schede di orientamento della terza media. Se ci si limita alla biografia di una persona, dice, quella persona resterà sempre ferma lì dove si trova. Per questo invita a guardare il carcere come una “vera città reale”, smettendo di raccontare soltanto gli aspetti problematici dei detenuti e iniziando a vedere anche le loro possibilità concrete. Bezzi riconosce però i limiti strutturali della funzione educativa del carcere e afferma con lucidità: “Se il carcere non può essere migliorativo, dobbiamo lavorare per non peggiorarlo.” Chiude con una riflessione sulla genitorialità detenuta: per un padre in carcere è quasi impossibile riuscire a essere davvero una risorsa per i propri figli. L’ultima parte della giornata è dedicata al disturbo ADHD in carcere. Si parte dalla testimonianza di Mattia, padre detenuto con figli ADHD, e si conclude con l’intervento di Francesco Pompei, medico specialista in Psichiatria presso il Servizio Dipendenze dell’AULSS 6 di Padova. Mattia racconta la difficoltà vissuta da molti bambini con disturbo da deficit dell’attenzione nel sentirsi compresi e accolti, parlando anche delle chat WhatsApp come luoghi quotidiani di bullismo ed esclusione. Pompei richiama l’importanza della diagnosi precoce, perché consente “interventi e trattamenti specifici”, limitando l’impatto negativo sulla quotidianità. Per chi opera in carcere, aggiunge, è necessario affrontare il rapporto tra “ADHD e Disturbi da uso di Sostanze” con un approccio integrato e centrato sulla persona. Ascoltando tanti giovani detenuti, l’impressione è che molti abbiano una “storia di ADHD non diagnosticato e non trattato.” Quando usciamo dal carcere, caldo e sole ci avvolgono. Sono intontita dalle parole, ho le ginocchia che urlano vendetta e così dopo i baci&abbracci&selfie, quando la navetta mi riporta in stazione decidono di andare a fare una passeggiata verso piazza del Santo, a cui ho sempre qualcosa da domandare. Soprattutto dopo una giornata come questa. In treno, mentre dormicchiavo cercando un profilo nitido nei riflessi del finestrino, ho vagamente realizzato che durante la giornata, quando un detenuto parlava, io pensavo a mio zio Franco. E lo pensavo così come era nelle ultime fotografie in tuta. Lui in carcere c’è stato, e di droga e reclusione è morto. Chissà cosa avrebbe detto oggi da quel leggio. Lui che negli anni ‘90, in carcere aveva imparato a cucinare e a dipingere. Ai detenuti non servono raccomandazioni né metafore: l’aria non c’è di Adriano Sofri Il Foglio, 29 maggio 2026 Non ho mai cambiato la mia convinzione sulla galera e i suicidi: che non bisogna chiedersi perché i detenuti decidano di ammazzarsi molto più dei liberi, ma come mai tanti detenuti decidano di non ammazzarsi. Un caldo da morire. Ieri “Tutta la città ne parla” di Radio3 si occupava del caldo che fa: l’estate, ha spiegato un esperto, si mangia ogni anno un pezzo in più della primavera, una volta cominciava a metà giugno, ora va risalendo alla metà maggio. Un ascoltatore aveva obiettato alle pittoresche descrizioni giornalistiche o televisive della calura, rappresentate da turisti cui si scioglie il gelato in mano, o che cercano ristoro nelle fontane pubbliche, e mai da muratori madidi di sudore e altre figure di fatica. Nell’esemplificazione mancava, ma se ne è parlato tante volte che forse ci si vergogna a ripeterlo, il caldo delle galere. Le celle sono caloriferi, d’estate - dei frigoriferi, d’inverno. (A proposito, è appena stato emesso un ukaz che vieta l’introduzione di frigoriferi: per evitare che la locuzione “Ci hanno pure il televisore!” venisse superata da: “Ci hanno pure il frigo!”). Finestre che non sono finestre, porte doppie e blindate, sbarre arroventate, aria in stato di fermo, la temperatura penitenziaria è iperbolica. L’aria, anche se cercasse di circolare, si imbatterebbe, prima ancora che in tutta quella muraglia e ferraglia, nel mucchio di corpi umani, quelli che fanno i turni per scendere dalle brande per mancanza di suolo calpestabile. Quanto all’acqua, più spesso manca. “64.436 persone a fronte di una capienza effettiva di 46.318... Negli ultimi quattro anni, il numero di detenuti (la ‘popolazione carceraria’...) è cresciuto di 6 e mezzo al giorno”. Mi piace, questa media: lo vedo, il prigioniero dimezzato al seguito degli altri sei a ogni giorno che passa. A ogni notte che non passa. Tasso medio di sovraffollamento: 139,1 per cento. Punte del 240 per cento... Angela Stella ricapitolava ieri le condizioni fissate dalla Corte Europea dei Diritti dell’uomo sullo spazio accettabile per ogni singola persona detenuta, e sugli altri indicatori indispensabili: possibilità di utilizzare la toilette (“la toilette”) , in modo privato, l’aerazione, l’accesso alla luce e all’aria naturali, la qualità del riscaldamento e il rispetto delle regole sanitarie di base... Assenti, all’ingrosso. Lo Stato italiano non bada a spese quando si tratta di sborsare contravvenzioni e risarcimenti alla propria illegalità. Una volta all’anno, quando arriva l’estate, i giornali intitolano sull’”emergenza caldo”, e qualcuno fa notare che l’arrivo dell’estate non è propriamente un’emergenza, dato che succede ogni anno da che il mondo è mondo, solo ora bruciando le tappe e i corpi. Ai detenuti (e alle detenute, comprese le madri coi piccoli, che sono oggi ben più che raddoppiati rispetto all’anno scorso...) non sono specialmente utili le raccomandazioni dei telegiornali: bere molto, tenere la canottiera, e soprattutto “non uscire nelle ore più calde”. “Invivibili”, sono chiamate le condizioni carcerarie, e infatti muoiono. In galera le metafore si fanno reali: un caldo da morire. Non che ce ne sia bisogno, delle temperature estreme. Fra i suicidi di martedì, spiccava quello di una ragazza di 21 anni, condannata a 5 anni per furti e rapine da tossicodipendenza, spostata dal carcere di Verona a quello di Trento, dove aveva potuto frequentare un corso da gelataia e farsi benvolere da tutti, anche dal cappellano cui aveva regalato un Corano e una scultura modellata da lei, poi, in mancanza d’altro, ha preso un asciugamano e si è impiccata. Soccorsa, è morta due giorni dopo in ospedale, dunque non comparirà nell’elenco dei suicidi carcerari, bensì in quelli ospedalieri, ordinari: non fa numero, una specie di grazia. Non ho mai cambiato la mia convinzione sulla galera e i suicidi: che non bisogna chiedersi perché i detenuti decidano di ammazzarsi molto più dei liberi, ma come mai tanti detenuti decidano di non ammazzarsi. Un caldo da morire. Caso Papalia, il “mai” che interroga lo Stato di Luigi Longo approdocalabria.it, 29 maggio 2026 Ci sono parole che pesano più delle sentenze. Più dei decreti. Più dei timbri della burocrazia giudiziaria. Una di queste è “mai”. Fine pena mai. Non uscirà mai. Non glielo concederanno mai. È dentro questa parola che si consuma oggi la vicenda di Domenico Papalia, ottantunenne detenuto dal 1977, tra i più longevi del sistema carcerario italiano. Una storia che non riguarda soltanto un uomo, ma il significato stesso della pena in uno Stato democratico. Nessuno può cancellare il passato criminale di Papalia. Nessuno può ignorare il peso delle condanne, il dolore delle vittime, la gravità delle responsabilità attribuitegli. Sarebbe moralmente scorretto e storicamente falso. Ma il punto non è questo. Il punto è un altro, ed è molto più scomodo: uno Stato che chiede al detenuto di cambiare è poi disposto a riconoscere quel cambiamento? La Costituzione italiana, all’articolo 27, non lascia spazio ad ambiguità: la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. Non è una concessione sentimentale. È un principio costituzionale. È l’idea stessa di civiltà giuridica su cui si fonda una Repubblica democratica. E allora la domanda diventa inevitabile: cosa significa rieducazione se, dopo quasi sessant’anni di carcere, studi, percorsi trattamentali, attività sociali, riflessioni pubbliche e condizioni di salute ormai gravemente compromesse, la risposta dello Stato continua a essere sempre la stessa? Mai. Mai abbastanza cambiato. Mai abbastanza recuperato. Mai abbastanza umano da meritare una rivalutazione reale. È qui che il diritto rischia di trasformarsi in qualcosa di diverso dalla giustizia. Perché una pena che non contempla alcuna speranza smette lentamente di essere uno strumento di rieducazione e diventa soltanto custodia del passato. Il problema non riguarda soltanto Papalia. Riguarda il modo in cui lo Stato interpreta il proprio potere. Punire è necessario. Difendere la società è indispensabile. Ma una democrazia si misura anche dalla capacità di distinguere tra vendetta e giustizia. Se un uomo resta detenuto esclusivamente perché prigioniero della propria storia, allora la funzione costituzionale della pena si svuota. Il detenuto non viene più giudicato per ciò che è diventato, ma per ciò che è stato. E il passato diventa una condanna eterna. Naturalmente nessuno pretende automatismi. Nessuno chiede indulgenza cieca. La pericolosità sociale deve essere valutata con rigore, soprattutto nei casi legati alla criminalità organizzata. Ma rigore non può significare immobilismo. Prudenza non può diventare paura di decidere. Perché anche il rinvio continuo è una decisione. E quando il detenuto ha ottantun anni, è gravemente malato e ha trascorso quasi l’intera vita in carcere, il tempo assume un significato diverso. Ogni attesa rischia di trasformarsi in una condanna definitiva pronunciata senza parole. Il vero interrogativo, allora, è semplice e drammatico insieme: uno Stato democratico può ancora definirsi tale se nega perfino la possibilità della speranza? Se la risposta è no, allora occorre avere il coraggio di dirlo apertamente. Occorre ammettere che la rieducazione è diventata una formula vuota, buona per i convegni e inutile nella realtà. Ma se la risposta è sì, allora casi come quello di Papalia non possono essere liquidati con automatismi burocratici o formule astratte. Perché una Repubblica fondata sul diritto non dovrebbe temere il cambiamento. Dovrebbe saperlo valutare. Dovrebbe saper distinguere tra memoria del male e negazione del presente. Altrimenti quel “mai” non resterà soltanto la condanna di un detenuto. Diventerà il fallimento morale dello Stato stesso. Reggio Calabria, 29 maggio ore 11.30, al circolo del tennis “Polimeni”, il convegno della associazione “Nessuno Tocchi Caino” per parlare del caso di Domenico Papalia, tavola rotonda con Ezio Privitera, il Presidente delle camere penale avv. Francesco Siclari, il direttore di Approdo Luigi Longo, Mimmo Gangemi, Rita Bernardini, Sergio Delia e Elisabetta Zamparutti. Istituti penali minorili: le regole sugli accessi di Marina Crisafi Il Sole 24 Ore, 29 maggio 2026 Il Dgmc chiarisce la disciplina degli accessi agli Istituti penali minorili dopo il caso Casal del Marmo. Il Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità (Dgmc) ha chiarito la disciplina degli accessi agli Istituti penali minorili dopo le contestazioni sollevate nei giorni scorsi in merito alle visite ispettive negli Ipm. Le indicazioni, come reso noto sul quotidiano del ministero della Giustizia, GNewsonline.it, si rifanno all’art. 67 dell’Ordinamento penitenziario che regola l’accesso alle sezioni detentive e che, fuori dai casi previsti dalla legge, prevede una specifica autorizzazione, soprattutto quando sono coinvolti minori detenuti. Il caso Casal del Marmo e i limiti dell’ordinamento penitenziario - La precisazione del Dipartimento arriva dopo la nota dei Radicali Italiani, secondo cui il Dgmc avrebbe “tentato di impedire l’accesso alle sezioni detentive degli Istituti penali minorili sulla base di una circolare illegittima e incostituzionale”. Il riferimento è alla richiesta di visita avanzata dal gruppo presso l’Ipm di Casal del Marmo, autorizzata dal Dipartimento il 18 maggio scorso ma limitata alle aree comuni dell’istituto. Il Dgmc ricorda che l’articolo 67 della legge sull’ordinamento penitenziario consente l’accesso senza preventiva autorizzazione soltanto a specifiche categorie di soggetti di rilievo istituzionale. Come precisato dal Capo del Dipartimento, Antonio Sangermano, “i soggetti che in deroga al generale divieto possono liberamente accedere negli istituti penali - si identificano - in specifiche, non estensibili, categorie di persone che rivestono cariche istituzionali espressamente tipizzate, oltre che nei soggetti che alle stesse si accompagnino nel corso della visita per ragioni connesse alle loro funzioni”. Per tutti gli altri soggetti, invece, l’accesso agli Istituti penali minorili resta subordinato ad autorizzazione che è sottoposta a limitazioni, tanto più nel caso di soggetti minori detenuti. Secondo il Dipartimento, infatti, si legge, “i giovani vanno maggiormente tutelati dall’esposizione a situazioni di potenziale intrusione nella loro vita privata, che negli Istituti si svolge prevalentemente negli spazi di pernottamento, gli unici che possano restituire una ‘dimensione domestica’”. La circolare del 2025 - Il Dgmc ha inoltre ricordato che, con apposita circolare emanata nel gennaio 2025, è stata regolamentata la materia degli accessi soggetti ad autorizzazione negli Ipm, disciplinando condizioni e finalità delle visite effettuate da soggetti non compresi nell’elenco previsto dall’articolo 67 dell’ordinamento penitenziario. Resta comunque ferma, conclude il Dipartimento, “la possibilità che chiunque abbia interesse ad approfondire le condizioni di vita delle persone detenute, possa avvalersi dell’accesso dei soggetti istituzionali, e quindi autorizzati per legge”. Più borse di studio e didattica per il diritto allo studio in carcere di Paolo Ferrario Avvenire, 29 maggio 2026 Lo studio come percorso di riscatto e di reinserimento sociale. È questo l’obiettivo dell’accordo che sarà firmato questa mattina a Sassari, nella sede dell’Ente regionale per il diritto allo studio universitario (Ersu), dalla Conferenza nazionale dei delegati dei rettori per i poli universitari penitenziari (Cnupp) e dall’Associazione nazionale degli organismi per il diritto allo studio universitario (Andisu). “L’accordo - si legge in una nota - mira a rafforzare e promuovere, su scala nazionale, forme di collaborazione e scambio di esperienze tra i Poli universitari penitenziari e gli organismi regionali per il diritto allo studio universitario”. In sintesi, l’accordo punta a semplificare l’accesso alle borse di studio; aiutare i detenuti-studenti con pratiche amministrative e tasse universitarie; fornire materiali didattici e strumenti informatici; migliorare gli spazi per la didattica nelle carceri; favorire alloggi per studenti ex detenuti in misura alternativa; promuovere progetti finanziati e iniziative culturali. “Questo accordo rappresenta forse una delle espressioni più alte e profonde di ciò che significa davvero diritto allo studio - sottolinea Emilio Di Marzio, presidente Andisu -. Gli enti per il Diritto allo studio universitario nascono per sostenere gli studenti meritevoli, ma qui il concetto stesso di merito assume un significato ancora più umano e potente: il merito di chi, pur vivendo una condizione di privazione della libertà, sceglie di imprimere una direzione diversa alla propria esistenza, cercando attraverso lo studio una possibilità di trasformazione personale e di riscatto interiore”. I “numeri” raccontano una realtà in forte crescita. Oggi in Italia sono 1.978 i detenuti iscritti all’università. La Cnupp, nata nel 2018, registra infatti un aumento costante degli studenti detenuti coinvolti nei percorsi accademici. Il dato più significativo riguarda la crescita della presenza femminile: le detenute universitarie sono oggi 104, quasi il doppio rispetto allo scorso anno, con un impatto pari al 3,5% sulla popolazione detenuta femminile. Un segnale importante che testimonia una presenza sempre più significativa delle donne nei percorsi universitari all’interno del sistema penitenziario. Complessivamente, la rete coinvolge oggi 55 università italiane, di cui 46 atenei pubblici che operano in modo più sistematico nella formazione universitaria nelle carceri. Anche le scelte formative raccontano un cambiamento culturale. Se un tempo la facoltà più frequentata era Giurisprudenza, oggi l’area più scelta è quella politico-sociale, con circa il 25% degli iscritti tra Scienze politiche, Sociologia e Scienze della comunicazione, mentre l’area giuridica si attesta intorno al 13%. “Dietro questi numeri - commenta Giancarlo Monina, presidente Cnupp - esiste una rete enorme composta da circa 900 persone tra docenti, tutor e personale amministrativo che ogni giorno lavorano per rendere possibile il diritto allo studio in carcere. Le difficoltà non mancano: l’accesso a internet per i detenuti resta complesso e cambia da istituto a istituto; gli esami vengono svolti in presenza quando esiste prossimità territoriale, mentre da remoto nei casi più lontani. Eppure il sistema continua a crescere”. C’è poi il risvolto più umano della questione. Lo studio in carcere produce, infatti, “effetti profondi - aggiunge Monina -. Non è soltanto uno strumento professionalizzante, ma un’esperienza trasformativa che modifica il modo in cui una persona guarda sé stessa e il proprio futuro. I dati sulla recidiva lo dimostrano chiaramente: tra i detenuti che intraprendono un percorso universitario il rischio di tornare a delinquere si abbatte drasticamente rispetto a una media generale che sfiora il 70%. Alcuni ex detenuti, dopo la laurea - conclude il presidente Cnupp - sono arrivati persino a lavorare all’interno delle università. È il segno più concreto del fatto che cultura, formazione e conoscenza possono davvero diventare strumenti di rinascita personale e sociale”. Gogna con diritto di replica, ok della Camera alla legge Costa di Valentina Stella Il Dubbio, 29 maggio 2026 Approvato il provvedimento che obbliga la stampa a dare conto delle sentenze di assoluzione, comprese quelle di primo grado. Il giorno dopo l’approvazione della norma che introduce in Costituzione le vittime di reato, oggi la Camera ha approvato il provvedimento che obbliga la stampa a dare conto delle sentenze di assoluzione. Due facce della stessa medaglia - quella delle garanzie degli attori del processo - che passano a Montecitorio a due mesi dalla sconfitta referendaria. La proposta di legge recante modifiche al codice in materia di protezione dei dati personali ha ottenuto 127 sì, tra cui quelli di Azione e “Futuro Nazionale Vannacci”, 82 gli astenuti, nessun contrario. In particolare viene aggiunto l’articolo 144-ter - “Pubblicità delle sentenze di assoluzione o proscioglimento. Segnalazioni al Garante” - che prevede che “su richiesta della persona nei cui confronti sono stati pronunciati sentenza di assoluzione, di proscioglimento o di non luogo a procedere ovvero provvedimento di archiviazione, il direttore o il responsabile della testata giornalistica, radiofonica, televisiva o online che ha dato notizia del relativo procedimento penale o di atti o provvedimenti relativi al medesimo procedimento è tenuto a dare pubblicità, senza oneri per l’interessato, alla notizia dei provvedimenti favorevoli a quest’ultimo, con rilievo adeguato allo spazio già riservato al relativo procedimento penale”. L’interessato, “in caso di mancato adempimento da parte del direttore o del responsabile della testata giornalistica, radiofonica, televisiva o online a quanto previsto dal comma 1, può rivolgere una segnalazione al Garante. Il Garante decide nei cinque giorni successivi e, all’esito di tale procedimento, può ordinare la pubblicazione della notizia dei provvedimenti favorevoli per l’indagato o l’imputato”. Qualora il Garante non intervenisse, la persona potrà rivolgersi ad un giudice civile. Dunque dovranno essere pubblicate anche le sentenze di primo grado e non solo quelle irrevocabili, come inizialmente previsto. Inoltre, per un emendamento del Pd accolto in Commissione, il Garante della privacy non potrà sanzionare i media inadempienti. Il provvedimento passa ora all’esame del Senato. La norma porta la firma del capogruppo di Forza Italia alla Camera Enrico Costa: “È dovere dello Stato - ha detto l’azzurro - chiamare le persone a rispondere di fronte a fatti di reato, ma è anche suo dovere garantire che, se una persona esce innocente dall’ingranaggio giudiziario, recuperi la stessa immagine, reputazione, credibilità che aveva prima dell’indagine”. Il presidente dei deputati forzisti ha proseguito: “Applicare il marketing alla comunicazione giudiziaria è incivile, illiberale, arbitrario. Durante le indagini i riflettori si accendono; durante il dibattimento, quando si forma la prova e si pronuncia la sentenza, si spengono. Lo spirito della nostra proposta è fare in modo che all’opinione pubblica venga comunicato il procedimento penale nella sua interezza”. Così la deputata leghista Simonetta Matone: “Ho iniziato il mio intervento alla Camera partendo dal bellissimo film di Marco Bellocchio del 1972, “Sbatti il mostro in prima pagina”, con un grandissimo Gian Maria Volontè. Da lì purtroppo la situazione è addirittura peggiorata. L’enfatizzazione di “sbatti il mostro in prima pagina” è passata attraverso Tangentopoli, che è stata l’emblema di questa deriva”. La deputata ha puntato il dito contro il ruolo dei media: “I giornalisti hanno una responsabilità enorme nella demonizzazione delle persone coinvolte nei procedimenti penali. C’è grandissima enfasi su arresti, misure cautelari e indagini, poi quando il soggetto viene assolto tutti se ne dimenticano. Questa legge colma quel vuoto”. Roberto Giachetti di Italia Viva invece si è astenuto: “Se condividiamo del tutto il principio secondo cui la gogna non può mai sostituire il processo né il sospetto diventare una condanna sociale preventiva, la strada scelta dal governo per assicurare la pubblicità delle sentenze di assoluzione ci lascia perplessi”. Per il parlamentare la criticità è nel “potere che il provvedimento attribuisce al Garante per la protezione dei dati personali” considerato “molto penetrante”. Si chiede il deputato renziano: “Può un’autorità amministrativa entrare così nel merito delle scelte redazionali senza produrre inevitabili contenziosi o effetti distorsivi? Una forma indiretta di pressione sulle redazioni è concreta. L’unica certezza è che il problema sarebbe risolto alla radice se i tempi della giustizia fossero più rapidi”. Per il Pd in Aula è intervenuto Federico Gianassi, pure astenuto: “Di fronte a un principio ragionevole, non ci scagliamo contro ma chiediamo, pretendiamo dalla maggioranza che, se chiede al giornalismo di dare conto di tutte le notizie, sia anche disponibile a progredire sulla tutela dei giornalisti, in una fase storica nella quale anche nelle democrazie il ruolo del giornalismo libero e di inchiesta è messo continuamente sotto torchio”. Sempre sul fronte giustizia, la legge che affiderebbe al gip il compito di autorizzare il sequestro e l’analisi del contenuto degli smartphone arriverà nell’Aula di Montecitorio a luglio. Sarà molto probabilmente uno dei temi all’ordine del giorno della riunione di maggioranza a Via Arenula del 3 giugno sull’agenda giustizia: bisognerà capire, tra l’altro, se Forza Italia sarà disposta ad accogliere l’emendamento della presidente della Commissione Antimafia Chiara Colosimo che andrebbe a creare una eccezione per i reati di mafia, come richiesto da Giovanni Melillo. Fonti parlamentari poi fanno sapere che Fratelli d’Italia non avrebbe gradito lo stop secco del ministro Carlo Nordio alla proposta di Costa sulla responsabilità civile dei magistrati. “Il capitolo ancora non è chiuso”, fanno sapere. Maria Chindamo, questi dieci anni di buio senza pace di Francesca Barra L’Espresso, 29 maggio 2026 Ci sono storie che restano sospese nell’aria come polvere, entrano nelle case, crescono insieme ai figli degli altri, si siedono a tavola, ci tradiscono. La storia di Maria Chindamo è una di queste. Una vicenda giudiziaria e una ferita civile. Un buco nero che da dieci anni inghiotte domande senza restituire pace, una cicatrice che viene medicata solo dai famigliari sopravvissuti. “Maria aveva quarantaquattro anni quando scomparve, io tre in meno. I suoi figli dopo la sua morte sono cresciuti con me. Lei proteggeva le persone che amava. Chi ha conosciuto Maria non la dimentica”. A parlare è il fratello Vincenzo Chindamo che si batte per la ricerca di verità. Maria era dinamica, curiosa, piena di progetti, tre figli, una laurea, uno studio da commercialista, un’azienda agricola costruita insieme al marito Ferdinando, detto Nando. E poi gli studi per ottenere una seconda laurea in giurisprudenza. Vivevano tra Rosarno e Limbadi, in una terra dove il confine tra vita quotidiana e potere criminale può diventare invisibile fino al giorno in cui decide di distruggerti. Il 6 maggio 2016, all’alba, Maria sparisce davanti alla sua azienda agricola di Limbadi, in provincia di Vibo Valentia. Nessun corpo, nessuna tomba, nessuna scena del crimine che restituisca davvero l’orrore. Solo l’auto aperta, tracce di sangue, segni di colluttazione: è un caso di lupara bianca. Maria sparisce esattamente un anno dopo il suicidio del marito. Un uomo descritto da tutti come un bravo padre, un brav’uomo, ma Maria aveva deciso di separarsi, di rifarsi una vita. E in certi contesti la libertà femminile continua a essere percepita come una colpa. “Non era una eroina”, mi dice Vincenzo. “Non sfidava il mondo. Era una donna equilibrata, una madre. Certo, era tosta, determinata”. Secondo i collaboratori di giustizia, Maria sarebbe stata uccisa per essersi rifiutata di cedere alcuni terreni confinanti con proprietà riconducibili ad ambienti ‘ndranghetisti. Terreni piccoli, niente latifondi. Non una ricchezza immensa, ma qualcosa di ancora più importante come il controllo e l’onore. Maria cade dentro qualcosa di più arcaico e feroce: un sistema mafioso che considera la terra identità, potere, possesso assoluto così come una donna separata, indipendente, diventa un’anomalia da punire. Il collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso dice che Maria sarebbe stata uccisa e data in pasto ai maiali. Venti minuti per cancellare una vita. “Non sappiamo se sia davvero andata così”, dice Vincenzo. “Ma penso a quanto possa essere stato terribile. Ho cresciuto i suoi figli. Per i miei nipoti è stato devastante. Anche loro fuggono questa storia e al tempo stesso la vivono ogni giorno”. Dopo dieci anni, il processo è ancora in corso. Le ipotesi della Direzione distrettuale antimafia parlano di un omicidio pianificato anche per vendetta del tradimento, da persone molto vicine a Maria, ma la verità definitiva ancora non esiste. “Avrebbero voluto le terre di Maria ma non le hanno avute e oggi sono coltivate da un gruppo cooperativo che si chiama Goel che promuove cambiamenti e riscatto mediante lavoro e commercio etico legale”. Hanno provato a far sparire una donna come se non fosse mai esistita, salvo poi scoprire che Maria continua a vivere nella memoria degli altri con una forza impossibile da eliminare. Trento. Detenuta suicida, protesta dei penalisti: “Nessun supporto” di Carla Ialenti e Angiola Petronio Corriere del Trentino, 29 maggio 2026 Don Zambello: “Un sistema che va rivisto”. Aveva trasformato un sentimento in un’opera: un volto di un bambino che si nasconde gli occhi dalla vergogna. Jarrar, la detenuta di 21 anni, morta martedì all’ospedale Santa Chiara di Trento, aveva raccontato, modellando la terracotta, di un bambino che anni prima aveva rubato l’orologio a don Vincenzo Zambello. Quella scultura era un regalo per il prete, volontariato nel carcere di Verona Montorio, dove Jarrar scontava una pena per furti e rapine. E forse anche lei, come quel bambino, provava la stessa vergogna. La droga l’aveva portata da Cremona, dove era nata da genitori stranieri, sulla strada a Verona. Qui era stata rinchiusa per quasi due anni, poi a febbraio era stata trasferita a Trento, nella casa circondariale di Spini. Domenica aveva trascorso del tempo all’aperto, poi aveva chiesto di tornare in cella. Dove ha provato a togliersi la vita, perdendola due giorni dopo in un letto d’ospedale. “L’ennesimo fallimento di un sistema carcerario che va rivisto”, secondo don Zambello. Il prete aveva regalato a Jarrar un Corano. I due avevano instaurato un rapporto di fiducia, interrotto dopo il trasferimento della ragazza. Non le erano state concesse misure alternative; la detenzione, però non le aveva tolto la speranza in un futuro migliore: a marzo infatti si era diplomata come maestra gelatiera. “Voleva crearsi un futuro: aveva scelto liberamente di seguire il corso - secondo Paola Mancani, presidente di Soroptimist di Trento, associazione che dal 2017 organizza attività destinate ai detenuti -. “Era entusiasta, si era creato un clima di solidarietà e amicizia con le altre partecipanti - ha aggiunto la presidente. Queste ragazze hanno storie difficili, ma possono essere recuperate”. Una vita spezzata “per fragilità psicologiche”, secondo Giovanni Maria Pavarin, garante dei detenuti di Trento. Le condizioni di detenzione non sarebbero la causa del gesto estremo. Come lei, nel 2025 avevano provato a togliersi la vita sette detenuti, l’anno prima cinque. I penalisti di Verona e Trento hanno protestato contro il sistema di detenzione. “Le problematiche del ca rce re non possono essere risolte senza riforme che diano un reale sostegno alle direzioni, all’area educativa e al personale medico sanitario”, denunciano gli avvocati della Camera penale di Trento. “Il carcere di Trento che vanta una struttura moderna e rappresenta un esempio a livello nazionale, soffre in egual misura delle stesse problematiche delle carceri italiane: nel 2025 c’erano 400 detenuti a fronte dell’accordo programma Provincia - Governo del 2010 di 240 posti”. Secondo Antigone, associazione a tutela dei detenuti, il carcere di Spini ad aprile 2026 ospitava 417 detenuti su 422 posti. La Camera penale di Verona che ha annunciato tre giorni di astensione dalle udienze per il 23, 24 e 25 giugno. “Le fragilità della detenuta non aveva ricevuto il supporto specialistico che richiedevano”, denunciano. E concludono: “Il carcere per una persona giovanissima con evidenti fragilità non può che rappresentare un fattore di aggravamento”. Parma. “Degradante tenere un paraplegico al 41 bis senza cure adeguate” parmatoday.it, 29 maggio 2026 La Corte Europea dei diritti dell’uomo condanna l’Italia per un detenuto del carcere di Parma. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia per il caso di Francesco Pelle, detenuto al 41 bis che attualmente si trova nel carcere di via Burla di Parma, ergastolano e paraplegico. “Il ricorrente non ha ricevuto cure mediche adeguate durante la detenzione. La sua condizione ha superato il livello inevitabile di sofferenza insito nella detenzione, integrando così un trattamento inumano e degradante”. Sono queste alcune delle parole durissime contenute nella sentenza, depositata il 21 maggio 2026. Il ricorso era stato presentato da Francesco Giampaolo, uno dei legali di Francesco Pelle, che da anni sollecita la magistratura per far sì che il suo assistito riceva cure adeguate. Nel gennaio 2023 le autorità sanitarie del carcere di Parma avevano riconosciuto che “il ricorrente necessita di trattamento fisioterapico permanente” e che via Burla “non dispone di un reparto di riabilitazione nè del personale necessario per garantire programmi intensivi e continuativi”. Francesco Pelle sta scontando una condanna definitiva all’ergastolo per omicidio in concorso, tentato omicidio, lesioni personali aggravate dal metodo mafioso. È stato infatti coinvolti nella faida di San Luca, culminata poi nella strage di Duisburg dell’agosto 2006. È paraplegico da circa vent’anni e si trova su una sedia a rotelle. Quando aveva 28 anni è stato raggiunto da alcuni colpi di fucile mentre si trovava nella sua abitazione. Ivrea (To). “Insabbiavano gli abusi sulle detenute”: interrogatori-farsa degli agenti di Elisa Sola La Stampa, 29 maggio 2026 La Procura: “Sesso con trans in cambio di favori”. Il gip: “L’ispettore agevolava alcune sue persone ristrette”. Ci sarebbero stati tutti gli elementi per fare partire una grande inchiesta. La segnalazione da “personale interno”. La descrizione di un fatto preciso: un rapporto sessuale tra una detenuta e un poliziotto confermato da due testimoni. Una “nota riservata” con il riassunto di cosa sarebbe accaduto nella cella 6 del carcere di Ivrea alle ore 14 del 30 aprile 2025. La nota era arrivata sulla scrivania del comandante dell’operativo. Eppure, il funzionario non ha mai avvisato l’autorità giudiziaria. Anzi, con modalità - secondo i pm anomale e dannose - avrebbe fatto un’indagine interna, mandando in giro i suoi agenti a raccogliere “spontanee informazioni” da detenute intimorite. Solo grazie alla direttrice, giorni dopo, la procura di Ivrea è stata avvisata. Il depistaggio è uno degli aspetti dell’inchiesta, che vede coinvolti un ispettore, indagato per violenza sessuale e concussione, l’ex comandante D.M. (non più a Ivrea), che, difeso dall’avvocato Alberto Pantosti Bruni, respinge ogni addebito, e altri due poliziotti. Agli ultimi tre i pm contestano di avere coperto l’ispettore. I testimoni ritrattano sotto pressione - La sezione transgender del carcere di Ivrea è un mondo a parte. Dove, sottolinea il gip Mauro Cantone - che ha ordinato l’interdizione per un anno nei confronti dell’ex comandante e dell’ispettore - non possono esistere “rapporti paritari”. La procura ha un’idea chiara. Sesso, ottenuto da alcune detenute (per ora la vittima è una) in cambio di favori: porte delle celle aperte, creme, trucchi, orecchini. “Se chiedevi all’ispettore, ti aiutava”. Lo hanno detto la presunta vittima e altre detenute quando, senza autorizzazione della procura, un gruppo di agenti fidati dell’ex comandante raccoglieva le loro “dichiarazioni spontanee”. L’ispettore indagato - L’ispettore indagato era stato trasferito da poco. L’atmosfera era cambiata. E, scrive il gip, si era “sviluppato un marcato astio” verso le due detenute che avevano, un mese prima, testimoniato contro di lui, avendolo visto o avendo saputo. “Un astio legato all’allontanamento dell’ispettore”, sottolinea il giudice: “Una conseguenza della cessazione delle agevolazioni che il poliziotto avrebbe assicurato ad alcune persone ristrette”. In quel contesto, le due testimoni si dicono dispiaciute che l’ispettore sia stato allontanato: “Ci aiutava anche con i prodotti di bellezza”. E modificano, in parte, le versioni iniziali. Per l’avvocato Celere Spaziante, che difende l’ispettore, è un punto importante: “La stessa vittima dei presunti reati di violenza sessuale - afferma - nega categoricamente che tutto ciò sia avvenuto”. Secondo il gip le testimoni sono invece attendibili. E “l’eventuale adesione apparente all’atto sessuale non può essere letta come se provenisse da un soggetto in posizione paritaria”. C’è sempre, nella persona detenuta, “una condizione di soggezione”. Quindi, si tratta di “abusi”. Lecce. Ritardo tac che accertò il tumore, poi la morte: assolta ex direttrice sanitaria del carcere lecceprima.it, 29 maggio 2026 È terminato ieri il processo finalizzato ad accertare eventuali negligenze nella morte di un detenuto, un 59enne di Bari, avvenuta il 2 marzo del 2021. La sentenza: “Il fatto non sussiste”. Si è chiuso ieri con un’assoluzione “perché il fatto non sussiste”, a fronte di una richiesta di condanna a un anno e mezzo, il processo a carico di Alessandra Moscatello, 62enne di Tuglie, imputata per la morte di un 59enne di Bari, detenuto del carcere di Borgo San Nicola, al tempo in cui era la direttrice sanitaria. A dare il via all’inchiesta fu la denuncia sporta dai familiari che lamentavano come pur avendo l’esame radiologico del torace, eseguito il 29 gennaio del 2020, sollevato la necessità di svolgere approfondimenti tramite la tac, quest’ultima fosse stata eseguita poco più di tre mesi dopo. Un ritardo che, secondo l’accusa, non avrebbe consentito di appurare tempestivamente la diagnosi - un tumore al IV stadio ai polmoni e metastasi diffuse - e procedere per tempo alle terapie. Dopo vari ricoveri, chemio e radioterapia, il cuore dell’uomo cessò di battere il 2 marzo del 2021. Nella richiesta di rinvio a giudizio della Procura, e che fu accolta nel marzo del 2024 dalla giudice Anna Paola Capano, si evidenziava, in particolare, la direttrice sanitaria avrebbe avuto, tra i suoi doveri, quelli di coordinare e controllare l’operato dei medici di sezione di turno che si erano succeduti nella cura del paziente. Le motivazioni della sentenza emessa dalla giudice Annalisa De Benedictis non sono ancora note, ma la difesa, rappresentata dagli avvocati Luciano De Francesco e Andrea Starace, ha cercato di dimostrare a dibattimento come l’imputata avesse rispettato i protocolli e i regolamenti interni e che il ritardo non fosse addebitabile alla direzione. Milano. Screening oncologici in carcere a Bollate, oltre 500 visite ed esami in un anno di Alessandra Corica La Repubblica, 29 maggio 2026 Il progetto si chiama “Cura oltre le mura”: promosso dalla Fondazione Libellule Insieme, ha l’obiettivo di garantire la tutela della salute anche in contesti fragili. In un anno, le visite e gli esami sono stati più di 500. Eseguiti sulle detenute ma anche sugli agenti donna della Polizia penitenziaria, con l’obiettivo di fare prevenzione e diffondere consapevolezza dell’utilità degli screening e della diagnosi precoce. È ‘Cura oltre le mura’, il progetto patrocinato dalla Fondazione Libellule Insieme, dentro il carcere di Bollate. Il programma di screening ha coinvolto sia le donne che si trovano in stato di detenzione, sia il personale femminile impiegato nella struttura, che svolgono appunto un lavoro complesso, che rende difficile riuscire a ritagliarsi il tempo da dedicare alle cure e alle visite sanitarie. Di qui, i check up dentro la casa circondariale, con visite ginecologiche e senologiche, pap test, ecografie e mammografie, realizzati grazie alla collaborazione di medici e infermieri dell’Asst Santi Paolo e Carlo di Milano, da cui dipende l’ospedale San Paolo, sede in città del reparto dedicato alla Medicina penitenziaria. A collaborare all’iniziativa, anche la sede milanese di A.N.D.O.S, l’Associazione Nazionale Donne Operate al Seno, con il contributo economico di Banca d’Italia, Fondazione Intesa Sanpaolo Ente Filantropico, Bertocco Air Truck Technology e Laboratoires Dermatologiques d’Uriage Italia. Il progetto ha previsto non soltanto l’esecuzione di visite specialistiche, ma anche momenti di sensibilizzazione e formazione, per diffondere la cultura della prevenzione. Oltre ai controlli senologici e ginecologici, a breve dovrebbero essere introdotte anche le visite dermatologiche, fondamentali per una diagnosi precoce di eventuali melanomi. Milano. Open day nel carcere Opera di Milano per promuovere il lavoro dei detenuti Il Riformista, 29 maggio 2026 Sky Italia e Officina dell’Abitare hanno annunciato nel corso degli Sky Inclusion Days un Open Day dedicato alle imprese interessate a sviluppare in carcere progetti sociali integrati al proprio business. L’iniziativa fa seguito alla creazione dell’Hub “Trasformazione in Opera”, nato nei mesi scorsi per promuovere percorsi di riabilitazione presso la casa di reclusione di Milano-Opera e per facilitare le aziende nell’avvio dei propri progetti sociali. Grazie all’Hub, le aziende potranno quindi contare sul know-how, le risorse e gli spazi gestiti dal team di Sky e di Officina dell’Abitare che, in collaborazione con Opera in Fiore, lavorano insieme da anni creando nuove competenze e percorsi virtuosi per persone detenute. L’Open Day si terrà il 9 luglio presso gli spazi dell’Hub e sarà un’occasione per le aziende di conoscere da vicino il progetto e la rete dei soggetti coinvolti, dall’istituto penitenziario alle cooperative sociali. Le imprese interessate potranno raccogliere informazioni su come utilizzare gli spazi a disposizione e valutare le opportunità di collaborazione. Sky conferma così il proprio impegno nel lavoro in carcere, iniziato nel 2022 con la creazione del primo laboratorio “ristretto” nell’ambito del programma “Lavoro Carcerario” promosso dal Ministero della Giustizia. Lo scorso anno, il progetto è stato ampliato con l’assunzione di nuove risorse e, successivamente, con la creazione dell’Hub: sono infatti oggi 14 i detenuti regolarmente assunti. Un lavoro retribuito e disciplinato da contratti collettivi nazionali che offre formazione tecnica spendibile anche al termine della pena. I risultati parlano chiaro: in quattro anni di attività il laboratorio ha dimostrato che un modello di questo tipo può funzionare in modo efficiente e sostenibile, generando al tempo stesso un impatto positivo sulle persone e le aziende coinvolte, abbattendo recidiva e pregiudizi. Rosalia Marino, Direttore della Casa di Reclusione di Milano Opera: “L’accesso al lavoro dei detenuti è un argomento complesso che tocca vari aspetti della realtà penitenziaria e non solo. Il lavoro e la formazione professionale sono pilastri fondamentali su cui si basa il trattamento del condannato nella rieducazione e nel reinserimento sociale, elementi che per me rappresentano non solo un dovere istituzionale, ma un impegno morale e sociale. L’Open Day promosso da Sky Italia e Officine dell’Abitare è un momento molto importante per il Carcere di Opera. A distanza di quattro anni dalla nascita del loro laboratorio, ci offre l’opportunità di aprire il carcere al territorio, di far conoscere alle aziende le potenzialità presenti nel carcere di Opera, di fare rete con nuovi soggetti interessati e, soprattutto, di mostrare che la persona detenuta può rappresentare una “risorsa” e non un “problema”. Barbara Cavaleri, Executive Vice President Operations & Finance di Sky Italia: “Siamo orgogliosi di quanto abbiamo costruito in questi anni insieme al carcere di Milano-Opera e a Officina dell’Abitare e vogliamo ora condividere il nostro know how con le aziende interessate a fare lo stesso percorso. L’open day presso in nostro “Hub “Trasformazione in Opera” è un invito alle imprese a toccare con mano questa realtà e a collaborare con noi per rendere questo spazio sempre più ricco di opportunità di lavoro. L’esperienza maturata con il nostro laboratorio ci insegna che il lavoro carcerario coniuga impatto sociale e valore per il business. Le persone detenute acquisiscono competenze e dignità professionale mentre le aziende possono contare su persone motivate e formate che svolgono un lavoro di qualità”. Elisabetta Ponzone, Presidente di Officina dell’Abitare afferma: “Con Sky abbiamo sviluppato un modello imprenditoriale etico e di economia sociale che offre vere opportunità lavorative ai detenuti, restituendo un servizio di qualità alle imprese. La grande sfida è creare nuove alleanze, coinvolgendo soggetti diversi, perché solo facendo rete, stando insieme, si raggiungono dei risultati. Il lavoro abbassa la recidiva, quasi azzerandola, se una volta tornato libero riesci a mantenerti”. Monza. La grande sfida: una falegnameria dentro il carcere di Stefania Totaro Il Giorno, 29 maggio 2026 Il garante Rampi: “Servono imprenditori illuminati”. Assolombarda e Confartigianato in prima linea. “Una falegnameria di qualità in carcere in quale terra può nascere se non in Brianza che è la terra del mobile in tutto il mondo”. A dirlo è Roberto Rampi, garante dei diritti delle persone private della libertà personale per Monza, figura voluta dal Comune e dalla Provincia monzesi. “Oggi la falegnameria nel carcere di Monza è una realtà che esiste dal punto di vista strutturale, ma non è operativa - spiega Rampi -. Sarebbe fantastico produrre cose particolari, che magari le persone acquistano proprio perché contengono come oggetti anche una dimensione sociale, la scelta di avere fatto lavorare persone che sono detenute. La Brianza del mobile magari oggi non ha più certi livelli produttivi sul territorio e quindi mettiamo in campo una falegnameria che nasce con uno spirito sociale, da parte di imprenditori illuminati che hanno già creato qualcosa che non c’era e che adesso c’è e che magari è durato nel tempo. Un artigianato, che contiene la parola arte, che in carcere potrebbe portare la svolta”. Con mille difficoltà nel carcere monzese si sta anche approntando il progetto di un forno per panificare. Il presidente di Assolombarda Monza e Brianza, Matteo Parravicini, e il presidente di Apa Confartigianato Imprese Milano Monza e Brianza, Giovanni Mantegazza, hanno ricordato i protocolli sul tema lavoro in carcere già firmati. “Il valore del riscatto non è solo uno slogan, ma un manifesto programmatico, una vera e propria sfida che unisce tutto il territorio - ha sostenuto Parravicini -. Otto anni fa nella casa circondariale di Monza è stato siglato un protocollo di intesa con 23 firmatari tra cui Assolombarda con l’obiettivo di colmare la distanza. Un modello unico nato proprio in Brianza perché siamo capaci di mettere insieme tutti gli attori di un territorio che devono fare sistema e trovare le soluzioni che servono a risolvere questi problemi. Promuovere assunzioni, proroghe contrattuali, tirocini verso imprese, enti pubblici e privati, dove il ruolo dell’imprenditore non è economico ma sociale”. “Confartigianato ha firmato un protocollo di lavoro anche per i giovanissimi detenuti del Beccaria - ha dichiarato Mantegazza -. Ho intenzione di portare gli imprenditori a far vedere come funziona la vita in carcere, dove queste persone che lavorano ce la mettono tutta perché vogliono vedere la loro vita cambiata e noi dobbiamo fare una rete per aiutarli”. La presidente della Commissione Carceri di Regione Lombardia, Alessia Villa, ha infine annunciato un protocollo specifico sul reinserimento dei detenuti. Brescia. Il riscatto oltre le sbarre: “Se il detenuto lavora la recidiva crolla al 2%” di Stefania Totaro Il Giorno, 29 maggio 2026 Il reinserimento sociale al centro del convegno organizzato dal Lions Club. La presidente del Tribunale di Sorveglianza di Brescia: sgravi alle imprese. Fare rete per investire nel lavoro fuori e dentro le mura del carcere perché il reinserimento sociale dei detenuti apre una porta concreta verso un futuro migliore per queste persone private della libertà personale ma anche per l’intera comunità. Questo il tema del convegno dal titolo “Il valore del riscatto” che il Lions Club Desio, con il supporto del Distretto, ha organizzato mercoledì sera nella sala congressi del Banco di Desio e della Brianza. “Dobbiamo cambiare la mentalità di quelli che pensano che le persone che hanno sbagliato debbano pagare tutta la vita - ha detto il governatore del Distretto Lions, Lorenzo Paolo Terlera -. Bisogna essere solidali e insieme si può fare la differenza”. La presidente del Tribunale di Sorveglianza di Brescia, Monica Cali, desiana, che si occupa di esecuzione della pena, ha spiegato come “il carcere deve diventare il punto di inizio per guadagnarsi la fiducia sul campo e poter ricominciare il reinserimento sociale. Chi non ha opportunità ha un tasso di recidiva del 70-80%, un dato che crolla dal 10 fino addirittura al 2% in presenza di un lavoro vero. Il lavoro non è un premio ma uno strumento potentissimo di sicurezza sociale ed economica. Non solo un reato in meno o una vittima in meno, ma anche un risparmio per la collettività, visto che un detenuto ci costa circa 150 euro al giorno”. La legge Smuraglia, che promuove il reinserimento sociale e lavorativo dei detenuti previsto dalla Costituzione, poi, “per spingere le aziende e le cooperative a investire sul lavoro vero, non quello all’interno del carcere, offre sgravi fiscali e contributivi, come l’abbattimento dei contributi previdenziali del 95%, un credito di imposta compensabile fino a 520 euro per ogni lavoratore assunto e lo Stato può prolungare oltre i 18-24 mesi dopo la scarcerazione del soggetto questa opportunità per potere accompagnare il lavoratore nella società libera”. Un’opportunità che può rivelarsi importante anche “per formare in carcere professionalità che sono richieste dal mercato del lavoro - continua Monica Cali - dai conduttori di carrelli elevatori alle competenze digitali e per preservare mestieri artigianali che stanno scomparendo, grazie a protocolli in sinergia tra il mondo del lavoro, gli enti pubblici e l’amministrazione penitenziaria in cui la detenzione diventa un momento di qualificazione professionale su misura e offre un mestiere concreto ai nostri ospiti una volta usciti”. Un’altra forma importante di lavoro, sostiene il magistrato, “è quello volontario, un’altra forma di riscatto che può cambiare il volto delle nostre città, lavori di pubblica utilità e di recupero del patrimonio ambientale”. Come ha confermato il sindaco di Desio Carlo Moscatelli: “Abbiamo deciso di aderire con forza a un progetto di inclusione sociale dei detenuti per offrire percorsi mirati, tirocini nei nostri uffici, nei servizi ambientali, nella cura della nostra città e del verde urbano”. Il presidente della Provincia, Luca Santambrogio, ha invece puntato il dito sul ripristino della linea bus che porta al carcere come strumento per accedere al lavoro. Aversa (Ce). Da detenuti a pizzaioli, lezioni in cella: “Corso finito: il futuro ora è più facile” di Mattia Bufi Il Mattino, 29 maggio 2026 Quando si vive reclusi all’interno di un carcere anche le cose più semplici sembrano irraggiungibili. Ma anche un luogo di detenzione può offrire grandi opportunità per riavvicinarsi a quel concetto di normalità, spesso dato per scontato da parte di chi può godersi la libertà. È quello che è successo a sei dei ristretti della casa di reclusione Filippo Saporito di Aversa che hanno avuto l’occasione di partecipare a un progetto di formazione finalizzato ad apprendere il lavoro di pizzaiolo e che ieri hanno ricevuto l’attestato di fine corso. Ad organizzare l’iniziativa, la Eli Academy Iannucci Pizzaioli in Luce del pizzaiolo Vincenzo Iannucci che, con il suo centro di formazione professionale per pizzaioli, panificatori e operatori del settore food opera nel terzo settore e unisce lo studio dell’arte bianca con l’impegno sociale. Non a caso il progetto culminato ieri con la cerimonia nel carcere di Aversa è stato intitolato “Pizza: strumento di luce per realizzare un sogno”. Da novembre ad aprile, i pizzaioli aderenti all’Academy Iannucci hanno trasmesso le proprie competenze ai partecipanti al corso. “Siamo felici del risultato ha commentato Vincenzo Iannucci, presidente dell’Academy e contiamo di portare avanti altri progetti all’interno del carcere”. La Academy raccoglie 150 pizzerie in tutta Italia e al progetto hanno partecipato nomi famosi del settore come le pizzerie Di Matteo e Bellini del centro storico di Napoli, la pizzeria Karma di Pompei, Panoramica 53 e tante altre. Stiamo già lavorando a un altro progetto per settembre nel carcere di Nisida e a iniziative solidali con la Fondazione Santobono Pausilipon, attraverso la realizzazione di un piccolo libro dedicato ai bambini dei reparti di oncologia. Si chiama “Mani che donano” e raccoglie ricette e storie bibliche”. Anche Alessandro Iovino, moderatore dell’incontro, ci tiene a far passare un messaggio: “Si dice che finché c’è vita c’è speranza. Ma io dico che finché c’è speranza c’è vita. E anche una semplice pizza diventa strumento per incoraggiare, perché la luce della speranza è la luce che viene da Dio”. Durante l’incontro sono intervenuti alcuni dei pizzaioli. Gennaro Tommasino, della pizzeria Bellini si è detto “orgoglioso di aver aiutato i ragazzi a crearsi un futuro”. Per Edoardo Ammendola della pizzeria Di Matteo “aderire a questo progetto è stato entusiasmante”. “Abbiamo incontrato persone che all’inizio non avevano speranza su nulla e oggi si trovano con un mestiere tra le mani”, dice Giuseppe Malafronte di Karma. “L’iniziativa simboleggia un’espressione di amore nei confronti dei ristretti. Gesù ci insegna ad amare il prossimo come noi stessi, ed è quello che ho visto fare qui”, aggiunge Giuseppe Di Iorio, ministro di culto evangelico attivo nelle carceri di Secondigliano e Nisida e presente ieri per sostenere il progetto insieme al garante dei detenuti della provincia di Caserta, don Salvatore Saggiomo. Il funzionario giuridico-pedagogico della casa di reclusione Filippo Saporito, Giuseppina Scarpato, spiega le ricadute positive che queste attività hanno sui ristretti: “I corsi professionali hanno per loro una molteplice importanza. Innanzitutto permettono di acquisire competenze poi spendibili nel mondo del lavoro una volta usciti, finalizzate al reinserimento in società, obiettivo principale dell’amministrazione penitenziaria. L’attività però acquisisce una particolare importanza anche dal punto di vista personale perché questo corso è stato vissuto dai partecipanti come un impegno quotidiano da rispettare e dà loro modo di lavorare in gruppo e sviluppare capacità relazionali che altrimenti avrebbero fatto fatica ad emergere”. Firenze. Kamal, il carcere e la risalita dal suo abisso. “Ho una seconda vita, grazie al lavoro” di Jacopo Storni Corriere Fiorentino, 29 maggio 2026 Spacciava, ha visto compagni di cella uccidersi. Ora torna al Gozzini solo di notte. Sul braccio sinistro porta i segni della disperazione. Una cicatrice di dieci centimetri, bianca e netta, è il confine della vita di prima: la strada, il carcere. “Mi son tagliato con un coltello, in cella. Per vivere nella giungla dovevo tirar fuori gli artigli. E fare cazzate”. Kamal, 36 anni, marocchino, oggi sorride col cappellino e la maglietta con la “M” gialla. Assunto a tempo indeterminato al fast food di via Cavour, nonostante sia detenuto al Gozzini. Una storia più unica che rara che racconta come a volte, nel sistema fragile della giustizia e della rieducazione, ci siano delle eccezioni, spesso dovute però alla buona volontà del Terzo Settore e all’interesse dei privati, che suppliscono alle carenze istituzionali. E dunque Kamal, dall’inferno alla rinascita. Oggi è qui, nella cucina del Mc Donald’s. Prepara il bacon alla griglia, farcisce i panini. Eppure è ancora carcerato. Esce la mattina dal Gozzini per andare a lavorare, rientra la sera, dorme in cella, poi riparte: con la tramvia o con l’autobus. “Avevo 13 anni la prima volta che sono partito per Marsiglia. Ancor prima di partire, al porto in Marocco, sono caduto dalla nave dove mi ero nascosto, ho sbattuto la testa sulla banchina, sono stato alcuni giorni in coma, poi mi sono risvegliato. Ero partito perché volevo aiutare mia madre a vivere meglio. Credevo che l’Europa fosse il paradiso”. Poi ritenta la traversata: tre giorni e tre notti spiaccicato tra le lamiere della nave, nascosto per non essere scoperto. La pipì nelle bottiglie, il cibo negli zaini. Arriva in Francia, ma non è il paradiso. Kamal finisce a spacciare, poi le risse con i rivali, la conquista delle piazze. “Nel 2011 è morto mio padre e sono andato fuori di testa. L’Europa è diventata il mio abisso”. L’arrivo a Firenze: “Bevevo tanto, picchiavo, rubavo”. Così finisce in varie carceri, Sollicciano, Porto Azzurro, Gozzini: fine pena 2030. Ha visto più volte la morte in faccia, non solo quella volta al porto. Anche in cella: “Cinque miei connazionali si sono tolti la vita impiccandosi a pochi metri da me”. Kamal finisce per odiare sé stesso, fino a quell’atto di autolesionismo. La svolta arriva grazie all’amore. “Avevo una fidanzata italiana che mi ha raccolto dal baratro e mi ha portato su, ho cambiato vita per lei, per mia madre, e per me stesso”. E quindi la nuova vita, la buona condotta, la possibilità di uscire per lavorare grazie alla decisiva mediazione dell’associazione Seconda Chance, che mette in contatto i detenuti con le aziende che cercano lavoratori. Giuseppe Troisi, responsabile del Mc Donald’s di via Cavour, stravede per lui: “Mi ha profondamente colpito quel suo sguardo ancora pieno di sofferenza. Sono felice di poter dare a questo ragazzo una nuova opportunità di vita”. Kamal ringrazia: “Ero arrivato a perdere fiducia in tutta l’umanità, adesso l’ho ritrovata”. Ogni giorno si allena al Giardino dell’Orticoltura, in memoria della sua infanzia quando faceva lotta greco romana. E ogni giorno, oltre al lavoro nel fast food, fa il giardiniere nello spazio esterno del provveditorato all’amministrazione penitenziaria in via Bolognese. Ogni mese manda i soldi a casa alla madre, che grazie ai suoi risparmio ha avuto la possibilità di andare alla Mecca. Non la vede da circa vent’anni, da quel giorno in cui è partito da adolescente. “Mi manca tantissimo, la chiamo più volte al giorno”. E se dovesse esprimere, adesso, il più grande sogno della sua vita è soltanto uno: “Riabbracciare mia madre, è grazie a lei se adesso sono qui”. Lecce. Armando Punzo recita in carcere con la “Fame” Corriere del Mezzogiorno, 29 maggio 2026 Con il regista napoletano anche Paul Cocian, vera colonna della Compagnia della Fortezza. C’è un cortocircuito potente nel fatto che lo spettacolo Fame tratto dal romanzo di Knut Hamsun abbia preso vita dentro un carcere. Non solo perché il lavoro del premio Nobel norvegese racconta una prigionia interiore fatta di miseria e smarrimento. Ma anche perché Armando Punzo, leone d’oro alla carriera nel 2023 alla Biennale teatro di Venezia, ha scelto di portare questa storia proprio là dove il confine tra reclusione e libertà si fa più drammaticamente visibile. Infatti oggi alle 16.30, nella sala teatro della Casa Circondariale di Lecce, nell’ambito della rassegna “Dentro, il teatro” promossa dall’Accademia Mediterranea dell’Attore diretta da Franco Ungaro, lo spettacolo incontra un altro luogo di detenzione dopo il Carcere di Volterra, dove il progetto è nato e dove Punzo ha fondato nel 1988 la Compagnia della Fortezza. E il parallelismo non è soltanto geografico o simbolico. È il cuore stesso dell’operazione artistica, firmata da Punzo alla drammaturgia e alla regia per l’interpretazione di Paul Cocian e realizzata dalla Fortezza con la Fondazione Teatro Toscana. Da una parte c’è il romanzo che alla fine dell’Ottocento impose Hamsun come una delle voci più rivoluzionarie della letteratura europea, con la discesa febbrile di un giovane scrittore nei territori della fame e della follia. Dall’altra c’è l’esperienza della Fortezza, che ha fatto del carcere non un tema sociale da rappresentare, ma uno spazio da oltrepassare attraverso l’arte. Punzo lo ha sempre detto con chiarezza: “Diffido della parola “salvezza” perché mette davanti l’aspetto sociale”. Infatti, la sua non è mai stata una pedagogia del recupero. Quando entrò nel carcere di Volterra, dopo l’esperienza con il gruppo Avventura legato al teatro di Grotowski, cercava un’allegoria. “Un giorno ho alzato lo sguardo e sono rimasto folgorato dalla metafora della prigione nella quale tutti noi siamo rinchiusi”. Ed è precisamente qui che Fame incontra la storia della Fortezza. Nel romanzo di Hamsun la fame non è soltanto privazione materiale. È il desiderio feroce di diventare sé stessi fino in fondo. Il protagonista, scrittore orgoglioso, disperato e incapace di adattarsi, rifiuta il compromesso con il mondo, scegliendo una forma estrema di autoesclusione. La sua è, infatti, una fame che sta sospesa tra vita e morte, tra la perdita di un’identità uniformata e la nascita di un altro sé possibile. Tuttavia, Punzo legge Hamsun andando oltre la dimensione autobiografica e naturalistica del testo. Perché per lui il romanzo Fame (che racconta di aver letto tutto d’un fiato) parla dell’”umanità che desidera vivere il suo principio vitale, che supera il principio di morte, che non accetta l’arrendevolezza che caratterizza gli uomini non affamati di vita”. E non stupisce che a incarnare questo viaggio sia Paul Cocian, uno degli attori più importanti della Fortezza e collaboratore strettissimo di Punzo negli ultimi sei anni di attività del gruppo. La sua presenza sulla scena aggiunge allo spettacolo una stratificazione ulteriore. Cocian, che da ottobre 2024 è uomo libero, oggi lavora agli scavi dell’anfiteatro romano di Volterra, ma continua ogni pomeriggio a rientrare in carcere per proseguire il lavoro con la compagnia. Un movimento quotidiano tra dentro e fuori che sembra la materializzazione concreta del teatro immaginato da Punzo, un luogo dove i confini fisici non coincidono più con quelli dell’identità. Del resto, la Compagnia della Fortezza ha costruito negli anni un’esperienza unica al mondo. Fondata da Punzo attraverso l’associazione Carte Blanche, ha imposto una linea artistica rigorosa: lavoro continuo con i detenuti e centralità assoluta dell’esito teatrale. Dal 1993 gli spettacoli hanno iniziato a uscire dal carcere. E dal 2003 l’attività teatrale è stata riconosciuta come lavoro vero e proprio, permettendo agli attori detenuti di andare in tournée senza permessi-premio. Nel 1994 nasceva, inoltre, il Centro Europeo Teatro e Carcere, con l’ambizione visionaria di creare il primo teatro stabile in carcere del mondo. Un’esperienza che ha influenzato le politiche culturali e detentive internazionali, fino al progetto “Per aspera ad astra”, capace di coinvolgere numerose realtà italiane, compreso l’Istituto minorile Fornelli di Bari con il lavoro del Kismet. E oggi, a Volterra, è in cantiere persino un teatro stabile. Lo ha progettato l’architetto Mario Cucinella, rendendo realtà l’utopia artistica. Bolzano. Detenuti in campo con avvocati, polizia penitenziaria e magistrati di Chiara Currò Dossi Corriere dell’Alto Adige, 29 maggio 2026 È stato il Gs Excelsior ad aggiudicarsi la seconda edizione di “In&out. Un calcio al passato”, il torneo di calcio a sette che si è svolto ieri al centro sportivo di San Giacomo. Sei le squadre in campo: oltre all’Excelsior, quella dei detenuti, degli operatori penitenziari, degli avvocati (che si sono giocati la finale), dei dipendenti comunali e, per la prima volta, dei magistrati (tra i penalisti bolzanini erano presenti Giulia Rossi e Walter Pelino). Un torneo all’insegna dei valori del fairplay e dello sport, “la leva migliore - sottolinea Giovangiuseppe Monti, direttore della casa circondariale di Bolzano - dal punto di vista della rieducazione. Un modo per sensibilizzare al rispetto delle regole e a valori come quelli della condivisione e del rispetto per l’altro, ma anche uno stimolo, per chi non è potuto essere presente oggi, per orientare il proprio comportamento nella giusta direzione, per partecipare alla prossima edizione”. All’organizzazione hanno contribuito diversi enti. Oltre Comune, Provincia e ministero della Giustizia, l’Ordine degli avvocati di Bolzano, la Camera penale, la Figc, Cassa di risparmio e Alpha Beta, con il sostegno del Fondo sociale europeo. Una decina i detenuti presenti, tra quelli in regime di semilibertà che hanno ottenuto il permesso dal tribunale di sorveglianza (ieri, in rappresentanza, era presente la nuova presidente, Manuela Mirandola), sulla base di un giudizio positivo dei rispettivi percorsi dell’ultimo anno. Il torneo, sottolinea Monti, “nasce dal desiderio di dimostrare che il carcere di Bolzano è un modello virtuoso, dal punto di vista rieducativo. Abbiare, mo problemi di spazi, è vero, il che non ci consente di ampliare l’offerta ai detenuti, ma non ci tiriamo indietro quando si tratta di organizzare eventi simili, e rendere così la struttura a misura d’uomo, sia per i detenuti sia per il personale”. “In&out” non è la prima delle collaborazioni con il Gs Excelsior. “Con il direttore Monti - ricorda il presidente, Valter Vezzù -, abbiamo fatto in modo di accogliere, nella nostra squadra, un detenuto lavorante esterno. Che, alla prima partita, entrato in campo ha fatto subito goal. Siamo sicuri che riusciremo a portare avanti questi progetti e a contagiare anche altre realtà sportive. Non vogliamo restare una mosca bianca”. Angelo Gennaccaro, presidente del consiglio provinciale, sottolinea come quello di ieri sia stato “un momento di comunità allargata, parte del nostro territorio. Il compito di un istituto come la casa circondariale deve essere sempre quello di restituire cittadini migliori alla nostra società, quello delle istituzioni quello di metterci del loro. Quest’anno, purtroppo, non siamo riusciti a dare un segnale in più, presentando una squadra della Provincia, ma ci impegneremo perché possa avvenire l’anno prossimo”. La squadra degli avvocati è stata invece capitanata da Andrea Gnecchi, uno degli organizzatori dell’evento: “Le cose belle possono capitare anche per caso - commenta -, ma quando si ripetono, sono il frutto di una scelta e di un lavoro”. Come è stato, appunto, il torneo di ieri, giunto alla sua seconda edizione. E che è stato anche un’occasione “di pacificazione, dopo gli scontri della campagna referendaria - ironizza -. Oggi siamo tutti in campo, nel rispetto del fairplay”. L’evento ha visto la partecipazione del giornalista Rai Stefano Bizzotto e dell’ex calciatore Lele Adani (in videocollegamento) che ha sottolineato il contrasto, tra gli scontri tra ultrà, avvenuti domenica in occasione del derby di Torino, e quanto è andato in scena ieri a San Giacomo, “il volto più bello del calcio. Uno sport che unisce e trasmette valori che durano per tutta la vita”. Dello zen e dell’arte di illuminare ogni cosa. In una cella come fuori di Eleonora Martini Il Manifesto, 29 maggio 2026 Dario Doshin Girolami, “Buddha dentro. Insegnamenti per chi si sente prigioniero”, edito da Ubiliber. La lunga esperienza con i detenuti nei penitenziari di San Quentin, California, e Rebibbia, a Roma. Lo zen e l’arte di sopravvivere al carcere. Si potrebbe sintetizzare così, concettualmente, la ventennale esperienza di Dario Doshin Girolami come insegnante di meditazione buddista all’interno dei penitenziari di San Quentin, in California, e di Rebibbia a Roma. Ma l’abate del tempio romano Zen L’arco - Zenmon Ji ci avverte fin dalle prime pagine del suo ultimo libro Buddha dentro. Insegnamenti per chi si sente prigioniero, appena pubblicato da Ubiliber, la casa editrice dell’Unione Buddhista Italiana (pp. 219, euro 12), che il percorso nato all’interno delle alte mura di cinta può essere fecondamente esportato all’esterno, tra gli individui cosiddetti liberi. Perché “in qualche modo siamo tutti detenuti”, scrive, “siamo tutti prigionieri di rabbia, odio e illusione”. Dunque, più correttamente, è il caso di parlare di zen - nella tradizione Soto, giapponese - e l’arte di illuminare la propria buia prigione. Ordinato monaco al San Francisco Zen Center, nel 2000 Dario Doshin Girolami varcò per la prima volta le porte blindate di San Quintino, il carcere con il più grande braccio della morte degli Stati Uniti, per formarsi anche come cappellano buddista. E passare ore in raccoglimento insieme ai detenuti, seduto a terra in scomode posizioni. Tornato nella sua città natale, Roma, fin da subito provò a “presentare un corso di meditazione agli istituti penitenziari italiani, ma senza successo”. Riuscì nell’impresa “solo quando ho cambiato il nome del corso da “Meditazione zen” a “Mindfulness”“, pratica che nel frattempo era diventata mainstream anche in Italia. Da oltre quindici anni, così, insegna ai reclusi di Rebibbia come trasformare la pena detentiva in un’occasione di introspezione e riconciliazione con se stessi. Pratica che non aiuta ad evadere, né a levitare oltre le mura, bensì, al contrario, serve a liberarsi incontrando “con compassione la propria sofferenza”. E a giudicare dai risultati non è affatto poco. “Siamo tutti prigionieri. Siamo tutti convinti di essere circondati da alte mura dalle quali dobbiamo evadere in qualche modo. Occorre comprendere che è proprio questo nostro continuo tentativo di evadere, di scappare, che peggiora le cose”. Ci sono molte strade per arrivare a questo tipo di consapevolezza, e Girolami ne indica una. Col fare dello sceneggiatore - non a caso viene da una famiglia di cineasti - l’autore ripercorre le storie dei detenuti inframmezzandole con i feedback ricevuti durante le pratiche meditative, e picchetta il racconto con parabole e pensieri filosofici di grandi maestri come Dogen e Suzuki Roshi. Le pagine scorrono come una preghiera, con un linguaggio tra il poetico - come nella tradizione zen - e il prosaico. E sembra quasi di assistere ai suoi corsi di meditazione, seguiti da detenuti di ogni credo religioso. Poiché “nel buddismo non c’è proselitismo”, spiega l’abate, lo scopo non è la conversione. “Il gancio che porta le persone alla pratica è la riduzione dello stress, la ricerca di uno strumento che aiuti a gestire le emozioni negative, il tempo che non passa mai, il sonno che non arriva. Poi però, pian piano, grazie alla meditazione le persone possono prendere coscienza di quello che hanno fatto e delle conseguenze delle loro azioni. È un modo per aiutarli nella riabilitazione, che poi è lo scopo della pena secondo la Costituzione”. Un approccio che si è rivelato estremamente utile, perfino nel braccio della morte. E che ha funzionato anche con gli agenti di polizia penitenziaria, per i quali Girolami ha tenuto un corso di mindfulness su richiesta dello stesso Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. “A verificarlo scientificamente sono stati i test psicologici effettuati dalla cattedra di Neuroscienze dell’Università La Sapienza di Roma - riferisce l’autore -. I risultati pubblicati in una ricerca scientifica hanno dimostrato l’aumento della consapevolezza e della autocompassione. E la diminuzione dello stress, della rabbia e dell’ansia”. Non c’è giudizio, non c’è moralismo, non c’è pretesa di incarnare “il Bene” che si oppone “al Male”. Al contrario, chiarisce Girolami, la pratica della presenza mentale scardina pregiudizi e distrugge rassicuranti dicotomie. E c’è da credergli se, in alcuni casi, a San Quintino come a Rebibbia ci sono detenuti che hanno realizzato una piccola rivoluzione, trasformando “il loro periodo di detenzione in un periodo di ritiro monastico” e il carcere “in un monastero, cioè un santuario”. L’Italia non è più violenta ma disgregata di Franco Corleone L’Espresso, 29 maggio 2026 Contro la retorica della sicurezza ci sono i numeri. Che non dicono però di cosa ha bisogno il Paese. L’uccisione a Taranto di Bakari Sako, giovane del Mali lavoratore regolare, bracciante, aggredito con coltellate e calci e pugni, da una banda di minorenni ha turbato le coscienze per la concretizzazione fisica del razzismo. Questo e altri fatti accaduti in luoghi d’Italia diversi, al Nord, al Centro e al Sud, rafforzano la convinzione che la violenza sia fuori controllo e che la sicurezza vada esaltata con la repressione. Ma la realtà è davvero questa? Il ministero dell’Interno presenta periodicamente un report sugli omicidi volontari, i femminicidi e la violenza di genere e l’ultimo a cura del Servizio analisi criminale presenta i dati del triennio 2023-2025. Gli omicidi commessi scendono da 341 a 336 e infine a 286 con un calo del 15%; le vittime di sesso femminile scendono a 119 nei primi due anni analizzati e a 97 nel terzo anno con una diminuzione del 18%. In modo più analitico si rivela che gli omicidi in ambito familiare/affettivo si riducono da 149 a 128 dei quali 85 (da 96 e 102) con vittime di sesso femminile. Sembra proprio che questi dati freddi disegnino un Paese che contiene il reato più grave e che limita la violenza che cancella la vita. Sorge legittimo il dubbio che Piantedosi non faccia i conti con questi numeri e che nemmeno l’informazione intenda compiere una riflessione. La prevalenza della cronaca nera è strumentale e risponde a un disegno di diffondere paura e rispolverare il motto sempre utile di “legge e ordine”. Sarebbe segno di superficialità farsi condizionare dalla quantità e non considerare la qualità; la rappresentazione della realtà deve cioè misurarsi anche con l’immaginario prodotto dalla carica di odio, di accanimento, di tortura. Il corpo del nemico è il nemico e nel caso della donna si lega allo stupro come arma di sopraffazione e di guerra. Eppure questo sguardo più attento alle dinamiche psico-sociali richiederebbe lo sforzo di approfondire il carattere delle relazioni umane, di esaminare il ruolo della scuola, il peso dei social. Comunque non possiamo rimpiangere il 1990 quando il numero degli omicidi era di 1.633. Un trend positivo per l’Italia è confermato dal confronto del tasso di omicidi per centomila abitanti, lo 0,48 rispetto alla media europea del 2,1; interessante il caso della Francia (1,3), Germania (0,97), Regno Unito (1,14) e per finire gli Stati Uniti (5,74). Il report offre anche i dati del primo trimestre del 2026, arricchiti dalla novità della presenza del reato di “femminicidio”, introdotto con la legge n. 181 del 2 dicembre 2025 come art. 577 bis del Codice penale. Gli omicidi volontari ex art. 575 c.p. sono stati 59 (erano 61 nello stesso trimestre del 2025) di cui 12 con vittime di sesso femminile (erano 19 nel trimestre del 2025). Vanno aggiunti 3 casi di femmicidio con applicazione del nuovo reato, quindi la somma è di 15 vittime, con una diminuzione rispetto al periodo precedente. L’incidenza degli autori minorenni si attesta all’1%. Quale conclusione si può trarre da questo sommario quadro? Per fortuna gli omicidi, anche contro le donne, diminuiscono. L’enfasi sull’emergenza continua a essere dominante e può avere senso per un’esigenza di denuncia del patriarcato, della violenza quotidiana e della prevaricazione e della discriminazione di potere. Per questo andrebbero analizzati i dati dei reati di stalking nelle varie forme. Il compito di capire e ricostruire una comunità è urgente. Salute mentale: l’Italia cura troppo poco, troppo tardi, troppo in emergenza di Angelo Palmieri Il Domani, 29 maggio 2026 Nel 2024 gli accessi in pronto soccorso per ragioni psichiatriche sono stati oltre 636 mila, in crescita del 10% rispetto all’anno precedente; i TSO sono stati 4.586. Sono numeri che raccontano un sistema costretto a inseguire il dopo perché non riesce a presidiare il prima. Il disagio psichico cresce mentre il sistema pubblico continua a intervenire quasi soltanto nell’emergenza. I numeri del 2024 mostrano una distanza drammatica tra bisogno reale e accesso alla cura. Secondo i dati 2024 del Ministero della Salute, gli utenti psichiatrici seguiti dai servizi pubblici specialistici sono circa 845 mila, pari appena all’1,7% della popolazione adulta. Il bisogno stimato, però, riguarda una platea molto più ampia: circa il 15,7%. In questo scarto non c’è soltanto una carenza sanitaria. C’è una frattura sociale: una domanda di cura che resta in larga parte senza accesso, senza continuità, senza riconoscimento. La salute mentale non è più un tema laterale del sistema sanitario. Attraversa famiglie, scuole, luoghi di lavoro, carceri, adolescenze sospese, anziani lasciati ai margini, povertà educative, dipendenze, solitudini urbane. Eppure il Paese sembra ancora attrezzato per affrontarla quando è già diventata crisi, quando la sofferenza ha smesso di essere richiesta silenziosa ed è divenuta emergenza visibile. Una società cambiata più dei servizi - La società italiana si è trasformata più rapidamente delle sue istituzioni di cura. L’indebolimento dei legami comunitari, la precarietà delle biografie, l’ansia prestazionale, la frammentazione familiare, l’invecchiamento e la rarefazione delle reti di prossimità hanno reso il disagio psichico una questione ordinaria della convivenza. A rendere ancora più evidente questo squilibrio è il dato sulla spesa. Sempre secondo i dati ministeriali, alla salute mentale vengono destinati circa 5,8 miliardi, pari al 2,6% della spesa sanitaria complessiva. Una percentuale lontanissima da quella soglia del 10% del budget sanitario indicata come necessaria per rispondere alla reale portata del fenomeno. Non è una differenza contabile, ma una scelta di priorità. Significa che la salute mentale, pur essendo formalmente riconosciuta come diritto, continua a occupare un posto residuale nell’architettura pubblica della cura. Il rumore dell’emergenza - Ci accorgiamo della psichiatria soprattutto quando torna a fare rumore: nei pronto soccorso, nei trattamenti sanitari obbligatori, nelle carceri, nelle comunità sature, nelle cronache dolorose che trasformano la fragilità in allarme pubblico. Nel 2024 gli accessi in pronto soccorso per ragioni psichiatriche sono stati oltre 636 mila, in crescita del 10% rispetto all’anno precedente; i TSO sono stati 4.586. Sono numeri che raccontano un sistema costretto a inseguire il dopo perché non riesce a presidiare il prima. Mancano operatori, strutture, percorsi. Ma soprattutto manca una regia capace di tenere insieme prevenzione, prossimità, scuola, famiglie, servizi sociali e sanità territoriale. Senza questa continuità, l’intervento arriva spesso quando la sofferenza ha già attraversato solitudine, abbandono, cronicizzazione. Il limite della supplenza - In questo vuoto si inserisce spesso il Terzo settore, chiamato a costruire percorsi educativi, comunitari e di prossimità. È una presenza preziosa, talvolta decisiva. Ma non può diventare il supplente permanente di un sistema pubblico insufficiente. La salute mentale è oggi uno dei luoghi in cui si misura la qualità democratica di un Paese. Perché una società che intercetta solo una parte minima del bisogno non sta semplicemente spendendo poco: sta lasciando fuori campo una porzione crescente della propria vulnerabilità. E ciò che resta fuori dalla cura, prima o poi, ritorna. Non più come domanda, ma come frattura collettiva. La realtà oltre gli appelli alla paura. Quel filo tra demografia e migrazione di Pino Pisicchio Il Domani, 29 maggio 2026 Piaccia o non piaccia agli aedi del sovranismo, l’identità italiana, paradossalmente, si salverebbe solo con i nuovi italiani di origine transnazionale. Una questione che va ben oltre il problema della cittadinanza e che necessiterebbe di un intervento organico per promuovere processi d’integrazione. Provate a pensare se quella tragica storia della tentata - e in parte, purtroppo, anche riuscita - strage di pacifici cittadini a passeggio sul corso di Modena fosse accaduta, invece che un sabato pomeriggio qualunque, il sabato di una vigilia elettorale, una manciata d’ore prima dell’apertura delle urne. Le solite forze politiche che hanno costruito buona parte della loro propaganda elettorale sull’appello alla paura dello straniero, specialmente se africano e islamico, avrebbero sparato ad alzo zero non solo sullo stragista idealtipo, ma soprattutto su quella parte della politica che non è d’accordo nel considerare l’immigrazione solo dal punto di vista della minaccia alla sicurezza del Paese. Il colpevole, infatti è un marocchino di famiglia islamica, certo, nato in Italia, ma questo sarebbe stato un argomento a suo vistoso svantaggio, perché avrebbe portato acqua al mulino dell’irrimediabilità dell’essere africano e di fede islamica, per cui scordatevi cittadinanza e offerta di civiltà, l’unica cosa da fare è sigillare le frontiere e ricacciarli. Nelle poche ore prima del voto chi avesse voluto avrebbe potuto confutare anche la concreta ipotesi dell’instabilità mentale dell’attentatore, peraltro onestamente dichiarata dallo stesso ministro dell’Interno, e la sua estraneità a ogni pratica religiosa. Sarebbero state sparse verità apparenti e alterate, puntate all’emotività e al senso d’insicurezza, modificando così orientamenti di voto. Sui migranti i governi europei attaccano le garanzie della Cedu Un declino inarrestabile Non si trattava di un sabato elettorale, cionondimeno nei talk show televisivi noti maître à penser della stampa sovranista e loro dintorni s’affannano ancora oggi a raccontare che, lo stragista sarà pure pazzo, laureato e nato in Italia, ma è proprio questo il profilo dei “lupi solitari” che praticano il terrorismo di matrice islamica radicalizzandosi online. Solidali con i maître naturalmente anche le mille sfumature di vannaccismo e salvinismo militante. Accade però che in queste stesse ore l’inesorabile Istat ci spieghi il baratro demografico in cui scivoliamo con una certa allegrezza da italiani anziani sulla via del rimbambimento: se per mantenere un equilibrio demografico occorre che ogni donna in età fertile faccia all’incirca 2,4 figli, ecco che la popolazione femminile in Italia si va ad attestare attorno a valori pari a meno della metà, 1,18. Il “blocco navale” di Meloni e lo scoglio del diritto Il che significa l’ineluttabilità di un declino non più riparabile - scenari veramente desolanti con un calo in proiezione a 47 milioni di abitanti in meno di tre decenni - che viene contenuto solo con l’apporto degli immigrati. Piaccia o non piaccia agli aedi del sovranismo, l’identità italiana, paradossalmente, si salverebbe solo con i nuovi italiani di origine transnazionale. Parliamo di più di un milione di giovani figli di immigrati regolari, che sono nati in Italia, frequentano le nostre scuole (salvando così il posto di lavoro di molti insegnanti), parlano la nostra lingua, mangiano i nostri maccheroni, condividono la stessa musica, lo stesso tifo per la squadra cittadina, per Jannik Sinner, gli stessi fast food, lo stesso stile di vita e le stesse aspirazioni dei loro coetanei. Ma non possono essere cittadini italiani. Modena, Salvini insiste: “Via la cittadinanza”. Ma è incostituzionale Favorire l’integrazione Attenzione: questo avviene nell’arco di vita psicologicamente più delicato e fragile, dall’infanzia all’adolescenza quando il bisogno di sentirsi accettato nell’identità in formazione viene frustrato. Sono la stessa coscienza civica, la stessa condivisione di valori acquisiti spesso in dissonanza con quelli perseguiti in ambito famigliare, ad essere messi in discussione. Insieme al tema, fondamentale, della cittadinanza resta in piedi quello dell’integrazione. In paesi europei civilissimi come la Spagna, la Francia, la Germania, il Regno Unito, che hanno sul loro territorio più immigrati di noi, esistono politiche d’integrazione che tendono innanzitutto a costruire canali di comunicazione attraverso l’insegnamento della lingua, dei passaggi fondamentali della Costituzione e della “cultura” del paese ospitante spesso percepita come assai lontana da quello di provenienza. Certo, non è questo che mette al riparo da tutte le possibili degenerazioni terroristiche che possono determinarsi perché qualcuno dà di matto e si mette a fare il kamikaze. Sicuramente però, una politica per l’integrazione aiuta a ridurre l’isolamento e l’antagonismo. Ebbene l’Italia non ha mai concepito un intervento organico per promuovere processi d’integrazione. Si pensi che non esiste neppure una configurazione giuridica del mediatore culturale e linguistico, figura chiave per entrare in comunicazione con l’immigrato. Sarebbe il caso di metterci un po’ la testa su queste cose. Cittadinanza e migranti: integrare significa aumentare la sicurezza Unione europea. “Le sanzioni sullo stato di diritto? Discrezionali”. La destra chiede di abolirle Giuliano Santoro Il Manifesto, 29 maggio 2026 La proposta passa alla camera, dove si vota la relazione sulle politiche Ue. Se n’è accorta Elisabetta Piccolotti, deputata di Alleanza Verdi Sinistra: la maggioranza vuole disinnescare le sanzioni dell’Unione europea per chi non rispetta lo stato di diritto, considerandole “discrezionali”. Ieri la camera ha approvato la risoluzione di maggioranza sulla relazione della commissione politiche Ue sul programma di lavoro della Commissione europea e sulla relazione programmatica sulla partecipazione dell’Italia all’Ue per il 2026. Scorrendo il testo, si scopre che alle premesse, al punto 13 che parla dell’erogazione delle risorse finanziarie Ue, la destra sostiene che “è necessario vigilare affinché i meccanismi di condizionalità siano ancorate a criteri oggettivi e misurabili e non a criteri politicamente sensibili e discrezionali”. “In questo senso - prosegue il dispositivo - desta preoccupazione, in particolare, la proposta di rafforzare ulteriormente l’attuale regime di condizionalità a tutela del bilancio dell’Unione per i Piani di partenariato nazionali regionali, come la sospensione dei finanziamenti, a fronte di asserite violazioni dello stato di diritto da parte di uno stato membro. Questo, infatti, significherebbe attribuire una natura di fatto vincolante e cogente alle ‘raccomandazioni’ formulate dalla Commissione europea sulla base della relazione annuale sullo stato di diritto che dovrebbe invece rimanere uno strumento preventivo di soft law”. Questa impostazione, bisogna dire, non è del tutto campata in aria a Bruxelles: risponde all’applicazione selettiva dei criteri democratici che da presidente del parlamento Ue David Sassoli aveva rigettato e che invece la commissione Von der Leyen utilizza come merce di scambio per far passare alcuni dossier. Ne consegue che al punto 20 degli impegni, la maggioranza chieda di “espungere i meccanismi sanzionatori previsti nei casi di asserita violazione dello stato di diritto da parte degli stati membri”. Piccolotti protesta in aula: “Ci pare che la vostra mozione dica che lo stato di diritto in Europa vale fino a un certo punto, cioè vale finché non incontra la volontà di persone come Orbán, finché non incontra la volontà di potenza di leader che puntano a soluzioni autoritarie”. “State dicendo che l’Unione non deve intervenire con sanzioni quando uno stato membro viola i principi democratici, viola l’equilibrio dei poteri, minaccia l’autonomia della magistratura, minaccia la libertà delle persone - spiega sempre Piccolotti intervenendo per le dichiarazioni di voto. Questo punto della mozione è completamente inaccettabile, dimostra tutta la vostra subalternità a Trump, a Putin, a Orbán e a tutta la filiera dell’internazionale nera e mette a rischio l’Europa così come noi, e come le generazioni prima di noi, quelle che erano uscite dalla seconda guerra mondiale, l’avevano concepita, cioè come uno spazio di libertà e democrazia”. Il tema è di quelli dirimenti, tutt’altro che tecnico. Viene il sospetto che dall’Italia si voglia dare un segnale al mondo post-Visegrad e sulle torsioni autoritarie: è su questo punto che si è giocata la campagna elettorale ungherese che ha condotto alla sconfitta di Orbán, con il rivale Magyar che ha promesso il ripristino di alcune garanzie democratiche e dunque lo sblocco dei fondi. Proprio due giorni Avs ha presentato interrogato il ministro dell’interno Matteo Piantedosi a proposito del caso del passaggio dell’ex ministro della giustizia polacco Zbigniew Ziobro attraverso l’Italia. Ziobro, indagato in Polonia, ha lasciato l’Italia dall’aeroporto di Milano Malpensa il 9 maggio scorso, imbarcandosi per Newark senza che nessuno lo fermasse. Per di più, dopo il voto di ieri a Montecitorio, il leghista Stefano Candiani ha chiesto che la relazione venga trasferita in Europa velocemente, sollecitando la trasmissione della relazione. Tra gli impegni previsti nella relazione, anche quello che chiede si “prosegua pienamente il sostegno dell’Unione all’Ucraina sotto il profilo politico, finanziario e militare e nel percorso di ricostruzione e di progressiva integrazione europea”. E un altro che prevede il rafforzamento della “base industriale e tecnologica di difesa europea, includendo anche Stati europei non Ue e alleati Nato”. Questi due punti sono stati votati separatamente dal resto del testo, su richiesta di Azione. Il partito di Calenda ha espresso il suo consenso e sono passati con 135 voti a favore, 89 contrari e 3 astenuti. Il collasso del diritto internazionale davanti al potere della forza di Davide Varì Il Dubbio, 29 maggio 2026 Pubblichiamo di seguito un estratto del “Rapporto Italia 2026” diffuso ieri dall’Eurispes. Al capitolo: “Il diritto internazionale sotto stress: selettività, impunità e crisi della legalità globale”.. In materia di violazioni del diritto internazionale, ciò che distingue la fase attuale dalle epoche precedenti non è solo la violazione delle norme in sé ma la frequenza, l’intensità e la simultaneità delle crisi, e soprattutto il fatto che siano le potenze che ne erano state le principali garanti a minarne le fondamenta. L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel febbraio 2022 ha rappresentato il momento di frattura più netto: per la prima volta nella storia delle Nazioni Unite, un membro permanente del Consiglio di Sicurezza ha violato apertamente il divieto di uso della forza contro l’integrità territoriale di un altro Stato. La risposta della comunità internazionale è rimasta essenzialmente sul piano della dichiarazione di princìpi. La guerra è proseguita e prosegue, confermando lo scarto abissale tra l’obbligatorietà formale delle pronunce internazionali e la loro capacità effettiva di incidere sul comportamento di una grande potenza. All’invasione dell’Ucraina si sovrappongono la conduzione della guerra a Gaza e le sue ripercussioni sul diritto umanitario internazionale, le mire espansionistiche e le minacce verso Canada e Groenlandia espresse dall’amministrazione Trump, l’intervento in Venezuela del 3 gennaio 2026 con cui le forze speciali statunitensi hanno catturato il Presidente Maduro trasferendolo negli USA con accuse di narco-terrorismo. L’ultimo atto di questa escalation è l’attacco congiunto USA-Israele all’Iran: un primo ciclo di operazioni nel giugno 2025 contro le infrastrutture nucleari iraniane, e un secondo più esteso avviato il 28 febbraio 2026, diretto anche contro la leadership politica e militare del Paese, fino alla morte della Guida suprema Ali Khamenei. Quest’ultimo episodio è arrivato mentre il negoziato diplomatico sul nucleare era ancora aperto: il Segretario generale dell’Onu ha richiamato immediatamente l’articolo 2 della Carta, e la missione Onu indipendente sull’Iran ha definito gli attacchi incompatibili con i principi della Carta e le uccisioni extragiudiziali di funzionari iraniani inaccettabili per il diritto internazionale. La paralisi del Consiglio di Sicurezza - Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è l’istituzione su cui ricade la responsabilità principale del mantenimento della pace e della sicurezza internazionale. Nel biennio 2024-2025 otto veti hanno bloccato sette risoluzioni, cristallizzando la situazione in contesti critici come Gaza, Sudan e Ucraina. Nel 2025 l’Onu ha adottato soltanto 44 risoluzioni: il dato più basso dal 1991. Nel decennio 2016-2025 sono stati espressi 49 veti totali, contro i 19 del decennio precedente: non una crisi congiunturale, ma una tendenza strutturale in accelerazione. La percentuale di testi adottati all’unanimità dai membri del Consiglio racconta la stessa storia. Tra il 2019 e il 2021 oscillava tra il 77% e l’85%. Con l’invasione russa dell’Ucraina è crollata al 66,6% nel 2022, risalita parzialmente al 70% nel 2023, per toccare i minimi storici nel 2024 (65,2%) e nel 2025 (61,4%). Ogni voto bloccato su Gaza, Ucraina o Sudan non è solo una mancata risoluzione: è la conferma che il Consiglio non riesce più ad assolvere alla funzione per cui è stato concepito. Il caso di Gaza illustra questa paralisi nella sua forma più concreta. Dall’inizio della guerra nell’ottobre 2023, il Consiglio ha impiegato 171 giorni per riuscire ad approvare una risoluzione con un esplicito cessate il fuoco, e il risultato è stato possibile solo grazie all’astensione degli USA. Tutti i tentativi precedenti erano stati bloccati dal veto statunitense; una bozza proposta dagli USA stessi era stata a sua volta bocciata da Cina e Russia. Alla data di quella prima risoluzione (il 25 marzo 2024) si contavano già oltre 32.000 morti palestinesi e quasi 75.000 feriti. Il cessate il fuoco reale è arrivato solo nel gennaio 2025, non a seguito di una risoluzione Onu, ma attraverso accordi negoziati con la mediazione di Egitto, Qatar e USA. Anche per l’Ucraina, la risoluzione approvata nel febbraio 2025 con il favore russo era priva di qualsiasi richiamo alla responsabilità di Mosca e all’integrità territoriale ucraina: i due emendamenti che contenevano quei riferimenti erano stati bloccati dal veto russo. La Corte Internazionale di Giustizia: pronunce chiare, esecuzione assente - La Corte Internazionale di Giustizia sta vivendo uno dei periodi più intensi e politicamente rilevanti della sua storia recente. La Corte ha agito con rapidità e chiarezza giuridica inedite: ha ordinato alla Russia di sospendere le operazioni militari in Ucraina già il 16 marzo 2022, meno di un mese dall’invasione. Ha emesso ordinanze urgenti contro Israele che imponevano misure immediate per prevenire atti rientranti nella definizione di genocidio, facilitare gli aiuti umanitari e cessare l’offensiva su Rafah. Il 19 luglio 2024 ha dichiarato illegale l’occupazione israeliana dei territori palestinesi, affermando che Israele violava il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese e il divieto di acquisizione di territorio con la forza, ordinando il ritiro e imponendo a tutti gli Stati di non riconoscere come legale tale occupazione. Tutte conclusioni accolte dall’Assemblea Generale con la risoluzione ES-10/24 del settembre 2024, che ha chiesto a Israele di conformarsi entro 12 mesi. Il risultato pratico è stato zero. Il meccanismo previsto dall’articolo 94 della Carta Onu per i casi di inadempimento riconduce ancora una volta al Consiglio di Sicurezza, che decide discrezionalmente se fare raccomandazioni o adottare misure coercitive: ed è qui che la crisi dell’enforcement si intreccia con la crisi politica del Consiglio stesso, chiudendo il circolo vizioso. La Corte può pronunciarsi, ma non può eseguire le proprie sentenze. La corte penale internazionale: giustizia selettiva e sanzioni contro i giudici - La Corte Penale Internazionale ha emesso nel triennio 2023-2025 quattro mandati di arresto di portata storica: contro Vladimir Putin per la deportazione di bambini ucraini (marzo 2023), contro il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il suo ex Ministro della Difesa Yoav Gallant per crimini di guerra e crimini contro l’umanità a Gaza (novembre 2024), e contro l’ex Presidente delle Filippine Rodrigo Duterte per crimini contro l’umanità commessi nel contesto della “guerra alla droga” (marzo 2025). L’unico degli imputati ad essere stato arrestato è Duterte. Ciò che cambia tra i casi non è la gravità delle accuse, ma il peso geopolitico dei paesi coinvolti. La reazione degli Stati Uniti, che non hanno mai aderito allo Statuto di Roma, ha rappresentato un ulteriore salto di qualità nella crisi. Il Presidente americano ha firmato l’Executive Order 14203 che autorizza sanzioni economiche e restrizioni ai visti nei confronti delle persone coinvolte nelle attività della CPI contro cittadini americani o di paesi alleati non parte dello Statuto. A gennaio 2026, undici tra giudici e procuratori della Corte erano già colpiti da quelle misure: congelamento di beni, interruzione dei rapporti con il sistema finanziario americano, difficoltà operative quotidiane; gli stessi strumenti normalmente utilizzati contro terroristi e criminalità organizzata.