Chi sono i giovani che finiscono negli Ipm o in carcere, ma soprattutto quali sono i percorsi che li portano a commettere reati e come agire per evitarlo? di Maria Piera Ceci Il Sole 24 Ore, 28 maggio 2026 “A 11 anni mi facevo le canne. Da lì a cominciare a spacciare il passo è stato breve” racconta Ibra, 23 anni, detenuto del carcere Due Palazzi di Padova e redattore della rivista Ristretti Orizzonti. Così come Mirko che confessa: “Avevo tanta paura e solo ora riesco a dirlo. Bisogna insegnare ai ragazzi a dire che hanno paura”. Sono due delle testimonianze emerse nel corso della giornata nazionale di studi dal titolo “Punire i giovani”, che si è tenuta il 22 maggio alla casa di reclusione di Padova. Una giornata per chiedersi chi sono i giovani che finiscono in uno dei 17 istituti penali per i minorenni (Ipm) o in carcere, ma soprattutto quali sono i percorsi che li portano a commettere reati e come agire per evitarlo, andando oltre gli strumenti repressivi. Fra i relatori Paola Brunese, presidente del Tribunale per i minorenni di Napoli, alle prese con nuovi reati fra i giovanissimi che richiedono nuovi strumenti di intervento. 29 i fascicoli aperti nel 2026 per terrorismo a Napoli e che vede coinvolti minorenni. Non ce n’è traccia negli anni precedenti. “Aderiscono a ideologie suprematiste, cercano adepti, fabbricano ordigni rudimentali” spiega Brunese. “È un fatto nuovo per noi. Questi ragazzi sono attirati dall’idea di sovvertire l’ordine, trasformare tutto e distruggere. Salvo rari casi, non vengono disposte misure cautelari, però si parla con i ragazzi, si cerca di capire come sono arrivati a questo, di farli desistere, si coinvolgono le famiglie, che spesso non si sono accorte di nulla”. E aumentano sempre di più i reati commessi dai minori con i coltelli. Per i quali Paola Brunese ha adottato un protocollo che consente di intervenire con estrema rapidità. “La norma del ‘92 consentiva di celebrare i processi con rito direttissimo, a prescindere dall’arresto in flagranza, quando non sono necessarie particolari indagini. Un caso che ben si adatta al sequestro del coltello. Per cui noi siamo in grado di chiamare questi ragazzi in udienza immediatamente, nel giro di un mese, insieme ai genitori. Con il coinvolgimento dei servizi sociali, si cerca di conoscere meglio il contesto familiare. Se verifichiamo che non c’è nulla di particolarmente allarmante, finisce tutto con un provvedimento di indulgenza, altrimenti si interviene. È fondamentale intervenire con rapidità. Ricevere anche tre-quattro anni dopo i ragazzi trovati con un coltello non ha senso. È troppo tardi: il ragazzo potrebbe essere maturato e non aver più bisogno di interventi, oppure potrebbe già aver commesso un omicidio. Invece con questo protocollo si accende subito un faro sulla sua situazione cercando di prevenire il peggio”. Un protocollo che sta funzionando, assicura Paola Brunese, che però ammette con rammarico che sono tanti i ragazzi che nella zona di Napoli vengono “attenzionati”. La maggior parte è italiana. Quando vengono fermati raccontano di essere usciti col coltello per difendersi. Allora compito del Tribunale per i minorenni è quello di spiegare loro che la difesa si attua in altro modo: non frequentando certe zone, avvertendo i genitori o chiamando le forze dell’ordine. E hanno spesso un coltello anche le bande di ragazzini sotto i 14 anni, quindi non punibili, che terrorizzano da qualche tempo la città, compiendo vari reati, ci racconta Paola Brunese: “Sono ragazzini che hanno capacità forse maggiori dei loro coetanei di un tempo, perché con internet si aggiornano, acquisiscono conoscenze. Però l’età li rende meno capaci di resistere agli impulsi, alle pulsioni. Basta un niente per commettere azioni che uno più grande non commetterebbe, perché ha maggiori strumenti per ponderare le conseguenze di quello che si fa. In questi casi fare un processo penale è ridicolo, perché comunque siamo di fronte a dei bambini. Se sono pericolosi, nei casi previsti dalla legge, vanno contenuti con misure di sicurezza che però dovrebbero essere applicate in modo adeguato, non buttandoli in una comunità a caso. Andrebbero previsti trattamenti idonei”. Proprio per questo Paola Brunese si sta muovendo per disporre comunità che sappiano gestire le particolari fragilità dei più piccoli. “Ora i tempi per applicare le misure di sicurezza sono molto lunghi. E spesso questi bambini vengono collocati in comunità dove ci sono anche adulti o altre fragilità. Ci vogliono invece psicologi e terapeuti in grado di curare una patologia, quando presente, e di seguire i ragazzi nelle loro specifiche necessità. E deve essere prevista anche una sorveglianza perché spesso i ragazzini non imputabili scappano dalle comunità e non si può fare niente. La legge non ci consente di fare altro”. Trattamenti inumani: in tre anni accolti 17mila ricorsi dei detenuti di Angela Stella L’Unità, 28 maggio 2026 Giachetti (IV): “Numeri che fanno paura”. Via Arenula: “Nelle carceri 793 nuovi posti nel primo trimestre del 2026”, ma dall’insediamento del governo i reclusi sono aumentati di oltre 8.000 unità. In tre anni sono state accolte oltre 17mila istanze presentate ex articolo 35-ter dell’ordinamento penitenziario a favore di detenuti che hanno subìto trattamenti inumani e degradanti in violazione dell’art. 3 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (“nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”). Il quadro è emerso nella risposta ad un’interrogazione presentata dal deputato di Italia Viva Roberto Giachetti in commissione Giustizia della Camera. In particolare: “Nel 2023, si registrano 9574 istanze, con 4731 accoglimenti e 1143 rigetti; nel 2024, si registrano 11440 istanze, con 5837 accoglimenti e 1829 rigetti; nel 2025, si registrano 11900 istanze, con 6539 accoglimenti e 1704 rigetti”. Per il parlamentare renziano “sono numeri che fanno paura” e sono in aumento negli anni. Com’è noto il 28 giugno 2014 è stato introdotto nella legge 354 del 1975 sull’ordinamento penitenziario l’articolo 35-ter, in seguito alla condanna dell’Italia dalla Corte EDU (sentenza Torreggiani, 8 gennaio 2013). Il rimedio risarcitorio nei confronti dei detenuti che hanno subìto trattamenti inumani e degradanti prevede una riduzione della pena: un giorno ogni dieci di pregiudizio subìto. Per chi ha già scontato la pena o ha sofferto il pregiudizio in custodia cautelare si può richiedere un risarcimento civile di 8 euro al giorno. La Corte Edu individua oltre allo spazio disponibile per ogni singola persona detenuta o internata altri indicatori per stabilire se la detenzione è avvenuta in condizioni inaccettabili: impossibilità di utilizzare la toilette in modo privato, l’aerazione, l’accesso alla luce e all’aria naturali, la qualità del riscaldamento e il rispetto delle regole sanitarie di base. Il Ministero della Giustizia ammette al termine della risposta all’atto di sindacato ispettivo che “il quadro è complesso e non privo di criticità” ma “è un quadro che il Governo sta affrontando con responsabilità, con metodo e con una visione di sistema”. Come? Lo ha spiegato ieri in Aula il Guardasigilli Carlo Nordio rispondendo ad un’altra interrogazione del deputato di Azione, Fabrizio Benzoni: “Stiamo intervenendo su vari settori, naturalmente prima di tutto quello di ampliare le strutture carcerarie. Nel primo trimestre 2026 risultano già consegnati 793 posti”. Peccato che, come ci aveva chiarito in una recente intervista l’ex garante nazionale dei detenuti Mauro Palma, da quando il governo si è insediato nel 2022 “il numero di persone detenute è aumentato di 8187 unità, che vuol dire una media di 6 persone e mezzo al giorno”. Il responsabile di Via Arenula poi ha riprodotto lo stesso repertorio: detenzione differenziata per chi non ha un domicilio e comunità per i tossicodipendenti. Peccato, anche qui, che forse vedremo i primi risultati a cavallo tra la fine del 2026 e il termine della legislatura. Inutile poi sperare nei 10 mila posti in più promessi dal Commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria. A rafforzare l’immagine di degrado dei nostri istituti di pena ci ha pensato la Garante regionale delle persone private della libertà personale in Sardegna, Irene Testa, nella relazione annuale presentata ieri in Consiglio regionale, dove ha delineato un sistema penitenziario “al limite”, dove il sovraffollamento non è più un’emergenza circoscritta ma un fenomeno diffuso, accompagnato da un quadro sanitario definito “allarmante”. Nel corso del 2025, il numero di istituti con un tasso di occupazione superiore al 100% è triplicato. Se Cagliari-Uta (130%) e Sassari-Bancali (125%) restano i nodi più critici, la pressione è salita vertiginosamente anche a Lanusei (118%), Tempio Pausania (104%) e Alghero (104%), dove le presenze sono quasi raddoppiate. Intanto ieri l’Aula della Camera ha approvato all’unanimità con 216 voti a favore la proposta di legge costituzionale per cui “All’articolo 24 della Costituzione, dopo il secondo comma è inserito il seguente: “La Repubblica tutela le vittime di reato”. Era stata già approvata, in un testo unificato, in prima deliberazione, dal Senato. Per il via libero definitivo occorre un’altra deliberazione tra Palazzo Madama e Montecitorio. Le carceri in Italia fanno schifo, ma con il governo Meloni sono persino peggio di Luigi Mastrodonato lucysullacultura.com, 28 maggio 2026 Parlare di carceri, in Italia, significa raccontare una tragedia che si consuma da decenni, indipendentemente dal colore politico dell’esecutivo del momento. Tutta la storia penitenziaria dal dopoguerra a oggi è stata infatti segnata da condizioni di detenzione deprecabili e da tragedie di ogni tipo e questo è avvenuto in modo identico nel tempo. Quando il 9 maggio 1974 c’è stata la strage nel carcere di Alessandria, causata da un blitz scellerato guidato dal generale dell’Arma dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, a Palazzo Chigi era insediato l’esecutivo di centrosinistra di Mariano Rumor V. Quando nel 2010 il tasso di sovraffollamento delle carceri italiane faceva segnare il suo record assoluto, addirittura il 151 per cento, c’era il governo Berlusconi IV. Quando a marzo 2020 tra gli istituti penitenziari di Modena, Bologna e Rieti si verificò la peggiore strage carceraria del dopoguerra, con tredici decessi, l’esecutivo era il Conte II. Le carceri italiane sono perlopiù luoghi improntati alla punizione e alla sofferenza dove è quotidiano il tradimento dell’articolo della Costituzione italiana che vorrebbe come rieducativo il fine della pena. Questo non significa però che non ci siano stati, nella storia repubblicana, momenti in cui la situazione penitenziaria sia stata peggiore di altri. Il presente, per esempio, è uno dei periodi peggiori di sempre, come certifica l’ultimo rapporto dell’associazione Antigone. Da una parte ci sono le problematiche permanenti che caratterizzano le prigioni italiane e che, per essere risolte, richiederebbero una rivoluzione culturale prima ancora che politica. Dall’altra, quelle che sono effetto di specifiche scelte da ricondurre all’esecutivo guidato da Giorgia Meloni. Il XXII Rapporto dell’associazione Antigone sulle condizioni di detenzione in Italia si intitola “Tutto chiuso” ed è stato realizzato attraverso 102 visite di monitoraggio svolte in altrettanti istituti penitenziari. Il quadro che ne esce è avvilente. In cella ci sono 64.436 persone a fronte di una capienza effettiva di 46.318 posti e il dato, che certifica un aumento di ben duemila unità solo nell’ultimo anno, implica che il tasso reale di sovraffollamento ha raggiunto il 139,1 per cento. È un dato drammatico, ma trattandosi di una media è anche un miraggio per molti istituti italiani dove le cose vanno ben peggio. Ci sono otto carceri - Lucca, Foggia, Grosseto, Lodi, Milano San Vittore, Brescia Canton Mombello, Udine e Latina - dove il tasso di sovraffollamento supera il 200 per cento toccando punte del 240 per cento e in generale sono solo 22 gli istituti dove il numero delle presenze è in linea con i posti disponibili. Il sovraffollamento è il grande problema del sistema penitenziario italiano e da questo derivano, a cascata, molte delle altre tensioni che caratterizzano la vita dei detenuti. Una situazione critica che non risparmia neanche gli istituti penali per minorenni (Ipm), dove le presenze continuano ad aumentare, fino a essere arrivate, nell’aprile 2026, a quasi 600 rispetto alle poco più di 200 di solo qualche anno fa. Lo scorso febbraio, per la prima volta nella storia italiana, si è parlato di “sovraffollamento minorile”. E perfino il numero di neonati e bambini in carcere è in costante aumento. Come rivela il rapporto di Antigone, oggi negli Istituti a custodia attenuata per detenute madri (Icam) e nelle altre sezioni simili ci sono 26 bambini contro gli 11 di un anno fa. Dare tutta la colpa al governo Meloni per questi numeri sarebbe troppo semplice, anche perché prima del suo insediamento, nell’autunno 2022, le cose non andavano poi così bene. Il sovraffollamento è una costante del sistema penitenziario italiano e la prima condanna in merito da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) risale a ben tredici anni fa. Ma di fronte a un contesto drammatico come questo le possibilità di azione di chi governa possono essere due: cercare di dare un po’ di respiro alla popolazione detenuta con misure capaci di alleviare la loro quotidiana sofferenza. O soffocarla ulteriormente. Questa seconda opzione è quella adottata dell’attuale governo, rivendicata con convinzione dal sottosegretario alla Giustizia con delega alle carceri Andrea Delmastro che, prima di dimettersi un paio di mesi fa, raccontava non senza compiacimento dell’intima gioia” che gli dava vedere le persone arrestate compresse all’interno dei mezzi della polizia penitenziaria e lasciate “senza respirare”. Altrettanto turpi sono state altre prese di posizione, come quella della premier Meloni, secondo cui l’abolizione del reato di tortura non permetterebbe alle forze dell’ordine di svolgere al meglio il proprio lavoro - una linea che, purtroppo, viene mantenuta ancora oggi, proprio quando si avvicina il 25esimo anniversario del G8 di Genova. I fatti sono purtroppo coerenti con le parole. I provvedimenti approvati dal governo Meloni in quasi quattro anni di legislatura “hanno oltrepassato il concetto di populismo penale e di diritto penale del nemico, facendo spazio a una visione che ha radicalmente spostato il baricentro del sistema penale dal mandato costituzionale della rieducazione verso una logica di pura neutralizzazione sociale”, sottolinea Antigone nel suo rapporto. C’è un dato che forse meglio di altri mostra quanto questa frase non sia iperbolica, ed è un dato inerente proprio alla questione del sovraffollamento carcerario e, quindi, al peggioramento delle condizioni di detenzione. Dal suo insediamento ad oggi, l’attuale esecutivo ha introdotto 55 nuovi reati, ha aggravato le pene per altre 60 forme di reato già esistenti e ha aumentato anche le sanzioni amministrative per decine di altre violazioni. Questi interventi hanno “creato” 400 anni di carcere che prima non c’erano e hanno reso più difficile il ricorso a misure alternative alla detenzione, come ad esempio la messa alla prova o i lavori di pubblica utilità o i domiciliari, che avevano dimostrato di avere un peso decisivo nell’abbattimento di quella recidiva che oggi in Italia supera il 60 per cento certificando il fallimento dell’istituzione-carcere. L’aumento dei reati voluto dal governo ha portato più persone in carcere in un contesto già molto sofferente, mentre la diminuzione del ricorso alle misure alternative ha privato il sistema di una sorta di canale di scolo per ovviare almeno in parte al problema del sovraffollamento. Nelle carceri minorili non va diversamente. C’è stato un momento preciso in cui i numeri della detenzione hanno iniziato a impennarsi, ed è stato dopo il cosiddetto decreto Caivano, che ha introdotto nuove forme di reato per i minorenni e ha aumentato il ricorso alle misure cautelari in carcere. Risultato: + 52 per cento di detenuti nel giro di quattro anni e numeri che non si vedevano dalla fine degli anni Ottanta, quando venne introdotta la riforma per ridurre al minimo la detenzione minorile. E per i bambini in carcere? Anni di propaganda contro le “borseggiatrici rom” nella metropolitana che, per citare il vicepremier Matteo Salvini, sfruttano la gravidanza per non andare in carcere, hanno portato a una norma inserita in uno dei tanti decreti sicurezza per rendere facoltativo, e non più obbligatorio, il rinvio della pena per le donne incinte o con figli piccoli. Risultato: presenze di bambini in carcere più che raddoppiate. Se i nuovi reati introdotti hanno contribuito a sovraffollare le carceri più di quanto già non lo fossero, il populismo penale del governo Meloni si è concretizzato anche in una serie di misure volte a deteriorare ulteriormente la vita quotidiana in carcere. Non che su questo non interferisca già il sovraffollamento stesso, che erodendo gli spazi e creando maggiore pressione sulle attività trattamentali è sufficiente da solo a peggiorare le condizioni di vita dei detenuti. Ma evidentemente non è stato ritenuto sufficiente. Il governo Meloni in questi anni ha messo in atto una politica penitenziaria che, per usare sempre le parole di Antigone, “persegue un deliberato disegno di compressione dei diritti dei detenuti” e volto a imporre “una stretta autoritaria sulla quotidianità detentiva”. Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), l’organismo che si occupa delle carceri, dei detenuti e del corpo di polizia penitenziaria e che sta sotto la responsabilità del ministero della Giustizia, si è esibito nella produzione di una serie di circolari che, una volta recapitate nella cassetta delle lettere dei singoli istituti penitenziari, ha stravolto i fragili equilibri delle persone private della libertà, erodendo i già pochi diritti di cui disponevano. L’introduzione del reato di rivolta carceraria, uno dei nuovi 55 reati del governo Meloni, ha mescolato le carte sul confine tra la protesta legittima e la sommossa e ha ristretto di parecchio il diritto al dissenso dei detenuti visto che, da come è scritta la norma, perfino una pacifica battitura delle sbarre può essere considerata illegale. Un’altra circolare ha reso più difficile organizzare attività culturali, educative e ricreative all’interno delle carceri mentre un’altra ancora ha ridotto le ore che le persone detenute possono trascorrere fuori dalle celle. Il risultato è che dal 2022 a oggi è triplicato il numero delle persone soggette a regime di vita chiuso. Proprio poche settimane fa, all’alba di una nuova torrida estate, il Dap ha poi dato ordine di non installare i frigoriferi nelle celle, evidentemente considerati una forma di privilegio eccessiva. La somma di queste misure, il populismo penale made in Meloni, non poteva che incrementare la già enorme sofferenza della popolazione detenuta e sfociare in un considerevole aumento degli eventi critici in carcere, tra i quali: atti di autolesionismo (compiuti da 1 persona su 5) aggressioni tra detenuti e contro gli agenti di polizia penitenziaria, suicidi (ogni anno si chiude con un nuovo triste record), e mai così tanti morti in carcere come nell’ultimo anno. Numeri che sono lo specchio di un sistema che invece di rinnovarsi continua a regredire. Se l’esito più ovvio per il sistema penitenziario è quello della sua abolizione e il dibattito in questo senso si sta facendo sempre più ricco e partecipato, la via intrapresa dall’attuale esecutivo va esattamente nella direzione opposta. Costruire nuove carceri, come se l’emergenza in corso potesse permettersi di attendere i tempi della burocrazia e dell’edilizia. E piantare al loro interno il seme della repressione. Case-famiglia protette per le madri detenute, dal Cnel via libera al Ddl di Patrizia Maciocchi Il Sole 24 Ore, 28 maggio 2026 Si tratta di strutture esterne al carcere finalizzate al reinserimento sociale e lavorativo, un’alternativa anche agli istituti di custodia attenuata. Case famiglia protette, esterne al carcere, per le detenute madri in esecuzione penale, con figli in tenera età. Il Cnel ha approvato, all’unanimità, il disegno di legge che punta a creare un’alternativa alle soluzioni detentive di madri e bambini, compresa la via degli Istituti a custodia attenuata per detenute madri (Icam), istituiti dalla legge 62/2011. Nella consapevolezza che la tutela dei diritti fondamentali dei minori passa per il sostegno alle madri vulnerabili il Ddl, composto da un solo articolo e più commi, valorizza il ruolo dei servizi territoriali e delle reti sociali. Tra le criticità da superare la scarsa e disomogenea diffusione delle case famiglia, dovuta anche all’assenza di un obbligo per il ministero della Giustizia di stipulare convenzioni con gli enti locali per trovare le strutture. Cosa prevede il provvedimento - Il provvedimento agisce su più fronti. Il ministro della Giustizia dovrà stipulare convenzioni con gli enti locali per individuare le strutture idonee, mentre gli enti locali dovranno riconvertire prioritariamente immobili di proprietà pubblica, utilizzando le risorse disponibili. Il Ddl prevede l’ampliamento dei soggetti istituzionali coinvolti nella messa a disposizione degli immobili, ricomprendendo enti locali, province, città metropolitane, unioni di comuni e altri enti territoriali. Ai comuni, nei quali sono presenti le case famiglia, spetta il compito di assicurare la presa in carico multidisciplinare delle detenute e dei figli e di adottare gli interventi necessari per favorire il reinserimento, lavorativo e sociale, al termine della pena, con il coinvolgimento dei servizi sociali e territoriali. Sarà l’Ufficio di esecuzione penale esterna (Uepe) a stendere un piano individuale di reinserimento lavorativo in collaborazione con i centri per l’impiego e gli enti accreditati. Introdotto poi un modello di governance integrata, con il coinvolgimento di Regioni ed enti locali. Il raccordo riguarda i servizi territoriali sociosanitari e la rete di sostegno ai minori e alla genitorialità. Affidato a un decreto interministeriale (Giustizia, Lavoro e Politiche sociali, Salute) l’aggiornamento degli standard organizzativi e gestionali e la definizione degli strumenti per valutare la qualità degli interventi oltre che gli esiti dei percorsi di inclusione. Va al ministero della Giustizia, d’intesa con il ministero del Lavoro e delle politiche sociali, la raccolta dei dati e la trasmissione annuale alle Camere di una relazione sull’attuazione delle misure, sull’efficacia sociale ed educativa e sul rispetto dei Lep. Agli oneri per realizzare le case famiglia si provvederà con la disponibilità della Cassa delle ammende. Quello approvato è il quarto Ddl predisposto dal Cnel nell’ambito del progetto Recidiva Zero, realizzato in collaborazione con il ministero della Giustizia. Ddl detenuti tossicodipendenti e alcoldipendenti, no a emendamenti sulla ludopatia di Anna Maria Rengo agi.it, 28 maggio 2026 “È dipendenza specifica”. Finisce la corsa in commissione Giustizia in Senato dei due emendamenti sulla ludopatia presentati al disegno di legge recante “Disposizioni in materia di detenzione domiciliare per il recupero dei detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti” (presentato dal ministro della Giustizia Nordio e da quello della Salute Schillaci). Nella seduta di ieri è stato infatti respinto l’emendamento dei senatori del Movimento 5 Stelle Lopreiato e Scarpinato che chiedeva di sostituire il comma 1 dell’articolo 1 inserendo un riferimento anche alla ludopatia. “Per ampliare le opportunità di accesso dei detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti o ludopatici alle strutture sanitarie pubbliche o a strutture private accreditate, ai sensi del testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, per incrementare il contingente annuo dei posti disponibili nelle predette strutture nonché per potenziare i servizi per le dipendenze presso gli istituti penitenziari a custodia attenuata per tossicodipendenti o alcoldipendenti o ludopatici è autorizzata la spesa massima di 19.436.250 di euro annui a decorrere dall’anno 2026. Ai relativi oneri pari a 19.436.250 di euro annui a decorrere dall’anno 2026, si provvede mediante corrispondente riduzione del Fondo per esigenze indifferibili di cui all’articolo 1, comma 200, della legge 23 dicembre 2014, n. 190.”. Stessa sorte, anche se tecnicamente è stato dichiarato “precluso” visto il suo assorbimento nell’emendamento governativo, per l’emendamento dei senatori del Pd Bazoli, Mirabelli, Rossomando, Verini di contenuto analogo: “Al comma 1, capoverso ‘Art. 94-ter’, comma 1, primo periodo, dopo le parole: ‘o alcoldipendente’ inserire le seguenti: ‘o ludopatica’. C’è da aggiungere che nel corso dell’esame del provvedimento il governo ha presentato il citato emendamento (poi approvato) oggetto di alcuni subemendamenti tra cui uno, il 1.500/2, mirante a estendere l’accesso alla misura alternativa alla detenzione anche ai soggetti ludopatici. A seguito del parere contrario espresso dal relatore e dal governo, la senatrice Ada Lopreiato, “in ragione della sensibilità dimostrata dal sottosegretario Mantovano” se ne rammarica, evidenziando che “quella della ludopatia rappresenta una problematica che la Commissione giustizia deve affrontare”. La presidente della commissione, Giulia Bongiorno, a tale proposito ha ricordato che “nel corso del suo intervento il sottosegretario Alfredo Mantovano aveva senz’altro espresso la necessità di intervenire anche in relazione a questo tipo di dipendenza, ma aveva precisato la necessità di un provvedimento diverso in ragione della specificità della dipendenza da gioco”. Gilberto Cavallini chiuso in isolamento a 73 anni. L’amico Scarano: “Sta rischiando la vita” di Simona Bonfante Il Riformista, 28 maggio 2026 Dopo 43 anni di carcere, all’ex terrorista nero ne sono stati inflitti altri 3 di reclusione solitaria Pierluigi Scarano richiama l’attenzione sulle sue condizioni. Un centinaio di persone in digiuno. Uno sciopero della fame di tre giorni per Gilberto Cavallini: è l’iniziativa nonviolenta promossa dal 25 al 27 maggio da Pierluigi Scarano, attraverso il gruppo Whatsapp “Solidarietà con Gilberto” che in pochi giorni ha superato 600 aderenti, anche tra persone di sinistra. Scarano, negli anni 70 giovanissimo militante di destra, è stato vicino a Cavallini nella sua nuova vita, prima che questi venisse strappato alla semilibertà e chiuso in isolamento a 73 anni per una sanzione accessoria comminata 45 anni dopo il fatto. Scarano, ci spieghi le ragioni di questa iniziativa... “La ragione principale, la più urgente, è la sorte di Gilberto, che sta subendo una palese ingiustizia. L’isolamento che gli è stato inflitto è una situazione durissima, peggiore del 41-bis, perché lui non è ammesso a nessuna forma di socialità. Può vedere solo gli agenti di custodia e gli avvocati. A livello familiare ha una sola sorella vivente che ha 80 anni e vive a Milano, quindi, inutile dire che non si può spostare. E così passa le sue giornate oggi, dopo 43 anni di carcere. Per carità, Gilberto ha grosse responsabilità, tutte ammesse, comunque ha scontato oltre 40 anni di carcere, non sono pochi. E veniva da 8 anni di semilibertà in cui si era costruito un’esistenza dignitosa, ripagando il suo debito. Gilberto ha fatto un percorso ed è sicuramente un uomo diverso da quello che era quando aveva 20 anni. Ma ribadisco, ora il problema è che in queste condizioni Gilberto sta rischiando la vita, l’isolamento è veramente difficile da sostenere”. Lei come conosce Cavallini? “Ho conosciuto Gilberto quando è stato ammesso alla semilibertà nel 2017. Insieme ad altre persone ci siamo occupati di lui, abbiamo cercato di aiutarlo a ricostruirsi un’esistenza. Gilberto si occupava di un ostello della Caritas in una parrocchia di Terni; l’ho visitato ogni volta che ci andavo. Si occupava un po’ di tutto, ma in particolare insegnava italiano agli stranieri. Gilberto ospita da anni a casa sua un ragazzo di origine magrebina, che conobbe in carcere e che nel frattempo si è ammalato di sclerosi. Sono anni che lo segue. Questo ragazzo vive attualmente a casa sua. Pensi che il Tribunale di Sorveglianza di Spoleto, competente per Terni, ha fatto una deroga per permettergli di dividere l’appartamento con Gilberto, perché questo ragazzo ovviamente era un pregiudicato. E come sa, una delle prescrizioni più importanti per la semilibertà è la non frequentazione di pregiudicati. Però in questo caso è stata concessa, per la specificità della situazione. Questo a ulteriore dimostrazione che Gilberto comunque è un altro uomo”. E adesso chi se ne occupa? “Vive lì nell’abitazione di Gilberto a Terni, ci facciamo carico noi di tutte le spese. Viene curato a Roma, al Sant’Andrea, dove tra l’altro l’ho portato io. Diciamo che è stato “adottato” da una comunità di amici”. Torniamo all’iniziativa di solidarietà. Che riscontri ha avuto? “Avendo mezzi limitati, abbiamo creato questo gruppo WhatsApp che si chiama “Solidarietà con Gilberto” a cui hanno aderito più di 600 persone da tutta Italia. Ci sono anche persone apertamente di sinistra ma danno il loro appoggio perché credono nell’innocenza di Gilberto per Bologna e nell’assurdità della situazione in cui si trova. Tra queste, almeno un centinaio ha aderito al digiuno”. Se potesse mandare un messaggio a Gilberto ora, cosa gli direbbe... “Gilberto, tengo a farti sapere che c’è una comunità fatta da tante persone, anche estranee al nostro ambiente, che stanno sostenendo la tua battaglia, il tuo diritto di avere una giustizia giusta. Ti abbraccio da parte di tutti. Pierluigi”. Vittime di reato in Costituzione. Sì unanime della Camera di valentina stella Il Dubbio, 28 maggio 2026 Ieri l’Aula della Camera ha approvato all’unanimità con 216 voti a favore la proposta di legge costituzionale per cui “All’articolo 24 della Costituzione, dopo il secondo comma è inserito il seguente: “La Repubblica tutela le vittime di reato”. Era stata già approvata, in un testo unificato, in prima deliberazione, dal Senato a gennaio 2025. Essendo una modifica della Costituzione, per il via libera definitivo occorrerà un’altra deliberazione tra Palazzo Madama e Montecitorio. Inizialmente, il primo testo approvato nella commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama prevedeva modifiche all’articolo 111 della Carta Costituzionale. Poi nella commissione Giustizia si resero conto che l’inserimento della modifica all’interno dell’articolo 111, ossia quello del giusto processo, avrebbe alterato il rapporto tra il pubblico ministero e la difesa e sarebbe stato molto pericoloso per gli effetti che avrebbe potuto provocare all’interno del processo. Dopo un ciclo di audizioni si decise di inserire la norma non più nell’art.111 ma nell’art.24 della Costituzione che, oltre a sancire il diritto di difesa, indica coloro che possono agire in giudizio, ritenendola sede più adatta a recepire questa modifica. Per il deputato di Fratelli d’Italia Riccardo De Corato, relatore del provvedimento, “questa proposta di revisione costituzionale è in linea con la normativa dell’Unione europea che ha sviluppato negli anni una crescente attenzione verso la figura della vittima, anche in risposta all’aumento dei fenomeni criminali transnazionali e alla necessità di garantire standard comuni di tutela”. “Questo testo - ha dichiarato Roberto Giachetti, deputato di Italia viva, annunciando il voto favorevole del suo gruppo al testo ieri a Montecitorio - rappresenta un passo serio e misurato nella direzione di tutelare le vittime di reato senza però comprimere le garanzie costituzionali degli imputati”. La vice presidente del gruppo M5S Carmela Auriemma ha fatto poi un riferimento indiretto al capitolo chiuso sulla separazione delle carriere: “La Costituzione può essere cambiata, ma le modifiche devono apportare un miglioramento per i cittadini e per tutto il nostro Paese, un passo avanti rispetto a valori e diritti, un adeguamento alle nuove sfide che la società contemporanea ci pone - ha detto - Questo provvedimento è un caso di modifica positiva della Costituzione”. Plauso anche da parte del capogruppo di Avs alla Camera, Luana Zanella: “La figura delle vittime è spesso svilita, si pensi alla vittimizzazione secondaria nei femminicidi: c’è bisogno di maggior tutela per questa parte del processo penale spesso ai margini, se non si costituisce parte civile, ci sono vittime di aggiotaggio, dei disastri ambientali, della criminalità, degli incidenti sulla strada e sul lavoro, tutte e tutti loro hanno pieno diritto di cittadinanza, il nostro pensiero va alle loro sofferenze ingiuste”. Con il solito distinguo è arrivato il voto favorevole anche di Forza Italia, attraverso il deputato Andrea Gentile: “Per troppo tempo - ha detto l’azzurro - la vittima è rimasta una figura marginale nel procedimento penale. Dietro questa definizione vi sono donne vittime di violenza, famiglie spezzate dalla criminalità, anziani raggirati, lavoratori colpiti da estorsioni e usura, minori abusati, cittadini segnati da ferite permanenti. Costituzionalizzare questo principio significa rafforzare un percorso di civiltà giuridica già avviato negli ultimi anni”. Tuttavia, come fatto già in discussione generale da Pietro Pittalis, Gentile ha voluto sottolineare la necessità di “mantenere fermo l’equilibrio costituzionale e le garanzie dello Stato di diritto. Rafforzare la tutela della vittima - ha affermato - non deve mai tradursi in una compressione del principio di non colpevolezza o del diritto di difesa. Uno Stato democratico maturo deve saper tenere insieme entrambe le esigenze”. Dunque, dopo mesi di scontro di fuoco sulla possibilità o meno di modificare la Costituzione proprio su un tema che riguardava l’ordinamento giudiziario, adesso tutte le forze politiche si trovano d’accordo nel rimaneggiare la nostra Carta fondamentale in senso contrario a principi liberali e garantisti, sacrificati sull’altare del vittimocentrismo. A parziale temperamento di questa riscrittura costituzionale, si potrebbe accelerare anche per l’introduzione della figura dell’avvocato in Costituzione, come da sempre auspicato dal Consiglio Nazionale Forense, ma l’obiettivo pare verrà raggiunto solo nel prossimo quinquennio, se si tiene conto che una approvazione sprint sulla professione forense sarà difficile vista anche la tradizionale ostilità della magistratura. Stamattina invece l’Aula della Camera darà il via libera ad un altro provvedimento, questo sì di stampo garantista, che porta la firma di Enrico Costa, per cui i media saranno tenuti a dare pubblicità alla notizia, senza oneri per l’interessato, dei deliberati favorevoli dell’imputato con rilievo adeguato allo spazio già riservato al relativo procedimento penale. Ufficio del processo, assunto il 90% degli addetti di Giovanni Negri Il Sole 24 Ore, 28 maggio 2026 Uffici giudiziari. Il ministro Nordio ha fornito i dati nel question time “L’Ufficio del processo era stato istituito per vincoli molto rigidi con l’Unione europea, in una assunzione a tempo determinato di queste persone. Abbiamo cercato di rendere più flessibile questo vincolo, ma ci è stato opposto un rifiuto. E allora con le nostre forze finanziarie abbiamo stabilizzato quasi tutti gli appartenenti all’Ufficio per il processo”. Risponde in questi termini il ministro della Giustizia Carlo Nordio al question time alla Camera. Di fronte all’infittirsi delle polemiche sulla destinazione degli addetti più a colmare i vuoti nelle cancellerie che nelle attività a supporto dei magistrati Nordio sottolinea che “ci sono 6.919 unità da inquadrarsi nei profili di addetti all’ufficio del processo; 712 nel profilo di tecnico dell’amministrazione; 1488 nel profilo di operatori data entry. Praticamente abbiamo colmato il 90% di quelle situazioni che erano per così dire precarie e contiamo noi siamo certi di farlo entro un breve tempo, di colmarlo integralmente - ha aggiunto Nordio -. La funzione degli addetti all’ufficio del processo non viene ridimensionata ma al contrario viene rafforzata e viene resa strutturale senza peraltro, se necessario, privare le cancellerie del loro supporto anche in connessione con le funzioni svolte sempre per l’ufficio del processo. Sarà assicurata se possibile la continuità territoriale nella sede del servizio anche questa è una cosa importante”. Ma per Valentina D’Orso (5 Stelle): “avete messo a bando per la stabilizzazione meno posti, lasciando fuori circa 1.500 persone, ma soprattutto nel bando non avete scritto quanti posti sono disponibili per ciascun distretto, per cui domani potrebbero essere in esubero in taluni distretti. Cosa ne facciamo di quel personale in esubero? Lo mandiamo a centinaia di chilometri di distanza dalla loro casa o lo mandiamo a casa? La verità è che state smantellando l’ufficio per il processo per come l’abbiamo conosciuto”. Intervenendo sulle carceri Nordio ha fatto il punto, ricordando che il piano carceri si sta concludendo con numeri estremamente significativi: “nel primo trimestre 2026 risultano già consegnati 793 posti, con un saldo attivo per i posti ripristinati, ma soprattutto la definitiva attuazione di questo piano carceri, attraverso il commissario straordinario, porterà entro brevissimo tempo a una capienza aumentata di ben 10.000 posti”. Spazio poi, oltre che a misure dedicate alle persone con problemi di dipendenza, al trasferimento in strutture protette delle persone detenute che avrebbero diritto agli arresti domiciliari ma che non possono trovarlo in assenza di domicilio. I numeri sono “abbastanza elevati”: vanno da 2.000 a 4.000 persone secondo le stime. Tutelare il segreto professionale significa tutelare lo Stato di diritto di Alessandro Graziani* Il Dubbio, 28 maggio 2026 Ci sono momenti in cui tacere significherebbe abdicare alla propria funzione. Questo è uno di quei momenti. Le cronache di questi giorni ci consegnano due notizie che indignano, preoccupano e che, soprattutto, impongono una presa di posizione netta e inequivocabile a tutela del diritto di difesa, del segreto professionale e della dignità della funzione difensiva. Abbiamo appreso che, per sei mesi, all’interno delle sale colloqui della casa circondariale di Perugia “Capanne”, sono stati sistematicamente captati e registrati i colloqui riservati tra detenuti e i loro difensori. Le registrazioni, anziché essere immediatamente distrutte come impone la legge, sono state inserite nel fascicolo investigativo e rese disponibili alle parti processuali. Gli avvocati e gli assistiti illegittimamente intercettati non ne sono stati informati. Il danno è stato così moltiplicato e reso, in molti casi, irrimediabile. In quelle conversazioni, sono state inevitabilmente trattate strategie difensive, valutazioni processuali, circostanze personali e riservate. Contenuti che l’accusa non aveva e non ha alcun diritto di conoscere. Dunque, ciò che è accaduto non può essere liquidato alla stregua di un mero incidente tecnico ma costituisce una a vera e propria negazione ripetitiva di un principio fondativo dello Stato di diritto: il colloquio tra l’avvocato e il proprio assistito è inviolabile. La nostra Costituzione riconosce che il diritto di difesa come inviolabile in ogni stato e grado del procedimento. Ciò è ribadito Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Gli stessi articoli 103 e 271 del codice di procedura penale sanciscono l’inutilizzabilità assoluta delle intercettazioni eseguite in violazione del segreto difensivo. Non si tratta di norme formali. Si tratta del fondamento stesso della fiducia che ogni cittadino deve riporre nella Giustizia. Il segreto del colloquio difensivo non ha colore e non conosce divisioni per materia. Non è prerogativa dei Colleghi penalisti, né una questione tecnica riservata agli addetti ai lavori: è il diritto fondamentale di ogni persona - sia essa indagata, imputata, detenuta o libera - di potersi rivolgere al proprio Avvocato sapendo che nessun altro lo ascolterà. Quando si verificano fatti come quelli accaduti nelle sale colloqui della casa circondariale di Perugia “Capanne”, con la forza che la gravità dei fatti impone, è il momento di ricordare a tutti che la funzione difensiva non è un privilegio corporativo e neanche uno scudo dietro il quale nascondere illeciti. Il diritto di difesa è il primo diritto di ogni democrazia. Difenderlo non è corporativismo: è difendere la libertà di tutti in quanto l’Avvocato non è mai un ostacolo ma è sempre una garanzia. *Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma Trento. “Entusiasta, voleva crearsi un futuro” di Marzia Zamattio Corriere del Trentino, 28 maggio 2026 La ventenne suicida in carcere aveva partecipato a un corso per diventare gelataia. Aveva 21 anni da compiere la giovane detenuta che martedì mattina è morta all’ospedale di Santa Chiara di Trento, dove era arrivata in condizioni gravissime. Domenica alla casa circondariale di Spini di Gardolo aveva tentato il suicidio. Cinque anni ancora da scontare per furti e rapine, ma la voglia di riscatto non era venuta meno. A marzo, infatti, si era diplomata come maestra gelatiera. “Aveva scelto liberamente di partecipare a un corso di formazione di tre giorni per crearsi un futuro”, ha detto Paola Mancani, presidente di Soroptimist di Trento, associazione che dal 2017 organizza corsi destinati ai detenuti. Dopo il carcere, la ragazza avrebbe potuto essere assunta in una gelateria e cominciare una nuova vita. “Era entusiasta, si era creato un clima di solidarietà e amicizia con le altre detenute - ha aggiunto Mancani -. Più che un impegno, una speranza. “Queste ragazze hanno sempre storie difficili, ma possono e devono essere recuperate”, dando loro la possibilità di vedere al di là delle sbarre. Una vita spezzata “per fragilità psicologiche”, come riferisce Giovanni Maria Pavarin, Garante dei detenuti di Trento. “Era attenzionata da uno psicologo in carcere - continua. Trascorreva molte ore fuori dalla cella, essendo detenuta con regime aperto”. Secondo Pavarin, dunque, le condizioni di detenzione non hanno causato il gesto estremo. La giovane, originaria di Cremona, nata da genitori stranieri, era stata trasferita a febbraio dall’istituto penitenziario di Verona. È la prima a togliersi la vita in carcere a Trento. L’ultimo suicidio era avvenuto nel 2023. I tentati suicidi nel carcere di Trento sono stati cinque nel 2024 e sette nel 2025. Il gesto estremo della ventunenne non verrà conteggiato come suicidio in carcere, come specifica il garante dei detenuti. Secondo la norma, infatti, non è classificabile come tale, in quanto la vittima è deceduta in ospedale. A denunciare le condizioni del carcere di Spini sono le donne democratiche del Trentino. “Questa tragedia non è un evento isolato, ma l’ennesimo sintomo di un sistema carcerario ormai al collasso”, dicono. “Il sovraffollamento, la carenza di personale e l’insufficienza di risorse per la salute mentale stanno trasformando le carceri in luoghi di mera derelizione, dove la fragilità non trova ascolto ma solo isolamento”, continuano. “Chiediamo con urgenza un cambio di paradigma che si basi su tre pilastri fondamentali: potenziamento del supporto psicologico e psichiatrico; accelerazione dei percorsi riabilitativi e misure alternative che permettano, specialmente ai detenuti più giovani e con pene residue gestibili, di scontare la sanzione attraverso il lavoro, lo studio e il servizio sociale esterno; sinergia con il terzo Settore”. Secondo i dati riportati da Antigone, l’osservatorio che tutela i diritti dei detenuti, la Casa circondariale di Trento - Spini di Gardolo, al 30 aprile 2026, ospitava 417 detenuti a fronte di una capienza di 422 posti. Sul totale, 260 detenuti sono stranieri e 49 donne. La percentuale di detenuti coinvolti in percorsi scolastici supera di gran lunga la media degli istituti visitati da Antigone nel 2025 (70,4 contro il 26,3%). L’edificio, si legge nel report, è tra i primi ad aver attrezzato una stanza per l’affettività e una sezione con asilo. Gli educatori in pianta sono 7, numero superiore alla media nazionale. Carente invece il personale di polizia penitenziaria (177 su 199 previsti). Critici alcuni dati: le persone con diagnosi psichiatriche gravi sono il 24,5% a fronte della media delle carceri visitate dell’8,1%. Il 74% fa regolarmente uso di sedativi o ipnotici e il 24,5% di stabilizzanti dell’umore, antipsicotici e antidepressivi, contro la media del 46, 9% e dell’8,6% nelle carceri visitate nel 2025. Trento. Suicida in carcere, protesta dei penalisti veronesi di Angiola Petronio Corriere di Verona, 28 maggio 2026 Jarrar, 21 anni, era stata trasferita a Trento da Montorio. Tre giorni di astensione degli avvocati dalle udienze. Il viso di un bambino che si nasconde gli occhi. Aveva usato la terracotta, Jarrar, per la scultura che aveva regalato a don Vincenzo Zambello. Raccontava, quell’opera, la vergogna di un bambino di strada che in Brasile aveva rubato l’orologio del prete. Ma forse, con quella terracotta, Jarrar raccontava di sè. Si è impiccata, Jarrar. Aveva 21 anni. Ed era detenuta al carcere di Trento, dove era stata trasferita da Montorio. Furti, rapine e quella droga che l’aveva portata sulla strada a Verona, Jarrar. Fino a domenica. Fino a quando ha chiesto di poter tornare in cella e si è stratta un asciugamano attorno al collo. “L’ennesimo fallimento di un sistema carcerario che va rivisto”, le parole di don Zambello che a Jarrar aveva regalato un Corano e instaurato un dialogo che si è interrotto con quel trasferimento a Trento. Lei a vivere ci provava. Aveva seguito un corso di gelateria. “Una giovane donna di 21 anni, detenuta per quasi due anni senza che la magistratura abbia mai ritenuto di accordarle una misura meno afflittiva della custodia cautelare in carcere - riporta un duro comunicato della Camera Penale Veronese - una scelta che stride apertamente con il principio costituzionale di rieducazione della pena, tanto più quando ad essere ristretta è una persona giovanissima con evidenti fragilità, per la quale il carcere non può che rappresentare un fattore di aggravamento e non di recupero”. Spiegano, i penalisti, che ogni istanza dei difensori di Jarrar per gli arresti domiciliari, a casa dei genitori a Cremona, è stata respinta e che “le sue fragilità umane e cliniche non avevano ricevuto il supporto specialistico che richiedevano; nessun accesso a comunità terapeutiche le era mai stato consentito”. È in questa cornice che si inserisce l’astesione della Camera penale Veronese dalle udienze per il 23,24 e 25 giugno. “Allo sgretolamento della funzione costituzionalmente rieducativa della pena c’è cura. Deve esserci - dicono i penalisti veronesi -. La cura è nell’Ordinamento. Spetta agli avvocati farne uso, ai magistrati avere il coraggio di applicarla, a chi governa abbandonare la spinta carcerocentrica e populista di cui è già possibile constatare il fallimento. La morte in carcere è fallimento”. Che adesso ha anche il volto di una donna di 21 anni. Firenze. A Sollicciano record di detenuti ragazzini: il 7,5% ha meno di 21 anni di Jacopo Storni Corriere Fiorentino, 28 maggio 2026 Il Garante: “Fenomeno in netta crescita”. Il carcere dei ragazzini. A Sollicciano 45 detenuti su circa 600 hanno un’età compresa tra i 18 e i 22 anni. Diventano circa 60 se si considerano i reclusi under 25. Una cifra record che nel penitenziario fiorentino non si era mai vista. Alcuni di loro, una minoranza, arriva da percorsi di accoglienza nel circuito dei minori non accompagnati, percorsi che evidentemente sono finiti male con l’ingresso degli ospiti nel circuito della microcriminalità. Altri sono invece giovani di seconda generazione, nati o cresciuti qui da famiglie straniere. Altri ancora sono adottati. Tutti giovanissimi che hanno avuto difficoltà nel corso dell’adolescenza. Non succede soltanto a Sollicciano, ma in molti istituti penitenziari italiani. Un incremento massiccio soprattutto tra il 2022 e il 2025, quando i giovani adulti (compresi tra i 18 e i 25 anni) sono tornati a crescere, passando da poco più di 3.200 a oltre 4.100 detenuti. In termini percentuali, si tratta di un aumento di circa il 28%, superiore alla crescita complessiva della popolazione detenuta nello stesso periodo (circa +17%). “Negli ultimi anni - commenta il garante dei detenuti di Firenze Giancarlo Parissi - il fenomeno è diventato molto più significativo. Un aspetto rilevante riguarda anche i minori stranieri non accompagnati che, al compimento dei 18 anni, rischiano di diventare irregolari, entrando così in una condizione di maggiore fragilità sociale. In questo quadro, sarebbe importante interrogarsi anche sull’impatto delle leggi introdotte negli ultimi due o tre anni. Il Decreto Caivano, ad esempio, potrebbe aver influito soprattutto nella gestione dei cosiddetti “reati classici” del post-adolescenza, accentuando una risposta prevalentemente repressiva”. Parole simili arrivano da Fatima Ben Hijji, presidente dell’associazione Pantagruel. “Una così elevata presenza di giovanissimi dimostra che c’è qualcosa che non sta funzionando, soprattutto sul piano dell’integrazione e del lavoro con i più giovani. Il fatto che molti di questi ragazzi siano under 25 dovrebbe spingere a costruire percorsi specifici per loro: progetti dedicati, strumenti educativi, accompagnamento. Alla base c’è anche un profondo disagio giovanile e identitario. Molti ragazzi di seconda generazione, pur essendo cresciuti in Italia, non si sentono italiani fino in fondo. Chi è adulto magari riesce a difendersi meglio da certe discriminazioni, ma per un ragazzo è diverso. Sentirsi dire frasi come “marocchino di m…, torna al tuo paese” lascia segni profondi e alimenta esclusione, rabbia e distanza dalla società. Anche un certo linguaggio pubblico e politico contribuisce a normalizzare questo clima”. “Il fenomeno è cresciuto in tutta Italia - fa notare Alessio Scandurra dell’associazione Antigone - in parte questo aumento è legato ai trasferimenti dagli istituti penali minorili verso le carceri per adulti, ma riflette anche una pressione più generale che oggi grava sui giovani. Molti istituti penitenziari stanno incontrando difficoltà nella gestione di questa fascia d’età: sono ragazzi difficili da “agganciare”, spesso molto conflittuali e poco disposti ad adattarsi alla vita carceraria”. Torino. Baby detenuti seviziano il compagno di cella: in due sono accusati di tortura di Giada Lo Porto La Repubblica, 28 maggio 2026 Un quindicenne è stato legato a una sedia minacciato e ustionato con le sigarette: la procura indaga anche su eventuali falle nella sorveglianza. Un ragazzino di 15 anni è stato torturato, per diversi giorni, in carcere da due coetanei. È accaduto tra le mura dell’istituto penale per i minorenni “Ferrante Aporti” di Torino, un luogo che dovrebbe essere presidiato, protetto e sicuro. Il quindicenne, entrato nella struttura il 2 aprile scorso per una vicenda legata alla droga, ha vissuto giorni di inferno. Ne è uscito l’8 aprile, traumatizzato. Poco più di una settimana di detenzione scandita da percosse, minacce di violenza sessuale e atti di crudeltà gratuita. A seviziarlo - secondo l’accusa - sarebbero stati i due minorenni che dividevano con lui la stanza: un giovane di origini romene cresciuto a Genova e un altro nato in Italia da famiglia sudamericana. Secondo quanto emerso dall’inchiesta, quei giorni in carcere per il ragazzino sono diventati un calvario fatto di violenze fisiche, umiliazioni psicologiche e terrore puro, in un contesto dove il concetto di protezione è stato svuotato di significato. La vittima, costretta in un angolo, avrebbe subito schiaffi e bruciature di sigaretta sul corpo: la pelle gli sarebbe stata marchiata con dei segni a zebra, indice visibile di una “sottomissione psicologica” che per l’accusa mirava ad annientare ogni residuo di dignità umana. “Devi stare fermo”, “devi stare legato”, “devi stare zitto”. Ordini impartiti con una ferocia sproporzionata. Chi conosce la vicenda e la racconta parla di “violenza e crudeltà inaudita”. Il ragazzo, terrorizzato e annichilito dalla paura, inizialmente è rimasto in silenzio. Il terrore di ritorsioni immediate era più forte di qualsiasi istinto di autoconservazione. Poco dopo però, ha trovato il coraggio di confidarsi con il suo avvocato. La denuncia ha fatto scattare l’intervento della procura dei minori. La procuratrice Emma Avezzù ha ha gestito il fascicolo con estrema cautela dettata dalla sensibilità dei fatti, consapevole della gravità senza precedenti di quanto accaduto. Il gip, accogliendo le richieste dell’accusa, ha disposto una misura restrittiva: ai due aggressori, già detenuti, è stato contestato il reato di tortura. Si tratta di una fattispecie di estrema gravità, raramente invocata in contesti che vedono protagonisti detenuti - soprattutto minorenni - ma che in questo caso è stata ritenuta l’unica definizione giuridica adeguata alla brutalità degli atti commessi all’interno del carcere minorile. I due ora rispondono di due distinti titoli di reato - quello per cui erano dentro e la tortura - una “blindatura” che garantisce la loro permanenza dietro le sbarre. Sui fatti avvenuti ad aprile finora è stato mantenuto il massimo riserbo, per la delicatezza del caso, la giovane età della vittima e il suo stato di fragilità. Filtra da fonti investigative che sarebbero state acquisite le immagini delle telecamere di videosorveglianza per capire come sia stato possibile che, in una struttura dove la vigilanza dovrebbe essere costante, nessuno si sia accorto di quanto accadeva tra quelle mura. L’istituto è diretto da Simona Badame, il comandante della polizia penitenziaria è Giovanni Battista Alberotanza. Gli accertamenti sono in corso: si cercano riscontri, si acquisiscono video, si scava nel quotidiano di una struttura che oggi appare in forte affanno. Da quanto filtra da fonti interne all’istituto, il clima al Ferrante Aporti sarebbe da tempo difficile, teso. Si parla di una “tensione strisciante” tra il personale e di un “codice del silenzio” - spiega a Repubblica una fonte - “imposto e dettato dalla paura”, che avrebbe impedito alle voci di chi operava nella struttura di arrivare fuori. Il carcere - spiegano voci interne - per un ragazzo di quindici o sedici anni che arriva “rappresenta sempre una frattura”. Ma è lì dentro che le violenze sarebbero state “ripetute”, in uno spazio di convivenza che “si è rivelato una trappola”. Non sarebbero emersi ulteriori episodi ai danni di altri giovani detenuti. Ma il caso è delicato e altri accertamenti sono in corso. Il quindicenne, dopo la denuncia, ha lasciato il carcere beneficiando di una misura alternativa. È fuori, lontano dal luogo dove ha vissuto giorni terribili, ma i segni di quel trauma - fisico e soprattutto psicologico - restano profondi. Vittima anche della paura e dell’umiliazione di sentirsi completamente in balia di due coetanei che, in quello spazio ristretto, hanno esercitato un potere assoluto, trasformando la coartazione psicologica in un’arma per annichilire un ragazzino come loro. Milano. Il carcere Beccaria chiede aiuto a aziende e volontari: l’appello della nuova direttrice di Elisabetta Andreis Corriere della Sera, 28 maggio 2026 Caldo, infiltrazioni e guasti. Eleonora Cinque dirige l’istituto penale minorile con 63 detenuti. Il tetto in una zona andrebbe rifatto, le ventole a soffitto non funzionano nelle celle, nelle aule scolastiche e nei laboratori. Palestre inutilizzabili per le muffe, chiusi anche un campo da calcio e la piscina. Ci sono dirigenti che coprono i problemi. Eleonora Cinque, nuova direttrice del minorile, il Beccaria, sceglie invece la strada più difficile: mostrarli, perché solo così si possono trovare alleati. Il punto, oggi, è che dentro l’istituto ci sono impianti e ambienti ormai compromessi. Lei non li usa come alibi. Li trasforma in appello. Cerca aziende, elettricisti, tecnici disposti a farsi avanti. “Senza spazi funzionanti le attività educative si fermano. Ci sono lavori per noi indispensabili e molto urgenti, ma i tempi di procedure e bandi sono lunghissimi. L’alternativa è intercettare imprenditori visionari disposti a offrire gratuitamente e subito la loro opera, capaci di comprendere cosa serve a questi ragazzi”. Qualche esempio c’è già. Daw Italia, ad esempio, avvierà un laboratorio teorico-pratico da imbianchini con attestato finale e si è appena offerta di regalare vernici con cui ridipingere gli spazi con gli adolescenti e i volontari dell’associazione Seven 7oo. La direttrice fa il giro insieme alla nuova comandante Iolanda Tortù, agli educatori - a partire da Laura Pelizzola - e ai referenti delle attività Ignazio Di Giuseppe e Franco Messina. Il tetto della zona trattamentale dovrebbe essere rifatto nella copertura, l’impianto elettrico è vetusto e non regge il carico necessario. Per questo le ventole a soffitto non funzionano nelle stanze; nelle aule di scuola, falegnameria e officina il caldo diventa torrido; saltano perfino le piastre dei corsi di cucina. Mercoledì, per i cali di corrente, sono stati buttati 300 euro di cibo conservato nel freezer. “Ci fossero tecnici volontari capaci di sistemare impianti e ambienti, sarebbe per noi una svolta”, dicono gli educatori. Fondazione Rava, che con la Fondazione Rigoldi è attivissima, ha già riqualificato una palestra e si occuperà di aggiustare il climatizzatore. Di palestra ce n’è un’altra, al piano terra, per la ginnastica: inutilizzabile per infiltrazioni dai bagni del piano superiore, muffe e ambiente diventato insalubre. Alcuni attrezzi e tapis-roulant sono stati spostati in un’altra stanza ma anche lì il ventilatore non funziona, le finestre non si aprono e mancano le tende. Pare un forno. Piscina e campo da calcio grande poi, per essere utilizzati, devono essere rimessi in sesto. C’è il campo piccolo, ma ai ragazzi per il gioco di squadra ne servirebbe almeno uno in più. Anche nei gruppi detentivi i segni sono ovunque: i lavori ad opera dell’amministrazione stanno andando avanti ma i materassi, se incendiati, sprigionano un fumo nerissimo che si attacca alle pareti. “Sulla cura degli spazi stiamo lavorando - ragiona la direttrice -. I ragazzi devono capire che non bisogna rovinare ciò che si ha”. Il punto di forza, in questo momento, è il gruppo di lavoro: “Siamo finalmente in buone mani, sono arrivate due donne - è fiducioso don Gino Rigoldi, storico cappellano dell’istituto -. E poi ci sono 23 educatori, psicologi, volontari e agenti di Polizia penitenziaria: ne sono arrivati ancora dalla scuola, giovani, da sostenere e formare”. Gli ospiti da qualche tempo sono scesi a 63: qualcuno ha 14 o 15 anni, molti sono a cavallo della maggiore età e altri, sulla carta minorenni, in realtà superano i 20. Con l’estate e la scuola ferma, i campus e le attività diventano ancora più decisivi: cucina, gelateria, falegnameria, ciclofficina, panificazione (Buonidentro vende all’esterno i prodotti) e produzione di quadri elettrici con la cooperativa Cidiesse. “Li formiamo dentro le mura, poi li assumiamo quando escono - assicura il responsabile Antonio Baldissarri -. Potremmo seguirne fino a cinque, ma ne abbiamo solo due: chiediamo che ce ne mandino di più”. Il sogno, dice il cappellano don Claudio Burgio, è che altre aziende entrino al Beccaria, “aprano laboratori e officine, insegnino competenze per poi assumerli. Concedere uscite per ragioni di lavoro o di studio è difficile e contemporaneamente mancano le comunità disposte ad accogliere adolescenti sempre più difficili”. L’ultimo desiderio - dopo ventole, impianti e palestre - è un telo con un proiettore per vedere un film nelle sere d’estate. La direttrice incoraggia gli aiuti: “Spero che qualcuno si faccia avanti”. Roma. Donne in carcere, la Cooperativa PID promuove il progetto “Assorbire il Cambiamento” di Rebecca Riitano leggo.it, 28 maggio 2026 “In carcere puoi avere solo un pacco di assorbenti al mese, la qualità è scadente e non bastano mai. Passano ore prima che arrivi un antidolorifico”. Le storie raccolte raccolte nell’ambito del progetto “Assorbire il Cambiamento”, promosso dalla Cooperativa PID e mirato a sottolineare come, la gestione del ciclo mestruale, resti una delle necessità più invisibili e meno raccontate degli istituti penitenziari. “Quando entri in carcere ti viene assegnata una cella, un letto e una “dotazione”: le lenzuola, un asciugamano, bicchieri, posate di plastica e una saponetta. Poi puoi chiedere un pacco di assorbenti al mese. Ovviamente sono indecenti, come qualità e soprattutto sono pochi”. È il racconto di Roberta, una donna detenuta il cui nome reale viene celato per tutelarne l’identità. La sua è una delle tante testimonianze raccolte nell’ambito del progetto “Assorbire il Cambiamento”, promosso dalla Cooperativa PID (Pronto Intervento Disagio Onlus) e mirato a sottolineare come, la gestione del ciclo mestruale, resti una delle necessità più invisibili e meno raccontate degli istituti penitenziari. “È assurdo che non sia stata mai fatta una riflessione su queste condizioni”, commenta Livia Fiorletta, da anni attiva nell’associazione, a Leggo in occasione del 28 maggio, Giornata mondiale dell’igiene mestruale. Dietro le sbarre - “Poi, non è detto che te li diano all’inizio - continua Roberta - e quando arrivano sono quegli assorbenti tipo materassino, magari stretti e lunghi che comunque non si trovano in commercio. Sono quelle sottomarche che non so da dove vengono fuori”. Una condizione che può trasformare un bisogno fisiologico in una fonte quotidiana di disagio, privazione e stigma. “Ti danno un pacchetto standard che ti deve durare. Chiaramente il problema sta nel fatto che quasi tutto quello che ti danno loro non ti può bastare”, conferma Barbara, altra detenuta a cui è stato attribuito un nome di fantasia. Ad esempio, una saponetta per l’igiene intima o una spugnetta per i piatti non possono durare un mese. E la situazione si complica quando, ai giorni del ciclo, si aggiungono dolore e malessere. Anche ottenere un semplice antidolorifico diventa difficile. “Devi chiamare l’infermiere per farti dare un farmaco, perché non lo puoi tenere in cella - spiega Barbara - le tempistiche sono lunghe, possono passare ore perché non si muovono per una sola persona, devi attendere il momento in cui fanno il giro della sezione. Intorno alle mestruazioni si gioca un periodo delicatissimo della donna”. La campagna - Da queste storie nasce “Assorbire il Cambiamento”, un progetto che ha scelto di intervenire concretamente per garantire dignità, salute e inclusione alla popolazione femminile detenuta, in Italia circa del 4%, attraverso la raccolta e la distribuzione di prodotti per l’igiene mestruale. Ma anche con percorsi di sensibilizzazione e confronto dedicati alla salute femminile e al superamento degli stereotipi di genere. Così gli operatori e le operatrici sono riusciti a raccogliere 12mila confezioni di assorbenti, oltre a 20 slip mestruali che hanno poi distribuito alla Casa Circondariale Femminile di Rebibbia, la sezione femminile della Casa Circondariale di Civitavecchia, l’IPM Casal del Marmo e a cinque strutture di accoglienza del territorio di Roma. “La donazione ha coinvolto tantissima gente, nonostante molti avessero dei pregiudizi sul carcere - spiega Livia Fiorletta - le persone hanno preso a cuore la condizione di queste donne e ciò fa capire come, dietro all’amministrazione penitenziaria, ci sia una gestione maschile il cui sguardo deve essere ancora ampliato”. Oltre gli stereotipi di genere - Il progetto del PID fa parte di una rete ancora più ampia e che si impegna alla lotta contro gli stereotipi di genere. Se da un lato l’iniziativa si è conclusa entro la Giornata mondiale dell’igiene mestruale, ideata per abbattere tabù sulla tematica e per sensibilizzare il pubblico alla povertà mestruale, dall’altro c’è anche l’impegno di AIDOS (Associazione italiana donne per lo sviluppo), che ha colorato Roma di rosa e celeste per la campagna “Poster - Oltre gli stereotipi di genere”. Sono stati distribuiti nella Capitale 86 impianti pubblicitari in dieci stazioni metropolitane, con sopra scritto: “Un manifesto è uguale per tutte le persone. Non è invece uguale la libertà che abbiamo nello spazio pubblico”. Una campagna che è stata affiancata da azioni dirette anche nei mercati, nelle università e che ha raggiunto il suo obiettivo domenica 24 maggio 2026, quando centinaia di persone si sono riunite al Monk per partecipare a un festival dedicato, dove hanno potuto partecipare a laboratori e performance, tra queste la simulazione di una cella realizzata dal PID. Terni. Inaugurato il nuovo centro di Giustizia riparativa gnewsonline.it, 28 maggio 2026 Sotto il nome Fiore di loto, a Terni il centro per la giustizia riparativa diventa realtà. Si è tenuta ieri la cerimonia di inaugurazione nella struttura di borgo Rivo, in via dell’Aquila, alla presenza, tra gli altri, dei rappresentanti delle istituzioni, del sistema giudiziario, dell’Istituto di mediazione sistemica (Ismes), dell’Uepe, sia di Terni che di Perugia, e dell’USSM. “Il servizio, che vede la collaborazione tra la Regione, il ministero di Giustizia, gli istituti di pena, i tribunali del territorio e l’università degli studi di Perugia - si legge in una nota del Comune umbro - rappresenta il centro di riferimento per l’intero distretto della Corte d’appello di Perugia”. Coordinato dalla dottoressa Maria Capone, il nuovo presidio é uno dei 36 centri di giustizia dislocati su tutto il territorio nazionale, presentati dal viceministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto, durante la conferenza stampa del 18 febbraio. Sarà gestito da Ismes, l’istituto che promuove la mediazione e la riparazione per la gestione dei conflitti, e avrà competenza sull’intero territorio umbro. Gli incontri saranno condotti da otto mediatori esperti e tre mediatori culturali e permetteranno alle vittime del reato, agli autori dell’offesa e ad altri soggetti appartenenti alla comunità di partecipare liberamente, in modo consensuale e attivo, alla risoluzione delle conseguenze derivanti dal reato. “Il Ministero crede nella giustizia riparativa e grazie alla fortissima sinergia interistituzionale che si è creata è stato possibile raggiungere un importante obiettivo come questo”. Così Claudio Ferrari, dirigente dell’ufficio giustizia riparativa. “Quando la giustizia, senza rinunciare a perseguire e punire i reati, assume una funzione salvifica e di cura, nasce la giustizia riparativa”, ha dichiarato la presidente Sara Francescangeli. “È una funzione socialmente rilevante che ci libera dallo stigma e dal pregiudizio nei confronti del reo e restituisce a tutti noi una società più sicura e coesa”. Definita “una rivoluzione copernicana” dal Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, la giustizia riparativa riconosce il bisogno di ascolto della vittima e responsabilizza il reo tramite il confronto, elementi spesso trascurati nel processo penale tradizionale. Comprendere il danno inflitto si traduce in ricerca del perdono e favorisce un reale reinserimento in società. I social e la legge arenata di Carlo Verdelli Corriere della Sera, 28 maggio 2026 È fermo in Parlamento il testo bipartisan che vieta fino a 15 anni l’accesso alle piattaforme. Aveva cominciato bene, Giorgia Meloni, con una frase onesta e schietta: “Non siamo attrezzati per affrontare le sfide digitali dei nostri figli”. Verissimo, anche perché noi adulti siamo parte del problema, dipendenti dallo smartphone ma guai a dircelo, sappiamo noi come gestirci. Il problema è che, come gestirsi, certamente non lo sanno i figli, gli studenti, i variamente minorenni. La premier sembrava farsi carico di questa emergenza, perché lo è, una vera e sottovalutata emergenza. Poi questa priorità ha smesso di essere tale: una proposta di legge, nata per tutelare proprio quei figli dalle infinite trappole concentrate nell’arto artificiale quale è diventato ogni cellulare, è arrivata il 13 maggio 2024 sia alla Camera che al Senato, dove però ancora riposa in attesa di un via libera. La norma in questione è una delle rare bipartisan di questo esecutivo. Prima firma per la Camera, Marianna Madia, allora Pd ora Italia viva; prima firma per il Senato, Lavinia Mennuni, Fratelli d’Italia. Il testo è di 7 pagine. Si racconta di baby influencer di 4 anni, di uno youtuber che a 9 anni ha già incassato 30 milioni di dollari scartando giocattoli, per poi passare a 4 articoli che prevedono un’età minima per accedere ai social (15 anni), l’obbligo delle varie piattaforme di verificare l’età degli utenti, più un numero di emergenza per l’infanzia, il 144, per segnalare casi di pericolo per i minori. Lo scopo è duplice: primo, cominciare a mettere delle regole laddove si è proceduto di slancio come ai tempi della conquista del West, trascurando i danni procurati e massimizzando gli enormi profitti via via realizzati; secondo, non lasciare soli genitori e insegnanti nell’impari battaglia sui limiti da imporre nell’uso del telefonino (si viaggia, specie tra i più giovani, su una media tra le 8 e le 10 ore al giorno). Tempo due mesi dall’arrivo in Parlamento, tra approvazione e dettagli tecnici, saremmo stati i primi almeno nella Ue a cercare di arginare il maremoto digitale (operazione già in corso in Francia, Spagna, Danimarca, Grecia). Ma tra verifiche di compatibilità con quanto stava elaborando l’Europa e una frenata da parte della Presidenza del Consiglio, sono passati due anni, il disagio giovanile è aumentato a dismisura, e noi siamo ancora qui, immobili, distratti da altro. Misure come queste saranno risolutive? No. Saranno bene accette dalle generazioni che dovranno subirle? No. E da quegli adulti che erano così sollevati di poter piazzare figli e nipoti davanti a uno schermo e buonanotte? No. Ma soprattutto, e questa è la domanda più imbarazzante, regole e divieti incontreranno i favori dei veri padroni del nostro tempo, la nuova Compagnia delle Indie digitali (definizione di Mattarella)? Certamente no, anzi dura opposizione legale e, ovunque serva, discreto lavoro di dissuasione per vie diplomatiche. Ma c’è una variabile che a sorpresa rimette in gioco la questione: Leone XIV. Disarmiamo l’Intelligenza Artificiale, dice il Papa nella sua prima enciclica, Magnifica Humanitas, e opponiamoci all’interesse delle piattaforme quando contrastano con il bene dei minori. Disarmiamo, dunque, anche i telefonini, il terminale a portata di mano dove sperimentiamo l’influenza irresistibile di ogni nuova invenzione del capitalismo digitale, compresa un’applicazione come ChatGpt, dove la prima parola sta per “conversazione” e la seconda per un misterico “Generative Pre-Trained Transformer”. Intelligenza artificiale generativa, in sintesi. Basta scaricarla, anche in versione gratuita, e ti risolve qualsiasi problema, da un riassunto a uso scolastico a un consiglio psicologico, alle istruzioni su come dimagrire o come spogliare per gioco l’immagine di una persona reale (e poi metterla nuda, alla berlina dei social media). Per dare una dimensione del fenomeno, il telefono fisso ha impiegato 75 anni per raggiungere i 100 milioni di utenti nel mondo; l’IPhone, 3 anni; TikTok, 9 mesi; Chat Gpt, 60 giorni. D’altronde, il mercato è il mondo: 7 miliardi e mezzo di telefonini su 8 miliardi di abitanti. Nessuna altra invenzione è riuscita in così poco tempo, neanche 20 anni, a prendersi l’intero mercato globale, senza distinzione geografica, anagrafica e neppure di reddito. Lo smartphone è il totem di questa epoca, ha cambiato il nostro modo di impiegare il tempo, ha avviato una mutazione del genere umano drastica e irreversibile. E tutto questo senza limiti, anche nei guadagni di chi gestisce l’oggetto indispensabile del desiderio. Oggetto che fa cose bellissime e utilissime, ma che nasconde anche insidie pericolose e colpevolmente sottovalutate, specie per i più indifesi: adolescenti e bambini. Non che manchino gli allarmi sui rischi enormi che corrono proprio loro, i più piccoli, specie i tanti che già tra i 6 e i 10 anni sono lasciati liberi di perdersi quotidianamente tra le mille tentazioni offerte da quello schermo luminoso. Una dipendenza che crescendo si rafforza, non dissimile da quella per droga o alcol, entrambi fenomeni in aumento, e che produce ansia, depressione, disturbi alimentari e del sonno, peggioramento del rendimento scolastico, la perdita del gusto della vita, oltretutto in una fase in cui si dovrebbe avere voglia di morderla. Rimettere il genio nella lampada magica tecnologica, cioè gestire il cellulare invece di esserne gestiti, è un affare molto complicato, ma qualcosa, visto i numeri crescenti del disagio e l’ammonimento profetico del Papa, si dovrebbe cominciare a farla. Non si tratta di vietare gli smartphone perché nuocciono, ma di vietare agli smartphone di nuocere. C’è una proposta di legge che aspetta la premier Meloni. Un primo passo, niente di più, ma forse adesso è proprio il caso. Basti pensare alla legge Sirchia sul fumo, varata nel 2005 proprio durante il secondo Berlusconi, cioè l’esecutivo a cui questo governo punta a togliere il primato di durata. L’allora ministro della Sanità, Girolamo Sirchia, medico di professione, vietò agli italiani la possibilità di fumare in tutti i luoghi chiusi, guadagnandosi il dispetto di un numero elevato di potenziali elettori e il disprezzo imperituro delle aziende del tabacco. Questi rischi erano noti, ma quel governo decise di correrli, con un’influenza benefica che si è amplificata nel tempo. Chi fuma avvelena anche te, digli di smettere. Chi abusa dello smartphone, specie se è piccolo, si avvelena la testa, l’umore e il futuro. Aiutalo prima che sia tardi. Migranti. Eurostat pubblica le nazionalità con obbligo di procedura accelerata di Giansandro Merli Il Manifesto, 28 maggio 2026 Sono oltre 110. Il diritto d’asilo in Europa è a rischio. Eurostat ha pubblicato la tabella con le nazionalità a cui gli Stati membri dovranno applicare obbligatoriamente le procedure accelerate di frontiera dopo l’entrata in vigore del Patto migrazione e asilo (il 12 giugno). Si tratta di un iter speciale sulla domanda d’asilo: va concluso in 12 settimane e prevede la finzione di non ingresso nel territorio nazionale. Il migrante, in pratica, è considerato ancora sul confine anche se si trova in Italia e deve rimanere a disposizione dell’autorità, con misure restrittive che vanno dall’obbligo di dimora al trattenimento. Queste procedure possono valere per chi è originario di un paese “sicuro”, ma devono essere applicate alle nazionalità che a livello europeo presentano tassi di riconoscimento della protezione internazionale pari o inferiori al 20%. Sono appunto quelle incluse nella tabella Eurostat. Questa non comprende Afghanistan o Siria, per ora, che sono in testa alle classifiche Ue per richieste d’asilo. Né Somalia, Eritrea, Etiopia, Sudan. Tra gli Stati che interessano all’Italia ci sono, come previsto, Bangladesh, Pakistan, Tunisia, Egitto e Algeria. I paesi presenti sono tantissimi, oltre 110 (tra loro la Russia). Compresi alcuni - per esempio Bielorussia, Camerun, Cina, Costa Rica, Libia o Yemen - che in prima istanza hanno tassi di accoglimento sopra il 20%, ma non altrettanto nella fase dei ricorsi. Il regolamento Ue sulle procedure si basa solo sulle decisioni amministrative, quelle che in Italia vengono prese dalle Commissioni territoriali che dipendono dal Viminale, ma prevede alcune deroghe in casi di vulnerabilità, scarsa rappresentatività percentuale o “differenze significative tra decisioni di primo grado e decisioni definitive”, dopo l’appello davanti al giudice. In questo caso l’autorità amministrativa oppure il tribunale caso per caso possono far rientrare alcune persone nelle procedure ordinarie. Bisogna registrare, però, che l’espressione “differenze significative” non è quantificata. Se si riferisse a una percentuale superiore al 20% riguarderebbe solo Repubblica Dominicana, Gabon, Sri Lanka, Ruanda e Sud Africa. Eppure un bengalese su undici e un nigeriano su nove tra quelli che fanno ricorso vedono il diniego in primo grado ribaltato. Non sono pochi. Al di là delle cifre, comunque, i problemi sono a monte. Il primo, sollevato tempo fa dalle associazioni, è che la protezione umanitaria garantita su base nazionale, spesso con tassi più alti rispetto a quella internazionale, non viene considerata per i calcoli delle percentuali. In Germania, Spagna e Italia - tra i paesi con maggiori richieste d’asilo - i numeri sono significativi. In Italia, tra l’altro, quella forma di protezione si radica nell’art. 10 della Costituzione. Alcune nazionalità, poi, sono concentrate in pochi Stati Ue che adottano policy con un alto numero di dinieghi. Per esempio i cittadini della Repubblica democratica del Congo che vivono prevalentemente in Francia. “Il problema della qualità delle decisioni riguarda diversi paesi Ue - afferma Eleonora Testi, senor legal officer del Consiglio europeo per i rifugiati e gli esuli - Il dato generale, comunque, è che una quantità eccezionale di persone finirà nelle procedure accelerate”. Procedure che abbattono i diritti molto prima che la persona possa farli valere davanti a un’autorità giudiziaria indipendente. Migranti. Il piano del Governo: “Ora sei nuovi Cpr in tutta Italia” di Michele Gambirasi Il Manifesto, 28 maggio 2026 L’annuncio di Piantedosi in aula. Le nuove strutture sorgeranno in Campania, Toscana, Emilia-Romagna, Calabria, Sicilia e Trentino Alto-Adige. Il governo si sta preparando a riempire l’Italia di nuovi Cpr. Lo ha confermato ieri il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, parlando alla Camera durante il question time. “Stiamo lavorando all’attivazione di ulteriori 106 posti in strutture già esistenti in Sicilia, in Sardegna e in Lazio. Abbiamo avviato, inoltre, le procedure per realizzare nuove strutture: una in Campania, due in Trentino Alto Adige, una in Calabria, una in Toscana e una in Emilia Romagna”, ha detto il ministro rispondendo a un’interrogazione della Lega. Al momento, delle sei annunciate da Piantedosi, quella più avanti nella progettazione si trova in Campania, a Castel Volturno. Oggi scade il termine per la presentazione dei progetti al bando di gara indetto da Invitalia, dal valore di 41 milioni per realizzare un Cpr nei 63 ettari del parco umido “La Piana”. In base al decreto Cutro i Cpr sono considerati strutture “per la sicurezza e la difesa”, e pertanto possono essere costruiti in deroga ai vincoli urbanistici e ambientali. Così sorgerà il nuovo Cpr, disegnato a radiante come un panopticon, nonostante la contrarietà espressa sia dal presidente della regione Roberto Fico, della diocesi e delle associazioni. In Toscana il progetto sarebbe di costruire il nuovo centro di trattenimento ad Aulla, in provincia di Massa, con la contrarietà del presidente della regione Eugenio Giani. Dove invece il governo locale è entusiasta dell’idea è in Trentino: qui la provincia autonoma e il Viminale hanno stretto un’intesa a ottobre, e due giorni fa la giunta ha autorizzato l’acquisto dell’area interessata su proposta del presidente leghista Maurizio Fugatti. L’operazione è costata 1,2 milioni di euro, mentre i lavori inizieranno nei prossimi mesi: il Cpr sorgerà nella zona di Piedicastello, ai margini di Trento. Oltre alla costruzione di nuovi centri, il Viminale si sta attrezzando per ristrutturare anche i dieci già esistenti. A fine aprile sempre Invitalia ha bandito una gara da 14 milioni di euro per la manutenzione straordinaria delle dieci strutture. Tra gli interventi richiesti, oltre al risanamento dei locali in buona parte degradati nella maggioranza dei centri, ci sono anche l’innalzamento di muri e barriere antievasione a Torino e Macomer. Ieri in aula Piantedosi ha risposto anche riguardo alle presenze dentro le strtture di detenzione: “Il 90% circa risulta denunciato per reati di droga. Di questi, circa il 30% ha anche precedenti per furti e rapina, il 25% per reati contro la persona, tra cui violenza sessuale anche su minori, il 33% per porto e detenzione di armi. Ci sono poi soggetti con precedenti per omicidio e lesioni e altri pericolosi per la sicurezza nazionale”. Dati che per il Viminale smentirebbero la “narrazione ideologizzata” secondo cui ci finiscono solo i migranti privi di permesso di soggiorno. Ideologia o meno però è così, dato che le strutture servono a trattenere chi è destinatario di un provvedimento di espulsione o deve essere identificato. Nel caso di chi ha commesso reati, ha scontato la propria pena o l’espulsione è stata disposta come pena accessoria, ma non si è riusciti a eseguirla. Italia-Libia: il sistema criminale alla sbarra nel silenzio dei media di Luca Casarini L’Unità, 28 maggio 2026 Nel processare l’aguzzino di migranti, sodale di quell’Almasri che il governo ha riaccompagnato a Tripoli sebbene fosse uno stupratore, il tribunale internazionale svela al mondo la prassi dell’orrore. Ma la stampa fa finta di non sentire e di non vedere. Le udienze per la parte istruttoria del processo al torturatore libico El-Hisri, sodale e pari grado del più noto Almasri fatto fuggire alla cattura dal governo italiano, si sono concluse. Entro sessanta giorni la Corte del Tribunale dell’Aja, quello che giudica crimini contro l’umanità, si dovrà esprimere con la decisione sul rinvio a giudizio o meno dell’imputato, che nel frattempo è rinchiuso nel carcere della città olandese. Già questo fatto, che si possa decidere o meno se un processo si deve tenere, è storico. Il “sistema Libia” sotto accusa, ma noi potremmo anche dire il “sistema Italia-Libia”. Se non ci fosse stato presente almeno uno dei tanti imputati e ricercati con mandati di cattura internazionali, nessun processo si sarebbe potuto mai nemmeno incardinare. L’obiettivo della fuga di Almasri era questo. E dunque vedremo, e soprattutto sentiremo, se ci sarà un rinvio a giudizio, come se la giocheranno quelli che verranno tirati in ballo: il governo libico grande alleato strategico del governo che ha autorizzato - come ribadito dalla difesa - l’uso del lager di Mitiga per internare i migranti, la cosiddetta “guardia costiera”, che li cattura in mare e li deporta consegnandoli ai torturatori - e anche qui, questo fa parte del patto Italia-Libia - e poi chissà se salteranno fuori le responsabilità dei nostri servizi segreti, quelli che ci hanno spiato con Paragon dal settembre 2024 - prima erano mezzi più “comuni”, ma poi appunto, hanno deciso di giocare pesante. Vedremo. Ma oggi un processo potrebbe davvero esserci, e contro potenti e malvagi di ogni risma, anche quelli in doppiopetto e con il titolo di ministro. Durante questa tre giorni, passata davanti a una enorme vetrina blindata antiproiettile a guardare gli scambi tra procuratori e procuratrici dell’accusa, giudici della corte e avvocati della difesa, erano presenti tanti rifugiati. Vittime, ognuno ed ognuna di loro, delle violenze in Libia, di Almasri, di el Hisri e di quelli come loro. Persone, questi rifugiati, che chiamare coraggiosi è poco: provate ad immaginarvi di guardare in faccia chi vi ha reso schiavo, chi vi ha torturato per giorni, per mesi, alcuni per anni. Erano a testa alta, con un grado di dignità che quelli dal nome preceduto dal suffisso “onorevole” o “ministro” o “generale”, codardi e vigliacchi complici di torture e uccisioni di donne, uomini e bambini, manco si sognano di poter mai avere. Mi sono chiesto cosa possa pensare una vittima, come possa convivere con quello che ha subito, che in questa aula è stato rievocato e descritto minuziosamente. David Yambio, presidente dell’associazione “Refugees in Libia”, in qualche modo mi ha risposto: “Ancora oggi non so esattamente cosa dire. I miei pensieri sono frammentati, e migliaia di domande rimangono nella mia mente su un mondo sempre più incapace o riluttante ad affrontare equamente le ingiustizie. Per quanto riguarda la Libia, e le innumerevoli ingiustizie cui sono stato sottoposto, posso finalmente dire di essere orgoglioso dell’impegno dimostrato da coloro che hanno continuato a fidarsi della Corte per tutti i 15 anni da incubo della sua indagine sui crimini contro l’umanità in Libia. Nel 2011, quando la situazione della Libia è stata deferita alla Corte dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ero un adolescente in Sud Sudan che aveva già visto e vissuto molte violenze e ingiustizie. Non sapevo che un giorno sarei finito in Libia, dove il mio mondo sarebbe stato ancor più oscurato, dove la mia dignità sarebbe stata violata, dove sarei stato schiavizzato, affamato, torturato, ridotto a nient’altro che uno strumento da usare per scopi politici. Mentre ero seduto in aula, ho messo in dubbio ogni significato della giustizia. È stato abbastanza vedere quest’uomo in custodia? Senza di lui, si fermerebbe il sistema nel quale ha agito? Chi lo ha sostenuto direttamente e indirettamente sarà mai indagato e punito? Non ho trovato tutte le risposte, ma una cosa è certa: anche se il sistema non finisce immediatamente, chi commette reati deve comunque essere ritenuto individualmente responsabile delle proprie azioni. L’aula era piena di vittime, superstiti, giornalisti, diplomatici, avvocati e attori della società civile riuniti per assistere a quei giorni storici. Durante questi giorni, ho indossato il mio miglior vestito: un’agbada bianca dall’Africa occidentale. Molti non l’hanno capito; alcuni si sono chiesti perché qualcuno del Sud Sudan abbia indossato orgogliosamente un vestito che si presume provenga dalla Nigeria. Ho semplicemente risposto che mi ha fatto sentire orgoglioso e in qualche modo ripristinato nella mia umanità. L’ho indossato intenzionalmente dicendo in silenzio: sono qui, ho visto, ho provato, sono sopravvissuto, e ora cerco giustizia e responsabilità. Ero lì a rappresentare, in un modo o nell’altro, tante persone colpite, vittime delle più ampie infrastrutture di violenza in Libia, ma soprattutto ero lì a rappresentare mè stesso. Per tutti i giorni delle udienze, non ho dormito quasi mai la notte. Ero perseguitato da urla di dolore e disperazione che per anni avevano abitato il mio corpo e il mio spirito Devo dire che sono triste e deluso che non ci sia stata abbastanza copertura su questo monumentale risultato, nessuna vera indignazione da parte delle società europee che parlano costantemente di giustizia e responsabilità mentre si sta finalmente indagando sul volto stesso usato dall’Europa per esercitare il terrore.