Disobbedienza contro le spie in carcere di Susanna Ronconi Il Manifesto, 27 maggio 2026 Non c’è tregua nel processo di militarizzazione delle prigioni. L’articolo 15 del Decreto legge ‘Sicurezza’ n. 23 del 2026 (convertito nella legge n. 54/26), autorizza i nuclei investigativi della polizia penitenziaria a compiere operazioni sotto copertura all’interno delle carceri. Gli agenti potranno infiltrarsi tra i detenuti sotto le sembianze di un altro detenuto/a, di un educatore, di un volontario/a, di un operatore sanitario. Saranno coperti da eventuali reati compiuti per facilitare l’azione di spionaggio, e potranno ripetersi anche dietro le sbarre opacità, provocazioni e impunità già verificate nelle infiltrazioni di altri corpi di polizia. Non si tratta di indagare la macro-criminalità, che resta pertinenza di altri corpi: i reati da indagare sono le lotte, le rivolte, l’associazione sovversiva, le possibili evasioni, per poi arrivare allo spaccio di droga e alla detenzione di telefonini: comportamenti che dovrebbero essere identificati dal quotidiano lavoro di sorveglianza senza bisogno di infiltrati. La misura è allarmante sotto diversi profili. Il più grave è denunciato da associazioni, operatori, giuristi/e, garanti e volontari: le operazioni sotto copertura creano una cultura del sospetto, della paura, della sfiducia, attentano alle relazioni solidali tra reclusi/e (e questo può ben essere un esito intenzionale di questa misura) e alle relazioni di fiducia, cura e tutela con gli operatori/operatrici, professionali e volontari, che vedrebbero compromessa la loro stessa funzione e messi a rischio i diritti dei detenuti/e. Nell’appello di opposizione, vigilanza e disobbedienza sottoscritto da associazioni, operatori/operatrici, volontari/e (Contro il carcere del sospetto. Difendiamo l’articolo 27. No agli agenti infiltrati nelle carceri, www.fuoriluogo.it ) si dice come tutto questo sia una ennesima bomba innescata in un carcere in cui “la qualità della vita è ai suoi minimi per sovraffollamento, degrado delle strutture, mancata attuazione del mandato trattamentale e scarsa garanzia dei diritti fondamentali di chi è recluso/a” e dove “il clima di sfiducia, di sospetto e di arbitrio che inevitabilmente questo nuovo ruolo della polizia penitenziaria porta con sé, non potrà che creare un degrado nelle relazioni interne e un accrescimento del malessere nella popolazione detenuta”, che sarà esposta anche a prevedibili provocazioni. Le azioni sotto copertura sono un tassello del processo in atto di militarizzazione delle carceri, dove la polizia penitenziaria assume ruoli securitari, repressivi e sempre più di ordine pubblico: con le parole del coordinatore dei Garanti Samuele Ciambriello, “Significa una cosa sola: scambiare il carcere per una caserma e la custodia per una sfida muscolare”. Il riferimento è al Decreto Ministeriale che introduce una forte autonomizzazione e un ampio potere della polizia penitenziaria su strutture delicate, sganciate dal controllo dei vertici civili, come il Gruppo Operativo Mobile (GOM), che si occupa del 41 bis, il Gruppo di Intervento Operativo (GIO), il Nucleo Investigativo Centrale (NIC), e l’unità che si occupa di scorte: quelle funzioni che pesantemente impattano con i diritti di chi è recluso e con il già difficile equilibrio tra priorità trattamentali e sicurezza interna. Tanto da sollevare un conflitto aspro con gli stessi direttori, che parlano di “securitarismo” e di rischio di gestione “paramilitare”. È, insomma, una partita costituzionale sotto le mentite spoglie del “riordino funzionale”. Per questo, impegno e disobbedienza riguardano tutti, non solo le associazioni, ma anche ordini e sindacati degli operatori/operatrici: a vigilare su provocazioni e soprusi, a negarsi alla collaborazione con le infiltrazioni e a difendere la fiducia costruita con chi è recluso/a. Nordio, la responsabilità civile dei magistrati non è all’ordine del giorno di Giovanni Negri Il Sole 24 Ore, 27 maggio 2026 Il Ministro ha detto che gli uffici sono già al lavoro per riformare la responsabilità amministrativa. Sisto: valorizzare i giuristi di impresa. “Per quanto riguarda la nostra competenza di Ministero della giustizia, abbiamo accolto l’invito a modificare la legge 231, sulla quale già stiamo lavorando da tempo”. Lo ha affermato il ministro della Giustizia Carlo Nordio, lasciando l’assemblea di Confindustria, il cui presidente Emanuele Orsini ha esortato a una riforma della legge sulla responsabilità amministrativa. “Non significa affatto, come ha scritto qualcuno, limitare o rendere impuniti gli imprenditori che violano le leggi. Al contrario - ha aggiunto Nordio - significa dare maggiore sicurezza sia ai lavoratori sia agli stessi imprenditori, che oggi sono gravati di compiti e costi che si riverberano sull’impresa e poi alla fine non garantiscono agli stessi imprenditori una sorta di garanzia contro azioni penali ingiustificate. Mi riferisco soprattutto al fatto che quando l’imprenditore ha costituito un modello di organizzazione e lo ha efficacemente attuato, con molti costi e sacrifici, poi alla fine quel modello può non essere riconosciuto, benché sia stato certificato dal Ministero, dai tribunali”. Per Nordio “questo comporta una serie di incertezze sugli investimenti dell’impresa su cui stiamo intervenendo, e penso di essere già a buon punto per accedere a queste richieste legittime”. La responsabilità civile dei magistrati “non è nel programma” ha poi detto il Ministro rispondendo a una domanda. “La responsabilità civile dei magistrati non è all’ordine del giorno e, per quanto mi riguarda, non lo sarà”, ha aggiunto. A chi gli domandava se metterà in chiaro questo concetto nella riunione con i capigruppo di maggioranza, Nordio ha risposto: “Queste sono anticipazioni di stampa che non hanno fondamento. Tra l’altro - ha aggiunto - è stato scritto erroneamente, questo ci tengo a dirlo, che io avrei presieduto il referendum del ‘22, come in effetti è avvenuto, ma era sulla separazione delle carriere, non c’era la responsabilità civile dei magistrati. Non era inserita nel referendum del ‘22, dove io, non ancora ministro, ho partecipato come membro della Fondazione Einaudi. La responsabilità civile dei magistrati non è all’ordine del giorno, e per quanto mi riguarda non lo sarà”. Intervenendo al convegno Aigi “Storia viva e futuro in movimento”, il viceministro alla Giustizia Francesco Paolo Sisto si è invece soffermato sulla figura dei legali in azienda. “Il giurista d’impresa - ha affermato - rappresenta oggi una figura sempre più centrale nei processi decisionali, nella compliance e nella governance aziendale, ma continua a scontare una marginalizzazione normativa e culturale che non deriva certo da una carenza di competenze. È necessario quindi rafforzarne il riconoscimento, valorizzando una professionalità che è presidio di legalità, prevenzione e gestione del rischio”. “La funzione del giurista d’impresa assume un valore strategico soprattutto nei settori della compliance, della protezione dei dati, della prevenzione della corruzione, della sicurezza informatica e della disciplina dell’intelligenza artificiale - conclude - Tutte materie accomunate da una forte dimensione preventiva. In questo quadro, la vera sfida è affermare il principio secondo cui non è il giurista a dipendere dall’azienda, ma è l’azienda a dipendere dalla qualità, dall’equilibrio e dall’indipendenza del suo presidio legale interno”. Dal caso Tortora al potere dei pm senza reali responsabilità dopo 40 anni di Giovanni M. Jacobazzi Il Riformista, 27 maggio 2026 Il referendum fu approvato dall’80% degli italiani. Ora Forza Italia torna alla carica per quella volontà popolare. La giustizia torna al centro del dibattito politico e uno dei temi più “divisivi” è ancora una volta quello della responsabilità civile dei magistrati. A rilanciarlo è stato Enrico Costa, capogruppo di Forza Italia alla Camera, che ha annunciato nuove iniziative parlamentari dopo il flop del referendum sulla giustizia. Una battaglia storica degli azzurri che torna attuale anche come segnale del nuovo corso voluto da Marina Berlusconi. Il tema affonda le radici negli anni Ottanta e nel caso di Enzo Tortora, diventato simbolo della malagiustizia italiana. L’arresto del popolare presentatore, accusato ingiustamente di legami con la Camorra e poi assolto, scosse profondamente l’opinione pubblica e aprì una discussione nazionale sugli errori giudiziari e sull’assenza di responsabilità concrete per chi li commetteva. Fu in quel clima incandescente che nel 1987 il Partito Radicale di Marco Pannella promosse il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati. La proposta era chiara: consentire ai cittadini danneggiati da provvedimenti emessi con dolo o colpa grave di ottenere un risarcimento. Il risultato fu netto: oltre l’80% degli italiani votò Sì. La volontà popolare, alla prova dei fatti, venne però svuotata dal Parlamento con l’approvazione della legge Vassalli. La normativa introdusse infatti il principio della responsabilità indiretta: il cittadino non può fare causa direttamente al magistrato, ma solo allo Stato, che eventualmente può rivalersi sul giudice in casi eccezionali. Nel 2015 arrivò una riforma che eliminò alcuni filtri, ma lasciò invariato l’impianto generale. Ed è proprio contro quel sistema che oggi punta il dito Enrico Costa. Il deputato forzista cita numeri che lasciano poco spazio all’interpretazione: dal 2010 a oggi sono state avviate 815 cause di responsabilità civile contro lo Stato, ma le condanne definitive sono state appena 12. Per Costa, questi dati dimostrano che la legge “fa acqua da tutte le parti”. Nel mirino c’è soprattutto la clausola che esclude la responsabilità per l’attività di interpretazione delle norme e per la valutazione del fatto e delle prove. Il ragionamento politico del centrodestra è semplice: se un medico risponde di una diagnosi sbagliata o un ingegnere di un errore progettuale, perché un magistrato dovrebbe restare sostanzialmente immune? Dall’altra parte, la magistratura continua a difendere l’attuale sistema sostenendo che una responsabilità diretta troppo ampia rischierebbe di compromettere l’autonomia e l’indipendenza dei giudici. Il timore è quello di una “giustizia difensiva”, con magistrati condizionati dalla paura di azioni risarcitorie. È uno scontro storico tra politica e toghe che torna ora in una fase delicata. Dopo la sconfitta referendaria, molti pensavano che il tema della giustizia fosse destinato a uscire dall’agenda politica. Invece Forza Italia sembra intenzionata a rilanciare proprio sulle storiche battaglie garantiste: responsabilità civile, abuso della custodia cautelare, degenerazioni correntizie al Consiglio superiore della magistratura. Resta da capire fin dove la maggioranza sarà disposta a spingersi. Perché ogni volta che il Parlamento prova a mettere mano alla responsabilità delle toghe, il conflitto istituzionale diventa inevitabile. La Lega ha già manifestato apprezzamento per l’iniziativa di Costa, non invece FdI. Ma a quasi quarant’anni dal referendum del 1987, la domanda da porsi è sempre la stessa: in uno Stato di diritto, può esistere un potere senza reali responsabilità? Sardegna. Carceri al collasso: sovraffollamento triplicato e il 92% dei detenuti in terapia ansa.it, 27 maggio 2026 Le carceri sarde stanno scoppiando. E non più soltanto quelle storicamente sotto pressione: il sovraffollamento si è allargato a macchia d’olio in tutta l’isola, triplicando il numero di istituti penitenziari che nel 2025 hanno superato il 100% della capienza regolamentare. È questo il dato più immediato che emerge dalla relazione annuale presentata al Consiglio regionale dalla Garante delle persone private della libertà personale, Irene Testa. Il quadro complessivo che emerge dalla relazione è quello di un sistema penitenziario sotto pressione su tutti i fronti contemporaneamente: spazi insufficienti, condizioni sanitarie critiche, infrastrutture di sicurezza inadeguate e una governance dei dati ancora frammentata. Una emergenza strutturale che attende risposte strutturali, e che fino ad oggi non le ha ricevute. Ai casi già noti di Cagliari-Uta, che registra un tasso di occupazione del 130%, e di Sassari-Bancali, al 125%, si sono aggiunti la Casa circondariale di Lanusei (118%), e le case di reclusione di Tempio Pausania (104%), Alghero (104%) e Oristano (101%). Quest’ultima struttura ha quasi raddoppiato le presenze nell’arco di un anno. Il fenomeno ha investito anche le tre colonie penali dell’isola: Is Arenas è passata dal 49% al 79% di occupazione, Isili dal 59% al 99%, Mamone dal 41% al 79%. L’emergenza silenziosa: la salute dei detenuti - Ma è sul fronte sanitario che la relazione della Garante Testa suona l’allarme più grave. A Uta, su 729 detenuti presenti, il 92% è sottoposto a terapie continuative. Un dato che da solo racconta le condizioni in cui si vive, e si sopravvive, dentro quelle mura. Nel dettaglio, 50 detenuti presentano patologie psichiatriche certificate, pari al 34% della popolazione carceraria, mentre il 48,5% assume farmaci psichiatrici in modo continuativo. L’8,6% è in terapia metadonica. Un carcere, in sostanza, che assomiglia sempre più a un reparto ospedaliero senza le risorse di un ospedale. Camere di sicurezza: agibile solo una su sette - La situazione non è migliore fuori dalle mura degli istituti penitenziari. Nel corso del 2025, nelle camere di sicurezza gestite dalle forze di polizia sono transitati in Sardegna 269 persone: 150 nelle strutture dell’Arma dei Carabinieri, con la concentrazione maggiore a Cagliari (94 soggetti), e 119 in quelle della Polizia di Stato, prevalentemente tra Cagliari e Sassari. Il problema è che quelle strutture versano in uno stato di grave degrado. Su 352 camere di sicurezza censite sull’intera isola, solo 52 risultano agibili: il 14,77% del totale. I numeri per singola provincia sono impietosi. A Sassari, l’Arma dei Carabinieri dispone di 8 camere agibili su 101. A Cagliari, 14 su 115. A Oristano, nessuna delle 26 camere risulta attualmente utilizzabile. A Nuoro, 10 su 82. La Guardia di Finanza presenta tassi di agibilità superiori, ma opera su numeri assoluti molto più contenuti. TSO, un monitoraggio a macchia di leopardo. La relazione analizza anche i Trattamenti Sanitari Obbligatori (TSO) effettuati nel 2025. La ASL 8 di Cagliari ha registrato il numero più alto: 112 ricoveri in TSO, pari al 15,5% dei ricoveri totali nel reparto psichiatrico. Seguono la ASL 7 del Sulcis con 57 TSO (11% dei ricoveri), la ASL di Oristano con 43 (11,3%) e quella di Sassari con 36. A Nuoro i trattamenti registrati sono stati 22. La Garante segnala tuttavia una criticità metodologica non trascurabile: il monitoraggio regionale presenta lacune significative, dovute alla mancata trasmissione dei dati da parte di alcune ASL. Un’opacità che impedisce una valutazione statistica omogenea e completa, rendendo di fatto impossibile avere un quadro reale e unitario della situazione psichiatrica nelle carceri sarde. Veneto. Approvata la relazione 2025 del Garante regionale dei diritti della persona ansa.it, 27 maggio 2026 Il Consiglio Veneto ha approvato ieri, all’unanimità, la relazione 2025 sull’attività del Garante regionale dei diritti della persona, l’avvocato Mario Caramel, illustrata in aula dal presidente della Prima commissione consiliare, Andrea Tomaello (Stefani Presidente). La figura del Garante, disciplinata dalla legge regionale n. 37/2013, riunisce le funzioni di difensore civico, di garante per l’infanzia e di garante dei diritti dei detenuti. Il provvedimento, ovvero la rendicontazione n. 7, riporta la corposa e complessa mole di dati relativi all’attività di difesa civica, di tutela dei minori, nonché di garanzia per le persone private della libertà personale. In merito alle singole funzioni, per quanto riguarda l’attività di difesa civica, le istanze pervenute al Garante nel 2025 sono state 588, di cui 153 riguardanti il diritto di accesso (+19,8% rispetto all’anno precedente), 2 relative a richieste di esercizio di poteri sostitutivi, mentre le altre istanze riguardano disfunzioni o abusi da parte delle pubbliche amministrazioni e di gestori di servizi pubblici. Per quanto riguarda la funzione di promozione, protezione e pubblica tutela dei minori di età, nel quadro di sostanziale criticità in cui si trovano le autorità giudiziarie minorili del Veneto, il Garante ha continuato la collaborazione, iniziata nel 2023, con il Tribunale per i Minorenni di Venezia e la Procura della Repubblica presso lo stesso Tribunale, finalizzata alla costruzione e alla condivisione di buone prassi per la segnalazione e presa in carico dei minori stranieri non accompagnati (MSNA). Il 2025 è stato caratterizzato dall’accesso del Garante al Processo Civile Telematico, che ha facilitato la procedura di nomina dei tutori volontari da parte dei Giudici, contribuendo all’attivazione di buone prassi a tutela del superiore interesse dei minori coinvolti. Nell’ambito della tutela volontaria, al 31 dicembre, sul territorio regionale, erano attivi 655 tutori; le richieste da parte dell’Autorità Giudiziaria di nominativi di persone disponibili ad essere nominati tutore sono state 290; le consulenze fornite alle tutele in atto sono state 138, in aumento rispetto al 2024; sono pervenute, inoltre, 10 richieste di indicazione di tutori per i bambini non riconosciuti alla nascita. Ulteriori dati riguardano le criticità afferenti al mondo dei minori: si è riscontrato un aumento dei casi di bullismo e cyber bullismo, in particolare nei contesti scolastici, ma nella Relazione si fa riferimento anche ai casi di maltrattamento minorile e ai dati relativi minori in carico ai servizi sociali. Per quanto attiene alle attività di garanzia per i detenuti, il 2025 conferma il permanere della situazione di “emergenza carceri”, con criticità riconducibili al sovraffollamento e alle condizioni detentive. Al 31 dicembre 2025, in Italia, la popolazione detenuta ha raggiunto le 63.499 presenze e, parallelamente, si registra un crescente aumento delle persone in esecuzione penale esterna (141.458 nel 2025 rispetto alle 138.758 del 2024). “Il quadro contenuto nella relazione del Garante non è confortante. Per quanto riguarda la difesa civica con particolare attenzione alla sanità - ha rilevato la consigliera Chiara Luisetto (Partito Democratico) - nel 2026 sono già stati raggiunti i numeri delle segnalazioni registrate nell’anno precedente, un dato che dimostra quanto siano diffuse le difficoltà vissute dai cittadini nell’accesso ai servizi e nella tutela dei propri diritti. A proposito del sistema penitenziario, due i temi fondamentali: il sovraffollamento carcerario e la carenza di agenti, operatori, personale sanitario ed educatori all’interno delle strutture, una condizione che riguarda in particolare i minori. In generale, è necessario puntare con decisione sul lavoro e sui percorsi di reinserimento, strumenti indispensabili per garantire dignità alle persone detenute e costruire reali opportunità di recupero. Grande preoccupazione è stata espressa anche per alcune situazioni di fragilità sociale: il numero dei minori che subiscono maltrattamenti e abusi è infatti aumentato di oltre il 20%, un dato che impone una riflessione seria e interventi concreti”. “Il Veneto è oggi la quarta regione italiana per sovraffollamento carcerario - ha ricordato il capogruppo di Alleanza Verdi e Sinistra, Carlo Cunegato, sostenuto in seguito anche dalla vicecapogruppo, Elena Ostanel - un dato che descrive una situazione insostenibile: in sostanza, in celle pensate per ospitare due persone, i detenuti si trovano in tre, condizioni che rischiano di compromettere la reale possibilità di rieducazione e reinserimento. Il problema non riguarda soltanto gli spazi, ma anche la carenza di personale educativo: attualmente si registra un educatore ogni 73 detenuti, un numero che rende difficoltosi i percorsi individuali di recupero e accompagnamento. In queste condizioni, il principio costituzionale della funzione rieducativa della pena rischia di restare soltanto sulla carta. Le conseguenze sono evidenti anche nei dati sulla recidiva: circa il 70% di chi esce dal carcere torna a delinquere. Questo significa che il sistema, così com’è, non riesce a offrire strumenti concreti per il reinserimento sociale e lavorativo delle persone detenute. Negli istituti veneti sono presenti circa 2.900 detenuti, a fronte di una capienza che dovrebbe fermarsi a 1.800 posti. Una differenza enorme, che pesa sulle condizioni di vita interne, sul lavoro degli operatori e sulla sicurezza stessa delle strutture”. I consiglieri dem Gianpaolo Trevisi, presidente della Quarta commissione dell’assemblea legislativa regionale, e Paolo Galeano, vicepresidente della Prima commissione, hanno ricordato “il recente lavoro svolto nella Quarta commissione, su stimolo della consigliera Ostanel, dove stiamo ascoltando i direttori delle carceri del Veneto, e dove sono programmate l’audizione dei garanti provinciali e la visita al carcere di Rovigo” e sottolineato “il lavoro delicato e particolarmente gravoso degli agenti di polizia penitenziaria”. “Come Regione del Veneto - ha dichiarato il capogruppo di Liga Veneta Repubblica, Alessio Morosin - dobbiamo essere orgogliosi di quello che possono fare le nostre strutture: nella relazione d’inizio anno giudiziario sull’amministrazione della giustizia minorile, che ho ricevuto dal Presidente del Tribunale per i minorenni del Veneto, dottor Lanfranco Tenaglia, inviata al Ministro della giustizia e al Parlamento italiano recita testualmente: “Senza il prezioso contributo fornito dal personale assegnato dalla Regione Veneto sarebbe stato già impossibile garantire l’espletamento delle ordinarie attività, connotate sovente da molte urgenze e tempestività nella trattazione delle procedure”. L’assessore regionale alla sanità, Gino Gerosa, nel replicare ad alcune sottolineature e considerazioni relative al sistema sanitario regionale emerse nel corso del dibattito d’aula, ha assicurato interventi per la prevenzione del fenomeno dei suicidi in carcere. Friuli Venezia Giulia. “Sul carcere la Regione si chiude in un ingiustificabile ostruzionismo” friulisera.it, 27 maggio 2026 “Mentre in Friuli Venezia Giulia il sovraffollamento e l’assenza di adeguata assistenza sanitaria rende il carcere una pentola a pressione pronta a esplodere, come ho più volte constatato con le visite alla casa circondariale di Trieste, la Regione rifiuta da ormai due anni un semplice confronto nella Commissione consiliare competente”. Così Giulia Massolino, consigliera regionale del gruppo Patto per l’Autonomia - Civica FVG, si esprime in seguito all’incontro organizzato dal Garante regionale tenutosi lunedì 25 maggio “Cambiare si può. Per un’architettura rispettosa della Costituzione e dell’Ordinamento penitenziario”. “La settimana scorsa il nuovo rapporto Antigone ha ancora una volta denunciato un peggioramento delle condizioni detentive, con conseguente aumento delle aggressioni al personale penitenziario e dei suicidi - dichiara la consigliera -. A Trieste e Udine, come più volte denunciato, sono recluse più del doppio di persone rispetto alla capienza. La Regione ha un ruolo fondamentale sulla salute mentale e sulla continuità assistenziale di detenute e detenuti, e troviamo inaccettabile il silenzio assordante della Giunta Fedriga in merito. Dopo due anni la mia richiesta di audizione in commissione, nonostante i numerosi solleciti via PEC, in Ufficio di Presidenza anche alla presenza del Garante regionale e in Capigruppo, continua a rimanere senza alcuna risposta in palese violazione del regolamento del Consiglio. A questo si aggiunge la bocciatura di tutte le nostre proposte nei ricchi bilanci regionali. Un atteggiamento punitivo, che aggrava la tensione che quotidianamente logora sia chi è detenuto che chi lavora nelle strutture detentive. Una tensione che anche nella nostra regione porta, come abbiamo visto negli ultimi anni, a disordini interni e vittime. È intollerabile e ingiustificabile che ci venga negata la possibilità anche solo di parlare di carcere in Consiglio regionale, come se fosse un corpo estraneo che non riguarda il nostro territorio”. “Come abbiamo sentito anche dalle relazioni di ieri, bisogna riorganizzare gli spazi interni delle carceri, che prevedano la possibilità di muoversi liberamente al loro interno, senza bisogno di aggiungere alla privazione della libertà anche la sofferenza architettonica - conclude Massolino -. Ricordiamo ancora una volta che il problema del sovraffollamento non si risolverà costruendo carceri più grandi, ma facendo in modo che ci siano meno persone recluse, lavorando in primis sulla prevenzione e in secondo luogo garantendo da parte del territorio la piena reintegrazione di coloro che hanno portato a termine il percorso rieducativo. Il carcere non può essere visto come una discarica sociale delle marginalità che la politica non è in grado di affrontare e che quindi criminalizza con decreti sicurezza sempre più crudeli che aumentano pene e aggravanti. Bisogna investire sulla prevenzione, sul carattere riabilitativo delle pene e sulla riduzione delle recidive, evitando di cadere in logiche repressive che stanno criminalizzando ogni espressione di fragilità sociale”. Umbria. Seconda Chance, il progetto per dare un futuro ai detenuti perugiatoday.it, 27 maggio 2026 Dare ai detenuti una possibilità concreta di reinserimento per evitare che, una volta usciti dal carcere, trovino “solo il deserto” e tornino nel circuito della criminalità. È questo il messaggio al centro del primo incontro umbro di Seconda Chance, il progetto nazionale dedicato al reinserimento socio-lavorativo dei detenuti ed ex detenuti, che si è svolto questa mattina nella Casa di reclusione di Spoleto. L’iniziativa, promossa da Valentina Sabatini, responsabile per l’Umbria dell’associazione, ha coinvolto oltre 30 rappresentanti del mondo imprenditoriale della Valle Umbra e di Spoleto insieme alla direttrice dell’istituto Bernardina Di Mario, alla presidente di Seconda Chance, la giornalista Flavia Filippi, e al vicepresidente professor Pietro Francia. Presente anche il Consigliere regionale di Fratelli d’Italia Matteo Giambartolomei. Il progetto, sostenuto da un protocollo ufficiale con il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia, ha già consentito a quasi 900 detenuti in tutta Italia di essere inseriti in aziende e piccole e medie imprese, creando percorsi di inclusione e autonomia. “Insieme a Flavia Filippi - ha detto Valentina Sabatini - è stato un onore per me facilitare il primo contatto nella nostra regione Umbria da parte di questa associazione presente in realtà già in moltissime altre regioni, dando l’opportunità sia alla casa di detenzione e sia alle imprenditorie del territorio di conoscere con altri occhi quelle che possono essere delle opportunità sia da un punto di vista di reclutamento del personale, sia da un punto di vista di recupero personale di queste persone ovviamente che hanno comunque in ogni caso il diritto della seconda chance. È importante ricordare che il luogo della detenzione ha come fine ultimo proprio quello di redimere e di riformare la persona rispetto al suo passato”. “Il principale problema in Italia dei detenuti che tornano in libertà - ha detto Matteo Giambartolomei - è quella di trovare solo il deserto senza più una famiglia, senza più amici, molto spesso si ritrovano che all’uscita l’unico mondo ad aspettarli è quello della criminalità. Dare un’occasione lavorativa di questo genere sia non solo un atto imprenditoriale ma di forte rilevanza sociale. La prospettiva del futuro permette di tornare a guardare positivamente la società e permette di vivere una esperienza fondamentale che va oltre un rapporto di lavoro ma che può trasformare per il detenuto l’azienda in una seconda famiglia che ti accoglie”. Trento. Morta la 21enne che ha tentato il suicidio in carcere di Marzia Zamattio Corriere del Trentino, 27 maggio 2026 Aveva solo 21 anni la giovane detenuta che domenica mattina ha tentato il suicidio nel carcere di Spini di Gardolo e che per due giorni ha lottato tra la vita e la morte. Le sue condizioni erano disperate ed era stata ricoverata nel reparto di rianimazione del Santa Chiara dove purtroppo ieri è morta. Si tratta del primo suicidio in carcere dopo tre anni. La ragazza era arrivata a Trento dall’istituto penitenziario di Verona, stava scontando un cumulo di pene per furti e rapine fino al 2031. Era seguita dagli psicologi e non c’erano stati segnali. Eppure. “Non si sa cosa dire in queste situazioni, c’è solo da augurarsi che non capiti più e attrezzarsi al meglio ma è evitabile al 100% e se fosse stata libera si sarebbe uccisa lo stesso?”, chiede il garante dei detenuti di Trento, Giovanni Maria Pavarin. La tragedia fissa il primo caso di suicidio in carcere quest’anno a Trento, mentre in Italia sono 24 i suicidi avvenuti finora, dai dati del ministero della Giustizia. Nel 2025 si sono registrati 80 suicidi mentre il picco è avvenuto nel 2024 con 91 casi. Dati che dicono, inoltre, che negli ultimi 4 anni i casi sono in aumento. Lecce. Nuovo suicidio a Borgo San Nicola, è il quarto decesso nel carcere in un mese trnews.it Un 35enne senza dimora, accusato di tentato furto, si è tolto la vita nel carcere di Borgo San Nicola. È il quarto suicidio in un mese avvenuto nell’Istituto penitenziario di Lecce. L’uomo era stato arrestato la notte tra l’8 e il 9 maggio, in flagranza mentre frugava in un’abitazione, peraltro sfitta, in via San Cesario, a Lecce. Sorpreso e ammanettato, non ha opposto nessuna resistenza. Processato per direttissima, era stato condotto in carcere. Quattro giorni dopo, il 13 maggio, il suo corpo è stato ritrovato senza vita. La notizia è stata diffusa solo poche ore fa. “Mi ero opposto alla custodia cautelare in carcere e avevo chiesto misure non custodiali - dichiara l’avvocato dell’uomo, Diego Cisternino - poiché la vicenda non aveva arrecato particolari danni e, peraltro, il processo era stato fissato al 22 maggio. Ma al 22 maggio l’imputato non c’è mai arrivato”. Milano. “Cura oltre le Mura”: nel carcere di Bollate prevenzione senologica e ginecologica di Paola Martinoni* Il Sole 24 Ore, 27 maggio 2026 Il progetto è l’inizio di un percorso più ampio: l’obiettivo è ampliare l’offerta sanitaria con nuove collaborazioni come quella con l’Intergruppo Melanoma Italiano. Prendersi cura delle donne che vivono condizioni di fragilità sociale è parte integrante della missione della Fondazione Libellule Insieme. Con questo obiettivo è nato “Cura oltre le Mura”, un progetto di prevenzione senologica e ginecologica all’interno della Casa di Reclusione di Bollate con un percorso completo rivolto alle donne in carcere: in un anno oltre 500 visite specialistiche, ecografie senologiche bilaterali, mammografie, visite ginecologiche, ecografie transvaginali e pap test, svolte in giornate dedicate, organizzate all’interno del carcere per garantire accessibilità e continuità. Il progetto - Il progetto nasce dalla consapevolezza che la detenzione incide profondamente sul benessere psicofisico delle donne: spesso, poco dopo l’ingresso in carcere, si registrano peggioramenti della salute, menopausa anticipata e un progressivo abbandono della cura di sé. La prevenzione diventa quindi uno strumento essenziale per individuare precocemente eventuali patologie e migliorare la qualità della vita, sia durante la detenzione, sia nel delicato momento del reinserimento sociale. “Cura oltre le Mura” è caratterizzato da un approccio multidisciplinare e fortemente personalizzato: un’équipe medica composta da senologi, ginecologi e radiologi, che collaborano stabilmente con la Fondazione, ha accolto e accompagnato ogni donna in un percorso che ha integrato aspetti clinici, psicologici ed emotivi, mettendo a disposizione non solo competenze sanitarie di alto livello, ma anche grande sensibilità umana. Particolare attenzione è stata dedicata alla ricostruzione delle anamnesi, spesso rese difficili dall’assenza di documentazione clinica completa. In alcuni casi è stato necessario coinvolgere i familiari per recuperare informazioni utili e precedenti referti. Dove sono emerse familiarità con patologie oncologiche, le pazienti sono state sensibilizzate sull’importanza di estendere i controlli preventivi anche ai parenti di primo grado, ampliando l’impatto del progetto oltre il contesto carcerario. Partecipa l’80% - Accanto agli screening clinici, il progetto ha promosso un’intensa attività educativa sulla prevenzione oncologica e sull’importanza della diagnosi precoce, con incontri informativi e strumenti pratici per favorire consapevolezza e autonomia nella cura di sé. La partecipazione ha superato l’80% e, oltre ai risultati sanitari, è emerso soprattutto il valore umano dell’iniziativa: molte donne si sono sentite ascoltate, accolte e rispettate, non solo come pazienti. Questo approccio ha favorito un cambiamento concreto nel loro atteggiamento, le ha rese più disponibili al dialogo e più serene e partecipi nel percorso proposto, ha trasmesso loro il senso di essere finalmente al centro di un’attenzione rispettosa e non giudicante, facendogli vivere il percorso come un’esperienza di cura non solo clinica, ma anche relazionale. Includere i fragili - “Cura oltre le Mura” non è solo un intervento sanitario, ma un segnale concreto di inclusione: un gesto di attenzione e vicinanza verso donne troppo spesso invisibili, per ribadire che il diritto alla salute è universale e deve essere garantito a tutte, senza eccezioni. Per questo non rappresenta un punto di arrivo, ma l’inizio di un percorso più ampio. L’obiettivo è continuare a portare la prevenzione nei contesti più fragili, ampliando progressivamente l’offerta sanitaria anche attraverso nuove collaborazioni, come quella con IMI - Intergruppo Melanoma Italiano per introdurre visite dermatologiche dedicate alla prevenzione del melanoma, tumore aggressivo ma curabile se diagnosticato precocemente, e di altri tumori maligni della cute. Il progetto, realizzato grazie alla collaborazione con la Direzione del carcere, con il Direttore Dott. Leggieri, con la Coordinatrice dell’Area Sanitaria Dott.ssa Pezzoni, con ASST Santi Paolo e Carlo e con A.N.D.O.S. Milano e sostenuto principalmente da Fondazione Intesa Sanpaolo Ente Filantropico e Banca d’Italia, ha permesso di creare una rete capace di portare la prevenzione in un contesto dove spesso l’accesso alle cure è più complesso. Un contributo prezioso è arrivato soprattutto dalle volontarie, cuore della Fondazione, non solo all’organizzazione, ma soprattutto a creare un clima di fiducia, accogliendo le donne e aiutandole a gestire paure e momenti di ansia. *Medico Chirurgo, Founder Fondazione Libellule Insieme Nisida (Na). Progetto per tutelare la salute visiva dei giovani detenuti gnewsonline.it, 27 maggio 2026 La Fondazione OneSight EssilorLuxottica e il Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità, alla presenza del Ministro della Giustizia Carlo Nordio, del Sottosegretario Andrea Ostellari, del Capo del Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità Antonio Sangermano e del Segretario generale della Fondazione Andrea Rendina, hanno presentato, presso l’Istituto penale minorile di Nisida, il programma previsto dal Protocollo d’intesa sottoscritto dal Dipartimento e dalla Fondazione con interventi concreti per garantire il diritto alla salute visiva dei giovani detenuti. “Il protocollo che abbiamo sottoscritto con la Fondazione OneSight EssilorLuxottica è di straordinaria e innovativa valenza - ha commentato il Presidente Sangermano in apertura del suo intervento. Una prestigiosa Fondazione privata dona il proprio impegno a far visitare ragazze e ragazzi detenuti in comparto minorile da medici oculisti e poi dona, a chi ne ha bisogno, gli occhiali da vista. Un atto di amore civile e un impegno costituzionale volto a promuovere la tutela della gioventù. Un protocollo, quindi, che pone al centro il carcere e il dolore che esso contiene, la cura, la presa in carico da parte degli operatori pubblici e privati, nel quadro dei percorsi di socializzazione, sicurezza e responsabilità promossi da questo Dipartimento”. “I detenuti - ha concluso Sangermano - devono poter respirare la prospettiva della speranza, sentirsi tutelati dalla legalità e impegnarsi in quel meraviglioso concetto su cui si fonda tutto il vivere umano: la responsabilità, prodromo esistenziale della libertà dei diritti e dei doveri”. L’équipe medica oculistica e ortottista, coordinata dal professor Vincenzo Orfeo, direttore della Clinica Mediterranea e presidente e fondatore di AIRO Onlus - Associazione Italiana di Rinnovamento in Oculistica, impegnata in missioni umanitarie in Italia e all’estero e attiva con un ambulatorio oculistico sociale a Qualiano (NA) - visiterà circa 70 ragazzi nel corso delle due giornate di visite, iniziate questa mattina. La Fondazione OneSight EssilorLuxottica garantirà gratuitamente occhiali da vista ai ragazzi che ne avranno necessità. Il Segretario generale della Fondazione in Italia, Andrea Rendina, ha dichiarato: “Per la Fondazione OneSight EssilorLuxottica, essere qui oggi significa promuovere un’iniziativa filantropica concreta, rivolta a persone spesso invisibili. Siamo convinti che prendersi cura della vista significhi anche restituire prospettiva: la salute visiva è un diritto e può tradursi in opportunità di inclusione e dignità. Questa attività vuole rappresentare, per questi ragazzi, un segnale chiaro di fiducia e di nuove possibilità”. Il professor Vincenzo Orfeo, durante il suo intervento ha sottolineato l’importanza della prevenzione visiva nei contesti di detenzione minorile: “La situazione particolare di un Istituto di pena minorile come quello di Nisida dove si trovano minori tra i 14 e i 18 anni e dei giovani adulti, testimonia come la reclusione favorisca l’incremento dei difetti di miopia, mentre una corretta esposizione solare ne potrebbe ridurre l’insorgenza e la progressione. Poche le patologie riscontrate a quest’età - ha proseguito il coordinatore dell’equipe medica - ove prevalgono i difetti di vista accentuati dalla reclusione e dall’attività prolungata da vicino. I ragazzi reclusi spesso provengono da realtà sociali difficili nelle quali non è prioritario fare una corretta prevenzione ed è quindi molto più frequente avere problematiche visive. Le attività da vicino con visione prolungata di tablet e computer e la mancanza di attività all’aperto, e in particolare in presenza del sole, sono tra le principali cause dell’incremento della miopia negli adolescenti.” Il Sottosegretario Ostellari ha evidenziato il valore concreto dell’iniziativa: “Quello di oggi è un nuovo segnale del cambio di passo intrapreso dal Governo sin dal suo insediamento. Dal 2022 a oggi abbiamo recuperato tempo prezioso sulla giustizia minorile: più strutture, più agenti, più educatori, più strumenti per il recupero, lavorando a 360 gradi e mettendo al centro anche il rispetto per le vittime. E sono iniziative come questa che lo dimostrano: grazie alla collaborazione tra la Fondazione OneSight EssilorLuxottica e il Dipartimento, un paio di occhiali può sembrare una cosa semplice, ma per un ragazzo può voler dire studio, lavoro e futuro. È la conferma di un approccio serio e concreto”. A conclusione degli interventi, il Ministro della Giustizia Carlo Nordio, ha ricordato che si tratta di una “importante iniziativa filantropica, segnale di collaborazione tra Terzo Settore e Ministero, che non implica solo il fatto di essere gratuitamente visitati e provvisti di occhiali, ma significa anche non sentirsi abbandonati. Si coniugano così l’aspetto medico e l’attenzione. Una scintilla di speranza per i giovani”. L’attività della Fondazione OneSight EssilorLuxottica si inserisce in una visione più ampia che considera la salute visiva come un diritto fondamentale e uno strumento di emancipazione personale. Garantire la possibilità di vedere bene significa infatti migliorare le condizioni di apprendimento, favorire la partecipazione alle attività educative e formative e sostenere concretamente il percorso di crescita individuale. Dopo Nisida, il programma farà tappa presso gli Istituti penali per i minorenni di Catanzaro, Milano e Palermo. L’iniziativa conferma il valore strategico della sinergia tra Istituzioni e Terzo Settore nel costruire opportunità reali di tutela e inclusione, restituendo attenzione, dignità e prospettiva a giovani che stanno affrontando un delicato percorso di responsabilizzazione e recupero. Un’iniziativa che guarda oltre l’assistenza sanitaria e che, attraverso un gesto semplice ma essenziale come un paio di occhiali, restituisce ai ragazzi la possibilità concreta di guardare con maggiore chiarezza al proprio futuro. Desio (Mb). “Il reinserimento dei detenuti è importante per la comunità” Il Giorno, 27 maggio 2026 All’incontro in programma alle 20.30 parteciperà anche Cosima Buccoliero direttrice della casa circondariale di Monza. È in programma questa sera a Desio il convegno dal titolo “Il valore del riscatto. Come fare rete e investire nel lavoro dentro e fuori le mura”. All’evento, organizzato dai Lions, parteciperanno tra gli altri Monica Cali (presidente del Tribunale di Sorveglianza di Brescia), Cosima Buccoliero (direttrice della Casa circondariale di Monza), Matteo Parravicini (presidente della sede di Monza e Brianza di Assolombarda), Giovanni Mantegazza (presidente di Apa Confartigianato Imprese Milano Monza e Brianza), Lorenzo Lento (presidente cooperativa sociale Universo Onlus e docente Cisco Networking Academy), Alessia Villa (presidente della commissione Carceri di Regione Lombardia) e Roberto Rampi (garante dei diritti delle persone private della libertà personale per Monza). Dopo i saluti del governatore del distretto Lions 108 Ib1, Lorenzo Paolo Terlera, i lavori saranno moderati dall’avvocato Massimo Bordon del Lions Club di Desio. “Lions Club Desio, con il supporto del Distretto, ha deciso di organizzare questo convegno - spiega l’avvocato Bordon - per consentire al cittadino comune di comprendere che il reinserimento sociale delle persone in esecuzione pena non è solamente attuazione del principio costituzionale che descrive la funzione rieducativa della pena, ma una vera e importantissima utilità per l’intera nostra comunità”. Il convegno si terrà nella sala congressi del Banco di Desio e della Brianza, in via Rovagnati 1, e avrà inizio alle 20.30. Durante la serata ci sarà anche la consegna di tre borse di studio del valore di 500 euro ciascuna per i partecipanti al programma Cisco Networking Academy. Modena. Il tribunale entra in classe per spiegare ai ragazzi la giustizia Il Resto del Carlino, 27 maggio 2026 Il progetto ha coinvolto attivamente anche l’Ordine degli avvocati e l’ufficio scolastico provinciale. Il presidente Rizzo: “Vivere l’esperienza dell’udienza penale va oltre lo studio: è un viaggio nei valori”. Interpretare per capire, capire per cambiare, attraverso l’esperienza di un processo penale così da comprendere a fondo i meccanismi della giustizia e il funzionamento dei procedimenti di giustizia, acquisendo consapevolezza sui rischi e le responsabilità connesse alle condotte illecite. È l’obiettivo del progetto ‘Dai banchi all’aula: interpretare per capire, capire per cambiare’ che ha coinvolto il Tribunale di Modena, l’Ordine degli Avvocati e l’Ufficio scolastico provinciale, con l’obiettivo di portare gli studenti degli Istituti Secondari di II grado a diretto contatto con il mondo della giustizia, offrendo loro la possibilità di vivere una ricostruzione realistica di un processo penale all’interno di un’aula del Tribunale, dopo un percorso di preparazione teorica e laboratoriale. Il progetto, avviato lo scorso autunno e concluso in questi giorni, ha coinvolto complessivamente 163 studenti, in otto classi di sette istituti superiori modenesi. Dopo una prima fase del progetto svolta in classe, gli studenti si sono cimentati in un nella simulazione di un procedimento nelle aule del Tribunale di Modena. Per il presidente del Tribunale Alberto Rizzo “vivere l’esperienza del processo penale va ben oltre lo studio: è un viaggio nel cuore pulsante dei nostri valori. In questa palestra di vita, i ragazzi non scoprono solo gli ingranaggi della giustizia, ma toccano con mano il peso delle responsabilità e le ombre dei passi falsi, affrontando da protagonisti temi di particolare delicatezza, quali in generale le molestie, il razzismo, il bullismo e l’illecita diffusione di immagini modificate o generate tramite intelligenza artificiale. Voglio ribadire il mio entusiastico apprezzamento per il coinvolgimento e la passione con cui le studentesse e gli studenti hanno animato il loro impegno, manifestando piena consapevolezza dei valori in gioco, giungendo spesso a risultati sorprendenti. Davanti a progetti così intensi, il cuore si riempie di speranza: guardare al domani non fa più paura, perché le radici dei nostri giovani sono forti, sane e pronte a sostenere il futuro. Un plauso convinto agli insegnanti e dirigenti scolastici che hanno accompagnato i ‘giovani giuristi’, preparadoli ad affrontare l’agone processuale con straordinaria competenza tecnica”. Il presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati Roberto Mariani sottolinea che “questo progetto è la prova di un’alleanza possibile: lo Stato che si unisce per dare vita a una società più giusta, dove la legalità si respira e si vive sulla propria pelle, quotidianamente, ben oltre i banchi di scuola. Questa preziosa sinergia non è un atto dovuto, ma un autentico atto d’amore per il territorio: una vera e propria ‘semina di giustizia’ i cui frutti cambieranno il volto delle nostre comunità. Non posso né voglio dimenticare i ragazzi che hanno partecipato con entusiasmo agli incontri, al loro timore iniziale e alla loro soddisfazione per aver vissuto in prima persona l’esperienza processuale. Gli studenti sono stati i veri protagonisti del processo. Li ringrazio tutti. Questa attività rimarrà nel cuore di tutti noi. Mi preme infine ricordare i tanti Colleghi impegnati nelle altre iniziative di legalità patrocinate dal Consiglio”. Il dirigente dell’ufficio scolastico provinciale Giuseppe Schena sottolinea “quanto sia fondamentale la rilevanza di simili iniziative per le istituzioni scolastiche, in quanto consentono agli studenti di fare esperienza diretta delle dinamiche di un procedimento penale. Tale percorso permette di comprenderne appieno i risvolti diretti e indiretti, nonché le severe ricadute personali derivanti da condotte illecite. Attraverso la sottoscrizione di questo protocollo d’intesa con il Tribunale e l’Ordine degli Avvocati, si consolida e si rafforza la funzione strategica della scuola quale primaria agenzia educativa del territorio, impegnata nella promozione del rispetto della legalità”. I progetti hanno avuto, come obiettivi, tra gli altri, quello di promuovere la cultura della legalità e della giustizia, attraverso un’attività didattica concreta e coinvolgente, rendere comprensibili e accessibili i meccanismi della giustizia penale, favorendo una riflessione critica sui concetti di responsabilità, colpa, pena, diritti della difesa, presunzione di innocenza. Sassari. “Inclusione sociale e diritto allo studio: il ruolo dei Poli universitari penitenziari” sassaritoday.it, 27 maggio 2026 L’accordo mira a rafforzare e promuovere, su scala nazionale, forme di collaborazione e scambio di esperienze tra i Poli universitari penitenziari e gli organismi regionali per il diritto allo studio universitario. Si terrà a Sassari, nell’ambito dell’assemblea nazionale della Cnupp, venerdì 29 maggio alle ore 9.30, presso la Sala Conferenze dell’Ersu Sassari in via Coppino 32, piano 3, la tavola rotonda dal titolo “Inclusione sociale e diritto allo studio: il ruolo dei Poli universitari penitenziari e le sinergie con gli enti regionali per il diritto allo studio”, promossa da Ersu, Cnupp, Andisu e Università degli Studi di Sassari. La CNUPP, espressione della CRUI, svolge attività di promozione e indirizzo del sistema universitario nazionale e dei singoli atenei al fine di garantire il diritto allo studio universitario alle persone detenute, in esecuzione penale esterna o sottoposte a misure di sicurezza detentive. All’incontro interverranno il presidente dell’ANDISU Emilio Di Marzio, il presidente della CNUPP Giancarlo Monina, il provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria Domenico Arena, la direttrice dell’ufficio distrettuale di esecuzione penale esterna di Sassari Carmen Magistro, la presidente della Commissione “Lavoro, cultura e formazione professionale” del consiglio regionale della Sardegna Camilla Soru, il presidente dell’ERSU di Sassari e delegato nazionale ANDISU all’inclusione e alle politiche sociali Daniele Maoddi e la garante regionale delle persone private della libertà personale Irene Testa. Nel corso della mattinata sarà inoltre sottoscritto l’accordo quadro di collaborazione tra ANDISU e CNUPP. Il Presidente ANDISU Emilio Di Marzio e il Presidente CNUPP Giancarlo Monina firmeranno il protocollo finalizzato a promuovere sinergie, buone pratiche e progetti condivisi per agevolare l’esercizio del diritto allo studio universitario, nel rispetto di quanto previsto dagli articoli 3, 27 e 34 della Costituzione, a favore delle persone detenute negli istituti penitenziari italiani e di coloro che sono sottoposti ad altri provvedimenti penali dell’Autorità giudiziaria. I gruppi di lavoro - L’accordo mira a rafforzare e promuovere, su scala nazionale, forme di collaborazione e scambio di esperienze tra i Poli universitari penitenziari e gli organismi regionali per il diritto allo studio universitario. La sottoscrizione del protocollo rappresenta uno dei momenti centrali dell’Assemblea nazionale CNUPP e si inserisce nel solco delle esperienze sviluppate nel territorio sassarese attraverso la collaborazione tra Università di Sassari ed ERSU nell’ambito del Polo universitario penitenziario locale. La mattinata si concluderà con il dibattito e con le testimonianze di persone detenute ed ex detenute, che condivideranno le proprie esperienze sul ruolo dello studio nei percorsi di inclusione e reinserimento sociale. Nel pomeriggio di venerdì 29 maggio sono inoltre previsti i gruppi di lavoro della CNUPP nelle aule del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Sassari. L’impegno - “L’ assemblea nazionale CNUPP e la sottoscrizione del Protocollo di Intesa tra CNUP e ANDISU a Sassari costituiscono un passaggio significativo per l’ERSU di Sassari e per l’intero sistema italiano del diritto allo studio- ha dichiarato il presidente ERSU Daniele Maoddi, componente del comitato esecutivo ANDISU con delega nazionale all’inclusione e alle politiche sociali - il nostro ente ha una lunga storia di collaborazione con il Polo Universitario Penitenziario locale, un impegno che nel 2024 l’attuale consiglio di amministrazione ha scelto di rafforzare ulteriormente attraverso una partnership strutturata con l’Università di Sassari che prevede, tra gli altri aspetti, un sostegno economico al PUP per l’acquisto di materiale didattico e attività culturali, due alloggi presso le residenze ERSU e l’accesso alla mensa universitaria ad altrettanti studenti in esecuzione penale esterna, iscritti al polo. Si tratta di una precisa scelta politica: estendere il valore del diritto allo studio fino alle periferie umane ed esistenziali, con particolare attenzione in questo caso agli studenti detenuti. È il riconoscimento del lavoro svolto insieme al PUP UNISS di cui siamo molto orgogliosi e, soprattutto di un investimento nel futuro di uno dei più alti valori costituzionali: il diritto allo studio come strumento di libertà, crescita personale e inclusione sociale per tutte e per tutti”. Come ANDISU riteniamo che gli enti del diritto allo studio debbano essere pienamente protagonisti di questa sfida civile. L’intesa con la CNUPP nasce proprio per rafforzare gli strumenti di sostegno agli studenti detenuti, semplificare l’accesso ai servizi, accompagnare concretamente chi sceglie di intraprendere un percorso universitario durante l’esecuzione penale. È una scelta che ha un valore etico prima ancora che organizzativo” - per Emilio Di Marzio, presidente ANDISU. Napoli. Zooarteterapia per favorire il reinserimento sociale dei detenuti di Lorenzo Sorrentino lapresse.it, 27 maggio 2026 A Napoli il convegno sulla zooarteterapia in carcere: il progetto che punta a diventare un modello replicabile altrove. Il carcere non deve essere un percorso esclusivamente punitivo, ma uno spazio dove attivare percorsi di cura e trasformazione. Proprio la funzione rieducativa della pena e il reinserimento sociale del detenuto saranno al centro del convegno ‘Muso a muso con il futuro: l’integrazione sociosanitaria in carcere’, in programma il 28 maggio a Napoli, al Dipartimento di Medicina veterinaria della Federico II. Un evento in cui l’approccio al reinserimento è mediato dagli animali e dall’arte. Saranno i laboratori di zooarteterapia, in particolare, al centro dell’iniziativa. Un metodo che “abbina il contatto con gli animali e l’arteterapia per sostenere il benessere emotivo delle persone detenute”, spiega Maria Teresa Corvino, dirigente psicologo dell’Area di coordinamento per la Sanità penitenziaria dell’Asl Caserta. “Dopo l’interazione con l’animale, scelto in base alla sua personalità e abbinato a quella del partecipante al laboratorio, il soggetto coinvolto elabora l’esperienza attraverso pittura, collage o scultura, dando forma a ciò che le parole faticano a dire”, racconta Corvino. I laboratori, aggiunge, “si sono dimostrati strumenti efficaci per lavorare sul mondo interiore, ricostruire il senso di umanità e rendere possibile un rientro autentico nella vita sociale”. Il modello campano - In Campania questa visione si è già tradotta in progetti concreti. Nel 2023 una regolamentazione regionale ha permesso alla Asl Caserta e al Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria di firmare un accordo di programma per sviluppare laboratori sperimentali di zooarteterapia in cogestione con enti del terzo settore. “La chiave del successo degli interventi assistiti con gli animali risiede nella reciprocità. Superando una visione strettamente antropocentrica, applichiamo protocolli rigidi volti a tutelare in primis il benessere dei cani coinvolti. L’abbinamento non è casuale, ma si fonda sul perfetto incontro tra i tratti di personalità dell’animale e quelli della persona privata della libertà”, sottolinea Danila d’Angelo, associato di Etologia e benessere animale della Federico II. Un progetto replicabile - Il progetto contribuirà allo sviluppo di un protocollo di intervento “integrato, validato e replicabile in ulteriori contesti della privazione della libertà personale”, informa Raffaella Perrella, associato di Psicologia dinamica della Luigi Vanvitelli. “L’utilizzo di metodologie e di misure specifiche - prosegue - permetterà di chiarire se, e come, tali interventi possano contribuire al cambiamento psicologico e alla riabilitazione psicosociale della popolazione detenuta”. “Il progetto punta a creare un dialogo continuativo anche con il mondo accademico - assicura Giuseppe Nese, psichiatra e direttore dell’Area di coordinamento per la Sanità penitenziaria dell’Asl Caserta - perché curare chi è in carcere significa anche investire nella sicurezza e nel benessere di tutta la comunità”. Rieti. L’arte e la poesia entrano nel carcere con il teatro Rigodon di Emanuele Faraone Il Messaggero, 27 maggio 2026 L’arte e la poesia del teatro Rigodon entra con forza e poesia nel carcere di Rieti. Critica, pedagogica e riscatto sociale domani 27 maggio alle ore 16.30 con la rappresentazione teatrale “La fattoria degli animali - Vol 2”, nata come esito di laboratori di formazione nelle arti sceniche condotti dal Teatro Rigodon. Un’iniziativa che nasce dal progetto “Corpi Sociali” - Officina di teatro sociale della Regione Lazio, promosso e cofinanziato dall’assessorato alle Politiche sociali del Comune di Rieti. Tra i principali obiettivi elevare e riscattare le funzioni rieducative della pena per dare una possibilità ai detenuti di mettersi in gioco. La compagnia di detenuti attori “I ragazzi dell’Alaska” porterà sul palco la complessa parabola dell’Eta basca e il parallelismo con Orwell in una storia appassionante e moralmente coinvolgente. L’evento rappresenta il culmine di un lungo e profondo percorso che ha visto il coinvolgimento totale dei detenuti sia nei laboratori in drammaturgia e recitazione condotti dalla regista e pedagoga teatrale, Desirée Proietti Lupi e dalla professoressa, Barbara Clementini, che in quelli di movimento scenico e danza condotto dalla coreografa Claudia Cipitelli Gallotta e nel laboratorio di scenografia. “Il teatro in carcere è un atto di costruzione - spiega la regista Desirèe Proietti - vedere i detenuti impegnati sia nello studio dei testi che nella costruzione fisica delle scene restituisce il senso profondo del progetto: riappropriarsi della propria capacità di ‘fare’ e di pensare criticamente”. Anche quest’anno è proseguita la proficua collaborazione con il gruppo psico-esperienziale “Libera Espressione” condotto dalla dottoressa Eleonora Iampieri che prevede, per questa data, un’anteprima della mostra fotografica frutto del laboratorio di fotografia terapeutica “Istantanee dell’anima” co-condotto dalla Iampieri e dal fotografo Filippo Maria Gianfelice. Benevento. “Cortincarcere”, domani la presentazione presso la Casa circondariale ottopagine.it, 27 maggio 2026 Benevento Social Film Festival ArTelesia con la Camera Penale per la quinta edizione. Domani, giovedì 28 maggio, alle 10,30, presso la Casa Circondariale di Benevento, sarà presentata la quinta edizione del progetto “Cortincarcere”, un’iniziativa che porta il cinema in carcere, come percorso di formazione e di riabilitazione socio-educativa. Attraverso il linguaggio cinematografico, inteso quale strumento di reinserimento sociale di persone sottoposte a limitazione della libertà personale, Cortincarcere, insieme ai film, porta oltre le sbarre anche autori, attori ed esperti del settore. È un progetto ambizioso, realizzato con l’apporto e la collaborazione di tutto il personale della Casa Circondariale. A promuoverlo la Camera Penale di Benevento insieme all’APS Libero Teatro di Benevento, con il supporto tecnico-logistico della Direzione del carcere. La Direzione artistica di “Cortincarcere” è affidata all’Associazione Libero Teatro, organizzatrice del Benevento Social Film Festival ArTelesia, Concorso internazionale del cinema sociale, giunto alla XVIII edizione. Il percorso - che si svilupperà nell’arco dei mesi di giugno e luglio e riguarderà il reparto (maschile e femminile) comuni, alta sicurezza e sex offender - è strutturato in due parti: una destinata a fornire le conoscenze di base dell’analisi del film, privilegiando un punto di vista tecnico, l’altra finalizzata al dibattito sulle tematiche sociali oggetto dei corti proiettati. Dal 28 8 maggio al 9 luglio 2026, nelle sale predisposte dalla Casa Circondariale, i migliori cortometraggi in concorso saranno proiettati e valutati da una giuria formata da detenuti e presieduta da un professionista. Si tratta, dunque, di una manifestazione di grande apertura del carcere verso il mondo del cinema e la società civile, in un progetto comune di elevata contaminazione reciproca e di notevole qualità artistica che ha già mostrato, nelle sue precedenti edizioni, le sue ricadute positive. Premio Maurizio Costanzo nelle carceri, vince “Un bar di paese” di Luca Romano Il Giornale, 27 maggio 2026 Lo spettacolo è andato in scena mercoledì al teatro Parioli Costanzo di Roma. Riabilitazione e reinserimento, queste due parole che devono essere il mantra di quello che dovrebbe essere la pena per i detenuti che hanno commesso uno sbaglio, sono andate in scena al teatro Parioli Costanzo di Roma. Mercoledì 20 maggio al Teatro Parioli Costanzo è infatti andata in scena la pièce teatrale “Un bar di paese”, vincitrice della seconda edizione del “Premio Maurizio Costanzo nelle carceri”. Il testo è stato scritto proprio da alcuni detenuti del carcere Santo Spirito di Siena con la compagnia Lalut ed Egum Teatro. L’opera si svolge in un bar situato vicino a un carcere, gestito da un ex detenuto e sua moglie, frequentato da una clientela abituale e pittoresca. Il locale è animato dall’apparizione di sconosciuti avventori, personaggi che portano alla ribalta le loro storie, con un rimando autobiografico al vissuto degli interpreti. La location, un bar, ricorda l’ultimo programma fatto in Rai da Maurizio Costanzo, ovvero “S’è fatta notte” ideato insieme a quel grande autore televisivo che è stato Enrico Vaime. Il premio teatrale Maurizio Costanzo nelle carceri nasce proprio con l’intenzione di valorizzare e promuovere il talento artistico presente all’interno delle istituzioni detentive, offrendo ai detenuti la possibilità di esprimersi attraverso l’arte e la creatività teatrale, favorendo cosi il reinserimento sociale dei detenuti stessi attraverso l’espressione artistica e la partecipazione a progetti culturali. La cultura teatrale come strumento di recupero e riabilitazione all’interno del contesto carcerario. “Un progetto che non parla solo di spettacolo, ma è anche un racconto di dignità, voglia di riscatto e forza di ricominciare”, ha detto Camilla Costanzo, figlia del grande giornalista. L’iniziativa calza perfettamente con il grande interesse che Maurizio Costanzo ha sempre avuto presso gli ultimi, coloro che hanno anche commesso errori, ma che sono alla ricerca di un reinserimento nel tessuto sociale ed il teatro, può essere proprio un veicolo adatto, attraverso il racconto delle loro storie e di chi sta loro vicino. Di Costanzo mi ha sempre colpito il suo sguardo intelligente, alla ricerca del vissuto di chi aveva di fronte, con quegli occhi che andavano a scavarti dentro, con la sensibilità, l’educazione, il rispetto e l’intelligenza che solo pochi hanno. Lui coglieva l’essenza di chi aveva di fronte e queste qualità lo hanno reso quel grande uomo di cultura, di spettacolo e di televisione che tutti noi conosciamo. La ricerca dell’Io di chi aveva di fronte come cartina di tornasole per raccontare la società che ci circonda. Tanti ospiti mercoledì sera presenti in sala per assistere allo spettacolo, tra cui: Maria De Filippi, Paolo Bonolis, Mara Venier, Francesca Fagnani, Alberto Matano, Aurelio De Laurentiis, Pino Strabioli, Nunzia De Girolamo, Barbara Palombelli e Francesco Rutelli, Irene Ghergo, Rita Dalla Chiesa, Federico Ruffo, Umberto Broccoli, Simona Izzo e Ricky Tognazzi. “Io spero paradiso”, quando qualcuno ti dà fiducia fai di tutto per non deluderlo di Eleonora Dragotto La Repubblica, 27 maggio 2026 Un documentario racconta la storia dei tre pionieri del progetto per la produzione delle particole nel carcere di Opera. Ciro: “Ora cerco la semplicità, fatta di lavoro e famiglia”. “Un giorno ho iniziato a pregare Dio come se parlassi con un amico e gli ho chiesto di poter fare qualcosa per lui. Da quel momento ho dedicato ogni mio gesto alla persona a cui ho tolto la vita”. Cristiano ricorda così l’inizio di un percorso di cambiamento personale avvenuto all’interno del carcere di Milano-Opera, dove insieme ad altri due detenuti, Ciro e Giuseppe, condannati anche loro per omicidio, ha partecipato a un progetto di produzione artigianale di ostie destinate alle parrocchie. La loro esperienza è raccontata nel documentario “Io spero paradiso” (2023) di Daniele Pignatelli, proiettato nei giorni scorsi alla Fondazione Aem, in occasione dell’incontro “Pensare fuori. Riflessioni e prospettive oltre il carcere”. Per Cristiano, che nel 2025 è uscito con l’affidamento in prova dopo due anni in semilibertà e 15 di reclusione, poter frequentare il laboratorio è stato fondamentale. “Tra 1.400 detenuti, il direttore scelse proprio noi, ancora oggi non so perché”, riflette, gli occhi scuri e la barba brizzolata. “Quando qualcuno ripone fiducia in te in questo modo, dandoti una seconda possibilità, fai di tutto per non deluderlo. Questa esperienza mi ha cambiato tantissimo”. Ciro, Giuseppe e Cristiano, condannati i primi due all’ergastolo e il terzo a vent’anni, sono stati i primi partecipanti al progetto di creazione delle ostie, intitolato Il senso del pane e ideato da Arnoldo Mosca Mondadori nel 2016 per il Giubileo straordinario della misericordia. Grazie a questa attività, che oggi coinvolge alcune centinaia di persone, i tre hanno donato milioni di particole e si sono affacciati gradualmente all’esterno, parlando in videochiamata con fedeli di tutto il mondo che li ringraziavano e leggendo letterine di incoraggiamento scritte da alcuni bambini, per poi arrivare a incontrare Papa Francesco nel 2016. “Nei miei film, parto sempre da situazioni di disagio lavorando, però, finché si intravede uno spiraglio”, spiega il regista Pignatelli: “In questo caso, sono entrato in carcere senza sapere nulla, la bellezza è arrivata grazie ai detenuti”. All’incontro Pensare fuori, moderato da Giulia Strippoli, si è parlato anche di un laboratorio di economia circolare nel carcere di San Vittore e dei sempre più numerosi studenti ristretti accolti dall’Università Statale, concentrandosi sull’urgenza di garantire un percorso rieducativo alle persone detenute. “Crediamo molto e sosteniamo le attività che gli permettono di vedere un futuro, cosa difficile in carcere”, sottolinea Laura Colombo, segretaria generale di Aem (fondazione del gruppo A2A). Tutti e tre i protagonisti di Io spero paradiso sono tornati liberi. Giuseppe, però, è morto poco dopo per una malattia. “È una vita maledetta”, commenta Ciro, scarcerato lo scorso 17 aprile dopo 43 anni di carcere. Quando è entrato era soltanto un diciannovenne. Dopo una vita passata lontana dagli affetti più cari, non ha però abbandonato la speranza. “Vivo per mia figlia e lei si chiama proprio così, Speranza”, spiega, l’aria di un 60enne canuto e gioviale. Oggi porta la sua testimonianza nelle scuole: “I giovani di adesso hanno molto bisogno d’aiuto e il mio scopo è recuperarne il più alto numero possibile”. Il sogno di Cristiano, invece, è riuscire a costruirsi una vita normale: “Aspiro alla semplicità, fatta di lavoro e famiglia. Se un giorno avrò dei figli, come vorrei, gli insegnerò tutto l’opposto di quello che ho imparato io da bambino”. “Non li denuncio perché è più educativo così” di Giusi Fasano Corriere della Sera, 27 maggio 2026 Parla il professore aggredito dagli studenti a Parma. Il professore di Sistemi e Reti dell’Itis di Parma (63 anni, insegna dal 1985) è irremovibile. Non firmerà carte che facciano partire un procedimento giudiziario. Niente nome e “parlo con lei solo se mi garantisce che riporterà le mie parole esatte”. L’insegnante dopo il video virale: “In questura mi hanno quasi implorato di procedere, ma io non lo faccio per principio”. Tre studenti sospesi per 30 giorni. “Ho passato due ore in questura dove hanno cercato di convincermi a denunciare quei ragazzi. Mi hanno quasi implorato di farlo e li comprendo, perché loro hanno comunque lavorato al caso e quindi buttano via un paio di giorni di lavoro. Fanno il loro dovere ma io l’ho detto e lo ripeto: nessuna denuncia”. Perché no? “Perché non considero un’aggressione quella che si vede nel video e io non ho subito alcun danno. Piuttosto considero il mio non denunciare un intervento educativo. La querela di parte io per principio non la faccio perché è una cosa sbagliata. Uno Stato deve sapere quando agire, non deve delegare i cittadini. Dopodiché questi ragazzi hanno già verificato sulla propria pelle che se si comportano male c’è una reazione che non possono evitare. La mia reazione a questa storia è il massimo che come insegnante io possa fare, con ragazzi adolescenti in quelle condizioni, per non voltarmi dall’altra parte”. Se non è stata un’aggressione allora cos’è stata? “L’aggressione c’è fra due entità che non si conoscono quando una delle due non conosce la ragione per cui viene aggredito. In questo caso le due entità si conoscono e sanno esattamente qual è il motivo per cui questo confronto degenera in lite”. Quindi la sua definizione non è aggressione ma confronto degenerato in lite... “Esatto. Fra due insegnanti e alcuni ragazzi che io non conoscevo tutti”. Ha sentito il commento del ministro dell’Istruzione Valditara e del ministro della Difesa Crosetto? “Non sono andato a vederli tutti ma il mio ministro sì, l’ho sentito”. Il “suo” ministro dice in sostanza: basta con le aggressioni e il giustificazionismo. Lei non è d’accordo? “Io penso che le sue parole siano quelle di una persona incompetente”. Addirittura. Non sarà un giudizio troppo tranchant? “Le ricordo che questo signore si è permesso di dire che l’umiliazione dello studente è una pratica consigliabile che rafforza il carattere (in un intervento pubblico parlando delle violenze in classe disse che “l’umiliazione è un fattore fondamentale nella crescita e nella costruzione della personalità”, ndr). Chi si permette di dire una sciocchezza così grande secondo me sì, è una persona incompetente”. Con il suo dirigente ha parlato di questo caso? “Certo. È in questa scuola da sei anni, ci conosciamo bene. Credo che tema quello che io possa fare e dire, e siccome attorno a questa storia si è sollevato un polverone enorme ci siamo accordati per evitare di prendere iniziative non strettamente necessarie”. Ecco, torniamo al video e alla lite. Com’è andata? “Ci tengo a dire che io non sono stato nemmeno toccato, il mio collega (anche da lui nessuna denuncia, ndr) quando ha visto che si muovevano contro di me ne ha preso uno e lo ha tenuto a terra”. Com’è cominciata? “La mattina ho visto un ragazzo fuori dalla scuola che scagliava con un calcio una lattina contro un’auto e l’ho rimproverato”. È un suo studente? “No, ma ho poi scoperto che è della mia scuola”. Dopo il rimprovero? “Sono andato in classe e ho fatto lezione. Alle 15 uscivo da scuola con il mio collega e il ragazzo era lì con altri 5-6 che non conosco. Vedendolo gli ho chiesto: ha bisogno di altre spiegazioni? Mi riferivo all’episodio della lattina, ovviamente. Ha risposto che le spiegazioni me le avrebbe date lui con i suoi amici”. Questo comportamento come lo definisce? “È l’atteggiamento di un ragazzo con le idee confuse e anche poco intelligente, come può essere un adolescente di 16 anni”. E poi cos’è successo? “Io gli dico: faccia quello che vuole ma non qui davanti alla scuola. Lui e i suo amici urlano un po’, mi seguono, entriamo nel parco prospiciente la scuola, io tento di spiegargli le stesse cose che gli avevo già detto al mattino. Da lì in poi fa fede il video”. Fine vita, la destra prende altro tempo: approvazione a rischio di Michele Gambirasi Il Manifesto, 27 maggio 2026 Riaperto al 9 giugno il termine degli emendamenti. Pd: “Così si affossa la legge”. Le divisioni e l’attendismo della maggioranza rischiano di affossare il ddl sul fine vita. Ieri le commissioni Giustizia e Affari sociali di palazzo Madama, dove si sta svolgendo la discussione, hanno deciso di riaprire il termine per gli emendamenti al testo presentato dal centrodestra. Una richiesta che era venuta da Forza Italia, impegnata nella propria svolta “liberal” e in pressing sugli alleati. Ora ci sarà tempo fino al 9 giugno per proporre modifiche al testo della maggioranza. Un ulteriore rinvio dei tempi, dopo che due settimane fa la capigruppo del Senato aveva votato all’unanimità per portare la proposta di legge in aula il 3 giugno, martedì prossimo. In quella data si aprirà la discussione sulla proposta presentata dal senatore dem Alfredo Bazoli, per poi chiudersi immediatamente: il centrodestra è pronto a votare per riportare anche quel testo in commissione, così da prendere altro tempo senza bocciarlo e intervenire sul ddl a firma dei senatori di maggioranza Zanettin-Zullo. Ad ora quest’ultimo testo non prevede il coinvolgimento del Sistema sanitario nazionale, ed è il motivo per cui Fi ha spinto per modificarlo. Sono state calendarizzate anche due nuove audizioni, una del Cnr e una dell’Istituto superiore di sanità, per approfondire riguardo gli strumenti a disposizione per l’autosomministrazione del farmaco nei casi di persone non autosufficienti. “Non c’è nessuna volontà di perdere tempo, ma solo la pervicace e seria volontà di trovare, su una legge così importante, la maggior convergenza possibile”, ha detto ieri la capogruppo di Forza Italia Stefania Craxi. Nel merito degli emendamenti si è limitata al “ci stiamo lavorando”. La proposta degli azzurri, in ogni caso, dovrebbe limitarsi ad inserire l’ausilio del medico di medicina generale. Ma stanti le tempistiche, l’approvazione della legge entro la fine della legislatura è diventata sostanzialmente impossibile. Il testo infatti si trova al primo passaggio parlamentare, dopo andrà votato anche alla Camera, dove non sono da escludere nuove modifiche. Nella prospettiva più ottimistica si arriverà al primo Sì di Palazzo Madama, mentre il voto finale sarà materia del prossimo parlamento, una soluzione che sarebbe gradita anche nell’esecutivo. “Così la destra tradisce il parlamento e la Consulta”, ha attaccato ieri il capogruppo dem Francesco Boccia. In serata un nuovo pressing è partito dall’associazione Luca Coscioni, che ha scritto al presidente del Senato Ignazio La Russa chiedendo che venga calendarizzata la discussione della legge di iniziativa popolare “Eutanasia legale” “Basta giochetti”. Riparte lo scontro sul dossier fine vita di Francesca Spasiano Il Dubbio, 27 maggio 2026 Doveva essere il giorno dell’intesa, il patto possibile tra maggioranza e opposizioni sul dossier fine vita. E invece riecco le nubi, al Senato, che spingono la legge sul suicidio assistito verso la prossima legislatura. Ovvero verso l’ennesimo nulla di fatto, come sperano o temono i due fronti impegnati sul tema. Da una parte chi non ha mai avuto intenzione di portare al traguardo la norma, nel governo e nel centrodestra; dall’altra i partiti di minoranza, che ora liquidano le promesse della maggioranza come “giochetti” e parlano di “messinscena”. Chi resta nel mezzo è Forza Italia, che dopo la “svolta liberal” impressa da Arcore ha rimesso il dossier al centro del tavolo. E ieri ha incassato la riapertura del termine per gli emendamenti sul testo firmato dall’azzurro Pierantonio Zanettin e dal meloniano Ignazio Zullo. Ma al prezzo di sollevare un nuovo scontro nelle commissioni Giustizia e Affari sociali, dove il centrodestra ha deciso - tra le proteste delle opposizioni - di fissare anche due nuove audizioni con il Cnr e l’Istituto superiore di Sanità. A dettare le polemiche è soprattutto il calendario, dal momento che la data per depositare le modifiche è fissata al 9 giugno. Una settimana dopo l’ipotetico approdo del provvedimento in Aula a Palazzo Madama, previsto per il 3 giugno. Come aveva deciso la riunione dei capigruppo, che appena una settimana fa aveva raggiunto l’unanimità con la mediazione del presidente Ignazio La Russa. Da lì, i partiti si erano lasciati davanti a un bivio: andare al voto con il ddl firmato dal dem Alfredo Bazoli, che al momento è l’unico ad averne i titoli. Oppure trovare un nuovo accordo sul testo della maggioranza, sciogliendo il nodo relativo al Servizio sanitario nazionale. La truppa azzurra guidata da Stefania Craxi confidava nella trattativa e puntava alla convergenza con le opposizioni. Ma ora lo spazio per il negoziato sembra già chiuso. E ad anticipare la mossa è il relatore Zanettin, il quale spiega che il 3 giugno il centrodestra chiederà che “la pratica torni in commissione perché vogliamo proseguire con il testo” della maggioranza. Con gli emendamenti già annunciati da Forza Italia, che mira ad assicurare l’assistenza gratuita per i pazienti, ma senza forzare il blocco imposto da Fratelli d’Italia sulla sanità pubblica. In quest’ottica si inserirebbero anche le due nuove audizioni in programma, probabilmente la prossima settimana, che servirebbero “a capire - spiega Craxi - se esiste una macchina che possa consentire a chi è totalmente immobilizzato, le persone più fragili, di autosomministrarsi” i farmaci, come è successo nel caso di “Libera” in Toscana. Le intenzioni e gli sforzi degli azzurri sul dossier, insomma, restano invariati. Ma la via per raggiungere l’obiettivo si fa sempre più stretta. Anzi strettissima, a voler fare la conta dei venti che soffiano in direzione contraria. Nel week end il segnale era arrivato dal ministro per i rapporti con il Parlamento Luca Ciriani, le cui parole sembrano alludere all’idea (che prende quota nel governo e nel centrodestra) di rimandare il dossier alla prossima legislatura. Magari con un rinvio dietro l’altro, come contestano le opposizioni. Che accusano la maggioranza di “prendere tempo” a causa della difficoltà di trovare una “sintesi” all’interno del centrodestra. “La nostra posizione è chiarissima, e in linea con quanto deciso dai capigruppo all’unanimità. La settimana prossima è calendarizzata la discussione in aula della legge: quella sarà l’occasione, l’unica e l’ultima, per confrontarsi in modo limpido e libero sul fine vita e di votare un testo condiviso”, taglia corto Bazoli. Per il quale “qualunque decisione di rinviare in commissione il testo sarà invece la pietra tombale su ogni possibilità di approvare una legge in questa legislatura”. “Il 3 giugno si va in aula in ogni caso, perché c’è il testo Bazoli”, fa eco la vicepresidente dem del Senato Anna Rossomando. Parole dure arrivano dai senatori del M5S, per i quali “questa destra allergica ai diritti prende in giro il Parlamento e, cosa ancora più grave, dimentica che ci sono persone che soffrono e che chiedono di poter avere una morte dignitosa senza dover essere costrette a fare affidamento sulle sentenze dei tribunali o sulle singole iniziative regionali, peraltro prontamente ostacolate dal governo”. E sulla stessa linea c’è anche la senatrice di Italia Viva Annamaria Furlan, per la quale la mossa di ieri “è un atto molto grave di cui la maggioranza si prende la responsabilità”, oltre che “la negazione di una risposta a tante persone che hanno una sofferenza estrema e alle famiglie che sono completamente lasciate sole in una situazione difficilissima”. A replicare, per il centrodestra, è ancora Craxi. Che liquida le polemiche e assicura: “Non c’è nessuna volontà di perdere tempo, ma solo la pervicace e seria volontà, su una legge così importante, così sensibile, di dare una risposta agli italiani”. Migranti. Centri di accoglienza, Italia cieca davanti alle vittime di tortura di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 27 maggio 2026 Ventisei secondi. È il tempo teorico che un grande hotspot da 600 posti mette a disposizione, al giorno, per ciascuna persona ospitata, calcolato sulle ore settimanali dell’operatore sociale previste dallo Schema di capitolato del ministero dell’Interno. Non è il tempo per un colloquio o per una valutazione psicologica. È il tempo totale, comprensivo di burocrazia, emergenze, coordinamento. In questo numero c’è, condensata, la risposta alla domanda se l’Italia riesca davvero a intercettare i sopravvissuti alla tortura che arrivano nel suo sistema di accoglienza. Il rapporto “L’Italia e la riabilitazione delle vittime di tortura”, redatto dalla ReSst- Rete italiana per il supporto alle persone sopravvissute a tortura - in collaborazione con ActionAid, non lascia molto spazio all’ottimismo. L’Italia ha obblighi precisi che derivano dall’articolo 14 della Convenzione Onu contro la tortura: garantire alle vittime i mezzi per una riabilitazione “la più completa possibile”. Sul piano formale qualcosa esiste: linee guida ministeriali, vademecum, schemi di capitolato. Sul piano reale, il sistema non riesce a vedere chi ha subito torture, non riesce a costruire percorsi di cura e spesso non crea nemmeno le condizioni perché il trauma possa emergere. Applicando i dati medi della letteratura scientifica agli arrivi del 2025, circa 17.800 persone giunte in Italia avrebbero subito torture o gravi abusi durante il viaggio. Ma le evidenze cliniche parlano di cifre ben più alte: Medici per i diritti umani riferisce che oltre l’80% delle persone migranti assistite negli ultimi nove anni ha dichiarato di aver subito torture o violenze gravi nei paesi di origine o di transito. La Libia, da cui proviene l’88% degli arrivi nei primi mesi del 2025, è teatro di abusi diffusi e sistematici: torture prolungate, detenzioni arbitrarie, violenze sessuali, in un contesto di quasi totale impunità. La Tunisia, secondo Paese di transito, non presenta un quadro migliore. Il ministero della Salute nel 2017 ha adottato Linee guida specifiche per la riabilitazione delle vittime di tortura. Prevedono équipe multidisciplinari, percorsi specialistici, mediazione linguistica strutturata. Il problema è che le Linee guida sono un atto amministrativo di indirizzo e per produrre effetti concreti devono essere recepite dalle Regioni. Le Regioni che lo hanno fatto sono tre su venti: Lazio, Toscana e Piemonte. Solo il 24,3% degli operatori intervistati per il rapporto ritiene che le Linee guida vengano regolarmente applicate. Il 48,6% dice che sono applicate raramente. Il sistema che non ha tempo per ascoltare - La struttura portante dell’accoglienza italiana sono i Cas, i Centri di accoglienza straordinaria, nati per rispondere a emergenze temporanee e diventati nel tempo il circuito dominante. I Cas non offrono servizi specialistici e non sono strutturati per gestire situazioni complesse. Chi ha vulnerabilità gravi, incluse le vittime di tortura, dovrebbe transitare nel Sai, il Sistema di accoglienza e integrazione, più articolato. Ma il Sai ha un tasso di occupazione del 97,9%, con 4.725 domande di inserimento rimaste inevase tra il 2023 e novembre 2025. Persone con diritto a una protezione più adeguata lasciate fuori dal circuito. Nel frattempo, il nuovo Schema di capitolato del marzo 2024 ha eliminato la figura dello psicologo dal personale obbligatorio nei Cas, ricomprendendola nella categoria generica di “operatore sociale”. In molte strutture questo si traduce nell’assenza dello psicologo o in una presenza discontinua affidata a professionisti privi di specializzazione adeguata. Nelle strutture collettive da novecento posti il medico ha meno di trenta secondi al giorno per persona. Nei centri di primo approdo da seicento posti, che dovrebbero essere lo snodo principale per l’identificazione precoce delle vulnerabilità, la mediazione linguistica scende a circa un minuto per persona al giorno. Il rapporto traduce le dotazioni minime di personale dello Schema di capitolato in un indicatore semplice: i minuti teorici disponibili, al giorno, per ciascuna persona. Passando da strutture piccole a grandi, il tempo disponibile per il medico nei Cas collettivi si riduce fino al 93,8%. Questi non sono valori “subottimali”: sono soglie incompatibili con qualsiasi lavoro di ascolto strutturato. La tortura non si rivela con un segno fisico visibile. Emerge attraverso insonnia, somatizzazioni, crisi d’ansia, ritiro sociale, silenzi. Richiede colloqui ripetuti, fiducia, continuità, riservatezza. Nessuno di questi elementi è strutturalmente garantito. L’effetto è una sotto-rilevazione sistemica: le vulnerabilità complesse restano invisibili fino a un evento critico, spesso non interpretato correttamente perché mancano le competenze specifiche. E spesso lo psicologo non c’è proprio. Va aggiunta la questione dei fondi sanitari: lo Schema di capitolato prevede un massimo di 500 euro annui per posto contrattualizzato, pari a 1,37 euro al giorno, per prestazioni sanitarie aggiuntive. Una cifra che, in contesti dove la vulnerabilità emerge in modo non lineare, costruisce un disincentivo strutturale a erogare le prestazioni necessarie. Dentro i Cpr: si entra malati e si esce peggio - Nei Centri di permanenza per il rimpatrio la situazione è ancora più allarmante. Nel 2025 nei Cpr sono transitate 2.565 persone, circa il 43,5% del totale dei trattenuti, tra cui richiedenti asilo. È ragionevole ritenere che vi siano vittime di tortura. Il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 7839/2025, ha già annullato parzialmente lo Schema di capitolato per i Cpr per carenze nella tutela della salute e nella prevenzione del rischio suicidario. Il ministero ha aggiornato l’allegato relativo a queste strutture, ma il rapporto ReSst giudica le modifiche insufficienti: mancano protocolli clinici adeguati, raccordi reali con il Servizio sanitario nazionale, dispositivi di screening strutturati. Le visite condotte tra settembre e dicembre 2025 dal Tavolo asilo e immigrazione descrivono certificazioni mediche basate su moduli prestampati, visite sbrigative in assenza di mediazione culturale, forze dell’ordine presenti nella stanza durante la visita. Il Comitato europeo per la prevenzione della tortura, nel rapporto di fine 2024, aveva già rilevato le stesse criticità: certificati consistenti in brevi dichiarazioni di “adattabilità a un ambiente di sicurezza”, senza valutazione della salute mentale o dei segni di traumi. I rilievi del Garante nazionale dei detenuti coprono lo stesso territorio, nei sopralluoghi anno dopo anno, dal 2019 al 2025: assenza di protocolli per le categorie vulnerabili, mancanza di annotazioni su possibili segni di violenze, cooperazione tra prefetture e Asl rimasta “ovunque inattuata”. Quello che manca, alla radice, è una legge. L’Italia non ha mai adottato una norma primaria che garantisca in modo uniforme il diritto alla riabilitazione delle vittime di tortura. Quello che esiste è un insieme di atti amministrativi e piani progettuali finanziati con fondi europei di natura temporanea. Il risultato è una geografia del diritto: chi vive a Milano, Roma o Firenze può forse accedere a servizi decenti. Chi finisce in una regione che non ha recepito le Linee guida, in un grande Cas, o in un Cpr ha pochissime possibilità di essere riconosciuto come vittima di tortura. E senza riconoscimento, nessuna riabilitazione è possibile. Migranti. Poesie dell’invisibile nel Cpr, il migrante diventato reporter di Alessandro Leone Il Domani, 27 maggio 2026 Sunjay Gookooluk è riuscito a nascondere una penna per scrivere sugli imballaggi alimentari mentre era recluso nel centro di Ponte Galeria. Il suo diario è diventato un libro: “Sarà uno schiaffo a molti”. “Oggi sono a metà strada per esaudire i miei sogni: una possibilità di reinserimento e un lavoro socialmente utile”. Sunjay Gookooluk è seduto a un tavolino del bar dei Giardini di Viale Carlo Felice, a Roma, mentre prepara l’ennesima di una serie infinita di sigarette. È originario delle Mauritius, ha 57 anni ma si trova in Italia da quando ne aveva 20: “Ho vissuto qui gran parte della mia vita. Scrivo soprattutto in italiano”, dice. È stata proprio la scrittura a salvarlo dalla disperazione quando tra il 2014 e il 2015 è finito per due volte nell’allora Cie (Centro di identificazione ed espulsione), oggi Cpr, di Ponte Galeria. Grazie ad alcuni europarlamentari in visita aveva ricevuto una penna, strumento vietato perché considerato pericoloso, che di notte usava per tenere un diario sugli imballaggi alimentari. Un racconto prezioso, che dopo oltre 10 anni diventa un libro, Diario di un invisibile, edito da Sensibili alle Foglie, la prima testimonianza letteraria della detenzione amministrativa dall’interno. Il governo e i Cpr in Albania alla prova finale della Corte Ue La sua storia Gookooluk è l’ultimo dei dieci figli di un agricoltore di canna da zucchero, un’eredità a cui sembrava destinato ma che rifiutò per raggiungere sua sorella in Italia nel 1989, poco dopo la morte del padre. A Roma iniziò a lavorare in nero al mercato del Pigneto sostentandosi con le casse di verdura che smistava ogni giorno e cercando rifugio “in giro, alla Caritas, dalle suore, dove mi capitava”, afferma. In quegli anni ebbe anche due figli; poi iniziò la trafila delle carceri tra Frosinone, Santa Maria Capua Vetere ma soprattutto Rebibbia, dove la passione per la scrittura è esplosa. “Un alunno speciale”, lo definisce nel libro Maria Teresa Caccavale, che l’ha conosciuto da insegnante nel 2008, in piena reclusione. “Subito percepii la sua grande intelligenza e voglia di conoscere e arricchire il suo sapere”, dice. Da Rebibbia uscì con due diplomi, da operatore turistico e ragioniere, frequentò un corso da mosaicista, attivò quello di yoga ma soprattutto consumò le pagine dei testi della biblioteca. Tutto questo, però, non bastò a eliminare lo stigma della pericolosità sociale e a evitargli un destino ancora peggiore, quello del trattenimento in un Cpr. La prima reclusione inizia a novembre del 2014, quando è appena uscito dal carcere. Nel suo diario si presenta con il numero che gli è stato destinato, 8703, poi descrive gli ambienti e il decorso di una tipica giornata a Ponte Galeria: la somministrazione delle terapie, le lunghe passeggiate nel cortile, le partite nel campetto da calcio. In quel periodo assiste anche al passaggio di testimone tra il vecchio gestore, Auxilium, e il nuovo, Gepsa, che porta a un ulteriore peggioramento delle condizioni interne. “Mancano psicologi, educatori [...] mediatori culturali [...] anche le forze dell’ordine ci danno ragione”, racconta. I tagli scaturiti dalla gara al ribasso si riflettono sulla qualità del cibo, sulle lacune del personale, sulle condizioni igieniche e anche sulle salute di Gookooluk, che è diabetico e per ricevere il vitto prescritto dal medico è costretto ad attuare uno sciopero della fame e il rifiuto di tutte le medicine. La proposta di Fdi: “Stop alla visita medica preventiva per l’ingresso nei Cpr” Reporter dall’interno Quando finalmente a gennaio 2015 esce - il tempo di permanenza massimo era fissato a 90 giorni rispetto ai 18 mesi di adesso - il peggio sembra passato. Gookooluk è di fatto inespellibile perché non c’è una rappresentanza diplomatica delle Mauritius in Italia e ha presentato istanza di ricongiungimento familiare con la sorella, cittadina italiana. Ma qualche mese dopo, ad agosto, quella che sembra un’innocua convocazione in Questura si trasforma in un nuovo trasferimento a Ponte Galeria. Ci vorranno sessanta giorni prima che la seconda detenzione venga considerata illegittima, come poi ha stabilito anche la Cassazione. In quei momenti Gookooluk non ha più con lui una penna ma si trasforma in una sorta di reporter dall’interno. Aggiorna via messaggio le persone a lui vicine, che nel frattempo hanno creato la pagina Facebook Free Sunjay, uno scrittore nel Cie di Ponte Galeria, lanciato una petizione online e scritto una lettera al Presidente della Repubblica per sollecitare un suo intervento. “C’è un ragazzo tunisino che ha già avuto diverse crisi epilettiche [...] nonostante questo è tenuto nel Cie. Ieri sera l’ho trovato in bagno, stava per impiccarsi”, scrive. “Sono diabetico [...] ma continuano a darmi marmellata e pasta, che per me sono veleno”, aggiunge. Poi finalmente la definitiva liberazione: “Sto uscendo! La mia penna ha fatto danni!”. E un invito a chi l’ha seguito a festeggiare con lui. Dopo il Cpr Gookooluk si è preso cura di sua sorella invalida, prima che venisse a mancare a causa del covid. Ha continuato a scrivere e ha trovato rifugio proprio da chi l’aveva aiutato, a casa di Gianfranco Laccone e Annamaria Rivera, che portò la sua storia all’attenzione dell’opinione pubblica in un articolo sul Manifesto intitolato Un fantasma a Ponte Galeria. Ora la sta assistendo in un momento di fragilità: “[Sunjay] è stato in grado di riconciliarmi col mondo e di essere l’interlocutore intellettuale e affettivo di cui Annamaria aveva bisogno per riprendere il suo incerto cammino”, scrive Laccone nel libro. Gookooluk non ha dubbi: “Troverò il mio posto nella società”, dice. Nel frattempo è sicuro che “questo libro sarà uno schiaffo a molti”. Nelle celle di Israele neanche la violenza è uguale per tutti di Andrew Francisco* Il Manifesto, 27 maggio 2026 “Ogni fase ha le sue procedure e il suo personale: la macchina non è un singolo ministro. Gli uomini e le donne palestinesi i cui messaggi in arabo erano graffiati sulle pareti sono i bersagli, le persone per cui sono state costruite le gabbie e le catene”. Erano passate circa quarantasei ore dal nostro sequestro quando la donna mascherata con il megafono è comparsa sopra di noi, sulla passerella della nostra nave-prigione israeliana. A quel punto, più di qualche compagno era riuscito a sbirciare sotto uno dei nostri dormitori improvvisati e a intravedere una lunga striscia verde di terra. Per due giorni avevamo letto il sole come un presagio, cercando di capire se ci stessero portando verso l’Egitto, Cipro, la Grecia o Israele. Sud significava una forma di speranza. Nord un’altra. Est significava la cosa che nessuno di noi voleva dire troppo ad alta voce. Nelle ultime ore del viaggio, la nave si muoveva inequivocabilmente verso est. E tuttavia una parte di noi continuava a sperare che ci stessimo sbagliando. Poi la donna ha guardato giù dal suo trespolo e ha annunciato: “Buongiorno, e benvenuti in Israele”. È SEGUITA una conferma silenziosa. Le teste si sono abbassate. Gli occhi di alcuni si sono riempiti di lacrime. Sapevamo, o credevamo di sapere, dove ci stavano portando. Ma sentirlo annunciare dall’alto, con quel tono quasi allegro, ha reso il terrore ufficiale. Eravamo più di duecento, stipati dentro un rettangolo d’acciaio a cielo aperto. Sei container erano stati disposti in modo da creare un cortile-prigione sul ponte della nave. Il filo spinato lamato ne coronava la sommità. Una dozzina di bagni chimici riempiva lo spazio vuoto. Sopra di noi, soldati mascherati pattugliavano con fucili d’assalto. Due cannoni ad acqua restavano puntati su di noi. Da un container sotto il ponte di comando, i nostri carcerieri uscivano con caffè e snack, si sedevano su sedie di plastica a guardarci, fotografarci e ridere, come se fossimo animali in un serraglio. Attraverso il megafono, la donna mascherata ci ha detto che la nave avrebbe attraccato presto ad Ashdod. Saremmo stati portati via e sottoposti alle procedure dell’immigrazione. Ci ha esortati a collaborare. Non opponete resistenza. Non cantate. Non intonate “Free Palestine”. Obbedite agli ordini, ha detto, e non vi sarà fatto del male. Uno dei miei compagni, Marco, un attivista italiano di straordinario coraggio e lucidità morale, ha preteso che lei ci desse la sua parola. Non voleva soltanto un’istruzione. Voleva una garanzia. Lei gliel’ha data. Se avessimo obbedito, ha promesso, non saremmo stati feriti. Alcuni di noi volevano crederle. La nostra era la “migliore” delle due navi-prigione che trasportavano i 430 membri della nostra flottiglia verso un destino incerto. È una frase oscena, ma vera. Sulla nostra nave, persone erano state colpite e mutilate. Eravamo stati inzuppati di acqua fetida. I nostri vestiti caldi ci erano stati portati via. Eravamo stati costretti a dormire alle intemperie, ammassati dentro container sporchi sul ponte della nave, che si allagava quando il mezzo navale anfibio si immergeva oltre una certa profondità. Ci erano stati negati cibo, acqua, servizi igienici, cure mediche e riparo adeguati. MA RISPETTO ai compagni sull’altra imbarcazione, eravamo stati risparmiati. Non eravamo stati tutti picchiati, colpiti ripetutamente con il taser fino a perdere conoscenza, o costretti ad ascoltare ora dopo ora le grida di persone a cui erano già state spezzate costole e altre ossa. Questo era l’universo morale che Israele aveva creato: un luogo in cui essere colpiti, spogliati, congelati, affamati e rinchiusi poteva ancora contare come il destino “migliore”. Quando la donna mascherata ha promesso che l’obbedienza ci avrebbe protetti, alcuni di noi hanno creduto, o hanno voluto disperatamente credere, che esistesse ancora un limite. Non l’abbiamo mai più vista. Dopo che i marinai israeliani hanno ormeggiato la nave, siamo stati radunati dietro una linea di nastro adesivo sul ponte della nave. Davanti a noi sono comparsi uomini armati e corazzati, forse a due metri di distanza, con fucili d’assalto e fucili a pompa puntati verso i nostri volti. Io ero seduto a gambe incrociate vicino alla prima fila, con solo una o due file di persone tra me e questi uomini appena arrivati, ancora più militarizzati. Un soldato teneva in mano una pila di passaporti e ha cominciato a chiamare i nomi. All’inizio, il procedimento sembrava quasi ordinato. Veniva chiamato un nome. La persona si alzava, ritirava il passaporto e scompariva attraverso la porta aperta in uno dei container. Il primo nome chiamato è stato quello di una donna francese la cui coscia era stata squarciata due giorni prima. Abbiamo applaudito per lei. Abbiamo applaudito anche per gli altri, offrendo il più piccolo gesto pubblico di coraggio a persone che camminavano verso un ignoto che noi non potevamo vedere. I soldati sono diventati impazienti. Forse le persone si muovevano troppo lentamente. Forse gli applausi li irritavano. Forse non ci voleva nulla per farli scattare. Il soldato che teneva i passaporti ha interrotto la procedura e ha ordinato a tutti di uscire sul ponte della nave. MENTRE le persone uscivano dai container, ha indicato un uomo magro, bello, dalla pelle scura, apparentemente arabo, con una barba leggera e i capelli brizzolati. A differenza di quelli i cui nomi erano stati chiamati dai passaporti, lui non è stato scelto tramite un documento o una procedura. È stato scelto con un gesto. “Tu. Vieni qui”. Quando è arrivato a portata di mano, diversi soldati lo hanno afferrato, lo hanno spinto attraverso la porta aperta e lo hanno trascinato fuori dalla nostra vista. Subito dopo abbiamo sentito urla da gelare il sangue. Non erano solo grida di paura. Era il suono di una sofferenza animale, di quell’uomo brutalizzato oltre ciò che, dietro una lamiera sottile, potevamo ancora immaginare. Per un secondo, la folla non ha capito cosa stesse ascoltando. Poi la consapevolezza ci ha colpiti come una mazzata. “Tortura!”. “Basta!”. “Vergogna!”. Le persone hanno cominciato ad alzarsi. La protesta si era appena formata quando dalla linea dei soldati esplose verso la folla un colpo da fucile a pompa. Ero a circa un metro da Emir quando l’ho visto piegarsi all’indietro. Ho visto il suo volto deformarsi mentre cadeva nell’onda di corpi attorno a lui. Più tardi, dopo la nostra evacuazione in Turchia, ho visto la ferita nella sua gamba, grande come una moneta da due euro, lo stesso disegno che tanti compagni portavano addosso per i proiettili d’acciaio rivestiti di gomma e munizioni simili. Ma in quel momento, tutto ciò che sapevo era che un altro uomo dalla pelle scura era stato colpito da distanza ravvicinata. I SOLDATI si sono precipitati dentro la folla, hanno afferrato Emir e lo hanno trascinato via per i piedi. Urlava mentre lo tiravano attraverso la stessa porta aperta, la sua voce che svaniva in grida così acute da far sembrare che il pestaggio continuasse anche mentre lo portavano via dalla nave. In quell’istante è cambiato tutto. Non eravamo più soltanto prigionieri miserabili a cui venivano negati cibo, acqua, riparo, medicine, servizi igienici e sonno. Abbiamo capito che ciò che ci attendeva oltre quella soglia era terrore organizzato, immotivato, sadico. Qualunque regola avessimo immaginato esistesse ancora era sparita. La procedura è ripresa. Il soldato chiamava i nomi dai passaporti. Le persone si alzavano e avanzavano. Ma gli applausi erano diminuiti. La nostra solidarietà visibile si è ritirata in gesti più piccoli: uno sguardo, una mano su una spalla, una stretta fugace. Quando è stato chiamato il mio nome, ho cercato Abdessmad, un marocchino calvo, dalla barba folta, di cuore caldo, che viaggiava con passaporto francese. Ci eravamo conosciuti solo pochi giorni prima a Marmaris, quando eravamo stati assegnati alla stessa barca a vela, Josef. Parlava correntemente francese, tedesco e arabo, ma solo un po’ d’inglese. Io non parlo nessuna delle sue lingue. La prigionia aveva reso la lingua meno importante. Ci capivamo nel modo in cui ci si capisce quando l’unica vera conversazione è la sopravvivenza. Durante l’intercettazione di due giorni prima, Abdessmad era stato colpito due volte alla schiena come ritorsione per aver gettato i nostri cellulari in mare, così che i commando non potessero sequestrarli. Anche allora, era rimasto dolce e gentile. Mentre mi alzavo, gli ho toccato la spalla. Mi ha offerto il miglior sorriso spezzato, impaurito e incoraggiante che è riuscito a trovare. Presi il passaporto. Poi attraversai la porta. APPENA OLTRE, ci aspettavano decine di soldati mascherati. Mi hanno spinto la testa verso il basso. Mi hanno strattonato in avanti. Mi hanno forzato le mani dietro la schiena e le hanno sollevate in alto, mentre mi spingevano il collo e il viso verso il ponte d’acciaio della nave sotto di me. Il dolore è stato immediato e acuto. Avevo già deciso che non avrei urlato. Mi sono aggrappato a quella decisione con tutte le mie forze. Non sono rimasto a lungo in piedi. I soldati mi hanno stretto i polsi con fascette di plastica il più forte possibile e mi hanno trasportato in un modo che mi ha fatto pensare che gli arti potessero separarsi dal torso. Il dolore ha preso il sopravvento così completamente che il tempo è scomparso. Da qualche parte in quella nebbia, i miei carcerieri mi hanno portato giù dalla barca e dentro un piccolo spazio dalle pareti bianche, a terra, che più tardi avremmo battezzato “la tenda della tortura”. “Che cosa hai addosso?” mi ha urlato un soldato nell’orecchio. “Niente”, ho deglutito. “Non ho niente”. I colpi sono arrivati rapidamente: alla testa, alle braccia, alle gambe, al petto. Mi hanno lasciato cadere, rialzato, contorto, tirato. Non ero più una persona capace di muoversi. Ero una bambola di pezza nelle mani di uomini che sembravano provare piacere nel trovare nuovi modi per infliggere dolore. A un certo punto, due soldati mi hanno aperto le gambe con forza mentre un altro mi teneva sospeso in aria. Hanno tirato così forte che ho pensato che l’inguine mi si sarebbe strappato. Attraverso il dolore e la violazione, ho capito che quello doveva essere una specie di perquisizione. Poi è arrivato il colpo finale. Ha colpito il lato destro della gabbia toracica, più netto e più deliberato degli altri. Non posso dire se fosse un calcio o un pugno. Conosco soltanto la sensazione dell’osso che si spezza sotto la pelle, così chiara, secca e violenta che avrei giurato di averla sentita, come un ramo che si rompe sotto un piede. SONO SICURO che anche il soldato l’ha sentito, perché dopo quel colpo il pestaggio è cessato. Sono stato rimesso in piedi, stordito e appena cosciente per il dolore. Il soldato si è chinato vicino al mio orecchio e ha sussurrato, in inglese: “Welcome to Israel”. Da lì sono stato trascinato in una tenda molto più grande, dove decine di miei compagni erano già costretti nella posizione inginocchiata che il ministro israeliano della sicurezza Itamar Ben-Gvir avrebbe di lì a poco mostrato al mondo. Da qualche parte tra la nave e quella tenda, le mie fascette di plastica si erano spezzate. Durante il pestaggio avevo anche perso il passaporto. Ho detto, ansimando, qualcosa a proposito. In qualche modo, una volta a terra, mi è stato restituito. Ho detto: “Grazie”. Ancora non lo capisco. Non capisco perché, in quelle condizioni, dopo essere stato picchiato e spezzato dallo stesso apparato che ora mi rimetteva davanti il passaporto, in me sia sopravvissuto un riflesso di cortesia. Forse il dominio insegna al corpo a recitare gratitudine per la più piccola interruzione della crudeltà. O forse il mio passaporto rappresentava ancora qualcosa di cui avevo disperatamente bisogno per sopravvivere, qualcosa a cui nessuna brutalità poteva togliere del tutto significato. Nonostante quella confusione, ho capito presto il dono di quelle fascette spezzate. Le mie mani erano libere. Potevo sentire le dita. Potevo torcere la plastica deformata in modo che, a uno sguardo, sembrasse ancora legarmi. Potevo usare i gomiti per togliere un po’ di peso dalle ginocchia e dalla schiena. ATTORNO a me, altri non hanno avuto la stessa fortuna. Dopo qualche tempo, la mia fila è stata spinta a calci verso il lato sinistro della tenda, premuta contro un’altra linea di corpi. Le urla continuavano da ogni direzione, punteggiando il lamento da sirena dell’inno nazionale israeliano messo in ripetizione. Le donne urlavano in un registro diverso, il suono di una violazione più profonda. Non osavo sollevare la testa. Muovevo soltanto gli occhi e il collo quanto bastava per vedere la testa calva e la grande barba accanto a me. Era Abdessmad. Aveva le mani legate dietro la schiena con fascette di plastica. Poiché non poteva usare i gomiti, doveva sostenere il corpo con la fronte premuta contro il cemento ruvido e ghiaioso. Non sono riuscito a guardargli direttamente le mani, ma ho potuto intravedere abbastanza pelle di un viola scuro per capire cosa stesse succedendo. Il suo corpo era stato costretto in una posizione calcolata per produrre pura agonia. Pensavo di conoscere il dolore. Guardando lui, ho capito che era in un luogo ben oltre ciò che io avevo ancora sperimentato. Quest’uomo gentile, il mio compagno di barca, il mio amico, l’uomo a cui avevo toccato la spalla prima di attraversare la soglia, era piegato in una postura di tortura a pochi centimetri da me. E io non potevo fare nulla. Ho trascorso la mia vita professionale come difensore pubblico. Ho costruito la mia identità nello stare accanto alle persone in gabbia, alle persone brutalizzate dal potere statale, alle persone che il mondo ha deciso di non vedere. Questa vocazione è parte del motivo per cui mi sono trovato su una flottiglia, a bordo di qualche decina di barche malandate, in sfida all’assedio israeliano di Gaza. È PARTE del motivo per cui la Palestina conta per me. Ma lì, sdraiato accanto ad Abdessmad, incapace di liberargli le mani o alleviare il suo dolore, ho provato l’impotenza più completa che abbia mai conosciuto. Con il dono non meritato di una mano libera, ho spinto il suo passaporto verso il suo volto. “Alza la testa”, ho sussurrato. I nostri occhi si sono incontrati per un istante. “Andrew?” ha detto. “Per favore, Andrew, le mie mani”. “Come?” ho sussurrato. “Chiedi loro di aiutarmi con le mani”. Voleva che chiamassi le guardie. Aveva troppa paura per farlo da solo. Sapeva, come lo sapevo io, che l’attenzione di quegli uomini avrebbe portato più probabilmente dolore che sollievo. Ma il dolore alle mani era diventato così insopportabile che mi chiedeva di correre quel rischio. Non volevo parlare. Ogni istinto dentro di me pretendeva silenzio. Ma un’altra parte di me, la parte che avevo passato la vita a credere fosse il nucleo di ciò che sono, non poteva rifiutarglielo. Quando il paio successivo di anfibi è entrato nel mio campo visivo ristretto, ho costretto le parole a uscire. “Signore, per favore aiuti quest’uomo. Per favore, aiuti le sue mani”. Silenzio. Gli anfibi sono passati oltre. Ci ho riprovato, un po’ più forte. “Per favore aiuti le sue mani, signore. Per favore”. Niente. Ho aspettato un altro paio di anfibi. “Le sue mani”, ho detto ancora. “Per favore, aiuti le sue mani”. Questa volta ho ottenuto attenzione. Un colpo mi è arrivato sulla sommità della testa. “Le sue mani”, ho piagnucolato. “Aiuti le sue mani”. Poi Abdessmad ha urlato con tutto il fiato dei suoi polmoni torturati, un urlo fermo, acuto e ininterrotto. “Le sue mani!” ho gridato insieme a lui. “Qualcuno aiuti le sue mani!”. Di nuovo, nulla. “Mi dispiace”, alla fine ho ansimato trattenendo le lacrime. “Mi dispiace tanto di non poterti aiutare”. Siamo rimasti in quella tenda forse un’ora, forse di più. Alla fine Abdessmad è stato trascinato via. Le sue urla, a quel punto, erano diventate un gemito più debole. La mia scorta è venuta a prendermi: una piccola soldatessa, saltellante e ridacchiante di gioia davanti alla nostra miseria, pronta a guidarmi nella fase successiva del procedimento. QUELLA FRASE conta: la fase successiva del procedimento. Perché ciò che accadde dopo non fu disordine. Fu presa in carico. Fu burocrazia. La tenda della tortura, la tenda in cui ci costringevano in ginocchio, la tenda dove ci spogliavano e ci perquisivano, i tavoli dell’immigrazione, le udienze legali, il trasporto carcerario, le celle di detenzione, le visite consolari, i documenti di deportazione. Ogni fase aveva i suoi rituali e il suo personale. Alcuni erano apertamente sadici. Altri annoiati. Altri inscenavano la legalità sopra le urla, efficienti e vuoti. Ma la macchina non smetteva mai di muoversi. Qualche ora dopo, dopo le procedure dell’immigrazione ad Ashdod e prima degli orrori che ci attendevano nella prigione di Ktzi’ot, ho rivisto Abdessmad dentro un trasporto blindato affollato. Diciotto di noi erano stipati in una cella minuscola, con mani e gambe ormai serrate in pesanti ferri d’acciaio. La sua fronte era visibilmente scorticata a sangue. Mi ha riconosciuto subito. E poi ha sorriso. Nel suo inglese limitato, Abdessmad ha detto alle persone attorno a noi che io lo avevo aiutato. Mi ha quasi spezzato. Non avevo fatto quasi nulla. Gli avevo fatto scivolare un passaporto sotto la testa. Avevo implorato uomini che mi avevano picchiato di allentargli le mani. Avevo fallito. Eppure eccolo lì, ancora sofferente, a ringraziarmi per un gesto così piccolo da sembrare indegno della sua gratitudine. In quel momento ho capito, senza alcun dubbio, che lui avrebbe fatto lo stesso per me. Questa è la solidarietà: non uno slogan, non un coro, non una rappresentazione di coraggio, ma la decisione di restare responsabili gli uni degli altri anche quando la responsabilità è stata resa quasi impossibile. Abdessmad mi ha ricordato perché ero lì. Mi ha dato abbastanza forza per affrontare ciò che stava arrivando. DENTRO quel trasporto carcerario c’erano messaggi incisi sulle pareti, graffiati in arabo dalle persone che erano state in quella gabbia prima di noi. Non potevo leggerli. Ma sapevo cosa significavano. Non eravamo le prime persone trasportate in quel modo, e non eravamo le persone per cui quella macchina era stata costruita. Eravamo perlopiù volontari internazionali bianchi provenienti dai paesi del Nord, persone con credenziali solide e governi che, alla fine, potevano essere messi nell’imbarazzo di interessarsi. Eravamo passeggeri temporanei. Stavamo ricevendo una versione attenuata, protetta dai nostri passaporti, del trattamento riservato ai palestinesi. Le pareti conoscevano già le persone per cui quella macchina era stata costruita. Fu lì che la verità più grande si posò su di me. I nostri passaporti non ci avevano protetto dall’essere picchiati. Non ci avevano protetto dall’umiliazione sessuale, dalle ossa rotte, dal terrore o dal piacere sadico dei nostri carcerieri. Ma ci avevano protetto con la cosa che ai palestinesi è così spesso negata: una via d’uscita. È per questo che scrivo. Non perché ciò che è accaduto a noi sia eccezionale, ma perché è ordinario. I leader israeliani e i loro difensori hanno cercato di fare di Ben-Gvir il centro della storia. Ma Ben-Gvir non ha costruito la macchina che ci ha tenuti prigionieri. Non ha inventato le gabbie, le posizioni di stress, le perquisizioni in cui ci costringevano a spogliarci, l’umiliazione sessuale, le catene, i pestaggi, le udienze performative o la crudeltà burocratica che ci ha spinti da una fase alla successiva. Ha fatto ciò che fanno gli uomini come lui. L’ha celebrata. L’ha filmata. Ha trasformato la nostra sofferenza in spettacolo. Ma la macchina era già lì. Era lì prima che arrivassimo ad Ashdod, prima che la nostra flottiglia salpasse da Marmaris, prima che Ben-Gvir sovrastasse i nostri corpi legati e inginocchiati e ci schernisse per le sue telecamere. Ciò che abbiamo vissuto non era una deviazione dal sistema. Era il sistema, brevemente rivolto contro persone i cui passaporti rendevano la violenza più difficile da ignorare per i governi occidentali. PER SETTANTOTTO ORE, le forze israeliane ci hanno trattati con un livello di crudeltà che molti di noi non avrebbero mai immaginato di sperimentare personalmente. E tuttavia eravamo protetti. Non sembra vero nelle mie costole. Non sembra vero quando ricordo le mani di Abdessmad, il volto di Emir, le urla dietro la parete metallica, o i compagni le cui ferite dovrebbero coprire di vergogna ogni governo che continua ad armare e proteggere Israele. Ma è vero. Eravamo protetti perché i nostri governi conoscevano i nostri nomi, perché i giornalisti facevano domande, perché gli avvocati erano in attesa, perché i nostri passaporti restavano, per quanto imperfettamente, una pretesa sull’attenzione di stati che preferirebbero non vederci ma non possono fingere che non esistiamo. Gli uomini e le donne i cui messaggi in arabo erano graffiati sulle pareti di quel trasporto carcerario non erano passeggeri temporanei della macchina, diretti a visite consolari e voli di deportazione. Erano i bersagli designati della macchina, le persone per cui erano state costruite le gabbie, le catene, le posizioni di stress, gli interrogatori, le umiliazioni e le finzioni legali. Scrivo perché li ho sentiti. Non direttamente, non pienamente, non abbastanza. Ho sentito la loro eco in quel trasporto. Li ho visti sui muri della prigione. Li ho visti nei murales a Ktzi’ot, dove immagini di distruzione erano esposte come trofei, dove paesaggi urbani apparivano ridotti in macerie sotto didascalie in arabo che annunciavano “La nuova Gaza”. Li ho visti nella brutalità speciale diretta contro compagni arabi, musulmani, neri, di pelle bruna e asiatici. I governi occidentali non possono rispondere esprimendo preoccupazione, accettando le rassicurazioni di Israele e andando avanti. Non possono fingere che Ben-Gvir sia il problema mentre continuano ad armare, finanziare, giustificare e proteggere diplomaticamente l’apparato statale che lui contribuisce ad amministrare. Non possono condannare lo spettacolo preservando il sistema che ha reso possibile lo spettacolo. LA RICHIESTA non può essere soltanto che gli internazionali vengano trattati meglio la prossima volta. Il sistema carcerario israeliano deve essere aperto a ispezioni internazionali indipendenti. Le accuse di tortura, violenza sessuale, abusi razzializzati, negazione di cure mediche e morti in custodia devono essere indagate come crimini, non gestite come problemi di pubbliche relazioni. Devono essere accertate le responsabilità per la tortura degli attivisti della flottiglia. Ma se la responsabilità si ferma a noi, riprodurrà la stessa gerarchia che ha permesso a questo sistema di prosperare. La nostra sofferenza conta perché ogni sofferenza conta. Non conta di più perché siamo occidentali, internazionali o perché abbiamo passaporti potenti. La richiesta centrale deve restare la liberazione palestinese: la fine dell’assedio di Gaza, la libertà per i prigionieri palestinesi e la fine dell’architettura carceraria di dominio sulla vita palestinese. Pensavamo che i nostri passaporti ci avrebbero protetto. Non ci sbagliavamo. Ci hanno protetto. Ci hanno protetti dalla permanenza. Ci hanno protetti dalla sparizione. Ci hanno protetti dall’essere inghiottiti interi. I palestinesi meritano più di un testimone che è passato per un breve tratto attraverso la macchina ed è sopravvissuto per descriverla in prima persona. Meritano di essere liberi. *Andrew Francisco, cittadino statunitense, è stato catturato dalla marina israeliana il 18 maggio scorso insieme a oltre 430 attivisti della Global Sumud Flotilla Italiani della Sumud detenuti in Libia. Tajani si augura che li liberino di Rita Rapisardi Il Dubbio, 27 maggio 2026 Il convoglio di terra della missione bloccato a Sirte dagli uomini del generale Haftar. La Farnesina non dà notizie alle famiglie e si “affida” ai giudici libici. Come fu un anno fa, con la marcia su Gaza in Egitto e il convoglio via terra di giugno, la missione via terra della Global Sumud si ferma di nuovo in Libia, sempre a Sirte. Due giorni fa, dopo dieci dall’avvio della missione, il gruppo composto da 200 persone e tonnellate di aiuti umanitari è stato attaccato con forza e sgomberato. Militari riconducibili alle forze di sicurezza della Libia occidentale, hanno attaccato le tende: le persone sono state picchiate e trascinate di peso sugli autobus, alcune percosse fino a perdere i sensi. Gli attivisti sono stati scortati fino a Misurata, poi in viaggio tutta la notte fino a Tripoli. “Sono arrivate forze militari importanti, a viso coperto, armate, numerose camionette - racconta Marco Costantini dalla Libia - C’è stata una escalation, noi siamo stati pacifici, ci siamo rifugiati dentro una moschea, soprattutto le donne, poi hanno iniziando in modo violento a portarci fuori, nonostante avessimo il visto e i permessi per stare in Libia ovest”. Questa mattina sette italiani sono rientrati a Fiumicino, altri quattro erano tornati nei giorni prima. Diverso è invece il destino della delegazione di dieci persone, di cui due italiani (Domenico Centrone e Leonarda Dina Alberizia) che sempre a Sirte due giorni fa si era diretta al checkpoint per intavolare una trattativa dopo giorni di nulla e nonostante dalla Sumud fossero partiti diversi tentativi, prima via lettera e con due incontri. Gli attivisti provenienti da Spagna, Argentina, Stati uniti, Polonia, Portogallo, Uruguay e Tunisia, sono stati trattenuti da una forza di sicurezza affiliata alle Laaf del generale Khalifa Haftar (le Forze Armate Arabe della Libia). Al momento sono detenuti dalle autorità dell’est della Libia, probabilmente si trovano a Bengasi, ma non si sa con esattezza dove: “Sappiamo per certo poche cose, Domenico e Dina non hanno ancora visto il console, nonostante quest’ultimo abbia fatto richiesta - spiega al manifesto Maria Elena Delia della Global Sumud Flotilla Italia - Non sappiamo dove si trovino, probabilmente in detenzione. Si ipotizza che debbano comparire davanti a un giudice vista l’accusa di clandestinità. Neanche la Farnesina ha comunicazioni ufficiali”. “Mi auguro che il giudice decida di farli ritornare in Italia”, ha affermato il ministro degli esteri, Antonio Tajani, auspicando che tornino a casa “il prima possibile”, senza però dar certezza neppure ai parenti degli italiani su cosa c’è da aspettarsi. Dal ministero degli affari esteri del governo libico invece giungono le accuse: il convoglio sarebbe entrato illegalmente sul territorio, senza i permessi per la circolazione attraverso i porti e le rotte all’interno dello Stato libico. Le autorità libiche della regione orientale, controllata da Haftar, fanno anche sapere che il gruppo dei dieci attivisti è stato preso in carico dalle autorità competenti nel rispetto della sovranità nazionale e che i trattenuti ricevono assistenza sanitaria e umanitaria, precisando che l’attraversamento del valico spetta solo a cittadini libici ed egiziani. Nonostante lo stop della missione l’idea è di tentare di far arrivare gli aiuti (ora a Misurata) a Gaza attraverso la Mezzaluna Rossa e l’Egitto, nonostante il paese da tempo blocchi e limiti questa possibilità. La Sumud, partita dalla Mauritania, ha portato in Libia sette ambulanze, dieci camion di aiuti, venti case automobili, forniture mediche e umanitarie. Insieme a specialisti a supporto dei primi interventi di ricostruzione a Gaza.