“Punire i giovani?”: dal Due Palazzi di Padova un’alternativa alla cultura repressiva di Luca Cereda Famiglia Cristiana, 26 maggio 2026 Educatori, magistrati, detenuti e volontari a confronto nel carcere di Padova: “La sola repressione non salva gli adolescenti”. Dentro il carcere Due Palazzi di Padova, venerdì 22 maggio, non si è discusso soltanto di devianza minorile o di sicurezza. Si è parlato soprattutto di futuro. E della domanda più scomoda che oggi attraversa la politica, i tribunali, le scuole e le famiglie italiane: che cosa significa davvero punire un ragazzo? La Giornata nazionale di studi organizzata dalla redazione di Ristretti Orizzonti ha scelto un titolo volutamente provocatorio - “Punire i giovani?” - per mettere al centro il rischio di una società sempre più tentata dalla risposta punitiva, anche verso gli adolescenti. Una riflessione maturata mentre il dibattito pubblico si irrigidisce attorno ai fenomeni delle baby gang, dei cosiddetti “maranza”, della violenza giovanile e della dispersione scolastica. Nel pieno degli effetti del decreto Caivano, che ha introdotto una stretta sulla criminalità minorile e ampliato il ricorso alla custodia cautelare per i minori, il convegno padovano ha cercato di spostare lo sguardo: dalla paura all’ascolto, dalla pena alla responsabilità educativa. Circa 500 persone provenienti da tutta Italia - magistrati, operatori penitenziari, insegnanti, educatori, avvocati, studenti, volontari e rappresentanti del Terzo settore - hanno riempito gli spazi della Casa di reclusione diretta da Maria Gabriella Lusi. Presenti anche il vicecapo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria Massimo Parisi e decine di detenuti con le loro famiglie. Ma il cuore della giornata sono state soprattutto le testimonianze dei “ragazzi dentro”. Racconti di violenza assistita in famiglia, dipendenze, abbandono scolastico, rabbia, solitudine. Storie che, come ha spiegato Ornella Favero, direttrice di Ristretti Orizzonti, non nascono dall’improvvisazione ma da un lungo lavoro quotidiano di confronto e autocoscienza all’interno della redazione del giornale dal carcere. Tra gli interventi più intensi quello di Raoul, giovane ergastolano, che ha ripercorso la propria infanzia segnata dalle violenze domestiche finite in tragedia. E quello di don Claudio Burgio, cappellano del carcere minorile Beccaria di Milano e fondatore di Kayrós, che da anni ripete una frase diventata quasi un manifesto pedagogico: “Non esistono ragazzi cattivi”. Un messaggio che si colloca in netto contrasto con il clima politico degli ultimi anni. Il decreto Caivano, varato dopo i fatti di cronaca nell’hinterland napoletano, ha rappresentato infatti una svolta repressiva nel sistema penale minorile: più ingressi negli istituti penali per minorenni, più possibilità di custodia cautelare, un avvicinamento della giustizia minorile ai meccanismi del carcere adulto. Secondo i dati citati durante il dibattito e ripresi anche dalle associazioni che monitorano il sistema penitenziario, i minori detenuti sono cresciuti sensibilmente dopo l’entrata in vigore del provvedimento. Eppure proprio dal carcere di Padova arriva una controproposta culturale che punta sulla relazione educativa. Da quasi trent’anni il Due Palazzi costruisce percorsi che intrecciano scuola, teatro, università, scrittura giornalistica, mediazione e confronto tra vittime e autori di reato. Non è un caso che molti degli ospiti della giornata abbiano insistito sulla necessità di leggere il disagio giovanile prima che esploda nella violenza. Matteo Lancini ha parlato della solitudine adolescenziale e della demonizzazione della rete; Leopoldo Grosso dei consumi e delle nuove dipendenze; Gabriel Seroussi del fenomeno “maranza” come specchio delle paure sociali; Francesco Pompei dell’ADHD spesso non diagnosticato tra i giovani detenuti. Al centro, continuamente, una domanda: quanto pesa l’ambiente in cui cresce un ragazzo? E quanto la società adulta contribuisce a produrre marginalità e rabbia? La forza dell’esperienza di Ristretti Orizzonti sta forse proprio qui: nel tentativo di tenere insieme responsabilità personale e responsabilità collettiva. Nessuna assoluzione dei reati, ma nemmeno la scorciatoia della semplice punizione. Una linea difficile, controcorrente, che però a Padova viene praticata ogni giorno attraverso il dialogo e il lavoro condiviso tra istituzione penitenziaria e volontariato. I risultati, in molti casi, sono concreti. La redazione del giornale coinvolge detenuti in percorsi di formazione culturale e professionale; il polo universitario del Due Palazzi è diventato uno dei modelli più avanzati in Italia; i progetti trattamentali e le attività educative vengono considerati strumenti fondamentali per ridurre la recidiva e ricostruire legami sociali. In un Paese attraversato dalla richiesta di pene sempre più severe, il messaggio uscito dal Due Palazzi appare quasi radicale: senza ascolto, senza educazione e senza relazioni, il carcere rischia di trasformarsi soltanto in una fabbrica di rancore. “Non identificate la persona con il reato che ha commesso” di Flavio Centamore Il Mattino di Padova, 26 maggio 2026 “Non si può identificare una persona solo con il reato che ha commesso”. Dal carcere Due Palazzi, le parole di Francesco, detenuto coinvolto nel progetto scuola-carcere di Ristretti Orizzonti, hanno segnato uno dei momenti più intensi della giornata nazionale di studi “Punire i giovani”, svoltasi ieri davanti a studenti, operatori, educatori e detenuti. Un intervento diretto, nato dall’esperienza personale: “Ero legato al denaro e quella strada mi ha portato in un’unica direzione, l’ufficio matricola del carcere” racconta. Ma soprattutto dalla convinzione che dietro ogni errore esistano storie, ferite e contesti difficili che non possono essere cancellati da un’etichetta. Presenti tanti studenti che, durante l’anno, hanno partecipato al progetto scuola-carcere. Anita, studentessa del Pertini, ha raccontato come l’ingresso in carcere abbia cambiato il suo modo di guardare la realtà. “Non è stato solo attraversare una soglia fisica fatta di controlli e regole”, ha spiegato, “ma superare un limite mentale”. Prima di quell’esperienza, ha ammesso, anche lei portava con sé pregiudizi e immagini predeterminate. Poi l’incontro con le testimonianze dei detenuti, le domande, il confronto diretto. Altrettanto significativo il dialogo con Jorge, anch’egli detenuto, che ha chiesto agli studenti se dopo quell’esperienza avessero cambiato idea sul carcere e sulle persone detenute. Testimonianze al centro della giornata curata da Ornella Favero di Ristretti Orizzonti e che ha visto il dibattito incentrato su due domande fondamentali: come stanno guardando gli adulti alle nuove generazioni? E cosa significa davvero punire un giovane? Sul palco si sono alternati studiosi, magistrati, psicologi ed educator come don Claudio Burgio, fondatore della comunità Kayròs e cappellano del carcere minorile Beccaria di Milano, Matteo Lancini che ha parlato del rischio di criminalizzare un’intera generazione incapace di trovare spazi di ascolto, mentre Paola Brunese, presidente del Tribunale per i minorenni di Napoli, ha ribadito la sua contrarietà all’inasprimento delle pene per i minori, definendo il ragazzo autore di reato “la spia di una famiglia che chiede aiuto”. Il carcere non è un luogo dove fare crescere i bambini di Barbara Poggio* Corriere del Trentino, 26 maggio 2026 Ventisei bambini in carcere insieme alle loro madri. Un anno prima erano undici. Nel mezzo, un decreto sicurezza che ha trasformato da obbligatorio a facoltativo il rinvio della pena per le donne incinte o con figli sotto l’anno di età. Ventisei bambini che non hanno alcuna colpa, ma iniziano la loro vita dentro un carcere. Il titolo scelto da Antigone per il suo XXII Rapporto sulle condizioni di detenzione in Italia è “Tutto chiuso”. Chiuso alle persone, al mondo esterno, alle domande scomode. Secondo il rapporto, nelle carceri italiane sono oggi detenute 64.436 persone, a fronte di 46.318 posti realmente disponibili: un tasso di sovraffollamento del 139,1%. Settantatré istituti superano il 150%, otto arrivano oltre il 200%. Mentre i reati calano, aumentano le pene: dall’inizio di questa legislatura oltre 55 nuovi reati, più di 60 aggravanti, 65 aumenti di pena. Il carcere non risponde a un’emergenza criminale. Risponde a una scelta: usare la pena come principale linguaggio della sicurezza, chiudere invece di interrogare le cause sociali della violenza e della marginalità. Una scelta che ricade su persone, storie e bisogni diversi. In un sistema quasi interamente maschile, le donne sono appena il 4,4% della popolazione detenuta, circa 2.800 persone, essere una minoranza significa spesso abitare spazi residuali. Dopo la chiusura del carcere di Pozzuoli restano oggi solo tre istituti interamente femminili. Le altre donne sono collocate in sezioni interne a carceri maschili, con minori opportunità di attività e relazioni con l’esterno. Ed è lì che vivono quei ventisei bambini: presenze non previste da un sistema pensato intorno ad altri corpi, altri bisogni, altre storie. Questi dati sollevano anche un’altra domanda. Se quasi tutte le persone recluse sono uomini, dovremmo chiederci quali idee di maschilità accompagnino le traiettorie che conducono alla detenzione: l’idea che la forza coincida con il dominio, che il rischio sia una prova di valore, che la vulnerabilità vada negata, che il controllo sugli altri sia una forma di potere. Non è una questione di biologia, ma di modelli sociali, educativi, relazionali che raramente entrano nel dibattito su sicurezza e prevenzione. Se quelle traiettorie si costruiscono anche prima del reato, una pena ridotta a chiusura e mortificazione arriva troppo tardi e fa troppo poco: contiene, ma non costruisce sicurezza né possibilità di cambiamento. Secondo l’articolo 27 della Costituzione, le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione. Un carcere ridotto a contenimento non rieduca nessuno: non gli uomini che ci sono dentro, né le poche donne. E certamente non è il luogo in cui ventisei bambini dovrebbero iniziare la propria vita. *Prorettrice alle politiche di equità e diversità Università di Trento Divorzio FI-FdI sulla giustizia: “I meloniani dicono no a tutto” di Errico Novi Il Dubbio, 26 maggio 2026 Tensione fra il partito della premier e gli azzurri, che lamentano la chiusura non solo sulla responsabilità civile delle toghe, ma anche su prescrizione, sequestro degli smartphone e gip collegiale. Possiamo parlare di muro contro muro? Sì, ne possiamo parlare. Nel centrodestra la giustizia è diventata materia divisiva, indi impraticabile. Almeno in questo scorcio finale di legislatura. I poli contrapposti sono Forza Italia e Fratelli d’Italia, con la Lega in una posizione intermedia che però, un po’ a sorpresa, inizia a tendere più verso la sponda azzurra. In pratica, FI e FdI non sono d’accordo su nulla. Certo non sulla proposta avanzata dal presidente dei deputati forzisti Enrico Costa, che ha sollecitato una ripresa del programma garantista e vi ha annoverato anche la responsabilità civile dei magistrati. Fratelli d’Italia, che ha affidato una replica misurata al neosottosegretario Alberto Balboni, non è disponibile ad affrontare il dossier ora, a differenza della leghista Giulia Bongiorno. Il partito della premier è scottato dal referendum. Non vuol sentir parlare di riforme garantiste a ridosso delle elezioni. Ha una posizione scettica anzi, contraria, su tutti i provvedimenti in sospeso. Ad esempio, sulla prescrizione i meloniani sono convinti sia meglio lasciar perdere, nonostante la riforma riporti le lancette al 2019, quando era in vigore la legge non di uno sfrenato innocentista ma dell’ex guardasigilli dem Andrea Orlando. Niente da fare nonostante il provvedimento che cancella l’improcedibilità - cioè la prescrizione della fase processuale introdotta dal governo Draghi nel 2021 - sia stato già approvato in prima lettura alla Camera nell’ormai remoto gennaio 2024. Bongiorno, che presiede la commissione Giustizia di Palazzo Madama, ha chiesto lumi ai gruppi di centrodestra, ha preso atto del prevalente scetticismo nel partito di maggioranza relativa ma ha cercato di guadagnare tempo con il via alle audizioni (su un testo in teoria immodificabile, si tratta quindi di un mero esercizio di fiduciosa attesa). Possibilità di approvazione definitiva entro la legislatura: pressoché inesistenti, per la posizione sfavorevole di FdI, appunto. Si potrebbe andare avanti per tutte le altre materie “pendenti”, a cominciare dalla legge sul sequestro degli smartphone, per la quale si è mobilitata ItaliaStatodiDiritto, l’associazione presieduta dall’avvocato Guido Camera, che ha scritto a Carlo Nordio e ai vertici del Parlamento. Idem dicasi per la responsabilità civile. C’era uno spiraglio, in cui il guardasigilli credeva molto, sulla riforma del gip collegiale: rischia di chiudersi anche quello: FdI è perplessa sul correttivo - ipotizzato dal ministro e dal suo vice forzista Francesco Paolo Sisto a partire da un’ipotesi formulata da Costa - per cui a decidere sulle richieste di “carcerazione preventiva” sarebbe sempre il Tribunale capoluogo del distretto giudiziario, anche quando a chiedere la misura cautelare è la Procura di una delle sedi minori del distretto stesso. Niente da fare: FdI diffida di un’opzione che, secondo i vertici Giustizia del partito, confliggerebbe col principio del giudice naturale. Ma non è entusiasta neppure della versione originaria della riforma, quanto meno non in una sua adozione a stretto giro, per via delle obiezioni avanzate dall’Anm. Insomma: non si esagera a parlare di stallo assoluto. Ma c’è un elemento nuovo: mercoledì 3 giugno, di tutto questo si parlerà a via Arenula, in un vertice col guardasigilli a cui interverranno tutte le prime linee del centrodestra sul fronte giustizia. E lì rischia di consumarsi uno strappo irriducibile, perché FI non sembra intenzionata ad accettare la stasi totale da qui alla primavera 2027, quando si voterà per le Politiche. FI potrebbe chiedere di calendarizzare i provvedimenti anche in assenza di un accordo di coalizione e, al momento del voto, accettare di trovarsi in minoranza, cioè votare comunque sì e lasciare i meloniani a opporsi con il centrosinistra. Si certificherebbe formalmente la rottura sulla giustizia. E non è escluso che il Carroccio confermi di essere favorevole all’attivismo degli azzurri. Non una situazione entusiasmante, anche dal punto di vista della coesione da esibire all’elettorato in vista delle Politiche. Ma è anche il sintomo di un fatto ormai conclamato: Forza Italia non intende rinunciare alle proprie battaglie storiche solo perché il referendum sulla separazione delle carriere è andato male. Anzi: i berlusconiani sono convinti nel difendere le loro posizioni sulla giustizia anche a costo che emerga la frattura con gli alleati. Costi quel che costi. È chiara la linea concordata da Antonio Tajani con Marina e Piersilvio Berlusconi, che hanno voluto due garantisti doc come Costa e Stefania Craxi alla presidenza dei gruppi parlamentari: la parola d’ordine è andare avanti senza lasciarsi scoraggiare dalle esitazioni di FdI e, eventualmente, della Lega. Accettare il rischio di una navigazione politica in solitudine nella prossima legislatura, quando il centrodestra potrebbe non avere la maggioranza, trovarsi all’opposizione di un Campo largo vittorioso o, scenario che ai vertici di FI non procura angosce, in una nuova maggioranza ibrida alla Draghi. Troppo presto per descrivere scenari così turbolenti? Può darsi. Ma intanto per mercoledì è atteso il verdetto della capigruppo, a cui sempre i deputatati di FI capitanati da Costa hanno chiesto di calendarizzare la legge sugli smartphone. Magari verrà fuori un via libera. Solo che Fratelli d’Italia è disponibile ad approvare il testo in seconda lettura alla Camera a condizione di emendarlo e obbligarlo a un terzo giro in Senato. I correttivi proposti dalla meloniana al vertice della Bicamerale Antimafia, Chiara Colosimo, escludono il controllo del giudice (sulle richieste dei pm di sequestrare i dispositivi degli indagati) per i reati di criminalità organizzata. Vorrebbe dire che, in un caso di corruzione, a una Procura sarà sufficiente ipotizzare inizialmente anche un concorso in associazione mafiosa, per acquisire qualsiasi chat delle persone accusate. FI non ci sta. La considera una destrutturazione di una legge già approvata in uno dei due rami del Parlamento. Ed è lì, sul farwest delle chat in mano ai pm, che le distanze rischiano di tradursi in rottura completa. Garantismo: dove eravamo rimasti? di Giovanni M. Jacobazzi Il Riformista, 26 maggio 2026 Forza Italia rilancia la responsabilità civile dei magistrati Costa: “Basta zone franche. Ora una riforma, senza indugi”. “Le toghe non pagano mai”. A dirlo è Enrico Costa, capogruppo di Forza Italia alla Camera, che l’altro giorno ha annunciato una proposta di legge sulla responsabilità civile dei magistrati. Presidente, il risultato del referendum sulla giustizia non ha dunque fermato il tavolo delle riforme? “Assolutamente no. Il risultato referendario è stato deludente, inutile negarlo. Ma sarebbe un errore enorme pensare che quei temi siano morti. Anzi: i problemi evidenziati da quei quesiti restano tutti sul tavolo, irrisolti. Gli italiani continuano a percepire una giustizia lenta, opaca e troppo spesso distante dai cittadini”. C’è ancora tempo, in questo scorcio di legislatura, per portare a casa qualche risultato? “Il tempo c’è, a patto di smetterla con gli indugi. Servono riforme immediate e concrete, capaci di restituire efficienza alla giustizia e rafforzare le garanzie costituzionali dei cittadini”. La responsabilità civile dei magistrati? “Dal 2010 a oggi sono state avviate 815 cause contro lo Stato per errori giudiziari. In 14 anni le condanne sono state appena 12: l’1,4% delle cause iscritte. Una percentuale che dimostra chiaramente quanto la legge attuale non funzioni”. I magistrati sostengono che un eccesso di responsabilità potrebbe condizionare la loro libertà di giudizio... “È un argomento che sentiamo da decenni. Ma allora perché un medico che sbaglia una diagnosi risponde dei propri errori? Perché un ingegnere che commette un errore paga? Perché un sindaco che firma una delibera illegittima rischia conseguenze? Solo i magistrati dovrebbero vivere in una sorta di immunità permanente?”. Secondo lei qual è il vero nodo della legge? “La clausola che esclude la responsabilità per l’attività di interpretazione delle norme e per la valutazione dei fatti e delle prove. Ma il cuore del lavoro del magistrato è esattamente questo. Se proprio lì avviene un errore devastante per la vita di un cittadino, perché nessuno dovrebbe risponderne? È una norma che svuota completamente il principio di responsabilità”. Quali saranno i prossimi passi? “Stiamo lavorando a una proposta seria e ci confronteremo nella maggioranza. Ma attenzione: qui non si tratta di vendette contro le toghe. Si tratta di ristabilire un principio basilare di uno Stato democratico: chi sbaglia paga”. Lei ha parlato anche di abuso della custodia cautelare. Ritiene che in Italia si finisca troppo facilmente in carcere prima della condanna? “Assolutamente sì. Troppe persone subiscono la custodia cautelare e poi vengono assolte. Troppe vite vengono rovinate da processi mediatici e detenzioni preventive finite nel nulla. Le ingiuste detenzioni continuano a costare milioni allo Stato e drammi umani ai cittadini”. Per l’Associazione nazionale magistrati si tratta di critiche che mettono in discussione la loro autonomia e indipendenza... “Io sto dalla parte dell’equilibrio tra i poteri dello Stato. Ma vedo un problema: ogni volta che si discutono errori o decisioni discutibili della magistratura, viene agitato lo scudo dell’autonomia e dell’indipendenza. È diventata quasi una formula magica per sottrarsi a qualsiasi valutazione critica”. Per le toghe esiste una sorta di “zona franca”? “Le valutazioni di professionalità sono positive oltre il 98% dei casi. La responsabilità disciplinare produce di rado effetti significativi. Quella civile è sostanzialmente inesistente”. In definitiva, qual è oggi la priorità assoluta sulla giustizia? “Restituire fiducia ai cittadini. E la fiducia si recupera soltanto con una giustizia efficiente, veloce, trasparente e responsabile. I cittadini devono sapere che esistono regole uguali per tutti. Anche per chi giudica”. Mirabelli avverte sulla responsabilità civile: “Tuteli l’indipendenza dei magistrati” Il Dubbio, 26 maggio 2026 L’ex presidente della Consulta invita a evitare riforme reattive: “Sì a colpire errori macroscopici, no a incidere sul giudizio”. La responsabilità civile dei magistrati può essere oggetto di un nuovo intervento normativo, ma solo a una condizione: non trasformarsi in uno strumento capace di condizionare l’indipendenza del giudice. È questo il punto centrale indicato da Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte costituzionale e già vicepresidente del Csm, commentando con Adnkronos l’annuncio di Enrico Costa, capogruppo di Forza Italia alla Camera, su una proposta di legge destinata a essere discussa con il ministro della Giustizia Carlo Nordio e con le forze di maggioranza. Per Mirabelli, il tema va affrontato con equilibrio, tenendo insieme due esigenze: prevedere la responsabilità del magistrato e, allo stesso tempo, garantire che la sua decisione non sia esposta a pressioni esterne. Il punto di equilibrio tra responsabilità e indipendenza - Il cardine di qualunque intervento, spiega Mirabelli, deve essere “prevedere la responsabilità del magistrato ma anche garantire la sua indipendenza ed insensibilità a pressioni derivanti da minacce di azioni nei suoi confronti innescate da poteri forti che potrebbero influenzarne la decisione”. Il rischio, nella lettura dell’ex presidente della Consulta, è che l’azione contro il magistrato diventi una reazione automatica all’insoddisfazione di chi perde una causa civile o viene condannato in un processo penale. Mirabelli ricorda infatti che “la possibilità di un errore in un giudizio c’è sempre” e che proprio questa consapevolezza deve guidare ogni riforma. Una decisione giudiziaria può essere contestata, criticata e impugnata, ma non ogni errore o esito sfavorevole può tradursi in responsabilità personale del giudice. La legge Vassalli e il modello della responsabilità indiretta - Sul fronte civile, osserva Mirabelli, le questioni in gioco possono avere un rilievo economico molto significativo. Da qui la delicatezza della disciplina introdotta dopo il referendum sulla responsabilità civile dei giudici, attraverso la cosiddetta legge Vassalli. Quella soluzione ha previsto una responsabilità diretta dello Stato verso il cittadino che si ritenga danneggiato e una responsabilità indiretta nei confronti del magistrato. Mirabelli ricorda anche il caso del magistrato dissenziente in un collegio, che può far collocare in busta chiusa l’espressione del proprio dissenso rispetto alla decisione adottata. Secondo alcuni, nota l’ex vicepresidente del Csm, questo sistema non sarebbe efficace, perché il magistrato potrebbe garantirsi con una polizza assicurativa senza un grande onere. Ma Mirabelli ridimensiona l’argomento: lo stesso vale per avvocati, notai e per chi svolge attività intellettuali caratterizzate da margini di rischio e possibilità di errore. “Nella negligenza l’errore macroscopico è già oggetto di sanzione disciplinare”, sottolinea. “Non è il rimedio risolvente agli errori nel giudicare” - Alla domanda se le norme vigenti siano già esaustive, Mirabelli risponde richiamando il limite stesso della responsabilità civile come strumento di correzione del sistema giudiziario. “La responsabilità del magistrato non è rimedio da considerare risolvente per quelli che possono essere errori nel giudicare, che possono essere sempre presenti. Le sentenze sono tutte motivate e tutte impugnabili”, afferma. “Sì agli errori macroscopici, no a incidere sul giudizio” - Per questo, la materia deve essere trattata con “grande attenzione, cautela e riflessione” in una discussione parlamentare ampia, capace di valutare tutti gli elementi in gioco. La linea indicata da Mirabelli è netta: “Sì a colpire gli errori macroscopici o le negligenze evidenti, ma no ad incidere sul giudizio che è sempre opinabile”. Il riferimento vale soprattutto per il processo penale, dove molti procedimenti si fondano su indizi. “Gli indizi devono essere gravi, numerosi, precisi e concordanti; la ponderazione dei diversi elementi deve essere fatta con ragionevolezza ma è sempre opinabile nei risultati”, osserva. Anche quando il peso attribuito alle circostanze di fatto richiede una motivazione logica, la valutazione resta comunque discutibile. Il caso Garlasco e il confine con la responsabilità civile - Mirabelli distingue poi il tema della responsabilità civile dal caso Garlasco. Alla domanda su possibili analogie, l’ex presidente della Consulta chiarisce che lì il piano è diverso. “La nuova accusa, nel caso Garlasco, ritiene che sia stata dolosamente e per corruzione archiviata una posizione e che non siano state sviluppate le indagini. Qui siamo su tutt’altro versante rispetto all’errore giudiziario e alla responsabilità civile del magistrato”, spiega. La distinzione è decisiva: un conto è l’errore nel giudicare, altro è l’ipotesi di condotte dolose o corruttive. Confondere i piani rischia di produrre riforme emotive, costruite sull’onda del dibattito pubblico e non su un’analisi sistematica dei problemi. L’avvertimento sulle riforme reattive - Mirabelli non esclude che possano esserci interventi normativi. Ma invita a evitare iniziative legislative nate come risposta immediata alla pressione mediatica. “Mi pare che non ci si dedichi abbastanza e in modo sistematico alle cose più strutturali e meno enfatizzate sull’opinione pubblica”, osserva. “Queste iniziative legislative sembrano risposte di rimpallo al dibattito pubblico e mediatico”. Si moltiplicano i casi di legali intercettati. “Diritto di difesa in pericolo”, dice Petrelli (Ucpi) di Ermes Antonucci Il Foglio, 26 maggio 2026 “Stiamo assistendo a un attacco ai diritti di difesa, contro il quale reagiremo con tutta la nostra forza. Il diritto di difesa è centrale in uno stato di diritto, perché funge da garanzia di tutti gli altri diritti di cui godono i cittadini. Per cui se cade il diritto di difesa si aprono degli spazi di mancata tutela, la cui gravità in ordine alla tenuta di una democrazia liberale è evidente”. Così, intervistato dal Foglio, Francesco Petrelli, presidente dell’unione camere penali italiane (Ucpi), commenta le vicende degli ultimi giorni in cui è emerso che diversi avvocati sono stati intercettati mentre parlavano con i loro assistiti, pratica vietata dal codice di procedura penale, dalla Costituzione e anche dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Prima la diffusione delle intercettazioni tra Alberto Stasi e il suo primo legale Angelo Giarda, poi le captazioni dei colloqui tra alcuni legali e i loro assistiti nelle sale del carcere di Perugia, infine le intercettazioni tra avvocati e imputati addirittura nelle aule del tribunale di Napoli. “Tutti questi fatti non possono non essere collegati tra loro e destare un grandissimo allarme - dice Petrelli -. Queste vicende contrastano inoltre con le retoriche affermazioni secondo cui la magistratura si pone come garante dei diritti dei cittadini, ma poi di fatto non è in grado di tutelare il rispetto delle minime e ovvie esigenze processuali”. Proprio il caso di Perugia ha spinto l’Ucpi a deliberare l’astensione dalle udienze dall’8 al 12 giugno 2026, con manifestazione nazionale nel capoluogo umbro l’11 giugno. Nel carcere di Capanne, a Perugia, sono stati intercettati per circa sei mesi i colloqui tra detenuti e avvocati, pur essendo autorizzata l’attività solo nei confronti di un singolo difensore indagato. Sono stati registrati anche colloqui di almeno quindici altri avvocati, contenenti strategie difensive e informazioni coperte dal segreto professionale. Le registrazioni, invece di essere immediatamente eliminate, sono confluite nel materiale investigativo. “Tutto ciò costituisce una gravissima violazione del diritto di difesa, garantito dalla Costituzione, dalla Cedu e dal codice di procedura penale che occorre denunciare con fermezza”, sottolineano i penalisti nel comunicato di proclamazione della mobilitazione. “Ci troviamo di fronte a un fatto inusitatamente grave, a un attacco che non avevamo finora mai visto in queste dimensioni alla riservatezza del rapporto tra avvocato e assistito”, ribadisce Petrelli. “E’ gravissimo il fatto che il tutto si sia consumato all’interno di salette di colloqui di un carcere e quindi in un luogo destinato fisiologicamente ed esclusivamente a quel tipo di colloqui che dovrebbero essere coperti dal massimo della tutela della riservatezza. L’articolo 103 del codice di procedura penale prevede proprio il divieto di procedere all’intercettazione di conversazioni tra l’avvocato e il proprio assistito, ma anche l’obbligo di interrompere qualsiasi intercettazione laddove ci si avveda che oggetto della captazione è un rapporto di questo tipo”, spiega il presidente dei penalisti. Petrelli ricorda anche “la duplice copertura che la Costituzione pone con gli articoli 15 e 24 alla segretezza dei colloqui tra difensori e assistiti”: “Le intercettazioni di Perugia non dovevano essere effettuate, e comunque dovevano evidentemente essere distrutte - prosegue il presidente dell’Ucpi. La circostanza che tutto questo sia durato per alcuni mesi e che decine di avvocati siano stati registrati, pur non avendo nulla a che vedere con l’indagine che aveva dato origine all’autorizzazione di disporre quell’intercettazione, costituisce un fatto gravissimo, rispetto al quale i penalisti italiani certamente non potevano non reagire con la massima fermezza e far sentire la loro voce chiedendo tutti gli accertamenti nelle sedi necessarie per chiarire come si sono svolti i fatti e come è mai possibile che nessuno abbia controllato simili modalità di investigazione”. Ma i casi degli ultimi giorni sembrano essere soltanto la punta di un iceberg. “È in corso un attacco ai diritti di difesa, un attacco al giusto processo, e noi reagiremo con tutta la forza che abbiamo. È necessario che tutti riflettano sull’indispensabilità del diritto di difesa come garanzia ineludibile di tutti gli altri diritti: se cade il diritto di difesa cadono le garanzie dello stato di diritto”, conclude Petrelli. “Nuove intercettazioni illegittime” di Giacomo Amadori La Verità, 26 maggio 2026 Per l’avvocato che ha sollevato il caso: “Le captazioni irregolari sono molte più di quelle denunciate all’inizio”. La Procura generale di Perugia prova a metterci una pezza. Il pg ha fatto sapere, attraverso un comunicato, che dopo aver letto la denuncia dell’avvocato Alessandro Cannevale (suo ex collega, essendo stato anche procuratore di Spoleto) sul nostro giornale, ha chiesto spiegazioni alla Procura. Secondo il legale, lo ricordiamo, la polizia giudiziaria avrebbe registrato i colloqui in carcere di un avvocato sotto inchiesta con il proprio cliente e, come riassume Sottani, “secondo quanto rappresentato dal difensore”, tali intercettazioni, “si sarebbero estese anche ad altri colloqui difensivi nonché a soggetti estranei al procedimento”. Il procuratore generale, “mai in precedenza investito di tale questione”, “ha immediatamente attivato i propri poteri di vigilanza e ha proceduto all’acquisizione di dati e notizie utili a una più puntuale ricostruzione dei fatti”. Il quadro emerso dopo gli approfondimenti sarebbe meno preoccupante del previsto: “All’esito delle notizie raccolte, connotate da fisiologica provvisorietà, può confermarsi che non risulta alcun uso processuale di intercettazioni espletate senza autorizzazione. Per altro verso, se si dovesse effettivamente verificare la presenza di intercettazioni irrituali, si dovrà procedere alla loro distruzione”. Sottani, “pur in attesa di ulteriori approfondimenti”, conclude che, al momento, “la situazione non appare pienamente sovrapponibile rispetto a quanto riferito dagli organi di informazione”. Non si capisce se la tirata d’orecchi sia per noi o per l’intervistato. Che, però, letta la replica ha deciso di rispondere con fermezza all’ex collega (Cannevale ha fatto il magistrato per quasi quarant’anni): “Non ho mai detto che le intercettazioni illegittime sarebbero state utilizzate nel procedimento a carico della mia assistita (l’avvocato Daniela Paccoi, indagata per associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, ndr). Anzi ho detto - e La Verità lo ha fedelmente riportato - che rendevo pubblico un fatto estraneo al processo, che interessava i detenuti del carcere di Perugia e gli avvocati a colloquio con loro. Una pratica illegittima che in teoria avrebbe potuto coinvolgere anche me”. La replica del legale evidenzia un’altra presunta imprecisione: “Neppure ho detto che il dottor Gennaro Iannarone (il procuratore facente funzione di Perugia, ndr) abbia preso cognizione delle registrazioni non autorizzate. In realtà non so neanche se abbia ascoltato quelle rilevanti, purtroppo la legge non glielo impone”. Cannevale, a questo punto, chiama in causa direttamente Sottani: “Il procuratore generale sembra insensibile al problema che non solo io, ma l’intera avvocatura ha posto: la garanzia del diritto di difesa e del diritto alla riservatezza dei detenuti e dei loro familiari non può essere affidata alla buona volontà degli inquirenti e del magistrato, nella speranza che graziosamente si astengano dal prendere cognizione dei dati riservati dei loro docili sudditi, dei quali dispongono illegittimamente. Per come la vedo io, è questo che distingue uno Stato di diritto da uno Stato di polizia”. L’ultima stoccata riguarda la chiosa finale del comunicato: “Quanto alla presunta non sovrapponibilità della realtà a quanto riportato sulla stampa, non so se sia un curioso eufemismo per sostenere che sono state dette balle. Beh, in un certo senso è vero, ma abbiamo fornito dati sbagliati per difetto, solo perché non avevamo finito il lavoro: i colloqui intercettati illegittimamente non sono 40, come ritenevamo inizialmente, ma 70, di cui 56 di difensori diversi dalla mia assistita ed estranei al suo studio, mentre i rimanenti sono della Paccoi con clienti diversi dall’indagato G.C., l’unico che poteva essere intercettato legittimamente”. Ma le novità non sono finite: “Abbiamo annotato anche la durata delle registrazioni non autorizzate e depositate agli atti. Alcune durano più di 40 minuti. Dunque c’era tutto il tempo per rendersi conto della loro inutilizzabilità e per interrompere la registrazione”. La conclusione di Cannevale è sconfortante: “Se non ci fossimo messi a verificare gli audio uno per uno, cosa che raramente una difesa riesce a fare, di questa storia nessuno avrebbe mai saputo nulla. Per questo ritengo che il peggio del comunicato stampa del procuratore generale sia ciò che in esso non si trova: le misure che intende adottare perché fatti del genere non si ripetano”. In attesa della manifestazione di protesta indetta per l’11 giugno a Perugia dai penalisti, è probabile che ci siano altri round e che emergano nuovi particolari su questa inquietante vicenda e sulla gestione delle indagini da parte della Procura umbra. Il senatore innocente fatto arrestare da un Senato pusillanime di Piero Sansonetti L’Unità, 26 maggio 2026 È innocente Antonio Caridi, accusato di essere mafioso e costretto a scontare un anno e mezzo di prigione. La dichiarazione di Spigarelli e Morace. Il Presidente del Senato, che era Pietro Grasso, ottenne dalla conferenza dei capigruppo che fosse invertito l’ordine dei lavori e che l’autorizzazione all’arresto di Caridi fosse anticipata, in modo da rendere possibile la votazione prima della chiusura estiva del Parlamento. I senatori in 24 ore lessero le 6.000 pagine fornitegli dalla magistratura e votarono con 154 voti contro 110 l’arresto. Il senatore Caridi era in aula. Prese la parola. Si Difese. Protestò la sua innocenza e giurò che l’avrebbe dimostrata, e spiegò come contro di lei non c’era alcun indizio serio. Fra l’altro fu accusato di avere fatto accordi elettorali con la mafia in zone della Calabria dove aveva raccolto poche decine di voti. Era sconvolto quel giorno, Caridi. Non si capacitava di come i suoi colleghi lo mandassero al macello senza una sola ragione. Non si trattava di concedere un’autorizzazione a procedere, perché il proseguimento del procedimento giudiziario era fuori discussione. Semplicemente i senatori dovevano decidere se mandarlo in prigione o no. I senatori del Pd, della Lega, dei 5 Stelle e della sinistra decisero che era giusto lasciarlo nelle mani di una magistratura decisa a piegare il Palazzo. Fu un tripudio. Si oppose Forza Italia ma il suo voto pesò poco. e si opposero alcuni coraggiosi senatori del Pd. Non ricordo tutti i nomi. Sicuramente si oppose Luigi Manconi, si oppose anche Mario Tronti, il padre dell’operaismo italiano, mi pare che si oppose anche Emma Fattorini. Isolati e anche indicati un po’ al ludibrio, perché considerati complici di caridi e della destra. Quella sera Caridi salì su un auto, evitando la folla dei cronisti festosi che volevano fotografarlo all’uscita del Senato, e andò direttamente al carcere di Rebibbia. Disperato. Antonio Caridi è stato in prigione per più di un anno e mezzo. Ha scontato la pena che gliera stata comminata dal Senato. Il tribunale del riesame si oppose alla sua scarcerazione, la Cassazione però disse che gli indizi non reggevano, e rimandò la decisione al riesame. Che insistette: in cella. La Cassazione per altri due voti disse che gli indizi non c’erano, e alla fine, dopo 18 mesi di prigione, Caridi fu liberato. Nel 2021 fu assolto in primo grado con formula piena. Innocente, del tutto innocente. Ieri c’è stato l’appello e la sentenza è stata confermata. Non c’entra niente di niente Caridi con la mafia. E tutta l’inchiesta Gotha è stata fatta a pezzi dai giudici. Anche Paolo Romeo, che era l’imputato principale, e che in primo grado era stato condannato a 25 anni, ieri è stato assolto. L’intero teorema della Procura si è sgretolato. Chissà se oggi quei 154 senatori che 10 anni fa si piegarono al diktat della Procura e alla pressione dei 5 stelle, che erano ancora i 5 Stelle di Grillo, si vergognano almeno un pochino. Hanno mandato in prigione per un anno e mezzo un loro collega innocente, senza un motivo ragionevole. Hanno scritto una pagina bruttissima della storia del Senato. Gli avvocati di Caridi, Valerio Spigarelli e Carlo Morace: “Esprimiamo la nostra più profonda soddisfazione per la sentenza emessa oggi dalla Corte di Appello di Reggio Calabria. Rigettando l’impugnazione che era stata presentata dalla Procura della Repubblica, la Corte ha nuovamente confermato che le accuse nei confronti di Antonio Caridi, che ne provocarono l’arresto e una lunga detenzione cautelare, sono e sono sempre state del tutto prive di fondamento. Resta l’amara considerazione che la vita di un parlamentare della Repubblica, prima ancora che dall’ingiustizia degli addebiti mossi nei suoi confronti, e dell’altrettanto ingiusta carcerazione cautelare subita per quasi due anni, a suo tempo venne sacrificata alle divinità del populismo giudiziario dai suoi stessi colleghi parlamentari che, senza avere neppure il tempo materiale di leggere le carte processuali, ne autorizzarono l’arresto. La sentenza odierna, che peraltro scardina definitivamente l’impianto accusatorio alla base del cd processo Gotha, restituisce a Caridi e alla sua famiglia l’onore ingiustamente messo in discussione, ma certo non ne cancella il dolore e la sofferenza umana, né lava la macchia che nella storia parlamentare del Paese questa vicenda ha lasciato”. Cedu: “Inumano tenere al regime di 41bis una persona paralitica senza cure” di Annalisa Costanzo Il Dubbio, 26 maggio 2026 “Il ricorrente non ha ricevuto cure mediche adeguate durante la detenzione”. E ancora: la sua condizione ha “superato il livello inevitabile di sofferenza insito nella detenzione”, integrando così un “trattamento inumano e degradante”. Sono parole durissime quelle con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia nel caso di Francesco Pelle, detenuto al 41 bis, ergastolano, affetto da paraplegia agli arti inferiori. Parole che riportano al centro una questione: anche chi è stato condannato per reati gravissimi conserva diritti inviolabili, come il diritto alla salute e quello alla dignità. La sentenza, depositata il 21 maggio, nasce dal ricorso presentato dall’avvocato Francesco Giampaolo, uno dei legali di Pelle, che negli anni ha più volte sollecitato la magistratura di sorveglianza affinché al proprio assistito venissero garantite cure adeguate e continuative. Il 49enne di San Luca, noto come “Ciccio Pakistan”, sta scontando una condanna definitiva all’ergastolo per omicidio in concorso, tentato omicidio, lesioni personali aggravate dal metodo mafioso, reati maturati nel contesto della faida di San Luca. Dal 2005 vive su una sedia a rotelle. Aveva 28 anni quando è stato raggiunto da alcuni colpi di fucile durante un agguato nella sua abitazione. Una pallottola gli ha lesionato la colonna vertebrale, paralizzandogli le gambe. Secondo le ricostruzioni investigative, è stato proprio quell’attentato a segnare l’inizio della sanguinosa faida sanluchese culminata poi nella strage di Duisburg dell’agosto 2006. A causa di quella pallottola conficcata nella colonna vertebrale, la salute di Pelle è gravemente compromessa, con vescica neurogena post lesione midollare e ipertensione arteriosa. Negli anni ha avuto infezioni recidivanti delle vie urinarie, soffre di claustrofobia e sul suo corpo più volte sono comparse delle piaghe da decubito. Presente anche un rischio trombo embolico. Già nel 2009 la Corte d’assise di Locri aveva sostituito la detenzione in carcere con gli arresti domiciliari proprio per consentire a Pelle di sottoporsi alla fisioterapia necessaria. Nel 2019, dopo la definitività della condanna all’ergastolo, Pelle si è reso irreperibile. È stato arrestato il 29 marzo 2021 in Portogallo, in un ospedale di Lisbona, dove si trovava in terapia intensiva a causa del Covid-19. Il 5 agosto 2022 il ministero della Giustizia ha disposto per lui il 41 bis. È iniziato così un nuovo lungo percorso detentivo che lo ha portato negli istituti penitenziari di Roma, Saluzzo, Oristano, Cagliari, Milano e infine Parma. Il 14 marzo 2022 il detenuto ha presentato reclamo al magistrato di sorveglianza di Cagliari, denunciando l’assenza di un adeguato trattamento riabilitativo. L’11 maggio successivo il magistrato di sorveglianza ha accolto il reclamo e ha ordinato che quel trattamento venisse garantito. Ma, secondo Strasburgo, pur esistendo prescrizioni mediche e decisioni giudiziarie, ciò che manca è la concreta esecuzione delle cure. La sentenza ricostruisce con precisione i trattamenti effettivamente praticati: 19 sedute fisioterapiche tra giugno e agosto del 2022 e altre dieci nel novembre dello stesso anno. Poi, sostanzialmente, più nulla, sebbene sia stato trasferito da un carcere all’altro. Eppure, nel gennaio 2023, le stesse autorità sanitarie del carcere di Parma hanno riconosciuto che “il ricorrente necessita di trattamento fisioterapico permanente” e hanno ammesso che l’istituto “non dispone di un reparto di riabilitazione” né del personale necessario per garantire programmi “intensivi e continuativi”. Sulla base di queste relazioni, la difesa ha chiesto più volte negli anni gli arresti domiciliari per motivi di salute. Il 28 febbraio 2023, il giudice ha ritenuto che “non sussistano i presupposti per il differimento della pena nelle forme richieste”. Ma per la Corte di Strasburgo, le autorità italiane non spiegano mai “in che modo la fisioterapia sarebbe stata garantita”. Il governo italiano, dal canto suo, ha sostenuto che il detenuto avrebbe dovuto utilizzare ulteriori rimedi giuridici interni, difendendo l’adeguatezza dell’assistenza sanitaria prestata. Eccezioni respinte dalla Corte, la quale ricorda che il detenuto aveva già utilizzato gli strumenti previsti dall’ordinamento italiano e che aveva persino ottenuto decisioni favorevoli, rimaste però in larga parte ineseguite. Solo nel 2025 è stato fornito a Pelle un verticalizzatore. Secondo la Cedu, dalle relazioni mediche emerge con chiarezza la necessità di una fisioterapia regolare e costante. Dall’altra parte ci sono le decisioni dei giudici, che hanno continuato a confermare la compatibilità con il carcere senza chiarire come quelle cure potessero essere realmente assicurate. Da qui la conclusione: l’Italia ha violato l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Un altro elemento significativo emerge nelle ultime righe della decisione. Pelle non ha chiesto alcun risarcimento economico, e la Corte lo evidenzia espressamente. La sentenza di Strasburgo richiama dunque l’Italia a un principio costituzionale elementare: la pena può privare della libertà, ma, a prescindere dalla gravità del reato, non può trasformarsi in una sospensione del diritto alla salute. Friuli Venezia Giulia. Architettura carceraria sotto esame, Sbriglia: “In Italia nessuno è a norma” di Anna Vitaliani rainews.it, 26 maggio 2026 Per il Garante regionale “difficile pretendere che i detenuti imparino a rispettare le regole in luoghi in cui le regole non vengono rispettate”. “Non c’è un solo istituto carcerario in Italia che possa definirsi a norma. Difficile pretendere che i detenuti imparino a rispettare le regole in luoghi in cui le regole non vengono rispettate”. Così Enrico Sbriglia, garante regionale dei diritti alla persona, apre nell’aula del Consiglio regionale l’incontro “Cambiare si può. Per un’architettura rispettosa della costituzione”. Architettura perché è il luogo in primis che deve migliorare. E se a san vito è in costruzione un nuovo carcere, a Udine - dove la presenza di detenuti è quasi il doppio della capienza - è in corso un’importante operazione di ammodernamento. Nuova Biblioteca, aule studio, sale per il lavoro e teatro con accesso anche dall’esterno. Non ci saranno celle in più ma più spazio, spiega l’architetto Giovanni La Varra. Un miglioramento è stato notato? “Un detenuto ha dichiarato che non sembrava nemmeno di essere in carcere se si offre una percezione del carcere come ambiente vivibile … reinserimento nella società”, dice Adrea Sandra - garante dei diritti del detenuto. Tra i relatori molte le donne non solo a rappresentare la componente sociale, ma anche tecnica. Ingegneri e architetti hanno visitato il Coroneo in vista di questo incontro. Marina Palusa, che nella vita da ingegnere ha migliorato gli stabilimenti produttivi aumentando finestre e aree verdi cosa ha osservato nel carcere? “Nel carcere trovo la cosa contraria”, risponde. “Il verde non esiste, i cortili sono ristretti, il cortile più ampio e luminoso è interdetto. Finestre con difficoltà di apertura perché manca un sistema leva. Sono luoghi di non vita”. Lecce. Altro decesso nel carcere, muore un 39enne: aperta indagine. Sono 4 i morti in due mesi Corriere Salentino, 26 maggio 2026 Due decessi per sospetta overdose o per abuso di farmaci nel carcere di Lecce. Un altro, per impiccagione. Un quarto, ancora, tutto da decifrare. Tra aprile e maggio. In appena due mesi. Nel penitenziario di borgo San Nicola, si continua a morire. Gli ultimi decessi, a stretto giro. A distanza di 24 ore. Il 20 maggio, nel reparto di Infermeria, è morto Andrea Zamboni, un 39enne di Galatone. Dietro le sbarre si trovava per una rapina messa a segno il 5 febbraio ai danni di una farmacia, a Seclì. Soffriva di attacchi epilettici che curava con farmaci antispastici. Il malore, i soccorsi, la morte. Su cui è stata aperta un’indagine dal sostituto procuratore Alessandro Prontera. Primo passo: l’autopsia che verrà eseguita dal medico legale Ermenegildo Colosimo nelle prossime ore. Nel frattempo gli inquirenti hanno chiesto al carcere di poter acquisire la cartella clinica del detenuto, i cui familiari sono assistiti dall’avvocato Roberto De Mitri Aymone. Ventiquattro ore dopo, giovedì 21 maggio, altro decesso, come già raccontato: un 26enne egiziano è stato ritrovato privo di vita nella sua cella. A nulla sono serviti i soccorsi. Il giovane era detenuto nel braccio C2 riservato ai reclusi con sentenza definitiva. A breve l’istanza di scarcerazione sarebbe finita al vaglio di un giudice. Nelle ultime telefonate con la sua avvocata, sembrava tranquillo. Con una sola richiesta: poter avviare contatti telefonici con la madre in Egitto. In Italia, infatti, era solo. Lavorava come badante in casa di un anziano, a cui era molto legato, a Lecce. Poi, i problemi. Spaccio. E l’arresto. Sarà ora l’autopsia, nelle prossime ore, a fare luce sulle cause della morte. I ripetuti decessi, però, rappresentano un’emergenza, snocciolando i numeri più recenti, ora “per una sospetta overdose o per un abuso di medicinali” come denuncia Aldo Di Giacomo, segretario del Sindacato Polizia Penitenziaria. Le ultime tragedie certificano un dato acclarato ma che si tende a tenere sotto la polvere: “La droga - dice Di Giacomo - circola in grandi quantitativi specie nelle carceri pugliesi, siciliane, lombarde e campane. I tossicodipendenti - più di 20.000 detenuti con problemi di tossicodipendenza o di dipendenza generale, secondo l’ultima rilevazione statistica del dicembre 2025, che rappresentano il 32% del totale - muoiono con maggiore frequenza in carcere rispetto ai decessi che avvengono fuori”. C’è un dato inquietante, secondo Di Giacomo, ovvero “i tentativi di “silenziare” i suicidi in carcere al punto da classificare “per altre cause” e comunque in attesa di accertamento ben 61 decessi dall’inizio dell’anno non hanno alcun significato e sono seccamente smentiti dai sequestri effettuati negli istituti penitenziari che ammontano a 65 chili di sostanze stupefacenti. Di ogni tipo”. Altro dato: “La realtà, difficile da nascondere - spiega Di Giacomo - è che gli istituti penitenziari di fatto sono diventate le più grandi “piazze di spaccio” nel Paese, più grandi per spaccio persino di Milano, Roma e Napoli. Noi da tempo abbiamo messo in guardia sul nuovo corso della Mafia 2.0” che non è certo possibile contrastare con l’assunzione di poche decine di agenti penitenziari, avvenuta con grande enfasi nei mesi scorsi, che restano insufficienti perché a mala pena e non in tutti gli istituti riescono a rimpiazzare i posti degli agenti in pensione”. Il carcere di borgo San Nicola, da anni, è simile a una polveriera, “assediato” da risse, aggressioni ed episodi di spaccio. In queste ore, svincolato dalle ultime tragiche notizie che arrivano dall’istituto penitenziario, è intervenuto anche il segretario regionale Fsa Cnpp Spp, Ruggero Damato, che ha voluto denunciare “i turni massacranti, senza riposi e ferie, degli agenti ormai allo stremo. Il carcere, alle porte del capoluogo salentino, ha raggiunto ormai le 1500 presenze, a fronte delle 800 previste, e “gestire una massa del genere - commenta D’Amato - è una vera e propria impresa”. Sulle carceri come polveriere, si è espresso lo stesso Di Giacomo. Per il segretario “la proposta del Ministro Nordio di coinvolgere il mondo delle comunità - dice - per ridurre il sovraffollamento degli istituti penitenziari, per quanto riguarda i detenuti che devono scontare gli arresti domiciliari ma non hanno un proprio domicilio e in particolare quelli tossicodipendenti, non può avere alcun effetto tenuto conto che sinora i detenuti tossicodipendenti affidati a comunità sono poche centinaia e non possono essere più numerosi. È necessario - dice - un piano straordinario mettendo in campo innanzitutto personale medico e paramedico specializzato”. Milano. Il giudice ordina il trasferimento, ma il Dap lo ignora di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 26 maggio 2026 Nuove ombre e sospetti di ritorsione nel penitenziario milanese. Un detenuto trentanovenne resta recluso a Opera nonostante il magistrato di sorveglianza di Milano abbia autorizzato il suo trasferimento lo scorso 12 maggio. Un provvedimento d’urgenza che, a oggi, è rimasto lettera morta. La sua avvocata, Guendalina Chiesi, ha già inviato un sollecito urgente al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) e alla direzione dell’istituto. L’uomo, condannato all’ergastolo, resta dov’è: in isolamento, sottoposto al regime di sorveglianza particolare previsto dall’articolo 14-bis dell’ordinamento penitenziario, con una nuova proroga di tre mesi notificata il 6 maggio. La vicenda di questo detenuto catanese si inserisce in un quadro più ampio di segnalazioni provenienti dalla sezione isolamento di Milano-Opera. A tenere i fili c’è anche l’associazione “Quei Bravi Ragazzi Family”, presieduta da Nadia Di Rocco, da anni impegnata nella denuncia delle condizioni detentive in istituti lombardi, Opera compresa. Da mesi, come riportato più volte su Il Dubbio, l’associazione segnala ai Garanti quello che i ristretti riferiscono dall’interno: pressioni su chi scrive, ritorsioni su chi denuncia, percorsi trattamentali bloccati. Dentro la sezione isolamento convivono detenuti comuni, alta sicurezza, soggetti al 14-bis, misure disciplinari, pazienti psichiatrici e nuovi giunti. Chi ci sta descrive un ambiente dove rivolgersi all’esterno viene percepito come un rischio. Una notte di inizio aprile e le sue conseguenze - Secondo la difesa e l’associazione, una parte di questa storia ruota attorno alla notte del 3 aprile, quando nella sezione Nuovi giunti sarebbe avvenuto un presunto pestaggio ai danni di un detenuto straniero con fragilità psichiatriche. Un testimone avrebbe riconosciuto uno degli agenti coinvolti e deciso di denunciare. Dopo quella scelta, l’associazione riferisce che il testimone sarebbe stato avvicinato più volte da appartenenti alla polizia penitenziaria che lo invitavano a interrompere i contatti con associazioni e giornalisti. Il clima è quello descritto nelle lettere collettive che i detenuti della sezione hanno fatto uscire in questi mesi: celle inabitabili, fornellino vietato, prescrizioni mediche ignorate, ritorsioni verso chi firma. Nel caso del recluso di cui parliamo, la sequenza ha una documentazione precisa. L’8 aprile 2026, stando alla ricostruzione dell’amministrazione, il detenuto si sarebbe posto in modo minaccioso verso il personale e avrebbe istigato un altro ristretto ad aggredire un agente. Il Consiglio di disciplina integrato, riunito il 17 aprile, ha espresso parere favorevole alla proroga del regime. Il 5 maggio il vice capo del Dap ha firmato il decreto: altri tre mesi di 14-bis. Camera singola, niente attività culturali o sportive, niente corsi scolastici, due ore d’aria al giorno. Il detenuto, nelle memorie manoscritte allegate al reclamo, racconta qualcosa di completamente diverso. Descrive di essersi trovato nel corridoio vicino alla doccia quando ha visto un detenuto marocchino nella “cella liscia” numero 23 che cercava di farsi del male con una lametta. Sostiene di aver provato a calmarlo, ripetendogli di non tagliarsi. Di aver sentito l’agente presente rivolgersi al detenuto in crisi con le parole “sì, tagliati bene”. E di aver risposto invitando quell’agente a vergognarsi. Precisa di non aver urlato, non aver minacciato nessuno, non aver mai pronunciato frasi di incitamento. La sua versione trova riscontro in due dichiarazioni manoscritte di altri detenuti. Uno, ristretto nella cella 10 dei Nuovi giunti, scrive di aver visto dalla propria cella il recluso che cercava di tranquillizzare il compagno, ripetendogli di non tagliarsi, mentre l’agente continuava a dirgli “ti tagli bene”. Precisa che si trattava dello stesso agente che ha poi redatto il rapporto disciplinare contro di lui. Analoga dichiarazione viene da un altro detenuto, testimone diretto: l’uomo non ha mai detto al detenuto di usare la lametta contro l’agente. La difesa segnala un problema procedurale che considera determinante: il recluso sostiene di non essere mai stato convocato davanti al Consiglio di disciplina prima della proroga. Lo scrive chiaramente nelle memorie: “Io non sono mai stato chiamato a nessun Consiglio di disciplina per potermi difendere e/o discolpare in merito all’ordinamento e ai fatti contestati dell’8 aprile”. Aggiunge che il rapporto sarebbe “totalmente falso” e che l’agente che lo ha redatto è lo stesso che aveva partecipato all’aggressione del cittadino straniero. La Cassazione ha stabilito più volte che saltare le garanzie procedimentali in materia disciplinare rende illegittima la sanzione irrogata. Il trasferimento che non arriva - Il quadro si complica guardando alla storia recente della misura. Il 12 gennaio 2026 il vice capo del Dap aveva disposto il regime di isolamento per sei mesi. La difesa aveva presentato reclamo al Tribunale di sorveglianza di Milano, che il 25 marzo aveva ridotto la durata da sei a quattro mesi, riconoscendo che la misura originaria non era pienamente proporzionata. Tredici giorni dopo quella decisione si verifica l’episodio contestato. Il 5 maggio arriva il nuovo decreto: tre mesi in più. La difesa pone una domanda senza risposta: se il Tribunale aveva appena ridotto il regime perché sproporzionato, come può un singolo episodio successivo giustificare un’estensione? La richiesta di trasferimento è l’altra parte della vicenda. Un primo tentativo era stato fatto già nell’agosto 2025 dall’avvocato Fabio Costa per motivi familiari: i figli del recluso, entrambi minorenni, vivono in Piemonte tra Mezzomerico e Oleggio e non riescono a raggiungere Opera per i colloqui. Quella richiesta non ha mai ricevuto risposta dal Dap. L’11 maggio scorso l’avvocata Chiesi ha depositato una nuova istanza urgente, motivata dall’incompatibilità ambientale ormai conclamata. Il 12 maggio il magistrato di sorveglianza ha concesso il nulla osta. Al 18 maggio l’uomo era ancora a Opera. L’avvocata ha inviato un secondo sollecito scrivendo che “la situazione attuale appare sempre più grave e non più sostenibile sotto il profilo umano, psicologico e trattamentale”. Nelle memorie emerge quello che il detenuto riferisce sulle pressioni ricevute: gli sarebbe stato detto di smettere di scrivere a giornalisti, politici, avvocati e Garanti, e che i rapporti disciplinari sarebbero la conseguenza diretta di quelle denunce. “Il rapporto dell’8 aprile è stato fatto solo perché io ho scritto ai media, associazioni e Garanti della Repubblica italiana per segnalare gli abusi e le violazioni dei diritti”. Durante un incontro con la criminologa dell’istituto, aggiunge, gli è stato fatto capire che la sua attività di segnalazione crea “una rottura” con la direzione e che lui “può essere ritenuto un promotore”. Lui ha risposto che firmare un reclamo è un diritto previsto dalla legge. C’è infine un elemento che la difesa considera sintomatico: dall’anno 2020 il recluso si è trovato ristretto quasi costantemente in istituti dove operava la stessa figura direttiva. Prima a Torino, poi a Biella, poi a Vigevano, infine a Milano-Opera. Quattro istituti, una sola direttrice. Il Tribunale di Sorveglianza dovrà ora pronunciarsi sul reclamo contro la proroga del 14-bis. La difesa chiede le videoregistrazioni dell’8 aprile, il verbale del Consiglio di disciplina del 17 aprile e l’audizione dei detenuti che hanno reso dichiarazioni scritte. Senza quegli elementi, la proroga si fonda su una ricostruzione unilaterale che il diretto interessato smentisce punto per punto. Roma. Assistenza sanitaria, l’Ordine dei medici chiede un incontro con i vertici di Rebibbia dire.it, 26 maggio 2026 Una visita istituzionale per prendere atto delle criticità e offrire supporto. L’Ordine provinciale di Roma dei Medici-Chirurghi e degli Odontoiatri ha inoltrato una richiesta alla Direzione della casa circondariale di Rebibbia, e per conoscenza al direttore sanitario della Uoc Salute Penitenziaria di Rebibbia, Antonio Chiacchio, di poter effettuare una visita istituzionale alla struttura, al fine di valutare le condizioni dei detenuti esclusivamente sotto il profilo dell’assistenza sanitaria e della tutela del diritto alla salute, in ottemperanza ai principi etici e deontologici che guidano la professione medica. “L’Ordine, in quanto organo sussidiario dello Stato posto a tutela della salute pubblica e dei singoli cittadini, con tale richiesta intende- precisa il presidente Antonio Magi- poter prendere conoscenza diretta delle condizioni e delle problematiche connesse alla salute dei tanti detenuti nell’importante struttura Circondariale della Capitale, anche alla luce delle ricorrenti, e spesso drammatiche, notizie riportate dai media”. A tale proposito l’Ordine dei Medici di Roma si rende disponibile “a offrire il proprio supporto istituzionale e a confrontarsi con i vertici penitenziari e della Asl competente per individuare congiuntamente le maggiori criticità, dovute anche al notevole sovraffollamento, e la possibilità di garantire secondo Costituzione ai detenuti il diritto a prevenzione, diagnosi e cura delle varie patologie, pregresse o sopravvenute, che si riscontrano nella condizione di reclusione e nello stretto contatto interpersonale. Rimane pertanto in attesa di riscontro per concordare le più opportune modalità per lo svolgimento dell’incontro”. Trento. “Dalla Viva Voce”, il carcere raccontato da chi lo vive di Michela e Piero Acler cittanuova.it, 26 maggio 2026 Attraverso scuole, incontri pubblici e progetti di reinserimento, l’associazione “Dalla Viva Voce” prova a scardinare il pregiudizio sul carcere, restituendo umanità e ascolto a chi vive la detenzione. “Volontariato in carcere? Non sai proprio come ammazzare il tempo. Se vuoi fare del bene ricordati che ci sono anche gli ospedali pediatrici, i ricoveri per anziani, la mensa dei poveri e gli istituti per disabili.” Lo si sente dire spesso, lo si legge talvolta semplicemente negli occhi di chi ti ascolta mentre parli di un mondo per lo più sconosciuto, il mondo dei cattivi, quelli che hanno sbagliato e che ora scontano la meritata pena. Investire del tempo per mitigare la sofferenza di chi è andato contro la legge non sembra una priorità, pensiamo prima ai buoni, agli innocenti, alle persone per bene. Quant’è difficile togliere il pregiudizio. Un obiettivo che rimane comunque prioritario per l’associazione “Dalla Viva Voce”, nata a Trento nel 2017 per volontà di alcune persone che avevano avuto a che fare con il carcere, persone detenute o da poco uscite, insegnanti, volontari. Dare voce a chi non ce l’ha significa anche offrire delle opportunità a chi non l’ha mai ascoltata: parole che non fanno notizia, quindi poco importanti. “Dalla Viva Voce”, con il “Progetto Storie”, è attiva in diverse scuole superiori del Trentino. Gli alunni hanno la possibilità di conoscere la realtà del carcere dalle parole di chi l’ha vissuto o lo vive tutt’ora. Si presenta l’associazione, si ascolta il testimone, seguono domande e risposte. Colpisce la grande attenzione dei ragazzi, non di rado la forte emozione, la pertinenza delle domande, la volontà di conoscere non per sentito dire ma per aver visto con i propri occhi. La storia del testimone trae la sua forza non soltanto dal racconto della vita del carcere o dal reato commesso, quanto piuttosto da quello che è successo nel periodo antecedente. Vengono in evidenza fatti di gioventù, persino dell’infanzia, avvenimenti che hanno portato a situazioni dalle quali per chiunque sarebbe stato difficile uscire intraprendendo una strada diversa da quella che ha portato al carcere. Si coglie quanto conti, nell’esperienza di una persona, la famiglia d’origine, l’educazione ricevuta, le amicizie, fatti negativi che hanno inciso in alcune scelte importanti. Nel corso dell’anno scolastico ‘25-’26 sono state avvicinate 82 classi in 53 incontri, per un totale 2200 alunni. Molto spesso gli insegnanti, oltre a ringraziare, riportano con una lettera o un messaggio i frutti di quelle ore trascorse in classe: “L’incontro ha suscitato commozione, partecipazione, coinvolgimento potente la cui onda si è riverberata anche nelle discussioni di oggi in classe. I miei colleghi hanno vissuto le mie stesse emozioni dell’anno scorso. È un progetto meraviglioso di una forza educativa unica. Grazie!”. E una volontaria riporta il resoconto: “A Rovereto è andata molto bene, Carlo (il testimone di quel giorno) è stato chiaro e coinvolgente come sempre. C’erano circa 100 ragazzi di quarta e quinta, sempre molto attenti. Una ragazza ha detto a Carlo che è stato l’incontro più interessante di tutti e 5 gli anni delle superiori. E una docente, direttamente a Carlo: “Oggi hai salvato due o tre ragazzi”“. Altri progetti dell’associazione: “Cose da ragazzi”, per minori che hanno compiuto reati, ora assoggettati a Messa alla prova, un periodo generalmente di un anno terminato il quale, se tutto è andato bene, il reato viene estinto con la fedina penale pulita. “Una casa per ripartire”, un appartamento che ospita persone appena uscite dal carcere, o a fine pena, autonomamente gestito da chi lo abita, con l’aiuto di un peer/supporter. “Di casa in cosa” che offre tre posti di lavoro. Si occupa di sgombero cantine, soffitte e traslochi. Ma l’unione fa la forza! Ed eccoci prendere contatto con altre associazioni di Trento che fanno volontariato in carcere per un appuntamento annuale: “La biblioteca vivente”. Nelle piazze di alcune città le persone detenute raccontano la loro storia, a tu per tu con chi lo desidera. Noi volontari siamo i bibliotecari, le persone detenute i libri, coloro che si fermano ad ascoltare sono i lettori. La biblioteca è aperta a chiunque desideri conoscere storie vere dalla viva voce di chi abita tuttora il carcere, anziché leggerli soltanto sui libri o sul web. Uno degli scopi è quello di aiutare a togliere i pregiudizi. Interessanti e fruttuosi sono stati i 6 incontri di preparazione, momenti di conoscenza reciproca fra persone detenute e volontari. E poi tutti al lavoro! I libri sono stati invitati a scrivere la loro storia, coadiuvati dai bibliotecari che li hanno dapprima ascoltati, quindi aiutati nella stesura, nella scelta del titolo e della quarta di copertina, pubblicata per rendere nota l’attività e il contenuto del libro ai cittadini interessati. L’8 maggio finalmente si va in piazza Duomo a Trento e, in giorni successivi, Rovereto, Riva e Bolzano. La biblioteca apre i battenti, i libri viventi prendono posto, i bibliotecari invitano i lettori che lo desiderano a fermarsi. C’è grande interesse e curiosità, non manca la sorpresa di vedere persone detenute pronte a raccontare la propria storia. Il tempo passa, i libri sono impegnati e se arriva qualcuno deve prenotarsi per un momento successivo. C’è chi aspetta, chi ritorna, chi dopo aver letto un libro si prenota per un altro. Al termine i lettori lasciano la recensione: “Il libro gronda umanità da ogni pagina e ha dimostrato, durante le fasi editoriali, di sapere e sapersi commuovere”; “Mi ha fatto riflettere su quanto sia fragile la libertà e quanto sia fondamentale per una vita dignitosa che non deve essere negata nemmeno al peggiore dei criminali, che è pur sempre un uomo”; “Grazie Bruno per avermi regalato un pezzetto della tua vita e di avermi aperto gli occhi! Il mondo ti sta aspettando”; “Come trasmettere con semplicità, mitezza, gentilezza, emozioni e valori potentissimi. Bisogna lasciarsi avvolgere dalla lettura, è stato semplice e immediato. E come per i migliori libri lo chiudo e mi allontano desiderando di sapere come andrà a finire Roma. L’irrefrenabile passione di punire che pervade l’Occidente garantedetenutilazio.it, 26 maggio 2026 Insigni studiosi si sono incontrarti e confrontati nel corso del convegno “Pena e opinione pubblica, gli attori del populismo penale” promosso dall’Università Roma Tre, su iniziativa del Garante del Lazio. Il convegno dedicato al tema del populismo penale e al ruolo degli attori che influenzano l’opinione pubblica in materia di giustizia penale, promosso lo scorso 21 maggio dal Dipartimento di Scienze politiche dell’Università Roma Tre su iniziativa del Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, ha rappresentato un significativo momento di confronto soprattutto con l’esperienza francese, grazie alla lectio magistralis di Didier Fassin (Collège de France) sulla passione di punire, oggetto di un suo libro tradotto in tutto il mondo, che ha aperto al sessione mattutina e di Denis Salas, presidente dell’Association française pour l’histoire de la justice, che ha affrontato il tema della volontà di punire. Ha aperto i lavori Emilia Fiandra, direttrice del Dipartimento di Scienze politiche di Roma Tre. Anna Simone, coordinatrice del progetto “Osservatorio Pop, Pena e opinione pubblica” dell’Università Roma Tre, e Antonello Azzarà, borsista di ricerca presso il Dipartimento di Scienze politiche, hanno illustrato il progetto e i suoi obiettivi. Claudio Sarzotti, docente dell’Università di Torino, ha sviluppato il concetto di “narrazione collettiva” come chiave interpretativa dei processi di criminalizzazione e della costruzione sociale della realtà criminale. Sarzotti evidenzia come la mediatizzazione della giustizia e le rappresentazioni collettive, plasmate dai media, abbiano contribuito a una reificazione della criminalità, influenzando l’opinione pubblica e le politiche penali. La narrazione collettiva, alimentata da emozioni e rappresentazioni normative, ha storicamente trasformato le percezioni sul ruolo della magistratura e sulla natura del crimine, come nel caso di Tangentopoli, dove la stigmatizzazione dei reati di corruzione ha alimentato una “passione del punire” che ha travolto i bersagli iniziali per includere nemici pubblici diversi, spesso con finalità politiche. Tale clima ha favorito il populismo penale, con rappresentazioni mediatiche che hanno rafforzato l’immagine di magistratura come controllore della virtù pubblica o, al contrario, come minaccia alla democrazia, a seconda delle circostanze politiche. Il presidente dell’associazione Antigone, Patrizio Gonnella, ha analizzato come il populismo penale si manifesti anche nelle posizioni di movimenti sociali e soggetti progressisti, spesso inconsapevolmente vittime di un’erronea concezione del diritto penale come strumento efficace e rassicurante contro la violenza. Gonnella ha illustrato, attraverso esempi storici italiani, come questa tendenza abbia portato a richieste di pene più severe o a difese di politiche penali più repressive, rischiando di tradursi in una logica di vendetta e di limitazione dei diritti umani fondamentali. La sua analisi sottolinea che solo un diritto penale minimalista, deideologizzato e rispettoso dei diritti umani può rappresentare una reale garanzia di democrazia e pluralismo. La spettacolarizzazione giudiziaria nei media - Il convegno ha affrontato il tema delle risposte istituzionali alla spettacolarizzazione della giustizia e al populismo punitivo, con riferimenti alla televisione e ai media. Elisa Giomi dell’Università Roma Tre e commissaria Agcom, e Alessandro Albano, capo dell’ufficio studi del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, hanno ripercorso la genealogia della spettacolarizzazione giudiziaria, dall’America con i “court show” alle varianti italiane come “Tv Verità”, evidenziando come l’intrattenimento giudiziario abbia progressivamente trasformato il racconto del crimine in uno spettacolo sensazionalistico. Tale evoluzione ha alimentato un “populismo punitivo” che si manifesta anche nella produzione di programmi e narrazioni mediatiche orientate più alla spettacolarizzazione che alla tutela dei diritti fondamentali e della dignità individuo. Un esempio emblematico discusso nel convegno è il caso di Jakob von Metzler in Germania, il bambino di 11 anni, figlio di un noto banchiere, rapito e ucciso nonostante fosse stato pagato il riscatto, analizzato come esempio di come la spettacolarizzazione mediatica possa influenzare il clima sociale e le risposte istituzionali. La reazione delle autorità europee e tedesche ha mostrato l’importanza di un intervento regolatorio e di un’attenta tutela dei diritti umani, contrastando le tentazioni dell’uso della di pratiche punitive estreme e di interpretazioni distorte del diritto. Il convegno ha fornito un quadro complesso e approfondito di come opinione pubblica, media, movimenti sociali e istituzioni interagiscano nel contesto del populismo penale, evidenziando la necessità di un approccio critico, rispettoso dei diritti fondamentali e capace di contrastare le derive spettacolaristiche e repressive che minacciano le democrazie contemporanee. Manuel Anselmi dell’Università di Bergamo ha affrontato il tema dell’autoritarismo populista nel sistema penale. Massimo Siclari ha presentato un’analisi sul diritto penale come extrema ratio nelle pronunce della Corte costituzionale. Luciano Nuzzo dell’Universidade Federal do Rio de Janeiro, ha portato all’attenzione del convegno il populismo penale e la costruzione del nemico nel contesto brasiliano. La giornata si è conclusa con una tavola rotonda introdotta e coordinata da Stefano Anastasia, Garante delle persone detenute della Regione Lazio e professore dell’università Unitelma Sapienza, con la partecipazione di Margherita Cassano, già prima presidente della Corte di Cassazione, Francesco Petrelli, presidente dell’Unione camere penali, Massimo Donini della Sapienza di Roma e Tamar Pitch dell’Università di Perugia. Pistoia. Alla scoperta dei tesori dell’archivio storico del carcere di Raffaella Tallarico gnewsonline.it, 26 maggio 2026 Dentro faldoni impolverati, il tempo custodisce documenti e oggetti preziosi. Anche in un carcere. A Pistoia, Capitale italiana del Libro 2026, il penitenziario cittadino e i tesori del suo archivio sono stati protagonisti di due incontri. L’iniziativa è dell’associazione Storie, trame e narrazioni Odv. Lo scorso 16 maggio, la vicepresidente Rosa Cirone, funzionaria del Dap in pensione, ha portato i molti cittadini curiosi alla scoperta dei faldoni custoditi nel penitenziario, durante una conferenza presso la Biblioteca San Giorgio del comune toscano. Il 21 maggio, i pistoiesi hanno potuto visitare l’archivio del carcere. Un filo lungo più di un secolo lega il vecchio istituto delle Stinche a quello attuale di Santa Caterina in Brana. Un filo ricco di storie e aneddoti, portati alla luce grazie all’opera di inventariazione di Cirone e all’interessamento della direttrice del carcere, Loredana Stefanelli. “Sono tanti i documenti preziosi custoditi nei penitenziari italiani”, dice a gNews Cirone; atti, questi, “che potrebbero essere catalogati e versati nell’Archivio di Stato”. Dagli archivi di Pistoia, per esempio, viene fuori una bicicletta degli anni 40: sequestrata e custodita dal tribunale, venne acquistata dal direttore del penitenziario e usata dagli agenti di custodia per controllare i detenuti che lavoravano all’esterno. Nel 1943, a causa dei bombardamenti, i reclusi vennero trasferiti dal carcere di Pistoia al manicomio cittadino di Ville Sbertoli. In archivio sono conservati il progetto di relazione tecnica, i disegni, le foto del trasloco nei cosiddetti “villini”. “Lì i detenuti stavano meglio perché, finalmente, potevano guardare il cielo, il sole, dalla loro cella”, spiega ancora Cirone. L’archivio del carcere di Pistoia restituisce gli spaccati della vita in istituto. Come il registro dei matrimoni celebrati tra gli anni 30 e 50 del ‘900. E succedeva, come emerge dai documenti dell’archivio, che quando i detenuti non avevano nessun familiare, a fare da testimoni erano gli agenti di custodia. “C’è anche il caso di un matrimonio in cui la donna aveva già una bambina, e il detenuto, appena si sposarono, decise di adottarla”, racconta Cirone. E poi il “registro di patronato”, con l’elenco di tutte le associazioni di volontariato che, negli anni ‘50, operavano all’interno dell’istituto. A testimonianza, conclude Cirone, di “come la storia del carcere si rivela essere storia del territorio”. Padova. Dove vince la gentilezza: al Due Palazzi una partita di calcio che va oltre il risultato telenuovo.it, 26 maggio 2026 Non soltanto una partita di calcio, ma un messaggio sociale forte, portato dentro le mura del carcere Due Palazzi di Padova. Nei giorni scorsi la squadra di Gentiliamoci, composta da amministratori locali, giornalisti e rappresentanti del Centro Tara Cittamani ha sfidato i detenuti della formazione Pallalpiede, la squadra di calcio nata all’interno del carcere di Padova che milita nel campionato di Terza Categoria. L’iniziativa è stata organizzata per promuovere il “Manifesto della Gentilezza nello Sport”, un progetto sostenuto anche dal Comune di Padova con l’obiettivo di diffondere inclusione, rispetto e socializzazione attraverso il linguaggio universale dello sport. Prima del fischio d’inizio, scambio di gagliardetti tra l’assessore Diego Bonavina e il capitano della PallalPiede. Presenti alla cerimonia iniziale anche il Sindaco di Padova Sergio Giordani e Maria Gabriella Lusi, direttrice del carcere di Padova. Poi, in campo, sorrisi, agonismo e… tanti gol. La formazione composta dai detenuti ha nettamente superato gli ospiti a suon di marcature. Ma al Due Palazzi il risultato più importante non è stato il punteggio finale, ma la riuscita di una giornata dove il calcio è stato ancora una volta occasione di incontro e relazione. Ne parliamo nel servizio per il TgPadova. Forlì. La comunità islamica dona indumenti estivi a tutti i detenuti di Piero Ghetti Corriere di Romagna, 26 maggio 2026 “In accordo con la direttrice Carmela De Lorenzo e il cappellano don Enzo Zannoni, anche quest’anno, nell’imminenza dell’estate, abbiamo donato indumenti agli ospiti del carcere di Forlì”. A comunicare l’ennesimo gesto caritativo a beneficio della popolazione maschile della Casa circondariale di via Della Rocca, è il presidente della moschea di via Masetti, Mohamed Ballouk. Nell’elenco del vestiario, rigorosamente nuovo, consegnato sabato scorso a don Zannoni, compaiono 180 canotte, 200 magliette mezza manica collo tondo, 200 pantaloncini e 200 slip. “È un dono della comunità islamica forlivese - precisa Ballouk - che viene elargito a tutti i carcerati, nessuno escluso”. Il responsabile conferma che si tratta di un gesto operato per il quarto anno consecutivo, senza dimenticare che nel febbraio scorso, sempre in accordo con la direzione e il cappellano del carcere, “abbiamo offerto pacchi di cibo ai detenuti impegnati nel Ramadan”. All’epoca, Ballouk pensò ai detenuti di fede islamica, per poi elargire un dono a tutti gli ospiti del penitenziario. Lo stesso don Zannoni conferma che, con l’arrivo a Forlì di Ballouk, i gesti di reciproco aiuto e collaborazione con la comunità islamica si sono moltiplicati, fino a divenire una prassi costante. L’apporto della comunità islamica si aggiunge a quelli della Caritas e delle altre associazioni impegnate con i detenuti. Nella Casa circondariale di via della Rocca si trovano circa 150 fra cristiani, mussulmani, ma anche persone non appartenenti ad alcuna comunità religiosa. Numerosi ex carcerati frequentano la scuola di comunità che il sacerdote tiene nel tardo pomeriggio del giovedì nella chiesa di San Filippo Neri, in via Giorgina Saffi, con possibilità di prendere parte anche alla messa domenicale, sempre in San Filippo. È un modo per dare continuità al cammino formativo, intrapreso con queste persone durante il periodo di detenzione in via Della Rocca. La moschea di Villa Selva, cui si aggiungono gli altri luoghi di culto mussulmani presenti a Forlì, è aperta per la preghiera personale (salat), che deve essere recitata cinque volte al giorno (all’alba, a mezzogiorno, al pomeriggio, al tramonto, alla sera). Anche per il mussulmano forlivese, il giorno più importante della settimana è il venerdì, con la preghiera comune che deve essere recitata a mezzogiorno, subito dopo il sermone sulla vita del Profeta. Il sabato e la domenica, prima dell’ultima preghiera è prevista anche la lezione sulla storia del Profeta. “Parole prigioniere” ovvero il vocabolario dell’istituzione carceraria di Stefano Anastasìa* garantedetenutilazio.it, 26 maggio 2026 Ogni istituzione sociale produce il suo vocabolario, e il carcere è una istituzione sociale, con il suo vocabolario. In quel vocabolario, nelle parole prigioniere che Maria Brucale, complice Francesca de Carolis, ci ha voluto donare, c’è la storia del carcere e il suo presente: la sua realtà, al di là delle forme, o attraverso di esse (“Trattamento”, “traduzione”, “ordine e sicurezza”, per esempio, sono lì, proprio nell’ordinamento penitenziario, e dicono ancora il contrario di quello che la sua legge costitutiva voleva dire). La lingua è terreno di pratiche e di conflitti, perché il modo di nominare le cose (e le persone!) è costituito da pratiche e conflitti, e a sua volta costituisce cose e persone, le fa corrispondere alle sue definizioni. E’ il potere performativo della parola. Il carcere è quello che è descritto dal suo vocabolario. Anni fa un capo dell’amministrazione penitenziaria fedele alla Costituzione tentò una riscrittura delle parole del carcere, o almeno delle più infamanti, quelle che tradivano più chiaramente l’illegittima funzione degradante del carcere: ammirevole aspirazione illuminista di cambiar le cose con le parole. Il tempo e le pratiche, però, sono andate in un’altra direzione, e le vecchie, biasimate parole sono rimaste lì, a dire la verità di un carcere che si contenta di punire e subordinare. Verrà il tempo di parole nuove, quando verrà il tempo di un altro modo di rendere giustizia. *Garante dei diritti dei detenuti del Lazio La politica con altri mezzi: il metodo Pannella di Andrea Pugiotto L’Unità, 26 maggio 2026 Referendum, disobbedienza civile, nonviolenza: Marco non ha incarnato una ideologia, ma una prassi. E il modo meno infedele per ricordarlo, a dieci anni dalla sua morte, è quello di riattivarlo Ricordare Marco Pannella, a dieci anni dal suo congedo dalla vita, è un esercizio rischioso. Perché la commemorazione è sempre in agguato: addomestica, trasfigura, sigilla. Pannella, invece, è tutto fuorché archiviabile. Non si lascia chiudere in una formula, né confinare in una stagione della Repubblica. Non si lascia normalizzare. È - ancora oggi - una figura eccedente, come è sempre stata: nel corpo e nella parola, nel cibo e nel fumo, fin’anche - alla fine - nelle cravatte e nella chioma. Il modo meno infedele per ricordarlo è quello di riattivarlo. Perché la memoria - diceva Pannella - “è il fiume di Eraclito che continua a scorrere, è materiale che vive dentro di noi e che proprio come noi si trasforma”. Proviamo allora a capire che cosa, della sua prassi politica, sia di nuovo utilizzabile. Non cosa resta, dunque. Ma cosa funziona ancora. Rimane fuori, inevitabilmente, l’altra dimensione di Pannella: quella fisica, emotiva, perfino teatrale. La voce, il digiuno, le intemperanze, l’empatia, le notti radiofoniche, la vitalità debordante. Una dimensione così clamorosa da sottrarsi tuttora a ogni tentativo di ordinata ricostruzione. 2. Per chi - come me - guarda alla sua azione politica con gli occhiali del costituzionalista, il suo lascito fondamentale è un metodo. Pannella ha praticato una politica capace di usare il diritto (lex) in funzione dei diritti (iura). L’apparente gioco di parole descrive bene un autentico rovesciamento di prospettiva. In un sistema politico impermeabile a nuove istanze sociali, Pannella ha rifuggito le secche della sterile protesta e dell’indignazione moralistica verso l’ingiustizia delle leggi. Si è posto, invece, una domanda: come posso cambiarle, quelle leggi, usando le regole del gioco? E ha attivato strumenti fino ad allora inediti. Il primo è il referendum. Non solo come strumento abrogativo, ma come “seconda scheda” capace di trasformare l’elettore in legislatore: attraverso i quesiti manipolativi, infatti, l’elettore non cancella soltanto una norma, la riscrive. È una forma di democrazia diretta che non sostituisce - populisticamente - la rappresentanza parlamentare, ma la corregge. È un’intuizione quasi sovversiva, ma pur sempre interna all’ordinamento cui restituisce nuova linfa. Il secondo strumento è la disobbedienza civile. E qui Pannella compie un’operazione ancora più raffinata. Disobbedire alla legge non per negarla, ma per portarla a giudizio, creando le condizioni processuali perché un giudice sollevi la questione di legittimità costituzionale. In tal modo la sopravvivenza della legge non dipende più dal consenso, ma dalla sua legalità. È così che il conflitto politico entra nella giurisdizione. È così che una minoranza, addirittura il singolo militante, può incidere sull’ordinamento, modificandolo. La terza intuizione è la tutela sovranazionale dei diritti. Se “la peste italiana” rende inefficaci i meccanismi di garanzia interni, l’alternativa alla rassegnazione è la ricerca di un giudice altrove. Caso per caso, lo si troverà a Strasburgo (la Corte EDU), a Lussemburgo (la Corte UE), a L’Aja (la Corte Penale Internazionale), perfino a New York (il Comitato per i Diritti umani dell’ONU). È così che, artigianalmente, abbiamo sperimentato quel sistema multilivello di garanzie che, oggi, supera i confini della legalità nazionale: un intreccio tra corti, ordinamenti e interpretazioni capace di rafforzare le libertà e lo stato di diritto. In sintesi, si può certamente dire che Marco Pannella non ha mai aggirato la legge, perché prendeva tremendamente sul serio la legalità. 3. Tutto questo è reso possibile, a monte, da una scelta radicale nel senso pieno del termine: la nonviolenza. Che con Pannella smette di essere postura morale o testimonianza individuale, elevandosi a tecnica politica. Pannella ha sempre rifiutato la violenza, in ogni sua forma. Quella rivoluzionaria dei “compagni assassini”. Quella di massa perché “alla lunga ogni fucile è nero”. E - più di tutte - quella delle istituzioni perché - tra tutte - la più insidiosa: ha il volto della legalità, ma non sempre il contenuto della giustizia. Rifiutando la violenza, l’idea che il fine possa giustificare i mezzi non solo è negata, ma capovolta: sono sempre i mezzi a prefigurare i fini. Perché, se i mezzi sono violenti, anche i fini inevitabilmente lo saranno. Se i mezzi sono nonviolenti, i fini potranno esserlo e i frutti - a Dio piacendo - saranno d’oro. La scelta nonviolenta diventa così scelta strategica. La politica non è più il luogo dello scontro tra nemici, ma del confronto tra avversari. Non si tratta di eliminare l’altro, ma di convincerlo, perché “ci sono troppe splendide cose che potremmo/potremo fare anche con il “nemico” per pensare di eliminarlo”. È, questa, la matrice di una politica costituzionalmente orientata: assume il conflitto, ma ne disciplina le forme, disinnescandone la carica esplosiva attraverso il diritto che, al fondo, è violenza domata. 4. Arriviamo così al cuore della lezione pannelliana: la diffidenza verso le grandi narrazioni, verso le filosofie della storia. A tutto questo, Pannella ha sempre preferito le battaglie di scopo. Battaglie con un inizio e una fine. Battaglie che non promettono orizzonti futuri, ma obiettivi concreti. Alle rette tendenti all’infinito, contrapponeva “un segmento di teoria della prassi”. E questo cambia tutto. Perché una battaglia di scopo può essere vinta o persa. Può essere misurata e giudicata. La lotta per qualunque palingenesi, invece, è senza tempo né misura. Tende sempre a rinviare il proprio traguardo. A spostarlo più in là. Ma una politica che non si lascia verificare è una politica che non risponde: è, alla lettera, una politica irresponsabile. Ecco perché solo le battaglie di scopo sono autenticamente politiche, diversamente da quelle senza fine che rischiano sempre la sclerosi ideologica. Pannella, infatti, ha incarnato non un’ideologia, ma una prassi. Si spiega così il paradosso di un Partito Radicale, per lo più marginale sul piano elettorale, eppure capace di vincere battaglie decisive. Com’è stato possibile? La vera forza del radicalismo pannelliano non è mai stata nei numeri, ma nei meccanismi. Era la prassi radicale a rendere possibile la costruzione di maggioranze trasversali, mai ideologiche, sempre di scopo. “Fantasia ed egemonia” (Franco Corleone): è così che una minoranza diventa - su singole questioni - maggioranza. Naturalmente, tutto questo ha avuto un costo. Pannella è stato spesso fuori sincrono. Troppo in anticipo. E in politica “una verità detta troppo presto è peggio di una bestemmia” (Riccardo Nencini). Le intuizioni non vengono comprese, le proposte appaiono stravaganti, i risultati elettorali restano modesti. Salvo poi, nel tempo, vedere molte delle proprie idee diventare patrimonio comune. È stato il prezzo della libertà di chi incarnava “uno scandalo inintegrabile” (Pier Paolo Pasolini), continua pietra d’inciampo per la politica italiana. 5. Dunque, che cosa possiamo fare, oggi, con Marco Pannella? Replicarlo sarebbe caricaturale. Celebrarlo sarebbe sterile. Possiamo rinnovarne la prassi capace di agire trasformando. Negli ultimi giorni di vita, Pannella lascia un messaggio: “Ragazzi, niente tristezza, sappiate che - storicamente - alla fine abbiamo vinto noi”. Suona come un’illusione prometeica. Sembra l’estremo esempio del titanismo tipico del personaggio. In realtà, va letto così: abbiamo vinto non perché abbiamo conquistato il potere, ma perché abbiamo cambiato le regole del gioco politico. Dimostrando che si può agire senza violenza. Che si può incidere senza essere maggioranza. Che si può usare il diritto per produrre libertà. Se così è, allora quella vittoria non è chiusa nel passato. È ancora una possibilità. E le possibilità non stanno nei “coccodrilli” celebrativi, ma nelle mani di chi decide di farne uso. Arginare la nuova Babele di Andrea Riccardi Corriere della Sera, 26 maggio 2026 Nel solco della “dottrina sociale” della Chiesa, il Papa condanna la “cultura della potenza”, non le nuove tecnologie. Elaborare una visione del mondo può apparire molto arduo, forse superato, a causa della sua complessità, tanto che si coltivano i più diversi specialismi. Tuttavia, Leone XIV, con l’enciclica Magnifica Humanitas, indaga l’orizzonte globale, leggendo criticamente il presente e mettendo insieme i tanti aspetti diversi e contraddittori della realtà. La Chiesa vive nella storia e ne scruta i cambiamenti alla luce di una preoccupazione, che è il cuore dell’enciclica: “Non c’è il rischio di costruire un mondo disumano e più ingiusto?”. Il testo si vuole collocare nella scia della “dottrina sociale” della Chiesa, da Leone XIII, che nel 1891, con la Rerum novarum, pose la questione operaia nella società industriale: “L’essersi accumulata la ricchezza in poche mani e largamente estesa la povertà”. Per Sturzo, quell’enciclica sociale non fu solo un contributo teorico, ma un invito alla mobilitazione in senso sociale. Papa Prevost conosce il disorientamento della gente comune di fronte a un mondo complesso e conflittuale, allo sviluppo rapido del potere tecnologico, all’interrogativo su chi siano i veri decisori: la gente pensa - scrive - “che i problemi siano troppo grandi e noi troppo piccoli, e che dunque le nostre scelte non spostino nulla…”. E conclude: “Nessuno è senza responsabilità”. Ieri gli interlocutori erano gli Stati, “oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e di capacità d’intervento superiori a quelle di molti governi”. Sullo sfondo dei “signori” della “rivoluzione tecnologica”, il Papa scorge alcune ideologie, come transumanesimo o postumanesimo, che abitano “alcuni centri di potere tecnologico e colonizzano l’immaginario”. L’enciclica non rifiuta il progresso tecnologico, quanto quella che Leone chiama la “sindrome di Babele”: l’ideologia del profitto, la pretesa di un linguaggio unico, anche digitale. Insomma l’espressione della “cultura della potenza”, che si ritrova in tanti aspetti del mondo contemporaneo. Questa cultura, con la disponibilità di grandi mezzi, tende “a dettare l’agenda e i criteri della decisione, relegando il bene comune sullo sfondo”: penetra nella società, cambia i rapporti, riabilita la guerra. Il Papa dice: “Chiedo a tutti di fermare il cantiere dell’ennesima Babele e di unificare le forze per edificare nel bene…”. Favorisce il dialogo con le religioni, la politica, il privato, nella consapevolezza che il futuro sarà umano, se costruito non unilateralmente, ma fondato sulla dignità dell’uomo e il rispetto del creato. Non si pensi che Magnifica Humanitas sia una condanna del progresso tecnologico. L’enciclica non è un’invettiva contro di esso né propone rigidi principi, ma una visione maturata nell’”incontro tra la verità eterna del Vangelo e le domande della storia”. Non un prontuario di verità astratte, ma una lettura della storia presente in dialogo con le culture e le scienze. Vuole incoraggiare il mondo del pensiero e delle università perché ripensino la dottrina sociale di fronte alla rivoluzione digitale. Quindi anche l’avvio di un cantiere di riflessione a tutto tondo. Nel cuore del messaggio c’è l’affermazione che la persona umana vale in sé e non deve guadagnarsi il proprio valore sfidato dai “più efficienti e performanti”. Leone XIV affronta, nel capitolo centrale dell’enciclica, il tema dell’intelligenza artificiale e della persona umana di fronte ad essa, in cui mostra consapevolezza che, per il rapido sviluppo, ogni osservazione in materia diventa presto obsoleta. Afferma però che l’intelligenza artificiale non può essere equiparata a quella umana, anche se è un aiuto prezioso, gestita con “un approccio sobrio e vigile”. La prudenza richiesta può ritardare lo sviluppo, ma non è oscurantismo bensì cura dell’umanità. Per il Papa occorre “disarmare l’intelligenza artificiale”, rompendo l’equivalenza tra potenza tecnica e diritto a governare, servirsene ma non essere asserviti. Questo atteggiamento protegge la libertà contro ogni mercificazione. Nell’enciclica non sono nominati i costruttori della Repubblica tecnologica, per utilizzare il titolo del libro di Karp sull’alleanza tra Occidente e Silicon Valley, né le teorie di Peter Thiel o di Elon Musk (i quali, concordi, hanno dichiarato ultimamente che si fa più bene alla società con l’implementazione delle proprie aziende che con la beneficenza). Magnifica Humanitas rivela l’orizzonte evangelico, in cui affondano i costanti appelli di pace e le preoccupazioni di Leone. Il Papa respinge il cambio di paradigma invalso nell’ultimo decennio che ha reso normale la guerra, ieri “flagello” dell’umanità per la Carta dell’Onu, oggi strumento corrente di politica. Rinunciando al dialogo, “indispensabile alla diplomazia”, il mondo ormai è in stato di belligeranza permanente. I conflitti si eternizzano per il potere delle armi e dell’industria che le produce, per i mercenari e le reti criminali che vivono di guerra, per l’applicazione della tecnologia ad essa. Si va affermando “una convinzione culturale e antropologica, come se la guerra fosse inevitabilmente parte della natura umana”. Il Papa dichiara amaramente: “Viviamo in un tempo di notevole cecità spirituale e culturale”. Fa sue le parole di La Pira: “Al metodo della guerra, bisognerà sostituire il metodo della pace”, il dialogo. C’è molto da costruire per il Papa, cercando di interpretare il nuovo mondo come fa l’enciclica e realizzando un’ampia convergenza per realizzare un futuro umano. Migranti. Cpr, un limbo senza diritti di Davide Ferrario Corriere di Torino, 26 maggio 2026 Dietro il linguaggio aziendale, la disumanizzazione dei trattenuti. Cosa rivela la sentenza sui gestori di corso BrunelleschiCome tanti, ho seguito le cronache del processo per il suicidio di Moussa Balde nel Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr, le strutture detentive istituite per trattenere gli stranieri privi di un regolare titolo di soggiorno, in attesa dell’esecuzione dei provvedimenti di espulsione o respingimento) di corso Brunelleschi, conclusosi con la condanna della direttrice e della società che lo gestisce, sentenza di cui sono state pubblicate da poco le motivazioni. Nella linea di difesa dell’imputata colpiva l’insistenza sul fatto di essere solo una funzionaria incaricata della gestione di una struttura privata e quindi di non poter essere equiparata alla direttrice di un carcere, con tutte le responsabilità che ne conseguono. Linea ritenuta non credibile dai giudici, la cui sentenza getta una luce crudelmente rivelatrice sulla natura dei Cpr, non-luoghi concretissimi delle nostre città che vivono di fatto fuori dalle regole del diritto: un limbo che, tramite la gestione da parte di aziende esterne, si sottrae ai doveri dello Stato di tutelare diritti e salute di chi si trova in sua custodia. Sono particolarmente dure le parole dei giudici quando dicono che il ragazzo della Guinea subì, al Cpr, un processo di “animalizzazione e deumanizzazione”. Diventa perciò crudele verificare come ai fatti corrispondano certe parole. Basta andare sul sito di Gepsa, la società francese (condannata) che gestisce il Cpr. Il banner d’apertura la presenta con orgoglio come “il parter di riferimento del facility management in ambienti sensibili dove il livello di sicurezza richiesto, o dall’attività, o dagli occupanti, rappresenta una posta in gioco specifica”. Una “posta in gioco specifica”? All’inquietante vaghezza del concetto basta opporre, per chi ci sia mai passato davanti, la brutale immagine del portone di via Brunelleschi. Sul sito si legge anche: “Da 30 anni Gepsa ha sviluppato un know-how unico, in una logica di accompagnamento del cliente verso l’eccellenza”. Chissà di quale eccellenza si parla nel caso di Torino, ma ancora più ambigua è l’idea del cliente a cui ci si rivolge: l’ente che paga (che, come lo Stato italiano, ha tutto l’interesse a risparmiare) o i poveracci che finiscono nella facilty? Altrove si legge che “il responsabile di sito opera come il capo d’orchestra. Coordina e gestisce attività nel rispetto del capitolato d’oneri, del budget e degli indicatori di performance fissati”. Insomma, si comporta come il dirigente che la direttrice condannata pensava di essere, rispondendone non ai trattenuti nel centro, ma al “cliente”. Ancora: “I valori fondamentali di Gepsa mettono il fattore umano al centro dell’azione. Fornire servizi in ambienti sensibili non è più solo una questione di tecnicità e di esperienza, significa innanzitutto saper relazionarsi e capire gli stati d’animo”. Di nuovo, leggere in parallelo queste parole con le frasi della sentenza sulla “animalizzazione” di Moussa Balde ci fa capire quanto il presunto efficientismo aziendalista sia talvolta solo un’ipocrita copertura all’inferno quotidiano di questi “ambienti sensibili”. Sarà per quello che nel sito non c’è una sola foto di uno dei centri gestiti dalla società, ma solo immagini di funzionari sorridenti e benvestiti (uno anche di colore) in uffici luminosi e rassicuranti. Sono decenni che ci facciamo incantare da questi discorsi che coprono, con anglismi e tecnicismi, il progressivo affermarsi di un potere sempre meno democratico e sempre meno controllato. È il caso di cominciare a usare altri linguaggi e altri significati: come quello che assegna alla parola “sensibile” non già l’idea di “problematico”, ma di “empatico”. A meno che l’intenzione sia proprio di considerare l’empatia umana come un pericolo pubblico Il pragmatismo delle guerre è una bugia: non risolvono i problemi, li aggravano di Innocenzo Cipolletta Il Domani, 26 maggio 2026 Dicevano che la pace e la diplomazia come risoluzione dei contrasti internazionale fosse un’illusione, che il conflitto armato è uno degli strumenti della politica internazionale, per quanto da usare con cautela. In realtà accade il contrario: i risultati ottenuti da Trump, Netanyahu e Putin sono disastrosi. Con lo scoppio della guerra in Ucraina e poi in Medio Oriente, molti hanno affermato che finiva un’illusione che aveva colpito in particolare noi europei: che la guerra fosse uno strumento ormai obsoleto per risolvere i problemi tra i paesi e che bastasse il diritto internazionale e le organizzazioni preposte a esso per evitare il deflagrare di conflitti tra i grandi paesi. Aver vissuto quasi 80 anni senza guerre nel nostro territorio ci avrebbe indotti a ritenerle impossibili e, quindi, a non prepararci a un’eventuale guerra che ci concernesse direttamente. Da qui scarsi armamenti e scarsa volontà di sacrificarsi per la difesa della patria da parte degli europei. Invece, sostenevano e sostengono ancora i nuovi pragmatici ideologi della geopolitica, la guerra è uno degli strumenti della politica internazionale, da usare, seppure con cautela, quando necessario, perché altrimenti non si riesce a trovare una soluzione ai conflitti, espliciti o latenti, tra le diverse potenze di questo mondo. Gli organismi internazionali sono incapaci di trovare soluzioni e il diritto internazionale di fatto non esiste. L’Europa è Venere mentre l’America è Marte, ebbe a sostenere il politologo Robert Kagan all’inizio di questo secolo e, purtroppo, ebbe drammaticamente ragione, come possiamo constatare in questi giorni, pur se gli Usa di Trump non sono i soli a scatenare guerre insensate, ma sono in buona compagnia con la Russia di Putin e Israele di Netanyahu. Ma la guerra, come strumento della politica internazionale, è efficace? Putin e Trump hanno deciso di risolvere le loro questioni con le guerre. Che risultati hanno ottenuto? In Ucraina la guerra ristagna da oltre quattro anni e la grande potenza russa non riesce ad avanzare, anzi subisce attacchi sul proprio territorio. I morti e feriti da parte russa pare assommano a oltre un milione di individui. La Russia è stata colpita da sanzioni che la stanno portando alla rovina economica e alla perdita della sovranità dovendo ormai dipendere dalla Cina. Quello che poteva essere risolto con un buon impegno diplomatico non ha avuto alcuna soluzione attraverso la guerra. Trump non è da meno. Ha scelto la via militare per risolvere i suoi presunti problemi ma sta al punto di partenza. Anzi è arretrato. Con la guerra contro l’Iran ha ottenuto il blocco dello stretto di Hormuz da parte dei Pasdaran ed ora sta disperatamente negoziando per riaprirlo, cioè per ritornare alla situazione di prima della guerra. Certo, ha ridotto le capacità militari dell’Iran, ma non ha cambiato il regime di quel paese, resta la minaccia contro Israele e le finanze pubbliche americane sono aggravate da ingenti spese militari che incidono sul crescente debito pubblico. Quando ci sarà un accordo, questo sarà senz’altro peggiore, oltre che a costi umani ed economici ben maggiori, di quello che Obama ottenne nel 2015, ossia 11 anni fa e che lui disdisse nel suo primo mandato. Netanyahu sembra aver ottenuto un miglior controllo sul territorio con le sue guerre ai nemici di Israele, ma al prezzo di stragi disumane, di distruzioni di interi territori ed ha fatto perdere ad Israele il sostegno e la simpatia della maggior parte delle nazioni del mondo, con conseguenze che si ripercuoteranno negativamente nel futuro di quel paese. Di fatto, le guerre non hanno risolto alcuno dei problemi per cui sono state scatenate e lasciano sul terreno più problemi di quelli che c’erano prima. Alla fine, non ci saranno vincitori ma solo vinti che coveranno rancore e che vorranno vendicarsi a costo di rilanciare altre guerre. Conseguenza di queste guerre è la corsa agli armamenti da parte di tutti i paesi, Europa in testa. Paradossalmente, la spesa per riarmarsi viene annoverata tra le spese per la sicurezza quando invece ci porterà ad aumentare i rischi dello scoppio di altre guerre, come ha sottolineato papa Leone XIV. Credere che la deterrenza sia uno strumento per fermare le guerre è la vera illusione degli ultimi 80 anni. Se una parte si arma, costringe anche l’altra a fare lo stesso e i rischi di uno scoppio delle ostilità aumentano considerevolmente, come aumenta il peso politico che di chi crede o ha interesse nello scoppio della guerra. La pace del dopoguerra non è stata il prodotto della deterrenza, ma dell’intelligenza dei politici di allora che firmarono trattati per il disarmo, anche per la necessità di fermare la corsa agli armamenti che dissanguava le finanze pubbliche di tutti i paesi. Se c’è una speranza che queste guerre possano terminare e che si riprenda la via della coesistenza, essa riposa su quello che resta delle organizzazioni internazionali, tanto biasimate ma che rappresentano la sola sede dove è possibile trovare accordi tra i paesi. Una sede dove sarà necessario trovare un accordo per fermare la corsa agli armamenti e per avviare il disarmo concordato di tutti i paesi. Di questo dovrebbe occuparsi l’Europa e non già di riarmarsi fino ai denti, in una corsa che rischia di portarci verso una nuova catastrofe umanitaria. L’abolizione dell’umano: il problema di Ben-Gvir non è Ben-Gvir, ma la crisi della democrazia di Sergio Labate* Il Domani, 26 maggio 2026 Il ministro israeliano non è diverso da Trump, da Netanyahu, da tutti coloro che hanno trasformato la democrazia nel suo rovescio: l’autoritarismo. Che a questo punto non sembra essere ciò che mette in discussione la credibilità delle democrazie da fuori, ma ciò che rischia di dissolverle da dentro. Il problema di Ben-Gvir è molto più profondo di Ben-Gvir. Non solo per una considerazione scontata, quella per cui la sua responsabilità è semplicemente estetica: egli ha trasformato in spettacolo ciò che è ormai per lo Stato d’Israele prassi giuridica e comportamento consolidato di fronte a tutti coloro che semplicemente criticano le politiche del suo attuale governo. È proprio per questo che, quando Netanyahu prende le distanze o i ministri italiani lo condannano per colpe che non sono certo sue ma dell’intero governo di cui fa parte, tutti loro non fanno in realtà che portarne a compimento la strategia comunicativa. Il successo di Ben-Gvir è dimostrato proprio dalla scandalizzata ipocrisia delle reazioni di coloro che sono responsabili o complici delle torture sistematiche e legalizzate. Era questo il suo obiettivo: costringerci a spostare il focus dell’indignazione dalle politiche genocidarie di un intero governo alla spettacolarizzazione di un singolo rappresentante, a concentrare la nostra indignazione sul dito per continuare a non guardare la luna. Un obiettivo perfettamente riuscito, ad occhio. Flotilla, tutto il mondo contro Ben-Gvir. Quella del ministro israeliano è stata una messa in scena, cioè una finzione. Ma non nel senso che ciò che è accaduto sia falso, piuttosto il contrario. Quando pensiamo ai rischi della finzione, immediatamente immaginiamo qualcosa di simile al film The Truman Show. La messa in scena come falsificazione della vita, dove niente di ciò che accade è reale, pur sembrando tale. Così, quasi con un effetto condizionato, la spettacolarizzazione di Ben-Gvir è servita a ridurre la consapevolezza vivida della realtà. Occupandoci di Ben-Gvir, ripuliamo la nostra cattiva coscienza: ci indigniamo per lo spettacolo e così facendo “derealizziamo” ciò che accade, non ci crediamo più davvero o, per l’appunto, lo limitiamo alla responsabilità di un singolo, un disturbatore, un estremista. Un meccanismo ormai ripetuto e consolidato: non è ciò che accade anche sui social, dove possiamo fingere di essere ciò che non siamo? O nelle versioni ormai stantie dei reality show televisivi? Oppure con i video prodotti dall’Ia che ci vengono ormai proposti dovunque? Sono tutte messe in scene in cui l’effetto di realtà è raggiunto attraverso la bugia, la finzione, la recita, la perdita della realtà. Eppure a me pare che la spettacolarizzazione di Ben-Gvir rappresenti un salto di qualità rispetto a questa strategia. Egli ha infatti trasformato in spettacolo ciò che è tremendamente reale: l’uso legittimato della tortura, il potere della violenza sui corpi inermi, l’umiliazione e la vergogna come armi politiche. Egli esibisce la realtà nella sua evidenza, non la nasconde, non la camuffa, non la derealizza. Ma mettendola in scena così apertamente, al contempo la dissimula, la trasforma in uno spettacolo di fronte al quale ci commuoviamo come possiamo commuoverci dinanzi a una fiction televisiva o a uno spot pubblicitario strappalacrime. Ecco perché la sua responsabilità estetica contiene in sé un pericolo molto più grave, che ha a che fare con la crisi costitutiva delle democrazie. Potrei sintetizzare la questione in questo modo: come è stato possibile che la democrazia sia potuta diventare quel regime di governo in cui il sadismo ha sostituito esplicitamente il diritto e in cui non c’è più nessun limite ad arginare l’esercizio del potere da parte di coloro che sono stati legittimati a usare quello stesso potere? E come è possibile che non sia più necessario nascondere questa violenza primordiale, ma anzi che essa si possa esibire e ostentare come una forma di crudeltà pubblica? Perché le élites legittimate a governare le nostre democrazie non hanno più bisogno di celare la propria parte maledetta, ma sono ormai fieri di ostentarla? Umiliare gli inermi, il fascismo di Ben-Gvir e la bancarotta morale di Israele Una patologia Il problema di Ben-Gvir non è Ben-Gvir, ma è la crisi della democrazia. Perché la democrazia - quando non ce ne prendiamo più cura - può trasformarsi in una patologia: quella per cui coloro che esercitano legittimamente il potere non riconoscono alcun limite esterno a quel potere che esercitano. Ben-Gvir non è diverso da Trump, da Netanyahu, da tutti coloro che hanno velocemente trasformato la democrazia nel suo rovescio: l’autoritarismo. Che a questo punto non sembra essere ciò che mettere in discussione la credibilità delle democrazie dal di fuori, ma ciò che rischia di dissolverle dal di dentro, secondo un meccanismo di contagio parassitario o autoimmunitario. Nel 1943, C.S. Lewis scriveva: “Il potere dell’uomo di fare ciò che vuole di sé stesso significa, l’abbiamo visto, il potere di alcuni uomini di fare ciò che essi vogliono di altri”. Proprio questa è la zona d’ombra della democrazia su cui attecchisce Ben-Gvir: il fatto che essa possa trasformarsi dal di dentro in un progetto pianificato di abolizione dell’umanità. *Filosofo Venezuela. Rivolta in carcere. “Torture e spedizioni punitive” di Estefano Tamburrini Avvenire, 26 maggio 2026 Il fumo nero si vede dall’esterno. E si sentono le urla dei prigionieri: denunciano “torture”, “perquisizioni violente” e “spedizioni punitive”. Alcuni lamentano “decine di giorni” di isolamento “senza cibo”. Dagli striscioni appesi sul muro esterno si legge: “S.O.S” e “Ci stanno torturando”. È rivolta al carcere di Barinas, dove 1.320 detenuti (1.200 uomini, 120 donne) hanno preso il controllo della struttura penitenziaria per chiedere a Caracas la destituzione del direttore, Elvis Macuare Guerrero, già segnalato per “eccessi” e “abusi di potere” sulle persone recluse. “Ci ha tolto lo sport e lo studio e ci fa dormire per terra”, denunciano. Il direttore però non si tira indietro: irrompe nel carcere, insieme alle guardie, e spara sui manifestanti. La denuncia viene confermata dall’Ong Observatorio venezolano de prisiones, che posta su X un filmato realizzato dai detenuti. “Protestavano pacificamente quando le guardie carcerarie, accompagnate dal nuovo direttore, hanno aperto fuoco contro i manifestanti”. Non è chiaro come e perché gli smartphone siano entrati nella struttura, ma il momento, assai critico, impone altre priorità, come la salvaguardia dei reclusi in pericolo. Filtra l’informazione di “alcuni feriti” (quantità e gravità non precisate). Evacuate anche cento donne dalla sezione femminile della struttura. La maggior parte di loro accusava irritazione cutanea e problemi respiratori a causa dei lacrimogeni lanciati da agenti della Guardia nazionale bolivariana (Gnb), entrati nel penitenziario per sedare la rivolta. “Siamo disperati”, dicono ad Avvenire alcuni familiari dei detenuti che hanno raggiunto la struttura. Presenti madri, padri, mogli e altri congiunti dei detenuti. “Si sentono spari ed esce fumo dall’interno. Non ci viene fornita nessuna informazione sulla condizione dei detenuti”, lamentano. Ieri il direttore del carcere è stato destituito dal responsabile della sicurezza di Barinas. Le Ong accusano: “È una situazione che si sarebbe potuta evitare se il difensore civico e il pubblico ministero avessero fatto il loro lavoro”. È passata più di una settimana da quando il difensore civico, Eglée González Lobato - reagendo alle morti di Víctor Quero Navas e di José Manuel García - chiedeva una “revisione strutturale” del sistema penitenziario di Caracas per porre fine a “torture e abusi”. Nell’attesa è morta anche Carmen Navas, l’ultraottantenne madre di Víctor, che nel lutto chiedeva “pietà” per i detenuti. Il carcere, si sa, è il termometro del Paese, poiché segna lo scarto tra promesse di circostanza e riforme reali. E la rivolta è successa venerdì 22 maggio, scadenza autoimposta da Rodríguez per il rilascio, in “buona fede”, di 300 detenuti. Per ora ne sono stati rilasciati meno di cinquanta, tra cui la 16enne Samantha Hernández, che era in cella perché familiare di un militare ribelle. Episodi strazianti spuntano ovunque si guardi, con l’impunità che sembra avere la meglio su ogni indagine e accertamento. È il caso di Yanín Pernía, prigioniera politica classe 1997, reclusa all’Instituto de orientación femenina, dove avrebbe subito abusi da parte di almeno 30 agenti. “Per lei nessuna scarcerazione? Sta ancora soffrendo fisicamente e psicologicamente per quanto le è accaduto”, lamenta la suocera, Zoraida González, madre di José Miguel Estrada, altro prigioniero. Politica o meno che sia, la prigionia a Caracas è un inferno. E le ragioni sono strutturali. Basti pensare ai cinque reclusi morti un mese fa a Yare III a seguito di scontri fisici finiti in rivolta. Ogni tragedia è accompagnata dal solito schema: silenzi, informazioni tardive, promesse incompiute. Del resto l’agenda del Paese è altrove: purghe interne, esercitazioni militari Usa nel cuore di Caracas e la confusione della dissidente premio Nobel María Corina Machado, che da Panama si autocandida a elezioni mai indette.