L’indulto e la clemenza di Concita De Gregorio La Repubblica, 25 maggio 2026 Ha alzato la mano, l’educatrice lo ha guardato e gli ha fatto cenno: vai pure avanti, fai la tua domanda. Si parlava di un libro, argomento: legami di sangue e segreti di famiglia. Lui ha detto scusi se vado fuori tema, ma vorrei sapere: lei ha idea della ragione per cui da vent’anni in questo Paese non si fa più un indulto? La parola indulto è esplosa nel piccolo anfiteatro del carcere come un bengala. Si sono accesi tutti: annuivano, parlavano tra loro, qualcuno si è alzato per intervenire. Le guardie carcerarie, due ragazzi molto giovani, si sono mosse: calmi, seduti, silenzio. Le educatrici, insegnanti benevole di mezza età, hanno detto d’accordo, ora ne parliamo. Con ordine, se tutti siamo d’accordo ne parliamo. Quel che è seguito è stato uno dei dibattiti più interessanti, per me, degli ultimi anni. Domande competenti, sottili, pertinenti. L’indulto. Il provvedimento di clemenza che estingue la pena ma non il reato: rimette in libertà chi ha commesso reati minori (di solito fino a tre anni di reclusione e diecimila euro di pena pecuniaria, con esclusione di reati di natura grave). Un tempo, fino al principio degli anni Novanta, l’indulto si concedeva spesso: lo si chiamava “svuotacarceri”, serviva a ridimensionare l’affollamento cronico. Nel penitenziario in cui mi trovavo i carcerati sono più del doppio di quelli che dovrebbero: quattro in celle da due. È ovunque così, e molto peggio di così. Dunque: cosa ne è stato dell’indulto? L’ultimo nel 2006. Vent’anni fa, è molto tempo. I politici non lo danno perché è impopolare per loro, dice uno dei detenuti: non lo danno perché la gente non vuole e loro fanno quello che piace alla gente. “La gente decide. Il vero tribunale è la gente, ormai”. Il tribunale è la gente. Parliamo un momento dei processi mediatici, di quanto appassionino i casi giudiziari, Garlasco: tutti hanno un’opinione, tutti giudicano. I processi si fanno in tv. Ma torniamo alla questione: come mai l’indulto no? Bisogna fare un passo indietro, ripercorrere la storia com’è andata: per capire bisogna sapere e loro sanno. Chissà se anche chi non è in carcere ricorda altrettanto bene questa storia. Sarebbe importante, è la radice del presente. È l’origine del “populismo giudiziario”, il tempo in cui viviamo. Intelligenza artificiale, tu che hai tutte le risposte, definisci populismo giudiziario: “Uso politico della giustizia per intercettare alimentare e assecondare l’umore punitivo dell’opinione pubblica. Va di pari passo con il populismo politico. Si fonda su misure restrittive a forte impatto mediatico. Si fonda sulla paura, promette sicurezza”. Ecco. Più o meno, sì. Mancano le intenzioni, però. Il disegno: prima si alimenta la paura così da promettere, poi, sicurezza. Esercitare il controllo. La giustizia non serve più a rieducare, come dice l’articolo 27 della Costituzione: serve solo a punire. I criminali dentro e via le chiavi. Così siete al sicuro. Pazienza per Beccaria, per il senso della democrazia, per la riabilitazione. Piazze vuote e carceri piene. Così va meglio. Servono ora due minuti di attenzione per ripercorrere questa storia, ne vale la pena. La legge costituzionale che riforma l’indulto è del 6 marzo 1992 e segna di fatto il passaggio fra la prima e la seconda repubblica. Siamo all’inizio di Tangentopoli. Il tempo di prima e quello di dopo. Attenzione alle date. Il 17 febbraio 1992 viene arrestato Mario Chiesa, lo ricordate? Era il presidente del Pio albergo Trivulzio, casa di cura per anziani, fu colto in flagrante mentre incassava una tangente da un piccolo imprenditore. Era socialista, aveva ambizioni politiche importanti. Bettino Craxi, segretario del Psi, disse che si trattava di un “mariuolo isolato” ma no: era un sistema. Dalla confessione di Chiesa un effetto domino: la corruzione era endemica, era dappertutto. È l’inizio di Tangentopoli. Tre settimane dopo l’arresto di Chiesa, il 6 marzo, il Parlamento approva la riforma dell’articolo 79 della Costituzione: il potere di concedere indulto viene sottratto al Capo dello Stato e passa alle Camere, che decidono con il vincolo dei due terzi dei voti. Perché lo fa? Perché si diffonde nel Paese il fondato sospetto che i partiti, travolti da avvisi di garanzia, possano usare la legge per salvare se stessi. La classe politica ha bisogno di dimostrarsi ancora credibile: non favorirà i suoi esponenti corrotti, ecco, vedete. Si comincia a parlare di casta. Cresce la spinta giustizialista. Il populismo giudiziario nasce con Mani Pulite, di cui Antonio Di Pietro è uno dei pm di punta. Di Pietro fonderà poi Italia dei Valori, una consistente parte di quel partito confluirà nel Movimento Cinque Stelle, molti anni dopo. Le origini. Il vincolo dei due terzi dei voti rende l’indulto praticamente inattuabile: non ci saranno più maggioranze così larghe, in Parlamento, figuriamoci in materia di giustizia. Giustizialisti e garantisti si arroccano sui rispettivi fronti i quali, non sempre ma spesso, coincidono con i due principali schieramenti avversi. Destra e sinistra. Unica eccezione, quattrodici anni dopo. L’indulto del 2006, ministro della Giustizia Clemente Mastella, governo Prodi: maggioranza dei due terzi ottenuta concedendo al centro destra di includere nel provvedimento i reati finanziari. Italia dei Valori e sinistra radicale contrari, maggioranza raggiunta. Vent’anni fa, poi basta. Questa la storia, i detenuti la conoscevano bene. Hanno fatto domande come questa: va bene l’insofferenza verso i privilegi della classe politica, è giusta. Ma forse i privilegi sono terminati? Vi risulta che stipando le carceri la classe politica sia diventata virtuosa? Qual è il nesso fra l’inclemenza e la virtù? Un’altra domanda. Perché la politica deve sottostare all’opinione pubblica? Non dovrebbe invece indicare la rotta, guidare? Le educatrici annuivano, le guardie carcerarie ascoltavano. Infine uno ha detto: c’è ostilità verso l’idea di clemenza perché la società è debole. È sempre più povera, ha paura e non puoi essere clemente se hai paura. Io davvero non saprei come dirlo meglio. Non puoi essere clemente se hai paura. Puoi solo chiuderti in casa, televotare, partecipare al tribunale del popolo seduto davanti alla tv e continuare a pensare in galera, devono andare: tutti in galera, quei delinquenti. Poi accendere il fuoco, farti una minestra e andare a dormire. In casa, da solo, al sicuro. Donne in carcere, un sistema ancora pensato al maschile di Ivana Barberini trendsanita.it, 25 maggio 2026 Lucia Castellano (Provveditrice Amministrazione penitenziaria della Calabria): “Quello che manca è un pensiero globale al femminile”. In Italia le donne detenute sono poche (poco sopra il 4% del totale della popolazione detenuta), ma proprio per questo rischiano di restare invisibili. Sono una quota minima della popolazione carceraria ma vivono in un sistema penitenziario progettato quasi interamente sulle esigenze degli uomini. Le carceri, gli spazi, i servizi sanitari, le attività formative e lavorative, fino alle stesse regole organizzative, continuano, infatti, a riflettere un modello “declinato al maschile”, che fatica a riconoscere bisogni specifici come la maternità, il rapporto con i figli, la salute ginecologica, la prevenzione oncologica e il diritto all’affettività. È questa una delle conclusioni più significative del Primo Rapporto sulle donne detenute in Italia realizzato da Antigone, un lavoro che per la prima volta ha visitato in modo sistematico tutte le realtà detentive femminili del Paese. La detenzione femminile potrebbe diventare un laboratorio di innovazione per ripensare il carcere nel suo complesso. Le donne detenute presentano infatti, in generale, una minore pericolosità penitenziaria e un più basso “spessore criminale”, caratteristiche che renderebbero possibile un modello più aperto, orientato alla relazione con il territorio, al lavoro, alla formazione e alle misure alternative. Accanto agli aspetti strutturali, emergono anche bisogni specifici spesso trascurati: il rapporto con i figli, la maternità, la prevenzione oncologica, la salute ginecologica, la disponibilità di prodotti per l’igiene femminile e, più in generale, il diritto all’affettività e alla cura del corpo. La testimonianza della Dottoressa Lucia Castellano, Provveditrice regionale dell’Amministrazione Penitenziaria della Calabria, intervistata da TrendSanità, offre uno sguardo concreto su queste criticità e sulle possibili soluzioni. Dall’affettività alle madri detenute, dalla salute femminile alla necessità di un vero “pensiero al femminile” nel sistema penitenziario, emerge il ritratto di una realtà ancora poco conosciuta, ma che potrebbe indicare una strada nuova per rendere il carcere più umano e più aderente ai diritti fondamentali delle persone. La detenzione femminile resta spesso ai margini del dibattito pubblico. Quali sono le principali differenze rispetto al carcere maschile? “La prima differenza è numerica. Le donne sono una strettissima minoranza, non sono più di tremila, più o meno, su circa 64mila detenuti. C’è quindi una sproporzione numerica che fa sì che tutto sia pensato al maschile. Un po’ per i numeri, un po’ perché tradizionalmente negli istituti penitenziari finiscono molto più gli uomini che le donne. Un altro dato importante è che gli istituti penitenziari interamente dedicati alle donne sono pochissimi. Per il resto, nella gran parte dei casi, le donne stanno in sezioni femminili annesse alle carceri maschili, una specie di carcere nel carcere. La relativa facilità con cui si organizza un’offerta culturale, formativa, scolastica o universitaria per gli uomini non c’è per le donne. In un carcere maschile con una sezione femminile, fai fatica a organizzare la scuola, ad esempio, perché magari non c’è un numero sufficiente di partecipanti, o a mandare le donne in un laboratorio dove ci sono anche gli uomini. Quindi o crei occasioni solo per loro, che però sono poche, oppure rischiano di restare escluse. Bisogna evitare la promiscuità e gli incontri considerati a rischio. Non declinerei poi necessariamente le opportunità di lavoro al femminile. Penso invece che il punto vero, il punto dolente, sia l’affettività. Più che il lavoro, la sfera davvero peculiare riguarda il rapporto con i figli, la cura, gli affetti”. Il tema delle madri detenute resta uno dei più delicati. Al 28 febbraio 2026 le donne detenute con figli sono 23 (tra italiane e straniere) con 27 figli al seguito nelle regioni Campania, Lazio, Lombardia e Piemonte. Qual è la situazione oggi? “La legge dice che le donne con figli piccoli non dovrebbero stare in carcere, ma in detenzione domiciliare, salvo esigenze di sicurezza. Il problema è che questo “salvo esigenze di sicurezza” diventa una norma interpretabile, perché il concetto stesso di sicurezza è opinabile. Per ospitare le donne con figli ci sono gli ICAM, gli istituti a custodia attenuata per madri. Sono sempre carceri con la polizia penitenziaria, però sono strutturati come centri di accoglienza per mamme con bambini. Quando ero provveditore in Campania c’era l’ICAM di Lauro (Avellino) dove i bambini andavano a scuola la mattina, facevano attività, andavano alle feste dei compagni. Facevano una vita da bambini, mentre le mamme restavano in carcere. Era l’unico presidio del Sud per madri con bambini fino a 6 anni, noto per il suo ambiente non carcerario. Anche la collocazione conta molto. A Milano ad esempio è al centro della città, in un appartamento, quindi i bambini hanno una dimensione più urbana. A Venezia si trova alle spalle dell’istituto penitenziario della Giudecca, è un posto bello, ma è sempre carcere”. Perché per le donne il carcere pesa in modo diverso? “Il tema dell’affettività per le donne non è declinato diversamente rispetto agli uomini, ma c’è una differenza concreta. Innanzitutto c’è l’aspetto dell’accudimento ancora molto diversificato. L’uomo detenuto spesso ha una donna, la madre, la sorella, la fidanzata, la figlia, che gli porta le lenzuola pulite, la biancheria, il pacco con le cose buone da mangiare. La donna detenuta non ha tutto questo accudimento. Guardando la fila per i colloqui in carcere, vede file di donne. È difficile vedere negli istituti femminili uomini che portano i pacchi. C’è poi il tema dell’affettività vera e propria. C’è una deprivazione affettiva più forte, più visibile. Gli uomini sono spesso più corazzati, più portati a non mostrare i propri disagi. Nelle donne, invece, questo bisogno di affetto e di amore sembra emergere in modo più plateale. Il carcere priva della relazione affettiva e nelle sezioni femminili questa deprivazione si vede molto”. Le stanze dell’affettività sono pensate per tutti? “La sentenza della Corte costituzionale del 2024 ha rappresentato un passaggio importantissimo, perché ha dichiarato illegittima una norma che non consentiva colloqui non osservati, quindi colloqui intimi e la possibilità di avere rapporti sessuali. È stato un grande passo avanti dal punto di vista della civiltà del Paese e della civiltà della detenzione. Però anche questo deve essere pensato dentro la cura del rapporto affettivo. Non basta mettere due letti in una stanza e dire “abbiamo fatto la stanza dell’affettività”, serve un pensiero ulteriore. Deve essere uno spazio in cui si coltiva il rapporto affettivo, non necessariamente finalizzato al rapporto sessuale. È un colloquio intimo, non visto, non osservato, in cui il poliziotto non è sostanzialmente fuori dalla porta. In Calabria, su undici istituti, tre sono oggi dotati di stanze dell’affettività e i detenuti che si trovano in istituti dove la stanza non c’è, possono fare domanda e spostarsi nell’istituto dove è presente. Il problema, però, è che queste stanze sono negli istituti maschili, quindi, per le donne, l’accesso è più complicato. La sentenza parla del diritto all’affettività per tutti, ma nell’attuazione ci siamo mossi più al maschile, perché gli uomini sono di più. Questo è il punto: la norma vale per tutti, ma poi l’organizzazione segue ancora i numeri”. Poche donne detenute. Un limite o un’opportunità? “Il fatto che le donne siano poche dovrebbe essere una grande opportunità. Nelle sezioni femminili, in molti casi, è più semplice lavorare. C’è meno aggressività, meno violenza, meno spaccio, meno traffico di telefonini. Le donne, da questo punto di vista, sono un po’ più tranquille. Nella mia esperienza sono anche molto ricettive rispetto all’organizzazione della parte più domestica, gli spazi sono spesso puliti, curati, ordinati. Chi vuole lavorare bene in una sezione femminile può farlo più facilmente che in una sezione maschile, ma proprio perché sono poche, si potrebbe ragionare meglio. Si potrebbe immaginare un circuito penitenziario femminile regionale, con opportunità distribuite sul territorio. Se in un istituto c’è un corso di sartoria, ci va chi è interessata alla sartoria. Se altrove c’è un’opportunità lavorativa, si può costruire un percorso. Bisognerebbe ragionare in termini regionali, perché i numeri lo consentono”. C’è una storia che le è rimasta particolarmente impressa? “Ho incontrato tante storie. Le donne sono di meno, ma quando sono in carcere spesso è perché hanno fatto cose terribili. Mi è rimasta impressa una donna che aveva ordinato al figlio minorenne di uccidere l’amante del marito. Mi colpiva l’efferatezza di alcuni delitti, che spesso nascevano in contesti di grande deprivazione e anche di grande violenza. Un’altra cosa che non dimenticherò mai è il terremoto del 2024, quando abbiamo dovuto chiudere il carcere di Pozzuoli. Lì ho toccato con mano il senso di comunità che le donne sono capaci di creare, molto più degli uomini, anche con le poliziotte. Le donne si affidavano quasi in un rapporto materno. Le abbiamo portate alcune a Secondigliano, altre a Salerno, altre ad Avellino, altre purtroppo fuori regione. Ho visto e apprezzato moltissimo l’impegno delle poliziotte di Pozzuoli”. Che cosa servirebbe per migliorare la detenzione femminile? “Servirebbe innanzitutto attenzione alla parte affettiva, attenzione ai bambini e una corretta applicazione della legge, che mette al centro la detenzione domiciliare per le madri con figli piccoli. La ratio della legge è che tra l’interesse della madre e l’interesse del bambino prevale l’interesse del bambino. Poi la prima cosa da fare è potenziare l’esecuzione penale esterna, quindi la detenzione domiciliare e le misure alternative per le mamme con figli piccoli. La seconda è guardare alla peculiarità di genere, che rientra in quello che la legge già ci chiede, l’individualizzazione del trattamento. Per ogni autore o autrice di reato serve una risposta differente, sia in termini di custodia, sia in termini di esecuzione della pena. Il giovane deve avere un tipo di risposta, l’anziano un’altra, la donna un’altra ancora”. Come si gestisce la salute femminile in carcere? “Rispetto alla sanità, una cosa su cui bisogna insistere moltissimo è la prevenzione. Bisogna seguire la donna nelle fasi delicate della sua esistenza anche dal punto di vista fisico, la menopausa, la prevenzione oncologica, i pap test, tutto quello che accade al corpo delle donne dopo una certa età. Noi abbiamo sempre previsto la presenza di ginecologi e attività di prevenzione oncologica per il tumore al seno e per il tumore della cervice, ma anche la sanità penitenziaria è ancora spesso pensata al maschile. Basti pensare alla mancanza del bidet nei bagni, una cosa apparentemente banale ma significativa. Serve un pensiero al femminile, anche sulle piccole cose della quotidianità come il ciclo mestruale, la cura dei capelli, la possibilità di acquistare prodotti specifici, lo smalto, la tinta, tutto ciò che riguarda la cura di sé. Non sono orpelli, sono aspetti che fanno parte della dignità della persona detenuta. Per le donne straniere, ad esempio, anche le extension dei capelli possono avere un valore culturale importante. Se si istituisce un gruppo di lavoro che pensa a queste cose, da lì nasce un pensiero al femminile che poi si autoalimenta”. A livello di reati ci sono differenze tra uomini e donne? “Sì. Le donne sono meno, ma spesso hanno alle spalle reati molto gravi. Ci sono omicidi che maturano all’interno di relazioni affettive e spesso sono la conseguenza di violenze. C’è poi un’altra ragione per cui le donne sono meno presenti in carcere, perché per alcuni reati commessi nella coppia o nella famiglia, è più spesso l’uomo ad accollarseli. Se in una casa si spaccia e arrivano i carabinieri, è più facile che sia portato in carcere l’uomo. Le donne, nelle attività criminali, spesso occupano una posizione meno di rilievo e quindi sono meno esposte”. Una riflessione conclusiva? “Quello che manca è un pensiero globale al femminile. C’è un mondo che andrebbe osservato e su cui andrebbe fatta una riflessione a sé. Le donne hanno peculiarità esistenziali che, rispetto agli uomini, possono sembrare dettagli o qualcosa in più, ma non lo sono. Per loro, per noi donne, sono aspetti di fondamentale importanza”. Responsabilità civile dei magistrati, Forza Italia riapre il fronte giustizia di Davide Vari Il Dubbio, 25 maggio 2026 Costa annuncia una proposta di legge, Lega favorevole con paletti. Ma Meloni spinge sulla riforma elettorale. Il centrodestra torna a mettere la giustizia al centro dell’agenda politica. Mentre la maggioranza lavora alle modifiche della legge elettorale, Forza Italia prepara una nuova proposta sulla responsabilità civile dei magistrati, con l’obiettivo di aprire un confronto interno alla coalizione e riaccendere uno dei dossier rimasti sul tavolo dopo il referendum sulla separazione delle carriere. Ad annunciare l’iniziativa è il presidente dei deputati azzurri Enrico Costa: “Stiamo predisponendo una proposta di legge sulla responsabilità civile dei magistrati sulla quale ci confronteremo all’interno della maggioranza”. Costa: “Il tempo per intervenire c’è ancora” - Nel suo intervento social, Costa ricorda che “sono trascorsi due mesi dal referendum” sulla separazione delle carriere, un passaggio che, “al di là del risultato deludente”, avrebbe comunque evidenziato criticità ancora irrisolte nel sistema giustizia. Per l’esponente di Forza Italia, l’ultimo scorcio della legislatura può ancora essere utile per approvare interventi significativi, a condizione di non perdere tempo. “In questo scorcio di legislatura, il tempo per taluni significativi interventi c’è ancora, a condizione di non indugiare, ma riprendere subito slancio e stabilire le priorità su cui puntare”, afferma Costa. La direzione indicata è quella delle riforme ordinarie, considerate lo strumento più immediato per incidere sull’efficienza del sistema e sulle garanzie dei cittadini. L’obiettivo, spiega ancora Costa, è intervenire “con riforme ordinarie capaci di restituire piena efficienza all’amministrazione della giustizia e di rafforzare le garanzie costituzionali assicurate ai cittadini”. La Lega apre, Bongiorno: “Tema da spingere” - In attesa di conoscere il testo della proposta di legge, dalla Lega arriva una prima apertura. Il dossier viene considerato tra quelli che “meritano assolutamente attenzione particolare e priorità”. A chiarire la posizione del partito è Giulia Bongiorno, presidente della commissione Giustizia del Senato e responsabile del dipartimento giustizia della Lega. “La nostra posizione sulla responsabilità civile dei magistrati è nota. Più volte ne ha parlato il nostro segretario Matteo Salvini”, ricorda la senatrice. L’apertura, però, non è senza condizioni. Bongiorno richiama la necessità di un testo equilibrato: “Sia scritto ovviamente in modo equilibrato, non deve avere un carattere di legge punitiva”. Una volta fissati questi paletti, la posizione politica è chiara: “Condivido” la proposta e “bisogna spingere” sul tema. FdI prudente: “Prima leggiamo il testo” - Più attendista la linea di Fratelli d’Italia. Il sottosegretario alla Giustizia Alberto Balboni invita a valutare la proposta nel merito, senza chiusure preventive ma anche senza pronunciamenti prima di conoscere il testo. “Se c’è una proposta di una forza politica di maggioranza è giusto valutarla, ma nel merito”, afferma Balboni. Poi aggiunge: “Non conoscendo la pdl non posso esprimere un parere. Prima vorrei leggere il testo, visto anche il ruolo che ricopro”. Il senatore meloniano ricorda che il tema non è nuovo nel dibattito pubblico e istituzionale: “C’è stato anche un referendum a suo tempo sulla responsabilità civile dei giudici. Quindi è un tema antico e va ponderata ovviamente una soluzione che tenga conto dei diversi interessi in gioco”. Zanettin: “Un testo equilibrato, l’ultimo anno non vada sprecato” - A rassicurare gli alleati prova anche il senatore di Forza Italia Pierantonio Zanettin, che parla di un’iniziativa destinata a essere discussa dentro la coalizione. “Proporremo ai partner di governo un nuovo, equilibrato testo di legge ed inizieremo al più presto con i nostri alleati un confronto di merito”, afferma Zanettin. Il messaggio politico, però, resta netto: per Forza Italia la legislatura non deve chiudersi senza un nuovo intervento sulla giustizia. “Il risultato del referendum popolare del 1987 è stato vanificato dalla legislazione successiva. L’ultimo anno di legislatura non deve andare sprecato. C’è ancora molto da fare”, sottolinea il senatore azzurro. La priorità di Meloni resta la legge elettorale - Se Forza Italia spinge sulla responsabilità civile dei magistrati, la vera priorità di Giorgia Meloni resta però la legge elettorale. La premier ha chiesto un’accelerazione nelle prossime settimane e mercoledì i capigruppo della maggioranza a Montecitorio chiederanno la calendarizzazione della riforma nel mese di giugno. Nello stesso giorno è previsto anche l’ufficio di presidenza della commissione Affari costituzionali, dove dovrebbe arrivare a stretto giro la riformulazione del testo base. Il deputato di Forza Italia Stefano Benigni conferma che la maggioranza sta lavorando a modifiche tecniche e politiche. “Stiamo ragionando su alcune limature, tecniche e politiche”, spiega, indicando alcuni dei correttivi in discussione: “Certamente la soglia del 42% per l’accesso al premio, il tetto massimo di 220 deputati e 113 senatori, l’eliminazione dei ballottaggi se nessuno raggiunge la soglia, l’omogeneità del risultato di Camera e Senato per far scattare il premio”. L’opposizione attacca il “Melonellum” - Il centrosinistra è pronto allo scontro sulla riforma elettorale. Il senatore dem Dario Parrini usa parole durissime: “Premio abnorme; tutto il Parlamento formato tramite liste super bloccate; anteprima surrettizia di premierato; decisioni prese sulla base di calcoli di parte e portate avanti a colpi di maggioranza e con forzature a gogò. Il Melonellum è di fatto un Porcellum Bis”. Critico anche il leader di Azione Carlo Calenda, secondo cui Meloni starebbe compiendo “un errore clamoroso” con la nuova legge elettorale. Per Calenda, il rischio è quello di costruire coalizioni troppo larghe e disomogenee per garantire una reale capacità di governo. “Avrà dentro da Vannacci a Tajani e dall’altro lato ci sarà da Di Battista a Renzi e con queste coalizioni non si governa”, afferma il leader di Azione. La sua proposta è diversa: “Quello che si dovrebbe fare, come gli italiani peraltro vogliono, sarebbe tornare a un sistema proporzionale in cui ognuno si pesa e poi si fanno gli accordi per governare insieme sulla base dei punti programmatici”. Responsabilità civile dei magistrati: incontro Costa-Nordio su input di Marina Berlusconi di Conchita Sannino La Repubblica, 25 maggio 2026 Si scrive: “Proposta da discutere in coalizione”. Si legge: “O la si porta avanti, o salta il resto”, vedi la legge elettorale così cara alla premier Meloni. Sono apparentemente pacate le parole con cui Forza Italia torna alla sua crociata anti-abusi dei giudici, campagna da portare avanti con ritmi pressanti e ostentata tenacia, dopo la disfatta referendaria e i cambi al vertice di Camera e Senato, secondo i desiderata di Marina Berlusconi. Ma ecco cosa c’è dietro l’ultimo pressing degli azzurri, che ieri con un post del presidente dei deputati FI Enrico Costa rilancia la volontà di portare a casa un altro loro vecchio cavallo di battaglia, la riforma sulla responsabilità civile dei magistrati (un tema che attraversa la politica italiana esattamente da quarant’anni). Già l’attesa per un tavolo sull’argomento, confessano da Forza Italia, non è stata breve. Costa scrive un post in cui annuncia l’imminente battaglia, poi si trincera ieri in un sibillino no comment, “a quest’ora vado a correre lungo il Tevere, è fresco”. Ma nel partito, e non solo a Roma, c’è chi nota che “quaranta giorni per poter finalmente confrontarci sul da farsi, non sono pochi, adesso dobbiamo agire”. L’allusione è al vertice sulla giustizia con il ministro Carlo Nordio, chiesto dai capigruppo Costa e Stefania Craxi il 23 aprile scorso e fissato in via Arenula solo per il 3 giugno prossimo. Causa: dobbiamo prima impegnarci sulle amministrative di maggio, basta con temi divisivi mentre abbiamo le urne aperte, era stato il diktat dei meloniani. Così, allo scadere dell’ultimo lunedì del voto, gli azzurri si rifanno vivi con la lista. Ed è proprio in vista del vertice, appuntamento con Nordio tra nove giorni, che gli azzurri mandano l’avviso sulla loro pdl. Non hanno intenzione di mollare. E stando a quanto risulta a Repubblica, sono avanti anche con l’elaborazione del testo: che, nel chiedere il risarcimento indiretto ai magistrati (sarebbe lo Stato a rivalersi su di loro), non toccherebbe ovviamente “l’interpretazione delle norme”, un caposaldo dell’attuale legge, ma punterebbe a demolire l’”insindacabilità dei fatti e delle prove”. Proprio per poter esaminare la condotta della toga finita sotto azione civile. Vecchia idea dei berlusconiani e dei radicali, in particolare, che risale già al 1987, anno dell’assoluzione piena di Enzo Tortora (percorso non meno travagliato rispetto al progetto della separazione delle carriere; con un quesito referendario bocciato dalla Corte Costituzionale nel febbraio 2022), Costa la ripropone quindi via post, spezzando la quiete degli alleati di domenica pomeriggio. “Sono trascorsi due mesi dal referendum sulla giustizia, che, al di là del risultato deludente, ha evidenziato tante criticità che restano, irrisolte, ancora tutte sul tavolo. La strada da intraprendere è quella di intervenire con riforme ordinarie capaci di restituire piena efficienza all’amministrazione della giustizia e di rafforzare le garanzie costituzionali assicurate ai cittadini”, scrive il presidente dei deputati azzurri. Che poi va al sodo: “Stiamo predisponendo una proposta di legge sulla responsabilità civile dei magistrati, ci confronteremo in maggioranza”, con il chiaro intento di fare uscire allo scoperto gli altri. Ma il richiamo non è gradito a tutti. E se la Lega apre, pur con i distinguo della senatrice Bongiorno (“Condivido. Ma vanno rispettati i paletti, non sia una proposta punitiva”), FdI, con il sottosegretario Alberto Balboni, frena: “Non conoscendo la proposta non esprimo un parere. Vorrei leggere il testo”. I meloniani vanno a passi cautissimi, e l’ex presidente di Affari costituzionali lo conferma: “La materia è molto delicata. La soluzione va ponderata per tener conto dei diversi interessi in gioco”. Parole che non piacciono agli azzurri. Il senatore Pierantonio Zanettin spinge con relativa diplomazia: “Ci sono tredici milioni di elettori che hanno sostenuto la battaglia referendaria per una giustizia giusta, Forza Italia non può dimenticarlo. Non sprechiamo l’ultimo anno di legislatura. C’è ancora molto da fare”. Già aspettano gli altri testi: “Il ddl sul sequestro degli smartphone e la riforma sulla prescrizione, già approvati da un ramo del Parlamento”. Altre fonti di FI lo dicono più bruscamente: “Adesso vediamo quali sono le vere intenzioni”. No alla legge elettorale, se non si mantiene l’impegno sulle misure anti-abusi della giustizia, è la posizione. No Meloncellum, insomma, senza un provvedimento “identitario” per i berluscones. In parallelo al vero e proprio avvertimento del Carroccio sul federalismo spinto. Alla sua genuina maniera, il ministro Roberto Calderoli, solo tre giorni fa, da Trento, aveva messo in chiaro: “Una cosa è certa. Se non c’è l’autonomia non si fa niente. Quindi se qualcuno pensa di mettere avanti delle cose piuttosto che le altre... la nostra riforma è nel programma di governo, deve essere fatta”. A buoni intenditori. Processo, nuovi reati e carceri: ecco le sfide sul tavolo dei penalisti di Massimiliano Carbonaro Il Sole 24 Ore, 25 maggio 2026 La professione sarà oggetto di cambiamenti che incideranno sul lavoro quotidiano ma continuerà a svolgere il ruolo di tutela dei cittadini. “Non dobbiamo avere il timore del cambiamento, perché inevitabilmente la professione del penalista sarà oggetto di modificazioni profonde. Ma, anche se lo scenario muta, dobbiamo continuare a svolgere il nostro ruolo di sentinella di libertà del cittadino”. È questo il monito che arriva dal presidente dell’Unione delle Camere penali, Francesco Petrelli, ragionando sulle sfide che la comunità dei penalisti dovrà affrontare nel prossimo futuro. Ancora di più ora, dopo la vittoria del “no” al referendum costituzionale sulla giustizia dello scorso marzo su cui l’avvocatura penale aveva investito molto. “Resta aperto un problema fondamentale - commenta Petrelli - ossia che tipo di giustizia vuole questo Paese, perché il modello processuale attuale è in evidente sofferenza. Mi sembra che manchi una visione coerente e organizzata della giustizia. Si assiste a una sostanziale ambiguità, in cui si mescolano istanze garantiste con istanze chiaramente securitarie e motivazioni diverse tra di loro”. Il rischio, secondo il presidente, è di approdare a una riforma della giustizia - che comunque resta necessaria - al ribasso sotto il profilo qualitativo, con il processo che ritiene sia già ora sbilanciato sulla fase delle indagini e con una svalutazione dell’accertamento dibattimentale. “Il mio timore - aggiunge - è che si pensi a un processo lontano dal diritto di difesa, perché il modello che sembra dominare anche nell’immaginario collettivo è quello di un processo che premia la rapidità, l’efficienza, la quantità delle sentenze. Si diffonde la visione delle cause come un prodotto da smaltire senza considerare la tutela della libertà dell’individuo”. Peraltro, se il referendum è stato bocciato, restano sul campo una serie di disegni di legge che per varie ragioni appaiono in stallo e la cui ripresa è considerata necessaria dai penalisti: “Penso - commenta Petrelli - alla legge sulla prescrizione, o a quella sui sequestri telematici, che riguarda un aspetto diventato ormai fondamentale della nostra vita come i dispositivi elettronici su cui bisognerebbe elevare le garanzie. Poi c’è tutto il tema delle intercettazioni - continua -: anche qui si tratta di difendere un principio fondamentale di tutela della riservatezza”. Sono tutti temi importanti che ruotano intorno alle garanzie fondamentali dell’individuo. Se si guarda invece al futuro dell’avvocatura, quello a cui si sta assistendo secondo Petrelli è una “mutazione antropologica: il modello del processo telematico introdotto dalla riforma Cartabia - commenta - modifica profondamente il modo di operare e la caduta dell’oralità fa sì che i tribunali non siano più luoghi di confronto. A questo si aggiunge la mancanza di una riforma strutturale del processo e dell’ordinamento, ossia dell’organizzazione stessa della magistratura, comprese le regole che ne determinano carriere e nomine. Tutto ciò ci mostra una crisi evidente”. Sono tanti i problemi evidenziati dal presidente dell’Unione delle Camere penali a cominciare dai decreti sicurezza, per continuare con la situazione delle carceri (64.412 detenuti presenti negli istituti penitenziari al 30 aprile scorso a fronte di 51.265 posti di capienza regolamentare), che rappresentano due aspetti, secondo Petrelli, dello stesso tema, vale a dire del modello di giustizia che si intende realizzare. “Elevare le pene - spiega - e introdurre nuovi reati sono operazioni di pura comunicazione che non sortiscono alcun effetto benefico. Anche l’idea che un carcere più duro e repressivo senza sconti sia un bene per i cittadini è un travisamento della realtà, perché sappiamo bene che è vero esattamente il contrario. Il carcere duro è la scelta più scellerata”. Petrelli stigmatizza anche gli effetti del processo mediatico: “Lo scenario non è confortante - afferma - perché le cronache quotidiane non sono in linea con le basi del processo penale”. L’esempio più eclatante in questi giorni è ciò che sta accadendo intorno al delitto di Garlasco: secondo Petrelli “un disastro prima di tutto culturale e poi un disastro sotto il profilo di ciò che dovrebbe essere un processo penale”. Petrelli non mette in discussione il diritto di cronaca o di critica, ma sottolinea i guasti di un processo che in modo parallelo diventa centrale nel dibattito quotidiano sui media. È in questo contesto che si collocano le nuove sfide per l’avvocatura penale. “La professione sarà oggetto di modificazioni profonde - conclude Petrelli -: ci sono aspetti da governare, come appunto il processo telematico e la svalutazione dell’oralità, ma c’è anche il tema dell’intelligenza artificiale. Si tratta di innovazioni che inseriscono elementi di straordinarietà nel lavoro degli studi. Ma il penalista deve mantenere il suo ruolo fondamentale di risorsa democratica e comunità civile”. Dopo la bocciatura del referendum costituzionale, non si sono esaurite le proposte di riforma nell’ambito della giustizia. Interessano in particolare il lavoro degli avvocati penalisti la proposta di legge sulla prescrizione (il testo è l’atto Senato 985, già approvato in prima lettura dalla Camera) e quella sui sequestri dei dispositivi e dei sistemi digitali (il testo è l’atto Camera 1822, già approvato in prima lettura dal Senato). Il contesto - Molte le novità con cui si stanno confrontando i penalisti nel loro lavoro quotidiano. A livello operativo, la riforma Cartabia ha impresso una spinta al processo telematico, con una conseguente diminuzione dell’oralità. Numerosi sono stati gli interventi degli ultimi anni volti ad aumentare le pene e a introdurre nuovi reati. Gli avvocati, poi, si muovono in un contesto segnato dalle novità tecnologiche e dall’uso dell’intelligenza artificiale. Colloqui intercettati in carcere tra avvocati e detenuti, alza la voce anche il M5S Il Dubbio, 25 maggio 2026 La deputata Pavanelli annuncia un’interrogazione a Nordio dopo le presunte intercettazioni tra clienti e difensori a Capanne. Il caso delle presunte intercettazioni dei colloqui tra detenuti e difensori nel carcere di Capanne, a Perugia, arriva in Parlamento. La deputata del Movimento 5 Stelle Emma Pavanelli annuncia un’interrogazione al ministro della Giustizia Carlo Nordio per chiedere chiarimenti, verifiche e iniziative urgenti su una vicenda che, se confermata, toccherebbe uno dei punti più sensibili dello Stato di diritto: la riservatezza del rapporto tra avvocato e assistito. “Nei prossimi giorni depositerò un’interrogazione parlamentare al Ministro della Giustizia per fare piena luce su quanto emerso in relazione alle presunte intercettazioni dei colloqui tra detenuti e difensori all’interno del carcere di Capanne, a Perugia”, afferma Pavanelli. Il caso Capanne e la reazione delle Camere Penali - La parlamentare richiama le notizie diffuse nelle ultime ore e la presa di posizione dell’Unione delle Camere Penali Italiane, che ha denunciato la gravità del quadro emerso. Per Pavanelli, il punto non riguarda soltanto la gestione di un singolo istituto penitenziario, ma la tenuta delle garanzie fondamentali. “Le notizie diffuse in queste ore e la durissima presa di posizione dell’Unione delle Camere Penali Italiane delineano un quadro che, se confermato, sarebbe di una gravità senza precedenti sotto il profilo democratico, costituzionale e ordinamentale”, sostiene la deputata M5S. Il riferimento è alla possibilità che colloqui protetti tra detenuti e difensori possano essere stati ascoltati o registrati, con il rischio di incidere sulla libertà della strategia difensiva e sulla segretezza delle comunicazioni coperte da garanzia. Pavanelli: “Colpito il cuore dello Stato di diritto” - Nella ricostruzione politica della parlamentare, l’eventuale intercettazione dei colloqui tra avvocato e assistito non sarebbe una semplice irregolarità tecnica. Sarebbe, al contrario, una lesione diretta del diritto di difesa. “Intercettare colloqui tra avvocato e assistito significa colpire il cuore stesso dello Stato di diritto”, afferma Pavanelli. “Significa incrinare uno dei principi più inviolabili dell’ordinamento: il diritto di ogni cittadino ad avere una difesa libera, piena e riservata, senza il timore che strategie processuali, informazioni sensibili o comunicazioni protette possano essere ascoltate, registrate o finite negli atti investigativi”. L’interrogazione a Nordio - Con l’interrogazione parlamentare, Pavanelli intende chiedere al Guardasigilli se siano già state avviate verifiche interne e quali iniziative il governo intenda assumere. “Chiederò al Ministro della Giustizia se siano state avviate ispezioni ministeriali, quali verifiche siano in corso presso gli uffici giudiziari e l’istituto penitenziario interessato e quali iniziative urgenti il Governo intenda adottare per impedire che episodi di questa natura possano ripetersi”, annuncia. La deputata chiede quindi un accertamento istituzionale su più livelli: ministeriale, giudiziario e penitenziario. L’obiettivo è chiarire se le presunte intercettazioni siano effettivamente avvenute, con quali modalità e con quali responsabilità. “Non è una questione tecnica o corporativa” - Pavanelli respinge l’idea che il caso possa essere ridotto a una vicenda interna alla professione forense. Secondo la parlamentare, il diritto alla difesa riservata riguarda l’intero ordinamento democratico. “Non siamo di fronte a una questione tecnica o corporativa. Qui è in gioco la credibilità dello Stato e la tenuta delle garanzie democratiche”, dichiara. “Quando viene meno la riservatezza del rapporto tra difensore e assistito, viene colpito un presidio essenziale di libertà che tutela ogni cittadino, indipendentemente dal procedimento in cui è coinvolto”. “In uno Stato democratico il diritto di difesa non può essere compresso, aggirato o sacrificato in nome di alcuna esigenza investigativa. Su questo terreno servono chiarezza immediata, accertamento rigoroso delle responsabilità e risposte istituzionali nette” conclude Pavanelli. Intercettazioni in carcere, la Procura generale di Perugia avvia verifiche Il Dubbio, 25 maggio 2026 Sottani attiva i poteri di vigilanza dopo le notizie sui colloqui tra difensori e detenuti: “Nessun uso processuale non autorizzato”. La Procura generale di Perugia ha attivato i propri poteri di vigilanza dopo le notizie di stampa sulle presunte intercettazioni di colloqui tra difensori e detenuti nell’ambito di un’indagine della Procura perugina. A comunicarlo è il procuratore generale Sergio Sottani, intervenuto con una nota per chiarire lo stato degli accertamenti e il perimetro delle verifiche in corso. Il caso riguarda le notizie pubblicate lo scorso 20 maggio da un quotidiano nazionale, che ha riportato un’intervista al difensore di un’avvocata sottoposta a indagine dalla Procura di Perugia. L’ipotesi accusatoria, così come riferita dagli organi di informazione nei giorni precedenti, sarebbe quella di concorso esterno in associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Le notizie sulle presunte intercettazioni dei colloqui difensivi - Secondo quanto rappresentato dal difensore nell’intervista citata dal comunicato, nell’ambito dell’indagine sarebbero state autorizzate intercettazioni dei colloqui con il cliente. Sempre secondo quella ricostruzione, le captazioni si sarebbero poi estese anche ad altri colloqui difensivi e a soggetti estranei al procedimento. Una prospettazione che ha immediatamente sollevato un tema delicatissimo: la tutela della riservatezza del rapporto tra avvocato e assistito, presidio essenziale del diritto di difesa. Nel comunicato, Sottani precisa di non essere mai stato in precedenza investito della questione e di aver attivato subito i propri poteri di vigilanza per acquisire “dati e notizie utili a una più puntuale ricostruzione dei fatti”. Sottani: acquisiti dati dal procuratore perugino - Le prime informazioni, si legge nella nota, sono state fornite tempestivamente dal procuratore di Perugia, che si è attivato per ricostruire il “mosaico fattuale e tecnico” nel quale sono maturate le operazioni di captazione delle conversazioni in ambiente reclusorio. L’approfondimento riguarda anche le modalità di riversamento, su supporti telematici, del materiale acquisito. Un passaggio rilevante, perché proprio la gestione tecnica delle registrazioni e dei relativi supporti può incidere sulla verifica dell’eventuale presenza di captazioni non rituali o comunque non utilizzabili. La Procura generale assicura inoltre attenzione ai deliberati dell’Avvocatura sul tema. “Ogni contributo espresso sullo specifico argomento dai deliberati dell’Avvocatura è oggetto della massima attenzione e considerazione da parte di questo Procuratore Generale”, si legge nel comunicato. “Nessun uso processuale di intercettazioni non autorizzate” - All’esito delle prime notizie raccolte, che lo stesso procuratore generale definisce connotate da “fisiologica provvisorietà”, Sottani chiarisce un primo punto: “Non risulta alcun uso processuale di intercettazioni espletate in difetto di autorizzazione”. Il comunicato aggiunge però che, se dovesse essere effettivamente accertata la presenza di intercettazioni irrituali, si dovrà procedere alla loro distruzione secondo le forme previste dal codice di procedura penale. Una ricostruzione ancora provvisoria - Sottani invita alla prudenza, sottolineando che gli accertamenti sono ancora in corso e che il quadro emerso dalle prime verifiche non sarebbe pienamente coincidente con quanto apparso sugli organi di informazione. “Corre comunque l’obbligo di avvertire che, allo stato, le prime notizie raccolte su quanto segnalato sembrano delineare una situazione che, pur in attesa di ulteriori approfondimenti, non appare pienamente sovrapponibile rispetto a quanto riferito dagli organi di informazione”, afferma il procuratore generale. Il capo dei penalisti sui legali spiati: Napoli e Perugia non sono casi isolati di Giacomo Amadori La Verità, 25 maggio 2026 Petrelli (Unione camere penali): “Subiamo un attacco generalizzato, c’è denuncia pure sulla vicenda Stasi”. Cannevale, l’avvocato che ha sollevato la storiaccia del capoluogo umbro: “I pm disprezzano i difensori”. In primo luogo hanno protestato per le intercettazioni effettuate nelle salette dei colloqui del carcere di Perugia, captazioni che hanno registrato le conversazioni di circa una dozzina di legali con i loro clienti in modo illegittimo, non avendo l’autorizzazione del gip. L’Unione delle Camere penali ha indetto una manifestazione nazionale per l’11 giugno e cinque giorni di “astensione dalle udienze e da ogni attività giudiziaria nel settore penale”, tra l’8 e il 12 giugno. Ma ad agitare gli avvocati è anche la scoperta, presso la Procura di Napoli, di un’informativa della polizia giudiziaria che, sospettando l’inquinamento di alcune testimonianze processuali, ha messo sotto controllo, fotografato e intercettato tre avvocati del foro campano, due dei quali difensori ufficiali di un presunto camorrista. Un’attività di “spionaggio” che ha convinto l’avvocato Raffaele Esposito, un legale quasi novantenne dalla carriera irreprensibile (al punto da essere iscritto all’albo d’onore degli avvocati di Napoli), a presentare un esposto denuncia dopo essere stato “spiato” in Tribunale durante l’esercizio del suo mandato difensivo. Il procuratore Nicola Gratteri ha spiegato che le video-riprese e le intercettazioni nel corridoio di fronte all’aula della Corte d’Assise dove si sta svolgendo un processo di camorra è stata autorizzata da un gip (e quindi le captazioni non sarebbero illegittime come quelle di Perugia) e i testi dell’accusa sono stati posti sotto controllo per il reato di induzione a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria con il fine di favorire la criminalità organizzata. Non è chiaro se uno o più avvocati siano stati iscritti per la medesima ipotesi. Gratteri, alla nostra domanda, ha replicato serafico: “Lei sa bene che se rispondessi alle sue domande mi aprirebbero un procedimento disciplinare”. L’ordine degli avvocati di Napoli si è però schierato con forza al fianco dei colleghi, “condividendo appieno le preoccupazioni e le censure dell’Unione delle Camere penali” e ritenendo che le indagini degli inquirenti (che hanno passato al setaccio parole e, persino, gesti degli avvocati fuori dall’aula d’udienza) “minano la serenità del collegio difensivo” e “alimentano un inaccettabile clima di sospetto sulla correttezza professionale degli avvocati ed espropriano di fatto la signoria del giudice sul processo”. Il presidente nazionale dell’Unione delle Camere penali, Francesco Petrelli, ci spiega: “Nell’articolo 103 del Codice di procedura che vieta le intercettazioni delle conversazioni fra l’avvocato e il proprio assistito è stato opportunamente inserito nel 2024, su nostra richiesta, il comma 6-ter che in particolare obbliga il pm e agli operatori a “interrompere” immediatamente qualsiasi captazione nel momento in cui ci si accorge che si tratta di un colloquio fra assistito e il proprio legale”. Nel caso di Perugia, per Petrelli, non poteva esserci “alcuna incertezza sulla natura dell’intercettazione”: “La violazione ha qui del clamoroso in quanto i colloqui eseguiti nella saletta di un carcere sono inequivocabilmente colloqui tutelati dalla norma, che ha, a sua volta, una duplice copertura costituzionale negli articoli 15 e 24 della Costituzione”. I magistrati che sventolano il testo della legge fondamentale ogni volta che possono sembrano tenerlo, però, poco in considerazione quando, se rispettata, essa può limitare il potere dei pm. Il presidente dell’associazione dei penalisti mette in guardia da possibili abusi: “Occorre ricordare in proposito come il diritto di difesa, dichiarato inviolabile dalla nostra Carta suprema, sia fondamentale in una democrazia liberale in quanto costituisce la garanzia di tutela di ogni altro diritto: se cade quello entrano in crisi le basi dello Stato di diritto. Nel caso delle intercettazioni perugine sarebbe stato agevole interrompere l’ascolto quando nelle salette erano presenti soggetti non coinvolti nell’indagine e questo rende la violazione inescusabile”. Petrelli chiede che le violazioni abbiano conseguenze: “Se è vero che le intercettazioni sono proseguite per mesi con dispositivi collocati in molteplici salette di colloquio e hanno riguardato decine di avvocati la questione deve essere oggetto di una risposta sollecita da parte di tutte le autorità competenti”. L’avvocato romano non dimentica nemmeno quanto accaduto in Campania: “Ciò che preoccupa è che le violazioni del diritto di difesa non sono casi isolati. L’attacco alla funzione difensiva è un vero e proprio fenomeno: a Napoli, sia pure in un contesto differente, si è assistito di fatto a una generalizzata intercettazione dei difensori nell’adiacenza dell’aula e a una conseguente pericolosa criminalizzazione dell’attività difensiva nelle successive informative di polizia giudiziaria”. Con il suo ragionamento Petrelli prova a chiedere ai magistrati un esame di coscienza: “Credo che non solo debbano svolgersi indagini e accertamenti solleciti e rigorosi, ma che l’intera magistratura debba interrogarsi su come sia stato possibile un simile disprezzo delle regole processuali e si sia venuti meno alla esecuzione di quei doverosi controlli che precedono e anticipano l’ovvio giudizio di inutilizzabilità prevista dal nostro Codice”. Per il presidente non si può affermare solo a parole la parità di accusa e difesa davanti al giudice: “Il giusto processo si tutela e si promuove nei fatti, durante le indagini e nelle aule di giustizia, e non nelle retoriche affermazioni di principio”. E che qualche garanzia stia venendo meno è evidente anche nella trattazione del processo dell’anno, se non nel decennio, quello per l’omicidio di Chiara Poggi: “Abbiamo fatto un’analoga denuncia per la pubblicazione delle intercettazioni fra Alberto Stasi e il suo precedente difensore (il professor Angelo Giarda, ndr)”. Nei giorni scorsi due trasmissioni Mediaset hanno trasmesso in esclusiva gli audio del 2007 in cui l’ex fidanzato di Chiara Poggi e il suo vecchio avvocato discutevano del Dna, delle tracce ematiche e in cui il legale chiedeva conto al suo assistito dei tempi tra l’ultimo squillo a Chiara e la chiamata alla Croce Rossa. Per questo il 14 maggio scorso l’Unione delle Camere penali ha diramato un duro comunicato in cui si leggeva quanto segue: “La pubblicazione […] dell’audio e della trascrizione di conversazioni intercorse tra Alberto Stasi e il suo difensore, il professor Angelo Giarda, pone una questione di straordinaria gravità sotto il profilo del rispetto delle garanzie costituzionali e della tutela del rapporto difensivo […]. La questione non muta, né si attenua, per il fatto che la conversazione venga oggi presentata come elemento favorevole alla posizione di Stasi. Il problema non è il carattere accusatorio o difensivo del contenuto diffuso, ma il fatto stesso della pubblicazione di un colloquio tra imputato e difensore, che non può essere trasformato in materiale mediatico in assenza della volontà dell’interessato e, per quanto consta, senza che quel contenuto sia stato utilizzato nel processo o riprodotto in un provvedimento giudiziario”. Per tale motivo l’associazione presieduta da Petrelli ha chiesto la rimozione degli audio da alcuni siti Web. A dieci giorni di distanza l’avvocato chiosa: “Si tratta di fenomeni che non possono che essere collegati e che impongono, accanto alla denuncia, anche una riflessione da parte del mondo dell’informazione sui rischi che la violazione sistematica delle garanzie di imputati e indagati implica nella tenuta del sistema democratico liberale che trova fondamento proprio nella tutela delle libertà individuali di fronte all’autorità dello Stato”. In pratica il sacro diritto alla difesa e la tutela della privacy non possono essere sacrificati sull’altare dell’audience e dell’interesse morboso che l’opinione pubblica sta mostrando per un omicidio efferato, ottenendo in pasto anche i dettagli più intimi della vita sessuale della giovane vittima, ormai scomparsa da quasi vent’anni e la cui memoria viene costantemente profanata. Ci offre un’ulteriore riflessione Alessandro Cannevale, l’avvocato che per primo, su questo giornale, ha denunciato lo “scandalo” di Perugia. E le sue riflessioni sono particolarmente significative essendo stato per circa quarant’anni dall’altra parte della barricata, con la funzione di magistrato requirente. Gli abbiamo chiesto, innanzitutto, quali siano, a suo giudizio, i punti di contatto nei casi di Napoli e di Perugia. E Cannevale ha individuato, innanzitutto, questa analogia: “Un profondo disprezzo culturale per gli avvocati, considerati inutili nella migliore delle ipotesi, pericolosi nella peggiore. E mi creda, non cambia molto se l’avvocato non difende l’imputato, ma la vittima del reato”. A giudizio dell’intervistato manifestazioni come quella dell’11 giugno devono essere accompagnate da interventi concreti: “Indignazione e protesta sono legittime, ma non serviranno a nulla se non si avvia, subito, una riflessione tecnica e politica sul ruolo delle intercettazioni nel processo penale”. La lunga marcia nel deserto di chi crede nello Stato di diritto e nelle garanzie ha portato, grazie al sacrificio di uomini perbene come Enzo Tortora e alla riforma costituzionale sul giusto processo, a una rilettura, con tanto di modifica della Costituzione, delle dichiarazioni dei pentiti. Dopo anni si è capito che andavano analizzate accuratamente e, soprattutto, riscontrate con elementi obiettivi, raccolti con indagini serie, verificabili nel contraddittorio fra accusa e difesa. Per Cannevale è arrivato il momento che venga profondamente riformato anche lo strumento delle intercettazioni e rivisto il peso delle loro risultanze nell’economia processuale: “Nei procedimenti di oggi sono diventate molto più importanti delle dichiarazioni dei pentiti. Bisognerebbe utilizzarle solo quando le parole siano riscontrate dai fatti”, assicura l’ex procuratore di Spoleto. Il quale ci aggiorna sull’analisi dei colloqui tra difensori e clienti captati nel carcere di Perugia: “Le riferisco una novità del weekend appena trascorso: abbiamo trovato un altro colloquio della mia assistita con un detenuto estraneo alle indagini, illegittimamente registrato e “incollato” a una registrazione autorizzata”. Mancano diciassette giorni alla manifestazione dell’11 giugno. Speriamo che da qui ad allora non arrivino altre sorprese relative alla gestione dei fascicoli d’indagine da parte di una delle Procure più importanti del Paese, quella chiamata a trattare i procedimenti che coinvolgono i magistrati del distretto di Roma. Trieste. Ancora una tragedia al Coroneo: giovane detenuto trovato morto nella sua cella triesteprima.it, 25 maggio 2026 Sul posto il 118, i sanitari lo hanno rianimato a lungo ma poi hanno dovuto constatare il decesso. Le cause saranno al vaglio di una possibile autopsia. Un giovane tra i 30 e i 40 anni è stato trovato morto questa mattina, lunedi 25 maggio, all’interno della cella del carcere del Coroneo dove stava scontando la sua pena. L’uomo, un cittadino di nazionalità italiana, è stato trovato esanime nel suo letto. Sul posto è giunto, chiamato dalla casa circondariale, il 118 intervenuto con personale sanitario dell’automedica e dell’ambulanza. Il giovane è stato rianimato a lungo, ma alla fine i sanitari hanno dovuto constatare il decesso. Le cause saranno al vaglio di una possibile autopsia. Sulla scena non sarebbero stati registrati elementi da far pensare a un gesto estremo. Napoli. Dramma in carcere, detenuto 42enne muore a Secondigliano di Giuseppe Pagano dizionecaserta.net, 25 maggio 2026 Si continua a morire in carcere e di carcere. Un detenuto di 42 anni è deceduto per cause ancora sconosciute nel carcere di Secondigliano, a Napoli durante la giornata di venerdì. La brutta notizia è stata diffusa sui social Samuele Ciambriello, Garante dei detenuti della Campania. Sulla vicenda la magistratura ha disposto l’autopsia per chiarire le cause del decesso. L’identità della vittima non è stata ancora resa nota. Con questa nuova tragedia salgono a 85 le persone morte negli istituti penitenziari italiani dall’inizio dell’anno. Di queste, 24 si sono tolte la vita. Numeri che continuano ad alimentare l’allarme sulle condizioni delle carceri italiane, tra sovraffollamento, carenza di assistenza sanitaria e forte disagio psicologico dei detenuti. Lecce. Nel carcere due morti per sospetta overdose in due giorni di Francesco Oliva La Repubblica, 25 maggio 2026 La denuncia del Sindacato polizia penitenziaria. Il 21 maggio è stato trovato senza vita un 26enne egiziano; il giorno prima nell’infermeria è deceduto un 39enne di Galatone. Due decessi “per sospetta overdose o per abuso di farmaci” nel carcere di Lecce. Un altro, per impiccagione. Un quarto, ancora, tutto da decifrare. In appena due mesi, tra aprile e maggio. Nel penitenziario di borgo San Nicola, si continua a morire. Gli ultimi decessi, a stretto giro, a distanza di 24 ore. Il 20 maggio, nel reparto di Infermeria, è morto un 39enne di Galatone. Agli arresti, il giovane si trovava per una rapina, il 5 febbraio scorso, in una farmacia, a Seclì. Soffriva di attacchi epilettici che curava con farmaci antispastici. Il malore, i soccorsi, la morte. Su cui è stata aperta un’indagine. Primo passo: l’autopsia che verrà eseguita da un medico legale. Nel frattempo gli inquirenti hanno chiesto al carcere di poter acquisire la cartella clinica del 39enne. Ventiquattro ore dopo, giovedì 21 maggio, altro decesso: un 26enne egiziano è stato ritrovato privo di vita in cella. A nulla sono serviti i soccorsi. Il giovane era detenuto nel braccio C2 riservato ai reclusi con sentenza definitiva. A breve l’istanza di scarcerazione sarebbe finita al vaglio di un giudice. Nelle ultime telefonate con la sua avvocata, sembrava tranquillo. Con una sola richiesta: poter avviare contatti telefonici con la madre in Egitto. In Italia, infatti, era solo. Lavorava come badante in casa di un anziano, a cui era molto legato, a Lecce. Poi, i problemi: spaccio. E l’arresto. Anche in questo caso sarà l’autopsia a fare luce sulle cause della morte. I ripetuti decessi, però, rappresentano un’emergenza, snocciolando i numeri più recenti, ora “per una sospetta overdose o per un abuso di medicinali” come denuncia Aldo Di Giacomo, segretario del Sindacato polizia penitenziaria. Le ultime tragedie certificano un dato acclarato ma che si tende a tenere sotto la polvere: “La droga circola in grandi quantitativi specie nelle carceri pugliesi, siciliane, lombarde e campane. I tossicodipendenti - più di 20mila detenuti con problemi di tossicodipendenza o di dipendenza generale, secondo l’ultima rilevazione statistica del dicembre 2025, che rappresentano il 32% del totale - muoiono con maggiore frequenza in carcere rispetto ai decessi che avvengono fuori”. C’è un dato inquietante, secondo Di Giacomo, ovvero “i tentativi di silenziare i suicidi in carcere al punto da classificare per altre cause e comunque in attesa di accertamento ben 61 decessi dall’inizio dell’anno non hanno alcun significato e sono seccamente smentiti dai sequestri effettuati negli istituti penitenziari che ammontano a 65 chili di sostanze stupefacenti. Di ogni tipo”. Altro dato: “La realtà, difficile da nascondere - spiega Di Giacomo - è che gli istituti penitenziari di fatto sono diventate le più grandi piazze di spaccio nel Paese, più grandi per spaccio persino di Milano, Roma e Napoli. Noi da tempo abbiamo messo in guardia sul nuovo corso della mafia 2.0” che non è certo possibile contrastare con l’assunzione di poche decine di agenti penitenziari, avvenuta con grande enfasi nei mesi scorsi, che restano insufficienti perché a mala pena e non in tutti gli istituti riescono a rimpiazzare i posti degli agenti in pensione”. Il carcere di borgo San Nicola, da anni, è simile a una polveriera, all’interno si registrano risse, aggressioni, episodi di spaccio. In queste ore, svincolato dalle ultime tragiche notizie che arrivano dall’istituto penitenziario, è intervenuto anche il segretario regionale Fsa Cnpp Spp, Ruggero Damato, che ha voluto denunciare “i turni massacranti, senza riposi e ferie, degli agenti ormai allo stremo. Il carcere, alle porte del capoluogo salentino, ha raggiunto ormai le 1.500 presenze, a fronte delle 800 previste, e “gestire una massa del genere - commenta D’Amato - è una vera e propria impresa”. Sulle carceri come polveriere, si è espresso lo stesso Di Giacomo. Per il segretario “la proposta del ministro Nordio di coinvolgere il mondo delle comunità per ridurre il sovraffollamento degli istituti penitenziari, per i detenuti che devono scontare gli arresti domiciliari ma non hanno un proprio domicilio e in particolare quelli tossicodipendenti, non può avere alcun effetto tenuto conto che sinora i detenuti tossicodipendenti affidati a comunità sono poche centinaia e non possono essere più numerosi. È necessario - conclude - un piano straordinario mettendo in campo innanzitutto personale medico e paramedico specializzato”. Livorno. Detenuti raddoppiati a Gorgona, il sindaco Salvetti: “Così si rovina un modello” di Martina Trivigno Il Tirreno, 25 maggio 2026 Il sindaco interviene dopo la decisione di inserire a breve ancora dieci carcerati. “A seguito di un’incomprensibile decisione del Dipartimento centrale dell’amministrazione penitenziaria il numero dei detenuti presenti sull’isola di Gorgona è praticamente raddoppiato, passando da 75-80 presenze alle attuali 130. Ed è stato già annunciato che altre dieci unità arriveranno a breve”. A lanciare l’allarme è il sindaco Luca Salvetti che sta seguendo da vicino la situazione insieme al garante dei diritti dei detenuti del Comune di Livorno, Marco Solimano. Sindaco, cosa sta succedendo? “Da molto tempo ormai la sezione staccata a sorveglianza attenuata sull’isola di Gorgona vive una situazione di particolare complessità che nell’ultimo anno si è notevolmente aggravata. Questa situazione sta creando un forte disequilibrio che rischia di vanificare la missione istituzionale dell’isola e la sua naturale vocazione. Gorgona è sempre stata considerata un modello, ma oggi questo modello rischia di sgretolarsi. C’è una frase di Voltaire che rende bene tutto questo: il grado di civiltà di un Paese si misura dalla qualità delle proprie carceri. E se oggi dobbiamo fare questa valutazione, ne esce un’immagine del Paese sicuramente non incoraggiante, anzi piuttosto preoccupante”. Quali sono le conseguenze più immediate di questo sovraffollamento? “La formazione professionale e il lavoro, che rappresentano il fondamento imprescindibile dell’attività trattamentale dell’isola, per una fascia importante della popolazione detenuta non potranno più essere garantiti. A questo aumento abnorme di presenze, infatti, non è corrisposto un aumento dei trasferimenti economici e delle risorse da parte del Dipartimento centrale. E queste disuguaglianze sono fonte di tensioni e malumori che potrebbero anche sfociare in conflitti. La stessa mensa dei detenuti dovrà sostenere un carico di lavoro doppio, potendo contare però su una cucina con due soli fornelli e quindi su un incremento importante di ore lavorative che non potranno essere retribuite per mancanza delle risorse necessarie”. Ci sono anche criticità ambientali e infrastrutturali? “Sì, e sono forse gli aspetti più preoccupanti. L’impatto più devastante rischia di aversi sull’ecosistema dell’isola, in particolare sull’approvvigionamento di energia elettrica e soprattutto di acqua. Attualmente vengono consumati tra i 900 e i 1.000 litri di gasolio al giorno per alimentare i generatori elettrici, consumo che con questo aumento della popolazione detenuta dovrà inevitabilmente crescere. La questione centrale e delicatissima sarà però quella dell’acqua potabile: il delicato equilibrio su cui vive l’isola rischia di essere travolto dal raddoppio della popolazione detenuta, considerando anche l’avvicinarsi della stagione calda. Degli undici pozzi artesiani presenti sull’isola solamente tre sono attualmente in funzione”. E che dire del personale? “A tutto questo non è corrisposto alcun aumento di personale: anche i mezzi necessari per il controllo dell’isola e per la sorveglianza dinamica sono per la maggior parte vecchissime e non più utilizzabili. A questo si aggiunge la criticità dovuta alla mancanza di un numero adeguato di comandanti di motonave, situazione che rischia di compromettere il necessario collegamento dell’isola con la terraferma”. C’è poi anche il tema ambientale legato ai rifiuti presenti sull’isola... “Sì. Si tenga presente la massiva presenza sull’isola di rifiuti speciali: batterie di auto, olio esausto, ferro di grandi dimensioni, materassi, scafi di barche, diserbanti. E bisogna riflettere anche sugli effetti negativi che hanno determinato, nel corso del tempo, la chiusura di importanti lavorazioni che rappresentavano un’eccellenza dal punto di vista della formazione professionale e delle attività lavorative. Ultima, in ordine di tempo, quella della falegnameria”. Qual è il rischio di tutto questo? “Rischiamo di disperdere l’immenso valore dell’esperienza di Gorgona dal punto di vista trattamentale. È un quadro mortificante e preoccupante, al quale però non vogliamo arrenderci né rinunciare. L’amministrazione centrale e periferica del Dipartimento penitenziario devono assumersi le responsabilità che competono loro e contribuire, insieme alle realtà istituzionali e sociali del territorio, alla ricostruzione di una visione dell’isola che rilanci la dimensione etica dell’esecuzione della pena e dell’inclusione sociale”. Il consiglio comunale sarà coinvolto direttamente? “Sì. Abbiamo pensato a un’iniziativa specifica: andrà sull’isola la Commissione 5, presieduta da Cristina Lucetti. Sarà presente anche il presidente del Consiglio comunale, Pietro Caruso, insieme al sindaco e agli assessori. Sarà dunque la commissione a svolgere direttamente questa visita e questo momento di confronto a Gorgona”. Tornando sulla terraferma, qual è la situazione della casa circondariale delle Sughere? “Nonostante gli annunci, non è ancora entrato in funzione il primo dei padiglioni ristrutturati. Nel frattempo, la situazione nella sezione di media sicurezza ha raggiunto livelli assolutamente inaccettabili. La situazione strutturale e ambientale ha superato ogni limite: il sovraffollamento sfiora il 140 per cento e in celle fatiscenti e insalubri vengono collocate tre persone in circa dieci metri quadrati, senza doccia, senza acqua calda e senza alcuna separazione tra spazio servizi e spazio di vita. Per superare questa situazione di continua emergenza diventa improcrastinabile l’apertura del padiglione ristrutturato e la ricollocazione lì dei detenuti oggi ospitati nella sezione di media sicurezza”. Vasto (Cg). “Si chiama Casa lavoro ma non ci sono né fondi né lavoro” di Paola Calvano piazzarossetti.it, 25 maggio 2026 La Casa lavoro di Vasto torna al centro delle polemiche. Il clima nella struttura è sempre più teso. Tanti i detenuti che non lavorano e pochi gli agenti. Fatto questo che provoca spesso tensioni e aggressioni agli agenti. Il sindacato Cnpp-Spp interviene con una nota di protesta. “Quella di Torre Sinello è una Casa lavoro ma non ci sono né fondi né lavoro”, denuncia Fausto Varricchio (Cnpp-Spp). “Non era questo il progetto riservato a Vasto. Ci hanno fatto aprire una sezione detentiva in fretta e furia, con la promessa che ci avrebbero inviato tutti detenuti formati per operare in ambito lavorativo, salvo poi riempirla con 52 detenuti, 4 in più rispetto ai 48 che ne potrebbe contenere. Di questi 48 solo una parte ha i requisiti per lavorare mentre non pochi sono quelli affetti da problemi psichiatrici e che quindi dovrebbero essere ristretti altrove. Altro grosso problema è dettato, dall’assenza di fondi utili allo scopo. In sostanza, ci hanno promesso una cosa e ce ne ritroviamo un’altra. Questo stato di cose non giova a nessuno, nè ai detenuti e tanto meno al personale della polizia penitenziaria”. Sul problema interviene anche il segretario nazionale Cnpp-Spp, Mauro Nardella che auspica l’immediata attivazione del Provveditorato regionale Abruzzo e Molise. Santa Maria Capua Vetere (Ce). Detenuti malati e carenza di spazi sanitari, tensioni nel carcere edizionecaserta.net, 25 maggio 2026 Cresce il confronto sulla gestione sanitaria all’interno della casa circondariale “Francesco Uccella” di Santa Maria Capua Vetere. Al centro della vicenda vi sarebbero alcune decisioni adottate nel corso del 2025 dall’Asl e dalla direzione sanitaria che avrebbero cambiato le modalità di assistenza e somministrazione delle terapie ai detenuti. Secondo quanto emerso, una disposizione firmata il 16 luglio 2025 dal direttore del Distretto sanitario 21, Francesco Frascaria, avrebbe stabilito la sospensione temporanea degli ambulatori presenti nei reparti detentivi. Una misura che, stando a quanto trapela, sarebbe ancora attiva e che avrebbe comportato il trasferimento dei detenuti presso l’infermeria centrale per ricevere cure e medicinali. La nuova organizzazione avrebbe avuto conseguenze anche sulla gestione interna del penitenziario. Gli agenti della Polizia Penitenziaria sarebbero infatti costretti ad accompagnare continuamente i detenuti dall’area detentiva all’unico presidio sanitario operativo, sottraendo personale ai normali servizi di controllo e vigilanza. Una situazione che, secondo diverse segnalazioni, avrebbe provocato problemi logistici e momenti di forte criticità operativa, soprattutto durante gli orari di chiusura dei reparti. Tra le difficoltà evidenziate figurerebbero episodi di tensione, rischi per la sicurezza del personale e movimenti non autorizzati tra i detenuti. Sulla questione sarebbe intervenuto anche il Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria della Campania che, il 31 luglio 2025, avrebbe chiesto il ripristino della distribuzione delle terapie direttamente nei reparti. Nel frattempo la direzione del carcere avrebbe avviato lavori di adeguamento delle infermerie interne sostenendo costi importanti. La vicenda, però, resta ancora aperta tra esigenze sanitarie, tutela dei detenuti e necessità di garantire sicurezza e ordine all’interno della struttura penitenziaria. Bolzano. “Il carcere non può restare così”, Elena Dondio racconta la realtà della Casa circondariale buongiornosuedtirol.it, 25 maggio 2026 Elena Dondio è stata tra i protagonisti della conferenza “La comunità penitenziaria: il carcere secondo Pannella”, promossa a Bolzano lo scorso 22 maggio da Nessuno Tocchi Caino. Reduce da una nuova visita ispettiva all’interno della casa circondariale del capoluogo altoatesino, Dondio ha raccontato criticità strutturali, difficoltà sanitarie e ostacoli al reinserimento, ma anche l’impegno quotidiano di operatori e personale penitenziario. Ne emerge un quadro complesso, che riporta al centro il tema delle condizioni di detenzione e della funzione stessa della pena. “Entrare in carcere con Nessuno Tocchi Caino è sempre un’esperienza molto forte”, racconta Dondio. “Non si tratta mai di semplici visite: il nostro obiettivo è osservare le condizioni reali della struttura, verificare la situazione sanitaria, la sicurezza e la quotidianità delle persone detenute”. La situazione riscontrata durante l’ultima ispezione conferma problemi già noti. “Le celle restano molto difficili: spazi ristretti, wc e lavandino praticamente uno accanto all’altro, brande arrugginite e ambienti spesso inadeguati. È impossibile non percepire immediatamente il peso di queste condizioni”. Un carcere vecchio, dunque, segnato dal tempo e da criticità strutturali che incidono inevitabilmente sulla qualità della vita interna. Eppure, accanto alle difficoltà, emerge anche un altro aspetto. “Ho trovato persone che cercano davvero di migliorare le cose” - “Sì, ed è importante dirlo”, sottolinea Dondio. “Ho incontrato personale disponibile e profondamente umano. Anche il direttore dell’istituto, che ho avuto modo di conoscere personalmente, sta cercando concretamente di migliorare le condizioni interne”. Negli ultimi mesi sono stati effettuati interventi importanti di manutenzione: docce nuove, lavori sulle tubature, attenzione alle facciate e agli impianti. “L’edificio resta molto vecchio e la manutenzione è una sfida continua, ma ho percepito un impegno reale”. Anche diversi detenuti della prima sezione avrebbero espresso apprezzamento per il clima interno e per il rispetto ricevuto dagli operatori. “In un contesto così difficile, sentirsi trattati con dignità fa una grande differenza”. Il peso psicologico della detenzione - Uno dei temi più delicati resta quello della sofferenza psicologica. “Il carcere è già di per sé una punizione”, osserva Dondio, richiamando spesso le parole di Rita Bernardini. Quando alla privazione della libertà si aggiungono sovraffollamento, spazi limitati e assenza di prospettive concrete, il disagio rischia di aggravarsi ulteriormente. “Le attività, i percorsi formativi e le opportunità di reinserimento vengono offerte, ma gli spazi a disposizione spesso non sono sufficienti a garantire condizioni adeguate. In un contesto così ristretto, il senso di vuoto e di sofferenza resta comunque molto forte, e durante la visita l’ho percepito ancora una volta chiaramente”. Sanità penitenziaria: “Gli operatori fanno il massimo, ma il sistema è in difficoltà” - Particolarmente critica appare la situazione sanitaria. “L’ambulatorio dentistico e quello infermieristico sono costantemente pieni”, spiega. “Gli operatori lavorano con grande dedizione, ma il sistema fatica a reggere”. Secondo Dondio, uno dei problemi principali riguarda il trattamento economico del personale sanitario. “Gli operatori percepiscono retribuzioni inferiori rispetto a quelle di Trento, nonostante dal 2011 la gestione della sanità penitenziaria sia passata alla Provincia. Questo inevitabilmente crea difficoltà organizzative e rende più complicato garantire continuità nei servizi”. Reinserimento lavorativo e ostacoli burocratici - Altro nodo centrale è quello del reinserimento sociale e lavorativo. “Molti percorsi rischiano di fallire per questioni burocratiche”, denuncia Dondio. “Mancano spesso documenti essenziali e il Comune non concede permessi provvisori che in altri Comuni vengono, invece, rilasciati proprio per favorire la reintegrazione”. Il rischio, spiega, è vanificare il lavoro di educatori, operatori e associazioni proprio nella fase più delicata: il ritorno alla vita esterna. “Se una persona non riesce nemmeno ad accedere ai documenti necessari, qualsiasi percorso di reinserimento diventa quasi impossibile”. Il ruolo del Garante dei detenuti - Nel corso dell’intervista si affronta anche il tema del Garante dei detenuti, figura spesso poco conosciuta ma considerata fondamentale. “Nasce da un’esigenza internazionale molto chiara: garantire controlli indipendenti nei luoghi dove le persone vengono private della libertà”. Dondio evidenzia il Protocollo opzionale alla Convenzione ONU contro la tortura e il noto caso Torreggiani, che evidenziò le criticità strutturali del sistema penitenziario italiano. “Il Garante nazionale, istituito nel 2013, può visitare carceri, CPR, REMS e camere di sicurezza e strutture per anziani. Il suo compito è osservare, monitorare e raccogliere segnalazioni, promuovendo il rispetto dei diritti fondamentali”. Diversa, invece, la funzione del Magistrato di sorveglianza. “Il Garante tutela i diritti ma non prende decisioni giuridiche. Il Magistrato di sorveglianza, invece, decide concretamente su permessi, misure alternative, reclami e percorso esecutivo della pena”. “Serve una visione diversa della pena” - La riflessione finale di Elena Dondio è netta. “Il carcere non può continuare a restare così. Servono interventi strutturali, spazi più dignitosi e soprattutto una visione diversa della pena”. Per la referente locale del Partito Liberale Italiano e attivista di Nessuno Tocchi Caino, il tema non riguarda soltanto i diritti dei detenuti, ma anche la sicurezza collettiva. “Se vogliamo davvero parlare di reinserimento e sicurezza, dobbiamo creare condizioni che permettano alle persone di ricostruire la propria vita. Altrimenti il carcere rischia soltanto di amplificare fragilità, marginalità e sofferenza”. Milano. La sartoria di Opera: il riscatto dei detenuti coi Borseggi in carcere di Marta Ghezzi Corriere della Sera, 25 maggio 2026 Il progetto sociale, voluto da educatori e volontari, garantisce un lavoro e offre un’opportunità di reinserimento. L’importanza del riciclo dei tessuti. Davide attacca: “Facevo il tassista, ma che senso ha parlarne ora, qui. Ho smesso di guardarmi indietro, di pensare a quello che ho lasciato fuori, preferisco concentrarmi sul futuro, mantenere una finestra aperta sul domani”. Mentre parla, cuce. A macchina. Punti minuscoli e regolari, invisibili nella trama della stoffa. Lui, bandana in testa, muscoli delle braccia in rilievo, dice: “Ho sempre considerato la macchina da cucire cosa da donne. Mia nonna ne aveva una, vetusta, di quelle a pedali, custodita dentro un armadietto. Quando da piccolo giocavo a nascondino con mia sorella ci finivamo sempre dentro. Mai avrei pensato di imparare a usarla. Oggi è il presente e il futuro. Mi consolo”, aggiunge, “dicendomi che prima guidavo una macchina in movimento, ora una che è sempre ferma”. Genti ascolta e annuisce: “Era mia moglie che cuciva, io non mi sono mai avvicinato, non sapevo fare nulla. Vuoi sapere se mi piace? Molto, dà soddisfazione partire da zero e arrivare ad avere in mano un prodotto finito, un cuscino, una borsina di tela, belli e senza errori”. Pragmatico e sincero, confessa altro: “Sarebbe tremendo stare tutto il giorno in sezione, senza fare nulla. E poi, i soldi servono, con lo stipendio mangio meglio, perché posso comprare allo spaccio interno, ma soprattutto aiuto la mia famiglia”. La sartoria Borseggi è nata dentro al carcere di Opera nel 2012. Un progetto di imprenditoria sociale immaginato, voluto, da educatori e volontari. “Per offrire vere opportunità di lavoro ai detenuti, e garantirgli una possibilità in più quando escono”, sintetizza Federica Dellacasa, presidente della cooperativa Opera in Fiore che ha costruito il progetto. Lei prosegue: “Le recidive si abbassano, quasi si azzerano, se una volta tornato libero riesci a mantenerti. L’inserimento lavorativo è vincente per rimanere su binari di normalità”. Manutenzione del verde - Opera in Fiore, presente in diversi settori (il nome arriva dalla manutenzione del verde), ha una sede esterna al carcere, nel quartiere milanese della Barona. Lì sono impiegate centotrentasei persone, “non tutti ex detenuti, accogliamo anche altre fragilità: minori stranieri arrivati nel nostro Paese senza accompagnatori, disabili, donne uscite dal mercato del lavoro che faticano a rientrare”. Da Borseggi, invece, lo scorso anno sono transitate dieci persone. “È un laboratorio di formazione e produzione dove imparare il mestiere di sarto. Per i trasferimenti, gli affidi ai servizi sociali e i fine pena, abbiamo frequenti ricambi di personale”, spiega la responsabile Elisabetta Ponzone. La produzione? “Trasformiamo scampoli inutilizzati in collezioni allegre, eleganti e originali. La materia prima, per lo più fine serie e piccole pezzature, ci viene regalata da prestigiose aziende tessili, soprattutto del campo dell’arredamento, come Etro Home, Nobilis Paris, Colefax and Fowler”. Valore al riciclo - Il prodotto di punta della sartoria sono le tibetane, borsettine mignon rese estrose dall’aggiunta di passamanerie e frange, e dallo stile a contrasto fra l’esterno e la fodera interna. Ponzone racconta: “Il nome prende spunto dal nomadismo di quel popolo, abituato a cambiare più volte il luogo di vita, è il nostro valore, la nostra energia”. In seguito sono nati astucci per pc e tablet, cuscini, shopping bag, grembiuli dotati di grandi tasche per giardinaggio e cucina. “Diamo valore al riciclo di meravigliosi tessuti con la fantasia e la qualità, per inserirci nel mercato competitivo offriamo manufatti artigianali impeccabili, diversi da quelli in circolazione. La perfezione è già una piccola rivoluzione, nasce combinando pazienza, attenzione, rispetto delle regole, dei tempi stabiliti”. Davide si inserisce: “È la storia della nostra vita, ci rimettiamo in gioco su nuovi orizzonti”. Dellacasa e Ponzone sono costantemente impegnate a cercare acquirenti e commesse: “La vendita è indispensabile per andare avanti”. L’impegno di Borseggi è riconosciuto. Nella lista dei loro clienti figurano Sky Italia, Elisabetta Zegna, gli stessi Etro Home e Nobilis Paris, i gruppi scout (per il tradizionale fazzoletto-promessa da mettere al collo), la Fondazione Marcello Morandini di Varese, Orticolario di Cernobbio, l’Ufficio di Milano della Commissione Europea. “Per loro abbiamo addirittura creato un’etichetta personalizzata, “rEUse”, che racconta il valore del riciclo e dell’inclusione sociale. Non è facile trovare un lavoro dopo il carcere, incrociare apertura e fiducia, ma è un diritto essere ricollocati nella società. È la filosofia del progetto, il nostro obiettivo”. Treviso. Sicurezza e reinserimento, gli ingegneri entrano in carcere di Nicola Marcato antennatre.it, 25 maggio 2026 Dalla sicurezza sul lavoro al reinserimento sociale: alla Casa Circondariale di Santa Bona si è concluso il progetto formativo promosso dall’Ordine degli Ingegneri di Treviso per aiutare i detenuti a costruirsi nuove opportunità una volta usciti dal carcere. Trentacinque detenuti coinvolti, corsi professionali, patentini e anche simulazioni di colloqui di lavoro. Alla Casa Circondariale di Santa Bona si è concluso il nuovo percorso formativo promosso dall’Ordine degli Ingegneri di Treviso insieme alla Commissione Sicurezza. I partecipanti hanno seguito corsi sulla sicurezza nei cantieri, prevenzione incendi e guida dei carrelli elevatori, ottenendo attestati richiesti in molte aziende. Un progetto nato per offrire competenze concrete e possibilità di reinserimento nel mondo del lavoro. Novità dell’edizione 2026, anche un modulo dedicato alla preparazione del curriculum vitae. Per il direttore del carcere Alberto Quagliotto si tratta di un modello virtuoso da esportare anche in altre realtà penitenziarie. Soddisfazione infine da parte del referente del progetto, che evidenzia come i detenuti abbiano partecipato con interesse. Bari. Oltre il Carcere: cultura e pratiche per ricostruire comunità bariseranews.it, 25 maggio 2026 Il confronto tra Istituzioni, Università, Terzo settore e Sistema penitenziario. Nel panorama del volontariato operante in ambito penitenziario, emerge oggi con forza l’esigenza di superare la frammentazione dei singoli interventi per dare vita a una comunità coesa, capace di muoversi all’interno di una visione unitaria. L’obiettivo prioritario è definire un filo conduttore che colleghi le diverse anime del settore, traducendo il concetto di “rete” - spesso presente solo sulla carta - in una filiera operativa e realmente efficace. Ecco perché il Centro di Servizio al Volontariato San Nicola ETS organizza, il prossimo martedì 26 maggio, un momento di confronto tra Istituzioni, Università, Terzo Settore e Sistema penitenziario, con testimonianze, buone pratiche e progetti che costruiscono ponti tra il “dentro” e il “fuori”. “Oltre il carcere. Cultura e pratiche per ricostruire comunità”, è infatti il nome del dibattito che si svolgerà, a partire dalle ore 9:30 del mattino, nell’Aula Gaetano Contento del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, a Bari. Attualmente, si riscontra una carenza di coordinamento persino tra le associazioni che agiscono all’interno della medesima struttura: una criticità complessa, che vede metodi differenti sovrapporsi negli stessi spazi e che richiede, quale soluzione immediata, l’istituzione di tavoli di sintesi e confronto periodici. Questa sinergia diventa ancora più urgente alla luce delle strutturali fragilità che caratterizzano il percorso detentivo e il delicato momento del reinserimento sociale. I numeri del XXII Rapporto di Antigone, del resto, parlano chiaro: tra le persone detenute lavora solo il 29,3%, di cui l’85,6% si occupa di mansioni poco spendibili all’esterno. E non solo: appena il 7,9% frequenta corsi di formazione professionale, il 31% frequenta percorsi scolastici e il 3% è iscritto all’università. A questo proposito, la proposta del Centro di Servizio al Volontariato San Nicola ETS si focalizza su un impegno preciso: garantire che nessuno, una volta conclusa la pena o il periodo di misure alternative, venga lasciato solo in una condizione di vulnerabilità. Il CSV mira quindi a trasformare la cooperazione da principio ideale a struttura funzionale, creando uno spazio di interscambio dove informazioni e attività possano circolare fluidamente. Promuovere una nuova attenzione pubblica sul post-carcere e valorizzare il contributo strategico del Terzo Settore sono i passi fondamentali per chiudere il cerchio dell’inclusione. Attraverso questo percorso, il Centro di Servizio al Volontariato San Nicola intende strutturare un ecosistema fatto di snodi operativi, gettando le basi per un autentico e solido sistema di mutuo aiuto. Ragusa. Progetto “Kutub Hurra!”, cento volumi in arabo per aiutare i detenuti La Sicilia, 25 maggio 2026 Un nuovo tassello nel percorso di apertura culturale e inclusione sociale promosso all’interno degli istituti penitenziari, riconoscendo nella lettura uno strumento capace di creare dialogo, conoscenza e opportunità di integrazione. Questa, a grandi linee, la finalità del progetto “Kutub Hurra - Un ponte di libri attraverso il Mediterraneo” pronto a partire all’interno della casa circondariale. L’iniziativa sarà inaugurata ufficialmente l’8 giugno alle 12 nei locali dell’istituto penitenziario, occasione durante la quale l’associazione “Un Ponte Per” Ets donerà alla biblioteca del carcere cento volumi in lingua araba. La convenzione che dà il via al progetto è stata firmata il 24 aprile scorso tra la direzione della casa circondariale di Ragusa, l’associazione “Un Ponte Per” Ets di Roma e l’associazione interculturale “Uniti senza frontiere” di Ragusa. “Kutub Hurra”, già attivo in numerosi istituti penitenziari italiani, nasce con l’obiettivo di favorire l’accesso alla lettura e sostenere l’integrazione sociale della popolazione detenuta arabofona attraverso la presenza di libri in lingua araba laica. “L’iniziativa punta a promuovere il dialogo interculturale e un clima di reciproco rispetto all’interno di contesti multiculturali come quello carcerario. Oltre alla donazione dei libri, il progetto prevede infatti laboratori di lettura, scrittura e altre attività culturali pensate per coinvolgere i detenuti in percorsi di partecipazione e crescita personale”, si legge nella nota inviata dalla presidente dell’associazione Fethia Bouhajeb. Le attività saranno curate dalla direzione della casa circondariale di Ragusa, guidata dal direttore Santo Mortillaro, con il coinvolgimento del capo area trattamentale Maria Stella e della funzionaria della mediazione culturale Veronica Raniolo. Fondamentale la collaborazione con l’associazione “Uniti senza frontiere”. Roma. “La forma del vuoto”, uno spettacolo per sostenere gli studenti detenuti ansa.it, 25 maggio 2026 Alla Sapienza sono 73, le iniziative del cappellano don Vecchione. Continua l’impegno della Cappella della Sapienza e della Comunità “San Filippo Neri-E poi?” nel sostegno agli studenti universitari detenuti. Dopo l’evento del dicembre 2025 per il Polo universitario penitenziario dell’Università Roma Tre, domani 25 maggio, all’auditorium della Cappella della Sapienza-Università di Roma andrà in scena “La forma del vuoto”, pièce teatrale scritta e diretta da Francesco d’Alfonso per due attori e percussioni. L’evento sarà articolato in due momenti della stessa giornata. La mattina don Gabriele Vecchione, cappellano della Sapienza e presidente della Comunità “San Filippo Neri-E poi?”, accoglierà gli studenti di alcuni licei romani che assisteranno alla rappresentazione. I giovani liceali doneranno materiale didattico raccolto per gli universitari detenuti. La sera, alle ore 20, lo spettacolo sarà replicato con ingresso libero ad offerta, e l’intero incasso sarà devoluto al Polo universitario penitenziario. “Dei circa 125.000 studenti della Sapienza, 73 sono detenuti: anche queste donne e questi uomini sono affidati alle nostre cure pastorali - dice don Gabriele -. Ammesso che studiare sia facile, studiare in carcere è ancora più difficile, perché mancano le condizioni per studiare con calma e con profitto: fa caldo d’estate, fa freddo d’inverno, c’è continuo rumore, spesso non c’è la connessione wifi, spesso non ci sono soldi per acquistare i manuali di studio, i tutor e i docenti hanno difficoltà a entrare. Come Chiesa della Divina Sapienza non possiamo abbandonare questi nostri studenti”. “La forma del vuoto” racconta l’ingresso in carcere di una donna, liberamente ispirata alla scrittrice Goliarda Sapienza, che visse un breve periodo di detenzione nel carcere di Rebibbia, e di un ragazzo diciannovenne romano: due modi opposti di vedere la reclusione. Lei, colta e analitica, prova a comprendere il carcere come sistema, lui, giovane e legato al mondo dell’immagine, vive invece tutto sul piano dell’immediatezza. È in questo spazio che si crea un vuoto: tra ciò che si era e ciò che si è costretti a diventare. Tra silenzi, paure, memoria e bisogno di essere riconosciuti, il carcere diventa uno specchio che mette a nudo il rapporto tra identità, tempo e libertà. Varese. Il festival del cortometraggio è entrato in carcere, in giuria anche i detenuti varesenews.it, 25 maggio 2026 Si tratta del progetto Sguardi Dentro, un’iniziativa che ha permesso ai detenuti di diventare giuria e di entrare in contatto diretto con il mondo del cinema. Per loro anche un messaggio speciale dal regista Jonathan Pickett. Ci sono momenti in cui il cinema non è solo spettacolo, ma diventa porta aperta su nuove prospettive, emozioni e dialogo. È quello che è successo a Varese durante Cortisonici 2026 con il progetto Sguardi Dentro, sostenuto da Fondazione Comunitaria del Varesotto, un’iniziativa che ha permesso ai detenuti di diventare giuria e di entrare in contatto diretto con il mondo del cinema, scegliendo e premiando opere con i propri occhi e la propria sensibilità. Il festival del cortometraggio internazionale, oramai arrivato alla sua 23esima edizione, si è tenuto nei primi fine settimana di maggio riempiendo le poltrone del Cinema Teatro Nuovo ma anche locali, sale e altri luoghi della città. Un sold out annunciato, come sempre, che quest’anno ha tratto il tema dei viaggi nel tempo e ha visto, tra gli ospiti l’astrofisico Luca Perri. In questo contesto ha trovato spazio anche il progetto Sguardi Dentro, la prima tappa del viaggio della Giuria dei detenuti della Casa Circondariale di Varese: sei incontri intensi dove il gruppo ha esplorato i cortometraggi in concorso, trasformando ogni visione in un’occasione di dibattito su linguaggi, estetiche e temi del cinema contemporaneo. Alla fine i partecipanti a questo progetto hanno assegnato due riconoscimenti: una menzione speciale al cortometraggio francese Strong as a Lion, e il premio al miglior cortometraggio a Deep in My Heart Is a Song, opera statunitense. Il regista, Jonathan Pickett, impossibilitato a essere presente, ha inviato un messaggio commovente, sottolineando l’importanza di ricevere un premio da chi vive un’esperienza così particolare e distante dal normale circuito cinematografico. La premiazione ha avuto anche momenti di incontro diretto: il giovane regista francese Nathan Villaneau e la direttrice della fotografia Lauranne Arrighy hanno ascoltato le motivazioni della giuria e ricevuto il premio direttamente dai detenuti, in un momento di condivisione che ha unito creatività, rispetto e emozione. Per aver saputo portare sullo schermo un racconto onesto e profondo, capace di descrivere una vita semplice che si rispecchia nella bellezza della natura e della vallata. La giuria ha premiato questa storia, densa e intensa, per come ha saputo mostrare il valore di un gesto gratuito, fatto di sacrificio e puro altruismo. Nonostante un’atmosfera carica di malinconia, il protagonista - un cowboy d’altri tempi - ci ricorda che anche nei silenzi e nella fatica si può trovare una grande dignità. Per la capacità di raccontare con delicatezza la bellezza dell’amore fraterno, fatto di gesti quotidiani che nella loro semplicità diventano fondamentali: lavare, abbracciare, cucinare. In un contesto segnato dall’assenza dei genitori, il film riesce a dare voce a un racconto attuale e profondamente umano, capace di descrivere quelle paure quotidiane che appartengono a tutti noi, ma che trovano forza e coraggio nel prendersi cura l’uno dell’altro. Legnano (Mi). Carceri, dalla denuncia di Cecilia Strada alla storia di Antonio sempionenews.it, 25 maggio 2026 Mentre il sovraffollamento nelle carceri uccide la dignità, la musica di De André a Rho dimostra che la vera sicurezza passa solo dal recupero. Nei giorni scorsi l’Europarlamentare Cecilia Strada ha visitato Legnano in occasione dell’incontro di chiusura campagna elettorale promosso dal Pd in cui, insieme a Paolo Romano, consigliere regionale con il Partito Democratico, ha condiviso la propria esperienza personale come eurodeputata e, soprattutto, ha raccontato ciò che ha vissuto personalmente insieme ai genitori Gino Strada e Teresa Sarti. Un incontro che non ha potuto non interrogare anche sul tema della sicurezza e della drammatica situazione delle carceri italiane, a pochi giorni dal suo intervento a Strasburgo dove ha portato l’esperienza della Casa Circondariale della vicina Busto Arsizio. “Ho pensato alle visite che ho fatto nelle scorse settimane al carcere di Busto Arsizio e all’istituto penale minorile Beccaria di Milano. Diritti violati ovunque: letti accatastati, sovraffollamento ormai cronico, dignità negata. Letti a castello a tre piani con i detenuti che dormono a un palmo dal soffitto, con cavi della luce esposti ovunque. Lì 3 mq di spazio per detenuto, evidentemente, sono un miraggio come in troppe prigioni italiane - così l’eurodeputata PD, si è espressa in aula a Strasburgo - In cella muore la dignità e muoiono i prigionieri: pochi giorni dopo la nostra visita a Busto Arsizio, un detenuto si è impiccato ed è il quindicesimo suicidio dall’inizio dell’anno nelle carceri italiane. Il sovraffollamento è frutto dell’abbandono sistemico che sta facendo marcire lo Stato di Diritto nelle prigioni di Europa. Attenzione, perché a farne le spese non sono soltanto i detenuti che vedono lesi i loro diritti fondamentali - ha ricordato Strada - A farne le spese è l’intera comunità perché il sovraffollamento impedisce, di fatto, qualunque percorso di reinserimento. Che cosa succederà poi a queste persone quando escono dal carcere? Non soltanto per i diritti del detenuto, ma anche nell’interesse della collettività, è urgente lavorare sulle carceri in Italia e in Europa”. Non è solo “politichese” - Chi si occupa di ingiusta detenzione lo sa, i commenti sono sempre gli stessi: buttare la chiave, lavori forzati, remigrazione e, l’intramontabile, “Se accadesse a te, cosa diresti?”. Il fatto è che sta già capitando a tutti. Se nelle nostre città si registrano più episodi di microdelinquenza e degrado, è anche perché il sistema carcerario sta dimostrando, drammaticamente, di non essere in grado di agire da deterrente e, soprattutto, non è in grado di rieducare. L’Italia è di fronte all’emergenza umanitaria che ogni giorno si registra nelle carceri italiane, contravvenendo in modo sistematico all’art. 27 della Costituzione che “disciplina la responsabilità penale e la finalità della pena. Al terzo comma, fissa il principio cardine secondo cui le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Mancano le carceri, dirà qualcuno, la verità è che manca il personale che vuole lavorare nelle carceri, mancano fondi per pagare educatori, percorsi di disintossicazione. Nelle carceri manca tutto, eppure qualcosa tiene accesa una speranza. È quella tanto vituperata cultura a essere la chiave di tutto, anche delle celle. Lo scorso 17 maggio, il Teatro de Silva ha ospitato il Gruppo della Trasgressione nell’ambito della rassegna T_Off 2026 promossa dal Comune di Rho in collaborazione con l’Associazione Trasgressione.net. Sul palco la Trasgressione Band, guidata dal Dott. Juri Aparo, dove si sono intrecciate le canzoni di Fabrizio De André e le riflessioni e testimonianze con i detenuti delle carceri di Bollate e di Opera, offrendo al pubblico un’esperienza intensa e coinvolgente. Tra i presenti anche gli studenti dell’istituto legnanese Barbara Melzi, guidate dal Dirigente Scolastico Flavio Merlo. L’incontro con Antonio “Ora mio figlio è un cittadino a tutti gli effetti” - È stato proprio durante la serata rhodense che abbiamo incontrato Antonio, ex detenuto e ora attivissimo testimonial del gruppo della Trasgressione. La prima cosa che ci tiene a dire è che la fontana di Villa Burba, l’ha sistemata lui e i suoi occhi sono pieni di orgoglio. È lui a raccontare l’importanza delle attività all’interno delle carceri, non risparmiando nulla della sua storia: “Per cambiare hai bisogno di un aiuto, tu da solo non ce la puoi mai fare. Io ho trovato il dottor Aparo, ho trovato il Gruppo della Trasgressione. Se tu una persona la tieni chiusa ventiquattro ore su ventiquattro, è sempre arrabbiata e non riconosce l’autorità perché solo con la contaminazione esterna possiamo comprendere, tutti quelli che sono riusciti perché hanno avuto la contaminazione esterna. Se tu uccidi la contaminazione esterna torniamo nel Medioevo, è una cosa che uccide il futuro, ma non tanto il futuro dei detenuti. Lo Stato non si rende conto che, eh, aver recuperato me non è tanto perché hanno recuperato un cittadino, perché per me non sono ancora un cittadino, ma il mio sogno è di diventarlo. Ma io ho spezzato le catene. Mio figlio adesso è al quinto anno di liceo artistico e ha la media dell’otto, perciò lui è un cittadino a tutti gli effetti. Io posso anche morire domani, ma non tieni conto che dietro una persona ci sono famiglie, vicini, nipoti, figli e quelli, se vedono che torturi inutilmente, fai crescere la rabbia e la sfiducia nell’autorità anche a loro”. Al referendum ci voleva quel tuo “ladri di verità!”, caro Marco Pannella di Valerio Spigarelli Il Dubbio, 25 maggio 2026 Quanto manca Marco Pannella alla politica italiana? Ad ascoltare il coro dolente che in occasione dei dieci anni dalla sua morte ha sparso molte lacrime, a destra e sinistra, si dovrebbe concludere che il vuoto sia immenso. Il che è vero, ma per motivi diversi da quelli che si leggono sulle pagine dei giornali di questi giorni. Che Pannella sia stato quel personaggio estremo, istrionico, visionario, idealista all’ennesima potenza, perfino antesignano “buono” del sentimento anticasta, che poi gli è sopravvissuto nella forma degenere del populismo della Terza Repubblica, in fondo ci sta. E in tanti si sono soffermati su questi aspetti, amici e avversari di ieri. Soprattutto i secondi, visto che gli amici veri, quelli non disposti alle celebrazioni di maniera, hanno anche sottolineato che sapeva essere totalizzante tanto nelle vicinanze quanto negli allontanamenti, fino a dimostrarsi persino un Kronos divoratore di figli politici. Del resto, se Pannella aveva una qualità era quella di essere spiazzante, e quelli che hanno questa caratteristica la uniscono fatalmente al cattivo carattere. Il ritratto che ne è uscito, alla fine dei conti, è quello di personaggio centrale nella politica della Prima Repubblica proprio per la sua marginalità rispetto alle liturgie di quel periodo. Bravo ma inutile per i grandi cambiamenti. Insomma, diciamocelo con franchezza, tanto enfatico il santino di oggi quanto poco seguite le sue torrenziali idee quando era in vita. Il destino dei grandi, dice qualcuno. È giù a ricordare ai nanerottoli dell’attuale Pantheon i campi delle battaglie radicali dal divorzio all’aborto, dalla giustizia giusta alla fame del mondo. In particolare, persino quelli che poi non muovono un dito per modificare la situazione, la sua appassionata lotta per un carcere civile e degno di una democrazia. Voci diverse, in parte, ma argomenti non dissimili da quelli che erano stati spesi al momento della sua morte, a piazza Navona, dieci anni fa. Ieri e oggi con un tratto costante, trasversale, che, tra il dire e il non dire, si può cinicamente riassumere così: “Il suo idealismo manca a tutti perché alla fin fine non ha fatto male a nessuno, s’è perso in un fiume di parole e non ha inciso sulla grande politica”. Del resto, quando ero un giovane di sinistra dei Settanta, a piazza Navona mi toccava andarci quasi in incognito, perché, su quel lato, il suo idealismo fino ai socialisti si sopportava, ma dal Pci in poi si detestava. Anzi lo si identificava, assieme alle idee liberali che propugnava, come una stigmate destrorsa. Sentimento ben rappresentato da quel pugno sulla faccia che a un certo punto si prese sotto le Botteghe Oscure. Ora, se proprio dobbiamo tirare le somme a due lustri dalla sua morte, e a cinquant’anni dalla sua vittoria più grande, lasciamo da parte questo aspetto e ragioniamo invece sul fatto che Marco Pannella, e le battaglie radicali, hanno fatto molto di più di tanti altri per cambiare, riuscendoci, la vita degli italiani. È stata politica concreta, concretissima. Nessuno ricorda, ormai, che nell’Italia degli anni Cinquanta, avere padre e madre separati per un ragazzino era una condanna consumata all’ombra di sermoncini pelosi subiti alle elementari da insegnanti che venivano dritti dalla scuola del fascismo e ne replicavano i cliché appena appena ripuliti in salsa democristiana, preghiere del mattino e inni nazionali inclusi. Marco Pannella, a quei ragazzini, e ai loro genitori, la vita gliel’ha cambiata eccome, altro che idealista. E l’ha cambiata, assieme alle sue compagne e ai suoi compagni radicali, anche alle donne che abortivano sui tavolacci, se erano povere, o al termine di viaggi della speranza all’estero quando se lo potevano permettere. E a farglielo entrare in testa, al popolo della sinistra di allora, che divorzio e aborto valevano quanto lo statuto dei lavoratori, non fu cosa facile: al contrario, qualcuno le qualificava come battaglie borghesi. Certo che ha cambiato la vita degli italiani quel matto parolaio, ha cambiato anche il loro modo di pensare. L’ha cambiata anche al popolo delle galere, se non altro perché gli dato una dignità e una dimensione dei diritti non come graziose concessioni da fare ai puniti ad opera del mondo dei giusti ma quali componenti essenziali di una pena utile alla società. Apriva porte, quella maniera di far politica, il resto seguiva. Per uno come me, che in quegli anni si avvicinava agli studi in diritto, Pannella è stato una voce fondamentale della politica, un maestro di tolleranza senza un’oncia di buonismo. Se ripesco nei mie ricordi degli anni universitari, trovo battaglie radicali in favore della giustizia giusta che non distinguevano il colore delle bandiere degli imputati, e non era facile anche solo predicarlo, a quell’epoca, anzi era rivoluzionario per chi sotto scuola sentiva urlare, e magari urlava, che “uccidere un fascista non è un reato”. Trovo un’idea di giustizia umana, indisponibile a versare tributi di sangue in nome della idolatria dello Stato, come nel caso D’Urso, come per l’affare Moro. Trovo la difesa della legalità costituzionale contro le leggi Reale. Poi, una volta entrato in tribunale da avvocato, trovo il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati. Quello che la vita degli italiani che passano per i tribunali gliel’avrebbe cambiata sul serio, se la cattiva politica, concreta, concretissima ma con pochi ideali, non avesse svuotato di contenuto la legge che partorì. E ancora prima trovo la battaglia per Tortora, che non aveva nulla a che vedere con l’ennesimo capitolo della saga tra innocentisti e colpevolisti che in questo paese riemerge come un fiume carsico in ogni stagione attorno ai processi, e che al giorno d’oggi regala i capitoli più incivili. Fu una cosa diversa, una battaglia per la Giustizia giusta, per un codice moderno, per un argine alla deriva immorale del fenomeno del pentitismo. Soprattutto, fu un lungimirante corpo a corpo contro la giustizia neghittosa e amorale che si fa spettacolo, che riduce gli uomini in ceppi a simboli sacrificali. Fu una battaglia epocale, quella che Pannella condusse insieme ad un uomo, Tortora, che regalò alla memoria di chi come me spendeva la propria vita sul banco della difesa, quell’indimenticabile monito ai suoi giudici: “Io sono innocente e spero, dal profondo del cuore, che lo siate anche voi”. Altro che idealismo fatto solo di parole, come non dicono, ma pensano, gli esegeti un tanto al chilo di ieri e di oggi. Che poi, in fondo, le parole di Pannella erano pietre e avevano un valore politico maggiore perché impegnavano la sua umanità. E forse il più bel gesto che compì, parlando di giustizia, furono le parole di scuse che porse a Giovanni Leone, che aveva contribuito a cacciare dal Quirinale ispirando e seguendo una violenta campagna di stampa per accuse poi rivelatesi infondate. Una campagna di stampa che fu il prototipo di quel circo mediatico che ha fatto delle gogne il tratto distintivo dell’informazione giudiziaria italiana. Ebbe, lui e solo lui e i suoi compagni radicali, il coraggio delle scuse, della riparazione dell’ingiustizia. Un’altra lezione di diritto. Certo che ci manca una voce come la sua, perché avrebbe spostato le opinioni, rotto gli equilibri anche nel mondo del diritto. Durante la campagna per il referendum ci ho pensato spesso, a cosa sarebbe stato averlo a fianco, e suppongo non sia stato un pensiero originale perché è mancato a molti, e ce ne siamo accorti tutti alla fine. Quel suo “ladri di verità”, soprattutto, e a 360 gradi, sarebbe stato utile. Marco ed Enzo troppo liberi per essere compresi da vivi di Francesca Scopelliti* Il Dubbio, 25 maggio 2026 Ci sono uomini che un Paese celebra solo quando non può più ascoltarli, che diventano monumenti solo quando non possono più parlare. Da vivi disturbano, dividono, irritano. Da morti vengono lucidati, celebrati, resi innocui. È accaduto a Enzo Tortora. È accaduto a Marco Pannella. Due storie diversissime, eppure unite da una stessa condanna: essere stati troppo liberi per il loro tempo. Il 18 maggio, trentotto anni dopo. Il 19 maggio, dieci anni dopo. Due date che non sono soltanto ricorrenze: sono ferite e promesse, ancora aperte, perché “quei due” non ci hanno lasciato un museo di parole, bensì una bussola. Oggi il nome di Tortora, applaudito e osannato da tutti nella sua prima vita, abbandonato dal potere nella seconda, continua a provocare imbarazzo. Non perché si dubiti della sua innocenza - quella è stata ristabilita definitivamente - ma perché la sua vicenda resta una ferita aperta nella coscienza italiana. Ricordarlo significa ricordare che lo Stato può distruggere un innocente, che il circo mediatico può trasformare il sospetto in sentenza, che la giustizia può diventare spettacolo. E molte istituzioni preferiscono dimenticare. Pur vivendo, in presa diretta, il caso Garlasco. Pannella invece viene celebrato nei convegni, citato nei discorsi ufficiali, commemorato negli anniversari. Nel decimo anniversario della sua morte lo si è definito visionario, maestro di libertà, coscienza civile. Tutto vero. Ma da vivo veniva spesso trattato come un fastidio: eccessivo, rumoroso, ingombrante. Digiuni, provocazioni, maratone oratorie, campagne impossibili. La politica italiana lo sopportava più di quanto lo ascoltasse. Quarant’anni fa, l’Italia era un Paese stanco e nervoso: gli anni di piombo lasciavano macerie morali, il terrorismo aveva scavato paura, la politica occupava ogni spazio della società. Le televisioni private stavano nascendo, ma il rapporto tra potere, magistratura e informazione era già profondamente ambiguo. Fu in quell’Italia che Tortora venne arrestato nel 1983. Un uomo perbene, popolarissimo, volto rassicurante della televisione, sbattuto in manette davanti alle telecamere sulla base delle parole di pentiti inattendibili. La sua immagine entrò nelle case degli italiani come un monito: nessuno è al sicuro. La presunzione d’innocenza era un principio astratto, il giustizialismo era già un sentimento popolare, la gogna precedeva il processo. Tortora non fu solo una vittima giudiziaria: fu una vittima culturale. Di quella cultura che Pannella combatteva quando parlava di carceri disumane, abuso della custodia cautelare, informazione conformista difendendo i diritti civili, la responsabilità dello Stato, il garantismo, la libertà individuale. Sembravano battaglie marginali, oggi sembrano profezie. Alla morte di Pannella arrivarono elogi da tutti: destra, sinistra, istituzioni, giornali. Quasi un’assoluzione collettiva. Ma molti di quelli che lo commemoravano erano gli stessi che avevano ignorato le sue denunce sul sovraffollamento carcerario, sulla giustizia spettacolo, sull’ipocrisia dei partiti. Quasi a dire che la morte rende presentabili anche gli uomini scomodi. Ma cosa hanno lasciato? Tortora ha lasciato una domanda che ancora oggi inquieta: può esistere una democrazia sana senza giustizia? La sua vicenda è diventata simbolo degli errori giudiziari, ma soprattutto del rapporto malato tra procure, media e opinione pubblica. Ogni volta che un’indagine viene trasformata in condanna preventiva, ogni volta che il sospetto diventa titolo definitivo, il fantasma di Tortora ritorna. Ha lasciato anche una frase che dovrebbe essere scolpita nelle aule giudiziarie: “Dove eravamo rimasti?”. Era il suo ritorno in televisione dopo l’assoluzione, ma sembrava una domanda rivolta all’Italia intera. Pannella ha lasciato il metodo della disobbedienza civile, l’idea che la politica debba essere anche testimonianza personale, sacrificio, corpo esposto. Ha insegnato che i diritti non arrivano mai spontaneamente e molte battaglie oggi considerate normali - divorzio, aborto, diritti dei detenuti, antiproibizionismo, libertà individuali - portano il suo segno, lasciando soprattutto un’inquietudine morale: la democrazia non è mai conquistata una volta per tutte. Ma cosa direbbero oggi Enzo e Marco guardandoci dal cielo? Forse Tortora denuncerebbe con amarezza una società in cui il processo mediatico è diventato ancora più feroce. I social network hanno moltiplicato la velocità della gogna. Oggi basta un titolo, un video, un’indiscrezione per emettere sentenze collettive irreversibili. Per costruire il “mostro”. Probabilmente direbbe che la tecnologia è cambiata, ma la fragilità delle garanzie resta identica. Direbbe che i media, stampa e televisione dovrebbero essere più al servizio dei cittadini, rispondere alle loro esigenze e non ai diktat del potere. E naturalmente confermerebbe il suo parere sulla tv di Stato: un calderone politico, un po’ di destra, un po’ di sinistra e un po’ di centro. Pannella vedrebbe un Paese più libero nei diritti formali ma più fragile nella coscienza civile. Noterebbe cittadini sempre più arrabbiati ma meno disposti a impegnarsi personalmente. Parlerebbe ancora di carceri, di giustizia, di libertà di informazione, di eutanasia, di droghe, di Europa. E forse denuncerebbe una politica ormai incapace di ascoltare davvero il dissenso. Tortora ricorda che lo Stato può sbagliare terribilmente. Pannella che la libertà richiede fatica, conflitto, ostinazione. Ed è per questo che vengono celebrati con prudenza: abbastanza da apparire civili, non abbastanza da diventare davvero esempio. Eppure il loro lascito più autentico è proprio lì, nel disagio che ancora provocano. E allora forse la domanda più attuale non è cosa abbiano lasciato loro all’Italia, ma cosa l’Italia abbia imparato davvero da loro. *Presidente Fondazione per la giustizia Enzo Tortora “Le Loro prigioni”, il podcast di Rai Radio 1 premiato al New York Festival Awards agi.it, 25 maggio 2026 Riconoscimento internazionale per il racconto firmato da Azzurra Meringolo, inviata della redazione Esteri del Giornale Radio Rai, con la regia di Leonardo Patanè, da un’idea di Azzurra Meringolo e Ilaria Sotis. Rai Radio1 si aggiudica un importante riconoscimento internazionale ai New York Festival Radio Awards, vincendo nella categoria Documentari - Diritti Umani con il podcast originale “Le Loro prigioni, voci e cronache in presa diretta dalle carceri del Mediterraneo”, firmato da Azzurra Meringolo, inviata della redazione Esteri del Giornale Radio Rai, con la regia di Leonardo Patanè, da un’idea di Azzurra Meringolo e Ilaria Sotis. Il concorso, tra i più prestigiosi a livello mondiale nel settore audio e radiofonico, premia ogni anno le produzioni realizzate da emittenti, network e produttori indipendenti capaci di distinguersi per originalità, qualità editoriale, integrità, trasparenza e impatto narrativo. La cerimonia di premiazione, lo Storytellers Gala, ha valorizzato anche quest’anno l’innovazione e le nuove forme di storytelling che stanno ridefinendo il linguaggio del racconto radiofonico. Il podcast “Le loro prigioni” - Le Loro prigioni, si spiega in una nota, attraversa un Mediterraneo segnato da guerre, rivolte, occupazioni ed esodi forzati, entrando nei luoghi in cui il rumore dei conflitti si trasforma in silenzio obbligato. Il podcast porta alla luce storie umane invisibili, custodite dietro sbarre, muri e barriere di paura: carceri, centri di detenzione, tunnel e campi chiusi, luoghi di prigionia formale e informale in cui vengono rinchiusi i corpi, soffocati pensieri ma dove spesso si sviluppa una solidarietà umana che nasce dalla lotta. Il racconto si sviluppa attraverso contesti diversi e complessi: dalle celle sovraffollate di palestinesi in Israele ai tunnel di Gaza dove sono stati tenuti gli ostaggi, dalle prigioni siriane aperte con la caduta di Assad ai campi dell’ISIS, fino al carcere iraniano di Evin e alle prigioni egiziane attraversate da dissidenti, studenti e giornalisti. A dare voce al podcast sono testimonianze dirette raccolte sul campo: ex detenuti, scrittori premiati per il loro coraggio, Premi Nobel per la Pace incarcerati, tra cui l’iraniana Narges Mohammadi, psicologhe, avvocate, persone private della libertà, operatori sotto copertura, disertori, vedove del califfato. Il podcast, già menzionato all’European Festival of Journalism and Media Freedom, si arricchisce inoltre delle riflessioni della scrittrice Viola Ardone, con i doppiaggi di Edoardo Camponeschi e Miriam Selima Fieno. “Il New York Festival Radio Awards è un riconoscimento che conferma il valore del giornalismo sul campo”, si sottolinea. Rai Radio1 “incentiva la produzione di Podcast originali e sostiene la missione del servizio pubblico”. “Le Loro Prigioni. Voci e cronache in presa diretta dalle carceri del Mediterraneo” è disponibile su Rai Play Sound. Corruzione, nemica della democrazia di Enrico Carloni Corriere della Sera, 25 maggio 2026 L’Europa emana una direttiva da recepire entro due anni che tutela onesti e “categorie deboli”. Con la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea, la prima direttiva europea sulla lotta alla corruzione diventa diritto vigente, vincolante per gli Stati membri chiamati al suo recepimento. L’Italia ha dunque due anni per recepirla, tre per adottare la strategia nazionale anticorruzione prevista dalla direttiva. È un’occasione preziosa: non per riaprire vecchie guerre, ma per fare finalmente sul serio. Il punto di partenza non è la direttiva in sé, ma lo stato in cui versa il sistema italiano dell’anticorruzione. È un sistema che, a quattordici anni dalla legge 190 del 2012, mostra stanchezza strutturale: i piani triennali di prevenzione della corruzione sono troppo spesso diventati un adempimento rituale e hanno perso autonomia; la figura del responsabile anticorruzione nelle pubbliche amministrazioni è spesso rimasta isolata, o sovraccarica; l’Autorità anticorruzione (Anac) ha accumulato funzioni eterogenee senza disporre di strumenti di enforcement davvero incisivi, il lobbying continua ad essere privo di una regolazione organica mentre la disciplina dei conflitti di interesse resta frammentaria e insoddisfacente. Occorre un bilancio laico, senza nostalgie e senza autoassoluzioni: cosa ha funzionato, cosa va ripensato, cosa va rafforzato. Su questo sfondo si inserisce l’impatto della legge Nordio del 2024 - la legge 114 - che ha abrogato il reato di abuso d’ufficio e ridotto drasticamente l’area applicativa del traffico di influenze illecite. Chi l’ha sostenuta ha ritenuto che fosse giusto liberare i funzionari pubblici da un eccesso di responsabilizzazione che ne bloccava l’azione, e garantire al tempo stesso una maggiore autonomia dal controllo giudiziario sulle scelte amministrative. Il problema è che la riforma non ha compensato in alcun modo questo arretramento: non ha rafforzato i presidi preventivi, non ha ridisegnato le situazioni di conflitto di interesse, non ha risposto ai vuoti di tutela che essa stessa apriva. Il risultato è che oggi ci troviamo in quello spazio di transizione in cui nascono i mostri: meno repressione penale, non più prevenzione amministrativa, di fatto diffusi vuoti di tutela. La direttiva europea obbliga ora a fare i conti con questa situazione, e lo fa con un testo che appare a volte “minimale” ma comunque esigente. Il cuore del discorso ruota intorno a un principio, quello di integrazione. L’anticorruzione efficace non è né solo penale né solo amministrativa: è un sistema in cui prevenzione e repressione si sorreggono a vicenda alla ricerca di un contrasto alla cattiva amministrazione, che sia effettivo ma anche proporzionato. È la logica della Convenzione delle Nazioni Unite contro la corruzione, del 2003, cui si ispira la direttiva: la corruzione si combatte riducendo le opportunità (prevenzione), rendendo il crimine costoso (sanzione), e costruendo una cultura dell’integrità (formazione, trasparenza, partecipazione, coinvolgimento della società civile). Quando si indebolisce un pilastro, gli altri devono essere proporzionalmente rafforzati. Sin qui non lo sono stati. Sul reato di abuso d’ufficio occorre avere il coraggio di ragionare senza steccati ideologici. Non si tratta di ripristinare la vecchia fattispecie, con i difetti che l’avevano caratterizzata specie se osservata dal lato della “fatica dell’amministrare” dei funzionari. Si tratta di qualcosa di diverso: costruire un presidio penale preciso, circoscritto, effettivo, a tutela di valori costituzionali fondamentali. Il funzionario che favorisce un amico in un concorso pubblico. Il dirigente che esercita un potere discrezionale per perseguire un interesse privato. Il responsabile che nega un atto dovuto per danneggiare deliberatamente un cittadino. Sono condotte, ora non sanzionate, che lo Stato di diritto non può lasciare senza risposta. La direttiva, nell’articolo 7, frutto di un difficile compromesso che ha richiesto il consenso italiano, indica la strada: non un reato con portata generale (o generica), ma fattispecie precise di “violazioni gravi della legge” nell’esercizio delle funzioni pubbliche. Ma la sfida più ambiziosa che la direttiva pone all’Italia non riguarda il diritto penale: riguarda la strategia. La direttiva impone agli Stati membri di adottare e aggiornare regolarmente una strategia nazionale anticorruzione, coinvolgendo la società civile, effettuando valutazioni dei rischi, garantendo sistemi efficaci contro i conflitti di interesse. È una scelta di policy di lungo respiro, con ampio coinvolgimento istituzionale, che richiede un protagonismo della politica che sin qui è mancato. L’anticorruzione in Italia è stata forse troppo a lungo delegata ad ANAC: un’autorità indipendente, preziosa e tanto più importante proprio nel quadro dei meccanismi della direttiva, ma che non può sostituire la scelta politica di mettere l’integrità pubblica al centro dell’agenda di governo. La strategia nazionale non è, non deve essere, un nuovo adempimento formale: è la proiezione di un rinnovato patto tra istituzioni e cittadini sulla qualità della vita pubblica. C’è una ragione profonda per cui questo discorso è urgente, e non si chiama procedura di infrazione: si chiama fiducia. I dati più recenti del Corruption Perception Index di Transparency International mostrano un arretramento della percezione dell’Italia, in un contesto europeo in cui la corruzione è ancora vissuta come un problema grave dalla grande maggioranza dei cittadini. Un tassello che si inserisce in un quadro di costante peggioramento della fiducia dei cittadini nelle istituzioni italiane. La corruzione, d’altra parte, non è solo una questione giudiziaria o amministrativa: è un danno ai diritti di chi subisce la prevaricazione, una distorsione della concorrenza che punisce le imprese oneste, un drenaggio di risorse pubbliche che impoverisce i servizi ai cittadini, una corrosione lenta della democrazia. Ad essere danneggiate dalla corruzione sono costantemente le categorie più deboli, e la corruzione è quindi nemica della democrazia e dell’uguaglianza tra le persone. Prenderla sul serio significa affrontarla davvero come problema di tutti, non come materia tecnica da lasciare agli specialisti e alla stessa burocrazia che ne è a volte affetta. La direttiva pubblicata oggi è, nei suoi limiti, un punto di partenza. L’Italia può usarla come pretesto per fare il minimo indispensabile (ma anche in questo caso dovrà fare modifiche sostanziali alla legislazione in materia), oppure come occasione per costruire finalmente un sistema anticorruzione all’altezza. La differenza non sta nelle norme di recepimento: sta nella volontà istituzionale di considerare l’integrità pubblica una priorità politica, non un mero adempimento amministrativo. Le insidie della povertà “educativa”, un aggettivo che deresponsabilizza di Cristiano Corsini Il Domani, 25 maggio 2026 Criticare il concetto di “povertà educativa” non significa sminuire il contributo di educatrici e educatori. Al contrario, si tratta di prendere sul serio il loro lavoro, sottraendolo alla retorica che rischia di trasformarlo in un surrogato del welfare. Negli ultimi anni, sotto il nome di contrasto alla “povertà educativa”, sono state realizzate esperienze estremamente significative. Scuole, enti del terzo settore, educatrici, educatori, amministrazioni locali hanno rappresentato presìdi reali, talvolta gli unici, contro l’isolamento sociale, l’abbandono, la mancanza di servizi. E allora, perché mai criticare il concetto di “povertà educativa”? Analizzare criticamente la categoria di “povertà educativa” non significa sminuire il lavoro di chi, ogni giorno, prova a rendere meno ingiuste le condizioni di crescita di bambine, bambini, adolescenti. Né significa negare che esistano disuguaglianze di opportunità culturali, scolastiche, relazionali, formative. Esistono, ma definire lo svantaggio “povertà educativa” aiuta davvero a comprendere la situazione? Questa formula, così efficace sul piano comunicativo, non rischia di rendere meno visibili le cause materiali della disuguaglianza? Slittamento semantico - Il primo problema è teorico. Parlare di “povertà educativa” come forma specifica e distinta di povertà è uno slittamento semantico che comporta dei rischi. Se un bambino non legge, non va al museo, non frequenta attività sportive, non partecipa ad attività extrascolastiche, l’attenzione può spostarsi facilmente sulle scelte della famiglia, sugli stimoli mancanti, sulle abitudini culturali, sul deficit di cura. Tuttavia, queste pratiche dipendono anche da reddito, tempo, casa, trasporti, lavoro, caratteristiche territoriali, presenza o assenza di servizi pubblici. La povertà economica riduce spazi e tempi, limita la mobilità, abbassa le aspettative, rende la scuola meno sostenibile. Se tutto questo viene definito “educativo”, il problema sociale ed economico rischia di scomparire, e qui si apre la seconda questione. Mentre per affrontare la “povertà materiale” è necessario affrontare questioni come redditi, welfare, abitazioni, divari territoriali, la “povertà educativa” chiama in causa progetti e laboratori. Tutte cose utili e indispensabili, ma decisamente meno conflittuali. È più semplice finanziare un laboratorio pomeridiano che affrontare la povertà abitativa ed è più semplice promuovere la lettura che intervenire sui salari. Una cosa è parlare di comunità educante, altra garantire nidi, mense, trasporti, tempo pieno e servizi sociali in modo strutturale. Confondere causa ed effetti - La “povertà educativa” rischia di funzionare come teodicea sociale, non nega l’ingiustizia, ma la legittima trasformandola in deficit formativo. Questo è il terzo nodo: la confusione tra cause, sintomi e rimedi. Sappiamo da decenni che bassi livelli di apprendimento sono correlati alla povertà materiale e che la dispersione scolastica è fortemente associata a condizioni di retroterra: lavoro assente o povero, mobilità forzata, fragilità abitative, segregazione territoriale. Perché mai chiamare tutto questo “povertà educativa”? Perché attribuire alla sfera educativa ciò che dipende per lo più da rapporti economici, politiche pubbliche, disuguaglianze? Non si tratta di negare l’importanza della sfera educativa: docenti e scuole possono fare molto, così come possono incidere le biblioteche, il tempo pieno ecc. Tuttavia, se le disuguaglianze materiali vengono lasciate intatte, ciò che definiamo educativo rischia di diventare l’etichetta nobile di una compensazione al ribasso: non rimuoviamo le cause della disuguaglianza, ma proviamo a rendere sopportabili i suoi effetti. Problema statistico - Il quarto problema è empirico e statistico. L’indice di “povertà educativa” funziona discretamente come etichetta descrittiva di uno svantaggio multidimensionale, ma molto meno come elemento autonomo. Aggrega cose molto diverse: condizioni economiche, accesso ai servizi, offerta culturale e scolastica, dispersione, apprendimenti, dotazioni territoriali. Il risultato può essere utile per mappare aree di vulnerabilità, ma non dimostra l’esistenza di un costrutto autonomamente educativo. Se metto nello stesso contenitore povertà materiale, mancanza di servizi, difficoltà di apprendimento e minori opportunità culturali, non posso dire di aver scoperto una nuova forma di povertà, ma ho solo aggregato svantaggi già noti e dato loro un nome più rassicurante. Cambiare nome al problema - Infine, la categoria alimenta lo sguardo di chi ha di più e, ritenendo di saperne di più, definisce “educativamente povere” persone che vivono in condizioni di svantaggio materiale, trasformandole in soggetti che vengono etichettati per le loro mancanze culturali: meno libri, meno musei, meno sport, meno conoscenze, meno aspirazioni. Raramente ci si chiede quali saperi, pratiche, resistenze, quali forme di cura e intelligenza sociale esistano dentro quei contesti. Si afferma una pedagogia dallo sguardo coloniale: nominare l’altro a partire dalla sua distanza dai nostri standard. Per comprendere questo meccanismo, è fondamentale la lettura di Dipende dalla classe di Michele Arena. Come scritto in apertura, criticare il concetto di povertà educativa non significa sminuire il contributo di educatrici e educatori. Al contrario, si tratta di prendere sul serio il loro lavoro, sottraendolo alla retorica che rischia di trasformarlo in un surrogato del welfare. Contrastare la dispersione scolastica, sostenere biblioteche, sport, nidi, mense, tempo pieno, spazi culturali è necessario, ma non basta. Non basta, perché non esiste un’infanzia o un’adolescenza povera in quanto “educativamente” povera. Esistono bambine, bambini e adolescenti che pagano anche a scuola e nel tempo libero il prezzo di una società che economicamente e territorialmente distribuisce privilegi e svantaggi trasformandoli in meriti e colpe. Cambiare nome al problema può aiutare a finanziare qualche progetto, ma se quel nome rende meno visibili le cause materiali della disuguaglianza, allora il successo ottenuto dal concetto di povertà educativa diventa parte del problema. Noi, gli immigrati e quei numeri così antipatici di Paolo Fallai Corriere della Sera, 25 maggio 2026 Sono le cifre che non vogliamo vedere ma che hanno un peso sul valore civile e sul futuro del nostro Paese. I numeri sono spesso antipatici, quelli che non vogliamo vedere sono insopportabili. Almeno 821 migranti sono morti o dispersi nel Mediterraneo centrale dall’inizio del 2026 al 9 maggio. Cifre dell’ultimo rapporto della Organizzazione Internazionale per le Migrazioni. Commenta il presidente nazionale della Croce Rossa Italiana, Rosario Valastro: “Il Mediterraneo, che un tempo era un mare di scambio e di vita, è diventato teatro di una tragedia continua: in dieci anni stimiamo tra i 100mila e i 200mila morti”. Ma sono numeri che non fanno più impressione. L’Italia ospita ormai quasi sei milioni di cittadini stranieri, il 9,1% della popolazione. Nel febbraio scorso il nostro Massimiliano Jattoni Dall’Asèn scriveva che “nel decennio 2015-2024 oltre 1 milione e 600 mila persone sono diventate italiane. Solo nel 2024 più di 200 mila” e “nel 2024 le forze di lavoro straniere sono cresciute di oltre il 4%, contro l’1% complessivo. Oltre 133 mila dei nuovi occupati erano cittadini stranieri. Senza di loro, il mercato del lavoro semplicemente si restringerebbe”. Fanno i lavori meno qualificati e i loro salari sono molto più bassi. Vengono dalla guerra, dalla fame e dalla povertà, quindi la conoscono bene. Maurizio Ferrera nel suo editoriale sul Corriere di giovedì 7 maggio denunciava “La persistenza (ormai vergognosa) di fenomeni tipici delle società arretrate. L’economia sommersa assorbe più di 3 milioni di lavoratori, concentrati nell’agricoltura, nei servizi e nel commercio”. E ora è allarme natalità anche tra gli immigrati. Nel 2024 i nuovi nati da genitori immigrati sono stati quasi 50 mila su 370 mila. Ma è un dato in forte calo. Le ragioni le ha elencate Luca Angelini, pochi giorni fa: “Bassi salari, penuria di abitazioni a costi sopportabili, carenza di servizi per l’infanzia, alti costi della vita”. Numeri, solo numeri in attesa della bella stagione e della prossima strage in mare. Migranti. Riempire l’Italia di nuovi Cpr, quanto ci costa la propaganda di Marika Ikonomu Il Domani, 25 maggio 2026 L’esecutivo, a un anno dal voto, accelera sul piano annunciato nel 2023 dopo Cutro e lasciato sulla carta. Rilancia il panopticon a Castel Volturno con una gara da 41,2 milioni di euro. I territori contrari a nuove strutture. Per difendere e giustificare i milioni di euro spesi nella costosissima operazione Albania, il governo ha adottato una precisa strategia comunicativa: legare l’irregolarità amministrativa alla criminalità. “Condanne per violenze sessuali, precedenti per armi, lesioni personali, un ampio campionario di precedenti”, aveva detto il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi per motivare l’uso delle fascette ai polsi, delle persone trattenute, per tutto il viaggio su una nave militare dal porto di Bari a quello di Shëngjin in Albania. Sulla stessa linea la premier Giorgia Meloni, durante la campagna referendaria sulla giustizia, che accusava i giudici di liberare e impedire il rimpatrio di “stupratori” e persone condannate “per spaccio di droga, resistenza a pubblico ufficiale”. Ma alla base del trattenimento in un Centro di permanenza per i rimpatri non c’è un reato. Per i delitti commessi, chi ha ricevuto condanne ha scontato la pena in carcere. La detenzione amministrativa è fondata sull’assenza di un permesso di soggiorno: perché si è arrivati sulle coste italiane attraverso il Mediterraneo, perché non è stato possibile rinnovare il documento, perché si è perso il lavoro. Perché i canali di ingresso legali in Italia sono quasi inesistenti. Lo ha ricordato l’arcivescovo di Capua e vescovo di Caserta Lagnese in un comunicato contro l’apertura di un nuovo Cpr a Castel Volturno lo scorso 23 aprile, esprimendo il suo “dissenso nei confronti di una narrazione che, di fatto, assimila la condizione irregolare dei migranti alla criminalità”. E, ha aggiunto, “diffondere preoccupazione e paura, identificando a priori tutti i migranti e rifugiati come criminali, introduce un aberrante criterio ideologico che distorce la vita sociale e impone la volontà del più forte come parametro di verità”. Patto europeo e Cpr in Albania, il governo rischia un’altra batosta Il vecchio piano Il governo, dopo anni di investimenti sull’Albania, ha ripreso in mano quel piano annunciato dopo il naufragio di Cutro, che ricalcava la strategia dell’ex ministro dell’Interno del Pd Marco Minniti: costruire un Cpr per ogni regione. Sull’immigrazione questa è l’unica via intrapresa dall’esecutivo: usare la detenzione amministrativa come politica di asilo, rendere più complicato l’accesso alla protezione internazionale, realizzare strutture costosissime anche se patogene, di dubbia costituzionalità, in “condizioni fatiscenti ed eccessivamente carcerarie” (secondo il Comitato Onu contro la tortura) e nemmeno utili al loro scopo. Dal 2019 al 2024, secondo il report di Action Aid e dell’università di Bari, il tasso di rimpatrio delle persone trattenute è stato in media del 47,3 per cento. Nel 2024 si è registrato un minimo storico: “Solo il 41,8 per cento (2.576) delle persone in ingresso in un centro di detenzione, su un totale di 6.164, è stato rimpatriato”, si legge. Le maggiori risorse dirottate sulla detenzione amministrativa non hanno avuto un impatto sul numero dei rimpatri, anzi: “Nel 2024 dai Cpr italiani sono state rimpatriate solo il 10,4 per cento delle persone che hanno ricevuto un provvedimento di allontanamento”. I dati non hanno però convinto il Viminale che, a poco più di un anno dalle elezioni politiche, è tornato a puntare sul panopticon e su alcuni di quei territori individuati nel 2023, come aveva raccontato Domani. A Castel Volturno infatti l’esecutivo vuole costruire - ha rivelato Altreconomia - una nuova struttura che ricorda quell’occhio che tutto vede pensato dal filosofo Jeremy Bentham. Invitalia, su incarico del ministero dell’Interno, ha pubblicato una gara da 41,2 milioni di euro con scadenza il 28 maggio, per la progettazione e la realizzazione di un Cpr nell’area - da 63 ettari - “Parco umido La Piana”. Un alto muro a pianta circolare che “funge da struttura di confinamento dei moduli di tipo pesante”; sulla sommità è previsto “un percorso costituito da una passerella perimetrale di sorveglianza”. I moduli alloggiativi, “monoblocchi prefabbricati”, si legge nei documenti della gara, hanno una “disposizione radiale” e sono separati da “un sistema di cancelli e recinzioni”. Un apparato che non sembra sufficiente al confinamento, considerato il “bosco diffuso” richiesto “per creare una schermatura” e recinzioni di un’altezza di almeno sei metri, composte da “pannelli ciechi e offendicula superiore”, per impedire la fuga. I Cpr, il panopticon e la dialettica tra caos e controllo ossessivo Nell’occhio che tutto vede il colore ha un fine ben preciso: deve servire da “distrazione visiva per gli ospiti” e da “strumento per mitigare le tensioni, per umanizzare il più possibile gli spazi”. Un progetto ancora più distopico se si legge una richiesta di chiarimento da parte di una delle società interessate a partecipare alla gara sulla possibilità “di realizzare opere d’arte all’interno del complesso”. Da un lato il Viminale progetta una struttura di controllo pervasiva, dall’altro prova a tutelarsi di fronte alle organizzazioni internazionali: negli anni hanno denunciato il trattamento delle persone recluse, l’aspetto carcerario dei Cpr, le condizioni di vita indegne e l’approccio sproporzionato alla sicurezza. Anche le parole giocano un ruolo fondamentale: si parla di “confinamento” e, al contempo, di “ospiti”. Scrive il Viminale: “Un istituto penitenziario non è il luogo appropriato per trattenere una persona non indagata”. Peccato che la struttura da 120 posti murata, con recinzioni a visibilità ridotta, una sorveglianza non visibile e il possibile uso di sistemi deterrenti, abbia un chiaro impianto carcerario. In cui si prevedono diversi livelli di detenzione “incrementabili” in base alla “situazione legale” e alle “condizioni di ostilità”. C’è poi una novità: in linea con l’indirizzo europeo, si prevede la detenzione di minori, proprio come accade negli Usa con l’Ice. Ai bambini sono assicurati indumenti adatti per le attività scolastiche, cartella e materiali gratuiti, si legge. Manca solo la torre centrale rispetto al progetto di Bentham, per il resto ricalca a pieno la sua filosofia e annuncia un salto di paradigma, anche culturale, che contempla un regime di alta sicurezza per chi ha violato un mero illecito amministrativo. Deportazioni in stile Maga: Meloni (e l’Ue) studiano l’Ice L’impotenza dei territori Una prospettiva a cui si sono opposte associazioni, cittadini, movimenti, che si riuniranno in assemblea il 26 maggio. Insieme alla curia: “Le chiese di Capua e Caserta difenderanno con forza il rispetto della dignità di ogni essere umano”. E ha trovato l’opposizione anche del presidente della regione Roberto Fico. Ma non è l’unico territorio a vedersi calare dall’alto imposizioni governative senza un margine di decisione. In Toscana, l’area individuata nel comune di Aulla è stata comunicata da Piantedosi al presidente della regione Eugenio Giani. Il dem si opporrà “con ogni mezzo alla trasformazione della Toscana in una terra di detenzione”. Così come si oppone il sindaco di Bologna Matteo Lepore (Pd) a una possibile apertura di un Cpr in città. Solo il leghista Maurizio Fugatti, presidente della provincia di Trento, che ha incontrato Piantedosi al festival dell’Economia, vuole proseguire in maniera compatta. Con la stretta sul diritto d’asilo l’Europa si avvicina a Trump I territori non hanno nessun potere su queste scelte, dopo la trasformazione di queste strutture, nel 2023, in “opere destinate alla difesa e alla sicurezza”. L’accelerazione è evidente e l’obiettivo è elettorale. Rilanciare quel piano, ampliare e ristrutturare i dieci Cpr già esistenti in Italia - con gare che potrebbero raggiungere un totale di 13 milioni di euro - e colpire chi si mette d’ostacolo: i giudici prima, poi i medici e di recente gli avvocati, con la soppressione dell’accesso automatico al gratuito patrocinio. Quello che il governo non dice è che corre per costruire nuovi Cpr ma quelli esistenti non sono pieni: nel 2024, il 20,2 per cento dei posti era inutilizzato, secondo i dati del Tavolo asilo e immigrazione. Rimane però il piano simbolico: luoghi patogeni, istituzioni totali, sorvegliare e punire, per il solo fatto di essere persone migranti.