“Punire i giovani?” Se ne è parlato nella Casa di Reclusione di Padova in un convegno nazionale di Redazione Ristretti Orizzonti Ristretti Orizzonti, 24 maggio 2026 Emozione per l’intervento di don Claudio Burgio, cappellano del carcere minorile di Milano, e per le testimonianze dei detenuti. “Punire i giovani?” è la domanda al centro della Giornata di studi nazionale che si è svolta nella Casa di Reclusione di Padova venerdì 22 maggio, organizzata dalla redazione della rivista dal carcere “Ristretti Orizzonti”. Una domanda preoccupata, e in qualche modo angosciante, perché se nella società si diffonde con tanta forza l’idea di punire in modo intransigente anche i ragazzi, i giovanissimi, vuol dire che quella società è malata e mette a rischio le giovani generazioni con la sua smania di distribuire punizioni sempre più dure. È stato un venerdì davvero intenso. La Giornata di studi annuale, diventata ormai una consuetudine da quasi trent’anni, è stata aperta da Maria Gabriella Lusi, direttrice della Casa di Reclusione, e ha visto la presenza del Vice Capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria Massimo Parisi e di circa 500 persone da tutt’Italia: operatori penitenziari, del Terzo settore, insegnanti, studenti, magistrati, avvocati, operatori della Giustizia minorile, le assessore del Comune di Padova Margherita Colonnello e Francesca Benciolini. Particolarmente significativa anche la presenza di circa 70 persone detenute con molti loro famigliari, le loro testimonianze, le loro ‘storie’ di dolore ed errore, sono state protagoniste, hanno coinvolto emotivamente i presenti, e sono state il filo rosso che ha permesso che gli interventi, davvero qualificati, di esperti non fossero teoria, ma un incontro tra le esperienze più dolorose degli autori di reati e le osservazioni e gli approfondimenti degli addetti ai lavori. Le testimonianze di detenuti non sono mai apparse improvvisate, ma frutto di un complesso e difficile lavoro di scavo in profondità, ogni giorno, intorno al tavolo della redazione di Ristretti Orizzonti. Ma anche gli interventi degli ‘esperti’ sono stati al contempo testimonianze di persone attive da tempo ‘sul campo’, che ogni giorno si confrontano con questi ragazzi ‘difficili’ finiti in carcere spesso da giovanissimi: don Claudio Burgio,cappellano del carcere minorile Cesare Beccaria di Milano, Eraldo Affinati, nella veste di insegnante più che di scrittore, ma anche di fondatore di quella straordinaria esperienza della scuola Penny Wirton, dove si insegna l’italiano ai migranti in un rapporto di un insegnante per ogni studente, Paolo Tartaglione, pedagogista e presidente della cooperativa Arimo che in Lombardia si occupa di giovani autori di reati, Leopoldo Grosso, psicologo e psicoterapeuta e presidente onorario del Gruppo Abele, Gabriel Seroussi, giornalista free lance esperto di maranza, figura che incarna due delle categorie sociali più temute dalla maggior parte degli italiani: i giovani e le persone non bianche, Paola Brunese presidente del Tribunale per i minorenni di Napoli, Roberto Bezzi responsabile dell’Area Educativa della Casa di Reclusione di Bollate, Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, direttore del Master “Prevenzione e trattamento della dipendenza da internet in adolescenza”, Francesco Pompei, esperto di ADHD, deficit d’attenzione la cui diagnosi precoce consentirebbe l’attivazione di interventi e trattamenti specifici, ma invece in carcere succede che l’ADHD spesso non è neppure diagnosticato. Fin dall’inizio della giornata grandi emozioni, per l’intervento di Raoul, giovane ergastolano, che ha raccontato con sofferenza quello che è stato il suo sguardo di bambino sulle violenze in famiglia, finite poi in tragedia, ed emozione per l’intervento di don Claudio Burgio con quella sua idea coraggiosa e rivoluzionaria che “non esistono ragazzi cattivi”. Nella lunga ed intensa giornata, coordinata da Adolfo Ceretti, criminologo da tempo ‘amico’ di Ristretti, e da Ornella Favero direttrice di Ristretti Orizzonti, uno spazio breve, ma intenso e appassionato è stato dedicato ai ‘ragazzi dentro’ attivi, oltre che a Ristretti, aTeatrocarcere di Maria Cinzia Zanellato, che hanno portato un assaggio di loro poesie, canzoni, musica…. Perfetta e partecipata la macchina organizzativa della Casa di Reclusione, ormai rodata dopo quasi trent’anni di convegni, convegni che anno dopo anno hanno proposto temi che sono diventati patrimonio innovativo e straordinariamente vivo del ‘mondo’ carcere: il coraggioso confronto tra vittime e autori di reato, gli affetti raccontati in una straordinaria Giornata di studi intitolata “Io non so parlar d’amore”, e poi una inedita visione della Giustizia che si richiamava alle parole di Papa Francesco, quando parlava di “Tenerezza e giustizia”, e lo scorso anno quel titolo secco “Disinnescare” per ricordare quanto è importante disinnescare la rabbia e l’aggressività e cercare sempre la via del dialogo e del confronto. Quel dialogo e quel confronto che nella Casa di reclusione di Padova sono gli strumenti che permettono di affrontare con passione e determinazione anche i momenti più difficili, gli ostacoli, le cadute, i fallimenti e le rinascite. Il segreto di tutto ciò? Una cosa di per se facile ma che occorre desiderarla e praticarla: lavorare assieme, guardare ed essere guardati, ascoltare ed essere ascoltati. Su questa strada, il terzo settore rappresentato dal Coordinamento Carcere Due Palazzi e l’istituzione, da anni a Padova si sta lavorando. Le carceri italiane tagliate fuori dal mondo di David Allegranti La Nazione, 24 maggio 2026 “Chiusura disumana delle carceri”: raddoppia il numero dei bimbi in carcere, da 11 a 26, con le loro mamme; triplicano le persone a regime di vita chiuso; raddoppiano ricorsi accolti dalla magistratura di sorveglianza per trattamenti inumani e degradanti. Dal 2022 al 2025 il carcere si è chiuso al mondo esterno e si è chiuso al proprio interno. Lo dice Antigone nel suo ultimo rapporto sulle condizioni di detenzione in Italia, presentato nei giorni scorsi. In sintesi “si sono moltiplicati gli istituti dove i detenuti trascorrono quasi tutta la giornata in celle affollate e malmesse, sempre più persone sono messe in isolamento e sorveglianza particolare, la società esterna è ostacolata all’ingresso in istituto”. I dati vanno oltre il drammatico: “Oltre il 60% dei detenuti trascorre la quasi totalità della giornata dietro le sbarre della propria cella, fatta eccezione per le canoniche ore d’aria”. I detenuti del circuito dell’Alta sicurezza “non possono più svolgere socialità nei corridoi delle sezioni” e questo vale anche per i detenuti delle sezioni di preparazione al trattamento intensificato (cosiddette sezioni ordinarie) del circuito di Media sicurezza. Nemmeno i frigoriferi possono essere collocati nei corridoi delle sezioni, bensì in stanze “all’uopo adibite”; difficile però trovarne, con un sistema penitenziario in cui il sovraffollamento ha superato il 139 per cento. Secondo una circolare dell’ottobre 2025 ogni iniziativa che prevede l’ingresso di persone esterne negli Istituti penitenziari dove è presente una sezione del circuito di Alta sicurezza (AS), collaboratori di giustizia e 41-bis deve essere autorizzata da un nulla osta rilasciato dall’amministrazione centrale. “Tenendo conto che le carceri con almeno una sezione di AS sono circa 70 su 189, la circolare ha imposto questa nuova prassi per qualsiasi ingresso della società civile in oltre un terzo delle carceri italiane”, dice Antigone. Risultato: a Padova sono rese sempre più difficoltose le iniziative della redazione storica di Ristretti Orizzonti; a Saluzzo è stato vietato un incontro tra detenuti dell’Alta Sicurezza e studenti in occasione del Salone del Libro; a Milano Opera è stato cancellato un appuntamento del laboratorio di lettura “Fine pena ora”; a Genova, Asti, Monza e Rebibbia Nuovo Complesso le attività teatrali hanno subito ritardi, limitazioni o l’esclusione del pubblico esterno; a Livorno è stata sospesa la partecipazione della squadra di rugby delle “Pecore nere” al campionato toscano. Antigone nel suo rapporto individua tre dati drammatici frutto delle politiche governative di “chiusura disumana delle carceri”: raddoppia in un anno il numero dei bimbi innocenti in carcere, da 11 a 26, con le loro mamme; triplica dal 2022 il numero delle persone soggette a regime di vita chiuso; quasi raddoppiano tra il 2018 e il 2024 i ricorsi accolti dalla magistratura di sorveglianza per trattamenti inumani e degradanti. L’aumento dei tassi di detenzione si spiega anche con i provvedimenti del governo Meloni. Dall’inizio della legislatura, sono stati introdotti oltre 55 nuovi reati e 60 nuove aggravanti. Si aggiungono oltre 65 inasprimenti sanzionatori per fattispecie già esistenti, portando i minimi e i massimi edittali a soglie che rendono più difficile il ricorso a misure alternative: “Sommando i massimi edittali per le fattispecie di reato e gli inasprimenti introdotti si superano i 400 anni di reclusione”. E dire che alla guida del ministero della Giustizia ci sarebbe un liberale; pensa te se ci fosse stato, chessò, Matteo Salvini. Visite nelle carceri minorili, il Ministero respinge le accuse dei Radicali ilgiornalepopolare.it, 24 maggio 2026 “Solo soggetti istituzionali possono entrare senza autorizzazione”, chiarisce il Dipartimento di Giustizia Minorile. Il caso nasce dall’accesso richiesto all’IPM di Casal del Marmo. Il Ministero della Giustizia ha risposto alla nota dei Radicali Italiani nella quale si sottolinea che: “Il Dipartimento di Giustizia Minorile, per la prima volta dopo decenni di visite ispettive, sta tentando di impedire l’accesso alle sezioni detentive degli Istituti Penali Minorili, sulla base di una circolare illegittima e incostituzionale”. Il Gruppo Radicali Italiani ha chiesto di accedere all’IPM di Casal Del Marmo e, il 18 maggio scorso, il Dipartimento per la Giustizia minorile e di Comunità, accogliendo l’istanza di accesso, l’ha circoscritta alle aree comuni dell’Istituto. Come previsto dall’articolo 67 della Legge di Ordinamento penitenziario, solo specifiche categorie di soggetti di rilievo istituzionale possono far visita alle persone detenute senza preventiva autorizzazione. “I soggetti che in deroga al generale divieto possono liberamente accedere negli Istituti penali - precisa il Capo del Dipartimento per la Giustizia minorile e di Comunità, Antonio Sangermano - si identificano in specifiche, non estensibili, categorie di persone che rivestono cariche istituzionali espressamente tipizzate, oltre che nei soggetti che alle stesse si accompagnino nel corso della visita per ragioni connesse alle loro funzioni”. Al di fuori di queste categorie, è necessaria viceversa un’autorizzazione che è sottoposta a limitazioni, tanto più nel caso di soggetti minori detenuti. I giovani, infatti, vanno maggiormente tutelati dall’esposizione a situazioni di potenziale intrusione nella loro vita privata, che negli Istituti si svolge prevalentemente negli spazi di pernottamento, gli unici che possano restituire una “dimensione domestica”. Con circolare del gennaio del 2025, il Dipartimento ha provveduto a disciplinare la materia degli accessi negli Istituti penali minorili soggetti ad autorizzazione, regolamentando condizioni e finalità di tutte quelle visite di soggetti non ricompresi nell’elenco previsto dall’art. 67 O.P. Resta impregiudicata la possibilità che chiunque abbia interesse ad approfondire le condizioni di vita delle persone detenute, possa avvalersi dell’accesso dei soggetti istituzionali, e quindi autorizzati per legge. “Bambini dietro le sbarre”, negli istituti penitenziari si gioca la Partita con mamma e papà di Tania Careddu La Repubblica, 24 maggio 2026 Fischio d’inizio nella casa circondariale di Caltagirone, è cominciata oggi la decima edizione della Partita con mamma e papà che trasforma gli istituti penitenziari in luoghi di gioco, incontro e relazioni tra genitori detenuti e figli, promossa dall’associazione Bambini senza sbarre Ets, in collaborazione con il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia, per sostenere il diritto dei più piccoli alla continuità nel rapporto con i genitori, sancito dalla Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Partita con mamma e papà in ventisei carceri italiane. Con la maglia ‘I diritti dei grandi iniziano dai diritti dei bambini’, in gioco nell’edizione 2026, ventisei carceri, con nuove partecipazioni da nord a sud dell’Italia, la partita rappresenta l’epilogo di un lavoro sviluppato negli istituti penitenziari che coinvolge famiglie e operatori e prosegue con i Gruppi di parola tra detenuti per scambiare esperienze ed emozioni. Non solo un evento sportivo e ludico per restituire a genitori e figli un momento di quotidianità oltre i muri di coercizione, la partita è un gesto collettivo di responsabilità e attenzione, capace di ridare dignità alle relazioni familiari, di mettere al centro le esigenze dei più piccoli e per contrastare stigma e isolamento sociale. Nato nel 2015 e iniziato con l’adesione di dodici istituti penitenziari, cinquecento bambini e duecentocinquanta padri detenuti, in dieci anni il progetto ha coinvolto quasi 24mila bambini e familiari. La Partita in Europa. Riconosciuta come una buona pratica, l’iniziativa è stata mutuata e dal 2024 la partita è scesa in campo anche in Europa con il progetto Game with Mum and Dad, operato da Bambini senza sbarre per conto di Cope: nel corso di due edizioni, sono state disputate trentotto partite in dieci Paesi europei, in cui sono circa due milioni e mezzo i bambini che vivono l’esperienza dei genitori in prigione, centomila in Italia. “Questi bambini vivono in silenzio il loro segreto del genitore recluso per non essere stigmatizzati ed esclusi”, dice la presidente dell’associazione italiana, Lia Sacerdote. Spazio Giallo. Tra le iniziative di Bambini senza sbarre, la creazione di uno Spazio giallo, un luogo di ascolto e sostegno psicologico ai bambini che entrano in carcere quotidianamente per incontrare i genitori. Interfaccia di mediazione tra il mondo dentro e fuori dalle mura, Spazio giallo è diventato un sistema integrato che prevede l’adozione di particolari linee guida per il sostegno al nucleo familiare e per l’accoglienza al bambino che varca la soglia del carcere per incontrare il genitore e un programma di formazione per polizia penitenziaria e operatori. L’impatto sulle carceri. Partita con mamma e papà e Spazio Giallo sono strumenti che incidono anche sul carcere, coinvolto a muoversi in ogni settore: la presenza periodica dei bambini nelle case circondariali si è dimostrata uno dei fattori di cambiamento delle istituzioni. Verso un nuovo Csm, la correntocrazia si è pentita di Salvo Andò Il Riformista, 24 maggio 2026 Il Presidente della Repubblica ha convocato le elezioni del nuovo Csm. Un’occasione che mi porta a rievocare le origini del correntismo nella magistratura associata. Nella quale il mondo riformista ha svolto una sua parte della storia. Oggi, paradossalmente, è la stessa Anm a interrogarsi sul mostro che ha contribuito a creare. La chiamano “autoriforma”. Tradotto: limitare il potere delle correnti dopo anni di occupazione sistematica della magistratura associata. Per decenni il sindacato delle toghe non si è limitato a fare il sindacato. Ha governato. Ha preteso una sorta di diritto di veto preventivo sulle riforme della giustizia. Nessun ministro, nessun Parlamento, nessuna maggioranza poteva mettere mano al sistema senza la “bollinatura” della corporazione giudiziaria. Nel frattempo, però, il correntismo smetteva di produrre cultura e iniziava a produrre potere. Più spartizione che idee. Più fedeltà che merito. Più traffico interno che dibattito sui diritti. Le nomine ai vertici degli uffici giudiziari diventavano estenuanti trattative tra gruppi organizzati. I “cani sciolti” venivano esclusi. I magistrati non allineati restavano ai margini. Giovanni Falcone ne fu il simbolo più clamoroso: osannato dal Paese, isolato nelle dinamiche correntizie. Eppure non è sempre stato così. Ci fu una stagione - quella delle grandi riforme del centrosinistra - in cui l’associazionismo giudiziario svolse una funzione diversa. Non corporativa, ma culturale. Non orientata alla conquista di spazi di potere, ma alla piena attuazione della Costituzione. Erano gli anni delle battaglie sui diritti civili, sull’ambiente, sul lavoro. Anni nei quali una parte della magistratura progressista contribuì ad accelerare il cammino delle riforme in un Paese ancora bloccato da resistenze conservatrici. Quella magistratura non chiedeva privilegi. Chiedeva diritti. Non rivendicava supplenze politiche. Sollecitava modernizzazione. Poi qualcosa si è rotto. La cultura ha lasciato spazio alla corporazione. Le correnti hanno smesso di confrontarsi sulle politiche del diritto e hanno iniziato a contendersi incarichi, promozioni, equilibri interni. È lì che nasce la degenerazione. È lì che il correntismo si trasforma in correntocrazia. Adesso, forse, dentro la magistratura qualcuno se ne sta accorgendo. Tardi, ma se ne sta accorgendo. La vera sfida non è abolire le correnti. È restituire loro una funzione ideale. Ridare alla magistratura associata una cultura delle garanzie, del pluralismo, dei diritti. E soprattutto liberarla dalla tentazione di essere contemporaneamente sindacato, governo e contropotere. Perché quando una corporazione pretende di governare senza essere stata eletta, il rischio non è soltanto il declino della giustizia. È l’indebolimento stesso della democrazia. Avvocata intercettata in carcere, scatta lo sciopero dei legali italiani di Conchita Sannino La Repubblica, 24 maggio 2026 La decisione della giunta nazionale delle Camere penali: astensione dall’8 al 12 giugno. E l’11 manifestazione nazionale a Perugia: dove il difensore è stato captato mentre dialogava in carcere con un suo assistito. Un’avvocata finita sotto indagine a Perugia, dove la Procura sospetta sia la pedina eccellente in un giro legato alla mala albanese e alla droga. Un’inchiesta che va avanti con ipotesi gravi, associazione finalizzata al narcotraffico, e attiva la gogna social contro la legale. Fino a quando i colleghi fanno quadrato e denunciano la grave anomalia di alcune intercettazioni effettuate a carico della penalista e del suo assistito - nella saletta colloqui del carcere di Capanne - che avrebbero coinvolto almeno altre cinquanta persone, tra detenuti e avvocati, tutti estranei a quei fatti, tutti captati (sia in audio che in video, a quanto pare) nei loro privatissimi colloqui. Stando all’impianto accusatorio, l’avvocata avrebbe indotto al silenzio uno dei suoi clienti per evitare ai pm di andare avanti. La storia, ancora da chiarire, alimenta da giorni l’indignazione dell’intera categoria e ora spinge la giunta nazionale delle Camere Penali, con Francesco Petrelli, a proclamare per metà giugno un’intera settimana di astensione. “Quanto accaduto nel carcere di Perugia ‘Capanne’ - è scritto nella delibera votata oggi, alla fine dell’assemblea straordinaria - costituisce una gravissima violazione del diritto di difesa, garantito dalla Costituzione, dalla Cedu e dal codice di procedura penale che occorre denunciare con fermezza”. I penalisti scioperano dall’8 al 12 giugno, ma per giovedì 11 hanno già indetto una manifestazione nazionale nel capoluogo umbro. Ci sarà anche l’avvocata al centro dell’indagine, Daniela Paccoi, che ha pubblicamente respinto ogni accusa, è incensurata, e scrive: “Da 45 anni svolgo onorevolmente la mia professione e mai avevo visto trasformare in indizi di collusione i colloqui che doverosamente intrattengo con i miei assistiti e i loro familiari”. Così il caso Perugia riapre lo scontro tra avvocatura e magistrati, mentre la politica non esita a gettarsi nella campagna. Forza Italia chiede al ministro Carlo Nordio di inviare gli ispettori. La Lega parla addirittura di “regolamento di conti”. “Qualche autorevole magistrato lo aveva lasciato intendere: dopo il referendum si fanno i conti. Ed eccoli arrivare puntuali: alcuni avvocati, speriamo non molti, intercettati mentre parlano con gli assistiti di strategie difensive”, attacca la deputata della Lega Simonetta Matone, ex magistrata. È un ex pm anche Alessandro Cannevale, già procuratore a Spoleto, che oggi insieme a Silvia Egidi e Silvia Lorusso, difende l’avvocata Paccoi dall’ipotesi di essere una “tramite” del traffico di stupefacenti, collegata a un ristoratore già suo assistito, a suo tempo bloccato con 65 chili di cocaina. Ma i legali si concentrano sul modo in cui è stata portata avanti l’istruttoria, sono sul piede di guerra. Secondo la ricostruzione delle Camere Penali, le microspie piazzate dai pm sarebbero state “dimenticate” nelle quattro salette colloqui del carcere. E avrebbero continuato a registrare, coinvolgendo appunto oltre quaranta detenuti e circa venti avvocati: conversazioni private che, in quanto irrilevanti, non sono state trascritte ma restano comunque accessibili, in formato file, alle parti del processo. Sicché Cannevale e altri legali hanno potuto ascoltare o ricostruire le conversazioni illecitamente incassate, “che sono sia audio che video”, come sostiene il presidente del direttivo della Camera Penale di Perugia, l’avvocato Luca Gentili, che nell’immediatezza aveva indetto lo “stato di agitazione”. “I colloqui illegittimamente intercettati sono minimo quaranta, mentre solo uno era il rapporto sotto esame per cui era autorizzato l’ascolto: quello tra l’avvocatessa Paccoi ed uno soltanto dei suoi assistiti - ricostruisce con Repubblica l’avvocato Cannevale - Il pm doveva quindi accertarsi che la polizia giudiziaria eseguisse correttamente quella procedura”. Chi e come doveva vigilare sul chirurgico impiego delle microspie puntate sui colloqui in corso in carcere? “Occorreva - aggiunge il legale - semplicemente essere rigorosi. Bastava staccare l’ascolto appena l’avvocatessa usciva o finiva il colloquio”. Sciatteria, errore o cosa? “Non devo spiegare io quanto avvenuto. Questa roba non doveva accadere. Ci sono state grave violazioni, e bisogna capire come sia stato possibile. Tra l’altro, poiché è stato captato anche il colloquio di un indagato di altro procedimento in mano allo stesso pm titolare del caso, l’accusa ha saputo in anticipo le mosse della difesa”. Per i legali, Procura e pg avrebbero promosso un’attività di captazione “in modo indiscriminato, in violazione degli articoli 104 e 111 della Costituzione, e dell’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo sulla riservatezza delle interlocuzioni tra difensore e proprio assistito. Si badi che non sono norme che proteggono i difensori o coloro che sono indagati: sono principi che tutelano lo stato di diritto, riguardano tutti”. Forza Italia chiama in causa direttamente il Guardasigilli. Il senatore Pierantonio Zanettin fa sapere di aver presentato “due interrogazioni” a via Arenula: “Una sul caso di Alberto Stasi, intercettato mentre parlava con il suo difensore, il professor Giarda; l’altra, sulle intercettazioni della procura di Perugia all’interno del locale istituto di pena. Spero che il ministro disponga ispezioni e che sanzioni con il necessario rigore tali gravissime violazioni”. A Perugia, tensione alta: salita fino alla richiesta di chiarimenti con il procuratore generale. A due mesi esatti dall’esito del referendum, uno sciopero nazionale promette di allargare il solco tra pm e avvocatura. “Verità e giustizia sulle stragi”, a Palermo oltre 8mila in corteo di Wladimiro Pantaleone agi.it, 24 maggio 2026 Sono oltre 8mila i partecipanti al corteo promosso a Palermo da un folto cartello di associazioni e collettivi che chiedono “giustizia e verità” sulle stragi di mafia, nel 34esimo anniversario dell’eccidio di Capaci. Tra gli organizzatori dell’evento Agende Rosse, Cgil, Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato, Centro Studi Paolo e Rita Borsellino e Our Voice. “Fuori la mafia dallo Stato”, tra gli slogan. “Basta silenzi e depistaggi”, si legge sugli striscioni. Partiti dal palazzo di giustizia, i manifestanti hanno attraversato piazza Verdi, via Ruggero Settimo, piazza Castelnuovo e via Libertà, nel cuore della città, per raggiungere l’area vicina all’Albero Falcone. Musica e slogan hanno scandito il percorso. Tantissimi i giovani presenti, con striscioni e magliette colorate. C’è anche un monitor che segna l’orario quest’anno sul palco allestito ai piedi dell’Albero Falcone, in via Notarbartolo. Così alle 17:58 in punto - orario in cui un’esplosione sventrò l’autostrada uccidendo Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani - è a tutti visibile il momento in cui viene poi intonato il “silenzio”. Lo scorso anno furono furiose le polemiche per l’anticipo di diversi minuti dell’omaggio ai caduti. “Fuori la mafia dallo Stato”, hanno continuato a gridare alcuni manifestanti sotto l’Albero, mentre Maria Falcone ha preso la parola dal palco: “C’è anche chi contesta, ma è il sale della democrazia. Mi auguro che non lo si faccia alle 17:58, in quel momento tremendo. E domani si riprenda pure. Vorrei solo dire - ha proseguito la sorella del magistrato - che Giovanni è nostro. E guai a chi ce lo tocca. Dobbiamo portare avanti le loro idee, loro sono di tutti”. “Oggi (sul palco) ci sono solo io, e dietro di me ragazzi da tutta Italia che leggeranno i nomi. Vogliamo che siano loro a leggerli, perché sono la dimostrazione che davanti alle cause importanti tutti gli italiani devono essere d’accordo. La memoria di Giovanni e Paolo e delle scorte non deve essere sterile, ma continuo ricordo alla città che non bisogna fermarsi e mai dire ‘abbiamo vinto’“, ha concluso Maria Falcone. All’evento era presente, tra gli altri, il magistrato Nino Di Matteo, accolto tra gli applausi. “Si arriverà alla verità sulle stragi - ha detto Di Matteo - se le istituzioni e il popolo italiano la vorranno trovare. I segnali però non sono oggi positivi. C’è una parte significativa del Paese e delle istituzioni che vuole archiviare per sempre alcune pagine importanti, ritenendo soddisfacente l’esito della condanna dei mafiosi, che è un esito importante, ma che non ha ricostruito tutta la verità”, ha detto il magistrato. Storicizzare, senza perdere la memoria del trauma: il 1992 è entrato nella mente e nel corpo di una intera generazione, che con la strage di Capaci e quella di via D’Amelio “è venuta al mondo una seconda volta” ma con l’obbligo di “trasformare in qualcosa che aiuta”. Se ne è parlato all’Istituto Comprensivo Statale “Giovanni Falcone” nel quartiere palermitano dello Zen, scenario di una attuale recrudescenza mafiosa, durante l’incontro “Le stragi del 1992 tra storia, politica e memoria” organizzato dalla facoltà di Scienze politiche del capoluogo siciliano. “La generazione venuta al mondo durante le stragi è stata segnata, come sono segnati i bambini che vengono al mondo sotto le bombe di qualunque guerra”, ha detto, tra gli altri, siciliano e responsabile Esteri del Pd Giuseppe Provenzano, che ha ricordato “la mobilitazione collettiva” seguita alle stragi. È toccato a Giorgio Mulè, anche lui siciliano e vice presidente della Camera (FI), entrare nel vivo di quel trauma: “Per me, come per tanti altri, Capaci e via D’Amelio sono le Fosse Ardeatine, Sant’Anna di Stazzema, punti di non ritorno rispetto all’abisso e alla malvagità”. La “fortuna” di chi è nato dopo è di poter meglio “storicizzare ciò che è accaduto, e non vivere quegli eventi con le diottrie di chi in quegli anni e dopo si è impadronito di quella memoria perché doveva essere indirizzata da una parte, e se non ti allineavi eri un nemico”. La contesa odierna riguarda, appunto, la “memoria” di ciò che accadde in quegli anni, e in questa battaglia tra i fronti una proposta l’ha fatta sul Giornale di Sicilia il direttore di Scienze Politiche, Costantino Visconti: si può “ripartire da un patrimonio già condiviso, ossia che la mafia dei corleonesi ha voluto eliminare l’acerrimo nemico impiegando tutte le sue risorse, militari e politiche. Proviamo?” Tango (Anm): “Tutti chiediamo verità e giustizia. Uniti contro la mafia” di Riccardo Arena agi.it, 24 maggio 2026 Nel giorno del ricordo di Falcone, assassinato 34 anni fa nella strage di Capaci, il presidente dell’Anm parla con AGI della figura e dell’immagine positiva per il nostro Paese, offerta dal giudice. “Per combattere la mafia c’è bisogno di un lavoro congiunto di tutti: dai magistrati agli insegnanti, dai commercianti agli impiegati pubblici, dai rappresentanti del governo ai consiglieri di circoscrizione. Ognuno secondo il proprio ruolo. La collaborazione fra organi dello Stato è uno snodo necessario per combattere la mafia”. Nel giorno del ricordo di Giovanni Falcone, assassinato 34 anni fa nella strage di Capaci, il presidente dell’Anm Giuseppe Tango, palermitano, 43 anni, parla con Agi della figura e dell’immagine positiva per il nostro Paese, offerta dal giudice che istruì il primo, storico maxiprocesso alla mafia. L’eredità di Giovanni Falcone intanto è tale non solo per la magistratura palermitana, ma anche per giudici e pm di tutta Italia. “Falcone - dice Tango, giudice del Lavoro nel capoluogo siciliano - rimane un modello di magistrato moderno, capace di indagare a fondo ogni aspetto di Cosa nostra. Un magistrato dotato di metodo, intuito e visione. Per questo è stato ucciso e rappresenta un esempio vivo: per questo abbiamo il dovere di ricordarlo, con profonda riconoscenza”. Il presidente dell’associazione nazionale magistrati guarda all’acume dimostrato dal collega in tutte le sue indagini, in cui agì con notevole spirito di sacrificio e grandi capacità investigative: ma è ancora così, oggi, per i magistrati italiani? “Assolutamente sì - risponde Giuseppe Tango -. Sono doti che un magistrato, soprattutto requirente, deve avere. E quindi sono doti che vanno valorizzate sempre e comunque. Fanno parte dell’eredità che ci ha lasciato Giovanni Falcone. Possiamo solo ringraziarlo per questo”. Tango, all’indomani della sua elezione, nei giorni successivi al referendum sulla Giustizia, chiese subito sobrietà negli atteggiamenti, anche festosi, dei suoi colleghi, e un abbassamento dei toni, a conclusione dell’acceso scontro che aveva caratterizzato quella contesa elettorale: la storia di Falcone, avversato in vita ed elogiato da morto, ha insegnato qualcosa o è ancora lontano il momento della collaborazione tra gli organi dello Stato? “La collaborazione fra organi dello Stato - dice ancora ad AGI il magistrato palermitano - è uno snodo necessario per combattere la mafia. Quello che è successo in occasione della campagna referendaria mi ha emozionato”. “Tantissime persone, giovani e meno giovani, si sono mobilitate perché hanno voluto difendere un principio: quello dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura dalla politica. Abbiamo fatto un gran lavoro per recuperare una parte della fiducia che avevamo perso per degli errori fatti negli anni passati, quando alcuni magistrati avevano messo davanti carriera e interessi personali. Abbiamo intrapreso un cammino, ma il percorso deve proseguire. Questo è il nostro compito. E dobbiamo farlo raccontandoci e spiegando alle persone come funziona la giurisdizione, il modo migliore per ricostruire questa fiducia è raccontare con trasparenza come funziona la giustizia”. È allora possibile mettere attorno a un tavolo tutte le parti coinvolte nel sistema giustizia e fare una riforma che dia finalmente efficienza a una macchina farraginosa e insoddisfacente, perché troppo spesso produce solo tardiva giustizia? “Ci stiamo provando, ci siamo incontrati con ministero della Giustizia e avvocatura. Vogliamo voltare pagina, nonostante il clima spesso particolarmente ostile della campagna elettorale. Lo possiamo fare lavorando insieme e partendo dalle cose più importanti, dalle urgenze. Noi abbiamo individuato le prime”. Sullo sfondo la priorità condivisa credo sia la stessa: diminuire la durata dei processi. Partiamo da lì. Poi ovviamente ci sono vari tasselli da mettere a posto: i primi due sono stabilizzare l’Ufficio per il processo e rinviare la norma sul Gip collegiale, che paralizzerà i tribunali, purtroppo. Speriamo di avere risposte, ma l’inizio del confronto è stato positivo”. Un’ultima questione, tornando a Falcone, è l’anelito di verità e giustizia sulle stragi, il 23 maggio come il 19 luglio e in tutti gli altri giorni in cui il calendario mette di fronte anniversari tragici per il nostro Paese. “Tutti - conclude il presidente dell’Anm - chiediamo verità e giustizia. C’è un diritto inalienabile alla verità che va ribadito. Non è solo interesse dei familiari delle vittime. Non è solo interesse della magistratura. È interesse dello Stato, dell’intera collettività. Ci sono dei procedimenti aperti, devono fare il proprio corso e serve aggiungere anche questo tassello per ricostruire tutto quello che accadde nel 1992”. Milano. Così la scuola edile tra le celle di Opera facilita la seconda chance di Maria Elena Viggiano Corriere della Sera, 24 maggio 2026 L’agenzia Umana e i corsi in diverse carceri italiane. Un progetto di formazione per operai in Ghana e per manodopera agricola in Uzbekistan. “Il nostro obiettivo è l’inserimento delle persone nel mondo del lavoro”, spiega Maria Raffaella Caprioglio, presidente di Umana, agenzia per il lavoro che, con questo obiettivo, ha sviluppato diverse progettualità in collaborazione con il settore pubblico. In primo luogo, la formazione nelle carceri che nel 2025 ha visto la partecipazione di 36 persone per un totale di 361 ore di attività in orticoltura, cosmetica, serigrafia, caffetteria. Sono state inoltre formate 55 persone sulla sicurezza e 15 su lavori in quota. “Percorsi formativi - sottolinea la presidente - pensati per poter favorire un concreto e rapido accesso al mondo del lavoro. Ma, essendo progetti facoltativi, è necessario lavorare per coinvolgere i detenuti e, nello stesso tempo, per preparare le aziende a integrarli”. Dal 2023 è attivo un progetto (con capofila Ance) nel carcere di Opera per la realizzazione di una scuola edile all’interno dell’istituto penitenziario mentre nel carcere di Piacenza il progetto “Fuori dal muro, mai fuori luogo” ha accompagnato 30 persone in percorsi di inserimento lavorativo. Nei penitenziari di Venezia e di Padova sono stati organizzati corsi di formazione mentre ulteriori iniziative sono in fase di sviluppo a Pordenone, Udine e in Toscana. “La difficoltà principale - dice Caprioglio - riguarda i tempi per ottenere permessi e autorizzazioni, spesso non compatibili con le esigenze delle aziende”. Parallelamente, per facilitare l’inserimento lavorativo delle persone con disabilità, Umana è attiva nel collocamento mirato. “Favoriamo l’incontro tra la persona più adatta e il contesto aziendale più idoneo alle sue caratteristiche affinché l’azienda non viva l’inserimento solo come un obbligo normativo ma sia pronta ad accogliere e valorizzare il lavoratore”. In media vengono inserite 500 persone al mese, molte in staff leasing (somministrazione a tempo indeterminato), le altre con contratti di 12 mesi. In Lombardia sono attivi i programmi “Inclusive Mindset” e “Inclusion Makes the Difference” (sostenuti rispettivamente dalla Città Metropolitana di Milano e dalla Provincia di Monza e Brianza) che nel 2025 hanno coinvolto 14 aziende, formato circa 1.400 persone sui temi della diversity & inclusion e registrato oltre 200 partecipanti a momenti interaziendali di sensibilizzazione, soprattutto sui disturbi dello spettro autistico. “Il lavoro più importante consiste nel formare il personale delle aziende all’accoglienza delle persone con disabilità”. Umana opera anche nell’ambito della mobilità internazionale: “Abbiamo colto le opportunità del Decreto Cutro del 2023 (art. 23) che consente di selezionare e formare all’estero lavoratori. Individuiamo aziende - conclude Caprioglio - che necessitano di profili tecnici non reperibili in Italia e attiviamo percorsi di selezione e formazione nei Paesi di origine”. Con il progetto Ghana, avviato nel 2024, si promuove la formazione e l’inserimento di operai specializzati ghanesi nelle imprese italiane mentre in Uzbekistan il progetto riguarda la formazione di manodopera agricola. Altre iniziative sono attive in Senegal, Marocco, India, Repubblica Dominicana e Tunisia. Trento. Carcere e occupazione, Spini di Gardolo esempio nazionale labusa.info, 24 maggio 2026 Il lavoro come strumento di dignità, reinserimento sociale e recupero della persona. È stato questo il tema al centro dell’incontro “Lavoro e carcere tra sogno e realtà”, ospitato nella Casa Circondariale di Spini di Gardolo nell’ambito del Festival dell’Economia di Trento. Un confronto che ha riunito rappresentanti delle istituzioni, del volontariato, del mondo giuridico e delle imprese, con la partecipazione diretta di diversi detenuti coinvolti anche nella preparazione delle domande rivolte ai relatori. Il punto di partenza del dibattito è stato il quadro nazionale delineato dal Rapporto dell’Associazione Antigone: nel 2025, su circa 63.500 detenuti presenti nelle carceri italiane, solo 21.700 risultavano occupati, pari a poco più di un terzo del totale. Ancora più limitato il lavoro esterno alle strutture penitenziarie, fermo al 4%. In questo scenario, il Trentino rappresenta un’eccezione positiva, con un tasso di occupazione esterna dei detenuti che raggiunge il 20%. La direttrice della Casa Circondariale di Spini, Anna Rita Nuzzaci, ha sottolineato come il lavoro rappresenti uno strumento fondamentale per consentire alle persone detenute di “rientrare nella comunità come attori protagonisti”. In collegamento video è intervenuto anche il ministro della Giustizia Carlo Nordio, intervistato dal direttore del Tg1 Gian Marco Chiocci. Il ministro ha evidenziato le profonde differenze presenti nel sistema carcerario italiano: alcune strutture consentono di sviluppare progetti di eccellenza, mentre altre sono penalizzate da limiti logistici o di sicurezza. Nordio ha però ribadito l’impegno del Ministero nel trovare soluzioni capaci di conciliare certezza della pena, sicurezza e finalità rieducativa prevista dalla Costituzione. Tra i progetti citati, anche quello dedicato ai detenuti che avrebbero diritto ai domiciliari ma non dispongono di una sistemazione abitativa, prevedendo percorsi legati al lavoro. Particolare attenzione è stata dedicata al reinserimento nel mondo esterno. Secondo il ministro, molti suicidi avvengono poco prima dell’uscita dal carcere proprio per la mancanza di prospettive future. “Il lavoro pone rimedio alla solitudine e al bisogno”, ha affermato Nordio, ricordando anche gli interventi psicologici e i percorsi dedicati ai detenuti con problemi di tossicodipendenza. Nel corso della tavola rotonda, l’assessore provinciale alla salute e politiche sociali Mario Tonina ha rivendicato il ruolo dell’Autonomia trentina nel costruire un modello innovativo fondato sulla collaborazione tra istituzioni, volontariato, cooperazione e imprese. In questo contesto è stato presentato il progetto “SpiniPizza”, iniziativa che aprirà nei prossimi mesi accanto al carcere di Spini: una realtà formativa nel settore della ristorazione aperta anche alla cittadinanza, nata dalla collaborazione tra pubblico e privato nell’ambito del Distretto dell’economia solidale. Sul piano giuridico, l’ex giudice costituzionale Daria De Pretis ha ricordato che “i diritti fondamentali valgono anche in carcere” e che il lavoro costituisce un diritto-dovere funzionale al percorso di rieducazione previsto dalla Costituzione. Infine, dal volontariato e dal mondo imprenditoriale è arrivato un forte richiamo alla necessità di “fare rete”. Lucia Fronza Crepaz, presidente della Conferenza regionale volontariato giustizia, ha parlato dell’importanza di “assorbire il carcere dentro il tessuto sociale”, mentre Camilla Lunelli, vicepresidente di Ferrari Trento, ha sottolineato come il collegamento tra detenuti e aziende debba passare attraverso associazioni e cooperative sociali capaci di accompagnare percorsi concreti di inclusione lavorativa. Firenze. Sollicciano a rischio epidemia: “Dai rubinetti acqua contaminata” di Stefano Brogioni La Nazione, 24 maggio 2026 Alcuni reclusi sarebbero afflitti da febbre e pustole: potrebbero essere disposte analisi sulla potabilità. La denuncia del familiare è stata trasmessa alla direzione dell’istituto, al provveditorato e alla Regione. Alcuni detenuti di Sollicciano presentano fenomeni di febbre e pustole. La causa di questa potenziale epidemia potrebbe essere una contaminazione dell’acqua che sgorga dai rubinetti delle celle usata oltre che per lavarsi anche per bere da chi - e non sono pochi - non può permettersi di comprare la minerale al supermercato interno. La segnalazione da un familiare di un detenuto - Il garante regionale dei detenuti, Giuseppe Fanfani, si è attivato dopo che ha ricevuto la segnalazione da un familiare di un detenuto: la lettera, oscurata delle generalità del recluso e della sua parente che ha firmato la missiva, è stata girata alla direzione del penitenziario, al provveditorato regionale dell’Amministrazione Penitenziaria (Prap) e al servizio sanitario della Regione Toscana. Secondo quanto è stato riferito nei colloqui con parenti e avvocati, alcuni detenuti sarebbero in cura con antibiotici ma i loro sintomi non accennerebbero ad affievolirsi. Per capire se l’origine dei malesseri fosse davvero l’acqua, potrebbe essere disposta un’analisi. La relazione - L’ultima richiesta di aiuto da parte della popolazione di Sollicciano giunge a pochi giorni di distanza dalla presentazione della relazione del Garante Fanfani alla commissione Affari istituzionali del Consiglio regionali la relazione annuale sulle carceri. “L’attuale sistema detentivo non è di un Paese che si vuole definire civile”, ha detto Fanfani a proposito di Sollicciano e degli altri istituti di pena toscani, sottolineando “l’emergenza strutturale acuta” che affligge proprio il penitenziario fiorentino. Sovraffollamento (al 158%), carenze mai del tutto superate dagli interventi tampone effettuati in questi anni, Sollicciano vanta anche il poco lusinghiero record di suicidi avvenuti nel 2025: 3 detenuti si sono tolti la vita in cella. Condizioni disumane che si riflettono sulla vita anche di chi lavora a Sollicciano. Ma che hanno ormai sdoganato i risarcimenti ai detenuti che fanno richiesta. “Necessario un intervento massiccio sul carcere” - Umidità e muffa nelle celle, condizioni igieniche assenti nei bagni, in molti dei quali non funzionava lo scarico del water o quello del lavandino, presenza di cimici ed altri insetti: anche in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, l’allora presidente reggente della corte d’appello, Isabella Mariani, ha ribadito la necessità di un intervento massiccio sul carcere. Che forse solo soltanto abbattendolo, e costruendolo nuovo, potrebbe sanare quelle problematiche che si porta dietro sin dalla sua costruzione, negli anni ‘80, su un terreno paludoso e con materiali di scarsa qualità. Caltagirone (Ct). Il carcere resta all’asciutto, l’acqua portata dalle autobotti La Sicilia, 24 maggio 2026 È emergenza idrica nella casa circondariale Noce. Il Dipartimento di Protezione civile della Regione Siciliana ha attivato il Nucleo di Protezione civile del Nogra che, già da qualche giorno, sta approvvigionando la struttura penitenziaria. Le forniture idriche, più precisamente, hanno avuto inizio già dallo scorso 21 maggio, motivo per cui si potrebbero registrare pesanti ripercussioni da parte della popolazione carceraria che, allo stato attuale, si attesta tra 400-450 persone. Ciò in considerazione del fatto che potrebbero sollevarsi eventuali proteste da parte dei reclusi. Anche l’autobotte in dotazione alla polizia penitenziaria si reca nel serbatoio comunale S. Agostino per effettuare i carichi di acqua. All’interno del carcere di Caltagirone ci sarebbe anche qualche pozzo ma, evidentemente, non sarebbe sufficiente a soddisfare i fabbisogni giornalieri, anche perché, oltre le persone recluse, ci sono anche gli agenti di polizia penitenziaria e il personale amministrativo che opera all’interno che devono fare uso del prezioso liquido. Anche per la giornata di oggi proseguiranno gli approvvigionamenti. Le guardie del Nogra, contestualmente, stanno andando incontro a qualche difficoltà di natura logistica, per via del fatto che il serbatoio comunale, che è la principale fonte di prelievo, dispone solo di un punto di carico d’acqua potabile. Ogni autobotte, che trasporta 4mila 600 litri di acqua, effettua in media 45 prelievi giornalieri. Torino. Andarsene? Il carcere diventa una recita a soggetto di Teresa Cioffi Corriere di Torino, 24 maggio 2026 Nella sala d’attesa di un aeroporto ci sono uomini che salutano qualcuno, o qualcosa, prima di partire. Non hanno nomi, ma portano addosso vite intere: c’è chi fugge da un amore che non regge più, chi lascia il proprio Paese a causa della guerra, chi abbandona un contesto familiare complesso. Si muovono sul palco come sospesi, stretti in un tempo sempre più immobile. Il loro volo continua ad accumulare ritardi e, così, l’attesa si trasforma in un confronto con sé stessi. È questa la scena che prenderà vita sul palco della Casa Circondariale Lorusso e Cutugno, in uno spettacolo interpretato dai detenuti coinvolti nei laboratori teatrali di Teatro e Società. Una produzione che prende il titolo di “Andarsene. Quando un volo serve a non partire” e che, curata dal regista Claudio Montagna, andrà in scena dal 25 al 28 maggio. Il progetto era stato presentato in anteprima a dicembre, alla Fabbrica delle E, ma in quel caso erano stati coinvolti sia detenuti in esecuzione penale esterna che attori estranei alla realtà carceraria. Questa, invece, è la prima rappresentazione totalmente affidata a chi vive tra le mura del Lorusso e Cutugno: “La parola chiave dello spettacolo è attesa, che è anche una delle condizioni che più caratterizzano la vita in carcere - spiega Montagna. L’attesa di una telefonata, di una visita, di una risposta, della libertà. Per questo motivo abbiamo immaginato un luogo da dove tutti pensano di dover partire. Eppure, durante lo spettacolo, emerge altro. I personaggi capiscono che forse stavano scappando e che, a volte, andarsene non significa davvero liberarsi”. Nell’attesa, i personaggi si irritano, si accusano a vicenda, sfogano rabbia e frustrazione. “Proprio nel conflitto emerge qualcosa di diverso - dice Montagna. Si tratta della scoperta di avere fragilità simili. Smettono di cercare la colpa negli altri e cominciano a confrontarsi. Dal confronto nasce la consapevolezza che ognuno di loro, forse, aveva qualche ragione in più per restare”. Lo spettacolo è il risultato di un lavoro laboratoriale che ogni anno prende vita all’interno del carcere torinese. “Si parte sempre dall’improvvisazione. È da lì che escono le idee, dalla struttura generale fino ai dettagli di scena”. Alla fine, in Andarsene. Quando un volo serve a non partire, il desiderio di fuga si incrina: “I personaggi si scoprono meno soli e quel volo che dovrebbe portarli altrove diventa invece l’occasione per fermarsi, guardarsi, capire cosa significhi davvero restare”. Rovigo. La palla a spicchi “fa canestro” al carcere minorile La Voce di Rovigo, 24 maggio 2026 Fip Veneto porta la speranza del basket nell’istituto penitenziario minorile. Lo sport come bussola per il futuro, come strumento di inclusione e, soprattutto, come opportunità di riscatto. Ha preso il via nei giorni scorsi un innovativo progetto sportivo e sociale nato dalla collaborazione tra il Comitato regionale Fip Veneto e l’Istituto Penale per i Minorenni di Rovigo, la struttura intitolata ad Antonio Vivaldi e inaugurata lo scorso 8 gennaio 2026. L’iniziativa si articola su una serie di appuntamenti mirati: i tecnici della federazione varcheranno le porte dell’istituto rodigino per guidare i giovani ospiti in sessioni di allenamento e gare. L’obiettivo va ben oltre il semplice esercizio fisico, puntando sui valori umani e formativi intrinseci alla pallacanestro. Un’attivazione immediata nel segno dell’educazione. L’input è partito direttamente dalla struttura carceraria, trovando terreno fertile nei vertici della Federazione Italiana Pallacanestro. “Quando il Delegato di Rovigo, Roberto Altafin, mi ha informato che il carcere minorile di Rovigo aveva chiesto il nostro supporto per organizzare alcuni incontri sportivi dedicati ai ragazzi detenuti, non abbiamo esitato un istante”, spiega il presidente di Fip Veneto, Fabio Crivellaro. “Ci siamo subito attivati per strutturare e preparare un’attività atipica rispetto ai nostri consueti canali, ma sicuramente dal profondo valore educativo e sociale”. In campo anche i campioni: lo staff del progetto. Il progetto si avvarrà infatti della presenza dei due Referenti Tecnici Territoriali di Fip Veneto, Giulia Pegoraro e Valerio Salvato, ma non solo: all’iniziativa ha aderito anche un campione del calibro di Denis Marconato, ex atleta della Nazionale, medaglia d’argento alle Olimpiadi e oggi uno dei consiglieri di Fip Veneto. Un gioco di squadra che il presidente Crivellaro ha voluto sottolineare con gratitudine: “Desidero ringraziare i nostri due RTT, Giulia Pegoraro e Valerio Salvato, insieme al consigliere Denis Marconato, per la sensibilità dimostrata e per la disponibilità con cui hanno accolto un’iniziativa tutt’altro che scontata. Siamo felici di poter far conoscere il nostro meraviglioso sport a questi ragazzi, con la speranza che la pallacanestro possa essere uno strumento educativo capace di creare relazioni e nuove prospettive”. Un impegno, d’altronde, che affonda le radici nei principi fondanti della federazione: “Articolo 1 del nostro Statuto - ricorda Crivellaro - La Federazione ha lo scopo di promuovere, regolare e sviluppare lo sport della pallacanestro in Italia”, senza alcun riferimento a distinzione di genere o condizione sociale. Dietro le quinte: la genesi dell’iniziativa e l’impatto umano. Il percorso che ha portato alla nascita del progetto sul territorio rodigino è stato ricostruito con emozione da Roberto Altafin, Delegato Fip di Rovigo, che ha ricordato le tappe istituzionali e il forte coinvolgimento personale: “Fin dalla prima riunione che abbiamo fatto tra federazioni del territorio, invitati dal delegato Coni Lucio Taschin con il responsabile attività dell’istituto carcerario, il dott. Eliseo Secli, mi son sentito qualcosa dentro, e già pensavo come poter essere utile ai ragazzi. Al termine della riunione ho contattato il presidente regionale Fabio Crivellaro per condividere l’opportunità e l’idea per trasformare in realtà queste idee. Il presidente si è dimostrato subito entusiasta ed insieme abbiamo sviluppato il progetto, tra l’attività da svolgere e lo staff da coinvolgere”. “L’approvazione finale è arrivata dopo un successivo tavolo tecnico: ‘Siamo tornati in istituto per esporre il progetto alla direttrice e i suoi collaboratori e devo dire che è stato un momento molto emozionante a livello umano’, conclude Altafin. ‘È stata un’esperienza fantastica a livello personale e di federazione: abbiamo dato tanto ai ragazzi, ma anche di più abbiamo ricevuto come ritorno a livello umano. Per me è stata una vittoria dello sport ed integrazione, che sicuramente vogliamo riproporre. Ringrazio la direttrice dell’istituto per averci dato questa possibilità’. Alessandria. Carcere di San Michele: le foto di Daniele Robotti in mostra a Lanciano ilpiccolo.net, 24 maggio 2026 Il progetto fotografico “Fuori-Dentro” di Daniele Robotti, fotografo alessandrino, è protagonista al festival di fotografia Immagina 2026. Una esposizione in programma fino al 24 maggio al Polo Museale Santo Spirito di Lanciano, in provincia di Chieti. Realizzato all’interno della Casa di reclusione San Michele di Alessandria, affronta il tema del rapporto tra libertà e detenzione attraverso immagini. Che raccontano il dialogo continuo tra il “dentro” e il “fuori”, tra la vita carceraria e il mondo esterno che continua a scorrere oltre le mura del penitenziario. Un racconto tra reclusione e libertà - Il progetto mette al centro una delle tensioni più profonde della condizione carceraria, trasformando la fotografia in uno strumento di riflessione umana e sociale. Le immagini di Robotti saranno esposte all’interno di una manifestazione che negli anni ha ospitato grandi nomi della fotografia nazionale e internazionale. Dal 2023 il festival assegna inoltre la Spilla d’Oro alla carriera “Ivo Saglietti”, riconoscimento che quest’anno sarà consegnato a Uliano Lucas. Immagina 2026 è organizzato da Social Photography Street 6212 con il patrocinio dell’Archivio Saglietti. Per approfondire il progetto “Fuori-Dentro” è disponibile la pagina dedicata sul sito del fotografo. Taranto. Detenuti ai fornelli, la Danubio Challenge chiude il laboratorio di “Noi e Voi” di Giulia Inversi buonasera24.it, 24 maggio 2026 Il percorso promosso con Eleonora Occhinegro ha coinvolto circa 15 persone sottoposte a misure limitative della libertà personale. A Fragagnano la sfida finale davanti agli chef Palma D’Onofrio e Antonio Capoccello. Un impasto da far crescere, ingredienti da scegliere con cura, tempi da rispettare, sapori da tenere insieme senza lasciare che uno cancelli l’altro. È passata anche da qui, dal gesto concreto della cucina, l’esperienza del laboratorio promosso dall’associazione “Noi e Voi” con Eleonora Occhinegro, la “pasticiottica” vicepresidente di Abfo, che ha accompagnato i partecipanti in un percorso fatto di tecnica, ascolto e condivisione. Il progetto si è rivolto a circa 15 persone sottoposte a misure limitative della libertà personale e si è sviluppato in 10 lezioni nel centro socio-rieducativo “Fieri Potest” del quartiere Paolo VI. Gli incontri hanno permesso ai partecipanti di avvicinarsi alle basi della cucina e della pasticceria, fino alla prova conclusiva: una gara in stile talent show culinario, costruita attorno alla rivisitazione del Danubio, lievitato proposto in versione dolce o salata. La Danubio Challenge si è svolta nei giorni scorsi a Fragagnano, nella sede di “Progetto Frag”. I concorrenti hanno avuto 2 ore a disposizione per realizzare la propria preparazione. A valutare i piatti, insieme agli organizzatori, sono stati anche gli chef Palma D’Onofrio e Antonio Capoccello. A vincere è stato Vincenzo, autore di un Danubio salato con gorgonzola, speck, crema di funghi e granella di noci. Una scelta non casuale, spiegata con poche parole e molta emozione: “Sapori che mi ricordano casa”, ha commentato, sorpreso dal primo posto. Il laboratorio rientra nel percorso “Architettura detentiva, metri quadrati di futuro”, promosso dall’associazione “Noi e Voi” per costruire occasioni culturali e formative rivolte a chi vive una condizione di restrizione della libertà. Dopo la mostra di ceramica e fotografia e dopo la presentazione di una canzone rap, la cucina ha rappresentato la nuova tappa del progetto. “Questa è la terza tappa di “Architettura detentiva, metri quadrati di futuro”, ha spiegato don Francesco Mitidieri, presidente dell’associazione “Noi e Voi”. “È un percorso culturale che stiamo facendo con persone sottoposte a misure limitative della libertà personale. Dopo la mostra di ceramica e fotografia e la presentazione della canzone rap oggi arriviamo alla fine del laboratorio di cucina”. La scelta del Danubio ha avuto un significato preciso. Non soltanto un prodotto da forno da preparare, ma un’immagine di relazione. “Lo abbiamo chiamato “il dolce del colloquio”, ha aggiunto don Mitidieri, “perché le sue palline di pasta lievitata si spezzano con le mani e diventano un segno di condivisione che richiama l’esperienza della visita dei propri cari in carcere. In quell’occasione chi è detenuto ha il piacere di offrire qualcosa a chi viene in visita”. Dentro ogni impasto, dunque, non sono finiti solo farina, lievito e ripieni, ma anche frammenti di vita personale. “Nello scegliere gli ingredienti ognuno ha portato qualcosa di sé, un ricordo di famiglia, qualcosa che piace ai figli o che lo riporta al proprio Paese d’origine”, ha sottolineato ancora il presidente di “Noi e Voi”. Per molti partecipanti si è trattato del primo vero confronto con i fornelli. Un inizio non semplice, come ha raccontato Eleonora Occhinegro, che ha guidato il gruppo durante il laboratorio. “Confesso che è stata dura. Il primo giorno mi sono sentita sola, perché ho percepito un gruppo un po’ ostile e temevo che non saremmo arrivati alla fine”, ha spiegato. Poi, lezione dopo lezione, il clima è cambiato. La cucina ha aperto uno spazio diverso, trasformando il laboratorio in un luogo di fiducia. “Poco alla volta siamo diventati una famiglia”, ha raccontato Occhinegro. “La cucina ha fatto la sua reale magia, che è quella di incontrarsi e condividere”. La prova finale ha restituito il senso del lavoro svolto. Sul tavolo sono arrivate proposte diverse, legate ai gusti, alle origini e ai ricordi dei partecipanti: dal lievitato tarantino con patate, cozze e crema di pecorino a quello con cannella e mela preparato da un partecipante originario del Bangladesh. “È stato un momento di grandissima gratificazione per il lavoro svolto”, ha aggiunto Occhinegro, ricordando la varietà e la qualità delle preparazioni. Soddisfatta anche Antonella Alfonso, fondatrice di “Progetto Frag”, che ha ospitato la sfida conclusiva. “La nostra è un’impresa sociale che ogni giorno lavora per creare percorsi di inclusione, crescita e rinascita attraverso la cucina e la formazione”, ha dichiarato. Per Alfonso, la Danubio Challenge ha rappresentato un esempio concreto di collaborazione tra realtà del territorio. “Crediamo profondamente nella collaborazione e nel costruire occasioni reali di incontro e partecipazione”, ha evidenziato. “Questa esperienza è stata speciale perché ha racchiuso molti dei valori che portiamo avanti quotidianamente: condivisione, inclusione, impegno e valorizzazione del territorio”. La conclusione del laboratorio ha così assunto il valore di un passaggio più ampio: non soltanto una gara di cucina, ma un percorso in cui la manualità diventa possibilità di relazione, la formazione diventa responsabilità e un dolce condiviso può raccontare, anche fuori dalle parole, un’idea concreta di futuro. Le ragazze dell’IPM e altre parole da Curae Pontremoli di Grazia De Sensi ascolta.news, 24 maggio 2026 In un caldo pomeriggio di maggio, mi sono ritrovata in auto su una strada che conduce da Milano verso il mare di La Spezia. Ma il viaggio si fermava prima, per un tuffo in un mare denso di parole riparative e di sguardi riflessivi e profondi come solo sanno essere quelli delle ragazze e dei ragazzi degli IPM italiani, giunti a Lunae Pontremoli per raccontare la loro presenza. Tra il gorgoglio del fiume Magra e il silenzio del convento dei cappuccini, Lunae Pontemoli è una sorta di scuola di primavera a cui tutti dovrebbero partecipare: intreccio di teatro e mediazione, un progetto nato per costruire un ponte tra la città e l’Istituto Penale per i Minorenni femminile attraverso, quest’anno, la metafora del cammino sul filo. È un’esperienza di giustizia riparativa che trasforma il rischio della caduta in un’occasione di incontro e riflessione collettiva, invitando tutti a sperimentare l’”arte della vita”. Nel tardo poemriggio di venerdì, ho assistito all’ happening tra scrittura e rap in piazza e poi la sera al Teatro della Rosa ho guardato lo spettacolo Angeli Funamboli, nato dai laboratori di scrittura e di teatro tenuti da Paolo Billi. È stato commovente e allo stesso tempo scomodo e pungente, assistere al racconto degli equilibri di questi ragazzi e di queste ragazze, arrivati dagli IPM di mezza Italia e dai licei cittadini di Pontremoli. Dopo una notte silenziosa e pacificante nel dormitorio dei Padri Cappuccini, la mattina di sabato, ci siamo recati tutti, adulti e ragazzi, verso il Teatro della Rosa, dove si è svolto l’evento conclusivo di questa tre giorni. I “ragazzi interrogano gli ospiti” è intitolata questa sessione, ed i ragazzi, sul palco del teatro hanno fatto proprio questo. L’incontro è stato aperto da Clara Cavellini, Sindaca Reggente di Pontremoli, che ha rivendicato con orgoglio il legame tra la città e l’IPM, definendolo un “unicum” capace di offrire alle ragazze la forza di “volare alto”. Federica Brunelli, curatrice delle attività riparative, ha poi lanciato la sfida: una mattinata senza copioni, un cammino “al buio” dove l’unica protezione è la rete simbolica tessuta collettivamente, descritta dall’artista Fosca Campagnoli come un’armatura che sostiene le fragilità e le gioie di tutti. Il primo a salire sul filo è stato il criminologo Adolfo Ceretti. Sollecitato da Sadia e Isabella, ha spiegato come la sua vita sia stata un costante cammino ai bordi dell’abisso per incontrare gli occhi di chi soffre. Il concetto chiave di Ceretti è l’orizzontalizzazione della giustizia: uscire dallo “scranno” giudicante per incontrare l’altro a metà strada, in una dimensione di precarietà condivisa dove non esistono etichette psichiatriche o criminologiche. Ha introdotto il potente concetto di Zimzum - l’atto di ritrarsi per far emergere l’altro - spiegando che fare una domanda è un atto di umiltà che permette a chi ha sbagliato di snocciolare il proprio pensiero e arrivare finalmente a dire: “Questo sono io”, integrando il reato nella propria storia personale. È seguito l’intervento di Mitja Gialuz, giurista e velista, che ha risposto a Ramon e Viola partendo dal vuoto della tempesta in mare. Gialuz ha definito la speranza come il “filo rosso” della Costituzione, l’elemento che permette di riempire di futuro le decisioni dei giudici e degli avvocati. Per Gialuz, la legge non è un monolite: di fronte a una norma ingiusta, il giurista ha il dovere di attivare rimedi collettivi per restituire umanità a un processo che spesso la sottrae. Il vento, per il funambolo come per il giurista, non è solo un pericolo ma una risorsa che spinge avanti se si sanno leggere i valori comuni. La scrittrice Widad Tamimi, dialogando con Elaini e Sara, ha scardinato l’idea dell’equilibrio tra identità. Secondo Tamimi, noi non dobbiamo scegliere un’unica identità, perché siamo una pluralità di cose insieme; il conflitto è parte della nostra natura e il vero fallimento non è il reato, ma restare fermi nello sbaglio senza darsi regole per vivere il conflitto stesso. Ha descritto il suo approccio come un “bungee jumping” nell’abisso per raggiungere la terra, l’unico luogo dove siamo tutti uguali e dove l’empatia diventa la mano tesa, la vera fune che permette di risalire insieme. Il magistrato Luca Villa ha commosso il pubblico parlando della sua visione del ruolo giudiziario a partire dalle domande di Azzar e Giorgio. Ha descritto il magistrato come uno “scassinatore di casseforti” che deve trovare la combinazione giusta per entrare nella storia di un ragazzo. Villa ha affermato con forza che ogni condanna è una sconfitta dello Stato e ha criticato il “decreto Caivano” perché, limitando la messa alla prova, tradisce il principio di urgenza della giustizia minorile. Per Villa, è fondamentale aiutare il ragazzo a uscire dal “personaggio” del reo (il tossico, il rapinatore) per riscoprire la persona, perché il fattore tempo nei giovani è una “spugna” che non può attendere i tempi biblici dei processi. Maria Inglese, psichiatra e mediatrice, ha risposto a Ilias e Martina introducendo il concetto di risonanza umana. Ha spiegato che perdere il controllo o “sbottare” davanti a un paziente può essere un momento rivelatore: una tempesta che rompe i ruoli precostituiti (medico/paziente, uomo/donna) e permette di risuonare insieme anche su note dissonanti. Inglese ha sfidato il mito dell’individuo autonomo, definendoci “co-individui” fabbricati dalla storia e dall’ambiente, sottolineando che nessuno dovrebbe essere lasciato solo nel momento della scelta, poiché le conseguenze delle nostre azioni appartengono a tutti. Infine, la funambola Edvige Ungaro, rispondendo a Tommaso e Giulia, ha svelato il segreto del filo: la scelta si fa sulla piattaforma, prima del primo passo. Ha descritto il funambolismo come una disciplina di testa e di fiducia, dove la paura è necessaria per non correre rischi inutili. Significativo il suo pensiero finale: non è il filo ad aiutarla nella vita, ma è l’esperienza nel sociale e il contatto con le storie difficili ad aiutarla a gestire il bagaglio emotivo quando sale sulla corda, perché la vita “è molto più difficile del filo”. Nelle conclusioni, il Dirigente Paolo Gabriele Bono ha esaltato Pontremoli come comunità che non isola il carcere, mentre la dottoressa Cristiana Rotunno, pur ribadendo la necessità della sicurezza, ha indicato nella giustizia riparativa il cardine per comprendere il dolore dell’altro. Il regista Paolo Billi ha chiuso con un omaggio alla componente artistica, citando l’emozione per l’interpretazione poetica di Elaini. Per nutrire i nuovi semini che questi due giorni hanno seminato dentro di me, proprio accanto a quel semino della Giustizia Riparativa a cui ho assistito nel 2020 in un incontro con Franco Bonisoli, mi sono portata a casa due libri: “L’ascolto smarrito” l’antologia che raccoglie poesie, testi rap e riflessioni scritti da adolescenti reclusi in dieci Istituti Penali Minorili italiani, curata da Federica Brunelli e Billi e poi “Dal fiume al mare” la storia di una famiglia in equilibrio di Widad Tamimi. Ricordando anche la piacevole sorpresa di rivedere Franco Bonisoli e di conoscere Laura, chiudo cercando le parole giuste (che non trovo) per esprimere riconoscimento a Federica Brunelli che mi ha invitato, mostrandomi un ecosistema di “reti di appoggio e ascolto” fatto di professionisti capaci di creare spazi di “umanità e pietas” dove i ragazzi non sono ridotti a un’etichetta, ma sono visti come persone capaci di trasformare la propria caduta in un nuovo, coraggioso inizio. La memoria come dispositivo etico di Dario Edoardo Viganò* Avvenire, 24 maggio 2026 Nell’ecosistema digitale, ricordare non deve essere archiviare: deve essere contesto e discernimento, per trasformare l’accaduto in significato. Le piattaforme tendono invece a privilegiare ciò che è “ricercabile” rispetto a ciò che è “memorabile”: conta quello che appare nei risultati, non quello che merita davvero di essere custodito. Quando pronunciamo la parola “memoria” in un’epoca governata dal digitale, avvertiamo subito un paradosso: non siamo mai stati così capaci di registrare, archiviare, duplicare; e tuttavia non siamo mai stati così esposti alla smemoratezza. Conserviamo tutto e ricordiamo poco. Siamo immersi in un presente che si rinnova a velocità vertiginosa e che, proprio perché non conosce soste, fatica a diventare storia. In questo scenario, parlare di memoria non significa cedere alla nostalgia, ma riconoscere un’urgenza: la memoria è l’infrastruttura invisibile senza la quale i media perdono la loro funzione culturale e smarriscono il loro compito etico. Tre i passaggi da affrontare: anzitutto, che cosa intendiamo per memoria nell’ecosistema mediale; poi, perché essa è un dispositivo etico prima che informativo; infine, quale responsabilità si apre per chi lavora nei media - e, in modo particolare, per la Chiesa - nel custodire e rigenerare una memoria condivisa. Una memoria che, nell’età della rete, diventa spesso transmediale: diffusa, ibrida, continuamente riscritta. La prima distinzione è centrale: la memoria non coincide con l’archivio. L’archivio conserva; la memoria interpreta. L’archivio accumula; la memoria seleziona. L’archivio mette in deposito; la memoria mette in relazione. Oggi, invece, la retorica tecnologica tende a sovrapporre i due piani: si crede che la disponibilità illimitata dei dati equivalga alla possibilità di ricordare. Ma i dati non sono ancora esperienza, e l’accesso non è ancora comprensione. La memoria è una grammatica del tempo: permette di trasformare l’accaduto in significato. Richiede contesto, narrazione, discernimento. Senza questi elementi, il passato resta un magma di frammenti; e i frammenti, quando non vengono ordinati, diventano materiale manipolabile. Qui si apre una questione culturale: una società che non sa dare forma al proprio passato diventa vulnerabile rispetto a ogni riscrittura interessata del presente. Il digitale, inoltre, tende a privilegiare ciò che è “ricercabile” rispetto a ciò che è “memorabile”. Ciò che conta è ciò che appare nei risultati, non ciò che merita di essere custodito. La memoria, invece, implica una gerarchia di senso. E questa gerarchia non può essere delegata interamente agli algoritmi, perché l’algoritmo ottimizza l’attenzione, non la verità; massimizza l’engagement, non la sapienza. C’è un’altra immagine che ci aiuta: la memoria assomiglia al montaggio. Non perché taglia arbitrariamente, ma perché costruisce una forma che rende leggibile il reale. Il montaggio, nel cinema, non elimina la realtà: la mette in ordine, le dà ritmo, le restituisce un respiro. Così la memoria: è la capacità di collegare, di riconoscere nessi, di far emergere la durata dentro la frammentazione. Quando i media rinunciano al montaggio della memoria, diventano soltanto flusso: e il flusso, quando non è abitato, si trasforma in rumore. Se la memoria è una forma del tempo, allora è anche una forma della responsabilità. Ogni comunità umana si costruisce su ciò che decide di ricordare e su ciò che sceglie di dimenticare. E non esiste un ricordo innocente: la memoria ha sempre un orientamento. Per questo è, inevitabilmente, un atto etico. Come ricorda Paul Ricoeur, tra memoria e oblio si gioca la ricerca di una “giusta memoria”, fedele al vero e aperta alla riconciliazione. Pensiamo al modo in cui i media plasmano le nostre coscienze: non soltanto raccontano eventi, ma stabiliscono priorità, attribuiscono valore, rendono visibile o invisibile. In altre parole, producono memoria pubblica. Ora, se la memoria pubblica è costruita con criteri esclusivamente commerciali, emozionali o polarizzanti, essa genera una cultura fragile: una cultura che reagisce, ma non comprende; che si indigna, ma non elabora; che consuma immagini, ma non matura giudizi. È qui che la memoria si rivela infrastruttura etica: perché mette un argine alla volatilità. La memoria introduce durata, consente di verificare, di confrontare, di riconoscere continuità e rotture. Ed è un atto di giustizia. Le vittime chiedono memoria; i poveri chiedono memoria; le periferie chiedono memoria. Non per rimanere prigionieri del passato, ma perché senza riconoscimento non c’è futuro condiviso. Ma l’etica della memoria include anche un’altra dimensione, più delicata: l’etica dell’oblio. Non tutto deve restare per sempre esposto. Esiste un oblio che è rimozione e ingiustizia, ma esiste anche un oblio che è misericordia, tutela della persona, protezione della fragilità. L’ecosistema digitale tende a rendere permanente ciò che è contingente, a trasformare l’errore in identità, la caduta in condanna. Una memoria etica, invece, sa distinguere: custodisce ciò che è necessario per la verità e per la giustizia, ma non trasforma la vita in una vetrina senza perdono. Per questo, la cura degli archivi - soprattutto degli archivi audiovisivi - non è una pratica neutra. È un patrimonio giovane e, paradossalmente, fragilissimo: l’obsolescenza dei supporti, i costi della migrazione digitale, la scarsa consapevolezza del suo statuto di bene culturale. E per questo anche esperienze come la Fondazione Memorie Audiovisive del Cattolicesimo (MAC), con la sua cura discreta delle fonti, indicano una via concreta. Con cura. Restaurare un film, digitalizzare un fondo, descrivere correttamente un documento, rendere accessibile una collezione: sono gesti che ridanno dignità al tempo, sottraendolo alla dispersione. È una forma di carità culturale: una carità che non distribuisce soltanto beni, ma rende possibile la trasmissione del senso. La tradizione cristiana ci aiuta a comprendere la densità della memoria. La memoria, nella Scrittura, non è la semplice rievocazione di ciò che è stato; è “anamnesi”, cioè un rendere presente ciò che orienta la vita. “Ricordati” non è un invito sentimentale: è una chiamata a vivere in alleanza, a non tradire l’essenziale, a riconoscere un’origine che sostiene il cammino. Nella liturgia questa dimensione è chiarissima: la memoria è evento. Non ci limitiamo a guardare indietro; siamo resi contemporanei di un mistero che trasforma il presente. Ecco allora un criterio prezioso per i media: la memoria autentica non è museo, ma generazione. Non immobilizza, ma mette in moto. Non chiude, ma apre. In questo senso, i media possono essere luoghi di testimonianza o luoghi di oblio. Possono dare voce a ciò che resta senza voce, o possono contribuire alla “cultura dello scarto” anche sul piano simbolico: scartare storie, scartare volti, scartare complessità. La memoria, invece, chiede fedeltà al reale. Chiede di non ridurre l’umano a stereotipo. Chiede di sottrarre il dolore alla spettacolarizzazione e la speranza alla retorica. Oggi, con l’Intelligenza artificiale, la sfida diventa ancora più stringente. Non soltanto perché le tecnologie generative rendono possibile produrre immagini e voci verosimili, ma perché cresce il rischio di una memoria “sintetica”, progettata a tavolino, disancorata dalle fonti. Di fronte a deepfake, manipolazioni, ricostruzioni persuasive, la memoria esige un’etica della verifica e una pedagogia dello sguardo. Non basta dire che qualcosa “sembra vero”: occorre poter risalire alle tracce, alle fonti, ai processi. E qui torna la parola “infrastruttura”. Un’infrastruttura non si vede, ma sostiene; non è il contenuto, ma la condizione dei contenuti. Una memoria ben custodita - con standard, metadati affidabili, contesti interpretativi, accessibilità - non è un lusso per specialisti: è un presidio di democrazia culturale. È ciò che permette alle nuove generazioni di abitare criticamente il flusso e non esserne travolte. Ecco perché accanto alla conservazione serve formazione: alfabetizzazione mediale, educazione allo sguardo, capacità di riconoscere i dispositivi della narrazione e le strategie della persuasione. Una memoria che non diventa competenza condivisa resta patrimonio per pochi; una memoria che diventa educazione diventa bene comune. Insomma i media assomigliano spesso a un grande fiume. Portano con sé detriti, frammenti, bagliori. Se non esistono argini, tutto scorre e tutto si perde. La memoria è l’argine buono: non per trattenere l’acqua, ma per darle direzione. Non per bloccare il presente, ma per renderlo fecondo. Per questo la memoria è infrastruttura etica e culturale dei media: perché difende la dignità del tempo, protegge la verità delle storie, alimenta la responsabilità verso l’altro. In un’epoca che confonde la velocità con la profondità, la memoria ci restituisce la misura; in un’epoca che confonde l’archiviazione con la sapienza, la memoria ci restituisce il discernimento. E allora il compito che ci sta davanti è chiaro: non soltanto produrre comunicazione, ma generare cultura; non soltanto moltiplicare contenuti, ma custodire significati; non soltanto registrare il presente, ma renderlo narrabile, condivisibile, consegnabile. Perché una comunità senza memoria è una comunità senza futuro. E un sistema dei media senza memoria è un sistema dei media senza anima. *Professore Ordinario di cinema presso l’Università Uninettuno