Agenti infiltrati nelle carceri: così trionfa la cultura del sospetto e si distrugge la socialità di Maria Brucale Il Domani, 23 maggio 2026 Il decreto Sicurezza ha introdotto la possibilità per gli agenti di infiltrarsi tra i detenuti, in una logica di sicurezza e prevenzione. Così, però, si trasforma lo spazio della reclusione in un panopticon psicologico totalizzante, dove l’identità stessa del singolo viene aggredita e definitivamente calpestata. La politica di segregazione carceraria e di progressivo annullamento dell’individualità trova la sua espressione più subdola, profonda e devastante nell’introduzione strutturata di agenti infiltrati all’interno degli istituti di pena, previsto dall’ultimo decreto Sicurezza. Una misura giustificata a parole da ragioni di sicurezza e di prevenzione di reati che finisce, però, per trasformare lo spazio della reclusione in un panopticon psicologico totalizzante, dove l’identità stessa del singolo viene aggredita e definitivamente calpestata. All’interno di una realtà istituzionale già geneticamente orientata alla depersonalizzazione, l’idea che chiunque condivida gli spazi della sofferenza possa in realtà essere un emissario occulto dello Stato instaura un clima di sospetto sistematico e di paranoia collettiva. Crolla in questo modo l’ultimo barlume di socialità e di solidarietà spontanea tra i reclusi, poiché ogni compagno di cella, ogni vicino di branda si trasforma in un potenziale nemico e ogni confidenza, anche la più intima o terapeutica, si muta in un pericolo di auto incolpazione. La conseguenza immediata di questa dinamica è un isolamento relazionale assoluto che spinge i detenuti verso un mutismo totale e artificiale, privandoli persino dell’ultimo spazio mentale, emotivo e verbale di libertà che la detenzione non era ancora riuscita a erodere. L’individuo cui è negata la possibilità di fidarsi dell’altro, si chiude in un guscio di alienazione distruttiva che annulla ogni residuo di umanità, riducendo la persona a oggetto da sorvegliare, catalogare e sezionare. Dal punto di vista prettamente giuridico ed etico, una simile pratica solleva enormi profili di illegittimità che contrastano in modo insanabile con i principi cardine dello Stato di diritto e con le democrazie contemporanee. In Italia, l’articolo 27 della Costituzione sancisce chiaramente e senza mezzi termini che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono, per loro natura e finalità, tendere alla rieducazione del condannato. L’inganno sistematico e istituzionalizzato orchestrato dalle autorità tradisce in modo radicale anche l’ipocrisia della missione pedagogica delle pene, convertendo la detenzione in una forma occulta di tortura psicologica continua e destabilizzante. Esiste poi il concreto pericolo che l’agente infiltrato non si limiti a un ruolo di passivo osservatore, ma che passi al ruolo attivo e spregiudicato di agente provocatore, istigando condotte illecite, rivolte o reati interni per incastrare soggetti psicologicamente vulnerabili o per legittimare l’adozione di misure ancora più restrittive e punitive. Questa metodologia di controllo capillare, mascherato e fondato sulla delazione evoca inevitabilmente lo spettro del Regolamento fascista per gli istituti di prevenzione e di pena del 1931. Quel testo normativo concepiva il carcere non come luogo di recupero, ma come mero strumento di afflizione, punizione e addomesticamento dei corpi. La sovrapposizione concettuale tra lo stato attuale e la logica fascista emerge con chiarezza nella gestione del dissenso interno e nella criminalizzazione della solidarietà tra reclusi. L’ irrigidimento odierno delle norme sulla resistenza e sui reati di rivolta carceraria richiama direttamente i tassativi divieti del 1931, epoca in cui ai detenuti era proibito rivolgere domande collettive, reclami ed era imposto un silenzio forzato, il divieto di cantare e l’obbligo di parlare a voce bassa. Introdurre oggi agenti infiltrati in cella riattualizza proprio quella filosofia securitaria che mirava a disarticolare ogni forma di aggregazione o di resistenza interiore, isolando il detenuto in una condizione di totale vulnerabilità di fronte all’apparato punitivo. Quando uno Stato mutua tecniche subdole di controllo sociale, finisce per legittimare la medesima dottrina totalitaria secondo cui l’individuo è un corpo docile da sottomettere attraverso il sospetto istituzionalizzato e l’annientamento delle relazioni umane. Il vuoto normativo che spesso circonda queste pratiche di captazione ingannevole delle prove è stato più volte censurato dalla giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. La CEDU ha chiarito a più riprese che l’utilizzo di agenti infiltrati o provocatori senza un quadro normativo rigido, trasparente e sottoposto a severo controllo giudiziario viola l’articolo 6 della Convenzione, che garantisce il diritto a un equo processo. Per l’Europa, l’inganno istituzionale non può diventare un metodo ordinario di investigazione penale all’interno delle mura carcerarie, poiché corrompe l’integrità stessa della giustizia e trasforma lo Stato da garante delle regole a baro sistematico. Le ripercussioni di tale modello detentivo non si esauriscono entro i confini temporali della condanna, ma possono produrre devastanti conseguenze psichiatriche a lungo termine che accompagnano i detenuti anche una volta tornati in libertà. L’esposizione prolungata a un ambiente in cui il sospetto è l’unica strategia di sopravvivenza strutturalmente possibile genera gravi patologie psichiche, tra cui una sindrome paranoide permanente e disturbi post-traumatici da stress cronicizzati. Una volta scarcerato, l’individuo non è più in grado di disattivare i meccanismi di difesa appresi in cella innestati dalla paura costante di essere ingannato o tradito e la capacità di strutturare relazioni affettive sane, di riporre fiducia nel prossimo, nei datori di lavoro, negli amici o persino nei familiari può risultare irrimediabilmente compromessa. Sul piano della gestione quotidiana e della sicurezza interna dei penitenziari, tale strategia si rivela controproducente e fallimentare. Alimentando una guerra tra poveri basata sulla delazione, sul tradimento e sul sospetto reciproco, l’amministrazione carceraria mina alla base la stabilità stessa delle sezioni detentive. La scoperta, o anche solo il sospetto, di una spia o di un infiltrato tra le mura della prigione è prevedibilmente miccia di violenze incontrollabili, sommosse e regolamenti di conti spietati che mettono a repentaglio l’incolumità non solo dei detenuti, ma degli stessi agenti di polizia penitenziaria e degli operatori intramurari. Al contempo, questa infiltrazione distrugge irrimediabilmente la credibilità e l’autorevolezza degli operatori trattamentali, dei mediatori culturali, degli psicologi e degli educatori. Il loro delicato lavoro di ascolto e di faticosa ricostruzione del tessuto sociale e individuale viene totalmente vanificato e rigettato dalla popolazione detenuta, che tende a confondere l’intera istituzione carceraria in un unico grande apparato ostile e ingannevole. Quando la cultura del sospetto trionfa sulla trasparenza delle regole, lo Stato abdica definitivamente alla sua funzione e nell’ indulgere al sotterfugio mina definitivamente la buona fede e l’affidamento dei cittadini nelle istituzioni. Lavoro: un diritto e un dovere, dentro e fuori dal carcere ufficiostampa.provincia.tn.it, 23 maggio 2026 Secondo il Rapporto dell’Associazione Antigone, nel 2025, a fronte di 63.500 detenuti presenti nelle carceri italiane, solo 21.700 lavoravano, poco più del 34% del totale. Gran parte delle attività lavorative era all’interno del sistema penitenziario e solo il 4% all’esterno. In questo scenario, Trento è una mirabile eccezione, con un tasso di occupazione al di fuori delle strutture detentive del 20%. Ma se in Trentino i dati sono almeno incoraggianti, il quadro del Paese evidenzia come il tema del pieno riconoscimento del lavoro quale diritto/dovere - anche in carcere - meriti la massima attenzione. E proprio l’importanza del lavoro per la dignità, la valorizzazione e il recupero della persona è stato al centro dell’incontro intitolato “Lavoro e carcere tra sogno e realtà”, svoltosi presso la Casa Circondariale di Spini di Gardolo nell’ambito del Festival dell’Economia di Trento. Una location che ha consentito la partecipazione all’incontro di diversi detenuti, che hanno peraltro contribuito alla stesura delle domande poste ai relatori. Al contempo, un luogo che esprime solo una parte della progettualità tesa a riconoscere il lavoro quale fondamento della società e mezzo di dignità e di inserimento sociale “per rientrare nella comunità come attori protagonisti”, come ha affermato la direttrice della Casa Circondariale Anna Rita Nuzzaci. L’impegno in questa direzione deve però tenere conto di un sistema carcerario disomogeneo, come ha sottolineato il Ministro della giustizia Carlo Nordio, intervenuto in video collegamento e intervistato da Gian Marco Chiocci, direttore del Tg1. Vi sono, ha spiegato il Ministro, situazioni che si prestano a progettualità di eccellenza tese alla promozione del lavoro, ma anche strutture che per vincoli logistici o di tutela non consentono di avviare iniziative in questa direzione. Il Ministero è comunque attivo nell’individuazione di soluzioni capaci di coniugare la certezza della pena, la sicurezza e l’attività rieducativa prevista dalla Costituzione, come il progetto appena presentato relativo alle residenze per i detenuti che avrebbero diritto agli arresti domiciliari ma non hanno un posto dove andare. Una sistemazione alloggiativa associata proprio al lavoro, con particolare riferimento alle occupazioni considerate spesso poco appetibili e quindi “scoperte”. Ed è proprio al mondo esterno al carcere che bisogna prestare maggiore attenzione, perché, come ha ricordato il Ministro, i suicidi fra i detenuti si verificano più spesso poco prima di uscire dal penitenziario, per mancanza di prospettive. “Le nostre direttive e l’indirizzo dettato dalla Costituzione - ha detto il Ministro Nordio - sono chiari. Sappiamo bene che il lavoro pone rimedio alla solitudine e al bisogno e gli interventi che stiamo attuando, anche attraverso il sostegno psicologico, stanno contribuendo a ridurre il fenomeno dei suicidi, che non sono conseguenza del sovraffollamento.” Interventi per la promozione del lavoro sono in cantiere anche per i detenuti con un passato di tossicodipendenza e devianza, prevedendo specifici percorsi in comunità. “È importante - ha aggiunto il Ministro - superare l’approccio ‘carcerecentrico’, garantendo al contempo sicurezza per i cittadini.” “Se oggi siamo qui ad affrontare il tema fondamentale della promozione del lavoro fra i detenuti è anche grazie all’Autonomia di questa Provincia”, ha detto Mario Tonina, assessore alla salute, politiche sociali e cooperazione della Provincia Autonoma di Trento, intervenendo nella tavola rotonda moderata da Giovanni Negri de Il Sole 24 Ore. “Un’Autonomia capace di innovare - ha aggiunto l’assessore Tonina - che ci ha spinti a diventare un esempio anche in questo particolare ambito. L’associazionismo, il volontariato, la cooperazione e le imprese lavorano congiuntamente nella stessa direzione. Per quanto riguarda in particolare la Provincia, il mio assessorato, attraverso il Dipartimento salute e politiche sociali, ha creduto nell’iniziativa che partirà a breve proprio qui e che voglio con orgoglio ricordare: il progetto SpiniPizza, esempio concreto di collaborazione tra pubblico, privato e comunità locale frutto del Distretto dell’economia solidale. Un ponte tangibile fra carcere e cittadinanza.” SpiniPizza, che aprirà nei prossimi mesi, sarà una nuova realtà formativa nel campo della ristorazione aperta alla cittadinanza, accanto al carcere di Spini. “È fondamentale - ha concluso l’assessore Tonina - motivare i detenuti e offrire loro speranza e prospettive, dimostrando, come abbiamo fatto, di meritare la nostra Autonomia grazie all’impegno della nostra comunità.” “I diritti fondamentali valgono anche in carcere”, ha affermato Daria De Pretis, giurista, già giudice della Corte costituzionale, sottolineando le eccezioni strettamente legate alla condizione detentiva. “Il lavoro - ha aggiunto - è un diritto/dovere che vale anche per chi deve scontare una pena; anzi - ha detto De Pretis - in questa sede è funzionale all’obiettivo della rieducazione.” “Fare rete” coinvolgendo l’intera comunità è il concetto chiave affermato da Lucia Fronza Crepaz, presidente della Conferenza regionale volontariato giustizia. Una collaborazione capace di far “assorbire il carcere dentro il tessuto sociale”. “Qui - ha aggiunto - i volontari hanno aggregato associazioni diverse fra loro. È fondamentale che vi sia un’alleanza.” E il ruolo delle associazioni è importante anche per interfacciare il mondo carcerario con le imprese. Perchè, come ha spiegato Camilla Lunelli, vicepresidente di Ferrari Trento e direttrice comunicazione, relazioni esterne e sostenibilità del Gruppo Lunelli, imporre quote di assunzione alle aziende non è la strada giusta. Bisogna incontrare i potenziali lavoratori, trovarli motivati e volenterosi di mettersi in gioco. Associazioni e cooperative sociali possono agevolare questo incontro. Nordio: “I detenuti possono e devono avere diritto al lavoro” gnewsonline.it, 23 maggio 2026 Ridurre la logica carcerocentrica, garantendo al contempo la sicurezza sociale. Questo è il senso delle misure adottate e da adottare per le carceri, che il ministro Carlo Nordio ha illustrato durante l’intervista del direttore del Tg1 Gian Marco Chiocci. Il dialogo tra il Guardasigilli e il giornalista è stato trasmesso al carcere di Spini di Gardolo, durante il Festival dell’Economia di Trento. Tra le misure c’è l’elenco nazionale delle strutture esterne per i detenuti senza domicilio, oggetto, ieri, di una conferenza stampa presso la Sala Livatino del Ministero. “Abbiamo concluso un iter - ha detto Nordio a Chiocci - che consentirà ai detenuti che hanno diritto agli arresti domiciliari, ma che non avendo domicilio devono restare in carcere, di stabilirsi in strutture protette delle quali stiamo facendo l’elenco, dove possono e devono iniziare un percorso di lavoro”. E proprio sull’attività lavorativa per le persone recluse si concentrano le energie del Ministero. “Le nostre direttive su questo sono assolutamente chiare, come è chiaro l’indirizzo costituzionale”, ha detto il Guardasigilli; “naturalmente - ha proseguito - ci sono dei casi di detenuti per reati estremamente gravi per i quali queste attività sono impossibili. Ma una buona parte dei detenuti possono e devono avere il diritto al lavoro”. Nordio ha parlato anche dei suicidi in carcere, e ha sottolineato che non c’è un rapporto di causa-effetto con i suicidi. Le carceri affollate creano “aggressività” e “molte altre forme di disagi”; ma i suicidi “nascono nella solitudine, non nascono nella promiscuità”. Tornando al sovraffollamento, Nordio ha annunciato una misura imminente, ossia la “detenzione differenziata” per i detenuti che hanno commesso reati legati al loro stato di tossicodipendenza. Queste persone, che rappresentano almeno il 20% della popolazione carceraria, verranno collocate in “comunità certificate dove possano essere curate e nello stesso stesso tempo, anche qui, avviate al lavoro”. Tema collegato al mondo penitenziario è anche l’introduzione del gip collegiale: l’obiettivo è deflazionare i casi di custodia cautelare. “Entro fine anno colmeremo l’organico della magistratura in servizio con 1.500 nuovi magistrati”, ha confermato il Ministro; e con la pianta al completo, sarà possibile avviare tale misura. Dall’altro lato, con il Piano carceri, sono in via di recupero nuovi posti detentivi, ed “entro un anno e mezzo saranno ce ne saranno a disposizione 10mila”, ha ribadito il Guardasigilli. Spazio poi ai temi di stretta attualità: dal caso Garlasco, alla condanna dell’ex sottosegretario Andrea Delmastro, alla vicenda della grazia a Nicole Minetti. Garantismo e Carta. La giustizia ancora al centro del dibattito di Giacomo Puletti Il Dubbio, 23 maggio 2026 Si è parlato di garantismo e legge elettorale, di integrazione europea e scenari politici, ma anche di referendum, di cosa ha portato alla sconfitta del Sì e dell’eterno ritorno, da Tangentopoli in poi, del giustizialismo nel nostro Paese. È stato l’ex parlamentare Pd e costituzionalista Stefano Ceccanti a riunire coloro che si erano ritrovati nella “Sinistra per il Sì” durante la campagna referendaria e che ora si prodigano affinché quelle istanze, anche e soprattutto attraverso l’associazione LibertàEguale di cui Ceccanti è vicepresidente, non vengano perdute e anzi siano al centro dei programmi elettorali delle coalizioni, specialmente di quella progressista che si va formando. La location è quella dell’Istituto Sturzo, a pochi passi da Camera e Senato. Fuori il clima è caldo, dentro il dibattito è acceso soprattutto sugli scenari futuri in base a quale legge elettorale uscirà dall’attuale discussione tra maggioranza e opposizione. Ma l’orizzonte è più ampio, e le linee guida le detta lo stesso Ceccanti con la propria relazione introduttiva. “Il referendum ha dimostrato che le riforme costituzionali votate in Parlamento solo dalla maggioranza non sono fattibili giacché la maggioranza parlamentare è spesso sovrarappresentata dai sistemi elettorali e nel referendum finale tendono a sommarsi tutti i gruppi di opposizione spostando l’oggetto ad un voto pro-contro Governo in cui la somma delle opposizioni parte in vantaggio, a prescindere dal merito - spiega il costituzionalista. Eppure riforme condivise servirebbero, c’è un’effettiva esigenza di aggiornamento istituzionale che dava ad esempio per pacifica la Tesi 1 dell’Ulivo del 1996 che si intitolava “Un patto da riscrivere insieme”, e bisognerebbe avere la capacità di distinguere nettamente questo terreno da quelle delle scelte politiche relative al programma del Governo e a quelli alternativi delle opposizioni su cui la collocazione alternativa è appunto la norma. Se non sono auspicabili o comunque se non sono possibili riforme a maggioranza, dato che l’esigenza di aggiornamento è reale, c’è quindi un dovere di dialogo su di esse”. Subito dopo fari puntati sul garantismo, sul “prendere sul serio l’equilibrio interno all’ordine giudiziario, tra le due parti di chi accusa e di chi difende, nella consapevolezza che la mentalità del processo inquisitorio è dura a morire e che si perpetua in tante norme e in tante mentalità”. Al centro della relazione anche la legge elettorale, concluso il ciclo di audizioni in Parlamento. “Esiste una ragione oggettiva di evitare scenari di incertezza con un Parlamento senza maggioranza o con maggioranze debolissime, che rischiano di portare o a elezioni ripetute o ad assetti non comprensibili per gli elettori subito dopo il voto, facendone avvertire l’irrilevanza e stimolando l’astensione o il voto a forze estreme escluse - ragiona Ceccanti - Nel contesto dato, in questa fase, in cui non si dibatte su un sistema astrattamente preferibile ma sul testo base della maggioranza, ciò comporta un sì a un premio di maggioranza nazionale in entrambe le Camere secondo le chiare indicazioni della giurisprudenza costituzionale: soglia non inferiore al 40% (ma volendo anche più vicina al 50 con ballottaggio in caso di mancato raggiungimento), premio con tetto massimo intorno al 55% per tenere al riparo le istituzioni di garanzia (leggermente più alto al Senato per tenere conto dei senatori a vita), coordinamento dei risultati tra Camera e Senato. Sulla scelta dei rappresentanti scegliere l’uninominale-proporzionale che è ben compatibile col premio come nella legge provinciale del 1993, sfuggendo all’alternativa tra liste bloccate e preferenze”. Tra gli interventi anche quello del vicepresidente Fai Vittorio Minervini, che rimarcando come il Cnf sin dai momenti successivi all’esito del referendum ha voluto porre al centro dell’agenda politica l’urgenza della questione giustizia, ha condiviso l’analisi di Ceccanti sottolineando poi come sia necessario “rimettere al centro del dibattito sia l’architettura carceraria, affinché non si parli più di edilizia penitenziaria” sia l’integrazione europea, “perché in un mondo sempre più complesso si arrivi a un’Europa veramente federale”. Incisivo anche il punto di vista di Alessandro Barbano, che ha ricordato i casi Cavallotti e Femìa oltre ai mille arrestati l’anno ingiustamente, molti dei quali spesso non ottengono nemmeno un risarcimento. “Occorre costruire un’architettura di garanzia - ha detto - per cui al cittadino era data possibilità di invocare giustizia di fronte a un giudice terzo”. “La reputazione è un diritto. Il processo show schiaccia la realtà”. Parla Violante di Valentina Stella Il Dubbio, 23 maggio 2026 Norme anti gogna, l’ex presidente della Camera: “Smettiamola di scomodare Falcone e Borsellino per avere ragione”. Luciano Violante, già presidente della Camera ed ex magistrato, cosa pensa delle nuove linee guida del Csm in materia di comunicazione istituzionale? “Sta emergendo, ormai da qualche anno, in tutti quanti i Paesi liberal democratici il diritto alla reputazione delle persone come nuovo diritto della modernità. E questo tipo di intervento del Csm si colloca nel quadro del riconoscimento di tale diritto”. Ma come mai secondo lei proprio adesso, soprattutto dopo la vittoria al referendum e anni di “violazione” della presunzione di innocenza, la magistratura si preoccupa di tutelare la reputazione degli indagati? Precisiamo che qui stiamo parlando non della magistratura in generale ma del Csm, che non è un organo rappresentativo della stessa, facendone parte anche dei laici. Non a caso la relatrice della delibera è l’avvocato Eccher. Vede, ci sono quattro tipi di processo: quello giudiziario che si celebra nelle aule di giustizia, quello cronachistico che si svolge sulla stampa, quello social e infine il processo show che va in onda in televisione. Ognuno ha le proprie caratteristiche. L’intreccio tra questi quattro tipi di processo produce molto spesso una lesione profonda del diritto alla reputazione, con responsabilità da dividere tra giornalisti, magistrati, avvocati e criminologi improvvisati. C’è una passione viscerale dei mezzi televisivi per il crime perché attira l’attenzione del pubblico. Va benissimo fare cronaca ma stando molto attenti a non offendere la reputazione delle persone accusate di un reato e che poi spesso risulteranno anche innocenti. Quindi il Csm si colloca in questo momento particolare, in cui il quarto tipo di processo sta schiacciando tutti gli altri. Tuttavia nessuno dei togati al Csm si è opposto, fatta eccezione per qualche richiesta emendativa. E non scordiamoci che nella fase di recepimento della direttiva europea sulla presunzione di innocenza l’Anm ha mosso delle critiche così come per successive iniziative legislative volte a tutelare la dignità degli indagati e dei terzi non coinvolti. Cosa è cambiato? Ripeto: stiamo parlando del Csm che è un organo che emette anche provvedimenti che riguardano l’organizzazione interna della magistratura, il modo di rapportarsi alla comunità nazionale e così via. Chi ha parlato di bavaglio sono stati i mezzi di comunicazione, non è stata la magistratura. Non possiamo certo dimenticare le feroci critiche dell’Anm al divieto di pubblicazione delle ordinanze di custodia cautelare... Io parlo di chi ha investito l’opinione pubblica della questione. Ho avuto l’impressione che i mezzi di comunicazione, temendo ci potesse costituire una sorta di censura preventiva, hanno usato quell’espressione “bavaglio”. È chiaro che al giornale interessa essere venduto, e la cronaca nera fa vendere più copie. Ma è altrettanto evidente che bisogna scriverne senza ledere i diritti degli interessati e riportare le dovute correzioni quando la dignità è stata lesa. Questo è il carattere nuovo che ha questo documento. È vero come dice lei che la delibera proviene dall’organo di governo autonomo della magistratura ma è altrettanto vero che i membri togati vengono designati ed eletti dalle correnti dell’Anm. Da Tangentopoli in poi la magistratura non si è preoccupata di questo tema, ci sono stati procuratori super star da cui si sono abbeverati colleghi per decenni, e il Csm si è voltato dall’altra parte. Certi atteggiamenti non sono stati criticati da quasi nessuno all’interno della magistratura. Perché ora non è più così? Da anni ripeto che la vera separazione delle carriere dovrebbe essere quella tra magistrati e giornalisti. Molte carriere di magistrati e di giornalisti si sono costruite sulla fuga di notizie e sul rapporto - come dire - anomalo tra questi professionisti. Tanto è vero che in un certo periodo, quando veniva fuori una certa notizia, era abbastanza sicuro che dopo una settimana sarebbe venuta fuori l’intervista a un pubblico ministero che aveva dato quella notizia. Adesso credo che questa pratica sia meno diffusa. Anche perché oggi spesso è lo stesso magistrato ad essere messo all’indice nelle cronache dei processi e forse ciò ha spinto la magistratura stessa ad avere una sensibilità diversa; perciò tutti possono trarre vantaggio da iniziative come quelle discusse in Csm. A suo dire attribuire alle procure il compito di rettificare, qualora il giudice smentisse la tesi accusatoria, non tenta di affermare che il pm fa parte della stessa cultura della giurisdizione del giudice? Il provvedimento del Csm è a 360 gradi, riguarda tutte le fasi comprese le indagini. Però nelle fasi successive, quando c’è un giudicato non dovrebbe essere il giudice a comunicare, ad esempio, che è arrivata l’assoluzione rispetto ad una richiesta di condanna? Credo che il pm, decidendo se impugnare o meno, possa essere la figura adatta a dare la comunicazione. E comunque è sempre opportuno che il giudice sia esposto il meno possibile sui mezzi di comunicazione a differenza del pm che si assume la responsabilità delle proprie iniziative. Le due figure, quella del pm e del giudice, sono molto diverse, contrariamente a quello che generalmente si pensa. Nino Di Matteo sul Fatto Quotidiano critica la norma: “Con l’auto-bavaglio avrebbero punito Falcone e Borsellino”. Non bisognerebbe finirla di scomodare i morti per portare avanti le proprie tesi? Sono assolutamente d’accordo con lei. L’imperatore Giustiniano, poiché c’era una grande confusione nella giurisprudenza dei pretori, stabilì che la vera giurisprudenza sarebbe stata quella che promanava da quattro o cinque grandissimi giuristi che erano morti. Quello fu ribattezzato il Tribunale dei Morti. È lo stesso fenomeno manifestato durante la campagna referendaria: quando non si hanno argomenti si chiama in causa chi non può replicare, anche rispetto a dichiarazioni mai rese. È una mancanza di rispetto nei confronti di chi non può replicare. “Falcone e Borsellino uccisi anche per Mafia-appalti”. Parola di procuratore di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 23 maggio 2026 Alla vigilia dell’anniversario di Capaci, il capo dei pm di Caltanissetta De Luca torna sul dossier caro ai due giudici: “Furono isolati, poi le stragi”. Nell’anniversario della strage di Capaci puntuale come ogni anno si riaccende il ventilatore delle suggestioni. Un rito sempre redditizio. Quel connubio inscindibile tra sette pseudo-esoteriche, professionisti dell’antimafia da salotto e la solita paranza mediatica - Report in prima fila - che deve per forza venderti la favola comoda. La favola secondo cui quattro “contadinotti” con la coppola non avrebbero mai potuto fare tutto da soli. Serve il grande vecchio. Serve il nero “er caccola”, i servizi segreti deviati, la Gladio sciolta da un pezzo, la CIA. Un vero e proprio terrapiattismo giudiziario che nutre un pubblico ormai abituato a tale narrazione. Perché la verità semplice, nuda e documentata ha un grande difetto: non fa ascolti. Non serve a fare sfilate apparentemente “contro potere” o a costruire carriere politiche su “processi del secolo” che poi finiscono regolarmente in fumo. Ma il nastro della realtà gira da un’altra parte. E a rimetterlo in riga, ancora una volta, è la Procura di Caltanissetta. Il procuratore capo Salvatore De Luca, intervistato dalla Tgr Rai Sicilia, ha rilasciato dichiarazioni che pesano come macigni: “Sino ad adesso il filone mafia-appalti è quello che non ci ha sorpreso di più nella parte iniziale, perché, secondo me, in perfetta buona fede, molti dei magistrati che ci hanno preceduto non hanno ritenuto che ci fosse molto da scavare nei fascicoli della Procura di Caltanissetta, nei fascicoli della Procura di Palermo: stiamo parlando complessivamente di 400-500 faldoni. Noi riteniamo come ufficio che il filone mafia-appalti sia una delle concause della strage di via D’Amelio e cioè quella in danno di Paolo Borsellino della sua scorta. Ma riteniamo altresì che sia molto plausibile che abbia avuto una sua rilevanza anche nella strage di Capaci, cioè in danno di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e della scorta”. Parole che smontano il castello di carte dei dietrologi. Non siamo di fronte all’ennesima pista esotica, ma a un’indagine concreta su come la gestione di quel dossier abbia creato le condizioni per le stragi. De Luca rincara la dose sull’isolamento dei due giudici: “Secondo la nostra ipotesi, emergono delle responsabilità oggettive nell’isolamento e nella sovraesposizione prima di Falcone e poi di Borsellino. È evidente che ciò crei grande imbarazzo in tutta la magistratura… Che un po’ si è manifestato anche recentemente nelle posizioni dell’Associazione nazionale magistrati, che è stata un po’ tiepida nel manifestare solidarietà nei confronti della famiglia Borsellino”. Un’accusa diretta, che chiama in causa l’inerzia di chi allora avrebbe dovuto scavare e non lo fece. E sull’altro versante, quello degli esecutori materiali, arriva la voce di chi quei documenti e quegli esplosivi li ha maneggiati davvero. Onelio Dodero, per anni alla guida della Procura di Caltanissetta e oggi intervistato da Rita Pedditzi su RadioUno Rai, non usa giri di parole: “Sulla fase esecutiva e sulla fase organizzativa della strage di Capaci ritengo serenamente di poter concludere che non ci sono più dei buchi neri”. Poi spiega: “È stato provato che l’attentato è stato organizzato in modo artigianale, nel senso che Capaci non fu un attentato perfetto perché l’esplosione non fu franca e si usarono gli esplosivi che si avevano a disposizione: una buona parte portato dalla famiglia di San Giuseppe Iato, cioè da Brusca, e dall’altra parte il tritolo, portato dalla famiglia di Brancaccio, che andava a prenderlo dai pescatori di Palermo. Erano ordigni della Seconda guerra mondiale che rimanevano impigliati nelle reti. Per cui per la strage di Capaci fu utilizzato il Tritolo e il T4 contenuti in quattro ordigni. Cosa importante è che questo stesso tritolo venne utilizzato per tutte le altre stragi”. Niente sofisticati esplosivi militari forniti da chissà quali poteri occulti, dunque. Ma tritolo e T4, in parte pescato in mare, residuati bellici di fortuna come “confessato” da Totò Riina intercettato al 41 bis. E sull’ipotesi del doppio cantiere, altra ossessione dei complottisti, Dodero è definitivo: “L’ipotesi del rafforzamento del cosiddetto cantiere non è assolutamente provata, anzi direi che è smentita dalle risultanze processuali”. Il cerchio si chiude. Da una parte un procuratore in carica che indica la pista mafia-appalti come concausa delle stragi, dall’altra un ex procuratore che conferma la natura artigianale dell’attentato e l’assenza di buchi neri. Due tasselli che compongono un mosaico chiaro, troppo chiaro per chi campa di misteri. La verità è figlia del tempo, dicevano gli antichi. Ma a 34 anni da Capaci, il tempo delle favole è scaduto. Restano i fatti. E a dare fastidio sono i fatti che mettono allo scoperto l’isolamento interno, e quindi la sovraesposizione, di Falcone e Borsellino. Il resto è chiacchiera buona per i salotti televisivi o per manifestazioni che assomigliano sempre di più a un ritrovo tra fanatici religiosi. Dopo 34 anni ancora processi sulla strage di Capaci. “I magistrati non devono fare storiografia”, dice Lupo di Ermes Antonucci Il Foglio, 23 maggio 2026 Solo nell’ultimo anno ben due processi sono nati a Caltanissetta per presunti depistaggi sulle indagini sull’uccisione di Falcone. Lo storico Salvatore Lupo: “Le indagini fondate su complotti che fanno sparire la mafia”. Il 23 maggio 1992 Cosa nostra uccideva Giovanni Falcone, sua moglie e gli uomini della scorta. Trentaquattro anni dopo, i mandanti e gli esecutori della strage sono stati condannati in via definitiva, ma la vicenda continua a essere al centro di iniziative giudiziarie. Solo nell’ultimo anno ben due processi sono nati a Caltanissetta per presunti depistaggi sulle indagini sulla strage. Una sorta di controcanto rispetto alle inchieste condotte in precedenza a Palermo da Scarpinato, Di Matteo & Co. che invece prefiguravano il coinvolgimento di pezzi deviati dello stato, servizi segreti e massoneria. Dopo 34 anni, però, ci si chiede se tutto ciò sia proprio necessario. “La magistratura non deve sostituirsi alla storiografia”, dice al Foglio lo storico Salvatore Lupo. “Le ricostruzioni che attribuiscono a Cosa nostra la responsabilità di questi fatti terribili, inclusa la strage di Capaci, sono di gran lunga le più verosimili e sono state confermate da sentenze in ogni sede. Potrebbe bastare questo, soprattutto dal punto di vista giudiziario, perché è evidente che con il passare del tempo i testimoni muoiono, le prove si perdono e le ipotesi tendono a prevalere sui fatti, quindi è difficile trovare altre soluzioni interpretative”, afferma Salvatore Lupo. “Anche perché - aggiunge - l’impressione è che non si cerchi di correggere con qualche particolare ciò che è stato abbondantemente appurato, ma di ribaltarlo”. Per lo storico, il proliferare di indagini giudiziarie “genera un effetto paradossale, cioè la cancellazione della mafia dalla nostra storia”: “Non dubito che la maggior parte di coloro che propongono queste tesi alternative siano in buona fede e si sentano avversari della mafia. Ma la frase con cui si aprono tutti questi ragionamenti è sempre ‘non è stata solo la mafia’. In questo modo il risultato finale diventa ‘non è stato affatto la mafia’. In altre parole, sarebbe stato qualcun altro, chissà chi. Qualcun altro che non vedremo mai”. L’effetto finale, prosegue Lupo, è appunto paradossale: “Mentre dalle risultanze del maxiprocesso e da tutte le altre sentenze definitive possiamo individuare la mafia come protagonista della scena politico-criminale italiana degli anni Ottanta e Novanta, con quest’altro modo di procedere per congetture e ipotesi senza fondamento alla fine rischiamo di non sapere più niente. Non ci rimane neanche la mafia: al posto della mafia storica che ha raggiunto il suo massimo protagonismo tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Novanta, avremo una mafia sfumata in un insieme di poteri occulti. E non sapremo mai più di chi è la responsabilità degli eventi”. E’ avvenuto in passato con il processo sulla presunta “trattativa stato-mafia”, poi naufragata in Cassazione. E lo stesso è avvenuto con la strada, percorsa sempre dalla procura di Palermo, sul coinvolgimento di ambienti neofascisti nelle stragi. “La pista nera mi è sempre sembrata un tentativo di uscire dal seminato. Ma se si inventano altri complotti altrettanto inverosimili, che non portano a nessun esito, il risultato non cambia”, dice Lupo, riferendosi alla nuova pista seguita invece negli ultimi mesi dalla procura di Caltanissetta, quella dell’indagine mafia-appalti, condotta prima da Falcone e poi da Borsellino, e individuata come causa della loro uccisione. “Quelle di Caltanissetta non sono più indagini sulla mafia, ma sulla magistratura di Palermo, che avrebbe fatto chissà quali cose terribili. Un disegno in cui coloro che sono stati i più determinati oppositori della mafia vengono dipinti come complici di Cosa nostra. Tutto è possibile, ma andrebbe provato”, ribadisce Lupo. La commissione parlamentare Antimafia, invece, si è buttata a capofitto sul filone mafia-appalti (tanto da ospitare, in un’audizione non secretata, una sorta di requisitoria del procuratore nisseno Salvatore De Luca contro i magistrati Gioacchino Natoli e Giuseppe Pignatone, indagati per favoreggiamento a Cosa nostra). Insomma, alla fine, nota Lupo, “la maggioranza di centrodestra sta facendo proprio ciò che ha sempre rimproverato al centrosinistra, cioè andare dietro a delle ipotesi soltanto perché queste vanno a colpire persone politicamente sgradite”. Una cosa è certa, sottolinea lo storico: “Falcone fu ucciso essenzialmente perché la Cassazione aveva confermato le accuse del maxiprocesso. Non credo che esista un’altra spiegazione più forte di questa. Nelle intercettazioni in carcere, Totò Riina disse: ‘Abbiamo fatto uno e due’, lasciando intendere che Falcone e Borsellino erano stati uccisi per la stessa ragione, cosa che è di logica evidenza. Se poi si scopre un’altra spiegazione altrettanto credibile è possibile accettarla, ma io finora non la vedo. E non credo che la vedrò mai”. Liguria. “Carceri sature dopo il maxi-trasferimento dei detenuti di Alessandria” genovatoday.it, 23 maggio 2026 “Le carceri liguri sono ormai oltre il limite della sostenibilità. Marassi, Sanremo e La Spezia stanno affrontando una situazione esplosiva”. A lanciare l’allarme rosso, senza troppi giri di parole, è la Uil Fp Polizia Penitenziaria tramite il segretario regionale Fabio Pagani, che parla di un sistema ormai “fuori controllo”. Ma cosa ha innescato questo cortocircuito? La miccia, secondo il sindacalista, va cercata fuori regione, per l’esattezza nella casa circondariale di Alessandria San Michele. “L’istituto piemontese è stato svuotato per fare spazio ai detenuti da sottoporre al regime di 41 bis” spiega. Il risultato? Un effetto domino devastante: “Oltre 250 detenuti sono stati distribuiti sul Distretto Piemonte-Liguria-Valle d’Aosta, moltissimi proprio in Liguria - attacca Pagani -. Parliamo di trasferimenti avvenuti senza alcuna pianificazione e senza valutare le devastanti ricadute su strutture già sature. È una gestione irresponsabile e pericolosa”. I numeri del sovraffollamento - Uil Fp Polizia Penitenziaria ha fornito anche alcuni numeri che fotografano la situazione: nel carcere di Marassi, a Genova, ci sono 686 detenuti a fronte di soli 535 posti disponibili. A Sanremo ci sono 269 detenuti stipati in soli 223 posti disponibili mentre a La Spezia siamo a 223 su una capienza di 152. Secondo il sindacato, in queste condizioni “è impossibile garantire la separazione dei detenuti, predisporre celle di isolamento, tutelare le normali esigenze sanitarie e, soprattutto, assicurare l’ordine e la sicurezza interna”. Pagani conclude con un appello al Dap: “Intervenga immediatamente disponendo lo sfollamento urgente dei detenuti verso il resto del territorio nazionale. Servono provvedimenti straordinari subito e l’immediato allontanamento dei detenuti protagonisti di gravi aggressioni”. Trapani. Un carcere sovraffollato e ospiti “con poca dignità” La Sicilia, 23 maggio 2026 La garante dei detenuti Di Caro entra dentro il Cerulli. La Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Erice, l’avvocato Francesca Di Caro, ha effettuato una visita istituzionale presso la Casa Circondariale “Pietro Cerulli”, ove è stata accolta dalla direttrice della struttura, dottoressa Gennai, dal personale amministrativo, educativo-trattamentale e di Polizia Penitenziaria. La visita, svolta in clima di completa collaborazione, segna l’avvio ufficiale dell’attività di ascolto della Garante dentro il carcere, con colloqui con la popolazione detenuta una volta al mese, l’ultima domenica di ogni mese, mantenendo al contempo la piena disponibilità ad intervenire tempestivamente per eventuali emergenze. Al termine del sopralluogo e dei primi incontri con i detenuti, la garante Di Caro ha presentato un quadro dettagliato della situazione, senza censure, ma con attenzione alle possibili evoluzioni positive. Il risultato è un ritratto complesso: un carcere che funziona, ma con aree di criticità che non possono essere ignorate. La Garante riconosce innanzitutto che il tasso di presenze all’interno del “Pietro Cerulli” è in linea con la media nazionale delle carceri italiane, ma sottolinea che questo dato non deve depotenziare il peso umano di una condizione di sovraffollamento. “Ogni detenuto non è una cifra di un report statistico, è una persona”, ribadisce Di Caro, invitando a leggere le percentuali di piena occupazione anche attraverso gli occhi dei diritti fondamentali: spazi, relazioni, condizioni igieniche e opportunità di rieducazione. Resta evidente che un istituto sempre vicino alla capienza massima rende più difficile la gestione dei trasferimenti, dei progetti trattamentali e dell’accesso ai servizi essenziali, con riflessi diretti sulla vita quotidiana dei ristretti. La visita ha evidenziato, come punto di merito, la presenza di aree recentemente ristrutturate e in buone condizioni, dove la ristrutturazione ha migliorato l’illuminazione, gli spazi comuni e la funzionalità delle stanze. Tuttavia, coesistono sezioni che necessitano di interventi edilizi prioritari, con problemi di manutenzione segnalati direttamente dai detenuti. “Alcuni mi hanno descritto celle con carenze manutentive, problemi di impermeabilizzazione, impianti fatiscenti e arredi usurati”, riferisce la Garante. La richiesta è chiara: oltre alla sicurezza fisica del carcere, occorre porre attenzione alla dignità delle condizioni materiali in cui si trascorre la pena, perché la rieducazione passa anche da uno spazio vissuto in modo umano. E poi c’è il dramma delle liste d’attesa per la salute. Una situazione in chiaro scuro che la garante ha rilevato nella sua drammaticità. Torino. Nel Cpr Moussa Balde ha perso la propria identità “È stato deumanizzato” di Ludovica Lopetti Corriere di Torino, 23 maggio 2026 Moussa Balde si tolse la vita nel Cpr di Torino dopo avere subito un “processo di animalizzazione” e di “deumanizzazione”. È un’immagine mortificante quella che offrono il Tribunale nella sentenza con cui spiega la condanna a un anno - per omicidio colposo - di A.S., dipendente della francese Gepsa (società di facility management che fino al 2023 gestiva i servizi dentro il Cpr) ed ex coordinatrice del centro. Moussa, 23enne guineano, si tolse la vita impiccandosi nel Cpr di corso Brunelleschi il 23 maggio 2021. Esattamente cinque anni più tardi i giudici restituiscono dignità e giustizia a questo migrante, arrivato in Italia nella speranza di lavorare come elettricista e finito nel limbo dei centri di permanenza. Ritardi, approssimazioni, carenza di personale e competenze, decisioni improvvisate, rimpalli di responsabilità: di questi elementi sono costellati i nove giorni che passano tra il suo ingresso nel centro e il suicidio nell’ospedaletto numero 9, un modulo separato dove era stato isolato dopo essere stato rifiutato dagli altri ospiti a causa di un’eruzione cutanea. In quasi cento pagine il giudice, sebbene vi si addentri solo per circoscrivere le responsabilità penali, fotografa la realtà di una struttura molto simile nei fatti a un carcere, ma con una gestione in gran parte lasciata al caso. All’ingresso nel Cpr, Moussa portava i segni di una recente medicazione (come dichiarato dal medico che lo visitò): il 9 maggio infatti era stato picchiato selvaggiamente con bastoni e spranghe a Ventimiglia, dove per alcuni anni aveva fatto la spola tra diversi centri d’accoglienza. Dopo averne letto sulla stampa, la garante comunale per i diritti dei detenuti Monica Gallo chiese alla direttrice di rintracciare con urgenza il giovane, cosa che accadrà dopo diversi giorni grazie a un tam tam informale. Per il giudice rintracciare Moussa sarebbe stato “semplice”. “Sarà mia premura verificare lunedì”, rispose Spataro ai messaggi insistenti della garante, che la informava del pestaggio e dei “disturbi psichici” di Moussa (pur senza dirle il nome, che allora ancora nessuno conosce). “L’individuazione di Balde - si legge - è avvenuta con un inammissibile ritardo di sei giorni, periodo di tempo tutt’altro che minimo e tollerabile” e “neppure tutte le figure operanti all’interno del Cpr erano state interpellate”, sebbene il giovane potesse essere individuato “agevolmente ed in pochissimo tempo”, visto che i guineani nel Cpr erano solo due. E ancora, la direttrice avrebbe dovuto “attivare urgentemente un supporto psicologico e psichiatrico”, “farlo uscire dall’ospedaletto”, “contattare i mediatori”. Invece, ha agito “in maniera gravemente negligente e si è allontanata dall’obbligo di tutelare i soggetti collocati nel Cpr”. E anche l’atteggiamento del personale di Gepsa (condannata a risarcire quasi mezzo milione in solido con l’ex direttrice) è ben riassunto da alcuni passaggi delle deposizioni, ritenute poco genuine. Un dipendente, in aula come testimone, ammetterà candidamente di non riuscire a distinguere un ospite dall’altro: “Chiedo scusa, ma una persona di colore è una persona di colore... cioè è una persona di colore”. Il Tribunale mutuando le parole dei consulenti, stigmatizza il trattamento riservato ai reclusi. Nelle relazioni del personale Balde viene descritto come “collaborativo”. Ma per gli etnopsichiatri di parte civile una volta nel centro, “Balde iniziava a perdere i riferimenti della propria identità socioculturale. Nessun medico, psicologo od operatore legale gli chiedeva chi lo attendesse in Italia o in altri paesi né se desiderasse contattare qualcuno. Stava progressivamente entrando in un processo de-culturizzazione, con conseguenti perdita di riferimenti identitari ed una forma di deumanizzazione della persona”. Perugia. Scandalo al carcere di Capanne: intercettati i colloqui tra avvocati e detenuti perugiatoday.it, 23 maggio 2026 L’Ordine degli avvocati di Perugia: “Violazione gravissima del diritto di difesa”. L’avvocato Alessandro Cannevale in un’intervista a La Verità e successivamente ripreso da Il Dubbio, ha fatto esplodere il caso poi la Camera penale di Perugia ha preso posizione, proclamando lo stato di agitazione e, infine, anche l’Ordine degli Avvocati di Perugia si è pronunciato ufficialmente contro le intercettazioni dei dialoghi tra avvocati e detenuti nel carcere di Capanne. Un caso destinato ad accendere un forte dibattito. Il Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Perugia, riunito nella giornata di ieri 21 maggio, ha approvato un comunicato ufficiale in cui esprime “forte preoccupazione” per quanto accaduto alla casa circondariale di Perugia Capanne: la possibile violazione del diritto di difesa mediante la registrazione sistematica dei dialoghi tra avvocati e detenuti, “anche senza autorizzazione del giudice” e con “decine le conversazioni di altri reclusi con i loro legali” intercettate. Il caso emerge nell’ambito di un’inchiesta penale coordinata dal procuratore aggiunto Gennaro Iannarone che vede indagata l’avvocata Daniela Paccoi, difensore perugino di grande esperienza, accusata di concorso esterno in associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti. L’accusa? Aver suggerito il silenzio a un proprio assistito, un ristoratore indagato per narcotraffico, dopo il ritrovamento nel suo locale di 65 chili di cocaina. Un’accusa che per i penalisti appare quantomeno paradossale: il diritto al silenzio è un principio cardine del diritto penale. Eppure, sulla base di questa ipotesi, la Procura ha ottenuto l’autorizzazione a intercettare i colloqui tra la Paccoi e il suo assistito detenuto. Il problema è che gli investigatori, una volta installate le microspie in tutte e quattro le sale colloqui del carcere di Capanne, si sono dimenticati di spegnerle e le microspie hanno continuato a registrare tutto quanto accadeva nelle salette: le confidenze di altri detenuti con i loro avvocati, le strategie difensive, i dati sensibili, i problemi familiari e di salute, la traduzione dall’arabo all’italiano di quanto diceva un detenuto con l’aiuto di un connazionale che conosce la lingua italiana. Secondo quanto ricostruito, le registrazioni “non utili” - quelle cioè estranee all’inchiesta - non sono state trascritte, ma restano custodite nei file della Procura e sono nella disponibilità sia degli inquirenti sia dei difensori degli indagati nell’inchiesta principale. Di fatto, una sorta di banca dati “illecita” che contiene ore di conversazioni tra almeno 28 detenuti e una quindicina di avvocati del tutto estranei al procedimento. L’avvocato Cannevale, che insieme alle colleghe Silvia Egidi e Silvia Lorusso difende la Paccoi, ha avuto accesso a quei materiali nel corso della sua attività difensiva ed è così entrato in possesso delle conversazioni di altri professionisti del foro perugino con i loro assistiti. Anche gli altri difensori dei coimputati nello stesso procedimento stanno ascoltando le intercettazioni, trovandosi davanti a molto materiale che non ha a che fare con l’inchiesta. La reazione del mondo forense non si è fatta attendere. Il consiglio direttivo della Camera penale di Perugia, presieduto da Luca Gentili, ha proclamato lo “stato di agitazione permanente” e chiesto un “immediato colloquio” con il procuratore generale della Corte d’appello di Perugia, Sergio Sottani, organo deputato alla vigilanza sugli uffici requirenti. “Tali fatti - prosegue la nota - costituiscono una violazione grave del segreto professionale tra assistito e difensore: attraverso la prosecuzione delle intercettazioni ambientali si è inferto un vulnus all’aspetto più intimo del mandato defensionale, consentendo l’ascolto anche di strategie difensive da mettere in atto e di dati sensibili, confidenziali e riservatissimi, del detenuto e della sua posizione giudiziaria”. Il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Perugia ha osservato che “la riservatezza del colloquio con il difensore costituisce un principio costituzionale intangibile, garantito, del diritto di difesa e cardine del giusto processo”. Viene, inoltre, ricordato che “è precipuo compito del pubblico ministero indicare alla polizia giudiziaria le corrette modalità di esecuzione delle operazioni di captazione, sempre preservando la tutela del diritto di difesa e delle garanzie costituzionali e procedimentali” e che “a livello sovranazionale, l’articolo 8 Cedu vieta agli inquirenti di avere conoscenza del contenuto delle conversazioni tra avvocato e parte assistita”. “Ciò posto - conclude il Consiglio - esprime forte preoccupazione per le notizie apprese e confida nel rispetto, da parte di tutti indistintamente, delle garanzie difensive e del ruolo dell’avvocato”. Torino. Il riscatto di Tania passa dal lavoro e da un percorso di giustizia riparativa di Giorgio Paolucci Avvenire, 23 maggio 2026 “Il carcere mi ha fatto male, tanto male, ma è diventato il trampolino per tuffarmi in una nuova vita. Proprio lì, nel luogo dove avevo toccato il fondo, è accaduto qualcosa che ha dato un’altra direzione alla mia esistenza”. Tania ha appena finito il turno come cameriera in un ristorante di Torino, tra poco farà ritorno al carcere Lorusso e Cutugno dove è entrata nel 2022 in seguito a una condanna a 11 anni per una serie di reati accumulati in passato. In prevalenza furti negli appartamenti, la scorciatoia che aveva scelto per procurarsi il necessario per mantenere i suoi due figli. Eppure suo padre, che in galera c’era stato per trent’anni, glielo aveva detto tante volte di non seguire le sue orme, di cercarsi un lavoro pulito, ma lei non gli aveva dato ascolto e nel campo rom di Collegno aveva trovato altre ragazze con cui condividere le sue imprese malavitose. “Il carcere è luogo di sofferenza - racconta Tania - anzitutto perché vieni privato del bene più grande, la libertà. Per me ha significato anche separarmi da due figli piccoli, da mio marito, dai genitori. Ma è proprio dopo avere fatto i conti con i danni che i miei errori avevano causato a me e ai miei cari che ho iniziato a risalire la china”. Una risalita che ha significato riprendere in mano i libri di scuola abbandonati troppo presto, conseguire la licenza media, iscriversi alle superiori, frequentare un corso di cucina… riprendere il volo verso una vita migliore. Il passo decisivo è stato l’incontro con il Progetto Sicomoro, un’esperienza introdotta in alcune carceri dall’associazione Prison Fellowship e che promuove un confronto “senza maschere” tra i carcerati e le vittime di reati analoghi a quelli da loro compiuti, o con i familiari: dialoghi intensi, a tratti drammatici, nel segno della giustizia riparativa, incontri che abbattono i pregiudizi e che in molti casi sono diventati il preludio per un cambiamento di vita. È proprio quello che è successo a Tania: “Durante gli incontri del Progetto Sicomoro, ascoltando il racconto di persone che avevano subito un furto in casa, mi sono immedesimata nelle loro sofferenze, nello choc provocato dal vedere violato il luogo dove vivevano, un dolore che andava ben al di là del danno economico. Uno di loro, Marco, ci ha confidato il dolore di suo padre al quale avevano rubato oggetti di scarso valore ma a cui erano legati i ricordi più intimi: un trauma dal quale non si era più ripreso, e che dopo qualche tempo l’ha portato alla morte”. Nei dialoghi “riparativi” si mettono in gioco sia gli autori di reato, sia le vittime: “Marco ha potuto conoscere anche il mio percorso, il percorso di una giovane donna spinta dalla necessità di mantenere due figli piccoli e abbagliata dall’idea di rubare per campare, con il marito in carcere e la vita difficile in un campo rom: tutte cose che certamente non possono giustificare le mie scelte sbagliate, ma che lo hanno aiutato a guardare con occhi diversi la mia condizione. Da quei dialoghi siamo usciti cambiati e più umani. Sono grata a Marco che non mi ha guardato come una ladra, ma come una persona. È da quello sguardo che ho ricevuto l’energia per il mio cambiamento”. Un cambiamento reso possibile anche dall’attenzione con cui è stata seguita dall’educatrice del carcere, che ha creduto nella voglia di riscatto di Tania e le ha dato fiducia. Così ha potuto svolgere attività lavorative, come addetta alle pulizie e da un anno come cameriera in un ristorante. La strada del pieno reinserimento sociale è ancora lunga: bisogna fare i conti con diffidenze e pregiudizi, ma lei è certa che la via da percorrere è questa. Vuole farlo per riconquistare la dignità di donna libera che ha dato un taglio netto col passato. Vibo Valentia. I detenuti diventano assaggiatori d’olio d’oliva, al via un corso professionale ilvibonese.it, 23 maggio 2026 Parte sabato 23 maggio nella Casa di reclusione “Luigi Daga” di Laureana di Borrello il percorso formativo previsto dal protocollo “Coltivare Speranze”. Al centro del progetto la riscoperta dell’antico Olivo della Madonna. Prenderà il via il prossimo 23 maggio 2026, nella Casa di reclusione “Luigi Daga” di Laureana di Borrello, il corso professionale per “Assaggiatori di oli vergini di oliva” destinato ai detenuti dell’istituto penitenziario. Il percorso formativo si concluderà il 27 giugno con gli esami finali e il rilascio degli attestati. L’iniziativa rientra tra le attività previste dal protocollo d’intesa denominato “Coltivare Speranze”, sottoscritto dalla Casa di reclusione, dall’Arsac, dalla Pastorale della cura del Creato per la Conferenza episcopale calabra e dall’Archeoclub d’Italia Aps. Il corso sarà tenuto dal personale docente dell’Arsac e rappresenta uno dei tasselli di un progetto più ampio che punta a coniugare formazione professionale, inclusione sociale e valorizzazione delle tradizioni agricole calabresi. Al centro dell’iniziativa vi è infatti la riscoperta di un albero antico e simbolico, l’”Olivo della Madonna”, una particolare varietà dai “frutti bianchi come confetti”, un tempo molto diffusa nelle campagne calabresi e oggi quasi scomparsa. Torino. Premio don “Meco”: “Atti di cura, scelte di legalità” di Marina Lomunno La Voce e il Tempo, 23 maggio 2026 presentata la seconda edizione del concorso letterario intitolato al cappellano del “Ferrante Aporti” don Domenico Ricca, scomparso due anni fa, congiuntamente al libro “Dietro le sbarre”, con i testi scelti dalla giuria lo scorso anno. “Atti di cura, scelte di legalità” è il tema scelto per la seconda edizione del Premio letterario don “Meco”, promosso dal Forum del Terzo settore del Piemonte e dai Salesiani del Piemonte e della Valle d’Aosta, in collaborazione con “La Voce e il Tempo” e patrocinato dalla Città di Torino. Intitolato a don Domenico Ricca - per tutti don Meco - storico e amato cappellano dell’Istituto penale minorile (Ipm) torinese “Ferrante Aporti”, scomparso due anni fa, il concorso è stato presentato sabato 16 al Salone del libro, nello stand del Comune a significare quanto il sacerdote abbia lavorato per il bene di tutta la collettività. A don Meco l’anno scorso è stata dedicata la Prima edizione del Premio letterario intitolato “Dietro le sbarre”: i 31 testi scelti dalla giuria fra gli oltre 850 contributi (saggi poesie racconti di autori di ogni età e dei giovani ristretti all’Ipm di Torino a cui era stata dedicata una sezione speciale) sono diventati un libro, “Dietro le sbarre” (ed. Elledici) presentato al Salone, dove lo scorso anno si era tenuta la premiazione. I proventi della vendita del volume verranno interamente devoluti alla comunità per minori Harambée di Alessandria frequentata da don Meco. All’affollata presentazione sono intervenuti Michela Favaro, vicesindaco di Torino, Gabriele Moroni, portavoce del Forum, don Claudio Belfiore, direttore regionale del Cnos-Fap Piemonte, Simona Badame, direttore del “Ferrante Aporti”, Diletta Belardinelli, garante dei diritti dei detenuti del Comune di Torino e alcuni dei premiati. Novità del Premio 2026 - rivolto a tre fasce d’età (giovanissimi dai 14 ai 20 anni, giovani dai 21 ai 30 e adulti oltre ad una sezione riservata ai ristretti del “Ferrante” dai 31 in poi) è l’introduzione di una sezione musicale: i partecipanti potranno scegliere di cimentarsi in un “racconto breve”, in un “saggio breve” o in una “canzone”, come ha spiegato Francesco “Kento” Carlo, ambasciatore del concorso. Kento, è un rapper da 10 anni impegnato in progetti educativi e sociali, in particolare all’interno delle carceri e con i giovani più fragili: con la musica promuove percorsi di espressione, consapevolezza e legalità ed è autore del libro “Barre: rap, sogni e segreti in un carcere minorile” in cui racconta la sua esperienza nei laboratori musicali e di poesia con i minori reclusi e nelle comunità di recupero. “Chi decide di partecipare al premio attraverso la scrittura o la musica, le proprie riflessioni, le esperienze personali o immaginate”, hanno spiegato i promotori, “potrà esprimere il valore degli ‘atti di cura’ come scelte di legalità”. Parole o note per raccontare “come le scelte di ogni giorno possono contribuire a costruire una società più giusta e la cura tra compagni”, ha evidenziato la direttrice del “Ferrante”, cura che può essere vissuta anche dietro le sbarre e che educa alla legalità. “In carcere prima di soffrire a causa delle catene esterne che privano della libertà l’autore di reato, chi è recluso ha bisogno prima di tutto di liberarsi delle catene che ha dentro di sé”. Dunque la nuova edizione del Premio propone di narrare - sulle orme di quanto ha seminato don Ricca - come la legalità possa realizzarsi nei gesti quotidiani attraverso l’attenzione a chi mi è accanto. La giuria del Premio “Meco” 2026 è presieduta da don Alberto Martelli, direttore dell’Opera salesiana Rebaudengo: informazioni e modalità di partecipazione al concorso (gli elaborati dovranno essere consegnati entro il 31 luglio) sul sito www.terzosettorepiemonte.it. Chieti. “Voci dal mondo altro”, presentazione della raccolta di racconti scritti dalle detenute comune.chieti.it, 23 maggio 2026 Si è svolta ieri mattina al Museo d’Arte Costantino Barbella la presentazione della raccolta di racconti “Voci dal mondo altro - Storie dritte su righe storte”, volume che raccoglie gli scritti delle detenute della Casa Circondariale di Chieti, realizzato nell’ambito di un progetto promosso dal Comune di Chieti insieme alla struttura penitenziaria. L’iniziativa, partecipata da istituzioni, studenti e cittadini, ha rappresentato un importante momento di riflessione sul valore della cultura, della scrittura e dell’arte nei percorsi di recupero e reinserimento sociale delle persone detenute, nell’ambito delle azioni promosse dal programma “Chieti Città che Legge”, che vede il carcere fra i firmatari del Patto per la lettura del Comune di Chieti. Nel corso dell’incontro si sono alternate letture pubbliche dei racconti e interventi dedicati al significato umano e sociale dell’esperienza, condotta dalla scrittrice Kristine Maria Rapino con il personale carcerario. L’evento si è svolto in presenza della Garante dei detenuti Monia Scalera, del Prefetto Silvana D’Agostino, del sindaco Diego Ferrara, del direttore della struttura circondariale Franco Pettinelli, Barbara Di Roberto coordinatrice delle iniziative finanziate dal Cepell dopo il riconoscimento di Chieti Città che Legge. Soddisfazione è stata espressa anche dall’amministrazione comunale, che ha sottolineato il valore culturale e sociale dell’iniziativa: “Questo progetto dimostra come la cultura possa diventare uno strumento concreto di inclusione, ascolto e ricostruzione personale. Dare voce alle detenute attraverso la scrittura significa creare ponti tra il carcere e la comunità, favorendo percorsi autentici di crescita e reinserimento”. “L’arte e, in generale, la scrittura e la cultura in carcere sono elementi fondamentali per il processo di recupero e rieducazione della persona - ha dichiarato il direttore della Casa Circondariale di Chieti Franco Pettinelli -. Non soltanto distolgono dall’ozio, ma costituiscono un mezzo di trasformazione del tempo detentivo in un’opportunità di crescita e di avvicinamento della realtà carceraria alla società civile, di cui il carcere è parte. L’arte contribuisce senza dubbio a rendere il nostro contesto più umano, a intrecciare migliori relazioni e a restituire alla persona quella dignità che talvolta è andata persa. Grazie a questo progetto straordinario promosso dalla consigliera comunale Barbara Di Roberto e alla scrittrice Kristine Maria Rapino che lo ha gestito le detenute della Casa Circondariale hanno avuto la possibilità di lasciare un segno della loro creatività e del loro vissuto in una raccolta intitolata Voci dal mondo altro - Storie dritte su righe storte. Per le detenute è stata un’esperienza che ha consentito loro di costruire un momento di riflessione e di valorizzazione della propria individualità ed a noi di integrare l’intervento artistico nel percorso di riabilitazione e reintegrazione sociale della persona”. “La scrittura è stata uno spazio di libertà interiore e di autenticità - ha dichiarato la curatrice del progetto Kristine Maria Rapino che ha condotto il corso -. Quello di oggi è stato un incontro libero da pregiudizi. Abbiamo guardato alla persona, senza pensare alla colpa. Non per assolvere, ma per comprendere che si può ripartire, se viene data fiducia. La scrittura non dovrebbe mai essere considerata un privilegio per pochi. Tutti hanno il diritto di raccontare e raccontarsi. Per usare le parole di Papa Francesco: “L’uomo non è solo l’unico essere che ha bisogno di abiti per coprire la propria vulnerabilità, ma è anche l’unico che ha bisogno di raccontarsi, di rivestirsi di storie per custodire la propria vita. Non conta il pedigree culturale, conta l’autenticità. La disponibilità a mettersi in gioco”. E loro l’hanno fatto. Un laboratorio di scrittura in carcere non serve a occupare il tempo, ma ad abitarlo, imparare ad averne cura per restituirsi senso, dignità e futuro. Per molte di loro scrivere è stato un grido. Un modo per esistere davanti a qualcuno disposto ad ascoltare. Oggi la loro voce ha trovato spazio, e sono certa che lascerà il segno”. La vista corta dei politici di Walter Veltroni Corriere della Sera, 23 maggio 2026 Siamo un Paese fermo tra immobilismo e crisi di visione. Bisogna ritornare allo spirito del dopoguerra. E offrire un sogno, una speranza. Alec Ross ha dedicato al nostro Paese un importante volume, “The italian dream”, in cui si chiede, con l’affetto di chi ha origini italiane e lavora a Bologna e parla della nostra terra dicendo “noi”, perché non esista un sogno italiano. Alec Ross è americano. Ha lavorato con Hillary Clinton e ha guidato la politica tecnologica per la campagna di Barack Obama. I suoi bisnonni, all’inizio del Novecento, sono partiti dall’Abruzzo per cercare fortuna e lavoro. Si sono imbarcati per andare nella terra delle opportunità, erano analfabeti e finirono a lavorare, a poco prezzo, nelle miniere di carbone. Ma il loro figlio, il nonno di Alec, si è messo a vendere abbonamenti a riviste e telefoni e poi ha aperto una panetteria. E ha messo al mondo quattro figli che sono diventati medici e avvocati. “In una sola generazione, la famiglia è passata dalla classe operaia alla classe media. In due, dalla povertà a un ceto sociale benestante”. Era questa l’America, democratica o repubblicana, prima di finire in mano a un autocrate dissennato come Trump. Era questo il sogno americano che ha fornito senso all’esistenza degli americani e delle persone che, da tutto il mondo, fuggivano dalla povertà in nome delle opportunità. Il sogno italiano che fornisce il titolo al libro di Ross, è esistito nel dopoguerra, quando la costruzione delle autostrade, la trasformazione dell’economia da agricola a industriale, la scolarizzazione di massa, l’arrivo della televisione fecero rinascere e diventare grande un paese che era stato distrutto dalla dittatura fascista, dall’occupazione nazista e dalla guerra. Ma oggi l’Italia è un paese fermo, immobile: crescita demografica sotto lo zero, stipendi fermi a prima del 1990, crescita del Pil che negli ultimi anni è stata tra le più basse del mondo, collocandoci al 182° posto su 196. Un Paese paralizzato da una politica incapace di trovare regole di funzionamento nitide che rendano efficiente, trasparente, razionale il rapporto tra esecutivo e parlamento, in un equilibrio che garantisca una stabilità autentica e una alternanza tra schieramenti ugualmente legittimi perché ancorati ai valori democratici e antifascisti della nostra Costituzione. Stabilità, alternanza e un discorso pubblico sottratto alla violenza gratuita di questi tempi, alla costante violazione delle regole e dei confini della correttezza istituzionale; questo è necessario per far ripartire l’Italia. Chi ha governato prima della Meloni può accampare, per i cambiamenti non prodotti, la motivazione della eterogeneità delle coalizioni, ne abbiamo viste davvero di tutti i colori, o la caducità del consenso degli alleati. Il gioco di fare e disfare i governi ha infatti sempre molto appassionato la politica bonsai, quella che oggi spera che dalle prossime elezioni non nasca un governo scelto dagli italiani, ma un pareggio che consenta agli apprendisti stregoni di tessere trame, complotti, governi fantasiosi. Loro si divertono, il Paese no. La stabilità di questi ultimi anni è stata invece fondata sull’immobilismo. Non c’è italiano capace di sostenere che, in questi quattro anni, la sua vita sia cambiata e magari in meglio. L’Italia è più ferma di prima, immobile come una statua di sale. Lo conferma la Commissione europea che ha bruscamente tagliato le stime di crescita per l’Italia: nel 2026 il Pil è previsto un aumento dello 0,5%, contro lo 0,8% indicato nelle previsioni. Anche per il 2027 Bruxelles rivede al ribasso la crescita allo 0,6% dallo 0,8% precedente. La crescita del Pil dell’Italia sarà la peggiore fra gli Stati europei nel 2027. E insieme avanza una destrutturazione dei processi formativi. Solo il 39% degli italiani sopra i sei anni legge un libro all’anno, era il 46 dieci anni fa. Il 70% si informa sui social dove, scrive Ross che se ne intende, i post sono selezionati “…da algoritmi progettati non per informare ma per suscitare reazioni emotive immediate”. La scuola e i suoi studenti sono abbandonati nel loro disagio, nella sensazione di essere buoni per la meritocrazia assunta a fine e non per essere valutati nell’interezza della loro inedita condizione umana. E così la politica si accontenta del breve respiro, della contrapposizione quotidiana violenta, della bulimia comunicativa che riempie il vuoto di identità e di progetto. Così spariscono le grandi visioni, i progetti che guidano le decisioni concrete, la possibilità per un cittadino di scegliere non chi sta più sui social, con “bestie” o senza, ma chi fa capire che paese vuole e, soprattutto, che paese farà. L’Italia è ferma perché è più facile conservare che innovare, perché i no al cambiamento sono più indolori dei sì, perché si pensa che i “pensieri lunghi” siano roba buona solo per gli esteti della politica. Perché spesso è più facile non scegliere che scegliere. Per esempio, per il bene dell’Italia, se stare con Trump, Orbán e Netanyahu o con l’Europa dei valori democratici dell’Occidente. L’Italia è ferma perché gli schieramenti non sono capaci di convergere su una architettura di sistema che dia stabilità e alternanza. Perché la formazione, il lavoro, la salute, l’ambiente sono pietre buone da scagliare ma non da levigare per posarle sul cammino degli italiani. Perché prendersela con gli immigrati è più facile che garantire integrazione e sicurezza a tutti. Chi ieri è stato all’opposizione oggi sperimenta la difficoltà di governare. Questo dovrebbe ammonire anche chi si candida oggi a formare una nuova guida per il paese. Ci vogliono idee, valori, programmi realistici e ambiziosi. Un sogno italiano che non diventi l’incubo permanente dell’immobilità. Educare è un atto politico di Francesco Profumo Corriere della Sera, 23 maggio 2026 La scuola è una delle grandi infrastrutture democratiche della nostra società. La mattina del 13 maggio, a Reggio Emilia, quando la Principessa del Galles ha incontrato bambini e bambine, insegnanti, atelieristi, ricercatori e comunità educanti del Reggio Emilia Approach, si è materializzato qualcosa di profondo. Il riconoscimento internazionale del fatto che l’educazione sia oggi una delle grandi questioni politiche del nostro tempo. Non “politiche educative” nel senso amministrativo del termine, ma politica nel suo significato originario e più alto: costruire le condizioni della convivenza civile. In un’epoca segnata da guerre, polarizzazioni, linguaggi aggressivi e crescente frammentazione sociale, l’educazione rappresenta uno dei pochi strumenti capaci di generare coesione. Per questo credo che oggi si debba avere il coraggio di affermare una tesi apparentemente semplice, ma profondamente radicale: educare è un atto politico, nonviolento, di pace. L’educazione è un atto politico perché forma persone capaci di convivere nella complessità, accogliendo come ricchezza la differenza, senza trasformarla in conflitto. Perché insegna il dialogo, invece della sopraffazione a cui assistiamo nei massimi sistemi. Perché costruisce cittadini e cittadine, e non semplicemente individui in competizione. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una trasformazione profonda dello spazio pubblico. I social network hanno accelerato la velocità delle reazioni, ridotto il tempo della riflessione, amplificato la radicalizzazione. La comunicazione politica e sociale si è progressivamente spostata verso registri emotivi e conflittuali. Anche i giovani crescono immersi in un ecosistema che spinge verso la semplificazione, la polarizzazione, l’immediatezza e la performance continua. Dentro questo scenario, la scuola rischia di essere percepita soltanto come luogo di valutazione, selezione e preparazione tecnica al lavoro. Ma se la riduciamo a questo, perdiamo la sua funzione più importante. La scuola è una delle ultime grandi infrastrutture democratiche delle nostre società. È il luogo in cui una comunità decide che il futuro non può essere lasciato al caso né alle disuguaglianze di partenza. Ogni giorno, nelle scuole, si compie un lavoro silenzioso ma decisivo: si impara ad ascoltare, a collaborare, a rispettare, a discutere senza distruggere, a convivere tra differenze. Sono gesti apparentemente ordinari. In realtà sono gli anticorpi democratici di una società. Un dirigente scolastico non è soltanto un amministratore efficiente. È un costruttore di comunità. È la persona che deve creare le condizioni affinché una scuola diventi un luogo di fiducia, di crescita reciproca, di innovazione umana prima ancora che tecnologica. Allo stesso modo, ogni volta che un docente valorizza la parola di uno studente fragile, che sceglie di accompagnare, di includere, di costruire fiducia, costruisce non soltanto il sapere, ma il modo con cui una società impara a stare insieme. Ed è per questo che dirigenti e insegnanti sono oggi, forse più che in passato, figure decisive per la qualità democratica delle nostre comunità. Esperienze come quella del Reggio Emilia Approach assumono allora un significato internazionale che va oltre la pedagogia dell’infanzia. Il mondo guarda a Reggio Emilia perché lì si è sviluppata un’idea di educazione fondata sulla relazione, sull’ascolto, sulla creatività e sul riconoscimento della dignità dei bambini e delle bambine come cittadini fin dall’inizio della vita. Loris Malaguzzi parlava dei “cento linguaggi” dei bambini. Quella intuizione oggi appare ancora più moderna. Perché nell’epoca dell’intelligenza artificiale il rischio più grande non è soltanto tecnologico. È antropologico. L’intelligenza artificiale cambierà profondamente il lavoro, la produzione e l’accesso al sapere. Ma proprio per questo aumenterà il valore delle competenze più umane: l’ascolto, l’empatia, il pensiero critico, la capacità di cooperare, la responsabilità verso gli altri. Ecco perché l’educazione sarà il vero terreno politico del XXI secolo. Non ci sarà democrazia stabile senza comunità educanti forti, né innovazione sostenibile senza cultura critica. Non ci sarà coesione sociale senza scuole capaci di generare appartenenza. Forse è anche questo che la visita della Principessa Kate ha simbolicamente riconosciuto: che il futuro delle società contemporanee si gioca molto prima delle università, dei mercati e della politica istituzionale. Si gioca nei luoghi in cui i bambini imparano a guardare il mondo e gli altri. Luoghi che in molti contesti mancano e di cui c’è massimo bisogno. Nel tempo delle macchine intelligenti, la vera sfida sarà restare umani. E l’educazione resterà il più potente atto politico nonviolento che una società possa compiere. *Presidente di Fondazione Reggio Children Su quella legge per il fine vita c’è già l’ombra della Consulta di Mario Riccio* Il Dubbio, 23 maggio 2026 Nel dibattito pubblico, si torna a parlare di una (ipotetica) legge sul fine vita. Questo perché il prossimo 3 giugno si dovrebbe - il condizionale è d’obbligo - discutere un testo della attuale maggioranza. O forse no e si potrebbe ripartire da una vecchia proposta, modificata, della passata legislatura. Ora, va subito chiarito che in entrambi i casi non si discuterà di una reale legge sul fine vita, come talora si fa credere sui media. Ovvero di una legge organica che riconosca la morte medicalmente assistita. Come ormai avvenuto in molti paesi occidentali, ultima la cattolicissima Spagna. Qui si tratterebbe semplicemente di una sorta di modesta legge quadro che meglio regoli tempi e modalità attuative sulla base di quanto indicato dalla Corte costituzionale nelle varie sentenze di merito, dalla 242/19 (cosiddetta DJFabo/Cappato) alle successive. Stante l’inerzia del legislatore nazionale, alcune Regioni si sono già attrezzate con proprie leggi. Fondamentale in tal senso è stata l’azione propositiva della Associazione Luca Coscioni, ma anche l’esigenza che le stesse regioni hanno di dare una risposta alle tante richieste che intanto si stanno accumulando. Persino la riluttante Regione Lombardia ha dovuto recentemente abdicare - da una iniziale posizione di chiusura - verso la pubblicazione di un documento contenente linee guida in materia. Ora, la maggioranza di governo propone un testo - fortemente identitario - che modifica nella sostanza quanto indicato dalla Corte costituzionale, come risulta evidente anche ad un modesto cultore della materia. Si vuole, tra gli altri aspetti controversi contenuti nella proposta della maggioranza, sostituire un criterio richiesto dalla Consulta - ovvero che il richiedente debba essere “tenuto in vita da forme di sostegno vitale” - con una più restrittiva condizione di sottoposto a “trattamenti di sostituzione d’organo”. Va detto che tale innovativa dizione è mutuata da un parere che il Comitato Nazionale di bioetica ha recentemente introdotto in un suo documento. Ora, è singolare che un legislatore preferisca attenersi a un - pur legittimo - parere di valenza bioetica piuttosto che all’obbligatoria indicazione del Giudice delle leggi. È evidente che la dizione “sostituzione d’organo” restringe - per non dire azzera - la reale possibilità di applicare la procedura. Chi scrive lo può affermare sulla propria esperienza di medico che ha già eseguito finora sei procedure di assistenza al suicidio, sulle quattordici note a livello nazionale, e segue molti casi ancora in itinere come consigliere della Associazione Coscioni che si occupa, come noto, di sostenere le richieste dei pazienti. Con tale proposta di legge, solo chi è collegato a un ventilatore polmonare o sottoposto alla dialisi o al limite alla nutrizione artificiale potrebbe ottenere il suicidio assistito. In tal senso, va chiarito che tali pazienti non ne avrebbero neanche bisogno; per morire basterebbe che interrompessero la dipendenza da tali procedure. Inoltre, questa interpretazione esclude quelle condizioni che la stessa Corte costituzionale ha già identificato e confermato - a seguito di pronunciamenti della magistratura ordinaria - come forme di sostegno vitale, quali necessità di: evacuazione artificiale dell’intestino, cateterismo vescicale, nutrizione artificiale, totale dipendenza da terzi. Ci sarebbero poi da valutare, all’interno della proposta di legge della maggioranza, altre creative interpretazioni del contenuto delle sentenze della Corte costituzionale, come ad esempio l’esclusione del Servizio Sanitario Nazionale dal momento attuativo della procedura. In conclusione, qualora dovesse essere promulgato tale disegno, sarebbe verosimilmente destinato -al pari della legge sulla riproduzione assistita - ad essere successivamente smontato dalla Consulta. Il tutto mentre i tanti richiedenti continuerebbero nella loro condizione di sofferenza. *Medico, Consulta di bioetica, Associazione Luca Coscioni Anche l’organismo europeo per i diritti umani arretra sui diritti umani di Gianfranco Schiavone L’Unità, 23 maggio 2026 Difesa dei confini, prevenzione di reati, esternalizzazione dell’esame delle domande di protezione e dei centri per il rimpatrio, e non una parola sul divieto di respingimento: la dichiarazione di Chisinau segna il punto più basso del Consiglio d’Europa. Il 15 maggio 2026 si è tenuta a Chisinau, in Moldavia, la 135esima sessione del Consiglio d’Europa, un’organizzazione internazionale estranea all’UE, fondata nel 1949 con sede a Strasburgo la cui prima finalità è la promozione dei diritti umani, della democrazia e dello stato di diritto; comprende 46 Stati membri, inclusi tutti gli Stati membri dell’Unione Europea. A conclusione dei lavori il comitato dei ministri del Consiglio ha adottato una Dichiarazione che affronta questioni assai delicate relative alla protezione dei diritti umani sanciti della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (di seguito Convenzione) nel contesto delle migrazioni internazionali attuali. Nella citata Dichiarazione si afferma che “in vari stati membri si registrano sfide significative e complesse in materia di immigrazione che erano imprevedibili al momento della stesura della Convenzione o che si sono evolute in modo significativo da allora”. Tale tesi andrebbe motivata indicando con precisione a quali nuove e non prevedibili sfide ci si riferisce, quali indicatori nel sistema internazionale della protezione sono stati esaminati, a quali studi ed interpretazioni in dottrina che sostengono tale tesi si è fatto riferimento. Invece nulla di tutto ciò nella Dichiarazione, bensì solo un’affermazione apodittica che tuttavia innerva l’intera Dichiarazione la quale si basa proprio sul presupposto che le migrazioni attuali verso l’Europa richiedono di riadattare e reinterpreare il sistema giuridico di tutela dei diritti umani e delle libertà fondamentali alla luce al nuovo contesto in cui viviamo. È indubbio che le migrazioni internazionali verso l’Europa, per come si sono sviluppate nel corso degli ultimi trent’anni richiedono una riflessione su come garantire in concreto il rispetto dei principi giuridici e dei relativi obblighi sanciti dalla Convenzione. La Dichiarazione non propone però alcuna riflessione ma sostiene una relativizzazione degli obblighi e dei divieti assoluti sanciti dalla Convenzione in ragione delle migrazioni. Uno dei punti in cui si vede più evidente tale orientamento è il paragrafo della Dichiarazione che fa riferimento al divieto assoluto di trattamenti o pene inumani e degradanti di cui all’art. 3 della Convenzione. Vi si afferma che “il livello minimo di gravità del maltrattamento che costituisce una pena inumana e degradante” cui sarebbe esposto uno straniero in caso di espulsione o estradizione per essere tale deve “rimanere elevato e costante ed essere applicato in modo chiaro e coerente in tutti i livelli, evitando inutili vincoli alle decisioni di estradizione o di espulsione di cittadini stranieri. La valutazione del livello minimo di gravità del maltrattamento che costituisce un trattamento o una pena inumana o degradante è relativa e dipende da tutte le circostanze del caso” (23). Il messaggio è chiaro: le migrazioni trasformano i divieti assoluti in divieti parziali e relativi. Si tratta dello stesso approccio contenuto in una lettera aperta firmata nel 22 maggio 2025 dai governi di Austria, Repubblica Ceca, Lettonia, Polonia, Belgio, Estonia, Lituania, su spinta congiunta di Italia e Danimarca: in essa si sosteneva che “in qualità di leader, riteniamo anche che sia necessario esaminare il modo in cui la Corte europea dei diritti dell’uomo ha sviluppato la propria interpretazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Se la Corte, in alcuni casi, abbia esteso troppo l’ambito di applicazione della Convenzione rispetto alle intenzioni originarie alla base della stessa, alterando così l’equilibrio tra gli interessi che dovrebbero essere tutelati. Riteniamo che l’evoluzione dell’interpretazione della Corte abbia, in alcuni casi, limitato la nostra capacità di prendere decisioni politiche all’interno delle nostre democrazie.” L’attacco alla giurisprudenza della Corte Europea nella citata lettera fu diretto e brutale, mentre il linguaggio della Dichiarazione di Chisinau è oggi più elusivo ed ovattato, ma la sostanza rimane identica. Nella Dichiarazione si sottolinea con forte enfasi che “è un obbligo e una necessità per gli Stati proteggere i propri confini nel rispetto delle garanzie della Convenzione, il che può comportare l’adozione di misure alle frontiere volte a consentire l’accesso al proprio territorio nazionale solo alle persone che soddisfano i requisiti pertinenti” (19). In nessun punto della Dichiarazione v’è però alcun riferimento all’obbligo degli Stati di rispettare il principio di non-respingimento di coloro che chiedono asilo alle frontiere, come se l’accesso al territorio europeo possa essere negato a chi chiede protezione internazionale e si possa normalizzare ciò che avviene nei violenti respingimenti che caratterizzano le frontiere di tutta Europa o ciò che è avvenuto in Ungheria già condannata per violazione degli obblighi europei in materia di procedure di asilo (Corte di Giustizia del 17 dicembre 2020 nella causa C-808/18 - Commissione c. Ungheria) o ciò che sta avvenendo di recente in Polonia che ha illegalmente sospeso il diritto di chiedere asilo alla frontiera con la Bielorussia. La Dichiarazione di Chisinau propone anche di reinterpretare anche il diritto dello straniero alla vita privata e famigliare tutelato dall’articolo 8 CEDU. Secondo la Dichiarazione l’allontanamento di uno straniero che ha un chiaro radicamento in un paese europeo dovrebbe poter essere possibile non solo in caso di inderogabili esigenze di sicurezza nazionale ma anche per altri “scopi legittimi” tra cui si individuano “il benessere economico del paese, la prevenzione di disordini o di reati, la tutela della salute o della morale” (31). Nozioni vaghissime prive del requisito giuridico della determinatezza della fattispecie, del tutto arbitrarie e totalmente in contrasto con la giurisprudenza della Corte di Strasburgo. Un paragrafo è dedicato ai cosiddetti arrivi di massa rispetto ai quali si ribadisce il diritto “sovrano di proteggere i confini e decidere chi entra legalmente nel territorio” (34) anche qui senza che vi sia alcun cenno al divieto di respingimento di chi chiede protezione. Quanto agli arrivi via mare il testo evidenzia che essi “rappresentano un grave rischio per la vita dei migranti irregolari e una significativa riduzione delle traversate marittime irregolari può comportare una riduzione delle perdite di vite umane in mare”(34) senza che una sola parola venga scritta sugli obblighi di salvataggio e, di nuovo, sul divieto di respingimento. In sintesi il testo della Dichiarazione, fatto di frasi ambigue ed allusive, è sostanzialmente un tentativo molto violento di contrastare l’evoluzione giurisprudenziale della Corte EDU sull’applicazione dei divieti assoluti sanciti dalla Convenzione ed è un messaggio chiaro di insofferenza verso la stessa Corte che deve imparare a stare al suo posto. Il più inaudito dei paragrafi della Dichiarazione, che non a caso è stato quello più lodato nelle esternazioni politiche di molti leader (tra cui la Meloni) riguarda i cosiddetti “nuovi approcci per affrontare e potenzialmente scoraggiare la migrazione irregolare” (tra cui rientrano) “il trattamento delle richieste di protezione internazionale in un paese terzo, i centri di rimpatrio nei paesi terzi e la cooperazione con i paesi di transito” (46) In questa parte la Dichiarazione si allontana da interpretazioni iper restrittive o distorcenti della Convenzione per rivendicare con disinvolta arroganza il potere incondizionato di realizzare tutto ciò che la politica vuole fare con tali nuovi approcci, senza intralci dati da ricorsi od obiezioni di sorta sulla legittimità delle scelte, sia presenti che future. La Dichiarazione di Chisinau rimane solo una Dichiarazione politica che non modifica alcuna normativa, né fornisce alcuna interpretazione giurisprudenziale. Segna però il punto più basso raggiunto nella storia del Consiglio d’Europa, istituzione nata proprio per difendere i diritti umani. La giustizia internazionale non è impotente di Mario Chiavario Avvenire Il procedimento dell’Aja contro Al Hishri dimostra che resta possibile perseguire crimini contro l’umanità garantendo insieme ascolto alle vittime e diritto di difesa. “Coloro che commettono crimini di guerra, genocidi o altri crimini contro l’umanità non rimarranno più fuori della portata della giustizia… Sta finalmente arrivando il momento in cui l’umanità non sarà più testimone impotente delle peggiori atrocità, perché quelli che tenteranno di commettere tali crimini sapranno che la giustizia li attende”. Era l’11 aprile 2002 e così si esprimeva Kofi Annan, allora Segretario generale dell’Onu, commentando la notizia del raggiungimento del numero minimo di ratifiche del Trattato stipulato quattro anni prima a Roma e contenente lo Statuto istitutivo della Corte penale internazionale, grazie a che quest’ultima poteva finalmente prendere corpo. La storia successiva ha purtroppo messo in evidenza una realtà lontana dal pieno avverarsi di quelle parole, pur sinceramente pronunciate e sinceramente condivise in spirito da chiunque vi leggeva la sensibilità a un anelito dell’umanità intera, in precedenza rimasto insoddisfatto quantomeno a livello universale (più circoscritti, gli ambiti entro i quali si era esercitata la giurisdizione nei processi di Norimberga e di Tokyo instaurati subito dopo la Seconda Guerra Mondiale e, poi, di quelli successivamente svoltisi davanti ai tribunali chiamati ad accertare e sanzionare crimini commessi nell’ex-Jugoslavia e nel Ruanda). Da subito si sono invero palesati limiti intrinseci al funzionamento della giustizia penale internazionale, così come disegnata dallo Statuto, tra i quali la mancanza di organi di polizia, collegati o in qualche modo vincolativamente subordinati alla Corte stessa o alla Procura costituita presso di essa, che potessero dare diretta e immediata esecuzione ai provvedimenti emessi dall’una o dall’altra. Ma inoltre il funzionamento della giustizia penale internazionale ha dovuto, e sempre più deve, fare i conti con altri condizionamenti, giocando un ruolo negativo specialmente la mancata ratifica del Trattato di Roma da parte di vari Stati del mondo, e in particolare di tre Potenze come la Cina, la Russia e gli Stati Uniti d’America: scelta, questa, finalizzata soprattutto allo scopo di lasciarsi mano libera per tenere di regola esenti i propri cittadini da possibili incriminazioni per genocidio, crimini di guerra o contro l’umanità e da correlate misure cautelari eventualmente adottate nei loro confronti. Proprio fallimentare, dunque, l’esperienza della giustizia penale internazionale? No, e i lettori di Avvenire hanno potuto constatarlo dalle puntualissime e toccanti cronache di Nello Scavo sulle udienze svoltesi nei giorni scorsi all’Aja, nell’ambito della fase preliminare del procedimento intentato contro un cittadino libico, Al Hishri alias Al Buti, accusato di ripugnanti efferatezze su migliaia di migranti e profughi inermi. Intanto, in questo caso, ha funzionato il meccanismo che - in mancanza di una polizia della Corte - fa carico ai singoli Stati nazionali di collaborare per dare effettiva esecuzione alle misure cautelari emesse nei confronti di persone presenti, anche soltanto occasionalmente, sul loro territorio. Qui, a non tirarsi indietro in concreto è stata la Germania; ed è ovvio che venga spontaneo il confronto con il ben diverso spettacolo offerto dall’Italia a proposito di un sodale dello stesso Al Hisri, di nome Almasri, dapprima arrestato nel nostro Paese ma poi accompagnato a Tripoli con un volo di Stato, così da esservi accolto trionfalmente come un eroe. Per restare al caso El Hishri, la Corte si è presa tempo per trarre le conclusioni da quanto ascoltato ed emerso in udienza. C’è in ogni caso qualcosa che da quelle udienze già rifulge, specialmente in tempi nei quali è la forza bruta a venire da più parti esaltata come legittimata a far calpestare il diritto e i diritti più elementari, mascherando poi col nome di diritto le peggiori improntitudini. Qui si è invero assistito al manifestarsi di una giustizia davvero a tutto campo: che da un lato riesce a incoraggiare a testimoniare le vittime di orrendi delitti vincendo ogni ritrosia e ogni paura, pur più che comprensibili e potenzialmente paralizzanti, e che nello stesso tempo assicura a chiunque (compreso chi appare a priori schiacciato dalla pesantezza di terribili addebiti) la più ampia esplicazione del diritto di difesa. Insomma, è vero che sotto tanti aspetti l’umanità attraversa tempi terribili. Ma, proprio per questo, meno che mai sono da sottovalutare i segni, anche piccoli, generatori di speranza. Compresi, appunto, quelli prodotti da una fede operosa nella forza del diritto autentico a fronte della tendenza a usare e predicare la forza, fino alla brutale violenza, contro quel diritto e contro le persone che ne sarebbero tutelate. Stati Uniti. Esecuzione di pena di morte sospesa: l’iniezione letale ha fallito di Elena Molinari Avvenire Tony Carruthers, 57 anni, è l’uomo condannato. Dopo un’ora di tentativi, le autorità hanno deciso di fermarsi e dare al detenuto una proroga di un anno. Doveva essere ucciso giovedì sera nel carcere di massima sicurezza di Riverbend, a Nashville. Ma dopo oltre un’ora di dolorosi tentativi per trovare una vena adatta all’iniezione letale, l’esecuzione di Tony Carruthers, 57 anni, è stata sospesa. Poco dopo, il governatore repubblicano del Tennessee Bill Lee ha concesso al detenuto una proroga di un anno. Carruthers era stato condannato per il rapimento e l’omicidio di tre persone a Memphis nel 1994. Secondo l’accusa, lui e un complice avrebbero sequestrato e ucciso Marcellos Anderson, sua madre Delois Anderson e Frederick Tucker, in un caso legato al traffico di droga locale. Il detenuto ha sempre proclamato la propria innocenza, sostenendo di essere stato condannato senza prove fisiche dirette e sulla base di testimonianze controverse. Secondo il Dipartimento penitenziario del Tennessee, il personale medico è riuscito a inserire una linea endovenosa primaria, ma non a trovare una seconda vena, richiesta obbligatoriamente dal protocollo statale. A quel punto l’esecuzione è stata interrotta e Carruthers riportato in cella. Il caso riporta sotto i riflettori i problemi legati all’iniezione letale negli Stati Uniti. Secondo il gruppo abolizionista Reprieve, quello del Tennessee è il settimo caso noto in cui un detenuto sopravvive alla data fissata per l’esecuzione dopo un tentativo fallito. I precedenti più noti includono Romell Broom in Ohio nel 2009, sottoposto per due ore a ripetuti tentativi di accesso venoso; Alva Campbell, sempre in Ohio, nel 2017, Doyle Hamm in Alabama nel 2018, Alan Eugene Miller e Kenneth Smith in Alabama nel 2022 e Thomas Creech in Idaho nel 2024. Durante lo stesso periodo, la difficoltà crescente nel reperire i farmaci per le esecuzioni e le contestazioni sui protocolli hanno spinto alcuni Stati a introdurre metodi alternativi, incluso il plotone d’esecuzione e, in Alabama, l’ipossia da azoto. Il Tennessee aveva già sospeso le esecuzioni per oltre due anni, dal 2022, dopo aver ammesso irregolarità nei controlli sui farmaci utilizzati per le iniezioni letali. Lo Stato è ancora coinvolto in un contenzioso promosso da altri detenuti. Nelle ore precedenti all’esecuzione, i legali di Carruthers avevano presentato ricorsi urgenti sostenendo che lo Stato non avesse chiarito se i farmaci destinati all’esecuzione fossero ancora validi e chiedendo nuovi test forensi sul suo caso. La Corte Suprema americana aveva respinto gli appelli senza motivazioni. Carruthers presenta anche un elemento insolito: nel processo del 1996 si rappresentò da solo in aula. Secondo l’American Civil Liberties Union, che aveva chiesto la grazia, non era mentalmente in condizioni per affrontare il processo o difendersi autonomamente. L’episodio riaccende il dibattito sulla pena di morte negli Stati Uniti, dove l’iniezione letale continua a essere al centro di incidenti e complicazioni. In Tennessee restano previste altre tre esecuzioni entro la fine dell’anno. Marocco Ci risiamo con gli abusi sui prigionieri saharawi: nuova denuncia Onu Stefano Mauro Il Manifesto Lo smantellamento della protesta nel campo di Gdeim Izik Secondo il Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura Rabat nel Sahara Occidentale pratica “un modello costante di arresti arbitrari, isolamento, atti di tortura durante gli interrogatori e il successivo utilizzo di confessioni ottenute sotto coercizione nei procedimenti giudiziari”. Il Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura (Cat) ha nuovamente constatato che il Marocco viola “i diritti dei detenuti saharawi legati alla protesta del campo di Gdeim Izik nel Sahara occidentale”, affermando che i dieci casi esaminati indicano “un modello costante di arresti arbitrari, isolamento, atti di tortura durante gli interrogatori e il successivo utilizzo di confessioni ottenute sotto coercizione nei procedimenti giudiziari”. Il Cat ha pubblicato questo mercoledì le sue conclusioni dopo aver esaminato quattro denunce riguardanti detenuti arrestati in seguito allo smantellamento del campo di Gdeim Izik vicino a El-Ayoun nel 2010. Il campo, che arrivò a ospitare oltre 20mila manifestanti, era stato allestito dai saharawi residenti nei territori occupati per protestare pacificamente contro “una deliberata attività di discriminazione da parte di Rabat”. Secondo la Lega per la Protezione dei Prigionieri Saharawi nelle Carceri Marocchine (Lpps), 25 persone furono arrestate - oltre alla morte di 13 attivisti - dalle forze di sicurezza di Rabat in seguito allo smantellamento del campo e furono sottoposte a torture e maltrattamenti durante l’arresto, l’interrogatorio, il trasferimento e la detenzione. In base alle indagini del Cat gli attivisti hanno denunciato di “essere stati picchiati brutalmente, bruciati con sigarette, minacciati di stupro, sospesi nella cosiddetta posizione del “pollo arrosto” per lunghi periodi, sottoposti alla “falaka” (ripetuti colpi con una sbarra di ferro sulle piante dei piedi, ndr), tenuti in isolamento, privati ??di cibo e cure mediche”, con il divieto di poter vedere avvocati e familiari. “Purtroppo, questi non sono casi isolati, ma indicano un problema strutturale nella gestione dei prigionieri saharawi da parte del Marocco”, ha dichiarato Peter Vedel Kessing, vicepresidente del Cat, aggiungendo che l’Onu si era già pronunciato su altri sei casi simili, senza nessun “provvedimento o verifica da parte di Rabat”. Tutti gli attivisti saharawi imprigionati hanno affermato che, dopo essere stati sottoposti a tortura, sono stati costretti a firmare o a lasciare le proprie impronte digitali su dichiarazioni di cui non conoscevano il contenuto, e che le loro confessioni sono state successivamente utilizzate come prova centrale nei procedimenti penali a loro carico. I quattro attivisti sono stati infine condannati: due all’ergastolo e gli altri due a 30 anni di reclusione. Uno dei casi che ha avuto maggiore rilevanza mediatica in questi anni è quello di Naama Asfari, condannato a 30 anni di carcere dopo le proteste di Gdeim Izik. L’attivista saharawi, continua ad essere tenuto in isolamento per diversi mesi consecutivi all’anno nel carcere di Kenitra ed è stato privato, per alcuni anni, della possibilità di poter vedere anche la moglie, la francese Claude Mangin. Secondo la Lpps, lo sciopero della fame, cominciato da Asfari a fine aprile, è una protesta contro tre anni “di silenzio e inerzia delle autorità marocchine e della comunità internazionale”, dopo il parere del Gruppo di Lavoro Onu sulla Detenzione Arbitraria del 2023. Dopo la sentenza, il Fronte Polisario ha denunciato con forza la “persistente repressione degli attivisti saharawi nei territori occupati del Sahara Occidentale, aggravata dall’impunità garantita al Marocco e condannato il sostegno politico di diversi paesi occidentali al “piano di autonomia marocchino”, considerato una “legittimazione dell’occupazione e delle continue violazioni dei diritti umani del popolo saharawi”. Rabat è già stata ripresa in passato proprio per quanto riguarda le violenze nei confronti dei prigionieri nelle sue carceri a tal punto che lo stesso Alto Commissariato Onu per i Diritti Umani ha provato diverse volte ad inviare una missione tecnica di controllo nel Sahara Occidentale: proposta sempre rifiutata da Usa e Francia, membri permanenti del Consiglio di Sicurezza e alleati del Marocco.