Domiciliari collettivi, così Nordio prova a far respirare le carceri di Errico Novi Il Dubbio, 22 maggio 2026 L’intenzione è buona. Ottima: offrire un alloggio a chi potrebbe ottenere i domiciliari ma non sa dove scontarli. L’attuazione è complicata. Molto. E i tempi non saranno brevissimi. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio presenta il progetto sulla detenzione differenziata in strutture esterne insieme con i due “autori materiali”, il sottosegretario Andrea Ostellari e il capo dipartimento Giustizia minorile Antonio Sangermano. Il quale ha competenza sul tema giacché il nome esteso del suo ambito è “minorile e di comunità”, e comunitarie appunto saranno le residenze in cui via Arenula confida di trasferire, entro l’anno, fra i 2.500 e i 3.000 reclusi. Si tratta di persone che abbiano ancora almeno 8 mesi di pena residua: tale sarà il periodo ordinario di permanenza previsto in questi alloggi. C’è un bando per gli enti disponibili a collaborare: il termine per le prime manifestazioni d’interesse scade il 30 maggio. “Èsemplice”, dice il guardasigilli in apertura della conferenza stampa di ieri mattina a via Arenula che vede presenti tutte le prime linee del ministero, da Francesco Paolo Sisto e dal neo-sottosegretario Alberto Balboni al capo Gabinetto Antonio Mura, “in tanti avrebbero diritto alla misura alternativa dei domiciliari ma restano in cella perché non hanno casa”. È il dilemma che strugge da sempre giudici di Sorveglianza e Uffici per l’esecuzione penale esterna. Ma l’iniziativa ha uno spettro di potenziali beneficiari limitato da una serie di “esclusioni”, che non riguardano solo i reati ostativi. Il pregio, spiega Ostellari, “è nel contrasto della recidiva, che si riduce a pochi punti percentuali tra chi, durante la detenzione, impara un mestiere”. Ebbene, “nelle strutture esterne per i domiciliari si seguiranno percorsi rieducativi basati su tirocinio, piani professionalizzanti e attività lavorative vere e proprie”, ricorda ancora il sottosegretario leghista. Il punto è l’impatto. Alla luce del sovraffollamento-monstre schizzato a oltre 64mila anime in pena, letteralmente, e al 140 per cento di media nazionale, il progetto avrà un peso specifico limitato: la riduzione delle presenze in cella sarà inferiore al 5 per cento della popolazione attualmente detenuta. Certo, il programma consentirà la fuoriuscita dalle carceri-pollaio di alcune migliaia di reclusi a cicli di 8 mesi, appunto: come spiega Sangermano, “l’idea non è quella di una detenzione domiciliare passiva, ma di un approccio proattivo da parte del detenuto, che dovrà appunto mostrare effettiva partecipazione al percorso formativo e di reinserimento”. Al pari dei numeri secchi, pesano però i tempi: intanto bisognerà attendere alcuni giorni per un primo censimento dei soggetti, di varia estrazione (di carattere pubblico come gli enti locali o privato come le realtà del “terzo settore”), che manifesteranno il loro interesse entro la scadenza del 30 maggio. Si dovrà verificare quindi l’adeguatezza giuridica e organizzativa di ciascuna delle strutture candidate e, come precisa, Sangermano, “entro settembre cominceranno ad esserci i primi trasferimenti” dalle carceri ai domiciliari collettivi. Ai 2.500-3.000 passaggi “si dovrebbe arrivare”, aggiunge il capo dipartimento della Giustizia di comunità, “entro l’anno”. Il che vuol dire che non potrà esserci alcun effetto sulla infernale congestione estiva dei penitenziari. Al più, la notizia che i detenuti senzatetto, in gran parte stranieri, potranno finalmente vedersi riconosciuto il diritto ai domiciliari potrebbe diffondere, nei padiglioni infuocati dei mesi più caldi, un soffio di speranza. In ogni caso, Ostellari e Sangermano sono i primi a esprimere cautela e a riservarsi sulla valutazione dei posti che, di qui a qualche mese, saranno effettivamente disponibili. Delle strutture interessate dovrà essere accertata anche la condotta specchiata di chi ne è responsabile e non si può essere certi che si arrivi in tempi brevi a censirne i 3.000 auspicati. D’altra parte Nordio e lo stesso Ostellari ci tengono molto a specificare che “non si tratta di una liberazione lineare incondizionata, che darebbe il senso di una resa dello Stato”, per usare le parole del ministro: il riferimento è ovviamente alla proposta di legge Giachetti-Bernardini. E anche il sottosegretario leghista è attento a puntualizzare che “non è uno sconto di pena, non è un provvedimento indultivo: è un investimento di fiducia sulla capacità di adesione a un progetto formativo da parte di chi ha sbagliato”. Il governo di centrodestra non ha alcuna intenzione di mostrarsi costretto a misure deflattive, né di prediligerle. Anche se, sullo sfondo, come annuncia Nordio, resta “l’intervento per certi aspetti ancora più ambizioso, che verrà decritto la settimana prossima dal sottosegretario alla presidenza Alfredo Mantovano: riguarda i detenuti tossicodipendenti, che vanno curati anziché puniti”. Nessuna particolare anticipazione, ma Ostellari conferma che il piano coincide con il ddl in via di approvazione al Senato, che il governo ha integrato due settimane fa con un corposo emendamento scritto fra via Arenula e Palazzo Chigi, e a cui Mantovano tiene molto. “Qui i numeri saranno più consistenti”, chiarisce il guardasigilli: in teoria si potrebbe arrivare ad oltre diecimila reclusi trasferiti in strutture diverse dalle carceri. In questo caso i tempi promettono di essere anche più dilatati, rispetto al piano per i domiciliari collettivi: si dovrà intanto approvare la legge, e poi corredarla dei decreti ministeriali attuativi. Con le intenzioni, ottime, resta la direzione scelta, pure apprezzabile, al punto da suscitare il plauso del presidente Cnf Francesco Greco , a cui Nordio tiene a dare la parola durante la conferenza stampa: le domande per l’accesso ai domiciliari in strutture collettive saranno predisposte anche, se non soprattutto, dagli avvocati, e il vertice dell’istituzione forense conferma che “il ruolo del difensore non si esaurisce con la pronuncia della sentenza, ma prosegue anche nella fase dell’esecuzione penale: la persona detenuta va accompagnata in un percorso di recupero e reinserimento sociale” e “in questa prospettiva”, osserva Greco, “le strutture residenziali possono rappresentare uno strumento concreto ed efficace per favorire il ritorno alla vita produttiva, ridurre il rischio di recidiva e contribuire a una necessaria funzione deflattiva del sistema”. L’Esecutivo Meloni getta le basi per un paradigma alternativo, nell’esecuzione penale, di cui potrà avvalersi anche, se non soprattutto, il governo della prossima legislatura. Magari sarà sempre l’attuale premier a guidarlo. Nordio invece ha già detto di non pensare a una nuova stagione da ministro. Ed è anche questo a dare l’idea di un’ultima fase sul carcere che rappresenta un lascito, piuttosto della solita bandiera da piantare. Nuove strutture residenziali per i detenuti non pericolosi: è incognita su tempi e costi di Giulia Merlo Il Domani, 22 maggio 2026 Il ministero ha presentato il regolamento che consentirà ai detenuti non pericolosi ma senza un domicilio di scontare in strutture di comunità gli ultimi otto mesi di detenzione. Lo strumento, subordinato al sì del magistrato di sorveglianza, dovrebbe entrare in funzione a settembre. Per ora, però, hanno presentato manifestazione di interesse solo sette strutture. “Un mondo nuovo di detenzione non carcerocentrica, ma nemmeno indulgenziale in modo acritico”, così il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha presentato il progetto di nuove strutture residenziali per i detenuti che rientra nel sistema delle misure alternative. In altre parole, si tratta di un nuovo percorso a disposizione dei detenuti che non hanno un domicilio fuori dal carcere, che non sono stati condannati per reati non ostativi, con alle spalle un percorso detentivo con buona condotta e con gli ultimi otto mesi da scontare. Il senso è quello di risolvere il problema di individuare per loro un domicilio idoneo dove poter trascorrere gli ultimi otto mesi di pena, “rieducandolo e instradandolo verso un lavoro”, così da ridurre la recidiva. Per farlo, il ministero ha attivato un bando per strutture residenziali con i requisiti idonei, che potranno diventare luoghi dove scontare una sorta di “detenzione attenuata” in vista del reinserimento sociale. La platea e i tempi - La platea degli idonei alla misura è idealmente, secondo il ministero, di 2.500-3.000 detenuti “non pericolosi che non hanno un domicilio”, che potranno fare istanza tramite al loro avvocato e la decisione finale sull’accoglimento spetterà alla magistratura di sorveglianza. Quanto ai tempi, negli auspici ministeriali da settembre le prime strutture dovrebbero diventare operative dopo la rigida selezione. Le strutture, infatti, devono garantire un’accoglienza residenziale funzionale all’esecuzione di misure penali, devono disporre di percorsi di reinserimento sociale e devono avere idonee condizioni igienico-sanitarie. Alla procedura possono partecipare anche gli enti del terzo settore, come per esempio la Caritas diocesana. Il progetto presenta però anche una serie di incognite ancora non risolte. La prima: il numero dei posti. Ad oggi hanno presentato una manifestazione di interesse sette strutture in tutta Italia, che andranno vagliate dal ministero. Il termine rimane sempre aperto e quindi l’elenco delle strutture verrà aggiornato costantemente, ma ad ora la richiesta sembra piuttosto ridotta. Il ministero non ha fornito numeri sui posti astrattamente disponibili in queste prime strutture, ma certamente l’avvio del regolamento non consentirà di avere posti sufficienti a tutti i potenziali fruitori. Questo rischia di diventare il punto, un po’ come con i braccialetti elettronici: il magistrato di sorveglianza dovrà acconsentire alla misura, ma il suo accoglimento sarà necessariamente subordinato alla disponibilità di un posto nella struttura, altrimenti il detenuto rimarrà in carcere. “Si tratta di una conditio sine qua non”, ha confermato Nordio. Altra incognita sono i costi. “L’ammontare degli oneri non è predeterminato nell’ambito dell’avviso pubblico” ma “sarà reso noto successivamente in sede di stipula della convenzione”, si legge nella documentazione ministeriale. In altre parole, non è ancora determinato un costo minimo per ogni detenuto che sconterà in struttura gli ultimi mesi di detenzione. La via dunque è tracciata a livello normativo, con il regolamento definitivo e le procedure per l’istituzione di queste strutture. La questione è quando il sistema davvero entrerà a regime, permettendo a questa platea potenziale - pur piccola rispetto ai 64mila detenuti oggi nelle carceri sovraffollate - di usufruire di questo percorso alternativo. Nordio, contro il sovraffollamento il nulla in pompa magna mentre le prigioni collassano di Angela Stella L’Unità, 22 maggio 2026 Il ministro schiera tutte le alte gerarchie di via Arenula per presentare le Strutture residenziali per l’accoglienza e il reinserimento dei detenuti. Ma dietro l’altisonante etichetta, niente che dia respiro alle prigioni prima dell’estate. L’estate sta arrivando, le celle cominciano a bollire, il sovraffollamento è arrivato al 139 per cento, i suicidi a 24 dall’inizio dell’anno ma le promesse del Governo per rendere più vivibili le nostre carceri resteranno disattese. Nessun provvedimento darà respiro alle prigioni entro i mesi più infernali. Ieri al ministero della giustizia c’è stata una conferenza stampa in pompa magna con il ministro Nordio, il vice ministro Sisto, i sottosegretari Balboni e Ostellari, il capo di gabinetto Mura, il Capo del Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità, Antonio Sangermano, e altri dirigenti per presentare il “Regolamento recante le disposizioni in materia di strutture residenziali per l’accoglienza e il reinserimento sociale dei detenuti”. Insieme alle strutture per i tossicodipendenti era stato annunciato da Via Arenula come “una bella botta” al sovraffollamento ma non sarà affatto così. La platea ipotetica che potrebbe usufruire del beneficio è tra i 2500 e i 3000 detenuti, in particolare coloro i quali possiedono i requisiti per l’accesso alle misure penali di comunità, con una pena o residuo inferiore a 4 anni, ma che non hanno appunto un domicilio. Saranno esclusi i tossicodipendenti, coloro che hanno ricevuto un provvedimento di espulsione, le persone con problemi psichiatrici, gli ostativi, coloro che non hanno assunto una buona condotta. Si potrà rimanere nella struttura per un periodo di otto mesi, rinnovabile, e l’accesso sarà subordinato all’accettazione di un piano rieducativo che comprende formazione per essere instradati al lavoro. Le tempistiche? Ancora indefinite. Innanzitutto l’elenco delle residenze temporanee (tra cui enti pubblici, locali, terzo settore), idonee ad ospitare i reclusi, non c’è ancora, visto che il 30 maggio scadrà il primo termine per inviare le manifestazioni di interesse. Solo allora Via Arenula valuterà quante sono in totale e se possiedono i giusti requisiti e, se ritenute rispondenti ai criteri prefissati, entro l’anno dovrebbero essere operative. A quel punto gli avvocati o il detenuto stesso potranno presentare istanza al magistrato di sorveglianza, che dovrà vagliarla. E su questo già giungono i primi segnali di allarme visto che i giudizi di sorveglianza hanno già un carico di lavoro eccessivo e non sono stati affiancati dagli addetti dell’ufficio per il processo. Così come c’è preoccupazione tra i sindacati di polizia penitenziaria, già sotto organico, visto che la vigilanza sarà affidata a loro. Per quanto riguarda i costi si prevede un investimento di 7 milioni a cui si aggiungerà lo stipendio del detenuto che finirà allo Stato. Durante l’incontro con i giornalisti il Ministro ha poi detto che nelle prossime settimane a Palazzo Chigi sarà annunciato “un altro progetto”, “una rivoluzione copernicana” che riguarderà le strutture esterne per i detenuti tossicodipendenti e gli alcoldipendenti, con un potenziale sfoltimento di 10 mila ristretti. Incuriositi e dubbiosi abbiamo chiesto al Guardasigilli se fosse altro rispetto al ddl in discussione al Senato e abbiamo scoperto, nell’imbarazzo generale, che invece sono la stessa cosa. Quindi è stato presentato come rivoluzionario un provvedimento che è ancora in commissione al Senato e deve passare pure per la Camera, i cui frutti si vedranno a fine legislatura, nonostante il sottosegretario Mantovano prema per una accelerazione. Durante l’incontro poi Nordio ha ripetuto per ben quattro volte che le iniziative messe in campo non sono liberazioni lineari, orizzontali che sarebbero “una resa dello Stato”. Gli abbiamo ricordato che nel 2013 e nel 2015 ai microfoni di Radio Radicale si disse d’accordo con amnistia e indulto, quando evocati sia dall’allora presidente della repubblica Napolitano in una fase emergenziale sia poi da Papa Francesco, e li definì l’allora ex pm “come profonda, radicale trasformazione del nostro sistema penale”. Gli abbiamo chiesto perché non abbia messo nel suo programma di governo l’amnistia, se per un cambiamento di pensiero o se perché in disaccordo con gli alleati della maggioranza. Ci ha risposto, un po’ infastidito, che il suo pensiero è rimasto coerente e che però non ci sono le condizioni per una revisione del sistema del codice penale. Così come non si farà nulla per limitare l’abuso della custodia cautelare, tema più volte citato dal Ministro durante la conferenza. Gli abbiamo rammentato che durante i question time, rispondendo alle sollecitazioni di Forza Italia, in particolare del deputato Calderone che puntava ad escludere il rischio di reiterazione del reato dalle esigenze cautelari, il Guardasigilli aveva sempre sostenuto che ci stava lavorando la Commissione Mura. Approfittando della presenza del dottor Mura abbiamo chiesto lumi sugli esiti dei lavori della Commissione e anche qui ci è stato risposto da Nordio, quasi non volendo ricordare di aver dato quelle risposte alla Camera, che nulla si farà su questo fronte ma che si risolverà tutto grazie al gip collegiale la cui entrata in vigore sarà però probabilmente procrastinata, come desiderato dall’Anm. Presente alla conferenza anche l’avvocato Irma Conti, in rappresentanza del Collegio nazionale dei diritti dei detenuti: “occorrono soluzioni differenziate e di continuità per la effettività della funzione rieducativa. Questa opportunità lo rappresenta anche per il coinvolgimento del terzo settore”. Condivisione del progetto è arrivata anche da Salvatore Sciullo, vice presidente della Camera Penale di Roma. Seduto accanto a lui Francesco Greco, presidente del Cnf: “Le strutture residenziali possono rappresentare uno strumento concreto ed efficace per favorire il ritorno alla vita produttiva, ridurre il rischio di recidiva e contribuire a una necessaria funzione deflattiva del sistema penitenziario”. Critico invece Patrizio Gonnella, presidente di Antigone che così ha commentato con noi: “Vedremo quello che accadrà. Dal 2022 sono accadute solo cose negative e siamo in piena crisi penitenziaria data da bulimia e schizofrenia normativa. Attenzione, mille volte attenzione, affinché non siano questi embrioni di privatizzazione ed esternalizzazione della pena” e ha concluso sulla proposta illustrata ieri: “Sono misure che comunque non produrranno effetto prima di un anno e nel frattempo le carceri scoppiano”. Al massimo 3mila e non prima di settembre. Il piano per alleggerire le carceri non è quel che si aspettava di Federica Olivo huffingtonpost.it, 22 maggio 2026 Dovevano essere 5mila le persone a passare ai domiciliari nel corso dei difficili mesi estivi. Ma alla fine la platea è stata ridotta in partenza. Saranno esclusi i tossicodipendenti, chi ha ricevuto un provvedimento di espulsione, le persone con problemi psichiatrici, quelle che hanno restrizioni particolari o hanno avuto sanzioni. E le strutture di accoglienza ancora non ci sono. L’estate è alle porte. Lo è anche il caldo infernale che si respira nelle carceri quando arriva quella che fuori dai muri di cinta delle prigioni viene definita “la bella stagione”. Ma le promesse del governo, quelle di rendere il carcere un po’ più vivibile all’arrivo del caldo torrido, saranno disattese. Ancora una volta. Era stata annunciata una misura straordinaria che avrebbe “dato un gran contributo per abbattere il sovraffollamento”: fonti del ministero parlavano di 5mila detenuti fuori dal carcere entro l’estate. Sarebbero stati, era l’indiscrezione, accolti in case famiglia e strutture simili, con una “sorveglianza minima” da parte della Polizia penitenziaria. Peccato che all’annuncio non corrispondano i fatti. Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha presentato oggi questo piano del governo per alleggerire le carceri sovraffollate e funestate dai troppi suicidi. Una conferenza stampa in pompa magna, con tutti i sottosegretari e alcuni capi di Gabinetto. Dietro la propaganda però si cela l’inghippo. Eccolo: non saranno 5mila i detenuti che usciranno dalle carceri seguendo questo programma. Saranno, se va bene, 2-3mila: si tratta, spiega una fonte del ministero a margine della conferenza stampa, di detenuti che potrebbero accedere agli arresti domiciliari (perché hanno da fare una pena inferiore a 4 anni), ma non hanno un domicilio. La platea sarebbe ben più ampia, ma è stata ridotta in partenza. Saranno esclusi i tossicodipendenti, coloro che hanno ricevuto un provvedimento di espulsione, le persone con problemi psichiatrici, quelle che hanno restrizioni particolari o hanno avuto sanzioni durante la detenzione. La platea dunque si riduce quasi della metà rispetto all’annuncio iniziale, ma non è tutto. Perché i detenuti non potranno uscire, come avevano promesso dal ministero retto da Carlo Nordio, “a brevissimo.” Tantomeno entro l’estate. Per una ragione molto semplice: le comunità che dovrebbero accoglierli ancora non ci sono. E le poche che si sono mostrate interessate ancora non sono state vagliate dal ministero. Finora solo sette strutture in tutto il Paese si sono fatte avanti. A domanda dei cronisti, non è stato spiegato quanti detenuti potrebbero ospitare, né dove sono collocate. Il 30 maggio si chiuderà la prima finestra in cui le comunità possono mostrare disponibilità. Solo a quel punto il ministero valuterà quante sono in tutto e se sono idonee. Una volta stilato l’elenco, gli avvocati potranno iniziare a fare domanda per far uscire i loro assistiti. Le domande finiranno al magistrato di sorveglianza, che le dovrà valutarle. E già arrivano i primi allarmi sul carico di lavoro in arrivo in uffici a corto di personale. Le stime fatte dai tecnici del ministero davanti ai cronisti inducono a pensare che per vedere effetti concreti si andrà ben oltre l’estate: “Dovremmo essere a regime entro poco meno di un anno”, è l’indicazione. Se si riesce a essere particolarmente celeri con quella che viene definita “la prima finestra”, qualche detenuto potrebbe uscire entro il 2026, ma non prima di settembre. Quando il progetto avrà consistenza, i reclusi potranno entrare nelle strutture per un periodo di otto mesi, rinnovabile. La misura è subordinata a un patto: potrà entrare in struttura chi, avendo già gli altri requisiti, accetta un piano rieducativo in cui è incluso il lavoro. Nonostante per il progetto sia stata stanziata una somma di 7 milioni, una parte dello stipendio che il detenuto percepirà con il suo lavoro andrà allo Stato. Un meccanismo, quest’ultimo, che suscita qualche dubbio. Così come molti dubbi suscitano i tempi dell’operazione - che sono troppo lunghi per una misura che dovrebbe essere emergenziale - e la poca trasparenza sulle strutture di accoglienza. Insomma: la misura che era stata presentata come “la rivoluzione copernicana” in realtà va poco oltre le buone intenzioni. I toni trionfalistici però restano: “Non è facile - dice Nordio - creare un sistema non carcerocentrico, ma neanche indulgenziale”. Parole che, comunque le si declini, sono ben lontane dalla realtà di un governo che ha creato molti reati in più per cui è previsto il carcere. E che sulla vivibilità dei penitenziari ha fatto, in quasi quattro anni, solo promesse Per non smentire l’ormai antica consuetudine degli annunci, ecco che in sede di conferenza stampa ne arriva un altro. E anche in questo caso viene definito “rivoluzione copernicana”. Riguarda la creazione di un sistema per far uscire dal carcere i detenuti tossicodipendenti (che sono circa 15mila) e farli ospitare da comunità ad hoc. Quale sistema? Come spiega il sottosegretario alla Giustizia Andrea Ostellari nessuna novità: semplicemente il governo nelle prossime settimane rilancerà un progetto di legge che è già in Senato. E che, se tutto va bene, sarà approvato entro la fine della legislatura. Intanto le carceri, che ormai sfiorano i 65mila detenuti, continueranno a essere le stesse: chiuse, sovraffollate, prive di attività ricreative, con detenuti in difficoltà e operatori che non riescono più ad aiutarli. Emergenza carceri, paradigma da cambiare di Paolo Doni laprovinciaunicatv.it, 22 maggio 2026 In 11 istituti penitenziari italiani, sui 102 ispezionati nel corso del 2025 dall’associazione Antigone, erano presenti celle prive di riscaldamento, in 47 celle senza acqua calda, in 53 celle senza doccia. In 23 istituti il wc si trovava nello stesso ambiente in cui si cucina… Sempre nel medesimo rapporto si legge che tra i detenuti italiani sono registrate 9,4 diagnosi psichiatriche gravi ogni 100, il 21,1% assume farmaci stabilizzanti dell’umore, antipsicotici o antidepressivi, il 46,5% ricorre a sedativi o ipnotici. Solo il 3,8% delle persone detenute è impiegato alle dipendenze di un datore di lavoro esterno. Esistono carceri dove ormai la popolazione detenuta sfiora le 600 unità e dove la tossicodipendenza riguarda oltre 200 soggetti e nei quali ci sono un solo operatore del Sert con un appoggio part-time, sei educatori e quattro psicologi. E una volta fuori? Comunità terapeutiche piene, una psichiatria territoriale che non regge il passo e un’offerta abitativa largamente insufficiente a una domanda di bassa soglia. Condizioni ideali per il meccanismo della cosiddetta “porta girevole”: chi esce, ha buona probabilità di tornare in strada e di lì a poco di rientrare in carcere. Quasi il 46% dei detenuti è già stato in carcere fino a 4 volte. Il risultato è che il sistema penitenziario del Paese è al collasso, con 64.436 persone detenute al 30 aprile(46.318 i posti disponibili). Dal 2022 ci sono 8mila detenuti in più, senza che di contro il numero dei reati sia aumentato, anzi. Così anche le pene alternative hanno registrato un incremento vertiginoso: oltre 99mila i soggetti sottoposti alle misure alternative nel 2025. Nel 2014 erano 31mila. Ma come si è arrivati fin qui? L’onda lunga del sovraffollamento viene da lontano, principalmente da una visione della pena che non appartiene solo a questa compagine di governo, ma che è trasversale alla politica e che si è progressivamente allontanata (almeno da vent’anni a questa parte) dalla cultura della rieducazione, principio sancito dal terzo comma dell’articolo 27 della Costituzione. Lo si vede con chiarezza dalla tendenza, tenue ma significativa, all’allungamento delle pene, ma anche dal progressivo allargamento del perimetro repressivo (per citare gli ultimi casi: la resistenza passiva in una protesta carceraria, l’organizzazione di un rave party, il blocco di strade o ferrovie adesso sono punibili col carcere). Nel rapporto di Antigone, a questo proposito, si ricorda che negli ultimi quattro anni sono stati introdotti 55 nuovi reati e più di 60 nuove aggravanti, che intervengono sul codice penale e su leggi speciali. A questo si aggiungono oltre 65 inasprimenti sanzionatori. C’è una distanza crescente tra la realtà, in cui c’è un diffuso disagio sociale che sfugge alle istituzioni e in cui il carcere funziona da contenitore indifferenziato e un certo populismo penale che vorrebbe risolvere i problemi seguendo esclusivamente una logica law & order. Nel mezzo, una stanchezza diffusa, anche nei media, che riflette un’indifferenza stratificata nel discorso pubblico che guarda con diffidenza le pratiche di integrazione e reinserimento, con buona pace delle statistiche che indicano con chiarezza come un detenuto che ha lavorato durante la pena abbia una probabilità di recidiva del 10% contro il 70% di chi non ha avuto questa possibilità. La chiave del cambiamento sta proprio in un ribaltamento del paradigma, facile a dirsi, ma sicuramente difficile da percorrere politicamente: la sicurezza dei cittadini non aumenta con l’aumento dei reati, ma con la riduzione delle disuguaglianze. Pochi medici e attese lunghissime: in carcere anche curarsi è impossibile di Fulvio Fulvi Avvenire, 22 maggio 2026 Ma sette sue dieci sono malati cronici. E ci sono quelli che fanno da badanti ai compagni di cella invalidi. Essere curati è un diritto che, in Italia, non si può negare neanche a chi si trova dietro le sbarre. Garantire condizioni sanitarie adeguate durante l’esecuzione della pena significa, per altro, contribuire al percorso di recupero della persona detenuta e al suo futuro reinserimento nella società. Eppure in celle affollate e malsane sono rinchiuse persone affette da patologie che, nei casi più gravi, non possono essere curate con le necessarie terapie determinando così un peggioramento e, talvolta, la morte. Secondo gli ultimi dati forniti da Antigone, il 70% circa della popolazione carceraria (al 30 aprile era di 64.436 unità) è affetto almeno da una malattia cronica psichiatrica, infettiva, cardiovascolare, oncologica, odontoiatrica o metabolica. Ma nei 189 istituti di pena mancano medici, infermieri, psichiatri e psicologi. Quelli che ci sono non bastano ad affrontare l’emergenza sanitaria che si intreccia con quella del sovraffollamento e con le altre carenze organizzative e finanziarie che pesano sul sistema carcerario. Sono circa 1.000, attualmente, i camici bianchi, precari e sottopagati, che prestano servizio nei penitenziari, uno per ogni 315 detenuti. Ne mancherebbero 1.700, secondo la Federazione italiana medici di medicina generale Fimmg-Medicina Penitenziaria. Ma le difficoltà non finiscono qui. “I detenuti che hanno bisogno di effettuare visite specialistiche e accertamenti diagnostici particolari come, ad esempio, una Tac, in strutture del Servizio Sanitario Nazionale, trovano quasi sempre ostacoli pratici e burocratici - spiega Alessandro Gargiulo, vice-presidente del Movimento Forense - perché la trafila è, come per tutti i cittadini, lunga, e le prenotazioni presso i Cup devono tenere conto delle “normali” liste d’attesa, che possono arrivare anche a sei-otto mesi. E accade spesso che il giorno stabilito per l’esame non siano disponibili agenti di polizia penitenziaria del nucleo traduzioni, perché sono in numero insufficiente e impegnati a scortare i reclusi ai processi. Così, il detenuto, non potendo essere accompagnato all’ospedale, viene riportato in cella: dovrà procedere a una nuova prenotazione e attendere chissà quanto tempo prima di fare l’esame, avere una diagnosi completa e, se possibile, potersi curare”. Nella Casa Circondariale di Napoli Secondigliano (1.575 reclusi su 1112 posti disponibili) saltano in media 100 visite specialistiche a settimana. A gennaio, su un letto dell’ospedale Cardarelli, dove era stato trasferito da pochi giorni, è deceduto l’ergastolano Giosué Chindamo, affetto da un tumore del sangue. Stava dentro da oltre 30 anni e prima di ammalarsi aveva intrapreso un percorso di riabilitazione sociale, si era laureato, scriveva poesie, dipingeva, seguiva un cammino di fede. “Il suo legale e il Garante dei detenuti della Campania, Samuele Ciambriello, si erano battuti perché, ormai dichiarato dai medici malato terminale, Giosué potesse vivere i suoi ultimi giorni a casa con la figlia - denuncia Gargiulo -, le sue condizioni di salute erano incompatibili con la vita detentiva ma non c’è stato nulla da fare: nessuno si è voluto prendere la responsabilità di una decisione del genere, nemmeno di fronte a certificati e perizie mediche inequivocabili”. Ci sono persone recluse che fanno, come volontari, da “badante” a compagni di cella invalidi, incapaci di vestirsi, lavarsi e mangiare da soli. “Accade a Poggioreale - dice il rappresentante del Movimento Forense - ma anche in altre carceri”. È il caso, per esempio, di Andrea R., detenuto a Velletri che ha accompagnato 24 ore su 24 fino all’ultimo un detenuto di 77 anni, “Zio Pippo”, colpito da un attacco ischemico e rimasto paralizzato. “A Parma un recluso inabile non poteva entrare con la carrozzina in cella perché la porta blindata è stretta e ogni volta, fermo sulla soglia, doveva buttarsi sulla branda facendosi piegare la sedia a rotelle da uno dei suoi tre compagni” racconta un agente. Gravi problemi di salute mentale riguardano il 12% dei detenuti. “Un fenomeno in crescita per il quale la cura dietro le sbarre è impossibile”, sottolinea Antigone. Come si affronta? Ricorrendo a “isolamenti” informali in spazi inadeguati e a un diffuso uso di psicofarmaci: il 46,5% delle persone ristrette fa uso di sedativi o ipnotici, medicinali con rilevanti effetti collaterali spesso utilizzati senza un quadro diagnostico definito. Le diagnosi psichiatriche gravi sono in media il 9,5% sul totale, ogni 100 detenuti vi è una presenza settimanale di uno psichiatra per 7 ore e di uno psicologo per 16 ore. Le REMS (Residenze per l’applicazione delle misure di sicurezza) attive sul territorio nazionale sono solo 31, con una capienza totale di 709 posti. E in lista d’attesa per entrare ci sono 872 reclusi. Fermiamo l’apartheid verso i detenuti psichiatrici di Sergio D’Elia* L’Unità, 22 maggio 2026 Le prigioni di oggi hanno preso il posto dei manicomi. Le Articolazioni per la Tutela della Salute Mentale (Atsm) hanno la stessa struttura degli Opg chiusi dieci anni fa, le regole di Mandela sono carta straccia. La prigionia di Nelson Mandela non ha solo liberato il Sudafrica, ha ispirato il mondo nella lotta di liberazione delle nazioni, unite dalla tortura e dai trattamenti inumani e degradanti dei prigionieri. Il suo corpo prigioniero ha stabilito le regole dell’ONU che portano il suo nome. Esse fissano il Diritto Umano, vale a dire il Limite dello Stato, invalicabile dal potere costituito, nel momento e nel modo in cui tratta i carcerati. Se il limite è superato, lo Stato di Diritto diventa Stato di Torto, e può sfociare nella tortura o in punizioni o trattamenti crudeli, inumani e degradanti. Nel 2015 l’Assemblea Generale dell’ONU ha adottato alcune regole di condotta, dette appunto “Mandela”, per porre un argine al potere degli Stati nel momento del giudicare, del condannare, del sorvegliare, del punire e isolare un essere umano. C’è la regola 44 che dice che è isolamento il confinamento per 22 ore o più al giorno in una cella senza significativi contatti umani e che è isolamento prolungato quello superiore a quindici giorni consecutivi. C’è la regola 43 che considera l’isolamento a tempo indeterminato una forma di tortura. Non è solo la sua durata, il luogo di detenzione può rendere la tortura ancor più crudele, la punizione inumana, il trattamento degradante. Le celle di isolamento si trovano di solito nei bassifondi del carcere. Alle finestre di pochi centimetri quadrati c’è una prima linea di sbarre e poi una rete metallica e poi ancora la bocca di lupo. Impediscono alla vista di vedere anche il muro di cinta, alla luce di illuminare la stanza, all’aria di scorrere libera. A volte, la cella è detta “liscia” perché tutto è inchiodato alla parete o piantato al pavimento: branda, tavolo, sedile, armadietto, lavabo. Spesso, tutto è “a vista”, anche il gabinetto, che può essere una tazza di ceramica, un water d’acciaio o un “cesso alla turca”. L’ora d’aria si svolge, uno alla volta, in una vasca di cemento senza proporzione, la base di pochi metri quadri, le mura altissime e sopra, come tetto, una rete da pollaio. Franco Basaglia ha aperto i manicomi a tal punto da chiuderli. A Trieste, quando il cavallo Marco che tirava il carretto con la biancheria sporca è andato in pensione, i matti ne hanno costruito uno in cartapesta azzurra alto tre metri, troppo alto per passare dal portone. Allora, Basaglia ha fatto demolire il battente superiore. Un corteo di centinaia di pazienti, infermieri e medici, in testa il monumento equestre, è uscito dal manicomio e ha attraversato la città. È stato un incontro storico tra il dentro e il fuori, l’inizio della fine delle gabbie per matti. Una volta, Basaglia, i matti li ha fatti anche volare. Ha convinto l’Alitalia a farli salire su un aereo. Dall’alto del cielo i matti hanno visto la città di Venezia, Trieste e il loro manicomio, sempre più piccolo, sempre più lontano, fino a scomparire dalla faccia della terra. Le carceri di oggi hanno preso il posto dei manicomi di allora. Le celle lisce di isolamento e gli psicofarmaci hanno sostituito i letti di contenzione, le camicie di forza e l’elettroshock. Ho visto coi miei occhi brande prive di materasso, lenzuola e cuscino, piantate su un pavimento di cemento ricoperto di cibo, urina ed escrementi. Ho visto corpi nudi con una coperta lercia sulle spalle segnati da cicatrici per i continui atti di autolesionismo. Ho visto persone sorvegliate a vista giorno e notte perché a rischio di suicidio. Una pena vedere: non solo il condannato a vivere in quel luogo, anche il suo custode, condannato a lavorare ogni giorno in un tale degrado umano e ambientale. Gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari sono stati definitivamente chiusi dieci anni fa. Le Articolazioni per la Tutela della Salute Mentale (ATSM) delle carceri giudiziarie hanno preso il loro posto. Ho visitato quelle di Barcellona Pozzo di Gotto e di Reggio Emilia: la struttura è quella dei vecchi OPG, anche le scritte sui muri li ricordano. A Barcellona OPG, una volta, i matti venivano caricati su un pulmino e portati al mare, a prendere il sole e a fare il bagno. A Barcellona ATSM, non si vede mai il sole, il cortile dell’aria ha una pensilina, due lati in muratura e gli altri due sono cancellate alte 8 metri con in cima il filo spinato. A Barcellona ATSM, esiste una piscina, ma non si fa più il bagno, è dismessa da tempo e, dice ironicamente un internato, “serve solo per la coltivazione delle zanzare”. Il 24 aprile scorso, nell’ATSM di Reggio Emilia, è morto un detenuto georgiano paziente psichiatrico. Era rientrato da un paio di giorni dall’ospedale dove era stato sottoposto a Trattamento sanitario obbligatorio. Era in attesa di essere trasferito in una REMS (Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza). Invece è stato riportato in carcere e isolato in una cella senza sorveglianza. Si è impiccato lì, alle nove di sera. Aveva 35 anni. In questi luoghi, la sola permanenza induce alla pazzia. In questi luoghi i “pazzi” non ci dovrebbero stare. Nelle ATSM, non tutti lo sono, non tutti ci sono. Francesco, ad esempio, detenuto a Reggio, si dimostra più ragionevole dei suoi “detenenti” e, spesso, con loro è anche empaticamente risonante. Ma viene rimproverato quando scrive piccoli tatzebao che poi affigge sui muri della sezione con sacrosanti richiami a principi e regole nazionali e internazionali sul trattamento dei detenuti. La Regola Mandela 39 invita le amministrazioni penitenziarie ad astenersi dall’adottare sanzioni disciplinari qualora la condotta di una persona detenuta è una conseguenza diretta della sua malattia mentale. La Regola 109 dice che in caso di disabilità mentali o problemi di salute gravi la detenzione deve essere in un ospedale, non in un penitenziario. La regola 45, stabilisce che, in ogni caso, è proibito l’isolamento dei detenuti che abbiano disabilità mentali e fisiche quando le condizioni possano aggravarsi in ragione della misura applicata A queste regole voglio fare appello per dire che occorre porre fine se non alla carcerazione stessa, almeno alla pratica dell’isolamento dei “detenuti psichiatrici” e a ogni forma di uso “minacciato” o praticato, di trasferimento o procedimento disciplinare. Tali pratiche sono in netto contrasto con l’approccio empatico e non giudicante, il solo in grado di prevenire l’insorgenza di eventi critici aggressivi o autolesivi. Non aiutano il percorso terapeutico e riabilitativo (im)possibile in contesto carcerario, (tant’è) che ha portato giustamente alla chiusura degli OPG. L’Alleanza Terapeutica e l’empatia tra medico e paziente sono fondamentali. Le relazioni affettive, il coinvolgimento dei famigliari, ancor più nel caso di pazienti psichiatrici, rientrano necessariamente in questa santa alleanza terapeutica. Non solo le Regole Mandela, lo stesso Ordinamento penitenziario italiano pone un forte accento sul mantenimento dei rapporti familiari come parte integrante del trattamento rieducativo e del rispetto della dignità umana del detenuto. È assurdo pensare di curare la salute mentale in carcere. Il carcere è una istituzione inutile e dannosa, un’organizzazione criminale e criminogena. Dopo aver chiuso gli OPG, l’aver aperto sezioni come l’ATSM non ha rappresentato una soluzione di continuità per i pazienti detenuti, che soffrono doppiamente: la malattia mentale e la carcerazione. Ciò è intollerabile anche per i “detenenti” che sanno bene l’assurdità di avere pazienti psichiatrici detenuti. In quasi tutti gli istituti di pena del nostro Paese, nell’ufficio del direttore campeggia la foto del Presidente della Repubblica, lungo i corridoi che portano alle sezioni detentive i murales di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e nelle biblioteche del carcere, raramente, il regolamento d’istituto. Nei braccetti del 41 bis, nelle sezioni dette di “ordine e sicurezza”, nelle celle d’isolamento disciplinare e di sorveglianza particolare, dove sono ridotti a zero significativi contatti umani, dove il diritto diventa torto, e tutto si torce nel senso della tortura, lì, invece, si pregano Gesù Cristo e il suo Vangelo, si invocano Nelson Mandela e le sue Regole. Quando il volto sorridente dell’ex Presidente del Sudafrica sarà incorniciato nella stanza del direttore accanto a quello del Presidente della Repubblica italiana, quando le Regole Mandela saranno citate sulle pareti dei corridoi, affisse nelle bacheche delle sezioni e messe a disposizione dei detenuti, stampate nella loro lingua, nella biblioteca del carcere al posto del regolamento che non c’è, allora, avremmo compiuto una piccola rivoluzione simbolica e culturale, potremmo dire che Mandela è vivo e che, forse, è anche finito l’apartheid nelle carceri del nostro Paese. *Segretario di Nessuno Tocchi Caino Il populismo mediatico-penale ha ridotto i processi a una rissa da Var del calcio di Maurizio Crippa Il Foglio, 22 maggio 2026 Il pubblico non pagante del true crime non accetta giudizi opposti senza ululare. Ma le disparità di valutazione dei tribunali rendono il sospetto più facile. Perdonerete il paragone abusato, non è per abbassare ogni volta i temi gravi, giustizia o politica, ai livelli del calcio. Purtroppo però è il modello del calcio - facile, binario, vocato all’urlo selvaggio - ad avere da tempo occupato quegli spazi. La giustizia in primis. Dunque il modello Var. Se la camera di consiglio degli arbitri dà rigore alla tua squadra, è inappellabile. Se lo dà agli altri, la contestazione è rumorosa e il sospetto è la naturale chiave di lettura. Per citare ancora il giudice Garapon, è “il sogno di un accesso alla verità liberata di ogni mediazione procedurale”. Tutto il resto è “insopportabile”. Che si tratti di una metastasi innanzitutto del sistema mediatico e sociale lo ha ricordato ieri Gian Domenico Caiazza: siamo ormai a “un incivile Hellzapoppin’, un cabaret dell’inferno”. Gli esempi infiniti. La legittimità di essere informati, e anche di avere opinioni, su inchieste e sentenze non si discute. Proprio ieri sul Foglio abbiamo segnalato come “opinabile” la sentenza milanese che ha condannato a 20 anni l’autore del tentato omicidio di Davide Cavallo. Forse, nella media delle sentenze su casi simili, un eccesso discutibile di esemplarità. Per contro molti hanno esultato per quella durezza, anzi ce ne voleva di più. È di questi giorni la polemica per l’assoluzione dei due accusati di stupro dell’atleta Fernanda Herrera, “il fatto non sussiste”. Ma in questo caso molta parte dell’opinione pubblica critica apertamente la risultanza del processo. Opaca e lassista. A El Koudri non è stata contestata l’aggravante di terrorismo: ma in questo caso la mitezza del gip è stata accolta bene. La riapertura delle indagini per la morte sul lavoro di Luana D’Orazio è stata salutata come un coraggioso atto di giustizia. Eppure una sentenza era già stata emessa. Perché allora non si dovrebbe riaprire Garlasco? Insomma si giudicano i giudici a squadre, esattamente come gli arbitri del pallone. Squadre non necessariamente coinvolte nei fatti, si badi: è lo spettacolo, il “ricorso selvaggio all’opinione pubblica”. Come dice Caiazza, un inferno. Ma c’è ovviamente l’altro lato della medaglia, il processo al Var. Che succede infatti se l’arbitro, il giudice, o il sistema di giustizia in quanto tale presta il fianco ad accuse o sospetti - a semplici impressioni sociali - di parzialità, di non equilibrio? La sentenza sulla strage di Viareggio è sommersa da critiche perché giudicata poco esemplare. La condanna dell’ex ad di Aspi Castellucci per il disastro autostradale di Avellino è apparsa a molti una forzatura “esemplare”, eppure proprio per questo è stata salutata da entusiasmi popolari (o populisti). Raffaele Sollecito dice di non credere più nella giustizia, dopo essere stato assolto in Cassazione nel processo numero cinque. Che dovrebbe dire Stasi? E che dire delle inchieste urbanistiche di Milano in cui i magistrati usano termini come “eversione”, “allarme sociale” per poi essere pesantemente smentiti (accuse “svilenti”) in giudizio? Quanti sono i processi in cui le disparità di valutazioni hanno generato perplessità? Ovvio e legittimo, a decidere è il principio del libero convincimento del giudice, fino al punto che una prova schiacciante per un tribunale risulti insufficiente per un altro. E si torna alla true crime del momento, Garlasco. Difficile che i diretti interessati e il pubblico (non) pagante accettino serenamente la possibilità di giudizi opposti senza ululare. Come hanno capito nel calcio, il Var non sempre funziona. Gilberto Cavallini, a 73 anni, espia un “fine pena mai” di Simona Bonfante Il Riformista, 22 maggio 2026 La semilibertà gli era stata attribuita con merito, oggi è in isolamento. Controllato da telecamere anche in bagno. Da 43 anni in galera, da 8 riconosciuto rieducato al punto da beneficiare della semilibertà, un altro uomo rispetto al terrorista che fu. Gilberto Cavallini, ex Nar, espia un fine pena mai. Dopo l’ultima condanna definitiva per la Strage di Bologna, a Cavallini, 73 anni, viene revocata la semilibertà e inflitti tre anni di isolamento diurno. Con l’avvocato Gabriele Bordoni cerchiamo di capire l’irragionevole implacabilità di questa punizione. L’ultima sentenza per Bologna è di gennaio 2025. Cosa succede dopo? “Viene emesso l’ordine di esecuzione pena, ma senza pregiudicare la semilibertà. Dopo alcuni mesi però emerge la sanzione accessoria dell’isolamento diurno, che ha una estensione massima di tre anni e interviene quando una persona viene condannata per più ergastoli. Il punto è dirimente: l’isolamento è incompatibile con la semilibertà. Il giudice di Sorveglianza di Perugia, con una decisione sofferta, dà atto che Cavallini si era meritato la misura alternativa, che aveva manifestato pienamente la propria rieducazione, che quindi la semilibertà gli era stata attribuita con merito. Nonostante questo il giudice si vede obbligato a revocarla. Cavallini viene mandato in isolamento diurno. Dal 6 novembre scorso è chiuso, non vede più nessuno. Interrotti i rapporti con i familiari e col ragazzo disabile cui prestava assistenza e che vive adesso in una condizione spaventosa, tanto da aver scritto ai giudici perché sapessero quale disastro derivasse anche a lui dalla punizione al Cavallini. Abbiamo fatto ricorso in Cassazione perché è impensabile che un soggetto rieducato possa vedersi ributtato nel più profondo del carcere. L’effetto rieducativo riteniamo debba essere privilegiato rispetto all’effetto sanzionatorio. Ma con decisione del 19 marzo la Corte di Cassazione non ha ritenuto che fosse così. Attendiamo le motivazioni e ci riserviamo di compulsare il giudice di Strasburgo. Anche perché quell’isolamento diurno Cavallini l’aveva già scontato presso il carcere di Opera, al quale tuttavia non risulta, né in senso positivo né in senso negativo. Abbiamo fatto ricorso in Cassazione anche su questo aspetto”. E cosa ha deciso la Cassazione? “Il 7 maggio scorso ha deciso di confermare la pena dell’isolamento. Noi ritenevamo che in questa incertezza dovesse essere privilegiata la parola di Cavallini, invece evidentemente ciò non è stato condiviso e la Corte ha rigettato il nostro ricorso”. Cavallini ora è a Rebibbia in isolamento diurno. Cosa vuol dire, in concreto? “Quest’uomo di fatto è recluso in un ambiente che è stato costruito apposta per lui all’interno della casa di reclusione. In questo ambiente trascorre le intere 24 ore, presidiato da videocamere che non gli lasciano nessuno spazio di riservatezza di nessun tipo. Non può incontrare nessuno se non i propri difensori”. Le telecamere hanno la funzione di prevenire il suicidio? “Sì perché si dà per scontato che una persona in quelle condizioni abbia un elevato rischio auto-soppressivo. Ti mettono le telecamere anche nello spicchio dedicato al bagno per controllare che non assumi atteggiamenti estremi”. Il principio è: ti tolgo la dignità perché tu non ti tolga la vita! “Diciamo così. Noi non chiediamo pietà per Cavallini, invochiamo soltanto dei presidi costituzionali. Cavallini è un uomo integro, intellettualmente onesto, però è un uomo provato di 73 anni, quindi non gli si può chiedere l’eroismo. Secondo me di umanità qui c’è ben poco e anche di rispetto della Costituzione. Vediamo se almeno il giudice a Strasburgo prenderà i nostri argomenti in considerazione”. Milano. In morte di Giuliano, il detenuto dializzato che è evaso dalla vita di Massimo Iondini Avvenire, 22 maggio 2026 Non si è presentato all’appuntamento della sua terapia, alle porte di Milano, nel Centro specializzato dov’era ospite fisso, a prova di evasione. I suoi racconti di una vita passata dietro le sbarre, che si è fatta troppo pesante da portare avanti. “Il signor Giuliano B. invece non verrà”. Solo questa frase, consegnando una cartella ai due infermieri del Centro dialisi di Corsico e accompagnando un altro detenuto per la consueta seduta trisettimanale. “Cioè, mi sta dicendo che domani salterà la seduta?”. “No, non verrà più. Si è ucciso. Ieri, in cella, con il gas”. Il gelo e lo sconcerto. Una profonda commozione investe Laura e Federico, che quel giorno sono di turno al Cal (Centro di assistenza limitata) in fondo a via Lorenteggio, a sud di Milano. Un distaccamento della Nefrologia dell’Ospedale Ca’ Granda di Niguarda. Lì da anni si recava Giuliano B. per sottoporsi tre volte a settimana alla dialisi. Arrivava a bordo di un cellulare degli agenti penitenziari di San Vittore, e quattro ore dopo era lì, nell’atrio del Cal ad aspettarli, oppure loro attendevano lui. In ogni caso non si fermavano mai. Non c’era bisogno di sorvegliarlo. Era persino capitato che gli agenti fossero in ritardo sulle quattro ore di seduta e Giuliano B. fosse frattanto uscito nel giardino del Centro dialisi a fumarsi una sigaretta. “Se arrivano, dite pure che sono qua fuori”. Il Centro di assistenza limitata era per lui Casa. Non circondariale. Era la sua “illimitata” ora d’aria. Lì non depurava soltanto il sangue con l’emodialisi. Provava a depurare una vita, la sua. Iniziata già in carcere, con i suoi genitori pregiudicati. Tra le mura di una prigione è andato anche a scuola, quella poca che ha fatto. Un predestinato. Ma al contrario. Così la “benedizione” della dialisi gli consentiva di uscire, di godere tre volte alla settimana di cura, attenzione, ascolto, confidenza, gentilezza, sensibilità. La malattia gli consentiva uno scampolo di normalità. E lui ricambiava offrendo. La sua chiavetta ricaricabile era in piena attività. Chi vuole il caffè? Un cappuccino? Era anche il modo di Giuliano B. di esserci, di manifestarsi, di dire grazie a un’accoglienza. Sanitaria e simil-domestica insieme. Comunque diversa e finalmente bella. Non come quando proclamava la sua esistenza in carcere. Magari ingoiando una biro. Per protesta contro il regime carcerario? No, protestava contro la sua vita che non gli andava giù. Proprio come quella biro. Quando esco, diceva, mi prendo un piccolo appartamento e un cane. Un cane non piccolo, però. Forse perché, passeggiando per la città, gli altri vedendo quel grosso cane vedessero anche lui. Discorsi da Centro dialisi, e da uomo che si immaginava libero ad assistenza limitata. Ad ascoltarlo raccontare i suoi ricordi di cella e i progetti futuri c’eravamo soltanto gli infermieri e noi colleghi di emodialisi. Dal penitenziario era anche uscito, in passato, Giuliano B., salvo rientrarci immancabilmente per trasgressione delle consegne. Fuori da lì non ci sapeva stare. Non ci poteva stare. E poi in cella lui aveva tutto quello gli serviva, persino un fornello per cucinare che la direzione gli aveva concesso. Con il bonario disappunto degli infermieri del Centro dialisi, però. Perché Giuliano B., benché fosse calabrese, amava prepararsi la polenta. Facile da cucinare, calda e consolatoria. Ma inadatta a un dializzato perché contiene troppa acqua, poi da smaltire in dialisi. Ma la polenta, tra volume e calore, riempie vuoto di stomaco e vuoto di senso. Come la schiuma dello shampoo di Gaber, che è come la mamma. Mercoledì scorso non è però bastata a silenziare il grido di Giuliano B. Così quel gas non l’ha più usato per cucinare ma per addormentare, assieme al suo corpo sotto le coperte nel letto di cella, una vita che non l’aveva mai voluto prendere per mano. Lecce. Suicidio nel carcere, la Uil denuncia sovraffollamento record Il Dubbio, 22 maggio 2026 Un detenuto egiziano di 26 anni è stato trovato impiccato in cella. De Fazio: “Il sistema toglie speranza”. Un altro detenuto si è tolto la vita in carcere. Questa volta è accaduto nella Casa circondariale di Lecce, dove un uomo di 26 anni, egiziano, è stato trovato impiccato nella sua cella del reparto “precauzionale”. Avrebbe finito di scontare la pena nel 2029. A darne notizia è Gennarino De Fazio, responsabile della Uil Fp Polizia penitenziaria, che parla di un sistema ormai allo stremo. Il numero dei detenuti suicidi dall’inizio dell’anno sale così a 25, due dei quali a Lecce nel giro di pochi giorni. Il primo episodio era avvenuto il 13 maggio scorso. A questi dati, ricorda il sindacato, si aggiungono anche due operatori. La denuncia della Uil dopo il suicidio a Lecce - De Fazio usa parole durissime per descrivere la condizione degli istituti penitenziari. “Sale così a 25 il numero dei ristretti che si sono tolti la vita dall’inizio dell’anno, di cui 2 a Lecce in pochi giorni, ai quali bisogna aggiungere 2 operatori in un sistema carcerario che, palesemente, a dispetto del motto della Polizia penitenziaria, “despondere spem munus nostrum”, come in un girone dantesco toglie ogni speranza a chi vi è ristretto e non di rado anche a chi vi lavora”, afferma il dirigente sindacale. Il caso di Lecce diventa, nella lettura della Uil, il simbolo di una crisi più ampia, fatta di sovraffollamento, carenza di personale e difficoltà operative quotidiane. A Lecce 1.419 detenuti per 787 posti - Secondo i dati forniti da De Fazio, nel carcere di Lecce sono presenti 1.419 detenuti a fronte di 787 posti disponibili, con un tasso di sovraffollamento pari al 180%. A gestire l’istituto ci sono 578 operatori di Polizia penitenziaria, mentre ne servirebbero almeno 742. La carenza, dunque, è del 22%. La situazione appare ancora più critica nel blocco detentivo in cui è avvenuto il suicidio. “Nel blocco detentivo in cui avvenuto il suicidio 2 soli agenti devono sorvegliare 270 ristretti in 4 sezioni diverse, con tutto ciò che, giocoforza, ne consegue sia in termini di disfunzionalità operative sia per il carico di lavoro cui è sottoposto il personale, ormai sempre più stremato nelle forze e mortificato nel morale”, spiega De Fazio. Il quadro nazionale e l’appello al governo - La Uil allarga poi lo sguardo al sistema penitenziario nazionale. “Del resto, nonostante i ripetuti annunci del Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, a livello nazionale i reclusi ammontano ormai a 64.641, mentre i posti disponibili sono 46.293, e al fabbisogno della Polizia penitenziaria mancano almeno 20mila agenti”, sottolinea il responsabile della Uil Fp Polizia penitenziaria. Per il sindacato non bastano più annunci o interventi parziali. Servono provvedimenti immediati per ridurre la pressione detentiva, rafforzare gli organici, migliorare dotazioni e strutture, garantire assistenza sanitaria e avviare riforme complessive. “Noi lo ribadiamo, urgono immediati provvedimenti concretamente deflattivi della densità detentiva, per potenziare gli organici della Polizia penitenziaria, implementare gli equipaggiamenti, ammodernare le strutture, garantire l’assistenza sanitaria e avviare riforme complessive. L’estate non è ancora iniziata, ma il clima in carcere è sempre più rovente”, conclude De Fazio. Parma. Morto Enzo Santapaola, figlio di Nitto: era stato condannato per l’omicidio del cugino di Rosa Maria Di Natale La Repubblica, 22 maggio 2026 Era detenuto nel carcere di Parma dove stava scontando una pena a trent’anni. È morto nella notte all’ospedale Maggiore di Parma Vincenzo Salvatore Santapaola, conosciuto come Enzo, figlio dello storico capomafia catanese Benedetto Nitto Santapaola e di Carmela Minniti. Aveva 56 anni e il prossimo 2 giugno ne avrebbe compiuti 57. Da tempo era gravemente malato e le sue condizioni si erano aggravate negli ultimi giorni, fino al trasferimento in ospedale. La sua morte arriva a meno di tre mesi da quella del padre Benedetto, deceduto il 2 marzo scorso nel reparto di medicina penitenziaria dell’ospedale San Paolo di Milano, mentre era detenuto nel carcere di Opera, anche lui al 41 bis. Come il padre, anche Vincenzo Santapaola aveva disposto che il proprio corpo fosse cremato. Santapaola era detenuto nel carcere di Parma in regime di 41 bis. Stava scontando una condanna per associazione mafiosa e una pena a 30 anni di reclusione per l’omicidio del cugino Angelo Santapaola, commesso nel 2007. L’altro snodo centrale della sua storia giudiziaria fu l’inchiesta “Iblis”, una delle più rilevanti indagini antimafia sulla Cosa nostra catanese e sui rapporti tra clan, imprenditoria e politica. Vincenzo Santapaola fu arrestato nel marzo 2012 dai carabinieri del Ros: era sfuggito al blitz del novembre 2010 ed era rimasto irreperibile fino all’esecuzione della misura cautelare. Nel 2014, nel processo Iblis, fu condannato a 18 anni di reclusione per associazione mafiosa. L’indagine mise a fuoco non solo la continuità del potere dei Santapaola, ma anche il sistema di relazioni attraverso cui Cosa nostra etnea avrebbe continuato a condizionare affari, appalti e pezzi della vita pubblica catanese. Dopo l’arresto del padre capomafia, il ruolo di Vincenzo sarebbe emerso progressivamente all’interno degli assetti del clan, fino a essere indicato da collaboratori di giustizia come una figura di riferimento nella riorganizzazione della famiglia catanese. Bolzano. La vergogna del carcere, struttura vecchia e abbandonata a se stessa dove la quotidianità di detenuti (e agenti) è in un inferno di Martina Capovin Il Dolomiti, 22 maggio 2026 L’ultima visita di Antigone risale al 2023 ed è stata solo parziale, fermandosi agli uffici della direzione senza poter nemmeno accedere alle sezioni per raccogliere dati completi sul campo. A rendere ancora più amaro il bilancio per il capoluogo altoatesino è il confronto, decisamente impietoso, con i vicini di casa. Mentre via Dante affonda nei suoi problemi storici, la struttura di Spini di Gardolo a Trento viene esplicitamente citata nel report come un esempio virtuoso da seguire a livello nazionale. Il carcere trentino non solo può contare su una sezione femminile (del tutto assente a Bolzano), ma brilla per le attività di reinserimento: è terzo in Italia per il lavoro con datori esterni, con ben 80 detenuti su 392 che hanno l’opportunità di lavorare fuori dalle mura della prigione, gettando le basi per un reale recupero sociale. E sul fronte del tanto sospirato nuovo carcere di Bolzano, quello del quale si parla da 20 anni? La situazione resta un’odissea burocratica. Lo stallo, che si trascinava dal lontano 2013, sembrava essersi sbloccato a fine dicembre grazie a una riformulazione della legge di bilancio che ha creato la base giuridica per l’opera, seguita a gennaio dal via libera del Ministro della Giustizia Carlo Nordio al governatore Arno Kompatscher per trattare direttamente con il Commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria, Marco Doglio. Ma da allora, tutto è rimasto sulla carta. Le opzioni sul tavolo sono diverse - recuperare il vecchio progetto da 200 posti vinto nel 2011 dalla cordata Condotte, modificarlo o bandire una nuova gara da zero - ma la palla resta in mano a Roma e i tempi si preannunciano biblici. Anche perché il grande piano nazionale da 1,3 miliardi di euro promesso dal Commissario straordinario per recuperare oltre diecimila posti nel triennio sembra già fare acqua da tutte le parti: i dati reali del Ministero rivelano che nell’ultimo anno la capienza regolamentare in Italia, anziché aumentare, è addirittura calata di 27 unità. Milano. Detenuti al lavoro nei cantieri. Corsi di formazione nel carcere di Opera Il Giornale, 22 maggio 2026 L’accordo prevede lo svolgimento di attività lavorative edili, intramurarie e/o extramurarie, da parte di persone in stato di detenzione presso l’Istituto penitenziario di Opera. Incrementare le opportunità di lavoro tra le persone detenute e internate e favorire il loro reinserimento sociale attraverso percorsi di formazione, accompagnamento e inserimento professionale nel settore delle costruzioni. Sono gli obiettivi del nuovo protocollo d’intesa sottoscritto da Amministrazione penitenziaria di Opera, Assimpredil Ance e le sigle sindacali di Cgil, Cisl e Uil legate al settore, Umana spa e Fondazione Don Gino Rigoldi, con il sostegno di Intesa Sanpaolo. Il nuovo accordo dà continuità al percorso avviato nel 2023, che ha portato alla realizzazione della Scuola Edile all’interno della Casa di Reclusione di Opera e all’inaugurazione, nel 2024, di un laboratorio stabile e appositamente attrezzato per la formazione professionale in ambito edile. In sintonia con l’articolo 27 della Costituzione, il protocollo ha lo scopo di favorire l’accesso al lavoro all’esterno delle mura per le persone detenute, anche attraverso attività formative propedeutiche all’inserimento lavorativo. La Direzione del carcere potrà inoltre segnalare candidati meritevoli che, pur non risultando immediatamente idonei al lavoro esterno, possano partecipare ai percorsi formativi. L’accordo prevede lo svolgimento di attività lavorative edili, intramurarie e/o extramurarie, da parte di persone in stato di detenzione presso l’Istituto penitenziario di Opera. Le attività potranno essere svolte nei cantieri edili provinciali o consistere in mansioni di natura impiegatizia, secondo le opportunità disponibili, le esigenze delle aziende e le possibilità dei singoli detenuti, nell’ambito dei programmi di trattamento predisposti dalla direzione dell’Istituto e sottoposti alla magistratura di sorveglianza. Le attività lavorative realizzate in applicazione del protocollo dovranno essere regolarmente disciplinate e retribuite. Inoltre, per l’attuazione dell’accordo è istituita una cabina di regia con il compito, tra l’altro, di elaborare proposte e azioni utili, raccordare le attività, valutare l’estensione della partecipazione ad altri soggetti e promuovere le iniziative di comunicazione e valorizzazione del progetto. La segreteria tecnica avrà sede presso Assimpredil Ance. Il Protocollo ha una validità triennale. Verona. Berti assume sei detenuti: “Conta la voglia di lavorare, giusto dare a tutti una seconda possibilità” di Alessandro De Pietro L’Arena, 22 maggio 2026 Nell’azienda di macchine agricole. La direttrice del carcere Bregoli: “Quando a una persona si dà fiducia, mi riferisco ad una persona detenuta, è molto raro che non l’apprezzi e non ne faccia tesoro”. Trasformare una necessità in opportunità. Per tutti. Una delle grandi regole dell’imprenditoria, applicata alla lettera da Alessandra e Filippo Berti. Assumendo sei lavoratori detenuti nel carcere di Montorio. Chi alla preparazione del materiale, chi alla verniciatura, chi al montaggio. Berti Macchine Agricole, sede a Caldiero, esporta oggi in 60 Paesi, ha 110 dipendenti e una connessione fortissima col territorio. “A noi interessava soprattutto gente che avesse voglia di lavorare. Convinto che in ogni persona ci sia del buono. E che sia corretto dare a tutti una seconda possibilità”, la base di Filippo Berti, anche presidente del Caldiero calcio, da sempre impegnato nel sociale. “Una bellissima esperienza”, l’istantanea di Berti, “bello anche come tutti siano stati accettati dai colleghi. Uno di loro, da sempre uno dei più “ostici”, in una riunione indicando uno dei detenuti ad un certo punto ha detto che avremmo potuto fare a meno di tutti tranne che di lui. Tutti si sono fatti voler bene fin dal primo giorno, animati pure da tanta voglia di imparare”. Ogni tassello è andato ben presto al proprio posto. “Quando ad una persona si dà fiducia, mi riferisco ad una persona detenuta, è molto raro”, racconta Mariagrazia Bregoli, direttrice del carcere di Montorio, “che non l’apprezzi e non ne faccia tesoro. Proprio perché serve ad innalzare il livello di autostima, sentendosi prima di tutto cittadini attivi. Non diversi, ma uguali agli altri. Che lavorano, che producono, che si inseriscono nella società e soprattutto che mantengono le proprie famiglie. Io vedo gli stipendi. Molto buoni, assolutamente identici a quelli di qualsiasi altro lavoratore. Una volta tuttavia il responsabile di una cooperativa veneta, non veronese, mi rispose che ai detenuti sarebbe bastato dargli i soldi per le sigarette piuttosto che garantirgli i diritti di un normale lavoratore come avevo premesso io. Un approccio davvero intollerabile che chiuse definitivamente ogni possibilità di collaborazione”. A favore degli imprenditori anche una convenzione per gli sgravi fiscali, riconosciuti dalla Legge Smuraglia del 2000, per le aziende che assumono detenuti. “In carcere”, prosegue Bregoli, “ce ne sono quasi seicento e tanti hanno voglia di lavorare con impegno, di riscattarsi, di riprendere in mano la propria vita. Gli imprenditori, non solamente Berti, hanno colto il messaggio con un gesto anche coraggioso, abbattendo i pregiudizi senza mai neanche alzarli. Un interesse autentico, serio e rispettoso della persona. Dei lavoratori, per loro. Restituendo la dignità che probabilmente la detenzione toglie, anche se non dovrebbe essere così. Il lavoro è il riconoscimento della propria identità. Personale e sociale. Prima che i detenuti venissero assunti siamo andati nella sede di Berti, incontrando anche alcuni collaboratori. Volevamo assicurare che avremmo condiviso eventuali problemi, oltre che toccare con mano la serietà dell’azienda peraltro ampiamente dimostrata quando ci siamo visti anche in carcere. Dandoci reciproca fiducia” L’accordo è stato il perfetto punto d’incontro fra urgenze e desideri. “In un contesto economico complesso e segnato da difficoltà nelle assunzioni Filippo Berti”, sottolinea Filippo Girardi, vicepresidente con delega alla valorizzazione del capitale umano e relazioni industriali di Confindustria Verona, “ha saputo distinguersi per visione e creatività, individuando una soluzione concreta e innovativa”. “Una risposta efficace al bisogno di personale”, aggiunge, “ma anche un esempio tangibile di responsabilità sociale. In un momento in cui il mercato del lavoro richiede coraggio e capacità di adattamento, azioni come questa dimostrano come sia possibile coniugare sviluppo economico, inclusione e valore umano”. Verona. Una cena in carcere: al “Montorio” l’evento benefico con lo chef Jacopo Natale di Marianna Peluso Corriere della Sera, 22 maggio 2026 Il patron di “Yard” assume un detenuto nel suo ristorante e apre le porte della casa circondariale alla città con un menu preparato da una brigata composta da uomini e donne che stanno scontando una pena. Ci sono luoghi che la città attraversa senza mai davvero guardarli. A Verona, il carcere di Montorio è uno di questi: un edificio enorme, chiuso, quotidianamente sfiorato dal traffico e dalle abitudini di migliaia di persone. Jacopo Natale, titolare del ristorante “Yard”, ha deciso invece di entrarci. Prima per cercare un aiuto cuoco tra i detenuti, poi per costruire qualcosa di ancora più insolito: una cena aperta ai cittadini, organizzata dentro il penitenziario e servita da una brigata composta quasi interamente da uomini e donne detenuti. L’iniziativa si chiama “Sapori di Libertà - Il cambiamento, servito a tavola” e il 22 maggio porterà cento ospiti nel braccio femminile della casa circondariale. Il ricavato sarà devoluto ad Azione Contro la Fame attraverso il progetto “Ristoranti contro la Fame”. Ma la storia, prima ancora che gastronomica, parla di lavoro, fiducia e identità. Perché tutto è iniziato alcuni mesi fa, quando Natale ha scelto di assumere un detenuto nella cucina del suo locale in centro città. La cucina come seconda possibilità - La ristorazione, racconta Natale, è uno dei pochi ambienti in cui il passato non conta nulla. “Davanti ai fornelli siamo tutti uguali: conta come lavori, non quello che hai fatto fuori o prima”. Da questa convinzione è nato il progetto avviato insieme alla direzione della casa circondariale di Montorio e autorizzato dal Magistrato di Sorveglianza secondo quanto previsto dall’articolo 17 dell’Ordinamento Penitenziario. L’obiettivo? Trovare una persona da inserire nello staff del suo ristorante. “Cerco qualcuno che abbia voglia di sporcarsi le mani con noi, imparare a gestire la pressione di un servizio, stare dentro una brigata”. Il detenuto selezionato ha iniziato così un percorso lavorativo concreto fuori dal carcere, dentro uno dei ristoranti più frequentati del centro veronese. Poi l’idea si è allargata. Se un detenuto può entrare nel tessuto cittadino attraverso il lavoro, perché non fare il contrario? Perché non portare la città dentro il carcere, attorno a un tavolo apparecchiato e servito da chi sta scontando una pena? È questo il trampolino d lancio. Da settimane Natale sta lavorando con trenta detenuti e detenute coinvolti nella cena del 22 maggio: venti uomini e dieci donne impegnati tra cucina, preparazioni e servizio in sala. Alcuni hanno già esperienze nella ristorazione, altri stanno imparando ora. “La sfida - ammette - è creare una vera squadra”. Una cena dentro il carcere - La cena si svolgerà in una sala del braccio femminile affacciata sul cortile interno del carcere. Tavoli, sedute e mise en place arriveranno grazie al supporto di un catering esterno, perché dentro Montorio nulla può essere improvvisato. Nemmeno l’ingresso degli ospiti. Chi parteciperà dovrà infatti prenotarsi online e inviare in anticipo i propri dati personali, che saranno verificati dalla casa circondariale e dal Ministero della Giustizia prima dell’autorizzazione definitiva (contributo di 60 euro, su azionecontrolafame.it/sapori-di-liberta-2026). “La parte organizzativa è enorme” spiega Natale. Eppure proprio questa complessità sembra essere il cuore del progetto. La brigata lavorerà su due cucine separate, coordinando tempi, preparazioni e servizio come in un vero ristorante. Pane, pizze e lievitati saranno preparati dai detenuti che già lavorano nel laboratorio interno del carcere. Quando la direttrice della struttura ha mostrato a Natale le fotografie di Papa Francesco durante il pranzo organizzato a Montorio due anni fa, lo chef ha capito che quell’idea poteva davvero funzionare: “Vorrei che anche questa diventasse una serata capace di andare oltre i muri e oltre i pregiudizi”. Il resto, almeno per qualche ora, rimarrà fuori dalla porta blindata. Parole rimaste tra dentro e fuori di Guido Catalano La Stampa, 22 maggio 2026 Il Salone del Libro di Torino è giunto al termine e come ogni anno vivo questo momento con un po’ di nostalgia. Una delle cose che mi porterò nel cuore di questa edizione è la partecipazione al progetto “Adotta uno scrittore”, un progetto del Salone che, da molti anni, porta gli scrittori e scrittrici italiani ad essere adottati nelle classi di svariate scuole di vario grado e tipo in giro per l’Italia, per creare uno scambio tra studenti e autori e che si svolge in tre incontri. Io ho avuto la fortuna di essere adottato dalla succursale dell’Istituto Plana nel Carcere delle Vallette di Torino, che poi in realtà non si chiama “Carcere delle Vallette” ma “Casa Circondariale Lorusso e Cutugno, ma noi a Torino lo chiamiamo tutti “Le Vallette”. Se ci pensate è un po’ quel che succede con il nostro aeroporto: tutti lo chiamiamo “Caselle” ma in realtà si chiama “Sandro Pertini”. Del carcere delle Vallette ho iniziato a sentire parlare da ragazzino. Mio papà era un avvocato penalista e dunque il carcere torinese era uno dei suoi luoghi di lavoro. Un giorno sì e uno no era alle Vallette. Anche io avrei dovuto fare l’avvocato. Per fortuna poi non l’ho fatto. Ma questa è un’altra storia e dovrà essere raccontata un’altra volta. Non è stata la mia prima esperienza. Il Salone del Libro mi propose un incontro nel carcere di Alba nove anni fa. Poi nel tempo mi è capitato di frequentare altri carceri, anche fuori dal Piemonte, ma non ero mai stato in quello di Torino. Se dovessi dirvi che mi piace entrare in un carcere, mentirei. Io amo le mie comfort zone, se mi passate l’inglesismo, e mi riesce difficile pensare ad un luogo meno confortevole di una prigione. Ma sono felice di questa esperienza perché ho imparato molte cose in questi tre incontri. Ho imparato che noi che stiamo fuori sappiamo pochissimo delle carceri. È come se ci fosse una sorta di rimozione sociale. Solo quando capitano brutti fatti di cronaca si parla di quei luoghi. Alle Vallette ho cercato di portare un po’ di poesia. Un po’ mia e un po’ di altri poeti ben più famosi del sottoscritto. Abbiamo anche cantato. Si, perché la canzone e la poesia sono parenti strette e dunque insieme a noi c’erano anche Renato Zero, Lucio Battisti e Rino Gaetano. Ma abbiamo soprattutto parlato. Ci siamo conosciuti. All’inizio avevo paura di chiedere, di dire la cosa sbagliata. Temevo che ci fossero argomenti tabù. E invece no. I detenuti hanno voglia e bisogno di raccontarsi e fanno tante domande. Abbiamo parlato delle loro condizioni di vita, di paternità, di libertà e della sua mancanza. Abbiamo parlato di quanto possa essere salvifico leggere e scrivere. In questo percorso mi sono state vicine due professoresse, Sara Brugo e Rosanna Del Regno alle quali sono davvero grato, sia per come mi hanno aiutato nella preparazione e nello svolgimento degli incontri, sia e soprattutto per il loro impegno in quei luoghi difficili. Il carcere delle Vallette è un paese. Ci vivono circa 1500 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 1.119 posti. E poi ci sono tutte le persone che ci lavorano. Un paese dentro una città ma anche un pezzo di città che facciamo finta di non vedere. Io da lì sono uscito, loro no, ma alcune parole sono rimaste a metà strada, tra dentro e fuori. E forse servono proprio a questo: a ricordarci che, in un modo o nell’altro, siamo tutti un po’ responsabili di quel confine. Se la tua libertà è stata aggiunta al gruppo di Giancristiano Desiderio Corriere della Sera, 22 maggio 2026 Le chat: così belle, così comode, così pericolose. Le più incontrollabili sono le chat di gruppo. Qui si annidano pericoli e insidie a volte fatali per il lavoro, le amicizie, l’amore, la politica. Nessuno ne è immune. Che cosa ci ha cambiato (in peggio) la vita? La messaggistica. Certo, ci sono tanti vantaggi: comunicazioni rapide, immediate, in tempo reale. “Per piacere, puoi prendere il pane?”. “Ok”. Semplice. Concreto. Istantaneo. Ma ci sono effetti collaterali disastrosi: invadenza, controllo, raggiungibilità. C’è bisogno di stoicismo per non ritrovarsi in balia delle chat: non più le chat al tuo servizio ma tu al servizio delle chat. È necessario prendere le distanze. Il governo delle chat è diventato indispensabile per conservarsi libero e indipendente. Più facile a dirsi che a farsi. Perché le chat sono, ormai, strumenti di lavoro: non solo chat personali ma familiari, aziendali, scolastiche, redazionali, partitiche, rionali, mediche, sportive e ancora e ancora. Le più incontrollabili sono le chat di gruppo. Qui si annidano pericoli e insidie a volte fatali per il lavoro, le amicizie, l’amore, la politica. Nessuno ne è immune, nemmeno Palazzo Chigi. Si sa che le chat più famigerate sono quelle delle mamme. C’è una sola cosa da fare: starne alla larga. A volte, però, succede che non ci si può sottrarre: ti inseriscono in una chat, magari sei un dipendente o l’amico dell’amico del giaguaro, e devi starci e basta. Ebbene, che fai? Iniziano ad arrivare messaggi, comunicazioni, indiscrezioni, cuoricini, auguri e si sa come vanno queste cose. Il clima si fa sempre più amichevole e confidenziale, ognuno dice la sua e anche tu non ti tiri indietro. Tanto cosa vuoi che sia, sono solo messaggi, quasi un videogioco, non sembra una cosa vera e reale. Ti lasci andare e dici la tua. Così ti inguai con le tue mani. Perché quel giudizio che tu credi d’aver detto in camera caritatis è, invece, pronunciato al cospetto del mondo perché nessuno sa realmente chi sono tutti, ma davvero tutti, i componenti della tanto amichevole chat e cosa fanno e cosa pensano. Così il tuo messaggio è riferito ad altri extra-chat. Sei fregato. Da qui la massima: non scrivere in chat, il nemico ti ascolta. Quei giovani espulsi dal futuro di Chiara Saraceno La Stampa, 22 maggio 2026 Certo, siamo un paese con una forte incidenza di popolazione anziana, e questo rende più difficile l’innovazione, tecnologica ma non solo, oltre a provocare squilibri nella spesa sanitaria e pensionistica. Ma, forse, continuare a guardare alla demografia come fonte di tutti i nostri problemi rischia di diventare un alibi per non vedere lo spreco di risorse umane, giovani e meno giovani, che si continua a fare e che è anche una delle cause della persistente bassissima fecondità: lo scarso investimento nei giovani di entrambi i sessi, sia in quelli ad alta formazione, sia in quelli che invece vengono abbandonati precocemente dal sistema formativo, nelle donne, negli stranieri che vorrebbero dare forma al proprio futuro in Italia. È quanto emerge, tra i molti altri dati sull’andamento della società Italiana, dal Rapporto Annuale dell’Istat presentato ieri. Non solo il livello di istruzione medio in Italia rimane comparativamente basso anche nelle generazioni più giovani. Se è vero che un buon livello di istruzione garantisce migliori opportunità nel mercato del lavoro (ma non sempre se si è stranieri), tuttavia non è sempre sufficiente per trovare riconoscimento adeguato in termini di remunerazione e di qualità del lavoro. Tra i giovani ad alta formazione una significativa percentuale se ne va all’estero, perché trova condizioni occupazionali, salariali, di disponibilità e organizzazione dei servizi migliori. Vale, ad esempio, per il 10% di chi ha acquisito un dottorato. L’aumento dell’occupazione stabile che pure c’è stato negli ultimi due anni, non è sufficiente a contrastare queste uscite non compensate da entrate di tipo e qualità analoghe, perché non accompagnato da un miglioramento significativo dei salari, specie di ingresso, delle condizioni e qualità del lavoro per chi ha una buona formazione. Accanto a chi, avendo una buona formazione, se ne va, o comunque non è valorizzato a sufficienza, nonostante la positiva riduzione dell’abbandono scolastico precoce, vi sono ancora troppi adolescenti e giovani che, per lo più per origine di nascita e collocazione territoriale, rimangono intrappolati in un circolo vizioso di bassa istruzione e marginalità quando non esclusione dal mercato del lavoro. Invece di continuare a lamentarsi che non ci sono abbastanza giovani perché non nascono abbastanza bambini, bisognerebbe agire sistematicamente - da parte dei decisori politici, e della scuola, ma anche delle imprese - per valorizzare quelli che ci sono, inclusi quelli che arrivano da altri paesi. Così come occorrerebbe sostenere non solo a parole o con qualche bonus l’occupazione femminile, riducendo il grande divario nella povertà di tempo a sfavore delle donne a causa del carico di cura e lavoro familiare che grava sproporzionatamente su di loro segnalata dal Rapporto. Se il tasso di occupazione giovanile e femminile fosse, non dico ai livelli scandinavi, ma a quelli medi europei, compenserebbe in buona parte, almeno nel breve-medio periodo, il calo demografico, non solo nel mercato del lavoro, ma rispetto alla sostenibilità del welfare. E forse incoraggerebbe, chi lo desidera, ad avere un figlio, o uno in più. Le diseguaglianze socio-economiche, territoriali, di genere, stanno diventando uno dei fattori che ostacolano la capacità della società italiana di affrontare le sfide tecnologiche, demografiche, ambientali che fronteggia. Anche la mobilità sociale, nonostante il miglioramento nel livello di istruzione da una generazione all’altra, ha invertito la propria direzione. L’origine di nascita continua a influenzare l’intero sistema di opportunità: da dove si vive, alle scuole che si fanno, al grado di sviluppo delle proprie capacità che si raggiunge, all’occupazione che si trova. Tuttavia, mentre fino ai nati a metà degli anni sessanta le trasformazioni nella composizione e dimensione delle classi occupazionali hanno favorito un aumento della mobilità ascendente, accompagnato da una progressiva diminuzione della mobilità discendente. nell’ultima generazione dei nati nel 1980-1994 c’è stata invece un’inversione di tendenza: la mobilità ascendente si riduce sensibilmente e si interrompe la riduzione di quella discendente. La quota di persone che sperimenta una mobilità verso il basso (27,1 per cento) supera sia quella registrata in tutte le generazioni precedenti sia quella ascendente (25,1 per cento). Ci sono segnali che non andrà meglio per le generazioni immediatamente successive. Il famoso ascensore sociale, che anche in passato riguardava solo una parte della popolazione, non tanto si è fermato, quanto ha invertito la direzione, a svantaggio delle generazioni più giovani, scoraggiandone una parte dall’investire sul proprio futuro, per lo meno non qui, non in Italia. Flotilla, i legali preparano il dossier degli orrori: “Taser, abusi sessuali e veli strappati” di Eleonora Camilli e Irene Famà La Stampa, 22 maggio 2026 Gli avvocati del team Adalah: “Violenze estreme, è tortura”. Esposto per sequestro di persona. Un unico obiettivo: umiliare, sottomettere, punire gli attivisti della Flottila. E farlo con ogni strumento a disposizione, in ogni modo possibile, fisico e psicologico. Scariche di taser, proiettili di gomma, molestie, almeno dodici aggressioni sessuali. Oltraggi che si susseguono. Gli avvocati di Adalah, team di legali volontari che sino all’altra sera ha fornito consulenza a centinaia di partecipanti della Flottila rinchiusi ad Ashdod, quelle brutalità le hanno appuntate tutte in una sorta di dossier degli orrori. “I soldati israeliani mi hanno strappato l’hijab. Mi hanno lasciata lì, con il capo scoperto e hanno fatto lo stesso con tante altre donne”, racconta agli avvocati un’attivista musulmana. Un altro ricostruisce l’assalto all’imbarcazione: “Hanno sparato proiettili di gomma. Poi ci hanno trascinato su una nave militare e infine al porto. I soldati israeliani ci hanno costretti a camminare completamente piegati in avanti, mentre premevano con violenza sulle nostre schiene”. E ancora. “Hanno usato il taser”, “ci hanno obbligato a restare inginocchiati, con i polsi legati, per diverse ore”. Il capo? “Dovevamo tenerlo chino, occhi fissi sul terreno”. In tre sono stati portati in ospedale perché non riuscivano più a respirare, ad almeno trentacinque persone sono state fratturate le costole, altri attivisti, sul corpo, hanno i lividi dei proiettili di gomma, delle catene, dei calci, dei pugni, dei manganelli. “Mi hanno lasciato ammanettato così a lungo che le mani non le sentivo più. Non riuscivo a muoverle, nemmeno le dita. Ho cercato di spostarmi e mi hanno preso ripetutamente a calci nelle costole”, spiega Alex Colston, giornalista indipendente americano una volta atterrato ad Istanbul dopo essere stato rilasciato. Gli uomini e le donne della Flottila parlano lingue diverse: italiano, arabo, inglese, spagnolo, francese. Tutti, agli avvocati di Adalah, denunciano “gravi degradazioni, violenze estreme da parte delle autorità israeliane”. Ricostruiscono “un nuovo modello di abusi” pensato per piegare fisico e coscienze, per spezzare schiena e determinazione. Per sottomettere. Si raccolgono le testimonianze per poter procedere legalmente nei diversi Paesi, tra cui l’Italia. E il team degli avvocati che rappresenta la Global Sumud Flotilla ha intenzione di rivolgersi anche alla Corte penale internazionale: “Come ad aprile, c’è stato un sistematico uso di violenze, abusi sessuali, condizioni inumane di detenzione che possono rubricarsi a torture secondo articolo 1 e 2 convenzione Onu”. La procura di Roma ha un fascicolo aperto e ha già avviato una rogatoria con Israele per risalire ai responsabili delle brutalità e per acquisire i documenti necessari a ricostruire gli arresti degli attivisti in acque internazionali. Rogatoria necessaria che, molto probabilmente, resterà senza risposta. I pubblici ministeri Stefano Opilio e Lucia Lotti acquisiranno anche il video in cui il ministro della Sicurezza nazionale isrealiano Ben-Gvir deride gli uomini e le donne della Flottila. Si aggira tra loro, costretti a restare inginocchiati con le mani legate dietro la schiena, si congratula con i soldati più violenti, sorride: “Welcome to Israel. Benvenuti in Israele. Qui comandiamo noi”. Nei prossimi giorni, poi, gli attivisti italiani verranno ascoltati dagli investigatori e, a piazzale Clodio, è stato già trasmesso un esposto da parte del team legale della Flottila in cui si ipotizza il sequestro di persona. Gli avvocati annunciano un’integrazione sugli abusi e i maltrattamenti e non è escluso che i magistrati possano ipotizzare tra i reati anche il tentato omicidio e la violenza sessuale. I magistrati, coordinati dal procuratore capo Francesco Lo Voi, hanno avviato un’inchiesta anche per l’assalto del 1° ottobre 2025 alla prima Flottila, partita dalla Sicilia. Gli inquirenti indagano per tortura, sequestro di persona, danneggiamento con pericolo di naufragio e rapina. E in procura a Roma è stata inviata anche la lista, stilata dalla fondazione Hind Rajab, con i profili dei soldati israeliani ritenuti responsabili degli abusi. Gli attivisti, tra cui oltre quaranta italiani, avevano raccontato di essere stati “trasportati bendati dentro furgoni blindati. Lì la temperatura passava da caldissima a gelida in pochi secondi”. Alcuni hanno denunciato di essere stati rinchiusi “in spazi con la luce sempre accesa per non consentire il sonno”. Le donne, poi, sono state lasciate senza assorbenti. I medicinali per chi soffre di alcune patologie? Fuori discussione. Foa: “Nelle prigioni israeliane vengono perpetrati abusi anche peggiori” di Gennaro Grimolizzi Il Dubbio, 22 maggio 2026 Parla la storica e saggista: “Su Ben-Gvir, Netanyahu ha agito timidamente. Ha rimproverato al suo ministro non l’umiliazione inflitta ma la pubblicità delle sparate nel centro di detenzione. L’elenco di provocazioni e smargiassate del ministro della Sicurezza interna israeliano, Itamar Ben-Gvir, è lungo. L’ultimo episodio ha riguardato le parole di disprezzo lanciate nei confronti di decine di attivisti della Global Sumud Flotilla, arrestati dalle forze speciali di Tel Aviv in acque internazionali, derisi e maltrattati nel porto di Ashdod. “Le umiliazioni subite dagli attivisti della Flotilla - dice al Dubbio la storica Anna Foa - sono infinitamente minori rispetto a quello che accade tutti i giorni nelle carceri israeliane. Ricordiamocelo. Non basta scandalizzarsi solo quando vengono torturati degli europei, non israeliani e non palestinesi. Dovremmo scandalizzarci sempre di fronte a certi fatti gravissimi, ormai sotto gli occhi di tutti”. Foa è autrice di due fortunati saggi, entrambi pubblicati da Laterza: “Il suicidio di Israele” (Premio Strega per la saggistica nel 2025) e “Mai più”. Professoressa Foa, il governo israeliano con Ben-Gvir sta mostrando il suo lato peggiore? “Speriamo che questo sia davvero il lato peggiore. Una cosa è certa: il governo Netanyahu sta mostrando un volto disumano, come ha anche detto dall’alto della sua autorevolezza il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella”. Il ministro della Sicurezza nazionale d’Israele assume un atteggiamento che va oltre le provocazioni? “È molto difficile definire l’atteggiamento di Ben-Gvir. Con le sue uscite va di sicuro oltre le provocazioni. Alcune domande è importante porsele. Quelle di Ben-Gvir sono provocazioni mirate a cosa? Per impedire altre azioni dimostrative della Flottiglia? Non credo. Il ministro della Sicurezza nazionale israeliano vuole dimostrare che il governo è forte, che può fare quello che vuole arrestando le persone in acque internazionale. I metodi brutali sono inspiegabili e intollerabili. Forse, vi è una ragione elettorale in tutto ciò, visto che in Israele si terranno ad ottobre le elezioni. Stiamo comunque assistendo a qualcosa di estremamente violento e provocatorio”. Qualcuno potrebbe obiettare e dire: “Attenzione, Ben Gvir però non è Israele”… “Certo, Ben Gvir non è Israele, ma è comunque un ministro, un autorevole ministro di Israele. Ha la responsabilità degli Interni, se volessimo fare un paragone con l’assetto istituzionale dell’Italia. Ben-Gvir è un ministro che ha delle responsabilità non attribuibili ad un criminale che gira per strada pugnalando le persone. Resta il fatto che personaggi come Ben-Gvir, con il loro modo di fare violento e sprezzante, ricevono la simpatia di numerosi sostenitori. Persone violente che non rappresentano Israele, ma che comunque sono una parte di Israele”. Il trattamento riservato agli attivisti della flottiglia lo abbiamo visto tutti. Non è difficile immaginare quanto hanno subito i palestinesi di Gaza. Una situazione inquietante? “Non abbiamo nemmeno bisogno di immaginare quanto è avvenuto a Gaza. È stato scritto tantissimo su questo. Lo dimostrano anche i recenti articoli sul New York Times, anche di chi ha ricevuto il Premio Pulitzer, che parlano di torture sessuali inflitte ai palestinesi nelle prigioni israeliane, per di più palestinesi molto spesso non condannati, ma detenuti per un semplice sospetto. Le prigioni israeliane sono ormai una vergogna del mondo, non dubito che ce ne siano simili in altri Paesi. Sono una cosa vergognosa che di per sé basterebbe a rendere Israele un Paese non democratico. Poi ci sono altri fattori che si aggiungono, a partire dall’occupazione”. Netanyahu ha preso timidamente le distanze da Ben Gvir. Il primo ministro è ostaggio degli estremisti? Ha bisogno ancora di loro? “Benjamin Netanyahu ha agito molto timidamente. Quello che il premier israeliano rimprovera al suo ministro sostanzialmente non è l’umiliazione inflitta a chi è stato fermato sulle imbarcazioni della Flottilla, ma la pubblicità delle sparate nel centro di detenzione. L’approccio molto timido di Netanyahu potrebbe significare che è d’accordo con gli estremisti. Ha bisogno di loro per restare al potere e non può neppure essere considerato ricattato dai suoi alleati estremisti. Collabora attivamente e agisce insieme a loro”. David Grossman, qualche giorno fa al Salone del libro di Torino, ha detto che una vittoria della destra di Netanyahu sarebbe fatale per la società israeliana. Cosa ne pensa? “Sono completamente d’accordo con David Grossman. Quanto affermato dal grande scrittore porterebbe a compimento quello che io nel mio libro ho definito il “suicidio di Israele”. Il termine suicidio, connesso a quanto sta avvenendo in Israele, è stato usato anche in una intervista rilasciata ieri da Edith Bruck, una sopravvissuta ai campi di concentramento. Bruck non è una anti-israeliana, ma ha preso sempre una posizione molto netta contro l’attuale governo israeliano”. L’opinione pubblica israeliana come sta reagendo a questa deriva estremista? Quali notizie le giungono da Israele? “Purtroppo, stiamo assistendo da tempo ad una deriva estremista. Le dirò di più. Ormai si parla kahanismo, in riferimento ad una ideologia estremista che è ritornata in auge, riconducibile al rabbino Kahane eletto negli anni Ottanta del secolo scorso alla Knesset. Kahane fu un personaggio politico che incarnò posizioni decisamente anti-arabe, razziste e violente; venne allontanato dalla politica, espulso dal Parlamento ed ucciso in America dopo una manifestazione pubblica. Adesso la sinistra parla di un ritorno vincente del kahanismo in Israele. Ben-Gvir non è nuovo a certe azioni violente e provocatorie. Altre volte si è recato nei centri di detenzione a passeggiare tra i detenuti, deridendoli. L’ultima uscita del ministro della Sicurezza nazionale, che ha umiliato gli attivisti della Flotilla, ha ritrovato sui giornali israeliani molto più spazio rispetto al passato. Due giorni fa Ben-Gvir si è distinto ancora una volta in peggio nel raggiungere chi si trovava sulle imbarcazioni della Flotilla, persone che non sono state arrestate ma rapite in acque internazionali e sottoposte ad un trattamento disumano. Abbiamo assistito ad una forma di deumanizzazione”. Israele con Netanyahu si allontana sempre di più dalla comunità internazionale? “Si è già allontanato. Questa cosa pone una pietra tombale sulla possibilità di Israele di essere considerato un Paese facente parte della comunità internazionale. Spero che gli altri Stati, dopo quello che è successo, ne traggano le conseguenze attuando provvedimenti, democratici e pacifici, come il boicottaggio economico, il boicottaggio delle armi, la condanna di certe condotte e anche il riconoscimento dello Stato di Palestina”. Torture in Libia, la punta dell’iceberg del processo all’Aia ad Al-Buti di Chantal Meloni Corriere della Sera Un “processo storico”, una “pietra miliare”, addirittura un “momento Norimberga” per la Libia. Nei commenti di chi ha assistito all’udienza predibattimentale nei confronti di El-Hishri all’Aia trapela tutta la soddisfazione e l’importanza del caso. 17 i capi di imputazione, tra crimini di guerra e contro l’umanità. Il lavoro della Procura, che per tre giorni ha delineato contorni e dettagli del caso in modo meticoloso e approfondito, è stato davvero impressionante. Impressionante anche per i contenuti - le descrizioni dei crimini che i detenuti subivano nella prigione di Mitiga, un inferno dove le vittime, libiche e non, erano torturate brutalmente, violentate, umiliate, denigrate e rese veri e propri schiavi. Talvolta per mesi. Talvolta per anni. Molte sono morte, uccise dalle violenze. Il trattamento peggiore, come ha ripetuto più volte l’accusa, era riservato ai migranti dell’Africa sub-sahariana, discriminati per il colore della loro pelle, per motivi religiosi e per una serie di ragioni incrociate che rendevano la persecuzione nei loro confronti ancora più grave. Sono loro le persone con cui lavoro insieme al Centro europeo dei diritti umani e costituzionali di Berlino (ECCHR), a nome delle quali abbiamo presentato corpose denunce alla Cpi. Sono loro le testimonianze che abbiamo raccolto per anni e che potrebbero riempire libri degli orrori per molti altri anni a venire. “Migranti” - colpevoli di essersi messi in marcia lasciando i loro paesi sperando in un futuro migliore e rimasti imprigionati in Libia. Il processo a El Hishri ha permesso alle vittime di essere viste e ascoltate: molte frasi pronunciate in udienza erano testuali citazioni delle testimonianze di chi con coraggio ha raccontato gli abusi, nonostante i rischi. Un giorno le vittime potranno vedere giustizia, forse anche un risarcimento di significato simbolico. Non era affatto scontato che la Corte penale internazionale riuscisse a procedere nei confronti di questo torturatore libico, noto come Al Buti. È stato grazie alla cooperazione della Germania che El-Hishri è stato arrestato la scorsa estate, in esecuzione di un mandato di arresto originato dallo stesso filone di indagine che riguarda Almasri. A differenza di Almasri, però, El-Hishri è stato non solo arrestato, ma anche consegnato dalla Germania alla Cpi a dicembre scorso. Profili simili, crimini simili, destini - per ora - diversi. Entrambi, affiliati alla milizia Rada, sono da anni in controllo della prigione di Mitiga in questa Libia in mano ai gruppi armati criminali fioriti nel caos creatosi dopo la caduta del regime di Gheddafi nel 2011. È da allora, a seguito della risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu n.1970, che la Cpi indaga sui crimini nel contesto libico. In questi 15 anni, molti mandati di arresto sono stati spiccati, anche per Gheddafi prima che venisse ucciso, ma nessuno eseguito. Fino al 2025, quando la polizia italiana era riuscita ad arrestare Almasri con un’operazione lampo poi vanificata. Per la mancata consegna di Almasri all’Aia, dovuta all’inazione colpevole del Ministro della Giustizia, nonché a un’interpretazione discutibile dei giudici della Corte d’Appello di Roma, l’Italia è già stata censurata dalla Cpi e dovrà rispondere della violazione dei suoi obblighi di cooperazione. Per avere sottratto un ricercato per gravi crimini di guerra e crimini contro l’umanità alla giustizia l’Italia dovrà rispondere anche alle Corte europea dei diritti dell’uomo. Come avvocato che rappresenta alcune delle vittime detenute a Mitiga, conosco bene il danno che ha causato il comportamento dell’Italia in quel frangente. Una prospettiva, quella delle vittime, che spesso rimane marginale nei discorsi sull’intervento della giustizia internazionale, offuscata da profili di interesse politico. Quando i crimini sono commessi da individui protetti dai loro Stati o che fanno parte degli stessi apparati militari o di governo è evidente che la giustizia interna non può essere efficace. C’è bisogno di un giudice penale internazionale indipendente, per non lasciare questi gravissimi crimini nel cono d’ombra dei poteri che li hanno generati. La Libia chiaramente non può pretendere di fornire alcuna giustizia per i fatti in questione, che coinvolgono direttamente i suoi apparati. Ma neanche l’Italia appare in grado di gestire tali procedimenti, nonostante la presenza di tante vittime delle torture libiche sul territorio italiano (e quindi un’ampia disponibilità di prove). Ciò a causa della mancanza di una legislazione adeguata e forse anche di una volontà politica. La verità è che solo la punta dell’iceberg è emersa finora: la rete di responsabilità che sta dietro al sistema di torture, abusi e violenze in Libia di cui sono vittime, tra gli altri, i migranti che fanno rotta verso l’Europa, non si esaurisce a Mitiga, né a Tripoli e nemmeno in Libia. Le violenze iniziano ben prima e continuano ben oltre quel paese e, come è ormai ampiamente documentato, coinvolgono complicità dirette e indirette di una moltitudine di attori - alcuni ad altissimo livello - anche in Europa. È chiaro che il sistema criminale libico, a partire dalla c.d. Guardia costiera libica, non potrebbe funzionare senza il supporto e le politiche che per tanti anni hanno caratterizzato anche i governi europei. Di questo forse non si tratterà nel processo a El Hishri, ma a poco a poco il puzzle si sta componendo.