“Tutto chiuso”. Impennata di suicidi e spazi allo stremo di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 21 maggio 2026 Nel 2025, nelle carceri italiane, si sono tolte la vita almeno 82 persone. Dall’inizio del 2026, altre 24. Tra loro c’è un ragazzo di 17 anni, arrivato dalla Tunisia come minore straniero non accompagnato, morto nell’istituto penale per minorenni di Treviso dopo poche ore di detenzione. Il tasso di suicidi si attesta a 13 ogni 10.000 detenuti: se la stessa proporzione valesse fuori dal carcere, in Italia si conterebbero 78.000 suicidi l’anno. Sono i dati con cui si apre il XXII Rapporto di Antigone, intitolato “Tutto chiuso”, frutto di 102 visite di monitoraggio svolte nel 2025 dagli osservatori dell’associazione nelle carceri di tutta Italia. Il quadro che emerge non è frutto del caso. Dal 2022, il sistema penitenziario si è chiuso progressivamente per effetto di circolari del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria. Prima è stato vietato ai detenuti di socializzare nei corridoi delle sezioni di media sicurezza, poi la stessa restrizione è stata estesa al circuito dell’alta sicurezza. Una circolare dell’ottobre 2025 ha stabilito che qualunque iniziativa che preveda l’ingresso di persone esterne in un istituto dove esiste una sezione di alta sicurezza deve essere autorizzata dall’amministrazione centrale. Poiché le carceri con almeno una sezione di quel tipo sono circa 70 su 189, oltre un terzo delle carceri italiane è diventato off limits per la società civile senza un via libera del Dap. Ad aprile 2026, due nuove circolari hanno stabilito che persino i frigoriferi non possono stare nei corridoi delle sezioni, ma devono essere collocati in stanze “all’uopo adibite”. Trovarne, in un sistema con un tasso di sovraffollamento reale del 139,1%, è quasi impossibile. Il risultato è che oltre il 60% dei detenuti trascorre la quasi totalità della giornata in cella, uscendo solo per le canoniche ore d’aria. Iniziative come quelle della storica redazione di Ristretti Orizzonti a Padova, o i laboratori teatrali di Genova, Monza e Rebibbia, hanno subito blocchi, ritardi o la chiusura al pubblico esterno per mancanza del nulla osta del Dap. Al 30 aprile 2026 le persone detenute nelle carceri italiane erano 64.436. I posti realmente disponibili erano 46.318, in calo di 537 rispetto a gennaio 2025, cioè da quando è stato lanciato il “piano carceri” del governo. Già 73 istituti hanno un tasso di sovraffollamento uguale o superiore al 150%, otto hanno superato il 200%: Lucca è al 240%, Foggia al 225%, Grosseto al 213%. Gli istituti che non hanno raggiunto il tutto pieno sono soltanto 22 in tutta Italia. La crescita delle presenze non dipende da un aumento dei reati né da un maggior ricorso alla custodia cautelare. I delitti registrati nel 2024 ammontano a circa 2,4 milioni, valore pressoché identico a quello del 2018. Gli omicidi volontari continuano a scendere, 326 nel 2024 contro 341 nel 2023. A spiegare il sovraffollamento sono le pene sempre più lunghe e il rallentamento delle misure alternative. Dal 2022 il governo Meloni ha introdotto oltre 55 nuovi reati, più di 60 nuove aggravanti e oltre 65 inasprimenti sanzionatori: sommando i massimi edittali si superano complessivamente i 400 anni di reclusione. Allo stesso tempo, alla fine del 2025 ben 24.348 persone erano in carcere con una pena residua inferiore ai tre anni e avrebbero potuto accedere a una misura alternativa. Di queste, 7.790 avevano un residuo inferiore a un anno, eppure erano ancora dentro. Il 75% dei suicidi del 2025 è avvenuto in sezioni a custodia chiusa. I provvedimenti di isolamento disciplinare sono aumentati del 171% rispetto a sei anni fa e del 42% rispetto al 2024. Quasi la metà dei detenuti fa uso di sedativi o ipnotici, spesso distribuiti “al bisogno”. Un detenuto su cinque compie gesti di autolesionismo. In media, ogni 100 detenuti, uno psichiatra è presente 7 ore a settimana e uno psicologo 16 ore. Il 2025 è stato l’anno con più morti in carcere dal 1992: 254 decessi complessivi. Sei donne si sono suicidate nel solo 2025, il numero più alto mai registrato. Il loro tasso di suicidi è proporzionalmente più alto di quello maschile. I bambini detenuti con le madri sono passati da 11 a 26 in un anno, conseguenza diretta del decreto sicurezza che ha eliminato l’obbligo di rinvio dell’esecuzione della pena per le donne incinte o con prole inferiore a un anno. I giovani negli istituti penali per minorenni sono cresciuti del 52,5% rispetto al 2022, ultimo anno prima del decreto Caivano. Solo il 40,8% dei detenuti è alla prima carcerazione. Il 45,9% ci è già stato tra una e quattro volte. Meno del 30% lavora, quasi sempre alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria. Solo il 4,9% lavora per datori di lavoro esterni. Il 7,9% segue corsi di formazione professionale. Antigone chiama tutto questo con il suo nome: il fallimento del reinserimento sociale. E ricorda che costruire nuove carceri per espandere un sistema che non funziona non ha senso, anzi costa allo Stato più di quanto non costi investire in percorsi reali di inclusione. Cinque suicidi in 7 giorni: “Il silenzio sul carcere è una sconfitta per la democrazia” di Paolo Foschini Corriere della Sera, 21 maggio 2026 Un dramma che si consuma “nel silenzio generale”. È la denuncia di don Paolo Selmi, presidente di Fondazione Casa della Carità a Milano, unita a un forte appello alla politica contro “chi pensa di risolvere tutto aumentando la repressione o costruendo nuove carceri”. Il progetto sperimentale tra Fondazione e carcere di San Vittore. “Una società che pensa di risolvere tutto aumentando la repressione o costruendo nuove carceri non si interroga sulle cause profonde dell’esclusione sociale e del disagio. Ogni suicidio in carcere è una sconfitta per lo Stato e per la comunità, e il silenzio sul cercare non fa bene alla democrazia”. Lo ha detto don Paolo Selmi, presidente della Fondazione Casa della Carità di Milano, dopo l’ultimo suicidio nelle carceri italiane: cinque solo nell’ultima settimana, uno dei quali a San Vittore nonostante la Fondazione stessa vi sia presente con alcuni suoi operatori nella sezione destinata a persone ad alto rischio. Il segno di un disagio e di una sofferenza che sono lo specchio del malessere sempre più diffuso in tutta la società, come i fatti di cronaca quasi quotidianamente ci ricordano, ma che nelle carceri è naturalmente moltiplicato”. La Fondazione Casa della Carità è in questo sento uno dei punti di osservazione notevoli operando da anni - dentro e fuori gli istituti penitenziari - con progetti sociali, educativi e culturali che promuovono percorsi di reinserimento, ascolto e accoglienza delle persone detenute. Una goccia come mille in tutta Italia, e va detto, salvo il fatto che in proporzione ce ne vorrebbero non solo un miliardo ma soprattutto accompagnate da attenzione, risorse e volontà strutturali: politiche, come si diceva una volta. Così invece negli ultimi mesi, in accordo con la Casa circondariale Milano San Vittore, la Fondazione ha avviato in via sperimentale un progetto di presenza educativa all’interno della sezione riservata alle persone ad alto rischio suicidario o in fase di grave scompenso psichico. Quattro operatori della Fondazione condividono un pomeriggio alla settimana con i detenuti della sezione, vivendo momenti semplici di relazione e ascolto. Un’esperienza che, dopo questa prima fase, diventerà un progetto strutturato condiviso con la direzione del carcere. E anche per questo “l’ultima persona che si è tolta la vita a San Vittore - spiega don Paolo - ci ha colpito profondamente. Perché la conoscevamo bene. Entrando regolarmente negli istituti penitenziari, i nostri educatori incontrano i detenuti, parlano con loro, costruiscono relazioni. Per noi le persone private della libertà non sono numeri o soggetti anonimi, ma individui con una storia, una fragilità, una sofferenza”. Di qui la richiesta formale, da parte di Casa della Carità, a “tutti i soggetti del dibattito pubblico di porre maggiore attenzione a una situazione che continua a consumarsi nel silenzio generale”. Con le parole del presidente don Selmi: “Questo senso di indifferenza verso il carcere non fa bene alla nostra città né al nostro Paese, perché rende invisibili problemi che invece riguardano ogni cittadino. Nei penitenziari italiani riscontriamo continuamente sovraffollamento, degrado strutturale, sofferenza psichica e mancanza di percorsi reali di accompagnamento e reinserimento. Ignorare questa realtà significa accettare che il carcere diventi solo un luogo di abbandono e disperazione”. La Fondazione ha richiamato anche le parole pronunciate dall’Arcivescovo di Milano, Mario Delpini, nel suo ultimo Discorso alla città, quando ha denunciato come le condizioni di detenzione rischino di tradire il dettato costituzionale e di alimentare rabbia, umiliazioni e risentimento invece di favorire responsabilità e recupero. “La risposta - conclude don Paolo - dovrebbe essere quella di investire con coraggio nelle misure alternative, nell’esecuzione penale esterna, nell’accompagnamento educativo e nel sostegno alle fragilità psichiche e sociali. Le esperienze maturate negli anni dimostrano concretamente come le misure alternative alla detenzione e lo scambio tra dentro e fuori, attraverso il volontariato e le iniziative culturali, siano non solo più dignitose, ma anche più efficaci nel ridurre la recidiva e nel costruire sicurezza reale per la collettività. Occorre mettere realmente al centro la dignità della persona detenuta, la cura della sofferenza mentale, il reinserimento e la responsabilità condivisa. Perché parlare di carcere significa parlare anche della qualità della nostra democrazia”. Se si licenzia un detenuto, il ticket non è sempre dovuto di Matteo Prioschi Il Sole 24 Ore, 21 maggio 2026 Esenzione se l’interruzione del rapporto di lavoro è collegata a cause esterne alla volontà dell’azienda e del lavoratore. Se un datore di lavoro, diverso dall’amministrazione penitenziaria, licenzia un detenuto suo dipendente non deve versare il ticket di licenziamento se l’interruzione del rapporto di lavoro è dovuta a eventi esterni e non riconducibili alla disponibilità delle parti. È il caso, ad esempio, della revoca, al detenuto, del permesso al lavoro esterno oppure il trasferimento in un altro istituto penitenziario. L’INPS, con la circolare n. 59 del 20 maggio 2026, fornisce chiarimenti sulla debenza del cd. ticket di licenziamento riguardante detenuti alle dipendenze di datori di lavoro. Come previsto dall’art. 2 della legge n. 92/2012, il datore di lavoro deve versare il contributo del cd. ticket di licenziamento qualora la cessazione del rapporto di lavoro determini il diritto all’indennità NASpI per il lavoratore coinvolto. Per quanto riguarda i detenuti, l’INPS ritiene di dover chiarire la debenza del contributo visti i profili di specialità dello status di detenuto. La regola generale è che tale contributo sia dovuto qualora il licenziamento sia dovuto a cause ordinarie di risoluzione. Tuttavia, proprio per la particolarità dello status di questi lavoratori, potrebbero verificarsi ipotesi di interruzione del rapporto a causa di eventi esterni indipendenti dalla volontà del datore di lavoro. Ad esempio, il caso di revoca del provvedimento di ammissione al lavoro esterno, oppure di trasferimento del detenuto in un altro istituto penitenziario. Si specifica che l’esclusione dal versamento del contributo non è automatica ma occorre verificare caso per caso in concreto se l’interruzione del rapporto è riconducibile ad una causa ordinaria e tipica (in cui permane l’obbligo), oppure a eventi indipendenti dalla volontà delle parti. In tale ultimo caso il datore è sciolto da questo obbligo poiché non sarebbe coerente con la ratio dell’istituto che mira anche a disincentivare le cessazioni derivanti da scelte datoriali. La circolare poi rilascia le istruzioni operative per la compilazione del flusso Uniemens, in particolare per l’elemento di sono istituiti i codici: - “2B”, avente il significato di “Cessazione rapporto di lavoro del detenuto per revoca del provvedimento di ammissione al lavoro esterno da parte del magistrato di sorveglianza o da parte del direttore dell’istituto penitenziario- legge n. 354 del 1975 e dall’art. 48 del D.P.R. 230 del 2000, no ticket di licenziamento”; - “2C”, avente il significato di “Cessazione rapporto di lavoro per scarcerazione del detenuto, ammesso al lavoro esterno per fine pena o per trasferimento ad altro istituto penitenziario - no ticket licenziamento”. - “2F”, avente il significato di “Cessazione rapporto di lavoro per scarcerazione del detenuto, ammesso al lavoro esterno per fine pena o per trasferimento ad altro istituto penitenziario. I ticket licenziamento”. Ai fini dell’esposizione nel flusso Uniemens del contributo dovuto nei casi di interruzione di rapporti di lavoro a tempo indeterminato ai sensi dell’articolo 2, comma 31, della legge n. 92/2012 deve essere valorizzato, nell’elemento , di , di , il codice causale in uso “M400” e, nell’elemento , l’importo da pagare. Cospito resta al 41 bis perché veste di nero di Frank Cimini L’Unità, 21 maggio 2026 Alfredo Cospito e l’Indonesia. Cosa c’entrano? La fantasia e l’immaginazione del ministro della Giustizia Carlo Nordio e delle sue teste d’uovo non hanno limiti. Tra i motivi per i quali hanno prorogato di altri due anni l’applicazione dell’articolo 41 bis del regolamento carcerario ci sono delle cose assolutamente surreali. Dicono e scrivono dal ministero di attentati incendiari fatti in Indonesia da una cellula anarchica tra il 2024 e il 2025 che dimostrerebbero la pericolosità tuttora attuale di Cospito. Come faccia un detenuto ristretto in un carcere di massima sicurezza con il regime più duro possibile a essere messo in relazione con quanto accade in un paese lontano dall’altra parte del mondo non si capisce. Oppure lo si capisce spiegando il tutto con il bieco accanimento. Ma non è finita qui. La motivazione della decisione relativa alla proroga concentra la sua attenzione persino sugli indumenti neri indossati da Alfredo Cospito nei giorni in cui morirono al parco gli Acquedotti a Roma due anarchici mentre confezionavano un ordigno. Facendo finta di dimenticare che il nero è il colore preferito storicamente dagli anarchici. La pericolosità di Cospito passa poi sempre secondo il ministero per il fatto che la sorella Claudia, unica familiare a incontrare Alfredo per quei pochi colloqui consentiti ai reclusi con il 41 bis, incontra amici e compagni del detenuto con i quali scambia informazioni. Si tratta di persone che con Alfredo avevano una consuetudine da anni. Loro chiedono notizie di Alfredo che a sua volta cerca di informarsi della vita degli amici e compagni. La vita insomma per tutti è fatta di relazioni umane. Ma qui per inchiodare sempre di più il detenuto Cospito al carcere duro si criminalizza senza farlo formalmente la sorella e altre persone con alcune delle quali Alfredo in passato aveva condiviso anche la reclusione. Anche di questi argomenti si parlerà nell’udienza del tribunale di Sorveglianza presumibilmente dopo l’estate in cui sarà discusso il ricorso dell’avvocato Flavio Rossi Albertini contro la proroga del 41 bis. Cospito inoltre aspetta l’udienza in Cassazione sui libri e il Cd musicale che i giudici avevano autorizzato potesse acquistare ma che l’ennesimo ricorso del procuratore generale aveva bloccato. Norme anti-gogna, il Csm non arretra (con pochi correttivi) di Simona Musco Il Dubbio, 21 maggio 2026 Le linee guida resistono alle pressioni esterne: solo piccoli emendamenti per evitare ricadute organizzative. Voto finale in plenum il 3 giugno. “Sulla protezione reputazionale non arretriamo”. Le pressioni esterne non hanno funzionato. Il Csm non ha alcuna intenzione di riscrivere le regole anti-gogna, né di rinunciare all’obbligo di rettifica contestato da diversi procuratori. Magistrati che, stando a quanto trapela, si sarebbero lamentati soprattutto a mezzo stampa, e non direttamente coi consiglieri togati, gettando comunque una parte di Palazzo Bachelet nel panico. Una reazione passeggera: alla fine è bastato proporre cinque emendamenti mirati per lasciare il testo intatto nella sostanza, correggendo il tiro esclusivamente laddove si rischiavano cortocircuiti organizzativi. Nessun “autobavaglio”, dunque, ma regole che consentano di non trasformare la doverosa comunicazione giudiziaria in una sentenza prima del processo, mentre i giornalisti continueranno a ricevere gli atti come sempre è accaduto, persino laddove si era tentato di evitarlo con leggi specifiche. La delibera, alla fine, non è stata discussa ieri. Il Plenum ha infatti accolto la richiesta di un rinvio di cortesia avanzata dal procuratore generale Pietro Gaeta, al quale difficilmente qualcuno avrebbe opposto resistenza per una questione di etichetta. Gaeta ha annunciato di voler presentare tre emendamenti che riguardano il rapporto tra delegato alla comunicazione e dirigente dell’ufficio. “Ritengo che la possibilità di approfondire un tema così delicato, una materia dalla cifra tecnica assai elevata e complessa, in cui occorre bilanciare valori all’apparenza antitetici, richieda una attenta meditazione - ha dichiarato -. Questo approfondimento si rende necessario anche per i colleghi che ne prendono atto soltanto oggi”. Il rinvio consentirà “uno studio più approfondito del testo alla luce delle proposte emendative” e “di procedere a una discussione successiva cognita causa, in modo decisamente più sistematico, approfondito e, di conseguenza, responsabile”. Secondo fonti consiliari, l’idea di Gaeta sarebbe quella di far sì che ogni passaggio chiave della comunicazione giudiziaria - dall’archiviazione cronologica dei comunicati alla trasmissione delle notizie e delle decisioni ai giornalisti - preveda una preventiva condivisione con il dirigente dell’ufficio nel caso in cui tali compiti siano stati delegati ad altri magistrati o addetti. L’obiettivo è garantire che il capo dell’ufficio mantenga l’ultima parola e il controllo finale su tutto ciò che viene diffuso all’esterno. Insomma, chi sperava in un ritorno in Commissione per stravolgere regole che tutti i gruppi hanno vidimato e accettato (la proposta era passata all’unanimità) si è sbagliato. Anche perché in quelle regole il Csm sembra credere profondamente, per andare oltre la tutela costituzionale della presunzione d’innocenza e approdare ad una tutela più ampia che ingloba anche la reputazione. Un argine alla comunicazione digitale, difficilmente gestibile senza regole che agiscano alla base. La discussione è rinviata al 3 giugno, giorno in cui è prevista anche la discussione sul “nuovo” Testo Unico. Tanta carne al fuoco, dunque, ma questo passaggio potrebbe essere cruciale per il futuro della comunicazione giudiziaria, che vive, al momento, di una spettacolarizzazione che spesso fagocita diritti e dignità. I ritocchi suggeriti per impattare positivamente sulla gestibilità quotidiana degli uffici porta la firma dei consiglieri di Unicost Marco Bisogni, Roberto D’Auria, Michele Forziati e Antonino Laganà, dell’indipendente Roberto Fontana e della togata di Magistratura democratica Domenica Miele. I nodi principali sono stati sciolti attraverso una riscrittura mirata dei punti più critici, ma solo per evitare possibili effetti indesiderati in termini pratici e non ingolfare la macchina delle procure. I tempi dei processi sono infatti lunghi ed era oggettivamente difficile pretendere un monitoraggio automatico e costante su ogni fascicolo da parte degli Uffici. L’emendamento 4 ha risolto la questione alla radice, introducendo una distinzione netta: l’obbligo di aggiornamento scatta esclusivamente se il comunicato iniziale sull’indagine conteneva l’individuazione nominativa delle persone coinvolte. Se c’è il nome, la fase delle indagini preliminari deve essere monitorata anche d’ufficio per comunicare eventuali revoche, annullamenti o archiviazioni. Per le fasi successive, invece, come nel caso delle assoluzioni o dei proscioglimenti dibattimentali, l’onere dell’aggiornamento si attiva solo su richiesta del diretto interessato. Eliminata, dunque, la formula troppo ambigua che parlava di “altri sviluppi di segno significativamente diverso”, sostituendo il vincolo della “rigorosa simmetria informativa” con un più flessibile principio di “proporzionalità informativa” rispetto alla notizia iniziale. Questo azzera le critiche relative a ingiuste conseguenze civili o disciplinari, poiché il magistrato risponderà solo in caso di ingiustificato rifiuto. Parallelamente, l’emendamento numero 1 ha cassato il riferimento all’obbligo di istituire “strutture centralizzate” per il rilascio di comunicati e copie, un’incombenza che avrebbe appesantito le strutture giudiziarie. Il testo finale rimette tutto sotto la diretta responsabilità del dirigente dell’ufficio, blindando il principio per cui il regime di pubblicità e il rilascio di copie sono esclusivamente quelli già previsti dal codice di procedura penale, fermi restando i divieti imposti dall’articolo 114 c.p.p.. Per evitare l’overdose amministrativa paventata dai capi degli uffici, l’emendamento numero 5 ha poi eliminato l’obbligo di redigere periodicamente un dossier riepilogativo dell’attività di comunicazione svolta, alleggerendo i carichi burocratici interni. Infine, con l’emendamento numero 3, è stato eliminato un intero blocco di norme sulla polizia giudiziaria che rappresentava un mero duplicato normativo. Un altro emendamento, infine, riguarda la correzione di semplici refusi. Superati questi scogli organizzativi, spiegano dal Csm, ogni eventuale polemica sarà soltanto di natura filosofica: sul piano pratico non ci saranno ricadute paralizzanti per le procure. Se ci sarà discussione il 3 giugno, fa sapere un consigliere togato, sarà solo sui massimi sistemi. Insomma, i “ribelli” sono avvisati: ogni bocciatura sarà letta come un tentativo per mettere i bastoni tra le ruote a una riforma che la maggioranza del Consiglio considera di buon senso. Altro che bavaglio. Il Fatto grida al “bavaglio” inesistente e il Csm batte in ritirata di Ermes Antonucci Il Foglio, 21 maggio 2026 Dopo il bombardamento mediatico del quotidiano di Travaglio, il Csm rinvia l’adozione delle linee guida sui rapporti fra pm e media. Misure di civiltà che permetterebbero a chi ha subito una detenzione ingiusta o un’accusa infondata di vedere diffusa la notizia della propria assoluzione. Il bombardamento mediatico degli ultimi giorni da parte del Fatto sul presunto “bavaglio” (in realtà inesistente) che il Consiglio superiore della magistratura avrebbe voluto imporre alle procure ha avuto successo: ieri il plenum del Csm ha infatti deciso di rinviare la discussione sulle nuove “Linee guida per l’organizzazione degli uffici giudiziari ai fini di una corretta comunicazione istituzionale”. Il provvedimento era stato approvato all’unanimità dalla Settima commissione del Csm, ma la campagna messa in piedi dal quotidiano di Travaglio (con tanto di intervista al pm Nino Di Matteo, che ha sparato: “Con queste regole, Giovanni Falcone sarebbe finito sotto procedimento disciplinare”) ha indotto diversi consiglieri togati a chiedere modifiche al testo. Alla fine è stato il procuratore generale della Cassazione Piero Gaeta a intervenire al plenum per chiedere un “rinvio di cortesia” dell’esame della circolare. Richiesta accolta dagli altri consiglieri del Csm. Se ne riparlerà il 3 giugno. Come detto, il testo non prevede alcun “bavaglio” sui pm, ma si limita ad aggiornare le linee guida adottate dal Csm nel 2018 alle riforme nel frattempo approvate in materia di comunicazione di procure e tribunali e di tutela della presunzione di innocenza. La principale novità è rappresentata dal passaggio da una tutela incentrata esclusivamente sulla presunzione di innocenza a una tutela più ampia, che include in modo espresso la protezione reputazionale della persona: “Il nuovo testo - si legge nel provvedimento elaborato dalla Settima commissione - prende atto del fatto che, nell’ecosistema digitale, una notizia giudiziaria diffusa nella fase iniziale delle indagini può produrre effetti reputazionali assai più rapidi e persistenti del successivo accertamento processuale. Da qui la scelta di affermare che la comunicazione istituzionale deve essere non solo rispettosa della presunzione di non colpevolezza, ma anche vera, necessaria, proporzionata, riparabile e aggiornata, così da evitare che l’inevitabile provvisorietà della fase investigativa si traduca in una compromissione irreversibile della dignità personale”. Da questa presa d’atto discende la vera novità delle linee guida, cioè l’obbligo per le procure di aggiornare gli organi di informazione sull’esito di iniziative giudiziarie sulle quali in precedenza si è intervenuti in modo pubblico: “Quando l’ufficio abbia diffuso una comunicazione relativa a indagini preliminari, misure cautelari o altri atti a forte impatto reputazionale, esso cura - tanto d’ufficio quanto su richiesta dell’interessato - l’adozione di successivi comunicati di aggiornamento in presenza di archiviazioni, revoche, annullamenti, proscioglimenti, assoluzioni o altri sviluppi di segno significativamente diverso, secondo criteri di tempestività, visibilità e rigorosa simmetria informativa rispetto alla comunicazione iniziale”. Una semplice misura di civiltà per permettere a chi ha dovuto subire una detenzione ingiusta o un’accusa infondata di vedere diffusa la notizia della propria assoluzione. Sul resto il testo non fa che adeguare le linee guida del Csm alle ultime riforme. Dunque, si stabilisce che il comunicato scritto costituisce la modalità ordinaria della comunicazione delle procure, mentre la conferenza stampa rappresenta uno “strumento eccezionale”. La comunicazione spetta al dirigente dell’ufficio, che però può delegare l’attività a un procuratore aggiunto. Si ricorda che “le relazioni con i media devono essere costruite sulla base del reciproco rispetto e della parità di trattamento”, e dunque “vanno evitati canali informativi riservati” con specifici organi di informazione. Per quanto riguarda i contenuti della comunicazione si specifica (riprendendo la riforma Cartabia) che questa deve “indicare con chiarezza la fase del procedimento o del processo cui si riferisce”, “distinguere con chiarezza tra ipotesi investigativa, contestazione, decisione cautelare, esercizio dell’azione penale e accertamento definitivo di responsabilità”, “limitarsi alle sole informazioni necessarie al soddisfacimento dell’interesse pubblico”, e soprattutto “adottare un lessico neutro, sobrio e basato sul presupposto di non colpevolezza”, evitando “aggettivazioni enfatiche, dettagli superflui, denominazioni suggestive delle operazioni e ogni elemento non indispensabile e suscettibile di amplificare indebitamente il pregiudizio reputazionale”. Un provvedimento di buon senso, che solo il Fatto poteva trasformare in bersaglio di un’ennesima campagna mediatica basata sulla falsità. “Queste regole sono pura demagogia. Le leggi ci sono, basterebbe rispettarle” di Valentina Stella Il Dubbio, 21 maggio 2026 Professore avvocato Oliviero Mazza, ordinario di Diritto processuale penale presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, cosa ne pensa delle nuove linee guida del Csm sulla comunicazione istituzionale? Basterebbe rispettare le leggi vigenti, senza bisogno dei soliti provvedimenti di soft law che, come noto, lasciano il tempo che trovano. Ci sono regole precise tanto nel codice di procedura penale quanto in quello penale sostanziale che vengono sistematicamente violate a tutti i livelli. Non mi convince l’idea stessa di una “comunicazione” istituzionale. Ritengo, invece, che i magistrati debbano parlare con i loro provvedimenti e con la loro azione, senza comunicazioni di sorta. Se l’atto è ostensibile, i mezzi di informazione possono avervi accesso nelle forme di legge, altrimenti la questione è chiusa in partenza. La fase delle indagini è meramente preparatoria, e come tale dovrebbe essere sottratta tanto alla pubblicità quanto alla comunicazione, mentre il processo è pubblico, è il cuore del sistema penale e la pubblicità in quel contesto è una garanzia democratica, al netto della riforma Cartabia che ha reso i giudizi di impugnazione scritti e segreti. Torniamo alla legge e lasciamo stare le buone prassi e le linee guida che non dovrebbero avere diritto di cittadinanza nel nostro ordinamento. Ma come mai secondo lei proprio adesso, soprattutto dopo la vittoria al referendum e anni di “violazione” della presunzione di innocenza, la magistratura si preoccupa di tutelare la reputazione degli indagati? Dovrebbero preoccuparsi di rispettare e fare di rispettare le leggi che già ci sono. Il resto è pura demagogia. La presunzione d’innocenza si rispetta solo se l’ipotesi d’accusa viene intesa per quello che è, ossia una tesi di parte. Il cortocircuito nasce quando il pubblico ministero viene descritto come un organo imparziale, il primo giudice che tutela i diritti della vittima secondo la retorica referendaria, con la conseguenza che i suoi atti, pur essendo di parte, vengono malintesi come espressione della giurisdizione. La miglior garanzia per la presunzione d’innocenza è far capire all’opinione pubblica che le tesi d’accusa valgono tanto quanto quelle di difesa, stabilire la colpevolezza o meno è compito del giudice e del processo, non del pm o delle indagini. A suo dire attribuire alle procure il compito di rettificare, qualora il giudice smentisse la tesi accusatoria, non tenta di affermare che il pm fa parte della stessa cultura della giurisdizione del giudice? La rettifica è il rimedio per una notizia infondata. Se il pm non comunicasse urbi et orbi le sue tesi, ammantandole del crisma della giurisdizione, non vi sarebbe nemmeno l’esigenza della rettifica. È un sistema impazzito dove si deve istituzionalizzare il rimedio per una patologia, anziché combattere la patologia stessa. Secondo lei la deontologia basta per evitare certe storture? Devo ripetere che la deontologia del magistrato è il rispetto delle leggi e delle regole del giusto processo. Deve cambiare soprattutto la cultura del processo, dobbiamo evolvere verso una giustizia penale in cui le tesi d’accusa sono considerate a tutti i livelli, dai media, dall’opinione pubblica e dallo stesso pm, come una mera ipotesi in attesa di verifica giudiziale. Purtroppo, le falsità della campagna referendaria non aiutano: non si può presentare il pm come un giudice e poi pretendere che le sue tesi non appaiano come una condanna anticipata. Se e quando avremo un processo di parti, in cui il pm è una parte distinta dal giudice alla quale si attribuisce lo stesso credito riservato alla difesa, allora finalmente non dovremo più preoccuparci della presunzione d’innocenza che sarà superata solo dalla condanna definitiva, pronunciata dal giudice e non dal tribunale del popolo. Nino Di Matteo sul Fatto Quotidiano critica la norma: “Con l’auto-bavaglio avrebbero punito Falcone e Borsellino”. Che ne pensa? E non crede che il Fatto si stia preoccupando di più della magistratura? Falcone e Borsellino appartengono a un’altra epoca e, conoscendone il rigore morale, sarebbero stati certamente ben disposti ad ammettere i loro eventuali errori. Anche la retorica dell’antimafia deve rispettare le regole processuali, compresa la presunzione d’innocenza. Se una persona viene privata della libertà personale, l’ordinanza di custodia cautelare deve essere messa a disposizione di noi giornalisti? E come va maneggiata? Quando cade la segretezza interna, l’ordinanza diviene conoscibile, ma rimane non pubblicabile, se non nel contenuto, come stabilito anche dall’ultima riforma del 2024. I giornalisti dovrebbero sempre avere l’accortezza di spiegare che la privazione anticipata della libertà non persegue finalità punitive o di reazione esemplare al crimine, ma si fonda esclusivamente su esigenze processuali tassativamente previste dalla legge. Lo svilimento della reputazione di indagati e imputati non è tuttavia imputabile solo alla magistratura ma anche all’avvocatura. Condivide? Anche una parte dell’avvocatura ha le sue responsabilità. La difesa mediatica non fa che alimentare il circo. Nel Garlasco show, ad esempio, vanno in onda trasmissioni televisive dedicate all’analisi testuale, con tanto di pubblicazione vietata, della informativa conclusiva delle indagini preliminari e dei suoi allegati. Trasmissioni che, in precedenza, avevano ospitato l’interrogatorio dell’indagato, quell’atto che non si è svolto nella sua sede propria. Si è anticipata l’udienza preliminare, non più in camera di consiglio, ma sotto i riflettori televisivi, con la partecipazione diretta dei veri difensori, con le funzioni d’accusa sostenute in studio da giornalisti e da sedicenti esperti, dinanzi al giudice unico dello share. Il tutto in tempo reale e con buona pace della verginità conoscitiva del futuro giudice, magari anche popolare. Dopo lo scempio di questi giorni, se si andasse a processo, chi potrebbe giudicare serenamente l’imputato Sempio, senza conoscere già gli atti di indagine? Ci sono regole processuali e deontologiche precise che dovrebbero valere anche per gli avvocati. Non si può partecipare attivamente al circo mediatico e poi lamentarsene. Sul punto serve una seria autocritica. Così come servirebbe una semplice modifica legislativa: prevedere la responsabilità degli editori ai sensi del d.lgs. n. 231 del 2001 anche per il reato di pubblicazione arbitraria degli atti o di rivelazione del segreto d’ufficio. Una riforma in grado di garantire l’etica dell’impresa editoriale, di imporre modelli organizzativi volti a prevenire gli abusi, con tanto di organismi di vigilanza interni. Mi creda, la soluzione ci sarebbe, ma manca la volontà politica di adottarla. Intercettati tutti (o quasi) i difensori. La wikileaks del carcere di Perugia di Errico Novi Il Dubbio, 21 maggio 2026 Non è la prima volta che i pubblici ministeri indagano un avvocato non perché sorpreso nel compimento di attività illecite, ma perché passa per attività illecita la stessa funzione difensiva. Capita meno di frequente che le accuse a un penalista si elevino a tal punto da consentire, nei suoi confronti, il ricorso alle intercettazioni. Ma a volte capita. Solo che a Perugia, dove a essere stata “spiata” è una valentissima e stimatissima avvocata, Daniela Paccoi, si sono dimenticati di spegnere le microspie. Le hanno lasciate accese in tutte e quattro le sale colloqui del carcere. E così ora, nei file custoditi dalla Procura, ci sono le conversazioni di almeno altri 6 legali del Foro umbro, totalmente estranei all’inchiesta su Paccoi, con altri detenuti altrettanto ignari ed estranei al caso “di partenza”. Poco meno di un mese fa su queste pagine la nostra Simona Musco aveva riferito delle accuse mosse nei confronti della professionista di Perugia: concorso esterno in associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti. Sulla base di cosa? Paccoi aveva suggerito il silenzio a un proprio assistito, un ristoratore indagato per narcotraffico, dopo il ritrovamento, nel suo locale, di un pacco con 65 chili di cocaina. In realtà, come raccontato lo scorso 26 aprile su queste pagine, Paccoi ha semplicemente illustrato al proprio cliente i benefici che avrebbe conseguito da un’eventuale collaborazione con i magistrati. Gli inquirenti premevano affinché lui, l’indagato, facesse i nomi delle persone da cui sarebbe arrivata la droga. Il ristoratore ha così optato per il silenzio. Scelta comunissima, ispirata a un principio cardine del diritto penale, “nemo tenetur se detegere”, nessuno è tenuto ad autoaccusarsi, e quindi a nessuno può essere imposto di indicare complici, nel momento in cui un certo indagato si dichiara innocente. Ebbene, dinanzi all’ineludibile diritto al silenzio rivendicato dalla persona accusata di narcotraffico, la Procura di Perugia ha puntato addirittura all’avvocata, ritenuta “colpevole” di aver sconsigliato, appunto, la collaborazione con i magistrati. Come ha fatto, direte, il pm a cercare elementi che corroborassero l’ipotesi secondo lui l’avvocata Paccoi volesse favorire i presunti complici del ristoratore, anzi cooperare esternamente al consesso criminale? Semplice: ha elevato l’accusa da favoreggiamento a concorso esterno e ha così potuto iniziare a intercettare tutti i colloqui in carcere fra la penalista e l’assistito. Delle sentenze con cui la Cassazione ha lasciata aperta la possibilità di ignorare le norme che proibiscono di spiare l’avvocato (norme rafforzate dalla riforma penale del 2024 promossa da Carlo Nordio, e dalle modifiche proposte dal forzista Pierantonio Zanettin), ha parlato ieri il penalista che (insieme con le colleghe Silvia Egidi e Silvia Lorusso) difende Paccoi, Alessandro Cannevale. In un’ampia intervista a La Verità, Cannevale ha svelato appunto l’effetto ulteriore, e per certi aspetti surreale, della vicenda: l’estensione, involontaria ma gravissima, dell’attività d’intercettazione ad altri ignari avvocati. Gli agenti che hanno materialmente piazzato le microspie non si sono preoccupati di schiacciare l’interruttore ogni volta che Paccoi lasciava la sala colloqui. E così, come raccontato a La Verità dal collega che assiste la penalista umbra, gli investigatori hanno continuato a captare “a oltranza” decine di altre conversazioni svoltesi al “Capanne” di Perugia tra altri ignari professionisti e i loro altrettanto ignari assistiti detenuti. Tutto quel materiale è ora memorizzato nei file custoditi a loro volta dalla Procura. Ma naturalmente a quelle conversazioni hanno avuto accesso i tre penalisti che difendono Paccoi: le hanno potute sentire, come previsto dalle norme sulle intercettazioni, per verificare se in tutti i brani registrati, inclusi quelli che la polizia giudiziaria non aveva trascritto, vi fossero elementi utili alla difesa. La scoperta di questo “panopticon, come lo definisce il quotidiano diretto da Maurizio Belpietro (o forse dovremmo dire “panacustikon”), è tanto casuale quanto sconcertante. Certo, tutte quelle intercettazioni sono nell’archivio segreto del procuratore facente funzioni, ma contengono ore ed ore di strategie difensive riguardanti indagati reclusi, Di fatto una banca dati “illecita” che in consentirebbe in astratto, a un pm molto scorretto, di scoprire la linea difensiva di svariati indagati o imputati detenuti. Un caso grave, una sorta di wikileaks carcerario, frutto dell’ennesima inopinata scelta di trasformare un’attività difensiva, come quella di Daniela Paccoi, in un’improbabile attività criminale. Carcere e ordine pubblico, la Cassazione amplia il “peso” delle offese a pubblici ufficiali di Pietro Alessio Palumbo Il Sole 24 Ore, 21 maggio 2026 Rileva la condotta tenuta contro il pubblico ufficiale che reca offesa all’istituzione carceraria e istiga alla disobbedienza verso gli agenti penitenziari con la conseguenza di mettere a rischio la sicurezza in tale ambito. La Corte di cassazione penale - con la sentenza n. 15023/2026 - ha chiarito che l’offesa rivolta a pubblici ufficiali operanti in ambiente carcerario non può essere letta come un episodio isolato di mera intemperanza verbale quando le espressioni offensive si inseriscono in una condotta complessiva di aggressione, intimidazione e sistematica delegittimazione dell’autorità. La sesta sezione penale, pronunciandosi su una vicenda maturata all’interno di una casa circondariale ha affermato un principio di forte impatto pratico: la tutela del prestigio della funzione pubblica non riguarda soltanto l’onore personale del singolo agente, ma investe direttamente la tenuta dell’ordine e della sicurezza negli istituti penitenziari. La decisione sottolinea che il contesto operativo assume un rilievo decisivo nella valutazione della gravità delle condotte, poiché in carcere ogni gesto di aperta ribellione può produrre effetti destabilizzanti immediati. La Corte ha inoltre precisato che la continuità tra minacce, violenza fisica, danneggiamenti e ingiurie consente di leggere il fatto come un’unica sequenza offensiva, caratterizzata dalla volontà di mortificare l’autorità pubblica davanti ad altri presenti. Il caso deciso - La vicenda trae origine da una giornata di forte tensione all’interno dell’istituto penitenziario. Un detenuto, già agitato per ragioni connesse alla vita detentiva, aveva dato avvio a una escalation di comportamenti violenti culminati in minacce, aggressioni fisiche e danneggiamenti ai locali della struttura. Nel corso dell’intervento degli agenti di polizia penitenziaria, l’uomo aveva rivolto frasi gravemente offensive nei confronti degli operatori, pronunciandole in presenza di altri detenuti e di personale in servizio. La situazione era rapidamente degenerata, imponendo un intervento urgente per contenere il rischio di ulteriori disordini. In primo grado il giudice aveva ritenuto integrati tutti i reati contestati, evidenziando la continuità tra la violenza materiale e quella verbale. La Corte d’appello aveva confermato integralmente la decisione, valorizzando il clima intimidatorio creatosi all’interno della struttura. Le motivazioni della Suprema corte - Nel ricorso per cassazione la difesa aveva contestato soprattutto la configurabilità dell’offesa all’autorità pubblica, sostenendo che le frasi pronunciate dovessero essere considerate come uno sfogo episodico maturato in un contesto di concitazione. L’aspetto più innovativo della decisione risiede nel modo in cui la Cassazione ridefinisce il rapporto tra tutela dell’autorità pubblica e protezione dell’equilibrio collettivo negli ambienti detentivi. La sentenza supera una lettura riduttiva dell’offesa al pubblico ufficiale come semplice lesione della dignità individuale dell’agente coinvolto e valorizza invece la dimensione istituzionale della condotta. Secondo la Corte, quando l’aggressione verbale avviene in carcere, davanti ad altri detenuti e durante una fase di tensione operativa, l’effetto offensivo si proietta immediatamente sulla credibilità dell’intero apparato statale. Le parole pronunciate non colpiscono soltanto il singolo destinatario, ma rischiano di indebolire il rispetto delle regole interne e di alimentare dinamiche emulative tra i presenti. È proprio questa capacità destabilizzante a giustificare una valutazione più severa del fatto. La pronuncia assume rilievo perché riconosce centralità al contesto concreto della condotta. La Corte osserva che in un ambiente caratterizzato da fisiologica tensione, come quello penitenziario, anche un episodio apparentemente limitato può diventare un fattore di alterazione dell’ordine interno. L’innovazione sta nell’avere collegato il disvalore penale non solo alle parole utilizzate, ma anche alla loro concreta idoneità a mettere in discussione l’autorevolezza dell’istituzione davanti alla collettività carceraria. In questa prospettiva, il giudice non deve fermarsi al significato letterale delle espressioni offensive, ma deve valutare il contesto, il momento dell’azione e gli effetti prodotti sulla sicurezza dell’ambiente in cui il fatto si verifica. La Cassazione introduce così un criterio interpretativo di forte impatto applicativo. La continuità tra violenza fisica, minaccia e aggressione verbale consente di leggere i diversi episodi come segmenti di un’unica strategia di opposizione all’autorità. Non si tratta più di fatti separati, ma di una condotta complessiva orientata a delegittimare pubblicamente il potere esercitato dagli operatori penitenziari. Questa impostazione rafforza la tutela degli agenti perché riconosce che l’offesa verbale, se inserita in un quadro di aperta ribellione, può avere effetti persino più destabilizzanti della violenza materiale. La decisione appare destinata a incidere sui futuri procedimenti riguardanti episodi di tensione negli istituti di pena, poiché attribuisce al giudice un ruolo più penetrante nella ricostruzione del significato concreto delle condotte. Il principio espresso dalla Suprema Corte produce effetti che vanno oltre il caso concreto, perché impone di considerare l’ambiente penitenziario come un luogo nel quale la tutela dell’autorità pubblica coincide con la salvaguardia della sicurezza collettiva. La sentenza valorizza infatti il rischio che condotte apertamente offensive possano incrinare la percezione del controllo statale all’interno del carcere, favorendo ulteriori tensioni. È una lettura moderna del rapporto tra dignità della funzione pubblica e tutela dell’ordine interno, destinata a incidere sulla futura giurisprudenza. Chi accetta la sfida violenta non può poi invocare la legittima difesa di Francesco Machina Grifeo Il Sole 24 Ore, 21 maggio 2026 Per la Cassazione, sentenza n. 8201/2026, chi provoca o accetta uno scontro violento può invocare la scriminante solo davanti a una reazione del tutto imprevedibile ed eccentrica rispetto al rischio accettato. Quando scatta, se scatta, la scriminante della legittima difesa per chi ha accettato una sfida? Per esempio, andare sotto casa di una guardia giurata dopo giorni di aggressioni e violenze reciproche, in due e armati di una spranga, significa accettare anche il rischio di una reazione anche armata. Per questo la legittima difesa non può essere invocata. La risposta dell’avversario, infatti, deve essere del tutto imprevedibile ed eccentrica rispetto al pericolo originariamente accettato. Lo afferma la Cassazione, sentenza n. 8201/2026, confermando la condanna per l’omicidio di una guardia giurata uccisa al culmine della colluttazione scoppiata davanti alla sua abitazione. La decisione del gennaio scorso è stata ripresa dal Massimario della Cassazione del mese di marzo, pubblicato in questi giorni, e condensata nel seguente principio di diritto: “In tema di legittima difesa - si legge .la scriminante può essere riconosciuta anche a colui che abbia agito dopo aver lanciato o accettato una sfida, sempreché costui si trovi a dover fronteggiare una situazione di pericolo esorbitante rispetto a quella che avrebbe potuto prefigurarsi nel momento in cui il confronto o la sfida hanno avuto origine”. Nella motivazione, la Corte ha precisato che deve trattarsi di un pericolo che, pur non estraneo all’area di rischio attivata, risulta essere completamente eccentrico rispetto alla serie causale che colui che invoca la legittima difesa poteva aspettarsi in quella determinata situazione. Una ipotesi ritenuta non ricorrente nel caso specifico, tragicamente finito con la morte della guardia giurata. All’esito di pesanti diverbi e aggressioni, due fratelli si recano sotto casa della vittima portando con sé una spranga di ferro. Ne nasce una violenta colluttazione. Durante lo scontro la guardia giurata ferisce uno dei due con la pistola di ordinanza, ma viene subito disarmato. A quel punto uno dei due fratelli raccoglie l’arma e spara il colpo mortale, ferendo anche la madre della vittima intervenuta per proteggerlo. Se, come sostiene il ricorrente - argomenta la Cassazione - i fratelli fossero effettivamente andati a cercare la guardia “perché temevano per la propria incolumità dopo le violenze dei giorni precedenti, è evidente che la reazione che questi aveva avuto - ossia quella di affrontare gli interlocutori anche impugnando la pistola, ingaggiando un corpo a corpo e sparando un colpo di pistola durante la colluttazione - non era affatto imprevedibile e non poteva essere ritenuta eccezionale, sì da ricondurre l’azione del prevenuto nell’orizzonte applicativo della scriminante”. Tanto più - osserva il Collegio - che l’imputato che ha sparato aveva già sperimentato direttamente l’aggressività del rivale due giorni prima e che era noto che era una guardia giurata, “in quanto tale verosimilmente munita di una pistola di ordinanza, sicché, affrontandolo sotto casa dopo l’escalation dei giorni precedenti, il prevenuto poteva ragionevolmente immaginarsi una sua reazione anche armata”. “Ne consegue - conclude la Corte -, che la sentenza impugnata ha posto in luce tutti i parametri fattuali per fare applicazione degli approdi interpretativi in tema di sfida e legittima difesa di cui si è detto e per ricavarne la necessità di escludere la sussistenza della scriminante”. Del resto, al momento dello sparo la guardia giurata era ormai stata disarmata, ferita e in una posizione tale da non rappresentare più un pericolo attuale. Proprio per questo, osservano i giudici, mancavano i presupposti della necessità della difesa e della proporzione della reazione. Campania. La situazione delle carceri regionali, lunedì la relazione del garante ansa.it, 21 maggio 2026 È per lo più a tinte fosche la situazione carceraria italiana, connotata da “sofferenza e mancanze”, la relazione annuale 2025 che sarà presentata il prossimo 25 maggio (ore 11,30) da Samuele Ciambriello, garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Campania, nella Sala Antonio Metafora del Tribunale di Napoli, alla presenza del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Napoli e del suo presidente Carmine Foreste. Ci sarà, all’incontro, saranno presenti Maria Rosaria Covelli (presidente della Corte di Appello di Napoli) e Patrizia Mirra (Presidente del Tribunale della Sorveglianza di Napoli) che, con il presidente Foreste, daranno inizio all’evento con i loro indirizzi di saluto. La Relazione Annuale del Garante regionale - spiega una nota - evidenzia uno spaccato, quello campano, della situazione carceraria italiana; uno spaccato, una situazione, per lo più a tinte fosche, pieno di sofferenza e mancanze che, grazie alla capacità dei detenenti, riesce ad offrire momenti di grazia e rinascita ai detenuti; la Relazione del prof. Ciambriello, ferma la sofferenza dei detenuti e la capacità dei detenenti, evidenzia altresì l’importanza del volontariato, del c.d. terzo settore, senza il quale le carceri campane, come quelle italiane, apparirebbero in condizioni decisamente peggiori. La presentazione della Relazione Annuale 2025 in Tribunale a Napoli vuole anche essere l’occasione per dibattere intorno alle problematiche che saranno evidenziate e lo si è voluto fare con Avvocate e con Avvocati che, grazie alle loro personali sensibilità ed esperienze maturate anche nel perimetro associativo, ogni giorno contribuiscono allo studio, all’approfondimento e all’analisi del fenomeno carcerario campano e italiano; modererà, quindi, l’evento Alessandro Gargiulo (Coordinatore della Commissione Carceri del COA di Napoli, Coordinatore del Dipartimento Carceri del Movimento Forense e componente dell’Osservatorio Regionale sulla Detenzione) e interverranno Attilio Belloni (già Pres. della Camera Penale di Napoli e Consigliere e Referente Carceri del COA di Napoli), Marco Muscariello (Pres. della Camera Penale di Napoli), Elena Cimmino (v.p. del Carcere Possibile ONLUS e componente dell’Osservatorio Regionale sulla Detenzione), Paolo Conte (Antigone Campania e componente dell’Osservatorio Regionale sulla Detenzione), Giuliana Trara (componente dell’Osservatorio Regionale sulla Detenzione), Francesco Zaccaria (Osservatorio Nazionale AIGA sulle Carceri), Maria Eusapia D’Anzi (Referente di Giunta della Camera Penale di Napoli). Messina. Stefano Argentino morto in carcere, la madre: “Chiediamo verità” Il Dubbio, 21 maggio 2026 La famiglia del ventiseienne accusato del femminicidio di Sara Campanella denuncia presunte negligenze nella custodia. La morte di Stefano Argentino nel carcere di Messina Gazzi apre un nuovo fronte giudiziario e umano attorno alla tutela dei detenuti fragili. Il ventiseienne di Noto, accusato del femminicidio della studentessa Sara Campanella, avvenuto il 31 marzo 2025, si è tolto la vita mentre era ristretto in istituto. Sul decesso la Procura ha aperto un’inchiesta per omissione in atti d’ufficio e morte come conseguenza di altro delitto, iscrivendo sette persone nel registro degli indagati e disponendo l’autopsia. A parlare è la madre, Daniela Santoro, che chiede verità sulle condizioni di custodia del figlio e sulle eventuali responsabilità di chi avrebbe dovuto proteggerlo. “Mio figlio era sotto la custodia dello Stato” - “Mio figlio Stefano è morto mentre era sotto la custodia dello Stato. In Italia la pena di morte non esiste, ma a lui, nei fatti, è stata data. Chiediamo che venga fuori la verità”, afferma Daniela Santoro. La donna chiarisce che la richiesta della famiglia non intende in alcun modo giustificare il reato contestato al figlio. Il femminicidio di Sara Campanella, dice, resta un gesto “inspiegabile e ingiustificabile”. Ma proprio per questo, secondo i familiari, serviva un’attenzione maggiore alla fragilità psicologica di Argentino e alla sua collocazione in carcere. “Stefano era un soggetto fragile”, sostiene la madre. Dagli accertamenti sul cellulare, secondo quanto riferito dalla famiglia, sarebbe emerso che il giovane era già stato vittima di bullismo prima dei fatti per cui era detenuto. Il nodo della perizia psichiatrica - La famiglia ritiene che il quadro personale di Argentino avrebbe dovuto essere approfondito con una perizia psichiatrica. “Stefano aveva bisogno di protezione. Se non gli fosse stata negata la perizia psichiatrica, tutto sarebbe venuto alla luce”, afferma Daniela Santoro. I familiari, assistiti dagli avvocati Stefano Andolina, Salvatore Catalfo e Giuseppe Cultrera, sostengono che il giovane avrebbe dovuto essere collocato in una condizione di maggiore tutela, anche in ragione della tipologia di reato contestato. Secondo la loro ricostruzione, Argentino non avrebbe dovuto essere inserito tra i detenuti comuni, ma protetto da una situazione ambientale potenzialmente ostile. “Era spaventato, veniva minacciato”. La madre racconta l’ultimo colloquio con il figlio come un momento segnato dalla paura. “Era spaventato, veniva ingiuriato e minacciato”, dice. Pochi giorni dopo, Stefano Argentino è stato trovato morto. “È stato dato in pasto”, denuncia Daniela Santoro, sostenendo che il carcere avrebbe dovuto prevenire il rischio e garantire maggiore protezione. La famiglia parla di “tante presunte negligenze” e ha deciso di rivolgersi anche al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al quale è stata inviata una Pec. Napoli. “Reclusi ma non esclusi”. Ecco la guida ai diritti per i detenuti di Valentina Stella Il Dubbio, 21 maggio 2026 Venerdì scorso, nel carcere napoletano di Poggioreale “Giuseppe Salvia”, è stata presentata la terza edizione della “Guida ai diritti e ai doveri dei detenuti”, il volume realizzato dalla Commissione sull’Esecuzione della pena de “Il Carcere possibile onlus”, composta da membri dell’associazione, con il contributo del magistrato di sorveglianza, Maria Picardi, tra i redattori del testo. Nel suo intervento, il presidente de “Il Carcere possibile onlus”, l’avvocato Mara Esposito Gonella, ha voluto ricordare la figura dell’avvocato Riccardo Polidoro scomparso nel 2024, fondatore dell’associazione e promotore di numerose iniziative dedicate ai diritti delle persone detenute: “L’idea della Guida è stata sua, è una sua creatura, ora replicata negli anni, attraverso i necessari aggiornamenti”. Gonella ha aggiunto: “Chi è all’interno delle strutture carcerarie riesce a conoscere poco e male il sistema per inoltrare richieste, permessi, o altri tipi di istanze al magistrato di sorveglianza. Spesso quelle domande vengono respinte, creando grande frustrazione nei detenuti. Da qui la necessità di una guida”. Il pregio della pubblicazione, ha spiegato l’avvocato Sabina Coppola del “Carcere possibile onlus”, tra i redattori del testo, è quello di “spiegare in pillole, nella maniera più semplice possibile, quali sono i diritti dei detenuti”. Insomma un vero e proprio vademecum. Tradotta in tre lingue (inglese, francese e spagnolo), la Guida è stata stampata nel carcere campano di Sant’Angelo Dei Lombardi. Un lavoro di sintesi e semplificazione reso particolarmente complesso dalle numerose modifiche intervenute nell’ordinamento penitenziario. “L’innovazione normativa più importante - ha sottolineato l’avvocato Elena Cimmino, anche lei tra i redattori della guida - riguarda l’articolo 4-bis dell’ordinamento penitenziario, con il superamento della preclusione assoluta per i condannati per reati ostativi di chiedere un permesso premio”. “La detenzione comprime alcuni diritti e questa guida consente al detenuto di conoscere quelli che conserva all’interno del carcere - ha spiegato il Provveditore dell’amministrazione penitenziaria campana, Carlo Berdini. Come amministrazione abbiamo sempre favorito la diffusione di questo materiale”. Sulla stessa linea l’intervento di Samuele Ciambriello, Garante della Regione Campania: “Questa guida dà una mano a coloro che sono reclusi ma non esclusi. È un lavoro utile per creare una rete che faccia sentire meno sole le persone. Anche attraverso iniziative come questa chi sbaglia viene aiutato a cambiare e non soltanto a pagare”. Proprio con l’obiettivo di rendere concreta la funzione rieducativa della pena, la direttrice del carcere di Poggioreale, Giulia Russo, ha avviato una serie di iniziative volte a “migliorare la gestione della quotidianità dei detenuti”, a partire dal restyling delle stanze detentive. In questo percorso si inserisce anche la prossima apertura di una “stanza dell’affettività”. “I locali destinati a ospitarla sono già stati individuati e sono iniziati i lavori di ristrutturazione - ha spiegato Russo. Il diritto all’affettività non riguarda soltanto il rapporto con il proprio compagno o la propria compagna, ma richiama più in generale la tutela dei legami familiari e quindi anche la possibilità di dedicare momenti a moglie, figli e affetti più stretti”. La presenza di un folto gruppo di detenuti, intervenuti con specifiche domande, ha reso la presentazione un vero e proficuo dibattito nel quale è stato chiarito che la rieducazione del detenuto passa per la sua piena consapevolezza di diritti e doveri. Nel corso degli interventi è stato ribadito il valore costituzionale della funzione rieducativa della pena e l’importanza di strumenti concreti di informazione e orientamento all’interno degli istituti penitenziari. Presenti all’incontro anche la presidente del Tribunale di Sorveglianza, Patrizia Mirra, il vicepresidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati, Gabriele Esposito, l’assessora regionale Fiorella Zabatta, Maria Picardi, il presidente della Camera Penale partenopea Marco Muscariello. Lecce. Detenuti al lavoro nei lidi: “Dal carcere al mare con la voglia di riscattarsi” di Francesco Oliva La Repubblica, 21 maggio 2026 Tredici uomini reclusi a Borgo San Nicola lasceranno le celle per il progetto “Io Salvo” che ha lo scopo di rieducare e reinserire a livello sociale e lavorativo i detenuti: hanno già conseguito il diploma di assistenti bagnanti. Un imprenditore: “Lo facciamo per aiutare, dare una nuova opportunità a chi ha sbagliato ma è pronto a rimettersi in gioco”. Un’opportunità da cogliere al volo per reinserirsi nella vita sociale. In attesa di non avere più alcun vincolo con la giustizia. Dal carcere in spiaggia con “una grande voglia di riscattarsi”. Per tredici detenuti nel carcere di Lecce, sarà un’estate diversa e insolita: lasceranno celle anguste, senza aria condizionata, per lavorare in riva al mare, negli stabilimenti balneari di Lecce e Vernole: tra cui Lido Pole Pole di Spiaggiabella, Lido Cambusa, Lido Approdo, Lido Circeo, Lido Maluhabay di Torre Chianca, Lido Soleluna di San Cataldo e Lido La Piazzetta di Vernole. I detenuti, in blocco, hanno superato l’esame: tutti - ritenuti - abili e arruolabili per diventare assistenti bagnanti nell’ambito del progetto “Io Salvo-Progetto Mare Libero”, promosso da Confimprese Demaniali Italia, Fin e Ats Lecce Lido con il supporto della Prefettura di Lecce, del Comune di Lecce e del Ministero della Giustizia-Casa Circondariale del capoluogo salentino. Le prove teoriche e pratiche si sono svolte nella mattinata di ieri, martedì 19 maggio, al Soleluna, un lido nella marina di San Cataldo, dove i detenuti hanno affrontato simulazioni di salvataggio in mare attraverso tecniche apprese nei tre mesi di formazione. Durante le prove, i detenuti hanno anche simulato manovre di rianimazione cardiopolmonare per adulti e bambini, ottenendo l’abilitazione come esecutori BLSD e PBLSD per l’utilizzo del defibrillatore. C’è soddisfazione tra tutti. Foto di rito a fine corso. Sorrisi stampati sul volto dei detenuti. Stanchi, ma felici e carichi. “Sono davvero molto onorato di aver ideato, quale rappresentante dei balneari aderenti a Confimprese Demaniali, questa iniziativa che nasce dalla sinergia reale con le istituzioni del territorio e con le imprese”, commenta Mauro Della Valle, presidente di Confimprese Demaniali Italia. “Io Salvo-Progetto Mare Libero - dice - non rimarrà nei cassetti ma crea un fattivo riscatto per chi ha sbagliato e soprattutto genera bene e speranza”. Per i tredici corsisti, infatti, il progetto si tradurrà anche in una concreta opportunità di lavoro. La normativa in vigore non consente a persone con precedenti penali di svolgere attività di bagnini “ci sarebbe bisogno di una deroga - spiega la direttrice del carcere di Lecce, Mariateresa Susca - ma verranno comunque assunti nei lidi dove svolgeranno manutenzione e assistenza”. “Il mio nuovo collaboratore, ad esempio - spiega Andrea Caretto, titolare del lido Pole Pole - sarà un tuttofare: accompagnerà le persone agli ombrelloni, si occuperà delle attività di pulizia e di manutenzione”. “Il nuovo collaboratore” è un detenuto di Brindisi. Ha da poco compiuto 40 anni. È in carcere solo fisicamente, con la sua mente e i pensieri si vede e si proietta già nel mondo esterno. “Il ragazzo che mi è stato assegnato - dice l’imprenditore balneare - è molto bravo. Ho percepito da subito la sua voglia di lavorare e mi ha aiutato a comprendere il valore di questa iniziativa: aiutare, dare una nuova opportunità a chi ha sbagliato ma che è pronto a rimettersi in gioco”. La stagione estiva è alle porte. I titolari dei lidi potranno aprire ombrelloni e sdraio da sabato prossimo, 23 maggio, come stabilito da un’ordinanza regionale. Ma bisogna far fronte a un’emergenza: la carenza di organico. Immettere nel personale nuovi dipendenti vogliosi e determinati si tramuta in una necessità perché “in giro c’è sempre meno gente che vuole lavorare - è il pensiero dell’imprenditore salentino - appena compiliamo il formulario, avvieremo la pratica per inserire il detenuto nella forza lavoro. Anche se le tempistiche non sono immediate. Dovrò avviare un corso di formazione per la sicurezza, sarà necessario effettuare una visita con il medico del lavoro. Credo - spiega l’imprenditore - che per completare tutte le pratiche burocratiche avrò bisogno di un’altra settimana”. Nel frattempo i detenuti scalpitano. Sui loro volti si legge il sorriso di chi vuole rinascere. In riva al mare. Roma. Studenti donano materiale didattico ai detenuti universitari: “Non li lasciamo soli” di Marina de Ghantuz Cubbe La Repubblica, 21 maggio 2026 Studenti donano materiale didattico ai detenuti universitari: “Non li lasciamo soli”. Lunedì 25 maggio alla Cappella della Sapienza lo spettacolo “La forma del vuoto” sarà un momento di confronto e solidarietà. Poi alle 20 la performance aperta a tutti. Teatro, impegno sociale e diritto allo studio si incontrano alla Cappella della Sapienza, dove lunedì 25 maggio andrà in scena “La forma del vuoto”, spettacolo teatrale scritto e diretto da Francesco d’Alfonso. Un’occasione per gli studenti dei licei romani di donare materiale utile agli universitari detenuti. “Dei circa 125.000 studenti della Sapienza, 73 sono detenuti - spiega don Gabriele Vecchione che è anche presidente della Comunità San Filippo Neri. E poi? - Ammesso che studiare sia facile, studiare in carcere è ancora più difficile, perché mancano le condizioni per studiare con calma e con profitto: fa caldo d’estate, fa freddo d’inverno, c’è continuo rumore, spesso non c’è la connessione wifi, spesso non ci sono soldi per acquistare i manuali di studio, i tutor e i docenti hanno difficoltà a entrare. Come Chiesa della Divina Sapienza non possiamo abbandonare questi nostri studenti”. Lo spettacolo, ospitato nell’auditorium della Cappella della Sapienza, vedrà in scena Irene Ciani e Gabriele Enrico, accompagnati dalle percussioni di Francesco Conforti, in una drammaturgia originale che debutterà proprio in questa occasione. La giornata si articolerà in due momenti distinti. In mattinata, don Gabriele Vecchione accoglierà alcuni studenti dei licei romani invitati ad assistere alla rappresentazione. I giovani parteciperanno anche a un momento di confronto dopo aver consegnato materiale didattico raccolto per gli universitari detenuti. Al dialogo prenderanno parte il professor Pasquale Bronzo, docente di Diritto processuale penale alla Sapienza e Delegato Rettorale per il Polo Universitario Penitenziario, insieme alla dottoressa Cecilia Mariani, dottoranda in Procedura penale. In serata, alle ore 20, lo spettacolo sarà replicato con ingresso libero a offerta: il ricavato sarà interamente devoluto al Polo Universitario Penitenziario. “La forma del vuoto” racconta l’esperienza della detenzione attraverso due prospettive radicalmente diverse: quella di una donna, liberamente ispirata alla scrittrice Goliarda Sapienza, che visse un breve periodo nel carcere di Rebibbia, e quella di un ragazzo romano di diciannove anni. Lei osserva il carcere con uno sguardo analitico, cercando di comprenderne le dinamiche profonde fino a riconoscervi una forma estrema della società contemporanea. Lui, invece, vive la reclusione nella dimensione immediata del corpo e dello sguardo degli altri: il carcere diventa esposizione continua, giudizio costante, spazio in cui l’identità si incrina. Al centro della narrazione emerge così un “vuoto”: quello tra ciò che si era e ciò che si è costretti a diventare. Un vuoto che, nella drammaturgia di d’Alfonso, non coincide con un’assenza, ma con una trasformazione lenta e inevitabile. Tra silenzi, paura, memoria e bisogno di riconoscimento, il carcere si trasforma in uno specchio che interroga il rapporto tra identità, tempo e libertà. Mantova. Raccolta una tonnellata di beni, la comunità aiuta i detenuti Camilla Sorregotti Gazzetta di Mantova, 21 maggio 2026 L’appello lanciato dalla diocesi per la quaresima: biancheria e saponi raccolti da Caritas e quasi 8mila euro dalle parrocchie. Quasi ottomila euro e oltre 800 chili di beni di prima necessità. È stata un successo la raccolta fondi organizzata dalla Diocesi durante il periodo quaresimale a sostegno delle persone detenute e dei progetti di reinserimento. La raccolta delle offerte è avvenuta nelle parrocchie e nelle unità pastorali o attraverso donazioni di privati. I beni di prima necessità invece - biancheria intima, dentifrici, sapone e shampoo - sono stati raccolti in dieci centri Caritas dislocati su tutto il territorio diocesano. Nello specifico, ad Asola, Castiglione delle Stiviere, Mantova, San Giorgio Bigarello, Suzzara, Quistello, Moglia e Poggio Rusco. In aggiunta, alcune parrocchie si sono fatte tramite della raccolta sul territorio, cercando di far conoscere il più possibile l’iniziativa. A sostegno dei detenuti - Le persone detenute solitamente sono autonomi nell’acquistare o recuperare dai propri familiari alcune tipologie di beni come quelli raccolti dalle donazioni. Non è raro però che alcuni detenuti vivano in situazioni di grave indigenza e non possano quindi essere indipendenti nel reperire questi beni. È proprio per questo che la Diocesi ha deciso di dare il via alla raccolta fondi che ha portato a un risultato carico di solidarietà per la cappellania del carcere: 7.943,22 euro e 837 chili di biancheria intima e prodotti per l’igiene personale. “Partecipazione condivisa” - “La raccolta ha avuto un bel successo - dice Matteo Amati, direttore della Caritas diocesana - non solo per il denaro e i beni raccolti, ma anche perché le persone hanno avuto modo di conoscere il ruolo della cappellania del carcere e di entrare in contatto con una realtà di cui si sa ben poco”. “La cappellania opera grazie all’impegno di volontari e volontarie coinvolti in diversi progetti - aggiunge in una nota padre Andrei Vasile Mesesan, cappellano della casa circondariale di Mantova - dall’ascolto, che resta un elemento di valore inestimabile, fino ai cammini spirituali delle persone detenute. Il buon esito della raccolta non rappresenta soltanto un sostegno concreto, ma testimonia una partecipazione condivisa”. Siena. Lo spettacolo teatrale dei detenuti in scena al Teatro Parioli-Costanzo di Caterina Iannaci Corriere di Siena, 21 maggio 2026 “Un bar di paese” è l’allestimento scenico scritto dai ragazzi della casa circondariale di Santo Spirito di Siena con la compagnia Lalut e Egumteatro. “Un bar di paese”, l’allestimento scenico scritto dai ragazzi della casa circondariale di Santo Spirito di Siena con la compagnia Lalut e Egumteatro, ha vinto il Premio teatrale Maurizio Costanzo nelle carceri 2026 e può quindi essere rappresentato al Teatro Parioli-Costanzo alla presenza di prestigiose personalità del mondo della cultura e dello spettacolo. Si tratta della seconda edizione di un premio rivolto alle compagnie teatrali che operano nelle carceri italiane. Presente anche il cardinale Augusto Paolo Lojudice, arcivescovo di Siena- Colle di Val d’Elsa-Montalcino. Questo premio intende celebrare e promuovere l’arte teatrale come strumento di espressione, crescita e reintegrazione sociale all’interno del contesto carcerario. Il bando, a cui hanno partecipato da tutta Italia, era rivolto a tutte le compagnie teatrali che operano all’interno delle carceri italiane. La compagnia teatrale deve essere attiva all’interno di una struttura carceraria italiana. Il testo, scritto in lingua italiana, doveva essere un’opera originale, mai rappresentata in precedenza al di fuori del contesto carcerario. Un prestigioso riconoscimento che investe tante persone, dagli stessi detenuti al personale, dai volontari, il direttore Graziano Pujia al comandante della polizia penitenziaria Marco Innocenti e anche il cappellano don Carmelo Lo Cicero che recita nella rappresentazione. “Un bar di paese” è stato scritto durante un laboratorio di scrittura teatrale tenuto in carcere da Annalisa Bianco, autrice e regista di grandissima esperienza, da una decina di detenuti che salgono in scena assieme ai Cella Musica e, nell’unico ruolo femminile, la conduttrice del laboratorio teatrale Rita Ceccarelli. Una seduta del Parlamento nel nome di Pannella di Riccardo Magi L’Unità, 21 maggio 2026 Dobbiamo fare attenzione a non rendere Marco Pannella una icona rassicurante perché era tutto tranne che rassicurante, ci sbatteva in faccia le cose che gli altri rimuovevano e voleva che ci si attivasse per fare qualcosa. Il tema del carcere e il tema delle carceri italiane è l’enorme tema rimosso dalla politica e dalle istituzioni italiane, perché riguarda l’illegalità costituzionale dello Stato, non è solo un tema umanitario, come abbiamo appreso dall’attività e dall’impegno di Marco. È arrivato il momento di una nuova convocazione straordinaria del parlamento su questo: penso che sia inaccettabile che questa legislatura si concluda con i numeri del sovraffollamento che schizzano in alto, con le condizioni disumane che sono in continuo peggioramento, come dimostrano anche i numeri diffusi ieri da Antigone, e con la rimozione totale che viene fatta dai vertici istituzionali di questo problema. Servono misure deflattive immediate ma ci sono già in parlamento proposte per avviare una riforma del Carcere come l’istituzione della Case di reinserimento sociale o il numero chiuso; e serve ridare al Parlamento la possibilità di utilizzare lo strumento dell’amnistia e dell’indulto, oggi impossibile perché serve un quorum dei due terzi. Con Emma Bonino abbiamo proposto una modifica degli articoli 72 e 79 della Costituzione perché sia approvabile con una maggioranza assoluta. La frana demografica che soffoca il mondo e l’inspiegabile tabù dell’immigrazione di Luca Angelini Corriere della Sera, 21 maggio 2026 Negare che l’immigrazione possa creare problemi sarebbe ingenuo. Numeri e analisi, però, sembrano suggerire che sarebbe molto meglio sfidarsi su come gestirla, anziché su come impedirla. “La frana demografica che sta caratterizzando la nostra epoca sta guadagnando velocità e terreno - ha scritto qualche giorno fa, sul Financial Times, John Burn-Murdoch, in una ricca analisi dei trend mondiali -. In oltre due terzi dei 195 Paesi del mondo, il numero medio di figli per donna è sceso al di sotto del “tasso di sostituzione” di 2,1, necessario per mantenere stabile la popolazione senza immigrazione. In 66 Paesi, la media è ora più vicina a uno che a due. In alcuni, il numero più comune di figli per donna è zero (...). Ormai quasi tutto il mondo ne è colpito. Fino a poco tempo fa, tassi di natalità estremamente bassi e in rapido calo erano una preoccupazione principalmente per i Paesi ricchi, ma ora molti Paesi in via di sviluppo hanno tassi di fecondità inferiori a quelli di Paesi molto più ricchi. Nel 2023 il tasso di natalità del Messico è sceso per la prima volta al di sotto di quello degli Stati Uniti, come poi è successo per quelli di Brasile, Tunisia, Iran e Sri Lanka. I Paesi a basso e medio reddito stanno invecchiando prima di arricchirsi”. L’inverno demografico - È vero che per decenni lo spettro è stato quello della “bomba demografica” e che l’aumento della popolazione, in molti Paesi in via di sviluppo, ha rappresentato un macigno verso il traguardo dell’uscita dalla povertà. Adesso, però, è l’inverno demografico a costituire un ostacolo alla crescita. Emblematico, ricorda Burn-Murdoch, è il caso del Giappone: “La stagnazione a partire dagli anni 90 è quasi interamente spiegata dai bassi tassi di natalità che hanno ridotto la popolazione in età lavorativa”. Produttività in calo - Tutto sommato, meglio così, si potrebbe pensare, guardando magari alla lotta al cambiamento climatico. Burn-Murdoch cita, però, uno studio pubblicato dal National Bureau of Economic Research, secondo il quale l’impatto del calo demografico sul climate change sarà modesto (contano ovviamente di più i livelli di consumo). Non sarà, invece, modesto l’impatto economico e sociale. Tanto per cominciare, “la pressione fiscale derivante dalla crescente spesa per pensioni e assistenza sociale riduce anche gli investimenti nelle infrastrutture, contribuendo a creare un senso di declino che alimenta le politiche antisistema”. È inoltre abbastanza intuitivo che società più “vecchie” tendono a diventare meno produttive, creative e dinamiche (anche se l’aumento dell’aspettativa di vita non è di sicuro una cattiva notizia). Se Elon Musk, con la sua abituale moderatezza, definisce il calo del tasso di fecondità “il più grande rischio per la civiltà”, anche Jesús Fernández-Villaverde, professore di economia all’Università della Pennsylvania e uno dei principali ricercatori sulle conseguenze del cambiamento demografico, sostiene che quasi tutti i problemi più urgenti derivano da lì: “Il declino della fecondità è la grande questione del nostro tempo.Tutto il resto ne è una conseguenza”. Il ruolo del digitale - Partendo da un articolo pubblicato il mese scorso da Nathan Hudson e Hernan Moscoso-Boedo dell’Università di Cincinnati, Burn-Murdoch, con dovizia di grafici e dati, si sofferma, in particolare, sull’impatto che la diffusione degli smartphone avrebbe avuto sul calo demografico, riducendo i contatti “di persona”, nel mondo reale (pur non trascurando altri impatti, ad esempio l’esplosione del costo degli alloggi nei Paesi ad alto reddito). Per Melissa Kearney, docente di Economia all’Università di Notre Dame, è “del tutto plausibile che il moderno ambiente dei media digitali abbia avuto effetti profondi sulla società, portando a un declino delle relazioni di coppia”. E il demografo Lyman Stone aggiunge: “Se passi molto tempo a socializzare con i tuoi coetanei nel mondo reale, i tuoi standard [per un potenziale partner] sono ancorati al mondo reale. Se passi il tuo tempo su Instagram, i tuoi standard sono ancorati a un senso artificiale di ciò che è normale”. Immigrazione e demografia - In attesa che qualcosa cambi negli stili di vita (il primo consiglio in proposito di Rana Foroohar, sempre del Financial Times, è “dite ai vostri figli di mettere giù il telefonino e andare a fare una passeggiata, preferibilmente con un partner”), il rimedio più a portata di mano nel breve termine per riassestare gli squilibri demografici è l’immigrazione. Lo hanno scritto anche i demografi di Eurostat nel rapporto sulla popolazione Ue, pubblicato il mese scorso: “Un saldo migratorio positivo elevato e persistente è l’unico fattore che contribuisce alla crescita demografica per quei Paesi che si prevede avranno una crescita demografica nel periodo compreso tra il 2025 e il 2100. Nei Paesi dell’Ue caratterizzati da un saldo migratorio positivo, è possibile che il processo di invecchiamento della popolazione venga rallentato, poiché le popolazioni migranti spesso presentano un’elevata percentuale di persone in età lavorativa”. Elemento, quest’ultimo, tutt’altro che trascurabile, visto che, come ha scritto Mario Draghi nel suo rapporto sulla competitività europea, “da qui al 2070, l’offerta di lavoro diminuirà del 12 per cento e le ore lavorate medie del 9 per cento, nonostante il possibile effetto mitigatore di riforme del mercato del lavoro e delle pensioni”. Un allarme “incomprensibile” - Quel che è economicamente suggeribile, non sempre è però politicamente digeribile, come ha fatto notare Oliver Grimm nella newsletter Mattinale europeo: “Questi numeri raccontano una verità allarmante. Eppure, nei palazzi del potere europeo, pochi sembrano disposti ad agire di conseguenza. “Migrazione”, “lavoro”, “competenze”, “forza lavoro”: nessuna di queste parole compariva nell’ultimo discorso sullo Stato dell’Unione pronunciato dalla presidente, Ursula von der Leyen. L’ultima volta che i governi nazionali hanno approvato una legge volta a facilitare l’immigrazione legale è stato il 12 aprile 2024. La revisione della direttiva sul Permesso Unico dovrebbe rendere più semplice per i cittadini di Paesi terzi ottenere, con un’unica procedura, il diritto di soggiornare e lavorare nell’Ue. Entro il 21 maggio - questo giovedì - gli Stati membri sono tenuti a recepirla. Lo faranno tutti e 25? (La direttiva non si applica a Irlanda e Danimarca). E il Parlamento europeo? Da quando, due anni fa, gli elettori hanno spostato l’asse politico verso destra, la migrazione legale è diventata un tema tossico. Nessun eurodeputato in pieno possesso delle proprie facoltà rischierebbe il proprio capitale politico per difenderla. E poiché von der Leyen dipende sempre più spesso da maggioranze parlamentari rese possibili dal sostegno dell’estrema destra, non promuove neppure politiche che facilitino l’immigrazione legale”. Eppure, ancora il 26 giugno dell’anno scorso, Magnus Brunner, commissario europeo per gli Affari interni e la migrazione, aveva avvertito: “Se oggi fermassimo tutta l’immigrazione legale verso l’Europa, fra vent’anni le nostre economie sarebbero più povere del 9-15 per cento”. In uno scenario di immigrazione zero, aggiunse, l’Europa finirebbe economicamente alle spalle non solo di Cina e Stati Uniti, ma persino di Brasile e India. “Non è questo ciò che vogliamo”, concluse. Anche Brunner, però, sembra oggi concentrato soprattutto su come aumentare i rimpatri. Le politiche Ue - La conclusione di Grimm non è rosea: “Da quando l’Ue ha iniziato a irrigidire le proprie politiche migratorie e d’asilo, i responsabili politici hanno sempre sostenuto che frontiere più rigide e deportazioni più rapide dei migranti irregolari dovessero andare di pari passo con procedure semplificate per lavorare legalmente in Europa. Ma questa seconda gamba della politica migratoria europea si è atrofizzata. Indebolita economicamente e insicura culturalmente, l’Europa avanza zoppicando verso un futuro prossimo con meno persone che lavorano, creano, contribuiscono e sostengono il suo modello di welfare. È una conseguenza diretta della Migrationswende - la svolta restrittiva sulle politiche migratorie sostenuta da von der Leyen, Brunner e dalla corrente principale della politica europea. Anche se non era la conseguenza desiderata”. Negare che l’immigrazione possa creare problemi, oltre a risolverne, sarebbe ingenuo. Numeri e analisi, però, sembrano suggerire che sarebbe molto meglio sfidarsi su come gestirla, anziché su come impedirla. La scorciatoia della retorica dell’“invasione” continua sì a pagare elettoralmente, ma non cancella la “verità allarmante” richiamata da Grimm. Le sfide da vincere - Va anche aggiunto che non tutta l’immigrazione legale è uguale. Come aveva scritto ancora Draghi, “l’Ue non riesce né ad attrarre migranti altamente qualificati dall’estero né a trattenere i talenti locali. L’Europa è diventata uno dei principali esportatori di talenti e fatica ad attrarre e trattenere lavoratori altamente qualificati”. L’invecchiamento non è certo la sola causa del deficit di innovazione europeo, ma di sicuro contribuisce. E la conseguenza è che anche i ritocchi verso l’alto nei numeri dei periodici decreti flussi, come sta avvenendo in Italia, non riescono a cambiare i contorni della fotografia scattata da Draghi. Né a evitare situazioni di sfruttamento del lavoro a bassa qualifica come quella denunciata oggi da Antonio Averaimo su Avvenire: “Arrivavano in Italia in maniera apparentemente legale, dopo aver fatto sborsare alle loro famiglie fino a 13 mila euro, per risollevarsi dalla povertà, ma già prima di toccare il suolo italiano la loro sorte di vittime del caporalato era segnata. Finivano poi a lavorare in aziende agricole e allevamenti anche fino a 12 ore al giorno, con paghe irrisorie di pochi euro l’ora, esposti costantemente a ogni forma di ricatto e ridotti a vivere nelle solite baracche di fortuna”. A scoprire l’ennesima rete di sfruttamento di lavoratori stagionali extracomunitari, messa in piedi da un’organizzazione criminale operante in Basilicata, Campania, Emilia-Romagna e Lombardia (con ramificazioni fino in India), è stata la Direzione distrettuale antimafia di Potenza. L’associazione a delinquere sfruttava in modo criminale proprio le falle del Decreto flussi: “I migranti finiti nella rete del caporalato erano continuamente ricattati a causa della necessità di onorare il debito contratto con l’organizzazione, fin dalla partenza dai loro Paesi di provenienza, sotto minaccia di perdere il permesso di soggiorno ottenuto. (...) Arrivati in Italia, attratti dalla possibilità di ottenere un lavoro regolare attraverso il meccanismo del Decreto flussi varato periodicamente dal governo per l’ingresso dei lavoratori extracomunitari, finivano invece in condizioni di vera e propria schiavitù. Il sistema si era avvalso di datori lavoro complici che presentavano domande di assunzione per i lavoratori stagionali, in cambio di compensi stimati tra i 3 mila e i 4 mila euro per ogni singola pratica”. “Il lato repressivo delle norme funziona, ma bisogna proseguire il rafforzamento degli strumenti preventivi verso chi sfrutta il Decreto flussi per ricattare i lavoratori stranieri, superando il meccanismo del “click day” e implementando i controlli nella corrispondenza tra ingressi concessi, fabbisogno di manodopera e contratti effettivamente attivati”, dice il reggente della Fai-Cisl nazionale, Antonio Castellucci. Per i segretari generali di Cgil Basilicata e Flai-Cgil Basilicata, Fernando Mega e Vincenzo Pellegrino, il Decreto flussi “non è mai stato uno strumento per garantire ingressi legali e sicuri, perché si basa sull’incrocio tra domanda e offerta di lavoro a distanza. Negli ultimi anni sono state introdotte alcune modifiche positive che però non sono sufficienti a superare i ritardi cronici”. La dignità calpestata di Goffredo Buccini Corriere della Sera, 21 maggio 2026 Dignità dei prigionieri e propaganda: la flotilla e il caso Ben-Gvir. Israele e la linea rossa della democrazia. Il prigioniero è sacro. O, almeno, dovrebbe esserlo. Così come la sua dignità. Interi scaffali di convenzioni e dichiarazioni universali stanno lì a tracciare una linea rossa tra “noi” e “loro”. Dove “noi” siamo le democrazie liberali, gli stati di diritto, quell’insieme di entità e comunità che nei secoli hanno metabolizzato e tradotto in norme il razionalismo illuminista, la reazione etica ai totalitarismi, Beccaria, Kant e Montesquieu, Hannah Arendt, Emmanuel Lévinas e tanto altro ancora. E “loro” sono le segrete dei regimi, l’oscurantismo medievale di ritorno, i campi di rieducazione delle tirannidi, i boia di Teheran e i tunnel di Hamas. Naturalmente, bando alle ipocrisie, quella linea rossa viene varcata non di rado e colpevolmente da chi si ammanta dei nostri principi di civiltà: posti come Guantanamo, Abu Ghraib o, più di recente, il carcere di Sde Teiman nel deserto del Negev stanno lì a ricordarcelo. E tuttavia è raro trovare nella storia più prossima di ciò che chiamiamo (ancora, ostinatamente) Occidente qualcuno che faccia una così aperta ostensione della ferocia. Di più: qualcuno che della ferocia faccia un’arma di propaganda elettorale. Il video di Itamar Ben-Gvir tra i prigionieri della Flotilla ammanettati e in ginocchio nel porto di Ashdod, umiliati e terrorizzati da agenti col volto coperto, è esattamente questo genere di spot sulla pelle di chi non può difendersi. Il ministro della Sicurezza del governo Netanyahu sventola tra i militanti filopalestinesi, catturati in alto mare con un’azione di pura pirateria, la bandiera con la Stella di David in favore di telecamera; li deride, chiede al premier di lasciarglieli a lungo per poterli tormentare a dovere, mentre un altoparlante manda a tutto volume l’inno nazionale, Hatikvah, La Speranza, che nel contesto suona quasi blasfemo. Perché qui non si tratta più di decidere cosa pensiamo della Flotilla. Se nella sua azione ci sia o meno qualcosa di umanitario o, piuttosto, una legittima provocazione politica contro la disastrosa situazione di Gaza che pare non interessare più a nessuno. Non conta più neanche se tra le ong turche che hanno organizzato questa nuova impresa ci siano o meno soggetti finanziati da Hamas o da suoi simpatizzanti. E, per paradosso, non importerebbe neppure se i 430 fermati fossero tutti di Hamas. Ciò che conta è la violazione esibita di quella linea rossa. È lo sfregio di ciò che, chiunque sia il detenuto, ci rende diversi. E che rende (dovrebbe rendere) diverso Israele proprio da Hamas o da Hezbollah, dagli ayatollah o dai mozzaorecchi del 7 ottobre. Ben-Gvir fa spallucce davanti alla sacrosanta indignazione del governo italiano e di quello francese, che chiedono scuse formali e convocano gli ambasciatori a Roma e Parigi. E sbeffeggia persino le reazioni dei suoi colleghi di gabinetto. Significative le parole di Gideon Sa’ar, il ministro degli Esteri: “Tu non sei il volto di Israele, con questa vergognosa performance rechi danno al Paese”. Più prudente ma comunque critico anche Netanyahu, secondo cui l’azione del suo ministro “non è in linea con i valori e le norme di Israele”. “Abbiamo smesso di essere un bambino che prende schiaffi”, replica lui, tronfio. Sarebbe però un errore liquidare il capo dell’estremismo religioso sionista come un fenomeno di colore, per quanto cupo. Ben-Gvir innanzitutto esprime una contraddizione lacerante: da ragazzo si è visto, caso rarissimo, rifiutare l’accesso all’esercito. “Quando hanno iniziato a stampare i suoi precedenti penali, i fogli non sono bastati”, scrive Elena Testi nel suo “Genesi”, un bel saggio sulle origini dell’estrema destra israeliana. La sola idea che a un simile personaggio venga affidata la sicurezza nazionale e il comando delle forze di polizia è grottesca e drammatica insieme. Ma ha una ragione politica precisa. Già militante del Kach e seguace del rabbino razzista Meir Kahane, l’impresentabile Ben-Gvir è stato portato all’onore del mondo dal desiderio di Netanyahu di restare incollato alla poltrona, anche venendo a patti col radicalismo d’una destra che vuole semplicemente l’eliminazione dei palestinesi dalla Palestina. Il nostro Davide Frattini spiega che “Bibi” sarà disposto a perdonarlo e a tenerselo ancora accanto se ciò gli servirà per rimanere un altro po’ al potere. Molto si gioca infatti fra qualche mese, alle elezioni d’autunno. Sette israeliani su dieci, secondo i sondaggi, hanno appoggiato la pena capitale su base etnica, cui Ben-Gvir ha brindato alla Knesset. Ed è qui che il “ministro della Morte” (definizione di Haaretz) pone il Paese davanti a un bivio, diremmo, esistenziale. Lo fa da tempo ormai. Perché tutte le sue azioni sono rivolte all’interno, al suo elettorato. Nell’indifferenza per lo sfregio internazionale della reputazione di Israele: sperando, anzi, di accrescerne l’isolamento. L’umiliazione dei detenuti in favore di telecamera è un classico del personaggio, solo che finora le vittime sono state palestinesi e il resto del mondo s’è girato dall’altra parte. Tra qualche mese ciò che resta di una grande democrazia, piagata e spaventata dal pogrom del 7 ottobre, dovrà decidere se riscattare la propria anima. O abbandonarsi, forse per sempre, alla paura: e ai suoi collaudati impresari. Quell’odio che isola Israele dal mondo. L’antisemitismo sollecitato dove non c’è di Anna Foa La Stampa, 21 maggio 2026 Il video che ritrae Ben-Gvir tra gli attivisti della Flotilla è una bomba gettata in un contesto incandescente. Il ministro israeliano Ben-Gvir ha visitato nel porto israeliano di Ashdod gli attivisti della Flotilla rapiti dall’IDF in acque internazionali, legati e costretti a stare inginocchiati col volto a terra in una posizione quanto mai umiliante. Il ministro, non nuovo a simili azioni nei confronti di detenuti ammanettati, li ha violentemente irrisi. Lo vediamo in un video che non è un falso creato dall’Ai, ma un video autentico, divulgato sul sito ufficiale di Otzmà Yehudit, il partito di Ben-Gvir. Una donna che ha cercato di resistere all’ordine di inginocchiarsi e che ha gridato «Palestina libera» è stata buttata a terra con violenza dai soldati, mentre Ben-Gvir commentava: «Ben fatto, Tovà». Il video fa male al cuore, e lo dico questa volta anche parlando, oltre che da essere umano, da ebrea. Ma non solo. È una bomba gettata in un contesto incandescente. Sollecita l’antisemitismo, lo crea dove non c’è. Isola, se ancora ce ne fosse bisogno, Israele dal resto del mondo, lo designa definitivamente come uno Stato canaglia, illustra pubblicamente come in Israele si trattano i prigionieri. È il Male rivendicato con orgoglio. Di fronte a fatti del genere, gli ebrei della diaspora non possono che rivoltarsi, gridare che queste pratiche, volute sì da un ministro estremista ma messe in atto senza proteste dai soldati di quello che ama definirsi «l’esercito più morale del mondo», sono aberranti. Se non lo fanno, non possono che esserne complici. Ma se non lo fanno, lasceranno anche che ovunque il mondo ebraico sia assimilato a questo orrore. Lasceranno che tutta la diaspora sia trascinata nell’abisso. Intendiamoci. Queste pratiche non sono nuove. Solo che oggi hanno colpito persone che venivano da tanti Paesi del mondo, disarmate, e che Israele non aveva il minimo diritto, non che di arrestare, nemmeno di fermare. Purtroppo, finché sono state attuate nelle carceri, su palestinesi per la maggior parte incarcerati senza accuse e senza colpe, su bambini, su anziani, e finché nelle carceri gli abusi, anche quelli sessuali, sono diventati la norma, sono state negate, messe in discussione, celate. Oggi, sono sbandierate con orgoglio da un ministro. Ma non solo lui. In coda ad un post sui social di Gad Lerner, commenti indescrivibili di sostegno a Ben-Gvir in ebraico. La propaganda si è messa rapidamente in movimento. Tacciono finora i commenti dei nostri sostenitori del governo israeliano, ebrei o meno. Su Pagine Ebraiche di oggi, un breve riferimento che narra i fatti e che definisce eufemisticamente l’irrisione di Ben-Gvir come una «presa in giro», nessun commento. Ma cosa deve succedere perché gli ebrei italiani si ribellino a chi sta distruggendo con i palestinesi anche Israele, quando l’azione di Ben-Gvir è stata condannata perfino dal ministro degli Esteri di Israele, Sa’ar. Credo che dobbiamo sperare che le reazioni dei Paesi che hanno dei loro cittadini fra i rapiti spingano a prendere finalmente una posizione chiara sulla politica del governo israeliano. Non è più tempo di aspettare. Bisogna boicottare l’economia di Israele, non solo i prodotti che provengono dai territori occupati. Impedire la vendita di armi. Che i Paesi che ancora non lo hanno fatto, l’Italia in primis, riconoscano lo Stato di Palestina. Che il mondo intero, come l’anno scorso, scenda in piazza a protestare. Che i governi chiedano l’immediata liberazione dei loro cittadini illegalmente detenuti. Meloni e Tajani hanno, devo ammetterlo, pronunciato parole molto dure. Ma serve che queste parole diventino atti concreti. Sappiamo che non tutti gli israeliani approvano Ben-Gvir. Che in tanti protestano, manifestano, si schierano a difesa dei palestinesi, cercano di proteggerli. Ma nel 66 d.C., non tutti gli abitanti del regno di Giuda approvavano gli estremisti quali gli zeloti e i sicari. Molti fautori della pace e della moderazione furono uccisi dagli estremisti, come nel 1995 è stato assassinato Rabin. Ma gli zeloti hanno prima spinto alla guerra contro Roma e poi alla distruzione del Regno di Giuda. Riusciranno gli zeloti di oggi, distruggendo l’etica, il diritto, l’umanità, a coinvolgere il mondo nel loro suicidio, a renderci tutti responsabili delle loro colpe, dei genocidi che commettono? Per questo dobbiamo tutti, ebrei o non ebrei che siamo, alzare alta la voce. A questo punto, è un dovere. Benda sugli occhi e mani legate dietro la schiena, Ben-Gvir ha umiliato gli attivisti della Flotilla di Monica Ricci Sargentini Corriere della Sera, 21 maggio 2026 “Non eroi ma terroristi, guardate come sono ridotti”. Il video choc: gli arrestati messi in ginocchio, un uomo trascinato da due agenti. E il ministro di Netanyahu incita i soldati: “Ottimo lavoro”. Le immagini si aprono con una donna in piedi, indossa una maglietta verde, ha una benda nera sugli occhi e le mani legate dietro la schiena. È Cat, un’attivista irlandese della Global Sumud Flotilla. Intorno a lei ci sono agenti della sicurezza israeliana con il volto coperto. A un certo punto la giovane comincia a gridare: “Free, free Palestine”. Fa appena in tempo a ripeterlo due volte che i soldati le si lanciano addosso. “Buona, buona”, le dicono mentre la spingono verso il basso e la costringono a inginocchiarsi. In sottofondo si sente una voce che elogia gli agenti: “Ottimo lavoro”. Poi la telecamera si sposta e inquadra il ministro israeliano della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir che sorride soddisfatto. Nell’inquadratura successiva il leader del partito di estrema destra Otzma Yehudit sventola una grande bandiera israeliana. Davanti a lui, sull’asfalto del porto di Ashdod, ci sono decine di attivisti della Global Sumud Flotilla inginocchiati, molti con le mani legate dietro la schiena, il volto rivolto verso terra. “Benvenuti in Israele, noi siamo i padroni di casa”, dice in ebraico. Sono i primi dodici secondi del filmato pubblicato ieri dallo stesso Ben-Gvir sul suo profilo X, che mostra l’arrivo ad Ashdod degli attivisti fermati dopo gli abbordaggi della Global Sumud Flotilla nel Mediterraneo orientale. Nella scena successiva si vedono due agenti che trascinano un uomo prendendolo per la testa. “È così che deve essere”, commenta una voce fuori campo mentre il ragazzo, con i capelli ricci, resta piegato in avanti con il volto rivolto verso il pavimento. Poco dopo la telecamera torna a inquadrare l’area all’aperto dove gli attivisti sono costretti a rimanere inginocchiati a terra sotto la sorveglianza dei soldati armati. In sottofondo, dagli altoparlanti, parte Hatikva, l’inno nazionale israeliano. La scena cambia ancora. A questo punto Ben-Gvir punta il dito verso un attivista: “Il popolo israeliano vive”, gli dice due volte. L’uomo, ancora in ginocchio, sembra voler rispondere. Agita le mani legate come per chiedere di essere ascoltato, ma le sue parole restano incomprensibili. Al secondo 27 la telecamera inquadra gli agenti della sicurezza che trascinano una ragazza recalcitrante e altre due donne che avanzano piegate in avanti, con grandi sacchi di plastica dietro la schiena. Subito dopo Ben-Gvir interviene di nuovo: “Non preoccupatevi per le grida, non preoccupatevi”. Pochi minuti dopo il ministro pubblica un secondo video su X, girato sempre nell’area del porto di Ashdod dove gli attivisti vengono trattenuti dopo gli abbordaggi nel Mediterraneo orientale. Stavolta Ben-Gvir parla direttamente alla telecamera mentre davanti a lui si vedono gli attivisti inginocchiati a terra. “Sono arrivati qui pieni di orgoglio, come grandi eroi. Guardate come sono ridotti ora, non eroi ma sostenitori del terrorismo”, dice il volto soddisfatto. Poi aggiunge di voler chiedere al premier Benjamin Netanyahu: “Dateli a me per un tempo molto più lungo, mettiamoli nelle carceri dei terroristi, è lì che dovrebbero stare”. Fuori dal centro di detenzione di Ashdod l’avvocata Miriem Azem aspetta notizie dai colleghi che stanno assistendo gli oltre 400 attivisti della Global Sumud Flotilla. “Di solito ci vogliono almeno dodici ore per parlare con tutti”, dice. “Poi si capirà chi sarà espulso subito e chi verrà trattenuto”. Intanto tra i familiari cresce la preoccupazione. Molti parenti continuano a seguire gli aggiornamenti attraverso i legali, senza riuscire ad avere contatti diretti con i propri cari. Per chi ha già vissuto quell’esperienza, le immagini diffuse oggi non sono una sorpresa. Francesca Nardi, attivista italiana, ha partecipato alla missione di fine aprile. “Anche noi siamo stati costretti a stare per lunghissimo tempo in posizioni di stress, con la testa contro il pavimento e le mani dietro il collo”, dice e aggiunge che durante la detenzione gli attivisti erano privati di documenti, oggetti personali e vestiti. “Molti di noi sono rimasti in maglietta”. Torture nel carcere libico di Mitiga, le strategie della difesa di Al Hishri nell’udienza alla Cpi di Youssef Hassan Holgado Il Domani, 21 maggio 2026 Entro 60 giorni i giudici decideranno se la Corte ha giurisdizione sul caso che coinvolge il sodale del torturatore Almasri. Caso che sta scoperchiando il sistema di violenze e i crimini commessi dal 2014 al 2020 a danno di migranti, oppositori e attivisti nel carcere che sorge vicino la pista dell’aeroporto di Tripoli. È iniziato il secondo giorno di udienza preliminare alla Corte penale internazionale nei confronti di Khaled al Hishri, membro delle milizie Rada che insieme a Osama Almasri e altri ufficiali gestiva il centro di detenzione per migranti di Mitiga. Al Hishri è accusato di 17 capi di imputazione diversi tra cui crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi in Libia dal 2015 al 2020. Era stato arrestato dalle autorità tedesche nel luglio del 2025 e poi è stato estradato lo scorso dicembre. Ora la Corte dovrà decidere se andare a processo o meno e la decisione avverrà nel prossimo mese di luglio. Contro Al Hishri, la procura ha formulato accuse durissime. Sarebbe l’autore di violenze sessuali, torture, sparatorie e abusi di ogni tipo. A testimoniare contro i crimini che accadono nel carcere di Mitiga sono state 945 persone, (tra cui migranti, giornalisti, oppositori e calciatori) ascoltate nei mesi scorsi da parte dei procuratori dell’Aia secondo cui vigeva un “sistema istituzionalizzato” di “violenze e schiavitù”. Al Hishri, noto con il soprannome dell’Angelo della morte, aveva il pieno controllo della vita dei detenuti, inclusi donne e bambini. Secondo la procuratrice Diane Lupkin, l’alto ufficiale libico avrebbe commesso aggressioni sessuali, tra cui lo stupro di una donna e avrebbe obbligato ad abortire una minorenne rimasta incinta dopo ripetute violenze. Una testimone ha descritto il libico come “un incubo” che le avrebbe “mostrato l’inferno”, raccontando episodi di torture e pestaggi. Per l’accusa, i detenuti sarebbero stati sottoposti a fame sistematica, privazione di cure mediche, pestaggi quotidiani e lavori forzati sia all’interno sia all’esterno della struttura, inclusi il trasporto di armi, attività agricole e lavori in proprietà riconducibili ai vertici della milizia Rada. Alcuni dei migranti detenuti sarebbero anche stati costretti a donare sangue ai combattenti dei gruppi armati durante il periodo più buio della guerra civile scoppiata nel paese dopo l’uccisione di Muhammar Gheddafi. I crimini avvenivano anche fuori dal carcere, in strutture adiacenti che ricadevano sempre sotto il controllo delle Rada, che fino a pochi mesi fa era tra le più potenti milizie nell’area di Tripoli. Secondo Hisham Murad, l’avvocato dell’accusa, “non esiste un solo crimine contestato che l’imputato non abbia commesso personalmente”. Le vittime identificate al momento sarebbero 159, un numero tra i più alti mai registrati per un imputato accusato di essere autore materiale delle violenze. La Corte ha autorizzato la partecipazione di 54 vittime al procedimento. Alcune di loro hanno anche partecipate alla due giorni di udienze all’Aia, tra questi c’è Lam Magok che ha denunciato il governo italiano per aver liberato Osama Almasri, sodale di al Hishri su cui pendeva un mandato di cattura internazionale della Cpi. Le mosse della difesa - La difesa di Al Hishri ha respinto le accuse sostenendo che il carcere fosse formalmente sotto il controllo delle autorità libiche di Tripoli. I legali hanno anche negato che il libico abbia commesso atti di schiavitù o persecuzione per motivi politici e che durante il periodo contestato dall’accusa Al Hishri viaggiava spesso all’estero, affermando che non era presente quando sarebbero stati commessi i crimini. Ma il vero nodo è sulla legittimità dell’Aia sul caso. La difesa, infatti, ha provato a contestare la giurisdizione della Corte sul caso invocando gli articoli 17 e 19. Si tratta della stessa strategia adottata da Almasri, che attualmente si trova in carcere a Tripoli dopo essere arrestato lo scorso novembre. L’articolo 17, nello specifico, disciplina l’ammissibilità dei casi e stabilisce che la Corte può intervenire soltanto se un paese “non vuole” oppure “non è in grado” di perseguire realmente i responsabili dei crimini. Ora i giudici avranno 60 giorni di tempo per decidere se confermare formalmente le accuse contro il torturatore libico oppure no. Nel caso in cui il processo prosegua, potrebbe rivelare importanti dettagli sul sistema di violenze a danno di migliaia di persone che hanno attraversato il paese negli anni più bui della guerra civile e porterebbe a una verità giudiziaria che confermerebbe quello che ong e inchieste giornalistiche denunciano da anni. Ma che i governi europei hanno fatto finta di non vedere, continuando a stringere accordi con milizie e corpi dello stato del paese nordafricano. “Per anni i muri di Mitiga hanno nascosto torture, umiliazioni e distruzione di vite umane. Oggi però quei muri non trattengono più la verità”, hanno commentato i legali delle vittime dell’ufficiale libico. “L’assalto ai diritti umani continua ed è sempre più feroce” di Umberto De Giovannangeli L’Unità, 21 maggio 2026 “Le norme e le istituzioni create per il rispetto dei nostri diritti vengono svuotate. Per Trump, Netanyahu, Putin e i loro emuli il diritto internazionale non vale, sono leader predatori. Intanto l’Ue continua a mostrarsi forte con i deboli, inasprendo sempre più le sue contro le persone migranti, richiedenti asilo e rifugiate, e debole coi forti”. Intervista a Riccardo Noury, Portavoce di Amnesty International Italia, saggista, una vita dedicata alla battaglia per il rispetto dei diritti umani in Italia e nel mondo. Un mese fa Amnesty International ha presentato il suo rapporto sui diritti umani nel 2025. Che anno è stato? Era difficile pronosticare che sarebbe stato peggiore del 2024 e invece le oltre 600 pagine pubblicate da Roma Tre Press denunciamo un’ulteriore escalation nell’assalto al multilateralismo, al diritto internazionale e dunque, al cuore dei diritti umani. Non stiamo più assistendo all’erosione di parti del sistema a causa del consueto ricorso ai doppi standard. Siamo ormai all’attacco diretto, da parte degli attori più potenti, alle fondamenta dei diritti umani e all’ordine internazionale basato sulle regole. Le norme approvate e le istituzioni create per il rispetto dei nostri diritti vengono svuotate nella loro essenza. Non a caso parliamo di leader predatori. È la conferma, per riprendere la famosa frase del ministro Tajani, che “il diritto internazionale vale fino a un certo punto”? Ormai quella frase suona persino vecchia. Si può sostituire con “il diritto internazionale non vale”. Per Trump, Netanyahu, Putin e i loro emuli. All’inizio del 2026 gli Usa hanno violato la Carta delle Nazioni Unite attaccando il Venezuela; meno di due mesi dopo l’hanno rifatto, insieme a Israele, attaccando l’Iran, che a sua volta ha reagito colpendo Israele e gli stati del Golfo. Contemporaneamente Israele ha aumentato i suoi rovinosi attacchi contro il Libano. La prima a dare l’esempio era stata la Russia, nel 2022, aggredendo uno stato sovrano, l’Ucraina. Cos’altro hanno fatto quei tre leader predatori? Prima di attaccare il Venezuela, gli Usa hanno commesso oltre 150 esecuzioni extragiudiziali colpendo imbarcazioni nell’Oceano Pacifico e nel Mar dei Caraibi. La Russia ha intensificato gli attacchi mortali con missili e droni contro i centri abitati e le infrastrutture civili dell’Ucraina lasciando per mesi al freddo e al buio decine di milioni di persone. Israele ha inasprito il suo sistema di apartheid nella Cisgiordania occupata, ormai prossima all’annessione. Ha proseguito il genocidio nella Striscia di Gaza, facendo entrare l’espressione “cessate il fuoco” nel vocabolario orwelliano: dal 9 ottobre 2025 ha ucciso oltre 800 civili palestinesi. Negli ultimi giorni, poi, ha di nuovo illegalmente intercettato in mare le persone solidali della Flotilla. Il Canale 14 della Tv israeliana ha mandato in onda le immagini delle violenze e umiliazioni subite dagli attivisti della Global Sumud Flotilla. A rubare la scena, con una serie di provocazioni esibite, è il ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir... Ben -Gvir non si smentisce. Ogni volta che può manifestare il suo disprezzo per i diritti umani lo fa nella maniera più vergognosa. Il suo atteggiamento di scherno e le minacce che ha rivolto alle persone intercettate e portate in Israele è scandaloso. E ci auguriamo che alle parole di condanna per questo gesto seguono anche azioni concrete nei confronti del governo di Israele, perché qui non è più solo un problema di ministri estremisti e bulli, ma è un problema di un governo complessivo. L’Italia, anche alla luce della vicenda molto preoccupante che coinvolge decine e decine di persone italiane in questo momento nelle mani delle autorità israeliane, è necessario che imposti i rapporti con Israele in maniera completamente opposta rispetto all’accondiscendenza tradizionale su cui li ha basati da decenni a questa parte”. Oltre a quelli sotto i riflettori, ci sono i conflitti meno raccontati ma non meno gravi… Esatto. Dobbiamo smetterla di pensare che la gravità delle crisi sia proporzionale alla loro notorietà. Le forze armate di Myanmar hanno usato paracadute a motore per sganciare esplosivi contro i villaggi uccidendo centinaia di civili. Gli Emirati Arabi Uniti hanno alimentato il conflitto in Sudan fornendo armi ai paramilitari, che a ottobre hanno preso il controllo della città di El Fasher commettendo uccisioni di massa e violenze sessuali contro la popolazione. Le Nazioni Unite hanno dichiarato che proprio a El Fasher si sono visti “i segni caratteristici del genocidio”. Non dimentichiamo, poi, i conflitti che chiamo interni, ma non perché coinvolgano due o più attori nel territorio di uno stato. Sono invece diretti dalle autorità contro la loro stessa popolazione, del tutto priva di armi e pacifica. In Afghanistan, i talebani hanno inasprito le loro politiche contro la popolazione femminile emanando ulteriori decreti contro l’istruzione, il lavoro e la libertà di movimento. In Iran, proprio alla fine del 2025 è iniziata la più sanguinosa repressione delle proteste degli ultimi decenni, che ha raggiunto il picco tra l’8 e il 9 gennaio 2026 con migliaia e migliaia di uomini e donne assassinati in strada. Un mondo governato dalla paura, dunque… Ci sono governi autoritari che vogliono seminare paura: quelli che bombardano i popoli accanto, quelli che danno la caccia agli “altri” - l’amministrazione Trump nel 2025 ha espulso mezzo milione di persone migranti e richiedenti asilo, spezzando nuclei familiari e terrorizzanlitiche do con le squadracce dell’Ice intere comunità - e quelli che fanno fare gli straordinari al boia. L’anno scorso Amnesty International ha registrato il più alto numero di esecuzioni di condanne a morte dal 1981: almeno 2707 persone, oltre il doppio del 2024, e parliamo solo di quelle di cui è riuscita a recuperare notizie, Cina esclusa dunque. Sono passati 30 giorni dalla pubblicazione del Rapporto. Quali sono stati i fatti più importanti di questo mese? L’avventura illegale in cui Trump e Netanyahu si sono trascinati a vicenda ha messo ulteriormente in crisi un’intera regione. Ci sono effetti globali sull’economia, non c’è dubbio. Ma le conseguenze più gravi le hanno pagate e le stanno pagando le popolazioni locali. Il sud del Libano è un ulteriore esempio del significato orwelliano del “cessate il fuoco”: la popolazione locale continua a essere uccisa e ad abbandonare case e terre a seguito degli ordini di sfollamento dell’esercito israeliano. In Iran, oltre alle vittime civili degli attacchi statunitensi e israeliani, le autorità di Teheran stanno esercitando una silenziosa rappresaglia contro manifestanti e prigionieri politici: da marzo ne sono stati impiccati oltre trenta. L’Unione europea continua a mostrarsi forte coi deboli, inasprendo sempre più le sue contro le persone migranti, richiedenti asilo e rifugiate, e debole coi forti. Sono state approvate sanzioni nei confronti di coloni israeliani e loro organizzazioni, ma non si riescono a fare passi avanti rispetto alla sospensione dell’accordo di associazione del 2000 con Israele. Nonostante oltre un milione di cittadine e cittadini degli stati membri abbiano firmato una petizione in tal senso, Germania e Italia continuano a guidare le file dei recalcitranti. Ecco, l’Italia. Come ne esce dal vostro Rapporto? Male. Le politiche anti-immigrazione e quelle sicuritarie si fanno sempre più dure a colpi di decreti governativi. Il decreto sicurezza del 2026 ha completato l’opera di quello del 2025, con una serie di norme che chiamerei “predittive”, neanche più “preventive”, ad esempio basate sul pronostico che delle persone reiterino il comportamento tenuto in manifestazioni del passato per vietar loro l’accesso alle piazze di oggi, su disposizione del questore o del giudice. È stato introdotto l’ossimoro della “flagranza differita”. Sono tutte misure di incerta applicazione a causa della loro indeterminatezza ma di sicura impostazione repressiva. Il parlamento si appresta ad adottare una legge che ha un obiettivo doveroso, il contrasto a quel crimine d’odio che è l’antisemitismo, ma che si basa su esempi di antisemitismo che tengono insieme l’odio per le persone ebree e le critiche allo stato di Israele e alle sue istituzioni. A proposito del parlamento e di Israele, negli ultimi giorni Avs, 5 Stelle e Pd hanno presentato alla Camera un disegno di legge importante… Vero. L’impulso lo hanno dato le oltre 20 organizzazioni promotrici della campagna “Stop al commercio con gli insediamenti illegali”. Il testo introduce il divieto all’importazione di beni e servizi provenienti dagli insediamenti israeliani nel Territorio palestinese occupato: un provvedimento particolarmente urgente, per evitare che l’Italia continui a sostenere l’occupazione illegale della Cisgiordania e dunque espropri, demolizioni, sfollamenti e uccisioni di palestinesi. È l’esempio di una collaborazione possibile tra società civile e parlamenti? Non solo è possibile e ha dei precedenti ma è anche doverosa. Ci sono situazioni in cui le persone si organizzano da sé e producono cambiamenti importanti, ma lavorare insieme “dentro e fuori” le istituzioni è importante. Anche se oggi è arduo immaginare (ma chissà, le cose possono cambiare) che questa proposta trovi consensi nella maggioranza, non si tratta solo di un atto simbolico: è un segno di attenzione alle proposte della società civile. Tu osservi i fatti del mondo con una “lente temporale” di quasi mezzo secolo. È, questo, il periodo più grave per i diritti umani? Quando mi sono iscritto ad Amnesty International, in Europa erano da poco cadute le dittature in Spagna, Portogallo e Grecia, in Argentina e Cile c’erano al governo Videla e Pinochet, in Francia vigeva ancora la pena di morte e a est al potere c’erano personaggi come Ceaucescu in Romania e Hoxha in Albania. In Sudafrica c’era l’apartheid e Mandela era in carcere. La giustizia internazionale non esisteva. Non è che nel periodo successivo ci sia stata un’età dell’oro dei diritti umani, ma il mondo ha fatto passi avanti, certo mai lungo una linea retta. Negli anni Novanta, il periodo che più associo a questo decennio, ci sono stati vari interventi militari e due genocidi, in Ruanda e in Bosnia, ma poi i principali responsabili di questi ultimi sono stati arrestati, processati e condannati. Spero che la seconda metà di questo decennio ci porti qualcosa di buono... Del resto, quale alternativa c’è alle regole e alle tutele istituite in questi 80 anni? Un ordine globale che ignora i trattati e ridicolizza la giustizia, tratta la società civile e la stampa come nemiche e rifiuta la solidarietà internazionale, costruito sul bavaglio al dissenso, sull’uso della legge come arma e sulla deumanizzazione degli ‘altri’? No, grazie. Lo dicono milioni di persone che, in ogni parte del mondo, sono impegnate contro l’ingiustizia e le pratiche autoritarie, offrendoci una potente immagine di resistenza.