Chiuso, sovraffollato e malato: il carcere al tempo di Meloni di Patrizio Gonnella Il Manifesto, 20 maggio 2026 Secondo il rapporto annuale di Antigone, le prigioni italiane versano in condizioni disumane: 8 mila detenuti in più in 4 anni. Celle allagate o sporche. Corridoi con rifiuti e cibo per terra. Celle lisce, che nel gergo penitenziario significa spazi oscuri dove accadono cose brutte. Agenti infiltrati nelle prigioni, gestione parallela della sicurezza affidata alla Polizia penitenziaria, svilimento del ruolo di direttori ed educatori, chiusura del carcere alla società civile, migliaia di detenuti murati nelle celle, decine di detenuti morti per cause restano perennemente da accertare, abuso dello strumento disciplinare e dell’isolamento in tutte le sue forme, celle sovraffollate oltre il limite della sopportazione. E ancora. Raddoppio in un anno del numero dei bimbi in carcere con le loro mamme; triplicazione dal 2022 del numero delle persone soggette a regime di vita chiuso. Sono questi alcuni squarci drammatici del Rapporto periodico di Antigone sulle condizioni di detenzione non a caso intitolato Tutto chiuso, frutto di oltre cento visite svoltesi nel 2025. Questo è il carcere ai tempi del governo Meloni. Un sistema penitenziario in profonda crisi di umanità. Dal 2022 a oggi i detenuti sono cresciuti di ben 8 mila unità, nonostante siano tendenzialmente stabili tutti gli indici di delittuosità. Come è potuto accadere? Il mantra repressivo, securitario e vendicativo prodotto da un’alleanza politica tra alcuni sindacati autonomi della Polizia penitenziaria e le componenti più reazionarie del governo ha devastato il sistema penitenziario italiano. Il detenuto è trattato come un nemico da contenere, neutralizzare, tenere ben chiuso in cella. La retorica rieducativa si è andata lentamente spegnendo. Il Rapporto certifica come nel corso del 2025 sono in calo le persone che scontano le misure alternative dell’affidamento in prova al servizio sociale e della detenzione domiciliare. Eppure giacciono nelle galere italiane circa 25 mila detenuti con una pena residua da scontare al di sotto dei tre anni e che ben avrebbero potuto avere accesso a una misura diversa dal carcere. Dal 2022 le porte delle celle e quelle delle prigioni sono chiuse a tripla mandata. Il 60% dei detenuti vive in un regime penitenziario chiuso, ossia trascorre buona parte della giornata in cella a oziare. E sempre meno persone riescono a lavorare all’esterno. Dall’inizio della legislatura sono stati introdotti oltre 55 nuovi reati, più di 60 nuove aggravanti, 65 inasprimenti sanzionatori. Un’orgia securitaria. Le pene si allungano, i regimi interni di vita si induriscono in forma ideologica e disumana. Ne subisce le conseguenze anche il giovane rapper Baby Gang, da qualche tempo in carcere, che viene sottoposto insensatamente a un regime duro di sorveglianza particolare (in sostanza isolamento) perché troppo carismatico. Carisma mafioso? Macché. Carisma socio-musicale. D’altronde era lui che aveva scritto Cella 0, vero e proprio manifesto sociologico della selettività del sistema socio-criminale. Altro che rieducazione. Il carcere fa male. il fallimento del sistema è certificato dai tassi di recidiva: solo il 40% dei detenuti è alla prima carcerazione. Storie di vita che si ripetono tragicamente, così come si vede anche dal numero altissimo degli eventi tragici, che si moltiplicano proprio nelle carceri più chiuse all’esterno. Un detenuto su cinque compie gesti autolesionistici. 106 persone si sono tolte la vita dal gennaio 2025 ad oggi, praticamente uno ogni 4-5 giorni. Se a Legnano o a Modica, cittadine con 64 mila abitanti si fossero ammazzati 106 cittadini negli ultimi 16 mesi saremmo tutti allibiti e chiederemmo una commissione di inchiesta dalla quale vorremmo sapere come può mai accadere che altre 50 persone, tendenzialmente giovani, siano morte senza che nessuno indaghi le cause. Il carcere di oggi è segregazione disciplinare nei confronti dei migranti (il 31% della popolazione reclusa), dei consumatori di droghe (un terzo dei detenuti), delle persone con disagio psichico, non di rado prodotto dalla stessa carcerazione. Il carcere fa mal al corpo e alla testa. Quasi metà dei detenuti fa uso infatti di sedativi o ipnotici. Si investe sempre meno nei progetti educativi e sempre più si puniscono i detenuti con l’isolamento disciplinare. Il prossimo è l’anno che ci porta alle elezioni. Dopo quattro anni di decreti sicurezza, circolari che hanno stravolto la vita penitenziaria, messaggi truci rivolti dall’alto, dal Rapporto di Antigone arriva l’invito a sottoscrivere un piano Marshall perché si torni a un’idea condivisa di carcere costituzionale. Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria potrebbe dare il buon esempio ritirando tutte le circolari che hanno chiuso il sistema. Potrebbe anche scriverne una nuova che autorizzi tutti i detenuti della media sicurezza a fare una telefonata al giorno ai propri cari durante la lunga estate calda italiana. Forse così potremmo contare a settembre qualche suicidio in meno. Suicidi, zero socialità e i bambini con detenute madri raddoppiati: se questo è un carcere di Giuseppe Muolo Avvenire, 20 maggio 2026 Settantatré anni. Di cui oltre trenta trascorsi nella sezione di Alta Sicurezza della casa di reclusione di Padova. Pietro Giuseppe Marinaro si è tolto la vita lo scorso 28 gennaio. Aveva appena saputo che sarebbe stato trasferito di lì a breve. Non ha retto allo shock. Avrebbe perso all'improvviso tutti i suoi punti di riferimento. Pochi mesi prima, nel Centro di prima accoglienza dell’istituto penale per minorenni di Treviso, si era suicidato un minore straniero di soli 17 anni, arrivato in Italia dalla Tunisia. Tra le 106 persone che nell’ultimo anno e mezzo hanno deciso di farla finita in carcere, ci sono loro due. Il più vecchio e il più giovane in assoluto. Storie, non numeri. Punte dell’iceberg di un sistema, quello penitenziario, che vede crescere sia l’età media dei detenuti sia la presenza di giovanissimi. Ma che, soprattutto, sta cadendo a picco. La popolazione detenuta continua ad aumentare. Il tasso di sovraffollamento ha raggiunto il 139,1%. In un anno è anche raddoppiato il numero dei bambini innocenti (da 11 a 26) in carcere con le loro madri. Dal 2022 è triplicato il numero delle persone sottoposte a regime di vita chiuso. Tra il 2018 e il 2024 sono quasi raddoppiati i ricorsi accolti dalla magistratura di sorveglianza per trattamenti inumani e degradanti. Oltre il 60% dei detenuti trascorre quasi l’intera giornata in cella. I numeri dei suicidi rimangono altissimi (82 nel 2025 e 24 solo dall’inizio del 2026). Ma questa è solo una parte del quadro dell’orrore fotografato dal XXII Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione in Italia, dal titolo “Tutto chiuso”, realizzato attraverso 102 visite di monitoraggio svolte negli istituti penitenziari di tutta Italia dall’Osservatorio dell’associazione sulle condizioni di detenzione. Il quadro che emerge è quello di un sistema penitenziario sempre più lontano dal dettato costituzionale e sempre meno in grado di garantire sicurezza. Dal 2022 al 2025, denuncia il lavoro, il carcere si è chiuso al mondo esterno. Si sono moltiplicati gli istituti dove i detenuti trascorrono quasi tutta la giornata in celle affollate e malmesse. Sempre più persone sono messe in isolamento e sorveglianza particolare. L'ingresso della società esterna negli istituti è sempre più ostacolato. Nelle sezioni di alta sicurezza si toglie la speranza. La gestione carceraria è affidata alla Polizia Penitenziaria svilendo il ruolo dei direttori. Mentre la figura dell’agente di Polizia Penitenziaria infiltrato sotto copertura toglierà fiducia e trasparenza al sistema. Un quadro che è alla base delle tensioni, degli atti di autolesionismo e dei suicidi, il 75% dei quali è avvenuto infatti in sezioni a custodia chiusa. Una situazione, secondo il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella, che “è il frutto di un accordo politico-elettorale con i sindacati autonomi di polizia penitenziaria che è stato siglato prima dell’elezione del Governo”. Nel cui programma, ha aggiunto Gonnella, “era presente la chiusura del progetto di sorveglianza dinamica che cercava invece di rendere il carcere un luogo di socialità. Adesso invece siamo tornati a un sistema premoderno di detenzione”. E i numeri del Rapporto raccontano proprio questo. L’emergenza più grande resta il sovraffollamento, che sta peggiorando negli ultimi mesi. Al 30 aprile 2026 erano 64.436 le persone detenute nelle nostre carceri, di cui il 4,4% era composto da donne e il 31,5% da stranieri. Nell’ultimo anno la popolazione detenuta è cresciuta di quasi 2.000 unità (439 in più solo da fine marzo). Nonostante il piano carceri promosso dal Governo, i posti disponibili nel sistema penitenziario sono diminuiti (-537 in un anno). Mentre il tasso di affollamento reale a fine aprile ha raggiunto il 139,1%. Sono ormai 73 gli istituti penitenziari in cui il tasso di affollamento è pari o superiore al 150%, 8 quelli in cui ha superato il 200%. Si tratta di Lucca, Foggia, Grosseto, Lodi, Milano San Vittore, Brescia Canton Monbello, Udine, Latina. Gli istituti che non hanno raggiunto il “tutto pieno” sono ormai solo 22 in tutta Italia. Ancora: sono 26 i bambini nelle carceri italiane con le loro 22 madri detenute, 11 delle quali straniere. Al 30 aprile 2025, rileva l'associazione nel suo dossier, erano invece 11 i bambini che vivevano in carcere con le loro 11 madri detenute. A metà del 2025 aveva raggiunto le 19 unità: “Era un dato che avevamo previsto, a seguito dell'emanazione del decreto legge sicurezza che aveva cancellato l'obbligo del rinvio dell'esecuzione della pena per donne incinte o con prole inferiore a un anno di età” ricorda Antigone, parlando quindi di “un passo indietro rispetto ai miglioramenti registrati negli ultimi anni”. E tutto questo, sottolinea l'associazione, accade mentre i tassi di criminalità restano stabili (nei primi mesi del 2025 sono diminuiti dell’8%) e gli ingressi in carcere continuano a calare, così gli omicidi, i femminicidi e la custodia cautelare, che riguarda il 24,1% dei presenti. A crescere sono invece le pene più lunghe e gli effetti delle politiche punitive adottate dal Governo, che dall’inizio della legislatura ha introdotto oltre 55 nuovi reati, più di 60 aggravanti e oltre 65 aumenti di pena. Preoccupanti, poi, i dati sulla recidiva. Oggi solo il 40,8% delle persone detenute è alla prima carcerazione. Il 45,9% è già stato in carcere da una a quattro volte. Il 10,6% da cinque a nove volte. Il 2,7% addirittura più di dieci volte. È la dimostrazione di un sistema che non reinserisce: solo il 29,3% delle persone detenute lavora; l’85,6% di queste lavora alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria, spesso in mansioni poco spendibili fuori; solo il 4,9% lavora per soggetti esterni; appena il 7,9% frequenta corsi di formazione professionale; solo il 31% frequenta percorsi scolastici; appena il 3% è iscritto all’università. A ciò si aggiunge il rallentamento del sistema delle misure alternative alla detenzione. Le prese in carico degli Uepe per l’affidamento in prova ai servizi sociali sono state nel 2025 24.627, in calo rispetto alle 26.151 del 2024. Lo stesso accade per la detenzione domiciliare, i cui nuovi casi sono passati da 14.247 nel 2024 a 13.519 nel 2025. Numeri che secondo l’associazione, dimostrano come gli istituti penitenziari non siano solo delle “discariche sociali”, ma anche delle “trappole sociali”. Per questo motivo, secondo l’associazione, la risposta non può essere l’edilizia penitenziaria. Il “Piano Marshall” per il carcere deve fondarsi sul reinserimento sociale. Isolamento e suicidi, il carcere è sempre più infernale di Marika Ikonomu Il Domani, 20 maggio 2026 Il carcere è sull’orlo di un baratro. Lo hanno denunciato in una lettera i detenuti e redattori di Radio Rebibbia / Jailhouse Rock. Un baratro di cui non si può parlare, dentro cui non si può protestare e che, per chi è fuori, è sempre più complicato da vedere. Chiedono di non voltarsi dall’altra parte, di incalzare e non dare “tregua ai ministri che decidono le nostre sorti. Prima del disastro”. Lo chiedono soprattutto a chi ha quel potere di ispezione: i parlamentari, non a “quelli che vengono a Rebibbia a stringere la mano ai detenuti eccellenti, parlano con i vertici e se ne vanno”, ma a quelli “con senso democratico e un minimo di umanità”. Quello che ritrae il XXII rapporto di Antigone, frutto di 102 visite in tutta Italia, è anche il risultato di quasi quattro anni di governo Meloni che ha prodotto un “ordinamento in perenne stato di espansione punitiva” e “un’architettura repressiva” che “non ha eguali nella storia recente”. Dall’inizio della legislatura si contano oltre 55 nuovi reati, più di 60 nuove aggravanti, a cui si aggiungono oltre 65 inasprimenti sanzionatori per fattispecie già esistenti. Sommati sono oltre 400 anni di reclusione. È uno dei motivi del grave sovraffollamento degli istituti. Non c’è un aumento di ingressi in carcere, non un maggiore tasso di criminalità, né un aumento del numero degli omicidi (che sono in calo). Le presenze continuano a crescere proprio perché le pene sono sempre più lunghe e le misure alternative sempre meno accessibili. A fine 2025, scrive Antigone, erano quasi 25mila le persone che avrebbero potuto accedere a misure alternative. Numeri che potrebbero sgravare un sistema ormai al collasso. “Una domanda da Rebibbia: e voi, come state?” Sovraffollamento Al 30 aprile 2026 le persone detenute in Italia erano 64.436 a fronte di una capienza regolamentare di 51.265 e di 46.318 posti realmente disponibili. Da gennaio 2025, si legge nel rapporto, quando il governo ha lanciato il “piano carceri” i posti sono addirittura diminuiti di 537 unità. Il sovraffollamento rimane l’emergenza, che ormai si è fatta sistema. Sono solo 22 gli istituti che non hanno raggiunto la capienza massima, ormai 73 quelli che hanno superato un tasso di affollamento del 150 per cento. E otto quelli in cui è stato superato il 200 per cento: primo tra tutti Lucca, con il 240, Foggia (225), Milano San Vittore (210). Il tasso nazionale di affollamento reale medio è del 139,1 per cento. E in un anno è anche raddoppiato il numero di bambini innocenti in carcere con le madri, da undici sono passati a 26. Non è la costruzione di nuovi penitenziari la soluzione, ricorda Antigone, come invece vuole il governo. A ogni modo, il Commissario straordinario nominato dall’esecutivo avrebbe dovuto, con i ministeri di Giustizia e Trasporti, garantire nel triennio 2025-2027 10.900 posti in più, con una spesa di 1,3 miliardi. Ma il piano è già stato rivisto: “Diverse le riduzioni intervenute e i posti della cui realizzazione non si hanno notizie”. Sono invece aumentati i ricorsi accolti dalla magistratura di sorveglianza per trattamenti inumani e degradanti. Se la storica sentenza Torreggiani del 2013, con cui la Corte Edu aveva condannato l’Italia per il sovraffollamento carcerario e riconosciuto i 3 metri quadri come spazio minimo vitale per persona, era nata da 4mila ricorsi presentati, tra il 2018 e il 2024 i ricorsi accolti sono stati oltre 30mila. Il carcere è un’architettura di controllo in cui i corpi dei detenuti spariscono Tutto chiuso Da quelle celle sovraffollate e malmesse i detenuti e le detenute riescono a uscire sempre meno. Il mondo penitenziario, con una serie di circolari, è stato sempre più chiuso al mondo esterno, che fa sempre più fatica a entrare (ci sono esempi di tante iniziative vietate o limitate). E al suo interno, con oltre il 60 per cento di detenuti che trascorre la quasi totalità della giornata dietro le sbarre della propria cella. “Sempre più murato” chi si trova nell’alta sicurezza. Dal 2022 a oggi è triplicato il numero di persone soggette a un regime di vita chiuso in spazi insalubri: in 23 istituti visitati da Antigone “si cucina nello stesso ambiente in cui si trova il wc, in 47 ci sono celle senza acqua calda, in 53 le celle sono senza doccia”. Il governo che si è raccontato come il più garantista sta via via ponendo il sistema di fronte “a una minaccia che ne prefigura uno stravolgimento identitario”. Il rischio è tangibile ed è contenuto in una recente bozza di decreto ministeriale che “propone una radicale ristrutturazione dell’amministrazione penitenziaria”, affidando le nuove direzioni generali in via esclusiva al Corpo di polizia penitenziaria. Un tentativo di creare due poteri paralleli, riducendo “il carcere a mero luogo di custodia e contenimento”. La detenzione non è gratis e in carcere il lavoro è pochissimo: “Un sistema repressivo e frustrante” Insicurezza Chiusura, sovraffollamento e isolamento producono tensioni e violenza: sono aumentate le aggressioni verso la polizia penitenziaria, un detenuto su cinque compie atti di autolesionismo e continua a essere tragico il numero dei suicidi: 82 nel 2025 e già 24 nel 2026. Tutto ciò, rileva Antigone, produce solo più insicurezza. Lo dimostra la recidiva (quasi al 60 per cento) con un costo socio-economico molto alto. Di fronte alle condizioni denunciate chi è recluso non può nemmeno agire la disobbedienza non violenta, punita dal nuovo reato di rivolta, per cui sono già stata avviati procedimenti in almeno cinque istituti. “Ci hanno tolto il diritto di parlare, dandoci come regalo un infiltrato, che fingerà di essere un detenuto”, denunciano i detenuti nella lettera. Per Antigone, serve “un piano Marshall per le carceri” in quindici punti. Tra questi: riaprire i penitenziari, ridurre l’isolamento, investire nel lavoro professionalizzante (oggi meno del 30 per cento lavora) e nella formazione. Mentre le politiche del governo reprimono, riducono a meri corpi da contenere, producono violenza e creano insicurezza. Così lo Stato cancella la rieducazione per i detenuti all’Alta Sicurezza. Solo 22 carceri in tutta Italia non sono sovraffollate. Vi pare normale? di Susanna Marietti Il Fatto Quotidiano, 20 maggio 2026 Il XXII Rapporto di Antigone restituisce un quadro ingestibile. A nulla è servito il “piano carceri” del governo. Tra i dati emblematici: numero raddoppiato dei bambini rinchiusi con le mamme “Tutto chiuso”. È questo il titolo del XXII Rapporto di Antigone sulle carceri italiane, frutto di 102 visite agli istituti di pena effettuate dagli osservatori dell’associazione. Il Rapporto è stato presentato questa mattina a Roma e ci restituisce un quadro oramai ingestibile e senza speranza. Tutto chiuso, dalle porte delle celle ai cancelli delle mura di cinta. Dentro il carcere - un carcere che sempre più reclude la marginalità sociale piuttosto che la criminalità - si vive quasi l’intera giornata chiusi in stanze di pernottamento anguste e sovraffollate. Fuori dal carcere, è sempre più difficile farvi ingresso per portare un’osmosi con il territorio capace di costruire progetti di vita. Allo scorso 30 aprile erano 64.436 le persone recluse, di cui il 4,4% era composto da donne e il 31,5% da stranieri. Nell’ultimo anno la popolazione detenuta è cresciuta di quasi 2.000 unità. Alla stessa data i posti letto disponibili erano 46.318. Un tasso di affollamento che a livello nazionale ha raggiunto il 139,1% e che in otto carceri ha superato addirittura il 200%: Lucca (240%: manca l’aria per respirare), seguita da Foggia (225%), Grosseto (213%), Lodi (212%), Milano San Vittore (210%), Brescia Canton Monbello (210%), Udine (210%), Latina (204%). E ne abbiamo ben 73 dove ha raggiunto o superato il 150%. Solo 22 carceri in tutta Italia non sono sovraffollate. Vi pare normale? Bisogna costruirne di nuove, dirà qualcuno. A parte che i posti sono oggi addirittura in calo di 537 unità rispetto al gennaio 2025, quando il governo lanciò il cosiddetto piano carceri, perché costruire galere è costosissimo e difficile. Ma, soprattutto, la storia ci ha insegnato che non serve a niente. Non può essere quella la soluzione. Più carceri si costruiscono e più in fretta si riempiono. L’unica vera soluzione è quella di usarle di meno. Non certo quel che ha fatto questo governo, che dall’inizio della legislatura ha introdotto oltre 55 nuovi reati e più di 60 nuove aggravanti, cui si aggiungono oltre 65 inasprimenti sanzionatori per fattispecie già esistenti, portando i minimi e i massimi edittali a soglie che rendono sempre più difficile il ricorso a misure alternative. Sommando i massimi edittali previsti per i nuovi reati e gli inasprimenti introdotti si superano i 400 anni di carcere. Una simile architettura repressiva non ha eguali nella storia recente. Tutto questo, come ci racconta il Rapporto di Antigone, a tassi di criminalità sostanzialmente stabili. Se il numero dei delitti registrati nel 2024 ammontava a circa 2,4 milioni, tale valore è praticamente identico a quello del 2018 quando era pari a 2,37 milioni. I dati provvisori del 2025, inoltre, ci dicono che nei primi sette mesi dell’anno i reati denunciati sono calati complessivamente dell’8%. Nel frattempo, in carcere oltre il 60% dei detenuti trascorre la quasi totalità della giornata chiuso dietro le sbarre della propria cella, fatta eccezione per le canoniche ore d’aria. La vita carceraria è stata ridisegnata dalle recenti circolari del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, che hanno riempito la pena detentiva di istanze vendicative (perfino i frigoriferi sono stati vietati dall’ultimo intervento dello scorso aprile) e l’hanno resa un periodo inutile per ricostruire una vita sostenibile in vista del rilascio. Meno del 30% dei detenuti ha un impiego lavorativo, quasi sempre dequalificato, per poche ore settimanali, alle dipendenze dell’Amministrazione Penitenziaria, non spendibile all’esterno a fine pena. I corsi di istruzione coinvolgono il 31% della popolazione reclusa, in un contesto dove la scolarizzazione è particolarmente bassa (tra i detenuti di cui si conosce il dato, il 58% ha la licenza media, il 23,5% ha un diploma superiore o professionale, il 14,5% la sola licenza elementare e le persone che non hanno titolo di studio o risultano analfabete sono il 4%, esattamente il doppio di che ha una laurea). Solo il 7,9% frequenta un corso di formazione professionale. Le attività culturali e ricreative, anche quelle che esistono da tanto tempo e che erano punti di riferimento consolidati, stanno morendo. Da tutta Italia sono giunte notizie di interruzioni improvvise per l’assenza di autorizzazione dal Dipartimento: a Padova sono rese sempre più difficoltose le iniziative della redazione storica di Ristretti Orizzonti, a Saluzzo è stato vietato un incontro tra detenuti e studenti nell’ambito del Salone del Libro, a Milano Opera è stato cancellato un appuntamento del laboratorio di lettura, a Genova, Asti, Monza e Rebibbia Nuovo Complesso (ricordate la compagnia teatrale raccontata nel film del fratelli Taviani che vinse l’Orso d’Oro a Berlino?) le attività di teatro hanno subito limitazioni, a Livorno è stata sospesa la partecipazione della squadra di rugby al campionato toscano. Tre dati emblematici attraverso cui il Rapporto di Antigone ci indica tutto il baratro del carcere attuale, per come le politiche di questo governo lo hanno disegnato: è raddoppiato in un anno il numero dei bambini in carcere con le loro mamme, passando da 11 a 26, è triplicato dal 2022 il numero delle persone soggette a regime di vita chiusi, è quasi raddoppiato tra il 2018 e il 2024 il numero dei ricorsi accolti dalla magistratura di sorveglianza per trattamenti inumani e degradanti. Un bilancio spaventoso che dimostra come “Tutto chiuso” non sia più solo il titolo di un Rapporto ma la morte di ogni barlume di civiltà. Carceri sempre più “chiuse” al mondo esterno di Anna Lisa Antonucci Il Foglio, 20 maggio 2026 Nelle carceri italiane “nessuno si fida più di nessuno”. Dal 2022 al 2025 gli istituti di pena si sono sempre più chiusi al mondo esterno, i detenuti trascorrono quasi tutta la giornata in celle affollate e malmesse, l’isolamento è largamente utilizzato come metodo punitivo (la sua applicazione è aumentata del 171%) e la società esterna è ostacolata all’ingresso in carcere. Inoltre, l’introduzione della figura dell’agente di polizia penitenziaria sotto copertura “toglie fiducia e trasparenza al sistema”. È la fotografia sulle condizioni di detenzione in Italia, realizzata dai volontari di Antigone attraverso 102 visite nelle carceri del Paese, contenuta nel XXII rapporto dell’associazione intitolato “Tutto chiuso”. Al 30 aprile 2026 nelle carceri italiane erano detenute 64.436 persone, a fronte di una capienza regolamentare di 51.265 posti che si riducono a soli 46.318 posti realmente disponibili. Il tasso reale di sovraffollamento ha così raggiunto il 139,1%. Sono ormai 73 gli istituti con un affollamento pari o superiore al 150%, mentre in 8 carceri si supera addirittura il 200%. Permane la carenza di personale sia tra la polizia penitenziaria che tra gli educatori (uno ogni 68 detenuti). Nella casa circondariale di Como addirittura un educatore per 183 reclusi. “Ciò si traduce - spiega il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella, a “L’Osservatore Romano” - in una realtà che porta il 60% dei detenuti in Italia a trascorre la quasi totalità della giornata dietro le sbarre della sua cella”. Dunque, sottolinea Gonnella, la loro vita non è molto diversa da quella delle persone sottoposte al regime di alta sicurezza, 9,264 pari al 14,49% dei detenuti, per cui non è prevista alcuna libertà di movimento all’interno della sezione. Un’emergenza questa che si somma ad altri due dati drammatici: “Il numero di bimbi reclusi con le madri, raddoppiato in un anno (da 11 a 26 presenze) - segnala Gonnella - e i ricorsi (oltre 30.000) accolti dalla magistratura di sorveglianza per trattamenti inumani e degradanti, raddoppiati tra il 2018 e il 2024”. “Come abbiamo più volte evidenziato - prosegue il presidente di Antigone - l’aumento delle presenze non dipende da un aumento della criminalità. I reati in Italia restano, infatti, sostanzialmente stabili e nei primi mesi del 2025 risultano addirittura in calo dell’8%. A crescere sono invece le pene più lunghe e gli effetti delle politiche punitive adottate, con l’introduzione di oltre 55 nuovi reati, più di 60 aggravanti e oltre 65 aumenti di pena”. “Ma soprattutto - sottolinea Gonnella - il sistema continua a fallire su un terreno decisivo: evitare che chi esce dal carcere torni a delinquere. Oggi solo il 40,8% delle persone detenute è alla prima carcerazione. Il 45,9% è già stato in carcere, da una a quattro volte. Il 10,6% da cinque a nove volte. Il 2,7% addirittura più di dieci volte”. “È evidente - prosegue - che siamo di fronte ad un sistema carcerario che sembra aver perso di vista il dettato costituzionale secondo cui “la pena non può consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e deve tendere alla rieducazione del condannato”. Lo dimostrano i dati sulle attività che sarebbero fondamentali per i percorsi di reinserimento e contro la recidiva: solo il 29,3% delle persone detenute lavora; l’85,6% di queste alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria, spesso in mansioni poco spendibili fuori; appena il 7,9% frequenta corsi di formazione professionale; solo il 31% frequenta percorsi scolastici; appena il 3% è iscritto all’università”. È sconfortate, inoltre, anche l’andamento dell’applicazione delle misure alternative alla detenzione che rallenta o addirittura arretra, ciò significa, dice Gonnella “che dal carcere si esce sempre meno e si viene murati vivi”. E, secondo quanto riscontrato da Antigone, se il carcere si chiude, dentro aumentano drammaticamente le tensioni. Le aggressioni contro la polizia penitenziaria sono passate da 2.154 a 2.423 (+12,4%); le aggressioni tra persone detenute sono passate da 3.356 nel 2021 a 5.812 nel 2025 (+73%); gli atti turbativi dell’ordine e della sicurezza sono aumentati del 27,6%. E, aggiunge il rapporto, il malessere aumenta con almeno 82 persone che si sono tolte la vita in carcere nel 2025 e già 24 suicidi dall’inizio del 2026 . Gli atti di autolesionismo restano oltre quota 2.000 ogni 10.000 detenuti: significa che mediamente un detenuto su cinque compie gesti autolesivi. “Questi numeri - conclude Gonnella - raccontano una crisi strutturale che necessita di un approccio radicalmente diverso, a partire dalla cancellazione di tutte le circolari che hanno sempre più chiuso il carcere al mondo esterno”. Quei 26 bambini in carcere, il fallimento più ingiusto di Viviana Daloiso Avvenire, 20 maggio 2026 Anche se non hanno alcuna colpa, i piccoli vivono reclusi con le loro madri. Il prezzo più duro lo pagano proprio loro, tra norme deboli e alternative insufficienti. “Apri”. Qualche giorno fa, in occasione di un incontro organizzato al Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro e dedicato al tema dei bambini in carcere, il presidente di Unicef Italia Nicola Graziano s’è soffermato su questa parola annunciando l’imminente produzione di un cortometraggio intitolato proprio così, Apri: “Un bambino in carcere, d’altronde, dopo la prima parola “mamma” impara la parola “apri”. Perché vuole aprire la porta della cella”. Apri. Il blindo. Il cancello. Apri perché qui dentro manca l’aria. Manca il mondo. Manca la vita. Oggi 26 bambini vivono nelle carceri italiane insieme alle loro madri detenute. Erano 11 appena un anno fa, 19 a metà del 2025. Un numero piccolo, si dirà. Irrilevante nelle statistiche gigantesche della giustizia italiana, snocciolate ancora ieri dal puntuale rapporto di Antigone. E invece no, da queste pagine non smetteremo mai di ripeterlo: alcune cifre pesano più di altre, diventano la misura morale di un Paese. E 26 bambini dietro le sbarre sono un fallimento enorme, collettivo, politico, umano. Le loro madri hanno commesso reati. Alcuni gravi, altri meno. Piccolo spaccio, furti, marginalità che si tramanda come una malattia sociale. Ma quei bambini no, non hanno colpe. Non hanno sentenze a carico. Non sono andati a processo. Eppure, per decisione di uno Stato democratico, vivono in luoghi dove le porte si chiudono con chiavi pesanti, dove le finestre hanno sbarre, dove le luci restano accese, dove sera significa chiusura e mattino apertura. Gli esperti lo chiamano “ergastolo emotivo”, gli effetti sono quelli della cosiddetta “sindrome da prigionia”: ritardi nel linguaggio, difficoltà motorie, irrequietezza, aggressività oppure chiusura totale. Uno che li ha studiati e documentati tutta la vita è il pediatra Paolo Siani, che da deputato ha portato avanti fino al 2022 (e oltre) una proposta di legge per evitare la presenza di bambini negli istituti penitenziari prima osannata da tutti i partiti, poi clamorosamente scomparsa nei meandri degli iter parlamentari e dei cambi di legislatura. Lo stress cronico nei primi anni di vita modifica perfino l’espressione genetica, lascia tracce permanenti nello sviluppo cognitivo ed emotivo. Chi nasce e cresce in carcere ha maggiori possibilità di finire col delinquere, e a sua volta in carcere. È la biologia prima ancora dell’ideologia - ma forse basterebbe anche solo la logica - a dirci che il carcere non è un posto per bambini. Tant’è, in carcere i bambini continuano a starci. Per anni ci siamo raccontati che gli Istituti a custodia attenuata per detenute madri (gli Icam istituiti da una legge del 2011) fossero la soluzione. Certo, rispetto al carcere tradizionale rappresentano un tentativo di umanizzazione: disegni sui muri, stanze colorate, giardini, agenti senza divisa. La verità è che non esiste una detenzione “a misura d’infanzia” o un modo gentile di crescere dentro una privazione di libertà. Così accade che una bambina non possa avere il panino di McDonald’s di cui parlano i compagni “liberi” della scuola. Che un’altra rinunci alla recita dell’asilo perché sua madre non può accompagnarla. Che un figlio debba interrompere una telefonata al padre perché “il tempo è finito”. Persino gli affetti, in carcere, hanno il timer. Esistono alternative? Sì, esistono. A Milano la casa-famiglia protetta Ciao, a Roma Casa di Leda. Le abbiamo visitate e raccontate a più riprese nel corso degli anni su Avvenire. Case, appunto, non celle. Bambini che vanno alle feste di compleanno, fanno sport, invitano i compagni di scuola. Madri che lavorano, imparano un mestiere, ricuciono lentamente il rapporto con la realtà smettendo di sentirsi soltanto detenute e tornando, almeno un poco, a sentirsi persone. Peccato che le strutture in questione siano due. Due in tutta Italia. Sempre secondo la legge del 2011 possono essere realizzate, sì, ma “senza nuovi oneri per lo Stato”, cioè di fatto a carico degli enti locali, del volontariato e del Terzo settore. E non c’è niente di più facile per la nostra politica che plaudere compatta ai modelli, per poi sfilacciarsi quando si tratta di finanziare strutture, personale, percorsi educativi e reinserimento. Così “viva viva le case famiglia!”, e il paradosso continua: tutti dicono che i bambini non dovrebbero stare in carcere, ma lo Stato continua a non costruire abbastanza alternative perché davvero non ci stiano. Continua - anche e soprattutto oggi - perché il populismo penale produce consenso facile. Perché (e lo vediamo in questi giorni dopo Modena) parlare di sicurezza rende più che parlare di fragilità e il cosiddetto “decreto sicurezza”, che ha reso facoltativo e non più obbligatorio il rinvio dell’esecuzione della pena per donne incinte o con figli molto piccoli, ha contribuito all’aumento dei bambini negli istituti penitenziari. Continua perché in Italia spendiamo fino al 90% delle risorse penitenziarie per custodire e appena il 10% per rieducare. E perché una donna che ha sbagliato smette rapidamente di essere percepita come madre e diventa soltanto colpevole. Ma i bambini, signori della politica, quando abbiamo smesso di guardare i bambini come bambini se nascono dalla parte sbagliata della vita? “Affidare la detenzione ai privati? Dal Governo idea inaccettabile” di Angela Stella L’Unità, 20 maggio 2026 Intervista a Mauro Palma. “Da quando si è insediato l’esecutivo Meloni nelle carceri si sono prodotti solo 91 posti in più, mentre i detenuti sono aumentati di 8.127 unità”, sottolinea l’ex garante nazionale, che solleva forti dubbi sulle soluzioni cercate dalla destra: “privatistiche e capziose”. Mauro Palma, matematico, giurista già presidente del Collegio dei diritti delle persone private della libertà personale, Gennarino De Fazio, Segretario della UilPf, giovedì scorso ha aggiornato la conta dei suicidi dall’inizio dell’anno a 24 e ha scritto che nelle nostre carceri ci sono 64.550 ristretti a fronte di 46.339 posti disponibili e 20mila agenti mancanti. La situazione è davvero così disastrosa? Il dato fornito riflette la realtà. Alla data odierna il numero delle persone in carcere è quello riportato da De Fazio, i posti disponibili una ventina in più. Si sa che questo è un numero variabile perché in un patrimonio edilizio così ampio - i 189 Istituti - ci sono sempre nuovi spazi inagibili e altri in cui si completano dei lavori: resta il dato di una media di più di 4500 posti inagibili ogni giorno. Per capire però la fondatezza di molte affermazioni che vengono fatte istituzionalmente, meglio riferirsi ai posti ‘regolamentari’ prendendo la fonte ufficiale. Bene, al 31 ottobre 2022 quando il governo si era appena insediato questi posti erano 51.174; al 30 aprile il ministero ha certificato che erano 51.265. Quindi nei 1277 giorni di governo sono stati prodotti solo 91 posti regolamentari in più. Nel frattempo, il numero di persone detenute è aumentato di 8187 unità, che vuol dire una media di 6 persone e mezzo al giorno. I silenziosi numeri talvolta sono molto eloquenti e svelano tante bugie. Quanto agli agenti non ho il numero esatto, ma ho la consapevolezza di tanta difficoltà che il personale avverte operando sempre in numeri troppo limitati e con turni molto difficili. Il Governo, col sottosegretario Mantovano, ha chiesto una accelerazione sul ddl “Disposizioni in materia di detenzione domiciliare per il recupero dei detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti”. In più giovedì al Ministero della Giustizia verrà presentato il “Regolamento recante le disposizioni in materia di strutture residenziali per l’accoglienza e il reinserimento sociale dei detenuti”. Secondo lei sono strade efficaci per migliorare la situazione? Preferisco considerare in modo distinto le due strade. Il Regolamento che sarà presentato proviene dal decreto-legge n. 92 di due anni fa. Un decreto annunciato come risolutivo, con enfasi ridimensionata già nello stesso giorno della sua approvazione. Offre la possibilità in sé accettabile di luoghi dove la detenzione domiciliare o altre misure possano essere eseguite anche da chi non ha un alloggio in carcere - e avendo condotto una politica di continua penalizzazione della miseria e dell’emarginazione sociale non si tratta di numeri piccoli. Tuttavia lascia aperte molte questioni: dal personale di vigilanza in questi luoghi ‘altri’ in un contesto di già forte carenza del personale, peraltro attinto dalle dotazioni dei nuclei di polizia penitenziaria degli uffici di esecuzione penale esterna, già carenti; affida a soggetti privati, tali essendo le realtà iscritte nell’elenco, la definizione di percorsi di rieducazione; non chiarisce nel bando il compenso che tali gestori riceveranno, cioè le rette e il carico. Molti dubbi, quindi. Quanto all’altro provvedimento, ora in discussione in Senato? I dubbi sono ben superiori, sia per le molte ambiguità nel testo, che gli emendamenti anche di area governativa non correggono, sia per il meccanismo con cui si prevede per un’ampia platea la sospensione dell’esecuzione della sentenza in previsione di una ‘detenzione domiciliare’ in strutture private accreditate. Ci spieghi meglio... Riguarda le persone con dipendenza da sostanze o da alcol con condanna fino a 8 anni (limite ridotto a 4 nel caso di reati connessi a organizzazioni mafiose). Il linguaggio è ambiguo perché a volte si parla anche di generico “luogo idoneo” diverso dalle strutture a tal fine accreditate, così come si introducono quelle classiche espressioni “ove opportuno” che lasciano aperta ogni possibilità. Dietro c’è sostanzialmente l’affidamento a privati di una funzione tipica del potere/dovere pubblico, quale è l’esecuzione penale. Inoltre, trattandosi di una misura sospensiva ma non di immediata applicazione, si aggrava fortemente il carico di lavoro della magistratura di sorveglianza e credo vi sia il concreto rischio di aumentare fortemente il numero dei cosiddetti “liberi sospesi”, cioè di coloro che attendono la decisione circa la propria condanna. In sintesi, oltre a non essere accettabile tale ampia delega a soggetti privati, che sono chiamati anche a compiti di particolare sensibilità quale la costruzione di programmi terapeutici socio-riabilitativi, vedo anche una aleatorietà grave in alcuni aspetti della norma stessa che può lasciare spazi attuativi inaccettabili o anche scarsa incidenza nel concreto. Insieme i due provvedimenti indicano la pervicace volontà di non seguire altre vie, almeno per sanare quell’emergenza che i provvedimenti governativi stessi hanno prodotto, e invece la ricerca di soluzioni privatistiche e capziose, forse pronti ad attribuire la loro difficile efficacia alla magistratura di sorveglianza che dovrà decidere su tutti questi provvedimenti sospensivi. Nel comunicato di convocazione della suddetta conferenza stampa si tiene a precisare che “il provvedimento non prevede sconti di pena o liberazioni anticipate allargate”. Non la ritiene una affermazione urticante? Molto urticante perché, al contrario, è ciò che era utile introdurre. Il problema dell’affollamento penitenziario non è il solo - e per certi aspetti nemmeno il primo - problema attuale del carcere: dietro vi è la cultura della chiusura, del non investimento nel dare una direzione al suo funzionamento che non sia soltanto quello della garanzia che nulla avvenga, magari sacrificando diritti in nome di tale staticità. Non è il solo, ma è un problema centrale e non possono essere certamente l’amministrazione penitenziaria o la magistratura di sorveglianza a essere chiamate ad affrontare quei numeri. Perché dietro a essi c’è il tema dell’utilizzo della penalità come metodo per affrontare le difficoltà e criticità territoriali. Con la prima norma approvata nove giorni dopo il suo insediamento, il governo ha introdotto il reato di organizzazione di rave, con pena da tre a sei anni; ha poi proseguito nei suoi quasi milletrecento giorni con l’introduzione di 55 nuovi reati e 60 nuove aggravanti, oltre a 65 inasprimenti di pena per fattispecie già esistenti. Con una tale prolusione di penalità, spesso riferita a reati che possono essere commessi da chi è già detenuto, e con la logica del controllo chiuso, come si pensa di poter affrontare la crisi del carcere? Al di là di eventuali ricorsi pendenti alla Corte Edu, tra gli esperti del settore circola sempre di più l’idea di riaprire la questione della sentenza pilota Torreggiani. Ci può spiegare in che termini? Non è possibile una sorta di nuovo ciclo di ricorsi alle Corte Edu analogo a quella che ha preceduto la sentenza pilota nel caso Torreggiani. Perché esiste ora la possibilità di ricorso giurisdizionale - cosa che non c’era allora - e, quindi, è possibile ciò che la Corte classifica come ‘rimedio interno’. E alla Corte si può arrivare solo dopo aver percorso, inutilmente, tale via. Tuttavia, nel chiudere allora la questione Torreggiani (marzo 2016) il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa espresse “la propria fiducia nel fatto che le autorità italiane continueranno i loro sforzi per garantire condizioni di detenzione conformi ai requisiti della Convenzione”. Questo può indurre a riconsiderare la situazione da parte del Comitato per l’Esecuzione delle sentenze della Corte Edu. Anche perché alcuni degli elementi su cui si basava la decisione finale positiva riguardavano, oltre ai rimedi interni, il regime aperto introdotto, la sorveglianza dinamica, l’esistenza di un’autorità realmente indipendente (il garante nazionale), l’affidabilità del sistema informatico di analisi continua della situazione interna. Tutti aspetti che molti considerano siano ora quantomeno zoppicanti. Mercoledì scorso è stata pubblicata sulla G.U. una ordinanza del Tribunale di Sorveglianza di Firenze che chiede alla Corte Costituzionale di consentire il rinvio dell’esecuzione della pena quando (come, nel caso di specie a Sollicciano) è eseguita in condizioni contrarie al senso di umanità. Se la Consulta si esprimesse favorevolmente quali sarebbero le conseguenze? Qui si inserisce l’effettività di quel ‘rimedio interno’ a cui facevo riferimento: la Corte costituzionale dovrà misurarsi con l’impossibilità concreta di ottemperare a quanto disposto dalla magistratura di sorveglianza relativamente al provvedere a una detenzione in condizioni che non contrastino con i parametri dell’articolo 3 della Convenzione europea per i diritti umani. La sentenza poi potrebbe avere effetti di replica su molti altri casi, considerando che nel 2024 5837 persone hanno avuto il ricorso accolto per trattamenti inumani e degradanti. Siamo ancora in attesa della Relazione annuale da parte del Collegio del garante dei diritti della persona privata della libertà personale. Che ne pensa? So che è stata prodotta in questo aprile 2026 (io non la ho): riguarda il 2024. Autori di violenza di genere e sex offender, perché “buttare via la chiave” non è una buona idea di Elisa Messina Corriere della Sera, 20 maggio 2026 Al convegno per il 30 anni del Cipm, il ritratto degli uomini che commettono violenze sulle donne: sono negatori e manipolatori. Ma il trattamento rieducativo, quando funziona, riduce la recidiva di reato. Fabio Roia, Tribunale di Milano: creati protocolli ad hoc. Perché preoccuparsi di “trattare” e addirittura cercare di “recuperare” un uomo che si è reso autore di reati di violenza verso una donna? Che si tratti di percosse o di violenza sessuale, o psicologica, che senso ha inventarsi protocolli e percorsi di trattamento e rieducazione per uomini maltrattanti, magari già condannati e in esecuzione della pena, ovvero in carcere? Non è preferibile “buttare via la chiave?”. Quando trent'anni fa il criminologo Paolo Giulini, basandosi su pratiche già in uso in Canada, iniziò a creare percorsi di trattamento in gruppo per uomini autori di violenza di genere fece una scelta pioneristica. Come spiega lo stesso Giulini: “Scomporre la violenza, rendersi consapevoli di quello che si è commesso per non ripeterlo più”, ecco lo scopo del lavoro che da 30 anni svolge a Milano il Cipm, Centro Italiano per la mediazione fondato dallo stesso criminologo. “Questi rei, una volta finita di scontare la pena, rientrano nella società e la recidiva per chi frequenta con successo i nostri gruppi è del 2,3%, ecco, spiegato da Francesca Garbarino, vicepresidente Cipm, il senso di questi trattamenti e del lavoro dei Cuav, i centri uomini autori di violenza. “Un padre maltrattante resta un padre” osserva Paola Ortolan, presidente del Tribunale minorile di Milano, “Ci sarà sempre una relazione con cui dovrà fare i conti. Per questo il percorso di trattamento è importante”. E oggi questo senso è doppiamente importante. Visti i dati preoccupanti sulla violenza di genere in aumento soprattutto tra i più giovani. Una realtà che è stata fotografata durante il convegno che si è tenuto a Milano, in occasione dei 30 anni della cooperativa Cipm e organizzato dal Comune di Milano alla presenza dell'assessore al Welfare Lamberto Bertolé e di Marco Granelli, assessore alle Opere pubbliche, Cura del territorio, Protezione civile. In questa sede il presidente del Tribunale di Milano Fabio Roia ha ricordato i numeri di Milano aggiornati a settembre 2025: “Nell'ultimo anno, è aumentato il numero di giovani condannati, “con una preponderanza di condanne per i giovani adulti nella fascia d'età tra i 18 e i 41 anni che copre il 62% del totale a fronte del 58% dell'anno scorso”. In particolare, la presenza maggiore è tra i 31 e i 41 anni (30,4 per cento), ma il più grande incremento si registra nella fascia 22-31 anni (14 per cento), sebbene vi sia un aumento del 10% anche dai 18 ai 21 anni (52 imputati pari al 6,7%). “Purtroppo ora i numeri ci dicono che siamo davanti a un fenomeno di violenza giovanile, non è solo una definizione giornalistica ma un dato di realtà” dice Luca Villa, procuratore presso il Tribunale dei minori di Milano. Vero che il numero aumentato delle denunce per violenza sessuale contro minori dipende anche da una maggiore consapevolezza da parte delle ragazze, ma in generale i reati violenti da parte di minori sono aumentati in modo preoccupante”. Cosa c'è dietro, si chiede il magistrato? La dipendenza dai social, genitori incapaci di interagire o, a loro volta abusanti? Un minore autore di violenza - non sempre, ma spesso - ha ricordato Villa, è stato un bambino vittima di violenza, diretta o assistita. Poiché sono tanti i fattori che lo determinano, proprio per questo “il fenomeno” richiede una presa di coscienza e un'azione che non può essere solo in direzione repressiva (vedi il caso del decreto Caivano). Ma per le iniziative servono risorse mentre la realtà, ci dice, per esempio, che il Tribunale di Milano, il primo in Italia per carico di lavoro, ha una carenza di personale del 50% come ha ricordato il presidente Roia. Le comunità educative in cui mandare i minori autori di violenze, sono diminuite di numero in Lombardia. Per questi casi il carcere è una misura eccessiva e gli arresti domiciliari controproducenti. Eppure è proprio la vita e il lavoro fatto in comunità che si rivela più efficace nel recupero di questi ragazzi. E restituirli a un futuro di adulti che non commetteranno più questi reati. Tornando al numero importante di giovani adulti autori di violenza - una percentuale che è aumentata rispetto all'anno precedente - lì bisogna fare i conti con il perpetrarsi della cultura del possesso, propria della mentalità patriarcale che non viene contrastata abbastanza a livello culturale, e che, anzi, ha ricordato Roia, continua ad essere trasmessa alle nuove generazioni. “È qualcosa che fa parte della nostra storia e che a livello giuridico non esiste più, la figura del “pater familias” con tutte le prerogative di potere che aveva, ma che resta come modello culturale che continua a ripetersi, con tutti i suoi stereotipi, anche attraverso i social”. E a chi parla degli autori di violenza come individui malati psichicamente Roia fa presente gli esiti della relazione della Commissione parlamentare sui femminicidi della precedente legislatura: solo il 7% degli autori di fremminicidio presi in esame presentava disturbi psichiatrici. “E fattori quali l'abuso di sostanze o l'emarginazione sociale possono incidere ma non sono mai la prima causa della violenza sulle donne”. Viene da chiedersi, allora: ma se la matrice è culturale come devono essere modulati i programmi di trattamento e rieducazione dei violenti? Come dicevamo all'inizio, ogni uomo maltrattante, prima o poi torna nella società, e il trattamento all'interno di un cuav o dentro il carcere serve a limitare la recidiva. Ogni autore di violenza, sia che si tratti di violenza fisica o psicologica o economica, commette qualcosa che si sente legittimato a fare, non si rende conto della gravità del suo comportamento e tende a negare o minimizzare i suoi atti. Come si fa dunque ad agire sulla sub-cultura di una persona? “Siamo in campo nuovo - ammette Roia - ma come Tribunale di Milano abbiamo adottato protocolli specifici, in linea con la normativa nazionale in fatto di violenza di genere, la legge 168 del 2023 e la Convenzione di Istanbul”. E qui il giudice entra nello specifico: la legge dispone la sospensione condizionale della pena se la persona ha seguito “con esito positivo” un percorso di recupero con frequenza bisettimanale. Basta davvero una certificazione del Centro che tiene il corso? Roia spiega che a Milano si è deciso di coinvolgere la procura i giudici competenti (Gip e Gup) nel monitoraggio e nella decisione finale sulla sospensione della pena. “Qui si tratta di cambiare un uomo, capire l'intimità del suo essere, quindi serve un suo profilo personologico. E questo è possibile solo se la Procura è messa a parte dei progressi che l'uomo fa o non fa, quanto partecipa attivamente ai corsi. Si tratta di certificare una “guarigione culturale”, è una responsabilità molto forte che deve essere presa da un giudice. E qui si tocca un altro tema, arrivano altri interrogativi: se i responsabili di violenze sulle donne sono dei negatori e dei manipolatori come fidarsi? Roia e la magistrata di Sorveglianza Roberta Cossia ricordano a questo proposito il ruolo importante degli avvocati: devono accompagnare il soggetto nel percorso, non pensare allo sconto di pena ma alla possibilità del recupero. I dati ci dicono che molti degli autori di violenza domestica ritornano nello stesso ambito familiare dove sono avvenute gli abusi e qui entra in gioco la sicurezza delle persone che sono state vittime di violenza. Questo rientro è davvero possibile? Si può rispondere a questa domanda solo se esiste una rete interistituzionale - e il Tribunale di Milano lo prevede - tra chi si occupa di violenza, ovvero gli operatori di Giustizia, il Comune di Milano con la rete dei centri antiviolenza e i centri come il Cipm che si occupano dei maltrattanti. Sembra un'ovvietà ma il dialogo tra le istituzioni non è scontato neppure in casi delicati come il contrasto alla violenza di genere. E sappiamo, per esempio quanto i centri antiviolenza sul territorio siano importanti e poco aiutati. Non a caso, quando si parla di aperture di nuovi centri cuav, quelli che si occupano di autori di violenza, i timori che arrivano dai centri antiviolenza, che sono in prima linea nel fornire ascolto e protezione alle donne, è quello di “distrarre” i già esigui fondi destinati ai cav ai protocolli per uomini. Per questo è fondamentale che le istituzioni agiscano in “rete” come si prova a fare a Milano. “Noi, centri antiviolenza, e i centri come il Cipm abbiamo un antagonista comune che è la cultura patriarcale e un obiettivo comune che è liberare le donne dalla violenza, la collaborazione parte da questa consapevolezza” dice Serena Ortelli della Rete antiviolenza del Comune di Milano che sottolinea un altro aspetto: “Quando un maltrattante si presenta bene, parla bene, è, insomma, un manipolatore capace di trarre in inganno l'interlocutore, ecco, in questi casi è molto più significativo se questa descrizione la fa un criminologo come Giulini piuttosto che noi dei cav”. Il dato preoccupante che ci deve far pensare che i programmi di recupero sono importanti è quello rivelato da Roberta Cossia: “Negli ultimi anni c'è stato un aumento esponenziale dei detenuti per violenza di genere. Ma a questo non ha corrisposto un aumento del personale di educatori e formatori. Per questi rei, fino al 2009 valeva il principio dell'ibernazione penitenziaria, ovvero l'isolamento. La conseguenza era, ovviamente, una recidiva altissima”. Anche gli avvocati, per la giudice, hanno le loro responsabilità: “La finiscano di basare la difesa sullo screditare la parte offesa perché in questo modo rendono il percorso carcerario dei loro assistiti molto più difficile perché alimenta il loro senso di ingiustizia subita. “Ho commesso violenza? Sì, però lei...” Quante volte lo abbiamo sentito dire! Pensiamo agli imputati del processo a Ciro Grillo? Cosa dovranno pensare dopo un dibattimento cosi? Di essere vittime del sistema, con il rischio di vivere la carcerazione solo come una tremenda ingiustizia”. Cospito ricorre contro Nordio: basta 41bis di Frank Cimini L'Unità, 20 maggio 2026 L’avvocato Flavio Rossi Albertini pur senza molte speranze ci prova ancora una volta a sfidare l’aria che tira a livello politico e chiede al Tribunale di Sorveglianza di Roma di annullare la decisione del ministro Carlo Nordio di prorogare per altri due anni il regime carcerario del 41 bis per l’anarchico Alfredo Cospito che sta scontando la condanna a 23 anni di reclusione per quei due petardoni che non fecero morti e nemmeno feriti nei pressi della scuola carabinieri di Fossano. “Nel provvedimento del ministero vengono evidenziate le manifestazioni che hanno elevato Cospito a vittima e in qualche modo si prova a colpevolizzarlo di questa figura che ha assunto nel panorama politico - dice Albertini. Nel provvedimento vengono citate tutta una serie di iniziative e pure l’episodio dell’esplosione nel parco degli acquedotti a Roma dove morirono due anarchici”. Nel motivare la proroga del 41 bis questa volta non si fa riferimento alle due indagini di Perugia e di Roma contro gli anarchici concluse con un nulla di fatto e archiviate. La strada per liberare Cospito del tipo di carcere maggiormente afflittivo appare sempre più in salita perché il problema è politico e non giudiziario. È anche un problema di “sistema”. Il tribunale di Sorveglianza di Roma è l’unico chiamato a decidere sui ricorsi relativi al 41bis di tutta Italia. Insomma non ci si fida dei giudici territoriali con una evidente violazione del principio del giudice naturale. Una procedura che ricorda una sorta di “tribunale speciale” al quale non si era fatto ricorso nemmeno durante i cosiddetti “anni di piombo”. Secondo l’avvocato Albertini la decisione relativa alla proroga del 41bis “non si è misurata con il fatto che i presupposti applicativi sui quali era stato fondato il decreto originario nel 2022 sono definitivamente venuti meno”. Ogni provvedimento di proroga dovrebbe contenere una autonoma congrua motivazione in ordine alla permanenza attuale dei pericoli per l’ordine la sicurezza. Cospito paga il lungo sciopero della fame che gli procurò molte simpatie anche al di là della variegata galassia anarchica che tanto preoccupa i poteri costituiti in un paese dove si pratica la repressione senza sovversione. Divieto di gogna, pressing e veti delle procure per frenare il Csm di Simona Musco Il Dubbio, 20 maggio 2026 I capi delle procure provano a dettare la linea e imporre i propri veti al Csm. Un pressing che scuote Palazzo Bachelet alla vigilia del Plenum di oggi del Consiglio superiore della magistratura, chiamato a votare la delicata delibera sulla comunicazione degli uffici giudiziari svelata dal Dubbio. Quello che doveva essere un passaggio blindato, forte dell'accordo raggiunto da tutti i gruppi (nessuno escluso) in Settima Commissione - dove erano stati accolti emendamenti e osservazioni - si è trasformato in un corpo a corpo politico dell'ultimo minuto. Al centro della contesa: l'obbligo di rettifica a tutela degli indagati e le modalità di ostensione delle ordinanze cautelari ai giornalisti. A raccogliere i timori sono stati i progressisti di Area, investiti nelle ultime ore, stando a quanto trapela, dalle forti proteste dei procuratori della Repubblica e dai dubbi della stessa Anm. Dal gruppo confermano che la linea è quella della modifica, con l'intenzione di chiedere un ritorno in Commissione. In alternativa, se i numeri non consentiranno una riscrittura ex novo della pratica, l'intento è quello di proporre qualche emendamento attinente a un profilo specifico e non incidente sull'impianto complessivo. La parte su cui si sono concentrate le polemiche riguarda un punto nevralgico del testo: la consegna dell'ordinanza cautelare alla stampa. Un terreno che sarebbe reso scivoloso dal coordinamento tra le regole della riforma Cartabia sulla presunzione d'innocenza e il recente decreto Costa del 2024, che consente di dare gli atti ai cronisti. Da una parte, infatti, si sostiene che l'invio dell'ordinanza cautelare ai giornalisti alimenterebbe il mercato nero delle informazioni. Un'obiezione che suscita non poche perplessità, dal momento che già oggi questo mercato esiste. Il secondo argomento critico riguarda l'obbligo di rettifica, che secondo i capi degli uffici graverebbe in maniera eccessiva dal punto di vista organizzativo. Un allarme rilanciato con forza da Nello Rossi, direttore di Questione Giustizia, secondo cui la delibera finisce per investire gli uffici giudiziari del “compito immane di tutelare la reputazione dell'imputato”, impegnandoli non solo a una corretta informazione iniziale, ma anche a una successiva comunicazione reattiva e di costante aggiornamento. Un meccanismo che Rossi definisce “incredibilmente gravoso da realizzare in concreto e passibile di falle involontarie”. Gli effetti, secondo Rossi, sarebbero due: un'autocensura sulla comunicazione iniziale da parte dei procuratori pur di evitare i problemi e le insidie delle successive e obbligatorie comunicazioni di riparazione e il rischio risarcitorio, ovvero la possibilità di configurare una responsabilità civile per “colpa specifica” in capo ai dirigenti degli uffici o ai loro delegati, per via della mancata osservanza delle prescrizioni della circolare. Un quadro che per l'ala progressista configura “uno scenario inquietante che giustificherebbe un rinvio in commissione per una rimeditazione del testo”. Al momento, tuttavia, le obiezioni convincono poco il resto del Plenum: allorché un ufficio decide di fare una comunicazione esterna, si assume automaticamente anche l'obbligo di rettificarla se le cose cambiano. Anche perché nelle linee guida non è previsto un monitoraggio d'ufficio e non si pretende che la procura passi le giornate a controllare i mass media. Di conseguenza, non ci sarebbe nessun aggravio organizzativo o metodologico ingestibile. Si tratterebbe, semplicemente, di custodire e conservare i contatti della stampa a cui è stata inviata la notizia, in modo che, in caso di richiesta di rettifica da parte dell'interessato, si sappia a chi inoltrarla. A molti, a Piazza Indipendenza, non sfugge che la gestione della comunicazione sia un aspetto delicatissimo. Nella fase delle indagini preliminari, in concomitanza con le misure cautelari, l'urgenza di tutela è massima, dal momento che quello è l'unico momento in cui la gestione dell'informazione è interamente nelle mani della procura, e una diffusione incontrollata rischia di creare un danno significativo che rimarrà per sempre impresso sui motori di ricerca. Su questo impianto, comunque, la maggioranza in Consiglio dovrebbe essere abbastanza solida. E non è passato inosservato che anche il gruppo di Area, con Francesca Abenavoli, abbia votato a favore del testo in Commissione, che ha ottenuto l'unanimità. Difficile che le toghe progressiste non avessero letto la proposta, anche perché durante i lavori in Commissione il gruppo ha suggerito delle modifiche - come quelle del consigliere Marcello Basilico - che sono state accolte. Più plausibile che il ripensamento sia dovuto all'esigenza di assecondare le lamentele dei procuratori o le reazioni della stampa di riferimento. Per disinnescare la bomba ed evitare uno scontro frontale con i capi delle procure, Area valuta quindi un emendamento di rimodulazione che alleggerisca l'onere logistico degli uffici. Di tutt'altro avviso Bernadette Nicotra di Magistratura indipendente. Se ieri il Fatto quotidiano dava per scontata la modifica di quello che ha definito “autobavaglio”, la togata ha sgomberato il campo dalle ambiguità: “Non nel mio nome”, ha dichiarato al Dubbio, dicendosi convinta che la Settima Commissione non abbia alcuna intenzione di fare marcia indietro. In questo scenario Unicost, la corrente che più ha sostenuto la delibera, osserva in silenzio e serra i ranghi. Il gruppo centrista preferisce attendere la discussione in plenum, ma l'atteggiamento è quello di chi ritiene che l'impianto della delibera non si tocca, in particolare per quanto riguarda l'obbligo di rettifica in caso di modifiche sostanziali delle indagini. La linea sembra chiara: chi decide di fare una comunicazione mediatica deve assumersi la responsabilità di aggiornarla se le accuse cadono, a tutela della reputazione del cittadino. Non è escluso, in apertura di discussione, un intervento del vicepresidente Fabio Pinelli. Intanto, se Area deciderà di presentare un emendamento mirato sulle ordinanze cautelari, si aprirà una trattativa al millimetro. Resta fermo il principio della maggioranza: se qualcuno vuole cambiare le carte in tavola sul diritto di rettifica, dovrà trovare i voti in aula. Ma al momento, nessuno sembra disposto a concedere scalpi. Garlasco e gli altri: la nuova economia del sospetto online di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 20 maggio 2026 Dai podcast ai canali YouTube, il true crime on line che si salda con i mezzi tradizionali condiziona procure, devasta famiglie e produce mostri. “Andrè, te vedo male”. La frase viene urlata da un passante tra i binari della stazione Termini a Roma. Andrea Sempio cammina a testa bassa, “scortato” dalla sua avvocata Angela Taccia. Non è ancora imputato in senso pieno. È un indagato, l'unico nel procedimento bis aperto dalla Procura di Pavia per l'omicidio di Chiara Poggi. Ma il verdetto, fuori dall'aula, è già stato emesso. Lo hanno emesso migliaia di canali YouTube, centinaia di podcast, decine di dirette notturne, gruppi Telegram dove si scandagliano atti processuali, ci si diletta a interpretare immagini, espressioni, audio e si instillano sospetti anche nei confronti della famiglia Poggi. È la giustizia parallela del true crime italiano, che non si celebra nelle aule ma sugli schermi degli smartphone. Con l'aggravante che tutto ciò si salda con le trasmissioni televisive tradizionali. Il caso Garlasco ha funzionato da catalizzatore. Quando la Procura di Pavia ha riaperto le indagini nel 2025, la macchina si è rimessa in moto con una velocità impressionante. Decine di content creator hanno ripescato atti vecchi, audio privati, consulenze parziali. Uno degli episodi più rivelatori riguarda un biglietto scritto a mano con la parola “assassino”, trovato nell'immondizia e sbandierato online come indizio di colpevolezza. Peccato che, come ha rivelato un audio trasmesso dal programma “Dentro la Notizia”, quel foglio fosse semplicemente la scaletta che Sempio aveva preparato per rispondere a un'intervista del giornalista Gianluigi Nuzzi. Ogni segmento di scritti e dialoghi intercettati viene passato al setaccio e reinterpretato. Nascono piste, sospetti, e tutto poi si riversa nel mainstream. Tutto ciò ingolfa sia gli inquirenti che i legali stessi. I coniugi Poggi, esausti, hanno presentato decine di querele per diffamazione e atti persecutori contro questo mercato delle teorie online che macina visualizzazioni sulla loro pelle. L'intercettazione ambientale dello sfogo di Marco Poggi ai genitori dice qualcosa sulla confusione totale che si è creata: “Sempio lo hanno tirato dentro loro stessi e loro stessi continuano a tirarlo dentro”. Ma intanto il circo continua. Ogni nuovo dettaglio, ogni perizia, ogni testimonianza viene amplificato e decontestualizzato. Il rimbalzo televisivo e i misteri di Stato - Sarebbe comodo pensare che il problema riguardi solo il web. Non è così. La televisione nostrana ha costruito, decenni fa, il modello che i creator digitali oggi replicano in scala. Il plastico di Garlasco nel salotto di “Porta a Porta” di Vespa è l'immagine-simbolo di questa storia: il caso trasformato in spettacolo, il criminologo che emette sentenze davanti alle telecamere, il pubblico a casa che si convince di qualcosa prima che i giudici abbiano aperto un fascicolo. Trasmissioni come Le Iene esercitano da anni una pressione sui procedimenti che il Codice di procedura penale vorrebbe invece formarsi nell'aula. Il digitale ha solo tolto il filtro minimo di una redazione. Il circuito tra web e televisione è diventato perverso: le teorie nate online vengono assorbite dai talk di prima serata, gli audio rubati circolano nei programmi generalisti, le intercettazioni prive di rilevanza penale diventano contenuto televisivo. E i tribunali non ne sono indenni. Di fatto, quando si crea un determinato fronte nell'opinione pubblica, il giudice deve avere una capacità mentale tale da essere libero di decidere. Siamo alla degenerazione, perché quando decide, di fatto, è come dire da che parte sta: se sta a favore dell'opinione pubblica o contro. Ciò è molto pericoloso. Quando il true crime si avvicina alla storia patria, il salto verso la dietrologia è quasi automatico. Fanpage, con il format “Confidential”, ha dedicato una serie alla strage di Capaci. Le ricostruzioni evocano l'uso di esplosivo militare Semtex, mettono in dubbio che sia stato Giovanni Brusca a premere il telecomando e ipotizzano specialisti esterni legati a Gladio o all'eversione nera. Ricostruzioni che nascono da teoremi e piste inconsistenti riciclate da Report in prima serata. La tesi di fondo è affidata a una citazione: “Non posso pensare che degli ignoranti come Totò Riina possano aver organizzato un attentato così sofisticato... ci volevano persone in giacca e cravatta”. Peccato che la verità storica e giudiziaria dica l'esatto contrario: una Cosa Nostra strutturata militarmente, capace di sfidare lo Stato, con una ricostruzione dell'attentato talmente precisa che gli atti processuali documentano persino l'esitazione di Brusca nel premere il pulsante a causa della velocità ridotta del corteo. Il complottismo digitale preferisce sempre il mistero permanente alla fatica dei fatti. Tutto ciò influenza e ingolfa le procure. Tornando al format di Fanpage, hanno recentemente tirato fuori Fabio Piselli per Capaci. Un personaggio “sui generis” che già in passato aveva qualcosa da dire su tutto: dal mostro di Firenze al Moby Prince. Ora anche le stragi di mafia. E la procura di Caltanissetta lo ha dovuto sentire. Attenzione, ci sono anche podcast di qualità. Alcuni mantengono un approccio prudente. Stefano Nazzi de Il Post, con il podcast “Indagini”, è un esempio di narrazione documentata e senza tesi precostituite. La fabbrica americana del sospetto - Gli Stati Uniti hanno vissuto questo fenomeno prima di noi, e le sue degenerazioni sono già documentate. C'è la storia di “Serial”, il podcast di Sarah Koenig del 2014, scaricato più di cento milioni di volte, che ha sollevato dubbi fondati sul processo ad Adnan Syed e contribuito alla sua scarcerazione dopo ventitré anni. È il lato utile del genere: il giornalismo che legge le trascrizioni, intervista i testimoni e porta in superficie errori investigativi reali. Ma c'è anche la storia di Ashley Guillard, una tiktoker che nel 2022, dopo il quadruplice omicidio di quattro studenti dell'Università dell'Idaho, ha accusato in oltre cento video la professoressa Rebecca Scofield di aver commissionato la strage per una presunta relazione segreta con una delle vittime. Scofield non si trovava nemmeno nell'Idaho al momento dei fatti, non aveva mai conosciuto le vittime. Il vero killer, Bryan Kohberger, si è poi dichiarato colpevole. Lo scorso febbraio una giuria federale dell'Idaho ha condannato la tiktoker a pagare dieci milioni di dollari di risarcimento. Un ecosistema che quindi ha generato anche mostri. Persone trasformate in sospetti senza prove, campagne online contro familiari delle vittime, raccolte fondi opache, ricostruzioni manipolate per aumentare visualizzazioni e abbonamenti. Negli Stati Uniti esiste ormai una letteratura accademica sul rischio di radicalizzazione algoritmica di YouTube: più il contenuto è estremo, più viene premiato dalla piattaforma. Il modello che alimenta il lato oscuro di questo ecosistema è semplice: dirette infinite, abbonamenti, donazioni, gruppi privati, “rivelazioni” a puntate. Più il mistero resta aperto, più gli incassi continuano. Il pubblico viene convinto che esista sempre un segreto ulteriore da scoprire, e chi dubita diventa automaticamente parte del sistema che nasconde la verità. La morbosità viene venduta come ricerca della giustizia. La pressione sulle procure è reale: quando una teoria domina per mesi, quando milioni di visualizzazioni convincono l'opinione pubblica che esista una pista ignorata, gli investigatori ne sentono il peso. Non lo ammetterà mai nessun magistrato. Ma la pressione c'è. Il segreto istruttorio si sgretola un leak alla volta, un audio alla volta, una perizia decontestualizzata alla volta. Il ministro Nordio, l'Unione delle Camere Penali e il CSM stanno cercando di correre ai ripari con nuove regole sulla gogna mediatica. Ma non basterà perché siamo di fronte a un fenomeno nuovo che si salda con quello “vecchio”. Richiesta di asilo, la domanda scatta già con la manifestazione di volontà di Francesco Machina Grifeo Il Sole 24 Ore, 20 maggio 2026 Per la Cassazione, ordinanza n. 14851/2026, non serve alcuna formalità particolare, è invece necessario che essa sia rivolta ad una autorità statuale. La domanda di asilo produce effetti sin dal momento della sua manifestazione anche se non è stata formalizzata purché si espressa ad una autorità statale e sia idonea ad attivare il procedimento amministrativo. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con l’ordinanza n. 14851/2026, accogliendo, con rinvio, il ricorso di un immigrato sbarcato a Lampedusa. Il ricorrente, cittadino egiziano, aveva chiesto la protezione internazionale subito dopo essere arrivato nell’isola il 3 gennaio 2023. Pur avendo manifestato subito la volontà di chiedere asilo ed essendo stato inserito in un centro di accoglienza come richiedente asilo, la domanda era stata formalmente registrata dalla Questura solo l’8 maggio 2023, dopo l’entrata in vigore del decreto Cutro. Il Tribunale di Roma gli aveva quindi applicato la nuova disciplina, più restrittiva, riconoscendogli soltanto la protezione speciale secondo le regole introdotte dal decreto. Il richiedente ha però sostenuto che, ai fini dell’applicazione della legge nel tempo, dovesse contare il momento della manifestazione di volontà e non quello della formalizzazione amministrativa della domanda. La Cassazione gli ha dato ragione. Per la Prima sezione civile, la volontà dello straniero “si è formata nel gennaio del 2023” momento in cui ha manifestato “l’intento, serio e formato, di richiedere protezione internazionale nelle forme di quella complementare”. La domanda di asilo, infatti, esiste già quando lo straniero manifesta in modo chiaro la volontà di chiedere protezione a un’autorità riconducibile allo Stato, anche senza formalità particolari. Questa manifestazione di volontà rileva anche per stabilire quale legge applicare nel tempo, fissando il momento iniziale della domanda e i relativi effetti giuridici. Mente con riguardo all’interesse a ricorrere in Cassazione, esso sussiste quando può derivare l’applicazione di una disciplina più favorevole. Sul punto la Cassazione ha dunque espresso i seguenti principi di diritto: a) “in materia di protezione internazionale, la domanda di asilo, intesa quale manifestazione significativa di volontà del richiedente riconducibile al modello legale, non si identifica con ogni mera esternazione, ma rileva solo ove, seppure priva di forme tipiche, sia indirizzata a un’autorità riconducibile all’apparato statale e presenti un minimo grado di idoneità funzionale ad attivare il procedimento mediante la sua ricezione e trasmissione agli organi competenti”; b) “il principio secondo cui assume rilievo la manifestazione di volontà di richiedere protezione internazionale, anche non formalizzata, opera quale criterio di individuazione della disciplina applicabile nel tempo, determinando, a tali fini, il momento genetico della domanda e il regime dei relativi presupposti ed effetti”; c) “sussiste l’interesse a proporre ricorso per cassazione allorché l’applicazione del principio della domanda come manifestazione di volontà sia idonea a condurre all’individuazione di una disciplina più favorevole per il richiedente”. Lombardia. Cresce il rischio suicidi nelle carceri, nella regione incidenza record di Federica Pacella Il Giorno, 20 maggio 2026 Rischio suicidi superiore del 50% negli istituti penitenziari lombardi rispetto alla media nazionale. A evidenziarlo è l’analisi di PoliS Lombardia che ha preso in esame l’incidenza dei suicidi, espressa in casi ogni mille persone detenute. In questo scenario, la Lombardia emerge con una criticità rispetto al resto del Paese: con un’incidenza di 1,82 suicidi ogni mille detenuti, la regione si posiziona al di sopra della media nazionale, ferma all’1,21; il dato acquisisce ancora più peso se confrontato con realtà demograficamente simili come la Campania, dove l’incidenza si ferma a un più contenuto 0,77. Queste cifre si inseriscono nel contesto di un sistema penitenziario caratterizzato da varie problematiche, fra le quali il sovraffollamento. “Mentre la media nazionale di affollamento si attesta su un già preoccupante 123,84%, il territorio lombardo presenta una situazione di maggiore criticità con un tasso del 143,42%. In termini pratici - conclude l’analisi dell’ente di ricerca, statistica e formazione di Regione Lombardia -. Questo significa che negli istituti della regione sono presenti 8.809 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di soli 6.142 posti, creando un’eccedenza di quasi tremila persone che il sistema non è strutturato per gestire né dal punto di vista logistico, né da quello assistenziale. Questa saturazione estrema degli spazi non rappresenta soltanto un problema di posti letto, ma degrada profondamente la qualità della vita quotidiana”. I suicidi sono il segnale di allerta di un sistema che non funziona. Nel suo rapporto, Antigone riporta alcuni casi avvenuti proprio in Lombardia: a gennaio 2025, un 55enne, affetto da depressione, si è tolto la vita nel carcere di Vigevano, dove stava scontando una pena di 3 anni per una rapina che gli aveva fruttato 55 euro, restituiti (aveva anche risarcito il danno alla vittima). “La sua morte poteva essere evitata se il magistrato di sorveglianza avesse considerato che si trattava di un soggetto fragile, come avevamo documentato. Tra l’altro aveva restituito tutto”, ha spiegato il suo avvocato. Un’altra storia è quella che arriva da Busto Arsizio, tramite la lettera del cappellano rivolta a Denis (nome di fantasia), anche lui morto suicida. “Caro Denis, perdonaci: tutte le nostre intelligenze, artificiali e non, non sono arrivate a comprendere che forse il carcere non era il tuo posto. Non il luogo dove avresti dovuto stare. Non il luogo giusto per avere cura di te, già così tanto provato dalla vita”. Milano. Morto un detenuto del carcere di Opera, è il boss Giuseppe Commisso di Giulia Ghirardi fanpage.it, 20 maggio 2026 È il boss della ‘ndrangheta Giuseppe Commisso il detenuto di Opera deceduto lo scorso 26 aprile. Versioni contrastanti sulla dinamica e il luogo del decesso: la procura di Milano ha aperto un’inchiesta per fare chiarezza. Lo scorso 26 aprile un detenuto di 79 anni del carcere milanese di Opera è morto: si tratta di Giuseppe Commisso, conosciuto come “U Mastru” e indicato dagli investigatori come uno dei vertici storici dell'omonima cosca di Siderno, un comune in provincia di Reggio Calabria. Attorno al decesso, di cui Fanpage.it ha dato notizia dopo aver ricevuto segnalazione dalla ONG bon't worry iNGO e dai parenti di alcuni detenuti, restano ancora diversi dubbi, tanto che la procura di Milano ha aperto un'inchiesta per chiarire le cause della morte e ricostruire cosa sia effettivamente accaduto nelle ultime ore di vita del boss detenuto. Anche perché, nonostante il profilo di primo piano di Commisso, della sua morte per giorni non si è saputo praticamente nulla: nessuna comunicazione chiara, versioni discordanti sul luogo del decesso e informazioni emerse soltanto a pezzi. Per chiarire la vicenda Fanpage.it ha provato a contattare più volte la direzione dell'Istituto, che, però, non ha mai risposto né voluto chiarire le circostanze del caso. Un silenzio che inevitabilmente ha alimentato interrogativi su quante morti, proprio come questa, possano essersi consumate in carcere senza lasciar traccia, soprattutto quando a morire sono detenuti senza un nome noto o un profilo capace di attirare l'attenzione mediatica. Giuseppe Commisso, conosciuto come “U Mastru”, era considerato centrale nelle principali inchieste sulla ‘ndrangheta reggina. Nel 2010 era stato arrestato nell'ambito dell'operazione “Crimine”, il maxi blitz che aveva colpito i vertici delle cosche calabresi e ricostruito gli assetti dell'organizzazione mafiosa tra la Calabria e l'estero. Secondo quanto emerso negli atti giudiziari, il 79enne sarebbe stato uno dei reggenti della cosca Commisso di Siderno, clan ritenuto tra i più influenti del mandamento jonico reggino. Gli investigatori gli hanno attribuito, inoltre, un ruolo di raccordo con le articolazioni della ‘ndrangheta presenti in Canada e Australia, considerate strategiche per gli interessi economici internazionali dell'organizzazione. I dubbi sulla morte del boss - A sollevare i primi dubbi sulla morte del boss è stata la ricostruzione di alcuni detenuti raccolta dalla ONG bon't worry iNGO secondo cui Commisso si sarebbe recato in infermeria perché non si sentiva bene, ma sarebbe stato rimandato indietro perché “non hai niente”. Tuttavia due giorni dopo, il 26 aprile, sarebbe stato trovato senza vita “sul letto della sua cella”. Una versione che, però, non ha trovato riscontri univoci nelle ore successive quando hanno iniziato a circolare ipotesi differenti sulle circostanze del decesso. Da un lato la ONG e i detenuti che sostengono che la morte sia avvenuta all'interno dell'Istituto. Dall'altro lato, resta, invece, aperta l'ipotesi che il decesso possa essere avvenuto successivamente, dopo un eventuale trasferimento in ospedale. Quello che è certo è che, ancora oggi, a quasi un mese di distanza, non esiste una ricostruzione definitiva e pubblicamente confermata sulla morte di un detenuto sotto la custodia dello Stato. Per questo, la procura di Milano ha deciso di intervenire, aprendo un fascicolo e disponendo accertamenti medico-legali, compresa l'autopsia. Un passaggio ritenuto necessario per chiarire le cause del decesso e verificare eventuali criticità o omissioni nella gestione sanitaria del detenuto durante la sua permanenza nel carcere di Opera. Solo dopo il completamento degli esami la salma è stata restituita ai familiari e trasferita in Calabria. Lì, nelle prime ore di sabato 16 maggio, si sono svolti i funerali nel cimitero comunale di Siderno. Le esequie si sono tenute in forma strettamente privata, con accessi limitati e un dispositivo di sicurezza predisposto dalla questura di Reggio Calabria attorno all'area cimiteriale. Dopo l'ultimo saluto, però, i familiari ora chiedono risposte sul decesso. Imperia. Carcere, nasce il Garante dei diritti delle persone private della libertà imperiapost.it, 20 maggio 2026 Via libera dal Consiglio Comunale. “Un atto di civiltà”. Il Consiglio Comunale di Imperia ha approvato l’istituzione del Garante dei diritti delle persone private della libertà personale. Eletto dal Consiglio stesso, resterà in carica per 5 anni. A illustrare la pratica è stata l’assessore Laura Gandolfo. “Questa pratica - spiega l’assessore Gandolfo- vuole istituire e disciplinare il garante dei diritti delle persone detenute del Comune di Imperia. C’è una normativa nazionale che lascia agli enti locali di istituire questa importante figura, che rafforza la tutela dei diritti delle persone: diritto alla salute, alla formazione, al recupero delle persone che vengono detenute a seguito di sentenze di condanna. Le funzioni sono di vigilanza, ascolto, mediazione. Deve contribuire a migliorare la qualità della vita delle persone detenute nel carcere di Imperia. È un regolamento snello, già ampiamente discusso in Commissione. Con l’articolo uno si definisce quindi questo garante. Sarà esteso anche ad altri tipi di condanne come ad esempio i domiciliari o simili. Il Consiglio Comunale elegge il garante. Si relaziona al Consiglio in merito alla propria attività e trasmette la relazione entro il 31 dicembre di ogni anno”. Vengono quindi illustrati due emendamenti: il primo, presentato dal consigliere Lucio Sardi, propone tra l’altro una durata dell’incarico inferiore ai cinque anni e l’assenza di qualsiasi retribuzione, sottolineando che “deve essere una figura libera e volontaria”. Il secondo, a firma del consigliere Luciano Zarbano, interviene invece sul piano tecnico, proponendo una riorganizzazione complessiva del regolamento. Dopo gli interventi sulla pratica, replica l’assessore Gandolfo: “Mi spiace Sardi ha perso l’ennesima occasione, invece ha guardare nella stessa direzione, ha dovuto metterci un po’ una vena polemica politica. Questa pratica era sul mio tavolo da molto tempo. In occasione del Garante degli anziani l’abbiamo tirata fuori. Le parole divisive non portano da nessuna parte. Credo che sia una pratica importante, un atto di civiltà. C’è una difficoltà assoluta nell’inserire ex carcerati nella vita sociale”. Sardi ribatte: “Io voto favorevolmente a questa pratica, l’ho promossa e ho fatto delle proposte. Cosa ci trova di divisivo? Perché faccio delle proposte? È utile”. Si è quindi proceduto alla votazione del primo emendamento, presentato dal consigliere Lucio Sardi, che è stato respinto con 12 voti contrari. È stato poi il turno del secondo emendamento, a firma del consigliere Luciano Zarbano, anch’esso respinto con 10 voti contrari. La pratica nel suo complesso è stata infine approvata all’unanimità. Napoli. C'è una sartoria nel carcere di Secondigliano che trasforma gli scarti in risorse di Francesca Cipolloni Avvenire, 20 maggio 2026 Una “sartoria sociale e sostenibile che trasforma scarti in risorse, e vite spezzate in nuove”, in cui protagonista è “una bellezza che rigenera, nel lavoro come strumento di riscatto e in una moda inclusiva, etica e consapevole”. E questo, per voce del suo fondatore, Marco Maria Mazio, il ritratto di Palingen (www.palingen.it), realtà che nasce “da un'idea semplice ma potente: restituire dignità attraverso il lavoro. Ispirata al concetto di “palingenesi - rinascita - la nostra realtà opera all'interno della Casa Circondariale di Napoli Secondigliano “Pasquale Mandato'; dove ogni giorno accompagniamo le detenute e, da metà 2026 anche i detenuti, in un percorso di formazione, crescita e trasformazione”. Avvocato e imprenditore, nel 2021 Mazio ha creato questa realtà avocazione sociale - che attualmente vede impiegate 4 dipendenti, destinate a salire a 8 - per restituire un nuovo futuro e una luce di speranza a chi ha sperimentato il buio dietro le sbarre. Un'impresa davvero sui generis nell'epoca attuale, con un fatturato, peraltro, che raddoppia di anno in anno. Tutto ha inizio da un'esperienza post laurea come educatore part time presso la Casa Circondariale Femminile di Pozzuoli: da lì, attraverso la start up, il desiderio di garantire alle donne recluse “una seconda, legittima opportunità perché la riabilitazione del reo ha, necessariamente, una conseguenza sul sistema economico, sociale e morale del Paese”. La vision per il fondatore di Palingen è nitida: “In carcere questa gente non ha nulla, se non un bene prezioso: tanto tempo a disposizione, che a noi spesso manca. Un tempo da investire in maniera costruttiva, formativa, professionalizzante. Allora quella persona potrà uscire dal sistema carcerario come un elemento positivo della comunità, come lavoratore attivo ulteriormente meritevole di dignità nel tessuto sociale”. Va da sé poi he “lo sviluppo passa anzitutto dalle reti virtuose e dalle sinergie, anche commerciali oltre che umanitarie, che si possono attivare. Nel mio caso ho potuto contare, anzitutto, sugli ottimi rapporti avviati anche con le Istituzioni e sono fermamente convinto che l'asse pubblico-privato possa fare la differenza: pensiamo a quante imprese in Italia alla ricerca di risorse umane potrebbero intraprendere la medesima strada, attingendo dal bacino di un personale tecnicamente qualificato che pur provenendo da una prova durissima come la detenzione, dal reato che spesso ha origine in contesti disagiati, può comunque mettere in gioco le proprie qualità professionali. Prima o poi, chi è recluso fa i conti con la libertà, e la libertà va incanalata nel processo produttivo del lavoro”. Per Marco Mazio, inoltre, fondamentale è l'aspetto comunicativo e la sensibilizzazione, perché “si tratta di ragionare oltre il mainstream, di raccontare una modalità di promuovere il business che non si limita alla mera filantropia. Bisogna partire dallo stile narrativo: l'evento benefico in sé può impressionare emotivamente, certo, ma ciò che conta è suscitare un interesse che apra alla volontà di creare vera interazione tra Terzo settore, realtà istituzionali, soggetti che sanno fare affari con sguardo etico”. Una strategia non estranea al bene comune: “Inserendo skills e competenze anche di persone che sono ai margini della società si concorre a favorire un'economia più resiliente, capace di adeguarsi e di rimanere stabile nel tempo. Inclusione sociale e mercato sono benefici che possono realmente convivere insieme”. Reggio Emilia. Giustizia riparativa, l’ex Br Bonisoli a confronto con Bazzega di Francesca Chilloni Il Resto del Carlino, 20 maggio 2026 Sala gremita al centro culturale Mavarta per l’incontro ’Il compito quotidiano di costruire la pace’, promosso dal circolo culturale ’Inventi di Strade’ con il patrocinio del Comune. Una serata intensa, dedicata alla possibilità di riaprire spazi di dialogo anche dove la storia ha lasciato ferite profonde. Protagonisti Giorgio Bazzega, figlio del maresciallo Sergio, ucciso dal brigatista Walter Alasia, oggi mediatore penale, e Franco Bonisoli, ex appartenente alle Brigate Rosse, oggi impegnato in percorsi di Giustizia Riparativa. Due biografie nate su fronti opposti, ma capaci di testimoniare come il confronto non cancelli responsabilità e dolore, bensì possa diventare strumento di riconoscimento reciproco e costruzione della pace. A condurre l’incontro è stata Monica Castellari, vice sindaca, che ha dedicato studi proprio al confronto tra ex appartenenti alla lotta armata e vittime. Nel corso della serata sono stati affrontati temi come violenza giovanile, prevenzione, politiche penali, ruolo degli adulti e dello Stato, educazione al dialogo e riconoscimento dell’altro. “Abbiamo condiviso da subito l’idea che una parte così sofferta della storia italiana non vada affrontata soltanto dal punto di vista storico, ma vada riletta insieme, come comunità - ha detto Castellari, ringraziando i colleghi di giunta e il sindaco - La verità fattuale è accertata nelle sedi giuridiche preposte, la verità di senso, cioè l’elaborazione di quel dolore, va costruita nel confronto collettivo e nell’affrontare le ferite di quel periodo: una responsabilità da cui le istituzioni non possono sottrarsi. Dalla franchezza del confronto col proprio passato si può ricavare serenità utile a costruire proficue politiche per il futuro”. L’iniziativa rientra in un percorso più ampio sulla cultura della pace, che comprende anche il gemellaggio con Neve Shalom - Wahat al-Salam, l’Oasi della Pace. Milano. “Pensare fuori”: le prospettive dopo il carcere L'Opinione, 20 maggio 2026 “Pensare fuori. Riflessioni e prospettive oltre il carcere” è il titolo dell’iniziativa in programma mercoledì 20 maggio alle ore 18 negli spazi della Fondazione Aem, dedicata al tema della condizione carceraria, ai percorsi di sostegno attivati negli istituti penitenziari e alle testimonianze dirette di chi vive o ha vissuto la detenzione. Un appuntamento che riunirà istituzioni, operatori sociali, mondo accademico e protagonisti di storie di reinserimento, con l’obiettivo di approfondire il valore del lavoro e della formazione come strumenti di recupero e reintegrazione. La serata prenderà il via con la proiezione del docufilm “Io spero paradiso” del regista Daniele Pignatelli, realizzato in collaborazione con Haibun. Il documentario racconta la vicenda reale di tre detenuti del carcere di Opera impegnati nella produzione artigianale di ostie, attività che nel film assume il significato simbolico di un percorso di cambiamento personale e rinascita. Nel corso dell’incontro sarà inoltre presentato il progetto del “laboratorio di economia circolare” sviluppato all’interno del carcere di San Vittore sotto la direzione della responsabile Ilaria Scauri. L’iniziativa è sostenuta da Fondazione Aem, Fondazione Eris Ets - progetto Restart San Vittore 2 con capofila Mestieri Lombardia, Consorzio Lombardia e Consorzio Cooperative Sociali Scs - oltre che da Laboratorio Carcere - Off Campus San Vittore del Politecnico di Milano, nell’ambito del progetto di ricerca Art-Link. Attraverso le immagini realizzate dal filmmaker Luca Quagliato e dal fotografo Marco Garofalo verranno documentate le attività del laboratorio. Le riprese, effettuate prima dell’incendio dell’ottobre 2025 che distrusse tutte le opere prodotte dai detenuti, restituiscono il lavoro creativo sviluppato attorno al tema “ed è subito festa”, concepito per la Green Week 2025. Un progetto nato per evidenziare il ruolo del lavoro come possibilità concreta di riscatto personale e reinserimento sociale. La tavola rotonda sarà moderata dalla giornalista di Radio popolare Giulia Strippoli. Interverranno il garante dei detenuti del Comune di Milano Luigi Pagano, la responsabile del laboratorio Ilaria Scauri, il prorettore dell’Università Statale di Milano Stefano Simonetta e il regista Daniele Pignatelli, insieme alla testimonianza di due protagonisti del documentario. Per la prima volta saliranno insieme sul palco Ciro, tornato in libertà da pochi giorni dopo 43 anni di detenzione, e Cristiano, attualmente in regime di semilibertà, che racconteranno il loro percorso umano e la loro esperienza all’interno del progetto. Pontremoli (Ms). Mostra delle opere realizzate dalle detenute dall'Ipm Ristretti Orizzonti, 20 maggio 2026 Da giovedì 21 maggio a domenica 7 giugno, in occasione dell'appuntamento annuale del Premio Bancarellino, il palazzo del Tribunale di Pontremoli ospiterà MemOra - Mostra espositiva delle opere realizzate dalle giovani ristrette dell'Istituto Penale per Minorenni di Pontremoli. L'evento, patrocinato dallo stesso Comune pontremolese, è una iniziativa curata dall'Associazione La Poltrona Rossa che dal 2013 sviluppa progetti creativi in carcere. La mostra inaugura il 21 maggio alle ore 16:00 con presentazione presso la Sala dei Sindaci del Comune di Pontremoli. Il taglio del nastro vedrà presenti il Sindaco Clara Cavellini, il direttore dell'istituto Penale per Minorenni di Pontremoli Francesca Capone e Cosimo Ferri, Magistrato e Sottosegretario alla Giustizia e Deputato della Repubblica. Durante la giornata inaugurale, verrà proiettato il cortometraggio “Io Dea”, realizzato con le Ir-ritate di Pontremoli, ovvero le ragazze ristrette, con la regia di Ivana Parisi, presidente dell'associazione. L'evento è inserito all'interno XIII Programma Nazionale di Promozione del Teatro e della Danza in Carcere ed è sostenuto dal Ministero della Giustizia, dipartimento per la giustizia minorile e della comunità. MemOra celebra un percorso artistico a cura della La Poltrona Rossa, messo in atto a favore delle giovani ristrette. Il progetto triennale conclude la seconda annualità attraverso questo evento aperto alla cittadina e ai turisti che in questo periodo popolano la città. Quest'anno le ragazze hanno scelto un tema che rimanda alla ricerca del vissuto, del sentimento e della ricerca della speranza, attraverso la ricerca di mondi perduti nelle storie dell'infanzia. Con la scrittura e pittura creativa, le giovani artiste hanno potuto sognare una dimensione fiabesca e hanno ripercorso le fiabe, stravolgendole e rivivendole a modo proprio. La mostra, organizzata dagli operatori dell'associazione La Poltrona Rossa, è resa possibile grazie alla disponibilità del Direttore Francesca Capone, dell'Istituto Penale per Minorenni di Pontremoli (MS). La Poltrona Rossa sviluppa progetti artistici e teatrali nelle strutture detentive in Toscana e Sicilia. Revenge porn, adescamenti online, truffe amorose: storie di vittime e di autori di Laura De Feudis Corriere della Sera, 20 maggio 2026 Cosa c'è dietro i reati digitali. Nel libro “Senza consenso” l'avvocata Marisa Marraffino - penalista, esperta di diritto minorile, diritto di famiglia e diritto dell’informatica - racconta 23 storie di vittime e autori di reati nell'era dei social. “Nella vita di ciascuno c'è un momento che è una scintilla. Quando si accende questa scintilla tutto cambia. Mi è capitato di vederla in ogni ragazzina o ragazzino che ho incontrato nel mio studio. È un momento affascinante. Per i minorenni c'è sempre la possibilità di riscatto, di riprogrammare il futuro indipendentemente da cosa hanno subito o da cosa hanno messo in pratica”. Marisa Marraffino, avvocata penalista specializzata nei reati digitali commessi con le nuove tecnologie, questa scintilla l'ha vista molte volte. “Gli adolescenti - racconta dalla Sicilia dove sta presentando il suo libro Senza consenso (ed. Zolfo) - sono anime in tempesta da maneggiare con cura e la loro fragilità può essere trasformata in forza per chiedere aiuto, un'occasione per salvarti”. Nel libro (che racconta Vite, solitudini e tribunali nell’era digitale) ci sono storie di revenge porn, ricatti digitali, chat e app di incontri usati per adescare minorenni, intelligenza artificiale, stalking, sostituzioni di identità, challenge, truffe amorose... “Chi fa il mio mestiere ha il privilegio di vedere le storie dritte in faccia: non solo la parte offesa, anche gli autori dei reati (anche quelli che più ci colpiscono e ci disturbano) hanno delle vicende che vanno conosciute e considerate. A me queste ragazze e ragazzi che ho incontrato hanno mostrato che ogni storia insegna qualcosa: prima di tutto a non essere giudicante. E poi, se commetti un reato ma non lo rielabori, la pena non serve a molto. Alla vittima ma anche all'autore servono il coraggio di reagire. Per esempio, le vittime di revenge porn (e parliamo molto spesso di ragazzine molto giovani) provano un senso di vergogna (ingiustificato) ma per un periodo tendono a isolarsi, a mettere la vita in pausa. Poi però accade qualcosa che le fa reagire e le riporta fuori casa. Per i ragazzi, poi, tutto è amplificato dai social”. Come si fa a costruire un ponte, un legame con ragazzini accusati di bullismo, detenzione di materiale pedopornografico o ragazzine che si sono fidate (sbagliando) di un fidanzato che le ha convinte a girare video intimi? Qual è la cosa più difficile che accade quando incontra i ragazzi e le ragazze che si rivolgono a lei, che hanno bisogno di un avvocato? “È trovare il coraggio di fidarsi. La difficoltà è aprirsi, parlare. Parlano sempre i genitori e loro stanno in silenzio. A volte ci metto tre o quattro incontri... prima silenzio, poi finalmente iniziano a raccontare. E io capisco la loro difficoltà. Il sexting (lo scambio o l'invio di foto, audio o video a sfondo sessuale o erotico) coinvolge ragazzine di 13 o 14 anni. Come lo spieghi ai tuoi genitori (che magari ti considerano ancora una bambina)? La difficoltà a raccontare è comprensibile. Ma nella mia esperienza ho notato che ci sono sempre delle persone che “ci salvano la vita”... Sono quelle persone sentinella che con autorevolezza e non autoritarismo si mettono in ascolto degli adolescenti e li fanno sentire ascoltati, appunto, e visti. A volte sono insegnanti, altre allenatori sportivi. I genitori, invece, fanno molta più fatica. Parlano poco e ascoltano ancora meno. E poi, per esempio rispetto all'uso sconsiderato dei social e a quello che postano, non sono certo un esempio da seguire”. Cosa potrebbe aiutare? “Sicuramente insistere sull'educazione all'affettività. La famiglia deve fare la sua parte: ci si grida addosso e non si ascolta. E non ci si parla nemmeno. La scuola poi deve fare un pezzo importante. A ogni età e con il linguaggio adeguato dobbiamo parlare di sessualità e affettività per rendere i ragazzi e le ragazze consapevoli, per dar loro gli strumenti. Dobbiamo proteggere i minori, a partire da bambini più piccoli, dall'esposizione ai social. Dobbiamo inventarci delle alternative alle piattaforme. Meno smartphone al ristorante (anche a bimbi fino a tre anni). Tutti dobbiamo collaborare a far capire che il mondo dei social non è il mondo vero. Dobbiamo cambiare la cultura”. Quali sono i reati più frequenti? “Reati a sfondo sessuale, stalking, revenge porn, sostituzioni di persona, creazione o alterazione di contenuti per nuocere a qualcuno, i reati legati a “consigli sbagliati” dati dall'Ai. Ecco, direi che l'Ai è in questo senso la cosa più complessa che ci troviamo ad affrontare. Per esempio ci sono software di Ai che offrono consulenza su farmaci, psicofarmaci e indicano come procurarseli senza ricetta”. Cos'è il “danno da prodotto difettoso?” “Le piattaforme si proteggono dichiarando di non essere responsabili dei contenuti pubblicati dagli utenti e, in caso di video pericolosi, si autotutelano con l'avvertenza “non ripetere”. In tutto il mondo, soprattutto negli Stati Uniti, sono in corso processi contro i social network per cosiddetto “danno da prodotto difettoso”, in seguito alla morte di diversi adolescenti dopo aver partecipato a sfide online. Ancora non ci sono sentenze. In Italia non c’è un reato specifico contro le challenge online e il reato di istigazione o aiuto al suicidio non è mai stato applicato nei casi di ragazzi deceduti dopo aver visto video pericolosi”. Come ci si può proteggere? “Io consiglio sempre di rivolgersi al Digital Services Act (DSA) e di appellarsi al GDPR (Regolamento Europeo in materia di privacy) che impongono alle piattaforme l’obbligo di garantire ai minorenni un livello elevato di tutela, sicurezza e privacy. Oggi anche i software di Ai si stanno adeguando, ma in attesa di linee guida condivise per la verifica dell’età, è ancora possibile aggirare i divieti. Nel caso di video intimi mandati o registrati con l'inganno o forzando la fiducia delle vittime o approfittando della loro situazione di soggezione psicologica (“Se non lo fai, ti lascio”), per bloccarne il caricamento in Rete si può andare sul sito del Garante per la protezione dei dati personali e avviare la procedura. Tramite le impronte digitali (i codici hash) dei contenuti i social riconosceranno quei video e li bloccheranno. Si possono sempre chiedere i danni per la violazione del DSA”. Che consiglio si sente di dare? “Prima di tutto non lasciamo soli i bambini o gli adolescenti. Ci vogliono limiti di età per l'uso dei social, limiti orari (niente utilizzo notturno, per esempio), niente cellulare a tavola. Direi che tutto questo funziona e acquista valore se le regole vengono spiegate, condivise e non imposte. Poi direi che è fondamentale dare l'esempio (che uso facciamo noi adulti delle piattaforme? Quali contenuti carichiamo? Cosa diciamo di noi sui social? Cosa condividiamo delle nostre vite?). Poi direi che è importante insegnare fin da piccoli che l'amore sano non mette a disagio e non costringe a prove di nessun genere (“Se non mi mandi la tua foto nuda non ti fidi di me e allora ti lascio”: quante volte si cede per questo e per paura di restare sole?)”. Il contagio della violenza: quando il terrorismo diventa modello di Valentine Lomellini* Corriere della Sera, 20 maggio 2026 La diffusione del modus operandi terroristico nella violenza individuale. Serve una resilienza democratica nell’epoca del contagio violento. Sono passati più di 50 anni da quando Brian Jenkins, uno dei principali esperti di terrorismo, scriveva: “I terroristi vogliono molte persone che guardano, non molte persone morte”. Alla base della sua analisi, vi era il convincimento che il terrorismo fosse una forma di teatro: un palcoscenico da cui poter raggiungere un pubblico che andava ben oltre quello delle immediate vittime. Un obiettivo da ottenere mediante la performance di una violenza accuratamente orchestrata, la sceneggiatura di una tensione drammatica ottimizzata al fine di raggiungere la massima visibilità. I tragici fatti che hanno travolto l’endemica tranquillità della città di Modena non hanno a che fare col terrorismo. Non sotto il profilo giudiziario, almeno. Ad oggi, infatti, l’accusa a carico di Salim El Koudri è di strage con l'aggravante delle lesioni gravissime. Nessuna imputazione per terrorismo gli è stata contestata. Ma per chi si occupa di sicurezza, la questione non finisce qui. E non per le possibili ricadute in termini di politica interna, come quella relativa al dibattito sul possibile ritiro della cittadinanza. I fatti di Modena aprono un nuovo scenario, in cui gli strumenti del terrorismo vengono utilizzati per fini diversi e da persone che non appartengono a gruppi terroristici e non sono nemmeno “lupi solitari”, pronti ad attaccare dopo essersi radicalizzati. Sono “contagiati” dalle immagini del terrorismo e, in maniera più o meno consapevole, mutuano il modus operandi terroristico quando decidono di attuare un atto di violenza contro la società. Perché, problemi psichiatrici o meno, investire dei passanti è un atto di violenza contro l’intera società, simboleggiata da quelli che - a differenza di El Koudri, stando alle parole utilizzate nelle lettere inviate all’Università di Modena e Reggio Emilia in cui si lamentava per l’impossibilità di trovare un lavoro adeguato al suo diploma di laurea - il sabato pomeriggio possono permettersi momenti di agio nelle strade del centro. “Contagio”, dunque, è la parola chiave. Proprio di teorie del contagio si è lungo dibattuto in seno alla comunità scientifica per comprendere come, nella storia, lo stesso modus operandi sia utilizzato da gruppi terroristici con orientamenti ideologici diversi tra loro e una collocazione geografica che non consente contatti diretti (in un’epoca in cui né internet né i social media esistevano). Il “contagio” avviene in epoca anarchica, a cavallo tra XIX e XX secolo e poi, con un balzo, negli anni ’70, con la prassi dei dirottamenti aerei e delle prese delle sedi diplomatiche. In questo, il ruolo dei media è essenziale: i potenziali terroristi hanno a disposizione tutti gli ingredienti necessari per ridurre le inibizioni nei confronti dell’uso della violenza, avere modelli di riferimento e competenze. Prima degli anni ’10 del Duemila, l’effetto contagio incontra però un ostacolo: è necessario procurarsi esplosivo, studiare un piano, gestire un gruppo di ostaggi. Sono necessari soldi, premeditazione e un’alta organizzazione. Ma l’uso di mezzi comuni ovvia il problema. L’attentato di Nizza, il 14 luglio 2016 fa scuola: un automezzo provoca 86 vittime e oltre 400 feriti, da addebitarsi sul conto ferale dell’Isis. Come gli attentatori dei primi anni del ‘900, i “lone wolves” dei nostri tempi usano mezzi reperibili con facilità. Ma attenzione: il contagio non è avvenuto solo con chi è disposto ad uccidere per un fine politico. Si è concretizzato anche in alcuni casi in cui l’obiettivo non lo è, e si esce quindi dalla dimensione del terrorismo. Tre sono gli eventi che sovvengono alla mente. A Graz, in Austria, nel giugno 2015, un ventiseienne investe un gruppo di persone (3 morti, oltre 30 feriti). Una volta arrestato il veicolo, aggredisce alcuni passanti con un coltello. Ha avuto disturbi psichiatrici in precedenza e dice di non aver voluto uccidere nessuno. Le similitudini con il caso di Modena sono impressionanti. Due anni dopo, a Melbourne, in Australia: un uomo ruba una macchina e si scaglia contro le persone che camminano nel centro commerciale di Bourke Street. Ne ferisce a decine e ne uccide 6, fra i quali un neonato di 3 mesi e una bambina di 10 anni. È affetto da psicosi, fa uso di droghe. Infine, solo 5 anni fa, a Waukesha, in Winsconsin, un giovane dirige la sua auto contro una parata di Natale, provocando 6 morti e 60 feriti. Nessun collegamento con il terrorismo è provato. Si tratta di casi per fortuna isolati. E la teoria che vede il contagio passare dall’ambito del terrorismo alla dimensione della violenza individuale è certamente da indagare ulteriormente. Quel che mi pare certo è che l’assuefazione alla violenza e l’aumento dell’estremismo possano favorire questo salto. E che l’unica vera arma che abbiamo è la resilienza collettiva della società e il rafforzamento di valori democratici che sembrano, ad alcuni (ed alcuni giovani, purtroppo), sempre più distanti. *Direttrice del Centre for Security Studies dell’Università di Padova Dopo il folle gesto di Modena si chiede di nuovo più repressione e sicurezza: nessuno si interroga mai sulle cause di Alberto Iannuzzi* Il Fatto Quotidiano, 20 maggio 2026 La responsabilità individuale resta. Ma continuare a fingere che questi fenomeni siano solo deviazioni personali significa bendarsi gli occhi. Anche dopo il folle gesto di Salim El Koudri alcuni partiti della maggioranza di governo non hanno perso l’occasione per polemizzare e rilanciare il cavallo di battaglia della sicurezza, ma solo a fini elettoralistici. Salvini ha proposto la revoca del permesso di soggiorno, dimenticando che, a dispetto del nome e dell’origine marocchina, l’autore del grave fatto criminoso è un cittadino italiano. Quindi, niente di nuovo sotto il sole. Oggi con un’auto che piomba sui passanti, ieri con l’accoltellamento all’interno di una scuola, la litania è sempre la stessa: più repressione, più slogan sulla sicurezza. Mai una domanda vera sul perché, mai che ci si interroghi sui motivi di ciò che accade. Eppure episodi come quello di Modena non nascono dal nulla. Anche dietro il gesto violento dell’uomo che ha travolto dei passanti con l’auto non c’è soltanto una vicenda individuale. C’è il ritratto di un mondo sociale sempre più frammentato, incapace di riconoscere in tempo il disagio e spesso privo degli strumenti, umani prima ancora che sanitari, per contenerlo. L’uomo aveva studiato, aveva una laurea, un percorso che sulla carta avrebbe dovuto garantire inclusione e stabilità. Ma nelle società contemporanee il titolo di studio non protegge dalla marginalità emotiva e relazionale. Si può essere istruiti e insieme invisibili. Si può vivere in mezzo agli altri senza sentirsi parte di una comunità. La nostra società sta progressivamente smontando i luoghi della coesione sociale. La famiglia è diventata più fragile, i quartieri più anonimi, il lavoro più precario, le relazioni più intermittenti. Le reti associative, religiose e civiche, che un tempo assorbivano parte del disagio, si sono indebolite. E quando una persona cade, spesso cade da sola. Ma insieme alla crisi dei legami si è aperta anche una crisi più profonda: quella delle istituzioni di controllo sociale che storicamente garantivano equilibrio e convivenza. Non si tratta soltanto delle forze dell’ordine. Una società funziona quando esistono presìdi diffusi, capaci di intercettare il disagio prima che degeneri: scuole, servizi sociali, medicina territoriale, vicinato, associazionismo, comunità religiose, luoghi di lavoro stabili. Ogni convivenza democratica si fonda anche su una rete di controlli sociali. Non parlo di controllo repressivo, ma della capacità collettiva di prevenire la deriva, di cogliere segnali di isolamento, aggressività, squilibrio, abbandono. Quando questi anticorpi sociali si indeboliscono, il rischio è che il disagio diventi invisibile fino al momento della rottura. Non è un caso che il tema della salute mentale emerga sempre più spesso dentro episodi estremi. Ma ridurre tutto alla psichiatria sarebbe un errore comodo. La malattia mentale non genera automaticamente violenza. Piuttosto, ciò che inquieta è la combinazione tra sofferenza personale, isolamento sociale e assenza di legami significativi. Anche il dibattito sulla sicurezza rischia spesso di diventare fuorviante. La sicurezza non è soltanto prevenzione poliziesca, ma anche capacità di costruire comunità, servizi territoriali, relazioni sociali stabili. Dove manca coesione, cresce la paura. E dove cresce la paura, ogni individuo si chiude ulteriormente in se stesso. Il rischio è che fatti come quello di Modena vengano letti soltanto come emergenze improvvise, deviazioni inspiegabili di singoli individui. Di contro, da anni la politica italiana discute ossessivamente di ordine pubblico, che pure è importante, ma nell’immediatezza. Evita però accuratamente di affrontare la questione sociale. Perché affrontarla significherebbe mettere in discussione priorità economiche e scelte di potere. Significherebbe ammettere che non si può continuare a tagliare welfare, sanità territoriale, salute mentale, scuola pubblica e servizi sociali, mentre si trovano miliardi per salvaguardare rendite, bonus ai ceti già protetti o spese militari presentate come inevitabili. Nel frattempo crescono generazioni senza futuro stabile: giovani sottopagati, precari cronici, studenti trasformati in lavoratori poveri, ragazzi che vivono un’esistenza sospesa tra ansia, isolamento e frustrazione. E poi ci sono gli immigrati, spesso ridotti a forza lavoro invisibile o a bersaglio propagandistico permanente: persone lasciate in condizioni di marginalità che aumentano fragilità e tensioni sociali. Naturalmente nulla giustifica la violenza. La responsabilità individuale resta. Ma continuare a fingere che questi fenomeni siano solo deviazioni personali significa bendarsi gli occhi e girarsi comodamente dall’altra parte. Una società che produce esclusione, solitudine e abbandono non può stupirsi se poi emergono esplosioni di rabbia incontrollata. La verità è che stiamo pagando anni di desertificazione sociale. Quartieri senza presidi culturali, scuole lasciate sole, servizi psicologici insufficienti, lavoro sempre più povero. In questo vuoto prosperano paura, aggressività e disperazione. E allora forse la domanda non è soltanto come fermare il prossimo gesto folle. La domanda è che tipo di società stiamo costruendo, quando consideriamo “spesa” aiutare i fragili e “investimento” alimentare economie di guerra o proteggere privilegi consolidati. Perché nessuna pattuglia di polizia o telecamera di videosorveglianza potrà mai sostituire ciò che uno Stato sociale forte avrebbe potuto e dovuto prevenire molto prima. *Già presidente della Corte di appello di Potenza Rula Jebreal: “La Lega vuole le deportazioni. La cittadinanza non è una patente” di Valeria D'Autilia La Stampa, 20 maggio 2026 La giornalista: “Antidemocratiche le proposte della destra. L’unica strada è l’integrazione”. “La vera svolta contro estremismi, violenza razziale e radicalizzazione si ottiene con più integrazione, collaborazione e alleanza con le comunità”. Rula Jebreal, giornalista e scrittrice italiana di origine palestinese, è esperta di politica internazionale e guarda ai fatti del mondo con un’analisi lucida che incrocia passato e presente. Dal suo osservatorio, c’è una linea sottile che attraversa i più recenti episodi di cronaca. E così l’omicidio di Bakari Sako a Taranto, la strage di Modena e l’attentato terroristico alla moschea di San Diego “hanno tutti un filo rosso comune”. In che senso? “Viviamo in una società globalizzata, in cui le destre suprematiste governative condividono un’unica ideologia politica basata sulla criminalizzazione collettiva delle minoranze, viste come il nemico interno. Il razzismo omicida tocca tante comunità. Lunedì erano i musulmani in California, qualche mese fa gli ebrei in Australia. Mentre la politica divide, il multi-culturalismo unisce. Ad intervenire nell’attentato di Bondi Beach, disarmando il terrorista, è stato Ahmed al-Ahmed, un australiano di origine siriane, musulmano; a Modena, tra coloro che hanno fermato l’aggressore, c’erano Osama Shalaby e Mohammed, padre e figlio di origini egiziane. Penso al bracciante del Mali morto su un marciapiede di Taranto, cacciato dal barista a cui aveva chiesto soccorso. L’indifferenza feroce di fronte alla sofferenza. In una società razzista, la vita di un nero non ha valore”. C’è una responsabilità della politica? “Certo, enorme. Il governo italiano fa propaganda e rifiuta d’istituire una commissione d’inchiesta sulla radicalizzazione e sull’odio razziale come quella proposta dall’analista Fabio Nicolucci e prevenire eventuali attacchi futuri”. Intanto il vicepremier Salvini, dopo Modena, torna su una proposta sul tavolo da mesi: revoca della cittadinanza agli stranieri che commettono gravi reati... “Lo stesso ha fatto il governo israeliano, accogliendo la proposta del ministro condannato per terrorismo Ben Gvir e revocando per la prima volta la cittadinanza a due palestinesi israeliani in seguito deportati. Salvini dovrebbe capire che vive in una democrazia e non sotto dittatura militare. La cittadinanza è un diritto, non è una patente che puoi revocare. Cerca disperatamente di recuperare i consensi che gli sta sottraendo Vannacci. Sta sfruttando come arma politica quello che è accaduto in Emilia-Romagna, ma guarda caso non ha nulla da dire sull’omicidio di Bakari Sako commesso da italiani. Per lui non esiste, così come non esiste la realtà italiana dei braccianti sfruttati come schiavi per raccogliere frutta e verdura. Non si rende conto che le sue proposte sono controproducenti nella lotta all’estremismo. L’hanno capito persino gli americani quando hanno istituito commissioni per contrastare la radicalizzazione iniziando proprio dall’assumere nell’Fbi agenti della comunità musulmana”. Intanto, in Italia, si affaccia il tema della remigrazione con il rimpatrio forzato degli stranieri... “Sembra evocare il modello israeliano della deportazione su base etnica. La società civile italiana ha ripudiato il modello suprematista israeliano protestando a grandi numeri nelle strade contro il genocidio a Gaza, la pulizia etnica in Cisgiordania e le politiche criminali israeliane. L’Italia di oggi - che non è rappresentata né nei media né nella politica - è quella dei due egiziani che hanno cercato di disarmare El Koudri, è quella delle badanti che curano i nostri anziani, dei braccianti nei campi, delle migliaia di bambini e studenti nelle nostre scuole. È quella dove uno come Ghali, durante il Covid, canta in piazza Duomo e parla in italiano e in arabo. Le proposte della destra sono antidemocratiche e anti-italiane”. La soluzione qual è? “L’unica strada è l’integrazione. Le minoranze e i nuovi cittadini sono ambasciatori dell’Italia nel mondo e il migliore antidoto alla radicalizzazione. L’estremismo si contrasta anche dall’interno. Penso ai tanti attentatori fermati in tempo proprio perché sono state le loro famiglie a segnalarli. Bisogna coltivare un rapporto stretto con quelle comunità. Berlusconi l’aveva capito. Organizzava la cena con gli ambasciatori musulmani per celebrare il ramadan. Allo stesso tempo, sottolineava il distacco dall’Islam deviato. L’Italia non ha mai subito attentati per via del dialogo e del ruolo di mediazione che ha sempre portato avanti con il mondo musulmano”. Lei è stata una delle prime conduttrici di origine straniera nella storia della televisione italiana. Eppure ritiene ci siano delle esclusioni... “È mai possibile che in tutti i panel televisivi italiani a parlare di razzismo ci siano solo uomini o donne bianche? Non sanno cosa significa avere la pelle nera, quella pelle che in alcuni contesti diventa condanna a morte. Come è stato a Macerata per mano di Luca Traini. Nei media statunitensi non esiste trasmissione senza la presenza della comunità colpita: ebrei, musulmani, neri, afroamericani. I giornalisti non dovrebbero renderli ancora più invisibili, ma essere la voce di chi non ha voce. Io stessa appaio spesso sulle tv americane. Ovunque vada c’è sempre una rappresentanza delle minoranze. Trump ha definito noi giornalisti i nemici del popolo e poi ne ha fatti arrestare cinque, di colore. In risposta i media americani hanno incluso nei dibattiti tv ancora più colleghi afroamericani. È stato un atto di resistenza”. Fine vita, la mossa degli azzurri per un testo a prova di opposizioni di Francesca Spasiano Il Dubbio, 20 maggio 2026 Una goccia alla volta, Forza Italia scava la roccia del fine vita. E punta all'obiettivo: portare in Aula al Senato un testo del centrodestra da condividere con le opposizioni. O almeno con chi sarà disposto a negoziare un nuovo accordo rinunciando al provvedimento firmato del dem Alfredo Bazoli. Che è anche l'unico, al momento, ad avere i titoli per approdare a Palazzo Madama il prossimo 3 giugno. Perché la mossa funzioni bisognerà trovare una sintesi sul ruolo del servizio sanitario nazionale. A partire dal testo firmato dall'azzurro Pierantonio Zanettin e dal meloniano Ignazio Zullo, che dopo mesi di stallo tornerà nelle commissioni riunite Giustizia e Affari sociali martedì prossimo. Il via libera è arrivato ieri dopo la riunione di maggioranza al Senato, che su richiesta di Forza Italia ha deciso di riaprire i termini per la presentazione degli emendamenti. Tra cui, sicuramente, le modiche a cui già stanno lavorando gli azzurri, che mirano a superare l'ostacolo posto da Fratelli d'Italia sulla sanità pubblica cercando una sponda a sinistra. “Siamo alla ricerca di una possibile posizione di cui parlare anche con le opposizioni”, spiega la neocapogruppo al Senato Stefania Craxi. Che non si sbottona ma annuncia l'idea: affidarsi, per i percorsi di suicidio assistito, “alla volontarietà e gratuità del medico generico che può operare anche intra-moenia”. E dunque nelle strutture pubbliche, diversamente da quanto previsto attualmente dal testo. Al momento non trapelano ulteriori dettagli: per conoscere la proposta confezionata da FI bisognerà aspettare almeno dieci giorni. E bisognerà anche stringere i tempi, come fa notare la presidente della commissione Giustizia Giulia Bongiorno, presente all'incontro insieme al meloniano Francesco Zaffini, che invece guida la commissione Affari sociali. “È stata una riunione utile. Credo ci sia condivisione da parte di tutti in merito all'importanza di questa legge sul fine vita. Non c'è chi la considera d serie B o C”, dice la senatrice leghista. Per la quale “si doveva decidere se migliorare il testo” di maggioranza, come chiede Forza Italia, “dando la possibilità di cambiare ancora una volta i contenuti”, o “restare arroccati su certe posizioni ed è stata scelta la prima” ipotesi. Oltre a Craxi e al relatore di Forza Italia, alla riunione erano presenti i capigruppo del centrodestra Lucio Malan (FdI) e Massimiliano Romeo (Lega). E c'era anche il viceministro alla Giustizia Francesco Paolo Sisto, il quale si dice “ottimista”. “Il governo e la coalizione - spiega - sono interessati a licenziare il provvedimento, ma va licenziato in un modo che sia vicino alle sentenze della Corte costituzionale ma anche alle sensibilità parlamentari”. Il viceministro azzurro conferma che quello relativo al servizio sanitario è “uno dei nodi che andrebbero sciolti”. E ribadisce la “necessità di un approfondimento” su un provvedimento che “non consente superficialità né accelerazioni che non siano frutto di una compiuta discussione”. Nel rebus delle trattative resta da chiarire quanto sarà disposto a cedere il partito della premier, che resta “freddo”. Ma anche quale posizione assumerà la Lega, che fino ad oggi non si è mai pronunciata apertamente. Eccezion fatta per l'ex governatore Luca Zaia, da sempre schierato a favore del fine vita e quantomeno scettico, nelle ultime ore, sulla possibilità di trovare una quadra. Dopo la riunione di ieri, qualche indicazione arriva da Romeo, il quale parla di “libertà di coscienza” per i senatori leghisti ed esprime l'auspicio “di trovare un testo equilibrato che tenga conto di tutte le sensibilità”. “Prima si deve creare un testo e poi su quello si lascia alla sensibilità” dei senatori e si deciderà se “lasciare libertà di coscienza o no”, chiarisce Bongiorno. Mentre il Pd, al momento, tiene una porta aperta. “Vedremo se le proposte della maggioranza produrranno miglioramenti al testo. Quello che non siamo disposti ad accettare è di allungare ulteriormente i tempi. Se ci sarà una proposta interessante e seria la valuteremo, se questo invece produrrà un ulteriore slittamento dei tempi chiederemo di andare in aula con il nostro testo di legge. Per noi resta discriminante la questione del coinvolgimento del Servizio sanitario nazionale”, dice Bazoli, vicepresidente dei senatori dem. “Mi auguro che questo tentativo di arrivare a un testo di maggioranza non nasconda, in realtà, la volontà di buttare la palla in tribuna e prendere altro tempo”, fa eco Mariolina Castellone, vicepresidente del Senato ed esponente del Movimento 5 stelle. Che invece rilancia la legge di iniziativa popolare dell'Associazione Coscioni, depositata in Senato dopo aver raccolto oltre 74mila firme. Droghe, consumi e saperi nei margini di Emanuele Perrone Il Manifesto, 20 maggio 2026 La war on drugs ha prodotto troppo spesso ciò stigma, marginalità, incarcerazione di massa, clandestinità dei consumi, solitudine tossica, isolamento. Ci sono parole che, negli ultimi decenni, sono state sequestrate dal linguaggio amministrativo e dalla politica istituzionale. “Cura”, “sicurezza”, “prevenzione”. Parole nate in senso cooperativo e finite troppo spesso per disciplinare, punire e marginalizzare. La riduzione del danno (RdD), invece, continua ostinatamente a sottrarsi a questa cattura. Rimane un sapere inquieto, laterale, attraversato dalla strada prima ancora che dalle istituzioni. Un sapere che non nasce nei ministeri ma nelle notti, nei margini urbani, nei rave, nelle unità mobili, nei drop-in, nei consultori informali, nelle relazioni costruite senza ricatto morale. “In equilibrio sul crinale”, la tre giorni al centro sociale Rivolta di Marghera (28-30 maggio) non è solo formazione. È, più radicalmente, un tentativo collettivo di difendere un immaginario politico della cura in un tempo che tende a trasformare ogni fragilità in colpa individuale e ogni consumo in devianza da correggere. La RdD è certamente un approccio sociosanitario: produce salute pubblica, abbassa mortalità e infezioni, costruisce accessi, tutela diritti, intercetta sofferenze psichiche, previene overdose, rompe l’isolamento. Ma ridurla a dispositivo tecnico significherebbe amputarne la genealogia più profonda. Essa nasce dal basso, da soggetti che hanno rifiutato l’idea che le persone che usano sostanze fossero soltanto “malati”, “criminali” o “inermi vittime”. Nasce da reti mutualistiche, pratiche di autodifesa sanitaria, movimenti queer, attivismo HIV, operatori di strada, collettivi, consumatori organizzati. Non è necessariamente professionalizzante; anzi, la sua forza storica è stata spesso quella di eccedere i confini delle professioni, mettendo in crisi la verticalità dei saperi esperti. Ogni politica del corpo è sempre anche una politica del controllo, direbbe Foucault. E la war on drugs - dietro la retorica salvifica - ha prodotto troppo spesso ciò stigma, marginalità, incarcerazione di massa, clandestinità dei consumi, solitudine tossica, isolamento. Per questo “In equilibrio sul crinale” appare così necessaria. Perché non offre una liturgia tecnocratica, ma un attraversamento critico del presente. Dai workshop sulla descalation relazionale alle riflessioni sul mandato politico tra welfare e securitarismo; dalle pratiche queer di sopravvivenza e autodeterminazione fino ai laboratori su algoritmi, IA e RdD digitale; dai contesti ricreativi contemporanei al lavoro sul doppio stigma tra sofferenza psichica e uso di sostanze fino alle pratiche del chemsex. Particolarmente significativa è la scelta di interrogare criticamente la stessa istituzionalizzazione: quel rischio che l’inclusione nei sistemi di welfare finisca per “addomesticare il potenziale critico e trasformativo” delle pratiche nate nei margini. Ci tornano alla mente le parole di Stiegler per il quale ogni pharmakon è insieme veleno e cura: ciò che emancipa può anche assoggettare. Vale per le tecnologie, ma anche per le istituzioni. La RdD rischia di perdere la propria forza quando dimentica di essere nata come contro-dispositivo, come pratica di riappropriazione collettiva dei corpi e dei saperi. Eppure nel programma si percepisce anche qualcosa di diverso: la volontà di restare sul confine senza smettere di guardare in basso e di rivendicare la propria consapevolezza di operatori, persone, esseri umani, anche al di là dei circuiti istituzionali. Non per celebrare il margine romanticamente, ma per comprendere che è spesso lì che le società producono le loro verità più scomode. Nei luoghi dove il linguaggio dominante vede solo “dipendenza”, “degrado” o “fallimento”, la RdD continua invece a vedere persone, relazioni, desideri, strategie di sopravvivenza, talvolta forme residuali di comunità che vanno difese e praticate quotidianamente. Invecchia anche la popolazione carceraria: quasi il 3% dei detenuti in Europa è over 65 di Francesca Ghirardelli Avvenire, 20 maggio 2026 Invecchia la popolazione carceraria europea e, con l’avanzare dell’età, si porta con sé un pesante fardello di malattie croniche, declino cognitivo e mobilità ridotta che agli istituti penitenziari di molti Paesi toccherà gestire negli anni a venire. Lo ha rilevato ieri, in occasione della pubblicazione della Statistica penale annuale per il 2025, il Consiglio d’Europa (Cde), organizzazione per la promozione di diritti umani, democrazia e stato di diritto con sede a Strasburgo. Lo studio, condotto dall’Università di Losanna, ha coinvolto tutte le cinquantuno amministrazioni penitenziarie dei quarantasei Stati membri del Cde (Paesi dell’Ue, ma anche, fra gli altri, Turchia, Ucraina, Regno Unito). Nelle carceri del continente l’indagine rileva una presenza in aumento di over 65, che hanno raggiunto il 2,9% del totale dei detenuti nel 2025, rispetto al 2,5% del gennaio 2020 (primo anno di raccolta di dati disaggregati per età). “Questo incremento del 16% in soli quattro anni indica una crescente presenza di persone anziane dietro le sbarre” commentano i curatori dello studio. “Tuttavia, vale la pena notare che nel gennaio 2024 tale percentuale si attestava al 3,1%” dunque si potrebbe trattare di fluttuazioni in assestamento. “Le cause del fenomeno sono molteplici. L’aspettativa di vita è aumentata in Europa a partire dagli anni ‘80 e, dallo stesso decennio, in molti Paesi è cresciuta anche la durata media delle pene. Di conseguenza, si raggiunge l’età avanzata mentre si è ancora in carcere”. Al momento, a livello europeo i detenuti di età compresa tra i 26 e i 49 anni costituiscono la maggioranza, il 68% del totale. Ma quelli tra i 50 e i 64 anni sono il 15% e quelli di 65 anni o più, appunto, circa il 3%. Le ultime statistiche del Cde comparano le diverse situazioni nazionali utilizzando le rilevazioni al 31 gennaio del 2025. In quella data, l’età media dei detenuti nelle carceri del continente era di 39 anni, con Italia e il Portogallo sopra quella soglia (a 42 anni), seguiti da Montenegro, Estonia e Serbia (a 41). La popolazione penitenziaria con l’età media più bassa si riscontrava in Moldavia (30 anni), Svezia (34 anni) e Francia, Cipro e Danimarca (35 anni). Osservando la sola fascia tra i 50 e i 64 anni, l’Italia balza all’occhio, in seconda posizione dopo la Slovacchia, con il 24% di detenuti di quell’età. Considerando gli over65, è invece la Croazia a distinguersi, con il 10,8% dei detenuti, seguita da Serbia (7,2%), Slovenia (5,7%), Bulgaria (5,2%) e Italia (5,1%). Che la tendenza sia verso l’invecchiamento lo testimoniano altri dati italiani, più aggiornati rispetto a quelli del Cde anche se non perfettamente sovrapponibili per fasce d’età. Sono relativi all’inizio di aprile di quest’anno e li fornisce il Garante nazionale per i diritti delle persone private della libertà personale. Tra i 45 e i 64 anni di età si colloca, secondo questa fonte, oltre il 37% della popolazione carceraria italiana, ed è over 65 il 5,3%. “Il numero crescente di detenuti anziani sta già mettendo a dura prova le infrastrutture penitenziarie e i bilanci per l’assistenza sanitaria, una tendenza destinata probabilmente ad accentuarsi nei prossimi anni”, hanno commentato i curatori dello studio del Consiglio d’Europa. “La loro presenza pone sfide operative in termini di accessibilità degli ambienti, di personale e di standard assistenziali, oltre a sollevare questioni etiche e giuridiche sul protrarsi della detenzione di persone che potrebbero non rappresentare più una minaccia significativa per la sicurezza pubblica”. Così i mercanti dell’insicurezza decidono cosa dobbiamo temere di Vittorio Pelligra Avvenire, 20 maggio 2026 La vecchia industria militare vendeva armi. I nuovi tecno-vassalli la promessa di rendere il mondo leggibile prima ancora che diventi pericoloso. Come se già non avessero contribuito a renderlo tale. Si tratta di un’industria che non offre soltanto missili, droni, sensori, software o piattaforme di comando. Offre anticipazione. La logica della preemption, che abbiamo analizzato nelle puntate precedente. La possibilità, cioè, di trasformare segnali dispersi in minacce riconoscibili, dati grezzi in decisioni operative, l’incertezza in bersagli sul campo. È qui che la monarchia della paura entra nella sua fase più avanzata. Dopo aver visto come l’insicurezza possa diventare capitale, occorre ora provare a gettare luce sui suoi mercanti. Non perché le imprese della difesa tecnologica siano la causa unica del nuovo disordine mondiale. Sarebbe semplicistico e ingenuo pensarlo. Le guerre esistono, le aggressioni esistono, le minacce sono reali. L’industria è secoli che fa profitti con la guerra. Non basta scandalizzarsi. Ma proprio perché le minacce sono reali, diventa decisivo chiedersi chi abbia oggi il potere di renderle visibili, anticipabili, di sfruttarle e di farne merce e trasformarle in guerra guerreggiata. Palantir, Anduril, Helsing, Shield AI, DataWalk sono nomi diversi dello stesso panorama industriale. Non rappresentano semplicemente una nuova generazione di aziende militari. Rappresentano l’ingresso pieno della logica di piattaforma dentro la sicurezza nazionale. Sono imprese private che fanno ciò che vogliono. Innovano dove credono. Con la certezza di essere cooptate dai governi a riempire spazi che la grande industria tradizionale e tanto meno il settore pubblico non riescono a dominare. Palantir e DataWalk trasformano il mondo in informazione operabile. Raccolgono, integrano, correlano dati, rendono visibili nessi che prima restavano dispersi. Anduril, Helsing e Shield AI si spingono oltre trasformando quell’informazione in sorveglianza automatizzata, sistemi autonomi, capacità di intervento rapido. Nel sito di Anduril, dove vengono magnificate le lodi del loro caccia a guida autonoma leggiamo che questo è in grado di garantire un unfair advantage a chi lo usa. Un vantaggio talmente grande rispetto a chi si accontenta di armi tradizionali da risultare un “vantaggio sleale”. Ma la questione non è solamente tecnologica. È politica. Perché queste piattaforme non si limitano ad eseguire decisioni prese altrove. Contribuiscono a definire che cosa appare rilevante, che cosa diventa minaccia, che cosa resta invisibile. Il fondatore di Palantir, Peter Thiel, è stato il principale sponsor politico dietro l’ascesa politica di J.D. Vance, oggi vicepresidente degli Stati Uniti. E quando una tecnologia entra stabilmente nell’architettura pubblica della sicurezza, non fornisce soltanto uno strumento allo Stato. Finisce per partecipare alla costruzione della sua strategia. Della sia visione, e la visione, in politica, non è mai neutrale. È questa la vera novità. La sicurezza contemporanea è sempre più forward-looking , si organizza attorno al “cosa potrebbe accadere”. Alla previsione, dell’imprevedibile. Per questo il possibile diventa il territorio da presidiare. L’anomalia diventa indizio. I profili social vanno analizzati alla ricerca di segnali di devianze possibili. I comportamenti sono segnali. E così la vulnerabilità esistenziale diventa mercato. In questo passaggio, l’insicurezza non è più soltanto una condizione da fronteggiare, ma una materia prima da elaborare e su cui lucrare. Naturalmente nessuno vende la paura presentandola come paura. La si vende come efficienza, necessità, riduzione dei tempi decisionali. Ci avevano già provato durante la guerra fredda a trasforma l’attacco preventivo in necessità ineludibile. Il gioco del pollo, lo chiamavano gli strateghi, mostrava la necessità di attaccare per primi, perché altrimenti l’avrebbero fatto loro. Fortunatamente Thomas Schelling, Daniel Ellsberg e pochi altri riuscirono a smascherare la truffa. Contribuendo a far si che l’evento più importante del XX secolo sia stato ciò che non è mai accaduto. Una guerra nucleare. Dove sono oggi, quei geni coraggiosi? Oggi siamo tornati al dover vedere prima, capire prima, decidere prima, colpire prima. Come se l’attacco preventivo fosse una novità. Abbiamo solo dimenticato che una società che costruisce la propria sicurezza sull’obbligo di arrivare sempre prima rischia di non chiedersi più dove stia andando. La cieca rapidità è diventata una virtù mentre il dubbio è irresponsabilità e la prudenza una forma intollerabile di debolezza. Qui la riflessione su Peter Thiel diventa utile, non per trasformarlo in caricatura, ma per capire alla radice una tentazione del nostro tempo. Nel suo immaginario, tecnologia, potere e visione apocalittica tendono a saldarsi. Il mondo è letto come spazio di minacce radicali, e la politica come decisione estrema davanti al caos. Ma quando la storia viene interpretata soprattutto attraverso la figura del nemico, la sicurezza non è più il mezzo per custodire la pace e diventa il principio che giustifica un ordine permanente di mobilitazione. Il caso Palantir è emblematico già nel nome. Il palantír di Tolkien è la pietra che permette di vedere lontano. Ma vedere lontano non significa necessariamente vedere meglio. La pretesa di rendere trasparente il mondo può produrre una nuova opacità. Quella degli algoritmi, dei contratti, dei sistemi proprietari, delle infrastrutture tecniche che pochi comprendono e pochissimi possono contestare. Il paradosso diventa evidente. In nome della sicurezza collettiva, funzioni delicatissime vengono affidate sempre più spesso a sistemi privati sottratti al controllo democratico. La critica tradizionale al complesso militare-industriale ci portava a chiederci quanto potere acquistano le imprese quando gli Stati dipendono dalle loro armi? La nuova domanda è ancora più radicale. Quanto potere acquistano quando gli Stati dipendono dal loro modo di vedere il mondo? Perché chi fornisce l’infrastruttura cognitiva della sicurezza non vende solo mezzi. Contribuisce a stabilire il perimetro del reale. Ci vende gli occhiali attraverso i quali vediamo la realtà. Il problema non è che queste tecnologie siano inutili. Al contrario, il loro potere deriva proprio dalla loro utilità. Possono proteggere soldati, prevenire attacchi, rendere più efficace la difesa, ridurre alcuni rischi operativi. Ma una tecnologia utile può essere politicamente pericolosa quando diventa inevitabile. E diventa inevitabile quando ogni nuova minaccia sembra confermare la necessità di più dati, più sensori, più automazione, più anticipazione. È qui che il circuito si chiude. L’insicurezza genera domanda di tecnologia. La tecnologia amplia la capacità di individuare nuove vulnerabilità. Le nuove vulnerabilità generano nuova domanda di sicurezza. In teoria, il sistema dovrebbe portarci verso un mondo più protetto. In pratica, rischia di produrre un mondo incapace di sentirsi abbastanza sicuro da disarmare, rallentare, negoziare, fidarsi. La pace, in questa economia, diventa un bene scomodo. Non perché qualcuno debba necessariamente desiderare la guerra, ma perché la pace interrompe il rendimento che l’industria trae dall’allarme. Posti di lavoro, utili, PIL. La pace, invece, riduce l’urgenza e quindi abbassa la spesa, rallenta l’innovazione militare, rende meno necessaria la crescita del settore. Una democrazia deve potersi difendere. Nessuna ingenuità può cancellare il dovere della protezione. Ma proprio perché la sicurezza è un bene comune, non possiamo consegnarla interamente a chi la trasforma in business privato. La domanda decisiva non è se servano tecnologie migliori. Servono certamente. La domanda vera è chi decide il loro fine, chi controlla il loro uso, chi risponde quando viene generata ingiustizia, escalation e viene fomentata la paura ad arte. I mercanti dell’insicurezza non vendono soltanto strumenti di difesa. Vendono una visione del mondo. Una società che accetta questa visione senza discuterla ha già rinunciato a una parte della propria libertà. Perché la pace non è il momento in cui non abbiamo più nulla da temere. È il momento in cui decidiamo che la paura non deve essere il fondamento dell’ordine comune. Trafficante libico davanti alla Corte dell'Aja, ma sul banco degli imputati c'è anche l'Europa di Nello Scavo Avvenire, 20 maggio 2026 Si chiama Khaled Mohamed Ali El Hishri, ma a Tripoli per tutti è “Al Buti”. Come il generale Almasri, ha spadroneggiato nelle carceri nordafricane, tra accuse di torture ai migranti e silenzi dei nostri governi. Il procedimento a suo carico è importante. Per le vittime, per il diritto internazionale e per il giornalismo. All’Aja non entra soltanto un imputato. Entra un pezzo di Libia che per anni è rimasto ai margini della coscienza europea. Ed entra un pezzo di disonorevole storia, anche nostra. Fa ingresso attraverso Mitiga, il carcere dentro la capitale, la prigione nell’aeroporto, il biglietto da visita di una Tripoli che può commettere crimini e ricattare potenze del G-7. Mitiga è il nome delle celle diventate archivio dell’orrore. Dove uomini come il generale Almasri hanno spadroneggiato, prosperato, e dove sono stati frettolosamente riaccompagnati al riparo dalla giustizia internazionale e dalla Polizia italiana, che lo aveva arrestato raccogliendo in poche ore una montagna di tracce sull’architettura degli affari dei potenti di Libia. In aula solo entrate, coperte da sigle e codici, le vite dei detenuti, delle donne, dei migranti, dei prigionieri senza tutela, dei corpi consegnati a un potere armato che si è fatto Stato quando lo Stato non c’era più. Il procedimento contro Khaled Mohamed Ali El Hishri, che in Libia chiamano “Al Buti”, potrebbe anche finire fra due giorni con un non luogo a procedere per difetto di giurisdizione, come sostengono i suoi avvocati secondo cui la Corte penale internazionale non ha competenza sui crimini nel Paese fatto deflagrare con la caduta di Gheddafi nel 2011. Comunque andrà, sui banchi ci sono migliaia di testimonianze documentate, verificate, certificate dagli investigatori internazionali. Perfino i legali di “Al Buti” non se la sono sentita di mettere in discussione le prove. Cercano altri escamotage per salvare il comandante della sezione femminile di Mitiga. Per anni si è detto “crisi migratoria”. Una formula comoda, quasi neutra, perciò crudele: persone intercettate in mare, riportate indietro, rinchiuse, torturate, vendute, ricattate, abusate. Lungo rotte che poi la medesima filiera criminale utilizza per trafficare petrolio, armi, droga diretti verso quegli stessi Paesi con cui ci si è stretta la mano per tenere in catene gli ultimi della fila. C’erano rifugiati che non raggiungevano mai un giudice, famiglie che sparivano nei centri, donne consegnate alla violenza, uomini trasformati in merce. E una frontiera europea spostata a sud, lontano dagli occhi, lontano dalle responsabilità. Avvenire ha seguito questa traccia quando era più facile voltarsi dall’altra parte. Lo abbiamo fatto in tanti qui, e con altri colleghi di testate italiane e internazionali. Nomi di reporter finiti poi nei brogliacci delle intercettazioni, dei pedinamenti. E nella lista delle minacce. Ma non hanno rischiato solo i giornalisti, hanno affrontato i timori anche le fonti sul campo, gli operatori umanitari che hanno accettato di parlare, i testimoni, gli investigatori e le fonti che hanno contribuito a confermare un indizio o fornire un documento. Per questo il caso El Hishri conta anche oltre l’aula. Non perché confermi una testata, un’inchiesta o una firma. Ma perché mette alla prova la possibilità che ciò che è stato raccontato diventi anche responsabilità penale. Il punto non è solo Libia. È l’Europa, l’Italia, il Mediterraneo trasformato da “Mare Nostrum” in “mare di nessuno”, dove i diritti valgono finché non sono di intralcio. Sul banco degli imputati c’è la cooperazione con apparati libici presentati come argine ai trafficanti. Nell’aula del tribunale insieme a vittime e presunto colpevole ci sono domande a cui prima o poi bisognerà rispondere e che nessun governo ama ascoltare. Che cosa sapevamo? Che cosa abbiamo finanziato? A chi abbiamo affidato vite umane pur di non vederle arrivare sulle nostre coste? A quale prezzo? Per questo il procedimento è importante. Per le vittime, anzitutto. Perché la loro storia non resti materiale umanitario, utile a commuovere e poi a essere archiviato. Per il diritto internazionale, che qui misura la propria capacità di arrivare non solo ai capi di Stato, ma anche agli ingranaggi criminali che si fanno sistema. Per il giornalismo, che ritrova il senso del suo lavoro quando le notizie non evaporano, ma resistono nel tempo e costringono altri poteri a rispondere, prima o poi. Alla fine resta una domanda semplice. Non se l’Europa conoscesse Mitiga. Non se i giornalisti avessero raccontato abbastanza. La domanda è se ora, davanti ai giudici, quelle voci potranno smettere di essere soltanto testimonianza e diventare prova. È lì che il processo El Hishri diventa più di un caso libico. Diventa il banco di prova di una memoria che chiede giustizia. Per la “gestione dei flussi irregolari” Roma guarda ancora verso Tripoli di Mario Di Vito Il Manifesto, 20 maggio 2026 All’Aia si fa il processo alla Rada. A Roma si continuano a fare accordi con la Libia. Ieri, a Palazzo Chigi, si sono riuniti “i rappresentati” di Italia, Qatar, Turchia e, appunto, Libia per dare seguito al vertice dello scorso primo agosto e “concordare i prossimi passi per l’avvio di un progetto pilota per una sala operativa congiunta a Tripoli a sostegno delle autorità libiche nella gestione dei flussi migratori irregolari”. Presente l’ambasciatore Fabrizio Saggio, consigliere diplomatico di Giorgia Meloni. In cosa possa consistere questa “gestione” è oggetto d’interesse al momento per i giudici della Corte penale internazionale. Ma dalle parti del governo fanno finta di niente: all’Aia non c’è nemmeno un osservatore. Anche se le accuse fatte ad Al Buti sono le stesse di Almasri, l’altro signore del carcere di Mitiga arrestato a Torino nel gennaio del 2025 e liberato dopo pochissimo. “Mi domando perché in Italia nessuna procura si occupi di questi fatti - dice Luca Casarini della ong Mediterranea, che pure sta seguendo le udienze di Al Buti in Olanda -, in fondo molte delle cose di cui si parla sono avvenute a Roma”. È il caso di Almasri. Per la gestione di quella vicenda, a dirla tutta, i pm di Roma hanno provato ad aprire un’inchiesta, ma gli indagati (i ministri Nordio e Piantedosi, il sottosegretario Mantovano) sono stati scudati dal parlamento: l’autorizzazione a procedere è stata negata. L’ultima coinvolta, l’ex capa di gabinetto di via Arenula Giusi Bartolozzi, ancora non si sa se andrà o meno a processo (la Camera ha votato per includere anche lei sotto l’ombrello ministeriale, ma sul punto si esprimerà la Corte costituzionale), però il reato che le viene contestato non riguarda direttamente la vicenda Almasri. Si è consumato infatti durante il procedimento: false informazioni al pm durante la sua audizione del marzo del 2025. “Ma non ci sono solo loro di mezzo - prosegue Casarini - ci sono tanti pezzi dello stato che fanno accordi con la Libia e con queste milizie. Gli elementi ci sono, qui se ne sta discutendo…”. Il dettaglio è anche temporale. Ancora Casarini: “Ad Al Buti contestano reati che sarebbero stati commessi tra il 2015 e il 2020, l’Italia ha firmato il memorandum con la Libia nel 2017. Ci sono almeno tre anni di fatti che ci riguardano molto da vicino”. Il processo in corso, dunque, è sì “una pietra miliare” come dice la procura dell’Aia, quasi un evento storico, ma è incompleto. “Il paragone che viene subito - ragiona Casarini - è quello con il processo di Norimberga, ma forse questo è più un suo simulacro: mancano tanti imputati, le responsabilità sono diffuse e non riguardano solo i torturatori come Al Buti e Almasri. Le vittime, poi, non sono solo le 945 individuate qui, ma migliaia. Decine di migliaia anzi”. Per loro la giustizia ancora non è nemmeno un’ipotesi.