Più cultura in carcere. Retromarcia del Dap sulle attività per i detenuti di Federica Olivo huffingtonpost.it, 1 maggio 2026 In una riunione tra ministero e Anm l’annuncio: “Per la media sicurezza sarà di nuovo il direttore a decidere”. Per l’alta sicurezza la palla sui laboratori resta a Roma, ma con meno pratiche alcune attività potrebbero ripartire. Notizia accolta con speranza da chi ha condotto la battaglia per far continuare a entrare in carcere teatro, lingue e libri, ma nessuno si illude. Dopo mesi di chiusura entra in carcere uno spiraglio di luce. La circolare che ha dato il via alle restrizioni sulle attività culturali sarà cambiata: cadrà la regola secondo cui ogni attività che viene svolta in un carcere in cui ci sono detenuti in alta sicurezza deve essere autorizzata da Roma, anche se destinata ai detenuti comuni. Per questi ultimi tornano le regole di prima: sarà il direttore del carcere a decidere se autorizzare i laboratori oppure no. Per l’alta sicurezza resta tutto a Roma: saranno gli uffici dell’amministrazione penitenziaria a decidere. Resta il doppio binario, ma si apre uno spiraglio: dovendo vagliare meno richieste, il Dap potrebbe essere più celere sull’alta sicurezza. E con una valutazione più attenta accordare il permesso a quelle attività che prevedono la presenza in uno stesso spazio di detenuti e soggetti esterni. Come il teatro per l’appunto. Questo cambio di passo è stato annunciato dal ministero della Giustizia all’incontro con l’Associazione nazionale magistrati. In un confronto con i rappresentanti dell’Anm, è stato toccato il tema carceri. Lo ha posto Paola Cervo, giudice di sorveglianza a Napoli e componente della giunta dell’Anm. Dopo il riferimento all’impossibilità risolvere velocemente i problemi del sovraffollamento, il sottosegretario Andrea Ostellari e il capo di Gabinetto Antonio Mura hanno annunciato che il documento di ottobre, che di fatto ha abbattuto le attività culturali in carcere, sarà cambiato: “La modifica è imminente”, è la promessa. Si tratta del primo cambio di passo dopo una stagione in cui la delega alle carceri era di Andrea Delmastro, in cui l’unico obiettivo del governo sembrava allontanare il carcere dalla società: e togliere ai detenuti teatro, scrittura, speranza e futuro. Nei mesi scorsi, come abbiamo raccontato, limitazioni al teatro in alta sicurezza e al contatto tra detenuti, pubblico e studenti si sono registrate anche a Saluzzo, Asti, Monza. Forti ritardi si sono registrati a Genova e a Padova. La situazione più eclatante riguarda il Teatro libero di Rebibbia, diretto da Fabio Cavalli: ai detenuti in alta sicurezza è vietato l’accesso al teatro. Possono fare le prove, senza pubblico e tecnici delle luci, ma devono accontentarsi di uno stanzino. Un paradosso per un’esperienza che ha portato Rebibbia fino a vincere l’Orso d’Oro a Berlino. Tra i vincitori c’era Salvatore Striano, che da delinquente è diventato attore professionista proprio grazie a quell’esperienza. Da tutto il mondo carcerario - anche da detenuti come Gianni Alemanno e Fabio Falbo - era arrivato l’appello al governo a ripensarci. A riaccendere la luce che rappresentano le attività culturali per i detenuti. Dopo mesi di battaglie, le cose timidamente sembrano cambiare. L’annuncio della revisione della circolare viene accolto con un misto di fiducia e di timore. Dal libero teatro di Rebibbia di Fabio Cavalli aspettano di leggere il testo prima di cantare vittoria, ma fonti interne dicono: “Continuiamo questa battaglia con tutte le nostre forze. Speriamo che qualcosa cambi”. Salvatore Striano ricorda che “difendere il teatro in carcere non è un capriccio: è difendere l’articolo della Costituzione che permette ai detenuti di avere una sana e seria revisione critica e portarli verso una riabilitazione, è difendere lo stesso carcere affinché non venga etichettato come una discarica sociale ma un luogo parte integrante di una città”. In treno per Venezia, dove il primo maggio reciterà nel suo spettacolo “Il giovane criminale”, aggiunge: “Mi auguro che si possa istituire uno studio al Ministro della Giustizia sull’importanza del teatro in carcere, perché è uno degli strumenti che dà più risultati in assoluto per quanto riguarda il recupero dei detenuti. Quindi stiamo in attesa affinché le cose migliorino e viva il teatro!”. Domenico Massano, Garante dei detenuti di Asti, che tra i primi ha sollevato spiega: “È un’ottima cosa che il Dap sia tornato sui suoi passi, sanando un errore precedente e garantendo un diritto per i detenuti della media sicurezza. Sarebbe una notizia migliore se lo stesso fosse fatto per tutti i circuiti, compresa l’alta sicurezza, dove a un certo punto è stato vietato, senza una ragione, fare cose che prima si facevano senza problemi”. Per Massano il tema è l’approccio che si vuole avere con i detenuti che scontano la pena per reati più gravi: “Se permane la prospettiva secondo cui bisogna tagliare ogni forma di contatto con il mondo esterno, difficilmente le cose cambieranno”. Per Alessio Scandurra di Antigone “dopo un coro di proteste da parte di molte organizzazioni della società civile, il Dap è dovuto tornare parzialmente indietro su alcune di queste iniziative”. Iniziative che, aggiunge, erano state promosse “per non si capisce quali ragioni di sicurezza”. Per Scandurra è utile ricordare “che il volontariato garantisce trasparenza e moltissime delle iniziative che contribuiscono oggi ai percorsi di reinserimento dipendono totalmente dalla presenza delle organizzazioni del terzo settore. Lasciarle fuori significa schiacciare il carcere verso una funzione di puro contenimento dei corpi”. Il ministero ha promesso che cambierà anche la cosiddetta “circolare frigoriferi”, che avrebbe impedito ai detenuti, durante l’estate sempre più torrida in carcere, di poter bere almeno dell’acqua fresca in cella: il divieto riguarderà solo i refrigeratori grandi, quelli piccoli potranno restare in cella. Sembra un fatto scontato. Per chi vive il carcere non lo è più. L’estate che avanza e l’ossessione securitaria del DAP di Osservatorio Carcere UCPI camerepenali.it, 1 maggio 2026 Proprio a ridosso di un’estate che si annuncia più calda delle precedenti e che, come le precedenti, si abbatterà sulla sempre più numerosa popolazione detenuta aggravandone le già critiche condizioni, il DAP ha diramato, in pochi giorni, una serie di provvedimenti e comunicazioni sui “frigoriferi nelle carceri” dal contenuto, allo stesso tempo, surreale e grottesco. Da un lato, con una circolare del 31 marzo 2026, a firma del Direttore Generale Detenuti e Trattamento, Ernesto Napolillo, si sollecitano soprattutto i provveditori regionali a impartire adeguate disposizioni per garantire ai detenuti, nei reparti, condizioni di minor sofferenza in ragione dei disagi “correlati alle elevate temperature” della stagione in arrivo, in modo da contrastare l’aumento di atteggiamenti “autolesionistici e/o autosoppressivi da parte dei reclusi”. Dall’altro, con circolare del 23 aprile, a firma diretta del Capo del DAP, Stefano Carmine De Michele, si anestetizzano, specie sulla dotazione e l’utilizzo dei frigoriferi in carcere, le precedenti sollecitazioni. Difatti, con una evidente torsione logica, al fine di “prevenire eventi critici che possano turbare l’ordine e la sicurezza interna”, si dispone che “in nessun caso i pozzetti frigo e/o frigo potranno essere collocati nelle camere di pernottamento” perché potrebbero essere utilizzati per l’occultamento “di oggetti o sostanze non consentite” o, addirittura, “per barricamento e/o strumento atto ad offendere”. Si stabilisce altresì che l’utilizzo dei pozzetti/frigo, da collocarsi in una stanza della sezione all’uopo dedicata (locali ex docce, lavanderia, barberia ecc.), debba essere consentito solo a uno/due detenuti appositamente autorizzati in “orari definiti”. È seguita, infine, una nota stampa in cui si specifica che la circolare sul posizionamento dei frigoriferi fuori dalle celle riguarderebbe “elettrodomestici di grandi dimensioni” che, in verità, non si sono mai visti all’interno di un carcere. Si sono visti invece pozzetti piccoli, vetusti e malfunzionanti, posizionati nei corridoi perché quei locali che la circolare avrebbe individuato per ospitarli sono ormai occupati da brande e materassi approntati in fretta e furia per il numero crescente di detenuti che non trovano posto nelle celle ormai al collasso. Quello che più ci allarma, al di là delle sconfortanti iniziative del dipartimento, è che con queste disposizioni si inasprisce ancor di più il clima carcerario già incandescente: sottoponendo l’utilizzo dei pozzetti alla discrezionale scelta del personale penitenziario e alla disponibilità del “delegato” si impedisce ai detenuti di poter conservare qualche bevanda in fresco, alleviando, seppur in misura minimale, le proprie disumane condizioni quotidiane. Siamo davanti ad una vera e propria ossessione securitaria che ormai ha permeato completamente gli ambiti dipartimentali e che rischia di esasperare gli animi di una popolazione detenuta oramai incontenibile e del personale penitenziario oramai allo stremo. I rischi che queste disposizioni mirano a scongiurare sono più fantasiosi che reali infatti utilizzare un frigorifero di grandi dimensioni come strumento atto ad offendere è eventualità meramente cinematografica e la necessità di sottrarre ai detenuti un luogo in cui celare “oggetti o sostanze non consentite” non tiene conto di come sono fatte le celle di quanto accade in carcere. Non ci stupiremmo, a questo punto, se la prossima circolare stabilisse che, per ragioni di sicurezza, tutti i detenuti debbano essere rinchiusi nelle celle “lisce”, senza armadietti e senza contenitori che possano nascondere oggetti proibiti o che possano essere usati come corpi contundenti e, visto che i (pochi e malfunzionanti) ventilatori possono essere atti all’uno e all’altro utilizzo, suggerisca di sostituirli con ventagli di carta. Dirigenti penitenziari: “Chiediamo il commissariamento del Dap” ansa.it, 1 maggio 2026 “Serve una fase di ricostruzione che valorizzi le vere professionalità. È ormai evidente che la guida del Dap non può più essere affidata a magistrati ordinari. Nelle more di un auspicabile affidamento della guida a un dirigente penitenziario di carriera, chiediamo formalmente al governo e al Capo dello Stato il commissariamento del Dap”. Lo afferma in una nota il coordinatore nazionale del Fsi-Usae, Federazione sindacati indipendenti dei dirigenti penitenziari di diritto pubblico, Enrico Sbriglia. “Siamo convinti - aggiunge - che serva una fase di ricostruzione per una nuova architettura del sistema che valorizzi le vere professionalità. Puntiamo a un commissario straordinario che provenga possibilmente dal Consiglio di Stato, affiancato auspicabilmente da un magistrato della Corte dei Conti e da un dirigente penitenziario con comprovata esperienza operativa”. Sbriglia fa riferimento a una precisazione del Dap in merito a una nota dell’amministrazione sui frighi a disposizione dei detenuti. “Siamo passati dalla gestione dell’emergenza calura a una sessione imprevista di analisi grammaticale e semantica”, osserva, riferendosi a un passaggio relativo al termine ‘frigo’. Inoltre “ci chiediamo se chi suggerisce queste note abbia mai varcato la soglia di una cella media italiana. Parlare di divieto di inserire frigoriferi di grandi dimensioni nelle camere di pernottamento è un esercizio di stile del tutto inutile: nelle nostre celle, sature oltre ogni limite, a malapena incastrandoli riusciamo a far entrare i detenuti”. “Leggere che ‘i frigoriferi sono elettrodomestici di grandi dimensioni’ (cit.) in risposta alle nostre legittime preoccupazioni sulla tensione climatica ed estiva, è un insulto alla professionalità di chi opera sul campo”, aggiunge. “Queste note non possono essere state scritte da un direttore che abbia mai lavorato in un istituto. Il sospetto è che qualcuno voglia mettere deliberatamente in difficoltà il vertice del Dipartimento e finanche il governo”, conclude. Il frigorifero in cella e la vendetta. Se vince la logica della punizione di David Maria Riboldi Avvenire, 1 maggio 2026 Niente più frigo nelle celle! E lo sentiamo il coro che si alza, quello della società cosiddetta “civile”: beh sono in galera, non in un albergo! È giusto! Hanno sbagliato: devono pagare. Sottinteso: devono stare scomodi o, meglio ancora, più caustico: devono soffrire. Hanno fatto soffrire gli altri, ora tocca a loro. Niente frigo. Ci sta. Anzi: chi glieli ha messi? Del resto l’organo deputato alla gestione delle carceri si chiama “Amministrazione penitenziaria”. Ossia amministrazione della penitenza, della sofferenza, di quel quid afflittivo che sarebbe necessario a proteggere la società con le sue regole e a fare da effetto deterrente. Spoiler: non ha mai funzionato granché. Ora, questa gestione della sofferenza accade con circolari, alcune delle quali hanno avuto una certa eco mediatica. Nel 2023 l’entrata in vigore di quella che venne interpretata come un tornare alle celle chiuse tutto il giorno (prima, nelle sezioni, ci si poteva muovere; e comunque non in tutte). Noi cappellani delle carceri di Lombardia nel febbraio 2024 abbiamo scritto una lunga lettera contro. Ma che vuoi? Hanno sbagliato: devono pagare. Anzi, devono soffrire. Qualche mese fa, nel 2025, la circolare che dosava un più di sofferenza limitando le attività e gli ingressi dall’esterno. Tutte le associazioni a tutela dei diritti delle persone in carcere si sono sollevate contro: da Nessuno tocchi Caino ad Antigone. Ma che vuoi? Hanno sbagliato: devono pagare. Anzi, devono soffrire. Ora il pensiero al frigorifero. Che poi, avverto i lettori: non pensate ci siano in tutte le celle di tutti i penitenziari d’Italia. A Busto mi pare giusto nei reparti detti “trattamento intensivo”. Bisogna ammettere che questa cosa del “pagare”, della sofferenza inflitta, noi ce l’abbiamo dentro. È qualcosa di atavico. Quando alleviamo i cuccioli d’uomo, così facciamo: una punizione per una trasgressione, un premio per un gesto virtuoso. La logica del merito. Antichissima nelle istituzioni della pedagogia. Andiamo all’antica Grecia, alle fondamenta di quel che amiamo chiamare “educazione”. E, come sempre, è inutile negarlo: c’è tanta saggezza qui dentro. Ma… vale per ogni tipo di sofferenza? Ogni sofferenza ha valore educativo? Esemplifico: la sofferenza che serve per capire il proprio errore… è l’assenza del frigo? Avere una manciata di minuti di telefonate alla settimana (a seconda dell’Istituto in cui si è)? Stare chiusi in cella tutto il giorno, tolta l’aria o qualche corso là dove si riesce? Magari in 3 in una cella da 1? È questo il dolore che rende migliori? Non solo. Attenti bene: vi porto in galera. Spesso, proprio l’indigenza delle condizioni esteriori diventa l’alibi per obliare un vero e onesto lavorio interiore. Un carissimo ragazzo, brillante e di grande simpatia, quando venne nel mio studio, gli chiesi: “Che fai nella vita?”. “Don, io faccio i reati e li pago; faccio i reati e li pago. Tutto qui”. Quasi che il sottostare alle regole “penitenziarie” della sofferenza esteriore della vita intramuraria lo abilitasse a fregarsene di cambiare davvero. Lui i reati li paga. E tu che vuoi? Che cambi anche vita? Nessuno gliel’ha chiesto! La collettività gli chiede giusto la sofferenza del corpo, della spazialità ristretta, del tempo allungato e vuoto. Non si agita per favorire una messa a soqquadro delle geometrie dell’anima. Di quello che, se toccato davvero, potrebbe sì generare una vera sofferenza: veder crollare le proprie certezze, respirate in famiglia e tatuate sulla strada. Specchiarsi e non riconoscersi più, perché si va a toccare qualcosa dentro. mandare al macero l’immagine di sé, faticosamente costruita sul rispetto di quegli altri che ti hanno apprezzato così: criminale. Imparare a dire: “Ho sbagliato”. Non solo perché sono finito in galera… ma perché ho fatto del male a qualcuno. Non è forse questa la sofferenza, capace di tracciare traiettorie di senso? Avvertenze per l’uso: mai da soli. La rinascita, come la nascita, non è mai esperienza monadica. Nasco da qualcuno, con qualcuno. E torna anche qui: con dolore. Quello giusto. Quello che ci vuole. Quello che… s’imparenta con la parola “senso” “Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto”. Così dice Gesù a Nicodemo, nel Vangelo di Giovanni. E il percorso storico delle sanzioni penali, passato, per dirla con Michel Foucault, dal punire il corpo a punire l’anima, non ha mai compiuto nel merito la ricerca di una compunzione interiore che potremmo veramente dire “salvifica”. Generativa. Allora c’è sofferenza e sofferenza. Allora la galera può essere anche un albergo 5 stelle… se non sarà più la quantità di sofferenza dei fattori esogeni a occupare il nostro tempo e le nostre circolari, ma la qualità di quel dolore di rinascita che, se accompagnato, rende nuovi. *Cappellano Casa Circondariale Busto Arsizio e Fondatore La Valle di Ezechiele Parlare di riscatto e di speranza, anche in carcere di Giuseppe Muolo Avvenire, 1 maggio 2026 Voci di speranza, voci di riscatto. Sono i cappellani e gli operatori della pastorale penitenziaria riuniti ad Assisi. Un passato da tossicodipendente. Un presente e un futuro da pasticciere. Tommaso non si guarda più indietro. Quel “tunnel” - così lo chiama - che lo ha condotto in carcere è ormai un capitolo chiuso. Adesso aiuta chi è nella sua stessa condizione di allora. La svolta è arrivata grazie all’incontro con la Cooperativa Noi e Voi, che nella Casa Circondariale “Carmelo Magli” di Taranto porta avanti un laboratorio di pasticceria e buffet, in collaborazione con l’omonima associazione. Il cavallo di battaglia è il panettone artigianale realizzato rigorosamente con 24 ore di lievitazione naturale e ingredienti del territorio. Una vera e propria “opera d’arte”. Lo scorso Natale ne sono stati venduti quasi 6 mila. “Non sapevo nemmeno che cosa volesse dire preparare un dolce - racconta Tommaso -. Nella mia vita non avevo mai lavorato. Ma questa esperienza mi ha aiutato a tirare fuori un grande bagaglio di positività che non pensavo di avere. La mia è una storia di riscatto personale”. E non è l’unica. Sono tante quelle che in questi giorni stanno venendo alla luce grazie alle testimonianze dei cappellani e degli operatori della pastorale penitenziaria che si sono riuniti ad Assisi per il convegno nazionale, in programma fino a domani. Tommaso ormai è diventato uno di loro. La sua rinascita dimostra che i percorsi rieducativi funzionano. E che dovrebbero essere maggiormente promossi e incentivati. Una strada che lo stesso Fabio Pinelli, vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, ha indicato ieri in apertura della mattinata di interventi. Un grande applauso ha accompagnato un suo suggerimento, “da studioso”, proprio su questo tema. “Dobbiamo avere un’idea di risposta sanzionatoria che possa anche essere adeguatamente simbolica di una differente gravità dei reati”, ha sottolineato, proponendo di sostituire la formula “condanna alla pena di…” con “dispone il percorso rieducativo per anni”. In questo senso, Pinelli ha invitato a “cambiare paradigma” e a “restituire alla legge il suo valore umano”, perché “versiamo in un’inarrestabile crisi dell’ideale rieducativo”. Il diritto penale moderno “non deve limitarsi a punire - ha detto -, ma deve restituire alla società individui più consapevoli, capaci di riscrivere il proprio futuro e protesi al bene”. E questo significa “offrire strumenti, insegnare a studiare e a riflettere”. Tuttavia, ha aggiunto, “attualmente c’è un grande scarto tra i princìpi e la realtà”. E questo “genera frustrazione e rabbia, che non possiamo ignorare”. Da qui, ha esortato a “ripensare in modo profondo il sistema penale, abbandonando barriere ideologiche”. Il vicepresidente del Csm ha ricordato che il Codice penale nel 2030 compirà cent’anni. “È arrivato il momento di fermarsi a riflettere e fare il punto, per immaginare la giustizia del futuro”, ha incalzato. E ha suggerito al mondo dell’avvocatura, degli accademici, della magistratura e della politica, “di qualsiasi colore”, di iniziare “una riflessione profonda su questi temi”. Un’urgenza condivisa anche dal professor Marco Ruotolo, professore ordinario di Diritto costituzionale pubblico all’Università degli Studi Roma Tre. Il docente ha parlato del carcere come “luogo della diseguaglianza in entrata in corso di espiazione della pena, e in uscita”. Una situazione non tollerabile, soprattutto se si considera che “fa parte del territorio della Repubblica”. Su questo, dunque, ha detto, bisogna lavorare. Anche perché, ha aggiunto, nel nostro Paese “manca una cultura costituzionale della pena”, che spesso viene intesa come una “vendetta”. Sulla strada completamente opposta alla vendetta, si muovono invece tutte le esperienze dei cappellani e degli operatori della pastorale penitenziaria. Nella giornata di oggi, che si concluderà con la Messa celebrata dal cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei e arcivescovo di Bologna, sarà presentata la mappatura di 165 realtà che offrono accoglienza residenziale e inclusione lavorativa ai detenuti. “È stata realizzata tramite un questionario”, spiega Alessia Santoro, volontaria e operatrice. Un numero ancora “parziale”, ma importante per iniziare a conoscere quello che già c’è sul territorio. “Sarà creato un portale - spiega Santoro - al quale i cappellani potranno accedere per visionare tutte le strutture nel territorio nazionale”. I dati registrano “una forte presenza nel Sud Italia, pari quasi a quella del Nord”. Ma se nel Settentrione le realtà sono distribuite in tutte le regioni, “nel Mezzogiorno sono maggiormente concentrate in Campania e in Sicilia”. A Salerno, per esempio, da più di dieci anni, nella casa di accoglienza per misure esterne al carcere “Domus Misericordiae”, ottanta detenuti hanno scontato l’ultimo periodo della pena lavorando nel laboratorio di ceramica. “Creano bomboniere solidali e oggetti da arredamento - racconta don Rosario Petrone, cappellano della casa circondariale “A. Caputo”. L’attività infonde in loro grande serenità”. Un’esperienza simile è portata avanti nel carcere di Secondigliano, dove i detenuti, grazie al progetto “Albus Sacer”, imparano a lavorare in un laboratorio di sartoria. “Realizzano paramenti liturgici, borse con materiali riciclati e anche le toghe per i magistrati”, racconta il cappellano, don Giovanni Russo. Recentemente, due di loro hanno trovato un’occupazione nel settore della tappezzeria. Lavoro, accoglienza e servizio. Per don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane, sono questi “i pilastri del cambiamento del sistema carcerario”. “Confessa o resti pericoloso”. Quando il permesso premio diventa un “ricatto” di Rita Bernardini L’Unità, 1 maggio 2026 Dopo la condanna abnorme, i due anni trascorsi nell’inferno delle carceri rumene e l’estradizione in Italia nel carcere di Viterbo, Filippo Mosca deve scontrarsi con i problemi della giustizia nostrana. E, in particolare, della magistratura di sorveglianza: gli negano il permesso perché, si spiega nelle motivazioni, chi non rielabora criticamente il proprio reato resta pericoloso. Ma lui si è sempre dichiarato innocente. Filippo Mosca oggi ha 31 anni. A 28, il 3 maggio 2023, durante una vacanza con amici in Romania per il festival musicale di Mamaia, fu arrestato insieme a Luca Camalleri e a una ragazza che si assunse subito la responsabilità di un pacco contenente droga consegnato in hotel. In un processo sommario, senza distinguere le posizioni, tutti e tre, incensurati, furono condannati a otto anni e qualche mese. In Italia, una pena simile non sarebbe stata inflitta neanche a un narcotrafficante recidivo. Subire un processo da straniero in Romania è un incubo; basta chiedere a Ornella Marraxia, madre di Filippo e insegnante a Londra, che ha sostenuto spese ingenti per gli avvocati e i viaggi, affrontando carceri rumene peggiori di quelle italiane. Il processo si basava solo su intercettazioni abusive e tradotte male, portando alla condanna anche di Filippo e Luca. Filippo ha vissuto quasi due anni nelle carceri rumene, rischiando la vita. Il coraggio della madre Ornella è straordinario: sola, ha dovuto affrontare livelli di corruzione sconosciuti. Avvocati, altri detenuti e perfino sconosciuti hanno provato ad approfittare della sua disperazione, proponendo soluzioni costose e spesso irrealistiche. Esiste un sistema che lucra sulle disgrazie altrui. Sapere che il figlio d’inverno era al freddo, isolato per 21 giorni in una cella invasa da topi ed escrementi, poi trasferito in una cella di 35 metri quadri con 24 detenuti, condizioni igieniche pessime, con un buco per terra come gabinetto, sporco e nauseante, e possibilità di lavarsi solo una volta a settimana, raramente con acqua calda, è stato disperante. I riscaldamenti non funzionavano e a Filippo era vietato ricevere una coperta. Il cibo consisteva in una poltiglia sgradevole; chi può compra prodotti confezionati a caro prezzo nello spaccio interno. L’unico aspetto positivo: i detenuti possono chiamare i familiari tutti i giorni. Questa regola ha salvato Filippo, che il 26 gennaio ha denunciato alla madre un’aggressione e minacce con un coltello. Si è salvato grazie alla mobilitazione della madre, avvocati, Nessuno tocchi Caino, il deputato Giachetti e il Ministero degli Esteri. Dopo quasi due anni di detenzione disumana e una condanna sproporzionata, l’obiettivo diventa uno solo: riportare Filippo in Italia. Grazie all’impegno della madre e dell’avvocata Armida Decina, l’estradizione viene concessa. La speranza è duplice: condizioni di detenzione più umane e possibilità di revisione della pena. Ma la pena resta invariata. Filippo viene assegnato al carcere di Viterbo: sovraffollamento cronico (circa 700 detenuti per 400 posti), carenze strutturali, sanità in affanno, offerta trattamentale quasi inesistente. Un sistema in difficoltà, ma comunque migliore rispetto all’inferno rumeno. Ornella accoglie il rientro in Italia con sollievo, senza immaginare che il confronto con la giustizia italiana sarebbe stato altrettanto doloroso. Arriviamo al punto centrale. Filippo chiede un permesso premio nei termini previsti dalla legge. Il magistrato di sorveglianza rigetta la richiesta, il Tribunale conferma il diniego. La motivazione: “progressi trattamentali” insufficienti, nonostante la condotta irreprensibile e l’adesione a tutte le (scarse) attività proposte. Il problema sta altrove. L’ordinanza richiama una pronuncia della Cassazione del 2023: oltre alla regolare condotta, serve “assenza di pericolosità sociale”, che viene meno in caso di “mancata rivisitazione critica del pregresso comportamento deviante”. In altre parole, chi non rielabora criticamente il proprio reato resta pericoloso. Ma come può rielaborare un reato chi si dichiara innocente? Deve confessare ciò che non ha commesso per ottenere un beneficio? Deve mentire per non essere considerato socialmente pericoloso? È questo il messaggio che arriva a Filippo Mosca, in contrasto con i principi della Corte europea dei diritti dell’uomo, secondo cui nessuno può essere costretto a confessare o ammettere una colpa che non riconosce. Il caso di Filippo è il sintomo di un problema strutturale della magistratura di sorveglianza nel Lazio. I numeri, nel primo semestre del 2025, mostrano uno scarto enorme: in Lombardia risultano 7.308 permessi premio a fronte di circa 8.800 detenuti (circa l’83%, ossia 83 permessi ogni 100 detenuti), mentre nel Lazio i permessi concessi sono 409 su circa 6.700 detenuti (circa il 6%, ossia 6 permessi ogni 100 detenuti). In termini comparativi, il “tasso” lombardo è oltre tredici volte quello laziale. Vero è che il confronto è relativo ad un rapporto aggregato (i permessi possono essere più di uno per la stessa persona e incidono criteri giuridici e prassi applicative), ma la fotografia restituisce comunque un dato politico e amministrativo: nel Lazio l’accesso al permesso premio è, nei fatti, molto più raro. Nessuno tocchi Caino rivolge un appello alla Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Roma, dott. ssa Marina Finiti, di cui apprezza la sensibilità dimostrata in più occasioni di fronte alle condizioni di detenzione. Le chiediamo un’iniziativa chiara e pubblica sui criteri che, nel Lazio, orientano la concessione dei permessi premio: lo scarto che emerge dai dati del primo semestre 2025 (Lombardia: 7.308 permessi su circa 8.800 detenuti; Lazio: 409 su circa 6.700) interroga il principio di eguaglianza di trattamento e la prevedibilità delle decisioni. Fermo restando che ogni istanza va valutata nel merito e sulla condotta della persona detenuta, chiediamo che siano esplicitati e resi omogenei i parametri decisivi (in particolare quando l’accesso al beneficio rischia di dipendere, di fatto, da una “confessione” o da una lettura stereotipata della pericolosità), così da evitare disomogeneità che trasformano un diritto previsto dall’ordinamento in una lotteria territoriale. Torno ora alla vicenda che mi ha spinto a scrivere questo articolo: da maggio 2023 sono passati tre anni, ma per Filippo Mosca, la sua famiglia e chi gli è vicino, la via crucis sembra non essere finita. Nemmeno la liberazione anticipata (art 54 OP) del periodo di detenzione in Romania gli è stato pienamente riconosciuto, mentre avrebbe avuto il diritto anche ad avere un ulteriore sconto di pena per le condizioni inumane e degradanti che è stato costretto a patire (art. 35-ter OP). Resta la speranza che riesca a resistere fisicamente e psicologicamente a un’ingiustizia che si consuma giorno dopo giorno, e che il carcere non si confermi il luogo in cui la speranza viene sistematicamente soffocata da disumanità e ipocrisia. Ogni giorno di prigione in più per Papalia è solo crudele “accanimento terapeutico” di Francesco Kostner L’Unità, 1 maggio 2026 Certe storie dovrebbero essere conosciute e meditate da tutti. Per capire meglio quanta sofferenza c’è in giro. Dietro ogni angolo. Magari a poca distanza da ognuno di noi. Spesso senza che se ne abbia contezza. E avere conferma, se ce ne fosse bisogno, che la vita non riserva a tutti lo stesso trattamento. Ho fatto più o meno le stesse considerazioni, ma con un coinvolgimento emotivo e un dispiacere personale ancora più accentuati che in passato, dopo avere letto l’articolo che lo scorso 7 aprile Sergio D’Elia ha dedicato su l’Unità alla drammatica e, aggiungo, assurda vicenda giudiziaria dell’ergastolano di Platì Domenico Papalia, dietro le sbarre da oltre cinquant’anni e gravemente ammalato. È in serio pericolo di vita. Secondo una recentissima perizia di parte, il suo tumore si è diffuso con nuove metastasi ai linfonodi e soprattutto alle ossa, che rischiano di sbriciolarsi da un momento all’altro. La sua malattia si aggrava di giorno in giorno e necessiterebbe di cure continue non differibili che non sono praticabili in ambiente carcerario. Mentre scrivo, il magistrato di sorveglianza attende ancora e da settimane dalla direzione sanitaria del carcere di Parma una relazione medico-legale per decidere sul differimento pena. Tutto ciò fa a cazzotti con qualunque idea di Stato di diritto e principio di umanità e funzione rieducativa della pena e, soprattutto, col percorso di recupero civile e culturale compiuto da Papalia nel corso della sua lunghissima detenzione vissuta sempre con una dignità e una compostezza che meritano grande rispetto e considerazione. Conosco Domenico Papalia dal 1993 e ho sempre convintamente creduto che, non da oggi, avrebbe potuto e dovuto trovarsi fuori dal carcere. Non in una qualunque città italiana, ma a Platì, nel comune in cui è nato ottantuno anni fa. E non per una sorta di romantico ritorno alle radici, ma per una ragione molto più importante e significativa: la possibilità di dare testimonianza concreta della sua palingenesi umana, di essere una sorta di testimonial della legalità e del rispetto dello Stato. Per Platì, per i suoi giovani, e ovviamente per lo stesso Papalia, sarebbe il modo anche di capovolgere l’equazione che accomuna la considerazione collettiva (non solo in Calabria) verso questo luogo, appunto, Plati, i suoi abitanti, e questo suo cittadino incappato nelle maglie della giustizia, fino a essere condannato all’ergastolo. Sarebbe anche un grande contributo alla conoscenza della realtà e delle vicende che riguardano, assieme a Platì, tanti altri comuni calabresi, sui quali pesano inaccettabili pregiudizi e arbitrarie e riduttive semplificazioni. Il tutto funzionale, quasi per una sorta di inappellabile regola generale, alla catalogazione di questi “mondi” nel girone infernale delle dimensioni fisiche e umane irrecuperabili. Una condizione naturale e “strutturale”, in altre parole, che impedirebbe a luoghi e persone di questi contesti di rivendicare il diritto a una normalità ontologica, cosmologica ed escatologica. Una teorizzazione evidentemente inaccettabile. Ebbene, l’intenso e appassionato articolo di Sergio D’Elia è un ottimo strumento per provare a ragionare in modo adeguato. Con equilibrio. Serenità di giudizio. Appunto senza le antiche preclusioni cui ho fatto cenno. E, dunque, non solo per conoscere e comprendere il dramma umano di Domenico Papalia, ma anche per fare i conti con sé stessi. Sia quanti credono che un cittadino della Repubblica Italiana, che ha certamente e non poco sbagliato nella vita, ma che da mezzo secolo sta pagando un conto pesantissimo alla giustizia, abbia il diritto di trascorrere il poco tempo che gli rimane fuori dal carcere; sia chi ancora si ostina a non riconoscere che Papalia non solo ha dimostrato di essere riuscito a riabilitare sé stesso, ma di avere offerto un contributo notevole al senso della pena in relazione alla sua funzione costituzionale e, dunque, al recupero del condannato. D’Elia invita tutti a riflettere sull’inumana e brutale condizione fisica e morale in cui è costretto a vivere Papalia. E a non rimanere indifferenti di fronte a tanta sofferenza. In un certo senso, invita ognuno di noi a caricarci sulle spalle una vicenda che rischia - se non l’ha già fatto - di indebolire pesantemente la credibilità dello Stato, circa la funzione rieducativa del carcere, cui si associa il diritto da parte di chi ha sbagliato di continuare a credere nella possibilità di avere un pezzo di futuro. Credo sia amore anche questo. Speranza anche questo. Diritto anche questo. Misericordia anche questo. Azione civile anche questo. Per Domenico Papalia e per i tanti che, come lui, pur avendo sbagliato, in molti casi gravemente, sono pronti a dimostrare che il tempo in carcere li ha profondamente cambiati. Cospito, rinnovato il 41 bis: altri due anni di carcere duro di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 1 maggio 2026 Il ministero della Giustizia proroga il regime speciale per l’anarchico detenuto a Sassari. Tra ricorsi respinti e nuovi fronti giudiziari, resta il nodo sull’applicazione del 41 bis a un soggetto senza struttura mafiosa. Il ministero della Giustizia ha rinnovato il 41 bis nei confronti di Alfredo Cospito. Il provvedimento, atteso entro il 4 maggio, è stato notificato oggi all’avvocato difensore Flavio Rossi Albertini. Per l’anarchico detenuto nel carcere di Sassari altri due anni di carcere duro. Non è una sorpresa. Il rinnovo del 41 bis è diventato da decenni un atto quasi automatico: una volta entrati in quel regime, uscirne è raro. La legge prevede una revisione periodica, ma nella pratica i decreti di proroga si susseguono senza che il quadro di fondo cambi di una virgola. Nel caso di Cospito, la Cassazione ha già confermato la misura due volte, nel febbraio 2023 e nel marzo 2024, respingendo ogni ricorso della difesa. Ogni rinnovo ministeriale porta con sé un decreto che Rossi Albertini potrà impugnare, aprendo un nuovo ciclo davanti al Tribunale di Sorveglianza e poi eventualmente in Cassazione. Ma l’esito, finora, è sempre lo stesso. La macchina gira, e Cospito resta dove sta. La notizia arriva mentre è ancora aperto un altro fronte giudiziario che lo riguarda. Come spiegato da Il Dubbio, il Tribunale di Sorveglianza di Sassari aveva autorizzato l’acquisto di quattro libri, tra cui un romanzo di Shirley Jackson e un saggio di divulgazione scientifica, e di un cd delle Lambrini Girls. La direzione del carcere non aveva dato esecuzione al provvedimento, e il 14 aprile l’Avvocatura dello Stato ha depositato ricorso in Cassazione chiedendo di annullare quell’autorizzazione. Anche il procuratore generale aveva sollevato dubbi, ritenendo non opportuno che Cospito potesse avere materiale “veicolante messaggi di disobbedienza e di contestazione istituzionale”. Su questo versante la Cassazione dovrà ancora pronunciarsi. Il nodo di fondo resta quello che gli avvocati difensori sollevano dall’inizio: il 41 bis nasce per recidere i legami tra un detenuto e la propria organizzazione criminale esterna, per impedire ai capi della mafia di continuare a dare ordini dal carcere anche quando sono dietro le sbarre. Cospito è un anarchico, il primo nella storia italiana a finire in quel regime. Non ha strutture verticistiche da cui impartire disposizioni, non ha affiliati in attesa di ordini. La Direzione nazionale antimafia, nel 2023, si era espressa a favore della sostituzione del 41 bis con il regime dell’alta sicurezza, meno afflittivo. Non fu ascoltata allora. Non lo è adesso, a quattro anni dal decreto Cartabia. Con il rinnovo notificato al difensore, quella storia si allunga di altri due anni. Consulta: la pena può essere sospesa per malati terminali di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 1 maggio 2026 L’esecuzione della pena può fermarsi senza scadenza quando il condannato è in condizioni di salute gravissime e irreversibili. Lo ha stabilito la Corte costituzionale con la sentenza 66 che affronta un tema centrale per la dignità in carcere. La questione era nata da un dubbio del Tribunale di Bologna su un uomo condannato a tre anni e mezzo, ormai devastato da deficit cognitivi e motori in una casa di riposo. Per i giudici bolognesi non era giusto obbligarlo a continue visite mediche per confermare quello che la scienza sa già. Chiedevano di poter dichiarare che la pena non può più essere eseguita. La Consulta ha scelto una via diversa: la legge attuale permette già di evitare accanimenti burocratici. Non serve cambiare le norme se il magistrato può sospendere la pena senza fissare un termine finale. Spesso si crede che il rinvio debba essere breve, costringendo i Tribunali a rivedere il caso ogni pochi mesi. La sentenza chiarisce invece che, se la patologia è senza ritorno, si può decidere di non mettere date al provvedimento. La Cassazione va proprio in questa direzione. Il rinvio dura quanto serve se la malattia è irreversibile. Così si evita un ciclo di controlli che il tribunale di Bologna vedeva come lesivo dei diritti. Il giudice deve bilanciare salute, senso della pena e sicurezza. Se il condannato non è pericoloso e la condizione è disperata, la sospensione a tempo indeterminato rispetta la Costituzione. La decisione non è scritta nella pietra: resta revocabile se dovesse succedere l’imprevedibile, come una guarigione insperata. Ma fino ad allora, la persona ha il diritto di non subire una macchina burocratica inutile. La dignità non può essere calpestata da una burocrazia cieca. Punire chi non è più cosciente svuota la funzione rieducativa della pena. La sentenza 66 conferma che gli strumenti esistono già, basta che i magistrati usino il potere di non fissare termini davanti al dolore certo. È un richiamo alla concretezza e al rispetto del dolore che evita di trasformare la giustizia in una macchina ripetitiva e insensibile alle reali condizioni di chi ha di fronte. Il Pm non è il passacarte dell’accusa, la Corte Costituzionale interviene di Antonio Bargone Il Riformista, 1 maggio 2026 Il processo non è la ratifica di un teorema: il Pubblico ministero deve valutare le tesi della difesa. E non finisce qui: deve cercare anche gli elementi di prova che possono smentire la sua stessa ipotesi. La sentenza n. 58 depositata nei giorni scorsi dalla Corte Costituzionale afferma una cosa semplice, ma nel contesto italiano quasi rivoluzionaria: il Pubblico ministero deve cercare anche gli elementi di prova che possano smentire la propria stessa ipotesi, valutando con attenzione le tesi della difesa. Non è una novità teorica. È, anzi, un principio scolpito nella cultura costituzionale del processo penale. Eppure, proprio perché ribadito oggi con tanta nettezza, suona come una smentita implicita di una prassi che negli anni si è consolidata in senso opposto. La Consulta richiama inoltre un altro punto decisivo: le argomentazioni della difesa devono essere valutate sin dalle fasi iniziali del procedimento. Non come un fastidio formale da superare, ma come un elemento essenziale per verificare la tenuta dell’impianto accusatorio. In altre parole, il processo non può essere una ratifica progressiva di una tesi già scritta (teorema), ma deve restare un luogo di verifica reale. È qui che la pronuncia assume un significato che va oltre il singolo caso. Perché quei princìpi erano già al centro della riforma Cartabia, che mirava a responsabilizzare il Pubblico ministero e a rafforzare i filtri contro impostazioni deboli o unilaterali. E allora la domanda diventa inevitabile: se quei princìpi erano già scritti nella riforma, perché è servita una nuova, forte presa di posizione della Corte Costituzionale? La risposta, per quanto scomoda, riguarda la distanza tra norme e prassi. Nel funzionamento concreto del sistema, il rapporto tra il Pubblico ministero, Giudice per le indagini preliminari (Gip) e Giudice dell’udienza preliminare (Gup) tende troppo spesso a tradursi in una filiera che difficilmente metta davvero in discussione l’impostazione accusatoria. Non è una regola assoluta, ma è una percezione diffusa e difficilmente liquidabile come semplice polemica. In questo senso, la sentenza n. 58 finisce per illuminare retrospettivamente anche il dibattito sul referendum del 23 marzo scorso. Perché se oggi la Consulta richiama con forza la necessità di un Pubblico ministero imparziale e di un’effettiva considerazione delle ragioni della difesa, diventa difficile sostenere che le riforme orientate in quella stessa direzione fossero sbagliate o addirittura pericolose. Anzi, si potrebbe sostenere il contrario: che proprio il mancato o incompleto recepimento di quei princìpi abbia reso necessario l’intervento della Corte. Questo non significa trasformare una sentenza in un’arma politica. Significa però riconoscere un dato: tra chi invoca la Costituzione come principio astratto e chi cerca di tradurla in meccanismi concreti di equilibrio processuale a tutela del cittadino, non c’è coincidenza. La Consulta, infatti, si preoccupa di non dar vita a processi “superflui”, che comportano gravi conseguenze, morali, economiche, reputazionali, per il cittadino imputato. Il processo a tutti i costi, quando non vi sia una prevedibile condanna, non solo rappresenta un inutile spreco di risorse per un sistema giudiziario, già con limiti precisi di adeguata funzionalità, ma rappresenta - afferma la Corte - “una irragionevole compressione dei diritti costituzionali (personali e patrimoniali) degli imputati, la cui esistenza è sempre sconvolta dalla pendenza di un processo penale, che spesso determina altresì gravi pregiudizi alla loro vita professionale e relazionale”. La decisione della Corte Costituzionale non chiude il dibattito. Lo riapre. E lo fa nel modo più netto possibile: ricordando che un processo giusto non è quello in cui l’accusa vince, ma quello in cui la verità viene cercata anche contro l’accusa stessa. E allora c’è da chiedersi: dove sono le proposte dei sostenitori del No alla riforma nel referendum promesse durante la campagna referendaria? Sono rimaste lettera morta, smascherando la natura politicista di quel No, diretto solo a colpire il governo, trascurando la necessità, che ora la Corte Costituzionale ha richiamato con fermezza, di riformare il sistema giudiziario, per renderlo più efficiente, più democratico, più coerente al principio del giusto processo. E così, col passare del tempo, si rafforza la convinzione che quel No non ha aperto una fase nuova, ma ha avuto un riflesso conservatore, che ha finito per conservare l’esistente, un sistema cioè non coerente con una democrazia matura. Livorno. Detenuto muore in carcere, disposta l’autopsia gazzettadilivorno.it, 1 maggio 2026 Un detenuto di 42 anni, originario del Piemonte ma da tempo residente in città, è stato trovato morto nella sua cella alle Sughere. A dare la notizia è Marco Solimano, garante dei detenuti, che evidenzia le criticità all’interno dell’istituto penitenziario. Il garante dei Diritti delle Persone private della libertà del Comune di Livorno, Marco Solimano, commenta con un intervento la notizia dell’ennesimo decesso avvenuto nel carcere di Livorno, e porge le sue condoglianze ai familiari. “Alle Sughere la morte arriva di notte”. Nella notte fra sabato e domenica un detenuto ha perso la vita nella cella in cui era recluso all’interno della Casa Circondariale di Livorno. - spiega Solimano - È passato dal sonno alla morte senza che nessuno ne avesse percezione, neppure i suoi due compagni di cella. La tragica scoperta la mattina di domenica alle otto, quando non ha risposto alle numerose sollecitazioni degli operatori sanitari addetti alla distribuzione dei farmaci e delle terapie. Era arrivato in Istituto da pochi giorni, aveva 48 anni ed i risultati autoptici ci diranno le cause del decesso”. “In poco meno di due anni è il quarto decesso che avviene con queste modalità, dal sonno alla morte, - prosegue Solimano - e questa realtà ci consegna riflessioni ed approfondimenti da sviluppare. Sono morti silenziose, che non fanno rumore, che non urlano e che si consumano nella solitudine e nell’isolamento, in ambienti degradati e fatiscenti che ledono profondamente il decoro e la dignità di quanti sono ristretti, ma anche di quanti, personale di polizia, educativo e sanitario all’interno di questo contesto operano quotidianamente”. “Per questo da mesi e mesi sollecitiamo con forza l’apertura del nuovo padiglione come importantissima opportunità per superare una fase emergenziale - aggiunge - dovuta in gran parte all’asfissiante sovraffollamento, che oramai dura da troppo tempo. La morte è sempre una tragedia ed un evento devastante. La morte in un carcere, in un luogo di solitudine, privazione e dolore, aggiunge ulteriore lacerazione ed amarezza. Ai familiari del defunto le più profonde condoglianze”. Milano. I detenuti di Opera denunciano: “Topi e docce fredde, niente zucchero e libri” di Elisa Sola La Stampa, 1 maggio 2026 Milano, quattro esposti firmati da 135 carcerati. Gli atti mandati ai pm, al Dap e al ministero della Giustizia. È un paragrafo a sé. L’oggetto è in terza riga: “Limitazione dello zucchero”. Il testo è scritto in corsivo su fogli a righe. “Non è possibile acquistare più di un chilo di zucchero al mese. Dobbiamo scegliere se zuccherare il caffè o il latte. O se rinunciare a tutte e due le cose per fare un dolce. Molti di noi non hanno i soldi nemmeno per comprare quel chilo. Sono vietati anche i sughi e lo scatolame. Lo sgombro, il tonno. Dicono per motivi di sicurezza. Ma allora anche questa penna, con cui scriviamo, è pericolosa, se uno vuole fare del male”. Carcere di Milano Opera. Blocco 1, piano 4, sezioni A-B-C. Sono 135 detenuti. Hanno scritto un reclamo collettivo di 43 punti. Pagine ordinate, con date e riferimenti precisi. Ci sono i disegni delle planimetrie delle celle. I nomi dei testimoni delle presunte spedizioni punitive. Ma soprattutto, il racconto della vita quotidiana, che corrisponde a un elenco di cose “che sembrano piccole, se considerate isolatamente”. Ma che, nel complesso, scrivono gli avvocati dell’associazione “Quei bravi ragazzi family onlus”, costituiscono una serie di reati. Sono quattro le denunce, stilate sulla base di questo lungo diario di vita dei detenuti, mandate dai legali in procura a Milano su ipotetici fatti di reato commessi da dicembre a oggi. “È stata gravemente lesa la dignità umana”, il concetto espresso nelle carte inviate non solo ai magistrati, ma anche al Dap. Il caso è stato segnalato anche al governo. Sui “presunti episodi di violenza fisica” il parlamentare Emanuele Pozzolo ha scritto un’interrogazione al ministro della Giustizia. Ma l’esposto più voluminoso è quello che riguarda le cose di ogni giorno. I legali denunciano che sono state violate le norme della Costituzione: “Il divieto di pene disumane e la finalità rieducativa della pena”. Lo fanno dopo avere letto non solo dei cibi. Ma anche degli spazi. I detenuti li descrivono così: “Tra un letto e l’altro ci sono 52 centimetri. La brandina misura 196 centimetri, compresa la barra terminale. Chi è più alto non ci sta e non può staccarla. Il tavolo è di 80 per 60 centimetri. Chi cucina non si siede e viceversa”. Spesso sono in tre a condividere la cella. “Quando piove entra acqua dalle finestre. In molte stanze manca l’interruttore. Per spegnere la luce svitiamo la lampadina”. Cibo e spazio. Ma anche l’igiene ha a che fare con la dignità. Ecco un altro paragrafo: “Funziona una doccia su tre. Non c’è l’acqua calda. Dobbiamo lavarci con la schiena attaccata alle piastrelle sporche perché esce un rivolo d’acqua fredda dalle poche che funzionano. L’unica cosa che ci viene concessa sono quattro rotoli di carta igienica al mese ciascuno. Non è fornito dalla direzione e neanche è possibile l’acquisto di uno spazzolone per il wc. Siamo a un livello di civiltà che non vogliamo commentare”. Raccontano che nei bagni le muffe abbiano corroso l’intonaco. Che nelle sale comuni non ci sia il water. “Più di un compagno è stato costretto a urinare dentro a una bottiglia”. Scrivono che non ci sia aria d’estate. Né riscaldamento d’inverno. “Parassiti, topi e blatte sono ovunque. Anche nelle cucine. Con la stagione delle piogge la palestra si allaga”. Poi c’è la questione de “La spesa”. Un altro capitolo: “Possiamo comprare solo 19 cose alla settimana. Ma tra caffè, zucchero, acqua, gas, sono poche. Facciamo a turno per comprare l’origano e il pepe. Siamo poveri. Eppure siamo costretti a comprare le cose di marca. Un pacco di caffè Lavazza costa 6 euro. Perché non vendono il caffè Borbone? Una Coca cola 2. Perché non ci danno quella del discount?”. Sono “violazioni sistemiche del principio di umanità della pena”, c’è scritto negli atti mandati in procura. Per capire occorre unire i punti. Numero 40: “La pizza quando c’è arriva alle 15. La mangiamo fredda a cena”. Numero 41: “Non abbiamo un mocio per pulire”. Numero 43: “I rapporti disciplinari sono falsificati. L’agente che deve inviare istanze si rifiuta di farlo per coprire i colleghi”. I legali individuano come potenziali indagati vertici e agenti del Dap: “Sono tenuti a vigilare sulla salubrità e sicurezza degli ambienti detentivi, ma hanno omesso di farlo”. Poi ci sono le questioni sanitarie. “Per fare arrivare un medico dobbiamo battere i pugni sulle sbarre o urlare. Ci danno medicine che non conosciamo. Non c’è il dentista. Ogni tanto gli agenti autorizzati somministrano quello che chiamiamo “il punturone”“. Anche per gli affetti ci sono limiti: “Dopo l’ultima rivolta per un colloquio aspettiamo anche tre ore. A volte dura dieci minuti. Possiamo fare una telefonata a settimana”. Infine, c’è il capitolo sulla speranza, che loro intitolano: “I condannati all’ergastolo”. “Non possono andare in biblioteca. Non possono studiare. Non hanno una prospettiva per il futuro. Non chiediamo favori. Ma solo quello che ci spetta”. Seguono le firme. I nomi sono uno sotto l’altro. Al fondo c’è scritto: “Detenuti presenti: 147. Detenuti firmatari: 135. Detenuti che non firmano per paura di ritorsioni:12. Contrario: nessuno”. Milano. Inferno Opera. “Qui i pestaggi sono la prassi” di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 1 maggio 2026 Al carcere di Opera, a Milano, qualcosa di molto grave starebbe accadendo da mesi. Denunce in procura, esposti, segnalazioni di avvocati, reclami collettivi firmati da oltre cento detenuti, quattro interrogazioni parlamentari. Eppure nessuno sembra muoversi. Un muro di gomma che si consolida giorno dopo giorno, mentre dall’interno continuano ad arrivare voci di pestaggi, umiliazioni, minacce di morte. Il primo allarme formale risale al 26 ottobre 2025. L’associazione “Quei Bravi Ragazzi Family”, presieduta da Nadia Di Rocco, presenta una denuncia-esposto alla procura della Repubblica di Milano. Le segnalazioni riguardano le sezioni A, B e C del quarto piano del primo blocco detentivo: celle senza acqua calda, docce fatiscenti coperte di muffa, infiltrazioni di pioggia, impianti elettrici a rischio cortocircuito, topi e blatte anche nei locali dove si preparano i pasti, campanelli di emergenza disattivati. Un quadro che configura violazioni sistematiche dell’articolo 27 della Costituzione e dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Ai problemi strutturali si aggiunge la cronica carenza di personale sanitario e la negazione sistematica di colloqui legali. Caso sollevato, e riportato su queste stesse pagine, anche dall’associazione “Yairaiha ets”. Nei mesi successivi emergono episodi ben più gravi. L’8 marzo 2026 l’associazione deposita una prima integrazione all’esposto, basata su un reclamo collettivo sottoscritto da 135 detenuti su 147 presenti nelle tre sezioni. Dodici non firmano: per paura di ritorsioni da parte della direzione. Poi arriva il Natale. Nella notte del 24 dicembre 2025, secondo quanto denunciato, alcuni agenti della polizia penitenziaria avrebbero organizzato una vera e propria spedizione punitiva ai danni di un gruppo di detenuti: calci, pugni, corpi spogliati e lasciati al freddo in una cella, minacce di morte. L’episodio è già oggetto di precedenti atti parlamentari di sindacato ispettivo, ma nessuna risposta concreta è arrivata. “Questa è la prassi qui a Opera” - Il 2 aprile scorso, di notte, accade qualcosa che fa crescere ancora di più la tensione nella sezione di isolamento. Un ragazzo di corporatura esile, meno di cinquanta chili, con problemi psichiatrici, viene secondo i detenuti picchiato da alcuni appartenenti alla polizia penitenziaria. In trenta su trentatré firmano una lettera indirizzata all’associazione. “Non siamo più disposti a vedere queste pratiche di maltrattamenti e abusi”, si legge nel testo scritto a mano. “Stiamo picchiando un ragazzo che pesa meno di 50 kg e con problemi psichiatrici”. Nella stessa notte un altro detenuto si procura ferite da taglio alle braccia esponendole fuori dalla cella, nel tentativo disperato di fermare quanto stava accadendo. Il sangue scorre lungo il corridoio per oltre trenta minuti. Il personale, secondo la lettera, si rifiuta di avvicinarsi. Quando arriva un ispettore con alcuni agenti, non viene preso alcun provvedimento. I colleghi del turno successivo commentano: “Ma cosa avete fatto, voi fate i danni e poi lasciate i problemi a noi”. Un agente risponde a un detenuto che protesta: “Questa è la prassi qui a Opera”. L’8 aprile l’associazione deposita una seconda integrazione alla denuncia. Chiede alla procura di Milano di iscrivere la notizia di reato, di acquisire le registrazioni della videosorveglianza della notte tra il 2 e il 3 aprile, di sentire i detenuti presenti, di verificare i referti medici. Chiede al magistrato di sorveglianza e al Garante nazionale di disporre accessi ispettivi urgenti. Nessuno risponde. Nadia Di Rocco, nella sua ricostruzione, è esplicita: “Allo stato attuale, non risulta che sia stato adottato alcun intervento concreto, strutturato e incisivo idoneo a fare chiarezza sui fatti segnalati”. Quattro interrogazioni parlamentari nell’arco di pochi mesi: dall’onorevole Silvia Roggiani, da Roberto Giacchetti, dal senatore Franco Mirabelli e appena due giorni fa da Fabrizio Benzoni e da Emanuele Pozzolo, due interrogazioni distinte depositate lo stesso giorno e dirette al ministro della Giustizia. Il deputato Benzoni chiede se non sia necessario avviare un’indagine urgente, disporre un’ispezione con il Nas e l’Asl, verificare lo stato delle cure mediche. Ricorda che il report annuale di Antigone ha accertato oltre cinquemila casi di trattamenti inumani o degradanti riconosciuti dai tribunali italiani nell’ultimo anno, un numero che supera persino i livelli del 2013, quelli che portarono la Corte europea dei diritti dell’uomo a condannare l’Italia con la sentenza Torreggiani. Il deputato Pozzolo si concentra su un aspetto che dà la misura del clima che si respirerebbe a Opera: i detenuti segnalano di essere prelevati di notte dalle celle e portati in luoghi interni dove si consumerebbero violenze, in modo da rendere difficile qualsiasi verifica esterna. Chiede se siano state acquisite le registrazioni della videosorveglianza, se siano state avviate ispezioni, e quali misure si intendano prendere per garantire l’incolumità dei detenuti e prevenire ritorsioni. “Nessuno si è degnato di rispondere” - Nel mezzo di questo quadro già pesante arriva la testimonianza dell’avvocata Anna Grande, che assiste un detenuto con una storia che vale la pena seguire dall’inizio. Il suo cliente era stato trasferito da Opera alla casa circondariale di Monza per ragioni di sicurezza personale, dopo aver reso dichiarazioni spontanee in dibattimento denunciando violenze fisiche e psicologiche subite ad Opera per mano di alcuni agenti, compreso un ispettore. Solo dopo che l’avvocata aveva diffidato il magistrato di sorveglianza, rimasto inizialmente inerte, era arrivato il via libera al trasferimento. A Monza ci rimane fino al 7 aprile scorso. Quel giorno viene convocato e trasferito. Destinazione: Opera. Il detenuto si rifiuta. La comandante lo avvisa: se continua a fare storie, finisce direttamente in isolamento. Cede. Contatta l’avvocata attraverso la madre di un compagno di cella. Grande manda subito due diffide, l’8 e il 14 aprile, a tutte le autorità competenti: Garante nazionale, Garante regionale, magistrato di sorveglianza, Prap, direzione di Opera. Solo il Garante regionale apre un protocollo. Gli altri tacciono. Nel frattempo il detenuto racconta all’avvocata ciò che vede nel reparto. Un suo compagno sarebbe stato prelevato durante una perquisizione ordinaria e portato in isolamento. Lì sarebbe stato costretto a spogliarsi completamente. Gli agenti sarebbero entrati ed usciti alternandosi, picchiandolo. Quando rientra, il corpo è coperto di lividi. Non si fa refertare. Se lo avesse fatto, ha spiegato in seguito, non lo avrebbero riportato in cella. “Vi chiedo di portare questo caso all’opinione pubblica”, dice l’avvocata Grande. “Due sono state le diffide per un trasferimento per ragioni di incolumità personale, e nessuno si è degnato di rispondere o di prendere provvedimenti”. I detenuti lo scrivono nella loro lettera con parole nette. Hanno segnalato le violazioni, hanno scritto ai magistrati di sorveglianza, ai Garanti che non si sono mai visti. “Non siamo né bestie né carne da macello. Abbiamo segnalato le procedure di violazione dei diritti umani di questo istituto e nessuno vuole né sistemare il problema né fare niente”. Si sono rivolti all’associazione “Quei Bravi Ragazzi Family” perché hanno esaurito ogni altra strada. A tutto questo si aggiungono le denunce di altri avvocati che hanno depositato esposti formali per maltrattamenti, percosse e torture. Il garante nazionale non si è ancora visto. La procura non ha comunicato l’avvio di indagini. Il ministero tace. Avellino: L’appello del Garante dei detenuti: “Elena ha il cancro, bisogna garantirle cure fuori” di Simonetta Ieppariello ottopagine.it, 1 maggio 2026 Deve scontare la sua pena in carcere ad Avellino, ma è malata di cancro. Si chiama Elena ha 56 anni, e da alcune settimane le sono stati diagnosticati più tumori. Il suo quadro clinico la costringe ad enormi sofferenze e oggi il garante dei detenuti Samuele Ciambriello ha lanciato un appello per lei, perché si possa curare fuori dal carcere. “Elena soffre, sta male. Spiega Ciambriello. Bisogna garantirle cure fuori, quel diritto sancito dalla costituzione che vorrei fosse garantito anche ad altri malati carcerati”. L’evento in carcere - L’appello di Ciambriello è avvenuto oggi, in occasione del pranzo dentro il carcere con le detenute a Bellizzi Irpino. L’evento promosso dal Garante campano delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, Samuele Ciambriello, insieme al Rotary Club Pompei, presieduto da Guglielmo Spera si chiama “Dall’Io al Noi”, il progetto. “Vogliamo costruire un ponte tra dentro e fuori le sbarre, per creare occasioni non di semplice riflessione, ma di concreta maturazione dei principi fondamentali della riabilitazione reale”. Spiega Ciambriello. La sezione del carcere - La sezione è di media sicurezza, a trattamento avanzato. Ci sono spazi aperti, stanze dove le donne possono stare insieme, parlarsi, respirare qualcosa che assomiglia alla normalità. La direzione ha aperto le porte anche ai giornalisti oggi per un evento speciale, che ha visto i componenti del Rotary mangiare con le detenute e portare loro pietanze succulente da condividere. L’idea è semplice: rompere l’isolamento. Portare dentro un tavolo apparecchiato, gente che viene da fuori, il rumore di una conversazione che non riguarda il processo o la pena. Le parole del Garante - “Ho visto un clima nuovo tra agenti, educatori, sanità e direzione del carcere. Questo lo noto con piacere - spiega Ciambriello”. Ma restano i numeri dell’emergenza: “Mancano agenti. Qui dentro mancano cinque educatori. Mancano figure sociali. Se non ci sono queste figure di ascolto, questi locali delle donne sono utili ma non bastano”. La voce del Rotary - Spera ha raccontato com’è nata la storia. Anno scorso, 2025, idea di Anna Malinconico e appoggiata da Samuele Ciambriello, spinta dal past president Antonio Bottazzo. Alcune detenute erano uscite per un giorno. Pompei: gli scavi, il pranzo, la basilica, il sindaco. E una sfilata - abiti che avevano disegnato, tagliato e cucito loro stesse. “Per noi del Rotary questa è un’opportunità”, ha detto Spera. “Un’opportunità per capire, far capire e condividere. Servire al di sopra di qualsiasi interesse personale: è questo il nostro progetto principe”. Sanremo (Im). La busta paga che riabilita dopo la condanna di Giulio Gavino La Stampa, 1 maggio 2026 Un contratto, vero, con busta paga, i contributi pagati e tutti gli annessi e connessi, per riprendere a vivere dopo aver saldato il conto con la Giustizia e la Società. Da trafficante di droga all’impiego stabile con un’azienda che ha bisogno di manodopera qualificata. E’ iniziato qualche tempo fa un progetto che non fa del reinserimento solo una “stampella” provvisoria ma una pietra angolare della “seconda vita” fuori dal carcere. A beneficiarne, in effetti, è un detenuto poco più che trentenne che al momento vive in regime di semi-libertà. Ma ancora per poco. Di giorno se ne va al lavoro, la sera per dormire torna in cella. Il posto gliel’ha dato la cooperativa Ma.Ris. quella che gestisce, e bene, la Rsa Casa Serena per conto del Comune di Sanremo. Il tutto è stato possibile dopo l’istituzione, voluta dal vice sindaco e assessore ai servizi sociali Fulvio Fellegara, del Garante dei Detenuti, nella persona di Luca Ghiglione, che è riuscito a gettare un ponte di costruttiva collaborazione con la direzione del penitenziario di valle Armea. “Un percorso importante - spiega - dove il lavoro rappresenta non un’opportunità ma una garanzia”. Certo, per poter avere l’offerta bisogna essere dei detenuti modello, con tutte le segnalazioni e gli avvalli, dagli educatori del carcere alla direzione. “Perchè il problema è che in carcere spesso non si fa nulla - spiega il Garante - la determinazione ad una riabilitazione concreta passa dal lavoro”. Il Comune di Sanremo ha presentato già due progetti che sono al vaglio del ministero di Grazia e Giustizia, ma la prima busta paga reale rappresenta una novità importante. “In una realtà come quella del Ponente - spiega ancora Ghiglione - dove spesso di cerca personale che non si trova le aziende possono iniziare questo percorso e dare un’opportunità a chi ha vissuto l’esperienza carceraria con lo spirito e la convinzione della riabilitazione”. E a supporto c’è anche una legge dello Stato che per questo tipo di contratti garantisce sgravi contributivi anche nell’ordine di 500 euro al mese. “È il giusto equilibrio - spiega il Garante - ci abbiamo provato e sta funzionando”. Lo sanno bene i nonnini della casa di riposo che a quel giovane si affidano tutti i giorni o quelli di frazione Poggio che hanno imparato a conoscerlo e a dargli, contratto a parte, un’altra possibilità reale e concreta, che passa da una pacca sulla spalla, a un sorriso e una stretta di mano. Se si sbaglia e si paga, insomma, si può ripartire. Salerno. Dialogo sulla giustizia riparativa tra Samuele Ciambriello e Manuela Siniscalco cronachesalerno.it, 1 maggio 2026 Si è tenuto ieri un dialogo aperto tra S. Ciambriello e Manuela M. Siniscalco una delle mediatrici del centro di giustizia riparativa istituito a Salerno. Il dialogo ha spaziato dall’importanza di divulgare la cultura della giustizia riparativa preparando sempre di più i mediatori esperti nelle università - oggi deputate alla formazione dei nuovi mediatori - per poi concludersi con una proposta concreta del garante dei detenuti alle mediatrici di giustizia riparativa di Salerno di iniziare con lui questa opera di divulgazione della G. R. proprio tra i detenuti negli istituti penitenziari del territorio. I percorsi di giustizia riparativa, volti alla ricomposizione del conflitto, non rappresentano una giustizia alternativa alla giustizia tradizionale, con superamento del paradigma punitivo, e nemmeno un modello sussidiario, ma un modello invece “complementare”, tendente alla ricomposizione del conflitto per promuovere la pacificazione sociale. L’art. 42, comma 1, lettera a) del Decreto Legislativo 150/2022 recita: “Ogni programma che consente alla vittima del reato, alla persona indicata come autore dell’offesa e ad altri soggetti appartenenti alla comunità di partecipare liberamente, in modo consensuale, attivo e volontario, alla risoluzione delle questioni derivanti dal reato, con l’aiuto di un terzo imparziale, adeguatamente formato, denominato mediatore”. Tale definizione racchiude e sintetizza tutto ciò che è stato detto, studiato e sperimentato negli anni intorno alla giustizia riparativa, a livello nazionale e internazionale, comprendendone lo spirito, i principi, gli obiettivi e le pratiche sottese. Potremmo dire metaforicamente che i mediatori esperti in giustizia riparativa con le persone coinvolte nella vicenda penale (autore dell’offesa e persona offesa) utilizzano la stessa la tecnica di restauro ideata alla fine del 1400 da ceramisti giapponesi per riparare le tazze per la cerimonia del thé (tecnica del kintsugi letteralmente “riparare con l’oro”). Le linee di rottura, sono lasciate visibili, evidenziate con polvere d’oro. Gli oggetti in ceramica riparati con l’arte Kintsugi diventano vere opere d’arte: l’impreziosire con la polvere d’oro accentua la loro bellezza, rendendo la fragilità un punto di forza e perfezione. Ogni ceramica riparata presenta un diverso intreccio di linee dorate unico e irripetibile per via della casualità con cui la ceramica può frantumarsi. La pratica nasce dall’idea che dall’imperfezione e da una ferita possa nascere una forma ancora maggiore di perfezione estetica e interiore. Ed è realmente ciò che accade quando il percorso di giustizia riparativa riesce. Presente all’incontro anche l’avv. Luigi Gassani che così commenta: “È una materia che deve ancora essere perfezionata per la delicatezza e l’importanza del fine che si propone! Ma è e sarà sicuramente uno strumento di grande aiuto per la vittima ed i suoi familiari per trovare la pace che meritano e per il carnefice per il ravvedimento ed il riscatto sociale e spirituale! Possiamo dire che realizza la finalità della pena che deve essere la rieducazione del condannato come il dettato costituzionale di cui all’art. 27 impone. La pena non deve essere una vendetta dello Stato e la giustizia riparativa è l’incontro tra due dolori che solo riavvicinandoli si potranno salvare… magari abbracciandosi”. Riparare l’irreparabile: la Giustizia riparativa sul nuovo Gutenberg di Eugenio Raimondi Avvenire, 1 maggio 2026 Per non limitarsi alla sola tregua, la giustizia riparativa ricerca una terzietà generativa che non imponga dall’alto ciò che richiede invece un processo lento, teso al futuro. Per non limitarsi alla sola tregua, il nuovo numero di Gutenberg, il supplemento culturale di Avvenire in edicola e in digitale il 1° maggio, affronta le pratiche e le forme della giustizia riparativa, dal pensiero giuridico ai casi concreti, fino alle risonanze culturali e storiche della ferita. Il numero - illustrato dalle sculture di Filippo La Vaccara - si apre con la riflessione di Adolfo Ceretti e Roberto Cornelli, che nel loro volume “Per una pace possibile”, affrontano il nodo della giustizia di transizione nei contesti di guerra: attraverso il concetto di terzietà generativa, il testo mette al centro la necessità di istituzioni capaci di accogliere la pluralità delle memorie, di riconoscere le ferite e di favorire processi lenti di ricostruzione della convivenza, oltre la logica della sola tregua. Viviana Daloiso intervista Antoine Garapon, giurista ed ex magistrato coinvolto nella Commissione francese sugli abusi nella Chiesa che, a partire dall’esperienza di ascolto delle vittime, riflette sui limiti della risposta penale e sulla possibilità di percorsi riparativi capaci di rimettere in movimento la vita, restituendo riconoscimento e credibilità alle istituzioni chiamate a confrontarsi con una ferita profonda. L’articolo di Giovanni Scarafile approfondisce il paradigma della giustizia riparativa dal punto di vista teorico: il dialogo emerge come nucleo centrale del processo, non come tecnica o protocollo orientato al risultato ma come spazio relazionale in cui vittime, autori e comunità possono affrontare il danno, assumere responsabilità e ricostruire legami spezzati. Il monografico prosegue con il contributo di Riccardo Michelucci dedicato alla storia di Patrick Magee e Joanna Berry, autore e vittima dell’attentato di Brighton del 1984: il loro percorso di incontro e confronto, avviato dopo gli Accordi del Venerdì Santo, viene raccontato come esperienza concreta di responsabilità oltre il dolore, capace di trasformare la memoria del trauma del conflitto irlandese senza cancellarla. Chiude il monografico Francesco Cajani, che accosta il tema della riparazione alla riflessione musicale e simbolica a partire dal brano Scars degli U2, dove la ferita viene riletta come cicatrice esposta, soglia di verità e possibilità di rinascita, in dialogo con esperienze di giustizia riparativa e con una dimensione spirituale che non rimuove il dolore ma lo attraversa. Il primo approfondimento della sezione Percorsi riguarda la moda tra storia e cultura contemporanea: Alessandra De Luca prende spunto dall’uscita del film Il diavolo veste Prada 2 per ricostruire il ruolo della moda come linguaggio culturale capace di produrre frasi?icona, immaginari condivisi e continuità simboliche nel tempo; accanto, Giorgio Agnisola presenta il libro Cucire universi di Domitilla Dardi che rilegge i saperi tessili e artigianali come pratiche complesse di progetto, superando la distinzione tra arti maggiori e minori e restituendo centralità a gesti come il cucire e il rammendare. Il secondo percorso approfondisce il tema dell’anoressia. Roberto Carnero racconta il romanzo La ragazza d’aria di Andreea Simionel seguendo la storia di Aryna, adolescente romena alle prese con un disturbo alimentare intrecciato a migrazione, identità e percorso di cura; Eugenio Giannetta analizza il memoir Corpi e confini di Sarah Aziza, in cui l’esperienza dell’anoressia si intreccia alla memoria dell’esilio palestinese e al corpo inteso come confine, archivio e luogo di resistenza. Chiude il numero un viaggio nella Smirne multietnica distrutta nel 1922: Lorenzo Fazzini ripercorre il grande incendio che cancellò la città cosmopolita sull’Egeo attraverso Smirne in fiamme, saggio storico del giornalista tedesco Lutz C. Kleveman, e il romanzo Le streghe di Smirne di Mara Maimaridi, ricostruendo le responsabilità della pulizia etnica, le deportazioni forzate e l’indifferenza delle potenze occidentali di fronte alla fine di una città?mondo. Ci interessa solo il carcere delle serie tv di Simona Bonfante Il Riformista, 1 maggio 2026 Le serie tv a tema carcerario vanno sempre fortissimo. Oz, Prison Break, Orange Is the New Black ma anche l’italianissima Mare Fuori fanno audience, appassionano il pubblico, creano un corpo solido di fedeli del genere. Il carcere delle serie è naturalmente un carcere finto, un pretesto narrativo più che un oggetto di racconto. Il carcere vero interessa parecchio meno, diciamo quasi niente. L’attenzione si accende di rado, quando scoppia una rivolta, per esempio, o quando a fine anno si fa la contabilità dei morti suicidi. Si comprende come, nello scroll ininterrotto, l’attenzione sfugga e nel diluvio di meme, foto, video e roba del genere il carcere non ci possa stare perché non escono foto, video o reel da dentro. Pensavo quanto sarebbe stato potente il racconto dalla galera che con cadenza diaristica fanno Gianni Alemanno e Fabio Falbo da Rebibbia - dove sono reclusi. Scrivono e pubblicano articoli fortissimi che, se invece di parole da leggere fossero foto, video o stories colpirebbero l’attenzione delle persone qua fuori - i noi con la testa sempre piegata sul telefono. Il programma Radio Carcere che Riccardo Arena conduce su Radio Radicale da decenni è una miniera di storie umanissime e concretissime. Il giovedì, in particolare, è dedicato alle lettere che i detenuti scrivono alla radio, e alle amare testimonianze delle persone che dal carcere sono appena uscite. Si capiscono così tante cose e ci si immedesima nella vita di quelle persone, esattamente come si fa con i personaggi delle serie tv. E invece con le persone vere, con i carcerati veri questa immedesimazione non c’è. Perché? Nel processo in corso per il pestaggio al carcere di Santa Maria Capua Vetere - cui il Riformista ha dedicato una serie di episodi del podcast Processi - si scava nella dimensione quotidiana di una galera grande quanto un quartiere di una media città. Nella ricerca della verità processuale, si analizzano le procedure, l’organizzazione, la filiera di comando, le responsabilità. Si cerca di ricostruire la quotidianità delle persone che vivono una galera, detenuti e detenenti, e si cerca una ratio che invece spesso non c’è. Al processo di Santa Maria si è arrivati grazie alle foto che si è fatto uno dei detenuti pestati con un telefono posseduto illegalmente. I telefoni in carcere sono vietati. Le perquisizioni - come quella predisposta il giorno del pestaggio - vengono fatte proprio per trovare telefoni. Come tutte le cose proibite, anche i telefoni in carcere sono comunissimi. Basterebbe regolamentarne l’uso, invece che vietarli. Avviene già in altri Paesi europei; d’altronde i telefoni si possono controllare. I racconti di Alemanno e Falbo arriverebbero così davvero anche a noi qui fuori. Chissà, magari ora che con l’ultimo decreto Sicurezza in galera entreranno anche agenti provocatori, forse capendo dal di dentro come funziona la proibizione, l’idea di legalizzare a loro verrà. “Mare fuori”, fenomeno tv che usa il linguaggio dei giovani di Aldo Grasso Corriere della Sera, 1 maggio 2026 Giunti infine alla sesta stagione, le modalità con cui “Mare Fuori” - una coproduzione Rai Fiction-Picomedia, per la regia di Beniamino Catena e Francesca Amitrano - viene offerto al pubblico non cambiano. Forse sarebbe più corretto scrivere “ai pubblici”, perché la serie è ormai diventata un caso di scuola per la tv contemporanea che ibrida il palinsesto con le piattaforme digitali. Come già per le stagioni precedenti, “Mare Fuori” - che rappresenta e si rivolge a un pubblico giovane - passa prima da RaiPlay per poi approdare su Rai 2, in una più classica programmazione in prima serata (4,9% di share). Non è facile descrivere la trama, che vede una Rosa Ricci (Maria Esposito) più protagonista e intensa che mai. Nelle intenzioni, “Mare Fuori” vuole porsi agli antipodi di “Gomorra”, raccontando sì storie di marginalità e devianza giovanile, ma all’interno del contesto pedagogico e rassicurante del servizio pubblico. Eppure, la serie tradisce l’inevitabile riferimento e strizza l’occhio a un universo narrativo conosciuto, rodato e di successo: nel linguaggio, nell’utilizzo (a tratti) del dialetto più stretto, che rende necessari i sottotitoli, e nella scelta delle musiche. Perché i giovani detenuti dell’IPM di Napoli, che cercano di trovare la loro strada tra le sfide e le ombre della reclusione, piacciono ai ragazzi più di altre fiction italiane? Il punto principale è che la serie parla la loro lingua. Non solo per il linguaggio diretto e spesso crudo, ma per il modo in cui racconta emozioni e conflitti: amicizia, amore, tradimento, desiderio di riscatto. Non c’è quella distanza “da adulti che spiegano i giovani”, ma una narrazione che sembra stare dentro il loro mondo. C’è poi un’estetica molto riconoscibile: musica, ritmo veloce, scene intense, uso marcato dei social. Molti ragazzi scoprono la serie attraverso TikTok o Instagram, dove alcune scene diventano virali. Questo crea un senso di appartenenza: guardarla diventa quasi un fenomeno collettivo. Questa nuova stagione appare più dura e malinconica rispetto alle precedenti, con una maggiore attenzione alla violenza e al lato oscuro dei personaggi. Quanto potere nelle mani di un prefetto di Franco Corleone L’Espresso, 1 maggio 2026 In nome della sicurezza, un sistema fatto di Daspo urbani, fogli di via, zone rosse, che incide sui diritti. Alla vigilia della Liberazione è stato approvato l’ennesimo decreto sicurezza, privo dei requisiti costituzionali di necessità e urgenza, con una conclusione farsesca che ha certificato una profonda crisi istituzionale e la riduzione del ruolo del Presidente della Repubblica. La Camera dei deputati si è rifiutata di correggere un errore del Senato (dando un colpo mortale al bicameralismo) e ha bocciato le pregiudiziali di costituzionalità su un punto riguardante il diritto di difesa, segnalato dal Quirinale, e il governo ha messo una toppa con un decreto abusivo, per cancellare una norma non in vigore e costringendo Mattarella a un doppio salto mortale. È stato messo in luce il coacervo di norme gravissime come il fermo di polizia per 12 ore e l’organizzazione di “agenti provocatori” in carcere. Non è stata invece colta la violazione dell’articolo 17 della Costituzione che non prevede il preavviso per le riunioni anche in luogo aperto al pubblico, mentre deve essere dato preavviso alle autorità solo delle riunioni in luogo pubblico. Nella modifica dell’art. 18 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza vengono equiparate le due situazioni e la depenalizzazione si accompagna a una sanzione amministrativa fino a 10.000 euro che vieta di fatto il diritto di manifestazione ai giovani. Il Consiglio superiore della magistratura ha contestato un aspetto del decreto legge che “si pone in linea di continuità con un più ampio processo di progressivo rafforzamento degli strumenti di prevenzione personale e di controllo amministrativo del territorio”. Ma quel parere non conta, confermando la eliminazione del Csm contenuta nel referendum sulla separazione delle carriere. Invece questo disegno, di amministrativizzazione della sicurezza, è stato messo in luce con lucidità dalla costituzionalista Alessandra Algostino. Un sistema fatto di Daspo urbani, fogli di via, zone rosse, che incide sui diritti fondamentali attraverso strumenti apparentemente più “leggeri” del diritto penale, ma in realtà fondati sul sospetto, sull’alta discrezionalità e su un controllo giurisdizionale debole o differito. Si estendono categorie come la pericolosità sociale, si ampliano i poteri di prefetti e questori. Si tratta di un reticolo pervasivo destinato a creare un impianto fuori dal perimetro costituzionale, pronto per l’uso arbitrario e senza controllo. D’altronde la nomina di prefetti e questori a ministri dell’Interno è diventata cosa scontata e non desta scandalo. Nel 1944, Luigi Einaudi definì i prefetti “una lue che fu inoculata nel corpo politico italiano da Napoleone, dittatore all’interno, amante dell’ordine e sospettoso, come tutti i tiranni, di ogni forza indipendente” in un articolo intitolato Via il Prefetto! in cui proponeva la loro abolizione. Purtroppo sono dimenticate le considerazioni di Umberto Terracini e di Emilio Lussu presentate nella discussione all’Assemblea costituente; per non parlare della denuncia del ruolo dei prefetti in epoca giolittiana da parte di Salvemini, Gobetti e Matteotti. Sarebbe almeno il caso, in tempi di retorica autonomista, riprendere le riflessioni di Massimo Severo Giannini che nel 1950 affermava: “Se si dovesse considerare il problema dal punto di vista dell’ideale perfezione di uno Stato democratico, non si potrebbe esitare nel concludere che le Prefetture sono organici antidemocratici”. La libertà di stampa ai minimi da 25anni, Rsf lancia l’allarme di Emilio Minervini Il Dubbio, 1 maggio 2026 La libertà di stampa è ai suoi minimi da un quarto di secolo a questa parte. È l’allarme lanciato dall’Ong francese Reporters sans frontiers (Rsf) nel suo ultimo rapporto sulla libertà di stampa nel mondo pubblicato ieri. Da 25 anni Rsf vigila sullo stato di salute della libertà di stampa nel mondo con l’Indice globale sulla libertà di stampa. “In oltre la metà dei paesi del mondo, lo stato della libertà di stampa rientra ormai nelle categorie “difficili” o “molto gravi” - si legge nella nota stampa pubblicata da Rsf che ogni anno redige l’Indice globale della libertà di stampa - in 25 anni il punteggio medio complessivo dei 180 Paesi valutati è ai minimi storici. Il giornalismo non è mai stato così pericoloso e il nostro diritto collettivo a essere informati non è mai stato così minato. Le notizie vengono criminalizzate su scala internazionale, il che si riflette nel calo del punteggio legale complessivo dell’Indice. Leggi sempre più restrittive stanno erodendo il diritto all’informazione, anche nei paesi democratici”. Lo scopo dell’Indice è di confrontare il livello di libertà di stampa tra i 180 Paesi compresi nella ricerca. La definizione di libertà di stampa che sta alla base del lavoro di Rsf e del suo gruppo di esperti nella compilazione dell’indice è “la capacità dei giornalisti, in quanto individui e collettivi, di selezionare, produrre e diffondere notizie nell’interesse pubblico indipendentemente da interferenze politiche, economiche, legali e sociali e in assenza di minacce alla loro sicurezza fisica e mentale”. Sulla base di questa definizione il questionario e la mappa sulla libertà di stampa sono suddivisi in cinque categorie o indicatori distinti, quali il contesto politico, il quadro giuridico, il contesto economico, quello socioculturale e la sicurezza. L’Indice posiziona i diversi Paesi o territori tramite un punteggio tra 0 e 100, in cui 0 è il minimo e 100 il massimo, assegnato a ciascuno di essi. Il punteggio è determinato dal numero di abusi subiti dai giornalisti e dai media e dai risultati dei questionari inviati da Rsf ai giornalisti di ogni Paese o territorio coinvolto. I questionari anonimi vengono inviati ai giornalisti selezionati a fine novembre e restituiti entro febbraio con la sola indicazione geografica, sono composti da 124 domande, suddivise nelle cinque categorie sopracitate. Rsf ha creato la Mappa della libertà di stampa che divide i vari Paesi e territori in colori determinati dal punteggio: 85-100 punti verde, buono; 70-85 punti giallo, soddisfacente; 55-70 punti arancio chiaro, problematico; 40-55 punti arancio scuro, difficile; 0-40 punti rosso, molto grave. Per il decimo anno consecutivo la Norvegia occupa il primo posto dell’Indice, seguita dai Paesi Bassi e dall’Estonia, mentre Cina, Corea del Nord ed Eritrea chiudono la classifica. L’Italia si trova alla 56’ posizione con un punteggio di 65.16, l’anno scorso era 49’ con 68.01. Sulla mappa compare con il colore arancio chiaro. Sul risultato del nostro Paese hanno influito la mancata implementazione del media freedom act, il caso Paragon, l’ingerenza della politica nella RAI, il blocco da quasi un anno ormai della vigilanza Rai e il fatto che 28 giornalisti sono attualmente sotto scorta. Nonostante “il panorama mediatico italiano” sia “ben consolidato” e disponga “di un’ampia gamma di organi di informazione che offrono una diversità di opinioni”, si legge nella scheda relativa all’Italia, esistono casi in cui “i professionisti dei media cedono all’autocensura, sia per conformarsi alla linea editoriale della propria organizzazione giornalistica, sia per evitare una causa per diffamazione o altre forme di azione legale”. A livello politico tra le cause dell’aggravio della situazione in Italia Rsf individua la “legge bavaglio”, che vieta la pubblicazione di ordinanze e intercettazioni tramite citazioni e virgolettati; mentre dal punto di vista legale sono l’alto numero di Slapp - strategic lawsuits against public participation o azioni legali temerarie - e la “criminalizzazione della diffamazione”, a pesare sul punteggio. Sul piano economico la crescente dipendenza dei media dagli introiti pubblicitari e dai finanziamenti statali in combinazione con il calo delle vendite dei giornali hanno generato un “crescente senso di precarietà che mina pericolosamente il giornalismo, il suo dinamismo e la sua autonomia”. Anche “la crescente polarizzazione della società italiana” contribuisce a erodere la libertà di stampa in quanto “colpisce direttamente i giornalisti, che sono spesso sottoposti ad attacchi verbali e fisici durante le manifestazioni politiche”. “Gli attacchi al diritto all’informazione sono più diversificati e sofisticati e i loro autori ora operano alla luce del sole - afferma Anne Bocandè direttrice Editoriale di Rsf - Stati autoritari, poteri politici complici o incompetenti, attori economici predatori e piattaforme online sottoregolamentate sono direttamente e in larga maggioranza responsabili del declino globale della libertà di stampa - prosegue Bocandè - Non basta più limitarsi a enunciare i principi misure efficaci per proteggere i giornalisti sono essenziali e devono essere viste come un catalizzatore del cambiamento. Gli attuali meccanismi di protezione non sono sufficientemente forti; il diritto internazionale viene minato e l’impunità è diffusa. Abbiamo bisogno di garanzie ferme e sanzioni significative. La palla è nel campo delle democrazie e dei loro cittadini. Spetta a loro ostacolare coloro che cercano di mettere a tacere la stampa. La diffusione dell’autoritarismo non è inevitabile”. Quando scommettere sulla realtà la deforma di Alessandro Saccomandi Avvenire, 1 maggio 2026 Il problema non è soltanto morale - se sia accettabile speculare su guerre e tragedie - ma anche molto concreto: questi mercati rischiano di influenzare gli eventi stessi. Il futuro, oggi, si acquista con pochi spiccioli: una quota, un clic. Pura speculazione: borse valori dove non si scambiano azioni di aziende, ma scommesse sul verificarsi di eventi futuri. Sono i prediction market, arene digitali in cui si monetizza l’incertezza puntando sull’esito di eventi reali. Il valore dei contratti fluttua in base alle probabilità stimate dal mercato: se il “no” a un referendum vale il 55%, la quota costa 55 centesimi; in caso di vittoria, se ne incassa uno - dollaro o euro. In alternativa, si può speculare sulla variazione: vendere a 70 centesimi una quota pagata 55 garantisce un profitto immediato. Il claim di Kalshi è tristemente chiaro: “Il mondo. Scommettici sopra”. E i dati confermano la tendenza: dai volumi di 1,2 miliardi di dollari mensili nel 2025 al picco di 23,9 miliardi nel marzo 2026, con 192 milioni di transazioni. Kalshi punta a chiudere il 2026 con ricavi superiori a 1,5 miliardi di dollari, mentre colossi come DraftKings iniziano a presidiare il settore. La regina del comparto resta comunque Polymarket. Nata nel 2020 a New York dall’intuizione del giovane Shayne Coplan, opera su blockchain e accetta puntate in stablecoin, criptovalute progettate per mantenere un prezzo “stabile”, di solito ancorato al dollaro. Con 700mila utenti attivi mensili, la piattaforma punta a una nuova raccolta di capitali con una valutazione fino a 20 miliardi di dollari. Insieme, Kalshi e Polymarket controllano ormai il 90% del mercato globale. Le autorità di vigilanza, però, forse sottovalutando il fenomeno, per ora non le considerano veri strumenti finanziari e tendono a trattarle come forme di gioco d’azzardo non regolamentato. In Italia l’accesso è bloccato: Kalshi è inaccessibile e Polymarket resta visibile, ma senza la possibilità di puntare. Limiti che una normale VPN consente di eludere facilmente: lo suggeriscono anche i 900mila dollari scommessi sul referendum italiano, cifra difficilmente ascrivibile ai soli scommettitori esteri. Il problema non è soltanto morale - se sia accettabile speculare su guerre e tragedie - ma anche molto concreto: questi mercati rischiano di influenzare gli eventi stessi. I sospetti di insider trading sono numerosi. Poche ore prima dell’uccisione di Khamenei, l’utente “Maga Mi Man” avrebbe puntato 20mila dollari sulla sua rimozione, guadagnandone 120mila; a gennaio, sul rapimento dell’ex presidente venezuelano Maduro, un utente avrebbe incassato oltre 400mila dollari. Una logica rivendicata, almeno in parte, dallo stesso fondatore di Polymarket: “Creiamo un incentivo finanziario affinché le persone divulghino le informazioni al mercato”. Oggi, con l’integrazione delle quote nel terminale Bloomberg - la piattaforma usata da banche, fondi e trader per seguire mercati, notizie e dati in tempo reale - e con la loro trasmissione in diretta anche sulla CNN, cresce il rischio di profezie che si autoavverano: una probabilità del 90% che il petrolio superi i 100 dollari al barile può spingere i trader ad agire, contribuendo a far salire davvero il prezzo. Dopo cripto, app di trading, NFT e meme coin, anche l’attesa diventa un mercato. E la nostra stessa vita rischia di trasformarsi in una scommessa. Il tecnofascismo di Palantir è un dominio senza idee. E si combatte con la politica di Federico Zuolo* Il Domani, 1 maggio 2026 Di fronte al manifesto pubblicato sul profilo di Palantir, dobbiamo chiarire quali opzioni politiche e materiali effettivamente abbiamo, senza farci sviare dagli oscuri riferimenti filosofici. La battaglia politica, deve iniziare da subito, denunciando chi si sottomette a questi personaggi, e deve puntare all’indipendenza tecnologica da queste dinamiche di asservimento. Cosa c’è dietro al manifesto di Palantir? Thiel e Karp, i capi di Palantir, propongono una chiamata alle armi che molti hanno chiamato tecnofascismo. Di fronte al pericolo reale, dobbiamo chiarire quali opzioni politiche e materiali effettivamente abbiamo, senza farci sviare dagli oscuri riferimenti filosofici C’è grande attenzione e preoccupazione verso la presunzione teorica di Peter Thiel. Dopo la sua tournée romana in cui a porte chiuse ha cercato di reclutare parte dell’élite contro l’avvento dell’anticristo, si è discusso molto del successivo compendio in punti offerto da Alex Karp su X. Come è noto, Thiel e Karp sono i capi di Palantir, azienda tecnologica americana che offre servizi di aggregazione di dati per fini di intelligence e sorveglianza di massa. Le prese di posizione di Thiel e Karp non fanno mistero di proporre un ritorno al bellicismo, dopo decenni di presunto infiacchimento occidentale, sostenendo l’idea che le aziende private (Palantir in primis) dovrebbero guidare un’azione statale più aggressiva. Dalle scarpe di Trump all’Anticristo di Peter Thiel: il nuovo ordine delle élites Le idee Oltre allo sdoganamento della logica militare e alla subordinazione dello stato verso le aziende tecnologiche private, ciò che ha giustamente sorpreso molti commentatori è stata la “spudoratezza” del manifesto di Karp. Da un lato, abbiamo quindi una chiamata alle armi in compendio (Karp): l’Occidente è in crisi perché molle verso i propri nemici e l’unica soluzione è una nuova alleanza tra potere materiale (la tecnologia) e apparato statale; dall’altro lato, abbiamo un tentativo apparentemente più sofisticato di giustificazione meta-storica, proposto da Thiel. In molti si sono arrovellati sugli oscuri riferimenti di quest’ultimo che denuncia come anticristo la limitazione dell’intelligenza artificiale e l’internazionalismo morale e giuridico liberale. Appellandosi a personaggi come Carl Schmitt e René Girard, Thiel sostiene un ritorno alla necessarietà della logica amico-nemico, che un liberalismo imbelle avrebbe dimenticato. Dietro l’apparente oscurità dei riferimenti filosofici, però, si nasconde ben poco. L’opinione pubblica democratica rimane comprensibilmente perplessa di fronte a questo atteggiamento che è tanto sfacciato nella sostanza del messaggio, quanto oscuro nelle sue basi teoriche. C’è chi ha sostenuto che siamo di fronte a una vera e propria ideologia di Palantir, che dovremmo combattere con le armi della critica ideologica. Ma dovremmo chiarirci le idee su cosa veramente sia questa “ideologia”. I padri della teoria critica, Max Horkheimer e Theodor W. Adorno, sostenevano che si può fare critica ideologica solo verso apparati che presentino una certa idea di giustizia, per quanto fallace: mostrando l’inconsistenza e l’incapacità di realizzare ciò che promette, la critica smonta l’apparenza dell’ideale rivelando quali interessi effettivamente sostiene. Secondo Horkheimer e Adorno, invece, chi “si proponesse di criticare per questa via la cosiddetta ideologia del nazionalsocialismo sarebbe vittima della propria ingenuità”. Il Palantir-pensiero sembra essere qualcosa del genere: idee che sono evidentemente pura affermazione di forza (tecnologica) e interessi (aziendali), la cui giustificazione teorica (i riferimenti filosofici di Thiel) è troppo ambigua o evanescente per poter fornire una vera e propria costruzione ideologica. In questo contesto, è anche significativo che l’elaborazione di questa visione sia fatta da due personaggi (Thiel e Karp) che sono i portatori di interessi di cui si fanno ideologi. Sintomo di un’epoca caratterizzata dalla disintermediazione narcisistica, i due capi non si nascondono, o forse non si sono nemmeno posti il problema di trovare un utile scribacchino che potesse elaborare al posto loro la giustificazione dei loro interessi. Dopo il nucleare, la deterrenza si fa con l’intelligenza artificiale. Il manifesto di Palantir fa paura Il campo di battaglia Se siamo di fronte a una pre-ideologia, cioè a un insieme di idee troppo grezzo e sfacciato per poter essere genuinamente decostruito, dobbiamo comunque chiederci cosa fare di fronte a un potere che comunque promette di avere un impatto significativo. Non potendo ignorare la questione, si deve comunque indicare il senso puramente strumentale di questo discorso, e per lo meno bloccare l’idea che l’unica risposta ai conflitti sia la guerra. La battaglia ideale, però, termina qui perché non c’è molto altro da dire e, pur dovendo riconoscere la questione, non è nemmeno il caso di dare troppo valore concettuale a riferimenti che hanno un limitato valore filosofico. La battaglia politica, invece, deve iniziare da subito, denunciando chi si sottomette a questi personaggi, pur dichiarandosi patriota, e, oltre a questo, deve puntare all’indipendenza tecnologica da queste dinamiche di asservimento. Se c’è un punto di verità in questa polemica confusa non è che gli ideali democratici del diritto e della discussione pubblica siano finiti, ma che risultano impotenti se non possono poggiarsi su basi reali (tecnologiche ed economiche) indipendenti da chi cerca il puro dominio. Quei leader irresponsabili che hanno abolito il futuro. *Filosofo