Oltre 64mila persone detenute su 46mila posti realmente disponibili di Andrea Carli Il Sole 24 Ore, 19 maggio 2026 La fotografia scattata dal XXII Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione in Italia, dal titolo “Tutto chiuso”. In otto istituti di detenzione il tasso di affollamento supera addirittura il 200%. Carceri italiane sempre più affollate e chiuse. Secondo la fotografia scattata dal XXII Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione in Italia, dal titolo “Tutto chiuso”, al 30 aprile 2026 nelle carceri italiane erano detenute 64.436 persone, a fronte di una capienza regolamentare di 51.265 posti che si riducono a soli 46.318 posti realmente disponibili. Il tasso reale di sovraffollamento ha così raggiunto il 139,1%. I risultati dell’indagine scaturiscono da 102 visite di monitoraggio svolte negli istituti penitenziari di tutta Italia dall’Osservatorio sulle condizioni di detenzione di Antigone. Arretra il sistema delle misure alternative alla detenzione - Per la prima volta rallenta, e in alcuni casi arretra, il sistema delle misure alternative alla detenzione: dal carcere si esce sempre meno. Le prese in carico degli Uepe (Ufficio locale di esecuzione penale esterna) per l’affidamento in prova ai servizi sociali, la misura alternativa più diffusa, sono state nel 2025 24.627, in calo rispetto alle 26.151 del 2024. Lo stesso accade per la detenzione domiciliare, i cui nuovi casi sono passati da 14.247 nel 2024 a 13.519 nel 2025. Mentre il carcere continua a riempirsi, denuncia Antigone, gli strumenti che potrebbero alleggerire la pressione sugli istituti e favorire percorsi più efficaci di reinserimento vengono utilizzati sempre meno. Alla fine del 2025, 24.348 persone detenute avevano un residuo pena inferiore ai tre anni e avrebbero potuto potenzialmente accedere a una misura alternativa. Tra queste, 7.790 persone avevano meno di un anno di pena residua da scontare. Nel 2025 sono 82 le persone che si sono tolte la vita in carcere. Dall’inizio del 2026 i suicidi sono 24. In meno di un anno e mezzo sono morte suicide 106 persone detenute. Gli atti di autolesionismo restano oltre quota 2.000 ogni 10.000 detenuti: in media un detenuto su cinque compie gesti autolesivi. In otto carceri il tasso di affollamento supera il 200% - Sono 73 gli istituti con un tasso di affollamento pari o superiore al 150%, mentre in 8 carceri si supera addirittura il 200%. Si tratta di Lucca (240%), Foggia (225%), Grosseto (213%), Lodi (212%), Milano San Vittore (210%), Brescia Canton Monbello (210%), Udine (210%) e Latina (204%). Gli istituti non sovraffollati sono appena 22 in tutta Italia. L’associazione sottolinea che nonostante il governo abbia annunciato da tempo un piano carceri, i posti realmente disponibili sono addirittura diminuiti di 537 unità dall’avvio del piano stesso. I ricorsi per trattamenti inumani o degradanti subiti dalle persone detenute - Dal 2018 al 2024, i tribunali di sorveglianza hanno accolto oltre 30 mila ricorsi per trattamenti inumani o degradanti subiti dalle persone detenute. Numeri superiori a quelli che portarono alla condanna nella sentenza Sentenza Torreggiani contro Italia, quando i ricorsi presentati furono circa 4.000. Crescono le pene più lunghe - Secondo Antigone l’aumento delle presenze non dipende da un aumento della criminalità. I reati in Italia restano sostanzialmente stabili e nei primi mesi del 2025 risultano in calo dell’8%. Calano anche gli ingressi in carcere e continua a diminuire il ricorso alla custodia cautelare, che oggi riguarda il 24,1% delle persone detenute. A crescere sono invece le pene più lunghe e gli effetti delle politiche punitive adottate dal governo, che dall’inizio della legislatura ha introdotto oltre 55 nuovi reati, più di 60 aggravanti e oltre 65 aumenti di pena. Il 45,9% dei detenuti è già stato in carcere da una a quattro volte - Ma soprattutto, aggiunge l’associazione, il sistema continua a fallire sul terreno decisivo: evitare che chi esce dal carcere torni a delinquere. Oggi solo il 40,8% delle persone detenute è alla prima carcerazione. Il 45,9% è già stato in carcere da una a quattro volte. Il 10,6% da cinque a nove volte. Il 2,7% addirittura più di dieci volte. È la dimostrazione, osserva ancora Antigone, di un sistema che non reinserisce e, di conseguenza, produce solo più insicurezza. Solo il 29,3% delle persone detenute lavora - Del resto i dati sulle attività che sarebbero fondamentali per i percorsi di reinserimento spiegano il perché di questa recidiva, con investimenti largamente insufficienti: solo il 29,3% delle persone detenute lavora; l’85,6% di queste lavora alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria, spesso in mansioni poco spendibili fuori; solo il 4,9% lavora per soggetti esterni. Appena il 7,9% frequenta corsi di formazione professionale, solo il 31% frequenta percorsi scolastici. E appena il 3% è iscritto all’università. Quasi il 60% dei detenuti è recidivo. Per questo il carcere in Italia è un fallimento di Andrea Oleandri lavialibera.it, 19 maggio 2026 Se la scuola producesse studenti incapaci di leggere e scrivere, parleremmo di un fallimento nazionale e ci indigneremmo. Eppure facciamo molta più fatica a indignarci per ciò che il carcere produce. In Italia non esiste un dato certo sul tasso di recidiva, ma esistono altri dati che in qualche modo ci aiutano a fotografare il tasso di ritorno alla criminalità per chi è già finito in carcere. Ad esempio quello che riporta Tutto Chiuso, il XXII rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione, presentato oggi, ci dice di come, tra le 63.499 persone detenute presenti al 31 dicembre 2025, solo 25.921 (il 40,8 per cento) erano alla prima carcerazione. Tutti gli altri avevano già conosciuto il carcere. Il 45,9 per cento era già stato detenuto da una a quattro volte. Il 10,6 per cento tra cinque e nove volte. Il 2,7 per cento addirittura oltre dieci volte. La recidiva come fallimento del sistema penitenziario - La recidiva da alcuni viene letta come propensione criminale di chi è in carcere o ci è finito. Invece sarebbe utile e necessario ribaltare questa visione e trattare questi dati per ciò che realmente rappresentano: il fallimento del sistema penitenziario italiano. Pensiamoci bene, spostando un attimo il focus su un altro luogo dello Stato: la scuola. Immaginiamo se la scuola italiana, che costa miliardi di euro ogni anno, producesse studenti incapaci di leggere e scrivere. Probabilmente parleremmo di un fallimento nazionale. Apriremo commissioni parlamentari, assisteremo a speciali televisivi e editoriali indignati. Ci chiederemmo come sia possibile continuare a finanziare un sistema che non raggiunge il suo obiettivo principale. Eppure facciamo molta più fatica a indignarci per ciò che il carcere produce. Ignorando quanto ci riguardi. A partire dal costo. Per il sistema penitenziario italiano lo Stato spende infatti circa 3,5 miliardi di euro l’anno, ma continua a produrre un risultato che dovrebbe allarmare chiunque parli di sicurezza: moltissime persone che entrano in carcere ci tornano. E ci tornano più volte. Un fatto che sottintende il vero mandato anticostituzionale del carcere, ossia vessare e punire quale esito di una vendetta sociale. Qui si torna ai dati con cui l’articolo si apriva. Quel circa 60 per cento di persone che in carcere già ci erano state, molte delle quali più e più volte. Che, tradotto altrimenti, significa che il carcere non sta interrompendo le traiettorie criminali, spesso le sta semplicemente attraversando, senza modificarle davvero. Questo dovrebbe essere il cuore di qualsiasi discussione pubblica sulla pena. La pena si allontana dal suo obiettivo: il reinserimento sociale - Sorprende che chi, come l’attuale governo, abbia prodotto recentemente due decreti sicurezza sia incurante degli studi, le analisi, le esperienze che raccontano di come una pena che offre possibilità di reinserimento sociale abbatta la recidiva. L’articolo 27 della Costituzione dice che le pene devono guardare al reinserimento sociale del condannato. Spesso questa frase viene trattata come un principio etico, quasi astratto, una concessione umanitaria dentro un sistema inevitabilmente punitivo. In realtà è anche una norma profondamente pragmatica. La recidiva ha costi economici e umani altissimi. Economici per lo Stato: per le carceri certo, ma anche per il sistema di ordine pubblico e per i processi. Umani per le persone: quelle detenute, che spesso non trovano opportunità diverse da quelle criminali; per tutti gli altri cittadini, che possono ritrovarsi potenziali future vittime. Insomma, la recidiva costa tanto e non fa bene alla sicurezza pubblica. Sorprende che chi, come l’attuale governo, abbia prodotto recentemente due decreti sicurezza sia incurante degli studi, le analisi, le esperienze che raccontano di come una pena che offre possibilità di reinserimento sociale abbatta la recidiva. Lo ricordava qualche tempo fa anche il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel) guidato dall’ex ministro di Forza Italia Renato Brunetta che, nell’ambito del programma “Recidiva Zero”, stimava che il dato della recidiva potesse calare fino al 2 per cento per le persone detenute che hanno avuto la possibilità di un inserimento professionale. E invece il carcere italiano continua a essere prevalentemente uno spazio di contenimento. Le celle si riempiono, il sovraffollamento cresce, le ore trascorse chiusi aumentano, ma gli strumenti per costruire un ritorno reale nella società restano drammaticamente insufficienti. Solo il 29,3 per cento delle persone detenute lavora. E nella maggior parte dei casi lavora per l’amministrazione penitenziaria stessa con mansioni spesso poco spendibili una volta fuori. Solo il 4,9 per cento lavora per soggetti esterni. Appena il 7,9 per cento frequenta corsi di formazione professionale. Il 31 per cento partecipa a percorsi scolastici e appena il 3 per cento è iscritto all’università. Numeri troppo bassi per pensare che il carcere possa davvero cambiare le traiettorie di vita delle persone che ospita. Dal 2024 al 2025 poi sono scesi anche i numeri delle persone che usufruiscono di misure alternative alla detenzione, che sappiamo essere più economiche per lo Stato e avere un impatto migliore sull’abbattimento della recidiva. Nel 2025 le prese in carico per affidamento in prova ai servizi sociali sono scese da 26.151 a 24.627. Anche la detenzione domiciliare è diminuita: da 14.247 a 13.519 nuovi casi. Piano carceri di Nordio, operazione ideologica senza strategia - Dunque anche quegli strumenti utili per combattere il sovraffollamento vengono usati meno. E sappiamo che laddove le carceri sono piene oltre le loro capienze è più difficile costruire percorsi individuali e offrire opportunità. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Per questo, se un “piano carceri” serve, questo non riguarda certo l’edilizia penitenziaria, ma dovrebbe interessare investimenti in attività e spazi utili per promuovere percorsi che portino le persone a costruire traiettorie che le allontanino da quelle che in carcere le hanno portate. Sapendo che un carcere che produce recidiva non è solo un carcere più ingiusto, ma è anche inefficiente. Non è un fatto di buonismo, ma di consapevolezza che una pena che restituisce alla società persone più fragili, più marginali e spesso più arrabbiate non sta proteggendo nessuno. Bambini dentro. Più che raddoppiati i piccini in carcere con le madri di Federica Olivo huffingtonpost.it, 19 maggio 2026 In un anno sono passati da 11 a 26. Il sintomo più evidente di una tragedia collettiva, nei numeri del rapporto Antigone. Aumentano i carcerati, quelli al carcere duro, quelli che potrebbero essere ai domiciliari, triplicati quelli che passano tutto il giorno in cella. Tutti i numeri di un fallimento. “Oltre il 60% dei detenuti trascorre la quasi totalità della giornata dietro le sbarre della propria cella, fatta eccezione per le canoniche ore d’aria”, è il ritratto di un carcere sempre più chiuso e asfissiante quello che emerge dal XXII Rapporto dell’associazione Antigone sulle condizioni di detenzione. Dopo aver effettuato 102 visite nei penitenziari di tutta Italia, i volontari di Antigone hanno raccontato una serie di (ulteriori) passi indietro nelle condizioni di detenzione. “Si sono moltiplicati - si legge nel report - gli istituti dove i detenuti trascorrono quasi tutta la giornata in celle affollate e malmesse, sempre più persone sono messe in isolamento e sorveglianza particolare, la società esterna è ostacolata all’ingresso in istituto, nelle sezioni di alta sicurezza si toglie la speranza, sempre più la gestione carceraria è affidata alla Polizia Penitenziaria svilendo il ruolo dei direttori”. Ad aggravare la situazione, una serie di circolari del Dipartimento di amministrazione penitenziaria che hanno reso più macchinoso l’iter per fare attività culturali e ricreative e ristretto al massimo i contatti tra carcere e mondo esterno. Di una di queste, la circolare di ottobre che ha reso molto difficile l’accesso alle attività teatrali nelle sezioni di pubblica sicurezza HuffPost ha scritto più volte. Il documento, dopo l’uscita di scena di Andrea Delmastro, è stato parzialmente modificato: per i detenuti di media sicurezza le decisioni spetteranno di nuovo ai direttori e ai provveditori, non agli uffici centrali di Roma come era stato deciso a ottobre. Invariata la situazione dell’alta sicurezza, ma dal momento che il Dap avrà meno richieste da vagliare, qualche spiraglio si apre anche per quelle sezioni. Il numero dei detenuti in alta sicurezza - perché ritenuti più pericolosi dei reclusi comuni, ma non così pericolosi da essere rinchiusi al 41 bis - è molto elevato: al 7 aprile erano 9.264, pari al 14,49% del totale delle persone detenute. Da febbraio 2025 non possono avere libertà di muoversi neanche all’interno delle loro stesse sezioni. Non è solo l’alta sicurezza a essere affollata: nonostante la mafia abbia cambiato di molto i suoi connotati negli ultimi 30 anni, aumentano anche i detenuti al 41 bis: sono 741 i detenuti al carcere duro. Erano 726 appena 6 mesi fa. Tre i dati che raccontano in maniera emblematica a cosa hanno portato le misure ipersecuritarie degli ultimi anni. Il numero dei detenuti costretti a passare quasi tutto il loro tempo in cella è triplicato, sono più che raddoppiati in un anno i bambini molto piccoli in carcere con le loro madri - erano 11, ora sono 26 - in sei anni inoltre è quasi raddoppiato il numero dei ricorsi accolti per trattamenti inumani e degradanti ai danni dei detenuti. Nel 2018 erano 3.115, nel 2024 5.837. Con circa 64.500 detenuti a fronte di una capienza di 18mila posti in meno, le carceri hanno raggiunto un livello di sovraffollamento del 139%. Che, evidenzia Antigone, si spiega anche con le pene sempre più lunghe che vengono inflitte. Il tutto, in un contesto in cui il tasso di criminalità resta stabile e diminuiscono i reati più efferati, come omicidio e femminicidio. I detenuti stranieri sono il 30%. Il carcere è sempre più affollato e ospita detenuti sempre più avanti negli anni: “Nel 2010 - si legge ancora nel report - i detenuti con meno di 40 anni erano in netta maggioranza, oltre il 60%. Alla fine del 2024 erano il 44,1% dei presenti. Alla fine del 2025 il 43,9%. Di converso gli over 50, che nel 2010 erano il 15,8% dei presenti, alla fine del 2024 erano il 29,4% ed alla fine del 2025 il 29,5%”. Un dato che viene considerato molto allarmante riguarda la riduzione delle misure alternative al carcere: “Nel corso del 2025 - spiega Antigone - le prese in carico degli Uepe (gli uffici che si occupano delle misure alternative, ndr) per affidamento in prova al servizio sociale sono state in tutto 24.627. Nel 2024 erano 26.151. Altrettanto sta accadendo con la detenzione domiciliare, la seconda misura alternativa alla detenzione per incidenza numerica. I nuovi casi presi in carico nel 2025 sono stati 13.519. Nel 2024 erano stati 14.247”. Tra i detenuti attualmente presenti in carcere, quasi 25mila persone hanno un residuo di pena di meno di tre anni. Potrebbero andare tutte ai domiciliari. Se ci si riuscisse, il problema del sovraffollamento sarebbe risolto. Il “piano carceri” del Governo? Finora ha tolto posti, invece di aumentarli di Enrico Cicchetti Il Foglio, 19 maggio 2026 I lavori avviati sono meno di un terzo di quelli promessi. E nel frattempo i posti disponibili sono diminuiti. Celle sovraffollate, attività bloccate e misure alternative in calo: la stretta penale del governo aggrava una crisi già fuori controllo. Il Commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria Marco Doglio aveva annunciato, un anno e mezzo fa, oltre 10.900 nuovi posti detentivi entro il 2027, con una spesa di 1,3 miliardi. Il 6 maggio scorso è stato audito alla Camera: dai dati emersi in quella sede, i posti in cui i lavori sono concretamente avviati sono 2.823, cui si aggiungono 1.516 di originaria competenza del ministero dei Trasporti. Il saldo reale, nel frattempo, è andato nella direzione opposta: dall’avvio del piano carceri, i posti disponibili negli istituti italiani sono diminuiti di 537 unità. Al 30 aprile 2026 le persone detenute erano 64.436, a fronte di 46.318 posti effettivamente fruibili. Tasso di sovraffollamento reale: 139,1 per cento. Sono 73 gli istituti in cui si supera il 150 per cento, 8 quelli oltre il 200. A Lucca si arriva al 240, a Foggia al 225. Gli istituti non sovraffollati, in tutta Italia, sono solo 22. È il XXII Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione - titolo: “Tutto chiuso” - a ricostruire questo quadro attraverso 102 visite di monitoraggio condotte nel 2025. Il punto politicamente più scomodo non è tanto che il piano carceri sia in ritardo, ma che funziona al contrario. La popolazione detenuta continua a crescere e i posti disponibili sono diminuiti. E l’affollamento non dipende da un boom di criminalità ma dall’inflazione legislativa penale del governo Meloni. In altre parole: i reati sono calati dell’8 per cento nei primi sette mesi del 2025, gli omicidi continuano a scendere, i furti pure. E gli ingressi in carcere sono in calo: sono le pene più lunghe e il raffreddamento delle misure alternative a gonfiare le presenze. Dall’inizio della legislatura, sono stati introdotti 55 nuovi reati, 60 aggravanti, 65 aumenti di pena, per un totale di oltre 400 anni di reclusione sommando i massimi edittali. Più fattispecie e pene più lunghe portano, per forza di cose, a carceri più piene. C’è poi la questione della chiusura interna agli istituti, che il rapporto documenta in modo sistematico. Il meccanismo è semplice: ogni attività che prevede l’ingresso di persone esterne deve ottenere il nullaosta del Dap centrale, con il risultato che a Padova si ostacolano le iniziative di Ristretti Orizzonti, a Saluzzo si vieta un incontro con gli studenti nell’ambito del Salone del Libro, a Genova e Monza il teatro va in scena senza pubblico esterno. Circolare per circolare, a partire dal 2022, oltre il 60 per cento dei detenuti è arrivato a trascorrere quasi l’intera giornata in cella. Solo il 7,9 per cento frequenta corsi di formazione professionale. Solo il 4,9 per cento lavora per datori esterni. Per la prima volta, inoltre, rallenta e in alcuni casi arretra il sistema delle misure alternative alla detenzione: dal carcere si esce sempre meno. Le conseguenze di questa logica non sono astratte: chiudere il carcere non lo ha reso più sicuro. E, come abbiamo più volte sottolineato, non solo per i detenuti. Le aggressioni contro la polizia penitenziaria sono cresciute del 12,4 per cento nel 2025. Quelle tra detenuti del 73 per cento dal 2021 a oggi. L’anno scorso almeno 82 persone si sono tolte la vita in carcere, 24 già nei primi mesi del 2026: 106 suicidi in sedici mesi. Il tasso è di 13 ogni 10.000 detenuti (nel mondo libero, con gli stessi numeri, si conterebbero 78.000 morti l’anno). Un detenuto su cinque compie gesti di autolesionismo. Il 46,5 per cento fa uso di sedativi o ipnotici. Il sistema fallisce su entrambe le estremità dell’età. Solo il 40,8 per cento dei detenuti è alla prima carcerazione. Il 45,9 per cento è già stato in carcere tra una e quattro volte. Il 2,7 per cento più di dieci: la recidiva non è un’anomalia, è la norma. Tra i più giovani il quadro non è migliore. Il decreto Caivano ha fatto crescere del 52,5 per cento la popolazione negli istituti penali per minorenni dal 2022, con tre nuovi Ipm aperti “precipitosamente”, scrive Antigone, spesso senza spazi adeguati, e con due inchieste in corso per torture sistematiche al Beccaria di Milano e a Casal del Marmo a Roma. I giovanissimi tra 18 e 20 anni, in calo per anni, tornano a salire: dall’1 all’1,6 per cento delle presenze. Dal 2018 al 2024 i tribunali di sorveglianza hanno accolto oltre 30.000 ricorsi per trattamenti inumani o degradanti. La sentenza Torreggiani, quella che costrinse l’Italia a riformare il sistema, nacque da circa 4.000. Siamo a sette volte tanto, e nessuno sembra preoccuparsene. Più minori in carico alla giustizia minorile: aumentati del 9% nel biennio 2023-2025 garantedetenutilazio.it, 19 maggio 2026 Dopo il decreto Caivano sono cresciuti in misura significativamente maggiore di quanto avvenuto negli otto anni precedenti. Secondo la documentazione relativa ai dati consolidati del 2025 sulla giustizia minorile, pubblicata recentemente sul sito del ministero della Giustizia, lo scorso anno i minorenni e giovani adulti in carico agli uffici sono stati 23.932 di cui il 77% italiani e il 23% stranieri. Considerando il biennio 2023-25 e, quindi, successivamente al decreto Caivano del settembre del 2023, si è verificato un incremento di 2.108 unità, in termini percentuali, di un tasso del +9%. Se si considera, d’altro canto il periodo 2015-2023 l’incremento complessivo che si è verificato è stato di 1.013 unità. In sostanza in questo decennio, i minori in carico agli uffici minorili sono cresciuti negli ultimi due anni in misura significativamente maggiore di quanto si era realizzato negli otto anni precedenti. Segnali di attenuazione del trend - Tali incrementi si sono verificati soprattutto nel corso del 2024, mentre l’anno scorso vi sono segnali di qualche attenuazione dei trend di crescita. Nel complesso, inoltre, va segnalato anche che ad essere maggiormente sottoposti a controllo sono i ragazzi di nazionalità straniera che nel biennio ‘23-’25 sono incrementati del 14% e in tuti i dieci anni tra il 2015 e il 2025 del 20%. Gli italiani sono invece cresciuti del 9% nel biennio e del 16% nel decennio. Quanto alla distinzione per genere, le ragazze rappresentano il 9% dell’intero insieme dei minori in carico nel 2025 mentre dieci anni prima erano il 12%. Nel complesso vi è stata una riduzione significativa di oltre 260 unità. Di particolare interesse anche la valutazione degli andamenti relativi agli ingressi e alle collocazioni nelle diverse strutture residenziali della giustizia minorile rendono evidenti sia i cambiamenti avvenuti tra il 2023 e il successivo rimbalzo e attenuazione nel corso del 2025 degli ingressi nei Centri di prima accoglienza (Cpa) e negli Istituti penali minorili (Ipm). In primo luogo, gli ingressi nei Cpa nel 2024 sono stati 1.144 (per un tasso del 34%) mentre nel 2025 sono stati 1.079 che hanno riguardato nel 57% ragazzi di nazionalità italiana e nel 43% di altre nazionalità. Considerando l’intero biennio 2023-25, il tasso di crescita che si è verificato è stato del 29% mentre se si considerano gli otto anni precedenti si era registrata una significativa riduzione. Infatti, se tra il 2023 e il 2025 sono stati registrati oltre 227 ingressi in più, dal confronto tra quanto avvenuto nel 2015 e nel 2022 risulta una riduzione di oltre 690 unità che, in termini percentuali, corrisponde a -48%. Pur considerando che le variazioni (sia in basso che verso l’alto) nel 2020 e dal 2021 al 2022 sono influenzate dalle conseguenze della pandemia, risulta comunque evidente un’inversione di tendenza che comunque potrà essere meglio valutata nel prossimo futuro, anche per valutare se la riduzione degli ingressi tra il 2024 e il 2025 possa corrispondere anche a un’attenuazione dell’attività repressiva sul territorio nei confronti dei minori oppure, se costituisca una fase di “rimbalzo” in un processo di costante e consolidato trend di crescita di medio periodo. L’andamento dei collocamenti in comunità - Quanto ai collocamenti in comunità, la differenza tra quanto avvenuto prima e dopo il 2023 risulta piuttosto evidente. Infatti, se tra il 2020 e il 2023 il numero delle collocazioni si era sostanzialmente stabilizzato, tra la fine del 2023 e il 2024 i collocamenti in comunità sono aumentati del 21%. Tale andamento ha riguardato in maniera particolare i ragazzi stranieri che sono aumentati del 31% in quell’anno a fronte di un incremento del 15% degli italiani. Nel 2025 anche in questo caso la curva di crescita si è attenuata, infatti se nel 2024 si sono verificati quasi 350 collocamenti in più rispetto all’anno precedente, nel 2025 i numeri si sono stabilizzati e l’incremento è stato di 37 unità. Infine, per quanto riguarda gli ingressi negli Ipm le dinamiche risultano più omogenee nel decennio con numeri complessivamente in crescita del 12% che, escludendo il periodo pre e post pandemico, presentano un andamento di incremento costante nel tempo che comunque anche in questo caso sembrano essersi attenuati nel 2025 quando si è verificata una riduzione degli ingressi rispetto agli anni precedenti. Su questo fronte va anche sottolineato che in questi istituti, diversamente da quanto avviene altrove, le ripartizioni percentuali di ragazzi stranieri e italiani e i relativi trend tendono ad equivalersi. In sintesi, l’accelerazione dei numeri registrata nell’ultimo biennio evidenzia una fase di forte pressione sul sistema della giustizia minorile. Tuttavia, i primi segnali di attenuazione rilevati nel 2025 rendono prematura una valutazione definitiva: sarà necessario monitorare se questi dati preludano a un consolidato cambiamento degli orientamenti verso il controllo territoriale o se, invece, si tratti di un fenomeno transitorio in un quadro che resta complesso e in divenire. Chiusi in cella sull’orlo di un baratro. Lettera aperta di redazione Radio Rebibbia / Jailhouse Rock L’Unità, 19 maggio 2026 Una domanda da Rebibbia: e voi, come state? Sbaglia chi pensa che una definizione ripetuta tante volte perda valore. Non è così, non è così a Rebibbia: la situazione qui da noi e nelle altre carceri è esplosiva. Sempre più esplosiva. Noi, detenuti e redattori di Radio Rebibbia / Jailhouse Rock, come i detenuti degli altri istituti di pena, sappiamo bene il significato delle parole: e davvero possiamo dire che siamo sull’orlo di un baratro. Siamo sull’orlo, ma forse già più in là, come testimoniato da quel che è accaduto pochi giorni fa, quando alcune delle persone private della libertà hanno dato vita ad una protesta, bruciando i materassi. Chi si trovava nel reparto G12 sa bene che si è evitato un disastro più grande, grazie soprattutto alla prontezza e all’altruismo dei detenuti subito accorsi ad aiutare gli assistenti di polizia penitenziaria. Pochi, questi ultimi, drammaticamente pochi. E costretti a turni massacranti. L’ennesimo segnale, quella protesta, cominciata incurante del decreto sicurezza. L’ennesimo segnale stavolta scatenato da un piccolo pretesto. Ma dovete capire che a Rebibbia, quando sono negati tutti - tutti e sempre - i diritti anche un microscopico arretramento delle consuetudini è vissuto come una violenza. E a quella violenza si aggiunge quella subita dai quattro detenuti che il 6 maggio hanno dovuto passare la prima notte di detenzione nell’astanteria, quella dove chi arriva viene identificato e spedito nei reparti. Quella notte però non c’era più posto neanche per uno spillo, da nessuna parte, in nessuna cella, già stipate all’inverosimile. E hanno dormito sul divano di ferro. E, a queste violenze, si aggiunge quella di chi vorrebbe un colloquio con uno psicologo, magari solo per parlare del conoscente del reparto G11 che si è tolto la vita a fine aprile. Ma per avere un colloquio occorre aspettare fra i tre ed i quattro mesi. Allora, forse, si potrebbe ripiegare chiedendo un colloquio con qualcuno degli operatori della pianta organica di Rebibbia: sei mesi. A queste violenze si aggiunge quella vissuta nel reparto trans. Dove le detenute non assumono terapia da 8 mesi per la mancanza di specialisti. E se avete voglia di ascoltare e di leggere, c’è anche il problema del vitto. Sembra la solita denuncia ma è diventato un macigno enorme: da due, tre settimane i pasti sono ridotti all’osso (metafora quanto mai azzeccata). Porzioni minime, sotto la soglia del minimo: quaranta grammi di carne, cinquanta di riso. Più altri “piatti” di difficile definizione: li chiamano bastoncini di pesce ma nella vecchia e ormai inservibile friggitrice di Rebibbia, diventano un purè immangiabile. Chi può si arrangia con quel che ha, gli altri - le centinaia di persone che non hanno nulla, che hanno i parenti lontano - devono subire. Si mangia poco e male, perché - ci dicono - ci sono pochi soldi. Gli stessi pochi soldi che sono alla base del taglio delle ore di lavoro a Rebibbia. E ci si avvicina così, sempre più, all’orlo del baratro. È vero che da sempre la situazione è stata drammatica. Lo raccontano i dati del sovraffollamento, dei suicidi, delle morti da accertare, lo racconta lo stato dell’assistenza sanitaria, lo raccontano le udienze saltate, le visite ospedaliere saltate perché manca il personale che ci accompagni. Quello, che, anno dopo anno, Antigone denuncia nel suo rapporto. Per un po’ se ne parla, poi ci si mette una pietra sopra. Abbiamo la sensazione che stavolta non potrà essere così. Si va verso un’altra estate, l’ennesima in cui Rebibbia, come ogni carcere, diventerà un forno. E intanto il Dap si preoccupa di limitare l’uso dei frigoriferi. Chi è privato della libertà non ha molti strumenti. Hanno anche tolto loro il diritto di protestare, pena altri anni da passare qui dentro. Ci hanno tolto il diritto a parlare, dandoci come regalo un infiltrato, che fingerà di essere un detenuto. Non abbiamo strumenti ma non possiamo rassegnarci. Mai come adesso ne va delle nostre vite, credeteci. Pensiamo allora di promuovere, centinaia, migliaia di esposti sulla base dell’articolo 35-ter dell’Ordinamento penitenziario. È lo strumento che permette di denunciare condizioni di detenzione inumane o degradanti (in violazione dell’art. 3 Cedu). Come sono gli spazi minimi inferiori a 3 metri quadrati per persona, o gravi situazioni di sovraffollamento o, ancora, carenze igieniche. Lo diciamo ai detenuti e alle detenute di tutte le altre carceri: riempiamo i tribunali di esposti, diciamogli come si soffre dentro queste celle e quali violazioni dei nostri diritti si verificano. Per strappare qualche giorno di detenzione in meno. Per raccontare cosa sono, davvero, le carceri. E per chi ha bisogno di informazioni legali sull’esecuzione penale, ci sono i servizi gratuiti di Antigone. Ma forse non basta, non basta neanche questo. Agli inizi di quest’anno, un’assemblea a Roma - alla presenza di istituzioni, volontari, associazioni, famiglie - si riunì lanciando una campagna per una detenzione più umana, per meno detenzione e più riabilitazione. Ovviamente, campagna ignorata da questo governo, da questa maggioranza. Quell’assemblea non sembra essersi rassegnata ed ha proposto una giornata di mobilitazione per il 14 di luglio. Ecco, chiediamo a tutti i parlamentari (non a quelli che vengono a Rebibbia a stringere la mano ai detenuti eccellenti, parlano con i vertici e se ne vanno), a tutti i parlamentari con senso democratico e con un minimo di umanità, di anticipare quella data e venire ad ispezionare tutte le carceri. Venire nei reparti, parlare con chi si vuole silenziare. Chiediamo a chi può di incalzare, di non dare tregua ai ministri che decidono le nostre sorti. Prima del disastro. Processo agli anarchici, il teste Cospito: “Il 41 bis è tortura, t’impediscono di esistere” di Andreina Baccaro Corriere di Bologna, 19 maggio 2026 Sentito in video collegamento dal carcere di Sassari, in aula folla di attivisti tra grida e cori. La giudice caccia tutti. “È emozionante stare qui, perché l’ultima volta che ho potuto vedere delle facce amiche è stato un anno e mezzo fa: allora c’erano Sara e Sandrone, che ora sono morti e solo oggi posso dare la mia solidarietà ai miei compagni per questa perdita”. L’accoglienza è quella di una testimone speciale, il pubblico delle grandi occasioni, ma siamo in tribunale a Bologna, aula D7. In video collegamento dal carcere Bacchiddu di Sassari c’è Alfredo Cospito, leader del movimento anarchico, detenuto al 41 bis per una condanna a 23 anni di carcere per l’attentato alla caserma dei carabinieri di Fossano nel 2006 e per fatti di terrorismo della Federazione anarchica informale (Fai-Fri). Ieri a Bologna ha testimoniato per la difesa di sei militanti anarchici accusati a vario titolo di danneggiamento e interruzione di funzione religiosa per l’attentato ai ripetitori di Monte Capra (Sasso Marconi, 22 maggio 2022), per un blitz nella chiesa del Sacro Cuore di via Matteotti (27 novembre 2022) e un altro su una gru n piazza della Mercanzia ( 18 dicembre 2022). Tutte azioni dimostrative della campagna di protesta contro il regime di carcere duro a cui è sottoposto Cospito, che da poco è stato rinnovato per altri due anni dal Ministero della Giustizia. Cospito ieri è stato chiamato dai legali Ettore Grenci, Mattia Maso e Daria Mosini, che difendono i sei anarchici bolognesi, proprio a spiegare perché nel 2022 mise in atto lo sciopero della fame contro il 41 bis. “Perché qui l’isolamento è totale e ti proibiscono di esistere” ha spiegato dopo aver ricordato i due anarchici Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone, morti a Roma a marzo nel crollo di un casale nel Parco degli Acquedotti, probabilmente mentre preparavano un ordigno artigianale. “Nel 41bis ci sono persone che per anni non vedono un albero o un filo d’erba, l’ora d’aria si fa in una vasca di cemento con sbarre di ferro, per venire qui a testimoniare ho dovuto attraversare dei corridoi lunghissimi, come nel film “Il miglio verde”, guardie che urlano e fanno da muro perché tu passando non possa vedere nessun altro essere umano. Ho fatto lo sciopero della fame perché qui la situazione è terrificante: io ci ho messo due anni per poter avere un lettore cd, e hanno fatto ricorsi e ricorsi per non farmi ascoltare musica e leggere libri”. “Ho avuto accesso alla biblioteca del carcere per due volte, ma ultimamente mi hanno bloccato anche un libro sulle origini del cristianesimo”. Prosegue il j’accuse: “L’obiettivo di questo regime è la tortura delle persone, mi sono reso conto che veniamo usati i per scopi politici, perché questo regime speciale vogliono estenderlo per criminalizzare i movimenti sociali”. Alla domanda dell’avvocato Grenci se i sei mesi di sciopero della fame nel 2022 siano serviti a qualcosa, Cospito risponde in maniera affermativa: “Era un modo per difendermi, c’era la certezza che mi avrebbero dato l’ergastolo ostativo, non hanno potuto grazie al clamore mediatico”. Conclude sottolineando un paradosso: “Nel provvedimento di rinnovo del 41 bis, in 80 pagine vengono citate tutte le manifestazioni di solidarietà che si sono tenute in giro per il mondo, di cui ero all’oscuro, persino in Indonesia. Se l’obiettivo del 41 bis è l’isolamento dal mondo esterno, adesso mi hanno reso ancora più pericoloso per il sistema, prima non avevo questa cassa di risonanza”. La testimonianza si chiude con saluti e grida da stadio in aula “Fuori Alfredo dal 41 bis”, tanto che la giudice Nicolina Polifroni prima fa uscire due attivisti, alla fine è costretta a proseguire l’udienza a porte chiuse. Sì all’istanza di revisione per Alaa Faraj, condannato per essere uno “scafista” di Michele Gambirasi Il Manifesto, 19 maggio 2026 In attesa della nuova udienza sarà liberato. La corte d’appello di Messina ha accolto l’istanza di revisione presentata dall’avvocata. La testimonianza chiave: “A bordo non c’era nessun equipaggio, è innocente”. Verrà liberato e avrà un processo di revisione Alaa Faraj, il cittadino libico condannato nel 2017 a trent’anni di carcere per concorso in omicidio plurimo e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina dalla corte d’appello di Catania. Faraj si trova nel carcere dell’Ucciardone di Palermo dal 2015, quando diciannovenne arrivò in Italia dopo aver attraversato il Mediterraneo su un barcone partito dalla Libia. La notte di ferragosto di quell’anno la barca fu soccorsa dalla marina militare e all’interno furono trovati i cadaveri di 49 migranti morti di asfissia durante il viaggio. Così, appena sbarcato, Faraj venne portato in carcere, accusato di essere uno “scafista”, organizzatore di quel viaggio, e poi condannato insieme ad altri sette in un processo colmo di lacune e che i suoi difensori hanno descritto come “uno dei casi di ingiustizia più eclatanti e palesi d’Italia”. Una prima istanza di revisione era stata rigettata dai giudici l’anno scorso, mentre a dicembre scorso l’uomo è stato parzialmente graziato dal presidente della Repubblica, che ha cancellato undici anni e quattro mesi dei venti che gli rimangono da scontare. Ora la corte d’appello di Messina ha dichiarato ammissibile l’istanza di revisione del processo presentata dalla sua avvocata, Cinzia Pecoraro, e sospeso l’esecuzione della pena in attesa del nuovo giudizio. Per cui Faraj lascerà il carcere e tornerà libero. L’istanza, si legge, è basata su “elementi nuovi che giungono a una ricostruzione originale e diametralmente opposta rispetto a quella verità dedotta in sentenza”. Ovvero che Faraj, come i suoi compagni, di quel viaggio maledetto fosse solo un passeggero tra gli altri, in una nave priva di equipaggio mandata verso il mare da trafficanti libici. L’elemento principale presentato dalla legale è la testimonianza del capitano della barca, che a inizio marzo davanti al pm e agli avvocati ha ripercorso i fatti di quella notte, “precisando più volte che non c’era nessun equipaggio”. Nel colloquio, cristallizzato come incidente probatorio, l’uomo ha ripercorso tutte la fasi del viaggio, dalla partenza sulla spiaggia all’arrivo degli elicotteri che hanno individuato la barca in mare. A caricare fino all’inverosimile la nave, si legge, furono due persone, una delle quali si faceva chiamare “Miranda”: dopodiché seguirono i migranti per un tratto a bordo di un gommone, fingendosi pescatori, per poi tornare indietro. “Ma quindi c’era un equipaggio a bordo?”, gli viene chiesto. La risposta è secca:”No”. Faraj, insieme ad altre persone, si trovava seduto sopra il motore. Rispetto ai litigi che scoppiarono sulla barca durante il viaggio, la ricostruzione è che iniziarono per un motivo: lo spazio era troppo poco, le persone ammassate, l’aria mancava sempre di più. “Solo io” ha risposto il capitano alla domanda su chi fosse intervenuto per placare la situazione, nel timore peraltro che la nave stracolma si ribaltasse per il sommovimento. Il racconto, ha scritto l’avvocata, coincide con tutto quello che Faraj ha scritto di quel viaggio in questi anni e pubblicato nel libro Perché ero ragazzo, edito da Sellerio. Concordano anche altre testimonianze di chi si trovava sul barcone, raccolte da Pecoraro nel corso degli anni. Elementi che fanno desumere la “piena estraneità” di Faraj da quanto gli è stato imputato, e per cui Pecoraro ha chiesto il proscioglimento. Il processo di revisione inizierà il nove ottobre e nel frattempo Faraj verrà liberato, tempo nel quale potrà anche sposarsi a giugno. Arrivato con il progetto di giocare a calcio in un club europeo, negli anni trascorsi in carcere si è diplomato, iscritto alla facoltà di Scienze politiche e a un corso da allenatore. Lombardia. Sempre più detenuti universitari, sostenuto un esame ogni 2 giorni di?Viola Duroni La Repubblica, 19 maggio 2026 I carcerati iscritti agli atenei lombardi sono 201, i tutor volontari che li supportano 230. Lusiani (Statale): “Il diritto allo studio non si perde dietro le sbarre”. In un anno, 227 esami universitari. Tradotto: più di un esame ogni due giorni. È il risultato da record raggiunto nel 2025 dagli studenti detenuti o in misura alternativa nelle principali carceri lombarde, tra cui Bollate, Opera, Voghera, Pavia e Monza. Numeri che raccontano una realtà universitaria poco visibile ma in costante crescita: gli studenti iscritti oggi sono 201, con 72 nuove iscrizioni dall’anno accademico 2024/2025. Di questi, ben 58 si trovano a Bollate. La maggior parte frequenta in regime di media sicurezza (104), ma non mancano studenti in alta sicurezza (47) e anche cinque detenuti al 41-bis. “Tutti i giorni portiamo l’università in carcere. E insieme all’università portiamo anche i docenti, che si recano negli istituti penitenziari per far sostenere gli esami ai loro studenti detenuti”, spiega Caterina Lusiani, tra le responsabili del progetto carcere dell’Università degli Studi di Milano, nato nel 2015 e che da allora ha permesso a centinaia di detenuti di esercitare un diritto fondamentale: quello allo studio. Un diritto tutelato dalla Costituzione e che, come ricorda Lusiani, “non si perde entrando in carcere, a differenza di molti altri”. Dietro questi numeri c’è una rete altrettanto ampia di volontari. Sono 230 i tutor che nel 2025 hanno seguito gli studenti detenuti accompagnandoli nello studio. Un salto enorme se si pensa che durante il periodo del Covid i tutor attivi erano appena una decina. “Il nostro obiettivo è garantire almeno un tutor per ogni studente detenuto”, continua Lusiani. Un impegno che non è solo organizzativo ma anche simbolico: “Rappresentano la concretezza del diritto allo studio: senza di loro quel diritto rischierebbe di restare soltanto formale”. E negli ultimi anni l’attenzione si è estesa anche agli istituti più periferici “nei quali abbiamo investito molto, come quello di Voghera, che conta ben 26 iscritti”. Colpisce che molti dei 227 esami sostenuti nel 2025 provengano da corsi di laurea legati al diritto, in particolare Scienze dei servizi giuridici e Giurisprudenza. “È una decisione consapevole degli studenti. L’affinità con i contesti giuridici porta a voler approfondire aspetti che fanno parte della loro esperienza quotidiana”. Tra loro anche lo studente che ha accumulato più crediti nell’ultimo anno, ben 87, iscritto a Giurisprudenza nel carcere di Opera. Tra i corsi più scelti anche Filosofia e soprattutto Comunicazione. “È un percorso che rappresenta sempre di più il futuro di molte professioni e che cresce rapidamente anche tra gli studenti detenuti”, osserva Lusiani. Nel panorama nazionale, la Lombardia e il progetto carcere della Statale di Milano sembrano confermare il primato degli anni scorsi. A stabilirlo saranno i dati annuali della Conferenza nazionale dei poli universitari penitenziari (Cnupp), anche se i numeri degli esami sostenuti indicano una direzione chiara. Già lo scorso novembre, la rettrice Marina Brambilla ricordava come il progetto “ci abbia regalato un primato nazionale che ci rende davvero orgogliosi”. Lecce. “Faccia a faccia”: quando studenti e detenuti si incontrano per abbattere muri e pregiudizi di Sara Mannocci vita.it, 19 maggio 2026 Con il progetto gli studenti del liceo classico Capece incontrano i detenuti. Uno scambio alla pari di parole ed emozioni per superare paura e pregiudizio. “Ma la corriera non voleva arrivare?”. È martedì, casa circondariale Borgo San Nicola di Lecce. I detenuti non nascondono l’impazienza con cui ogni settimana aspettano l’appuntamento con i ragazzi, che raggiungono il penitenziario in autobus. I cancelli del carcere si aprono ogni martedì per accogliere gli studenti del liceo classico Francesca Capece di Maglie. Per entrare è necessario lasciare il cellulare. Ci si immerge in una dimensione reale, oggi sempre più rara, fatta di imperfezione, un luogo vero, concreto. Senza falsità. Non si tratta solo di una visita, piuttosto di un vero e proprio incontro “faccia a faccia” tra studenti e detenuti, come opportunamente è stato chiamato il progetto avviato circa tre anni fa, sviluppato sulla base di un’esperienza di laboratorio condotto nel penitenziario da Ada Fiore, professoressa di storia e filosofia del liceo classico. In questo anno scolastico sono state più di trecento le adesioni da parte degli studenti dell’intero istituto. “L’iniziativa è partita come esperimento nelle sole sezioni di liceo classico, dove insegno”, spiega Fiore, “poi gradualmente è stata estesa a tutti gli indirizzi della scuola, per il triennio dal terzo anno al quinto. Ogni settimana accompagno una classe diversa”. Spazi enormi, finestre con le grate, bucato steso, rumori forti e porte che si chiudono: la sensazione di fronte alla casa circondariale è quella di sentirsi fuori luogo. Per gli incontri è a disposizione una sala con le sedie, gli studenti si dispongono in semicerchio e aspettano i detenuti. “Occorre del tempo prima che arrivino, i tempi del carcere sono fortemente dilatati”, sottolinea Fiore. “I ragazzi inizialmente fanno il gesto automatico con la mano di cercare il cellulare che hanno dovuto consegnare, poi si abituano. Di volta in volta stabilisco un argomento che si cerca di affrontare, si tratta sempre di temi e valori universali, il tempo, la solitudine, l’amore, la paura, la solidarietà. Si salutano, i primi momenti sono i più difficili, Le mie parole poi aiutano a rompere il ghiaccio”. Ad incontrare i ragazzi “faccia a faccia” un gruppo di dodici detenuti, appartenenti al padiglione C3 di custodia avanzata. “Si tratta di persone che sono state selezionate valutando alcuni aspetti”, precisa Giuliana De Magistris, educatrice penitenziaria nella sezione maschile e femminile, “a partire da una condotta rispettosa delle regole e di adesione ai programmi trattamentali. Questi detenuti, quindi, hanno già compiuto un percorso intramurario, ed è stato rilevato che hanno dato prova di cambiamento”. È proprio il cambiamento la chiave di lettura di questo progetto, pensato come strumento per aiutare a riscattare il carcere, renderlo uno spazio non più di puro transito, con la persona che si dissolve, trasformarlo bensì in un luogo con una narrazione diversa. Non a caso durante gli incontri i ragazzi sono disposti in semicerchio rispetto ai detenuti, non c’è una gerarchia, tutti possono guardarsi in faccia con una parità di ruoli e uno scambio di idee. Davide Giannuzzi frequenta il terzo anno al liceo classico Francesca Capece, sottolinea l’umanità delle persone che ha incontrato. “Sono persone che hanno sbagliato e devono ricostruire”, dice, “sperando come tutti noi in un futuro tranquillo, con un presente in crescita, lontano da un passato di esperienze negative. Sicuramente, quando sono tornato a casa ho capito quanto sono fortunato a poter vedere i miei genitori, sono riuscito a uscire dal luogo comune, con una impostazione nuova della realtà, più senso di consapevolezza e libertà”. Non ci sono finzioni o maschere, i detenuti infatti chiedono sempre ai ragazzi che incontrano cosa pensavano prima di entrare in carcere e cosa pensano nel momento in cui vi si trovano: loro rispondono che avevano pregiudizi e paura, che molto spesso si dissolvono grazie all’incontro. La paura accompagna anche i pensieri di chi vive la detenzione, come è emerso dall’incontro dedicato a questa emozione. Il timore più grande? “che la mia famiglia possa aver subito un trauma che non supererà mai…di soffrire, anche se si deve andare avanti…della solitudine…di essere marchiati a vita…di morire in carcere…di rientrare nella società”. Incontrarsi è quindi diventare testimoni della propria storia di vita, dei propri errori e delle riflessioni su se stessi, creando una connessione, un dare e ricevere di cui beneficiano sia le persone detenute che gli studenti. “Se questo progetto si diffondesse in tutte le scuole”, osserva Fiore, “sarebbe per tutti una grande opportunità per migliorarsi, conoscere la colpa, l’errore, il senso di responsabilità. I nostri ragazzi, infatti, all’esame di maturità riferiscono come prima cosa di aver fatto questa esperienza nel carcere”. Caterina Chiriatti frequenta il quarto anno del liceo classico, durante il suo incontro è emersa la questione delicata dei rapporti dei detenuti con i familiari, il sentirsi spesso inadeguati nei loro confronti. “In un primo momento avevo un po’ di imbarazzo e paura a parlare”, confessa, “poi mi sono tranquillizzata con le parole della professoressa. Non possiamo giudicare queste persone, credo che siano più sensibili di tante altre. So che mi piacerebbe fare anche il prossimo anno questa esperienza come attività di volontariato”. Gli incontri alla casa circondariale Borgo San Nicola proseguiranno per tutto il mese di maggio. E’ come spargere semi che nel tempo germogliano, se le parole scambiate in carcere hanno già superato le mura e si sono trasferite in lettere scambiate tra ragazzi e detenuti. “Incontrarvi ci ha ricordato che nessuno è definito per sempre da ciò che ha sbagliato”, scrivono gli studenti. “Ognuno porta con sé la possibilità di cambiare, di ricominciare, di costruire qualcosa di diverso”. Questa lettera è stata “una medicina per le nostre anime”, rispondono i detenuti. “Grazie a voi tutti per esservi calati umanamente, immedesimati nelle vesti di noi detenuti, per esservi per poche ore immedesimati nella nostra vita senza aver avuto pena o pietà”. Un interlocutore prezioso per i ragazzi, chi vive la detenzione, perché ha la possibilità di spiegare il proprio vissuto e cosa significa essere privati della libertà. “Abbiamo scelto di coinvolgere nel gruppo di detenuti anche chi ha un obiettivo di fine pena più lontano”, dice De Magistris, “perché questo spesso stimola a maturare una riflessione più significativa di quello che si sta vivendo. Per loro questi incontri sono come aprire una finestra sulla gioventù e sul mondo esterno, un’apertura che permette finalmente di comunicare e relazionarsi con persone diverse dai compagni”. Una rottura, che introduce una ventata di aria fresca e spezza una monotonia quotidiana fatta dal parlare quasi esclusivamente di argomenti legati all’andamento dei processi e questioni giuridiche. Un momento che induce a ulteriori riflessioni e che ha il suo valore soprattutto nel dopo, in quello che resta quando i detenuti ritornano nei propri spazi in attesa dell’incontro successivo. “Molti di loro si commuovono”, aggiunge De Magistris, “alcuni dicono che questo scambio li fa sentire liberi. Sono felici di mandare un messaggio ai ragazzi perché non commettano gli stessi errori, non sottraggano anni alla vita vera, cercando di ispirare in loro così un senso di legalità vera, non solo di rispetto delle regole. È molto forte anche la speranza di lasciare nei ragazzi il desiderio di superare il pregiudizio, sperano che la società non guardi più il detenuto come un marchio, imparando a guardare piuttosto la persona”. In questi preziosi momenti di incontro e scambio i detenuti si sentono ascoltati e quindi anche liberi di esprimere quello che maggiormente non funziona. I problemi si concentrano soprattutto sulla gestione della vita carceraria e sulla sensazione di non sentirsi percepiti. “Un tema ricorrente è anche l’importanza del lavoro intramurario, a cui non tutti però riescono ad accedere, perché consente ai detenuti di non sentirsi solo come un peso ma più utili anche rispetto alla famiglia”, conclude De Magistris. “Il carcere è luogo di espiazione, senza dubbio, perché il debito deve essere pagato, ma non dovrebbe diventare un non luogo, proprio per consentire alle persone che hanno espiato la propria pena la possibilità di andare avanti. Molti dei detenuti coinvolti nel progetto, infatti, si trovano nel fondamentale passaggio di revisione critica del proprio reato, che consente un’adesione piena alla legalità come visione comune”. Bologna. Il carcere apre le porte a sport e cultura di Carlo Valentini Italia Oggi, 19 maggio 2026 Spettacoli teatrali e concerti animano il cortile del carcere bolognese della Dozza, coinvolgendo detenuti e ospiti. Un’iniziativa che, insieme al rugby, mira a favorire il reinserimento sociale e a ridurre le recidive attraverso la cultura. Spettacoli nel cortile del carcere, una cena per 700 con allo stesso tavolo detenuti e familiari, mostre d’arte nei corridoi, una squadra di rugby regolarmente iscritta al campionato di serie C che ha come slogan Tornare in campo, che non poteva essere più esplicito poiché è formata da 40 detenuti di 13 diverse nazionalità. Il carcere, quello della Dozza, a Bologna, cerca di scrollarsi di dosso le criticità, togliere dall’isolamento sociale chi vi è rinchiuso, favorire il futuro reinserimento sociale arginando le recidive. Sfide e sovraffollamento - Tanto dinamismo funzionerà? È comunque importante il tentativo, che avviene in una realtà, nazionale e locale, davvero problematica. A fine 2025 i detenuti nelle 189 carceri italiane erano circa 63.800, contro una capienza effettiva di circa 46.100 posti. Il tasso medio nazionale di affollamento era quindi del 138,5%. Ovvero ogni 100 posti disponibili ci sono quasi 139 detenuti. Nel carcere bolognese i detenuti (marzo 2026) sono 849 a fronte di 507 posti. Un sovraffollamento che complica la vita carceraria. Pur tra molte difficoltà chi gestisce un istituto di pena può comunque cercare di non farne un corpo estraneo rispetto alla società. Per esempio portando spettacoli all’interno, a Bologna avverranno nel cortile, a giugno, alle 18,30, in platea detenuti (un centinaio, a rotazione) e ospiti: 75 per ogni rappresentazione, che dovranno acquistare il biglietto on line, su Vivaticket, inoltrando poi copia di un documento di identità poiché occorre l’ok dell’autorità giudiziaria. Gli spettacoli prevedono concerti e pièce teatrali, una delle quali sarà recitata dalla Compagnia delle Sibilline, composta da donne detenute che si cimentano anche in testi classici come Furore di John Steinbeck. Il valore terapeutico del teatro e della musica - Dice lo psicoterapeuta Oliviero Rossi, che si definisce anche arteterapeuta: “L’inserimento sociale post-penitenziario del detenuto presuppone che, nel periodo di esecuzione della pena, vengano favorite situazioni per un percorso individuale di riflessione, ma anche collettivo di revisione critica. Il teatro si pone come elemento rilevante del trattamento insegnando la dimensione del gruppo e riportando alla solidarietà e allo scambio con gli altri”. Dentro il carcere c’è pure stato, qualche giorno fa, un happening di Paolo Fresu, che ha suonato passeggiando all’esterno dei blocchi detentivi, dopo l’orario di chiusura delle celle. Dice: “Essere artisti e musicisti non esula dall’essere cittadini. Usare la musica, in questo caso il ‘megafono’ di una tromba, per amplificare i messaggi e indurre a delle riflessioni, credo sia una responsabilità dalla quale non possiamo prescindere”. Inoltre è stata chiamata un’artista albanese, Anila Rubiku, a esporre all’interno del carcere “perché l’arte-è scritto nel catalogo- è veicolo di cambiamento: se vedi, o senti, qualcosa di diverso da ciò che hai conosciuto finora, forse ti si apre una nuova prospettiva”. Dall’arte alla tavola. Per una settimana i carcerati hanno potuto pranzare coi loro familiari e tra i 700 che in totale hanno mangiato, tra inevitabili abbracci, tortelloni e fragole, c’erano anche 130 bambini, che finalmente hanno potuto sedere senza barriere vicino al genitore. Lavoro e formazione contro la recidiva - Un pool di aziende e cooperative hanno reso possibile questo straordinario rendez-vous, insieme a 60 volontari dell’associazione Avoc, attiva all’interno del carcere dove, tra l’altro, ha avviato un caseificio in cui vengono prodotte caciotte (vendute all’esterno) e un laboratorio di cucito e uncinetto rivolto alle detenute. “Questo pranzo collettivo”, dice Maria Caterina Bombarda, presidente di Avoc, “è uno dei rarissimi momenti in cui i detenuti possono incontrare i propri cari in un contesto più umano e sereno. Al di là dei colloqui consentiti e delle telefonate, occasioni come questa permettono alle famiglie di condividere un momento semplice e autentico, come quello di un pranzo insieme”. Rosa Alba Casella, direttrice del carcere, aggiunge che il caseificio è un fiore all’occhiello della struttura: “Si tratta di posti di lavoro alle dipendenze di aziende esterne. Tali opportunità lavorative rappresentano la base di percorsi rieducativi concreti ed effettivi per abbattere il rischio di recidiva. Bisogna infatti evitare che i detenuti escano e si ritrovino nelle stesse condizioni di marginalità in cui hanno commesso il reato”. Non a caso l’editore (e senatore) americano Malcom Forbes, diceva: “Mi è del tutto indifferente se un uomo viene da Harvard o da Sing Sing. Noi assumiamo l’uomo, non la sua storia”. Rugby: un cartellino giallo per riflettere - Infine il rugby, con Giallo Dozza, squadra che ha già al suo attivo un centinaio di partite. Per motivi di sicurezza legati allo status dei giocatori, la quasi la totalità delle partite vengono disputate nel campo del carcere, ospitando le squadre avversarie del campionato. Dice il presidente della squadra, Matteo Carassiti, Ceo di una società energetica: “Dentro il carcere sono entrate decine di squadre di persone libere che si sono venute a confrontare con i giocatori detenuti, che prima non avevano mai visto una palla ovale e si sono messi in gioco con 4 allenamenti settimanali sul campo e teorici”. Significativo il nome, Giallo: “Per mille motivi o per nessuno, può capitare di infrangere una regola, di commettere un fallo. Allora, cartellino giallo, la panca delle penalità, fuori dal gioco per un po’ di tempo. Tempo, però, che può servire per riflettere”. Airola (Bn). Sport e scuola per il riscatto dei ragazzi detenuti immediato.net, 19 maggio 2026 L’Ipeoa “Michele Lecce” di San Giovanni Rotondo protagonista di una giornata di inclusione e calcio nell’istituto penitenziario minorile campano. Talienti: “Da un errore può nascere una fiaba”. C’è un pallone che rotola sul campo dell’Istituto penitenziario minorile di Airola e che, per qualche ora, riesce a trasformare il rumore delle sbarre in quello delle voci, delle risate e della speranza. È il cuore della giornata promossa dall’Ipeoa “Michele Lecce” di San Giovanni Rotondo insieme alla direzione dell’IPM e alla cooperativa SCS di Foggia, un’iniziativa che mette insieme scuola, sport e percorsi di recupero sociale per i giovani detenuti. L’iniziativa nasce all’interno di un più ampio percorso di collaborazione tra le istituzioni coinvolte, costruito attraverso attività didattiche, laboratori e momenti di formazione pensati per offrire nuove opportunità ai ragazzi ospitati nella struttura penitenziaria minorile. A partecipare alla giornata sono stati il dirigente scolastico Luigi Talienti, il vicario Ciro Iannacone, il presidente della cooperativa SCS Antonio Vannella e i vertici dell’istituto di Airola. Il calcio come ponte verso il riscatto - Il momento sportivo è diventato simbolicamente il punto d’incontro tra due mondi spesso separati: quello della detenzione e quello della comunità educante. Un “patto di comunità”, come viene definito nel testo, che punta a creare percorsi concreti di reinserimento attraverso istruzione, relazioni e lavoro sociale. Al centro del progetto c’è l’idea che il recupero non possa limitarsi alla custodia, ma debba passare attraverso strumenti capaci di restituire dignità e prospettive. In questo contesto la scuola diventa un presidio educativo che supera le mura dell’aula e prova a entrare anche nei luoghi più complessi del disagio giovanile. Talienti: “La scuola deve riaccendere speranza” - A guidare il percorso è il dirigente scolastico Luigi Talienti, da anni impegnato nel volontariato e nell’educazione in contesti sociali difficili. “Sono orgoglioso perché oggi ho vissuto nella veste di educatore, volontario e dirigente una giornata magnifica all’insegna della socializzazione”, ha dichiarato. Talienti ha sottolineato anche l’importanza didattica dell’iniziativa, spiegando che durante l’incontro è stato consegnato materiale scolastico a un giovane detenuto che sosterrà gli esami di idoneità al terzo anno nel prossimo settembre. Il dirigente ha inoltre ringraziato la dottoressa Magliulo, la dottoressa Vieni e i magistrati di sorveglianza che hanno autorizzato rapidamente l’attività ritenendola utile ai fini riabilitativi. L’idea di estendere il progetto anche al carcere di Foggia - L’esperienza di Airola potrebbe presto avere un seguito anche in Capitanata. Talienti ha infatti annunciato l’intenzione di avanzare una proposta analoga al carcere di Foggia, nell’ambito delle attività previste dall’articolo 78 dell’ordinamento penitenziario per gli assistenti volontari. “Non si tratta di giustificare un errore che non va mai giustificato - ha spiegato - ma di gestirlo all’insegna di una rinascita, perché da un errore può nascere una fiaba”. L’iniziativa si chiude così con un messaggio chiaro: la legalità non passa soltanto dalla repressione, ma anche dalla possibilità di offrire ai giovani strumenti reali per costruire un futuro diverso. Ariano Irpino (Av). Inclusione e riscatto: il Terzo Settore riparte dalla Casa circondariale di Pasquale Scrima avellinotoday.it, 19 maggio 2026 L’impegno delle cooperative sociali per il futuro occupazionale e sociale dei detenuti. Ieri pomeriggio, alla presenza dell’Onorevole Franco Mari, è stato affrontato il tema cruciale della cooperazione sociale, con un focus sul lavoro svolto dalla Cooperativa Sociale Artour all’interno della Casa Circondariale di Ariano Irpino. In passato, grazie all’applicazione dell’articolo 21, i detenuti sono stati protagonisti di importanti progetti di inserimento lavorativo legati all’Orto Sociale e all’Artigianato. Queste attività di riscatto e formazione erano state sostenute dalla Caritas Italiana (attraverso i fondi 8x1000) e da S.E. Mons. Melillo, prima che l’emergenza Covid, nel 2020, ne imponesse l’interruzione; da allora, purtroppo, i progetti non sono più ripartiti. Il mio impegno come amministratore sarà quello di promuovere e intercettare finanziamenti per nuove proposte programmatiche, costruite d’intesa tra “pubblico, privato ed enti ecclesiastici”. L’obiettivo è creare una filiera virtuosa che offra concrete opportunità a 360 gradi: per i detenuti, in termini di riabilitazione e riscatto sociale. Per le realtà del territorio, coinvolgendo attivamente cooperative sociali, aziende agricole ed enti di formazione. Per l’intera comunità, generando un indotto economico resiliente, etico e di valore per l’intera area arianese e l’area vasta. “Colgo l’occasione per ringraziare sentitamente il Direttore, il Comandante e tutto il prezioso personale della Casa Circondariale di Ariano Irpino, quotidianamente impegnati nel garantire la sicurezza. Quello della Polizia Penitenziaria è un lavoro usurante, svolto spesso in condizioni di sotto-organico, ma portato avanti in modo eccellente grazie a un’altissima professionalità e a un profondo senso di responsabilità”. Roma. Le attrici di Rebibbia femminile per la prima volta in scena fuori dal carcere garantedetenutilazio.it, 19 maggio 2026 Sarà “Desdemona - Studio I”, una rilettura corale dell’Otello di Shakespeare intrecciata alla storia della nave Lady Juliana, che nel 1789 trasportò oltre duecento donne detenute verso le colonie, lo spettacolo che porterà fuori dal carcere le detenute attrici della Casa circondariale femminile di Rebibbia. La regia è di Francesca Tricarico, fondatrice dell’associazione Per Ananke e della compagnia Le Donne del Muro Alto, attiva con donne in misure alternative ed ex detenute. In scena, insieme alle attrici di Rebibbia, ci saranno anche le giovani artiste del progetto “Fabbrica” - Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma. Un incontro tra percorsi diversi che condividono lo stesso spazio teatrale. “Questo progetto - spiega la regista - nasce da un’idea semplice ma non scontata: il teatro non è solo rappresentazione, ma relazione. Quando entra in carcere diventa uno strumento concreto di crescita, fiducia e costruzione di identità. Portarlo fuori significa compiere un passo ulteriore: mettere in dialogo mondi che raramente si incontrano, e ribadire che la cultura non appartiene a un solo luogo o a una sola categoria di persone, In questi 13 anni il teatro ci ha insegnato che ogni volta che una storia esce dal carcere per incontrare la società esterna, la società ha un’occasione unica per guardarsi allo specchio”. Dopo un’anteprima a Rebibbia per la popolazione detenuta il 20 maggio, il debutto al Teatro Nazionale del Teatro dell’Opera di Roma sarà il 4 giugno 2026, ore 18:30. Marco Pannella, dieci anni senza lo “statista irregolare” di Valter Vecellio Il Dubbio, 19 maggio 2026 Non sono uno storico laureato che si va a impalcare in dotte (e scontate, però) vivisezioni sul come e il perché; e neppure un “ex” corroso da rancorosa rivalsa. Lo sai (e lo sappia anche il lettore) che sono più di cinquant’anni che conosco Marco: la prima tessera al Partito Radicale risale al 1972, quando il simbolo era la donna con in testa il berretto frigio disegnata da Mario Pannunzio. Non si pretenderà che il mio sia uno sguardo obiettivo, disincantato, che nel parlare di Marco non ci sia un intruglio di ammirazione, gratitudine, affetto. Mi (vi) risparmierò dunque la litania: divorzio-aborto-diritti civili-digiuni-fame nel mondo-nonviolenza, e tutto il catalogo imponente delle “imprese” pannelliane. Ahimé, non basterebbero i volumi e l’impegno che Renzo De Felice ha dedicato a Mussolini. Esagerazioni? Non ho finito: lo considero uno dei cinque o sei statisti che l’Italia ha avuto dalla breccia di Porta Pia in poi, ma spiegare come sono arrivato ad accostarlo a Cavour, Giolitti, De Gasperi, Mattei, Craxi, non basterebbe il doppio delle pagine di questo giornale. A questo punto, lo so, molti storceranno naso e bocca, per questa mia affermazione si abbandoneranno a sospiri di commiserazione. A tutti loro un consiglio: per capire Pannella ci si armi di pazienza e si ascolti “Radio Radicale”. Qui, attraverso le parole di altri, cercherò di dare “assaggi”: “Anche quando graffia, non provoca rancori” (Giulio Andreotti); “E’ un libertario che difende la Costituzione, e invece lo scambiano per sovversivo. Attrae i giovani come facevano Ernesto Rossi, Pannunzio e altri vent’anni fa, e non li eccita alla contestazione del sistema, ma al piacere della libertà” (Arrigo Benedetti); “Ha insegnato a molti italiani non come si possa far buon uso dei mezzi che la libertà eventualmente ci consente di usare, ma come si fa a diventare liberi, e soprattutto a meritarselo” (Umberto Eco), “Dove il potere nega, in forme palesi ma anche con mezzi occulti, la vera libertà, spuntano ogni tanto uomini ispirati come Andrej Sacharov e Pannella, che seguono la posizione spirituale più difficile che una vittima possa assumere di fronte al suo oppressore: il rifiuto passivo. Soli e inermi, essi parlano anche per noi” (Eugenio Montale), “È un Brancaleone, uno sparafucile, un saccheggiatore di pollai, un gigionesco mattatore, capace di rubare il posto a un morto nella bara, pur di mettersi al centro del funerale. Ma è anche lo sceriffo che, disarmato, va a sfidare il gangster nella sua tana…” (Indro Montanelli); “Pannella è il solo uomo politico che costantemente dimostri di avere il senso del diritto, della legge, della giustizia. Pannella, e le non molte persone che pensano e sentono come lui (e tra le quali mi onoro di stare), si trovano dunque ad assolvere un compito ben gravoso e difficoltoso: ricordare agli immemori l’esistenza del diritto e rivendicare tale esistenza di fronte ai giochi di potere che appunto nel vuoto del diritto, o nel suo stravolgimento, la politica italiana conduce” (Leonardo Sciascia). Francesco Merlo ne dà esatta e lusinghiera descrizione: “È come un personaggio di Pirandello, o forse di Camus, così straniero all’assurdo italiano…un leader che non ha mai creduto al sacrificio, che anzi da sempre ripete che ‘lo spirito di sacrificio, l’etica e l’etichetta del sacrificio non sono per me’ …È lo scandalo italiano. Al contrario della parabola evangelica, Pannella è il sacerdote delle istituzioni che i mercanti hanno cacciato dal tempio”. A questo punto credo che sia utile riproporre quello che penso sia l’ultimo scritto di Pannella. Ha la data del 22 aprile 2026, poche vibranti righe rivolte a Papa Francesco; fanno riflettere e meditare anche i laici più inossidabili. “Caro Papa Francesco, Ti scrivo dalla mia stanza all’ultimo piano - vicino al cielo - per dirti che in realtà ti stavo vicino a Lesbo quando abbracciavi la carne martoriata di quelle donne, di quei bambini, e di quegli uomini che nessuno vuole accogliere in Europa. Questo è il Vangelo che io amo e che voglio continuare a vivere accanto agli ultimi, quelli che tutti scaricano. Questa passione è il vento dello “Spirito” che muove il mondo. Lo vedo dalla mia piccola finestra con le piante impazzite che si muovono a questo vento e i gabbiani che lo accompagnano. In questo tempo non posso più uscire, ma ti sto accanto in tutte le uscite che fai tu. Un pensiero fisso mi accompagna ancora oggi: spes contra spem. Caro Papa Francesco, sono più avanti di te negli anni, ma credo che anche tu ti trovi a dover vivere spes contra spem. Ti voglio bene davvero. Tuo Marco. P.S. Ho preso in mano la croce che portava in mano monsignor Romero e non riesco a staccarmene”. Cosa aggiungere, a questo punto? Nell’immenso, personalissimo vocabolario di Pannella c’è un termine, ricorrente, negli ultimi tempi: “Compresenza”. Lo aveva mutuato da Aldo Capitini, uno degli apostoli della nonviolenza. Con Capitini non erano mancate polemiche e dissensi anche feroci, ma proprio con i più vicini e sodali Pannella spesso furiosamente battibeccava. “Compresenza”, dunque: cioè “l’esser presente con altri”, anche quando non si è più. Molti in queste ore rivendicano questa “compresenza”. Vedremo da domani come verrà onorata: dove, come, finita la festa, verrà collocata la statua del “santo”. Lui - ovviamente è una presunzione - forse ci esorterebbe a “una presenza”: nel e con il Partito Radicale che aveva fondato, di cui è stato (in)discusso leader e guida. È operazione scorretta, sbagliata chiedere (e rispondere) cosa avrebbe detto e fatto una persona che non c’è più. Nel caso del geniale e (im)prevedibile Pannella più di sempre. Ma è un abuso pensare che ci avrebbe esortati a proseguire le sue lotte per il diritto al diritto e ai diritti? Dalla fantasia al potere agli asini al comando: i problemi nella selezione della classe dirigente di Giovanni Iacomini* Il Fatto Quotidiano, 19 maggio 2026 Ci dev’essere qualcosa che non funziona nei meccanismi dei regimi che si vantano di essere democratici. Premessa necessaria: tra i miei amici più cari, tra le persone migliori che conosco, con cui è veramente stimolante instaurare un confronto su questioni anche di massima rilevanza, molti non hanno un titolo di studio corrispondente alle proprie conoscenze e competenze. Al contrario ho purtroppo conosciuto molti laureati che si sono rivelati profondamente ignoranti, al punto da farmi domandare come mai di tutti quei libri in qualche modo sfogliati non fosse rimasto assolutamente niente in quelle teste vuote. Posso aggiungere, dall’alto dei miei oltre trent’anni di insegnamento, che la scuola non ha gli strumenti per dare una misurazione esaustiva del valore reale delle persone. Ci sono tanti casi di ottimi studenti che non hanno uguale successo in termini di socialità e non riescono a mettere in pratica nel mondo reale e lavorativo quanto avevano imparato. Di contro, pessimi elementi a volte dimostrano stupefacenti capacità in ambiti diversi dalla scuola. Meloni, che spaccia un istituto professionale per un liceo linguistico, ha dimostrato inaspettate competenze in materia costituzionale quando si è trattato di proporre le sue riforme. Berlusconi, che pure vantava una laurea in Giurisprudenza, prendeva degli sfondoni spropositati. Detto ciò, mi sento di dover dire qualcosa a proposito del livello eccezionalmente basso in cui è sprofondata l’attuale classe politica e dirigente (non solo italiana, purtroppo). Sarebbe troppo facile e financo ingeneroso fare un paragone con l’Assemblea costituente, da cui nacque la nostra repubblica. Tra coloro che furono eletti il famoso 2 giugno per scrivere la Costituzione, i laureati raggiungevano l’iperbolica cifra del 94,5%. Ora il sopraccitato Berlusconi, che già di suo non era una cima al livello accademico, ci ha lasciato un’eredità poco invidiabile di giornali, tv e un intero sistema mediatico in cui l’ignoranza e l’incultura dominano impunemente e addirittura con una certa disinvoltura e allegrezza. I figli, che hanno il controllo non solo dell’azienda di famiglia ma in qualche modo della intera coalizione di centrodestra (non limitandosi alla sola Forza Italia), hanno avuto un percorso di studi a dir poco travagliato e mai concluso neanche lontanamente con la laurea. Nicole Minetti, inopinatamente tornata alle cronache, dichiarò candidamente di essere stata bocciata alla maturità. Salvini neanche a dirlo, basta guardarlo in faccia. Abbiamo toccato primati negativi con la terza media della ministra Bellanova e del tesoriere dei 5stelle Battelli. Già D’Alema si era fermato al diploma di maturità, ma almeno ai suoi tempi c’erano le scuole di partito. E comunque un buon diploma di una volta valeva più di una laurea di oggi. Al netto del discorso da cui siamo partiti, per cui il titolo di studio non è indicatore necessario e sufficiente, mi pare evidente che nelle nostre società si riscontrano problemi di selezione della classe dirigente. La questione investe soprattutto la politica e il settore pubblico, molto meno le aziende private. Ci dev’essere qualcosa che non funziona nei meccanismi dei regimi che si vantano di essere democratici, se è vero che diversi regimi autoritari sparsi per il mondo possono vantare corpi diplomatici più qualificati e avveduti dei nostri. La politica estera di dittature come quella cinese, russa, iraniana, turca, persino pachistana, sembra più efficiente di quella di Tajani o, al livello europeo, di Kaja Kallas. Sull’amministrazione americana sarebbe molto più complicato esprimere un giudizio, ma certo la superficie che emerge con le sparate di Trump non è delle più rassicuranti. Il discorso si farebbe molto lungo ma, per chiudere, mi piace richiamare il giudizio che diede Benedetto Croce a proposito del fascismo (da cui peraltro non era troppo distante dal punto di vista ideologico, almeno nella fase iniziale): come ricorda Franco Cordero, il filosofo abruzzese parlava di “un regime asinino temperato dalla corruzione”. Fantastica definizione, che ben si attaglia alla società di oggi. Dal sogno della fantasia al potere siamo piombati agli asini al comando. *Professore di Diritto ed Economia nel carcere di Rebibbia La sicurezza nasce insieme: è un bene che nasce dalla relazione di Paolo Venturi Avvenire, 19 maggio 2026 Una lezione da Modena: la protezione del singolo non dipende solo dalla velocità con cui arriva il soccorso esterno, ma dall’esistenza di un tessuto sociale capace di risposta diretta, immediata. C’è un gesto che vale più di mille analisi. Quattro cittadini che bloccano un aggressore in via Emilia. Non aspettano una direttiva, non attendono un protocollo: agiscono insieme, istintivamente, perché si sentono parte di qualcosa che vale la pena difendere. Poi, il giorno dopo, cinquemila persone in Piazza Grande si convocano non per una manifestazione politica in senso partitico, ma per qualcosa di più antico e più necessario: per riconoscersi, per dirsi che esistono ancora come comunità. Modena, in questi due giorni, ha offerto al Paese una lezione che merita di essere capita fino in fondo, non è una lezione di ordine pubblico soltanto, anche se l’ordine pubblico conta, non è una lezione di sicurezza in senso stretto, anche se la sicurezza è un diritto fondamentale, è una lezione su come si produce protezione vera, quella che non si esaurisce nel necessario controllo del territorio. Il dibattito pubblico tende a trattare la sicurezza come un problema di risorse e di presenza: più presidio, più prevenzione istituzionale. Tutto necessario, ma insufficiente, se resta solo questo. Perché la sicurezza che conta per la vita quotidiana delle persone è in larga misura un bene relazionale, un bene che esiste soltanto nella relazione, che non può essere prodotto unilateralmente da uno Stato pur efficiente, e che decade quando i legami comunitari si allentano. La protezione del singolo non dipende solo dalla velocità con cui arriva il soccorso esterno, ma dall’esistenza di un tessuto sociale capace di risposta diretta, immediata: che non cede, che non si volta dall’altra parte, che si prende cura. Questo è quello che la scienza sociale chiama capitale sociale, la rete di fiducia, reciprocità e riconoscimento che lega le persone in un luogo. La ricerca oggi è in grado di portarci evidenze rigorose: le comunità con alto capitale sociale hanno indici di benessere, salute e sicurezza significativamente migliori, non solo perché dispongono di maggiori risorse formali, ma perché hanno più relazioni attive, di reciprocità. Amartya Sen lo direbbe in modo diverso: la libertà reale di una persona dipende dalle capacità che riesce a esercitare, e molte di quelle capacità dipendono dal contesto comunitario in cui vive. La deriva individualistica della nostra epoca ha prodotto una visione della sicurezza come protezione del singolo contro il mondo esterno: una visione parziale, oltre che controproducente. L’individuo sicuro non è quello meglio sorvegliato ma quello che abita una comunità che esiste, che si riconosce, che si aiuta, che sostiene il lavoro pubblico delle istituzioni e che poi si ritrova in piazza, in quel luogo comunitario e politico per eccellenza, per affermare con la propria presenza fisica che chi vuole minare la vita pubblica e libera dei cittadini troverà davanti a sé non individui isolati, ma una comunità coesa. La piazza di Modena non è soltanto una risposta a ciò che è accaduto ma è un rito, un atto generativo: il momento in cui una comunità si auto-produce e si rende visibile a se stessa. Un’urgenza civile che va alla ricerca della consapevolezza di non essere soli. Nessuno parla del vero problema: il sistema delle cure psichiatriche di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 19 maggio 2026 Nelle ore successive al brutale attacco avvenuto a Modena, il dibattito pubblico ha preso subito una direzione precisa: terrorismo, radicalizzazione, sicurezza. Una reazione quasi automatica, alimentata dalla dinamica dell’evento e dalle origini marocchine della famiglia del responsabile. Poi gli accertamenti della Procura hanno escluso qualsiasi matrice ideologica o religiosa. E a quel punto è riemerso un altro elemento, molto meno spendibile sul piano politico e mediatico: il grave disagio psichico di Salim El Koudri, trentunenne già seguito dai servizi di salute mentale e poi uscito dal percorso di cura. È qui che si concentra il punto vero della vicenda. Perché il caso di Modena non racconta soltanto un episodio di violenza estrema. Racconta anche la fragilità di un sistema che fatica a intercettare, seguire e mantenere in cura persone con disturbi psichiatrici importanti. E mostra ancora una volta quanto sia più semplice invocare repressione e allarme sicurezza piuttosto che affrontare il tema della salute mentale pubblica. Dal 2022 era in cura al Centro di salute mentale dell’Asl di Modena per disturbi psichici riconducibili a un quadro schizoide. Attenzione, parliamo di casi particolari, altrimenti c’è il rischio di criminalizzare i disturbi psichiatrici che non hanno alcun automatismo con la violenza. Dopo quel periodo, però, l’uomo avrebbe interrotto i contatti con i sanitari e di lui si sarebbero perse le tracce. Non si sa esattamente perché. Forse ha smesso di presentarsi agli appuntamenti. Per quasi due anni di lui si sono perse le tracce. La disoccupazione, l’isolamento, il progressivo distacco dalla realtà. Il terrorismo islamico esiste e fa vittime reali anche nel cuore dell’Europa. Ma questo non è quel caso. E insistere a chiamarlo con quel nome non protegge nessuno. Una storia che si ripete - Tredici anni fa, all’alba dell’11 maggio 2013, Adam Kabobo percorse le strade del quartiere Niguarda a Milano armato di piccone. Uccise tre persone, ne ferì altre due. Era un cittadino ghanese al quale le perizie riconobbero la seminfermità mentale per schizofrenia paranoide. Non risultava in carico ad alcun servizio di salute mentale. Anche allora i primi giorni portarono il dibattito fuori strada: si parlò di sicurezza, di immigrazione, di come le pene fossero troppo miti. Beppe Grillo usò quella storia sul suo blog per invocare l’inasprimento delle pene, il solito repertorio di chi sa come avere consensi facili. Il problema vero, quello delle cure psichiatriche mancanti, restò sullo sfondo. La storia si ripete perché ogni volta si preferisce la spiegazione più immediata. Il nemico straniero, il fanatico, il criminale incallito. Funziona perché è semplice e perché sposta l’attenzione da un sistema che non funziona a un individuo da isolare. Quando però i fatti non reggono questa lettura, come nel caso di Modena, il racconto implode ma il danno è già fatto: l’opinione pubblica ha già incanalato la rabbia nella direzione sbagliata, e il problema strutturale è rimasto intatto. Chi lavora nei dipartimenti di salute mentale lo sa bene. Una psicologa che opera in uno di questi servizi ha spiegato a Il Dubbio: “È complicato coniugare il mandato di cura con quello di controllo sociale che alla psichiatria è spesso demandato. Lo è per le carenze organiche, lo è anche per la difficoltà di fare coesistere in modo equilibrato queste due funzioni in un unico operatore. Come società dobbiamo chiederci quanto senso di sicurezza siamo disposti a perdere per tutelare il diritto all’autodeterminazione, anche nelle cure”. È una domanda scomoda. E la risposta non è facile da dare. C’è una complessità da affrontare. Il tempo che manca ai centri di salute mentale - In Italia il finanziamento della salute mentale è fermo a circa il 3 per cento del fondo sanitario nazionale da oltre venticinque anni, invariato persino durante la pandemia, mentre già nel 2001 i presidenti delle Regioni si erano impegnati a raggiungere il 5 per cento. Secondo il Collegio nazionale dei direttori dei dipartimenti di salute mentale, servirebbero almeno 2 miliardi di euro in più e il 30 per cento di personale in più per poter prendere in carico tutte le persone che hanno bisogno di aiuto. Il Piano di azione nazionale salute mentale 2025-2030, approvato a dicembre scorso dalla Conferenza Stato-Regioni, stanzia ottanta milioni di euro per il 2026. Ottanta milioni contro un fabbisogno stimato in due miliardi. Sono risorse ventisei volte inferiori a quelle che servono. In questo contesto, i Centri di salute mentale lavorano in emergenza permanente. Le liste d’attesa sono lunghe. Il personale è ridotto all’osso. La continuità delle cure, che dovrebbe essere il cuore di ogni presa in carico psichiatrica, diventa spesso impossibile da garantire. Solo il 57,9 per cento delle persone con disturbi mentali riceve un trattamento adeguato. Il resto rimane fuori, in una zona dove il disagio cresce senza che nessuno se ne accorga fino a quando non esplode. Salim El Koudri era in quella zona grigia da almeno un anno e mezzo. Un ragazzo con una diagnosi documentata, seguito da un servizio pubblico, poi perso di vista nel momento in cui ne aveva più bisogno. Questo non significa che i sanitari abbiano sbagliato: significa che il sistema li ha messi in condizione di non poter fare il loro lavoro come si deve. La stessa psicologa aggiunge a Il Dubbio un’osservazione che riguarda direttamente il modo in cui la politica risponde a queste vicende: “In carcere il disturbo che viene trattato non è la patologia mentale ma tutto ciò che altera l’ordine dell’istituto. Questa non è cura. Stare sulla sicurezza della custodia può sembrare più rassicurante, ma a fine pena viene restituita alla società una persona più sofferente di prima, potenzialmente anche più pericolosa”. In altre parole, chi invoca pene più dure non sta risolvendo nulla. Inasprire le pene non cura nessuno. Non riporta in vita chi è morto. Non restituisce le gambe alla donna di via Emilia. Serve a dare l’impressione di fare qualcosa, che è la cosa più comoda e la più inutile che esista. “Stop cittadinanza facile”. Salvini rilancia la campagna anti-immigrazione di Mauro Bazzucchi Il Dubbio, 19 maggio 2026 Vannacci cavalca i fatti di Modena per erodere ulteriore consenso alla Lega, che deve rispondere sullo stesso terreno. Mentre Meloni sceglie la strada della prudenza. La prudenza istituzionale di Giorgia Meloni e Matteo Piantedosi da una parte. La controffensiva politica e mediatica della Lega dall’altra. Attorno al caso di Salim El Koudri, il giovane che a Modena ha investito diversi pedoni seminando il panico nel centro cittadino, il centrodestra si è mosso, come è noto, con velocità e registri diversi, lasciando emergere ancora una volta le profonde inquietudini che agitano il partito di Matteo Salvini sul terreno della sicurezza e dell’immigrazione. Un terreno sul quale il leader leghista sente sempre più il fiato sul collo del generale Roberto Vannacci e di Futuro Nazionale, che da settimane martellano contro immigrati, islamismo e italiani di seconda generazione, cercando di intercettare l’elettorato più radicale della destra. Mentre da Palazzo Chigi e dal Viminale filtrava la linea della cautela, in attesa degli sviluppi investigativi e degli accertamenti sulle eventuali fragilità psichiche dell’attentatore, la Lega ha immediatamente scelto la strada dello scontro politico. Salvini ha rilanciato la proposta di legge sulla revoca della cittadinanza e del permesso di soggiorno in caso di reati gravi, trasformando il caso Modena in una battaglia simbolica contro le cosiddette seconde generazioni considerate “non integrate”. “Se uno gira con un coltello in macchina, falcia la gente con la macchina e inneggia ad Allah su profili che sono poi stati chiusi da Facebook, allora è ancora più grave”, ha dichiarato il vicepremier a “24 Mattino”, aggiungendo che “sulle seconde generazioni che spesso non si integrano, prevedere revoca della cittadinanza ed espulsione sono temi su cui lavoriamo da un anno e mezzo”. Poco dopo, sui social, Salvini ha alzato ulteriormente i toni: “Italianissimo, laureato e perfettamente integrato, non vi pare? Chissà se qualcuno tenterà ancora di minimizzare l’attentato di Modena”. Fino all’affondo contro “tv e stampa di sinistra” accusate di voler “censurare” le frasi contro i cristiani attribuite a El Koudri. Una linea che nel giro di poche ore è diventata la posizione ufficiale della Lega. Dai capigruppo Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo fino agli europarlamentari Silvia Sardone, Susanna Ceccardi e Anna Maria Cisint, il partito ha costruito una vera offensiva politica, insistendo sul fallimento dell’integrazione, sui rischi dell’islamismo domestico e sulla necessità di introdurre meccanismi più rigidi per il rilascio e il mantenimento della cittadinanza italiana. Non solo. Gli eurodeputati del Carroccio hanno chiesto alla presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola di inserire nella plenaria di Strasburgo un dibattito sugli “attacchi terroristici di Modena” e sulla necessità di “rendere più stringenti i criteri di rilascio delle cittadinanze”. Parole e iniziative che dentro la maggioranza non tutti condividono. Forza Italia, pur senza entrare in rotta di collisione con Salvini, continua infatti a mantenere una linea molto più prudente, soprattutto sul tema delle seconde generazioni e della cittadinanza. Nel partito azzurro resta forte la convinzione che la destra rischi di infilarsi in una deriva propagandistica su un caso ancora tutto da chiarire dal punto di vista investigativo e giudiziario. Una cautela che coincide anche con quella della premier Meloni, attenta a non alimentare tensioni incontrollabili mentre gli inquirenti cercano di ricostruire il profilo dell’aggressore. Ma la Lega sembra ormai ragionare con altre priorità politiche. Il punto non è soltanto contendere voti all’opposizione sul tema sicurezza. Il vero problema, per Salvini, è impedire che alla sua destra si consolidi un competitor capace di parlare senza filtri all’elettorato più identitario e arrabbiato. Vannacci lo ha capito da tempo e continua a battere ossessivamente sugli stessi argomenti: islam, cittadinanza, degrado urbano, immigrati “non assimilati”, difesa dell’identità nazionale. Un pressing che nel Carroccio viene percepito come una minaccia concreta. La Lega prova così a non perdere la leadership della destra securitaria, alzando i toni ben oltre quelli scelti dal resto del governo. Anche a costo di aprire nuove crepe nella maggioranza. Modena e la banalità del razzismo nell’Italia multiculturale a sua insaputa di Marco Aime* Il Domani, 19 maggio 2026 L’idea di ridurre tutta la complessità dei casi di Modena e dell’omicidio di Sacko a un fatto puramente biologico - e in quanto tale, ineluttabile - dimostra la forza del razzismo di semplificare tutto. Non dobbiamo lasciare che ci si abbandoni all’assenza di volontà e di capacità di comprendere la complessità di un paese che volenti o nolenti è in via di trasformazione. Già è vergognoso che molti giornali, nello scegliere il titolo di un fatto di violenza, metta in luce la nazionalità del colpevole. Lo è ancora di più che quella nazionalità venga invece omessa, quando quel o quei colpevoli sono italiani, qualunque cosa voglia dire questo aggettivo. E perché molti giornali si sono sentiti in dovere di specificare che l’autore del disastro di Modena era italiano, sì, “ma di seconda generazione”. Nessuno ha rimarcato che gli assassini di Bakari Sacko a Taranto, i quali non sono state vittime di un gesto di follia, ma hanno ucciso coscientemente e volutamente con una violenza incredibile. Salvini cavalca la tragedia, Modena gli risponde scendendo in piazza “contro chi semina odio” Che Matteo Salvini, incapace di qualsivoglia sentimento che assomigli a qualcosa di umano, si getti immediatamente nel fango dello sciacallaggio è ormai scontato, visto il cinismo che gli è consueto. Le sue parole si potevano anticipare, un minuto dopo il fatto di Modena, così come era facile prevedere. “L’Italia c’è ancora” ha detto Giorgia Meloni, elogiando uno degli uomini che hanno fermato Salim El Kudri. L’Egitto, invece, in questa “nazionalizzazione” dei meriti, manca. Pazienza per padre e figlio, che anche loro si sono avventati sul folle in fuga. Quell’Italia non c’è più, è scomparsa dalla retorica meloniana se ci spostiamo a Taranto. Nessun esponente delle destre mette in luce l’italianità di quel gruppo di giovani delinquenti, che hanno ucciso a sangue freddo Bakari Sako, solo perché era straniero e aveva la pelle nera. Biologia e natura umana Si potrebbero citare molti altri casi di etnicizzazione a senso unico del crimine, cioè l’attribuire agli stranieri una sorta di cattiveria e di violenza innata, legata inevitabilmente alla loro provenienza. Si tratta di una riproposizione dei principi razziali, che vedevano la natura umana ineluttabilmente determinata dalla biologia, a cui non è possibile sfuggire. Una riproposizione aggravata dall’ipocrisia di non adottare la stessa lettura (sbagliata finché si vuole) ai propri compatrioti. Si vede solo la pagliuzza nell’occhio dell’altro ed ecco allora che una lettura razziale diventa razzismo vero e proprio. Basti leggere i titoli dei giornali filogovernativi, per rendersi conto di come all’analisi, si preferisca lo scontro brutale, ignorante. Non una parola sull’uomo ucciso a Taranto, nemmeno una riga per Diala Kante, un orafo italiano originario del Senegal, che mentre si recava con i suoi figli in ristorante a Milano è stato ammanettato e portato e trattenuto dodici ore in questura perché non ha mostrato il permesso di soggiorno agli agenti, dopo avere loro mostrato la carta d’identità. Eliminare il ragionamento - Una lettura manichea in chiave razzista ha un solo obiettivo, semplificare al massimo, per evitare ogni possibile ragionamento articolato e basato sui fatti. Via ogni tipo di analisi, cancellata ogni possibile riflessione sulle singole motivazioni, che risulterebbero nella maggior parte dei casi dovute a disagi psichici o sociali, rimangono la razza l’etnia. La forza del razzismo sta nell’essere una lente che semplifica e riduce il tutto a una questione presuntamente genetica. Sottolineo presuntamente, ma chi ci crede non lo sa. Il problema, però, non sta solo nelle becere dichiarazioni di qualche politico o nelle sue mancate dichiarazioni, talmente scontate da apparire retrive, ma nell’assenza di volontà e di capacità di comprendere la complessità di un paese che volenti o nolenti è in via di trasformazione, come peraltro è sempre stato. Questa etnicizzazione dei rapporti sociali, una sorta di neotribalismo, nasce e si rafforza nel momento in cui cessa di esistere quel pluralismo che si stabilisce quando le linee di divisione tra gruppi sono neutralizzate e frenate da affiliazioni multiple, da legami sociali, amicali, professionali, mentre scompare quando le linee di fratture economico-sociali coincidono, sommandosi e rinforzandosi l’una con l’altra. È su questo che ogni governo che, indipendentemente dal colore, invece di fare propaganda, volesse davvero tentare di costruire una società civile. Siamo un paese multiculturale a nostra insaputa, anche se continuiamo a far finta di no. *Antropologo In Italia 140mila ragazzi vivono nelle periferie “difficili” tra povertà, poca istruzione e violenza di Thomas Usan La Stampa, 19 maggio 2026 Save the Children e i “luoghi che contano”: l’indagine racconta le realtà sociali delle città italiane, tra paure e speranze. I bambini nati in un quartiere più svantaggiati sono più esposti al rischio di povertà da adulti e hanno meno possibilità di emergere. Questo è il quadro che traccia Save the Children nella ricerca annuale “I luoghi che contano”, pubblicata oggi (19 maggio). Una lunga indagine, che, attraverso i numeri, racconta le realtà sociali delle città italiane e soprattutto come queste impattino sulla vita e il futuro dei minorenni. Quando il disagio è sociale ed economico - Nei comuni capoluogo delle 14 città metropolitane italiane un minore su dieci (il 10,3%, pari a circa 142 mila ragazzi) vive in un’area di disagio socioeconomico urbano (Adu). In queste zone vengono registrate più criticità che possono compromettere la qualità della vita dei ragazzi. Secondo l’Istat sono 158 in tutto il Paese e si confermano delle vere “periferie dei bambini”, precisa l’associazione. Infatti qui c’è una maggiore concentrazione di minori rispetto alla media dei comuni delle città metropolitane (16,7% contro 14,8%). Ma non è tutto rose e fiori. Nelle Adu il 42,3% delle famiglie vive in povertà relativa. Il 15,4% di studentesse e studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado ha abbandonato la scuola o è stato bocciato almeno una volta. Il doppio rispetto alla media del 7,6% dei comuni delle città metropolitane. La scuola nelle aree fragili - Ma non è tutto. Infatti in queste aree il 20,8% di chi frequenta l’ultimo anno delle medie è a rischio “dispersione implicita” (10 punti percentuali in più della media dell’11%): più di un 15-29enne su 3 (35,6%) non studia e non lavora. Un numero più elevato rispetto al 22,9% della media dei comuni (+12,7 punti percentuali). A Torino la cifra registrata è del 20,9%, più del doppio rispetto alle altre zone (9,1%). Inoltre secondo un’indagine più approfondita sul tema di “Save the Children” al 16,7% di studentesse e studenti dell’ultimo anno delle scuole medie all’interno o in prossimità delle aree vulnerabili nelle grandi città è capitato di non disporre del materiale scolastico necessario a inizio anno (rispetto al 10,5% degli alunni delle scuole delle altre aree) e al 17,3% di non partecipare a una gita scolastica per motivi economici (contro il 7,6%). Inoltre, solo il 36,5% pensa che si iscriverà al liceo, 30 punti percentuali in meno rispetto al 66,9% degli altri quartieri - A casa la situazione cambia poco. Meno della metà degli studenti (46,4%) ha una stanza “tutta per sé” (contro il 60% degli altri) e non tutti dispongono di spazi all’aria aperta (solo il 76%). Ed è più basso anche il livello di istruzione dei genitori: appena il 19,1% delle madri e il 16,4% dei padri degli alunni delle aree vulnerabili è laureato, a fronte del 44,5% e del 36% negli altri contesti cittadini. Infine solo una madre su due ha un lavoro (49,9%), mentre nel resto della città la percentuale sale al 69,7%. Emarginati da chi rimane fuori - All’interno del report si analizza in maniera più mirata anche l’aspetto sociale. Quasi la metà degli studenti delle periferie vulnerabili (49,1%) ritiene che il proprio quartiere sia giudicato negativamente dagli altri, contro il 29,5% dei ragazzi delle altre aree. Ma chi vive ai margini sperimenta anche una maggiore percezione di pericolo: solo una ragazza su due (51,9%) si sente al sicuro, contro il 75% delle studentesse delle altre aree. Dall’altra parte però i ragazzi che frequentano scuole in zone fragili dichiarano di sentirsi felici (78,4%) e liberi (75,3%) e mostrano un senso di appartenenza forte nei confronti del proprio quartiere. Cifre comunque più basse rispetto ai quartieri “meno complicati” (85,1% e 87,5%). Ma in molti hanno anche le idee chiare su cosa dovrebbe essere migliorato: servizi di pulizia e raccolta rifiuti migliori (54,2%), più spazi di aggregazione per ragazze e ragazzi (32,6%), campetti e/o palestre (26%) e parchi più curati (27,9%). “Centoquarantaduemila bambine, bambini e adolescenti in Italia vivono nelle periferie fragili delle grandi città. Per questo abbiamo voluto dedicare Impossibile, la Biennale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, al tema delle periferie - commenta Daniela Fatarella, Direttrice generale di “Save the Children” - È proprio da questi luoghi che occorre partire per ridefinire le priorità politiche, perché un Paese in cui il destino di una bambina o di un bambino dipende dal quartiere in cui nasce è un Paese che non investe sul proprio futuro”. Le speranze per il domani - I giovani però non si arrendono al presente: oltre il 90% pensa che nella vita riuscirà a fare ciò per cui si sente portato. Emergono invece differenze nelle prospettive di vita legate al territorio. Solo uno su 4 (26,9%) tra chi frequenta scuola nelle Adu pensa di restare nel suo quartiere da grande, rispetto al 36% dei coetanei degli altri quartieri. Molti dichiarano di volersi spostare in un altro quartiere nella stessa città (36,1% contro 30%) o trasferirsi altrove in Italia (40,4% contro 30,8%). In generale, più della metà dei ragazzi (53,5%) esprime il desiderio di vivere all’estero. Più aree svantaggiate nelle grandi città - Le zone svantaggiate non sono omogeneamente distribuite. Il 73,5% delle aree Adu sono a Roma, Milano, Napoli, Torino e Palermo. Le disuguaglianze più marcate si registrano al Sud e nelle Isole. A Palermo la povertà riguarda il 63,8% delle famiglie nelle Adu contro una media cittadina del 36,8%; a Napoli il 60,1% contro il 39,6%; a Cagliari il 42,2% contro il 22,1%. Anche nel Centro-Nord emergono forti divari: a Torino il 37,6% nelle aree di disagio contro il 19% della città nel suo complesso (+18,6 punti percentuali), a Milano il 35,3% contro il 18,4% (+16,9 punti percentuali). Migranti sfruttati e reclusi: Castel Volturno e “l’affare” del Cpr da costruire di Fabrizio Geremicca Il Manifesto, 19 maggio 2026 Napoli, piazzale Tecchio, le 8 del mattino. Il bus dell’Air, azienda regionale di trasporti che copre la tratta tra il capoluogo campano e Mondragone, attende i passeggeri. Salgono una decina di persone e alle 8.10 si parte. Direzione Castel Volturno, il comune di circa 30mila abitanti nel casertano dove il ministro dell’Interno Piantedosi vorrebbe realizzare un Centro di permanenza per il rimpatrio dei migranti da 120 posti, cementificando il parco umido La Piana gestito dal nucleo dei carabinieri per la biodiversità. Il viaggio dura 90 minuti perché richiede un cambio all’altezza di Pineta Grande, dove è sorta alcuni anni fa una clinica privata. Si scende e si aspetta sul ciglio della Domiziana. Il secondo bus diretto a Castel Volturno arriva dopo un po’. Salgono un ragazzo africano col braccio ingessato (“ero in bici e mi hanno investito”) che cerca la sede dell’Asl, una ragazza africana e un terzo migrante, anch’egli africano, reduce da una nottata di lavoro in un fast food: “Prende 800 euro al mese - racconterà poi il conducente del bus, che lo saluta perché lo incontra ogni giorno - ma almeno lo hanno messo a posto”. L’autobus ferma qualche chilometro più avanti: attraversamento spericolato della Domiziana priva di marciapiedi e semafori, poche scalette e si entra nel centro della cittadina. Anziani seduti al sole davanti alle case basse del centro; bambini (italiani e migranti) che escono dalla scuola Garibaldi accompagnati dalle madri; pescatori di spigole e granchi blu (la specie invasiva che si è diffusa ovunque) con le canne sull’argine sinistro del fiume Volturno, in prossimità della foce; persone in fila davanti agli uffici comunali. Ancora: vecchie sedi di partito ormai chiuse, diversi Caf, bar e il castello medievale, simbolo identitario della cittadina, imprigionato nelle impalcature per evitare nuovi crolli, dopo quello parziale del 2019. Attende un restauro sempre annunciato e finora mai realizzato. Castel Volturno appare così alla vigilia della trasferta a Roma del suo primo cittadino Pasquale Marrandino. Esponente di terza generazione di un’azienda bufalina di successo, sindaco (da due anni) e indagato per corruzione (la procura lo accusa di aver ricevuto mazzette in cambio di incarichi pubblici, ma lui nega decisamente) oggi sarà nella Capitale a colloquio con Piantedosi proprio per il Cpr, che porta con sé un finanziamento di circa 43 milioni più le spese per la gestione. Ha annunciato l’incontro via social in un monologo con accenni polemici verso le “fake news, una parte politica ben definita e lo pseudo giornalismo che ha fatto sciacallaggio sulla notizia”. C’è un bando di gara e ci sono gli interessi di chi vorrebbe realizzare profitti. Ci sono le parrocchie, il vescovo di Pescopagano Giacomo Cerulli e quello di Caserta Pietro Lagnese, i padri comboniani e decine di associazioni impegnate nell’accoglienza e nell’assistenza ai migranti che hanno detto no e si preparano a promuovere manifestazioni e assemblee (il 26 maggio all’università di Salerno). C’è pure la contrarietà di Roberto Fico, il presidente della giunta regionale della Campania. Poi ci sono loro, gli abitanti di Castel Volturno, che vorrebbero sevizi e non un Cpr. “Qui manca tutto - racconta un bidello in pensione che abita in prossimità del municipio e lavorava nella scuola in via San Rocco -. Carabinieri e polizia si sono trasferiti al Villaggio Coppola. Sono rimasti i vigili urbani, ma servono a poco”. Protesta: “Abbiamo cambiato decine di sindaci e sono stati l’uno peggio dell’altro. Adesso vogliono metterci questo Cpr, ma è sbagliato costruirlo proprio qui”. Non partecipa, però alla mobilitazione del comitato No Cpr perché è rassegnato: “Se sono stati stanziati tanti soldi lo faranno”. Salvatore Panico, figlio di un costruttore e funzionario comunale in pensione, parla delle villette sulla riva destra del Volturno: “I proprietari napoletani e dell’hinterland le hanno abbandonate da decenni, sono state occupate, rifugio precario dei migranti, o sono affittate a essi abusivamente per 50, 100 euro mensili a stanza. Eppure una volta era una perla del turismo”. I comboniani: “Sul territorio abbiamo immigrati di 92 nazionalità, spesso sfruttati sia sotto il profilo del lavoro che sotto quello abitativo; un quadro a cui si aggiungono la piaga delle infiltrazioni della criminalità sia locale che internazionale, della droga, della prostituzione, e dell’inquinamento, perché il terreno e la falda sono contaminati da sostanze tossiche. Abbiamo già un Cas a poca distanza da qui, con 250 persone che attendono per anni i documenti. Davvero crediamo che costruire un Cpr risolva questa situazione, dato che già quelli esistenti hanno dimostrato di non essere efficaci?”. Pena di morte, record di esecuzioni. Torniamo al 1981 di Riccardo Noury* Il Domani, 19 maggio 2026 Complessivamente, nel 2025 le esecuzioni sono cresciute del 78 per cento rispetto alle almeno 1518 del 2024. Lo sconvolgente aumento delle esecuzioni non implica che non vi siano progressi: quando, nel 1977, Amnesty International avviò la sua campagna contro la pena di morte, solo 16 stati l’avevano abolita. Secondo l’ultimo rapporto annuale di Amnesty International sulla pena di morte nel mondo, appena diffuso, nel 2025 le esecuzioni hanno raggiunto il numero più alto dal 1981: almeno 2707 persone sono state messe a morte in 17 stati e parliamo delle esecuzioni note. Questo impressionante record è stato dovuto a una manciata di governi determinati a imporre la legge della paura. Le autorità iraniane, le maggiori responsabili dell’impennata di esecuzioni, hanno messo a morte almeno 2159 persone, oltre il doppio del 2024. Non è escluso che il macabro record risulterà ulteriormente ritoccato alla fine di quest’anno. In Arabia Saudita le esecuzioni sono salite ad almeno 356. In Kuwait sono pressoché triplicate (da sei a 17), in Egitto quasi raddoppiate (da 13 a 23) e lo stesso è accaduto a Singapore (da nove a 17) e negli Usa (da 25 a 47, il più alto numero dal 2006 quando erano state 53). Complessivamente, nel 2025 le esecuzioni sono cresciute del 78 per cento rispetto alle almeno 1518 del 2024. Come sempre, ogni anno non è possibile quantificare le condanne a morte eseguite in Cina, presumibilmente migliaia e che lasciano Pechino in testa alla classifica mondiale della pena di morte. L’anno zero dell’Iran. Esecuzioni e caccia alle “spie di Israele” Più 78 per cento Lo sconvolgente aumento delle esecuzioni è dipeso in gran parte dal ritorno delle politiche “anti-droga”, basate non sulla prevenzione e la riduzione del danno bensì esclusivamente sulla pena di morte: quasi la metà (ossia il 46 per cento) delle esecuzioni note ad Amnesty International ha riguardato reati di droga, come in Arabia Saudita (240), Iran (998), Kuwait (2) e Singapore (15). I parlamenti di Algeria, Kuwait e Maldive hanno adottato norme per ampliare l’uso della capitale ai reati di droga. Si conferma dunque la tendenza verso un aumento del numero delle esecuzioni a fronte della diminuzione di quello degli stati che applicano la pena di morte. Nel 2025, ribadiamolo, in tutto 17. Più Stati Dieci di questi 17 stati popolano regolarmente la classifica degli ultimi cinque anni: Arabia Saudita, Cina, Corea del Nord, Egitto, Iran, Iraq, Somalia, Usa, Vietnam e Yemen. Altri quattro (Emirati Arabi Uniti, Giappone, Sud Sudan e Taiwan) hanno ripreso le esecuzioni nel 2025. Completano l’elenco Afghanistan, Kuwait e Singapore. Alla fine del 2026 potrebbero esserci esecuzioni in altri tre stati: il governo del Burkina Faso ha fatto propria una proposta di legge per il ripristino della pena di morte per i reati di “alto tradimento”, “terrorismo” e “spionaggio”, in Ciad è stata istituita una commissione che potrà raccomandare la reintroduzione e, come noto, Israele ha adottato due nuove leggi per mettere a morte, di fatto, solo palestinesi. Israele e Usa - Il rapporto di Amnesty International segnala però anche per quanto riguarda il 2025 conferme e progressi in ogni parte del mondo. Non ci sono state esecuzioni né condanne a morte in Europa e in Asia Centrale. Per il diciassettesimo anno consecutivo gli Usa sono stati gli unici nelle Americhe a eseguire condanne a morte, quasi la metà delle quali in Florida. Nell’Africa subsahariana ci sono state esecuzioni solo in Somalia e in Sud Sudan, nell’Asia meridionale solo in Afghanistan, nell’Asia sudoccidentale solo a Singapore e in Vietnam. Nella regione del Pacifico Tonga è rimasto l’unico stato a mantenere la pena di morte. Il Vietnam ha abolito la pena di morte per otto reati e il Gambia per omicidio, tradimento e altri reati contro lo stato. Con una decisione storica, la governatrice dell’Alabama (Usa) ha commutato la condanna a morte di Rocky Myers, il primo nero del braccio della morte statale verso il quale è stata esercitata clemenza. Un obiettivo condiviso In Libano e in Nigeria sono state presentate proposte di legge abolizioniste e la Corte costituzionale del Kirghizistan ha bocciato i tentativi di reintrodurre la pena di morte. Quando, nel 1977, Amnesty International avviò la sua campagna contro la pena di morte, solo 16 stati l’avevano abolita. Oggi quel numero è salito a 113, oltre la metà del mondo. Addirittura, più di due terzi degli stati è abolizionista per legge o per prassi. In un mondo nel quale i diritti umani sono sotto attacco, nonostante i dati spaventosi del 2025 l’abolizione della pena di morte resta dunque un obiettivo condiviso da gran parte dell’umanità e ampiamente realizzabile. Da tempo, ormai, la domanda non è se un giorno la pena di morte verrà mai abolita ma entro quanto tempo. Sovraffollamento, suicidi e diritti negati in carcere. Antigone: “Il bilancio del 2025 è il più cupo degli ultimi anni”. *Amnesty International Italia E la pena di morte raddoppia nel mondo. Teheran senza freni di Daniele Zaccaria Il Manifesto, 19 maggio 2026 Se esistesse un premio Nobel per la pena di morte, sarebbe vinto a mani basse dall’Iran degli ayatollah e dei pasdaran. Nessun altro Paese al mondo ha infatti giustiziato così tante persone nel 2025: almeno 2.159 esecuzioni in dodici mesi, più del doppio rispetto all’anno precedente, una cifra che da sola alimenta l’escalation globale registrata da Amnesty International nel suo nuovo rapporto annuale sulla pena capitale. È la fotografia di un regime assediato, che negli ultimi anni ha ulteriormente stretto la vite sui diritti. Basti pensare che nel rapporto non sono conteggiate la brutale repressione delle rivolte di piazza dello scorso gennaio (30mila vittime), e la successiva “caccia alle spie” dopo i bombardamenti di Usa e Israele e la morte della Guida suprema Alì Khamenei che ha consegnato tutto il potere nelle mani dei Guardiani della Rivoluzione. La Repubblica islamica non utilizza la pena di morte soltanto come sanzione penale, ma come una specie di infrastruttura politica permanente: le impiccagioni pubbliche, le condanne per reati di droga, le esecuzioni di oppositori o manifestanti sono parte di un sistema che mira a produrre paura e obbedienza e che fin qui è stato capace di piegare ogni tipo di contestazione interna. Al di là dell’Iran, il rapporto di Amnesty delinea una drammatica impennata della pena capitale nel mondo, le esecuzioni ufficialmente registrate nel 2025 sono state infatti 2.707, compiute da 17 Stati; si tratta del livello più alto mai documentato dall’organizzazione dal 1981, l’anno in cui la Francia abolì la ghigliottina e la pena di morte entrò definitivamente nella categoria delle pratiche incompatibili con la democrazia liberale europea. Rispetto al 2024, quando si sono registrate circa 1500 esecuzioni l’aumento appare vertiginoso: più del 78 per cento. Nonostante queste sconfortanti cifre, la pena di morte nel mondo rimane praticata da una minoranza di Stati, ma da quella minoranza viene utilizzata in modo sempre più feroce e radicale. Come spiega la segretaria generale di Amnesty, Agnès Callamard questa escalation è il prodotto di “un piccolo gruppo isolato di Stati determinati a eseguire condanne a morte a qualunque costo”. Dall’Iran alla Cina, dalla Corea del Nord all’Arabia Saudita, fino allo Yemen e agli Stati Uniti, secondo Callamard la pena capitale viene usata per “instillare paura, schiacciare il dissenso e mostrare la forza esercitata dalle istituzioni sulle persone svantaggiate e marginalizzate”. Anche l’Arabia Saudita, alleato strategico dell’Occidente, occupa un posto centrale in questa macabra geografia: nel 2025 il regime wahabita ha effettuato almeno 356 esecuzioni, molte delle quali legate a reati di droga. Negli ultimi anni Riyad ha cercato di presentarsi come un Paese in modernizzazione, aperto agli investimenti internazionali, ai grandi eventi sportivi e al turismo globale. Ma dietro l’immagine scintillante delle riforme volute dal principe ereditario Mohammed bin Salman continua a sopravvivere uno degli apparati repressivi più spietati del pianeta. Il rapporto segnala inoltre aumenti significativi delle esecuzioni in diversi altri Paesi; in Kuwait il numero dei giustiziati è quasi triplicato, passando da sei a diciassette, in Egitto si è quasi raddoppiato, da tredici a ventitré, a Singapore le esecuzioni sono salite da nove a diciassette. E anche negli Stati Uniti, unico Paese del continente americano a praticare ancora la pena di morte, il numero delle esecuzioni è passato da 25 a 47 in un anno, effetto immediato delle politiche dell’amministrazione Trump. Negli Stati Uniti la pena di morte è inoltre intrecciata a profonde disuguaglianze sociali e razziali: colpisce soprattutto i più poveri, chi non può permettersi una difesa adeguata, le minoranze marginalizzate. Uno degli aspetti più inquietanti del rapporto riguarda la cosiddetta “guerra alla droga”. Quasi la metà delle esecuzioni registrate nel 2025 - 1.257, pari al 46 per cento del totale mondiale - riguarda reati legati al traffico, ma a volte al solo possesso, di sostanze stupefacenti. Amnesty denuncia il ritorno di politiche estremamente punitive, spesso in aperta violazione del diritto internazionale. Sempre in Iran, da sole, le esecuzioni per droga sono state almeno 998. In Arabia Saudita 240. Anche Kuwait e Singapore continuano a utilizzare la pena capitale per questo tipo di reati con processi sommari, condanne speditive in aperta violazione del diritto di difesa. Da anni le organizzazioni per i diritti umani contestano l’idea che la pena di morte possa avere un reale effetto deterrente sul narcotraffico. Non esistono prove solide che dimostrino una diminuzione del consumo o del commercio di droga nei Paesi che applicano esecuzioni di massa. Al contrario, la pena capitale colpisce spesso gli anelli più deboli della catena: piccoli corrieri, immigrati, persone vulnerabili o povere, facilmente sostituibili dalle organizzazioni criminali. Il rapporto di Amnesty sottolinea inoltre come alcuni governi stiano cercando di ampliare il ricorso alla pena di morte. Algeria, Kuwait e Maldive hanno infatti adottato o discusso misure legislative per estendere la pena capitale ai reati legati agli stupefacenti. Quattro Paesi - Emirati Arabi Uniti, Giappone, Sud Sudan e Taiwan - hanno invece ripreso le esecuzioni dopo un periodo di sospensione. Eppure, dentro questo quadro cupo, Amnesty intravede anche un movimento di fondo opposto: la pena di morte continua lentamente a perdere legittimità internazionale; in tutta l’Europa e nell’Asia centrale non è stata registrata alcuna esecuzione né alcuna nuova condanna a morte. Nell’Africa subsahariana le esecuzioni si sono limitate a Somalia e Sud Sudan. In Asia meridionale soltanto l’Afghanistan governato dai talebani ha fatto ricorso al boia, nel Sud-est asiatico unicamente Singapore e il Vietnam. Il numero degli Stati abolizionisti continua lentamente a crescere, mentre quello dei Paesi esecutori resta confinato in una minoranza sempre più isolata. Ma persino questi inquietanti numeri sono incompleti perché si riferiscono una parte della realtà; il rapporto, infatti, non include le migliaia di esecuzioni che secondo Amnesty continuano a essere praticate in Cina, dove i dati sulla pena di morte sono coperti dal segreto di Stato. Pechino viene considerata da anni il principale esecutore mondiale, ma l’opacità del sistema rende impossibile qualunque stima affidabile. Lo stesso vale per l’impenetrabile Corea del Nord, altro regime in cui le informazioni vengono trattate come materia militare e dove il numero reale delle esecuzioni rimane un assoluto mistero. Oltre 200mila bambini con un genitore fermato dall’Ice: l’America di Trump separa le famiglie di Elena Molinari Avvenire, 19 maggio 2026 Arresti e deportazioni, nel secondo mandato del tycoon, si sono moltiplicati in maniera esponenziale: la “tolleranza zero” della Casa Bianca riguarda sempre più spesso nuclei familiari con figli nati sul suolo degli Stati Uniti. Oltre 200mila bambini negli Stati Uniti hanno almeno un genitore detenuto o deportato a causa delle retate anti-immigrazione della seconda Amministrazione Trump. Di questi, circa 145mila sarebbero cittadini americani. È la stima contenuta in una nuova analisi della Brookings Institution, centro di ricerca non profit centenario e bipartisan di Washington, condotta insieme alla Georgetown University, che fotografa un fenomeno molto più ampio rispetto ai dati ufficiali. Nel 2018, durante il primo mandato di Donald Trump, la separazione di circa 5.500 bambini dai genitori fermati al confine con il Messico provocò indignazione internazionale, proteste, una valanga di critiche politiche e infine una parziale marcia indietro della Casa Bianca. Oggi, secondo i ricercatori, circa 205mila minori hanno avuto il padre o la madre fermati dalle autorità migratorie: una scala nettamente superiore a quella delle separazioni familiari diventate simbolo del primo mandato Trump e della sua “tolleranza zero” alle frontiere. Questa volta il fenomeno ha caratteristiche diverse rispetto a otto anni fa. Riguarda infatti soprattutto famiglie che si trovano già all’interno del Paese, spesso residenti negli Stati Uniti da anni, con figli nati sul suolo americano. L’Amministrazione repubblicana ha condotto circa 400mila fra arresti e deportazioni di immigrati in operazioni sul territorio nazionale, ma non mantiene un sistema pubblico che registri sistematicamente quanti figli abbiano i fermati o che cosa accada a quei bambini. Per colmare questo vuoto, gli studiosi hanno incrociato i dati dell’ultimo censimento Usa con quelli sugli arresti dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice), calcolando il numero di figli sulla base di età, sesso, nazionalità, stato civile e status migratorio delle persone fermate. La loro conclusione è che la quantità di minori americani coinvolti sia più del doppio rispetto alle cifre diffuse dal Dipartimento per la Sicurezza Interna che parla di circa 60mila cittadini statunitensi con un genitore arrestato. I casi, inoltre, potrebbero aumentare esponenzialmente nel prossimo futuro. L’aumento delle separazioni si inserisce infatti nel giro di vite migratorio avviato dal presidente Usa al suo ritorno alla Casa Bianca. L’Amministrazione ha lanciato migliaia di blitz, cancellato i programmi di accoglienza su base umanitaria introdotti sotto Joe Biden, chiuso i canali di accesso per i richiedenti asilo e intensificato le deportazioni. Il Congresso ha inoltre stanziato 45 miliardi di dollari attraverso il pacchetto legislativo noto come “One Big Beautiful Bill” - La bella, grande legge - per aumentare la capacità di detenzione dei centri per immigrati, un elemento che secondo gli autori dello studio potrebbe far impennare ulteriormente il numero di minori coinvolti. Gli Stati Uniti ospitano infatti oltre 13 milioni di immigrati potenzialmente soggetti a deportazione perché privi di documenti o in possesso di visti temporanei. E l’Amministrazione Trump, pur avendo negli ultimi mesi adottato metodi meno brutali del passato ed evitato episodi tragici e visibili, sta continuando a portare avanti la sua politica di deportazioni aggressive e costanti. Fra circa cinque e otto milioni di minori sotto i 18 anni vivono dunque con almeno un genitore senza status regolare, e oltre quattro milioni di loro sono cittadini americani per nascita. Formalmente, il Dipartimento per la Sicurezza Interna sostiene che la responsabilità della situazione cade sui genitori detenuti o deportati. Quando sono fermati viene infatti offerta loro una scelta: essere rimpatriati con i figli oppure lasciarli negli Stati Uniti in mano ai servizi sociali. Ma secondo le organizzazioni legali e i servizi di assistenza all’infanzia la realtà è molto più complessa. Molti bambini non finiscono infatti in affidamento statale, ma vengono lasciati a parenti, amici, vicini di casa o fratelli maggiorenni, spesso in nuclei familiari già economicamente fragili o con situazioni precarie. Organizzazioni come Public Counsel, a Los Angeles, riferiscono di aver aiutato migliaia di famiglie a predisporre piani di emergenza per la custodia dei figli, autorizzando terzi a prendere decisioni mediche o scolastiche. Ma non sempre c’è il tempo di farlo. Le chiamate che arrivano a scuole, parrocchie e centri legali raccontano situazioni improvvise: bambini lasciati con vicini senza documentazione adeguata, fratelli appena adulti impreparati a gestire bambini piccoli. La questione riguarda una fascia particolarmente vulnerabile: minori che vedono improvvisamente dissolversi la loro struttura familiare e che non hanno un Paese d’origine al quale tornare. Un dato rilevante dello studio è infatti proprio questo: la maggioranza dei bambini coinvolti sono cittadini americani e non hanno mai vissuto altrove. La ricerca non pretende di fornire un conteggio definitivo, ma gli autori sono convinti che sia una stima prudente, probabilmente per difetto, che segnalano con lo scopo di evidenziare gli effetti della politica migratoria americana, che vanno ben oltre la popolazione direttamente presa di mira.