Emergenza carceri, cresce il pressing dell’Anm su Nordio di Conchita Sannino La Repubblica, 18 maggio 2026 Per l’associazione nazionale magistrati è uno dei temi più urgenti. Il primo dialogo istituzionale con il presidente Mattarella è fissato per domani, al Quirinale. Con via Arenula si potrebbe aprire, invece, il primo confronto su possibili forme di depenalizzazione. “Il ministro Nordio ci ha chiesto di collaborare come Anm e di elaborare delle proposte”, conferma ieri il presidente Giuseppe Tango, sebbene lo scetticismo sia forte - trapela dal comitato direttivo di ieri - rispetto a un governo che da un lato aumenta reati e pene, nei decreti Sicurezza, dall’altro dichiara di voler “alleggerire” il dramma delle carceri. Ma c’è questo tema, tra i più urgenti, ad accomunare i distinti appuntamenti, scritti nell’agenda dell’Associazione nazionale magistrati: il sovraffollamento salito all’inaccettabile quota del 140 per cento, la sofferenza delle persone detenute, con il caldo alle porte. Priorità che sta molto a cuore al Capo dello Stato, e di cui non è escluso che si riparli tra 24 ore nell’incontro con Tango (Mattarella poi confermerà la sua presenza al prossimo congresso dell’Anm che, per il prossimo 27-29 novembre, torna a scegliere Napoli come sede). E l’emergenza preme su responsabilità e doveri del Guardasigilli, col rischio di sanzioni dell’Europa. Non a caso, l’invito a far presto è entrato nella mozione approvata dall’assemblea generale dei magistrati, testuale: “Si sollecita l’adozione di misure concrete che conducano a ridurre rapidamente il sovraffollamento”. Frutto di un emendamento del vicesegretario dell’Anm, Stefano Celli, e di una parte dell’associazione (vedi il lavoro della commissione “Diritto penitenziario”), che guardano con favore all’idea di ampliare il sistema di detrazione della pena. È la cosiddetta “proposta Giachetti” sulla liberazione speciale anticipata. Idea sposata perfino dal presidente La Russa e dal numero 2 del Csm, Pinelli, ma sempre bocciata da Meloni e Nordio. “Per porre fine all’intollerabile condizione dei detenuti serve oggi non un pacchetto, non alcune idee, ma una decisione. una misura che abbia effetti rapidi sul sovraffollamento - sottolinea Celli con Repubblica -E in Parlamento ce n’è già una che avrebbe il pregio di incidere in brevissimo tempo e di riaccendere la speranza anche in chi non ne godrebbe immediatamente”. Una chicca, infine, comitato dell’Anm di ieri. Forse alcuni ricorderanno, tra le dimenticabili “perle” dell’avvelenata campagna referendaria, la richiesta anomala che il Ministero aveva inoltrato alle toghe: per trasparenza, dateci i nomi di coloro che hanno fatto donazioni alla vostra campagna. Magistrati ed opposizioni avevano reagito duramente: siamo alle liste di proscrizione. Tre mesi dopo, le toghe spiegano: “le donazioni sono state così generose” che il bilancio del comitato per il no (ora sciolto) “si è chiuso con un avanzo di 71mila euro”. Che (eccetto spese di segreteria) saranno devolute alle associazioni Libera contro le mafie, Unicef, Caritas, Emergency e Medici senza frontiere. La nuova realtà degli Ipm: non più luogo di riabilitazione ma di accesso alla criminalità? di Aurora Esposito v-news.it, 18 maggio 2026 Secondo dati rilasciati dal Ministero della Giustizia, negli Ipm circa il 40,7% dei detenuti presenti sono minorenni, mentre la restante parte è composta da giovani adulti (18-24 anni). Nel 2026 il numero complessivo di presenze è aumentato circa del 50% rispetto al 2022. Le maggiori segnalazioni e i maggiori arresti in italia si registrano nelle grandi metropoli del Centro-Nord e in alcune regioni del Sud. Milano, Roma e Torino rappresentano le aree di massima criminalità minorile nel nostro Paese. Centro di particolari episodi di criminalità è Caivano, in provincia di Napoli, città dalla quale prende il nome una legge approvata e promulgata nel 2023 che cerca di contrastare le attività illegali in campo minorile. Il Decreto Caivano comporta l’inasprimento di alcune sanzioni previste per i minori: diminuiscono gli anni di pena massima grazie ai quali è prevista l’applicazione della custodia cautelare; è consentito l’arresto immediato da parte di pubblici ufficiali anche in caso di reati di minore gravità; e inoltre è consentita la possibilità di spostare i giovani tra i 18-24 nelle carceri ordinarie se creano particolari disagi all’interno del carcere di appartenenza. Esso tutela anche la dispersione scolastica e il disagio giovanile. Nel primo caso spesso sono i genitori a subirne le conseguenze, i quali potrebbero perdere la potestà genitoriale, rischiare fino a 2 anni di reclusione se il figlio non frequenta la scuola dell’obbligo e perdere i sussidi statali. Capiamo quindi che, in molti casi, si parla di famiglie prevalentemente povere, dove il ragazzo tende alla criminalità per cercare di alleviare le difficoltà familiari. La perdita dei sussidi statali non può che comportare un aumento da parte del giovane di scelte sbagliate, il quale si sentirà in dovere di colmare questa e altre mancanze. A causa della maggiore facilità di ricorso alla custodia cautelare, negli Ipm italiani si è riscontrato un sovraffollamento che comporta spesso una minore attenzione nei confronti dei detenuti e il carcere diventa luogo di diffusione di un’esperienza criminale e non più un luogo di riabilitazione. Ciò trasforma le carceri in “scuole di criminalità”, in cui i giovani escono con più consapevolezza di come funzioni il mondo criminale, a causa della carenza di personale educatore e al contatto giornaliero con detenuti abili in altre attività criminali. L’aumento della popolazione detenuta negli IPM è causata principalmente dalla severità delle nuove riforme e non da un picco maggiore di criminalità. Le accuse sono principalmente reati contro il patrimonio, come rapina e furto aggravato, reati contro la persona, come risse o minacce e detenzione o spaccio di sostanze stupefacenti. Negli Ipm abbiamo anche molti Msna ovvero “minori stranieri non accompagnati”, prede della criminalità organizzata, perché a causa della mancanza di documenti regolari o di una rete familiare per lo stato sono invisibili. Molti vivono in strutture di accoglienza, in case occupate o non hanno una dimora fissa. Si verificano casi in cui i cittadini italiani vengono affidati ai domiciliari, mentre i giovani stranieri, sprovvisti di un’abitazione idonea, finiscono in Ipm a causa della mancanza di soluzioni alternative da parte dello Stato. Spesso, nelle zone più degradate, i clan come ndrangheta o camorra, sfruttano i giovani per lo spaccio di sostanze, poiché sono meno perseguibili per legge e più facili da manovrare con quelli che vengono definiti “soldi facili”. I giovani spesso iniziano a spacciare nelle proprie scuole o zone adiacenti dopo aver comprato da uno spacciatore più grande. In questo modo, pur non conoscendo di persona il camorrista, diventano parte di quel sistema e aiutano ad alimentarlo. Si creano le cosiddette baby gang, gruppi di quartieri che emulano i grandi boss, assumono spesso atteggiamenti e linguaggi camorristici pur non avendone legami diretti. Si trovano in una specie di area grigia dove i confini tra la piccola criminalità e la criminalità organizzata sono molti sottili. Una volta passati per il carcere non si può più tornare indietro. Anche cercare lavoro diventa difficile, perché vieni considerato come “macchiato” e spesso ciò comporta il ritorno a scelte sbagliate. Il carcere assume la funzione di bivio o riesce a rieducare un giovane, con la speranza che diventi parte integrante della nostra società e aiuti al suo sviluppo, oppure porta a una maggiore conoscenza delle difficoltà della vita e alla conseguente scelta di continuare a delinquere. L’effettiva riduzione dei tempi della giustizia civile di Fabrizio Valerio Bonanni Saraceno L’Opinione, 18 maggio 2026 La durata dei processi civili costituisce da tempo uno dei principali fattori di inefficienza del sistema economico e giudiziario italiano. La lentezza della giustizia, soprattutto nelle controversie di natura commerciale, incide negativamente sulla certezza del diritto, sulla competitività del mercato e sull’attrattività degli investimenti, determinando un aumento dei costi delle transazioni e una riduzione della fiducia degli operatori economici. In tale contesto, il progressivo miglioramento degli indicatori statistici relativi alla durata dei processi civili registrato negli ultimi anni assume particolare rilevanza sistemica, anche alla luce degli obiettivi fissati dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Invero, secondo i dati ufficiali, il cosiddetto disposition time è passato da sei anni e sette mesi nel 2017 a cinque anni nel 2024, evidenziando una riduzione complessiva del 23 per cento. Tuttavia, il significato effettivo di tale miglioramento richiede un’analisi più approfondita, poiché il disposition time non rappresenta la durata storica dei processi, bensì una stima prospettica fondata sulla capacità dell’ufficio giudiziario di smaltire l’arretrato nell’anno considerato. Nello specifico, il disposition time è calcolato mediante il rapporto tra il numero dei procedimenti pendenti alla fine dell’anno e il numero dei procedimenti definiti nel medesimo periodo, moltiplicato per 365 giorni. Pertanto, ne consegue che esso misura il tempo teoricamente necessario a smaltire l’arretrato esistente, assumendo costante il ritmo di definizione delle controversie. Tale indicatore, pur essendo utile a rappresentare la capacità organizzativa degli uffici giudiziari, non consente da solo di comprendere se la durata concreta dei processi si sia realmente ridotta. Un miglioramento del disposition time potrebbe derivare, infatti, non soltanto da una maggiore rapidità decisionale, ma anche da una diminuzione degli afflussi o da modifiche nella composizione dell’arretrato. Per tale ragione, l’analisi statistica deve necessariamente essere integrata con ulteriori parametri idonei a misurare la durata effettiva delle controversie. Particolare importanza assumono, in questa prospettiva, due indicatori ulteriori: la durata media dei processi pendenti e la durata media dei processi conclusi. Il primo misura da quanto tempo risultano iscritti i procedimenti ancora in corso alla fine dell’anno, mentre il secondo indica il tempo effettivamente trascorso tra l’iscrizione della causa e la sua definizione. L’utilizzo congiunto dei tre indicatori consente di evitare letture distorsive del fenomeno, perché è possibile che il disposition time diminuisca mentre la durata media dei processi pendenti aumenta, ove i procedimenti più risalenti continuino ad accumularsi senza essere definiti. Inoltre, analogamente, la riduzione della durata media dei processi conclusi potrebbe dipendere dalla definizione di controversie recenti, lasciando inalterato il peso dell’arretrato storico. L’esame coordinato dei dati relativi al periodo 2017-2024 consente tuttavia di affermare che il miglioramento registrato dalla giustizia civile italiana appare effettivo e non meramente statistico. Nei primi due gradi di giudizio, infatti, tutti e tre gli indicatori risultano in diminuzione: il disposition time si riduce del 18 per cento, la durata media dei processi pendenti del 27 per cento e quella dei processi conclusi del 21 per cento. La convergenza di tali dati evidenzia come gli uffici giudiziari non solo riescono a definire un numero di controversie superiore rispetto ai nuovi afflussi, ma sono altresì capaci di incidere concretamente sull’arretrato storico e di accelerare la definizione dei procedimenti di nuova iscrizione. Il fenomeno appare particolarmente significativo nel secondo grado di giudizio, ove la riduzione dei tempi è stata più marcata rispetto al primo grado, a dimostrazione di un’effettiva capacità di recupero dell’efficienza organizzativa delle Corti d’appello. Sotto il profilo economico, assume rilievo decisivo la circostanza che la riduzione dei tempi riguardi anche le controversie maggiormente rilevanti per il sistema produttivo, ossia quelle di natura commerciale e societaria. Le statistiche mostrano che, limitando l’analisi alle materie direttamente incidenti sull’attività economica (quali contratti, diritto societario, procedure concorsuali, responsabilità extracontrattuale, esecuzioni e diritto industriale) il disposition time nei primi due gradi di giudizio è diminuito del 21 per cento tra il 2017 e il 2024, con una contrazione persino superiore rispetto alla media generale. Tale dato riveste particolare importanza perché conferma come il miglioramento dell’efficienza giudiziaria non si sia concentrato esclusivamente su materie a basso impatto economico, ma abbia interessato proprio i settori maggiormente sensibili per gli investitori e per il mercato. La riduzione dei tempi processuali produce effetti rilevanti anche sul piano costituzionale e sovranazionale. L’articolo 111 della Costituzione consacra il principio della ragionevole durata del processo quale elemento essenziale del giusto processo, in linea con l’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. La giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo ha più volte condannato l’Italia per l’eccessiva durata dei giudizi, evidenziando come la lentezza della giustizia comprometta l’effettività della tutela giurisdizionale. Quindi, la progressiva riduzione dei tempi rappresenta non solo un risultato organizzativo, ma anche un elemento fondamentale di rafforzamento dello Stato di diritto e della credibilità delle istituzioni giudiziarie. Permangono, nondimeno, alcune criticità, in quanto il disposition time, pur in miglioramento, continua a collocare l’Italia tra i Paesi europei con la giustizia civile più lenta. Inoltre, la riduzione dei tempi appare ancora fortemente dipendente dalla capacità di smaltimento dell’arretrato piuttosto che da una strutturale diminuzione della complessità processuale. In tale prospettiva, le riforme processuali introdotte negli ultimi anni (in particolare quelle riconducibili alla cosiddetta Riforma Cartabia) dovranno essere accompagnate da interventi organizzativi permanenti, investimenti nel personale amministrativo, digitalizzazione degli uffici e rafforzamento delle risorse tecnologiche, affinché il miglioramento registrato possa consolidarsi nel medio-lungo periodo. Alla luce di quanto emerge dall’analisi congiunta dei principali indicatori statistici è possibile ritenere che la riduzione dei tempi della giustizia civile italiana tra il 2017 e il 2024 sia reale e non meramente apparente. La diminuzione simultanea del disposition time, della durata media dei processi pendenti e della durata media dei processi conclusi evidenzia un effettivo incremento dell’efficienza del sistema giudiziario, particolarmente significativo nei giudizi d’appello e nelle controversie di natura commerciale. Al postutto, resta tuttavia necessario consolidare tali risultati mediante riforme strutturali capaci di incidere stabilmente sull’organizzazione giudiziaria, affinché il principio della ragionevole durata del processo possa trovare piena attuazione non solo sul piano statistico, ma anche nella concreta esperienza dei cittadini e delle imprese. Giustizia, il Sud arranca. La mappa dell’efficienza in Corti d’Appello e Tribunali Affari & Finanza, 18 maggio 2026 “La giustizia civile oggi funziona meglio di ieri, ma non ovunque e non allo stesso modo”. Così Antonello Martinez, presidente dell’Associazione Italiana Avvocati d’Impresa e fondatore dello Studio Martinez & Novebaci, sintetizza l’analisi dell’Associazione sull’efficienza della giustizia civile nel decennio 2014-2024: una mappa con profondi differenze territoriali e per materie. A livello nazionale, il rapporto tra procedimenti smaltiti e quelli sopravvenuti scende nelle Corti d’Appello da 1,39 a 1,13: è il cosiddetto “clearance rate”, che sopra l’1 indica la capacità di ridurre l’arretrato, sotto un accumulo. Nei tribunali siamo scesi a 0,99 e così il totale nazionale è di un equilibrio tondo a quota 1. “Si tratta di una media che nasconde profonde differenze territoriali e di materia - precisa Martinez. Nel Nord i risultati sono più solidi e stabili. L’efficienza non nasce oggi: le riforme recenti e gli interventi legati al Pnrr hanno rafforzato un sistema che già funzionava meglio della media. Nel Centro si osserva un recupero evidente, ma con forti differenze tra uffici. Nel Mezzogiorno e nelle Isole, invece, il miglioramento è più lento e discontinuo. I segnali positivi ci sono, ma non consentono ancora di parlare di una svolta strutturale”. Nel secondo grado di giudizio, si segnalano alcuni balzi virtuosi: nel decennio, a Taranto il clearance rate cresce di quasi mezzo punto e anche Ancona, L’Aquila e Genova segnano miglioramenti importanti. Patti, Vallo della Lucania e Locri risultano in assoluto le Corti più efficienti; Trieste, Venezia e Perugia quelle col più alto tasso di sofferenza. “Le differenze tra distretti sono il vero moltiplicatore delle disuguaglianze per cittadini e imprese - dice Martinez - dove l’organizzazione funziona, il sistema regge; altrove, i ritardi diventano strutturali”. Non è, quella geografica, l’unica chiave di lettura: “Nelle materie tornano a spiccare contratti bancari e responsabilità civile, mentre protezione internazionale, famiglia contenziosa ed esecuzioni immobiliari restano i comparti più critici”, spiega il presidente. Che ricorda come strumenti come mediazione obbligatoria e negoziazione assistita siano stati, a inizio decennio, determinanti per ridurre il numero di cause. Poi però il focus si è spostato sulle politiche mirate e la piena diffusione del processo civile telematico. “La vera sfida, ora, è verificare se questi risultati reggeranno nel tempo e se il sistema saprà affrontare un contenzioso meno numeroso, ma sempre più complesso”. Atti sessuali con minori, nei casi meno gravi via alle misure alternative di Fabio Fiorentin Il Sole 24 Ore, 18 maggio 2026 Le ricadute operative dell’incostituzionalità della norma ostativa. La sentenza 68 del 5 maggio 2026, dichiarando incostituzionale la disposizione dell’articolo 4-bis, comma 1-quater, dell’Ordinamento penitenziario (legge 354/1975), consente ora la sospensione dell’ordine di esecuzione (alle condizioni previste dall’articolo 656 comma 5 del Codice di procedura penale) anche in favore dei condannati per il delitto di atti sessuali con minori (previsto dall’articolo 609-quater del Codice penale), cui sia stata riconosciuta la circostanza attenuante a effetto speciale della “minore gravità”, prevista dal comma 6 dello stesso articolo 609-quater. Finora, i condannati per questi reati non potevano ottenere la sospensione dell’esecuzione, anche per condanne a pene inferiori a quattro anni. Ciò comportava un immediato ingresso in carcere. Non solo: prima di poter accedere a un qualsiasi beneficio (dal permesso premio a una misura alternativa alla detenzione) occorreva attendere i risultati dell’osservazione condotta dall’équipe del carcere per almeno un anno e l’approvazione del magistrato di sorveglianza. È quindi spesso accaduto che, soprattutto nel caso di pene brevi, di fatto il condannato scontasse tutta, o quasi, la pena in carcere senza alcuna possibilità di accedere all’esecuzione esterna. Venuta meno la disciplina censurata dalla Consulta, vi sono importanti ricadute sul versante operativo. La sentenza esplicai suoi effetti con la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale, avvenuta il 6 maggio. Da quel momento, tutti i nuovi ordini di esecuzione che verranno emessi per pene relative a violazioni dell’articolo 609-quater del Codice penale, cui sia stata riconosciutala circostanza attenuante della minore gravità, saranno sospesi, al ricorrere delle condizioni previste dall’articolo 656, comma 5, del Codice di procedura penale. In questo caso, pertanto, il condannato da “libero sospeso” e il suo difensore potranno presentare, entro 30 giorni dalla notifica, un’istanza di misura alternativa alla detenzione e l’esecuzione della pena resterà sospesa fino alla decisione del tribunale di sorveglianza. Quest’ultimo valuterà, oltre agli elementi specifici del caso concreto (quali il divario di età o la specifica interferenza conio sviluppo della libertà sessuale del minorenne), il comportamento serbato dal condannato dopo la commissione del reato e durante il procedimento penale nonché i risultati dell’indagine sociale svolta con l’intervento dell’ufficio di esecuzione penale esterna. Nel caso di ordini di esecuzione già emessi, si possono avere due possibilità. La prima è che la procura emittente revochi l’ordine di carcerazione, ordinando la scarcerazione del condannato e rimettendo in termini quest’ultimo per formulare l’istanza di misura alternativa al tribunale di sorveglianza. Si tratta di una soluzione auspicabile per evitare il protrarsi di una detenzione che comporta un inutile sacrificio della libertà personale: essendo, infatti, venuta meno la preclusione costituita dall’obbligatoria osservazione annuale presso l’istituto penitenziario, i condannati per reati sessuali con minori, cui sia stata riconosciutala circostanza attenuante a effetto speciale della minore gravità, possono accedere fin dall’inizio dell’esecuzione a una misura alternativa alla detenzione. Altrimenti, una seconda soluzione consiste nel promovimento da parte del difensore di un incidente di esecuzione presso il giudice dell’esecuzione, volto a ottenere una declaratoria di inefficacia dell’ordine di carcerazione già emesso, notificato ed eseguito dal pubblico ministero. Palermo. “Rigenerazioni” dà una possibilità a chi non l’ha mai avuta di Rita Cantalino valori.it, 18 maggio 2026 Dai biscotti di Cotti in Fragranza ai Jail Career Day, la cooperativa Rigenerazioni accompagna detenuti ed ex detenuti nel mondo del lavoro. Quando parliamo di persone che attraversano percorsi di detenzione e poi ne escono, siamo abituati a pensare che abbiano diritto a una seconda possibilità. È una convinzione rassicurante. Sa di riscatto e benevolenza. Ci fa sentire migliori. Ma è anche banale e, spesso, poco ancorata alla realtà. Lo dice chiaramente Nadia Lodato, che da vent’anni lavora con le carceri di Palermo. Chi finisce in cella, mi ha spiegato, spesso proviene da quartieri ad alto rischio di marginalità. Posti in cui i diritti fondamentali - come quello alla casa, alla salute, all’istruzione, al lavoro - sono del tutto assenti. “Queste persone non hanno bisogno di una seconda possibilità, perché molto spesso non hanno mai avuto nemmeno la prima”, ha concluso con serenità. Questa è la storia di una cooperativa che da dieci anni lavora alla costruzione di prime possibilità. È la storia di Rigenerazioni. La fragilità del lavoro in una terra complessa - Per capire l’impatto di un’esperienza come quella di Rigenerazioni, bisogna guardare ai dati del territorio in cui opera. La Sicilia e Palermo si trovano costantemente ai vertici delle classifiche per il lavoro irregolare e nero. In un contesto dove trovare un’occupazione dignitosa è già una sfida per chiunque, se hai un precedente penale le porte in faccia si possono diventare in muri insormontabili. È qui che nel 2016 hanno iniziato il loro lavoro, grazie alla Fondazione Don Calabria per il Sociale. Tutto è cominciato all’interno del carcere minorile Malaspina con Cotti in Fragranza, un laboratorio dolciario che è diventato un esperimento di intelligenza collettiva. Se non li gusti, non li puoi giudicare - Cotti in Fragranza nasce da una scommessa. Nessuna delle operatrici che doveva occuparsene aveva idea di come si gestisse un’azienda. “Abbiamo trasformato lo svantaggio in vantaggio. Siamo partite dall’idea di una gestione che coinvolgesse tutte le persone, uscendo dai ruoli di operatrice, detenuto, chef o formatore”. Lo svantaggio è diventato un metodo pedagogico: hanno invitato esperti di marketing, comunicazione e bilancio a dare lezioni collettive, rivolte a tutti. “È stato interessante - racconta - perché di solito progetti di questo tipo non lavorano con una governance partecipata. I ragazzi sono solo quelli che materialmente producono i biscotti o altro cibo. In questo modo invece sono stati protagonisti di ogni passaggio”. Hanno scelto tutto insieme. Il nome dei biscotti, “Cotti in fragranza”. Il payoff, “Se non li gusti, non li puoi giudicare”. I canali di vendita, i bilanci. Hanno operato come una startup reale che vuole commerciare prodotti di qualità, non soltanto dall’elevato valore sociale. Il successo è stato tale da esondare oltre le mura del carcere minorile e perfino oltre i confini della città. Nel 2018 è nato il secondo nucleo produttivo in un’ex infermeria dei Cappuccini del 1600, di fronte alla Cattedrale di Palermo. Qui ha aperto Al Fresco Giardino Pizza Bistrot, uno spazio non solo gastronomico ma culturale affacciato sul quartiere Albergheria. Mentre la cucina produce pasti per i senza dimora della città, il locale ospita laboratori per bambini e mostre fotografiche. Poi è arrivata Casa San Francesco Rooms, una struttura per la ricezione turistica. In questi luoghi lavorano quasi esclusivamente persone in esecuzione di pena esterna o appena uscite dal carcere. Oggi Cotti in Fragranza ha aperto un nuovo nucleo operativo a Casal di Principe, all’interno di un bene confiscato alla criminalità organizzata. Il lavoro di Rigenerazioni è innanzitutto di alfabetizzazione civile. Passare dal lavoro irregolare a quello in regola, riporta Nadia, non è scontato. È anche accaduto che qualcuno, inizialmente, abbia rifiutato un contratto per non perdere i sussidi di assistenza immediati, ragionando esclusivamente sul “qui e ora”. Per questo la cooperativa svolge una vera e propria formazione sulla legalità contrattuale, spiegando cosa significa avere un lavoro regolare, essere retribuiti quando si è fermi per malattia, ricevere assegni familiari, avere un’assicurazione contro gli infortuni, poter accedere alla disoccupazione una volta terminato il contratto. È una pedagogia dei diritti che serve a far capire che il lavoro regolare non è un limite, ma la prima vera forma di protezione e libertà che abbiano mai sperimentato. I servizi della cooperativa, per quanto utili, non bastano ad assorbire la domanda di lavoro. Dal 2021, quindi, Rigenerazioni ha iniziato a lavorare per connettere il sistema carcerario, quello imprenditoriale e la comunità. Prima attraverso Svolta all’Albergheria e poi attraverso il progetto nazionale Jail to Job, la cooperativa coordina oggi attività in sette carceri tra la Sicilia e la Campania, collaborando con L’Arcolaio a Siracusa e Le Lazzarelle a Napoli. Uno dei momenti più innovativi di questo percorso sono i Jail Career Day dedicati a persone detenute o inserite in percorsi alternativi alla detenzione. Succede proprio come nelle università. Le aziende (oltre trecento quelle coinvolte finora) incontrano i ragazzi profilati per i colloqui. I numeri mostrano un impatto notevole: 500 persone profilate e 54 assunzioni dirette. Anche perché per le aziende assumere un detenuto comporta un vantaggio economico (grazie agli sgravi fiscali) e, sottolinea Nadia, professionale: “Il livello di gratitudine è altissimo, e quindi anche il livello di performance lavorativa è molto alto”. Accorciare le distanze, dentro e fuori dal carcere - Il carcere, mi ha spiegato Nadia, fa spesso implodere le relazioni. Il supporto deve essere a 360 gradi. Dall’aiuto scolastico per i figli rimasti a casa all’intervento sulle situazioni familiari critiche come la mancanza di alloggio. “Spesso ci sono persone a doppia diagnosi: non hanno una casa e hanno problemi di dipendenze patologiche, di depressione, di ansia, di contenimento della rabbia. Cerchiamo di lavorare a stretto contatto anche con altre realtà, associazioni che ci aiutino a prendere in carico il nucleo familiare”. Al di là dei numeri, l’impatto del piano relazionale può cambiare davvero la vita di una persona. “Da vent’anni - racconta Nadia - do il mio numero di telefono a tutti i detenuti che incontro. Anche se non li conosco”. Non ha un telefono di servizio e uno personale, specifica. Mette solo in chiaro le cose: possono scriverle dal lunedì al venerdì, dalle 8 alle 16:00. Nessuno ha mai trasgredito. “Hanno bisogno di una prospettiva concreta, immediata, quando escono. Di sapere che possono cercare qualcuno. Quel qualcuno sono io”. Questo, spiega, riduce di molto le distanze. “Quando mi incontrano, metto subito in chiaro che farò il possibile per aiutarli a trovare lavoro ma che, oggi, non posso averne certezza. Sicuramente, però, cominciano un percorso con noi che li toglie dalla solitudine e dalla fragilità”. Ritrovare il proprio diritto alla cittadinanza - Quando ho chiesto a Nadia perché quella di Rigenerazioni sia una storia dal futuro, la sua risposta sapeva tanto di prima possibilità. “Lo siamo perché spero in un futuro in cui le persone abbiano la possibilità di vivere felici senza dover passare dall’esperienza traumatica del carcere”. È una storia che parla di una sicurezza che non si costruisce con le sbarre e i muri. E ne parla e la offre a chi, nelle strutture detentive, ci vive. Perché possa ritrovare, alla sua uscita, un diritto alla cittadinanza che prescinde dal posto in cui sei nato o dagli errori che hai commesso. Cuneo. Emmaus dona oltre 3mila euro ad Ariaperta per sostenere i detenuti più poveri targatocn.it, 18 maggio 2026 La somma è stata raccolta grazie alla vendita effettuata durante i mercatini solidali. La vendita straordinaria dei mercatini Emmaus di Boves, Cuneo e Mondovì di sabato 16 maggio ha realizzato 3.747,00 euro già inviati all’associazione “Ariaperta” di Cuneo a sostegno dei detenuti più in difficoltà del capoluogo. L’iniziativa è stata preceduta venerdì 15 maggio da un incontro pubblico nei locali di Emmaus a Boves con Paolo Romeo, Presidente di Ariaperta, per fare il punto sulla situazione carceraria in generale e su quella di Cuneo in particolare. “Il quadro che ne è venuto fuori è stato di una realtà desolante, riferiscono dalla Emmaus. Strutture vetuste, sovraffollamento, difficoltà a fare valere diritti essenziali come la salute e la dignità spesso anche solo per una cattiva organizzazione. In questo contesto sono in aumento i casi sociali, la detenzione obbligata e senza alternative per mancanza di alloggio e di risorse materiali da parte dei reclusi più poveri e con disagio, in aumento anche il disagio psichico e i suicidi. Essere poveri o con disagio ti espone nella vita ad una doppia condanna che non ha alternative di rieducazione come dovrebbe essere costituzione alla mano e di mancanza dei diritti fondamentali. In questo quadro desolante continua a beneficio di queste persone la collaborazione tra Emmaus Cuneo e Ariaperta per l’accoglienza nella comunità di Boves e per il sostegno economico e umano alle persone recluse più povere e più in difficoltà. Emmaus Cuneo ringrazia tutti quelli che hanno partecipato e collaborato alle iniziative”. In calendario altre iniziative in programma: dal 12 al 14 a giugno ci sarà “Emmaus in festa” presso il mercato coperto di piazza seminario a Cuneo e dal 26 luglio al 9 agosto presso la comunità di Boves il campo di volontariato internazionale per cui sono già aperte le iscrizioni (www.emmauscuneo.it), tra queste due iniziative una vendita straordinaria a luglio per il Myanmar dilaniato dalla guerra civile. Ferrara. Detenuto denunciò tortura: per la Procura indagine d’archiviare di Daniele Oppo La Nuova Ferrara, 18 maggio 2026 Cinque agenti finiti sotto inchiesta, a luglio il caso davanti al giudice. Per la Procura non si configurerebbe il reato di tortura nei fatti avvenuti nel carcere di Ferrara il 7 settembre 2024: al più, l’episodio potrebbe rientrare nell’ipotesi di lesioni personali non gravi, non procedibili in assenza di querela. Su questa impostazione si discuterà il 16 luglio davanti al giudice per le indagini preliminari Giovanni Solinas, chiamato a decidere sull’opposizione alla richiesta di archiviazione nei confronti di cinque agenti della Polizia penitenziaria. La vicenda trae origine da un litigio tra due detenuti stranieri all’interno della quinta sezione. Secondo quanto ricostruito, uno dei due avrebbe colpito l’altro con uno schiaffo, infilando il braccio tra le sbarre della cella. Il detenuto che si ritiene persona offesa, assistito dall’avvocato Giuseppe Incandela, avrebbe reagito impugnando una lametta ricavata da un rasoio. Durante l’intervento di un agente, quest’ultimo è rimasto ferito a un braccio. Il personale avrebbe quindi prelevato il detenuto per accompagnarlo in isolamento. È in questo frangente che si collocano le accuse di tortura. L’uomo ha riferito ai carabinieri di essere stato colpito con calci e pugni all’interno dell’ascensore durante il trasferimento dal terzo piano al piano terra e di aver subito ulteriori violenze nella cella, dove sarebbe stato spogliato e lasciato al freddo dopo la rimozione di una finestra. Gli abiti gli sarebbero stati restituiti solo il giorno successivo. Parte dei movimenti è stata ripresa dalle telecamere interne dell’istituto. Gli accertamenti svolti hanno evidenziato che il detenuto sarebbe stato colpito almeno da un agente, mentre un altro collega sarebbe intervenuto per interrompere ulteriori azioni. Secondo la Procura, l’intervento del personale si è inserito in un contesto di resistenza attiva da parte del detenuto. Le condotte contestate - pur in parte accertate - non integrerebbero tuttavia gli estremi del reato di tortura. Per gli inquirenti, anche gli altri elementi - la spoliazione e la finestra, ritenuta danneggiata e rimossa per ragioni di sicurezza - rientrerebbero nelle procedure previste, fermo un ritardo nella riconsegna dei vestiti. “Abbiamo piena fiducia nella decisione del gip: vi sono tutti i presupposti per l’archiviazione”, ha dichiarato l’avvocato Denis Lovison, difensore degli indagati. Belluno. Il “Sistema carcere” e il progetto della “Giustizia Riparativa” bellunopress.it, 18 maggio 2026 Ieri pomeriggio a Ponte nelle Alpi, in Sala David Sassoli, si è tenuto il quarto, di una serie di incontri, organizzati dai presidi bellunesi di Libera, in collaborazione con l’associazione Antigone, per parlare del carcere e del sistema penitenziario, oltre che per comprendere il valore della giustizia riparativa. L’avv. Mariachiara Gentile del Foro di Bologna, responsabile di Antigone, ha parlato delle condizioni di detenzione nelle carceri italiane, offrendo un quadro molto puntuale della situazione, sempre più preoccupante. L’avv. Anna Polifroni del Foro di Belluno e la dott.ssa Elena Taverna dell’Assl 1 Dolomiti, hanno reso noto dell’esistenza, in Provincia di Belluno, di un Intertavolo, composto da operatori del sociale, enti, associazioni, istituti scolastici, centri di mediazione penale, Ufficio per l’esecuzione penale esterna, Azienda Sanitaria Locale, ed altri enti ancora, per la creazione del Manifesto della Giustizia riparativa per la Provincia di Belluno, manifesto che verrà presentato nei prossimi mesi, le cui finalità consistono nella divulgazione dei valori della giustizia riparativa, quali, appunto, giustizia, ascolto, rispetto, consenso, dignità, responsabilità, reciproca comprensione del vissuto, non giudizio, equidistanza. Molto interessante anche l’intervento della prof.ssa Lucia Santin, la quale ha relazionato sull’esperienza della mediazione e della gestione dei conflitti, a mezzo delle pratiche della giustizia riparativa, all’interno del comprensorio scolastico di Ponte nelle Alpi. La giustizia riparativa, quale modello innovativo di giustizia, da alcuni definita, giustizia complementare, mira a favorire, attraverso una sorta di riparazione delle conseguenze del reato, un dialogo tra le persone coinvolte, con particolare riguardo alla vittima, oltre che, evidentemente, all’autore del reato, ai rispettivi congiunti ed alla comunità. La partecipazione al programma di giustizia riparativa è libera, volontaria, consensuale, e, si attiva con l’aiuto di un mediatore esperto, imparziale, equidistante; la comunità partecipa, a sua volta, quale portatrice autonoma di propri bisogni/vissuti emotivi derivati dall’ingiustizia, fungendo da cornice/supporto a tutela della vittima e per la responsabilizzazione dell’autore dell’illecito, financo, a fini preventivi di eventuali recidive. Occasione di confronto e di riflessione sulla situazione penitenziaria italiana, con analisi di possibili prospettive per il futuro, nonché di promozione della cultura riparativa. E’ emersa la necessità di fare rete per la promozione di eventi, per favorire il dialogo con le istituzioni, per la divulgazione della situazione detentiva nelle carceri italiane, del sistema penitenziario e degli scopi della giustizia riparativa. Essenziale è sempre la salvaguardia del principio fondamentale, costituzionalmente garantito, del fine rieducativo della pena, che, a quanto emerso, ieri sera, dall’analisi approfondita dei dati, è spesso disatteso. Occorre saper riaccogliere il colpevole all’interno della società civile, dopo il carcere o indipendentemente da detta restrizione; la società civile, invero, non può esimersi, da un lato, di tutelare la vittima, e dall’altro, di offrire una nuova possibilità di dialogo e di confronto, all’autore dell’offesa, a fini riabilitativi. In Italia, a più di un anno dall’entrata in vigore della disciplina organica della giustizia riparativa, rilevasi che alcuni passi sono stati compiuti, come ad esempio, l’istituzione dell’elenco dei mediatori esperti in giustizia riparativa, istituito presso il Ministero della Giustizia, ma molti altri passi dovranno essere ancora percorsi. Da ultimo, si sottolinea che, il 24 aprile 2026, è stato inaugurato a Venezia, presso la Corte d’Appello, un centro per la giustizia riparativa, ove confluiranno anche i casi provenienti da Belluno e provincia. Lanciano (Ch). Premiazione del Concorso Nazionale “Lettere d’Amore dal carcere” di Miriana Lanetta abruzzoinvideo.tv, 18 maggio 2026 Il 19 maggio al Teatro Fenaroli la XIIIesima edizione dell’iniziativa che ha raccolto oltre 2.000 opere da tutta Italia. Sul podio i detenuti di Milano-Bollate e Parma, tra i premiati anche il Museo Virtuale. Il 19 maggio prossimo al Teatro Fenaroli la 23esima edizione dell’iniziativa che ha raccolto oltre 2.000 opere da tutta Italia. Sul podio i detenuti di Milano-Bollate e Parma, tra i premiati anche il Museo Virtuale. L’evento, inserito ufficialmente nel calendario del mese della cultura del Comune di Lanciano, è promosso e presentato dalla Direzione della Casa Circondariale di Lanciano e dall’Associazione culturale Nuova Gutenberg, con il patrocinio della municipalità frentana. Ideato nel 2013, il concorso ha registrato negli anni un interesse crescente all’interno degli istituti di pena italiani, arrivando a raccogliere ad oggi oltre 2.000 lettere scritte da persone ristrette in tutto il territorio nazionale. Il valore dell’iniziativa è stato storicamente riconosciuto anche dalle più alte cariche: nel 2014 è stata insignita della Medaglia per alto valore sociale dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ha ricevuto l’incoraggiamento e la benedizione di Papa Francesco tramite un messaggio epistolare e il volume che raccoglie gli scritti è stato presentato in sedi prestigiose come il Senato della Repubblica e l’Università “G. d’Annunzio”. Il progetto mira a stimolare nei detenuti una riflessione profonda sui legami emotivi e affettivi della propria esistenza, attivando al contempo una fitta rete di solidarietà e partecipazione che coinvolge operatori penitenziari, docenti, laboratori di scrittura e testate giornalistiche. Nel corso della mattinata verrà inoltre presentato un progetto innovativo: il Museo Virtuale delle lettere d’amore dal carcere. La valutazione degli scritti è stata affidata a una commissione tecnica che ha assegnato premi in denaro rispettivamente di 300, 200 e 100 euro ai primi tre classificati. I giudici hanno sottolineato come dal chiuso delle celle emerga un linguaggio appropriato, frutto di consuetudine alla lettura, e dialoghi a una voce capaci di tramutare le negatività in riscatto consapevole. 1° Posto - “Mia amata Como” di Tiziana Morandi (Casa Circondariale di Milano-Bollate): Una lettera definita un tripudio di eleganza e immagini suggestive. La città natale diventa interlocutrice della memoria e sinonimo di una libertà perduta, descritta con uno stile brioso e un’intimità profonda. 2° Posto - “Cara Libertà” di Renato Crotti (Casa Circondariale di Milano-Bollate): Un testo passionale ed emotivo basato sulla personificazione della Libertà. L’autore analizza nostalgicamente la normalità e i propri errori passati, offrendo una chiusura ricca di speranza e buoni propositi. 3° Posto - “Cara Ginevra” di Christoph Petr (Casa Circondariale di Parma): Una lettera matura, limpida e senza compiacimenti, in cui il carcere diventa spazio di trasformazione. L’amore per la propria figlia si configura come un atto di responsabilità e resistenza morale, in un perfetto equilibrio tra tenerezza, senso di colpa e promessa di cambiamento. La macchina organizzativa della premiazione è stata ideata da Tonino Di Toro ed è coordinata con il supporto del Direttore della Casa Circondariale di Lanciano, la Dott.ssa Daniela Moi, insieme al personale dell’Area Trattamentale dell’istituto e agli operatori della casa editrice. La cerimonia, condotta dal regista teatrale Carmine Marino, sarà aperta alla cittadinanza e alle scuole. Ad arricchire la mattinata ci saranno momenti di espressione artistica con le esibizioni di cerchio aereo, tessuti aerei e duo sul cerchio curate da Raffaella Orlando e Arianna Serafini del Centro Sportivo Trivex di Fossacesia, intervallate dagli interventi musicali del gruppo “Old Gen Rosso”. Pordenone. Il rapper Kento racconta il carcere minorile tra hip hop e teatro ilpopolopordenone.it, 18 maggio 2026 Venerdì 22 maggio alle 21 al Capitol di Pordenone arriva il rapper Kento autore e protagonista dello spettacolo La cella di Fronte. Raccontare senza filtri la realtà del carcere minorile, restituendone complessità, contraddizioni e umanità. Questo è l’obiettivo dello spettacolo teatrale che vede protagonista il rapper, scrittore e formatore da anni impegnato in percorsi educativi tra scuole, comunità e istituti penitenziari italiani. Uno spettacolo che mescola musica, teatro e testimonianza diretta per dare voce a chi non ce l’ha. Un viaggio emozionante che scuote, fa riflettere e non lascia indifferenti. Raccontare senza filtri la realtà del carcere minorile, restituendone complessità, contraddizioni e umanità. Questo è l’obiettivo dello spettacolo teatrale che vede protagonista il rapper, scrittore e formatore da anni impegnato in percorsi educativi tra scuole, comunità e istituti penitenziari italiani. Cosa succede davvero dentro un carcere minorile? Chi sono i ragazzi che ci finiscono? E cosa resta loro una volta usciti? Questo spettacolo nasce per rispondere a queste e tante altre domande, senza retorica, senza sconti, ma con la forza delle storie vere. A guidare il racconto è Kento, rapper, scrittore e formatore, che da anni porta la scrittura e la musica dentro scuole, carceri e comunità. Attraverso parole, musica e immagini, la narrazione si muove tra aneddoti ed esperienze vissute, restituendo un quadro dolceamaro della realtà del carcere minorile: non solo un luogo di punizione, ma un microcosmo fatto di sogni, errori, speranze e ingiustizie. Con La cella di fronte, Kento porta in scena un racconto potente e autentico, nato da oltre dieci anni di laboratori di scrittura e musica realizzati a stretto contatto con i detenuti, ed unisce musica, teatro e testimonianza diretta per mostrare la realtà detentiva senza retorica. Lo spettacolo si muove tra musica dal vivo, teatro e narrazione, costruendo un linguaggio diretto, contemporaneo, capace di parlare a pubblici diversi senza rinunciare alla profondità. Non è una rappresentazione sul carcere, ma un attraversamento reale: un punto di vista interno che restituisce frammenti di vite, contraddizioni del sistema e domande urgenti sul significato della pena, della responsabilità e della possibilità di cambiamento. Attraverso il ritmo dell’hip hop e la forza della parola, Kento porta sul palco storie raccolte negli anni, trasformandole in un’esperienza condivisa che coinvolge lo spettatore in modo diretto, senza filtri né retorica. Un viaggio che non cerca risposte facili, ma apre domande necessarie. La cella di fronte è il titolo scelto perché il carcere minorile non è un mondo lontano, ma qualcosa che ci sfiora più di quanto immaginiamo. Potrebbe riguardare il nostro vicino di casa, un compagno di scuola, qualcuno che abbiamo incontrato senza sapere cosa stesse attraversando. È una realtà vicina, che spesso ignoriamo. Anche Pordenone, come ogni città, avrà il suo momento, con una storia che la lega a questo tema, perché il carcere non è un mondo separato dal nostro, ma il riflesso della società che lo circonda. E il pubblico non sarà solo spettatore, ma parte attiva di un dialogo aperto, per sciogliere dubbi, sfatare pregiudizi e mettere in discussione ciò che crediamo di sapere. Francesco “Kento” Carlo è un rapper, scrittore e performer nato a Reggio Calabria, tra le voci più autorevoli dell’hip-hop italiano impegnato. Membro del collettivo Kalafro, nel 2011 pubblica Resistenza Sonora, album finanziato con fondi provenienti da beni confiscati alla mafia ed è impegnato nella LIPS - Lega Italiana Poetry Slam. Accanto all’attività musicale sviluppa un intenso lavoro culturale e sociale: tiene laboratori di scrittura e poesia in istituti penali minorili, scuole e comunità, lavorando spesso in contesti di marginalità. È autore dei libri: Resistenza Rap; Te lo dico in rap; Barre. Rap, sogni e segreti in un carcere minorile; Il nonno, il rapper e altri ribelli. A fine maggio 2026 uscirà il suo ultimo lavoro: Con una pistola alla tempia (Terre di mezzo). Ha collaborato con Il Fatto Quotidiano, Rai Gulp, Repubblica TV, Treccani e con diverse università italiane. Nel 2023 pubblica il podcast Illegale e l’album Kombat Rap, vincendo anche il premio “Best of the Web” all’Hip Hop Cine Festival per la serie Barre Aperte. Negli ultimi anni ha affiancato alla musica anche teatro e cinema: è protagonista del film Il mare nascosto e autore e interprete dello spettacolo teatrale La cella di fronte. Catanzaro. I giovani detenuti a teatro con Eduardo De Filippo ilcrotonese.it, 18 maggio 2026 La compagnia teatrale è composta da ragazzi provenienti da Crotone e Pagliarelle che hanno trasformato il progetto in un appuntamento stabile. Torna anche quest’anno, all’interno dell’Istituto Penale per i Minorenni di Catanzaro, il progetto teatrale promosso dall’associazione “Finchè non capita a te” APS, realtà che da anni porta avanti un percorso umano e artistico coinvolgendo direttamente i giovani detenuti dell’istituto catanzarese. A dare vita alla compagnia teatrale sono stati soprattutto ragazzi provenienti da Crotone e Pagliarelle, che nel tempo hanno trasformato il laboratorio in un appuntamento stabile all’interno della struttura penitenziaria minorile. Un’esperienza che unisce cultura, inclusione e crescita personale, diventando per molti un’occasione concreta di espressione e rinascita. Quest’anno il sipario si alzerà sulla celebre commedia in tre atti “Non ti pago” di Eduardo De Filippo, in programma il 30 e 31 maggio 2026 alle ore 16:30 nel teatro dell’Ipm di Catanzaro, in via Francesco Paglia 43. Lo spettacolo, diretto da Rodolfo Calaminici, regista originario di Petilia Policastro, rappresenta uno dei momenti più attesi del progetto teatrale. La locandina dell’evento riporta una frase che racchiude il senso più profondo dell’iniziativa: “Il teatro è libertà. Sempre”. Un messaggio forte, che assume un significato ancora più intenso all’interno di un istituto penale minorile, dove il palcoscenico diventa spazio di ascolto, confronto e possibilità. L’opera sarà inoltre proposta come omaggio a Luca De Filippo e alla sua ultima regia. L’iniziativa è dedicata anche alla memoria di Gennarino Del Re, vice direttore dell’Ipm di Catanzaro, figura molto apprezzata nell’Istituto. L’ingresso agli spettacoli - con prenotazione a info@finchènoncapitaate.it o ai numeri 3381441979 o 3892443697 - sarà accompagnato da un’offerta libera destinata ai giovani detenuti dell’istituto. Un piccolo gesto che contribuirà a sostenere un progetto capace, anno dopo anno, di dimostrare come arte e cultura possano diventare strumenti autentici di cambiamento sociale. Napoli. Giustizia minorile, il viaggio della legalità sulla barca che portava migranti di Anna Maria De Luca La Repubblica, 18 maggio 2026 Il viaggio si ispira all’educatrice napoletana che diresse la nave asilo Caracciolo, recuperando gli scugnizzi di strada insegnando loro le pratiche marinaresche. Da confiscata agli scafisti a simbolo di speranza. La Mare Nostrum Dike, che un tempo si chiamava Oceanis 473, era l’imbarcazione usata per trasportare persone migranti dalla Turchia. Ora è salpata da Napoli per un Viaggio della Legalità, con a bordo i ragazzi dell’Area Penale Minorile della città. Sulle orme di Giulia Civita Franceschi. Il viaggio si ispira all’educatrice napoletana che, tra il 1913 e il 1928, diresse la nave asilo Caracciolo, recuperando gli scugnizzi di strada attraverso le pratiche marinare. Definita la “Montessori del mare”, la sua eredità rivive oggi nel progetto Mare Nostrum, che grazie a un protocollo con il Dipartimento di Giustizia Minorile ha ora dimensione nazionale. In un anno, venti ragazzi dell’Area Penale Minorile hanno ottenuto il brevetto da sub, avvicinandosi alle tematiche ambientali e al patrimonio geologico e archeologico subacqueo. Alcuni hanno intrapreso percorsi universitari, altri si stanno inserendo nel settore del turismo subacqueo. SalvaMare: pulire i fiumi per salvare il mare. A bordo si porta anche il programma europeo SalvaMare: i ragazzi monitorano il ciclo dell’inquinamento da plastica dai fiumi fino al mare, e puliranno un corso d’acqua per ogni regione del Sud Italia. Nei laghi hanno trovato persino pneumatici di camion e trattori; nei fiumi, taniche di benzina, fertilizzanti e contenitori agricoli. Le tappe del viaggio. Dopo la partenza da Napoli, prevista per domani, 18 maggio, la nave arriverà il 21 a Taormina, ai Giardini Naxos, per mostre, letture, incontri con le scuole; il 23 maggio sarà a Catania per la Giornata della Legalità, ricordo delle vittime di mafia; il 25 ad Augusta; il 27 a Riposto, dove si terranno le testimonianze dei ragazzi dell’Area Penale; il 29 maggio a Reggio Calabria per l’ultima tappa prima della risalita verso Napoli. La sacralizzazione di una Costituzione trattata come la Bibbia di Pierluigi Battista Il Foglio, 18 maggio 2026 Di fronte ai catechisti che incensano la “Carta più bella del mondo” come una reliquia, che ne ignorano la storia e le ambiguità, potreste sentirvi lievemente incostituzionali. Il libro di Antonio Polito spiega perché. Il libro di Antonio Polito, “La Costituzione non è di sinistra”, finalmente riesce a spiegarmi perché io abbia talvolta la deprecabile sensazione di essere leggermente incostituzionale. Perché abbia molte remore e persino freni ideali a genuflettermi al cospetto della sacralità della Costituzione. Di provare fastidio per i panegirici sulla “Costituzione più bella del mondo” (ma quando mai? quella americana, che sancisce addirittura il diritto alla ricerca della felicità, è molto più bella). Sento come una litania intimidatoria l’invocazione alla sua intoccabilità e inviolabilità, la mobilitazione per il rischio perenne di una truce “deriva autoritaria”, “l’allarme democratico” che suona se qualcuno, privo di pedigree vidimato, ne proponga la ragionevole riforma, sia pur nel rispetto pieno delle procedure sancite dalla Costituzione stessa nel suo articolo numero 138. Tutto l’incenso sparso dagli intellettuali politicamente correttissimi un tempo insurrezionalisti e rivoluzionari e che adesso morbosamente tengono in braccio la Carta mistica come un catechismo, se la coccolano, la sfiorano, talvolta persino la sbaciucchiano come fosse una Sacra Scrittura, la reliquia di un santo, l’ultima trincea della nostra stessa convivenza civile. O la stravolgono e mutilano a loro uso e consumo se il testo costituzionale appare più complesso di uno slogan. Come l’omaggio monco all’articolo 11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa ad altri popoli”, dimenticando le parole successive: “Consente alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le Nazioni, e dunque, come sottolinea Polito, “ci autorizza a stare dentro l’Onu, la Nato, l’Unione Europea e tutte le ‘organizzazioni internazionali’ che hanno il compito di assicurare la pace e la giustizia anche con l’uso della forza militare”. Da sottolineare: “Anche con l’uso della forza militare”. Questa leggera sensazione di estraneità, così mi illuminano le pagine di Polito, deriva dalla semplice constatazione storica che il testo costituzionale sia troppo scopertamente il frutto del Grande Compromesso tra le due culture allora dominanti che ne hanno ispirato la redazione, quella cattolica e quella socialcomunista. Alle forze liberali restavano solo le briciole. Un sentore di compromesso, poco liberale, che infatti permea ogni singolo articolo della Costituzione che dovrebbe sancirne, come usa dire, l’impianto “valoriale”. Da una parte i seguaci di Giuseppe Dossetti, maestro di integralismo cattolico e profondamente ostile allo spirito liberale, dall’altra i socialisti e i comunisti che spingevano perché ogni parola fosse promessa del sol dell’avvenire, prefigurazione di un approdo inesorabilmente socialista, dove il collettivo fa premio sull’individuale, la coesione sociale sulla libertà dei singoli, lo Stato sugli spiriti animali dell’economia di mercato. Parlarne esplicitamente è quasi un sacrilegio, ti sembra quasi di coltivare una tentazione eversiva, per cui meglio tacere. Ma in interiore homine borbotta lo spirito incostituzionale di chi ha poca fede. E ama di più l’Habeas corpus e la Magna Charta, che infatti in origine si chiamava Charta Libertatum. Piero Calamandrei disse che questa parte della Carta, quella dei valori e dei principi, “fu scritta per metà in latino e per metà in russo”: solidarismo cattolico e collettivismo comunista temperato dall’umanesimo socialista. Come nel bilancino lessicale dell’articolo 3: “È compito della Repubblica democratica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori” eccetera eccetera. La “persona” accontentava i cattolici della Fuci, il vivaio della nuova classe dirigente democristiana; “i lavoratori” non c’è bisogno di spiegare (Togliatti voleva addirittura che nell’articolo 1 fosse scolpito “L’Italia è una Repubblica democratica di lavoratori”, mediò Fanfani e la formulazione, più tenue, è quella che conosciamo). Mancava l’”individuo”, troppo sospetto, troppo liberal-individualista, e al massimo si poteva transigere sul “cittadino”, anche se faceva troppo Rivoluzione francese. Del resto il cattolico Giorgio La Pira, in seguito sindaco santo di Firenze, ebbe a proclamare: “È in crisi lo Stato borghese capitalista: cioè quel tipo di Stato che ha una Costituzione ispirata al principio delle libertà individuali quale fu elaborato dalla dottrina illuminista inglese e francese”: più chiaro di così. E chi ha troppo a cuore il “principio delle libertà individuali”? Da considerare con sospetto. E la proprietà privata? Abolirla no, per carità, il Grande Compromesso non poteva permettersi toni troppo perentori. Ma ecco il dire e non dire, le limitazioni, le clausole, i lacci e lacciuoli: la proprietà privata è sì, “riconosciuta e garantita dalla legge che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti” ma poi, beninteso, “la proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale”. E il lavoro, è forse un diritto? No, andiamoci piano con i diritti (l’apologia dei diritti di ogni tipo, descritta da Polito, conquisterà il dibattito pubblico molto più tardi, più o meno quando la sinistra perderà la sua tradizionale identità “laburista”). Nel Grande Compromesso il lavoro è un dovere, il “dovere di scegliere… un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale e spirituale della società” e se non concorre, e se recalcitra a farsi classificare come una “funzione”, si va contro lo spirito costituzionale. Nota infatti con malizia Polito: “Se ne potrebbe allora dedurre che il reddito di cittadinanza - non una semplice forma di assistenza ai più poveri, ma il riconoscimento del diritto a un vero e proprio salario in cambio di nessuna prestazione - era in realtà contrario a uno dei principi fondamentali su cui si basa la nostra Repubblica”. Incostituzionali saranno loro! Un paradosso. Ma la genericità dei principi, la loro ambiguità e persino le loro incongruenze hanno poi dato esiti talvolta paradossali. Nella religione costituzionale si spalancano voragini di fraintendimenti, che Polito racconta con puntuale ironia: “La Costituzione era la stessa sia quando la Consulta nel 1961 ha dichiarato legittima la norma del codice penale che puniva solo l’adulterio delle donne, sia quando, appena qualche anno dopo, nel 1968, la stessa Corte ha invece completamente ribaltato la decisione precedente, che era fondata su un clima culturale e su valori che non erano più accettabili, secondo i quali si considerava più grave se fosse stata una donna a ‘concedere i suoi amplessi a un estraneo’”. Altro esempio: “Il reato di ‘incitamento a pratiche anticoncezionali’, ritenuto illegittimo in una sentenza del 1965 e successivamente dichiarato legittimo in una sentenza del 1971”. La Carta sarà bella e santa, ma quanto è influenzata dallo spirito del tempo? E a proposito di Corte Costituzionale e Consiglio superiore della magistratura, Polito ci fa scoprire che il Pci, in nome della sovranità popolare, era fieramente contrario a istituti che oggi i suoi legittimi eredi considerano quasi sacri e intoccabili. Uno dei costituenti comunisti, Renzo Laconi, molto apprezzato da Togliatti, affermava sul Csm: “Quando si fa dell’ordine giudiziario una specie di ordine chiuso, una casta separata; quando si lascia la regolamentazione della vita interna del potere giudiziario ai giudici stessi, può anche sorgere una questione di indipendenza, perché la carriera, le nomine, i trasferimenti saranno affidati allo stesso corpo”. La “casta”, addirittura: e Beppe Grillo, del 1948, non era ancora nato. E lo stesso Togliatti: “Si teme che domani vi possa essere una maggioranza che sia espressione libera e diretta di quelle classi lavoratrici le quali vogliono profondamente innovare la struttura politica, economica, sociale del Paese (…) da qui anche quella bizzarria della Corte Costituzionale, organo che non si sa che cosa sia e grazie alla istituzione del quale degli illustri cittadini verrebbero a essere collocati al di sopra di tutte le Assemblee e di tutto il sistema del Parlamento e della democrazia, per esserne i giudici. Ma chi sono costoro? Da che parte trarrebbero essi il loro potere se il popolo non è chiamato a sceglierli? Tutto questo è dettato da quel timore che ho detto”. Oggi Togliatti, con i nuovi parametri ideologici che si sono imposti, verrebbe considerato un po’ incostituzionale anche lui. E vagamente populista, pure. Che poi il paradosso è che gli articoli più liberali, quelli per cui ci sarebbe da sentirsi fieri della nostra Costituzione, sono oggi tra i più negletti, trascurati, marginalizzati soprattutto nella sinistra (ma “la Costituzione non è di sinistra” come recita il titolo del libro di Antonio Polito) che oggi si fa vestale della purezza e inviolabilità costituzionale. Il meraviglioso articolo 15, quello che garantisce “la libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione”. E come la mettiamo con l’abuso delle intercettazioni? Con la divulgazione di messaggi whatsapp, che sono la forma moderna di corrispondenza visto che le lettere non si scrivono più? E con lo sputtanamento mediatico-giudiziario che fa a pezzi l’idea stessa di segretezza e di riservatezza? Qui sono molto più costituzionale io degli ipocriti sacerdoti della Carta. Oppure il comma 2 dell’articolo 27, “l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”. Oggi il principio costituzionale della presunzione di innocenza viene irriso come una raccomandazione molesta: volete mettere quanto siano più gustose ed eccitanti le condanne via stampa e tv? Dove sono gli incostituzionali in questo caso? E chi agita l’articolo 21 sull’integrità della libertà d’espressione (finalmente, bisognava attraversare 20 articoli prima di arrivarci) e poi inneggia a provvedimenti ad hoc - legge Mancino, la sinora fortunatamente stoppata legge Zan - che fanno a pezzi il principio della libertà d’opinione? Anche qui del resto, il testo scritto un po’ in latino e un po’ in russo deve contenere qualche eco delle sue origini non così apertamente liberali: “Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume”. Ecco, appunto. Poi c’è la seconda parte della Costituzione, quella che regola le forme dell’ordinamento della Repubblica, gli istituti che ne regolano le norme, l’esistenza politica e così via. Qui, racconta Polito, a segnare le linee guida non fu più l’ansia del compromesso, ma la paura. La paura di perdere, la paura di regalare troppo potere al vincitore. Perché nel frattempo Alcide De Gasperi, che aveva lasciato alla sinistra dossettiana il compito ideologico di disegnare la carta dei valori e dei principi insieme alla sinistra social-comunista, tornando da un proficuo viaggio americano ruppe nel 1947, mentre i costituenti erano impegnati a soppesare ogni parola, l’unità delle forze resistenziali estromettendo dal governo socialisti e comunisti. Ora i costituenti erano diventati nemici politici, e l’imperativo per ambedue gli schieramenti diventava quello di costruire un sistema che imbrigliasse il vincitore, lo imprigionasse in una ragnatela di limiti e di confini, sovraccaricando di pesi e contrappesi l’azione del governo. Si era alla vigilia delle elezioni decisive del ‘48, dove l’importante era certamente vincere ma soprattutto non perdere. Gli uni non si fidavano più degli altri e non era solo per quello che i costituzionalisti hanno chiamato il “complesso del tiranno”, la memoria ancora troppo fresca della dittatura fascista, del governo senza limiti. Era la paura che perdere significasse perdere tutto, o comunque troppo. Ecco la ragione, costituzionalmente sancita, della debolezza dei governi che qualunque schieramento oggi cerca di aggirare con l’abuso dei decreti legge per non farsi impantanare nell’inconcludenza. Ma la paura continua ancora oggi, quando il mondo è cambiato e la fine della Guerra fredda avrebbe dovuto contenere il terrore di una vittoria troppo netta delle forze che formano il governo. Resta la sacralizzazione di un testo trattato come la Bibbia, difeso come una reliquia. C’è perfino, racconta Polito, un “Rap della Costituzione inciso da un gruppo hip hop dal poco rassicurante nome di Assalti Frontali, nato dalle ceneri del collettivo musicale romano Onda Rossa Posse, e guidato da Militant A. Ne elenca gli articoli interpretandoli come un libro sacro dei diritti, e la invoca a difesa del rischio che, testuale, torni tra noi Benito Mussolini”. Un paradigma “che ha preso la forza di senso comune”. Ecco perché, poi, in interiore homine e senza darlo troppo a vedere per non apparire eversivo, uno si sente un po’, soltanto un po’, incostituzionale. Quale lingua è appropriata nella lotta per la giustizia? di Lara Ricci Il Sole 24 Ore, 18 maggio 2026 Zadie Smith: “Non potrei uccidere una persona, non posso retoricamente sostenere la morte di qualcuno. La lingua che protegge la natura sacra della vita umana è sotto assalto. È corretto dire “voglio uccidere i sionisti”? No non lo è”. “Nelle società occidentali sulla sommità della piramide della vita c’è l’uomo che usa le risorse della natura per la sua civilizzazione: sono società basate sullo sfruttamento e sulla crescita. Abbiamo visto che problemi hanno creato. Nella filosofia degli innu e di tutte le Prime Nazioni (popoli autoctoni del Canada, ndr) non c’è una piramide, ma un cerchio, che noi chiamiamo la grande tartaruga, e che rappresenta la Terra. In un cerchio non c’è nessuno sopra o sotto, tutti sono uguali. Dunque un cacciatore innu che uccide un alce non pensa di averla uccisa perché è un grande cacciatore: nel suo spirito l’alce accetta di dare la sua vita per nutrire la famiglia dell’uomo, e come contropartita l’uomo non uccide per piacere, uccide il meno possibile, solo per nutrirsi, e ringrazia lo spirito dell’animale. L’innu sa che sopravvive non perché sfrutta la natura, ma perché le altre specie gli permettono di vivere. Voi dite che l’Italia è il vostro Paese, l’innu dice che appartiene al suo territorio. Per noi la natura è un luogo che ci fa vivere e che ci protegge dalla fine” ci spiega, a margine del Salone del libro di Torino, Michel Jean, giornalista e scrittore di origine innu. In Maikan e in Kukum, libro più venduto in Québec nel 2021 (entrambi Marcos y Marcos, tradotti da Sara Giuliani), racconta di come i giovani nativi venissero, fino al 1996, strappati alle famiglie e deportati in collegi remoti gestiti dai preti che avevano il compito di estirpare la loro cultura. Un fenomeno taciuto per oltre cento anni, “per la vergogna e il dolore”, uno scandalo che ha investito il Canada una decina di anni fa, quando si è iniziato a dissotterrare i corpi dei bambini dalle fosse comuni: decine di migliaia di piccoli deportati sono morti per le sevizie e l’incuria. Romanzi, i suoi, che restituiscono solo i fatti, come Jean tiene a precisare, ma che permettono al lettore di andare incontro a quel ribaltamento di prospettiva tipico dei buoni libri: in questo caso accorgersi, infine, che siamo noi i veri selvaggi. Un Salone del libro anche quest’anno poco scientifico, e anche poco politico: dove appaiono lontane le grandi minacce della nostra epoca, come la crisi climatica, i rischi legati all’intelligenza artificiale, così come le guerre che ci toccano di più, con alcune importanti eccezioni, che siamo andati a cercare. Per esempio l’incontro con Bernie Sanders (non ancora avvenuto al momento della chiusura di questo articolo, troverete un resoconto su ilsole24ore.com) o quello con la scrittrice e giornalista turca Ece Temelkuran, autrice di Stranieri come te (2026), Come sfasciare un paese in sette mosse. La strada che porta dal populismo alla dittatura (2019 e 2021) e La fiducia e la dignità. Dieci scelte urgenti per un presente migliore (2021), tutti editi da Bollati Boringhieri. “Mi avete definita coraggiosa - ha detto - ma non è facile essere coraggiosi da soli. È bello ricevere applausi, ma quando arrivano ad arrestarti alle 4 di notte e sei in pigiama hai bisogno di amici e solidarietà dagli amici, e la solidarietà non è solo una bella parola, diventa una cosa da cui la tua vita dipende. Negli ultimi 10 anni ho scritto tre libri in cui ho cercato di mettere in guardia le persone che il fascismo è qui per restare e che arriverà anche in quei Paesi dove la democrazia è data per scontata. Nella mia ultima opera voglio far capire che siamo tutti stranieri, tutti diventiamo esiliati se viviamo in un Paese che non riconosciamo più. E allora la voce dell’esilio diventa la voce di tutti noi”. “La bellezza umana resiste al male industrializzato” ha affermato riferendosi alla sedia vuota accanto a lei, dedicata a uno scrittore e politico curdo in carcere: Selahattin Demirta?, come è usanza del Pen, l’associazione di scrittori che difende la libertà di parola e di cui è nata una sezione italiana, presieduta da Sandro Veronesi. “Noi scrittori quando scriviamo vogliamo dire agli altri che siamo persone bellissime e che possiamo esserlo solo quando stiamo tutti insieme. Restare persone belle, come restare coraggiosi, non è facile quando sei solo, abbiamo bisogno gli uni degli altri, per questo voglio ringraziarvi”. “Quale lingua è appropriata nella lotta per la giustizia? - si è domandata una splendida Zadie Smith, di cui è appena uscita una raccolta di brillanti, divertenti, commoventi saggi (Vivi e morti, trad. di Martina Testa, Sur), davanti a un pubblico calorosissimo -. Non potrei uccidere una persona, non posso retoricamente sostenere la morte di qualcuno, sono scrittrice e non la sosterrò. Il pacifismo umanista deve essere difeso. La lingua che protegge la natura sacra della vita umana è sotto assalto. È corretto dire “voglio uccidere i sionisti”? No non lo è”. Si può essere engagé e anche studiando gli autori del passato, come il non abbastanza valorizzato in Italia Carlo Collodi: “Collodi con Pinocchio insegna lo spirito critico, quando diventa un bambino in carne ed ossa, tutto ben vestito ordinato, è deriso dall’autore, che critica il modo borghese di intendere la vita”. Daniela Marcheschi, grande esperta di Collodi, lo deduce dai tre punti di sospensione nel finale del romanzo - non è un lieto fine. Punti tolti in alcune edizioni, stravolgendone il senso. Ma lo deduce anche dall’indagine filologica: “Ritroviamo tante frasi tratte dai suoi articoli satirici che parlano di adulti e bambini, per esempio quando si mette le mani in tasca e trova i soldi è un riferimento ai borghesi che stavano rovinando l’Italia”. Collodi, spiega, “non era conservatore come alcuni dicono, era liberal-mazziniano, era progressista. Ha preso le distanze dall’anarco-comunismo, ma il suo pensiero è nella linea di Gioberti che sosteneva che l’Italia nuova l’avrebbe costruita una sinergia dei “lavoratori del braccio” e dei “lavoratori della mente”, perché solo chi vive del lavoro può garantire le libertà democratiche”. Collodi è stato anche un grande protagonista della battaglia per l’emancipazione delle donne, dice Marcheschi. Ne è simbolo la fatina, che rappresenta l’ordine morale, il principio di autorità tradizionalmente riconosciuto agli uomini. Mentre Geppetto ha un ruolo materno: “veste il suo burattino, gli sbuccia la pera. Lui crede nella parità”. Il cardinale Matteo Zuppi “Investire sul dialogo, la pace non è gratis” di Paolo Foschini Corriere della Sera, 18 maggio 2026 Il presidente della Cei: “Pochi politici capaci di visione grande, il vero coraggio è sfuggire alla logica diabolica del riarmo”. “E chi l’ha detto che il dialogo è facile? Il dialogo richiede coraggio. Disarmarsi richiede coraggio. E richiede soldi. Non è gratis. Bisogna investirci, sul dialogo. Ma una cosa è certa: se si investisse sul dialogo la stessa mole di denaro che si spende per le armi i risultati sarebbero molto, molto, molto superiori in qualità e quantità. Nessuna guerra ha mai risolto il problema per cui era stata fatta. Al contrario il ragionare in una logica di insieme, di fraternità tra viventi, il fermarsi per aspettare chi è indietro, è l’unica via che porta alla salvezza di tutti. L’unica via per costruire speranza e fiducia nel futuro”. Il cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente di tutti i vescovi italiani, risponde al telefono mentre è in viaggio. Parla con l’inflessione pacata che non perde mai, come riflettendo a voce alta per mettere in sequenza i tanti pensieri. Cosa vuol dire “Insieme” oggi? “La stessa cosa di sempre, in sé. Siamo fatti per la fraternità: “Non è bene che l’uomo sia solo”, dice Dio nel dargli una compagna. Dopodiché sappiamo come è finita tra i primi due fratelli della storia. Succede quando non riconosco più nell’altro un fratello ma colui che mi ruba spazio e protagonismo. Ed è questa, la logica dilagante del protagonismo e della prestazione, a rendere il mondo di oggi più complicato di quello di prima. A maggior ragione perché l’altro con cui ci si confronta, oggi, non è più un individuo ma una realtà senza limiti come quella dei social”. C’è chi dice che i social sono un grande “Insieme”... “Peccato che invece di usarli per coltivare ciò che potrebbe unirci li usiamo, non dico sempre ma comunque troppo, per nutrire l’io. E infatti l’io di molti non sta tanto bene, se ci guardiamo in giro”. Lei cosa vede in giro? “A un primo sguardo quel che vedono tutti: le povertà che crescono, la forbice delle disuguaglianze che si allarga, da una parte chi è in fuga da qualcosa e dall’altra chi gli alza davanti un muro, vedo la crisi del clima, i milioni di migranti, le tante guerre. E vedo che quando non sappiamo specchiarci nell’altro ci ritroviamo soli, fragili e impauriti: è lì che diventiamo pericolosi”. La paura piace tanto al potere. Come ci si difende? “Dal potere o dalla paura?”. Vabbè, diciamo dalla seconda... “Ripartendo dalla parola con cui abbiamo iniziato questa chiacchierata: insieme. La paura nasce dal sentirsi soli e il mondo di oggi sa coltivarla bene la solitudine, con la continua promessa di risposte che in realtà sono inganni”. Per esempio? “Per esempio quella di chi ripete che i conflitti possano essere risolti con la forza. Le armi producono solo altre armi. Ma attenzione, vale anche per l’inganno contrario: anche quello che io chiamo dialogo al ribasso, il dialogo ridotto a un teatro, è un imbroglio. Il dialogo vero è una cosa diversa. E certo che è difficile, perché devi farlo col tuo nemico. Ma è solo quel dialogo lì a poter costruire una pace vera. E quel tipo di dialogo ha bisogno di mezzi. Ha bisogno, quello sì, anche di forza”. In che senso? “In quello che ha capito lei. Gli accordi di pace raggiunti in Mozambico hanno avuto bisogno di una forza di pace neutrale che garantisse il rispetto del cessate il fuoco tra le parti. Le agenzie internazionali hanno un motivo di esistere. Ma soprattutto: la pace non è gratis. Esattamente come la guerra. Tanti soldi spesi in riarmo? Altrettanti si dovrebbero investire in scuole, ospedali, educazione, case, arte, cultura, lavoro, accoglienza. Si tratta di scegliere”. La società è migliore dei suoi politici? “Mi è difficile rispondere in modo secco. Mi viene meglio dire che abbiamo pochi politici capaci di una visione grande. Penso per esempio che i popoli europei sentano il bisogno di stare insieme, non del contrario, e che servirebbero politici capaci di interpretare quel bisogno, non di soffiare sul suo contrario”. Motivi per conservare la fiducia? “Il primo è viverla. La fiducia si alimenta. Le cose si “fanno”, il dialogo si “fa”. È un tema molto legato alla speranza, ovviamente. Che non significa provvidenzialismo né fatalismo. Significa affrontare le difficoltà nella convinzione che esse non sono l’ultima parola. Quando papa Leone parla di pace disarmata e disarmante parla di fiducia e di coraggio: serve fiducia, per disarmarsi, ma serve anche coraggio soprattutto se sei il primo a farlo. Ed è il coraggio vero, di coloro che sfuggono alla logica diabolica del riarmo. Ma sono loro a vederci bene. Non i ciechi”. La tragedia di Modena e quell’alienazione della porta accanto di Luca Ricci La Stampa, 18 maggio 2026 Come nel romanzo di Camus, anche il ritratto di Salim ci parla di solitudine. Siamo un popolo diviso e impoverito: così ogni luogo può diventare polveriera. Sembrerebbe la follia l’unico movente di Salim El Koudri. Non ci sarebbe altra ragione per spiegare ciò che ha fatto, il motivo per cui è piombato con una Citroën in una via dello shopping modenese e adesso deve rispondere dell’accusa di strage e lesioni aggravate. Sebbene la dinamica ricordi un attentato jihadista, Salim El Koudri non risulta radicalizzato ed è a tutti gli effetti un cittadino incensurato (di origine marocchina, è nato e cresciuto in Italia). Per di più, i risultati dei test per droga e alcol hanno dato esito negativo. Resta quindi la pista dello squilibrio psichico, visto che dal 2022 al 2024 è stato in cura in un centro di salute mentale. Tuttavia il sindaco di Modena ha dichiarato che era un ragazzo tranquillo, non problematico, e non risulta che sia mai stato sottoposto a un Tso, segno che i suoi problemi non erano mai degenerati in escandescenze. Si tratterebbe quindi di una follia che da sola non può dirci e spiegarci tutta la storia. Per evitare le letture più superficiali e le strumentalizzazioni politiche a cui questa tragedia si presta, converrà appigliarci alla letteratura. Nel capolavoro di Albert Camus “Lo straniero”, un uomo qualunque, tal Meursault, uccide un arabo sulla spiaggia di Algeri senza nessun movente se non un riflesso di sole negli occhi (futile motivo, lo chiameremmo forse oggi). Successivamente, dopo un regolare processo, accetta di buon grado la condanna a morte. Primo elemento: Meursault ha un lavoro modesto, non ha un riconoscimento sociale gratificante, appartiene a una maggioranza indistinguibile; secondo elemento: Meursault non è pazzo, bensì alienato, intrattiene un rapporto straniato con la realtà che lo circonda, è ammalato di solitudine. Questo ritratto non ricorda soltanto Salim El Koudri (dalle stringate note biografiche apprendiamo che era laureato in economia ma disoccupato, e viveva da solo a Ravarino, un paese in provincia di Modena), ma purtroppo anche tutti noi. Sulla modestia delle nostre condizioni sociali non c’è neanche da soffermarcisi: rendite di posizione o miseria, sanità privata o attese infinite, sottomessi a economie straniere che entrano nel Paese non per convivere ma per colonizzare, pensioni al collasso e natalità zero. Siamo un popolo peggio che povero - cioè senza quella vitalità dei Paesi poveri da sempre - ma impoverito: ciò ci rende lividi e malmostosi, incapaci di fare comunità (al massimo, comunella). Sulla alienazione, basta sostituirla con una parola altrettanto terribile e più contemporanea: “virtualità”. Non è forse vero che viviamo per la maggior parte del tempo con la testa china sui nostri telefonini? E che cos’è questa se non la più grande segregazione a cui la nostra società sia mai stata sottoposta? L’aspetto più grottesco è che ce la siamo auto imposta. Ognuno di noi pare sceglierla liberamente. Non siamo mai stati più connessi eppure non siamo mai stati più soli. Visto che abbiamo traslocato in questa landa fittizia, chimerica, sintetica (lontanissima dai Paradisi artificiali invocati da Charles Baudelaire - semmai sono inferni), nel frattempo la società materiale e tangibile ha cambiato la propria natura: non è la virtualità un appendice della realtà, ma il contrario. La realtà, ad esempio quella delle città italiane, serve solo come generatore di foto Instagrammabili (orrido neologismo che segnala uno sfacelo). L’esperienza diretta della vita è meno eccitante della pubblicazione dei suoi tristi simulacri. Tirando le somme: in questo loop di miseria e solitudine qualsiasi luogo può diventare una polveriera. Sì, perfino Modena. Ci diranno e ci diremo che Salim El Koudri è un folle, una variabile imprevedibile che poteva abbattersi ovunque e comunque. Sarà vero ma è solo la parte più evidente e più tragica di una storia che ci riguarda tutti molto più da vicino di quanto siamo disposti ad ammettere. Modena è scesa in piazza per dire che alla violenza non si risponde con l’odio e con la paura di Estefano Tamburrini Avvenire, 18 maggio 2026 A migliaia dopo l’auto lanciata sui passanti in via Emilia: gli applausi ai cittadini che hanno fermato l’aggressore e l’appello all’unità del sindaco. Sulla vetrina frantumata è stato poggiato un ramo di rose bianche, con anche altri fiori. Lì, al civico 71 di via Emilia Centro, la Citroen C3 guidata da Salim El Koudri, ha schiacciato una persona, ricoverata insieme agli altri sette feriti. Per chi gira in centro sono i cinque passi più lenti e meditati del giorno. Qualcuno si ferma, abbassa gli occhi, sosta in silenzio. “Io ero lì, da sola, davanti a una persona ferita. Non sarei qui, se fossi passata dieci secondi prima. Non ho dormito” confessa Maria Rosaria Abruscia. “Certe cose le avevo viste solo in Tivù. Gente ferita, a terra”. È il giorno dopo. Maria Rosaria (insieme alla sua famiglia, figlio incluso) si reca in Piazza Grande, a 350 metri da quel luogo, per “non darla vinta alla paura”. E con lei almeno 1.500 persone, radunate tra Palazzo del Municipio e il Duomo, che hanno raccolto l’appello di “unità” e “contro l’odio”, lanciato sabato dal sindaco di Modena Massimo Mezzetti. “L’immagine dei quattro cittadini, italiani e stranieri, che uniti hanno bloccato l’aggressore, è la vera fotografia dell’Italia”, ha detto il primo cittadino, osservando che “solo l’unità ci permette di superare la violenza”. E “chi vuole seminare odio e alimentare incendi non fa parte della nostra comunità”, poiché “intento a lucrare sul dolore altrui”. Tanti applausi, ma anche qualche lieve contestazione. Il monito è rivolto a chi, come il vicepremier Matteo Salvini, nega l’italianità di El Koudri perché di “seconda generazione” e chiede addirittura la sua espulsione. Ma lo spirito di quella piazza va oltre le divisioni della politica. La comunità è lì in nome di chi, dal letto di un ospedale, si afferra alla vita. E anche per coloro che sono già fuori pericolo, ma non vanno lasciati soli. “Ci siamo sentiti in dovere di venire. E sono qui anche con mio figlio”, ci dice Camilla Pellegrini mentre tiene la mano del piccolo. “Dobbiamo essere consapevoli di quello che succede nel mondo. E anche loro (le future generazioni, ndr) devono esserlo”, è l’auspicio di Pellegrini, che rimpiange la Modena e il mondo in cui è cresciuta. “Era tutto diverso”. In Piazza Grande - nel giorno della visita anche del capo dello Stato Sergio Mattarella e della premier Giorgia Meloni - c’erano anche Elly Schlein, il presidente della regione Emilia-Romagna Michele De Pascale e i sindaci della provincia. “Gli eventi di ieri (sabato, ndr) hanno segnato un’intera comunità, che però continua a dimostrare forza. Non solo attraverso chi è intervenuto bloccando l’aggressore, ma anche nelle istituzioni e in tutte le persone che oggi abbracciano una comunità ferita”, commenta il sindaco di Carpi Riccardo Righi. “Vogliamo rendere testimonianza di una comunità unita, che sa farsi prossima a chi soffre, rafforzando i legami che ci uniscono”, aggiunge la sua omologa di Vignola Emilia Muratori. Sul palco salgono anche i quattro cittadini che hanno fermato l’aggressore, ricevendo l’applauso della folla. Tra loro c’è Osama Shalaby, egiziano, da oltre trent’anni in Italia: mi stringe la mano, è ancora scosso, sorride. Notte insonne anche per lui. “C’era anche mio figlio, che mi ha motivato a intervenire”. E dice: “Aiutarsi dovrebbe essere normale. Per questo l’ho fatto”. Le prime luci sulla fragilità psichica di El Koudri, già sotto cure tra il 2022 e 2024 - ritenuto un ragazzo normale da chi l’ha conosciuto, senza segni di squilibrio visibili -, impongono una seria riflessione sulle risorse destinate al benessere psicologico e alla cura della persona in città e non solo. “Bene investire sulle Forze dell’Ordine, ma dobbiamo fare molto di più per la salute mentale. Le due cose non si escludono”. Prove generali di pensiero bipartisan, se si tiene conto delle affermazioni del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, dopo aver presieduto il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza a Modena, dove ha escluso eventuali lacune nel lavoro di prevenzione dell’Antiterrorismo: “Una situazione di disagio psichiatrico”, che “preoccupa” e “non cambia la tragicità degli eventi” sui quali “gli inquirenti faranno ulteriori accertamenti”. Lo ha ribadisce anche il ministro della Difesa, Guido Crosetto, che parla di un atto più legato “alla sfera individuale” e “psicologica”. Il dibattito è aperto. Se ne potrebbe discutere oggi, a Modena, in Consiglio comunale. Ma la questione interpella l’intero Paese. Il flop del crime show in stile sovranista di Flavia Perina La Stampa, 18 maggio 2026 La destra populista cavalca il caso per amplificare l’odio contro gli stranieri. Ma nel governo si apre una crepa: quell’approccio non ha più ritorni elettorali. La visita alquanto silenziosa di Sergio Mattarella e Giorgia Meloni a Modena - poche, pochissime parole oltre quelle dette in privato ai feriti - mostra come dovrebbe comportarsi ogni istituzione davanti ai fatti di cronaca che fanno rumore e sconcertano l’opinione pubblica. Ma rivela anche una nuova e significativa divergenza nella maggioranza, perché sul fronte del sovranismo duro e puro (Matteo Salvini e Roberto Vannacci in testa) la musica è tutt’altra. Da quelle parti, ancora una volta, vince il crime show securitario, lo spettacolo a buon mercato dell’emergenza immigrazione e del pugno di ferro per tenerla a bada, dove la compassione e la vicinanza emotiva alle vittime sono sostituite dal rullo di tamburi che dice alla tribù: dàgli al mostro, anzi ai mostri, perché il peccato si estende all’intera comunità del responsabile, a chiunque ne condivida la condizione anagrafica, sociale, il colore della pelle. Avevamo già visto il lutto trasformarsi in speculazione. Avevamo già visto la speculazione trasformarsi in caccia all’uomo. Avevamo già visto - chi si ricorda Rogoredo e la legge sulla difesa sempre legittima? - la caccia all’uomo trasformarsi in richiesta d’impunità per il pistolero che lo ammazza. Ora vediamo un nuovo, potenziale salto nel buio, perché il folle atto omicida di Salim El Koudri, quando ancora non se ne sapeva nulla, era già raccontato come insorgenza terrorista, odio, strage per mano di un islamico radicalizzato, bandiera per il “Serve la remigrazione!” gridato a gran voce dal mondo sovranista. E cioè benzina sul fuoco di un’Italia dove già agiscono branchi di giustizieri etnici come quello di Taranto, capaci di assassinare a coltellate senza motivo il povero bracciante Bakari Sako, in attesa dell’autobus per andare al lavoro. Nulla di quello che il crime show sovranista ha ipotizzato dopo la tragedia, nulla di quello che Matteo Salvini e Roberto Vannacci hanno fatto intendere per tutta la giornata di ieri, è risultato vero. A Modena non è entrato in azione il terrorismo o l’estremismo religioso, e non ha agito nemmeno la categoria degli immigrati perché El Koudri è italiano a tutti gli effetti, figlio di genitori marocchini in perfetta regola che lo hanno fatto studiare fino alla laurea. Modena era, è, un dramma della follia e del disagio psichico, uno dei tanti che i nostri servizi sanitari e sociali non riescono a intercettare e che colpiscono i giovani a prescindere dal passaporto e dal ceto. Il fatto che il ministro dell’Interno in persona, Matteo Piantedosi, con una pubblica dichiarazione, abbia stroncato ogni pista diversa dalla patologia psichiatrica ci dice che, forse, anche lui è preoccupato. Le parole squinternate della politica in tema di immigrati non sono più solo spettacolo. Provocano nel Paese brividi dagli effetti altamente allarmanti, come dimostra l’aggressione a una troupe Rai all’esterno dell’ospedale di Bologna dove sono ricoverati alcuni dei feriti. Viene da chiedersi se l’insistenza con cui la Lega ha tenuto il punto, chiedendo a Strasburgo un dibattito “sugli attacchi terroristici di Modena” e rivendicando che “avere problemi psichiatrici non esclude il movente terroristico”, sia solo riflesso pavloviano. La sensazione è che, per la prima volta, si sia aperta nella maggioranza una vera faglia sul come gestire il crime show legato all’immigrazione. L’intervento di Piantedosi, la sobrietà di Meloni, le aperte critiche a Salvini di Antonio Tajani, ci dicono che una parte della maggioranza forse ha capito che amplificare sentimenti estremi contro “gli stranieri” o i nuovi italiani non rappresenta più un vantaggio sotto il profilo del consenso. Loro è il governo, loro la gestione dell’ordine pubblico, loro sarebbero le responsabilità di una escalation di violenze a sfondo etnico. L’altra parte non la pensa così, dall’escalation non è per niente preoccupata, né teme di delegittimare le parole e l’azione del Viminale. Sappiamo tutti che Salvini considera quel posto suo, sparare sul quartier generale è un modo come un altro per provare a riprenderselo. Così, nella bufera di un dibattito politico altamente divisivo, si perde anche il senso di ciò che abbiamo davvero visto a Modena. Uno squilibrato che falcia con l’auto la folla sul marciapiede e poi scende coltello in pugno per continuare la strage. Un gruppo di cittadini coraggiosi che lo insegue e lo blocca. Tra loro, due italiani e due egiziani: colore, passaporto, storie diverse, e però lo stesso animo nel farsi avanti per salvare dei perfetti sconosciuti. È una storia che parla di generosità e istinto solidale davanti a un pericolo improvviso, di integrazione possibile, necessaria, già avvenuta, nonostante chi continua a dichiararla irrealizzabile. L’idea grottesca di fustigare i bulli a scuola di Elvira Serra Corriere della Sera, 18 maggio 2026 A Singapore i bulli responsabili degli episodi più gravi saranno fustigati con una canna di bambù. Fino a tre colpi di bastone, eseguiti da personale qualificato, saranno autorizzati dal preside in assenza di alternative risolutive possibili. Lo studente redarguito deve avere almeno 9 anni e comunque, dopo, l’istituto monitorerà il suo benessere e i suoi progressi, offrendogli anche un supporto psicologico. Le ragazzine sono esonerate, come del resto prevede il codice di procedura penale di Singapore, che vieta la fustigazione sulle donne, ma la contempla per gli autori non ancora cinquantenni di reati come la rapina o la truffa. L’Organizzazione mondiale della sanità e l’Unicef hanno già bocciato l’iniziativa della città-stato, nonostante il ministro dell’Istruzione di Singapore, Desmond Lee, abbia assicurato che la fustigazione a scuola sarà applicata soltanto ai casi estremi e con protocolli rigorosi. La sorpresa, però, arriva dall’Italia. Il portale Skuola.net ha fatto un sondaggio coinvolgendo oltre mille studenti della sua comunità. Ha chiesto se fossero d’accordo con l’iniziativa asiatica e la metà dei votanti ha risposto di sì: “Una punizione del genere ci vorrebbe anche in Italia”. L’altra metà si è schierata sul no, argomentandolo con posizioni più ragionevoli. Una su tutte: la violenza non si cura con la violenza. La stretta educativa di Singapore a suon di colpi di canne di bambù è di per sé grottesca, e su questo c’è poco da aggiungere. Ma il fatto che il cinquanta per cento dei ragazzi interpellati da Skuola.net pensi che servirebbe anche da noi dovrebbe far riflettere. E non per concluderne una deriva fascista dei nostri studenti. Semmai per riconoscere l’esasperazione di chi non si sente più sicuro nemmeno tra i banchi di scuola, di chi assiste impotente al ripetersi di episodi di violenza con varie gradazioni, di chi osserva che le cosiddette punizioni “esemplari” si traducono in una sospensione che il più delle volte diventa una vacanza extra per il bullo. Dove stiamo sbagliando? Per il pedagogista Daniele Novara il bullismo è figlio del fatto che a scuola non si insegni a gestire il conflitto. Intanto a Roma, a Trastevere, il 20 e il 21 maggio tornerà la Maratona Bullismo, con attività, incontri e testimonianze in piazza Mastai, che per l’occasione diventa la “Piazza del Rispetto”. Speriamo aiuti. Scuola riparativa, “lo strumento vivo” della mediazione per ricomporre i conflitti di Diana Ligorio Il Domani, 18 maggio 2026 “La domanda non è soltanto “come dobbiamo punire il colpevole?” ma diventa “cosa si può fare per riparare la relazione che si è rotta con l’altro e con la comunità?”“, il concetto che spiega Federica Brunelli della Cooperativa Dike di Milano. “Così come accade nella giustizia penale, l’idea è quella di affiancare al sistema delle sanzioni disciplinari in ambito scolastico il modello della mediazione e della riparazione in una prospettiva di complementarietà”, spiega Federica Brunelli della Cooperativa Dike di Milano, capofila del progetto scuole riparative, promosso fin dal 2016 dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza. Ad alcune realtà, come la Fondazione Don Calabria di Verona e la Cooperativa Crisi di Bari, entrambe partner del progetto e da tempo impegnate, come Dike, in progetti di giustizia riparativa, venivano segnalati dall’autorità giudiziaria numerosi reati commessi nel contesto scolastico. “I reati però erano già avvenuti”, racconta Brunelli. “Da lì l’idea di lavorare in un’ottica preventiva”. Scuola, la scelta obbligata dei manuali digitali. Un risparmio apparente che penalizza la didattica Cambio di approccio La scuola riparativa sceglie di lavorare sui conflitti della vita quotidiana a scuola (offese, illeciti disciplinari, reati) cambiando lo sguardo. “Il comportamento che genera conflitto non viene guardato solo come violazione di una norma ma soprattutto come rottura di una relazione significativa”, spiega Brunelli. “Per questo la domanda non è soltanto “come dobbiamo punire il colpevole?” ma diventa “cosa si può fare per riparare la relazione che si è rotta con l’altro e con la comunità?”. La scuola riparativa propone un incontro in cui le due parti sono invitate a dialogare con l’aiuto di mediatori, terzi, imparziali e soprattutto equiprossimi, vale a dire capaci di avvicinarsi all’esperienza dell’uno e dell’altro, al loro modo di sentire, aprendo spazi di riconoscimento reciproco e possibili azioni di riparazione della relazione. Nell’istituto comprensivo Alzavole a Torre Maura, periferia romana, il progetto è iniziato nel 2017. “Questa buona pratica si è fatta spazio nella scuola con difficoltà perché ha richiesto di cambiare approccio rispetto al conflitto”, racconta Maria Luisa Garosi, insegnante della scuola secondaria di primo grado. “Ho iniziato il progetto in prima media”, racconta Carlotta Detond, 14 anni. “All’inizio non ero molto convinta, ero poco disposta al confronto. Al tempo dicevo cose tipo: stai zitto, con te non voglio parlare”. La mediazione le ha invece offerto un nuovo punto di vista. “Ora non penso più: questa persona ha ragione, questa ha torto. Cerco di capire ogni persona, così la rivaluto”. Oggi Carlotta è una mediatrice esperta: “Abbiamo imparato a veder la mediazione non come opzione ma come necessità. Alcuni ragazzi vengono da noi in bagno e ci raccontano che è successa una cosa e chiedono di organizzare una mediazione”. Prendiamo il caso di due amici di vecchia data, uno cresce più in fretta, diventa il leader che catalizza le attenzioni della classe e lascia l’altro fuori dal gruppo. “Il ragazzo escluso ci stava malissimo. Quando si è reso conto che l’altro ragazzo era disposto a riprendere il rapporto, è scoppiato in lacrime”, racconta Carlotta. “Se non ti ascolti, il conflitto si ingigantisce. Nella mediazione i confliggenti sono tenuti ad ascoltarsi”. “Ma io non pensavo di avergli fatto così male, io volevo scherzare, per me era un gioco. Queste sono le parole che ascoltiamo dai ragazzi quando comincia la loro consapevolezza”, spiega Garosi. “Ora si comunica molto in chat quindi il conflitto viaggia tra tante persone e si ingigantisce”, racconta Carlotta. Carlotta riferisce di conflitti arrivati dal mondo online. “Un ragazzo ha chiesto una mediazione perché era stato cacciato da un gioco alla play. Essere escluso dalla play del pomeriggio significa essere escluso dalla condivisione del racconto di quel momento in classe”. Questa mediazione ha fallito, racconta la prof. “I giochi hanno delle regole, ha detto il ragazzo escludente, e non c’è stato modo di ricomporre le parti”. La forza della mediazione, secondo Garosi, è intercettare il conflitto nella fase iniziale per evitare complicazioni relazionali e promuovere un clima di fiducia reciproca nell’ambiente scolastico. Se in strada i giovani trovano solo criminalità: il governo preferisce le carceri alla prevenzione Emozioni profonde “Sono un mediatore ma sono stato anche un confliggente con un mio compagno di classe”, racconta Ian Sartor, 13 anni, dell’Istituto Perasso di Milano. “Mi sentivo attaccato, ci insultavamo. Io ci stavo molto male, per diverso tempo non ho dormito. Così ho fatto richiesta di mediazione”. All’ingresso della scuola c’è una scatola dove poter lasciare un messaggio con la domanda. I mediatori, un adulto e uno studente, sono esterni alla classe e ascoltano le versioni delle persone coinvolte. “Rispecchiamo le emozioni che percepiamo e rimandiamo quello che ci arriva”, spiega Salvatore Di Dio, docente della scuola. “L’immagine è quella di un iceberg: la punta emersa sono i fatti, la parte sommersa sono le emozioni e poi i valori. È importante abbassare la temperatura emotiva del conflitto per capire quali valori sono in gioco”. “Noi mediatori siamo come un ponte che collega due persone dalle parti opposte di un fiume”, racconta Ian. L’esito della mediazione non è la riconciliazione, ma stabilire un livello minimo di convivenza. “Decidiamo di non esser più amici e lo decidiamo pacificamente insieme. La mediazione per noi ragazzi è uno strumento vivo. Chiediamo di usarla quando non possiamo ricucire da soli”.