Amnistia e indulto, le Camere si muovano nel nome di Pannella di?Emma Bonino e Riccardo Magi La Repubblica, 17 maggio 2026 A dieci anni dalla morte del leader radicale il ricordo non è sufficiente: bisogna prendere sul serio le sue battaglie. A dieci anni dalla morte di Marco Pannella, sono in tanti a ricordarne il ruolo nella storia italiana. Si propongono molte iniziative di commemorazione, se ne riconoscono le battaglie per i diritti civili, lo Stato di diritto, il garantismo, la dignità delle persone detenute. È giusto. Ma con Marco c’è sempre stato un rischio: trasformarlo in un’icona rassicurante, dimenticando quanto le sue battaglie continuino ancora oggi a disturbare le coscienze e a mettere la politica davanti alle proprie responsabilità. Perché prendere sul serio Pannella significa soprattutto scegliere. E oggi una scelta molto concreta è davanti al Parlamento: la proposta di legge costituzionale che modifica gli articoli 72 e 79 della Costituzione in materia di amnistia e indulto. Una proposta semplice, persino di buon senso: restituire al Parlamento la possibilità reale di utilizzare strumenti previsti dalla Costituzione e resi, nei fatti, impraticabili dalla riforma del 1992. Da allora, per approvare amnistia e indulto serve la maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera, su ogni articolo e nel voto finale. Una soglia che ha trasformato uno strumento costituzionale in un tabù politico. Eppure la Costituzione non li prevede come concessioni arbitrarie o atti di debolezza, ma come strumenti straordinari di politica criminale e di ripristino della legalità. Perché è di questo che parliamo: legalità. Oggi le carceri italiane vivono una condizione che definire drammatica non basta più. Oltre 64 mila detenuti, istituti sovraffollati oltre il 129%, suicidi in aumento, carenza di assistenza sanitaria, condizioni di vita troppo spesso incompatibili con il dettato costituzionale. Nel 2024 si sono tolti la vita 91 detenuti: il dato peggiore degli ultimi vent’anni. E anche quest’anno i numeri restano spaventosi. Di fronte a tutto questo, la politica continua a oscillare tra propaganda e rimozione. Si invoca più carcere, più pene, più repressione, come se il problema fosse sempre e solo costruire nuove celle. Ma la questione è più profonda: riguarda il rapporto dello Stato con il diritto e con la dignità umana. Lo ha ricordato più volte anche Sergio Mattarella, parlando di una situazione ormai “insostenibile” e di una “vera emergenza sociale”. E prima di lui Giorgio Napolitano, sollecitato proprio da Marco Pannella, aveva richiamato il Parlamento alla necessità di affrontare senza ipocrisie il tema della clemenza e della condizione carceraria. Marco aveva capito una cosa essenziale: non c’è Stato di diritto quando lo Stato stesso viola la legalità dentro le proprie carceri. Per questo usava il suo corpo, gli scioperi della fame e della sete, per costringere le istituzioni a guardare ciò che preferivano ignorare e per dare loro la forza di riformarsi in positivo. La proposta oggi depositata riprende esattamente quel filo: riportare amnistia e indulto alla maggioranza assoluta, mantenendone il carattere straordinario ma restituendo al Parlamento la possibilità di decidere. Marco indicava la luna. Troppo spesso la politica continua a guardare il dito, paralizzata dalla paura di perdere consenso. Ma qui non è in gioco una convenienza elettorale. È in gioco la credibilità dello Stato di diritto, la civiltà giuridica del Paese, il rispetto della Costituzione. Ricordare in modo fecondo Marco Pannella significa anche avere il coraggio di continuare a sostenere le sue lotte più scomode. La Corte di Cassazione smonta il decreto Sicurezza di Michele Gambirasi Il Manifesto, 17 maggio 2026 L’analisi degli uffici del massimario. Il punto più “controverso”, per stesse parole dei giudici, è il fermo preventivo di dodici ore introdotto all’articolo 7. L’ufficio del Massimario della corte di Cassazione ha pubblicato la propria analisi dell’ultimo decreto sicurezza del governo, convertito in legge lo scorso 24 aprile. In 129 pagine pubblicate il 13 maggio gli ermellini hanno sottolineato tutte le criticità del quarto provvedimento securitario dell’esecutivo, a partire dai rischi di costituzionalità. Lo fanno appoggiandosi ai tanti pareri di costituzionalisti e penalisti che negli ultimi mesi hanno commentato e criticato il decreto. Solo un anno fa, per analisi simili che il Massimario pubblicò sul precedente dl Sicurezza e sul protocollo con l’Albania, i giudici finirono sotto il fuoco della maggioranza: Maurizio Gasparri di Forza Italia disse che quegli uffici erano stati “occupati dai centri sociali”. Il punto più “controverso”, per stesse parole dei giudici, è il fermo preventivo di dodici ore introdotto all’articolo 7 del testo. Una misura che consente alle forze dell’ordine, prima di una manifestazione, di trattenere fino a dodici ore in questura persone ritenute sospette. Una forma di “neutralizzazione della fonte del pericolo”, scrivono i giudici, che tuttavia va a sovrapporsi ad altri casi in cui è possibile privare della libertà temporaneamente una persona, come nel caso delle identificazioni. In questo caso però avrebbe “finalità non precisamente definite”. Per questo il Massimario ha dedicato un intero paragrafo ai “profili critici” della nuova norma, che sono tanti e diversi: primo fra tutti ricorda, appoggiandosi a pareri di costituzionalisti, che data l’ampia discrezionalità lasciata alle forze dell’ordine, alla fine il fermo rischia di tradursi in una “compressione del dissenso”. Dove sia la discrezionalità è presto detto, e si tratta di una parola: nel testo della legge la possibilità di trattenere un manifestante è prevista sulla base di precise circostanze “anche desunte dal possesso di strumenti”. In quell’”anche” ci sono tutte le possibilità del mondo. Per cui la norma non chiarisce in alcun modo “il rapporto tra la condizione oggettiva di pericolosità e il giudizio di pericolosità” E poi, ricordano, questi accertamenti di dodici ore non si capisce bene cosa siano: non può essere l’identificazione, perché esiste un altro tipo di fermo apposito, ma nemmeno le indagini, dato che non è stato commesso alcun reato. Ma a mancare sono anche le adeguate tutele per i manifestanti. Nella prima bozza del decreto non era nemmeno previsto l’intervento di un giudice, ma nonostante questo sia stato inserito “non sono stati specificatamente indicati quali obblighi di motivazione e verbalizzazione incombano sulla polizia”. Non è stata nemmeno previsto che una copia del verbale venga rilasciato alle persone fermate. Una dinamica piuttosto opaca, sperimentata in tutti suoi passaggi dai 91 anarchici che per primi si sono visti fermare mentre si accingevano a portare dei fiori davanti al casolare in cui avevano perso la vita Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone. E visti i tanti i problemi, sul caso al Massimario non è rimasto che chiedersi se questa norma fosse proprio necessaria, o se invece lo stesso scopo “non possa essere raggiunto con misure alternative, analogamente efficaci ma meno severamente incidenti sul fondamentale diritto”. Che sarebbe la libertà personale. La poca chiarezza è il tratto distintivo anche di un’altra norma bandiera del decreto, il registro separato per gli indagati quando c’è una “causa di giustificazione”. Lo scudo penale per le forze dell’ordine, allargato in questo inconsueto e contorto modo perché altrimenti non si sarebbe potuto fare. Pertanto ora si arriva in questo registro separato quando si compie un reato ma “appare evidente” che si aveva un motivo per farlo tra quelli previsti dalla legge. Il Massimario ha preso in mano il vocabolario e ha ricordato che la formula “appare evidente” è contraddittoria: accostare l’”apparire”, che rimanda a una percezione, all’”evidenza”, un fatto accertato, dicono i giudici è una “ambiguità semantica”. Inutile infine parlare del premio per i rimpatri agli avvocati, manifestamente incostituzionale e per questo soppresso all’ultimo minuto con un altro decreto simultaneo. In modo scrupoloso i giudici lo citano comunque, anche perché è effettivamente presente nel testo approvato in parlamento. Non è mai entrato in vigore, abrogato un attimo dopo: ha già avuto la sua forzatura. Anm, il giorno dell’orgoglio della magistratura di Irene Famà La Stampa, 17 maggio 2026 Il presidente Tango: “Ora lavoriamo per i problemi reali della giustizia”. Il segretario: “Da Nordio rassicurazioni parziali”. È il giorno dell’orgoglio della magistratura. Dopo la vittoria del No al referendum costituzionale sulla Giustizia, l’Associazione nazionale magistrati si ritrova in Cassazione per l’assemblea di tutti gli iscritti. La soddisfazione per il successo del voto del 22 e 23 marzo è condivisa: “Abbiamo scelto la speranza e non ha deluso”. Ma è anche momento di bilanci: quale, ora, il ruolo della magistratura e dell’Anm? Ci sono le questioni interne e quelle della giustizia in senso più generale e i rapporti con il governo, da ricucire e rinsaldare dopo gli scontri dei mesi scorsi. Anche se il confronto di fine aprile con il Guardasigilli sembra aver segnato una sorta di equilibrio precario. “Da Carlo Nordio - spiegano i magistrati - abbiamo ricevuto rassicurazioni parziali sul tema della giustizia”. L’esperienza della campagna referendaria deve essere un insegnamento, nell’Aula Magna della Cassazione ne sono pienamente consapevoli. “Abbiamo scelto di uscire e andare tra la gente a presentare le nostre argomentazioni con sobrietà e competenza e abbiamo raggiunto un risultato straordinario che è andato al di là di ogni aspettativa”, dice il neo presidente del sindacato delle toghe Giuseppe Tango. Adesso, però, dopo il referendum “vinto per amore della Costituzione, serve maturità”. Il presidente dell’Anm analizza il passato e guarda al futuro. Il primo punto ruota intorno ai “veri problemi della giustizia: tempi dei processi troppo lunghi, scarsità di risorse, emergenza carceri, stabilizzazione dei precari”. Il secondo riguarda l’immagine che la magistratura vuole dare all’esterno. “L’Anm deve fare tutto ciò che è in suo potere per contrastare le logiche correntizie. Non possiamo tacere o minimizzare il fenomeno, ma solo opporci”. E sul carrierismo: “Dobbiamo tornare a ricordarci che la nostra profonda vocazione è quella di tutelare i diritti, di applicare nel caso concreto i valori costituzionali, di una Costituzione fondata sulla tutela degli ultimi, dei più deboli, delle minoranze”. Il segretario generale dell’Anm Rocco Maruotti non nasconde la gioia per il risultato referendario che, precisa, “non è stato una vittoria dei magistrati, ma della Costituzione”. Un breve accenno, poi l’agenda programmatica dei prossimi mesi. “L’attenzione politica - dice - è stata per troppo tempo distolta dai problemi reali della giustizia” e adesso è tempo di recuperare. “Il ministro Nordio ci ha incontrati e fornito parziali rassicurazioni, che però non ci soddisfano a pieno. Dobbiamo continuare a ragionare e a lavorare sulle riforme processuali necessarie a rendere la giustizia veramente efficiente”. Maruotti si concede una piccola stoccata a via Arenula. Cita l’inchiesta di Report su Ecm, software progettato per la gestione centralizzata dei dispositivi e installato sui pc di giudici e pubblici ministeri che, secondo la trasmissione, permetterebbe di controllare da remoto i computer e i file dei magistrati senza lasciare traccia. “Report, nella puntata di domani, presenterà una comunicazione ufficiale del ministro della Giustizia in cui si legge testualmente che Ecm è in fase di dismissione e superamento. Segno che i nostri dubbi forse non erano del tutto infondati”. L’altro giorno, il Guardasiglli, rispondendo a un’interrogazione sul tema, aveva rassicurato: “Il sistema non consente in alcun modo la sorveglianza dell’attività dei magistrati, né permette la lettura di contenuti, la registrazione dei tasti digitati, l’acquisizione dello schermo o l’attivazione di microfoni o videocamere”. All’assemblea partecipa anche l’Anm della Corte dei Conti, che ha visto approvare una riforma “dannosa. Così com’è stata pensata, mette a rischio la tutela del bilancio dello Stato”. Il consigliere Angelo Maria Quaglini parla di un “momento decisivo per la tutela dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura contabile”. Ricorda i nuovi poteri attribuiti alla procura generale sulle procure regionali, le sezioni unitarie tra controllo e giurisdizione. “Scelte - dice - che rischiano di comprimere le garanzie dei magistrati contabili e indebolire un presidio fondamentale di legalità finanziaria e tutela dell’interesse della collettività”. Ai colleghi dell’Anm e di tutta la magistratura si rivolge nell’ottica di “una sfida comune, affinché i criteri più pericolosi della delega vengano rimeditati ed eliminati dal percorso di attuazione”. Difendere l’indipendenza della Corte dei Conti, conclude, “significa difendere l’equilibrio tra poteri, controlli e responsabilità per assicurare la tutela concreta dell’interesse dei cittadini”. L’autobavaglio del Csm: obbligo di rettifica ai pm il divieto di interviste di Paolo Frosina Il Fatto Quotidiano, 17 maggio 2026 Il Consiglio superiore peggio del Governo: nuovi divieti alle toghe Niente interviste o “canali informativi riservati”, ma solo comunicati o tutt’al più, “in via eccezionale”, conferenze stampa. Vietate “aggettivazioni enfatiche, dettagli superflui, denominazioni suggestive delle operazioni” e “ogni espressione che presenti l’indaga - to o l’imputato come colpevole”. Proibito citare tra virgolette le ordinanze di arresto, mentre sono raccomandate “rettifiche, precisazioni e aggiornamenti” se uno sviluppo successivo contraddice l’ipotesi d’accusa. Ecco le nuove Linee guida per la comunicazione rivolte alle procure di tutta Italia, elaborate dal Consiglio superiore della magistratura per adeguarsi alle leggi che negli ultimi anni hanno soffocato l’informazione giudiziaria. La Settima Commissione del Csm ha approvato all’unanimità uno schema di delibera che aggiorna le attuali Linee guida - datate 2018 - “alla luce dei decreti legislativi 188 del 2021 e 198 del 2024”: cioè i due “bavagli” introdotti dai governi Draghi e Meloni su ispirazione di Enrico Costa, attuale capogruppo di Forza Italia alla Camera. Nel documento, che mercoledì sarà ratificato dal plenum (l’organo al completo), si afferma la necessità di una “comunicazione impersonale, sobria, controllabile e non esposta a forme di enfasi o spettacolarizzazione”, rivendicando il “passaggio a una tutela più ampia” rispetto alla semplice presunzione di innocenza, “che include in modo espresso la protezione reputazionale” di indagati e imputati. Nel concreto, le Linee guida riprendono il decreto firmato nel 2021 dall’ex ministra della Giustizia Marta Cartabia, affidando le comunicazioni esclusivamente al procuratore capo. “La forma ordinaria della comunicazione”, ricorda il Csm, “è il comunicato scritto”, mentre “la conferenza stampa costituisce modalità eccezionale, utilizzabile solo in presenza di uno specifico e concreto interesse pubblico”. A prescindere dal mezzo, poi, “va evitata ogni rappresentazione delle indagini idonea a determinare nel pubblico la convinzione della colpevolezza delle persone indagate (un paradosso per chi rappresenta l’accusa, ndr); devono essere omessi i dettagli non indispensabili e ogni riferimento non necessario idoneo ad aggravare il pregiudizio reputazionale”. Ancora, “vanno evitati canali informativi riservati” e “non sono di regola consentite interviste, specialmente in esclusiva, aventi ad oggetto singoli procedimenti”. Il testo recepisce anche il bavaglio più recente, quello di fine 2024 che ha trasformato in reato la citazione testuale delle ordinanze di custodia cautelare: cioè degli atti - pubblici - con cui un giudice spiega i motivi per cui ha disposto l’arresto di un indagato. “In nessun caso possono essere diffusi testi, estratti o riproduzioni” delle ordinanze, si legge, “ferma restando la possibilità di comunicare, con le cautele linguistiche necessarie, il contenuto essenziale del provvedimento, ove sussista concreto interesse pubblico”. Ma la novità più grossa è l’inedito obbligo di rettifica imposto ai procuratori: se informano su un’indagine tramite un comunicato o una conferenza, dovranno poi fare altrettanto se un giudice, in qualsiasi momento successivo, contraddice la loro ricostruzione dei fatti. “Quando l’ufficio abbia diffuso una comunicazione relativa a indagini preliminari, misure cautelari o altri atti a forte impatto reputazionale, esso cura l’adozione di successivi comunicati di aggiornamento in presenza di archiviazioni, revoche, annullamenti, proscioglimenti, assoluzioni o altri sviluppi di segno significativamente diverso, secondo criteri di tempestività, visibilità e rigorosa simmetria informativa rispetto alla comunicazione iniziale”. Qui il Csm supera addirittura la politica, imponendo alle toghe ciò che il centrodestra non è ancora riuscito a imporre ai giornali: l’obbligo di pubblicare le sentenze di assoluzione con lo stesso spazio dato alle notizie sulle indagini (oggetto di un disegno di legge firmato dal solito Costa). Il messaggio ai pm, insomma, è che conviene comunicare il meno possibile: altrimenti, se un giudice gli darà torto, gli toccherà pure fare pubblica ammenda. Padova. Parte l’anno accademico in carcere. “Qui il sapere diventa libertà” di Sara Busato Corriere del Veneto, 17 maggio 2026 Inaugurazione al Due Palazzi. Le storie dei detenuti: “Così superiamo i pregiudizi”. Al Due Palazzi c’è chi ha imparato l’italiano partendo da una cella e chi, tra trasferimenti e anni di detenzione, ha scelto di iscriversi all’università per ricominciare da sé. Butungu, originario del Congo, ricorda ancora il giorno del suo ingresso in carcere: “Non parlavo una parola di italiano. Per me lo studio è cultura e può superare i pregiudizi”. Oggi è diplomato e frequenta scienze politiche. Alessandro, invece, rivendica con orgoglio un piccolo primato personale: è il primo detenuto dell’ateneo patavino iscritto al corso di laurea in lingue. Sono storie diverse, accomunate dalla stessa traiettoria: lo studio come possibilità concreta di riscatto e ricostruzione. È su questa traiettoria che si è aperta ieri la cerimonia inaugurale del polo universitario penitenziario della casa di reclusione Due Palazzi di Padova, alla presenza della direttrice dell’istituto Maria Gabriella Lusi, della rettrice dell’università di Padova Daniela Mapelli, della provveditrice regionale dell’amministrazione penitenziaria Rosella Santoro, del prefetto Giuseppe Forlenza e dell’assessora alle politiche educative Cristina Piva. Nel carcere padovano l’università è diventata molto più di un percorso formativo. Per molti detenuti rappresenta uno spazio di relazione, dignità e prospettiva. “L’università, prima ancora che un’istituzione, è fatta di relazioni - ha sottolineato la rettrice Mapelli -. Voi studenti siete tra quelli che più mi rendono orgogliosa del nostro Ateneo”. Parole accolte con partecipazione dagli studenti, che nello studio trovano un nuovo ritmo quotidiano e la possibilità di immaginare un futuro oltre la pena. “Studiare significa riaprire uno spazio di libertà: la libertà di pensare, comprendere e costruire un futuro diverso”, ha aggiunto la rettrice. Il progetto “Università in carcere” conta oggi sessantacinque studenti detenuti iscritti all’ateneo patavino: quaranta frequentano le lezioni all’interno del Due Palazzi, altri venticinque studiano in esecuzione penale esterna. Attorno a loro opera una rete di ventinove tutor universitari, incaricati di guidare gli iscritti tra esami, materiali didattici e iter burocratici spesso complicati. Gli studenti sono distribuiti su sei diverse scuole dell’ateneo, e il numero è destinato a crescere: per il prossimo anno accademico sono attese una ventina di nuove immatricolazioni. Quella padovana è una realtà ormai inserita in una rete nazionale sempre più ampia di Atenei impegnati a garantire il diritto allo studio anche alle persone detenute. Un percorso che passa anche dalla Conferenza nazionale dei delegati dei rettori per i Poli universitari penitenziari. “Oggi la rete raccoglie 47 Atenei, presenti in oltre ottanta istituti penitenziari, con 1.850 studenti iscritti e più di 300 tutor coinvolti - sottolinea la professoressa Francesca Vianello, responsabile del coordinamento delle attività -. Negli ultimi cinque anni si sono laureate 55 persone detenute: 43 nei corsi triennali e 12 nelle lauree magistrali”. Padova resta uno dei punti di riferimento di questo modello, oggi in progressiva espansione. Una piccola cittadella del sapere dentro il carcere, con spazi dedicati allo studio, biblioteca e connessione internet controllata. “Il sapere è uno strumento di rigenerazione - ha spiegato la direttrice Lusi -. Aiuta le persone a ricostruire un’identità, a ritrovare relazioni e a immaginare un futuro. La cultura non conosce confini”. A raccontare il significato più profondo di questo percorso è stato anche il dono consegnato da Marius alla rettrice Mapelli: un uccellino dalle piume colorate costruito pazientemente con migliaia di stuzzicadenti e un tagliaunghie. Nella scultura, il volatile trattiene una figura vestita di nero, impedendole di cadere. “Per me rappresenta l’opportunità di studiare”, racconta. Più che un semplice omaggio, il simbolo concreto di ciò che l’università può diventare anche dentro un carcere: una possibilità di rialzarsi. Qui i libri e le lezioni diventano strumenti per ridefinire la propria identità, superando almeno in parte il confine della detenzione. Bergamo. Ilaria Salis, visita a sorpresa nel carcere: “Ogni educatore ha in carico 200 detenuti” di Maddalena Berbenni Corriere della Sera, 17 maggio 2026 L’eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra: “Situazione insostenibile, servono subito un indulto e strutture territoriali”. I numeri sul sovraffollamento: 590 detenuti ma la capienza è di 319. Psichiatrici e tossicodipendenti “senza una vera assistenza”. Spinta da una “forte motivazione” a trasformare in qualcosa che vada “a beneficio della collettività” l’esperienza “traumatica” vissuta tra l’11 febbraio 2023 e il 24 maggio 2024 nelle carceri ungheresi, l’eurodeputata Ilaria Salis, 41 anni, di Alleanza Verdi e Sinistra, si presenta a Bergamo per una visita a sorpresa in carcere. L’incarico glielo consente, Salis lo ha già fatto in altre città lombarde (Brescia, Pavia, Como, Milano) e non (Roma, Napoli, Reggio Calabria). Ovunque è riemersa con un carico di storie e numeri che la spinge a ritenere necessarie “misure deflattive straordinarie, per alleggerire il prima possibile una situazione che sta diventando insostenibile”. Le declina: “Immediatamente un indulto, si potrebbe aumentare la liberazione anticipata in caso di buona condotta e bisognerebbe mettere in piedi strutture territoriali che permettano a chi non ha risorse o una rete di sostegno di accedere veramente alle misure alternative”. In pratica, “il contrario di quello che sta facendo questo governo, che pensa solo a costruire nuove carceri”. Nella loro drammaticità, i dati sul sovraffollamento di via Gleno ormai sono una costante. Le celle potrebbero ospitare al massimo 319 detenuti. “Oggi siamo a 590 e ciò crea una serie di problematiche a cascata, dall’accesso al lavoro a quello alle cure mediche”, testimonia Salis, che nella sua visita è stata accompagnata dalla vice comandante della polizia penitenziaria Sabrina Salani. Se ci si sofferma sul tema dei “moltissimi” detenuti psichiatrici o tossicodipendenti registrati al Serd (tra i 350 e i 400), è come un cane che si morde la coda: “Chi ha problemi psichiatrici dovrebbe stare nelle Rems (le strutture dedicate, ndr), che però sono piene; chi soffre di dipendenza nelle comunità sul territorio, ma oggi hanno una lista d’attesa che arriva fino ai 18 mesi. E così, purtroppo, le carceri suppliscono a queste carenze”. Con organici allo stremo: “Capita che le visite ospedaliere saltino perché non ci sono abbastanza agenti per la scorta. Ma il dato più inquietante, secondo me, riguarda gli educatori. Un educatore qui dentro ha in carico più di 200 detenuti. Ora stanno integrando nuove figure educative e allora riusciranno a “scendere” a 130, 140 detenuti a testa”. Lavoro, pene alternative, ritorno alla vita. “Circa 400 detenuti hanno una sentenza definitiva, ma la sezione riservata a loro, qui a Bergamo, ne potrebbe accogliere soltanto 130 o 140. Questo vuol dire che molti dei definitivi devono stare nel circondariale, dove però non sono previste attività trattamentali finalizzate al reinserimento nella società. Ci hanno anche detto che di questi 400 teoricamente il 75% avrebbe diritto a una pena alternativa, ma ora come ora solo un centinaio lavorano”. Le invasioni di cimici da letto e i problemi di manutenzione agli edifici quasi passano in secondo piano. “Ho incontrato un detenuto senza fissa dimora che ha il fine pena fra quattro mesi - racconta Salis - e non sa dove andare. Un altro qualche giorno fa ha tentato il suicidio, aveva ancora i segni sul collo”. Dalla sua esperienza europea Salis porta l’esempio dell’Olanda, “che ha depenalizzato una serie di reati e ha chiuso quasi la metà delle carceri”, e di Svezia e Norvegia, dove il tasso di recidiva “è al 30%, in Italia siamo al 70%”. Rispetto invece al suo vissuto in Ungheria: “La cosa più pesante fu quando mi fu vietato di comunicare con la mia famiglia, mi sentivo in pericolo. Fu traumatico. Per questo non riesco a rimanere indifferente là dove vedo ingiustizie”. Treviso. Sicurezza e reinserimento sociale, l’Ordine degli ingegneri torna a Santa Bona trevisotoday.it, 17 maggio 2026 Conclusi i corsi di formazione professionale per 35 detenuti della casa circondariale. Nuova iniziativa sperimentale sulla stesura dei curricoli e simulazione dei colloqui. Si è concluso con successo il ciclo formativo 2026 promosso dall’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Treviso nella Casa Circondariale di Santa Bona. L’iniziativa, che consolida il percorso iniziato nel 2024, ha visto gli specialisti della Commissione Sicurezza dell’Ordine impegnati in 36 ore di docenza frontale e pratica per fornire competenze tecniche immediatamente spendibili nel mercato del lavoro. Il progetto ha coinvolto 35 partecipanti, che hanno frequentato corsi abilitanti su tre fronti cruciali per la sicurezza nei cantieri e nelle aziende: la formazione per Lavoratori a rischio alto, la prevenzione incendi livello L2 e l’abilitazione alla guida di carrelli elevatori (patentino muletto). La novità di quest’anno ha riguardato l’introduzione di una fase sperimentale dedicata al supporto post-formativo: un modulo specifico sulla costruzione del curriculum vitae e sessioni di simulazione di colloqui di lavoro, per preparare concretamente i detenuti al reinserimento sociale e lavorativo. “Questo progetto rappresenta l’essenza della responsabilità sociale della nostra categoria - dichiara Alessandro Turchetto, Presidente dell’Ordine degli Ingegneri di Treviso -. Mettere le nostre competenze tecniche a disposizione della comunità, e in particolare di chi si trova in una condizione di fragilità, è un dovere civico. Formare una persona alla sicurezza sul lavoro non significa solo fornirle un attestato valido per legge, ma restituirle dignità e uno strumento concreto per ricostruirsi un futuro. L’apprendimento delle regole della sicurezza, inoltre, favorisce un approccio più consapevole e rispettoso delle norme, contribuendo a consolidare comportamenti responsabili. Le evidenze mostrano che iniziative di questo tipo possono incidere in modo concreto sulla riduzione della recidiva, introducendo elementi di reale discontinuità rispetto al passato”. L’intero progetto è stato realizzato a costo zero per l’Amministrazione Penitenziaria. I 7 ingegneri docenti (Renato Salvalaggio, Patrizio Ghiardo, Nicolò Rossetto, Amedeo Requale, Francesco Casagrande, Andrea Sartoretto e Luca Taffarello) hanno prestato la loro opera a titolo completamente gratuito. Un particolare ringraziamento va, per l’importante collaborazione, a Ascom-Confcommercio Treviso, partner tecnico dell’iniziativa, che si è occupato dell’emissione degli attestati di formazione e all’Amministrazione della Casa Circondariale, nella persona del direttore, dott. Alberto Quagliotto. Alla cerimonia ufficiale di consegna degli attestati hanno preso parte, oltre al Presidente Turchetto e al Direttore della Casa Circondariale dott. Quagliotto, il Segretario dell’Ordine Enrico Biscaro, il referente del progetto ing. Renato Salvalaggio, l’ing Nicolò Rossetto, l’ing Requale Amedeo e per Ascom-Confcommercio Treviso il Vice Direttore Antonella Della Giustina con la referente Sara Piaser. Parma. “Medici in carcere, criticità gravissime, 12 mesi per ottenere il nullaosta” parmatoday.it, 17 maggio 2026 La denuncia dell’associazione Yairaiha Ets: “Recentemente, per consentire l’ingresso degli stessi medici chiamati a visitare un detenuto, sono trascorsi mesi senza risposte chiare e definitive”. Sembra sempre più difficile, per i medici di fiducia - quindi esterni alla struttura penitenziaria - entrare all’interno del carcere. Anche in quello di via Burla a Parma. L’associazione Yairaiha Ets denuncia la situazione che si verificherebbe in diversi penitenziari, compreso quello parmigiano. Dove, secondo quanto sottolineato dai volontari, sarebbe anche necessario il pagamento di una quota. “Quanto vale davvero il diritto alla salute in carcere, se perfino l’accesso al medico di fiducia diventa un percorso a ostacoli? - scrive l’associazione Yairaiha Ets. Da anni sentiamo ripetere che il detenuto conserva tutti i diritti fondamentali compatibili con la detenzione. Tra questi, il diritto alla salute dovrebbe essere uno dei più tutelati. Lo dice l’art. 32 della Costituzione. Lo dice l’art. 11 dell’Ordinamento Penitenziario. Lo ribadiscono la Cassazione e la normativa sulla medicina penitenziaria: il detenuto ha diritto a essere visitato da un medico di fiducia, anche esterno. Eppure, nella pratica quotidiana delle carceri italiane, questo diritto continua troppo spesso a trasformarsi in una battaglia burocratica estenuante. Nel carcere di Pavia, dopo avere ottenuto il nulla osta per l’ingresso di un medico di fiducia che collabora con l’Associazione Yairaiha, incaricato di visitare un detenuto con gravi fragilità sanitarie e psichiatriche, il medico aveva chiesto preventivamente di visionare la cartella clinica del detenuto. Una richiesta elementare, finalizzata semplicemente a potersi preparare adeguatamente alla visita, comprendere le patologie, verificare le terapie in corso e poter svolgere una valutazione seria. La risposta è stata negativa: “problemi di privacy”. Però la stessa cartella clinica sarebbe stata poi mostrata al medico una volta entrato in carcere. Allora la domanda è inevitabile: dov’è realmente il problema? La privacy o l’ennesima barriera burocratica? La situazione diventa ancora più assurda perché, una volta entrato in carcere, al medico non viene comunque consentito di ottenere copie della documentazione sanitaria né di fotografare gli atti per poter successivamente elaborare relazioni cliniche accurate. Per avere copie servono ulteriori procedure, procure speciali e percorsi amministrativi spesso quasi impossibili da realizzare concretamente in un contesto detentivo. Nel frattempo, sempre nel carcere di Pavia, sono state avanzate richieste di telemedicina. Ma non tutti gli istituti penitenziari risultano dotati di strumenti o procedure realmente funzionanti per garantire questo servizio. In uno dei casi, un detenuto ha presentato istanza tramite il Magistrato competente. Ma a oggi non è mai arrivata alcuna risposta. E mentre si aspetta una risposta che non arriva mai, sono stati richiesti almeno colloqui telefonici e videochiamate con il medico di fiducia, utilizzando modalità analoghe a quelle già previste per i colloqui con i familiari. Anche qui: nessuna risposta dalla Direzione. Parliamo di telefonate che verrebbero persino pagate dal detenuto stesso. Davvero nel 2026 la possibilità di parlare con il proprio medico di fiducia deve essere trattata come un problema di sicurezza anziché come uno strumento minimo di tutela sanitaria? Ma i problemi non riguardano solo Pavia”. “Anche presso la Casa Circondariale di Parma si registrano da anni criticità gravissime nei rapporti con i medici di fiducia esterni. In passato, per concedere il nulla osta a due medici, sono stati necessari quasi dodici mesi. Ma la situazione continua ancora oggi: anche recentemente, per consentire l’ingresso degli stessi medici chiamati a visitare un altro detenuto, sono trascorsi mesi senza risposte chiare e definitive. “Successivamente è stato richiesto addirittura un comodato d’uso oneroso per l’utilizzo della stanza destinata alle visite mediche: una prassi che, da quanto risulta, non viene applicata nella maggior parte degli altri istituti penitenziari italiani. In molti istituti penitenziari, inoltre, il nulla osta per i medici non viene rilasciato formalmente per iscritto, ma soltanto comunicato verbalmente. In pratica, il medico parte senza nemmeno avere la certezza documentale di poter entrare effettivamente in istituto”. “Anche l’accesso alle cartelle cliniche appare fortemente limitato: il detenuto non può richiedere semplicemente gli ultimi aggiornamenti sanitari o gli ultimi mesi di documentazione già in suo possesso, ma viene obbligato a richiedere ogni volta l’intera cartella clinica. Inoltre, se nella domandina non viene indicata una motivazione dettagliata, la richiesta viene rigettata. “A tutto questo si aggiunge un ulteriore problema: la documentazione sanitaria viene normalmente rilasciata previo pagamento delle copie da parte del detenuto stesso. Questo significa che, non potendo richiedere soltanto gli aggiornamenti mancanti, il detenuto si trova spesso costretto a pagare nuovamente anche centinaia di pagine di documentazione clinica già precedentemente ottenuta e già in suo possesso. A questo si aggiunge un ulteriore paradosso: nonostante l’esistenza di un nulla osta, viene spesso chiesto ai medici di “comunicare tramite il detenuto”, scaricando sulle persone ristrette responsabilità organizzative che dovrebbero appartenere all’amministrazione”. “Comprendere le esigenze di sicurezza è doveroso. Ma altra cosa è utilizzare la burocrazia come ostacolo permanente all’accesso alle cure. Perché il punto centrale è uno solo: quando un detenuto nomina un medico di fiducia, quel professionista dovrebbe poter operare con strumenti minimi adeguati. Accesso tempestivo alla documentazione sanitaria. Continuità nei colloqui. “Chiarezza nelle autorizzazioni. Regole uniformi sul territorio nazionale. Invece oggi il diritto alla salute in carcere sembra dipendere troppo spesso dalla discrezionalità delle singole direzioni, da silenzi amministrativi e da prassi che finiscono per compromettere concretamente la possibilità di cura, soprattutto nei confronti delle persone più fragili e con patologie psichiatriche. “E allora la domanda al Ministero della Giustizia e al Garante nazionale delle persone private della libertà personale è semplice: è normale che nel sistema penitenziario un detenuto debba affrontare mesi di attesa, silenzi e ostacoli burocratici perfino per poter parlare con il proprio medico di fiducia? Perché qui non si sta discutendo di privilegi. Si sta parlando di salute, dignità e diritti fondamentali. Perché una persona detenuta non dovrebbe perdere il diritto a un’assistenza sanitaria tempestiva, continuativa ed equivalente a quella garantita ai cittadini liberi”. Reggio Emilia. L’appello per Marco Bonadavalli: “Diamo priorità alla salute” di Valentina Reggiani Il Resto del Carlino, 17 maggio 2026 A lanciarlo è l’associazione Yairaiha Ets per il detenuto scandianese, che si trova ricoverato in una situazione sanitaria critica. Marco è una persona gravemente malata, oggi ricoverata in ospedale in regime detentivo, con condizioni cliniche estremamente serie e già più volte ritenute incompatibili con il carcere. Secondo i sanitari che lo hanno in cura, l’attuale gestione con piantonamento fisso starebbe rendendo più difficile una presa in carico sanitaria adeguata. Prima ancora della custodia, dovrebbe contare il diritto di una persona gravemente malata a essere curata in modo dignitoso e adeguato”. È questo l’appello che parte dall’associazione Yairaiha Ets nei confronti di un detenuto di 48 anni, originario di Scandiano - nel reggiano- Marco Leandro Bonadavalli, affetto da una situazione sanitaria estremamente grave e complessa, già più volte ritenuta incompatibile con il regime carcerario. L’uomo, infatti, da anni soffre di numerose patologie importanti: esiti di interventi allo stomaco, dumping syndrome, neuropatie, vescica neurologica con necessità di cateterizzazione permanente. L’associazione fa presente come, dopo il rigetto del Tribunale di Sorveglianza di Bologna del 9 aprile 2026, le condizioni di Bondavalli continuano a peggiorare. “L’art. 11 dell’Ordinamento Penitenziario prevede che, nei casi in cui non vi sia pericolo di fuga, il detenuto ricoverato possa anche non essere sottoposto a piantonamento durante la degenza ospedaliera - sottolineano. E allora diventa difficile comprendere quale concreto pericolo possa rappresentare oggi Marco nelle sue condizioni: una persona tra sepsi, infezioni sistemiche, continui ricoveri, cateteri e un quadro sanitario che continua ad aggravarsi. Chiediamo che venga messa al centro, prima di tutto, la tutela della sua salute e che i medici possano finalmente curarlo nelle condizioni più adeguate possibili”. L’appello in tal senso parte anche dalla famiglia: “Ci appelliamo affinchè ottenga lo spiantonamento che chiedono i dottori del reparto infettivologico, cosa che in questo momento non è perché si trova nelle celle carcerarie di un altro reparto e i dottori trovano difficoltà nel soccorrerlo - spiega la famiglia. Le sue condizioni sono gravi e un intervento immediato e tempestivo potrebbe salvargli la vita. È soggetto a shock settico multiorgano e, nel caso di intervento tardivo, morirebbe. Le nostre richieste di spiantonamento - denunciano - sono sempre cadute nel dimenticatoio, nell’indifferenza”. L’uomo era stato ammesso alla detenzione domiciliare per motivi sanitari, con prescrizioni molto rigide sugli spostamenti e sull’accesso alle cure. L’associazione fa presente come a quel punto emerga una delle principali contraddizioni della sua vicenda. “A Marco era stato imposto di rivolgersi alle strutture sanitarie di Scandiano o Reggio Emilia. Tuttavia, nella pratica, tali strutture non risultavano in grado di gestire una situazione sanitaria così complessa: il presidio di Scandiano ha un’attività limitata e non garantisce copertura continuativa, mentre a Reggio Emilia Marco non veniva concretamente preso in carico proprio per la complessità del caso. L’ospedale di Ravenna era invece il centro presso cui veniva realmente seguito, con continuità e competenze adeguate, ed era di fatto l’unico vero punto di riferimento per le sue cure. Nel febbraio 2026, a seguito di un peggioramento delle sue condizioni, Marco si era recato al Cau di Reggio Emilia e poi trasferito con urgenza all’ospedale di Ravenna, dove era stato ricoverato. Durante quel ricovero gli era stato però contestato di non essere rientrato al domicilio ma - lo attesta la documentazione medica - risultava ricoverato. Il 12 marzo 2026 è stato sottoposto a intervento di denervazione renale bilaterale e, a pochissime ore dall’intervento, preso in consegna dalla polizia penitenziaria e riportato in carcere per il mancato rientro”, denuncia ancora l’associazione. Una volta condotto presso il carcere di Ravenna, le sue condizioni risultano immediatamente incompatibili con la detenzione: il medico dell’istituto certifica che il paziente necessita di assistenza sanitaria continua e specialistica, che non è trasferibile in sicurezza e che non è gestibile neppure in istituti dotati di assistenza sanitaria avanzata, segnalando inoltre la necessità di una rivalutazione giudiziaria urgente per tutelarne la salute. Marco viene quindi riportato in ospedale. Successivamente viene disposto il trasferimento presso il centro clinico del carcere di Piacenza, dove anche il medico dell’istituto conferma l’incompatibilità con il regime detentivo. Anche a Piacenza, quindi, Marco viene trasferito in ospedale perché non gestibile all’interno dell’istituto penitenziario. Nonostante tutto questo, il 9 aprile 2026 il Tribunale di Sorveglianza di Bologna rigetta la richiesta di detenzione domiciliare, ritenendo compatibili le condizioni di salute con il regime detentivo e indicando come possibile soluzione l’inserimento in una sezione Sai (Servizio di Assistenza Intensificata) del Dap. Una valutazione che appare difficilmente conciliabile con quanto scritto dagli stessi medici che hanno preso in carico Marco, i quali avevano già evidenziato come il paziente non risultasse gestibile neppure in strutture penitenziarie sanitarie avanzate. Inoltre, nelle precedenti detenzioni, le stesse strutture Sai avevano già ritenuto il caso di Marco eccessivamente complesso sotto il profilo clinico. Nonostante questo, il Tribunale ha nuovamente indicato tale soluzione, ma a questa ulteriore richiesta il Dap non avrebbe fornito alcun esito concreto”. La famiglia fa presente come il detenuto debba tra l’altro rispettare una dieta particolarmente rigida e come questo, al momento, gli risulti impossibile. “Marco non può certo tornare in cella - continuano i familiari - a meno che non decida di rifiutare le cure”. Parma. Il carcere oltre la pena: alla Certosa un convegno su cura e riabilitazione ausl.pr.it, 17 maggio 2026 Il 19 maggio esperti e istituzioni a confronto su salute mentale, dipendenze, percorsi di recupero e reinserimento delle persone detenute. Il carcere non solo come luogo di punizione, ma uno spazio di cura, responsabilità e riabilitazione. È questo il tema centrale del convegno “Oltre la pena: punire o riabilitare?” in programma martedì 19 maggio alla Certosa di Parma. L’evento formativo, promosso dal Dipartimento Assistenziale Integrato Salute mentale e Dipendenze patologiche dell’Azienda Usl di Parma, sarà dedicato al confronto su temi di forte rilevanza sociale e sanitaria: il diritto alla cura delle persone detenute, la salute mentale negli istituti penitenziari, le dipendenze patologiche, la prevenzione del rischio suicidario, i progetti alternativi alla detenzione e i percorsi di reinserimento sociale. Il carcere infatti, può essere osservato come una vera e propria città in miniatura, riflettendo in forma distorta le dinamiche della vita all’esterno. Non solo un luogo di detenzione fisica, ma anche un complesso sistema sociale con relazioni, ruoli e gerarchie che definiscono la quotidianità tanto quanto le mura e le sbarre. La giornata si aprirà, tra i vari interventi, con i saluti istituzionali di Massimo Fabi, assessore alle Politiche per la salute della Regione Emilia-Romagna, di Maria Teresa Guarnieri, direttrice del distretto di Parma dell’Ausl, di Faissal Choroma, direttore del dipartimento Cure primarie dell’Ausl, Carlo Marchesi, direttore del Dai-Smdp e dell’assessore alle Politiche sociali del Comune di Parma Ettore Brianti. Oltre ai rappresentanti delle istituzioni, il convegno riunirà professionisti sanitari, operatori penitenziari, magistrati, avvocati, assistenti sociali, realtà del volontariato e comunità terapeutiche. “L’evento è pensato - commenta Giuseppina Paulillo, direttrice dell’Unità operativa complessa Residenze psichiatriche e psicopatologia forense dell’Ausl di Parma e responsabile scientifica del convegno - come un confronto multidisciplinare pensato per mettere in dialogo esperienze, buone pratiche e prospettive diverse, con l’obiettivo di riflettere sulla funzione riabilitativa della pena e sulle opportunità concrete di inclusione”. La giornata si concluderà con una tavola rotonda dedicata agli interventi e alle testimonianze dal mondo dei diritti e dell’informazione penitenziaria. Firenze. Dmitrij Palagi (Spc): “Carcere e salute mentale, serve un protocollo che valga per tutti” comune.firenze.it, 17 maggio 2026 “Il caso di Omar non è un’eccezione. Il problema non è la singola amministrazione competente, è l’assenza di un sistema di presa in carico alla scarcerazione”. “La storia di Omar - nome di fantasia, 26 anni, patologie psichiatriche certificate - è arrivata ieri ai microfoni di Novaradio e oggi sulle pagine de La Nazione ed è importante che sia ben visibile. Un magistrato di sorveglianza aveva disposto la revoca della custodia cautelare e il collocamento in una struttura sanitaria adeguata. Quello che è seguito è la fotografia di un sistema che non esiste: dimissioni da Sollicciano con copertura farmacologica limitata a pochi giorni, l’indicazione di raggiungere autonomamente il presidio sanitario di Prato, nessuna adeguata presa in carico sanitaria né sociale, nessuna soluzione per la notte. Ringraziamo l’associazione Pantagruel - a partire dalla Presidente Fatima Ben Hijji e i volontari che ogni giorno lavorano dentro e intorno a Sollicciano - per aver reso pubblica questa vicenda e per aver fatto, ancora una volta, quello che le istituzioni non hanno fatto: cercare una soluzione concreta per una persona reale, in carne e ossa, lasciata sola. Il caso specifico riguarda una competenza territoriale che non è di Firenze. Ma il problema che mette in luce non conosce confini comunali. Non esiste un protocollo operativo che coordini, in modo sistematico, il passaggio dalla detenzione alla libertà per le persone con fragilità psichiatrica: tra Tribunale di Sorveglianza, Uepe, Asl territoriale e servizi sociali. Non è una mancanza di risorse umane - è una mancanza di architettura istituzionale. E in assenza di architettura, a tenere insieme i pezzi restano i volontari. È una vicenda che riguarda tutto il sistema istituzionale. Occorre pretendere, chiedendo anche alla Regione Toscana e al Ministero della Giustizia, un protocollo vincolante per la presa in carico sanitaria, sociale e alloggiativa delle persone con patologie psichiatriche al momento della scarcerazione. Gestire ogni caso come un’emergenza non è una risposta: è la garanzia che l’emergenza si ripeterà”. Venezia. La rivista Ponti apre anche alle detenute “Così tornano persone” di Mauro Zanutto Corriere del Veneto, 17 maggio 2026 “Ponti” cresce, raddoppia e apre una nuova finestra sul carcere femminile della Giudecca. A un anno dalla nascita, il giornale della casa circondariale Santa Maria Maggiore ha ampliato la redazione coinvolgendo anche le detenute, protagoniste di una nuova sezione della rivista. “Scrivere, per una donna reclusa, significa esistere di nuovo nello spazio pubblico, affrancandosi dall’etichetta del reato per riabitare la propria dimensione di persona”, motiva nella rivista la direttrice del carcere della Giudecca, Maurizia Campobasso. Il titolo scelto per il quarto numero, sempre curato dall’associazione Il Granello di Senape, è “Tutto l’amore che accende questo buio” e racchiude il filo conduttore del progetto editoriale: raccontare affetti, relazioni e percorsi personali attraverso le parole di chi vive la realtà carceraria. Un tema affrontato da più prospettive, tra testimonianze dirette, poesie, riflessioni e approfondimenti anche su temi delicati come le cosiddette “stanze dell’affettività”, sempre più al centro del dibattito sul sistema penitenziario. Le detenute, riunite in un gruppo di lavoro stabile, hanno dunque realizzato una sezione autonoma della rivista, portando punti di vista, racconti e contributi personali. Tra i contenuti più particolari di questo numero spicca l’intervista a un detenuto-falconiere che racconta il proprio lavoro nei grandi hotel veneziani impegnato a contrastare la presenza sempre più invasiva dei gabbiani. Il veneziano, incalzato dalle domande delle detenute, spiega il mestiere insolito, la passione per la poiana che ha addestrato, la curiosità delle persone e dei vip incontrai durante il lavoro nei resort di lusso. Completano il giornale rubriche dedicate a libri, cinema e ricette consigliate dalla redazione. Il giornale in edizione cartacea verrà distribuito gratuitamente alla popolazione carceraria e in formato digitale è scaricabile sul sito ilgranellodisenapevenezia.it. Chi desidera riceverne una copia può scrivere un’e-mail a ilgranellodisenape@virgilio.it Orvieto (Pg). “Libro, passaporto per la vita”, al via i laboratori di scrittura per i detenuti comune.orvieto.tr.it, 17 maggio 2026 Il progetto del Comune di Orvieto illustrato al Salone del Libro di Torino nello spazio espositivo della Regione Umbria: “I servizi bibliotecari parte integrante dei percorsi di rieducazione e reinserimento sociale”. Prenderanno il via da giovedì 21 maggio nella Nuova Biblioteca pubblica “Luigi Fumi” i laboratori di scrittura creativa per i detenuti della Casa di reclusione di Orvieto nell’ambito del progetto “Libro, passaporto per la vita”. L’iniziativa è stata annunciata e illustrata giovedì 14 maggio a Torino nel corso del panel “Lettura e biblioteche in carcere. Pratiche da promuovere, diritti da garantire” che si è tenuto nello spazio espositivo della Regione Umbria al Salone Internazionale del Libro. Un’ora di confronto, moderata da Olimpia Bartolucci, responsabile della Sezione Biblioteche e archivi storici, Patti per la lettura, Welfare culturale della Regione Umbria, che ha messo al centro il ruolo della lettura e delle biblioteche negli istituti penitenziari come strumento concreto di reinserimento sociale. L’incontro, realizzato in collaborazione con l’Associazione Italiana Biblioteche e il Centro Studi per la Scuola Pubblica, ha offerto l’occasione per raccontare le esperienze sviluppate sul territorio umbro dove la collaborazione tra biblioteche pubbliche e istituti di pena sta dando risultati significativi. Tra le realtà protagoniste proprio la biblioteca comunale di Orvieto. Il responsabile Roberto Sasso ha illustrato il percorso avviato con la Casa di Reclusione di Orvieto con il progetto “Libro Passaporto per la vita”, di cui il Comune è capofila di una rete di 22 soggetti pubblici e privati e si è aggiudicato il bando nazionale del Centro per il libro e la lettura del Ministero della Cultura, e la campagna di donazioni “Dona un libro, apri una porta” che ha permesso di ampliare con circa 750 volumi la biblioteca attiva nel carcere. “Qui oggi - ha spiegato Sasso - lavorano tre ‘detenuti scrivani’, come vengono chiamati, che con il supporto degli operatori della biblioteca si occupano del prestito dei libri agli altri detenuti e dell’archiviazione dei titoli in base agli argomenti con una segnatura particolare fatta con i disegni realizzati dai ragazzi del Servizio Civile. Un modello di collaborazione - ha osservato - che dimostra come i servizi bibliotecari possano diventare parte integrante dei percorsi di rieducazione e reinserimento delle persone detenute”. I laboratori che inizieranno nei prossimi giorni sono il successivo step del progetto che intende trasformare la biblioteca comunale in uno spazio vivo di lettura, ascolto e scrittura creativa, rivolto a persone impegnate in percorsi di reinserimento sociale attraverso il lavoro esterno nel settore della ristorazione. Attraverso testi di narrativa, gialli, saggi dedicati al territorio orvietano e pubblicazioni sulla cultura enogastronomica, i partecipanti saranno accompagnati in un percorso in cui esperienze di vita, sapori, prodotti locali e dinamiche del lavoro quotidiano si trasformeranno in racconti originali, fiabe contemporanee e cronache ironiche. Tra gli obiettivi, oltre a stimolare fantasia, memoria e capacità espressiva, ci sono anche quelli di favorire il racconto di sé e la valorizzazione della propria esperienza e di rafforzare autostima, consapevolezza e competenze comunicative. Il percorso formativo prevede un impegno complessivo di 12 ore, articolate in 6 incontri da 2 ore ciascuno. I laboratori coinvolgeranno cinque detenuti e saranno tenuti da Beatrice Beltrani, educatrice - attrice già attiva nel settore, accompagnata dagli educatori della Casa di reclusione di cui è responsabile Paolo Maddonni con l’assistenza degli operatori della biblioteca di Orvieto, Roberto Sasso e Lilia la Neve. Matera. Il labirinto della parola, incontro tra detenuti e studenti materanews.net, 17 maggio 2026 Anche i detenuti della Casa circondariale di Matera si sono interrogati sul tema della XI edizione di Amabili Confini - Labirinto - discutendone con i loro educatori. Dal confronto sono nate alcune riflessioni che verranno lette in occasione dell’incontro di lunedì 18 maggio a cui parteciperà la dott.ssa Mariele Divincenzo, componente dell’associazione Antigone e dal 2022 membro dell’Osservatorio regionale della Basilicata. Sarà un momento di scambio profondo in cui si darà spazio ai bisogni di relazione dei detenuti. Ancora una volta sarà la parola il tramite per creare un legame di vicinanza, se pur temporaneo, con chi vive sulla propria pelle i disagi di un’esistenza privata della componente affettiva e umana. L’Associazione Antigone da molti anni è impegnata nella tutela dei diritti umani e nella promozione delle garanzie fondamentali all’interno del sistema penitenziario italiano, adoperandosi per sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni sull’importanza di un sistema penale orientato al reinserimento sociale, in linea con i principi costituzionali e internazionali. Ad assistere all’incontro ci sarà una rappresentanza di studenti e studentesse dell’I.I.S. “Turi-Morra” di Matera, che rivolgeranno ai detenuti alcune domande. Sarà un dialogo denso di significato, che consentirà agli studenti di ricevere informazioni sulle tante criticità che gravano sul sistema carcerario italiano e, al contempo, rappresenterà per i detenuti un modo per allentare l’isolamento della reclusione. Bologna. Tutti a tavola con figli e parenti: alla Dozza si apparecchia per 700 di Federica Nannetti Corriere di Bologna, 17 maggio 2026 Successo per la festa della famiglia in carcere: “Non si è solo il proprio errore”. In tanti hanno scritto una lettera a mano, qualcuno ha mandato una mail, qualcun altro ancora, alla fine del pranzo, si è fermato con i volontari: “Ci vediamo l’anno prossimo. Grazie”. Segno che “l’obiettivo è stato raggiunto”. Anzi, superato, perché le adesioni alla festa della famiglia al carcere della Dozza sono state più del previsto, tanto da dover allungare di un giorno l’iniziativa: ieri sarebbe dovuto essere l’ultimo giorno e invece si concluderà oggi per dare a tutti l’opportunità. Una tradizione, lunga tutta la settimana, che è arrivata alla sua 15esima edizione e che è una delle pochissime esperienze di questo tipo in Italia: a rotazione, i detenuti che ne hanno fatto richiesta, hanno potuto pranzare con i propri familiari ed eventualmente con i propri figli. “Una cosa normale in un contesto dove ciò che manca è proprio la normalità”, sottolinea Maria Caterina Bombarda, presidente dell’associazione Avoc, promotrice dell’iniziativa. Circa 700 tra detenuti e parenti (solitamente autorizzati alle visite in carcere) hanno così potuto sedersi a tavola insieme, mangiando tortelloni, fragole, una fetta di tenerina e un caffè. E per i bimbi, oltre 130, anche formaggini e yogurt, nonché “un giochino in ricordo”. Con loro, anche rappresentati delle istituzioni, i consiglieri comunali Antonella Di Pietro e Marco Piazza, la referente del Coordinamento carcere Mariaraffaella Ferri e la portavoce di Granarolo Myriam Finocchiaro. Certamente il garante dei detenuti. “Negli anni la festa della famiglia si è arricchita - aggiunge Bombarda -: inizialmente era all’aperto, poi un momento tutti insieme con un po’ di cibo da condividere. Da quattro o cinque anni è un vero pranzo, con la propria intimità per ogni nucleo familiare. La cosa più bella è vedere gli abbracci. Crediamo sia fondamentale mettere la famiglia al centro del percorso di reinserimento sociale delle persone detenute. Perché, anche dentro un carcere, si possa ancora essere famiglia. E in tanti, in questi giorni, ci hanno detto di essersi sentiti a casa ritrovando le proprie radici”. Tutto questo è stato reso possibile da Camst, Granarolo, Felsinea ristorazione ed Essse Caffè, che hanno contribuito per la composizione di tutti i pasti. “Così come sono stati fondamentali, oltre alla direttrice del carcere Rosa Alba Casella, gli agenti della penitenziaria - aggiunge la presidente di Avoc. Che ci sono sempre, in ogni momento. Questo è un appuntamento che si riesce a fare una volta all’anno, ma chi ha già avuto modo di conoscerlo non se lo perde più”. “In un tempo in cui il carcere viene spesso raccontato solo attraverso numeri, emergenze e cronaca, questa iniziativa restituisce invece uno sguardo diverso: quello dell’umanità”, aggiungono i volontari, una 60ina quelli che si sono alternati per sette giorni, che hanno servito, che hanno fatto giocare i più piccoli, che ogni giorno credono nell’importanza del loro ruolo. La festa della famiglia non cancella il carcere. “Non elimina il dolore della separazione, né le responsabilità individuali. Ma ricorda una cosa essenziale: nessuna persona è soltanto il proprio errore - conclude Bombarda. Ce lo dicono questi momenti. Ieri mi sono fermata con ognuno dei presenti. Un bimbo mi ha fatto commuovere e mi ha dato prova di aver portato a casa l’obiettivo: papà, fai il bravo”. Taranto. Pet therapy in carcere, risultati positivi tra i detenuti fragili di Gianluca Pace blitzquotidiano.it, 17 maggio 2026 Risultati incoraggianti arrivano dal progetto di pet therapy attivato nella casa circondariale Carmelo Magli di Taranto, dedicato ai detenuti con fragilità o disagio psichico. L’iniziativa, promossa da Confcooperative Taranto con il coinvolgimento della direzione del carcere, del dipartimento di Salute mentale dell’Asl Taranto e del Wwf Taranto, è stata presentata nel corso di una conferenza stampa. Le attività, partite nel febbraio 2024, prevedono incontri settimanali con cani di piccola taglia inseriti in percorsi terapeutici personalizzati. “C’è stata una positivissima adesione da parte di questi soggetti - ha spiegato il direttore del carcere Luciano Mellone - tanto che si creava proprio un’attesa rispetto all’incontro settimanale con i loro ormai amici cagnolini”. Il direttore ha evidenziato anche gli effetti nel reparto femminile: “Stiamo ottenendo risultati veramente importanti rispetto a una ragazza multi problematica”, con “grossi miglioramenti nel comportamento quotidiano”. Tra gli effetti osservati figura anche una possibile riduzione della terapia farmacologica, come sottolineato dallo stesso Mellone: “a una riduzione nell’assunzione della terapia, che è un risultato veramente importante”. Sono circa venti i detenuti coinvolti. Per il Wwf Taranto, Gianni De Vincentiis ha rimarcato il valore relazionale: “Il cane non giudica, quindi collabora e interagisce con le persone”, consentendo ai detenuti “di non sentirsi giudicati”. Matteo Lancini: “Lo psicologo a scuola è inutile se i genitori sono assenti” di Nadia Ferrigo La Stampa, 17 maggio 2026 Psicologo e presidente della Fondazione Minotauro di Milano: “Secondo tutte le ricerche serie è la scuola il luogo che crea più di malessere ai giovani”. “Figlio mio, soffri? Non preoccuparti. Ti porto dallo psicologo”. Se la corsa collettiva alla psicoanalisi come rimedio a ogni inciampo della vita fosse in realtà una scorciatoia per genitori, insegnanti e la superstite comunità educante? Ne parliamo con Matteo Lancini, psicologo e presidente della Fondazione Minotauro di Milano con alle spalle qualche decennio di pratica con famiglie e giovani adulti. Siamo genitori così consapevoli da delegare ciò che non siamo in grado di affrontare o siamo cosi abituati a delegare che l’unica risposta che abbiamo in tasca per i nostri figli è di parlarne, ma non con noi? “Capisco la domanda, ma andrebbe girata a chi ritiene valido il vecchio modello in cui si può prendere in carico un adolescente senza occuparsi del suo contesto di crescita. I genitori, soprattutto di un minorenne, sono i principali co-terapeuti. La vedo all’opposto: affrontare un percorso di psicoterapia a fianco di un figlio è una scelta coraggiosa e difficile”. Nelle scuole si moltiplicano gli sportelli psicologici d’ascolto. Aperti solo agli studenti però... “Questo è un bel problema. Anche se il ministero ne è molto orgoglioso, prevedere cinque colloqui aperti ai ragazzi non è utile. Se parliamo di bambini è assurdo anche solo pensare di lavorare senza i genitori. Sull’adolescenza in psicoanalisi c’è stato un ampio dibattito, ma negli ultimi decenni ci si è assestati sull’idea che per lavorare su promozione del cambiamento e sostegno alla crescita servono i genitori. In molti casi che seguiamo sarebbe una buona cosa anche per i giovani adulti, che spesso vivono ancora a casa con loro”. Come è nata la figura del “compagno adulto”? “Negli ultimi anni sempre più colleghi pensano che il lavoro solo “nella stanza delle parole” non funziona. Bisogna quindi promuovere un lavoro di contesto, dove non è previsto solo l’incontro con i genitori e dove si riesce l’insegnante, ma anche un programma di attività collaterali. Per esempio dei laboratori espressivi. Il compagno adulto è una figura che cambia il setting terapeutico, ma non la sua funzione che resta legata a un percorso clinico psico- analitico, da non confondere con progetti educativi”. Spesso ai genitori si rimprovera di aver distrutto l’autorità degli insegnanti, a cui sarebbe meglio “dare sempre ragione”. Regge ancora quest’argomento? “No, è una dissociazione dalla realtà. Nessuno di noi vive come un essere sacrificale. Mia nonna era una maestrina del Bresciano, l’unica del paese che aveva studiato e sapeva l’italiano. Quando lei entrava in classe, entrava l’autorità. All’università io non potevo bere l’acqua in classe. Se provassi oggi a dirlo ora ai miei studenti, mi caccerebbero dalla cattedra. A ragione. Secondo tutte le ricerche serie è la scuola il luogo che crea più di malessere ai giovani. Milioni di genitori italiani, invece di scendere in piazza ogni giorno per cambiarla, vogliono la stessa scuola che hanno frequentato loro”. Il rispetto dell’autorità non è più valore assoluto? “No e a nostri figli l’abbiamo insegnato noi. In classe il rispetto si conquista solo nella relazione, non basta il ruolo. Quando entra l’insegnante in aula tu puoi anche far cantare l’alzabandiera agli studenti, metterli in ginocchio sui ceci. Ma finito questo rituale plastificato il rispetto dell’adulto non c’è. Alcuni insegnati ancora si difendono con il ruolo, moltissimi altri invece sanno che cosa vuol dire essere un adulto significativo a scuola”. Chi è un adulto significativo? “È un adulto capace di ridurre la tendenza individualista indotta da una società molto complessa di prendere provvedimenti a vantaggio di se stessi, ma raccontandosi che lo si fa per i figli o per gli studenti. Secondo punto, bisogna cercare di capire chi hai di fronte. Nasciamo tutti diversi, non si possono applicare formule standardizzate. Se si incontra uno psicologo che dice che in classe vanno trattati tutti allo stesso modo, va licenziato in tronco. Qualsiasi provvedimento che toglie qualcosa a figli e studenti è spacciato per autorevolezza, invece è solo fragilità”. Per esempio, il divieto del cellulare in classe? “A questo governo ho proposto di vietare i social, ma non ai ragazzi: dagli zero agli ottant’anni. Va bene vietare il cellulare in classe, ma togliamolo anche a genitori e insegnanti che pornografizzano le emozioni. Ho chiesto anche di chiudere i gruppi WhatsApp dei genitori, dove si alimentano bullismo e cyber bullismo. La scuola italiana fino all’una vieta il cellulare, poi dall’una comunica con il cellulare. L’ho visto io, con una nota arrivata alle dieci passate di sera. Questa è la società dissociata”. Migranti. Il cortocircuito della politica: Salvini all’attacco, Meloni prudente di Irene Famà La Stampa, 17 maggio 2026 Il leader leghista: “In troppe città italiane l’integrazione delle cosiddette seconde generazioni è fallita”. La politica polemizza, cerca spiegazioni, ma soprattutto punta il dito sulla sicurezza. Poche ore dopo la strage mancata di Modena, sulle agenzie piovono commenti e dichiarazioni. E così mentre Salvini tuona contro l’immigrazione, c’è chi tiene la barra dritta e invita alla cautela. La premier Giorgia Meloni segue l’evolversi della situazione, chiama il sindaco di Modena, poi, sui social, scrive che “quanto è accaduto è un fatto gravissimo” e confida che “il responsabile risponda fino in fondo delle sue azioni”. Il presidente del Senato Ignazio La Russa legge le “notizie drammatiche” e non ha dubbi: “Siamo di fronte a un’azione di brutale violenza che, per la dinamica, ricorda tristemente molti episodi simili avvenuti in Europa”. Cordoglio anche dal presidente della Camera Lorenzo Fontana e dal ministro degli Esteri Antonio Tajani che prega per le persone rimaste coinvolte e sente il titolare del Viminale per ricordare quanti nelle forze dell’ordine sono impegnati per garantire “con coraggio” la sicurezza dei cittadini. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, in costante contatto con il prefetto di Modena, chiama il sindaco Massimo Mezzetti e il presidente della Regione Emilia Romagna Michele De Pascale. La vicenda è ancora tutta da chiarire. La politica interviene, discute, nelle ore in cui gli agenti della polizia perquisiscono la casa di Salim El Koudri, parlano con i suoi amici e parenti, scavano nel suo passato, compreso il ricovero nella clinica psichiatrica pare per schizofrenia. Gli inquirenti invitano alla cautela. Ma il ministro dei Trasporti Matteo Salvini, leader del Carroccio, non ci sta ad attendere gli esiti degli accertamenti. E su X scrive: “Salim El Koudri. Questo il nome del criminale di seconda generazione che oggi a Modena ha falciato, con la sua auto a folle velocità, dei passanti innocenti”. E aggiunge: “Non ci può essere nessuna giustificazione per un delitto così infame”. Non solo. La Lega va all’attacco in una nota: “Una cosa è certa: in troppe città italiane l’integrazione delle cosiddette seconde generazioni è fallita”. Poi aggiunge: “Altro che ius soli o cittadinanze facili, bisogna proseguire con ancora più determinazione sulla strada di permessi di soggiorno revocabili in caso di reati gravi”. Sulla faccenda decide di intervenire anche il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar: “Sono rimasto sconvolto nell’apprendere del vile attentato di Modena”. Poi la solidarietà “al governo italiano e alle famiglie delle vittime”. Propaganda a parte, la notizia scuote gli animi e pone degli interrogativi. La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein pensa alle persone ferite e ai loro parenti ed esprime “gratitudine, oltre che alle forze dell’ordine, anche ai quei cittadini che con coraggio hanno inseguito e fermato il responsabile”. Il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte spera “che si faccia rapidamente luce su quanto accaduto e che chi è responsabile paghi per questo folle gesto”, mentre Matteo Renzi di Italia Viva si dice “sconvolto. È la prima volta che in Italia registriamo un drammatico evento di questo genere: occorre fare chiarezza subito e reagire tutti insieme con determinazione”. A chiedere che sia fatta luce “accertando rapidamente fatti e responsabilità” è anche Angelo Bonelli di Avs. E il leader di +Europa Riccardo Magi esprime “massimo sostegno alle autorità cittadine a partire dal sindaco” e “gratitudine per i cittadini coraggiosi”. Da Azione, Carlo Calenda solleva questioni sulla gestione della sicurezza. Esordisce: “Che si tratti di una situazione di squilibrio mentale o di terrorismo è troppo presto per dirlo”. Poi aggiunge: “Non c’è dubbio però che manchi un’azione di prevenzione nel contenere persone che possono essere socialmente pericolose”. I messaggi di solidarietà si susseguono. I sindaci inviano messaggi di vicinanza al collega di Modena. Gli scrive, per citarne alcuni, il sindaco di Bologna Matteo Lepore, quello di Roma Roberto Gualteri, la prima cittadina di Firenze Sara Funaro. Il mondo politico si mobilita. La ministra dell’Università Anna Maria Bernini sottolinea lo “sgomento di fronte a un episodio così grave” e la ministra per le Riforme istituzionali Elisabetta Casellati dice: “Questi fatti lasciano senza parole per la loro gravità”. Le parole vengono ponderate quasi da tutti: si cerca di capire i contorni della storia. Si condanna, certo. Ma senza strumentalizzare. A parte la Lega che tuona contro gli immigrati e i figli degli immigrati. Migranti. Polizia sulla Sea-Watch, indagato il capitano di Luciana Cimino Il Manifesto, 17 maggio 2026 Lunedì la nave era stata attaccata dalle motovedette libiche dopo aver salvato 90 persone. Risulta indagato per “favoreggiamento dell’ingresso illegale” il capitano della nave di soccorso Sea - Watch 5 sbarcata venerdì a Brindisi come da ordine delle autorità italiane. La stessa barca che l’11 maggio scorso, dopo aver salvato in mare 90 persone (di cui 25 minori), era stata attaccata da due motovedette libiche. Dopo l’episodio Sea-Watch aveva criticato pubblicamente Italia, Germania e Ue per il loro sostegno alle milizie di Tripoli. Non a caso entrambe le motovedette che hanno mitragliato e tentato di dirottare l’imbarcazione erano state donate dal governo italiano ai miliziani nell’ambito dei patti tra i due paesi per il “contenimento” delle partenze. L’ultima volta che in Italia è stata avviata un’inchiesta penale contro un’imbarcazione di soccorso civile risale al 2020 ma il governo, ha ricordato l’ong, “ha ripetutamente e deliberatamente utilizzato indagini penali per colpire e delegittimare le operazioni civili di ricerca e soccorso, la maggior parte delle quali archiviate”. Anche l’Onu, hanno sottolineato, “ha descritto questa pratica come un chiaro tentativo di intimidire e ostacolare i salvataggi”. “L’inchiesta rappresenta un’assurda escalation - ha spiegato Giulia Messmer della Sea- Whatch - Siamo indignati: dopo essere stati minacciati di rapimento dai partner libici dell’Italia, ora ci troviamo ad affrontare un ulteriore attacco del governo sotto forma di indagine penale. Conosciamo bene questo schema e non ci lasceremo intimidire”. All’arrivo nel porto pugliese, la nave non ha trovato ad attenderla solo un presidio di solidarietà, ma anche li ufficiali della guardia costiera e agenti di polizia, che, su mandato della Procura di brindisi, sono saliti a bordo. “Sono rimasti sul ponte di comando fino a ben oltre la mezzanotte, hanno sequestrato documenti e attrezzature e hanno portato due membri dell’equipaggio in commissariato per interrogarli”, la ricostruzione dell’equipaggio. Mentre il capitano è stato interrogato ieri. Per la Sea-Watch “le organizzazioni di ricerca e soccorso sono diventate testimoni scomodi delle ingiustizie commesse dai governi europei, diventando così bersaglio della repressione statale”. Paradossale poi, ha sottolineato la portavoce Giorgia Linardi, la posizione del governo che si è rifiutato “di fare luce sulle responsabilità dell’attacco alla nostra nave ma accusa chi ha soccorso vite in mare, mentre continua a garantire finanziamenti e protezione ai veri responsabili della tratta di esseri umani, come i ricercati internazionali pluriomicidi Bija e Almasri”. Migranti. In mille a Trento per dire no al Cpr: “Il Centro è solo un lager” di Matteo Sannicolò Corriere dell’Alto Adige, 17 maggio 2026 Il corteo si è riunito a Piedicastello: al centro della contestazione il presidente Fugatti. “Il Cpr non è altro che un lager. Dove le persone vengono private di qualsiasi diritto. È anticostituzionale: non lo vogliamo né a Trento né altrove”. È questo il messaggio comune che risuona nelle parole dei circa mille manifestanti, scesi in piazza ieri pomeriggio per ribadire la loro ferma contrarietà alla realizzazione di un Centro di permanenza per i rimpatri (Cpr) all’interno del capoluogo trentino. Al centro della contestazione, in particolare, è finito il presidente della provincia Maurizio Fugatti, che lo scorso ottobre ha firmato un accordo con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Un protocollo che ha stabilito le principali linee guida, nonché la stima dei costi, la localizzazione e le tempistiche di realizzazione della struttura. Il Cpr, stando all’accordo con Roma, dovrebbe sorgere in via Maso Visintainer (Piedicastello), su un’area di 2.700 metri quadrati stretta tra la tangenziale e l’autostrada del Brennero. La struttura - da 25 posti - sarà realizzata al posto dell’immobile che oggi occupa il terreno e che sarà quindi demolito. L’obiettivo iniziale era quello di rendere operativo il Cpr nella seconda metà del 2026, anche se l’apertura potrebbe slittare ai primi mesi del nuovo anno. Tuttavia, sono in molti a voler scongiurare questo possibile scenario per la città di Trento: dal mondo della politica a quello dell’associazionismo, passando per studenti liceali e universitari. Ma anche le organizzazioni sindacali. Ieri, per le vie del centro storico, hanno sfilato circa un migliaio di persone. Un corteo autorizzato, pacifico ma decisamente rumoroso, scortato per tutta la sua durata dagli agenti della polizia di Stato. Tra gli organizzatori sentiamo Stefano Bleggi, membro del coordinamento No Cpr: “Sono luoghi di tortura e di sofferenza per persone che non hanno nessuna colpa, se non quella di non avere un permesso di soggiorno”, afferma Bleggi, puntando il dito contro le istituzioni. “Siamo contrari alle politiche di razzismo sistemico del governo Meloni, dell’Unione europea e della Provincia a guida Fugatti. Per questo - continua - rifiutiamo in toto l’accordo sottoscritto con il ministro Piantedosi: un accordo infame, con due milioni di euro si vuole costruire un lager a Piedicastello”. Per i manifestanti l’unica alternativa possibile alla realizzazione di un Cpr è il ripristino del sistema di accoglienza diffusa sul territorio. “Pensiamo che queste strutcondo ture siano disumane e anticostituzionali e costruirne uno a Trento è una cosa indecente - dichiara Damiano Depaoli, studente al quarto anno del liceo scientifico Galilei di Trento -. Per me si dovrebbero riaprire tutti quei progetti per l’integrazione e l’insegnamento della lingua: attività bloccate da quando si è insediata l’amministrazione Fugatti. Una volta i migranti riuscivano a integrarsi in tutta la provincia, mentre ora vengono concentrati solo a Trento: è evidente che in questo modo la gestione è difficile”. SeDepaoli gli stranieri vengono sempre più spesso “usati come strumento di propaganda”, per “designare l’immigrato come il nemico e la persona da espellere dal territorio”. A nome del coordinamento studentesco, inoltre, a lanciare un messaggio è anche la giovane Sofia Scandella: “Ci chiediamo come si sia potuto appoggiare un progetto simile. Nei Cpr, come se non bastasse, ai detenuti viene dato cibo scaduto, vengono picchiati e sedati con psicofarmaci. Il tasso di suicidi è altissimo, con altrettanti episodi di autolesionismo - rimarca Scandella -. Come studentesse e studenti non possiamo accettare che nella nostra città venga costruito un lager”. In piazza troviamo anche Paolo Rosà, pensionato di Rovereto, che racconta la sua personale esperienza vissuta con un richiedente protezione internazionale: “Io sono qui soprattutto per mandare un messaggio a quelle persone che non si interessano di questi temi - osserva -. L’unica alternativa è l’accoglienza diffusa: io durante il lockdown ho ospitato per sei mesi un ragazzo del Mali, che altrimenti avrebbe probabilmente dormito sotto un ponte. Per me è stata un’esperienza meravigliosa. Ora lui lavora nell’agricoltura ed è riuscito a ricominciare una nuova vita”. Mentre il corteo sfilava lungo via Belenzani, molte persone hanno chiamato in causa anche il Comune di Trento, chiedendo espressamente una “presa di posizione da parte del consiglio comunale”, per manifestare la propria contrarietà a questo tipo di soluzione. Il Cpr, come detto, dovrebbe sorgere a Piedicastello, dove gli abitanti hanno già espresso il loro parere, come ricorda il presidente della Circoscrizione Andrea La Malfa: “Hanno deciso di farlo qui contro la nostra volontà. Ora vogliamo capire come fermare questo progetto. Come fermare la Provincia e il Ministero”. Sui migranti i Governi europei attaccano le garanzie della Cedu di Youssef Hassan Holgado Il Domani, 17 maggio 2026 Rigidità di applicazione del reato di tortura, apertura a nuovi sperimenti nelle politiche migratorie tra cui rimpatri con meno tutele e costruzione di return hubs, la Dichiarazione adottata in Moldavia mette pressione sui giudici e colpisce i migranti. Aspettative confermate. Il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa ha adottato la Dichiarazione di Chi?in?u con la quale ridefinisce il rapporto tra diritti fondamentali della persona e politiche migratorie. Il documento conferma la tendenza già in corso da tempo, che punta a facilitare i rimpatri e le deportazioni anche attraverso la creazione dei cosiddetti return hubs in paesi terzi. Sebbene la dichiarazione non è vincolante ha una forte valenza politica. Concede ampi margini in tema di espulsioni, sicurezza e gestione delle frontiere ai singoli stati. E per diverse Ong, il rischio è che si indebolisca l’intero sistema di protezione dei diritti umani. Nazione, confini, remigrazione. I mantra del lessico sovranista Il documento “Gli Stati hanno l’innegabile diritto sovrano di controllare l’ingresso e il soggiorno dei cittadini stranieri” ed “è importante che i paesi, compresi quelli esposti ad arrivi di massa, possano adottare nuovi approcci per affrontare e, potenzialmente, scoraggiare la migrazione irregolare”, si legge nel testo. Il riferimento implicito è al Patto d’Asilo e migrazione che dovrà entrare in vigore il prossimo 12 giugno che prevede, tra le altre cose, un potenziamento dei rimpatri, la costruzione di centri in paesi terzi e l’analisi delle domande di protezione internazionale anche nei paesi di transito. Nei fatti a Bruxelles è in corso l’erosione del diritto d’asilo e ieri la Commissione Ue non poteva che accogliere favorevolmente il documento adottato in Moldavia. Secondo Adriana Tidona, ricercatrice di Amnesty Europa, il testo “cattura un sentimento e una tendenza”. “Dobbiamo monitorare che tipo di normative, provvedimenti e altre azioni gli Stati prenderanno sulla base di questa dichiarazione. I return hubs sono un concetto creato dall’Ue e al momento sono oggetto di una proposta che non ha ancora valore legislativo”, osserva. Il fatto che il Consiglio d’Europa li menzioni senza discuterne i rischi “è già di per sé un problema”. Anche perché dove sono stati approvati esperimenti simili i progetti si sono rivelati fallimentari: dal modello britannico con il Ruanda all’accordo per la costruzione dei centri in Albania voluti dal governo italiano. Cpr, l’Albania spaventa Meloni: “L’accordo finisce nel 2028” Tortura Uno dei passaggi più sensibili della Dichiarazione è quello che riguarda l’articolo 3, ovvero il reato di tortura. Il testo afferma che la soglia minima perché un trattamento sia considerato inumano o degradante deve restare “alta e costante” e applicata in modo chiaro, così da evitare “vincoli non necessari” alle decisioni di espulsione o estradizione. Secondo Amnesty è una pressione verso un’interpretazione più restrittiva di una delle garanzie più forti della Convenzione. “Spingere per un’interpretazione più restrittiva del divieto di tortura è molto problematico”, dice Tidona. Non solo perché può incidere sul principio di non-refoulement, cioè il divieto di respingimento ma perché, aggiunge, “una volta che si indebolisce il divieto di tortura, questo non impatta soltanto i casi che riguardano immigrazione e asilo”. Rimpatri e avvocati, ora il governo ha fretta di correggere sé stesso Attacco alla Corte La Dichiarazioni firmata ieri è arrivata dopo un lungo processo iniziato nel maggio del 2025 con la lettera firmata da nove stati membri, guidati da Italia e Danimarca, che accusava la Corte europea dei diritti dell’uomo di limitare “la capacità di prendere decisioni politiche” nei casi riguardanti “l’espulsione di cittadini stranieri criminali in cui l’interpretazione della Convenzione ha portato alla protezione delle persone sbagliate”. Un leitmotiv contro i giudici già noto in Italia. A un anno di distanza, l’opera politica è completa e le pressioni sui giudici diventano sempre più grandi. “I governi stanno di fatto cercando di fare pressione su una Corte indipendente affinché indebolisca protezioni dei diritti umani consolidate da tempo, con l’obiettivo di facilitare le deportazioni, rischiando di rimandare persone in paesi dove potrebbero subire torture, trattamenti inumani o degradanti, o dove smetterebbero di ricevere cure mediche salvavita”, spiega Chiara Catelli, Advocacy officer di Picum. La Dichiarazione adottata ieri mina principi e diritti fondamentali condivisi. “La Cedu è il prodotto di un periodo post-bellico in cui abbiamo realizzato che certe atrocità non si sarebbero dovute ripetere. L’idea di questo tipo di strumenti è proprio creare garanzie quando i tempi sono pacifici, perché queste tengano quando i tempi non lo sono. Minare questi principi in momenti in cui la situazione globale è in bilico significa indebolire tutto il sistema proprio quando ci serve di più che rimangano integri e saldi”, dice Tidona. E in questo scenario “i migranti e i rifugiati sono il primo scalino di questo tipo di processi, perché sono un gruppo già marginalizzato, che soffre violazioni dei diritti e con molta difficoltà ottiene giustizia”. La paura dei barbari, l’ultimo paradosso della civiltà europea di Sara Gentile* Il Domani, 17 maggio 2026 Il terrore dell’altro da sé produce in Europa intolleranza e comportamenti violenti tali da trasformare il continente in una grande regione barbara. Ma come diceva Todorov, i barbari non sono quelli di cultura diversa, bensì quelli che si rifiutano di riconoscere l’altro. Da molti anni le democrazie occidentali sono attraversate da mutamenti profondi e assalite da movimenti e partiti populisti variamente declinati, dai paesi nordici a quelli mediterranei dell’Europa, al vasto territorio degli Usa dove soffia un vento pesante che ancora non recede. In Europa sembra che secoli di civiltà, di arte, cultura, bellezza cercata e realizzata si stiano sbriciolando e i voli della mente sembrano uccelli braccati in un cielo tempestoso. In Francia la destra estrema di Marine Le Pen, nonostante i guai giudiziari, rinverdisce i suoi slogan anti-immigrazione, ribadisce l’identità irrinunciabile dei “français de souche”, si scaglia contro l’assistenza sociale per i ceti più disagiati cioè un assistenzialismo da lei definito meccanismo clientelare; in Inghilterra la destra radicale Reform UK di Farage nelle elezioni municipali e regionali ha battuto i laburisti anche nelle regioni tradizionali del loro consenso elettorale, la marcia dei nazionalisti nel Galles ha dato i suoi frutti cambiandone la geografia politica e il premier Starmer ne esce molto indebolito. “Europei: soli, insieme”. Draghi striglia l’Ue e dà una mano a Merz E ancora in Germania l’Afd, partito di destra estrema, super il 27% nei sondaggi, mentre la popolarità del cancelliere cristiano-democratico Friedrich Merz sta sprofondando. Negli Usa di Trump la tracotanza, il potere della forza, l’assoluto arbitrio sembrano spazzare via una democrazia fra le più grandi del pianeta, insidiata da diversi gruppi razzisti e sovranisti che costituiscono la base del consenso al presidente, nonostante un’ampia parte della società civile esprima dissenso per le sue scelte politiche. Ci chiediamo spesso se la barbarie si stia insediando nelle nostre società, una nuova barbarie col carico delle sue antiche radici e adesso travestita nelle convulsioni di questo XXI secolo. Nella Grecia antica i barbari erano coloro che non parlavano la lingua delle poleis e la parola bàrbaroi rendeva bene onomatopeicamente la voce che balbetta. In seguito, soprattutto dopo le guerre persiane, a questa parola venne dato un senso più culturale per indicare l’altro, lo straniero che non possedeva lingua e tradizioni elleniche e che era sinonimo di rozzezza e di violenza, quindi elemento da espungere per salvare la civiltà. Draghi al premio Carlo Magno: la difesa come occasione, il mercato dei capitali come via per la crescita, un’Ue di “volenterosi” Questa connotazione negativa ha camminato nei secoli fino ad oggi nutrendo i populismi di ogni specie e riversandosi su nuovi “barbari”, i migranti, quelli che vengono da altri mondi insidiando la “meravigliosa” civiltà occidentale. La caccia al migrante ha attraversato tutto il ‘900 e in varie forme continua oggi a nutrire l’alfabeto politico delle destre estreme che ritengono di essere gli unici difensori dell’identità nazionale nei vari paesi. Il problema è quello di come definire l’identità e qui cominciano i veri problemi poiché una identità non può che definirsi in rapporto ad un altro diverso da sé. Questo vale per i singoli individui, sin dalla prima infanzia e per gli Stati ed i popoli. Lo studioso Tzvetan Todorov, purtroppo scomparso, già nel 2008 ha pubblicato un saggio anticipatore, La paura dei barbari, nel quale, contrapponendosi alle tesi di Huntington e al suo schema binario civiltà/barbarie, analizza il conflitto soprattutto fra l’Occidente e l’Islam sostenendo che la paura dei barbari produce in Europa intolleranza e comportamenti violenti tali da trasformare l’Europa stessa in una grande regione barbara che perde progressivamente i connotati della sua propria civiltà. Sicurezza energetica, l’Europa perde la sfida con Pechino Egli sostiene infatti, e lo argomenta con molti esempi, che barbari non sono quelli di cultura diversa, ma quelli invece che si rifiutano di riconoscere l’altro, il diverso come persona della specie umana e conducono guerre furibonde alla cui base vi sono quasi sempre precisi interessi economici. Insomma “la paura dei barbari è ciò che rischia di renderci barbari”, conclude Todorov sottolineando che solo società e culture plurali possono garantire il progresso e la stabilità di sistemi democratici poiché “la civiltà, è precisamente la capacità di vedere gli altri come altri e ammettere nello stesso tempo che sono umani come noi”. Allora Trump col suo frenetico minacciare e fare guerre a destra e a manca, Meloni con le sue velleità di ordine, cristianità, patria, Le Pen con il suo nazionalismo camuffato da patriottismo e tutti i leader che adombrano e rincorrono sistemi “sicuri” ma autoritari ed escludenti sono, lo sappiano o meno, gli agenti primi, i portatori di una barbarie che umilia e compromette proprio la tradizione occidentale nei momenti migliori della sua storia e tutto offusca. Stati Uniti. Le Bionde che salvano i migranti dall’oblio dell’Ice di Fabio Carminati Avvenire, 17 maggio 2026 Devyn Brown e Kathryn Coiner-Collier guidano “Las Güeras Aliadas”, progetto nato a novembre per rintracciare i migranti fermati dagli agenti federali e ricongiungerli alle famiglie oltre il confine messicano. La notte di Natale dell’anno scorso, la famiglia di Fernanda si preparava alla tradizionale cena della vigilia nella casa di Oaxaca, in Messico. Come ormai da quattro anni uno dei posti a tavola sarebbe rimasto apparecchiato, ma vuoto, perché suo padre non poteva tornare a casa. Perché dal 2021 era emigrato a nord, negli Stati Uniti: irregolare tra gli altri irregolari, una notte aveva varcato il confine per cercare un lavoro saltuario e mandare i soldi a casa alla famiglia rimasta sull’altopiano della Sierra Madre del Sud. Quella sera, però, la ragazzina, dando un’ultima “scrollata” a TikTok, prima di scendere in sala da pranzo, è rimasta sconvolta: un video mostrava l’arresto di un immigrato in Alabama da parte degli agenti dell’Immigration and Custom Enforcement, la inquietante Ice. E uno dei detenuti con i lacci di plastica stretti ai polsi somigliava a suo padre. Il video portava la data del giorno prima e Fernanda si è precipitata dalla mamma a raccontarlo. La donna, per tentare di tranquillizzarla, ha cominciato a chiamare il marito sul cellulare: sapeva che a quell’ora stava a qualche incrocio di Birmingham a vendere mazzi di fiori e fazzolettini di carta. Ma poi, con il passare delle ore, il dubbio è diventato angoscia: il telefono era staccato. Senza notizie, senza sapere dove cercare informazioni e senza nessuno a cui rivolgersi, i giorni successivi hanno lasciato il posto solo alla certezza. La sicurezza di un destino comune ad altre migliaia di guatemaltechi, peruviani, salvadoregni o messicani senza un visto per il sogno americano: quello di finire nelle gabbie dei “buchi neri” della detenzione, nelle prigioni statunitensi dell’Ice appaltate a società di sicurezza private. Fernanda a quel punto non ha potuto far altro che usare l’unico mezzo che scavalca i muri innalzati da Donald Trump con la collaborazione dei “Paesi amici dell’America”: il Web. Sempre su Tik Tok si è messa a cercare “come localizzare una persona detenuta dall’Ice…”. Ed è finita sul sito de “Las Güeras Aliadas”, letteralmente dal messicano “Le Bionde Alleate”. Racconta oggi Fernanda ai media statunitensi: “Sinceramente non ci speravo molto, pensavo fosse la solita truffa, che volessero fregarmi, chiedere soldi e poi sparire. Ma che avevo da perdere? Per questo ho lasciato comunque i miei dati sul modulo online. Ed è così che Devyn mi ha contattata su WhatsApp”. Devyn Brown, insieme a Kathryn Coiner-Collier, gestisce dal novembre scorso Las Güeras Aliadas (inutile dire che le due donne sono bionde), un progetto per localizzare i migranti detenuti dagli agenti federali e rimetterli in contatto con le loro famiglie. L’idea è nata durante l’operazione anti-immigrazione messa in campo dall’Amministrazione Trump a Charlotte, nella Carolina del Nord, dove vivono. Circa 200 agenti della polizia di frontiera erano stati dispiegati in città in un’operazione durata fino a dicembre con un bilancio di oltre 400 arresti. Brown, insegnante di professione, e Coiner-Collier, assistente sociale, sono scese in piazza per protestare contro la presenza degli agenti e distribuire fischietti e opuscoli informativi sui diritti dei migranti. Indignate per i raid e desiderose di aiutare quegli stranieri, hanno creato video informativi per i social. Coiner-Collier aveva una vasta esperienza nell’assistenza ai migranti in tribunale e conosceva il famigerato centro di detenzione di Dilley. Brown aveva esperienza nel lavorare con i latinoamericani. Entrambe avevano vissuto in Paesi dell’America Latina in diversi momenti della loro vita. Pochi giorni dopo, una donna honduregna le contattate per chiedere aiuto per ritrovare il marito arrestato. E’ stata la prima di molte. Nonché la constatazione delle difficoltà che gli stranieri incontravano nel rintracciare i propri cari arrestati dall’Ice. Da lì la scelta. Avevano entrambe una famiglia, dei figli, un impiego ma non si sono scoraggiate davanti all’impresa. Perché sapevano di possedere due vantaggi fondamentali: essere cittadini statunitensi e parlare lo spagnolo. Due fattori importanti poiché gli ostacoli maggiori di chi vuole rintracciare i propri cari sono proprio la non comprensione della lingua, la paura di identificarsi (molti sono senza documenti) e la mancanza di un numero di telefono o di un conto bancario statunitense a loro nome. La maggior parte di coloro che si rivolgono a Las Güeras risiede all’estero. “Pensavamo di avere il potere di contattare le agenzie dell’Ice senza timore di ritorsioni e anche di poter comunicare in spagnolo. Era evidente che le persone avevano bisogno di questo servizio e abbiamo deciso di offrirglielo”, ha raccontato Coiner-Collier. Il resto lo ha fatto il passaparola sui social. Da novembre, hanno aiutato circa 200 famiglie nella loro ricerca, offrendo sollievo a coloro che erano consumati dall’angoscia di non sapere dove si trovassero i propri cari o di non poter parlare con loro per sapere come stessero. Las Güeras hanno imparato strada facendo. Il primo passo è localizzare il detenuto. La ricerca inizia sul sito web Detainee Locator Online (Odls), dove possono volerci giorni prima che i loro nomi compaiono. Se non hanno successo, provano con la Detention and Removal Information Line (Dril) e, se anche questo non funziona, contattano i vari uffici dell’Ice sparsi per il Paese, dove quasi mai riescono a parlare con qualcuno. Se sono fortunate e qualcuno risponde, è molto probabile che non si risolva nulla, come ha dimostrato Brown pubblicando il video di una di queste chiamate, diventato virale. Ma non le “Bionde” non si arrendono perché prima o poi gli “invisibili” emergono dall’oblio del sistema di sbarramento alzato dai funzionari, potenziati come numero e incentivati dal “sistema Trump”. In questi mesi le due donne hanno ottimizzato i sistemi di ricerca, ricevuto aiuti da volontari e donazioni, che crescono di pari passo con i video condivisi sui social. Non più però su TikTok. Las Güeras lamentano che da gennaio, in seguito all’acquisizione del social dai cinesi, da parte di Michael Dell, proprietario di Oracle e miliardario amico di Trump, la visibilità dei loro filmati è crollata. Dove prima un loro post raggiungeva 20.000 visualizzazioni, ora non ne ottiene nemmeno 400, e alcuni video non ne ricevono affatto. Molti sono certamente i “fallimenti”, anche se la pubblicità arrivata dal successo con sei Oscar di One Battle After Another (Una battaglia dopo l’altra) ha riacceso negli Usa e altrove i riflettori sui centri di detenzione dei migranti (One Battle After Another). Las Güeras non mollano finché non possono fare ai familiari la chiamata più attesa: “Lo abbiamo trovato”. Sono state queste parole, pronunciate da Devyn Brown, a ridare la speranza a Fernanda e a suo padre. Dopo averlo rintracciato, le due donne gli hanno scritto fornendogli il numero di telefono al quale avrebbe potuto chiamare la figlia. Da quel momento in poi, le comunicazioni sono state quasi costanti fino alla deportazione in Messico, avvenuta il 5 marzo, dopo due mesi di reclusione forzata, mancanza di cibo e dei farmaci necessari per la sua ipertensione. Ora che il padre è tornato, la famiglia vive ancora a Oaxaca. Fernanda non perde la speranza, un giorno, di “incontrare Devyn per dirle tante cose”. Con una semplice parola che, come tutte quelle fondamentali di una vita è fatta di poche, inconfondibili, lettere: “Thanks”. Russia. La resa di Nina Litvinova, storica attivista perseguitata dal regime di Raffaella Chiodo Karpinsky Avvenire, 17 maggio 2026 La scienziata e dissidente si è tolta la vita a 80 anni, dopo anni di attivismo sul fronte dei diritti umani. La sua lettera d’addio è un atto d’accusa. “Devo andarmene, non riesco più a sopportare di vivere. Da quando Putin ha attaccato l’Ucraina e uccide persone innocenti, mentre da noi continua a mandare in prigione migliaia di persone che lì soffrono e muoiono solo perché, come me, sono contro la guerra e contro gli omicidi”. “Ho cercato di aiutarli, ma le mie forze sono esaurite e giorno e notte soffro per la mia impotenza. Mi vergogno, ma mi arrendo. Per favore, perdonatemi”. Sono parole scritte in una lettera lasciata da Nina Litvinova che aveva 80 anni. Nina era una scienziata. Alle spalle decenni dedicati allo studio degli oceani. Ma insieme alla dedizione alla scienza ha portato avanti il suo essere attivista per i diritti umani. La sua storia familiare è segnata dalla tradizione della disobbedienza fin dai tempi di Stalin e anche lei era fermamente uno spirito libero. Uno spirito sensibile e ribelle che nella Russia di Putin fatica a sopravvivere. In questi terribili quattro anni di guerra ha continuato a impegnarsi, ad aiutare le persone che stanno subendo la repressione, i prigionieri politici. Ha presenziato ai processi di Oleg Orlov, difensore dei diritti umani e co portavoce dell’associazione Memorial Premio Nobel per la Pace, così come a quelli della regista Evgenia Berkovich e della drammaturga Svetlana Petriychuk, ancora in carcere. Prima ancora dell’aggressione all’Ucraina aveva seguito e continuava a farlo, il caso di Yuri Dmitriev noto storico di Memorial che lavorava alla ricostruzione della memoria delle vittime della repressione staliniana, condannato a 15 anni di detenzione con accuse ritenute del tutto infondate da parte di Memorial. Per lei era una cosa del tutto naturale aiutare i tanti prigionieri politici. Quelli in carcere e quelli agli arresti domiciliari. Soprattutto quelli meno noti, di cui si sa poco o niente e di cui i media non parlano. Del resto Nina è stata una figura che in Russia ha avuto e ha anche oggi un grande numero di simili. Persone accomunate dalla spinta alla solidarietà che si declina in una rete di relazioni e contatti. Quella fitta comunità di donne e uomini che permette di portare conforto ai prigionieri politici condannati a diversi anni di carcere. Un frutto, un libro, delle medicine, che possano dare speranza a chi è messo a dura prova nella sua resistenza fisica e psicologica. Una testimonianza di umanità che resiste nonostante tutte le forme di persecuzione. Una realtà che incarnava Nina Litvinova e che oggi è sempre più turbata. Una comunità di anime che non vogliono cedere e restano nel paese, nelle loro case, nelle loro famiglie senza per questo voler essere eroi. Una Russia che esiste e resiste, che il regime perseguita. In una Russia che ha da poco celebrato il 9 maggio in un clima dimesso e assai triste come mai prima esiste anche quest’altra Russia prostrata dalle ferite inferte al popolo ucraino. Avrebbe bisogno di essere riconosciuta, guardata negli occhi e supportata. Perché non c’è solo Putin o chi ha abbandonato il paese. Ci sono anche loro anche se in troppi non li vogliono vedere. Arabia Saudita. Nella cella in attesa del boia: “Questa notte potrebbe essere l’ultima” di Paolo Lambruschi Avvenire, 17 maggio 2026 Tomas è stato condannato a morte con altri 200 etiopi del Tigrai senza interprete né assistenza legale. La data dell’esecuzione è segreta: le ultime tre il 21 aprile. Potrebbero andare a prendere in cella Tomas anche stanotte per ucciderlo. Tomas - il nome è di fantasia per non abbreviargli la vita, la storia no - è uno dei 200 detenuti etiopi, o forse di più, tutti giovani, condannati a morte nella prigione di Khamis Mushait, nel sud-ovest dell’Arabia Saudita, per traffico di droga. Le guardie sono già entrate il 21 aprile a prendere tre condannati, dicendo loro di seguirli per un’udienza in tribunale. Poi hanno comunicato ai compagni che la sentenza era stata eseguita, intimando loro di informare le famiglie. Uccisi come bestie, senza poter salutare per un’ultima volta gli affetti, senza poter pregare. Molti sono cristiani. Tomas, 21 anni, è in prigione dal 2024 in una cella sovraffollata dove vive disperato e in condizioni inumane con altre 64 persone. In tutto il carcere gli etiopi sarebbero 200, qualcuno dice addirittura il doppio. Condannati a morte per traffico di stupefacenti, anche se nessuno di loro sapeva che il khat che trasportavano - un’erba che si coltiva e si mastica abitualmente e legalmente nel Corno d’Africa e nel vicino Yemen per vincere la fatica e resistere alla fame - è proibito per legge e la pena è la vita. I datori di lavoro arabi e yemeniti obbligavano Tomas e agli altri a trasportarlo e loro obbedivano. Lui era fuggito dalla povertà estrema in cui è precipitato il Tigrai dopo la fine della guerra civile nel 2023. Tomas aveva combattuto nelle forze di difesa tigrine contro l’esercito di Addis Abeba e i suoi alleati eritrei ed amhara ed era stato ferito gravemente. Appartiene al popolo Irob e sperava di ottenere cure mediche e di ricongiungersi con i suoi genitori, rimasti intrappolati nei territori occupati dagli eritrei a nord del confine tracciato dagli italiani più di cento anni fa, dove vive una minoranza cattolica a rischio estinzione. Ma non ha potuto curarsi né tornare a casa e quindi ha optato per il pericoloso viaggio attraverso il Mar Rosso e lo Yemen verso l’Arabia Saudita, nella speranza di guadagnare denaro per le sue cure mediche e per sostenere la sua famiglia sfollata. Una volta arrivato in Arabia Saudita, Tomas ha lavorato sotto la direzione di datori di lavoro locali trasportando l’arbusto illegale. Durante uno dei viaggi è stato fermato e arrestato dalla polizia saudita e condannato in un processo in cui la sentenza di morte era già scritta. Stando a Human Rights Watch, si è svolto infatti senza interpreti né assistenza legale per lui e per tutti gli altri imputati, che hanno firmato confessioni estorte con la violenza. L’interprete è stato chiamato solo per comunicare agli etiopi che erano stati condannati a morte per traffico di stupefacenti. Eppure il catinone, l’alcaloide del khat, è uno stimolante e non una droga. Tomas non ha potuto comunicare con nessuno all’esterno, neppure con le autorità consolari etiopi. Una enorme violazione dei diritti civili che getta luce sulle condizioni di vita dei migranti etiopi in Arabia Saudita. Dopo che il caso dei 200 condannati è stato denunciato da Human Rights Watch il 28 aprile scorso, hanno chiesto misericordia alle autorità saudite il vescovo cattolico di Adigrat in Tigrai, il patriarca ortodosso etiope Mathias e le autorità tigrine. Agli appelli al re saudita Salman bin Abdulaziz, manca però quello del premier etiope Abiy Ahmed. I rapporti diplomatici tra Arabia Saudita ed Etiopia sono tesi a causa del conflitto in Sudan, in cui la monarchia saudita è schierata con l’Eritrea a fianco dell’esercito sudanese, mentre Addis Abeba è considerata vicina agli Emirati Arabi Uniti, suoi grandi finanziatori, che sostengono i paramilitari delle Forze di supporto rapido. A questo punto, una mossa di Abiy e dei partner occidentali di Riad per chiedere la misericordia del re resta l’unica speranza perché la porta della cella della morte di Tomas e dei suoi compagni non si apra per l’ultima volta.