Edilizia penitenziaria, il governo dà i numeri di Eleonora Martini Il Manifesto, 16 maggio 2026 Secondo la cabina di regia di Palazzo Chigi, sarebbero 800 i posti letto in più dall’inizio dell’anno. Ma i dati di via Arenula li smentiscono. Rispetto al luglio 2025, quando il progetto venne approvato dal governo, i letti disponibili sono addirittura diminuiti. Dall’inizio dell’anno sono stati recuperati 280 posti. Il sovraffollamento, come scriveva il coordinatore nazionale dell’osservatorio Antigone Alessio Scandurra in uno degli ultimi rapporti, non crea solo un problema di restrizione degli spazi vitali per i detenuti ma incide sulla sempre più ridotta disponibilità di tutte le altre risorse di cui è fatto il carcere. Eppure il governo Meloni non demorde nell’obiettivo di costruire nuove strutture detentive - un affare nel settore delle opere pubbliche ma un vicolo cieco nella soluzione dei problemi penitenziari - anche se i risultati scarseggiano. Così ieri Palazzo Chigi, dopo aver riunito per la quinta volta la cabina di regia per l’edilizia penitenziaria presieduta dal sottosegretario Alfredo Mantovano, ha riconfermato il cronoprogramma del piano che prevede “la realizzazione di un totale di oltre 10.500 nuovi posti entro la fine del 2027”. E ha snocciolato un po’ di numeri sul supposto avanzamento dei lavori che però non trovano conferme neppure negli stessi dati ministeriali di via Arenula. La comunicazione ufficiale parla di “circa 1400 posti” detentivi “recuperati o realizzati” fino ad oggi dal 22 luglio 2025, giorno in cui fu “approvato in Consiglio dei ministri” il piano di edilizia penitenziaria - che “comprende interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria, nuove realizzazioni e ampliamenti” - affidato al commissario straordinario ad hoc Marco Doglio. Di questi posti letto creati o recuperati - il dettaglio, richiesto, non ci è stato fornito da Palazzo Chigi - 800 sarebbero stati realizzati solo nel primo quadrimestre del 2026. “Tra ottobre 2022 e aprile 2026 i posti in più a messi a disposizione sono complessivamente 1.900”, assicura la cabina di regia promossa dai ministri Salvini e Nordio e a cui hanno preso parte anche i tecnici di Invitalia e il provveditore alle opere pubbliche della Lombardia. Numeri che però sembrano essere smentiti dagli stessi dati ministeriali. Il fermo immagine della condizione odierna delle carceri attesta, intanto, che “in 73 istituti penitenziari il tasso di affollamento è pari o superiore al 150%, ossia tre persone per ogni due posti disponibili”, e che “la situazione più grave si registra a Lucca, dove il sovraffollamento è del 238%”. SECONDO gli stessi elaborati del ministero di Giustizia, al 31 dicembre 2025 nelle carceri italiane si contavano 51.277 posti regolamentari e 46.081 posti realmente disponibili. Al 30 aprile 2026, quattro mesi dopo, i posti regolamentari sono 12 in meno: 51.265. Mentre i posti realmente disponibili salgono a 46.361. Il calcolo attesta dunque un aumento di soli 280 posti letto, e non 800 come contabilizzato da Palazzo Chigi. A meno di errori del sito ufficiale di via Arenula, che peraltro annota la presenza in questi spazi a fine aprile di ben 64.412 persone recluse. LE Statistiche poi confutano la narrazione ufficiale anche sul confronto con luglio 2025, all’avvio del piano di edilizia penitenziaria: al 30 luglio dell’anno scorso si contavano infatti 51.300 posti regolamentari e 46.767 letti disponibili. Quindi la capienza odierna è addirittura diminuita rispetto ad allora. Di piani di edilizia penitenziaria finiti nel nulla o quasi se ne contano a bizzeffe. Come ha ricordato pure la Corte dei Conti quando un anno fa intimò all’esecutivo di Meloni di portare a termine almeno le opere previste nel piano emergenziale programmato dal governo Monti e affidato, dal 2012 al 2014, all’allora commissario straordinario Angelo Sinesio. Ad oggi, poi, non è dato sapere che fine abbiano fatto i famosi 1500 moduli prefabbricati in calcestruzzo che Invitalia avrebbe dovuto realizzare già l’anno scorso, secondo le mirabolanti promesse del ministro Nordio, e da collocare soprattutto in istituti lombardi, a cominciare da Opera e Voghera. Va ricordato che, secondo le stime della stessa cabina di regia, il “piano Doglio” avrà un costo complessivo nel triennio 2025-2027 di oltre 900 milioni di euro. “IL PIANO di edilizia penitenziaria del governo è una chimera, mentre l’istituzione continua di nuovi reati e aumenti di pene hanno riempito le celle, senza migliorare la sicurezza dei cittadini, e la popolazione carceraria under 24 e minorile è aumentata, a causa del decreto Caivano”, attacca la capogruppo al Senato di Iv, Raffaella Paita, che lancia l’allarme carceri in Liguria dove, sostiene, “arriviamo al paradosso di persone che potrebbero stare ai domiciliari ma non hanno un alloggio iscrivibile, per colpa di una legge regionale. Impossibile - conclude - andare avanti in questo modo”. Il carcere non diventi definitivamente il luogo della sospensione dei diritti fondamentali di Giunta dell’Unione delle Camere Penali Italiane camerepenali.it, 16 maggio 2026 Il Coordinamento dei Dirigenti penitenziari denuncia, con toni sarcastici ma drammaticamente eloquenti, una realtà che da tempo il Paese finge di non vedere: un sistema penitenziario al collasso, nel quale il sovraffollamento, la privazione della dignità umana e l’assenza di qualsiasi seria prospettiva trattamentale sono ormai divenuti normalità. E colpisce che, a fronte di una situazione tanto grave, il vertice del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria appaia incapace non solo di offrire soluzioni, ma persino di cogliere la reale dimensione del problema, rifugiandosi in surreali precisazioni burocratiche e lessicali mentre nelle carceri italiane si continua a vivere in condizioni incompatibili con i principi fondamentali di uno Stato di diritto.La nota diffusa dal Coordinamento dei Dirigenti penitenziari restituisce l’immagine di un’amministrazione ormai distante anni luce dalla concreta realtà degli istituti, incapace di confrontarsi con l’emergenza quotidiana vissuta da detenuti e operatori penitenziari, entrambi travolti dalle conseguenze di un sovraffollamento ormai intollerabile. È la conseguenza finale, e purtroppo drammaticamente coerente, di una politica che da anni continua ad ampliare il ricorso al diritto penale e al carcere come risposta simbolica a ogni disagio sociale, senza accompagnare tali scelte con alcun serio investimento sulle strutture, sul personale, sulle misure alternative e, soprattutto, sulla funzione costituzionale della pena. L’articolo 27 della Costituzione prescrive che la pena debba tendere alla rieducazione del condannato. Nelle carceri italiane, al contrario, la privazione della dignità personale diventa essa stessa la pena ulteriore ingiusta e quotidiana, inflitta in luoghi nei quali esseri umani vengono dimenticati e ammassati in spazi incompatibili con un paese civile e democratico. Non è più rinviabile un intervento ampio e strutturale, che affronti il piano normativo, organizzativo e amministrativo. È necessaria un’ampia depenalizzazione, interventi immediati per diminuire il sovraffollamento, investimenti sulle misure alternative e sull’esecuzione penale esterna, insieme a una profonda riorganizzazione dell’amministrazione penitenziaria, oggi manifestamente incapace di garantire condizioni detentive conformi ai principi costituzionali e convenzionali. E tuttavia bisogna prendere atto anche del fatto che, persino nei rari casi in cui vengono introdotti strumenti che potrebbero consentire un’applicazione della pena più conforme ai principi costituzionali e al tempo stesso contribuire a ridurre la pressione sul sistema carcerario, come accade per le pene sostitutive, si registra una evidente ritrosia applicativa. Segno che l’idea della pena continui troppo spesso a identificarsi quasi esclusivamente con il carcere, secondo una concezione ancora profondamente radicata anche in una parte della cultura giudiziaria. Continuare a ignorare questa realtà significa accettare che il carcere diventi definitivamente il luogo della sospensione dei diritti fondamentali e della rinuncia dello Stato ai suoi stessi indeclinabili principi di civiltà. “Se il carcere vuole rieducare, deve farlo con l’esempio” di Nicola Boscoletto vaticannews.va, 16 maggio 2026 Dal 29 aprile al 2 maggio 2026 si è svolto ad Assisi il Convegno Nazionale dei Cappellani e degli Operatori della Pastorale Penitenziaria sul tema: “…perché lo coltivasse e lo custodisse” (Gn 2,15) - Lavoro, accoglienza e servizio”. Pubblichiamo una riflessione di Nicola Boscoletto, socio fondatore della Cooperativa sociale Giotto. Ho avuto l’onore di essere invitato a portare il nostro punto di vista sul tema del lavoro a partire dai 36 anni di esperienza in trincea come Giotto cooperativa sociale. Ancora una volta è stato più quello che ho avuto modo di imparare rispetto a quello che potevo offrire. Tralascio i molteplici qualificati interventi e relativi contributi che verranno presto offerti a tutti e mi soffermo su due aspetti che ritengo un’emergenza su cui non si può più tergiversare: il primo aspetto riguarda l’emergenza educativa ed il secondo la necessità di una condivisione reale. Emergenza Educativa - Il carcere è un’istituzione che deve sapersi mettere in discussione, proprio come chiede di fare ai suoi ospiti. Educare è un “affare” serio e, per capirlo meglio, ci può aiutare il paragone con la famiglia. Per un genitore non basta dire ai figli cosa è giusto o sbagliato fare: essi hanno bisogno prima di tutto di vedere i genitori fare ciò che chiedono loro. I genitori possono anche tacere sulle “regole”, se le incarnano coi fatti. Ma non è sufficiente: se i genitori fanno cose diverse e non collaborano verso uno scopo comune, la convivenza si complica e il rispetto reciproco si allontana. Questa dinamica si estende a tutti i contesti educativi - scuola, comunità per minori, carceri minorili e per adulti - dove spesso mancano esempi di impegno serio. Tra tutti gli ambiti educativi la complessità del mondo del carcere è tra i più impegnativi perché entrano in gioco (forse oggi sarebbe più corretto dire dovrebbero entrare in gioco) più attori con competenze diverse: privarsi di una sola o gerarchizzarle riduce le chance di successo. L’istituzione è educativamente credibile solo se comprensibile e capace di autocritica, come d’altronde chiede agli ospiti. Solo una condivisione reale può dar vita ad un “Cambio di Paradigma” - Anche per chi si occupa di curare le anime diventa difficile farlo in un corpo pieno di ferite di cui sempre meno persone si prendono “amorevolmente cura”. Oggi serve un cambio radicale: occuparsi della cura di chi cura i bisognosi, insegnare ai “maestri” ad essere buoni maestri. Possono essere di aiuto in questo dei giganti come san Giovanni Bosco - col cuore nella Fede ma con un metodo pedagogico universale - e sant’Agostino, sulla postura umile davanti alle scelte altrui. Diventano indispensabili rapporti paritari e un modo di guardarsi ed ascoltarsi capace di accogliere l’altro, tra istituzioni (carcere, Prap, Dap, magistratura, scuola, sanità) e società civile (Terzo Settore). “Potrai correggere se ti lasci correggere. Potrai esigere convivenza civile se prima la vivi e la testimoni. Non pretendere dagli altri ciò che non pretendi da te stesso”. Questo cambio di paradigma può aiutare ad intervenire realmente, e non tanto per parlare, su uno dei temi tanto indispensabile quanto difficilissimo che è quello di una rivoluzione copernicana in materia di Governance. Spunti da Sant’Agostino - Sant’Agostino raccomanda ai giudici di operare con giustizia e umanità e aggiunge che per cercare di avere un giudizio retto sono necessarie alcune condizioni, che chiaramente vanno estese a tutti gli operatori. 1) autogiudicarsi con umiltà e fedeltà alla coscienza; 2) buon senso (recta ratio); 3) conoscenza tecnico-professionale - aspetti antropologici, psicologici, pedagogici, medici e giuridici - (eruditio); 4) indipendenza (libertas); 5) perseguire i peccati, non i peccatori (“peccata persequatur, non peccantem”). Il quinto punto chiaramente è il frutto dell’applicazione dei primi quattro. Spunti da San Giovanni Bosco - San Giovanni Bosco entra ancora di più nel dettaglio di come si deve operare, di come “prendersi amorevolmente cura” di chi ha più bisogno. Fede come cuore, ma anche in questo caso metodo pedagogico educativo estendibile a qualsiasi ambito: 1) prima di tutto con te stesso; 2) coi maestri; 3) con assistenti e capi; 4) con coadiutori e personale; 5) coi giovani; 6) con esterni; 7) nel comandare. Proposta Operativa 1) Serve promuovere un lavoro comune per leggere la realtà con gli “occhiali giusti” in modo tale da trovare soluzioni adeguate da una parte e contrastare una continua e nociva deriva securitaria fine a sé stessa dall’altra. 2) Serve insistere su garanzie da parte del Ministero/Dap di una reale disponibilità ad affrontare tutti i vari problemi secondo il principio dell’”amministrazione condivisa”. 3) Serve sempre di più un dialogo paritario e qualificato tra tutte le realtà che a vario titolo sono impegnate al raggiungimento dello scopo, in particolare con tutto il mondo del Terzo Settore, valorizzando tutte le esperienze presenti senza alcuna subalternità. L’opzione san Francesco - Visto il luogo dove eravamo e la ricorrenza degli 800 anni dalla morte di san Francesco, patrono d’Italia assieme a santa Caterina da Siena, mi permetto di raccontare un episodio della vita del “Poverello di Assisi”. Come per sant’Agostino e san Giovanni Bosco anche per san Francesco non dobbiamo correre il rischio di liquidare la sua l’esperienza in un ambito di fede, perché, come dicevamo, l’aspetto pedagogico e di metodo vissuto e offerto, è universale e perciò riguarda tutti, in particolare i diversi ambiti educativi. L’esperienza di fede, della presenza di Dio nella vita dell’uomo può essere almeno in parte sostituita con il senso del vivere, con la dignità e il valore proprio di ogni singola persona. Il rispetto e la stima con cui Francesco si avvicina agli altri - riconoscendo in ogni persona una presenza di Dio già all’opera - rendono possibile un vero dialogo. Non si tratta solo di saper parlare, ma anzitutto di saper ascoltare. E, quando viene il momento, di saper comunicare le parole della speranza. Educare in questa prospettiva, non significa dare subito risposte, ma saper attendere che emergano le domande. È un atteggiamento interiore, prima ancora che un modo di comunicare. Le fonti francescane conservano un episodio che mostra con grande semplicità questa modalità di San Francesco nell’annuncio del Vangelo (dell’accoglienza dell’altro). Presso un eremo, sopra Borgo San Sepolcro, vivevano alcuni frati, mentre nei boschi vicini si nascondevano dei briganti che uscivano spesso a rapinare i passanti. Talvolta venivano all’eremo a chiedere il pane, ma i frati avevano smesso di darglielo a causa della loro aggressività. Un giorno san Francesco, passando per quell’eremo, venne a conoscenza della situazione e propose ai frati qualcosa di inatteso: “Andate, procuratevi del buon pane e del buon vino (potremmo dire trattali bene), portateli a loro nei boschi dove sapete che si trovano e chiamateli gridando: “Fratelli briganti, venite da noi: siamo i frati e vi portiamo buon pane e buon vino!” (offriteli gesti e cose buone). Essi verranno subito da voi. Allora voi stenderete per terra una tovaglia, vi disporrete sopra il pane e il vino, e li servirete con umiltà e allegria, finché abbiano mangiato. Dopo il pasto, annunciate loro le parole del Signore (dite loro quanto importante sia che abbiamo cura di sé stessi e degli altri), e alla fine fate loro questa prima richiesta per amor di Dio (per amore delle persone): che vi promettano di non percuotere nessuno e di non fare del male ad alcuno nella persona. Poiché, se domandate tutte le cose in una volta sola, non vi daranno ascolto; invece, vinti dall’umiltà e carità che dimostrerete loro, ve lo prometteranno” (Compilazione di Assisi 115; FF 1669). I frati obbedirono. I briganti vennero, mangiarono, ascoltarono - e alla fine alcuni entrarono nell’Ordine, altri cambiarono vita, altri decisero almeno di non fare più violenza. Far sperimentare accoglienza e fiducia - Questo episodio mostra qualcosa di molto concreto: non si può chiedere a qualcuno di cambiare vita prima di avergli fatto sperimentare accoglienza, rispetto e fiducia. Se si anticipano troppo le richieste, anche quelle moralmente corrette, i nostri inviti non riescono ad arrivare al cuore dell’altro. Prima bisogna creare lo spazio perché possa nascere il desiderio e la domanda di un cambiamento di vita. Solo allora ciò che si dice può essere davvero ascoltato”. “Apri”. È questa la prima parola che dicono i bambini in cella con le madri (dopo “mamma”) di Ilaria Dioguardi vita.it, 16 maggio 2026 Sono 24 in Italia i bambini che si trovano con le mamme negli istituti penitenziari, negli istituti a custodia attenuata per madri o nelle case famiglia protette. Sandro Libianchi, medico, presidente dell’associazione Conosci: “Particolarmente vivaci e aggressivi o molto inibiti, sono questi i profili che descrivono la maggior parte dei bambini che vivono in carcere con le madri”. Daniele Novara, pedagogista: “Se ci fosse la tentazione di pensare che il carcere sia una condizione adatta ai bambini, sarebbe un grandissimo equivoco”. Sono 24 i bambini presenti negli istituti penitenziari d’Italia, insieme alle loro madri, che sono 20: dieci italiane e dieci provenienti da altri Paesi. Sei bambini sono nell’istituto a custodia attenuata per madri-Icam di Lauro, uno a Bollate, otto alla casa circondariale femminile Di Cataldo-San Vittore di Milano e cinque nella casa circondariale Le Vallette-Lorusso e Cutugno di Torino (dati ministero della Giustizia al 30 aprile 2026). Dei bambini in carcere, negli icam, nelle case famiglia protette e di tutto ciò che ciò questo comporta, si è parlato durante la giornata di lavoro “Bambini in carcere: verso un sistema di tutela integrato”, che si è svolta presso il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro-Cnel a Roma. L’iniziativa, promossa dal Segretariato permanente per l’inclusione economica, sociale e lavorativa delle persone private della libertà personale e da Unicef Italia, si inserisce nelle celebrazioni legate al 15 maggio, Giornata internazionale della famiglia. Le più fragili tra i fragili - “Le donne in carcere con i bambini sono le persone più fragili tra i fragili, non hanno una famiglia che le sostiene. È rarissimo che delinquono di loro iniziativa, lo fanno sempre perché sono in rapporti di sudditanza”, ha affermato Simonetta Matone, deputata alla Camera, già sostituto procuratore del Tribunale dei minorenni di Roma. “La tipologia delle donne in carcere è soprattutto di trafficanti internazionali di stupefacenti. Il dramma vero non è far vivere un bambino in un ambiente chiuso, ma fargli vivere un rapporto esclusivo con la mamma e con le altre detenute. Chi ha frequentato il carcere, sa che i bambini diventano dei “giocattoli perfetti” per tutte le donne, poi questo si interrompe di colpo quando esce”, ha continuato Matone. “Nel 2011 sono stati creati finalmente gli icam ed è stato rafforzato il ricorso alle misure alternative e l’ingresso nelle case-famiglia protette. Nonostante questo, il fenomeno dei bambini in carcere non è stato superato. Inoltre bisogna dire che negli icamn non ci può stare l’uomo, quindi se c’è la figura paterna il nucleo familiare è comunque diviso. Il decreto sicurezza ha reso facoltativo e non più obbligatorio il rinvio dell’esecutivo della pena per donne incinte e madri di bambini al di sotto dell’anno di età: ciò permette di valutare caso per caso”. Spese: 80-90% per la sicurezza e 10% per la rieducazione - Strettamente collegato alle persone detenute è il tema del lavoro in carcere. “In Italia, nelle carceri, viene speso l’80-90% per la sicurezza e un 10% per la rieducazione. Se la sicurezza non ha un dialogo con il reinserimento e la rieducazione, non prevede la speranza e diventa una missione impossibile”, ha detto Renato Brunetta, presidente Cnel. “Sicurezza e rieducazione devono dialogare tra di loro. La sicurezza e la rieducazione deve essere rivolta alle madri, ma i bambini hanno tutto il diritto di stare con loro. Le madri hanno tutto il diritto di esercitare la loro rieducazione pur nel diritto di stare con i figli. La chiave è come contemperare questi due momenti”. Brunetta ha sottolineato: “Anche se il fenomeno delle madri con i figli in carcere ha una rilevanza limitata, è il principio fondante che è importante. Si parla sempre di lavoro in carcere e si dice che il 32-33% delle persone detenute lavorano ma non è vero, si chiama trattamento attraverso forme lavorative, il lavoro deve prevedere dei veri contratti di lavoro”. Il presidente del Cnel ha annunciato: “Stiamo organizzando la terza edizione di “Recidiva zero”, con il rapporto forse più completo che si sia mai realizzato, con approfondimenti su questo tema che non sono mai stati fatti prima. Aspettiamo un nuovo ascolto da parte del ministero della Giustizia. Citando Tocqueville, “un Paese si giudica dalle sue carceri”; se noi dovessimo essere giudicati dalle nostre carceri il giudizio sarebbe certamente negativo”. Un bambino in carcere dice “mamma” e “apri” - “Da una parte c’è la funzione sanzionatoria, dall’altra la difesa sociale, ma in mezzo c’è l’interesse del minore”, ha detto Nicola Graziano, presidente di Unicef Italia. “Bisogna concretizzare la legge sulle case famiglia. E bisogna garantire il diritto al gioco del minore. Davanti a un numero esiguo, una Repubblica democratica che si basa sul concetto di libertà non può non tener conto che neanche un caso di bambino in carcere dovrebbe essere esistente. Stiamo preparando un cortometraggio che si chiamerà Apri. Un bambino in carcere, dopo la prima parola “mamma”, impara la parola “apri”, perché vuole aprire la porta della cella”. La “sindrome da prigionia” - “Le sezioni nido in Italia sono 24, gli icam sono cinque e le case famiglia protette sono due. Nell’icam ci sono stanze singole, con uno spazio per i bambini, un giardino con pochi giochi, una mensa, il personale di sorveglianza (senza divise nè armi), le sbarre alle finestre, mura di cinta altissime e luci sempre accese”, ha spiegato Paolo Siani, direttore della struttura complessa di pediatria Santobono - Napoli, autore della proposta di legge sulla tutela del rapporto tra detenute madri e figli minori. “Gli psicologi hanno dimostrato che esiste la “sindrome da prigionia”: un tardivo progresso linguistico e motorio”, ha proseguito Siani. “Il nostro legislatore prevede già adesso di mandare le donne con figli in case-famiglia protette, ma non ci sono i soldi per finanziarle. I bambini che passano, da piccoli, del tempo in carcere hanno disturbi nel lessico. Se sei in carcere da bambino innocente il rischio che, da grande, torni in carcere è molto alto”. Lo stress cronico fino a due anni crea danni per tutta la vita - Siani ha parlato di epigenetica, sottolineando che “è una delle scoperte più rivoluzionarie della biologia moderna, spiega come l’ambiente in cui viviamo possa “parlare” ai nostri geni, cambiandone il comportamento senza però modificare la sequenza del Dna. Lo stress cronico nei primi due anni di un bambino crea dei danni per tutta la vita. Se mettiamo nell’icam i bambini a due anni, come pensiamo di stare facendo bene il nostro lavoro?”. Dall’inappetenza all’irrequietezza - “Inappetenza, difficoltà di sonno, irrequietezza, lentezza motoria sono i sintomi dei bambini che vivono in un carcere con le madri. I profili maggiormente identificati sono due: particolarmente vivaci e aggressivi o molto inibiti”, ha spiegato Sandro Libianchi, medico, presidente dell’associazione Conosci-Coordinamento nazionale operatori per la salute nelle carceri italiane. Libianchi ha dedicato la vita alla salute in carcere, lavorando per oltre 30 anni nel penitenziario romano di Rebibbia. “Vorrei ricordare che nelle carceri italiane ci sono anche 12 detenute in gravidanza, secondo i dati del ministero della Giustizia, del 30 aprile 2025”. Gli ambienti “freddi” dei colloqui dei bambini con i genitori detenuti - “Sono migliaia i minorenni che vanno a trovare i genitori in carcere, soprattutto i padri. I colloqui si svolgono in ambienti “freddi”, a volte c’è un accesso ai giardini. Raro è l’ingresso nelle ludoteche, ma l’affollamento non permette di avere ambienti adatti ai più piccoli, per problemi di spazi degli istituti”. Tra le criticità segnalate da Libianchi, la mancata conformità dei nidi penitenziari agli standard essenziali -Lea, la discontinuità nell’assistenza pediatrica e vaccinale dei bambini in carcere, la perquisizione al minore prima dei colloqui con i genitori, “anche nel pannolino, per il rischio di nascondere qualcosa”. “Nei primi tre anni di vita, un bambino stabilisce centinaia di trilioni di connessioni a livello cognitivo. Tanti disturbi comportamentali sono regolati dalla mancanza di regolazione emozionale, in questo periodo dell’infanzia”, ha detto Paola De Rose, neuropsichiatra infantile dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma. “I genitori con una migliore capacità di regolazione delle emozioni e meno difficoltà hanno più comportamenti genitoriali positivi e hanno figli con una migliore regolazione delle emozioni e meno sintomi internalizzanti. Tra le esperienze sfavorevoli infantili, che ostacolano lo sviluppo dei bambini, una è sicuramente vivere un periodo in carcere”. Potenziare le misure alternative in strutture - “Dove c’è una donna detenuta madre di un minore, il principio dell’educazione e della rieducazione del condannato deve essere letto alla luce della tutela dell’infanzia. Abbiamo l’interesse superiore del minore, ma va posto in bilanciamento con la difesa sociale”, ha detto Antonio Mazzarotto, dirigente della Direzione inclusione sociale della Regione Lazio. “Occorre potenziare le misure alternative in strutture che permettano di non recidere il legame con entrambi i genitori. E bisogna rafforzare il ruolo della magistratura minorile e dei servizi sociali. Inoltre, è necessario un monitoraggio continuo per fare in modo che la custodia attenuata in Icam abbia dei percorsi adatti al benessere del minore. In ultimo, è urgente un cambiamento culturale”. “Se la madre è in condizione di restrizione della libertà, questo non deve riversarsi sul bambino o sulla bambina, altrimenti ci troviamo due problemi invece che uno”: va dritto al punto, nel suo intervento, Daniele Novara, pedagogista, direttore del Centro psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti - Cpp di Piacenza. “Bisogna arrivare ad attuare alle misure alternative, che consentono di salvare i bambini e le bambine che hanno madri con condizioni di restrizione della libertà. Se ci fosse la tentazione di pensare che il carcere sia una condizione adatta ai bambini, questo sarebbe un emerito equivoco”. Casa di Leda: un ambiente bello - “Noi ospitiamo donne e bambini, ma il nostro compito principale è quello di lavorare con storie di donne e di famiglie”, ha puntualizzato Bina Nigro, referente della casa-famiglia protetta Casa di Leda di Roma. “Casa di Leda tutela i bambini e le bambine, è una villa che è un bene sequestrato alla criminalità organizzata. Grazie a un lavoro istituzionale importante, il comune di Roma ha messo a disposizione la struttura, ne paga le utenze e ci sostiene. Casa di Leda vive grazie ad un’equipe multidisciplinare, al volontariato e a tante iniziative: è un ambiente bello, il carcere non è un ambiente bello”. In casa famiglia protetta fino a 10 anni - Le case protette “nascono con un obiettivo diverso dagli icam, che sono strutture ausiliarie al carcere. Un aspetto innovativo è che, nelle case famiglia protette, i bambini possono rimanere fino al compimento dei 10 anni e oltre. Le donne e i bambini vivono una normale quotidianità, noi abbiamo in questo momento tre donne che lavorano, i bambini vanno a scuola, fanno attività sportive fuori”, prosegue Nigro. Possono essere accolti sei nuclei a Casa di Leda. “Attualmente ne abbiamo cinque, con cinque donne e sette bambini con età da due a nove anni. Nella nostra casa si fanno tante iniziative, si organizzano le feste di compleanno dei bambini, dove vengono i loro compagni di classe, le maestre. Per le donne “sono previsti interventi individualizzati di sostegno all’autonomia e di supporto alla genitorialità. Spesso le donne vengono da situazioni di forti privazioni”. Oltre a Casa di Leda, in Italia c’è un’altra casa famiglia protetta a Milano, gestita dall’associazione Ciao. Niente musica per Cospito e gli altri fantasmi del 41 bis di Michele Gravino La Repubblica, 16 maggio 2026 Compie 40 anni il regime carcerario speciale. Che prevede un rigido controllo anche su libri e cd che possono arrivare ai detenuti. Da fuori, o dalla Street View di Google, tutte le carceri sembrano più o meno uguali, almeno a noi che abbiamo la fortuna di non conoscerle anche da dentro. Questa qui sopra è la Casa circondariale di Bancali, a Sassari. È una di quelle che ospitano (che verbo incongruo) i detenuti al 41 bis. In un articolo sul Venerdì di questa settimana Alessandra Ziniti fa il punto su questo regime carcerario introdotto nel 1986, quarant’anni fa, che prevede “detenzione in celle singole separate a massima sorveglianza, luci quasi sempre accese, niente spazi comuni, un’ora di colloquio al mese con i familiari senza alcuna possibilità di contatto fisico, una telefonata registrata di dieci minuti al mese” eccetera. Il 41 bis viene comminato a detenuti considerati di particolare pericolosità sociale: attualmente sono 742 in tutta Italia. In gran parte sono boss della criminalità organizzata, poi c’è qualche terrorista irriducibile e anche, proprio a Sassari, l’anarchico Alfredo Cospito. Sta scontando una condanna a 23 anni per l’attentato alla caserma di Fossano del 2006 che non fece vittime (la difesa sostiene che fosse solo a scopo dimostrativo). Due settimane fa il ministero della Giustizia ha rinnovato la sua assegnazione al 41 bis. Nell’articolo, Ziniti riporta le perplessità di un magistrato di lunghissimo corso come Alfonso Sabella, che teme che l’eccessivo uso del 41 bis possa essere condannato dalla Corte europea dei Diritti dell’Uomo. E certo, comunque la si pensi sul carcere duro, la dimensione afflittiva e quella riabilitativa della pena, certi divieti per i detenuti sembrano proprio difficili da capire. A Cospito, ha ricordato Luigi Manconi su Repubblica, è stato impedito di appendere alle pareti le foto dei suoi genitori defunti: e la direzione del carcere si oppone alla sua richiesta di poter ricevere - a proprie spese - quattro libri e un cd. I libri sono un saggio sulle origini del cristianesimo, uno sulla filosofia della fisica, due romanzi horror. Il cd è quello delle Lambrini Girls, duo punk inglese di cui ha parlato anche il Venerdì, con un titolo delicato che lascia intuire l’attitudine delle due ragazze: “Band femminile vallo a dire a tua sorella”. Sono soprattutto i testi delle Lambrini, parecchio transfemministi e antipatriarcali, a essere, secondo le autorità, poco adatti alle orecchie di Cospito. L’esigenza di ascoltarle nelle lunghe giornate di isolamento in carcere “non è riferibile a diritti fondamentali del detenuto”. Ultimo dettaglio: Cospito ha chiesto il permesso di acquistare i libri e il cd oltre un anno fa. È più carcere duro o più carcere grottesco? Responsabilità civile dei magistrati, Forza Italia riapre il fronte giustizia di Federico Capurso La Stampa, 16 maggio 2026 Riunione di maggioranza dopo le amministrative. Tra gli obiettivi anche la prescrizione. La fase due di Forza Italia, imposta da Marina Berlusconi, inizia a mostrare i primi segni di vitalità. Non c’è solo la battaglia sulla riforma dei taxi. Da alcuni giorni gli azzurri si muovono sottotraccia per ridare impulso alla legge sul fine vita. Allo stesso modo vogliono convincere gli alleati che la sconfitta al referendum non significa la morte di tutti i loro progetti in materia di giustizia: ci sono proposte ferme in Parlamento, che “devono essere approvate”, sostengono i vertici di Forza Italia. E altre vanno messe in cantiere, come una legge sulla responsabilità civile dei magistrati. I nuovi capigruppo di Forza Italia Enrico Costa e Stefania Craxi, tre settimane fa, avevano inviato una lettera ai loro omologhi di Fratelli d’Italia e Lega per ricordargli che la giustizia “costituisce un tratto identitario della nostra visione liberale dello Stato, e riteniamo che ciò configuri una responsabilità che investe l’intera maggioranza”. Ufficialmente non c’è mai stata una risposta, ma dietro le quinte si è continuato a lavorare a un vertice di maggioranza. Rinviato già un paio di volte per colpa dei tanti impegni elettorali, in vista del primo turno di amministrative del prossimo weekend di maggio, l’incontro si dovrebbe tenere l’ultima settimana di maggio. Al più tardi, visti i possibili ballottaggi, si arriverà alla prima metà di giugno. Al vertice Forza Italia offrirà a Lega e FdI le linee di principio sulle quali intende sviluppare una riforma della responsabilità civile dei magistrati. Allo stato attuale, “l’insindacabilità dell’interpretazione delle norme e della valutazione del fatto e delle prove da parte del giudice crea - agli occhi dei forzisti - una strettoia quasi impossibile da attraversare per i comuni cittadini che si vedono ingiustamente danneggiati da un magistrato”. Dal 2010 al 2025 sono state solo 15 le condanne per responsabilità civile: una l’anno. Un po’ poco per gli azzurri che tra le varie ipotesi pensano di introdurre il concetto di “colpa grave”, in alcuni limitati casi farebbe venire meno il problema dell’insindacabilità. Si vuole poi affrontare il tema della responsabilità diretta o indiretta del magistrato, e cioè se il cittadino può rifarsi direttamente sul giudice o se invece - come è oggi - sia lo Stato a risponderne. Sulla carta tutti i partiti di centrodestra vorrebbero introdurre una responsabilità civile diretta, ma dopo la sconfitta al referendum, dentro il partito di Giorgia Meloni, in pochi hanno voglia di aprire uno scontro con la magistratura. Detto questo, nelle file di Forza Italia c’è la coscienza che i tempi per approvare una misura del genere sono lunghi, ma sono anche convinti che se non si riuscirà a condurre in porto la legge, questa potrà comunque essere utilissima per la campagna elettorale delle Politiche 2027. Nel frattempo, Costa e Craxi sono decisi a chiarire con la coalizione le due priorità del partito per i prossimi mesi: la legge sulla prescrizione, sempre ferma in Senato, e la proposta per limitare l’accesso dei pm ai dati contenuti negli smartphone degli indagati. Il testo sulla prescrizione è stato rimesso all’ordine del giorno dei lavori della commissione Giustizia di Palazzo Madama, ma gli azzurri sospettano che al ministero guidato da Carlo Nordio ci sia il freno a mano tirato. Lo stesso dubbio, gli azzurri, ce l’hanno sulla proposta che riguarda gli smartphone. Anche lì era stato il ministero a bloccare tutto non facendo arrivare alla commissione Giustizia della Camera i suoi “pareri” sul testo, che sono imprescindibili per far camminare il progetto di legge. Forza Italia proverà ora a riaccelerare chiedendo di inserire la proposta nel calendario dell’Aula del Senato. Quello dei ministeri, che usano lo strumento dei “pareri” per rallentare un provvedimento, è uno stratagemma comune. Lo sa bene il senatore di FI Pierantonio Zanettin, che ha la sua proposta sul fine vita bloccata in commissione proprio perché i ministeri competenti (Salute e Giustizia) non avrebbero espresso i loro pareri sul provvedimento. In questi giorni, da Forza Italia sono quindi arrivate delle sollecitazioni, in via informale, per chiedere di sbloccare l’impasse. Il tempo è poco, poi arriverà in Aula la proposta del Pd sul fine vita, e FI preferirebbe votare il proprio testo, non quello delle opposizioni. Dentro FdI, dove sono contrari a qualunque intervento, anche su questo giocano la loro partita. “Ma rischiano grosso - li avvertono i forzisti - perché noi, come la Lega, lasceremo libertà di coscienza”. Ora il Csm dice basta: nuove regole per evitare la gogna mediatica di Simona Musco Il Dubbio, 16 maggio 2026 Le nuove linee guida sulla comunicazione dei magistrati puntano a tutelare non solo la presunzione d’innocenza ma anche la reputazione delle persone coinvolte nelle inchieste. Stretta su conferenze stampa, fughe di notizie e narrazioni colpevoliste. Il caso Garlasco ha mostrato plasticamente ciò che al Csm ormai considerano un problema strutturale: nell’ecosistema digitale l’indagine preliminare rischia di trasformarsi in una condanna reputazionale permanente. Perché ormai la cronaca giudiziaria non è più soltanto informazione: è un consumo continuo di accuse, anticipazioni e atti segreti offerti al pubblico in tempo reale. Anche a questo la Settima Commissione del Csm ha pensato quando si è trovata davanti al compito di scrivere nuove regole per la comunicazione istituzionale dei magistrati. Linee guida che arriveranno in plenum il 20 maggio e che puntano a un obiettivo che affianca e amplia la tutela della presunzione d’innocenza: la tutela della reputazione della persona, considerata la prima vittima potenziale di ogni esposizione mediatica legata a un’inchiesta. A sostenere con forza questa riforma all’interno del Consiglio è stato il gruppo di Unicost, composto da Marco Bisogni, Roberto D’Auria, Antonino Laganà e dal relatore (insieme alla laica Claudia Eccher) Michele Forziati. La comunicazione giudiziaria - esordisce la circolare - è una vera e propria modalità di presentazione dell’istituzione ai cittadini. Un’attività che incide in modo profondo e spesso duraturo sulla percezione pubblica dei fatti e delle persone coinvolte. La novità principale risiede nel superamento di una tutela incentrata esclusivamente sulla presunzione di non colpevolezza - principio costituzionale già rafforzato dalla legge Cartabia - per approdare a una protezione allargata della dignità individuale. Nell’attuale ecosistema digitale, infatti, una notizia diffusa durante le indagini preliminari produce effetti reputazionali molto più rapidi e persistenti rispetto a un accertamento processuale che arriverà solo dopo anni. Da questa premessa deriva la scelta di stabilire che la comunicazione istituzionale debba essere non solo rispettosa della presunzione di non colpevolezza, ma anche vera, necessaria, proporzionata, riparabile e aggiornata. L’obiettivo è evitare che la provvisorietà della fase investigativa provochi una compromissione irreversibile della persona. Il profilo più innovativo delle nuove linee guida risiede proprio nel concetto di “riparabilità” e aggiornamento: se la circolare del 2018 prevedeva già la correzione di informazioni errate, oggi si introduce il dovere di aggiornare la notizia in base agli sviluppi del procedimento. Qualora l’ipotesi investigativa iniziale venga meno o muti di segno, il magistrato deve renderlo pubblico in modo tempestivo, visibile e simmetrico rispetto all’informazione iniziale. Una scelta che risponde direttamente alla logica della protezione reputazionale: l’ipotesi accusatoria va corretta pubblicamente se non riscontrata. Anche il lessico è importante: indagato e imputato non vanno rappresentati come colpevoli prima dell’accertamento definitivo della responsabilità e ogni riferimento alla colpevolezza, tranne che nelle sentenze, deve rimanere confinato entro i limiti strettamente necessari a giustificare l’adozione del provvedimento stesso. Chissà, dunque, come verrebbero interpretati gli atti appena diffusi urbi et orbi sul caso Garlasco, dove la colpevolezza di Andrea Sempio viene data praticamente per scontata. La circolare rafforza inoltre il divieto di pubblicazione, anche per estratto, di atti coperti da segreto e richiama il rispetto del segreto investigativo. Tutta roba violata in maniera plateale nel caso Garlasco, a riprova dell’esigenza di nuove regole. Sì ai comunicati stampa, stretta alle conferenze stampa, che devono rappresentare “strumento eccezionale”, solo in casi particolari. Ciò per “rafforzare l’idea di una comunicazione impersonale, sobria, controllabile e non esposta a forme di enfasi o spettacolarizzazione”. Da qui la scelta di escludere il pm titolare del fascicolo dalla comunicazione pubblica. Le decisioni comunicative devono essere spersonalizzate e tracciabili. Insomma, la comunicazione giudiziaria diventa così un’attività istituzionale soggetta a regole, responsabilità e memoria organizzativa, consapevole che ogni atto continua a vivere a tempo indeterminato nello spazio digitale. Il documento riconosce la necessità di ovviare alle criticità emerse nei rapporti tra magistratura e mass media, a partire dal divieto di discriminazione tra giornalisti o testate. Viene esplicitamente vietata la costruzione di canali informativi privilegiati e la personalizzazione delle informazioni, così come l’espressione di opinioni personali o giudizi di valore su persone o eventi. Tra i doveri del magistrato figura il rispetto della vita privata e familiare, con particolare attenzione ai minorenni, ai testimoni, alle vittime e ai terzi estranei al processo, al fine di evitare forme di vessazione mediatica. Ma vanno anche rispettati il diritto di difesa, al giusto processo e il diritto dell’imputato di non apprendere dalla stampa quanto dovrebbe essergli comunicato formalmente. Come, ad esempio, l’esistenza dell’impronta 33, di cui Sempio ha appreso dal Tg1. Infine, le linee guida chiariscono che l’informazione non deve mai interferire con le investigazioni o con l’esercizio dell’azione penale. Un cortocircuito quanto mai pericoloso e attualissimo, a considerare sempre il caso relativo all’omicidio di Chiara Poggi. Va evitato, specialmente nei casi in cui l’indagine si fondi su ragionamenti indiziari, ogni tipo di narrazione idonea a determinare nel pubblico la convinzione della colpevolezza dei soggetti coinvolti. Il risultato è un quadro regolamentare che cerca di riportare l’equilibrio tra il diritto di cronaca e i diritti della persona, richiamando l’amministrazione della giustizia alla responsabilità verso gli effetti sociali del proprio operato. Con la speranza che la gogna mediatica, un giorno, diventi un lontano ricordo. Le norme garantiste umiliate in nome del circo mediatico di Giovanni Maria Jacobazzi Il Riformista, 16 maggio 2026 La fuga di notizie non è più una patologia del sistema giudiziario italiano ma la prassi. Ogni volta che un’inchiesta assume rilievo mediatico, il copione si ripete: atti coperti dal segreto finiscono sui giornali, informative investigative circolano integralmente online, intercettazioni e verbali diventano materiale da talk show e social network. Rimase celebre la fuga di atti relativa alla maxi inchiesta Consip della Procura di Napoli: un’intera informativa, completa di allegati, finì nelle redazioni dei principali quotidiani del Paese. Una fuga “di proporzioni mai viste”, disse Giovanni Legnini, allora vicepresidente del Csm. Poi arrivò il Palamaragate, con le conversazioni captate tramite trojan pubblicate sui giornali e trasformate in uno spettacolo mediatico. Ma quanto accaduto in questi giorni nel procedimento relativo ad Andrea Sempio sembra perfino superare quei precedenti. La divulgazione capillare, urbi et orbi, della nota informativa finale dei carabinieri di Milano - 310 pagine - costituisce un unicum nella storia giudiziaria italiana. Un minuto dopo la notifica dell’avviso di conclusione delle indagini a Sempio, il documento era già virale, rilanciato nelle chat, sui social e su diversi siti d’informazione. Con buona pace dell’articolo 114 del codice di procedura penale, che vieta la pubblicazione degli atti di un procedimento penale fino alla “conclusione dell’udienza preliminare”. La legge, come ricorda sempre il ministro Carlo Nordio, prevede che soltanto la difesa e l’interessato possano ottenere copia degli atti. Ma evidentemente il codice è diventato una fastidiosa formalità davanti alle esigenze del gossip giudiziario e dello share. E se la pubblicazione anticipata può danneggiare l’indagine, condizionare il dibattito pubblico o alterare il futuro processo? Poco importa. L’essenziale è arrivare primi, alimentare la viralità, trasformare l’indagine in intrattenimento. Ma nel caso della Procura di Pavia vi è un profilo ancora più grave. La pubblicazione, su Mediaset Infinity e su altri siti, dell’audio delle conversazioni tra Alberto Stasi e il suo difensore dell’epoca, il professor Angelo Giarda, pone infatti una questione enorme sotto il profilo delle garanzie costituzionali. Nel nostro ordinamento il rapporto tra imputato e difensore gode di una protezione rafforzata. Il codice vieta l’intercettazione delle comunicazioni difensive e sancisce l’inutilizzabilità dei relativi risultati. Il problema non cambia neppure se oggi quei contenuti vengono presentati come favorevoli alla posizione di Stasi. La questione non è il contenuto della conversazione, ma il fatto stesso che un colloquio tra imputato e difensore venga trasformato in materiale mediatico. Se un cittadino non può più avere la certezza che le proprie conversazioni con il proprio avvocato restino riservate, viene colpito il cuore stesso del diritto di difesa garantito dalla Costituzione. Per questo appare necessario comprendere chi abbia divulgato la nota dei carabinieri e chi abbia diffuso i colloqui difensivi, verificando responsabilità penali e disciplinari. Così come appare indispensabile la rimozione di quei contenuti dalle piattaforme che li hanno diffusi e l’intervento del Garante per la privacy. Perché quando la viralità diventa più forte delle regole, il processo smette di essere un luogo di giustizia e si trasforma in un circo. P.S. Gli autori delle fughe di notizie possono comunque dormire tra quattro guanciali: fino a oggi non risulta un caso in cui siano stati scoperti. Chissà come mai. Caiazza: “Le sanzioni per le intercettazioni sui media sono una burla” di Ginevra Leganza Il Foglio, 16 maggio 2026 “Se affermiamo il principio generale, per il quale le conversazioni tra avvocato e cliente non debbano essere trasmesse, giacché privatissime, la protesta è giusta. Dopodiché la domanda da porsi è come sia possibile che conversazioni tecnicamente inutilizzabili vengano fatte circolare a distanza di anni”. Intervistato dal Foglio, Gian Domenico Caiazza, avvocato penalista e già presidente dell’Unione camere penali, individua nella divulgazione dello scambio tra Alberto Stasi e il suo avvocato Andrea Giarda l’intersezione tra due piani. Così come il problema che, dice, “è essenzialmente mediatico”. “Quella divulgata da Mediaset non è un’intercettazione diretta dell’avvocato - spiega Caiazza - bensì un’intercettazione di Stasi, sospettato di essere l’assassino. È un’intercettazione per così dire indiretta, dove il problema dell’utilizzabilità si pone perché s’intercetta Stasi che parla con l’avvocato”. E la cui conversazione, privatissima, tale doveva rimanere per l’Unione delle camere penali. “Sì. E tuttavia la riflessione può essere ampliata. Se quest’intercettazione viene riesumata dagli attuali investigatori, se è una conversazione a favore dell’innocenza di Stasi, se il conversante - cui l’intercettazione giova - acconsente alla pubblicazione, è chiaro che l’astrazione di non pubblicabilità vacilla”. Vacilla perciò il principio? “No. Ma stiamo parlando di una categoria di intercettazioni non utilizzabili che nondimeno vengono fatte circolare ad anni di distanza. Com’è possibile? Le intercettazioni privatissime e vietate, al termine del processo, vanno distrutte. La legislazione prevede un registro a parte di conversazioni inutilizzabili. Il tema, a questo punto, è se vengano distrutte o meno”. Un tema che innesta quello sanzionatorio, forse. Parliamo, per questi illeciti, di sanzioni molto blande? “Ecco, più che altro parliamo di burle. Ma qui tocchiamo un altro punto. Ovvero il fatto che la pubblicazione di intercettazioni, così come di atti coperti da segreto investigativo, hanno sanzioni ridicole”. È anche per questo che esondano sugli schermi? “Il fatto che gli atti investigativi tracimino sui media esige di rimettere mano alle sanzioni. Le quali, come dicevo, sono una finzione. C’è un’ipocrisia sanzionatoria e un affievolimento del divieto nel momento stesso in cui, per esempio, il contenuto delle intercettazioni viene notificato all’indagato con l’ordinanza di custodia cautelare. E poi ci sono quelle sottili differenze tra pubblicazioni. L’integrale è vietata, per stralci è consentita”. Stralci che certamente favoriscono il lettore, lo spettatore, la diffusione. “Nonché la malintesa protezione del diritto di cronaca. Il quale non vale meno della difesa della reputazione di un indagato. Eppure le sanzioni sono ai limiti dell’inesistenza. E non si tratta di sanzioni necessariamente penali, ma anche professionali, economiche. Giusto per intenderci: nessuno chiude il giornale o la trasmissione per due giorni”. Ci libereremo di Garlasco e delle sue connesse assurdità? “No”. E della pletora di criminologi, dai salotti televisivi in su? “Siamo figli di una cultura inquisitoria dove il sospetto è prova. Io credo, a proposito di certe analisi criminologiche, che ci sia un diffuso analfabetismo costituzionale”. Era molto particolare, a tal proposito, l’analisi del colonnello dei Carabinieri Anna Bonifazi. Andrea Sempio profilato sulla base di soliloqui in macchina, di ghigni e inafferrabili sfumature emotive. Dopo Garlasco sarà difficile, per noi che parliamo da soli in macchina, poter continuare indisturbati. “Sì. Ma c’è un analfabetismo, dicevo, cui segue in generale l’enfatizzazione mediatica degli strumenti di prova. Vale per le intercettazioni telefoniche, il più insidioso dei materiali probatori e il più incerto, dove ogni frase cambia a seconda del tono e dove tutto si riduce ad atto notarile. E vale per la prova scientifica. Vede, tutto sta nell’ossessione di catturare il colpevole. E qui arriviamo al soliloquio”. Non sembra che i giornali - oltreché il piccolo schermo - siano meno ossessivi né meno estrosi di quelle analisi. “No. Quando sono andato io, il sangue c’era. Mi sembra di averlo letto sul più importante quotidiano italiano”. Confisca di prevenzione, così l’Italia rischia la paralisi di Stefano Giordano Il Riformista, 16 maggio 2026 Il Panel della Grande Camera della Corte europea dei Diritti dell’Uomo ha rigettato l’istanza di rinvio presentata dal governo italiano nel caso Isaia e altri c. Italia. La sentenza della Prima Sezione del 25 settembre 2025 è definitiva. L’Italia ha perso. E ha fatto bene a perdere. Le misure di prevenzione patrimoniale permettono allo Stato di sequestrare e confiscare beni sospettati di provenienza illecita anche in assenza di condanna penale. In linea di principio, uno strumento legittimo contro la criminalità organizzata. Nella pratica, uno strumento che negli anni si è trasformato in qualcosa di inquietante: una giustizia predittiva, fondata non su ciò che si è fatto ma su ciò che si potrebbe fare, su presunzioni di pericolosità che ricordano più il Minority Report di Philip K. Dick che i princìpi di un ordinamento liberale. Per dirla con Beccaria: una macchina capace di produrre più mali di quanti ne prevenga. La Cassazione aveva avviato un percorso correttivo - ma non lo ha mai completato. Ci ha pensato Strasburgo. La sentenza Isaia dice cose precise: la confisca di beni intestati a terzi non può fondarsi sul mero rapporto familiare; l’onere di provare la fittizietà dell’intestazione resta a carico delle autorità; non si può aggredire un patrimonio costruito decenni prima dei reati presupposti senza motivare il nesso causale. Princìpi elementari di civiltà giuridica. Quello che Isaia non dice - e che è sbagliato sostenere - è che il sistema vada smantellato. Chi legge in questa pronuncia il presupposto per invocare il crollo dell’intero edificio antimafia sbaglia due volte: sbaglia nel diritto, perché la Corte EDU ha sempre riconosciuto la legittimità della confisca di prevenzione purché rispetti standard adeguati; e sbaglia nel merito, perché la criminalità organizzata italiana non è più stragista come negli anni delle bombe, ma è presente, radicata, silenziosa nei gangli dell’economia. Chi grida all’abbattimento consegna alla magistratura l’alibi per non riformare nulla, e alla politica la scusa per non toccare niente - timorosa delle conseguenze sull’opinione pubblica. Il risultato è che gli abusi restano, e le vittime degli abusi restano senza giustizia. Su questo fronte resta aperto davanti alla Grande Camera il caso Cavallotti c. Italia, che pone proprio la questione se una persona assolta in via definitiva possa essere colpita da misure di prevenzione patrimoniale. La risposta che verrà da Strasburgo sarà importante per tutti, non solo per i diretti interessati. La sentenza Isaia è definitiva. Gli abusi vanno corretti. Il sistema, opportunamente modificato, rimane in piedi. Nell’ordine. Emilia Romagna. Donne penalizzate anche in carcere: “Le detenute non siano invisibili” di Noemi Di Leonardo bolognatoday.it, 16 maggio 2026 Per la prima volta una delegazione di consigliere regionali PD ha effettuato visite ispettive nelle sezioni femminili: “La marginalità numerica delle detenute non può trasformarsi in marginalità nei diritti”. Spazi e diritti che sembrano declinati esclusivamente al maschile, anche dietro le sbarre. È quanto emerge dalla prima visita ispettiva condotta da una delegazione di consigliere regionali del Partito Democratico, accompagnate dall’assessora Gessica Allegni e dalle Donne Democratiche, nelle sezioni femminili degli istituti penitenziari dell’Emilia-Romagna, nelle carceri di Bologna, Modena e Reggio Emilia, per verificare le condizioni di vita delle donne detenute. In regione le donne detenute sono 172, ovvero il 6% del totale nazionale. Una “minoranza” che, paradossalmente, diventa un limite per l’accesso ai diritti fondamentali: “Il sistema penitenziario continua a essere organizzato soprattutto sui bisogni della popolazione detenuta maschile, con conseguenze concrete sull’accesso alla sanità, alla formazione, al lavoro e ai percorsi di reinserimento sociale”, osservano Alice Parma, vicecapogruppo PD in Regione, e Marcella Zappaterra, portavoce delle Donne Democratiche. Formazione: un deserto per le donne - Il dato più preoccupante arriva dal Garante regionale Roberto Cavalieri: nel secondo semestre del 2025, nessuna donna detenuta in Emilia-Romagna ha partecipato a percorsi di formazione professionale conclusi. Se la Dozza di Bologna riesce a mantenere numeri sufficienti per attività strutturate, nelle altre province la scarsa presenza numerica impedisce l’attivazione dei corsi: “La marginalità numerica delle detenute non può trasformarsi in marginalità nei diritti - denunciano le consigliere -. Oggi le donne recluse hanno minori possibilità di accesso ai percorsi formativi e spesso condividono con le sezioni maschili anche spazi essenziali, come quelli dedicati ai colloqui con figli e familiari”. Al centro della critica politica finiscono anche i provvedimenti del governo. Le esponenti dem hanno puntato il dito contro le modifiche che hanno reso non obbligatorio il rinvio della pena per le donne incinte o madri di neonati, una scelta definita lesiva del rapporto tra genitrice e figlio. L’obiettivo delle Donne Democratiche è ora portare in Assemblea legislativa e in Parlamento un pacchetto richieste dedicate alla piena parità nei percorsi culturali e lavorativi, all’accesso specialistico ai servizi sanitari e all’autonomia abitativa post-detenzione: “Una società più giusta si misura anche dalla capacità di garantire dignità, diritti e opportunità a chi vive una condizione di fragilità. Le donne detenute non possono continuare a essere invisibili”, concludono Zappaterra e Parma. Firenze. Detenuto psichiatrico rilasciato e abbandonato, la denuncia dell’associazione Pantagruel novaradio.info, 16 maggio 2026 “Chi deve organizzare il delicato passaggio dell’uscita dal carcere soprattutto in casi di malattia psichiatrica? Quale percorso di reinserimento sociale è stato pensato per queste persone? Non è possibile continuare a gestire l’ordinario come se fosse sempre un’emergenza”. Se lo domanda l’associazione Pantagruel, rendendo noto quel che è accaduto nelle scorse ore a Omar, nome di fantasia di un ragazzo di 26 anni con patologie psichiatriche certificate, arrestato per un tentativo di rapina e fino a pochi giorni fa, inviato prima al carcere della Dogaia dove è stato vittima di abusi sessuali, e poi trasferito nel reparto clinico carcere di Sollicciano. Martedì scorso il magistrato di sorveglianza, constatate le gravi condizioni psichiche di Omar, ha decretato la revoca della misura di custodia cautelare in carcere e il collocamento in una struttura sanitaria adeguata in libertà vigilata. L’uomo è stato dimesso con una copertura farmacologica limitata e solo l’indicazione di presentarsi in modo autonomo al presidio sanitario di Prato, senza nessuna presa in carico di tipo né sanitaria né sociale, e nemmeno una soluzione concreta per la notte e senza un accompagnamento strutturato, nonostante le sue condizioni di fragilità, la marginalità sociale e le difficoltà linguistiche. “Ovviamente il ragazzo non era in grado di andare a Prato, perché non è in grado” racconta Stefano Cecconi di Pantagruel a Novaradio: “Per fortuna, il carcere ci ha contattato, “Fatima Ben Hijji, la nostra presidente, si è attivata immediatamente insieme ad alcuni volontari già presenti a Sollicciano. Dopo ore di telefonate, rifiuti e scaricabarile, è stata trovata una soluzione provvisoria per una notte in un istituto religioso. E anche ieri - ricorda Cecconi - sono stati i volontari di Pantagruel ad accompagnare il ragazzo al presidio sanitario. “Resta la domanda di fondo: chi si prende davvero cura di persone come Omar una volta uscite dal carcere?” chiede Cecconi: “I volontari lavorano ogni giorno per garantire dignità e diritti ai detenuti, qualunque sia la loro storia - dice ancora Cecconi - ma non possono sostituirsi alle istituzioni. Servono percorsi, strutture organizzative e una presa in carico reale, soprattutto nei casi di disagio psichiatrico. Non si può scaricare tutto sulla buona volontà delle associazioni”. “Ci deve essere un protocollo d’intesa - osserva - forse fra il Tribunale, il carcere, le strutture sanitarie del territorio che organizzano questo ponte di questi in questi casi, perché poi il carcere e queste storie che io chiamo minime, sono lo specchio della nostra società”. Se l’associazione non avesse preso cura di Omar, dice ancora, “forse avrebbe vissuto per la strada, forse avrebbe compiuto un altro reato e quindi sarebbe stato nuovamente arrestato, sperando che quello che forse poteva commettere non avesse creato problemi alla sicurezza dei cittadini. Quindi la famosa sicurezza, secondo me, si riesce a generare attraverso processi organizzativi compiuti”. Rimane anche la domanda su come sia possibile che in questi casi la sanità dentro e quella fuori dal carcere non comunichino: “Probabilmente non si parlano che forse non c’è un protocollo, forse perché in fondo Omar è un problema e da un punto di vista economico può essere un costo per la sanità pubblica. Queste cose che sono molto molto importanti perché impattano sulla salute pubblica andrebbero forse correttamente protocollate e organizzate, sennò tutte le volte gestiamo un’emergenza”. Padova. Paolo Bellini, detenuto ergastolano, chiede il suicidio assistito di Michela Nicolussi Moro Corriere del Veneto, 16 maggio 2026 L’ex militante di Avanguardia Nazionale dal carcere Due Palazzi: “Chiedo che la direzione sanitaria provveda rispettando le leggi in materia di silenzio-assenso”. Nel dibattito sulla necessità di arrivare anche in Italia a una legge sul fine vita (l’unica proposta firmata Forza Italia e Fratelli d’Italia dovrebbe approdare in Senato il 3 giugno) si inserisce la prima richiesta di suicidio medicalmente assistito avanzata da un detenuto. Si tratta di Paolo Bellini, condannato in via definitiva all’ergastolo perché ritenuto l’esecutore materiale della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, in cui morirono 85 persone e altre 200 rimasero ferite a causa di una bomba. La lettera al giornale - L’ex militante di Avanguardia Nazionale scrive dal carcere Due Palazzi di Padova di voler ottenere “l’eutanasia farmacologica”, cioè il suicidio medicalmente assistito (in Italia l’eutanasia è vietata). E lo fa con una lettera inviata alla Gazzetta di Reggio, nella quale sostiene anche che contro di lui ci sarebbe un “complotto politico, mediatico e giudiziario”. “Chiedo che la direzione sanitaria di Padova provveda in tal senso, rispettando le leggi vigenti in materia di silenzio-assenso, dalle quali non vi potete sottrarre”, scrive Bellini in dieci fogli vergati in stampatello maiuscolo e contenenti alcuni pensieri un po’ confusi al direttore del quotidiano reggiano, Davide Berti. Il quale dal canto suo commenta: “La pubblichiamo perché è una notizia, ma ricordiamo che la giustizia italiana ha riconosciuto Bellini come uno dei responsabili del più efferato attentato della storia della Repubblica”. I destinatari - Suscita comunque un certo clamore che un detenuto chieda il suicidio assistito proprio in un periodo in cui le associazioni all’opera negli istituti di pena denuncino a gran voce l’escalation di tragedie dietro le sbarre: 76 reclusi in Italia si sono tolti la vita nel 2025, sei dei quali in Veneto, pure al Due Palazzi. Bellini dice di aver avanzato la richiesta ai tempi della sua detenzione in Sardegna, esattamente il “20-8-2025”, ma aggiunge che i destinatari sono anche il dirigente sanitario della Casa di reclusione di Padova, la Procura di Bologna, la Procura di Cagliari, la Procura di Padova, la Commissione Parlamentare Mafia e Stragi. La legge in Sardegna - L’Usl Euganea però assicura di non averla mai ricevuta e in effetti l’avvocato Antonio Capitella di Roma, che difese il terrorista nel processo d’appello, precisa: “La richiesta di suicidio medicalmente assistito fu rivolta alla sanità sarda quando Bellini era detenuto a Cagliari, perché la Regione Sardegna si è dotata di una legge sul fine vita. Cosa che non ha fatto il Veneto, quindi dopo il suo trasferimento a Padova dissi subito al mio assistito che non si poteva reiterare in loco. E in ogni caso non sussistono le condizioni imposte dalla Corte Costituzionale per ottenere il suicidio assistito, consentito a malati terminali tenuti in vita da macchinari, afflitti da sofferenze psicologiche e fisiche insopportabili e pienamente capaci di intendere e volere - aggiunge il legale -. Lui ha problemi al cuore ma non è attaccato a una macchina e non è un malato terminale. Capisco che a un ergastolano di 73 anni la vita appaia comunque finita, ma bisogna rispettare la legge”. Napoli. A Poggioreale presentata Guida dei diritti e doveri dei detenuti di Samuele Ciambriello* agenzianova.com, 16 maggio 2026 Aiutare i detenuti a comprendere quali siano i loro diritti e a chi rivolgersi nel caso in cui questi non vengano rispettati: è l’obiettivo della “Guida ai diritti e ai doveri dei detenuti”, presentata questa mattina nella casa circondariale di Poggioreale di Napoli. Il volume, tradotto in tre lingue, è arrivato alla terza edizione ed è stato stampato nel carcere di Sant’Angelo dei Lombardi. A realizzare il testo è stata la Commissione studi sull’esecuzione della pena del Carcere Possibile Onlus, presieduta dall’avvocato Mara Esposito Gonella, con il contributo tecnico del magistrato di Sorveglianza di Napoli Maria Picardi. “La detenzione comprime alcuni diritti e questa guida consente al detenuto di conoscere quelli che conserva all’interno del carcere - ha spiegato il provveditore dell’amministrazione penitenziaria campana, Carlo Berdini. Come amministrazione abbiamo sempre favorito la diffusione di questo materiale”. Sulla stessa linea l’intervento di Samuele Ciambriello, Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della liberta’ personale della Regione Campania: “Questa guida da’ una mano a coloro che sono reclusi ma non esclusi. È un lavoro utile per creare una rete che faccia sentire meno sole le persone. Anche attraverso iniziative come questa chi sbaglia viene aiutato a cambiare e non soltanto a pagare”. Proprio con l’obiettivo di rendere concreta la funzione rieducativa della pena, la direttrice del carcere di Poggioreale, Giulia Russo, ha avviato una serie di iniziative volte a “migliorare la gestione della quotidianita’ dei detenuti”, a partire dal restyling delle stanze detentive. In questo percorso si inserisce anche la prossima apertura di una “stanza dell’affettività”. “I locali destinati a ospitarla sono gia’ stati individuati e sono iniziati i lavori di ristrutturazione - ha spiegato Russo. Il diritto all’affettivita’ non riguarda soltanto il rapporto con il proprio compagno o la propria compagna, ma richiama piu’ in generale la tutela dei legami familiari e quindi anche la possibilita’ di dedicare momenti a moglie, figli e affetti piu’ stretti”. Il pregio della pubblicazione, ha spiegato l’avvocato Sabina Coppola del Carcere Possibile Onlus, tra i redattori del testo, è quello di “spiegare in pillole, nella maniera più semplice possibile, quali sono i diritti dei detenuti”. Un lavoro di sintesi e semplificazione reso particolarmente complesso dalle numerose modifiche intervenute nell’ordinamento penitenziario. “L’innovazione normativa più importante - ha sottolineato l’avvocato Elena Cimmino, anche lei tra i redattori della guida - riguarda l’articolo 4-bis dell’ordinamento penitenziario, con il superamento della preclusione assoluta per i condannati per reati ostativi di chiedere un permesso premio”. Nel corso della presentazione, Mara Esposito Gonella ha ribadito il senso dell’iniziativa: “Con questa guida vogliamo far capire che la pena non deve essere soltanto sofferenza, ma anche rieducazione”. All’incontro è intervenuta anche l’assessore regionale Fiorella Zabatta, che ha portato il saluto e il sostegno del presidente della Regione Campania Roberto Fico: “Se i detenuti cominciano a capire che esistono doveri ma anche diritti, si inizia a tracciare la strada del reinserimento nella società, che è fatta per tutti di diritti e doveri. È così che si realizza davvero un cambio di paradigma e di pensiero”. È intervenuto, infine, l’avvocato Gabriele Esposito del Consiglio dell’Ordine degli avvocati. La presentazione della guida si è conclusa con le domande rivolte da una delegazione di detenuti ai relatori: ne è scaturito un confronto aperto sui temi più delicati della vita quotidiana in carcere. *Garante campano dei detenuti Genova. Carcere di Marassi, Teatro dell’Arca, “Un sogno che si avvera ogni giorno” di Joy Bongiovanni gnewsonline.it, 16 maggio 2026 Un’utopia che diventa realtà. Siamo all’interno della casa circondariale di Genova Marassi e loro sono Mirella Cannata e Carlo Imparato, presidente e vicepresidente dell’associazione culturale Teatro necessario. Compagni di vita e pionieri dell’unico teatro in Europa costruito all’interno di un istituto di pena ma aperto alla comunità cittadina. Lei, critica teatrale, insegnante di Storia dell’arte presso la scuola di Grafica pubblicitaria, attiva all’interno del carcere. Lui, da sempre impegnato in attività di volontariato, soprattutto in campo educativo, insegnante presso un istituto tecnico professionale genovese. Il loro sogno? La realizzazione di una struttura in legno di 360 mq, in grado di ospitare gli spettacoli della loro compagnia teatrale, per donare uno spazio alle persone ristrette e alla città di Genova. Una costruzione che prende vita, in soli tre anni, nel cortile del carcere. Due porte che collegano due mondi: da una parte l’ingresso su strada per i cittadini, dall’altra la porticina che collega il cortile alle sezioni dei detenuti. Lo chiamano “il ponte a metà strada”. Fieri, e ancora oggi increduli di ciò che hanno realizzato, raccontano ai microfoni di gNews i vent’anni di attività della compagnia teatrale Scatenati e del Teatro dell’Arca Sandro Baldacci, in onore all’anima del progetto, regista, attore e insegnante di teatro, scomparso nel 2023. Mirella, come nasce l’idea di costruire il Teatro dell’Arca? Con il direttore artistico di Teatro Necessario, Sandro Baldacci, un visionario in tema di recitazione a scopo sociale e terapeutico, abbiamo iniziato quest’avventura il 5 maggio 2006. Al Teatro Modena di Genova, siamo andati in scena con il primo spettacolo che si intitolava Scatenati, da qui il nome della nostra compagnia teatrale. Per dieci anni ci siamo adattati alla conformazione strutturale dell’edificio che, essendo stato costruito nell’Ottocento, non era certamente pensato per attività trattamentali o sociali. Svolgevamo le prove degli spettacoli all’interno della Cappella. Finché, nel 2013, è accaduta la magia: il direttore Salvatore Mazzeo ci disse che, se avessimo trovato i fondi, avremmo potuto usufruire del cortile dell’istituto che, a quel tempo, era adibito a discarica. Noi però volevamo fare di più. Volevamo costruire un teatro di città interno al carcere, in modo che il pubblico potesse venire a vedere spettacoli, concerti, film, presentazioni di libri e mostre. Dopo tre anni di lavoro, il 5 maggio 2016, abbiamo inaugurato il nostro teatro. Il direttore Mazzeo consigliò di intitolarlo Teatro dell’Arca perché, diceva: “Chi ci entra si salva”. Carlo, qual è stata la reazione della comunità di Genova? Il progetto è stato possibile grazie a un’equipe di professionisti che ha lavorato gratuitamente con forte dedizione. La stessa pianta della struttura del Teatro dell’Arca è stata donata da un gruppo di architetti. La comunità cittadina ha risposto in modo importante, sia dal punto di vista economico, perché il 50% del budget è stato donato da due fondazioni bancarie, la compagnia di San Paolo e la Fondazione Carige di Genova, sia per la partecipazione ai nostri eventi di autofinanziamento, che sono andati meglio di ogni previsione. A proposito della città di Genova, custodisco nel cuore un aneddoto che racchiude un po’ la trasformazione mentale che è avvenuta in città con questo teatro. L’inverno scorso, in una giornata di pioggia, un signore si presenta in biglietteria e compra due biglietti, subito dopo mi chiede indicazioni per uscire dall’istituto. Io, stupito, chiedo perché doveva uscire se aveva appena comprato dei biglietti e lui, più stupito di me, mi risponde che aveva lasciato la moglie malata a casa e, con quel tempaccio, non poteva assistere allo spettacolo ma voleva solo sostenerci. Mirella, ricorda le prime impressioni delle persone detenute durante la realizzazione del teatro? E come vivono attualmente questo progetto? Quando alle persone detenute si danno delle occasioni per dimostrare che possono essere altro da quello per cui sono dentro, tirano fuori veramente il meglio. Abbiamo dato il via ai lavori in un clima di forte entusiasmo perché i ristretti vedevano concretizzarsi un’idea di cui si discuteva già da tempo. Tramite un bando europeo, che ci ha permesso di avviare corsi di formazione in falegnameria e in scenotecnica, abbiamo coinvolto 20 detenuti per la costruzione della struttura. Tutto ciò è stato realizzato grazie alla collaborazione di tutto il personale della casa circondariale. Un grazie anche alle varie realtà territoriali che si sono impegnate insieme a noi. In particolare, l’associazione Fuoriscena che si occupa di servizi tecnici per lo spettacolo e che ha formato le persone ristrette, permettendo la realizzazione del palcoscenico, della gradinata in legno, della graticcia. Tanti avevano già delle competenze, specie nel campo dell’edilizia, altri hanno scoperto in questa occasione di averle. Il teatro in carcere è riconosciuto come un potente strumento di riabilitazione. Emerge dai dati la capacità di ridurre il tasso di recidiva dal 68% al 7%. Avete testimonianze in tal senso? Sì - rispondono Mirella e Carlo con una voce sola -, abbiamo diversi casi. Ieri sera, durante il nostro spettacolo Voci di Antigone, messo in scena al Teatro Nazionale di Genova, sono venuti a trovarci alcuni ex detenuti che hanno lavorato con noi. In particolare, Lino, che è stato con noi per quindici anni. Ogni giorno, dal 2013, usciva dalla cella, prendeva le chiavi e si recava in teatro: accoglieva le compagnie ospiti e si occupava delle questioni tecniche. Lino, che ha 71 anni, è stato salvato dal teatro, non aveva mai visto uno spettacolo e quando ha avuto la possibilità di chiedere la misura alternativa al carcere ha preferito rimanere al Marassi per collaborare con noi. Finalmente adesso è in affidamento in una struttura di Genova e siamo riusciti a inserirlo nel team del Teatro nazionale. Ieri sera quando siamo arrivati con gli attori detenuti, Lino era già lì che lavorava e ci ha accolti come un professionista. Carlo, non solo attori, dunque. Il vostro progetto permette una formazione anche sui mestieri dello spettacolo? Sì, il Teatro dell’Arca è anche un luogo di formazione sui mestieri dello spettacolo: elettricisti, scenotecnici, tecnici di luci. Luca, un nostro ex detenuto, ha lavorato con noi per tanti anni ed è un pilastro del nostro progetto. È entrato nel nostro team per caso, adesso è un tecnico delle luci molto bravo. Segue eventi di portata nazionale, come Sanremo e cantanti di un certo calibro come i Negramaro e Vasco Rossi. Viene sempre con noi nelle scuole a parlare ai ragazzi di cosa è realmente il carcere. È una grande risorsa per il nostro progetto e per i corsi di educazione alla legalità dei ragazzi, che lo ascoltano sempre in religioso silenzio. Mirella, l’idea iniziale, a distanza di tutti questi anni, può dirsi realizzata? Quando facciamo spettacoli serali siamo abituati ad avere quasi sempre sold out con ovazioni finali. Alla prima dello spettacolo con cui stiamo debuttando in questi giorni, le Voci di Antigone, sono venute mille persone e abbiamo date fissate per tutto il mese. Questo spettacolo per noi è molto importante, perché per la prima volta un giudice ha scelto di recitare insieme ai nostri ragazzi. Io e Carlo quotidianamente ci chiediamo come abbiamo fatto a mettere in piedi tutto questo. Siamo felici, soprattutto, per le persone detenute che ricevono una grande occasione di riscatto e lo dimostrano durante ogni spettacolo, davanti a familiari e pubblico. Oggi, in quasi tutte le carceri si fa teatro, anche grazie ai finanziamenti del progetto “Per Aspera ad Astra: come riconfigurare il carcere attraverso la cultura e la bellezza”, ma nella maggior parte dei casi si tratta di spazi ricavati già esistenti. La nostra particolarità è stata partire dal nulla. Quando vengono le altre compagnie teatrali rimangono stupite perché non si aspettano di trovare un vero teatro all’interno del carcere Marassi. Per noi è un sogno che è diventato realtà e continua ad essere un sogno che ogni giorno si avvera. Modena. Parrocchia di S. Rita, solidarietà a tavola: “Così è nata la cucina per reinserire i detenuti” di Jacopo Gozzi Il Resto del Carlino, 16 maggio 2026 Nella parrocchia è stato aperto un nuovo spazio contro l’emarginazione e la fragilità “Qui si possono trovare prodotti cucinati in carcere, avviati percorsi di recupero sociale”. Nella parrocchia di Santa Rita la tavola si trasforma in uno spazio di condivisione per promuovere il reinserimento sociale delle persone detenute e di coloro che vivono in situazioni di restrizione della libertà. Nasce con questa idea lo spazio cucina di Santa Rita, che è stato inaugurato giovedì nell’ambito del progetto ‘Fuori dalle Mura’, realizzato dal Servizio Caritas con il sostegno della Fondazione di Modena e la collaborazione della parrocchia ospitante. La direttrice del Servizio Caritas, suor Maria Bottura, ha sottolineato come questa iniziativa si inserisca nel percorso che la Chiesa di Modena porta avanti da anni all’interno della Casa circondariale Sant’Anna, ricordando anche le future attività che troveranno spazio nella struttura. “Questo spazio - ha spiegato la direttrice - potrà diventare un luogo di incontro, relazioni e progetti. Qui si potranno assaggiare i prodotti realizzati in carcere e avviare attività dedicate a persone impegnate in percorsi di reinserimento e di uscita da situazioni di fragilità. Sarà anche uno spazio di incontro e confronto sul significato dell’accompagnamento delle persone più fragili. Perché lavorare accanto a chi vive in una condizione di difficoltà non può ridursi all’assistenzialismo, ma deve tradursi in un cammino di crescita e valorizzazione”. Per il vicario generale dell’arcidiocesi di Modena-Nonantola, Giuliano Gazzetti, luoghi di aggregazione come la neonata cucina di Santa Rita, sono un segno importante per la società. “L’attenzione all’altro - ha detto Gazzetti - è una sfida decisiva. Oggi parliamo di una forma di accoglienza che si realizza intorno a un tavolo e rappresenta un segno fondamentale per un territorio che ha bisogno di incontrarsi, guardarsi in faccia, vedere volti e instaurare quelle relazioni positive che sono rese possibili soltanto attraverso momenti di condivisione. Questo obiettivo fa parte della missione della diocesi e della Chiesa. La via dell’amicizia, di cui c’è tanto bisogno nelle nostre comunità e nella società, è una risorsa per tutti”. Un progetto che si inserisce nel solco di iniziative più ampie dedicate al riconoscimento della dignità delle persone detenute, sostenute dalla Fondazione di Modena. “Questo percorso - ha sottolineato Silvia Menabue, del consiglio di amministrazione di Fondazione di Modena - si inserisce in una più ampia collaborazione all’interno del tavolo di coordinamento delle associazioni di volontariato che operano in carcere e della Caritas diocesana. Riteniamo che una comunità si misuri anche dall’inclusione sociale e dall’attenzione alle fasce di fragilità e marginalità”. Presente al taglio del nastro anche la vicesindaca di Modena, Francesca Maletti, che ha ricordato come tale progetto rappresenti un supporto decisivo per le iniziative proposte dall’amministrazione. “Le istituzioni - ha spiegato la vicesindaca Maletti - devono fare il loro dovere, ma da sole non bastano. Per questo è fondamentale disporre di spazi e progetti capaci di favorire incontro, socialità e condivisione”. Milano. Traccia di libertà: ecco la casetta per i bambini dei detenuti di Bollate milanotoday.it, 16 maggio 2026 La struttura, progettata dagli studenti di architettura del Politecnico, servirà come spazio di incontro tra i reclusi e i loro figli. Una casetta in legno tutta rossa, come quelle delle fiabe, nel bel mezzo di un giardino. Sarà questo l’aspetto di Traccia di Libertà, lo spazio destinato ad accogliere gli incontri dei detenuti del carcere di Bollate con i loro familiari - e in particolare con i figli piccoli. Il progetto, nato nell’ambito del laboratorio di progettazione architettonica del Politecnico di Milano, ha visto coinvolti diversi studenti della facoltà di architettura dell’ateneo, ma anche professori, polizia penitenziaria, operatori e gli stessi detenuti. Ma a rendere realizzabile l’idea partorita dalla mente dei giovani universitari è stata l’associazione onlus Civicum, che ha deciso di finanziare il progetto donando 15mila euro. Una volta ultimata Traccia di Libertà - il cui progetto è coordinato dal docente Andrea Di Franco insieme ai colleghi Chiara Merlini, Michele Moreno e Lorenzo Consalez - costituirà un luogo idealmente separato dal carcere - pur sorgendo al suo interno - dove le persone recluse potranno iniziare o continuare un processo di responsabilizzazione e risocializzazione, e dove i loro figli avranno la possibilità di incontrarli in un’atmosfera familiare e intima. La casetta rossa è già stata collocata nella zona all’aperto dell’area colloqui della casa circondariale di Bollate. In autunno al suo interno verrà posizionato un albero, la cui chioma spunterà poi dal tetto rendendo lo spazio ancora più ludico e a misura di bambino. Monza. Quando teatro fa rima con riscatto. Il trionfo dei detenuti di Monza di Alessandro Salemi Il Giorno, 16 maggio 2026 Hanno vinto i Geniattori. O meglio, la compagnia di detenuti della casa circondariale di Monza guidata dalla direzione artistica dei Geniattori, con lo spettacolo Momentum. E così è accaduto che Monza ha premiato Monza, al termine di una rassegna teatrale gestita proprio dai Geniattori e da Le Crisalidi (sotto la guida di Mauro Sironi e Serena Andreani), le due realtà che si occupano di fare teatro alla casa circondariale monzese. Si è celebrata al Teatro Binario 7 la serata conclusiva di “Secondo Atto-Festival di Teatro Carcere e Comunità”, il primo festival cittadino interamente dedicato alle esperienze teatrali nate negli istituti penitenziari. Il progetto - costruito dal Comune e dalla casa circondariale - ha coinvolto compagnie provenienti da altri istituti penitenziari lombardi, dando vita a una rassegna di cinque appuntamenti dentro e fuori le mura. Si sono fronteggiati quattro spettacoli di altrettante diverse compagnie: “Errare Humanum Est” dell’associazione Puntozero dell’Istituto penale minorile Beccaria, “Ancora Fermi” de Le Crisalidi, “Il Pinocchio” degli Arci Corpi Bollati (del penitenziario di Bollate) e Momentum dei Geniattori. La serata conclusiva è stata animata dal concerto pop-rock della Freedom Sounds, band del carcere di Bollate che unisce detenuti e agenti della polizia penitenziaria in un mix di bravura. Poi le premiazioni: per migliori attori, esibizione canora, testo, regia (Serena Andreani) e spettacolo. La giura era composta dall’attrice Rossana Carretto, dall’avvocato penalista Antonella Calcaterra, dall’ex detenuto Michele Di Dedda, dal giornalista Enrico Rotondi e dal garante dei detenuti della casa circondariale di Monza, Roberto Rampi, che durante la serata non ha nascosto dell’amarezza per la mancata possibilità per i detenuti di essere presenti alla premiazione. Momentum ha colpito la giuria per la profondità. È uno spettacolo che indaga l’importanza del momento cruciale. La trama, in un intreccio di storie personali, si sviluppa ponendo una domanda fondamentale: cosa succederebbe se decidessimo di cogliere quell’attimo, o se invece lo lasciassimo scivolare via? Il carcere è un’architettura di controllo in cui i corpi dei detenuti spariscono di Giulia Ribaudo Il Domani, 16 maggio 2026 Il film “Nella colonia penale” mostra la vita in carcere ma rifiutando la logica di trasformarlo in spettacolo permanente, scegliendo di non mostrare quasi mai i volti dei detenuti, costringendo a vedere gli edifici come strutture impersonali che superano gli individui. “Nella colonia penale” è un film che sceglie di mostrare la vita in carcere senza mostrarci le persone che vi sono ristrette. Non ci sono quasi mai volti, confessioni, primi piani consumati dalla pena. I registi rinunciano consapevolmente a quell’estetica della reclusione che il cinema e la televisione hanno trasformato in abitudine visiva. Al posto dei corpi restano gli spazi, i rumori metallici, il lavoro ripetuto, gli animali, il paesaggio dell’Asinara battuto dal vento. Restano cancelli, muri, telecamere, attese. Restano soprattutto le architetture del controllo. Durante la presentazione del documentario della proiezione al cinema Edera a Treviso, uno dei registi presenti in sala, Alberto Diana, ha spiegato di non aver voluto mostrare le persone detenute “perché, anche ammesso che abbiano commesso qualcosa di grave, quella cosa non è abbastanza grave da dare a qualcuno il diritto di esporle”. È una posizione etica importante, soprattutto dentro una cultura visuale che ha trasformato il carcere in spettacolo permanente: il dolore come intrattenimento, la marginalità come consumo estetico, la reclusione come curiosità voyeuristica. Nella colonia penale interrompe questa dinamica; non concede allo spettatore la comodità di identificare “il detenuto”. Ci costringe invece a confrontarci con qualcosa di molto più inquietante: il carcere come dispositivo impersonale, come struttura che sopravvive agli individui e continua a produrre disciplina anche in assenza dei corpi. Il riferimento del titolo a Kafka e al suo Nella colonia penale non è un banale omaggio letterario. Nel racconto, la macchina della pena incide la condanna direttamente sul corpo del condannato, fino a far coincidere punizione e scrittura. La giustizia smette di essere relazione, comprensione, trasformazione e diventa automatismo, procedura, rituale di potere che continua a funzionare perché qualcuno continua a credere nella sua necessità. Anche nel documentario il carcere appare così: una struttura che si autoalimenta, che sopravvive a chi la attraversa e che finisce per produrre una forma di normalità della reclusione. Ed è proprio nella scelta del singolare che emerge tutta la sensibilità politica dell’opera. Nel film vediamo tre colonie penali - Isili, Mamone, Is Arenas - eppure il titolo resta ostinatamente al singolare. Come a suggerire che il dispositivo di sorveglianza e repressione rimanga immutato nel suo ripetersi da colonia a colonia. Cambiano gli edifici, le guardie, i detenuti, i paesaggi, ma il sistema di controllo continua a riprodurre la stessa logica. Il mare continua a separare, a rallentare, a rendere difficile raggiungere chi sta dentro e chi sta fuori. La distanza geografica diventa parte integrante della pena. Tornano allora alla mente le parole di Iosonouncane: “rive lontane dagli occhi, rive lontane”. Una frase che sembra contenere perfettamente la condizione di questi istituti, luoghi separati non solo fisicamente ma anche simbolicamente, dove il carcere continua a coincidere con la distanza dal resto del mondo. È questa continuità che il film mostra senza bisogno di dichiararla apertamente. È impressionante, infatti, come il documentario riesca a raccontare tutto questo senza quasi mai esplicitarlo. Guardando il film si sente il carcere soprattutto attraverso il tempo. La lentezza del film è molto diversa da quella contemplativa o estetizzante: è una lentezza che pesa addosso allo spettatore e lo costringe a sostare nelle immagini oltre il necessario, fino quasi a produrre disagio. Le scene si allungano, i silenzi diventano materia, le azioni sembrano ripetersi senza trasformazione. È una sensazione costruita con grande precisione anche attraverso il montaggio di Emanuele Malloci, Gaetano Crivaro e Felice d’Agostino, che rifiuta qualsiasi accelerazione narrativa e lascia che le immagini insistano fino quasi a diventare estenuanti. Anche il suono lavora nella stessa direzione: il metal detector, il timbro delle agenti, il movimento meccanico della telecamera di sorveglianza producono una partitura ossessiva che scandisce il tempo della detenzione. Allo stesso modo, la fotografia di Federica Ortu evita ogni estetizzazione romantica del paesaggio dell’Asinara: i campi lunghi, gli spazi vuoti, le inquadrature immobili trasformano l’isola in una presenza ambigua, sospesa tra natura e dispositivo penitenziario. A poco a poco si comprende che quella durata non è una scelta stilistica, ma il modo più preciso per restituire la temporalità della detenzione. Fuori dalle mura il tempo contemporaneo è accelerazione continua, scandito da produzione, reperibilità, aggiornamento incessante, frenesia. Dentro il carcere accade qualcosa di opposto ma altrettanto violento, ovvero il tempo si immobilizza. Non perché sia vuoto, ma perché è saturo di ripetizione. Ogni giornata assomiglia alla precedente, ogni gesto viene regolato, ogni movimento autorizzato. Sembra che il carcere controlli soltanto i corpi, ma in realtà controlla molto di più: controlla il ritmo stesso dell’esistenza. E in questa gestione totale del tempo emerge una delle dimensioni più profonde della pena contemporanea. La reclusione non consiste soltanto nella privazione della libertà di movimento, ma nella sottrazione progressiva della possibilità di immaginarsi altrove, diversi, futuri. Per questo una delle scene più forti del film è quella del detenuto che esce dopo nove anni. La camera resta fissa sul cancello dove i suoi compagni dal cancello continuano a salutarlo, ma lui non se ne va davvero. La scena diventa ripetitiva, quasi sospesa. Si sente soltanto la sua voce che indugia, fa domande, ripete saluti, sembra incapace di lasciare quel posto e quelle persone definitivamente, come se il carcere avesse modificato talmente a fondo il rapporto con il mondo da rendere persino l’uscita un gesto difficile da sostenere. In quella scena si intuisce con chiarezza che il carcere non finisce nel momento in cui si apre un cancello. La detenzione continua nei corpi, nei tempi interiori, nelle paure, nella fatica di ritrovare una posizione dentro il mondo reale, quello libero. Anche il lavoro occupa nel film uno spazio centrale e profondamente ambiguo. Non viene raccontato come redenzione morale né come semplice opportunità rieducativa. Il lavoro appare soprattutto come ciò che organizza il tempo della detenzione, ciò che impedisce alle giornate di collassare completamente nell’immobilità. È attraverso il lavoro che il carcere produce ritmo, disciplina, continuità. E qui il documentario mostra qualcosa di fondamentale, parentela profonda tra il carcere e altri spazi moderni di organizzazione della vita, luoghi in cui il tempo viene suddiviso, amministrato, reso produttivo. Alberto Diana afferma esplicitamente che costruendo il film si sono resi conto proprio “di quanto la condizione della persona detenuta nella colonia penale sia molto simile a quella del lavoratore salariato”. La pena non opera soltanto attraverso la segregazione, ma attraverso una precisa gestione dei corpi e delle attività quotidiane. È per questo che il potere, nel film, non appare mai nella forma della violenza esplicita. Si manifesta piuttosto nei dettagli minimi della quotidianità. Un detenuto che sistema la ruota del furgone della polizia penitenziaria mentre l’agente resta fermo a guardarlo. Un altro detenuto che bussa alla guardiola e deve aspettare che qualcuno gli conceda l’apertura del blindo. Sono scene apparentemente insignificanti, ma è proprio lì che il film mostra dove risiede davvero il potere: nella gestione dell’attesa, nell’autorizzazione al movimento, nella possibilità concessa o negata di attraversare uno spazio. Persino una telecamera obsoleta che continua a ruotare giorno e notte nelle diverse direzioni, e che a tratti sembra quasi fissare lo spettatore prima di cambiare posizione, suggerisce che tutto debba restare sotto controllo, che nulla possa davvero sottrarsi allo sguardo dell’istituzione. Gli animali sono parte del lavoro umano, vengono radunati, guidati, confinati con naturalezza. La loro presenza produce continuamente una risonanza con ciò che accade agli esseri umani dentro l’istituzione penitenziaria. È semplice rinchiudere gli animali, delimitarne i movimenti, organizzarne la vita. Ed è proprio questa semplicità a diventare inquietante. Il film sembra suggerire che il confine tra l’addomesticamento animale e il disciplinamento umano sia molto più fragile di quanto siamo disposti ad ammettere. Il finale allora diventa profondamente ambiguo. Siamo nel parco dell’Asinara, luogo ormai restituito alla natura e sottratto alla funzione penitenziaria. I cavalli che si espongono al vento sembrano offrire un’immagine di libertà, quasi il sogno di una scomparsa del carcere. Eppure il film lascia emergere anche un’altra intuizione: eliminare le mura non basta a cancellare le logiche del controllo e la dialettica del potere che ora avviene fra l’essere umano e l’animale. Dove c’è stata sopraffazione, qualcosa continua a sopravvivere. Cambiano gli oggetti della sorveglianza, ma resta il desiderio di monitorare, delimitare, governare. È come se il film ci dicesse che il problema non sia soltanto il carcere come istituzione, ma la logica stessa che rende possibile il controllo totale di altri corpi viventi. Possiamo anche abolire le prigioni, ma ciò che resta necessario mettere in discussione è l’idea che la società possa organizzarsi attraverso la sorveglianza, la separazione e il dominio. “Non siamo attori, è la nostra vita”: i detenuti di Rebibbia in scena nel teatro dell’università di Giuseppe Muolo Avvenire, 16 maggio 2026 Per la prima volta dopo molti anni in Italia, uno spettacolo di una compagnia di carcerati è stato portato fuori da un istituto penitenziario, alla Lumsa. Il racconto della rappresentazione. abriè sei libero!”. Ma Gabriele non ci crede. È chino su una scrivania. In mano ha una penna. Sta scrivendo una lettera. È il suo modo per sognare. “Non mi prendere in giro”, risponde scocciato. Non si sforza nemmeno di guardarlo negli occhi, il suo compagno di cella. Sarà per forza uno scherzo. Dietro, si intravedono i loro letti, ricoperti da vecchi plaid che sembrano stracci. I materassi hanno la stessa consistenza di una sottiletta. “Gabriè sei libero!”, ripete R. con la voce squillante, di chi non riesce a contenere l’emozione. Gabriele finalmente alza la testa. Lo guarda. “Dici sul serio?”. “Sì! Sei libero”. Proprio in quel momento entrano gli altri detenuti. Parte la festa. Cominciano ad abbracciarsi. Gabriele viene travolto dall’affetto da quelli che ormai sono diventati i suoi migliori amici. Sembrano più felici loro che lui. Una porta finalmente si è aperta. E la libertà di uno è diventata la speranza di tutti. Non hanno recitato i detenuti che oggi, nel teatro dell’università Lumsa hanno portato in scena lo spettacolo dal titolo “Tunnel dei sogni”. Hanno raccontato la loro vita al di là delle sbarre. Le loro sofferenze, i loro sogni. “Non chiamateci attori, non siamo numeri, non siamo quello che abbiamo compiuto, siamo persone come tutti”, ha scandito all’inizio una voce fuori campo, prima dell’apertura del sipario. La mise en scène è stata interpretata (e firmata) dal gruppo Libere Bolle, composto da alcuni detenuti del carcere di Rebibbia. Per la prima volta dopo molti anni in Italia, una compagnia teatrale di carcerati ha realizzato il proprio sogno: portare e far conoscere il proprio lavoro anche fuori dall’istituto penitenziario. L’appuntamento ha visto la collaborazione dell’ateneo, di Vatican News - Radio Vaticana e delle associazioni Retrosguardi, Società San Vincenzo de Paoli - Consiglio Centrale di Roma, Across, Oratorio Gentilin, con il contributo di Fondazione Roma. o spettacolo è una libera ispirazione del volume “I volti della povertà in carcere” di Matteo Pernaselci e Rossana Ruggiero (edito da Edb), un percorso iniziato nel carcere di San Vittore a Milano, diventato poi progetto giubilare che ora si appresta ad essere trasformato in un secondo volume fotografico con le esperienze nate nelle case circondariali italiane tra cui Firenze, Lecce, Venezia e ora Roma come nona tappa. Il primo dei cinque atti si apre con Gabriele, mentre è seduto sul suo letto. Ogni giorno spera di riaprire gli occhi e trovarsi nella cameretta di casa. Ma deve scontrarsi con la dura realtà del carcere, “quel posto dove i sogni vengono incatenati”, dice tra sé e sé. Un monologo che in realtà consegna al pubblico. Non ci sono le sbarre a separare gli spettatori dai detenuti. E neppure la quarta parete, che si rompe più di una volta. Quando per esempio Fabio e Manuel, diventati grandi amici, mostrano a tutti la teglia di pasta che hanno preparato in cella utilizzando fornelli a gas da campeggio e carta argentata. “Questo è il risultato”, dicono orgogliosi. Ma rimangono umili: “Chi avrà modo di assaggiare giudicherà”. Poi si lasciano andare a una battuta: “Condividiamo entrambi la passione per la cucina. Ma uno di noi due è bravo solo con la forchetta in mano”. Gli applausi accompagnano ogni scena. A un certo punto parte anche la musica di “Eye of the tiger”. È il momento in cui i detenuti si allenano con un bilanciere artigianale, creato con un manico di scopa e due casse d’acqua. “Lo sport - sottolineano - è una valvola di sfogo, mentale e sociale”. Importante tanto quanto il lavoro, come cerca di far capire un ragazzo al suo compagno di cella a cui non va di alzarsi dal letto. “Il lavoro è fondamentale, è la mano che ci tira su”, dice un altro detenuto in un monologo. “Il carcere chiude le porte, ma il lavoro ne apre un’altra che ti consente di diventare una persona migliore”. Non manca, poi, il racconto del dolore, fisico e mentale. “Quelli che conosco non si reggono in piedi - dice un ragazzo di origini africane -. Qui ognuno ha le proprie sofferenze, e quelle fisiche sono grandissime”. Quando finisce di parlare, entra in scena un detenuto in sedia a rotelle. “La vera disabilità è quando nessuno ti tende la mano - sottolinea -. Qui dentro, così come là fuori, nessuno si salva da solo, tutti abbiamo bisogno di qualcuno che si prenda cura di noi”. È la stessa convinzione di un carcerato che si è riscoperto pittore e ha deciso di dipingere il mare, che rappresenta “la nostra vita, così immensa e impetuosa”. E ha realizzato un’àncora, “la speranza che nessuno ci potrà mai togliere”. Alla fine della messa in scena, è intervenuta anche la direttrice di Rebibbia Nuovo Complesso, Teresa Mascolo. Lo spettacolo, ha sottolineato, “racconta l’autenticità di quello che succede in carcere”. Le ha fatto eco Rossana Ruggiero. “Il nostro progetto non è teatro, ma la verità”. Il carcere e la rimozione: quel detenuto-studente che non ha visto il Papa di Gabriele Vecchione* Il Domani, 16 maggio 2026 Tutti erano contenti della visita di Leone XIV alla Sapienza. Tutti tranne il detenuto iscritto all’università che sarebbe dovuto essere presente ma al quale non è arrivata l’autorizzazione per l’uscita. Non è chiaro esattamente cosa sia successo, però è evidente una cosa: oggi il carcere funziona come un enorme meccanismo di rimozione collettiva. Tutti contenti per la visita pastorale del papa alla Sapienza. Tranne uno. Contenti gli studenti che in aula magna hanno sentito dirsi da Leone XIV parole che profumano di paternità: “Il malessere spirituale di molti giovani ci ricorda che non siamo la somma di quel che abbiamo, né una materia casualmente assemblata di un cosmo muto. Noi siamo un desiderio, non un algoritmo!”. Contenti e stupiti i cinque ragazzi provenienti dalla Striscia di Gaza che il papa ha salutato in Cappella. Contenti i professori che si sono sentiti incoraggiati nella loro missione: “Insegnare è una forma di carità quanto deve esserlo soccorrere un migrante in mare, un povero per la strada, una coscienza disperata”. Sullo scalone monumentale alle spalle della Minerva un pro-rettore, incrociandomi, mi ha detto: “È stato un discorso gigantesco, gi-gan-te-sco”. Tutti contenti, dicevamo, tranne uno. Si tratta del detenuto iscritto alla Sapienza invitato personalmente dalla Magnifica Rettrice, che - non certo per una prava condotta - non è stato autorizzato a prendere parte al momento di preghiera che il papa ha vissuto nella chiesa della Divina Sapienza. Seguendo il protocollo concordato con la Santa Sede, ho accompagnato personalmente dal pontefice una ragazza arrivata da Gaza lo scorso marzo e uno studente con disabilità. Avrei dovuto accompagnarvi anche uno studente di Giurisprudenza detenuto a Rebibbia. Non si sa esattamente cosa sia successo, in quale pelago di burocrazia sia annegata quell’autorizzazione, ma questo non vuole essere un j’accuse, ma solo un esempio paradigmatico di come il reinserimento dei detenuti fallisca pressoché sistematicamente. La sua sedia, assieme alla sedia dell’assistente di polizia penitenziaria che avrebbe dovuto accompagnarlo, è stata mestamente tolta pochi secondi prima dell’arrivo del papa. A nulla sono valse le telefonate allarmate da parte dell’efficace ufficio del cerimoniale dell’università. Si fa sempre in tempo a sentirsi figli: perché la Chiesa è ancora capace di parlare ai giovani Studiare “dentro” Alla Sapienza sono iscritti 125.000 studenti circa, di cui 70 circa privati della libertà personale. Una buona parte di costoro non sono giovani. Sono persone adulte che hanno voglia di dare una testimonianza di riscatto ai figli e ai parenti che hanno deluso. Studiare non è certo facile: il papa ha parlato di un clima di esasperata competitività che porta gli studenti a sentirsi abbandonati dentro “spirali d’ansia”. Studiare in carcere è molto più difficile. Dentro non c’è il wi-fi, non si può avere il pc, né il tablet, c’è rumore a tutte le ore, fa estremamente caldo d’estate e freddo d’inverno, per i tutores e per i professori è difficile entrare, non si hanno soldi per procurarsi i manuali e neanche il materiale di cancelleria, se un reparto viene chiuso per un provvedimento negativo della direzione, lo studente non può recarsi a sostenere l’esame o a frequentare le lezioni. Chi ha frequentato almeno un poco le carceri sa che sono attraversate da logoranti dinamiche di potere e di sottomissione. Se il papa avesse potuto salutare quello studente, non si sarebbe di certo riformato di colpo questo sistema. Ma sarebbe stato un segno importante, un incoraggiamento per tutti i detenuti, una buona notizia da raccontare. Una ragazza che sta conseguendo il dottorato in Procedura Penale mi ha detto stamattina di aver pensato per tutta la notte a quel detenuto. Il volto di tutti i poveri cristi. Sulla croce cadono le maschere Meccanismo di rimozione A cosa serve il carcere così com’è? Che si abbia l’onestà di dire che non si ha alcuna volontà di ri-educare o di ri-socializzare una persona che ha sbagliato. Così com’è il carcere è un macroscopico meccanismo di rimozione collettiva. Serve a noi fuori per spostare l’ombra che abbiamo dentro e nulla più. Ogni volta che usciva da un penitenziario papa Francesco diceva: “Mi chiedo perché loro e non io”. Io ho paura di una società in cui si debba pagare a vita per i propri errori o in un mondo in cui non si riesce a intravedere un uomo, un padre, un nonno, un fratello dietro una cartella poggiata su una scrivania. Voglio educare diversamente i giovani che frequentano la città universitaria. Incarcerato per atti osceni, Oscar Wilde scrisse una lunga lettera al suo amante Bosie, che poi divenne quel capolavoro che è De profundis. Nelle ultime righe di quella lettera leggiamo: “Venisti a me per imparare il Piacere della Vita e il Piacere dell’Arte. Forse sono stato scelto per insegnarti qualcosa di più splendido: il significato del Dolore, e la sua bellezza”. Alle volte, però, il dolore è troppo alto e il pensiero suicidario diviene un fantasma. A noi, fuori, spetta il compito di alleviarlo e di proporre dinamiche spirituali, sociali, culturali, politiche per dargli nuovo significato. Vorrei che queste righe entrassero nel penitenziario dov’è recluso il nostro studente, e magari che raggiungessero ogni detenuto. Fuori c’è ancora qualcuno che sogna un domani diverso, in cui ogni uomo non sia condannato a essere per sempre ciò che ha fatto una volta. Gattabuia, ultima fermata. La morte di Youssef è una colpa collettiva. *Cappellano della Sapienza Social media e minori: proibire o educare? di Gennaro Grimolizzi Il Dubbio, 16 maggio 2026 Pubblico delle grandi occasioni nello spazio del Dubbio, del Consiglio nazionale forense e della Fondazione dell’avvocatura italiana al Salone del libro di Torino, nel centralissimo padiglione Oval. Centinaia di persone hanno partecipato ieri agli incontri che hanno come filo conduttore il titolo della kermesse torinese “Il mondo salvato dai ragazzini”, mutuato dall’omonimo libro di Elsa Morante. Infanzia e gioventù richiedono massima considerazione nell’attuale contesto, caratterizzato da una miriade di stimoli offerti soprattutto dalle piattaforme social. Il primo talk, intitolato Bambini e guerra: l’infanzia sotto le bombe, è stato dedicato alle conseguenze dei conflitti armati sui più piccoli. Sono intervenuti il presidente di Unicef Italia, Nicola Graziano, e gli avvocati Carlo Forte (rappresentante del Cnf a Bruxelles) e Darya Kondratyeva del Foro di Milano. “Attualmente nel mondo sono in corso una sessantina di guerre - ha detto Graziano - A pagare il prezzo più alto sono i bambini e gli adolescenti ai quali vengono negati gli anni più belli, quelli della spensieratezza e dell’istruzione. L’Unicef svolge una missione fondamentale negli scenari di guerra e continua ad essere un punto di riferimento anche per i governi”. Carlo Forte ha parlato della cornice normativa che si prende cura dei minori nei contesti di guerra. “Il diritto, e in particolare il diritto internazionale - ha rilevato Forte -, continua a rappresentare la base sulla quale costruire rapporti pacifici tra i popoli e garantire protezione per i più fragili”. Momenti di commozione si sono vissuti durante l’intervento di Darya Kondratyeva, originaria di una delle città ucraine più colpite dai bombardamenti russi, Kharkiv, che ha raccontato la storia di un ragazzino del Donetsk rimasto orfano: “In Ucraina i numeri dei minori uccisi e feriti deve farci riflettere. Non è difficile immaginare le conseguenze future della guerra in corso. I bambini feriti o rimasti orfani porteranno per sempre le cicatrici di una aggressione assurda e intollerabile, che non può essere dimenticata o ricordata a seconda delle convenienze”. Francesca Spasiano, giornalista del Dubbio, ha poi dialogato con lo psicoterapeuta e scrittore Matteo Lancini, già autore di Chiamami adulto (Raffaello Cortina Editore). È stata l’occasione per riflettere sul tema dell’amore al tempo dei social e dell’IA. “La nostra società iperconnessa - ha commentato Lancini - ha fatto emergere il tema del sentirsi soli in mezzo agli altri. Avevamo detto ai ragazzi che li avremmo ascoltati, ma non è andata proprio così. Siamo davvero in grado di offrire una relazione? Il patto adulti-ragazzi credo che sia stato infranto. Il dialogo con l’Intelligenza artificiale sembra ormai diventato un rifugio. I giovani prima parlavano di motorini e relazioni amorose. Ora non è più così. La tendenza è cambiata con ripercussioni sulla dimensione della coppia”. Secondo Lancini, ci sono due “nemici” degli esseri umani: “la dipendenza da internet e la dipendenza affettiva, che, in alcuni casi, può portare a relazioni tossiche”. “La società odierna - ha osservato - è post narcisista. Nella coppia prevale il tema tra il te e il me con difficoltà che si ripercuotono sulla relazione di coppia”. Con il professore dell’Università Bicocca hanno parlato anche il direttore del Dubbio, Davide Varì, e la consigliera Cnf e capo delegazione italiana al CCBE, Daniela Giraudo. “Abbiamo alimentato una società in cui si addossano colpe ai giovanissimi - ha aggiunto Lancini - Ma spesso tralasciamo le responsabilità degli adulti. Hanno successo dei provvedimenti che tendono ad erigere dei divieti, ma non dimentichiamo che certe degenerazioni partono dagli adulti, i quali, dunque, non sono esenti da responsabilità”. Un altro momento di riflessione è stato dedicato all’impatto che hanno i social sulla vita dei minori. Si sono confrontate la senatrice del Pd Simona Malpezzi, la stessa Giraudo e la vicepresidente del Corecom Lombardia, Marianna Sala. Sono emersi spunti di riflessione sull’educazione digitale e sui rischi per i ragazzi in rete, a partire dalle iniziative legislative che cominciano a diffondersi anche in Europa sul modello australiano, primo Paese al mondo a vietare i social agli under 16. L’Ordine degli avvocati di Torino collabora con il Cnf e la Fai al Salone del libro. La giornata del Dubbio al Lingotto si è conclusa con il dibattito sul safeguarding, come “nuova grammatica dello sport”. I relatori hanno parlato di prevenzione degli abusi e di tutela degli atleti più giovani. Sono intervenuti Alberto Manzella (consigliere del Coa di Torino), Cinzia Ceccolini (componente del Safeguarding office della Fidal e della Commissione diritto dello sport del Cnf) e gli avvocati del Foro di Torino Domenico Filosa e Paolo Rendina. Oggi sarà presentato il libro Ballare sotto la pioggia (Feltrinelli) dell’avvocata Grazia Cesaro. Insieme all’autrice dialogheranno sui percorsi di resilienza e rinascita personale Daniela Giraudo e la neuropsichiatra infantile dell’Università Cattolica di Milano, Cecilia Ragaini. Nel pomeriggio, con inizio alle 15.30, appuntamento con Claudio Cottatellucci, presidente dell’“Associazione italiana magistrati per i minorenni” e Luigi Manconi, sociologo dei fenomeni politici, per l’incontro “Di chi sono i figli?”. Infine si terrà la presentazione del libro Demoni e Angeli. Storia vera del caso Bibbiano della giornalista del Dubbio Simona Musco e l’avvocato Luca Bauccio, difensore di Claudio Foti e Nadia Bolognini nel processo sui presunti affidi illeciti in val d’Enza. Fino a domenica, all’interno dello spazio del Cnf e della Fai si terranno due laboratori interattivi a misura di ragazzi: “Sei tu il giudice della Corte internazionale”, in cui il visitatore potrà indossare la toga ed emettere il verdetto mettendosi alla prova sui casi che gli saranno proposti, e “Scrivi il diritto del futuro”, un’installazione fissa sulla quale gli “abitanti” del Salone potranno lasciare alcuni pensieri scritti. Domani si terrà il “Premio letteratura per la Giustizia”, concorso promosso dalla Fondazione dell’avvocatura italiana e dal Dubbio giunto alla sesta edizione. Sarà presentato il romanzo vincitore della scorsa edizione, Senza rumore, di Mario De Giorgio, edito da Bertoni (a seguire in anteprima i vincitori delle tre categorie in concorso quest’anno). Migranti. Storica sentenza dei giudici di Trento: ius soli per quattro minorenni siriani di Tiziana Roselli Il Dubbio, 16 maggio 2026 Il Tribunale di Trento ha emesso il 6 maggio 2026 una pronuncia destinata a fare rumore ben oltre i confini del Trentino. Quattro fratelli siriani (nati a Damasco, cresciuti a Trento dal 2018) si sono visti riconoscere la cittadinanza italiana che il Comune aveva negato loro in base a una circolare ministeriale. Il padre, rifugiato naturalizzato, era morto prima della sentenza. Il giudice Benedetto Sieff ha riconosciuto ugualmente la cittadinanza ai figli. La famiglia era arrivata in Italia nel gennaio 2018 attraverso i corridoi umanitari. Nel luglio 2023 il padre avvia la naturalizzazione. Il decreto presidenziale porta la data del 24 marzo 2025 e il giorno dopo, supportata da Melting Pot, la famiglia chiede il prima possibile il giuramento. Per ragioni organizzative comunali, la cerimonia viene fissata solo al 5 giugno 2025, cioè dopo l’entrata in vigore della nuova legge sulla cittadinanza. A quel punto il Comune riconosce la cittadinanza ai due figli nati in Italia, ma la nega agli altri quattro, nati in Siria, pur residenti a Trento da sette anni. Stessa famiglia, stesso padre italiano, due destini giuridici diversi. La riforma del 2025 (il decreto legge n. 36, convertito nella legge n. 74) nasce per frenare la trasmissione automatica della cittadinanza per discendenza a pronipoti di emigrati senza legame effettivo con l’Italia. Il nuovo articolo 3-bis della legge 91/1992 considera privo di cittadinanza chi è nato all’estero con altra nazionalità, salvo eccezioni legate alla residenza del genitore. Poiché la norma opera in deroga anche all’articolo 14, ovvero quello che riconosce automaticamente la cittadinanza ai figli minori conviventi di chi si naturalizza, il ministero dell’Interno, con due circolari del 2025, ha esteso le restrizioni pure ai figli dei naturalizzati. In pratica, il padre rifugiato non poteva trasmettere la cittadinanza ai figli nati all’estero se non era già residente in Italia due anni prima della loro nascita. Per chi arriva nel nostro Paese insieme ai figli, è una condizione strutturalmente impossibile. Il Tribunale respinge la tesi degli attori secondo cui il caso andrebbe regolato dalla normativa precedente: la cittadinanza si acquista al momento del giuramento, avvenuto dopo la nuova legge. L’accoglimento arriva però su un piano diverso. Il Tribunale affronta infatti un nodo tecnico decisivo: quando si acquista la cittadinanza. La famiglia sosteneva che contasse la data del decreto presidenziale, precedente alla riforma, ma il giudice richiama una sentenza della Cassazione del 2020 e chiarisce che la cittadinanza nasce solo con il giuramento. È questo che fa ricadere il caso nella nuova normativa del 2025. Tuttavia, secondo il Tribunale, interpretare il nuovo articolo 3-bis come fanno le circolari del Viminale porterebbe alla “sostanziale abrogazione”. Il giudice Sieff osserva che la formulazione cardine del 3-bis, considerare taluno come se non avesse mai acquistato la cittadinanza, ha senso logico soltanto per la trasmissione per linea di sangue, dove è possibile retrodatare l’assenza di status alla nascita. Per chi si naturalizza, invece, la cittadinanza sorge in un preciso momento del presente. Non c’è nulla da proiettare nel passato. A sostegno interviene la Corte costituzionale: la sentenza n. 63 del 2026, richiamata espressamente, qualifica il 3-bis come norma dal carattere correttivo, rivolta agli italo-discendenti con cittadinanza virtuale, attivabile senza limiti di tempo. La naturalizzazione è altra cosa. C’è poi il rilievo pratico, ossia applicare il 3-bis ai naturalizzati finirebbe per rendere quasi inapplicabile l’articolo 14, la stessa norma che la legge di conversione aveva appena rafforzato. Non si rafforza una norma e la si abroga contemporaneamente. Il padre muore, i figli rimangono italiani - Nel corso del procedimento il padre si ammala e muore il 14 marzo 2026. Il Tribunale chiarisce che questo non incide sull’esito: la fattispecie si realizza istantaneamente al verificarsi delle condizioni, e quelle condizioni erano integrate al momento del giuramento. I quattro minori erano conviventi con il padre e residenti legalmente a Trento da oltre due anni. La cittadinanza va dunque riconosciuta. Le circolari ministeriali contestate hanno prodotto effetti su scala nazionale: migliaia di domande negate o sospese. Il ragionamento del Tribunale di Trento è fondato su criteri consolidati e avvalorato dalla Corte Costituzionale. Può diventare un orientamento giurisprudenziale capace di contrastare stabilmente la prassi restrittiva degli uffici pubblici. Miogranti. Consiglio d’Europa, meno diritti e apertura ai return hub di Andrea Valdambrini Il Manifesto, 16 maggio 2026 I 46 Stati membri del Consiglio d’Europa - organizzazione con sede a Strasburgo, distinta dall’Ue, da cui dipende la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) - hanno approvato a Chisinau, in Moldavia, una dichiarazione politica sulla migrazione. Il documento è stato adottato dal comitato dei ministri del CdE con l’intento esplicito di abbassare le tutele nei confronti dei migranti, di cui gli stati nazionali, si legge, “hanno l’innegabile diritto sovrano di controllare l’ingresso e il soggiorno”. Tra i punti più controversi su cui la dichiarazione interviene, c’è l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani, che vieta torture e trattamenti inumani o degradanti. Secondo le critiche avanzate da associazioni e osservatori, il testo restringe l’interpretazione della protezione prevista dalla Convenzione ai casi più estremi, lasciando intendere che deportazioni verso contesti difficili ma considerati sotto quella soglia possano essere compatibili con gli obblighi europei. Al centro delle contestazioni anche il punto dedicato alle cure mediche. La dichiarazione afferma che gli Stati membri non hanno la responsabilità di garantire che i sistemi sanitari dei Paesi verso cui avvengono i rimpatri offrano lo stesso livello di assistenza disponibile in Europa. Esulano il governo italiano e la delegazione FdI al Parlamento europeo. Il sottosegretario agli Esteri Massimo Dell’Utri ha definito la dichiarazione “il risultato di un’iniziativa partita da una precisa volontà della presidente Giorgia Meloni”. Si riferisce alla lettera aperta con cui 9 paesi guidati da Italia e Danimarca un anno fa chiedevano “soluzioni innovative” per contrastare l’immigrazione irregolare, tra cui i centri di rimpatrio esternalizzati (modello Albania) o accordi con paesi di transito extra Ue. Critiche invece da Picum, rete europea di ong per i diritti dei migranti senza documenti. Chiara Catelli, advocacy officer dell’organizzazione, definisce la dichiarazione di Chisinau “un attacco diretto alla Convenzione europea dei diritti umani e all’autorità della sua Corte”. Il CdE accoglie anche positivamente nuovi approcci alla gestione migratoria, inclusi i “return hubs” i centri di rimpatrio in Paesi terzi. È un modo per andare incontro alla strategia Ue in materia di rimpatrio. Le nuove regole sono ora in fase di trilogo, e i negoziati riprenderanno la prossima settimana a Strasburgo durante la plenaria dell’Eurocamera, con l’obiettivo di arrivare all’approvazione definitiva entro l’estate. La pressione politica sui rimpatri incrocia il caso specifico dei richiedenti asilo afgani. Dovrebbe tenersi a giugno a Bruxelles l’incontro tra funzionari della Commissione Ue e la delegazione talebana. La possibile cooperazione sui rimpatri con il regime talebano è destinata ad alimentare le polemiche. La tragedia infinita dei profughi interni di Paolo Lepri Corriere della Sera, 16 maggio 2026 Almeno 82,2 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni e vivere in condizioni precarie a causa di conflitti e catastrofi naturali. “Gli sfollati interni rappresentano il “punto cieco” delle crisi umanitarie perché sono ancora più dei rifugiati”, dice Xiao-Fen Hernan, canadese, dirigente dell’Internal Displacement Monitoring Centre (Idmc), l’istituto di ricerca creato dall’organizzazione non governativa indipendente Norwegian Refugee Council che si occupa di fornire protezione e assistenza ai profughi nel mondo. “Il loro numero - aggiunge - è raddoppiato nell’ultimo decennio”. Il rapporto dell’Idmc che Xiao-Fen Hernan ha coordinato invita a ragionare sui numeri di questa contabilità dell’orrore e ci spinge a non dimenticare i luoghi in cui “l’inferno dei viventi” è più inferno, rovesciando le parole di Italo Calvino in Le città invisibili. Almeno 82,2 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni e vivere in condizioni precarie a causa di conflitti e catastrofi naturali. Non era mai successo in passato, come è invece accaduto nel 2025, che le vittime delle guerre superassero quelle delle sciagure naturali. Un sorpasso sul bordo dell’abisso. L’aumento degli spostamenti forzati trova la sua spiegazione nel fatto, scrive El País, che le guerre “si stanno sempre più internazionalizzando e colpiscono le grandi citta”. “I numeri sono più alti perché nelle città c’è una maggiore concentrazione di persone e servizi e la distruzione delle infrastrutture ha un forte impatto in un’intera nazione”, osserva Xiao-Fen Hernan sul quotidiano spagnolo citando quanto avvenuto a El Fasher, ultima roccaforte dell’esercito sudanese nel Darfur, o a Goma, nella Repubblica democratica del Congo, caduta con il suo milione di abitanti nelle mani dei ribelli del movimento M23. Meno “lontana”, la distruzione di Gaza, dove - come riferisce L’Osservatore Romano - “il 90% della popolazione ha dovuto abbandonare ripetutamente la propria casa o il proprio rifugio, spesso dopo aver perso familiari e gran parte dei propri averi”. I campi profughi attualmente sono circa 1.600. La Bbc racconta che due ragazze, Farah e Tala Mousa, hanno brevettato un metodo per costruire mattoni con le macerie. Una storia che commuove, ma non induce alla speranza. Perché anche la speranza, in questo angolo del mondo, non ha per il momento nessuna ragione di sopravvivere. Stati Uniti. “Alligator Alcatraz” verso la chiusura a causa dei costi: 1,2 milioni di dollari al giorno di Claudio Del Frate Corriere della Sera, 16 maggio 2026 Il centro di detenzione per migranti, voluto da Trump e tristemente noto per le sue condizioni degradanti potrebbe cessare di funzionare il mese prossimo, secondo quanto riportano i media Usa. Il centro di detenzione per migranti sinistramente noto come “Alligator Alcatraz”, aperto da Donald Trump in Florida, potrebbe chiudere il mese prossimo. La notizia, benché non abbia ancora avuto conferme ufficiali, è stata riportata da numerosi media americani tra cui il New York Times e la Cnn. Il dietrofront sarebbe stato causato non dalle proteste e dai ricorsi delle associazioni per i diritti - che da tempo denunciano le disumane condizioni in cui vivono i detenuti - ma dagli esorbitanti costi di gestione della struttura. Da tempo “Alligator Alcatraz” era oggetto di ripensamenti e voci su una imminente chiusura. In mancanza di un annuncio ufficiale i media statunitensi citano il fatto che ai fornitori del centro di detenzione sarebbe stata comunicata l’interruzione dei contratti a partire dal mese di giugno: una conferma indiretta, dunque, del fallimento del progetto. Secondi i dati dell’ICE in questi giorni ad “Alligator Alcatraz” si trovano 1.400 detenuti, tutti migranti bersaglio delle retate volute da Donald Trump. Aperta nei primi mesi del secondo mandato presidenziale, la struttura - che si trova in un aeroporto abbandonato - era divenuta tristemente famosa per le condizioni di vita di chi ha la sventura di esservi rinchiuso: circondato da paludi popolate da serpenti ed alligatori, composto da celle in cui vengono stipate anche 20 persone, in condizioni igienico sanitarie precarie e con un caldo soffocante. Ma Donald Trump si era fatto vanto proprio delle condizioni degradanti in cui i detenuti vengono confinati. I costi di gestione ricadono sullo Stato della Florida, il quale deve sborsare 1,2 milioni di dollari al giorno: a marzo il governatore Ron Desantis, trumpiano di ferro, aveva ammesso che erano stati intavolati colloqui con l’amministrazione federale per capire se “Alligator Alcatraz” potesse essere tenuto in vita. Se non per considerazioni umane, almeno per quelle economiche. Non è stato chiarito dove verrebbero trasferiti i 1.400 migranti attualmente ospitati. I detenuti, i loro familiari e avvocati nonché diverse associazioni avevano fin dall’inizio denunciato le condizioni disumane del centro tra le paludi delle Everglades; alle loro proteste si erano unite quelle degli ambientalisti, secondo i quali la struttura edificata in tutta fretta avrebbe violato le norme di tutela ambientale della zona. Nell’agosto del 2025 un giudice della Florida aveva ordinato lo stop ad alcuni lavori di ampliamento della struttura, proprio perché in contrasto con le norme ambientali.