Le carceri fuori legge e lo Stato delinquente abituale di Marco Perduca* L’Unità, 15 maggio 2026 Qualche giorno fa, il Direttore Sansonetti ha lanciato dalle pagine de l’Unità una preghiera laica al presidente della Repubblica affinché firmi 1000, se non 2000, provvedimenti di grazia, auspicando, al contempo, che in Parlamento si trovi un accordo tra “garantisti” di centro, destra e sinistra su un indulto o “indultino” che possa affrontare la grave situazione di sovraffollamento. Nell’invidiare l’ottimismo di Sansonetti, ricordo che la situazione detentiva in Italia non è straordinariamente grave, è sistematicamente illegale. Da decenni, la Repubblica italiana è tanto in patente violazione della propria legalità costituzionale, ben chiarita dall’articolo 27 della sua Carta fondativa, quanto dei suoi obblighi internazionali in materia di diritti umani. Quando nel gennaio del 2013 la Corte europea dei diritti umani ha adottato la famigerata Sentenza Torreggiani, che oltre a svergognare l’Italia a livello continentale la mise sotto osservazione perché “delinquente abituale”, le persone detenute erano meno di quante ne siano ristrette oggi. Eppure niente si muove. Quella messa in mora istituzionale non fece scaturire alcun provvedimento che migliorasse strutturalmente la qualità della detenzione in Italia, anzi, se da una parte partì la gara a chi denunciava più sguaiatamente lo “svuotamento delle carceri”, dall’altra iniziò il ridicolo, per non dire offensivo, calcolo dei tre metri quadrati da mettere a disposizione di ciascuna persona all’interno delle celle. Il tutto fu condito da una sequela di annunci di piani carceri per affrontare le necessarie migliorie da “mettere a terra” relativamente ad aerazione, riscaldamento e raffreddamento dei locali, servizi igienici o docce in cella, spazi per la socialità, spazi per l’affettività, attività di istruzione, formazione professionale e lavoro o il salutare “passeggio”. La Consulta inviò i suoi membri in giro per le carceri, ma niente di quanto annunciato è mai stato inaugurato, o se lo è stato, non è servito ad allentare in alcun modo la pressione psico-fisica da sovraffollamento. Neanche il più volte annunciato progetto di legge per la detenzione alternativa è mai arrivato. Se non bastasse, e in effetti in Italia il fondo pare non arrivare mai, a fronte di questa inazione, negli ultimi anni sono state create nuove fattispecie di reato, indurite pene, introdotte aggravanti che hanno riattivato i nefasti combinati disposti che da 20 anni sono i maggiori responsabili di oltre un terzo delle detenzioni e che trovano la loro “fonte di cognizione” nella legge contro le droghe. Certo 1.000, o meglio 2.000, grazie sarebbero un segnale forte, anzi, fattivo, che il Capo dello Stato potrebbe (dovrebbe?) dare alla Repubblica italiana della cui Costituzione è supremo garante, ma, pur aiutando qualche esistenza, non intaccherebbero il problema alla radice. Se per ora, il Presidente Mattarella ha firmato (forse) una decina di “grazie umanitarie”, cioè provvedimenti che vanno incontro a “straordinarie esigenze di natura umanitaria” e giustizia sostanziale, i tempi sono abbondantemente maturi anche per delle “grazie sanitarie”. Nei mesi scorsi, l’Associazione Luca Coscioni ha diffidato le 102 ASL competenti per la salute nei 190 istituti di pena intimando loro di effettuare le (almeno) due visite ispettive annuali previste dall’ordinamento penitenziario; a fronte della risposta di solo 60 Aziende sanitarie, con un accesso agli atti ha poi ottenuto le relazioni dei sopralluoghi registrando situazioni radicalmente diverse da istituto a istituto con la grave costante della lentezza con cui le autorità preposte a corrispondere a quanto segnalato o richiesto reagivano alle sollecitazioni - spesso di mera manutenzione ordinaria. Quante sono le persone detenute in gravissime condizioni di salute? Quante con malattie incurabili o in fin di vita? Quante potrebbero accedere alla morte medicalmente assistita perché in condizioni psico-fisiche simili a quelle di Fabiano Antoniani, che nel 2019 hanno portato la Corte Costituzionale ad adottare la “sentenza Marco Cappato”? Quante persone hanno una situazione di salute mentale che non tollera la detenzione, che magari diventa contenzione? Quanto personale sanitario è a disposizione di queste 64.547 persone detenute? Quando si parla di salute in carcere, senza ricordarsi che si tratta di un diritto costituzionalmente garantito, si ricordano (quasi automaticamente) solo i cosiddetti “tossicodipendenti”, citando cifre che hanno a che fare più con la burocrazia sanitaria che con le reali condizioni dei singoli. Visto che si tratta del 20% della popolazione carceraria, si ritiene che la miglior risposta a questa loro significativa presenza sia creare strutture detentive ad hoc, senza mai ricordare che esistono norme per istituti a custodia attenuata per persone con problemi di dipendenze simili a quelle per le detenute madri. E invece no, oltre a non far nulla per le detenute madri, anzi se possibile si allunga la convivenza in carcere della prole, si farnetica di comunità di lavoro (forzato) per far ritrovare la retta via a chi l’ha smarrita nel buio del tunnel della droga. Il lavoro obbligatorio è ormai una risposta integrata in tutte le proposte di centro, destra e sinistra. In tutto questo, a fronte di valenti garanti a livello locale e regionale, che quotidianamente non mancano di denunciare la disfunzionalità del sistema o la gravità di singoli casi, il collegio responsabile di monitorare le condizioni in cui vivono le persone private di libertà si rianima giusto per le commemorazioni di rito. A proposito di commemorazioni, alla vigilia di quelle che verranno dedicate a Marco Pannella nei prossimi giorni, ricordo che nell’estate del 2012, in onore all’articolo 62 della Costituzione per cui “Ciascuna Camera può essere convocata in via straordinaria per iniziativa del suo Presidente o del Presidente della Repubblica o di un terzo dei suoi componenti”, la delegazione Radicale nel gruppo del PD ottenne la (auto)convocazione straordinaria del Senato per discutere di “depenalizzazione, decarcerizzazione, amnistia e indulto”. Era la seconda volta che ciò avveniva - la prima, sempre su iniziativa radicale, era avvenuta 30 anni prima per discutere di “sterminio per fame nel mondo”. Quella richiesta, prime firme Emma Bonino, Donatella Poretti e chi scrive, fu fatta propria da altre 143 senatrici e senatori. Si risolse con un (poco o) nulla di fatto ma si inserì nel crescente confronto pubblico e politico tra Pannella e l’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Di lì a poco la XVI Legislatura finì e i Radicali, non senza malumori interni, si presentarono alle elezioni del febbraio 2013 con la lista “Amnistia, Giustizia e Libertà” che raggiunse le firme necessarie per presentarsi neanche in metà delle circoscrizioni. L’8 ottobre di quell’anno, il Presidente Napolitano inviò un messaggio alle Camere incentrato sulla questione carceraria. Nel momento in cui il numero di presenze è superiore a quello che portò alla Sentenza Torreggiani, che il numero di suicidi in carcere non accenna a diminuire, che le promesse norme per la detenzione alternativa o la costruzione di fantomatici moduli prefabbricati per aumentare la capienza sono di là da venire, cosa osta una convocazione straordinaria del Parlamento o un messaggio formale del Capo dello Stato su questa patente e protratta ferita alla legalità costituzionale? *Associazione Luca Coscioni Altri 5 detenuti suicidi in meno di 48 ore di Angela Stella L’Unità, 15 maggio 2026 Cinque detenuti sono morti suicidi in meno di 48 ore, il primo presso l’ospedale di Cagliari l’11 sera, dov’era stato ricoverato 2 giorni prima per aver tentato l’impiccamento nel carcere del capoluogo sardo, il secondo tre giorni fa presso la Casa Circondariale di Modena, il terzo, il quarto e il quinto, in questa tragica classifica, due giorni fa nei penitenziari di Spoleto, Milano San Vittore e Lecce. Sale così a 24 il numero dei ristretti che dall’inizio dell’anno si sono tolti la vita, cui bisogna aggiungere 2 operatori. Ad aggiornare il numero sul muro della vergogna è Gennarino De Fazio, responsabile della Uil Fp Polizia Penitenziaria, che commenta: “Una spirale di morte inconcepibile in un paese civile. Del resto, le prigioni con 64.550 ristretti presenti a fronte di 46.339 posti disponibili e di 20mila agenti mancanti al fabbisogno della Polizia penitenziaria continuano a versare in gravissima emergenza che non può essere affrontata con misure ordinarie, ma che necessita di provvedimenti e investimenti straordinari”. Con i nuovi dati sul sovraffollamento, in particolare rispetto ai posti realmente disponibili a differenza di quelli teoricamente regolamentari inseriti nelle statistiche del Ministero della Giustizia, l’overcrowding sfiora il 140 per cento. Peraltro, prosegue De Fazio, “sebbene il maggiore ricorso alle misure alternative e a percorsi differenziati a seconda della pericolosità sociale, la pena da scontare e l’opportunità di aderire a programmi di recupero per alcol-tossicodipendenti, annunciato dal Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, sia indubbiamente auspicabile e possa aiutare, di certo non pare possa incidere in maniera risolutiva sull’attuale indice di sovraffollamento”. A tal proposito, come anticipato già ieri, giovedì è prevista a Via Arenula la conferenza stampa di presentazione del “Regolamento recante le disposizioni in materia di strutture residenziali per l’accoglienza e il reinserimento sociale dei detenuti”. Ma quanto può essere urticante che nel comunicato stampa si precisi che “il provvedimento non prevede sconti di pena o liberazioni anticipate allargate”: il governo ha perso ormai la sfida referendaria, perché ancora usare stratagemmi linguistici per non urtare gli elettori forcaioli? Si guarda già alla campagna elettorale del 2027? Sei disabile? Ti dimentico in carcere di Rita Catalino L’Espresso, 15 maggio 2026 La segregazione sanitaria è un’emergenza invisibile: centinaia di detenuti invalidi non possono uscire non per decisione di un giudice, ma per l’assenza di servizi territoriali. Mattia Spanò è un trentenne di Cetraro (CS) affetto da gravi disturbi psichiatrici. Nel 2021, durante una crisi psicotica, aggredisce sua madre e viene condannato per tentato omicidio. Il 15 agosto 2025 termina formalmente di scontare la sua pena nel carcere di Arghillà (Reggio Calabria). Però rimane recluso: lo Stato non sa dove metterlo. Solo dopo le pressioni della famiglia e del Garante viene trasferito in ospedale psichiatrico, in attesa che si liberasse un posto in Rems (Residenza per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza). La vicenda di Spanò si è risolta, dopo cinque lunghi mesi, con l’istanza di libertà vigilata, da parte della sua legale Angela Cannizzaro, e di soggiorno in una struttura del territorio. Questa storia però non è un caso isolato ma mostra la realtà di molte carceri trasformate in ospizi forzati o in Rsa di necessità a causa delle inadeguatezze strutturali del nostro Paese. È la “detenzione sociale”, che colpisce chi, pur avendo terminato la pena o avendo diritto a misure alternative, resta in cella perché non ha una rete familiare, economica o di strutture sanitarie disposte ad accoglierlo. È un fenomeno diffuso, anche se non ci sono monitoraggi sistematici. A Torino, nel 2023, un uomo in sedia a rotelle non autosufficiente è rimasto recluso ben oltre la scadenza della pena perché nessuna Rsa sul territorio voleva prenderlo in carico, spaventata dal suo “profilo criminale” o più semplicemente per mancanza di fondi. Sempre a Torino, nel 2024, una donna con schizofrenia e invalidità al 100°%ó non ha potuto lasciare il carcere per mancanza di posti in comunità protette. A Bologna Derouiche Lassad, un giovane tunisino senza fissa dimora con gravi disabilità neurologiche e un ritardo mentale, dichiarato incompatibile con la detenzione, non avendo né un tutore né una casa, è rimasto nel carcere della Dozza. A Monza, un uomo di 49 anni, assolto per incapacità totale di intendere e di volere, è rimasto recluso per mesi perché la Rems di Castiglione delle Stiviere non aveva posti. Come sottolineato dal Garante Nazionale, siamo di fronte a una “sanitarizzazione” della detenzione, con le istituzioni di prossimità (Comuni e AsI) che abdicano al proprio ruolo di cura e scaricano tutto sul sistema penitenziario. (Cedu) ha definito la detenzione impropria un trattamento inumano e degradante che viola l’articolo 3 della Convenzione. Lo ha fatto in sentenze come Sy c. Italia, quando nel 2022 ha condannato íl nostro Paese per aver tenuto in carcere un uomo con gravi disturbi psichiatrici, nonostante già nel 2019 avesse disposto il trasferimento in una Residenza. L’assenza dei posti nelle Rems è un problema atavico che sta trasformando il superamento degli Opg in un fallimento burocratico. Secondo quanto riportato da un documento del 2025 del Consiglio Superiore della Magistratura (Csm), i detenuti che avrebbero tutti i requisiti legali per essere trasferiti in una struttura sanitaria, ma restano in lista d’attesa per la mancanza di posti, sarebbero circa 700. Di questi, ben 45 persone risultano essere ancora in carcere. La questione è strutturale. Il primo problema è il vuoto informativo. In Italia non esiste un monitoraggio permanente e aggiornato dei detenuti con disabilità. L’ultima rilevazione risale all’agosto 2015, quando il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) contò 628 detenuti disabili. Da allora, nessuno ha più tenuto il conto. Secondo Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, “L’assenza di una rilevazione quantitativa e qualitativa segna la differenza. Se non c’è neanche una rilevazione, vuol dire che il tema non è preso in considerazione”. Per Gonnella non basta sapere quanti sono i disabili: occorre capire quali disabilità portano con sé. Ogni categoria richiede risposte specifiche: un sordo in carcere vive un “isolamento al quadrato” se mancano interpreti Lis o dispositivi visivi per l’ora d’aria. Un detenuto obeso, come nel caso di un uomo detenuto nel carcere di Poggioreale, a Napoli, costretto a spostarsi con un carrello per la spesa, ha bisogni ergonomici e assistenziali totalmente diversi da un paraplegico. Senza dati qualitativi, l’amministrazione penitenziaria continua a usare lo strumento del “piantone”: un detenuto caregiver, spesso non formato e pagato pochi spiccioli. Il carcere che fa ammalare - L’inadeguatezza degli spazi trasforma la disabilità in una pena nella pena. All’Ucciardone di Palermo un uomo, tetraplegico immobile a letto, vive in una cella di 12 metri quadrati condivisa con altri due detenuti. Secondo la rivista curata da detenuti di diverse strutture carcerarie Ristretti Orizzonti, che riporta la sua storia, si lava con una bacinella e per i bisogni notturni usa una bottiglia di plastica, poiché la cella non ha maniglie né spazi perla sedia a rotelle. L’Ucciardone, su 500 posti, dispone di una sola cella a norma, già occupata da altri due detenuti. Al Pagliarelli, sempre a Palermo, gli ascensori sono guasti da dieci anni, costringendo detenuti ultraottantenni a salire quattro piani a piedi per l’ora d’aria. A Catanzaro, un uomo in sedia a rotelle ha attuato uno sciopero della fame e dei farmaci per oltre 100 giorni perché un ascensore rotto gli impediva di uscire dalla cella tenendolo di fatto in isolamento. Il disastro è sistemico: con più di 62.000 persone in carcere, in tutta Italia solo 427 celle sono a norma. In 98 istituti (quasi la metà del totale) non ne esiste nemmeno una. In questo contesto di “classi pollaio” dell’esecuzione penale, dove spazi comuni destinati alla scuola, alla vita comune e alla socialità vengono sacrificati per aggiungere letti, la disabilità è gestita come un “fastidio” burocratico. Il quadro che emerge è di un sistema non governato: manca una regia comune tra Ministero della Giustizia, Ministero della Salute e Conferenza Stato-Regioni. Gli studi scientifici sottolineano che la disabilità non è solo una condizione fisica, ma il risultato dell’interazione tra un deficit e un ambiente ostile. In Italia l’ambiente carcerario non si limita a ospitare la disabilità, ma la produce e la aggrava. Detenuti che entrano in carcere camminando con le stampelle finiscono in carrozzina dopo mesi di mancata fisioterapia. Come scriveva il Garante nazionale in una relazione al Parlamento del 2018, citando Calamandrei, per capire davvero queste vite “bisogna aver visto”. La stessa citazione è ripresa da Mariano De Santis, protagonista dell’ultimo film di Paolo Sorrentino “La grazia”. Qui uno straordinario Toni Servillo ci accompagna negli ultimi mesi di mandato di un Presidente della Repubblica, importante giurista. Alla fine del film De Santis risolverà i suoi dilemmi etici e morali guardando, “vedendo” quello che c’è da vedere proprio a partire dal parlatorio di un carcere. Andando oltre ìl Codice e i numeri, saranno le persone, quello che hanno da dire e quello che vivono, a portarlo a prendere le sue decisioni. Chissà che la soluzione a contesti disumanizzanti come le nostre R1 carceri non sia davvero a portata di mano, perla politica. Più Polizia, meno civili. Il riassetto del Dap manda in tilt il carcere di Federica Olivo huffingtonpost.it, 15 maggio 2026 Alcuni reparti della Polizia penitenziaria non saranno più sotto il controllo di personale civile, ma faranno riferimento a un dirigente in divisa. C’è la bozza, manca solo la firma di Nordio. I garanti: “Disegno contrario alla Costituzione, si rompe un equilibrio delicato”. Per i sindacati nessun allarme. De Fazio (Uilpa): “Fanno confusione, un conto è il trattamento dei detenuti, altro la sicurezza”. C’è un decreto ministeriale che sta creando un piccolo grande caso al ministero della Giustizia. Si tratta di una bozza di 14 pagine in cui si prevede una riorganizzazione di alcuni dipartimenti della Polizia penitenziaria. Non saranno più, in sostanza, alle dirette dipendenze del personale civile dell’amministrazione carceraria, ma faranno capo a una nuova figura dirigenziale della Polizia penitenziaria. I nuclei investiti da questo cambiamento sono tra i più importanti: il Gruppo Operativo Mobile (Gom), che si occupa del 41 bis, il Gruppo di Intervento Operativo, Nucleo Investigativo Centrale (Nic), che si occupa di investigazioni e l’Uspev, che si occupa di scorte. Quello che sembra un fatto tecnico e organizzativo sta scatenando le preoccupazioni di molti, che lamentano il rischio militarizzazione del carcere: meno potere al direttore e al personale civile, più potere alle divise. Il provvedimento viene invece difeso dai sindacati di Polizia penitenziaria, che dicono che questa misura non cambierà nulla nel trattamento dei detenuti, ma serve solo a organizzare meglio gli agenti. Tra i primi a considerare il provvedimento problematico c’è Samuele Ciambriello, garante dei detenuti della Campania e portavoce della conferenza nazionale dei garanti territoriali: “La bozza di decreto ministeriale che sta circolando non è un semplice aggiustamento di uffici, ma è il tentativo maldestro di realizzare un disegno contrario alla nostra Carta Costituzionale. La secessione della sicurezza dalla realtà. Siamo di fronte a un paradosso doloroso. Mentre nei nostri istituti si consuma il dramma quotidiano del sovraffollamento e della solitudine, a Roma si pensa di rispondere con la militarizzazione”. Secondo Ciambriello questo passaggio: “Significa una cosa sola: scambiare il carcere per una caserma e la custodia per una “sfida muscolare”. Della stessa tesi Stefano Anastasia, garante dei detenuti di Lazio e Umbria: “La bozza di decreto ministeriale - dice a HuffPost - rompe il delicato equilibrio fissato dalla riforma del corpo di polizia penitenziaria. Ipotizzare altre catene di comando rischia di pregiudicare l’unità d’azione dell’amministrazione e di sbilanciare il suo operato su una delle sue aree operative, quella della sicurezza, a danno di tutte le altre”. A lamentarsi anche i dirigenti delle carceri, attraverso il loro coordinamento nazionale. La tesi è che questa misura sottragga loro potere, per darne di più ai dirigenti della penitenziaria. Tutti questi allarmi vengono respinti dagli agenti: “La legge che pone le basi per questa modifica era stata varata - dice a HuffPost Gennarino De Fazio, segretario Uilpa Polizia penitenziaria - tra il 1999 e il 2000, quando c’era come ministro della Giustizia Oliviero Diliberto. Tutto si può dire tranne che sia una norma di destra espressione della deriva securitaria. L’obiettivo di queste modifiche è dare una gerarchia al corpo di Polizia. Se esiste un dirigente, di qualcosa si dovrà anche occupare. Una cosa è il trattamento dei detenuti, che non viene toccato da questa riforma, un’altra è la sicurezza”. Dopo la legge di 25 anni fa, a dare un ulteriore impulso a questa rivoluzione delle carceri era stato il ministro dei 5 stelle Alfonso Bonafede, durante il governo giallorosso. Il tutto era poi caduto nuovamente nel dimenticatoio: mesi scorsi, sotto la gestione di Andrea Delmastro che ha sempre avuto un filo diretto con la penitenziaria, c’è stata l’accelerazione. Delmastro ora non è più al ministero, causa dimissioni, ma la linea è rimasta la stessa. E il documento, se sarà dato il via libera, porterà direttamente la firma del ministro della Giustizia, Carlo Nordio. L’ultimo atto sarà scritto martedì 19 maggio, quando ci sarà un incontro con i sindacati. “Si sta creando troppa confusione - chiosa De Fazio - non vorrei che questa battaglia ingaggiata contro il decreto ministeriale sia basata su una difesa di posizionamenti e poltrone più che su una questione di principio”. Strutture residenziali per detenuti, il 21 maggio presentazione Regolamento gnewsonline.it, 15 maggio 2026 Giovedì 21 maggio, ore 11, presso la Sala Livatino del Ministero, si terrà la conferenza stampa di presentazione del “Regolamento recante le disposizioni in materia di strutture residenziali per l’accoglienza e il reinserimento sociale dei detenuti”, alla presenza del Ministro della Giustizia, Carlo Nordio. Il provvedimento non prevede sconti di pena o liberazioni anticipate allargate, ma un rafforzamento del sistema delle misure alternative sottoposte al vaglio della Magistratura di sorveglianza, solo per detenuti vicini al fine pena e non pericolosi, già in possesso dei requisiti previsti dall’attuale normativa. Il progetto punta su percorsi concreti di formazione, lavoro e reinserimento, attraverso programmi rieducativi svolti in strutture sicure e autorizzate, con l’obiettivo di completare il percorso di esecuzione penale, senza sconti e garantendo la certezza della pena, riducendo altresì il rischio di recidiva. I giornalisti e i cine/foto-operatori interessati potranno accreditarsi inviando una mail all’indirizzo ufficio.stampa@giustizia.it entro le ore 18 del 20 maggio 2026, indicando nome, cognome, testata ed estremi di un documento di riconoscimento. Se in strada i giovani trovano solo criminalità: il Governo preferisce le carceri alla prevenzione di Giovanni Ribuoli* Il Domani, 15 maggio 2026 I giovani non sono davvero al centro dell’agenda governativa, così nella “strada” i ragazzi trovano criminalità e mafie e troppi pochi spazi gratuiti e porte aperte. Intanto si aprono nuovi istituti per minorenni, dimenticando che dovrebbero essere l’ultima spiaggia. E che il “lupo” di francescana memoria va nutrito e accolto, non isolato. Da una lettura della recente intervista al sottosegretario alla giustizia Andrea Ostellari (Irene Famà, La Stampa, 12/05/2026), sembra che al centro dell’agenda governativa siano i giovani. Quali? Pensando a loro, il governo agisce concretamente con sport (“investimenti sulle associazioni sportive”) e scuola (“prolunga l’apertura pomeridiana”). La terza “S”, però, non è espressa: soldi o strada? Effettivamente, il sostegno alle associazioni sportive e il prolungamento dell’apertura dei plessi scolastici significano soldi e investimenti. La strada resta uno dei pochissimi luoghi in cui ci si può ritrovare con un minimo investimento economico, ma gli spazi gratuiti, escluse biblioteche, parrocchie e centri ricreativi, si riducono di giorno in giorno, specialmente in periferia. Legati alla progettualità che prevede rinnovi e bandi di breve durata, molti spazi diventano sempre più intermittenti. Eppure il lavoro educativo e di cura richiedono invece una presenza costante e una porta sempre aperta. Al contrario, chi per strada volesse entrare in contatto con realtà criminali potrebbe farlo sempre più facilmente. Nell’intervista per il ventennale di Gomorra, Roberto Saviano ha osservato acutamente che mafie e criminalità organizzata sono le più interessate ai giovani. E proprio ai giovani promettono sempre più soldi, sempre più facili. Nel frattempo, una parte della spesa pubblica è stata destinata all’apertura e al rinnovo di quattro nuovi istituti penali per i minorenni (a Rovigo, L’Aquila, Santa Maria Capua Vetere e Lecce). Di fronte a queste nuove aperture - triste presagio - nessuno ha sottolineato che la detenzione dovrebbe rimanere per i minorenni l’ultima spiaggia. Questo succede nell’apparente consenso generale: l’esatto contrario dell’invito di Victor Hugo (“chi apre le porte di una scuola, chiude quelle di una prigione”). “Il carcere aiuterebbe il rispetto delle regole”, ha affermato sempre nella recente intervista Ostellari. Quale carcere, però? Quello degli adulti, sicuramente no. La recente circolare del Dap che scoraggiava l’autorizzazione a frigoriferi nei penitenziari per gli adulti, definiti “elettrodomestici di grandi dimensioni”, ha visto una risposta estremamente piccata di Enrico Sbriglia, coordinatore del sindacato Fsi-Usae, dei dirigenti penitenziari. In una nota del 30 aprile, egli chiedeva “formalmente al governo e al Capo dello Stato il commissariamento del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria”, ribadendo che “parlare di divieto di inserire frigoriferi di grandi dimensioni nelle camere di pernottamento è un esercizio di stile del tutto inutile: nelle nostre celle, sature oltre ogni limite, a malapena incastrandoli riusciamo a far entrare i detenuti”. Se i penitenziari per i maggiorenni hanno toccato cifre da record, anche la detenzione minorile ha raggiunto nuovi e tristi numeri. Il carcere minorile soffre a livello nazionale dall’introduzione del cosiddetto “Decreto Caivano” (dl 123 del 15/09/2023, legge 159/2023), anche se i numeri dei reati commessi da minorenni sono ben al di sotto della media europea, come testimonia l’ottavo rapporto di Antigone “Ragazzi dentro”. L’indice di sofferenza più chiaro, però, viene dalle pochissime notizie che filtrano dalle mura: oltre all’inchiesta romana, che vede ora undici agenti penitenziari indagati, di cui due per torture, gli “eventi critici” non hanno smesso di ripresentarsi. Definiti così dal gergo amministrativo, gli “eventi critici” sono poi concretamente evasioni, agitazioni o proteste da parte dei detenuti. Mentre si è discusso se si possano definire rivolte o meno, se ne contano due nel nuovo complesso a L’Aquila, uno a Rovigo, una “doppia” a Bologna e un’altra a Torino solo negli ultimi due mesi. Un quadro di agitazione generale che ha visto anche la proclamazione di due scioperi (uno per la Sicilia e l’altro per Bologna) da parte dei sindacati penitenziari, ritirati poi grazie alla mediazione dell’amministrazione. Non è ancora chiaro se accanto a questa spesa pubblica sia stato definito un più ampio progetto educativo rivolto ai giovani. Se nel carcere, a partire da ottobre scorso, ogni attività educativa con operatori esterni deve essere vagliata centralmente dall’amministrazione, lo stesso ora vale anche per le carceri minorili, con un conseguente rallentamento dei tempi per ogni autorizzazione che si somma a quella della magistratura di sorveglianza. Mentre altri Ipm rimangono senza nome, a L’Aquila si è provveduto a dedicare il carcere minorile a Francesco d’Assisi, figura certamente conciliatrice (anche nei rapporti con il mondo arabofono). Quanto a progettualità educativa, la storia del Lupo di Gubbio propone un’altra soluzione. Quando va “a far pace tra te e costoro”, Francesco si mette d’accordo con i cittadini. Tutti loro avrebbero sfamato il lupo. E molti storici concordano nel riconoscere nel lupo un brigante dell’epoca. Non conosciamo l’età di quel brigante (o animale), ma le fonti affermano tutte che il celebre poeta e santo umbro sicuramente non l’avrebbe lasciato fuori dalla città, affamato e rinchiuso in un recinto in cemento. *Insegnante Ipg Casal Del Marmo (Roma) “L’inefficienza crea ingiustizia. E servono misure di clemenza” di Mario Di Vito Il Manifesto, 15 maggio 2026 Il segretario di Md Silvestri: “Nei tribunali problemi di organici e caos per i precari”. Sul carcere: “Dal governo nessuna soluzione”. Simone Silvestri, giudice a Lucca e segretario di Magistratura democratica, abbiamo passato due anni dietro alla separazione delle carriere e alla divisione del Csm, poi è arrivato il referendum e il No ha vinto. Però la giustizia continua ad aver bisogno di riforme. Da dove cominciare? “Per esempio dall’adeguamento del numero e della distribuzione dei magistrati rispetto al carico di lavoro, per il quale nulla è stato fatto. Il rapporto tra giudici e popolazione assegna all’Italia di 11,8 giudici ogni 100.000 abitanti a fronte di una media degli stati del Consiglio d’Europa di 17,6 giudici ogni 100.000 abitanti. Senza alcuna logica di efficienza si è, invece, scelto di riaprire il Tribunale di Bassano del Grappa. Parimenti, l’ampia scopertura dell’organico del personale amministrativo, pari al 33% (che diventa il 42,8% se parliamo di personale esperto) è lontana dall’essere risolta, neppure con le prossime assunzioni di 2700 assistenti giudiziari.” Il 30 giugno scadranno i contratti degli 8.876 addetti all’ufficio del processo assunti grazie al Pnrr. Il ministero ha previsto di stabilizzarne 6.919… Si tratta di figure professionali che erano state chiamate a svolgere compiti ausiliari a quelli del giudice nello studio e nella redazione di bozze di provvedimenti, formando il perno dell’ufficio del processo, ma il ministero, invece di valorizzare e consolidare questo evoluto modello organizzativo, con il nuovo ordinamento professionale del personale firmato lo scorso 29 aprile, nonostante le formali dichiarazioni di questi giorni, li inquadra nella famiglia professionale dei servizi giudiziari, riassorbendoli di fatto nelle funzioni di cancelleria come tampone alle carenze dell’organico. E nel frattempo la digitalizzazione del processo penale, cominciata nel 2024, a dieci anni di distanza da quella del processo civile, prosegue a singhiozzo... L’adeguamento all’obbligo normativo di lavorare su atti digitali procede in modo caotico e senza che siano previsti adeguati piani di rafforzamento della rete e implementazioni dell’applicativo adottato. In diversi distretti a causa dell’inefficienza del sistema, ancora a due anni dalla sua entrata in funzione, i dirigenti hanno adottato provvedimenti di sospensione di App (l’applicazione per il processo penale telematico, ndr) e autorizzato la redazione di atti cartacei, specie nella fase cautelare e nel riesame, dove più marcata è la necessità di rispettare i termini di decadenza. Oltre alle questioni che riguardano, per così dire, il lavoro della macchina della giustizia, qual è secondo lei la principale emergenza da affrontare? Direi il carcere. Di fronte ad un tasso medio di sovraffollamento del 138%, tasso che in 71 istituti raggiunge il 150%. e in alcuni casi il 200%, non è stata adottata alcuna misura idonea a rendere compatibile la pena detentiva con la finalità rieducativa prevista dall’articolo 27 della Costituzione. In tre anni e mezzo di mandato sono state ipotizzate molte soluzioni, ma nessuna ha trovato attuazione e l’unica certezza è stata il netto rifiuto di provvedimenti generali di clemenza perché questi sono stati intesi come un cedimento dello Stato, anziché come un percorso di recupero di legalità di un sistema carcere Italia che si colloca in alcuni casi al di fuori della dignità umana. La pena detentiva, nonostante la riforma Cartabia, è ancora al centro dell’esecuzione penale e diventa un calvario quando non si riescono ad attuare le pene sostitutive o le misure alternative pur in presenza dei presupposti di legge perché le piante organiche della magistratura di sorveglianza o quelle degli uffici di esecuzione esterna sono insufficienti rispetto al carico di lavoro. La giustizia riparativa è ancora solo una promessa senza risorse per l’apertura in tutto il territorio dei centri prevista dalla legge. Questo porta a molti malfunzionamenti del sistema, peraltro... Una giustizia che funziona è necessaria a dare forza di autorità alla decisione di un giudice al pari della sua motivazione consolidata. Viceversa, una giustizia che non funziona incrina il patto sociale che sostiene la forza della legge e indebolisce il giudice che della legge si fa interprete applicandola al caso concreto. Superato il tentativo di modificare l’equilibrio tra i poteri attraverso la riforma della Costituzione, occorre prestare attenzione affinché questo equilibrio non risulti materialmente modificato dalla cattiva cura di quel compito. L’inefficienza della giustizia crea ingiustizia e l’ingiustizia crea disgregazione sociale e crimine, ma le uniche risposte che il governo ha saputo dare sono state di tipo repressivo e securitario. Pene più alte, nuovi reati, compressione delle libertà sociali. Quanto di più lontano dalla Costituzione. “Giustizia, voltiamo pagina. E sul Csm voglio rassicurare: sarà adeguato al suo ruolo” di Giuseppe Guastella Corriere della Sera, 15 maggio 2026 Il vicepresidente del Csm Fabio Pinelli: “Ora uno spirito condiviso. Garlasco? Serve un esame di coscienza”. Avvocato Fabio Pinelli, dopo il referendum che ha bocciato la riforma del centrodestra - che avrebbe decretato la fine del Csm, di cui lei è vicepresidente, come disegnato dalla Costituzione- si sente un sopravvissuto? “(Sorride) No. Il Consiglio superiore, sotto la guida saggia del presidente della Repubblica, anche durante la campagna referendaria ha mantenuto un profilo altamente istituzionale e ha proseguito, nel solco di una rinnovata efficienza, nell’adempimento dei propri compiti in modo proficuo e virtuoso. In ogni caso, il referendum ha mostrato come il Paese possa confrontarsi su temi di grande importanza e delicatezza in modo franco, aperto, addirittura aspro, come è fisiologico nelle democrazie liberali. L’importante è che il confronto avvenga sempre nel rispetto delle istituzioni”. Come ha reagito alla vittoria del No lei che è stato indicato dal centrodestra? “Le istituzioni sono impersonali e gli uomini al loro servizio, transitori. I cittadini che hanno democraticamente espresso il loro Sì alla riforma devono essere rassicurati sul fatto che il Consiglio superiore, nell’immutato assetto, può funzionare e svolgere adeguatamente il proprio ruolo costituzionale. La fiducia è un pilastro delle istituzioni”. Nella campagna è intervenuto solo per rivendicare i risultati in materia disciplinare a fronte di chi, come il ministro Nordio, sosteneva che fossero carenti per l’influenza delle correnti... “Ho avvertito fosse un dovere istituzionale nei confronti di tutto il Consiglio, una macchina molto complessa che governa la funzione di quasi diecimila magistrati. La giustizia, anche quella disciplinare, non si misura con la percentuale delle condanne, ma con decisioni motivate in modo solido e adeguato. Questa è una consiliatura assolutamente positiva, le do tre dati esemplificativi”. Prego... “Il primo. Siamo una consiliatura determinante per il raggiungimento degli obiettivi del Pnrr. Abbiamo offerto soluzioni, in massima parte recepite dal ministero della Giustizia, che ci avvicinano molto al raggiungimento del risultato auspicato, che sembrava impensabile e che consentirà, se raggiunto, di ottenere risorse ingenti da destinare a personale, magistrati, digitalizzazione, edilizia giudiziaria e penitenziaria. Secondo punto. Mantenendo una discrezionalità virtuosa, abbiamo deliberato le nomine degli incarichi direttivi all’unanimità tra l’80 e l’85%, il che significa aver diminuito la conflittualità interna e relativizzato con scelte trasparenti e verificabili il ruolo degenerativo delle correnti. Abbiamo altresì ridotto i tempi delle vacanze da circa 18 mesi a circa 6 mesi di media”. Il terzo punto? “La sezione disciplinare. Credo che si possa dire che è estremamente rigorosa e che le sue decisioni, come quelle del Csm in materia di incarichi direttivi, siano ragionevolmente coerenti e prevedibili, ancorché sindacabili. Lo dimostra lo scarsissimo numero di impugnazioni. Questo, come ha affermato il capo dello Stato, non vuol dire che il Csm sia privo di difetti, immune da errori e debba rimanere esente da critiche. Ma è innegabile che un lavoro sia stato compiuto ed è positivo. Per altro verso, una certa conflittualità interna deve essere considerata fisiologica, per la natura stessa dell’organo, espressione di valori e principi culturali eterogenei, sia nella componente laica che in quella togata. Tale diversità è una ricchezza di questa istituzione, non un limite”. La parola prevedibilità riporta alla critica delle imprese straniere restie a investire in Italia perché le decisioni dei giudici possono essere discordanti... “Parlo da giurista: l’obiettivo deve essere una risposta giudiziaria uniforme, rispetto a fatti consimili, su tutto il territorio nazionale. Certezza del diritto e prevedibilità della decisione. Credo sia necessaria una semplificazione normativa. La politica deve avere l’autorevolezza di disegnare, con il prezioso contributo della magistratura, dell’avvocatura e dell’accademia, un nuovo modello di giustizia, adeguato alla contemporaneità, che non sia avulso dai cambiamenti demografici, economici e tecnologici che stanno attraversando la nostra epoca”. Parla di semplificazione, ma la politica tende a penalizzare tutto scaricando i problemi sulla giustizia... “Si tratta di un fenomeno di lunga data, presente in tutte le stagioni politiche. È necessario avviare una riflessione profonda sul ruolo che il diritto penale può e deve avere nella società. Allo stesso tempo, occorre incentivare una risposta dello Stato, ovviamente per i reati minori e privi di allarme sociale, meno incentrata sulla detenzione. Questo aiuterebbe anche a evitare l’aggravamento del drammatico sovraffollamento carcerario che finisce per compromettere la funzione rieducativa della pena”. Non ha l’impressione che l’immagine del Csm sia stata incrinata dagli attacchi della politica principalmente contro le correnti criminalizzate per il caso Palamara? “Credo che certe vicende debbano essere consegnate al passato. La reputazione attuale del Csm non può che essere la diretta conseguenza di un’attività quotidiana contraddistinta da correttezza, prevedibilità, serietà e trasparenza. Questa sì è una nostra responsabilità”. La magistratura in gran parte sente di essere uscita vittoriosa dal referendum... “La magistratura merita un riconoscimento per i tanti che compiono un lavoro straordinario e per il ricordo di coloro che hanno sacrificato anche la loro stessa vita. Legittimamente rivendica i principi inderogabili di autonomia e di indipendenza. Ma al contempo, all’esito del referendum, su questi stessi principi potrebbe compiere una riflessione matura, valorizzandoli come forme di garanzia per i cittadini, nel rispetto del principio di uguaglianza davanti alla legge. La magistratura non deve cercare consenso e potere, ma la fiducia dei cittadini acquisita attraverso una postura sempre adeguata nell’esercizio della funzione”. I magistrati sono stati attaccati sui temi della sicurezza, delle indagini e dei processi che non avevano molto a che fare con la riforma. Il giorno dei risultati, alcuni non hanno fatto una bella impressione festeggiando cantando “Bella ciao”... “È stata una fase storica particolare. Voltiamo pagina e guardiamo al futuro. Occorre nutrire e manifestare reciproco rispetto, la delegittimazione non aiuta le istituzioni e di conseguenza i cittadini”. La cronaca ripropone in continuazione casi giudiziari come la vicenda Garlasco... “Il processo mediatico è un tema delicato, rispetto al quale bisogna interrogarsi: un condiviso esame di coscienza che coinvolga magistratura, avvocatura e mezzi di comunicazione, anche se devo dire che nel caso specifico, in quest’ultima fase, la magistratura si è data una disciplina rigorosa. Tutti gli attori in gioco dovrebbero ricordare che il luogo dell’accertamento delle responsabilità individuali è solo il processo”. Misure cautelari, verso il rinvio dell’entrata in vigore del Gip collegiale Il Sole 24 Ore, 15 maggio 2026 Sarebbe allo studio, con il placet del Governo, un sistema basato su collegi distrettuali per ovviare alle carenze dei tribunali medio piccoli. Il governo si prepara a rinviare l’entrata in vigore della riforma del gip collegiale sulle misure cautelari personali, già approvata con la legge 114 del 2024 e destinata a diventare operativa dal prossimo 25 agosto. Secondo quanto riferito dal quotidiano del Consiglio nazionale forense, Il Dubbio, Palazzo Chigi avrebbe dato il via libera a una soluzione tecnica elaborata dal ministero della Giustizia per superare le criticità organizzative denunciate dall’Associazione Nazionale Magistrati. L’ipotesi allo studio prevede un rinvio dell’applicazione della riforma, con l’obiettivo di arrivare entro l’autunno a un sistema stabile basato su collegi “distrettuali”. In pratica, le decisioni sulle misure cautelari non verrebbero affidate a collegi costituiti nei singoli tribunali, ma organizzati a livello di distretto di Corte d’appello, così da evitare paralisi operative negli uffici giudiziari più piccoli. La riforma, fortemente sostenuta dal ministro della Giustizia Carlo Nordio e dal capogruppo di Forza Italia Enrico Costa, introduce il principio della collegialità nelle decisioni che incidono sulla libertà personale degli indagati. L’obiettivo dichiarato è rafforzare le garanzie difensive, evitando che provvedimenti cautelari vengano adottati da un solo magistrato e favorendo una valutazione più approfondita del quadro probatorio. Secondo Il Dubbio, la soluzione avrebbe ottenuto anche il placet del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano e nascerebbe dal confronto avviato dal viceministro Francesco Paolo Sisto con le toghe dopo le forti obiezioni avanzate dall’Anm. Le criticità riguardano soprattutto la carenza di magistrati nei tribunali medio-piccoli e il rischio di rallentamenti nei procedimenti urgenti, a partire da quelli legati al “codice rosso”. Intercettazioni a strascico: serve un punto di equilibrio tra sicurezza e libertà di Biagio Marzo Il Riformista, 15 maggio 2026 Il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, Giovanni Melillo, da quando guida la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, si è distinto per serietà istituzionale e rigore professionale, soprattutto dopo aver scoperchiato il vaso di Pandora del presunto dossieraggio illegale all’interno della Dna: oltre 10mila accessi abusivi alle banche dati investigative. Una vicenda esplosa dopo la pubblicazione, sul quotidiano Domani, di articoli riguardanti Guido Crosetto, allora in procinto di diventare ministro della Difesa. Al centro dell’inchiesta il finanziere Pasquale Striano, in servizio presso la Dna. Il caso fu definito “verminaio” per la quantità di accessi e informazioni riservate riguardanti politici, imprenditori, vip e personaggi pubblici. Proprio per questo ha sorpreso l’intervista rilasciata al Corriere della Sera, nella quale Melillo ha sollevato il problema dell’articolo 270 del Codice di procedura penale, inviando una lettera ai ministri della Giustizia e dell’Interno e alla Commissione Antimafia. Secondo il procuratore nazionale, la norma starebbe creando difficoltà investigative nell’utilizzo delle intercettazioni in procedimenti diversi da quelli per cui erano state autorizzate. Il punto politico e giuridico - Il punto, però, è politico e giuridico insieme. L’articolo 270 non nasce ieri da una improvvisa “farneticazione garantista”. Fu introdotto nel 1989 con il Codice Vassalli, nel passaggio storico dal sistema inquisitorio del Codice Rocco a quello accusatorio ancora in alto mare dopo la sconfitta referendaria sulla riforma della magistratura. Per oltre trent’anni ha rappresentato una garanzia fondamentale contro l’uso indiscriminato delle intercettazioni, stabilendo che esse non possano essere utilizzate liberamente in procedimenti diversi, salvo casi particolarmente gravi. Quell’equilibrio venne alterato nel 2020, durante il governo Conte 2 di stigma populista giustizialista, con il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. In Parlamento votarono a favore i gruppi della maggioranza (M5S, Pd, Italia Viva e Liberi e Uguali) e contro FdI, Lega e gran parte di FI. L’allargamento dell’utilizzabilità delle intercettazioni passò con 249 voti a favore e 169 contrari. In nome dell’emergenza investigativa si allargò enormemente l’utilizzo delle intercettazioni, fino a trasformarle, secondo molti penalisti, in una vera e propria “pesca a strascico”. Un’espressione efficace, perché rende l’idea di uno strumento capace di catturare tutto: fatti rilevanti, vicende marginali, conversazioni private, relazioni personali. Il risultato fu l’espansione smisurata del potere investigativo e mediatico delle procure. In alcuni territori, soprattutto nel Mezzogiorno, si assistette a grandi operazioni di polizia con centinaia di arresti, salvo poi vedere numerosi imputati tornare liberi o risultare innocenti. Da qui la scelta del Parlamento, nel 2023, di riportare il sistema entro i confini originari del Codice Vassalli, ripristinando limiti e garanzie. Un allargamento dell’articolo 270 - Per questo sorprende che oggi si invochi nuovamente un allargamento dell’articolo 270. Anche perché, sul piano tecnico, l’allarme appare eccessivo. “La giurisprudenza della Corte di cassazione esclude infatti che vi siano procedimenti diversi nei casi di connessione tra reati, consentendo già l’utilizzo delle intercettazioni quando esiste un medesimo disegno criminoso o un rapporto di strumentalità”. Le restrizioni operano soltanto per fatti del tutto estranei all’indagine originaria. Il nodo vero, allora, è un altro: stabilire fino a che punto le esigenze investigative possano comprimere le libertà individuali. Le intercettazioni sono uno strumento indispensabile contro mafia e terrorismo, ma restano anche uno dei mezzi più invasivi nella vita dei cittadini. Per questo, le garanzie non sono un ostacolo burocratico né un favore ai delinquenti: sono il cuore dello Stato di diritto. Il punto di equilibrio tra sicurezza e libertà - Il rischio che si corre è che una parte della magistratura inquirente intervenga, in modo scadenzato, nel dibattito politico-legislativo per orientarne le scelte non solamente legate alla giustizia. In una democrazia rappresentativa spetta al Parlamento trovare il punto di equilibrio tra sicurezza e libertà, non alle procure. Altrimenti il rischio è che, passo dopo passo, l’eccezione investigativa finisca per diventare la regola. La sicurezza senza garanzie produce paura. Le garanzie senza sicurezza producono impotenza. Ma uno Stato libero si misura proprio dalla capacità di tenere insieme entrambe, senza sacrificare la libertà sull’altare dell’emergenza permanente. Liguria. L’allarme del Garante: “Sovraffollamento e poco lavoro mettono a rischio dignità” goodmorninggenova.org, 15 maggio 2026 Carceri sempre più affollate, aumento dei giovani detenuti e poche opportunità di lavoro e reinserimento: è critico lo scenario che la relazione 2025 del Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale traccia su Genova. Secondo il rapporto al 31 dicembre 2025 negli istituti penitenziari liguri erano presenti 1.398 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 1.111 posti: tasso di sovraffollamento superiore al 125%. Una situazione che, sottolinea il Garante, incide direttamente sulle condizioni di vita, sull’accesso ai servizi e sui percorsi di recupero. In questo quadro, i detenuti stranieri rappresentano oltre la metà della popolazione carceraria regionale. La relazione segnala una forte presenza di giovani tra i 18 e i 24 anni: Liguria tra le regioni italiane maggiormente interessate dal fenomeno. A incidere anche gli effetti del “Decreto Caivano”, che ha aumentato i trasferimenti dai circuiti minorili alle carceri per adulti, interrompendo spesso percorsi educativi già avviati. Nel corso del 2025 il Garante ha effettuato numerose visite negli istituti penitenziari, svolgendo oltre 300 colloqui con detenuti e raccogliendo segnalazioni da familiari e operatori. Le principali criticità riguardano salute, continuità delle cure, condizioni igienico-sanitarie e qualità degli spazi. Tra i nodi più delicati quello del lavoro penitenziario: i detenuti occupati sono pochi e le attività disponibili spesso scarsamente qualificate e retribuite. Limitato anche l’utilizzo della legge Smuraglia, che incentiva le imprese ad assumere persone detenute. Critiche anche sul fronte dell’alimentazione: la relazione denuncia qualità e quantità insufficienti dei pasti, aggravate da una diaria giornaliera di 3,70 euro per colazione, pranzo e cena, inferiore rispetto alla precedente gara nonostante l’aumento dei costi dovuto all’inflazione. Il documento, infine, affronta contesti di limitazione della libertà, come le Rems e i reparti ospedalieri, ribadendo la necessità di controlli costanti e tutela effettiva dei diritti. “Il rispetto dei diritti delle persone private della libertà non è una concessione, ma un obbligo costituzionale”, ricorda il Garante, sottolineando come investire su dignità, salute, lavoro e reinserimento rappresenti “l’unico modo per costruire una sicurezza più solida e duratura”. Milano. San Vittore, detenuto si toglie la vita: in tutta Italia cinque casi in due giorni milanotoday.it, 15 maggio 2026 Salgono a 26 (compresi due operatori) i sucidi nelle carceri italiane nel 2026. Si trovava recluso a San Vittore uno dei cinque detenuti che si sono tolti la vita in meno di 48 ore. Lo segnala la Uil Funzione pubblica Polizia penitenziaria in una nota con cui rilancia l’allarme e chiede provvedimenti incisivi per le carceri italiane. “Cinque detenuti sono morti suicidi in meno di 48 ore”, afferma Uil Fp Pp nella nota: “Il primo presso l’ospedale di Cagliari l’11 sera, dov’era stato ricoverato due giorni prima per aver tentato l’impiccamento nel carcere del capoluogo sardo. Il secondo l’altro ieri presso la casa circondariale di Modena. Il terzo, il quarto e il quinto ieri nei penitenziari di Spoleto, Milano San Vittore e Lecce”. Sale così a 24 il numero delle persone detenute che, dall’inizio del 2026, si sono tolte la vita, a cui aggiungere 2 operatori. “Una spirale di morte inconcepibile in un Paese civile”, commenta il sindacato, sottolineando che attualmente sono ristrette 64.550 persone a fronte di 46.339 posti disponibili, con 20mila agenti penitenziari meno del necessario. Le carceri, per la Uil Fp Pp, “continuano a versare in una gravissima emergenza che non può essere affrontata con misure ordinarie ma necessita di provvedimenti e investimenti straordinari”. Reggio Emilia. Visita alla Pulce delle donne del Pd: “In carcere la fame di imparare” di Stella Bonfrisco Il Resto del Carlino, 15 maggio 2026 Sopralluogo alla sezione femminile da parte delle consigliere regionali. “Abbiamo percepito una grande fame di attività, di imparare cose, acquisire competenze sulle quali investire per il futuro. Ma soprattutto per accelerare il battito troppo lento di un tempo che fatica a trascorrere”. Hanno raccontato così la visita ispettiva alla sezione femminile della Pulce le consigliere regionali del gruppo del Partito Democratico dell’assemblea legislativa dell’Emilia Romagna. La delegazione per la prima volta è entrata negli spazi riservati alle donne all’interno del carcere reggiano, per verificare le condizioni delle detenute - data l’emergenza generale del sovraffollamento carcerario - l’accesso ai servizi sanitari e ai percorsi di reinserimento sociale e lavorativo al termine della pena. Le detenute ristrette nella casa circondariale di via settembrini sono attualmente 15 e partecipano ad attività didattiche e di istruzione, oltre ad alcuni progetti di formazione professionale, tra cui il cucito e la scuola per parrucchiere. “Le loro condizioni sono buone - hanno riferito le consigliere regionali -. La sezione raccoglie un gruppo ristretto di donne, che a noi sono sembrate affiatate e collaborative fra loro. Non esiste nessun problema di sovraffollamento, ma una riflessione va fatta sulle opportunità da offrire loro all’interno del carcere. Attualmente troppo poche perché non sempre nei progetti a disposizione si riesce a raggiungere il numero minimo necessario per essere realizzati. Abbiamo notato una forte necessità di proposte, di tenersi occupate, e su questo bisogna lavorare, pensare a opportunità da offrire. Questa mattina poi (ieri, ndr) era una giornata particolare perché sono stati consegnati loro i riconoscimenti di partecipazione al corso di sartoria e le detenute ci hanno mostrato con grande soddisfazione tutti i manufatti che hanno creato all’interno del percorso. Alla delegazione hanno preso parte le consigliere regionali reggiane Maria Laura Arduini, Elena Carletti, insieme con Antonella Incerti e Mori Roberta, portavoce nazionale donne dem. Con loro: Simona Lembi, Marcella Zappaterra, Giulia Bernagozzi, Lucia Mirti, Ilaria Baraldi, Dayla Briganti e Antonella Di Pietro. Treviso. Detenuti al lavoro nelle case di riposo, faranno volontariato con gli anziani di Mauro Favaro Il Gazzettino, 15 maggio 2026 Nuovo protocollo d’intesa tra Enea, l’ex Israa e il Cvs: varie mansioni e accesso dopo una serie di valutazioni. Detenuti nelle case di riposo della città per stare accanto agli anziani e, in generale, per contribuire alla loro assistenza. L’obiettivo è duplice: permettere ai giovani, anche minorenni, che hanno avuto problemi con la giustizia di rendersi protagonisti di un’attività di riparazione sociale, come volontariato, aiutando così le persone più fragili. È questo, in sintesi, il fulcro del nuovo protocollo d’intesa tra Enea, l’ex Israa, e il Cvs - Centro di servizio per il volontariato di Treviso e Belluno. Quest’ultimo, tramite la cooperativa La Esse, ha proposto all’ipab di inserire nei propri centri servizi per anziani sia minori che giovani adulti sottoposti a provvedimenti penali per fare in modo che possano portare avanti delle attività di riparazione sociale. Si potrà andare dalle pulizie a piccoli interventi di manutenzione, fino alla cura del verde e così via. Ma non ci sono limitazioni specifiche, se non quelle, ovvie, legate alle attività di natura socio-sanitaria. La selezione delle persone con provvedimenti penali sarà accurata. Le porte delle case di riposo, meglio chiarirlo, non sono aperte a tutti. Gli inserimenti diventeranno effettivi solo a fronte dell’esito positivo del colloquio tra il tutor de La Esse, la direzione della singola struttura e il servizio educativo. “Affinché l’inserimento possa essere positivo sia per l’interessato che per i residenti”, si specifica del decreto siglato da Enea. In ogni caso l’attività di riparazione sociale volontaria verrà sempre svolta con l’affiancamento del servizio educativo della casa di riposo. Il tutto senza costi aggiuntivi per l’ipab: sarà direttamente il Csv a stipulare l’assicurazione e la polizza infortuni a copertura delle attività dei minori e dei giovani accolti nelle case di riposo. Si punta a fare in modo che l’inserimento sia vantaggioso per entrambe le parti. Proprio negli ultimi giorni Enea ha evidenziato la necessità di procedere con la sostituzione di 100 operatori socio-sanitari nel corso di quest’anno, in primis per colmare i buchi lasciati negli organici da chi va a lavorare negli ospedali. Parallelamente l’ipab ha previsto di assumere 20 operatori ausiliari in più. Le attività di volontariato dei detenuti di certo non risolveranno il problema del personale. Ma possono comunque dare una mano. Negli anni scorsi anche il Parco del Sile, ai tempi dell’ex presidente Nicola Torresan, oggi capogruppo della Lega in consiglio comunale, aveva accolto dei detenuti per vigilare sull’area protetta. In questo caso accompagnavano il vigilante del Parco nelle ispezioni per due giorni alla settimana: dalle 8 alle 12 e alle 14 alle 17. Dieci anni fa, infine, il Comune di Villorba aveva stretto un accordo con il carcere di Santa Bona. Il titolo era ad effetto: “Pala e piccone”. Ma ovviamente non si parlava di lavori forzati. Anzi. Il progetto prevedeva che due persone finite dietro le sbarre andassero a lavorare per sei mesi per il municipio. A costo zero per le casse comunali, se si escludono assicurazioni. Oggi, invece, Enea non dovrà tirare fuori soldi nemmeno per queste. Roma. Evento Cnel-Unicef: bambini in carcere con le madri, verso un sistema di tutela integrato cnel.it, 15 maggio 2026 Brunetta: trovare il giusto equilibrio tra sicurezza e inclusione. Si è tenuto ieri nella Plenaria Marco Biagi del Cnel l’evento “Bambini in carcere con le madri: verso un sistema di tutela integrato”, una giornata di lavoro promossa dal Segretariato permanente per l’inclusione economica, sociale e lavorativa delle persone private della libertà e Unicef Italia. Ha aperto i lavori il presidente del Cnel, Renato Brunetta, seguito dal presidente di Unicef Italia, Nicola Graziano. “Trovare il giusto equilibrio tra sicurezza e inclusione. È questa la chiave di volta - ha affermato il presidente del Cnel - per dare reale attuazione all’articolo 27 della Costituzione, che assegna alla pena una funzione rieducativa e impone il rispetto della dignità della persona. Un’indicazione chiara, una rotta da seguire, su cui abbiamo incardinato il programma Recidiva Zero. Studio, formazione e lavoro in carcere e fuori dal carcere’, realizzato dal Cnel in collaborazione con il Ministero della Giustizia. Il bilanciamento tra sicurezza e inclusione è tanto più importante laddove si voglia affrontare uno degli ambiti più complessi e delicati del sistema carcerario, quello dei bambini che vivono in carcere con le loro madri. Bambini a cui occorre garantire i diritti dell’infanzia, condizioni di crescita adeguate, uno sviluppo psicologico quanto più possibile armonioso e sereno. È allora fondamentale la capacità di attivare percorsi mirati di inclusione e reinserimento socio-lavorativo per le madri. In quest’ottica, vi sono alcune buone pratiche di attuazione sperimentale delle case famiglia protette, fondate su modelli di collaborazione interistituzionale e sul contributo di soggetti privati e del Terzo Settore. Il nostro obiettivo è far sì che questi casi esemplari siano valorizzati e messi a sistema”, ha così concluso Brunetta. (Cliccare qui per il video intervento) “I bambini in carcere non hanno commesso alcun reato, ma ne subiscono le conseguenze ogni giorno. Il principio dell’interesse superiore del minorenne - sancito dalla Convenzione ONU e riconosciuto dall’ordinamento italiano - impone obblighi precisi allo Stato. Come UNICEF Italia ribadiamo la necessità di un approccio integrato di tutela, che coinvolga giustizia, welfare, sanità e terzo settore, e che privilegi misure alternative alla detenzione, ponendo al centro il benessere e lo sviluppo di bambine e bambini, senza alcuna discriminazione. Non è più accettabile che esistano soltanto due Case-famiglia protette in tutto il Paese”, ha dichiarato Nicola Graziano, presidente dell’UNICEF Italia. “Occorre eliminare il vincolo finanziario previsto dalla legge n. 62 del 2011 e prevedere un finanziamento strutturale stabile per la realizzazione e il funzionamento delle Case-famiglia protette. È una scelta politica che non può più essere rinviata. Il grado di civiltà giuridica di un ordinamento si misura anche dal coraggio di applicare fino in fondo le proprie leggi e i propri principi”, ha aggiunto. “Con il progetto Recidiva Zero, nato dall’accordo tra CNEL e Ministero della Giustizia, individuiamo nell’inclusione lavorativa la leva per abbattere la recidiva, che in Italia arriva al 70%. In questo quadro, il tema dei bambini in relazione al regime di ristrettezza delle madri è centrale. Dobbiamo garantire il loro reinserimento, attraverso strutture e case-famiglia protette. Il benessere dei detenuti passa dalla serenità dei figli. Senza questo equilibrio psicofisico, i programmi di ricostruzione di una nuova vita non possono attecchire. È necessario trasformare i momenti critici delle visite in carcere, oggi vissuti in contesti non ideali, utilizzando spazi più idonei e progettualità - anche con l’ausilio degli animali - che sappiano sdrammatizzare l’impatto emotivo sui minori. Come CNEL, la casa dei corpi intermedi, siamo pronti a tradurre queste proposte in azioni concrete e proposte di legge”. Lo ha affermato Emilio Minunzio, consigliere CNEL e coordinatore del Segretariato permanente per l’inclusione economica, sociale e lavorativa delle persone private della libertà personale. “Sono contenta che ci siano eventi come questo: i bambini in carcere non ci dovrebbero stare, sono la prima a sostenerlo. Ma non basta ripeterlo: bisogna capire di che cosa stiamo parlando”. Lo ha sottolineato la deputata Simonetta Matone, magistrata, già sostituto procuratore del Tribunale per i minorenni di Roma, intervenendo sulle detenute madri. “Il fenomeno è assolutamente contenuto sul piano dei numeri: nella situazione attuale in Italia le donne detenute sono 21, i bambini sono 25; di cui 10, ossia il 45,7%, non sono italiane, così come 12 dei 25 bambini sono stranieri”. Si tratta di storie segnate anche da “miseria, sudditanza e sfruttamento criminale”. Sul decreto Sicurezza 2025, che ha modificato l’assetto normativo sulla detenzione delle madri, Matone ha osservato che la scelta di “rendere facoltativo e non più obbligatorio il rinvio dell’esecuzione della pena per donne incinte o madri di bambini sotto l’anno di età, ridà libertà alle donne e dà libertà ai magistrati di valutare caso per caso. Perché una cosa è trovarsi davanti a una donna che può essere considerata vittima di traffici o sfruttamento; altra cosa è lasciare automaticamente libero chi resta dentro un circuito di sfruttamento continuativo”. Il dibattito è stato moderato dalla consigliera CNEL, Enrica Morlicchio. La giornata di lavoro ha offerto uno spazio di confronto qualificato e multidisciplinare tra istituzioni, esperti ed esponenti della società civile, per analizzare il quadro normativo vigente e promuovere un approccio integrato alla tutela dei minorenni figli di madri detenute. Nel corso dell’incontro, particolare attenzione è stata dedicata al modello delle case-famiglia protette, quali soluzioni alternative alla detenzione in grado di garantire il benessere dei bambini e favorire percorsi di inclusione per le madri. L’incontro, suddiviso in tre sessioni, ha approfondito l’attuale quadro normativo e la tutela superiore del minore, l’impatto sullo sviluppo psicofisico dei bambini e delle bambine e le possibili esperienze alternative al carcere. L’iniziativa si inserisce nel quadro del progetto Recidiva Zero, realizzato dal CNEL in collaborazione con il ministero della Giustizia, al fine di favorire l’inclusione sociale e lavorativa delle persone private della libertà personale grazie a studio, formazione e lavoro in carcere e fuori dal carcere. Foggia. Benessere e riscatto dietro le sbarre: nel carcere il confronto con Fabrizio Cerusico immediato.net, 15 maggio 2026 Presentato nel teatro della Casa circondariale il libro “Fammi stare bene. Il benessere in tre atti” nell’ambito del progetto “La Primavera dei Libri” promosso dal Cpia “David Sassoli”. Un libro trasformato in occasione di dialogo, riflessione e crescita personale all’interno della Casa circondariale di Foggia. È il significato dell’incontro che si è svolto nei giorni scorsi nel teatro del carcere per la presentazione di “Fammi stare bene. Il benessere in tre atti”, volume scritto da Fabrizio Cerusico, medico chirurgo specializzato in ginecologia e ostetricia. L’iniziativa è stata promossa dal Cpia 1 Foggia “David Sassoli” nell’ambito del progetto “La Primavera dei Libri” e ha coinvolto le persone detenute della sezione scolastica in un percorso di approfondimento sui temi del benessere psicofisico, della salute e della consapevolezza personale. La scuola in carcere come spazio di crescita - Alla base del progetto, la visione educativa della dirigente scolastica Antonia Cavallone, impegnata da anni nel rafforzare il ruolo della scuola all’interno del carcere come luogo di inclusione, formazione e opportunità di riscatto personale. Il percorso è stato coordinato dalla docente del Cpia 1 Laura Lo Muzio, con il contributo delle insegnanti Addolorata Racano e Lucia D’Amore. Attraverso il lavoro svolto in aula, il libro è diventato strumento di confronto diretto sui temi degli stili di vita, della salute e della cura di sé. Il dialogo con i detenuti - Nel corso dell’iniziativa sono intervenuti il direttore della Casa circondariale Michele De Nichilo, il comandante Claudio Ronci, la responsabile dell’area educativa Paola Errico, la dirigente scolastica Antonia Cavallone e l’europarlamentare Mario Furore. Dopo l’introduzione delle docenti, Silvia Valletta, embriologa e biologa collaboratrice di Cerusico, ha approfondito gli aspetti scientifici e umani affrontati nel libro. Successivamente l’autore ha dialogato direttamente con gli studenti detenuti, rispondendo alle domande e confrontandosi con loro sui temi affrontati nel volume. Benessere, salute e possibilità di cambiamento - Il libro propone una riflessione sul benessere come equilibrio tra mente e corpo attraverso la metafora del teatro: la vita raccontata come una rappresentazione in tre atti nella quale ogni persona è chiamata a diventare protagonista della propria storia. Un messaggio che, all’interno del contesto penitenziario, ha assunto un significato ancora più profondo, legato alla possibilità di cambiamento e riscatto personale. Particolarmente partecipato il confronto finale con i corsisti detenuti, che hanno affrontato temi legati all’alimentazione, al benessere psicofisico, al fumo e alle difficoltà nel mantenere corrette abitudini di vita in carcere. Diversi interventi hanno riguardato anche i benefici della cessazione del tabagismo e la necessità di sviluppare una maggiore consapevolezza della propria salute. All’iniziativa ha preso parte anche il CSV Foggia. Genova. Dalle celle al palcoscenico: il “miracolo” delle detenute di Pontedecimo genovatoday.it, 15 maggio 2026 Due progetti che connettono teatro, sostenibilità e creatività porteranno le donne della sezione femminile fuori dalla casa circondariale, coinvolgendo la città in un percorso di inclusione, formazione e riscatto sociale. Fondazione Carige rafforza il proprio impegno sul reinserimento sociale mettendo in campo due nuovi progetti con al centro le detenute della sezione femminile della Casa Circondariale di Genova Pontedecimo. Il progetto più ampio e su rete nazionale che fa da cornice all’appuntamento teatrale genovese è “Per Aspera ad Astra”. Il percorso sostenuto dalla Fondazione Carige in sinergia con il Teatro Nazionale di Genova culminerà il 25 maggio con la rappresentazione di “Alice Underground”, spettacolo che - dopo essere stato presentato negli spazi della Casa Circondariale di Genova Pontedecimo - arriva adesso al Teatro Gustavo Modena con una replica straordinaria aperta a tutta la città (alle ore 18:30). Inoltre, il progetto artistico e ambientale “Trame Sospese”, che porterà a Palazzo Ducale, il 15 e 16 maggio, una mostra realizzata dalle detenute attraverso laboratori creativi basati sul recupero dei materiali e sull’economia circolare. “Per Aspera ad Astra”, progetto nazionale di Acri (Associazione di Fondazioni e di Casse di Risparmio), realizzato e promosso a livello locale da Fondazione Carige in sinergia con il Teatro Nazionale di Genova e con la regia di Elena Dragonetti, ha coinvolto dodici detenute in un laboratorio teatrale intensivo fondato sulla recitazione e sull’espressione corporea. Un percorso intenso e articolato che non si è limitato all’esperienza attoriale, ma che ha permesso alle partecipanti di confrontarsi anche con i mestieri artigianali del teatro, dalla realizzazione di scenografie e costumi fino al lavoro di squadra necessario per costruire uno spettacolo. Accanto al teatro, Fondazione Carige ha scelto di sostenere e accompagnare anche “Trame Sospese”, progetto ideato dallo scrittore Roberto Baghino e sviluppato dalla Cooperativa Sociale Il Biscione con il coinvolgimento di Amiu. Dodici detenute sono state coinvolte in un laboratorio artistico e ambientale che intreccia sostenibilità, manualità e riflessione sul concetto di “scarto”, trasformando materiali di recupero in opere creative e simboli di rinascita personale. Il presidente di Fondazione Carige, Lorenzo Cuocolo afferma: “Quest’anno abbiamo scelto di dedicare attenzione alla Casa Circondariale di Pontedecimo, offrendo alle detenute percorsi di teatro, arte e creatività. Queste esperienze hanno favorito relazioni, competenze e fiducia. Il fatto che uno spettacolo nato in carcere arrivi al Teatro Modena o che opere delle detenute vengano accolte a Palazzo Ducale rappresenta un dialogo tra dentro e fuori, avvicinando mondi lontani”. Paola Penco, direttrice della Casa Circondariale di Genova Pontedecimo, aggiunge: “Presentiamo due iniziative che uniscono lavoro e arte. Questi risultati sono possibili grazie alla Fondazione Carige, al Teatro Nazionale di Genova, alla regista Elena Dragonetti e allo scrittore Roberto Baghino. Un ringraziamento particolare va anche al personale della Casa Circondariale, la cui dedizione trasforma il carcere in un’opportunità di inclusione”. Con il sostegno di Regione e Comune - I due percorsi attivati da Fondazione Carige, in collaborazione con la Casa Circondariale di Genova Pontedecimo, possono contare anche sul sostegno istituzionale degli enti locali, in primis Regione Liguria e Comune di Genova. Il presidente del Consiglio regionale della Liguria, Stefano Balleari commenta: “Come istituzioni, riteniamo fondamentale sostenere esperienze concrete che favoriscano il riscatto sociale e contribuiscano a costruire una società più coesa, solidale e attenta a non lasciare indietro nessuno”. Emilio Robotti, assessore alla Mobilità Sostenibile del Comune di Genova aggiunge: “Abbiamo voluto essere presenti accanto a questi progetti perché rappresentano esempi concreti di come cultura, arte e partecipazione possano creare connessioni tra il carcere e la città. È importante che le istituzioni sostengano iniziative capaci di promuovere inclusione, responsabilità e reinserimento sociale, offrendo alle detenute occasioni reali di crescita personale e di dialogo con il territorio L’eredità ideale di Marco Pannella, il “matto liberale” di Franco Corleone L’Espresso, 15 maggio 2026 Si sente la mancanza di un partito che abbia al centro il rispetto delle regole e il rifiuto della forza. Il 19 maggio ricorreranno dieci anni dalla morte di Marco Pannella che è stato un protagonista della politica italiana e europea per sessant’anni, segnando indelebilmente il cambiamento del costume e della vita delle persone grazie alla straordinaria stagione dei diritti civili. Divorzio, aborto, obiezione di coscienza, voto ai diciottenni sono state conquiste ottenute con l’uso di strumenti originali e inediti, dai digiuni ai sit-in, dalle marce alle occupazioni e alle disobbedienze civili. Il suo apprendistato politico iniziò nell’Ugi, l’associazione degli universitari laici e proseguì nel Partito Radicale fondato da Mario Pannunzio e assumendone l’eredità dopo l’abbandono dei promotori. È uscito un libro a più voci curato da Piero Ignazi e con una ricca ed esaustiva introduzione di Andrea Pugiotto dedicato alla figura del leader radicale identificato dalla passione della politica. Viene ricostruito lo sviluppo delle sue sfide culturali attraversando i nodi originali della comunicazione, del corpo, della nonviolenza, dell’europeismo, del partito transnazionale, dell’antimilitarismo, della giustizia, del carcere, del diritto e dello Stato di diritto. Nel 1951 Mario Ferrara scrisse sul Mondo un editoriale memorabile e profetico, “Date un matto ai liberali” e alla fine una figura capace di rottura delle regole e del bon ton apparve e scompaginò il quadro degli equilibri scontati e immutabili. Il modello dello statuto del nuovo Partito Radicale basato su una struttura federale e sulla presenza di movimenti tematici si realizzò, sia pure nella dimensione di una organizzazione di minoranza, purtroppo mai preso in considerazione da un grande partito. In realtà sarebbe la soluzione attuale per favorire la costruzione di una classe dirigente impegnata su battaglie specifiche e con la indispensabile competenza. Pannella per molto tempo esaltò l’importanza di un partito inteso come comunità, a un certo punto scelse un’altra strada, quella della disseminazione di energie. Il risultato è stata la scomparsa di un soggetto politico che aveva avuto un ruolo di punta e oggi si sente la mancanza proprio di un partito che abbia al centro il rispetto delle regole e il rifiuto della forza. Pannella è stato una persona unica e irripetibile ed è la ragione per cui non poteva esistere un erede. Poteva però sopravvivergli un soggetto politico quale punto di riferimento per le ferite sociali che oggi si presentano aggravate. Mai come in questi anni sta prendendo corpo il fantasma del regime, evocato da Ernesto Rossi, attraverso decreti-legge sicurezza che realizzano uno Stato di controllo e di repressione del dissenso. Molte cose vanno fatte in continuità con una storia incancellabile, facendo rivivere lo strumento del referendum quale leva di partecipazione e occasione per esaltare la politica come conflitto. Pannella temeva il destino di marginalità e di sconfitta della “terza forza” rappresentato plasticamente dalla dissoluzione del Partito d’Azione e aveva immaginato un terreno diverso per la battaglia politica. È inutile chiedersi che cosa farebbe Pannella oggi. La crisi sociale e culturale è così profonda che la sfida di costruire un soggetto collettivo che sappia esercitare fantasia ed egemonia appare quasi impossibile, ma sarebbe bella una prova contro la dimensione del probabile. D’altronde la memoria ha senso se crea vita e felicità. Marcia anti-violenza a Napoli: 150 associazioni. Il cardinale: “Serve patto educativo” di Gennaro Scala Corriere della Sera, 15 maggio 2026 Con la Curia, Libera e i sindacati anche attori, artisti ed esponenti del mondo della cultura. C’è un momento in cui le parole smettono di risuonare nei palazzi della politica, quella dei decreti che portano il nome del quartiere-ghetto di turno, e diventano carne, cemento, resistenza. Accade quando un sacerdote, che veste i paramenti da arcivescovo metropolita ma sa ancora parlare la lingua degli ultimi, decide che chi resta in silenzio è complice. Don Mimmo Battaglia ha firmato per primo. Dietro di lui, come una fiume che rompe gli argini dell’indifferenza, si sono messe in fila oltre centocinquanta associazioni. E poi scrittori, registi, rappresentanti della società civile. Maurizio De Giovanni, Valeria Perrella, Viola Ardone, Roberto Andò, Silvio Petrella, Peppe Lanzetta, Costanza Boccardi, Luciano Stella, Mimmo Basso, Isaia Sales. Gente che Napoli la racconta, la soffre, la vive ogni giorno. Domani, la città che non ci sta scende in piazza per la grande marcia popolare per l’educazione e la prevenzione lanciata da Libera, Chiesa di Napoli e associazioni. Il percorso è attraverso il ventre molle della città: partenza da piazza Garibaldi e arrivo in piazza Dante, dove si terrà un’assemblea pubblica. Al centro della mobilitazione c’è la necessità di fare rete, superando la frammentazione per creare una “comunità educante” attiva. La proposta chiede politiche pubbliche in netta discontinuità con quelle repressive: un “Decreto Comunità” e una Legge Regionale sull’Educativa di Comunità che prevedano continuità dei progetti e la dignità di “un salario mensile minimo di chi lavora nel sociale”. “La camorra si nutre della povertà educativa e del vuoto di futuro”, spiega don Mimmo Battaglia. “Per questo si combatte prima di tutto nei luoghi della crescita, nei legami spezzati, nelle solitudini che feriscono i nostri ragazzi. Ogni giovane sottratto alla strada è una vittoria di civiltà. Ogni vita salvata è un argine al male”. L’arcivescovo evoca il Patto Educativo come forma concreta di speranza, richiamando il monito di Papa Leone: “Non si spezzi questa rete che vi unisce, non si spenga questa luce che avete iniziato ad accendere nel buio… Continuate a portare avanti questo Patto”. Perché Napoli si salva solo restando insieme. La marcia darà voce a chi lavora nei quartieri popolari, nelle scuole e nelle carceri, spesso in condizioni precarie. “Finché non ci libereremo dal possesso illegale e diffuso delle armi”, ammonisce Mariano Di Palma, coordinatore regionale di Libera, “e finché non renderemo i quartieri più popolari luoghi di risanamento pubblico e sociale continueremo a sentire colpi di pistola, vedere il sangue per le strade, piangere giovani vittime”. Per sconfiggere la violenza culturale, patriarcale e criminale serve garantire l’accesso gratuito a cultura e sport, e riutilizzare i beni confiscati alle mafie per generare lavoro. In prima linea c’è anche il sindacato, che si unisce a un cammino iniziato il 9 novembre 2024 e proseguito a Ponticelli “nei giorni drammatici dell’omicidio di Fabio Ascione”, il ventenne incensurato ucciso nella zona est. “Con la manifestazione di sabato vogliamo dire a tutti che liberare Napoli dalle violenze è possibile”, spiega il segretario generale Cgil Napoli e Campania, Nicola Ricci. “Dobbiamo batterci, con l’impegno di tutti, non possiamo essere inermi contro questi agguati alla città e alla quotidianità”. La risposta non può essere la propaganda o il sovraffollamento carcerario, ma serve “più Stato con leggi e interventi seri”. La vita degli adolescenti che vogliono farsi sentire di Chiara Saraceno La Stampa, 15 maggio 2026 Hanno paura del futuro e sono consapevoli del peso delle diseguaglianze, specie di quelle dovute al colore della pelle, alla appartenenza di classe sociale, al genere. Condividono con i genitori la preoccupazione per le guerre, ma pensano che i genitori siano molto meno preoccupati di loro su altre questioni che considerano importanti: la difficoltà a trovare lavoro, i diritti delle persone, il cambiamento climatico, la distruzione della biodiversità, le diseguaglianze sociali. Soprattutto li sentono molto distanti rispetto alla propria percezione che la voce di chi è giovane non è né cercata né ascoltata da chi definisce le priorità politiche e sociali. Una percezione (non infondata) che li fa sentire estranei rispetto a qualsiasi tipo di organizzazione, politica, ma anche associativa, che vivono come governate da agende che non li prevedono come interlocutori e co-decisori, ma solo come esecutori. Un’indagine pilota del Forum Diseguaglianze e Diversità su 3000 studenti di 17-19 anni delle due ultime classi di una ventina di Istituti superiori di ogni indirizzo e collocazione geografica, conferma - soprattutto sulla paura e incertezza circa il futuro e sulla sfiducia nella capacità delle leadership politiche di ascoltare e realizzare le esigenze giovanili - dati di indagini più corpose e statisticamente rappresentative, a partire da quelle Istat e dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo. Ma offre anche qualche elemento per ragionare non semplicisticamente su quella che troppo spesso viene definita indifferenza, o insensibilità, delle giovani generazioni per le questioni politiche e sociali e per la partecipazione politica. L’elenco e la graduatoria delle loro preoccupazioni, pur con differenze e talvolta anche polarizzazioni che sgretolano l’immagine astratta di una categoria “giovani” appiattita nell’omogeneità, segnalano, infatti, una forte attenzione per questioni cruciali per la tenuta della società e il futuro e anche una capacità di analisi non scontata. Interessante, da questo punto di vista, il fatto che tra le cause delle disuguaglianze sociali diano più importanza al colore della pelle, al genere e alla classe sociale che al reddito, ovvero a dimensioni che non sono solo economiche, anche se possono avere conseguenze economiche, ma riguardano gerarchie di riconoscimento e relazioni di potere. È probabile che questa sensibilità, che emerge anche da un recente rapporto Unicef sui quindicenni nei Paesi sviluppati, sia dovuta al fatto che oggi i giovanissimi crescono in contesti in cui, non solo le diseguaglianze di genere e di etnia fanno parte del discorso pubblico in maggior misura di un tempo, ma la condivisione di informazioni e spazi materiali e virtuali rende più immediatamente visibili le diseguaglianze sociali di opportunità e di riconoscimento dei propri valori e desideri. Per contrastare le ingiustizie sociali e ambientali che denunciano, i giovanissimi intervistati dal Forum Diseguaglianze e Diversità sono disposti a mettere in atto comportamenti individuali, quali un “corretto uso delle risorse”, “consumi consapevoli”, “denunzia all’autorità di atti ingiusti”, e anche un voto consapevole alle elezioni, molto meno a partecipare ad azioni collettive, attraverso partiti, mobilitazioni, associazioni, manifestazioni, un po’ di più al volontariato. Parte della diffidenza verso le organizzazioni nasce dalla percezione che “hanno una loro agenda”, “non ascoltano la voce dei/delle nuovi/e entranti”, ma anche “sono inefficaci”. Una valutazione, quest’ultima, che probabilmente nasce anche dalla delusione seguita alle diverse mobilitazioni organizzate proprio dai giovani, prima sull’ambiente e poi sulla tragedia palestinese. Coloro che dichiarano i più alti livelli di preoccupazione per le disuguaglianze sociali mostrano anche la maggiore disponibilità ad attivarsi in forme organizzate. Ma anche tra questi la preferenza per l’azione individuale rimane prevalente. Sfiducia in organizzazioni che non li/le riconoscono come interlocutori e con agende che sentono estranee ai loro problemi e interessi alimentano così quella che chiamerei non individualismo egoistico e irresponsabile, ma una “attivazione individuale” che non riesce a diventare collettiva. Anzi, fa rappresentare la stessa partecipazione ad azioni collettive come inutile, se non da servi sciocchi, quindi possibile causa di emarginazione da parte dei pari, di cui si teme il giudizio. Si tratta di dati riferiti a un piccolo campione, quindi occorre evitare ogni generalizzazione indebita. Suggeriscono, tuttavia, che più che preoccuparci di coloro che scendono in piazza per protestare più o meno rumorosamente, occorrerebbe creare spazi e occasioni per valorizzare la capacità critica e la disponibilità a assumere la propria responsabilità per come va il mondo da parte di giovanissimi che, alle soglie dell’età adulta, si sentono silenziati e svalorizzati. Il Parlamento dei giovani lanciato in questi giorni va in questa direzione. Ma rischia di diventare esso stesso un altro organismo percepito come estraneo dai più, se non è accompagnato e integrato da opportunità di parola e partecipazione a livello micro, di comune, quartiere, nelle associazioni, nei partiti. E non solo per proporre leggi, ma anche per decidere l’organizzazione e l’attribuzione degli spazi, la distribuzione di biblioteche e campi gioco, l’uso degli spazi scolastici al di fuori degli orari di lezione, la disponibilità di trasporto pubblico e così via. Rebus fine vita, per una legge è l’ultima chance di Francesca Spasiano Il Dubbio, 15 maggio 2026 Dopo anni di rinvii, buchi nell’acqua e tirate d’orecchie della Consulta, si deciderà tutto entro una manciata di giorni. Poco più di due settimane per dare al Paese una legge sul fine vita. Senza che si sappia ancora quale legge, tra le due opzioni sul tavolo. Una la firma il centrodestra, relatori Pierantonio Zanettin (Forza Italia) e Ignazio Zullo (Fratelli d’Italia). L’altra porta il nome di Alfredo Bazoli, senatore del Pd, che aveva portato la norma a metà traguardo, nella scorsa legislatura, con il primo sì della Camera. Sarà il suo testo, secondo il regolamento, ad andare in Aula il 3 giugno. Salvo che la maggioranza non trovi un nuovo accordo nelle commissioni riunite Giustizia e Affari sociali, dove il testo base adottato la scorsa estate è fermo da mesi. La svolta è arrivata martedì scorso con la Conferenza dei capigruppo al Senato, che ha deciso per la calendarizzazione accogliendo la proposta di mediazione del presidente Ignazio La Russa. Da lì, i senatori di opposizione e maggioranza si sono lasciati con una stretta di mano e una vaga promessa: gli azzurri ci mettono la volontà di negoziare con una nuova proposta sul testo Zanettin-Zullo, il Pd si mette in ascolto. Ma per trovare un punto comune bisognerà superare il nodo relativo al servizio sanitario nazionale, che nell’attuale formulazione del testo resto escluso dai percorsi di suicidio assistito. Così vuole Fratelli d’Italia. Per Forza Italia l’idea è quantomeno “opinabile”. E le opposizioni parlano apertamente di “privatizzazione” del fine vita, come hanno fatto pure i medici con l’allarme lanciato nei mesi scorsi. Difficile prevedere, al momento, come si possa aggirare l’ostacolo. I meloniani, secondo le indiscrezioni riportate ieri dall’Agi, tirano dritto e preparano la contromossa chiedendo il rinvio in commissione una volta giunti alla data del voto in Aula. “Forza Italia - spiega un esponente del partito di via della Scrofa informato sul dossier - è nel perimetro della maggioranza, voterà con noi”. “Il governo ha chiaramente indicato che questo è un tema che non prevede vincoli di maggioranza, vedremo cosa fare”, riferiscono fonti parlamentari forziste riportate dalla stessa Agenzia. Se lo scontro politico sul nodo sanità, dunque, appare probabile. Sul piano del diritto c’è già un dato certo: l’esclusione del servizio sanitario fa piombare sul testo dubbi di incostituzionalità. Dal momento che la stessa Consulta, con la sua ultima sentenza sulla legge Toscana (impugnata dal governo e “salvata” in gran parte), ha ribadito che resta “intatto il diritto della persona, in relazione alla quale siano state positivamente verificate le condizioni per l’accesso al suicidio medicalmente assistito, di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura”. È il perimetro previsto dai giudici, che con la storica sentenza 242 del 2019 sul caso Cappato/Dj Fabo hanno stabilito quattro criteri di accesso al suicidio assistito: che il paziente sia affetto da una patologia irreversibile, che sia in grado di autodeterminarsi, che reputi le proprie sofferenze fisiche e psicologiche intollerabili, che dipenda da “trattamenti di sostegno vitali”. Non solo macchine a cui staccare la spina, come ha chiarito la Corte con la sentenza numero 135 del 2024, ma procedure necessarie alla sopravvivenza del malato, comprese alcune delle pratiche messe in atto dai caregiver. Questi i confini, ormai chiari, che in assenza di una legge nazionale - e con i cantieri aperti nelle diverse Regioni - costringe molti pazienti a portare la propria battaglia in tribunale. Come nel caso di “Mariasole”, morta in Toscana con il suicidio assistito, che secondo Antonio Brandi, presidente di Pro Vita & famiglia, sarebbe “purtroppo l’ennesima conferma che l’Italia non ha bisogno di una legge che faciliti ulteriormente la morte di Stato”. Lo stesso Brandi auspica “un ravvedimento da parte delle forze di centrodestra, in particolare Forza Italia e Lega”. Mentre il Carroccio, per bocca del capogruppo al Senato Massimiliano Romeo, “cassa” il testo Bazoli e fa sapere che il partito lascerà “libertà di scelta e di coscienza su questi temi etici delicati”. “Fine vita? Forza Italia punta all’intesa, chi rema contro fa un torto al Paese” di Francesca Spasiano Il Dubbio, 15 maggio 2026 Stefania Craxi, capogruppo di Forza Italia al Senato: “Sono convinta che la maggioranza possa e debba restare unita. Zaia? Spero che con il suo peso politico voglia contribuire a questo percorso”. “Sono convinta che la maggioranza possa e debba restare unita intorno a un testo alto ed equilibrato. Spero che nessuno pensi o lavori in senso contrario. Non sarebbe un torto a Forza Italia, ma un errore politico, perché il Paese attende riposte ed esige responsabilità su una materia così delicata”. A inviare il messaggio è Stefania Craxi, nuova guida degli azzurri al Senato. Colei che ha recuperato dal cassetto il dossier “impossibile” per rimetterlo al centro dell’agenda parlamentare. Con uno scopo preciso: approvare una norma nazionale sul fine vita entro fine legislatura. Il tempo è tiranno, la strada in salita. Su un tema quantomai divisivo che spacca gli schieramenti e avvicina i liberali, lungo l’asse che collega Forza Italia e Pd. Dopo le vostre aperture e gli appelli dem, martedì scorso la Conferenza dei capigruppo al Senato ha raggiunto un’intesa: si va in Aula il 3 giugno. Con il testo di Alfredo Bazoli, sempre che non si trovi un accordo sul ddl firmato da Pierantonio Zanettin (FI) e Ignazio Zullo (FdI). Quali sono i prossimi passi? Si tornerà in commissione? Voglio innanzitutto ringraziare il presidente La Russa per la sua opera di mediazione, che ha consentito una decisione unanime sulla calendarizzazione, e rivendicare poi il ruolo positivo, nell’interesse del Paese e anche della maggioranza, che Forza Italia vuole svolgere su questo tema per una risposta seria e ineludibile a una materia così delicata. Quanto ai prossimi passi ritengo, nel rispetto delle prerogative dei rispettivi presidenti, che la riunione congiunta delle commissioni competenti debba essere convocata al più presto per proseguire la discussione e il voto in commissione sul testo unificato Zullo-Zanetti, così da consentirne l’approdo in Aula nei tempi stabiliti. Lei ha già annunciato una proposta di mediazione sul testo del centrodestra: riguarderà il ruolo del servizio sanitario nazionale, attualmente escluso come chiede Fratelli d’Italia? Proveremo, nei modi che saranno possibili, a formulare una proposta chiara e coerente, capace di rappresentare un compromesso non al ribasso ma ragionevole e rispettoso di tutte le sensibilità. Sensibilità legittime di cui tener conto, che non attraversano soltanto gli schieramenti ma anche ciascuna forza politica quando si affrontano temi etici così profondi, che meritano ascolto. L’obiettivo per noi è costruire un terreno d’incontro reale, perché su questioni come il fine vita non può prevalere la logica di parte. Serve responsabilità, misura, capacità di trovare un punto di equilibrio. Occorre un percorso condiviso, trasparente, che valorizzi il lavoro delle commissioni e dell’aula del Parlamento. Solo così potremo offrire al Paese una legge seria, ponderata e all’altezza della delicatezza del tema. Se la maggioranza non dovesse trovare un accordo, Forza Italia sarebbe disponibile a dialogare con le opposizioni a partire dal testo Bazoli? Partiamo dall’assunto che il testo Zanettin-Zullo, che potrà naturalmente essere emendato, corretto e integrato in alcune parti, rappresenta un buon punto di partenza. Non lo consideriamo tale per ragioni di bandiera, perché firmato da un nostro senatore, né per ragioni di coalizione, ma perché è un testo unificato frutto della sintesi di sei diversi disegni di legge. C’è stato uno sforzo reale e non vogliamo azzerarlo ripartendo da capo, né aprire un cantiere emendativo esasperato che non porterebbe a nulla. Quanto all’accordo nella maggioranza, ribadisco che temi come questo non possono essere incasellati nella logica dello schieramento. Sono convinta che la maggioranza possa e debba restare unita intorno a un testo alto ed equilibrato. Spero che nessuno pensi o lavori in senso contrario. Non sarebbe un torto a Forza Italia, ma un errore politico, perché il Paese attende riposte ed esige responsabilità su una materia così delicata. Luca Zaia ha dichiarato: “Ho l’impressione che anche questa volta finisca in un nulla di fatto”. E ancora: “Speriamo in una legge che serva, non una legge bandiera”. Come commenta? Ho ben chiaro anch’io quanto sia complesso “arrivare a meta”. Mi muove, lo dico con sincerità, il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà. E condivido in pieno che serva una legge vera, non piantare una bandierina. L’ho detto in ogni occasione a tutti i miei interlocutori. È l’unico modo per dare al Paese una risposta seria. Per questo cerchiamo dialogo e confronto, senza pregiudizi. E spero che anche il presidente Zaia, con la sua autorevolezza e il suo peso politico, voglia spendersi e contribuire a questo percorso, con tutto il suo partito. Tutti insieme possiamo lavorare affinché questo sforzo non finisca in un nulla di fatto. Mi auguro che lo facciano tutti. Anche perché, come amava dire Berlusconi, “chi ci crede combatte, chi ci crede supera tutti gli ostacoli, chi ci crede vince”. Da quando Lei ha assunto la guida dei senatori azzurri, sul fronte dei diritti civili Forza Italia ha cambiato marcia. È questa la vocazione presente e futura del partito? Siamo parte di una coalizione e, come ricorda sempre il nostro Segretario, Antonio Tajani, abbiamo sensibilità diverse ma convergenti. Non siamo un partito unico. Questo è un valore, non un limite. Ma è vero che, da quando guido il gruppo al Senato, abbiamo scelto di mettere ordine e dare voce con più decisione alla tradizione liberale e riformista di Forza Italia, tratto distintivo della nostra identità. Non si tratta di “cambiare marcia” per moda o per posizionamento, ma di tornare a fare ciò che Forza Italia ha sempre fatto: difendere le libertà personali, cercare soluzioni pragmatiche e non ideologiche ai problemi e alle richieste dei cittadini. Questa è la nostra vocazione presente e futura, con un partito che non alza barriere identitarie, ma costruisce ponti; che non radicalizza, ma compone; che non rincorre gli estremi, ma tiene il baricentro del Paese. E lo facciamo dentro la coalizione, con la lealtà che diamo e che pretendiamo e con la forza delle nostre idee. Espulsioni e ritardi burocratici: le storie dei migranti rimpatriati contro la legge di Andrea Ceredani Avvenire, 15 maggio 2026 Il caso di Saman, un cittadino srilankese mandato via dopo 23 anni di vita in Italia (e per cui ora il Tribunale ordina il rientro), è solo la punta dell’iceberg. Ecco cosa sta succedendo. Alla scadenza della pena, il 30 maggio dello scorso anno, Malki (nome di fantasia) è andata a prendere in carcere il suo compagno per accompagnarlo a casa. “Domani ci riabbracciamo”, le aveva detto al telefono il giorno prima. Si è presentata alla porta della casa circondariale e lo ha atteso per ore. “Ore, ore e ore davanti al carcere ma lui non è mai arrivato - racconta in lacrime ad Avvenire -. Dopo tanto tempo, però, mi si è avvicinato un carabiniere che mi ha detto che il mio Saman (nome di fantasia) stava tornando al suo Paese”. Saman è stato rimpatriato in Sri Lanka dopo 23 anni di vita in Italia - spesi quasi del tutto a lavorare - insieme alla mamma, ai fratelli, alla figlia e alla compagna. Tutti regolarmente soggiornanti. Dopo la morte del padre nel 2022, Saman ha incontrato la tossicodipendenza e subito dopo il carcere. Tra i padiglioni del penitenziario napoletano si è sottoposto ad un percorso di cura e l’ottima condotta lo ha fatto ammettere a diversi benefici di legge. Durante la detenzione, però, il suo permesso di soggiorno per lavoro è scaduto e, nonostante Saman lavorasse in carcere alle dirette dipendenze dello Stato, non ha avuto accesso al rinnovo. Mentre Malki era ad attenderlo sul marciapiede di Via Nuova Poggioreale, Saman veniva attinto da un decreto espulsivo e portato davanti al Giudice di Pace. Subito ha chiesto asilo all’Italia: “Non torno in Sri Lanka da 23 anni - ripeteva -, non ho nulla e nessuno lì”. Ma la Questura e il Giudice di Pace hanno ugualmente proceduto con il rimpatrio. Secondo gli avvocati di Asgi (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione), si è trattato a tutti gli effetti di una “violazione del principio di non-refoulement (non respingimento, ndr) e del diritto all’unità familiare”. Ma non è solo un’opinione della difesa: il Tribunale di Roma ha ordinato il reingresso del richiedente asilo nel mese di maggio 2026, a un anno esatto dal rimpatrio illegittimo di Saman. La ragione è semplice: “La legge impone l’obbligo per le Questure di formalizzare le domande d’asilo e farle esaminare dalla Commissione competente prima di procedere all’eventuale rimpatrio - commentano i suoi avvocati -. Né il Giudice di Pace né la Questura hanno facoltà di rimpatriare un cittadino straniero richiedente asilo”. Saman, perciò, dovrà tornare in Italia. Lo farà a sue spese il prossimo 18 maggio, dopo aver trascorso in Sri Lanka un anno, durante il quale è sopravvissuto grazie agli aiuti della compagna e della figlia. Che racconta: “Quando papà è stato rimpatriato sono corsa da lui. È l’unico familiare che ho e sono cresciuta con lui in Italia. In quel momento lui era solo e malato. Abbiamo affittato una piccola stanza per lui, pensavamo per poco tempo ma poi è diventato un anno. Io sono dovuta rientrare in Italia per lavoro e non avevo soldi per tornare a trovarlo”.Quello di Saman, però, non è un caso isolato. In tutta Italia i ritardi nella formalizzazione delle domande d’asilo sono un problema per le Questure, spesso alle prese con la carenza di personale. A Napoli, in particolare, secondo la denuncia degli avvocati di Asgi in una lettera rivolta alla Questura e alla presidente del Tribunale, sta crescendo il numero di espulsioni “illegittime”: “Sono operazioni che violano i diritti dei migranti - spiegano i legali - e che costituiscono oneri economici consistenti a carico dello Stato”. Che spende sia per eventuali trattenimenti precedenti al rimpatrio sia per le spese di viaggio. Le Questure, in realtà, sarebbero tenute a registrare le domande d’asilo entro al massimo dieci giorni dalla loro richesta, ma le tempistiche degli uffici immigrazione sfiorano oggi anche gli undici mesi. “Un tempo durante il quale il cittadino straniero è di fatto inespellibile, perché il ritardo amministrativo non potrebbe avere effetti pregiudizievoli su di lui - commentano i legali -. Eppure è capitato, a Napoli, che sia stata convalidata l’espulsione di altri richiedenti asilo”. È successo a M.B., che aveva manifestato via Pec (l’unico metodo consentito) la volontà di chiedere asilo e lo scorso 17 marzo è stato raggiunto da un provvedimento di espulsione. A.S., invece, che deteneva lo status di richiedente asilo, nel 2024 è stato prima trattenuto nei locali idonei della Questura e poi espulso nel Paese d’origine, da cui ha fatto ritorno in Italia quando il Tribunale di Roma ha stabilito che il suo rimpatrio fosse illegittimo. Lo stesso percorso - decreto di espulsione, locali idonei e rimpatrio - è toccato a D.M., il cui rimpatrio è stato interrotto solo da un provvedimento del Tribunale di Brescia. E ancora: K.A., a marzo, è stato accompagnato alla frontiera dagli agenti, nonostante avesse già avviato l’iter per il rimpatrio volontario e comprato da solo i biglietti per l’aereo di rientro. Spesso le persone che vengono rimpatriate illegittimamente lasciano in Italia tutti i loro affetti, coltivati in decenni di vita e lavoro nel nostro Paese. “In Sri Lanka Saman non ha una casa e nemmeno un amico - racconta Malki -. Vive in una piccolissima camera in affitto, grazie ai soldi che gli invio ogni mese”. Malki in Italia lavora come baby-sitter e con un solo stipendio deve sostenere anche i suoi due figli. Per questo, la necessità di sostenere il compagno in Sri Lanka ha pesato molto sulle casse familiari: “Speriamo che riesca a trovare presto lavoro al suo rientro in Italia”, commenta la donna. Il primo passaggio obbligato, però, sarà la richiesta dei nuovi documenti: “Mi auguro che questa volta non me lo portino via di nuovo”. Migranti. La vittima di Almasri non avrà il suo processo di Mario Di Vito Il Manifesto, 15 maggio 2026 La Corte costituzionale ha detto no alla costituzione in giudizio di Lam Magok Biel Ruei, una delle vittime del generale libico Osama Almasri, per la camera di consiglio prevista lunedì in cui si discuterà della norma secondo cui il procuratore generale deve necessariamente attendere il parere del ministro della Giustizia prima di dare seguito alla Corte Penale internazionale. Il dettaglio, per il caso del torturatore di Tripoli arrestato in Italia il 19 gennaio dell’anno scorso e liberato due giorni dopo, è decisivo: la mancata convalida del suo fermo, infatti, arrivò proprio perché via Arenula non ha mai fatto arrivare il suo parere al pg della Corte d’appello di Roma. Nell’ordinanza che respinge l’istanza di Lam Magok, i giudici affermano che non è “decisiva l’asserita qualità di persona danneggiata dalla mancata attivazione nella collaborazione e consegna di Almasri, che si affianca al rilievo sull’impossibilità di far valere in giudizio tale ‘status giuridico sostanziale e processuale” e che “non intercorre alcun nesso di immediata inerenza tra l’oggetto del giudizio, che verte sulla richiesta di cooperazione formulata dalla Corte penale internazionale, e la posizione soggettiva dell’interveniente, che prefigura un’azione risarcitoria per i danni cagionati dalla mancata collaborazione con la Corte penale internazionale”. La Consulta, nel motivare l’inammissibilità della richiesta, aggiunge che “la pronuncia di questa Corte non è idonea ad arrecare un pregiudizio immediato e irreparabile alla posizione soggettiva dell’interveniente, che potrà ottenere piena tutela giurisdizionale nelle sedi appropriate, con il vaglio degli autonomi e peculiari presupposti della domanda risarcitoria delineata nell’atto di intervento”. La questione era stata discussa lo scorso 13 aprile, la presidenza del consiglio e l’avvocatura dello Stato si erano opposte. “L’ordinanza della Corte Costituzionale sostiene che la decisione finale non pregiudicherà in modo immediato ed irreparabile la posizione di Lam che potrà rivolgersi al giudice civile per chiedere un risarcimento economico - dicono in una nota gli avvocati di Baobab Experience Francesco Romeo e Antonello Ciervo, che hanno assistito Magok -. Al contrario, l’interesse qualificato di Lam a stare in giudizio è condizione necessaria, che dipende dall’esito del giudizio costituzionale, per potere ottenere un risarcimento del danno derivante dalla mancata consegna di Almasri alla Cpi, in quanto se la Corte dovesse giudicare incostituzionale la legge di attuazione dello statuto Cpi non ci sarebbe più alcuno spazio per Lam per poter chiedere giustizia sia pure sotto forma di risarcimento economico”. E ancora: “Il voto della maggioranza parlamentare ha precluso la celebrazione del processo penale a carico di Nordio, Piantedosi e Mantovano per il ricorrere di un ipotetico “superiore interesse dello stato”. Non condividiamo la decisione odierna della Corte Costituzionale che sembra allinearsi a quella “ragion di stato” emersa dal voto della maggioranza parlamentare del 9 ottobre 2025”. NEI PROSSIMI MESI, davanti alla Consulta, finirà un altro caso legato alla vicenda di Almasri: il conflitto d’attribuzione sollevato dalla Camera per concedere l’immunità parlamentare alla ex capa di gabinetto del ministero della giustizia Giusi Bartolozzi, accusata di false informazioni ai pm. Stati Uniti. I ragazzi hanno paura della polizia e del governo di L.H. Thurau Internazionale, 15 maggio 2026 Gli abusi dell’Ice contro i minorenni immigrati alimentano la paura tra i giovani stranieri e la sfiducia nelle istituzioni tra i ragazzi statunitensi, convinti che la legge non li protegga. Il caos scatenato nelle ultime settimane dall’amministrazione Trump ha distratto l’opinione pubblica dalla questione che aveva monopolizzato l’attenzione all’inizio dell’anno: gli abusi nei confronti degli immigrati. In questi mesi sono continuati e, cosa peggiore, a pagare il prezzo più alto sono i minorenni. Poiché i funzionari locali partecipano con più frequenza alle operazioni dell’Immigration and customs enforcement (Ice), i giovani mostrano una crescente ostilità nei confronti delle forze dell’ordine oppure imitano con i coetanei emarginati le prepotenze e gli abusi commessi dagli agenti. Altri ancora - non solo quelli che hanno la sfortuna di essere arrestati e rinchiusi nei centri di detenzione - osservano preoccupati ciò che accade e si chiedono cosa ne sarà di loro. Le testimonianze sono tante. A Portland una bambina ha seguito un agente dell’Ice, ha battuto la mano contro l’auto, fino a quando l’agente ha chiamato la polizia locale per chiedere rinforzi: “Mandate qualcuno, altrimenti sparo a questa ragazzina”. Un immigrato di 13 anni è stato fermato dalla polizia davanti a una fermata dell’autobus a Everett, in Massachusetts, con l’accusa di aver minacciato un coetaneo. Gli agenti hanno contattato la madre, che si è presentata alla stazione di polizia per riportarlo a casa. Mentre la donna aspettava, la polizia locale aveva già predisposto il trasferimento del figlio in un centro di detenzione in Virginia. Dopo aver trascorso tre mesi agli arresti, il ragazzo avrebbe “deciso” di “autoespellersi”. Da quando una serie di decreti firmati da Trump ha messo fine alla precedente politica che scoraggiava l’intervento dell’Ice in luoghi dove si riuniscono le famiglie, alcuni agenti compiono retate intenzionalmente davanti ai bambini. A Memphis le autorità statali e municipali hanno chiesto l’intervento delle forze dell’ordine federali, guidate dall’Ice e appoggiate dalla guardia nazionale, per pattugliare le scuole e prendere di mira gli studenti. I ragazzi hanno deciso di reagire e hanno filmato ciò che è avvenuto. Uno di loro, Yasser Lopez, è stato fermato mentre era in auto insieme a tre amici per andare a guardare una partita di calcio. Nella scuola le presenze in classe sono crollate, ma i pochi studenti rimasti hanno organizzato una protesta. In nessuno di questi casi era stato emesso un mandato d’arresto del giudice. Anche per questo oggi i ragazzi statunitensi hanno la percezione di essere in pericolo, soprattutto quelli non bianchi. Sceriffi dissidenti - Altre storie sono state riportate dal New Yorker ad aprile. Rivelano episodi di violenza commessi dagli agenti dell’Ice, con il sostegno della polizia locale, su bambini e adolescenti a Boise, Chicago e Portland. Nel caso di Boise, in Idaho, sessanta bambini sono stati fatti scendere dalle auto, tenuti sotto tiro da agenti dell’Ice e poliziotti locali armati con equipaggiamento militare, e colpiti con proiettili di gomma prima di essere immobilizzati con fascette così strette da far sanguinare i polsi. Famiglie spezzate - Secondo un’inchiesta del Guardian, nei primi sette mesi del 2025 l’amministrazione Trump ha arrestato almeno 18.400 genitori immigrati, con conseguenze gravi per almeno 27mila bambini, di cui dodicimila cittadini statunitensi. “Le espulsioni e le detenzioni stanno provocando una nuova crisi di separazione familiare: molti figli restano senza genitori, con conseguenze psicologiche, economiche e legali devastanti. In molti casi le famiglie rischiano di non riunirsi più”. Dopo l’operazione dell’amministrazione Trump a Minneapolis, che ha suscitato l’indignazione dell’opinione pubblica statunitense, gli arresti degli immigrati senza documenti sono diminuiti del 12 per cento, spiega l’Associated Press. Ma gli abusi dell’Ice sono continuati. Secondo il Washington Post, nei centri di detenzione è aumentato del 37 per cento l’uso della forza contro i migranti, con spray urticante e violenze usati anche contro chi chiedeva acqua, cure mediche o cibo. Intervenendo al parlamento del Massachusetts durante una discussione su un progetto di legge per proteggere gli immigrati, Marcelo Gomes da Silva, un ragazzo di 16 anni di Milford, ha raccontato di essere stato trascinato fuori dall’auto del padre dagli agenti mentre andava all’allenamento di pallavolo insieme agli amici. L’Ice stava cercando il padre, ma ha arrestato Marcelo. “Molti ragazzi della comunità covano una rabbia sempre più forte, non nei confronti dell’Ice ma anche di chiunque percepiscano come un suo collaboratore”, ha spiegato Gomes da Silva. Oltre agli immigrati, anche i giovani statunitensi non bianchi hanno paura, cosa che rafforza la diffidenza verso le forze dell’ordine. “Quando vedono gli agenti dell’Ice trascinare via i ragazzini fuori dalle auto o scaraventarli per terra, è normale che smettano di fidarsi di chiunque indossi un’uniforme”, mi ha spiegato un capo della polizia della Florida. Tutto questo produce danni a cascata. Diversi studi mostrano che quando i giovani non credono più nel sistema, tendono a non rispettarlo. E quando smettono di affidarsi alle forze dell’ordine per risolvere le dispute, scelgono di farsi giustizia da soli e il rispetto delle garanzie legali si indebolisce ulteriormente. Secondo le ricerche sul bullismo i giovani che osservano un comportamento aggressivo tra gli adulti o da parte degli adulti sono più propensi a imitarlo. Uno studio condotto nel 2025 dall’università della California che ha coinvolto i presidi di liceo di tutto il paese ha rilevato che gli abusi sui giovani immigrati sono aumentati del 35 per cento. In North Carolina e Texas il suicidio di due bambine di undici e tredici anni è stato attribuito al bullismo legato all’origine delle loro famiglie. A rendere tutto più grave, nell’ultimo anno è aumentato il numero di dipartimenti di polizia e sceriffi che firmano accordi di cooperazione con l’Ice. La buona notizia è che alcuni dirigenti delle forze dell’ordine - come la sceriffa di Filadelfia Rochelle Bilal e il capo della polizia di Chicago Larry Snelling - rifiutano pubblicamente di firmare gli accordi o si ritirano dai protocolli che regolano la cooperazione con l’Ice, convinti che l’agenzia stia compromettendo la legittimità della polizia. Ma altri decidono di collaborare per non perdere i finanziamenti del governo federale. Russia. Il dramma dei civili ucraini rapiti nei territori occupati e inghiottiti dalle prigioni di Alessandro Cappelli linkiesta.it, 15 maggio 2026 Arresti arbitrari, trasferimenti continui e accuse costruite ad arte trasformano i civili ucraini detenuti in ostaggi invisibili del Cremlino. Le famiglie combattono contro il silenzio perché la visibilità pubblica è spesso l’unica protezione rimasta. Serhii Lykhomanov ha cambiato carcere almeno cinque volte da quando è stato arrestato dai russi in Crimea, nel dicembre del 2023. Ogni trasferimento rende più difficile capire dove si trovi davvero, in che condizioni viva, se riceva cure mediche, se le lettere dei familiari gli arrivino oppure no. In alcuni momenti la famiglia ha perso completamente le sue tracce per settimane. Altre volte è riemerso dentro una prigione russa a migliaia di chilometri da casa. Simferopol, Rostov, Taganrog, la cartografia carceraria si allunga continuamente. “Purtroppo oggi non esistono meccanismi efficaci per il ritorno dei civili ucraini detenuti dalla Federazione Russa”, dice a Linkiesta Tatiana Zelena, sorella di Serhii e rappresentante dell’associazione Civili Liberi. “Alcuni sono stati condannati illegalmente, altri non sono nemmeno stati formalmente accusati, altri ancora risultano scomparsi”. Secondo l’Ufficio del Difensore Civico dell’Ucraina, si tratterebbe di circa sedicimila persone. Serhii Lykhomanov è un ex ufficiale ucraino originario della regione di Poltava. Dopo il pensionamento era andato a vivere a Sebastopoli, in Crimea. Aveva lasciato il servizio militare nel 2007. Viveva con la famiglia in un piccolo appartamento. Il 27 dicembre 2023 uomini armati dell’Fsb hanno fatto irruzione in casa sua all’alba. Durante la perquisizione nell’appartamento c’erano anche i figli minorenni. Gli agenti hanno sequestrato telefoni e computer, poi lo hanno portato via. Per quasi due mesi la famiglia non ha saputo dove fosse. Quando è riapparso nel sistema carcerario russo era accusato di terrorismo e alto tradimento. Secondo l’Fsb avrebbe collaborato con l’intelligence ucraina e pianificato un attentato contro un ponte ferroviario in Crimea. In uno dei pochi messaggi che è riuscito a far arrivare ai parenti, Lykhomanov spiegava che le confessioni erano state ottenute sotto minaccia contro la sua famiglia. “Sapevano come fare pressione su di lui”, ha raccontato Tetiana. “Ha una figlia piccola. Avrebbe firmato qualsiasi cosa pur di proteggerla”. Lykhomanov è stato condannato due volte. Prima cinque anni per possesso di esplosivi. Poi altri quindici anni per terrorismo e tradimento, in due processi separati. Nel frattempo la sua salute è peggiorata in carcere. Secondo la famiglia, in alcune celle sovraffollate i detenuti si ammalavano di scabbia e non ricevevano cure adeguate. Oggi il luogo esatto in cui si trova non è sempre chiaro neppure ai parenti. La storia di Lykhomanov non è un’eccezione. È parte di un sistema che nei territori occupati dall’esercito russo sembra funzionare sempre allo stesso modo: arresto, sparizione, isolamento, accuse di terrorismo o spionaggio, processi chiusi, deportazione in un carcere russo. Molti non hanno alcuno status giuridico chiaro. Nel senso che non sono prigionieri di guerra, ma spesso neppure imputati ordinari. Alcuni spariscono per mesi senza accuse formali, altri vengono processati da tribunali militari russi nei territori occupati. “Queste persone non hanno alcuno status legale”, ha spiegato a Deutsche Welle Mykhailo Savva, membro del Center for Civil Liberties. “Non solo la loro detenzione viola il diritto internazionale, ma anche la legge russa”. In pratica esiste una categoria di persone sospese dentro una zona grigia costruita dall’occupazione. Civili che possono sparire dentro il sistema repressivo russo senza le tutele previste per i prigionieri di guerra e spesso senza accesso reale ad avvocati indipendenti, organizzazioni umanitarie o familiari. Molti dei detenuti non sono militari attivi. Sono volontari, giornalisti, attivisti, ex soldati in pensione o, più semplicemente, civili ucraini. Secondo Savva, le autorità russe li considerano potenziali nuclei di resistenza nei territori occupati. Arrestarli è uno strumento di deterrenza, serve a intimidire il resto della popolazione, a mostrare che chiunque può sparire. È successo anche a Viktor Bondarenko, sacerdote evangelico e volontario di Berdyansk. Dal 2014 ha iniziato a evacuare civili dalle zone occupate del Donbas insieme al genero Oleksandr Sizonov. Il 19 aprile 2022 alcuni uomini armati russi hanno fatto irruzione nella casa della famiglia a Berdyansk, hanno messo dei sacchi neri sulla testa a Bondarenko e Sizonov, li hanno legati e li hanno portati via. “Quando mio figlio più piccolo chiese di non portare via il nonno e il padre, i soldati risposero che “avrebbero giocato alla guerra e poi li avrebbero restituiti”“, racconta la figlia Maria. Durante la prigionia hanno subito torture con elettroshock, pestaggi e minacce di esecuzione. Sizonov è stato liberato dopo tredici giorni. Bondarenko invece è stato perseguitato dalle autorità russe anche dopo il rilascio: interrogatori continui, intimidazioni, accuse costruite ad arte. Nel maggio 2024 è stato rapito di nuovo vicino casa. Per settimane la famiglia non ha saputo dove fosse. Poi dai canali russi è emerso che era detenuto a Melitopol, con accuse di sabotaggio. Secondo il Crimean Tatar Resource Center, Bondarenko sarebbe stato torturato per costringerlo a confessare attentati contro infrastrutture energetiche e collaborazione con il battaglione Azov. A dicembre 2024 è stato condannato a ventidue anni di carcere. “Io stesso so cosa significa essere prigioniero, dove non esiste alcuna legge”, scrive oggi Sizonov nell’appello per la liberazione del suocero. “La prigionia uccide ogni giorno”. Poi c’è il caso di Oleh Shevandin, catturato nel territorio occupato del Donbas nel 2015 a causa della sua attiva posizione civica e professionale. La moglie Larisa non lo vede da undici anni. Era un atleta e presidente di un’associazione di arti marziali a Debaltseve - ha guidato la Federazione di Kung Fu della regione di Donetsk. Alcuni armati lo fermarono per strada, gli misero un sacco sulla testa e lo portarono via. Da allora è detenuto in Russia senza accuse formali certe. “Dicono che ogni giorno in prigione sia un inferno”, ha raccontato la moglie a Deutsche Welle. “Ma bisogna moltiplicarlo per 365, e poi ancora per undici”. Dopo la sua cattura, Oleh è stato trasferito in Russia, dove è ancora detenuto. In molti casi le famiglie viaggiano tra tribunali, associazioni e organizzazioni internazionali nel tentativo di mantenere vivi i nomi dei loro parenti nello spazio pubblico. “Noi familiari cerchiamo ogni possibile modo per attirare l’attenzione pubblica su questo problema”, ci dice ancora Tetiana Zelena. “Il governo ucraino e il Coordinamento per i negoziati ci chiedono di parlare pubblicamente di questi casi e sostenere iniziative che possano aumentare la pressione politica”. Negli ultimi mesi sono nate campagne di patrocinio politico in diversi Paesi europei. In Francia circa duecento civili ucraini detenuti illegalmente dalla Russia sono stati “adottati” simbolicamente da comuni e municipalità che mantengono i contatti con le famiglie, scrivono lettere ufficiali e cercano di tenere alta l’attenzione mediatica. In Italia si stanno muovendo alcune amministrazioni locali, come Torino e la Regione Toscana, con iniziative dedicate ai civili detenuti e ai bambini deportati dai territori occupati. Per molte famiglie la visibilità è diventata una forma minima di protezione fisica. L’idea è semplice è che una persona di cui si parla pubblicamente è più difficile da torturare, far sparire o lasciare morire nel silenzio. Negli ultimi anni le organizzazioni ucraine hanno raccolto centinaia di testimonianze su torture, isolamento prolungato, confessioni estorte e trasferimenti continui tra carceri russe. Secondo le Nazioni Unite, sia i prigionieri di guerra sia i civili detenuti nei territori occupati sarebbero sottoposti sistematicamente a violenze e maltrattamenti. Il sistema dei trasferimenti è uno degli aspetti più opachi. I detenuti vengono spostati continuamente tra Crimea occupata e Russia continentale. E ogni trasferimento indebolisce i contatti con le famiglie e rende più difficile monitorare le condizioni di detenzione. L’obiettivo, però, sembra andare oltre la singola condanna. La detenzione dei civili è anche uno strumento di controllo politico dei territori occupati. Serve a smantellare qualsiasi potenziale rete sociale o identitaria ucraina. Per questo Tetiana Zelena continua a parlare pubblicamente del fratello. E probabilmente continuerà anche se un giorno dovesse tornare libero.