Detenzioni sempre più insostenibili ma il Governo risponde solo col mattone di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 14 maggio 2026 Sessantaduemila detenuti in carceri che ne potrebbero contenere quarantottomila. Il conto è questo, non è nuovo, e il governo lo sa da quando si è insediato. In tutta questa legislatura non è stata approvata nessuna misura strutturale per ridurre i flussi in entrata, non è stato ampliato l’accesso alle misure alternative, non si è intervenuti sulla custodia cautelare che continua a riempire le celle di persone non ancora condannate. Quello che rimane, l’unica risposta concreta messa sul tavolo, è il programma del commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria Marco Doglio, che sei giorni fa ha portato il suo piano davanti alla Commissione Giustizia della Camera. Quattrocento cinquantadue milioni di euro, oltre 6.000 nuovi posti detentivi da realizzare entro il 2027. Una risposta parziale a un’emergenza che il governo stesso ha contribuito ad aggravare, creando nuovi reati a ogni fatto di cronaca e ignorando sistematicamente le soluzioni che non richiedono mattoni. Il piano si articola in cinque linee: completamento di opere già avviate dal Dap ma mai concluse, moduli prefabbricati e nuovi padiglioni permanenti, manutenzione straordinaria per celle inagibili, una piattaforma digitale per censire i 209 istituti, e otto grandi interventi trasferiti dal Ministero delle Infrastrutture, tra cui Milano Opera, Brescia Verziano e Bologna. L’onorevole Cafiero De Rao ha fatto la somma dei posti indicati linea per linea: il totale si ferma a 5.105, non 6.000. Doglio non ha smentito. Ha spiegato che il piano complessivo da 10.600 posti include anche interventi del Dap e del Mit estranei al suo programma, ma ha ammesso che questi 4.000 posti aggiuntivi non sono dettagliati nella documentazione consegnata al Parlamento. L’onorevole Dorso del Movimento 5 Stelle ha chiesto il programma originale approvato con Dpcm nel luglio 2025, perché la presentazione e il documento ufficiale non coincidono. C’è poi un dato difficile da spiegare: Napoli Poggioreale, dove in alcune celle ci sono dodici persone con un solo bagno, non compare nel programma del commissario. Nessuno ha saputo dire perché. L’onorevole Di Biase del Partito Democratico ha fatto il calcolo finale: 62.000 detenuti, 48.000 posti disponibili, deficit di 14.000. Il piano ne prevede 10.600, e neanche tutti certi. Ogni anno entrano in carcere circa 12.000 nuove persone. Nessun piano edilizio regge un flusso del genere. Il Garante nazionale ha certificato che ci sono 20.000 detenuti con meno di tre anni di pena residua che potrebbero accedere a misure alternative. Tenerli dentro invece di applicare strumenti già previsti dall’ordinamento significa spendere centinaia di milioni inutilmente. Al commissario, ha detto Di Biase con una metafora che Doglio non ha smentito, “hanno dato un cucchiaino per svuotare il mare”. Nel frattempo il DAP ha emesso una circolare per togliere i frigoriferi dalle celle, con l’estate alle porte. Il decreto Caivano ha già fatto aumentare la popolazione degli istituti minorili, con ragazzi che dormono per terra. Se ogni fatto di cronaca produce una nuova fattispecie penale, nessun commissario potrà fare abbastanza. Doglio ha ascoltato in silenzio. L’edilizia penitenziaria resta l’unica risposta di questo governo a un problema che l’edilizia da sola non può risolvere. Detenuti con dipendenze, più alternative al carcere di Giovanni Negri Il Sole 24 Ore, 14 maggio 2026 Il Governo corregge il provvedimento: sì alla semiresidenzialità. In caso di mancato compimento il percorso potrà essere ripetuto. Si allarga il perimetro dei reati interessati, si apre alla semiresidenzialità, si ammette la fruizione reiterata. Il Governo modifica il disegno di legge sulla detenzione domiciliare per il recupero dei detenuti tossicodipendenti e alcoldipendenti, in discussione al Senato in commissione Giustizia, e incontra un sostanziale favore dalle opposizioni. Che si tratti di misure che non devono essere ascritte a uno schieramento politico, peraltro, è lo stesso sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, titolare della delega in materia di politiche antidroga, nei suoi interventi in commissione. L’obiettivo condiviso è quello di rafforzare un circuito alternativo al carcere centrato su strutture residenziali di comunità per favorire le prospettive di recupero di una categoria di condannati diffusa e particolarmente problematica. Al 31 dicembre 2024, si contavano oltre 19.755 detenuti con tossicodipendenza (circa il 31% della popolazione carceraria), ai quali andavano aggiunti circa 6.300 alcoldipendenti. Cosa prevede l’emendamento - Nel dettaglio, l’emendamento del Governo prevede di estendere il limite massimo di 8 anni di pena da scontare, per l’accesso al sistema di comunità, anche ai casi di rapina aggravata ed estorsione aggravata, reati esclusi nella versione originaria del provvedimento perché considerati più gravi e da fare rientrare nel più basso limite di 4 anni. Si tratta di reati, ha spiegato Mantovano, molto spesso commessi tra le mura familiari in relazione con la dipendenza: “Quanto alla preoccupazione eventuale per la sicurezza, ribadisce che non è un costo da pagare in quanto attraverso i percorsi di recupero si elimina alla radice la dipendenza, ovvero la causa che ha indotto il soggetto a compiere il reato”. Altro elemento di novità introdotto dall’emendamento governativo, ma contenuto anche negli emendamenti delle opposizioni, è rappresentato dall’apertura alla semiresidenzialità. A emergere infatti non è stata solo la necessità di ampliare la platea delle strutture disponibili, ma anche la possibilità di offrire al detenuto un percorso di recupero all’interno di un nucleo familiare che può facilitare l’uscita dalla tossicodipendenza. Cancellato poi il divieto di utilizzo ripetuto del beneficio. “Infatti - ha sottolineato Mantovano -, in coerenza con le finalità di recupero dell’istituto, si ammette la possibilità che il percorso possa non andare a compimento per ragioni diverse dalla reiterazione del fatto di reato ma, ad esempio, per ragioni collegate al mancato inserimento nella giusta comunità di recupero”. Tempi di decisione e approvazione - Certo Mantovano non si è nascosto dietro il nodo dei tempi di decisione: “Il sistema, infatti, deve poter funzionare in tempi che non sono quelli attuali. È un dato obiettivo che le decisioni dei magistrati di sorveglianza sulla possibilità di accedere a questi percorsi, psicologicamente molto difficili per chi li intraprende, siano in questo momento di circa un anno e mezzo. Ciò rischia di vanificare le buone intenzioni di chi ritiene di poter combattere contro la propria dipendenza”. Sui tempi di approvazione si prova ad accelerare: il termine per integrazioni all’emendamento del Governo è infatti stato fissato a lunedì prossimo. Pronto l’annuncio di Nordio: 5.000 detenuti fuori dalle carceri entro l’estate di Federica Olivo huffingtonpost.it, 14 maggio 2026 Il ministro della Giustizia convocherà la settimana prossima una conferenza stampa per annunciare il piano: pronta una lista di detenuti senza fissa dimora e in condizioni di fragilità, potranno fare richiesta di essere collocati in strutture di accoglienza. “Con il sovraffollamento a questi livelli qualcosa va fatta subito”. È partita da questo ragionamento l’accelerazione che dovrebbe portare a far uscire dal carcere qualche migliaio di detenuti, per destinarli agli arresti domiciliari in comunità, parrocchie o strutture dedicate. L’obiettivo, spiegano fonti del ministero a HuffPost, è far uscire 5mila persone “entro l’estate”. Quindi nel giro di poche settimane. Come anticipato da Repubblica, la svolta sarà annunciata a breve. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio racconterà i dettagli in una conferenza stampa che si terrà tra il 20 e il 22 maggio. HuffPost è in grado di anticiparne alcuni: sarà ufficializzata una lista già in bozze: è quella dei detenuti senza casa e in condizioni di fragilità economica e sociale che potrebbero accedere agli arresti domiciliari, ma non hanno un posto dove andare. A quel punto partirà la procedura: l’avvocato farà richiesta di collocare il suo assistito in una struttura simile a una comunità o a una parrocchia e se il magistrato di sorveglianza darà il via libera, questi detenuti potranno lasciare il carcere. Nelle strutture dove saranno collocati ci sarà una “sorveglianza minima”. Che potrebbe tradursi in un controllo quotidiano da parte delle forze dell’ordine o in un obbligo di firma. Questo procedimento si può fare senza introdurre nuove norme. Si tratta di rendere operativi alcuni decreti ministeriali che il governo aveva fatto negli scorsi anni. A cui riesce a dare seguito solo ora, in un momento di massima emergenza, con il rischio che l’Italia sia nuovamente sanzionata dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo, come era avvenuto nel 2013 con la sentenza Torreggiani. Ma che effetto avrà questa misura, a cui ha lavorato molto il sottosegretario Andrea Ostellari? Ridurrà il sovraffollamento, ma non lo abbatterà del tutto. Oggi i detenuti sono più di 64mila. Se tutta la platea dei 5mila dovesse essere destinata alle residenze per senza fissa dimora, i detenuti in carcere (al netto dei nuovi ingressi) rimarrebbero in 59mila. Si tratta comunque di quasi 14mila in più rispetto a quanti i penitenziari sarebbero in grado di contenerne. Un’altra strada per abbattere il sovraffollamento ci sarebbe e il governo sembra intenzionato a seguirla, ma è più lunga. In Senato c’è un disegno di legge per spostare in comunità i detenuti dipendenti da droga e da alcool. Si tratta, come si legge nella relazione tecnica del provvedimento, di una platea di circa 14mila persone. Se uscissero tutte dalle prigioni il problema del sovraffollamento sarebbe eliminato del tutto. L’idea del governo è ospitare queste persone, se hanno un residuo di pena di al massimo otto anni, in comunità che abbiano competenze specifiche per trattare le loro fragilità: quattro i soggetti coinvolti, tra cui il coordinamento nazionale comunità accoglienti (Cnca) e la rete di comunità di recupero come San Patrignano. Intervenendo in Senato, il sottosegretario a Palazzo Chigi Alfredo Mantovano ha auspicato che il provvedimento sia approvato entro la fine della legislatura: “L’obiettivo non è deflazionare le carceri ma incentivare il recupero anche se riteniamo che possa avere un effetto positivo anche sul sovraffollamento”, ha aggiunto. Nei giorni scorsi il governo ha depositato un emendamento che risponde in parte alle richieste delle comunità che saranno coinvolte nel progetto. Il detenuto tossicodipendente potrà entrare nella struttura per scontare la pena “sulla base di un programma socio-riabilitativo residenziale o semi residenziale”. Nel caso in cui il programma dovesse fallire, i domiciliari sarebbero revocati. Questo ddl però deve essere ancora approvato in prima lettura. Prima che diventi legge passerà del tempo. Un tempo in cui la detenzione, con l’arrivo del caldo, non potrà che peggiorare. Soprattutto per chi ha problemi di dipendenza. Sui diritti dei detenuti, intanto, fuori dalla politica qualcos’altro si muove: nasce il Movimento italiano diritti detenuti, presieduto da Giulia Troncatti, che ha l’obiettivo di “sensibilizzare la società civile sul tema della detenzione e della giustizia”, anche con l’aiuto di strumenti digitali. Detenuti tossicodipendenti e alcoldipendenti in Comunità, il ministro ci riprova di Eleonora Martini Il Manifesto, 14 maggio 2026 Modifiche al nuovo ddl che cambia la legge sulle droghe e il regime domiciliare. Saranno comunità “accreditate” al Ssn, e non solo “autorizzate”, le strutture residenziali e semi residenziali nelle quali detenuti tossicodipendenti e alcoldipendenti “accertati” potranno scontare - a specifiche condizioni - la detenzione domiciliare. È solo una delle correzioni contenute nell’emendamento governativo depositato lunedì sera in commissione Giustizia del Senato, dove dal dicembre scorso è in esame il nuovo ddl Nordio che nelle intenzioni del ministro servirà a decongestionare il sovraffollamento carcerario e a dare un’occasione di “recupero” alle persone con dipendenza. Il provvedimento sulla “detenzione differenziata” è “in fase molto avanzata”, ha assicurato il guardasigilli ieri nel corso di un convegno dedicato al supporto psicologico per la Polizia penitenziaria. E in effetti il termine per la presentazione degli emendamenti al testo riscritto dallo stesso governo è fissato per lunedì. A differenza del cosiddetto “decreto svuota carceri” del 2024 (che è finito nel dimenticatoio in attesa che le regioni stilino un registro di strutture di housing disposte ad ospitare i detenuti poveri e senza domicilio), e della detenzione domiciliare già prevista nel testo unico sugli stupefacenti, che richiede la mancanza del pericolo di fuga, questo ddl (il 1635 al Senato) modifica la stessa legge 309/90 inserendo due nuovi articoli. Con il 94ter e il 94 quater si crea un nuovo modello di “esecuzione della pena non carceraria ma pur sempre detentiva”, come certifica la relazione introduttiva. In soldoni, prevede che le persone condannate a pene fino a 8 anni di carcere (dunque non proprio reati bagatellari) o 4 anni per i reati “ostativi”, se tossicodipendenti fin dal momento del crimine, possano scontare la pena in comunità terapeutiche o strutture idonee alla detenzione, previo parere del Serd e sottoponendosi ad un programma riabilitativo ad hoc. Tornando sui suoi passi, il governo ha deciso di allargare la platea degli istituti ammessi, includendo anche le strutture “semi residenziali”, ma richiedendo l’accredito al Ssn. A certificare la dipendenza del detenuto sarà una commissione composta, tra gli altri, anche di personale del provveditorato regionale del Dap. Ma solo “ove opportuno”, rettifica il governo dopo le proteste della Cnca - ascoltata in commissione - e delle opposizioni. La detenzione domiciliare può essere revocata se il detenuto si sottrae alla riabilitazione, che deve essere espressamente richiesta. “Sono più malati da curare che delinquenti da punire”, aveva detto Nordio. Contraddetto a febbraio da una sentenza della Consulta secondo la quale “l’autore di reato, tossicodipendente cronico”, non è assimilabile a “un malato psichiatrico cui debba essere applicata una misura di sicurezza”. Per il ministero potrebbero uscire così dalle carceri 5 mila detenuti. Non è chiaro come, se la stessa legge prevede al momento solo “500 posti letto da considerare aggiuntivi rispetto al più ampio sistema ricettivo sanitario, al costo medio unitario giornaliero più elevato di 106,50 euro per un trattamento terapeutico riabilitativo pari a 365 giorni, determinando un onere complessivo pari a 19.436.250 euro annui a decorrere dall’anno 2026”. “Troppo pochi, 20 milioni di euro”, sottolinea la responsabile giustizia del Pd Debora Seracchiani. Mentre la vice presidente della commissione Giustizia del Senato Ilaria Cucchi pone l’accento, tra le altre cose, sullo stravolgimento della funzione delle comunità terapeutiche trasformate così in piccole carceri. Rischio “zero tituli” sul carcere: il Governo ora corre ai ripari di Errico Novi Il Dubbio, 14 maggio 2026 Della legge sui detenuti con tossicodipendenze si sapeva poco. Era stata incardinata a Palazzo Madama lo scorso settembre. Ed è un ddl governativo, firmato da Carlo Nordio e dal titolare della Salute, Orazio Schillaci. Sarebbe un provvedimento di un certo peso, considerato che, se effettivamente attuato, consentirebbe di portar fuori dagli istituti di pena oltre 10mila reclusi, il che farebbe tornare le cifre folli della popolazione detenuta ben sotto l’attuale quota di 64.400, record mostruoso che prefigura nuove censure europee. Eppure solo ora l’Esecutivo inizia a parlarne in modo convinto. Lo ha fatto ieri il guardasigilli, che a un convegno sul personale penitenziario ha confermato l’indiscrezione riferita da Repubblica, secondo cui il governo avrebbe messo il turbo sul dossier: “Riguardo al sovraffollamento, siamo già in fase molto avanzata per alcuni provvedimenti, che potremmo chiamare di detenzione differenziata”. Si riferisce appunto all’obiettivo della citata legge: trasferire i detenuti con tossicodipendenze dalle celle alle comunità. Vecchio progetto: lo annunciò Andrea Delmastro due anni fa, quand’era ancora sottosegretario alla Giustizia. Nel frattempo sono trascorse altre due estati infernali per i detenuti, torturati in “istituti” in cui i 40 gradi esterni si traducono in crematori da film horror. A inizio luglio 2025 il governo aveva varato un impalpabile decreto carceri, che si è limitato, nei fatti, a fluidificare un po’ le procedure per la liberazione anticipata (quella già in vigore, non certo la versione “speciale” proposta da Giachetti e Bernardini, ripudiata dal centrodestra come un oltraggio al buongusto). Certo, in quel decreto c’erano le regole-quadro per l’individuazione delle comunità, sembrate però una vana premessa. E invece, a fari spenti, prima il sottosegretario Andrea Ostellari ci ha investito un bel po’ del proprio mandato negli ultimi mesi, e ora l’intero governo si è messo improvvisamente a correre. Nella commissione Giustizia del Senato, dov’è in corso l’esame della legge sui reclusi tossicodipendenti, si è materializzato un emendamento dello stesso governo, fortemente voluto dal sottosegretario alla Presidenza Alfredo Mantovano. Stabilisce due cose. Innanzitutto che il passaggio dalla cella al recupero terapeutico esterno può avvenire non solo attraverso la concessione di una specifica misura alternativa, ma anche sotto forma di domiciliari, scontati appunto nella comunità anziché presso la propria abitazione. E qui la tecnica risponde a una precisa esigenza: far rientrare nel provvedimento le migliaia di detenuti tossicodipendenti di origine straniera, spesso privi di alloggio. In più l’emendamento Mantovano prevede che se il “programma terapeutico non è positivamente concluso” ma il condannato tossicodipendente non è incorso in “violazioni delle prescrizioni”, gli si può concedere una seconda chance in un’altra struttura. Segno che si vuole evitare in tutti i modi il rientro del recluso nelle celle-pollaio. Non è finita qui. Il paradosso dei carcerati che potrebbero andare ai domiciliari ma restano ad affollare le carceri solo perché non hanno casa è tra gli ingranaggi maggiormente responsabili del sovraffollamento al 140 %. E cosi il governo non si limita a sciogliere il nodo solo per i reclusi riconosciuti tuttora tossicodipendenti (e che possono dimostrare, come dice il ddl Nordio-Schillaci, la “correlazione tra la tossicodipendenza o l’alcoldipendenza e il reato”). Ci si prepara, tra Palazzo Chigi e via Arenula, a mettere in campo il sospirato progetto di assegnazione alloggi, anche presso istituzioni religiose, ai reclusi che sono senza fissa dimora e che potrebbero accedere alla detenzione domestica: se ne illustreranno i dettagli in una conferenza stampa già programmata per metà della settimana prossima, a cui potrebbero intervenire non solo Nordio e Ostellari ma anche don Mazzi. Ecco il senso “pieno” della battuta del guardasigilli sulla “detenzione differenziata”. Una svolta perché se davvero si riuscisse a trovare posto a tutti, uscirebbero dal carcere altri 5mila detenuti. Vorrebbe dire che, con il successo di questo piano sui domiciliari e di quello sulle comunità per tossicodipendenti (che diventano a loro volta strutture dove scontare la detenzione domestica in un contesto terapeutico), si porterebbe la popolazione detenuta, nel giro di pochi mesi, sotto quota 50mila. Vorrebbe dire azzerarlo, il sovraffollamento. Com’è possibile e soprattutto da dove nasce questa svolta? Da tre fattori. Il primo: Mantovano ha recepito, in tempi recenti, l’immutata preoccupazione di Sergio Mattarella, che considera una “vera emergenza sociale” le condizioni del sistema penitenziario. Secondo: la consapevolezza che un’altra estate di prigioni trasformate in mattatoi infernali, con il loro corollario di suicidi, costituirebbe un insuccesso pericolosissimo anche in termini di consenso. È forse la prima volta che la destra di governo percepisce la sofferenza dei reclusi come un dato sgradito allo stesso elettorato conservatore: si tratterebbe pur sempre di un flop. Non essere riusciti a cambiare nulla, sul carcere, in un’intera legislatura, diventerebbe la cartina di tornasole di un quinquennio negativo. Non sarebbe magari l’aspetto più “pesante”, in termini elettorali, ma contribuirebbe a definire il quadro in vista delle Politiche. E poi c’è il terzo elemento. Che spiega anche come mai della legge sui detenuti da curare in comunità si sia detto pochissimo, fin dal momento in cui è stata incardinata: il referendum è alle spalle, non c’è più il pericolo di comprometterne l’esito con iniziative che mostrino un Esecutivo e una maggioranza troppo orientati al garantismo, al punto da far apparire la stessa separazione delle carriere come una forzatura funzionale all’impunità. Alla balla della riforma costituzionale salva-ladri, gli italiani hanno creduto nonostante la stasi del governo sulla giustizia nei mesi precedenti il referendum. Ora Nordio e il suo vice Francesco Paolo Sisto sono liberi dai freni che erano stati imposti loro, nella lunga e infausta marcia verso il voto sulle carriere separate, proprio da Palazzo Chigi. Cioè da Giorgia Meloni e Alfredo Mantovano. Ora il sottosegretario alla Presidenza è il primo a rendersi conto che arrivare a fine legislatura con un quasi “zero tituli” sulla giustizia sarebbe comunque un handicap. E che lo sarebbe a maggior ragione se l’immobilismo si traducesse nell’ennesima scia di morte e disperazione dentro le prigioni. Senza considerare che, su una responsabilità del genere, il Quirinale non farebbe sconti, e che non ne farebbe neppure Bruxelles, pronta a fulminare Roma con una procedura d’infrazione che, rispetto alla sentenza Torreggiani emessa dalla Cedu nel 2013, avrebbe toni ancora più imbarazzanti. Le carceri preoccupano Nordio ma niente clemenza, solo una toppa di Angela Stella L’Unità, 14 maggio 2026 Con 64.400 presenze a fronte di 51mila posti, a via Arenula iniziano a capire che qualcosa va fatto anche per scongiurare il rischio di una nuova condanna Cedu. Il ministro: “Non clemenza indiscriminata, ma detenzione differenziata”. Il Governo tenta di ricorrere ai ripari contro l’overcrowding carcerario. La situazione è ormai insostenibile e con l’avvicinarsi dell’estate si farà sempre più critica. La popolazione detenuta ha superato infatti le 64400 presenze a fronte di 51 mila posti regolamentari. I suicidi dall’inizio dell’anno sono già 21. Proprio due giorni fa a Modena, nel carcere di Sant’Anna, un detenuto di 44 anni, in attesa del processo d’appello, si è tolto la vita e i capigruppo di maggioranza del consiglio comunale a Modena hanno parlato di “sistema ormai al collasso”. Sono intervenuti anche i parlamentari modenesi del Pd, sottolineando a loro volta il caso del consiglio comunale mai svoltosi al Sant’Anna, a causa della richiesta rigettata da parte del Dap. Più volte il presidente della Repubblica Sergio Mattarella aveva parlato di “grave e ormai insostenibile condizione di sovraffollamento” e “drammatico” numero dei suicidi ormai divenuti una “vera e propria emergenza sociale sulla quale occorre interrogarsi per porvi fine immediatamente”. Ciononostante Esecutivo e Parlamento erano restati a guardare: un po’ a causa della loro visione carcerocentrica un po’ per strategia, non volendo arrivare al voto sul referendum costituzionale sulla separazione delle carriere dopo l’approvazione di una possibile norma definibile mediaticamente come “svuotacarceri”. Adesso però anche a Palazzo Chigi e a via Arenula sono arrivati a capire che qualcosa va fatto, anche per evitare una nuova sentenza Torreggiani da parte della Cedu, che arrivò quando il sovraffollamento giunse al 148 per cento (66585 detenuti, di cui il 42 per cento erano sottoposti a custodia cautelare). E allora, come anticipato ieri in parte da Repubblica, l’intenzione è quella di mandare ai domiciliari entro l’estate 5000 detenuti. Come? Facendoli andare in comunità, parrocchie o strutture dedicate. L’annuncio dovrebbe essere fatto a metà della prossima settimana durante una conferenza stampa. Non serve una nuova norma ma solo alcuni decreti ministeriali. Potranno accedere alla detenzione domiciliare reclusi senza un posto alternativo dove andare, previa richiesta del loro legale e accoglimento della domanda da parte del magistrato di sorveglianza. Ovviamente con 5.000 detenuti in meno nelle carceri il problema del sovraffollamento non sarebbe risolto. Per questo due giorni fa il sottosegretario Alfredo Mantovano è intervenuto in commissione Giustizia al Senato: illustrando l’emendamento governativo al ddl “Disposizioni in materia di detenzione domiciliare per il recupero dei detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti”, ha fatto appello alle opposizioni affinché venga approvato entro il termine della legislatura. Tuttavia Mantovano ha tenuto a precisare che “l’obiettivo primario del provvedimento non è la lotta al sovraffollamento carcerario. L’obiettivo primario del Governo è incentivare il recupero dalle dipendenze e un deflazionamento delle carceri può considerarsi un effetto delle misure alternative proposte”. Un escamotage linguistico che servirà più per spiegare la questione agli elettori quando avverrà l’approvazione finale: una cosa è raccontare che si è agito a favore dei tossicodipendenti, altro sarebbe dire che si sono svuotate le carceri grazie ad una norma per i fruitori di sostanze stupefacenti. Infine, incalzato soprattutto dal senatore Ivan Scalfarotto sul tema dell’overcrowding, ha ribadito che “il Governo ha ben presente la situazione e che in un tavolo interministeriale presso la Presidenza del Consiglio, in collaborazione con il Commissario per le carceri, ritiene di poter realizzare l’obiettivo di 11.00 posti in più nelle carceri entro il 2027”. Comunque, secondo quanto illustrato nella relazione del ddl, i beneficiari sarebbero all’anno circa 11 mila detenuti tossicodipendenti e 3 mila e 700 alcoldipendenti. Se tutto andasse come dovrebbe andare sommando tutti quelli che possono usufruire della misura alternativa al carcere prevista del ddl e dall’attuazione dei decreti ministeriali, entro il 2027 potrebbero lasciare gli istituti di pena 19 mila reclusi portando la popolazione carceraria a 45mila unità. Sempre ieri lo stesso Ministro Nordio ha dichiarato: “Per quanto riguarda il sovraffollamento carcerario, noi siamo già in fase molto avanzata, ma non voglio anticipare, per alcuni provvedimenti che non sono quelli della liberazione lineare, della clemenza indiscriminata e incondizionata, ma che potremmo chiamare della detenzione differenziata, per la quale vedremo secondo me in tempi medio brevi già dei buoni risultati”. Siamo dinanzi ad un libro dei sogni? Chissà, lo scopriremo a breve. Intanto ieri è proseguita la mobilitazione di +Europa in occasione del decimo anniversario della scomparsa di Marco Pannella. L’esponente di +E Thomas Montobio ha fatto visita alla Casa Circondariale di Marassi a Genova dove il sovraffollamento è al 130 per cento. Sempre ieri è nato il “Movimento italiano diritti detenuti”, nuova associazione senza scopo di lucro fondata a Milano da Giulia Troncatti, che ha l’obiettivo di “sensibilizzare la società civile sul tema della detenzione e della giustizia”, anche con l’aiuto di strumenti digitali. Carcere o caserma? La riforma del Dap non piace a nessuno di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 14 maggio 2026 Garanti, magistrati e avvocati penalisti contro la bozza Nordio che svuota il ruolo dei direttori e attua la militarizzazione. C’è una bozza di decreto ministeriale che circola nei corridoi del Ministero della Giustizia e che, se approvata così com’è, cambierebbe in profondità l’architettura del sistema penitenziario italiano. Non è ancora legge, ma è già abbastanza concreta da aver scatenato una levata di scudi trasversale: dirigenti penitenziari, magistratura ordinaria, Unione delle Camere Penali e, ora, l’intera Conferenza Nazionale dei Garanti territoriali delle persone private della libertà personale. Il portavoce della Conferenza, Samuele Ciambriello, anche Garante della Regione Campania, non usa giri di parole: “La bozza di decreto ministeriale che sta circolando non è un semplice aggiustamento di uffici, ma è il tentativo maldestro di realizzare un disegno contrario alla nostra Carta Costituzionale”. Il punto di partenza è il D.P.R. n. 189 del 21 novembre 2025, approvato su proposta del ministro Nordio. Quel decreto ha inserito nel Dap due nuove direzioni generali dedicate alla Polizia penitenziaria: una per le specialità del Corpo, una per i servizi logistici e tecnici. Il nodo non è tanto la nascita di queste strutture, ma la bozza attuativa che le riempie di contenuto. Secondo lo schema in discussione, reparti come il Gom (Gruppo Operativo Mobile), il Gio (Gruppo di Intervento Operativo), il Nic (Nucleo Investigativo Centrale) e l’Uspev passerebbero dalla dipendenza diretta del Capo del Dipartimento a quella del nuovo Direttore Generale delle specialità del Corpo. Non è una questione di nomi. Significa che strutture operative e sensibili, incluse quelle che gestiscono i detenuti sottoposti al regime del 41-bis, verrebbero sottratte alla supervisione civile per essere affidate a una catena di comando interna alla polizia penitenziaria. Per Ciambriello questo equivale a “scambiare il carcere per una caserma e la custodia per una sfida muscolare”. Il Gom opera oggi alle dirette dipendenze del Capo del Dap. Spostarne la filiera gerarchica riduce il ruolo di bilanciamento che spetta al direttore dell’istituto tra esigenze di sicurezza e funzione rieducativa garantita dall’articolo 27 della Costituzione. Il Coordinamento Nazionale dei Dirigenti Penitenziari, attraverso Enrico Sbriglia, ha chiesto il ritiro immediato dello schema. I direttori aspettano il loro primo contratto di categoria dal 2005 e si trovano ora di fronte a una riforma che ne riduce ulteriormente i poteri, trasformandoli nelle parole di chi li rappresenta in semplici “passacarte logistici”. Magistratura Democratica ha definito quello in atto una “trasformazione silenziosa” del sistema. L’esecuzione penale rischia di diventare “un apparato di sicurezza” anziché un’istituzione costituzionalmente orientata. Non è un allarme isolato: arriva mentre si moltiplicano gli interventi che restringono le attività trattamentali e mentre al Parlamento è all’esame la norma sugli agenti sotto copertura nelle carceri, già oggetto di una polemica sulla sua tenuta costituzionale. Ciambriello mette a fuoco il paradosso che pesa di più: “mentre nei nostri istituti si consuma il dramma quotidiano del sovraffollamento e della solitudine, a Roma si pensa di rispondere con la militarizzazione”. Il malessere psichico dilaga, le risorse per il trattamento scarseggiano. La risposta del Ministero, secondo i garanti, non affronta nulla di tutto questo. Il confronto formale con i sindacati del Corpo è stato aggiornato al 19 maggio. Finché non si firma, lo schema resta modificabile. L’appello di Ciambriello è diretto: “Fermatevi. Abbiamo bisogno di rimettere al centro l’uomo, con la sua dignità che non è negoziabile. Il carcere deve essere un luogo dove si ricostruiscono persone, non dove si fabbrica risentimento in nome di un securitarismo velleitario”. Una nuova Circolare del Dap fa luce sulle attività. Ma restano delle ombre di Ilaria Dioguardi vita.it, 14 maggio 2026 A sei mesi dalla circolare che ha centralizzato le autorizzazioni per tutte le attività di carattere educativo, culturale e ricreativo, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria dà nuove disposizioni. Si presentano gli esiti del monitoraggio, si lancia un percorso per valorizzare le iniziative virtuose e si restituisce ai provveditori regionali un ruolo centrale nel coordinamento delle attività. Giulia Casarin, vicepresidente Legacoopsociali con delega al carcere: “Monitoraggio e valutazione delle politiche pubbliche sono fondamentali, ma se non si coinvolgono gli attori che realizzano queste attività si rischia una narrazione unilaterale”. La Direzione generale dei detenuti e del trattamento del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria-Dap ha emanato una nuova circolare sulle attività trattamentali negli istituti di media sicurezza. Il provvedimento arriva a distanza di poco più di sei mesi dalla direttiva del 21 ottobre 2025, a firma Ernesto Napolillo, che faceva passare per Roma tutte le autorizzazioni per lo svolgimento delle attività in carcere per gli istituti in cui sono presenti sezioni di alta sicurezza, collaboratori di giustizia o detenuti al 41-bis e riguarda anche attività destinate ai ristretti di media sicurezza. Con questo nuovo provvedimento il Dap presenta gli esiti del monitoraggio nazionale condotto sulla fase sperimentale degli ultimi mesi. La circolare, inoltre, restituisce ai provveditori regionali un ruolo centrale nella programmazione e nel coordinamento delle attività da realizzare negli istituti di competenza, “nell’ottica di garantire maggiore uniformità ed efficacia sul territorio nazionale”. Tra le principali novità introdotte, è previsto un sistema di report periodici ogni quattro mesi, finalizzato a verificare l’andamento delle attività trattamentali e a rafforzarne la qualità e l’impatto. Accanto all’attività di monitoraggio, il provvedimento prevede anche un percorso di valorizzazione delle iniziative virtuose, che saranno selezionate e diffuse come modelli replicabili, con l’obiettivo di promuovere le migliori pratiche all’interno negli altri territori. Occorre coinvolgere gli attori che realizzano le attività nelle strutture - Giulia Casarin, vicepresidente Legacoopsociali con delega al carcere dice: “È una circolare attesa, che esprime un’intenzionalità di rilevazione di dati, ma non dice nulla di come poi sarà realizzata. Sarebbe l’occasione di coinvolgere gli attori che realizzano queste attività nelle strutture, altrimenti diventa una relazione annuale sulle best practices che potrebbe perdere di senso, di efficacia nel riuscire a creare una contaminazione tra i territori”. L’intervento regolatorio, “seppur centralizzando la valutazione di merito dell’organizzazione degli eventi territoriali, ha sostanzialmente prodotto un rafforzamento complessivo della governance del settore trattamentale, incidendo positivamente sulla capacità programmatoria degli istituti e sulla stabilità dei flussi decisionali”, si legge nella circolare. “Lo spostamento di competenza dal Prap (Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria, ndr) alla Direzione generale dei detenuti e del trattamento ha rappresentato uno strumento di cruciale importanza nell’ottica di interventi per favorire e massimizzare il livello qualitativo e quantitativo delle attività trattamentali”. Il Dap intende “ritrasferire in sede decentrata il potere di rilascio dei nulla-osta” - Nel documento si legge che “la fase di monitoraggio relativa all’applicazione delle disposizioni dipartimentali introdotte nel 2025 ha evidenziato un bilancio ampiamente positivo dell’azione amministrativa”. E si afferma che è intendimento della Direzione generale dei detenuti e del trattamento “ritrasferire in sede decentrata il potere di rilascio dei nulla-osta per gli eventi di carattere educativo, culturale e ricreativo destinati ai detenuti appartenenti al circuito di media sicurezza, dando contestualmente avvio a un nuovo modello di verifica dei risultati, capitalizzazione e diffusione delle buone prassi”. La chiarezza sui “flussi decisionali” - “Le circolari del Dap del 21 ottobre e dell’1 dicembre 2025 avevano messo abbastanza in allarme tutto il Terzo settore che concorre alla risocializzazione delle persone in detenzione perché non era nemmeno chiara, ab origine, l’intenzione di una sperimentazione così circoscritta e perché si temeva un impatto sulle tempistiche del rilascio dei nulla osta, da parte dell’amministrazione centrale”, ribadisce Casarin. “Se questa dinamica, che si è verificata da ottobre in poi, ha permesso a livello centrale di avere un po’ più chiari certi “flussi decisionali”, come vengono definiti nella circolare, e l’effettuazione di una mappatura più consistente e sistematica delle attività che vengono fatte, è senz’altro un elemento positivo. Però è una circolare un po’ parziale. Ci racconta dei numeri”. Aumento della partecipazione agli eventi di oltre 6.700 detenuti - Eccolo qualche numero. “Nel periodo di vigenza delle circolari della Direzione generale dei detenuti e del trattamento, in materia di trattamento si è registrato rispetto agli anni 2023 e 2024, un significativo incremento del numero complessivo degli eventi e delle iniziative trattamentali, pari al 19,67%, accompagnato da un aumento della partecipazione annua alle stesse di ulteriori 6.707 detenuti. Risulta “particolarmente eloquente il trend di crescita della quota di popolazione detenuta coinvolta in attività trattamentali che si attestava all’88% nel 2023, per poi salire al 90% nel 2024 e superare infine il 94% nel 2025”. Nel periodo compreso tra ottobre 2025 e aprile 2026, “per i detenuti appartenenti al circuito di media sicurezza, la Direzione generale dei detenuti e del trattamento ha rilasciato il 100% dei nulla-osta richiesti per eventi destinati a soggetti detenuti allocati in media sicurezza”. Evitare una narrazione unilaterale - Casarin la definiva poco fa parziale, questa circolare, “perché esprime un’intenzionalità di rilevazione di dati, ma non dice nulla di come poi sarà realizzata. Siccome vengono richiamate anche nel documento la “trasparenza” e la “circolarità” delle informazioni, sarebbe proprio questa l’occasione di lavorarci insieme, per evitare una narrazione unilaterale”. Nella circolare si sottolinea la volontà di “garantire un costante dialogo bi direzionale tra l’Ufficio centrale e i singoli istituti”. “Il rischio della rilevazione di dati della diffusione delle best practices non tiene conto di tanti fattori che rendono quelle esperienze delle best practices”, continua Casarin. “Ogni contesto detentivo ha le sue specificità, soprattutto umane e relazionali, questo è un elemento che rischia di venir poco valorizzato. Quindi, la parzialità c’è nelle intenzioni e anche nel target di riferimento, nella circolare non si fa riferimento all’alta sicurezza”. Tra incertezza e preoccupazione - Tutte le attività che sono esercitate in carcere “dalla cooperazione sociale e da altri soggetti sono fondamentali, a maggior ragione per chi sta nell’alta sicurezza e ha una prospettiva di pena anche importante davanti”, continua. “È una circolare che probabilmente è frutto anche della pressione che, da tante parti, è stata esercitata. Sembra spiegare ex post la circolare di ottobre che accentrava al Dap la decisione di rilasciare i nulla osta per le attività educative, culturali e ricreative. Ma rimangono ancora delle incertezze e delle questioni che non vengono affrontate che sembrano rimanere fuori da questa nuova “governance”, citata nella circolare”, prosegue Casarin. “Questo fa permanere una certa perplessità e preoccupazione perché va ricordato che le attività trattamentali sono fondamentali, stanno alla base della capacità anche lavorativa di una persona in caso di detenzione. L’elemento motivazionale, la decisione di intraprendere qualsiasi percorso di reinserimento e di messa in discussione del proprio percorso di vita parte dalle relazioni umane”. Monitoraggio e valutazione, coinvolgendo gli attori che realizzano le attività - “I Signori Provveditorati trasmetteranno a questa Direzione Generale, con cadenza quadrimestrale, a far data dal l° maggio 2026, un report riepilogativo dei nulla-osta rilasciati alle Direzioni del proprio distretto di competenza”, si legge nella circolare. “Monitoraggio e valutazione delle politiche pubbliche sono strumenti fondamentali. Il nostro Paese non è abituato a usare questi strumenti perché richiedono collezione di dati in modo sistematico e uniforme e anche un approccio alle decisioni che deve essere preso in maniera coerente, tenendo conto degli attori di sistema. Quando si parla di valutazione, a maggior ragione di valutazione di impatto, sarebbe l’occasione di coinvolgere gli attori che realizzano queste attività nelle strutture penitenziarie. Altrimenti, diventa una relazione annuale sulle best practices che potrebbe perdere di senso, di efficacia nel riuscire a creare una contaminazione tra i territori”, continua Casarin. Il rischio della standardizzazione delle proposte - “Quello a cui non si deve arrivare è la standardizzazione delle proposte, arrivare a pensare di poter replicare ciò che ha funzionato benissimo in un contesto anche in un altro non è, secondo me, una concreta possibilità. Tutto ciò che porta alla gemmazione e alla sperimentazione in altri contesti ben venga, ma l’obiettivo non deve essere la standardizzazione in senso pratico. Piuttosto ragioniamo di uno standard minimo di attività”, prosegue, “che devono essere esercitate in tutte le carceri e che devono poter riguardare anche l’alta sicurezza”. Ora il Dap pensi alle attività nell’alta sicurezza - “Ora ci auguriamo che analoga decisione sia presa per l’alta sicurezza e che si torni a un modello di sorveglianza dinamica. Il carcere è da intendersi non come punizione da scontare per 20 ore in cella. È premoderno e anacronistico”, dice Patrizio Gonnella, presidente di Antigone. “Dal 2022 il carcere è stato chiuso al territorio, ridimensionando il ruolo della società esterna. Era irragionevole centralizzare tutte le autorizzazioni per singole attività da svolgersi a livello periferico”. Uno dei progetti che si svolgeva in una sezione di alta sicurezza e che, dallo scorso ottobre, non ha avuto l’autorizzazione da parte del Dap per proseguire è “Mettiamoci in Gioco”, che coinvolgeva le persone detenute della casa circondariale di Lanciano. “Un progetto che rappresentava un modello virtuoso di rieducazione e reinserimento sociale attraverso lo sport e che ha consentito ai ristretti, con la squadra Libertas Stanazzo, di partecipare al campionato regionale di Calcio a cinque di Serie D”, dice Luca De Simoni, coordinatore dell’area di Responsabilità sociale della Lega nazionale dilettanti. Un modello di eccellenza interrotto - “Libertas Stanazzo è un modello di eccellenza per noi, più volte i ragazzi sono stati detentori della Coppa disciplina, che viene assegnata alla squadra più corretta del campionato. I giocatori ci tengono molto al carattere rieducativo e portano anche nella competizione questa attenzione”. La Lega Nazionale dilettanti porta avanti il progetto di calcio “Mettiamoci in gioco” negli istituti di Lanciano, Catanzaro e Padova, “ma negli ultimi due con i detenuti della media sicurezza e stanno proseguendo. Mentre a Lanciano la squadra è composta da ristretti in regime di alta sicurezza e a loro è stato vietato ogni tipo di contatto con l’esterno”. Dopo la notizia dell’impossibilità di partecipare al campionato, “lo scorso ottobre la squadra ha continuato ad allenarsi, con la speranza di rientrare in corsa, magari fuori classifica. Ma la motivazione e lo stimolo si sono persi. Era un modello veramente vincente, a detta dei detenuti ma soprattutto della direzione e del personale della polizia penitenziaria, che svolge un ruolo importante”, continua De Simoni. “Oltre ai 12-15 giocatori l’anno, agenti o altri detenuti facevano parte dello staff tecnico. C’era un movimento che lavorava per arrivare all’obiettivo primario, la Coppa disciplina, e poi c’era l’obiettivo agonistico, molto forte. Due anni fa sono arrivati in finale dei playoff e per poco non sono arrivati in serie C”. Via i ceppi nell’Aula: violano la presunzione d’innocenza di valentina stella Il Dubbio, 14 maggio 2026 Assistere al processo accanto al proprio difensore senza indossare le manette: è questo l’obiettivo prefissato dal disegno di legge a prima firma del senatore di Italia Viva Ivan Scalfarotto, incardinato due giorni fa nella commissione Giustizia di Palazzo Madama. Con l’articolo 1 si andrebbe a modificare dunque l’articolo 474 cpp prevedendo l’assenza di ceppi ai polsi, “salvo che sussista un concreto pericolo di fuga o di violenza che ne motivi l’applicazione”. Con l’articolo 2 invece si metterebbe mano all’articolo 146 delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale per specificare che “qualora si ravvisi un pericolo di fuga o di atti di violenza, il giudice può con ordinanza motivata disporre l’adozione di specifiche misure per prevenirli, in ogni caso diverse dall’uso delle manette ai polsi o di altri strumenti coercitivi quali celle o perimetrazioni coercitive diverse da quelle derivanti dagli ordinari presidi di sicurezza approntati per garantire l’incolumità e il normale svolgimento del processo”. Come specifica il parlamentare nella relazione introduttiva “l’utilizzo di questi mezzi di coercizione appare in palese contrasto con la presunzione di innocenza scolpita in Costituzione, visivamente messa in discussione dai segni tipici della pena, portati da soggetti non ancora giudicati”. Inoltre, l’utilizzo di gabbie o perimetrazioni coercitive per gli imputati è considerato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo in contrasto con l’articolo 3 della Convenzione EDU, che ha definito il loro utilizzo degradante e lesivo per l’immagine dell’imputato. A ciò va aggiunto il fatto che la direttiva (UE) 2016/343 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 9 marzo 2016 e recepita dall’Italia nel 2021, sul rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione di innocenza e del diritto di presenziare al processo nei procedimenti penali prescriva che gli imputati non siano presentati come colpevoli, in tribunale o in pubblico, attraverso il ricorso a misure di coercizione fisica. Tuttavia la novità introdotta dal legislatore non ha garantito agli imputati la certezza del rispetto della propria dignità, non modificando la prassi dell’utilizzo di strumenti coercitivi durante le udienze. A proposito di gabbie, è interessante vedere come la presentazione pubblica degli imputati incida sulla formazione del giudizio collettivo. In un libro del professor Pieremilio Sammarco, “La presunzione di innocenza - Un nuovo diritto della personalità” (Giuffré Editore, 2022), è riportata una ricerca svoltasi in Australia. In una simulazione di un processo giudiziario in cui hanno preso parte oltre 400 giurati ai quali erano state forniti i medesimi elementi conoscitivi del processo, l’imputato veniva presentato dinanzi alla giuria in modalità diverse: seduto al tavolo accanto al suo avvocato, seduto in uno spazio autonomo, seduto all’interno di una gabbia. Ebbene, la giuria ha disposto un verdetto di colpevolezza nel 60% dei casi in cui l’imputato era nella gabbia, nel 47% per quello che era nello spazio autonomo, nel 36% per quello seduto vicino al suo legale. Certo, in Italia il giudizio è assegnato prevalentemente a magistrati di carriere ma l’esempio fa comprendere bene come l’esito del processo mediatico e talvolta giuridico possa essere profondamente condizionato dall’estetica della giustizia penale, mutuando il celebre titolo del libro del professore Ennio Amodio. Effetto Garlasco: Nordio rilancia l’inappellabilità delle assoluzioni di Simona Musco Il Dubbio, 14 maggio 2026 “Non capisco come sia stato possibile condannare Stasi. Se una persona può essere condannata solo al di là di ogni ragionevole dubbio, come può esserlo dopo due assoluzioni, in Assise e in Appello? La legge va cambiata”. Carlo Nordio rilancia così una riforma più volte fallita: l’inappellabilità delle assoluzioni. Il ministro parla di una “situazione paradossale” in cui “una persona assolta in primo e secondo grado può, senza nuove prove, essere infine condannata”. Nel caso Stasi, va detto, l’appello bis si basò su un’istruttoria rinnovata che cambiò le sorti del processo, “con tre perizie e decine di nuove audizioni, non una semplice rilettura degli atti”, ha sottolineato Gian Luigi Tizzoni, legale della famiglia Poggi. Inoltre, anche dopo l’assoluzione in primo grado, la procura avrebbe comunque potuto ricorrere in Cassazione. Ma resta un fatto: il caso Garlasco è terreno ideale per riaprire il cantiere giustizia, dopo essere stato usato senza successo durante la campagna elettorale per la separazione delle carriere. Dopo i lievi correttivi introdotti da Marta Cartabia, Nordio ha già ottenuto l’inappellabilità delle assoluzioni per i reati a citazione diretta davanti al tribunale monocratico. Ma ora vuole di più, rispolverando quel sogno riposto in un cassetto rimasto socchiuso. Il ministro, che ne ha parlato durante un convegno alla Scuola superiore della polizia penitenziaria “Piersanti Mattarella”, si è soffermato dunque sul peso dell’opinione pubblica sul processo penale. Che dovrebbe restarne fuori, ma così non è, con inevitabili conseguenze. Il caso Garlasco è l’emblema di tutto ciò, tanto da finire nei sondaggi. Secondo quello di Swg, nonostante la condanna definitiva, solo il 6% degli italiani ritiene colpevole Alberto Stasi; il 32%, che sale al 48% tra chi segue il caso dal 2007, indica Andrea Sempio. Il 72% denuncia gravi errori nelle prime indagini e la trasformazione della vicenda in spettacolo mediatico, pur riconoscendo ai media il merito di aver evitato l’oblio. Il 63% approva la riapertura delle indagini per rimediare ai fallimenti del passato e arrivare alla verità. Per il 47%, però, resta impossibile individuare con certezza il colpevole: segno di una ferita giudiziaria e sociale ancora aperta. Nordio coglie il punto: “Il cittadino si domanda come possa esistere una situazione in cui una persona ha scontato una pena gravissima mentre oggi si indaga su un altro soggetto sulla base di prove che indicherebbero un autore completamente diverso. Una situazione anomala che raramente si vede e che io non ho mai visto”. Precisa però di non voler entrare nel merito, non avendo “idea della dinamica del delitto né del suo autore”, ma aggiunge di avere “un’idea chiara sulla dinamica della nostra legislazione, che è sbagliata”. Dura la replica di Giovanni Zaccaro, segretario di Area, corrente progressista delle toghe: “Il caso Garlasco è diventato occasione per fare audience e speculare sulla giustizia. Mi dispiace che al coro si uniscano il ministro della Giustizia e il presidente delle Camere penali. Bisognerebbe evitare giudizi affrettati e lasciare lavorare serenamente chi si occupa della vicenda”. Dura la replica dell’Ucpi a Zaccaro: “Il riferimento al “coro” mediatico appare del tutto fuori luogo - si legge in una nota. Una cosa sono le strumentalizzazioni televisive o le semplificazioni giornalistiche. Altra cosa è il diritto-dovere dell’avvocatura di interrogarsi pubblicamente sul funzionamento del processo e sulle garanzie che presidiano la libertà dei cittadini”. A sorpresa concorda invece Liborio Cataliotti, avvocato di Sempio insieme ad Angela Taccia, ma ribaltando il punto di vista: “Se la normativa consentisse un nuovo processo contro una persona diversa da un condannato per un reato monosoggettivo, sarebbe incostituzionale o comunque da modificare. La procedura penale sarebbe l’unico ambito in cui un giudizio non vale erga omnes”. Se Sempio arrivasse a processo, dunque, secondo il legale si porrebbe un problema di costituzionalità. Intanto prosegue la diffusione degli atti d’indagine contro Andrea Sempio. In una memoria di 105 pagine depositata il 6 maggio, i pm Giuliana Rizza, Valentina Stefano e Stefano Civardi scrivono che “gli esiti delle verifiche compiute sono incompatibili con la responsabilità di Alberto Stasi “. Il documento era già pronto prima dell’interrogatorio di Sempio, che quel giorno scelse il silenzio, pur essendo indagato per omicidio senza concorso: Stasi, nonostante la condanna definitiva, non può infatti essere ritenuto corresponsabile. I pm elencano 21 punti, sostenendo che Sempio avrebbe mentito sulle tre telefonate fatte a casa Poggi nel 2007 e nel 2008, interrogato sul suo alibi, si sarebbe sentito male fino a richiedere un’ambulanza, producendo poi uno scontrino di parcheggio ritenuto inattendibile. Nel 2014 avrebbe seguito con particolare interesse il tema del dna trovato sotto le unghie di Chiara; nel 2016, dopo l’iscrizione nel registro degli indagati, si sarebbe attivato col padre per trovare denaro e chiudere rapidamente il procedimento. Avrebbe inoltre mentito nell’interrogatorio del 10 febbraio 2017. Il 26 febbraio 2025, contattato dai carabinieri di Voghera, avrebbe gettato in un cestino del centro commerciale di Montebello della Battaglia un foglio manoscritto con appunti collegati all’omicidio. Per l’accusa, il dna sotto le unghie di Chiara - che si sarebbe difesa - è compatibile con Sempio e incompatibile con Stasi. C’è poi l’impronta 33, ritenuta non lasciata da semplice acqua perché “l’acqua non reagisce alla ninidrina” e già visibile prima dei rilievi del Ris. Quanto al movente, i pm sostengono che il 7 e l’8 agosto 2007 Sempio avrebbe tentato un approccio con Chiara telefonandole tre volte e citando un video intimo tra lei e Alberto in suo possesso. Avrebbe sviluppato un interesse non ricambiato e, dopo il rifiuto, risentimento. Secondo la ricostruzione accusatoria, Sempio si sarebbe presentato a casa Poggi e il rifiuto di un approccio sessuale avrebbe scatenato una reazione improvvisa culminata nell’omicidio. I magistrati descrivono inoltre Sempio, attraverso scritti, ricerche online e post, come una persona “ossessionata dal sesso violento, frustrata dalle esperienze giovanili e irrispettosa della dimensione personale femminile”, tratti ritenuti coerenti col delitto. Per l’accusa non avrebbe avuto un alibi valido e sarebbe tornato due volte sulla scena del crimine. Restano però le fragilità dell’impianto accusatorio: non esistono elementi che confermino che Sempio avesse visto il video intimo, che lo avesse sottratto alla vittima né prove di un’attrazione per Chiara, che non avrebbe mai riferito attenzioni anomale da parte sua. E soprattutto, l’impronta palmare indicata come decisiva non raggiunge la soglia minima di corrispondenza richiesta dalla Cassazione. Insomma, il caso Garlasco è oggi il terreno di uno scontro frontale tra la verità processuale e mediatica su Sempio, un paradosso dove il sistema giudiziario cerca di rimediare ai propri errori sotto la spinta di un’opinione pubblica che, da casa, vuole dire la propria sull’ennesimo mistero italiano. Confische agli innocenti, sfida finale alla “Grande Camera” della Cedu di Fabrizio Costarella e Cosimo Palumbo* Il Dubbio, 14 maggio 2026 Il redde rationem delle misure di prevenzione si avvicina. E, per una volta, la scelta di affidare la questione al massimo organo di giustizia europeo ha trovato concordi tutte le parti. Il 6 maggio 2026 si è appreso che il ricorso presentato dalla famiglia Cavallotti contro l’Italia è stato ufficialmente assegnato alla Grande Camera della Corte europea dei Diritti dell’uomo. La decisione segna un passaggio storico per l’intero sistema delle misure di prevenzione patrimoniali e personali anche perché la sezione della Corte ha deciso di rimettere alla Grande Camera anche i ricorsi Macagnino e Marzo c/Italia, che riguardano la pericolosità generica. La conseguenza è che la decisione che verrà presa a Strasburgo riguarderà parametri convenzionali molto diversi, e soprattutto il thema decidendum riguarderà sia la pericolosità generica che quella qualificata. Già nelle osservazioni depositate dal Governo italiano davanti alla Prima sezione della Corte EDU nel ricorso Cavallotti si chiedeva di allargare in modo significativo il perimetro delle questioni da sottoporre alla Grande Camera - paragonabile, in ambito europeo, alle Sezioni Unite della Corte di Cassazione - chiedendo chiarimenti destinati a incidere non solo sulla pericolosità qualificata, oggetto diretto della vicenda, ma anche sulla pericolosità generica. Innanzitutto, si chiedeva alla Corte europea di chiarire il rapporto tra procedimento penale e procedimento di prevenzione, tema strettamente connesso alla presunzione di innocenza sancita dall’articolo 6, paragrafo 2, della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. In particolare, si invitava a precisare il rapporto tra assoluzione penale e giudizio di pericolosità. La giurisprudenza convenzionale, infatti, non impone soltanto di non valorizzare, nel procedimento di prevenzione, fatti già scrutinati in sede penale, ma richiede anche attenzione al linguaggio delle decisioni giudiziarie, affinché una misura adottata dopo un processo concluso senza condanna non si traduca, neppure indirettamente, in un’affermazione di responsabilità. In assenza di tali cautele, la distinzione tra i due procedimenti rischia di diventare puramente formale. Un secondo tema riguarda la natura della confisca di prevenzione, che in Italia viene ormai qualificata come misura ripristinatoria e non punitiva, e quindi sottratta alle garanzie proprie del diritto penale e al principio di proporzionalità. Eppure l’intensità dell’ingerenza nel diritto di proprietà e la possibilità di fondare la misura su standard probatori attenuati avvicinano la confisca a una logica sostanzialmente sanzionatoria, rendendo indispensabile un rigoroso controllo di proporzionalità. Un sistema che si accontenti di una generica sproporzione patrimoniale rischia di compromettere la funzione garantista dell’articolo 1 del Protocollo n. 1 alla Convenzione, mentre la necessità di un collegamento - anche solo indiziario, ma concreto - tra beni e attività illecite rappresenta un presidio essenziale contro possibili derive arbitrarie. A questi temi si collegano altre questioni sensibili: la disponibilità dei beni formalmente intestati a terzi, la tutela dei soggetti in buona fede, la distribuzione dell’onere della prova e il rischio di inversioni incompatibili con i principi dello Stato di diritto. Inoltre - e questo sarà uno dei temi centrali della decisione della Grande Chambre - occorre evitare il rischio che l’ablazione patrimoniale si estenda indefinitamente nel tempo, perdendo ogni collegamento con l’attualità della pericolosità. Sul punto, nella recente sentenza Isaia c. Italia, la Corte EDU ha affermato che l’ordinamento interno dovrebbe limitare il periodo entro il quale i beni possono essere confiscati, per non rendere eccessivamente gravoso dimostrarne la provenienza lecita molti anni dopo l’acquisto. La decisione di affidare alla Grande Camera anche il ricorso Macagnino e Marzo c. Italia, che riguarda la pericolosità generica, amplia il novero delle norme convenzionali che i ricorrenti ritengono violate, poiché i temi riguardano il diritto a un equo processo anche nel procedimento di prevenzione, il diritto al rispetto della vita familiare e del domicilio, nonché la protezione della proprietà privata. I temi che i giudici di Strasburgo dovranno affrontare sono anche di natura procedurale, in particolare il diritto delle parti di far valere le proprie argomentazioni e di ottenere una valutazione effettiva delle prove. L’assegnazione del caso Cavallotti e dei ricorsi Macagnino e Marzo alla Grande Camera dimostra che la Corte EDU intende affrontare in modo organico l’intera materia delle misure di prevenzione, anche alla luce della direttiva europea del 2024. La futura pronuncia si annuncia epocale e avrà effetti paragonabili a quelli prodotti dalla sentenza della Corte europea “De Tommaso c/Italia” del 2017, i cui principi sono stati progressivamente ridimensionati dalla giurisprudenza interna. La Corte è oggi chiamata a una complessiva opera di sistemazione della materia, individuando criteri chiari e prevedibili affinché i cittadini possano avere certezza del diritto e prevedere le conseguenze delle proprie condotte. È un compito difficile, che dovrà confrontarsi con le spinte tese ad avallare un sistema che, in nome della lotta alla mafia, rischia di sacrificare diritti che appartengono a noi tutti. *Osservatorio Misure di prevenzione e patrimoniali dell’Unione Camere penali italiane Spoleto (Pg). Detenuto 45enne si toglie la vita nel carcere di Fabio Toni umbriaon.it, 14 maggio 2026 Il Garante Giuseppe Caforio: “Era in attesa di giudizio, con problemi di droga. Non aveva mai dato segnali di problemi psichiatrici”. Ancora una tragedia nelle carceri dell’Umbria. Un detenuto di 45 anni - originario della Tunisia - si è infatti tolto la vita nella mattina di mercoledì all’interno della casa di reclusione di Spoleto. A renderlo noto “con tristezza e rammarico”, è il garante dei detenuti per l’Umbria, Giuseppe Caforio. “Si tratta - spiega Caforio - di un detenuto in attesa di giudizio, tossicodipendente, che non aveva dato segnali di problemi psichiatrici. Questo ennesimo fatto doloroso segna ancora una volta la comunità carceraria umbra che da tempo invoca soluzioni ai cronici problemi sia del sovraffollamento che della carenza di personale, unito all’esigenza di un’assistenza dei trattamenti sociosanitari più puntuale e adeguata”. “Sono stati scritti fiumi di parole - prosegue il garante - ma ad oggi la realtà lascia allibiti perché la falcidia dei suicidi e di atti di autolesionismo prosegue inesorabile, di fronte alla mancanza di risposte concrete. Ancora una volta si deve ringraziare il personale della polizia Penitenziaria e delle direzioni carcerarie che, con grande umanità, cerca di far fronte alle deficienze strutturali del nostro sistema carcerario. Ma tutto ciò non basta e non può essere rimesso alla buona volontà di pochi. L’auspicio è che il Parlamento prenda in seria considerazione questa situazione proponendo soluzioni forti e coraggiose”. Sull’accaduto interviene il sindacato di polizia Penitenziaria Sappe per voce del segretario regionale dell’Umbria, Fabrizio Bonino, che esprime “profondo cordoglio per la morte di un detenuto 45enne di origine tunisina, deceduto nella giornata all’interno della casa di reclusione di Spoleto. L’uomo - afferma Bonino - si è impiccato nella propria camera di pernottamento. Nonostante il tempestivo intervento del personale di polizia Penitenziaria e del personale sanitario, ogni tentativo di rianimazione è risultato purtroppo vano. Il detenuto, ristretto nel circuito di media sicurezza per reati connessi agli stupefacenti, rapina e reati contro il patrimonio, è stato trovato senza vita al termine dei soccorsi”. “Un nuovo, drammatico fallimento dello Stato - lo definisce il segretario regionale del Sappe Umbria -. Ancora una volta un uomo si toglie la vita dentro un istituto penitenziario, nonostante la presenza di agenti che intervengono con coraggio e professionalità. Che si tratti di alta o media sicurezza, il problema è lo stesso: organici insufficienti, assenza di psicologi dedicati, nessun piano serio di prevenzione del suicidio. Lo Stato guarda altrove, mentre il personale resta a raccogliere i corpi e a farsi carico di un dolore che non gli appartiene”. “Siamo profondamente addolorati - affermano la presidente della Regione Umbria Stefania Proietti e l’assessore regionale al welfare Fabio Barcaioli. Quando una persona decide di togliersi la vita resta sempre una ferita difficile da accettare, ancora di più quando tutto accade nel silenzio e non si riesce a cogliere fino in fondo il dolore che qualcuno si porta dentro. Alla famiglia, ai suoi cari e a quanti gli sono stati vicini va il nostro pensiero. Di fronte a tragedie come questa - proseguono - non possiamo distogliere lo sguardo da ciò che accade dentro luoghi che troppo spesso restano lontani dagli occhi e dalle coscienze. Ogni vita che si spegne in questo modo lascia domande, dolore e un senso di sconfitta che riguarda tutte e tutti”. Modena. Suicidio in carcere: “Il Sant’Anna tra i peggiori in Italia” di Valentina Reggiani Il Resto del Carlino, 14 maggio 2026 Parlamentari, maggioranza di centrosinistra e Pd deprecano l’ennesimo tragico episodio dietro le sbarre “Il governo invece di introdurre nuovi reati affronti seriamente il degrado in cui versano le strutture”. “Un sistema al collasso, il Governo prenda provvedimenti”. Dopo l’ennesimo suicidio all’interno del carcere Sant’Anna esplode la polemica politica. È di martedì la notizia di un detenuto di 44 anni, originario di Pavullo e in attesa del processo d’appello che ha messo in atto il gesto estremo utilizzando il fornellino a gas. Ora sono in corso indagini per far luce sul dramma; contestualmente i parlamentari modenesi dem Stefano Vaccari, Enza Rando e Maria Cecilia Guerra fanno presente come il Sant’Anna detenga il drammatico primato del più alto tasso di suicidi degli ultimi tre anni”. “Una situazione grave e ormai insostenibile, che meriterebbe un’attenzione istituzionale costante e concreta, ma che continua invece a essere colpevolmente trascurata”, denunciano. Anziché continuare a introdurre nuove fattispecie di reato per inseguire una propaganda securitaria di corto respiro, il ministro Nordio - incalzano i parlamentari Pd - avrebbe dovuto impegnarsi seriamente per affrontare il degrado in cui versano le carceri italiane. Strutture fatiscenti, sovraffollamento cronico, condizioni di vita indegne e carenza di personale tecnico e qualificato sono le criticità più evidenti, che ricadono pesantemente non solo sulle persone detenute, ma anche sugli agenti di polizia penitenziaria”. Anche i capigruppo di maggioranza del consiglio comunale prendono posizione: “Nessuno, noi per primi, può restare indifferente e in silenzio - spiegano Diego Lenzini (Pd), Martino Abrate (Avs), Giovanni Silingardi (M5s), Paolo Ballestrazzi (Pri Azione Socialisti Liberali) e Grazia Baracchi (Spazio democratico) - l’ultima tragica scomparsa consumatasi all’interno dell’istituto modenese è la dolorosa conferma di un sistema penitenziario ormai al collasso, abbandonato dalle istituzioni centrali. Da anni denunciamo come Modena sia tra le realtà nelle peggiori condizioni in termini di sovraffollamento”. La maggioranza politica modenese torna dunque a chiedere di entrare all’interno della struttura: “Denunciamo ancora il recente diniego del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) e del ministero della Giustizia - ricordano - che hanno bollato come ‘vaga’ e respinto la richiesta formale di tenere una seduta straordinaria del consiglio comunale proprio al Sant’Anna”. Interviene sul tragico episodio anche Rossella Caci, responsabile Giustizia della Federazione provinciale del Pd di Modena. “Chiediamo un piano immediato per ridurre il sovraffollamento, l’applicazione concreta del protocollo anti-suicidi con Azienda USL e un supporto psicologico strutturato per i detenuti a rischio”. Benevento. Il Garante regionale Ciambriello: “Celle sovraffollate e sanità assente” di Alberto Tranfa ntr24.tv, 14 maggio 2026 Tante criticità, ma anche qualche peculiarità. È quello che emerge dalla relazione annuale sul sistema carcerario sannita illustrata dal garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello nel corso di una conferenza stampa che si è svolta nell’aula consiliare di Palazzo Mosti. Al centro della relazione i dati riguardanti la Casa Circondariale Michele Gaglione, l’Istituto Penale per i Minorenni di Airola, il lavoro svolto dall’Ufficio di Esecuzione Penale Esterna di Benevento, la REMS di San Nicola Baronia e il ruolo degli Spdc, i Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura. Il sovraffollamento è uno dei problemi più urgenti da affrontare sia a livello locale che nazionale. Al 31 dicembre 2025 il carcere beneventano ospitava 397 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 259. “La prima cosa che viene negata è la dignità”, ha denunciato Ciambriello. A questo si aggiunge la cronica carenza di organico che rende la gestione ancora più complessa. Nella relazione vengono snocciolati anche una serie di dati che riguardano i cosiddetti eventi critici: a Benevento si sono registrati 34 casi di autolesionismo, 13 tentativi di suicidio e uno consumato. Sono state 36 le aggressioni verso il personale o altri detenuti, 249 infrazioni disciplinari e 14 evasioni sventate. Anche nel carcere minorile di Airola la tensione è alta, con 2 casi di autolesionismo e aggressioni al personale, oltre al continuo tentativo di introdurre droga e telefoni durante i colloqui. Il garante ha posto l’accento sull’assenza nel Sannio di un’articolazione per la Tutela della Salute Mentale (ATSM). “Non è che chiudendo gli ospedali psichiatrici giudiziari la malattia sia scomparsa”, ha tuonato il Garante. Ciambriello, poi, ha denunciato come l’ASL di Benevento sia l’unica in Campania a non aver previsto un reparto detentivo presso l’ospedale cittadino. “Una carenza - ha detto - che calpesta il diritto fondamentale alla salute sancito dall’articolo 32 della Costituzione e che genera un corto circuito logistico: ogni ricovero o visita esterna richiede infatti l’impiego di tre agenti di scorta per turni di sei ore, sottraendo personale già esiguo alla vigilanza interna”. In questo scenario critico, Benevento si contraddistingue comunque per alcune peculiarità positive: è uno dei pochi istituti, insieme a Secondigliano, ad aver attivato la “casa dell’affettività”, permettendo ai detenuti incontri intimi non controllati per preservare i legami familiari. Anche sul fronte del reinserimento si segnalano esempi virtuosi: i laboratori teatrali, il lavoro svolto da una cooperativa femminile che opera attivamente nella struttura e l’assunzione di detenuti da ditte impegnate nei cantieri dell’Alta Velocità. Segnali che dimostrano come, quando la città entra in carcere e il carcere esce verso la società, il cambiamento è possibile. Ma senza un intervento strutturale della politica, queste restano gocce in un oceano di emergenza. Da qui l’appello finale al Ministero della Giustizia e al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria: maggiori investimenti nel personale educativo, sanitario e psicologico, oltre all’incremento delle misure alternative alla detenzione per chi deve scontare un anno di carcere e non è autore di reati violenti. “L’indifferenza - ha concluso Ciambriello - nel carcere è un proiettile silenzioso che uccide lentamente”. Parma. “La cura che cura, percorsi teatrali e universitari in carcere” unipr.it, 14 maggio 2026 Dalle 14.30 nell’Aula Magna “Scivoletto” del Plesso Carissimi, nell’ambito di “Liberamente teatro. Un’evasione creativa”. Patrocinio e co-organizzazione dell’Ateneo. Si rifletterà sui percorsi teatrali e universitari in carcere giovedì 14 maggio a partire dalle 14.30 nell’Aula Magna “Scivoletto” del Plesso Carissimi dell’Università di Parma (borgo Carissimi 10). La cura che cura. Percorsi universitari in carcere il titolo dell’appuntamento, che ha patrocinio e co-organizzazione dell’Ateneo, nell’ambito del più ampio progetto Liberamente teatro. Un’evasione creativa. L’iniziativa è organizzata da Progetti & Teatro Aps, Istituti penitenziari di Parma e Comune di Parma, con il contributo della Fondazione Cariparma, il sostegno del Gruppo Chiesi, il patrocinio e la co-organizzazione dell’Università di Parma, il patrocinio del Coordinamento nazionale teatro in carcere e dell’Associazione nazionale dei critici di teatro, in collaborazione con la Biblioteca civica del Comune di Parma. In apertura i saluti istituzionali del Vicesindaco del Comune di Parma Lorenzo Lavagetto, dell’Assessore alle Politiche sociali Ettore Brianti, del Prorettore alla Didattica dell’Università di Parma Simone Baglioni, della Vicedirettrice degli Istituti penitenziari di Parma Annalisa La Greca e della Garante dei diritti dei detenuti Veronica Valenti. A seguire gli interventi di Silvio Di Gregorio (Provveditore Amministrazione regionale Emilia Romagna - Marche), Vito Minoia (Università di Urbino, Presidente del Coordinamento nazionale teatro in carcere), Vito Alfarano (Direttore artistico e coreografo di Alpha ZTL Compagnia d’arte drammatica), Vincenza Pellegrino (docente dell’Università di Parma e Delegata del Rettore al Polo universitario penitenziario e all’attività di didattica come ricerca collettiva), Carlo Ferrari e Franca Tragni (attore e attrice, regia e formazione, Progetti & Teatro), Antonio Agone e Irene Valota (collaboratore e collaboratrice del Polo universitario penitenziario di Parma). Roma. Da Rebibbia al palco della Lumsa, arriva “Il Tunnel dei Sogni” di Emiliano Pinnizzotto adnkronos.com, 14 maggio 2026 Venerdì 15 maggio la mise-en-scène firmata dal gruppo Libere Bolle, liberamente ispirato al volume “I volti della povertà in carcere” di Rossana Ruggiero. Ci sono esperienze che prendono forma all’interno del carcere e che raramente riescono a uscire all’esterno. Venerdì 15 maggio alle 12 al Teatro della Lumsa una di queste esperienze incontra il pubblico. È “Il Tunnel dei Sogni”, la mise-en-scène firmata dal gruppo Libere Bolle, frutto di un percorso etico sviluppato all’interno della Casa Circondariale di Rebibbia NC - Roma e che verrà presentato al di fuori delle mura penitenziarie. Non è soltanto uno spettacolo: è il segno concreto di un passaggio dal dentro al fuori, dall’invisibilità all’ascolto. Un momento che restituisce senso al principio rieducativo della pena, mostrando come l’esperienza del carcere possa trasformarsi in linguaggio autentico, possibilità di relazione, responsabilità. Liberamente ispirato al volume ‘I volti della povertà in carcere’ (EDB) di Rossana Ruggiero e Matteo Pernalseci, il lavoro nasce da un lungo cammino fatto di ascolto, incontri e restituzione di storie di quotidianità vissute nel contesto detentivo. In scena prende forma una drammaturgia intensa e frammentata in cui le parole, i silenzi e le immagini danno voce a memorie, ferite e desideri di riscatto. Il palcoscenico diventa così uno spazio attraversabile, dove la distanza tra carcere e società si riduce e lo spettatore è chiamato non a giudicare ma a comprendere. L’appuntamento prevede due momenti: una prima rappresentazione alle ore 12 fino a esaurimento posti e una replica su invito alle 17 nella Sala Teatro della Lumsa Università in Via di Porta Castello 44, Roma. “Il Progetto ‘Da Rebibbia verso i volti della povertà nelle carceri italiane’ - dichiara Rossana Ruggiero, ideatrice del Progetto e autrice del volume “I Volti della povertà in carcere” - nasce dall’idea che il carcere non debba essere soltanto un luogo di pena, ma può evolversi uno spazio etico di ascolto e condivisione. Il Tunnel dei sogni rappresenta il culmine di un viaggio itinerante che, nell’anno del Giubileo della Speranza, ci ha portato in dieci carceri italiane per incontrare sguardi e raccogliere storie di straordinaria umanità. Portare quest’opera fuori dal Carcere di Rebibbia NC significa dare visibilità a un percorso umano e etico che ha saputo trasformare l’esperienza detentiva in linguaggio condiviso, capace di parlare alla società e di creare un ponte tra dentro e fuori. È un gesto che restituisce dignità alle persone detenute e valore al principio rieducativo della pena. Il merito di questo lavoro va al Gruppo Libere Bolle che, nella verità, ha saputo ridare una voce e un volto a storie invisibili, trasformando il vissuto detentivo in un’esperienza di bellezza, consapevolezza e umanità condivisa nonostante il dolore”. “La Fondazione Roma è da sempre impegnata nel sostenere iniziative che promuovano l’inclusione sociale e la dignità della persona, con particolare attenzione a quei percorsi che offrono reali opportunità di riscatto. Progetti come quello portato avanti dal gruppo Libere Bolle dimostrano come l’arte possa diventare uno strumento potente di riabilitazione, capace di restituire voce, consapevolezza e nuove prospettive anche a chi vive condizioni di marginalità. Crediamo fortemente che favorire l’accesso alla cultura e alla creatività significhi contribuire concretamente a costruire una società più giusta, aperta e coesa” - dice Franco Parasassi, presidente di Fondazione Roma. Al termine della mise-en-scène seguirà un dialogo con Rossana Ruggiero, coautrice del volume, insieme al gruppo Libere Bolle e a rappresentanti delle istituzioni, della cultura e dello spettacolo. L’incontro sarà moderato da Marina Tomarro, giornalista di Radio Vaticana, e da Daniele Bocciolini, avvocato penalista cassazionista. L’evento vede la collaborazione della Lumsa Università, di Vatican News - Radio Vaticana e delle Associazioni: Retrosguardi, Società San Vincenzo de Paoli - Consiglio Centrale di Roma, Across, Oratorio Gentilin, con il contributo di Fondazione Roma. Vicenza. Studenti detenuti del carcere premiati dal festival Teatro della Scuola 2026 vipiu.it, 14 maggio 2026 Gli studenti detenuti in alta sicurezza del carcere “Del Papa” di Vicenza hanno ottenuto una menzione speciale da parte della giuria del concorso-festival “Teatro della Scuola 2026” di Valeggio sul Mincio. In scena gli studenti ristretti iscritti all’Istituto tecnico commerciale Guido Piovene di Vicenza raccolti nella compagnia teatrale “Liberi dentro”, guidata dai docenti dell’istituto Piovene, Chiara Gianesin e Massimo Achilli. “Hanno interpretato molto bene - spiegano - il tema della rassegna, ‘Il senso della meraviglia’, mettendo in scena uno spettacolo in sette scene tratte dai Canti della Divina Commedia, tra riflessione e ironia. Tutti uomini in scena, essendo un carcere solo maschile, quindi a qualcuno è toccato anche il ruolo femminile, un po’ come nel teatro antico, ma grande disinvoltura in scena, dall’incontro di Dante con le tre fiere a quello con Virgilio e poi Ulisse, Paolo e Francesca, il Conte Ugolino fino al monte del Purgatorio, con Manfredi, uno dei momenti più alti e commoventi della Commedia, che ricorda a Dante e a noi che la speranza non muore mai, che serve il coraggio di cambiare passo”. Ad accompagnare gli attori, le musiche coinvolgenti selezionate da Saturday night fever e Here comes the sun fino a Mina. Sullo sfondo una scenografia suggestiva e addosso i costumi assemblati con quello che il carcere poteva concedere. E davanti la giuria: cinque i componenti giunti al Del Papa da Valeggio, tutti appartenenti al mondo dello spettacolo teatrale, che dovevano valutare lo spettacolo in base a vari parametri, presenza scenica, vocalità, musiche, scene. “Il nostro è un festival inclusivo al massimo - ha precisato Francesco Lo Duca, curatore della manifestazione - questa è per noi la quarta esperienza in un carcere, ma la prima in uno maschile, precedentemente, infatti, avevano partecipato al nostro concorso le ragazze della Casa Circondariale di Verona, ma ogni volta è un’esperienza meravigliosa e toccante”. Ad assistere alla messa in scena, la dottoressa Nicoletta Morbioli, Dirigente dell’Ambito Territoriale di Vicenza, che, insieme al cappellano del carcere, don Gigi Maistrello, ha fortemente voluto portare lo spettacolo all’esterno, un educatore, la Garante dei detenuti, Barbaglio, e ovviamente la Dirigente dell’Istituto “Piovene”, Loredana Russo. “Questo riconoscimento ci riempie d’orgoglio - dice la dirigente - per noi è come aver vinto e anche i detenuti ne sono consapevoli, uno di loro mi si è avvicinato, a fine spettacolo, e si è commosso pensando a quello che sono riusciti a realizzare quest’anno, confessandomi che era la prima volta che nella sua vita, per lui, era stato importante partecipare e non vincere. Sono anche molto grata ai due docenti per il lavoro svolto, per averci creduto fino in fondo, nonostante le logiche limitazioni date dal carcere, a loro va il mio plauso più sincero”. Sulmona (Aq). “Il bar delle storie non dette”, detenuti in scena laquilablog.it, 14 maggio 2026 Un bar fuori dal tempo, popolato da storie sospese, identità smarrite e domande che restano aperte. È questo il cuore de “Il bar delle storie non dette”, saggio teatrale andato in scena nella Casa di reclusione di Sulmona e realizzato dagli allievi del laboratorio curato da Pietro Becattini. Lo spettacolo, scritto e diretto da Becattini con la partecipazione dell’attrice Maria Francesca Galasso, è stato presentato mercoledì 13 maggio all’interno dell’istituto penitenziario. Il progetto è stato promosso con il Cpia L’Aquila e con il sostegno della Fondazione Carispaq. Alla rappresentazione hanno assistito il direttore della Casa di reclusione Stefano Luca Antonino Liberatore, la responsabile dell’area educativa Elisabetta Santolamazza, la dirigente scolastica del Cpia Alessandra De Cecchis, la garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale Monia Scalera, la presidente del Tribunale di sorveglianza dell’Aquila Mariarosaria Parruti e le docenti del Cpia Antonella Iulianella e Concetta Berlantini. Il lavoro teatrale prende spunto dalle suggestioni di Stefano Benni e dalle riflessioni pirandelliane sull’identità. Al centro della scena c’è un luogo immaginario in cui arrivano persone che hanno perso qualcosa: la voce, la direzione, la musica interiore o semplicemente sé stesse. Nel bar lavora una figura simbolica, la Morte, rappresentata come una “Catrina messicana”. Una presenza che non giudica e non intimorisce, ma accompagna i personaggi nel confronto con le proprie fragilità. Accanto a lei si muove Tiresia, cieco ma capace di cogliere ciò che resta invisibile agli altri. Momenti più intensi si alternano a passaggi leggeri, in un percorso costruito attorno al tema dell’identità e del modo in cui ciascuno racconta se stesso. Il teatro diventa così occasione di ascolto, relazione e consapevolezza dentro uno spazio dove parole, silenzi ed esperienza personale assumono un significato particolare. Lo spettacolo si inserisce nelle attività laboratoriali portate avanti all’interno della Casa di reclusione di Sulmona, dove i percorsi artistici e formativi vengono utilizzati come strumenti di espressione, confronto e crescita personale. Cagliari. “I volti della povertà in carcere”, mostra racconta la detenzione tra dignità e inclusione kalaritanamedia.it, 14 maggio 2026 Alla Mediateca del Mediterraneo (Mem) l’esposizione promossa dalla Società di San Vincenzo de’ Paoli: fotografie, testimonianze e percorsi di inclusione per riflettere su carcere, dignità e reinserimento sociale. Sarà inaugurata il 21 maggio alla Mediateca del Mediterraneo (Mem) la mostra fotografica “I volti della povertà in carcere”, un’esposizione che intende raccontare la realtà della detenzione attraverso immagini e testimonianze dirette, organizzata nel territorio dalla Società di San Vincenzo de’ Paoli di Cagliari. “Vogliamo dare voce a chi non ha voce - spiega Alessandro Floris, presidente della Società San Vincenzo de’ Paoli di Cagliari - La mostra racconta non solo i detenuti, ma anche operatori e luoghi della vita carceraria, mettendo al centro le persone e le loro storie”. L’esposizione - nata dall’omonimo volume curato da Rossana Ruggiero (a cura di Ed. Dehoniane Bologna) con gli scatti di Matteo Pernaselci - è composta da circa 40 fotografie articolate in dieci capitoli tematici. Essa resterà visitabile per tre giorni e accoglierà circa 300 studenti provenienti dagli istituti cittadini. È prevista inoltre la partecipazione di ex detenuti, che porteranno testimonianze dirette sui percorsi di reinserimento sociale. L’iniziativa invita a riflettere sulle diverse forme di povertà legate al sistema carcerario: non solo la privazione della libertà, ma anche le difficoltà di accesso alle cure sanitarie e la solitudine delle persone detenute. La Società porta avanti anche il progetto “Scegliamo il Bene”, dedicato all’educazione alla legalità e alla responsabilità sociale, con particolare attenzione alle giovani generazioni. “La libertà è sempre legata alla responsabilità” sottolinea Floris, evidenziando come il confronto con i giovani sarà incentrato su temi di cittadinanza, legalità e rispetto delle regole. Tra le iniziative collegate è previsto un protocollo di inclusione sociale con l’UEPE (Ufficio per l’Esecuzione Penale Esterna), che consentirà a persone sottoposte a misure giudiziarie di svolgere attività di volontariato nelle strutture della San Vincenzo. In parallelo partirà un percorso di formazione per nuovi volontari impegnati in ambito carcerario, in collaborazione con istituzioni e realtà del territorio. Alla presentazione saranno presenti l’arcivescovo Baturi, l’assessora Anna Puddu, don Marco Lai, direttore Caritas diocesana, Marco Porcu, direttore Ufficio Provveditorato amm. penitenziaria, Paolo Mocci presidente Conferenza volontariato Giustizia Sardegna, Antonella Caldart - Responsabile Settore Carcere Società San Vincenzo de Paoli, Don Gabriele Iriti - Cappellano Carcere di Uta e responsabile Ufficio Diocesano Pastorale Penitenziaria, Gian Matteo Sabatino - Responsabile Comunità di Sant’Egidio Sardegna. Un lavoro di rete che, secondo gli organizzatori, mira a rafforzare il dialogo tra carcere e società civile, favorendo percorsi di inclusione e reinserimento sociale. Bologna. Alla Dozza la musica va oltre le sbarre di Massimiliano Castellani Avvenire, 14 maggio 2026 L’artista Alessandro Bergonzoni e il trombettista Paolo Fresu dalla Casa Circondariale lanciano “Viaggio nello spazio (in presenza di gravità)”: un progetto che vuole avvicinare il sistema penitenziario alla città. La libertà sogna al tramonto, dentro a una notte di note suonate dal trombettista magico. Alle 19.15, le celle della Dozza, la Casa Circondariale di Bologna che ospita 845 detenuti, come ad ogni tramonto si richiudono. Il suono familiare per loro è quello del cancello sprangato e la “chiave gettata” fino al mattino dopo. Ognuno torna in compagnia della sua silente solitudine dietro alle sbarre, in attesa di un domani che verrà, si spera, da uomini liberi. Ma questa sera alle 19.15 un artista dal cuore grande come la Piazza Maggiore di Bologna, Alessandro Bergonzoni, sarà il “Virgilio” nel girone dei condannati, “pronunciando 5 frasi di contrappunto, in italiano, in arabo e in inglese” per accompagnare la tromba angelica e liberatoria di Paolo Fresu in quello che hanno chiamato “Viaggio nello spazio (in presenza di gravità)”. “Non è uno show di Bergonzoni e Fresu, ma un invito alla città di Bologna che è chiamata a sentire e non potrà più fare a meno di ascoltare questo suono, questo richiamo che arriva direttamente dal carcere. L’idea è stata quella di portare un tema poetico, artistico, musicale, attraversando il periplo della Casa Circondariale, un venire da fuori ma entrando dentro le mura - spiega Alessandro Bergonzoni -. La prova che abbiamo fatta, accompagnati naturalmente da un agente della Polizia penitenziaria, è stata già di per sé un’esperienza molto forte. La sensazione potente di avvicinarsi a un alveare dove dentro ci sono delle api che possono essere operose e che invece durante il tempo della pena da scontare sono obbligate all’inoperosità. Noi vogliamo risvegliare le loro coscienze assieme a quelle che abitano la città, mettendole in dialogo costante, ma partendo da qui, per raggiungere un’intimità condivisa come il suono di una serenata che si fa travalicante”. Il “trascendi e sali” bergonzoniano ora diventa il “periplare” sonoro della tromba di Paolo Fresu che improvviserà nei 30 minuti della durata di questa innocente evasione concessa al linguaggio universale della musica che si fa soffio vitale e di rinascita per coloro che devono scontare il fio della propria pena. “Oltrepassare e periplare con audacia e soffiare dentro lo strumento dando aria al mondo in presenza di gravità. Dare è un atto di amore e di coraggio. Dare voce è offrire spazio e opportunità. Voce è anima e sentimento, visione e speranza. Tromba e voce ne sono il rimando e il rimbalzo, il dentro e il fuori”, questo è il messaggio che Fresu lancia forte e chiaro ai detenuti e a tutto il pubblico coinvolto, l’intera città di Bologna, e anche ai radioascoltatori di Radio Suite, il programma Rai di Radio 3 che in leggera differita rimanderà le note del “concerto” del geniale e generoso trombettista di Berchidda. “I bolognesi che arriveranno in Piazza Maggiore, ascolteranno l’esecuzione completa di Fresu dagli amplificatori comunicativi piazzati sulla finestra della sala Farnese di Palazzo d’Accursio”, informa il musicista Riccardo Negrelli che è parte attiva del “gruppo visionario” che ha realizzato quella che alla vigilia si presenta come un’esperienza totale e finora unica nel suo genere. A cominciare dalla “Cella” della Dozza riprodotta nella dalliana “Piazza Grande”. “In due giorni, da quando è stata collocata lì, oltre 5mila bolognesi, incuriositi sono entrati a visitarla e hanno toccato con mano i limiti di spazio della detenzione carceraria. La “Cella” non vuole essere il simbolo della paura e della vendetta di chi sta fuori, sentimenti che creano ancora più distanza tra il carcere e la città, ma è un modo invece per accorciare quella distanza siderale”, sottolinea Bergonzoni. E il concetto di “avvicinamento” è pienamente condiviso dalla direttrice della Casa Circondariale, Rosa Alba Casella. “I detenuti per una volta saranno protagonisti di un evento artistico che parte da qui e per loro, in esclusiva, e poi arriverà alla città, ai bolognesi e a tutti quelli che si sintonizzeranno con noi”. Un progetto pilota che si spera incentivi lo spirito di emulazione. “Copiateci”, è l’appello di Bergonzoni, sottoscritto da tutti gli animatori di “Viaggio nello spazio (in presenza di gravità)” di cui il Comune di Bologna è diventato parte integrante per un’iniziativa che si inserisce nel solco di un nuovo percorso performativo. “Bologna ha una vocazione a intervenire con gli strumenti della cultura. Oltre alla connessione carcere-città, la vera innovazione sta nella concezione della Piazza in cui l’elemento centrale non è il palco per lo spettacolo musicale, ma un luogo attraversato da aria, suoni, musica, che parte dalla Casa Circondariale e arriva a tutti”, spiega l’assessore alla cultura Daniele Del Pozzo. “A tutti deve arrivare anche questa nuova immagine del carcere, di cui, o si parla poco o lo si fa per parlarne male. Mentre questo tipo di approccio e di linguaggio universale della musica, consente finalmente di liberarlo dal pregiudizio e di focalizzare l’attenzione sull’essenza della realtà carceraria che è fatta di persone. Uomini e donne che hanno sbagliato ma a cui va garantito il diritto sancito dall’Art. 27 della Costituzione che contempla “la finalità rieducativa della pena”. Pertanto “Viaggio nello spazio (in presenza di gravità)” è un progetto assolutamente replicabile e che infatti altri Istituti penitenziari ci stanno già chiedendo”, fa notare il responsabile dell’Osservatorio Carcere della Camera Penale di Bologna, avvocato Luca Sebastiani. Bergonzoni, che da sempre crede nella “crealtà” e cioè la creatività che poggia sulla realtà e ne forma un’altra, chiede, anzi sogna, di andare ancora oltre. “Tempo fa parlando con un concertista mi confessava che i suoi primi vent’anni di vita fatti di lezioni di piano tutti i giorni erano stati una prigione. Allora ho pensato che l’idea sarebbe quella di un nuovo “piano per le carceri”, quindi, perché non mettere un pianoforte in una stanza dove un condannato con già delle attitudini alla musica, dopo vent’anni di reclusione quando uscirà magari avrà imparato a suonarlo ad alto livello. E poi mi piacerebbe far “periplare” qui intorno alla Casa Circondariale i bambini dell’asilo, con le loro voci, con le loro risa, perché detenuti e detenute inizino la giornata con un suono più dolce e vitale. Ecco, cominciamo da qui e da questo tramonto per albe prossime, convinti che per un soffio, di tromba, le cose belle e importanti della vita possono ancora accadere”. Zuppi: Luci di futuro per i ragazzi chiusi “dentro” di Matteo Maria Zuppi Avvenire, 14 maggio 2026 Il cardinale riflette sulla condizione dei giovani al di qua e al di là delle mura della prigione. Capire cosa c’è nel loro cuore per far sì che riescano a costruire relazioni di senso. La prefazione che il cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, ha scritto per il volume di Antonella Inverno con le fotografie di Alessio Romenzi “Dentro le mura. Viaggio nel mondo degli adolescenti di oggi tra disagio, carcere e dissenso”, da domani in libreria per Treccani (pagine 148, euro 15,00). Desidero ringraziare di cuore Antonella Inverno e la redazione della Treccani per questo viaggio “dentro le mura”. Le fotografie di Alessio Romenzi, realizzate per Save the Children, che sostiene il progetto, ci aiutano a vedere quel pianeta che spesso crediamo non abbia niente a che fare con il nostro: un dentro che è estraneo al fuori, mentre, in realtà, capendo il dentro capiamo quello che c’è fuori. Non è un altro mondo: è il nostro. Le mura più difficili sono proprio le storie dei ragazzi, che spesso diventano mura per difendersi, per paura, per rabbia, per delusione, perché non intravedono altro. Queste pagine ci aiutano a capire cosa c’è dentro il carcere e cosa c’è dentro il cuore dei ragazzi che “stanno dentro”. Tale comprensione è fondamentale per capire come preparare al “fuori”, altrimenti si cade nell’inganno dei “cattivisti” che rivendicano interventi forti, usano la paura e la richiesta di giustizia, per altro dovuta alle vittime, ma facendo credere che tutto ciò si ottiene con quelle che si rivelano false soluzioni. La chiave da usare è garantire l’esecuzione della pena attraverso percorsi che per mettano di redimere, di comprendere il senso della condanna e della detenzione per preparare il futuro. La questione centrale è legata alla possibilità di conoscere, essere sapienti, capire i problemi con onestà, non in maniera ideologica, ignorante, spacciando soluzioni che non sono tali e che ingannano la legittima richiesta di sicurezza. Antonella ci fa entrare dentro il cuore dei ragazzi con attenzione e profondità. Sono storie molto diverse tra loro che capiamo nell’ascolto, nel riconoscimento; racconti di ragazzi che cercano, che desiderano un futuro. Il volume fa emergere storie di violenza dalle quali si comprende in che modo producano solo altra violenza. Se si cerca di accogliere, con profondità, queste vicende appare evidente come questi giovani chiedano alternative per liberarsi da condanne già scritte. “Avevo tante cose per la testa, non sapevo come mi dovevo sfogare”, e poi scatta “la bobina”, perché una pistola in mano ti fa sentire “potente”, “indistruttibile”. All’interno delle mura, si può capire cosa succede quando si supera la linea del male “e piano piano quella linea si sposta sempre più avanti”. Ma accade anche che “dentro le mura” ci si possa trovare, finalmente bene, perché “Mi sento più in compagnia in carcere”. Tutto questo grazie a chi opera per costruire relazioni di senso e progetta un futuro possibile. Dentro le mura del cuore troviamo, poche, persone care e positive, come una nonna che “stava sempre col sorriso, poteva pure succedere la cosa più brutta del mondo”, uno dei ricordi più belli. Troviamo il tenero desiderio di “diventare una persona rispettata”, non “in mezzo alla strada” ma “in un’altra maniera, dalle persone come voi”. Non è facile cambiare, capire, mostrare la fragilità tenuta nascosta, trovare qualcuno che la sa vedere e custodire. Per queste ragioni è importante investire in progetti e in personale educativo e sociale, affinché coloro che possono favorire questa comprensione siano in numero sufficiente e abbiano a disposizione mezzi e professionalità per programmare con maggiore efficacia percorsi di cambiamento e pene alternative. La giustizia minorile deve poter continuare a garantire percorsi educativi, di studio e di lavoro per ricostruire “il dentro le mura” e offrirne di nuovi. Sappiamo come il senso del limite e con esso anche il senso di colpa, in molti casi, scompaiano per cui pare lecito sperimentare tutto. Una logica, quest’ultima, assurda, che va fermata! Più che un aumento della delinquenza giovanile bisogna denunciare un aumento della sofferenza giovanile. La diffusione di alcol e droghe - pesanti e leggere - lo testimoniano. Le storie di devianza nascono, inoltre, dall’assenza di figure adulte di riferimento, anche perché così poco ci si assume la responsabilità di qualcuno. Negli ultimi anni gli ingressi negli IPM sono aumentati del 30%, ma questo non è un segnale rassicurante; se il carcere diventa l’unica soluzione per correggere devianze significa che qualcosa si è rotto. C’è una crepa - cantava Leonard Cohen - ed è da lì che passa la luce. Il carnefice è comunque un essere umano e ognuno non è mai una cosa soltanto, una definizione. Cosa succede quando non si ha un futuro? E quanto è vero che ogni persona è meglio della sua colpa. Non possiamo accettare che “dentro le mura” sia senza un fine. Ed è questa la condanna più sbagliata che non deve mai essere comminata. Papa Francesco si interrogava sempre quando andava in carcere: “Mi domando: perché lui e non io? Merito io più di lui che sta là dentro? Perché lui è caduto e io no? È un mistero che mi avvicina a loro”. Dobbiamo garantire dignità umana sempre a tutti e camminare insieme ai fratelli carcerati senza paura, con amore perché l’amore vince la paura e ci fa riconoscere nell’altro la persona che è, degna sempre della nostra “compassione” che vuol dire pensarsi insieme, non esercitare qualche buon senti mento utile a sé e non al prossimo. C’è una sfida: credere che l’errante non sarà mai il suo errore! “L’errante è sempre e anzitutto un essere umano e conserva, in ogni caso, la sua dignità di persona; e va sempre considerato e trattato come si conviene a tanta dignità” (Giovanni XXIII, Pacem in terris, 83, 1963). Guardiamo e prepariamo il futuro. Despondere spem munus nostrum è il motto della Polizia penitenziaria, ovvero assicurare, garantire, mantenere viva la speranza, rafforzandone il fondamento, che è il fulcro dell’intero sistema penale. Il fondamento è nella “dignità infinita e inalienabile” del la persona. Il fondamento risiede nella possibilità riconosciuta a ciascuno di essere diverso, di riscattarsi dal passato e progettare un futuro di bene. Senza futuro il presente diventa invivibile. Una pena che vuole soltanto punire la colpa è uno spreco di risorse e di umanità, perché non rende migliore né chi la subisce né chi la impone. Non è saggio né utile scaricare tutto sul carcere, tanto meno pensare il carcere come una discarica sociale. Un carcere che riversa tutta la responsabilità sul colpevole, lasciandolo da solo, non aiuta né il condannato né il popolo italiano, in nome del quale è stata emessa la sentenza, ad assumersi la responsabilità di costruire un futuro responsabile. Il tempo di una persona non può mai essere privo di significato. La Costituzione dà alla pena detentiva la centralità rieducativa ed è un valore intangibile. Dentro le mura filtrerà sempre un raggio di luce. Bergonzoni: “Io, ‘altrista’, vivo il carcere come esperienza d’amore” di Raffaella Tallarico gnewsonline.it, 14 maggio 2026 Con Alessandro Bergonzoni, la logica cede il passo alla fantasia. Da anni impegnato in spettacoli e iniziative per i detenuti, il comico e drammaturgo non ha filtri. A tratti sembra che parli del carcere non per come è, ma per come dovrebbe essere, e lì vi rivolge le sue energie. Ha il coinvolgimento emotivo del non-coinvolto, un ossimoro solo apparente. “Voglio costituire l’’Associazione dei familiari non coinvolti’”, dice con ironia. Ed ecco il paradosso: se una cosa non ti tocca da vicino, puoi immedesimarti in modo autentico, senza sovrastrutture, pregiudizi o bagagli emotivi. Una consapevolezza che è essenziale per approcciarsi all’universo-carcere e a chi lo vive ogni giorno. Parliamo con Alessandro Bergonzoni poco prima del concerto “itinerante” che ha organizzato alla Dozza per la sera del 13 maggio con il trombettista Paolo Fresu, promosso dalla Direzione e dalla Camera penale di Bologna. Da dov’è nata l’idea? Due anni fa entrai alla Dozza per fare uno spettacolo. C’erano 40 uomini e 40 donne, ma gli altri, chi in alta sicurezza, chi in infermeria, non c’erano. Gli stranieri non capivano. La musica invece è universale, e la tromba si presta tantissimo: anche se non amplificato, è uno strumento che raggiunge tutti. È un piacere poter inventare qualcosa che “svegli”. Moltiplicheremo questo suono nella piazza, poi in radio…faremo interviste, porteremo questa esperienza nelle scuole. Come non farlo se sei un artista? Alcuni dicono che impegnarsi in certe cose è un sacrificio. Ma non hanno idea di che piacere è poter avere rapporti con i detenuti, parlare con loro di poesia, di arte, di teatro, poter pubblicare i loro libri. Sua è anche l’iniziativa, insieme alla Camera penale, dei biglietti gratuiti per le persone detenute e i loro familiari nei teatri cittadini... Devono rendersi conto di potersi sedere con gli altri a un concerto, all’opera lirica, e ad altri spettacoli. È il minimo, mi scappa da ridere per quanto questa cosa sia basica. Si tratta di diritti, non di concessioni, come qualcuno vorrebbe far credere. È come dire: “Tu hai respirato oggi?”, “Sì”, “Quante volte”, “Mille”, e hai da ridire su questo. Ecco perché nelle scuole bisogna andare a raccontare queste esperienze con le persone detenute, sennò ragazze e ragazzi vengono su col concetto del codice Rocco, della pena, della reclusione, e non vedono al di là del loro naso. Perché questo suo impegno con le persone detenute? Alcuni mi chiedono ‘Ma tu hai avuto un parente in carcere?’. No, non l’ho avuto. Io credo nello shock pre-traumatico: prima che qualcosa accada, soprattutto l’artista - anche con la “a” minuscola, come nel mio caso - ha una capacità di immedesimazione, di osservazione, che deve andare oltre, prescindere dai propri spettacolini, dai propri libri, dalle proprie mostre, dalle proprie sensazioni. Noi abbiamo un privilegio, cioè quello di andare a conoscere tutto quello che potrebbe avvenire, e a tantissimi avviene, e noi pensiamo sempre da ‘sani cronici’, da garantisti, che tutto il resto coinvolga tutti gli altri. Questo è il mio motore, il mio motto: non riesco a immaginare senza immedesimarmi. Ecco perché con una battuta mi definisco un ‘altrista’. Un ‘altrista’? Sì. Il concetto di lavorare per l’altro, con l’altro e nell’altro. Il carcere è un tema civile e sociale, ben prima che politico. Anzi quello politico è proprio l’ultimo; sono molto poco avvezzo alla conoscenza politica e, pur da laureato in Legge, alla conoscenza dei fatti, dei dati. L’immedesimazione viene letta come pura follia. Secondo me la follia è non essere immedesimativi, e subire tutto quello che leggiamo, vediamo e scopriamo. Lasciare che sia tutto così com’è è la follia numero uno. Ci sono persone che non hanno dei detenuti in famiglia, che non gli è morto il figlio di tumore. La mia domanda è: possibile che persone non coinvolte riescano comunque a darsi da fare e a partecipare a qualcosa che non li riguarda? Cos’è quello che ci riguarda? Sono stanco di sentir parlare i familiari di vittime di abusi, torture, violenze; dobbiamo fare la nostra parte anche noi, che non abbiamo nessun morto. Io voglio costituire l’Associazione dei familiari non coinvolti”: mio figlio non ha avuto assolutamente niente, e perché non posso parlare di una cosa come se mi riguardasse in prima persona? È così per tanti temi. E lo dimostra la gente che scende in piazza per le guerre. Non hanno figli in trincea, cosa scendono a fare? Finalmente c’è un tema universale che comporta l’immedesimazione. Solo che la guerra ci fa paura, perché ci coinvolge, il carcere non ci fa paura perché pensiamo che non ci finiremo mai. C’è anche questa valenza. tutti interessati ai tumori, perché sono all’ordine del giorno; tutti interessati alla sanità, perché tutti ci ammaliamo. Il carcere non passa, perché pensiamo che non tocchi a noi. E anzi, qualcuno potrebbe dirle che si dovrebbe ‘buttare via la chiave’... E io rispondo, come ho risposto: sì sì, buttare via la chiave, purché attaccata alla chiave ci siano la porta e il muro. E butto via tutto, sono d’accordissimo. Così come sono d’accordo con quelli che mi dicono ‘prova tu ad avere un figlio stuprato e andare ad alleggerire la vita a uno stupratore’. Io rispondo che bisogna vedere i casi singoli, e le persone che li hanno vissuti hanno mille ragioni in più per avere dei pensieri distorti. Io, fin quando non mi accadrà, voglio avere un altro tipo di impressione, di dimensione, nei confronti del perdono. Vedo gli esempi di alcune madri che hanno avuto un figlio ucciso da un delinquente, e vanno in galera e lo seguono come se fosse il loro figlio. Non c’è solo il perdono, c’è proprio un tema di anime. Cos’è il carcere per un artista? Un’esperienza poetica, antropologica. Un’esperienza d’amore. Questa parola oggi abusatissima con follower, cuoricini, fiorellini…e poi credo anche che ci sia un tema di gioco. Perché è un festeggiamento di altre vite, non è solo il tran-tran personale: i miei figli, la mia compagna, i miei amici, il mio pubblico…qua c’è tutto un altro pianeta. Ci sono figli, genitori, compagne. Non si può lasciare questa ‘comunanza’ solo alle associazioni, che fanno un ottimo lavoro. Li chiamo ‘i 10 demandamenti’: fallo tu, pensaci tu, organizzalo tu…io credo che si possa cominciare un’altra coreografia, se abbiamo energia sufficiente per fare altro. Per esempio, c’è tanto teatro in carcere, delle realtà meravigliose. Poi sono sempre necessari quelli che regalano dei soldi, del cibo, dei vestiti…ci mancherebbe altro, è una sinfonia e ognuno suona lo strumento che può. Ma per noi artisti è un piacere. Qual è la sua impressione sul carcere, oggi? Devo dire che non è più quel violento ‘ti faccio un favore, hai il privilegio di organizzare qualcosa’. Si sta cominciando a capire che è tutto un vantaggio anche per la direzione e per l’amministrazione. Non è solo un divertissement per le persone detenute che assistono o per gli artisti che entrano. Ma c’è una dicotomia: pur vedendo molti detenuti attenti, sul fatto che possono fare altro - e li ho visti partire fortemente, piacevolmente, con la scrittura, con l’arte -, dall’altro lato li ho visti anche sicuri che queste esperienze potessero essere improvvisamente vietate, o comunque interrotte. Ci sono manovre che possono renderli impotenti, consapevoli che tutto quello che c’è di buono può non continuare. C’è una fiducia estrema e una sfiducia totale. Noto ancora questa altalena. La continuità è essenziale in un carcere: se un detenuto sa che quel corso tra tre mesi non lo farà più, perché si è comportato male il suo compagno di cella, perché c’è stata una rivolta…uno si chiude sempre di più. Ha qualche proposta? Prendiamo le telefonate, che sono contingentate nelle carceri, nei tempi e nelle modalità. Io mi domando: ma quando uno di noi sta male, o è lontano, o ha dei problemi, cosa fa per prima cosa? Ci abbiamo mai pensato? Noi telefoniamo, a un padre, a un amico, a un medico. Allora io dico: controllatele le telefonate, registratele, per sicurezza. Ma io voglio sapere per quale motivo io carcerato che ho 30 anni da passare in un luogo non posso avere tutti i giorni la mia ora di telefono con mio figlio. Basterebbe niente a zero lire e a massima sicurezza di giustizia. Oppure si potrebbe adottare un carcerato, o seguirlo un tot di giorni al mese. Un tema già sviluppato da tanti. Parlo di ‘sciocchezze’ di questo genere, non parlo di rivoluzioni, di leggi, che hanno bisogno sicuramente di una concretezza, di una sapienza che io non ho, né è il mio lavoro. Nella prossima iniziativa per le persone detenute vorrebbe coinvolgere gli asili della città... Sì. Voglio mettere il suono, registrato o in diretta, dei bambini che vanno in un cortile. Perché i detenuti possano sentire questo suono. Vorrei che sentissero queste voci, per far sì che ci sia un altro riferimento all’essere vicini alla città. A Bologna prima c’era il carcere di San Giovanni in Monte, era in centro. Ora è in periferia, quindi i rumori delle scuole, di una piazza, non si sentono più. Macbeth-Cuore nero, il docufilm girato in carcere vince il premio internazionale di Joy Bongiovanni gnewsonline.it, 14 maggio 2026 Grande soddisfazione per gli ospiti della Casa di reclusione di Arienzo. Il docufilm Macbeth cuore nero, realizzato con gli attori reclusi dell’istituto, è stato selezionato tra i film vincitori della XIII edizione dell’International Film Festival di Olsztyn. Già riconosciuto come miglior documentario italiano al Festival internazionale di Salerno, a ottobre sarà premiato al Prison Movie. Diretto dalla filmmaker Paola Ortolani di Sevenhalf Lab, il documentario è riuscito a condurre gli spettatori all’interno del carcere per far conoscere la vita oltre le sbarre. I detenuti si sono raccontati davanti una telecamera. Con riprese lente e in primo piano, la Ortolani ha catturato silenzi e sguardi che dicono più delle parole. Un film che racconta l’esperienza teatrale di un gruppo di ristretti e del loro magistrato di sorveglianza, Marco Puglia, entrato a far parte del cast. Storie personali, paure e riflessioni ma anche sorrisi, canti e gioia fanno da cornice alla tragedia ‘Macbeth’, andata in scena al teatro Bellini di Napoli. L’opera shakespeariana è stata diretta dal regista Gaetano Battista in collaborazione con l’associazione Polluce. La partecipazione del magistrato di sorveglianza ha rappresentato l’aspetto più originale di quest’iniziativa. Giudicati e giudicante hanno collaborato per la realizzazione dello spettacolo, confermando il fatto che la cultura e l’arte non conoscono giudizio. Anche la scelta dell’opera non è del tutto casuale. Scritta nel 1600 e conosciuta come una delle tragedie più oscure e significative del drammaturgo inglese William Shakespeare, narra del generale Macbeth che, influenzato dalla profezia di tre streghe e assettato di potere, con la complicità della moglie uccide il re Duncan per usurparne il trono, ma finisce per essere tormentato dal senso di colpa e dall’angoscia. Una tragedia che tocca temi profondi come la violenza, la cupidigia, l’aggressività e le pulsioni più distruttive dell’essere umano. Ma anche la disperazione e la vergogna, dimostrando come un errore commesso può logorare l’anima. Una storia che ogni detenuto, a suo modo, sente propria. Alfonso, ristretto dal 2019, davanti alla telecamera confessa: “Ho conosciuto i miei demoni più forti: la droga, il gioco, l’alcol. Ho scelto la strada peggiore, quella dove non c’è dignità e dove la ricchezza è solo effimera. Cinque anni di oblio mi son costati dieci anni di carcere”. Macbeth-Cuore nero, tramite testimonianze e spaccati di vita detentiva, svela il dietro le quinte delle attività trattamentali che permettono una rinascita, senza etichette e senza stigmi. Racconta ciò che accade quando una persona detenuta sente di avere un’altra possibilità. E soprattutto, mostra come un copione, una storia e un personaggio possono spingere le persone ristrette a interrogarsi sulla propria storia personale per cercare un’alternativa. Lo stesso magistrato di sorveglianza, che veste i panni del personaggio principale, ha sottolineato: “Il teatro ha una potenza poderosa che permette di scavarsi dentro e partecipare al raggiungimento di un’obbiettivo comune per portare agli altri il meglio di sé. Questo meglio arriva da chi, invece, ha dimostrato che c’è del peggio, tanto da meritare una sentenza di condanna. Il percorso teatrale permette a questi uomini di raccontarsi e protegge le loro grandi potenzialità, come la Costituzione indica”. Se il carcere costringe a chiudersi in se stessi, a non relazionarsi con gli altri per paura di non essere compresi, il teatro abbatte il muro del silenzio e restituisce la parola, perché come Macbeth recita: “Il dolore che non parla, bisbiglia al cuore sovraccarico e gli ordina di spezzarsi”. La direttrice della casa di reclusione di Arienzo, Annalaura de Fusco, si dice soddisfatta e sottolinea come tali attività rappresentino la testimonianza tangibile dell’efficacia dei percorsi di risocializzazione e del valore del lavoro svolto quotidianamente all’interno dell’Istituto. Napoli, la questione è sociale di Lina Lucci Corriere del Mezzogiorno, 14 maggio 2026 Omicidi, regolamenti di conti, stese, violenza giovanile e criminalità organizzata: limitarsi a chiedere “più pattuglie” o “più carcere” produce spesso consenso immediato ma risultati limitati. Per una città come Napoli chi governa dovrebbe cambiare approccio: serve una proposta che tratti la violenza come un fenomeno urbano complesso, criminale, economico, educativo, psicologico e territoriale insieme. Le proposte viste finora, a mio modesto avviso, contengono due errori: un eccesso di retorica astratta e di approccio repressivo. Il limite non è nei dispositivi di sicurezza. È politico. C’è un’amministrazione comunale percepita come autoreferenziale, chiusa nel palazzo, incapace di costruire una vera alleanza con la città reale. Il consiglio comunale è stato progressivamente svuotato. Le forze sociali sono state marginalizzate. Il territorio ascoltato a intermittenza, spesso solo a emergenza esplosa. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una città che interviene dopo, mai prima.La violenza non è solo un problema di ordine pubblico o un problema morale. Nelle grandi metropoli è vista come un fenomeno sociale che può diffondersi dentro reti umane, quartieri, gruppi e culture non necessariamente criminali. È questa la chiave di lettura che manca. Serve un Patto civico contro la violenza urbana, vincolante, operativo, verificabile. Non un documento da conferenza stampa, ma un dispositivo di governo reale. Un’alleanza che metta insieme ciò che oggi è frammentato o assente: Comune, scuole, imprese, sindacati, università, parrocchie, terzo settore, servizi sociali, magistratura, associazioni e famiglie. Con obiettivi chiari e non negoziabili: riduzione degli omicidi e della violenza armata, stop al reclutamento minorile da parte della criminalità organizzata, drastica riduzione della dispersione scolastica nei quartieri fragili, aumento dell’occupazione giovanile regolare, recupero degli spazi pubblici abbandonati. Se non è misurabile, non è un patto: è propaganda. Ogni quartiere deve sentire che lo Stato e la città giocano nella stessa squadra. E a proposito di squadra, qui il coinvolgimento della Ssc Napoli potrebbe diventare strategico, non solo d’immagine. Il calcio a Napoli non è solo sport, è identità collettiva. Usarlo come infrastruttura sociale sarebbe molto più efficace di tante campagne istituzionali tradizionali. Come? Attraverso testimonial permanenti nelle scuole, tornei di quartiere, borse sportive, recupero dei campetti, mentorship con atleti, campagne contro il reclutamento criminale, eventi nei beni confiscati. La sicurezza non si costruisce solo con la presenza delle forze dell’ordine. Si costruisce prima. Con la scuola, il lavoro, la presenza educativa, il presidio sociale. Per questo servono unità territoriali miste: educatori, psicologi, mediatori, operatori sociali, sportivi, ex detenuti riabilitati. Non per “sostituire lo Stato”, ma per colmare il vuoto che le Istituzioni, da sole, non riescono più a coprire. Interventi mirati nei quartieri, nelle scuole, al fianco dei docenti, soprattutto dopo gli episodi di violenza, ai funerali, ovvero nei momenti in cui si formano vendetta e radicalizzazione. Non dopo mesi. Non quando è troppo tardi. L’idea è non aspettare il reato, ma interrompere la catena emotiva e sociale che lo genera. Il Patto deve servire a realizzare percorsi di responsabilità e di impegno civico. Molti ragazzi entrano nel circuito criminale perché lì trovano ciò che le Istituzioni non garantiscono più in modo credibile: soldi, status, appartenenza, riconoscimento. Urge un “contratto educativo individuale” per i giovani a rischio. Non assistenzialismo, ma responsabilità guidata. Ogni ragazzo “fragile”, a rischio dispersione, che ha precedenti, che vive in quartieri ad elevata presenza criminale, sottoscrive un percorso mirato che preveda borse formative legate ai risultati e alla frequenza scolastica, alla qualità delle attività che svolge, al rispetto delle regole. Un modello concreto con una selezione mirata, alla quale si accede solo tramite scuole, servizi sociali, tribunale minorile, associazioni certificate ed educatori territoriali. Al posto del denaro: percorsi sportivi gratuiti, voucher per i trasporti, corsi professionalizzanti, tirocini. Un sostegno economico tracciabile e finalizzato al raggiungimento degli obiettivi contenuti nel Patto. Motivo per cui ogni ragazzo dovrà essere accompagnato da un tutor: un educatore, un artigiano, un allenatore, un professionista, in altre parole un riferimento affidabile. Elemento decisivo deve essere l’inserimento lavorativo reale e immediato, soprattutto nella fascia di età compresa tra i 16 e i 21 anni. Cooperative, botteghe artigiane, manutenzione urbana, lavori civici, restauro, guide turistiche, cucina, nautica. Chi partecipa deve essere reso consapevole che può aiutare il quartiere, recuperare spazi, affiancare anziani, contribuire ad attività culturali o sportive che sono parte integrante della vita sociale ed economica della città. Il messaggio che bisogna trasferire è: “La città investe su di te, tu restituisci qualcosa alla città”. Basta conferenze, basta inaugurazioni e tagli di nastro. Senza lavoro non c’è prevenzione che tenga. Tutto il resto è narrazione. In questo scenario la Regione può avere un ruolo decisivo. Il Presidente Fico e l’Assessore al Lavoro predispongano, con le forze sociali, un piano di incentivi reali alle imprese che assumono giovani dei quartieri fragili, con contratti stabili come l’apprendistato, decontribuzione regionale e comunale temporanea per chi investe su questi ragazzi e soprattutto percorsi immediati di inserimento lavorativo. La sicurezza non si costruisce soltanto reprimendo il disagio, ma restituendo ai quartieri presenza, dignità, opportunità e futuro. Perché una città che lascia soli i suoi giovani consegna inevitabilmente pezzi di territorio alla violenza e alla criminalità. Napoli, più maestri per spezzare i coltelli di Marilicia Salvia Corriere del Mezzogiorno, 14 maggio 2026 I ragazzi hanno bisogno di educatori, ma prima, fuori dal carcere, non quando è già troppo tardi. Di fronte ad escalation come questa che stiamo vivendo un crescendo quotidiano di omicidi, tentati omicidi, risse sanguinose che si consumano in pieno centro come in periferia, ad ogni ora del giorno e della notte, con vittime e carnefici di ogni età e ogni etnia - la sensazione è che sia anche, anzi soprattutto altrove che bisogna volgere lo sguardo e mettersi finalmente a lavorare, si fa più netta, più convinta. Perché poi anche qui, anche sul tema delle cose da fare per togliere i coltelli a quei ragazzini ancora senza un filo di barba e i pensieri confusi per i quali si sta riorganizzando la Procura dei minori, dell’impegno da mettere perché nessun quartiere venga mai più svegliato di soprassalto da una stesa o dalle urla di chi si prende a botte o a bottigliate, sul tema della prevenzione insomma di una violenza sempre più precoce e pervasiva e spavalda, non è che il discorso parte da zero. Di diagnosi ne abbiamo lette tante, di terapie anche di più. E sarebbe ingiusto non considerare che il fenomeno della violenza giovanile stia esplodendo in proporzioni drammatiche e sicuramente inedite non soltanto a Napoli e nella sua popolosa, problematica provincia: da Prato, dove due giorni fa un sedicenne ha accoltellato quasi a morte un giovane per poi andare a vantarsene al bar, arriva l’ultima, terribile testimonianza. Problema culturale, non di polizia, ha subito sottolineato la procuratrice minorile della città toscana, che ha difatti chiesto, via tg, più attenzione alla povertà educativa e sentimentale di questa generazione abbandonata ai social mentre “non è di più carcere, né di nuovi profili di reato che c’è ancora bisogno”. Il riferimento è al decreto Caivano, che ha inasprito le pene finendo per sovraffollare istituti minorili ai quali di converso non sono stati aggiunti spazi e servizi né incrementato il numero degli educatori. Il che ci riporta a Napoli e alla sua provincia, e a un modello destinato a dimostrarsi falsamente risolutivo almeno finché rimarrà l’unico in campo: di educatori, e tanti, i ragazzi hanno sicuramente bisogno ma fuori dal carcere, e prima, non solo quando è già troppo tardi. Il modello Caivano era anche quello che avrebbe dovuto sottrarre i giovani alle tentazioni del crimine, alle spire di quella camorra capace di proporre “contratti” da molte migliaia di euro al mese, cifre che nessun lavoro pulito sarebbe in grado di assicurare: ma smantellare le piazze di spaccio e aprire un centro sportivo non sono bastati e non basteranno, né a Caivano né altrove, a cancellare la mentalità camorristica, quella della prepotenza, dell’arroganza, di quel sovraccarico di rabbia mista all’inconcludenza che spinge a premere il grilletto per un pestone, ad accoltellare per uno sguardo, a uccidere a pietrate la ragazza che ti dice no. C’è una iniziativa, avviata da mesi dalla Curia di Napoli proprio a partire da storie come queste, che ha ricevuto anche l’elogio e l’incoraggiamento di papa Leone, quando è venuto qui la settimana scorsa: don Mimmo Battaglia lo ha definito patto educativo, raduna intorno a un tavolo le istituzioni e le forze migliori della città, si fa motore di esperienze positive che vanno certamente sostenute e rafforzate, perché possano dare frutto. È un riferimento importante, non può rimanere l’unico: serve a dire che non si parte da zero, a coinvolgere, stimolare, magari (e sarebbe un bene) alzare la voce. Ma nulla potrà spingere a immaginare una svolta fino a quando al centro della scena non si metterà l’agenzia educativa più capillare e attiva, la scuola. E invece siamo al termine dell’ennesimo anno delle promesse vane, delle speranze perdute. Oltre l’impegno spesso straordinario di dirigenti e insegnanti, ancora una volta tempo pieno, aperture pomeridiane ed estive sono rimaste idee senza costrutto, nulla che possa concretamente offrire ai ragazzi il senso di una presenza viva e pronta all’ascolto, nulla di realmente alternativo alla strada è diventato strutturale. Tra un mese, chiusi i libri spesso a fatica tenuti aperti, non resterà che il telefonino. E tutte quelle armi che ci fanno battere il record che dice Saviano. La scuola può essere casa o carcere. Ma apprendere è come vivere di Luigi Ballerini* Avvenire, 14 maggio 2026 Ciò che accade in aula e fuori, negli spazi comuni non è riducibile né riconducibile al solo evento verifica-interrogazione-voto. È molto di più. Quando i ragazzi parlano di scuola stanno raccontando un’esperienza a tutto tondo. Nella loro definizione non è solo il luogo dove si apprendono contenuti, è il posto in cui si cresce, si sta insieme, si fa amicizia, si conosce il mondo. Questo documenta in modo molto preciso quanto l’apprendimento sia affettivo. Non avviene mai in astratto, non si riduce a un mero passaggio di informazioni. Accade dentro le relazioni, dentro un clima, dentro un legame con chi insegna così come con i compagni di banco. Definiscono gli insegnanti delle “guide” e riconoscono in questo modo che si impara attraverso qualcuno, che non si può fare tutto da soli, che c’è bisogno di essere accompagnati. Tra l’altro dicono che la scuola è “principalmente” fatta dagli insegnanti. Trovo interessante che non traspaia una vena polemica o critica in questo, ma piuttosto un’aspettativa. I grandi a scuola non sono tanto tollerati o sopportati, quanto attesi, e sperati, come portatori di qualcosa di positivo. Parlano inoltre di “imparare molte cose nuove”, di “aprire la mente”, di “conoscere il mondo” e qui si intravede un’idea attiva dell’apprendere. C’è qualcosa di più del ricevere, c’è l’appropriarsi. Apprendere significa davvero prendere: prendere pezzi di realtà, farli diventare propri, incorporarli. Il sapere entra nel soggetto e lo modifica, oltre una logica di semplice accumulo e stratificazione. Sapere in fondo è trasformarsi, è il fuori da me che una volta in me cambia il mio modo di leggere il mondo compreso il me stesso che ne fa parte. L’immagine della scuola come “casa del sapere” rafforza questa prospettiva. Vero, a scuola si va e poi si torna a casa, ma non è un puro luogo di transito o di passaggio e nemmeno di sosta inattiva, a scuola ci si sta, ci si abita. E di nuovo ci ricordano come per imparare serva permanenza, continuità, possibilità di sentirsi accolti e voluti e considerati. Allo stesso tempo, però, senza troppe mediazioni, introducono anche l’altra faccia, quella del carcere. L’alternativa posta è veramente interessante: luogo di costruzione, fatto di appuntamenti, aut luogo di costrizione, fatto di comandi. Non può esistere una scuola davvero efficace nel trasmettere i saperi e nel far crescere persone solide senza che si costruisca una relazione autentica fra soggetti che ogni mattina si impegnano reciprocamente in un appuntamento. Serve un incontro fra soggetti disponibili, intenzionati a entrare in rapporto perché ne nasca qualcosa che prima non c’era. La cultura è infatti sempre un avvenimento, è un successo nel senso che succede, accade: prima non c’era, poi c’è. All’origine si trova sempre una proposta adulta che riesce a convincere e a smuovere l’interesse. Chi apprende però sceglie di aderire a tale proposta perché ne riconosce una convenienza per sé. Lo raccontava già Sant’Agostino nelle Confessioni (1.14) a proposito delle parole del latino nella sua infanzia: “Le imparai senza il peso di castighi e sollecitazioni, perché il mio cuore stesso mi sollecitava a dare alla luce i suoi pensieri. Ne emerge in modo abbastanza chiaro che per imparare queste nozioni vale più la libera curiosità che la pedante costrizione”. Le volte infatti che nella scuola prevale la logica del puro dovere, dove si agirebbe per comando e non per interesse, il risultato è opposto: resistenza, chiusura, talora ribellismo. Si capisce allora come per alcune ragazze e ragazzi la scuola possa essere davvero vissuta come un carcere, ossia come un luogo in cui si sta solo perché si è costretti nell’attesa di scontare temporalmente una pena, e non perché possa accadere qualcosa, persino di imprevedibile, che coinvolga davvero. Tale scenario può prendere strade diverse nella coppia docente-discente, la principale da mettere al centro del dibattito sulla scuola. Nei ragazzi può tradursi in un ribellismo che porta a comportamenti oppositivi, talvolta eccessivi e persino inquietanti. Negli adulti che non ne colgono la dinamica può generare una risposta altrettanto rigida, fatta di controllo e irrigidimento, che li confina in una possibile spirale di tirannia difficilmente governabile, che va a scapito di tutti. Una spirale di azione e reazione che sostituisce la relazione educativa originaria. Lo scontro al posto dell’incontro, una insensata fatica al posto dell’interesse che muove. Carcere significa esperienza che non riesce più a generare adesione, partecipazione, mossa personale. La metafora delle serie TV che i ragazzi usano nella definizione di scuola introduce una nota di leggerezza: ogni anno è una stagione, ogni giorno un episodio, pieno di imprevisti, di twists and turns come si dice nel linguaggio degli sceneggiatori. Alle ragazze e ai ragazzi a scuola accadono vicende, succedono cose che li riguardano, li espongono, li mettono alla prova, in qualche caso preventivabile, in altri no: le verifiche a sorpresa, le interrogazioni improvvise, le reazioni degli insegnanti. Questi ultimi poi non sono evidentemente tutti uguali, e forse sembra anche andare bene così: qualcuno pare uscito da un film horror, qualcun altro è fortunatamente più simpatico. Chissà se anche in questa varietà ne possano ravvisare una positività. Certo che il messaggio che arriva a noi adulti è potente. Proprio a noi che tendiamo sui giovani a fare riduzioni su riduzioni. La prima è considerare la sola prospettiva scolastica nella loro giornata. La vita è fatta sì di scuola, ma anche di passioni, interessi, desideri, paure, ripensamenti, apprensioni, rapporti facili e difficili. Non che a scuola non si diano tutte queste cose, è che non accadono solo lì, esclusivamente lì. Esistono molti altri ambiti significativi per loro che sarebbe un errore non considerare, non favorire o peggio limitare e precludere. Attività e interessi come sport, musica, video, letture, cinema, serie tv costituiscono tutte occasioni di impegno con il reale, di rapporto con altri, di condivisione, di giudizio, e pure di studio e di competenze in senso lato, non necessariamente “cognitive”. Occasioni oltre la scuola, supplementari a essa, non alternative né tantomeno in competizione. Noi genitori operiamo però anche una seconda riduzione, dalla quale ci mettono in guardia: possiamo infatti ridurre la scuola al voto. Ciò che accade in aula e fuori, negli spazi comuni come cortili, corridoi, palestre, bagni, segreteria, scale, bar, non è riducibile né riconducibile al solo evento verifica-interrogazione-voto. È tanto di più. La scuola è una vera e propria città abitata da giovani e adulti che vivono e trafficano insieme e in continuazione, una città con le sue regole e norme, le sue sanzioni, le sue consuetudini, il suo linguaggio, i suoi codici. La sua vita, insomma. Loro ce lo dicono forte e chiaro: la scuola è un laboratorio di comunità dove apprendere fa rima con vivere. E allora in essa ogni parola pesa, ogni atto pesa, ogni presenza pesa. Perché è lì, in quella città quotidiana che si impara che cosa significa stare con gli altri, fidarsi, esporsi, cambiare e crescere. Ma se quella città diventa fredda, inospitale, indifferente se non addirittura ostile non si spegne solo la voglia di studiare, potrebbe spegnersi anche quella di esserci, di sentirsi parte di una comunità, di partecipare. Sia nostra cura che non accada. *Scrittore per ragazzi e Medico Psicoterapeuta Carofiglio: “I conflitti e gli errori sono risorse. Dobbiamo crescere nelle imperfezioni” di Alberto Infelise La Stampa, 14 maggio 2026 Gianrico Carofiglio di fatto inaugura questa edizione del Salone del libro stamattina, alle 10.30, incontrando all’Arena Bookstock i ragazzi delle scuole medie per discutere di potere, libertà e cittadinanza partendo dal suo nuovo libro Accendere i fuochi. Il tema del Salone è “Il mondo salvato dai ragazzini” e il suo libro è perfetto per l’occasione. Un proverbio yiddish dice: “Quando l’uomo fa progetti, Dio ride”. Quanto è appassionante scommettere sui ragazzi? “Il proverbio mi piace moltissimo - l’ho anche citato in un libro qualche anno fa - perché coglie una profonda, fondamentale verità: il futuro è radicalmente imprevedibile. Scommettere sulle ragazze e sui ragazzi non significa prevedere o addirittura progettare come diventeranno, significa creare condizioni perché possano stare al mondo con curiosità e coraggio. Il fuoco del titolo del mio libro è questo: non una garanzia, ma un innesco. Qualcosa che, una volta acceso, non puoi più controllare del tutto. E questa perdita di controllo è la parte più bella”. Lotta e gentilezza ricordano il titolo che Paco Ignacio Taibo diede alla sua biografia di Che Guevara. Come si mettono insieme? “L’errore più comune è pensare che siano in tensione. La gentilezza di cui parlo non è compiacenza. È una sofisticata strategia di gestione del conflitto, la capacità di restare umani anche mentre si combatte, di riconoscere l’altro anche in un disaccordo profondo. La cultura dominante ci ha insegnato a confondere la forza con la durezza. Ma la durezza è rigidità, e la rigidità si spezza. La gentilezza come atto deliberato e flessibile - scegliere di ascoltare prima di rispondere - è una forma di intelligenza e spesso l’arma più efficace”. È importante aiutare i ragazzi a gestire i conflitti, a vederli come una sfida e non come una porta che si chiude? “Il conflitto ha una pessima reputazione, come l’errore. Eppure, entrambi sono risorse. Il conflitto gestito con strumenti adeguati è la forma più alta di dialogo. Insegnare ai ragazzi a stare nel disaccordo senza doverlo risolvere subito, a tollerare la tensione senza fuggire o aggredire - è forse la competenza più sottovalutata dell’educazione”. Per molti anni si è detto che era importante semplificare. Ma forse si è semplificato troppo. I ragazzi vanno aiutati a riscoprire la complessità? “La semplificazione è seducente perché allevia l’ansia. Metti un’etichetta, fai un’affermazione categorica, e l’inquietudine si attenua. Ma è un sollievo illusorio. La categoricità è uno dei sintomi della mediocrità pare abbia detto Confucio, e io trovo questa frase liberatoria. I ragazzi tollerano la complessità meglio di quanto credono tanti adulti, ma raramente gliela proponiamo in modo onesto: tendiamo a dare loro il mondo già digerito, privandoli dello strumento più prezioso: la capacità di fare domande”. La digitalizzazione ha portato molte persone a chiudersi in un mondo sempre più piccolo. È necessario tornare ad aprirsi? “Il libro comincia da una storia vera: una professoressa chiede ai ragazzi di scrivere in forma anonima una frase che avrebbero sempre voluto dire. Tra le risposte, due parole: “vorrei esistere”. È lì il problema, non nella tecnologia. I social offrono pseudo visibilità ma non presenza: essere visti da mille persone che scorrono un’immagine è l’opposto di essere guardati da qualcuno che si prende il tempo di conoscerti. Simone Weil scriveva che il bisogno più profondo dell’animo umano è essere guardato con attenzione. Non elogiato, non giudicato - guardato”. Il motto di don Milani era “I care”. È ancora valido? “Don Milani è uno dei riferimenti più vivi del libro, e non per nostalgia. Non si può insegnare a obbedire senza insegnare a pensare, e se si insegna davvero a pensare bisogna accettare il dissenso. “I care” è la premessa di ogni atto civile e, diceva don Milani, è il contrario del motto fascista “me ne frego”. Prendersi cura significa accorgersi di qualcuno, e il primo atto di ogni cambiamento è questo: accorgersi”. Che significato ha la parola scritta nella formazione dei giovani? “Nel libro racconto di un tassista che da adulto ha scoperto i libri durante un corso per la balbuzie. Ha continuato a leggere e dice: “Non riesco nemmeno a ricordarmi come passavo le giornate, prima”. I libri ampliano il perimetro del mondo, ci permettono di abitare vite diverse dalla nostra, di scoprire che quello che proviamo in silenzio altri lo hanno provato e trovato le parole per dirlo. Dare un nome a qualcosa è il primo passo per affrontarla”. Lei che ragazzo è stato? “Irrequieto, spaventato e curioso. Molto lettore: mi sentivo più a mio agio nei libri che fuori. Le relazioni richiedevano una negoziazione continua con il mondo reale che la narrativa generosamente sospendeva. Poi a poco a poco ho imparato a parlare, a stare con gli altri”. Quanto hanno contato i libri nella sua formazione? “Moltissimo, in modi che ho capito solo dopo. Mi hanno dato un vocabolario emotivo prima di darmelo concettuale. Mi hanno insegnato che le cose complesse si possono raccontare senza semplificarle. E mi hanno convinto che il punto di vista degli altri - anche di chi è lontanissimo da te - è una delle chiavi per capire - per cercare di capire - il mondo”. E l’educazione di tutti i giorni, in famiglia e a scuola? “Ho avuto la fortuna di avere una maestra - una suora - intelligentissima, sensibile e moderna, di crescere in una famiglia in cui fare domande era incoraggiato e soprattutto in cui l’elemento fondamentale del paesaggio domestico erano i libri”. C’è qualcosa che vorrebbe dire al ragazzo di allora? “Che sbagliare non è una catastrofe. Che il giudizio degli altri non deve paralizzarci. Che l’incertezza non è un difetto del carattere ma una premessa per comprendere meglio. E che non essere mai del tutto pronti è la condizione normale - non un ostacolo, ma il punto di partenza permanente”. Come le sembrano i ragazzi di oggi? “Molto meglio di come vengono descritti. Più consapevoli, più attenti alle ingiustizie, meno disposti a dare le cose per scontate di come vengono banalmente dipinti. Hanno problemi seri: fra questi la pressione della performance, la solitudine digitale, un’ansia che spesso non sanno nominare. Ma quando qualcuno si prende il tempo di guardarli senza stereotipi, di fare loro domande vere, emerge quasi sempre una sorprendente capacità di pensiero, un desiderio di senso, una fame di autenticità che molti adulti hanno perduto o nascosto sotto il cinismo”.