Dall’Anm un “pacchetto carcere” che evita il tabù degli sconti di pena di Valentina Stella Il Dubbio, 13 maggio 2026 Nell’ultimo documento dei magistrati, proposte per “liberare” i Tribunali di sorveglianza. Il rapporto dell’Anm con il problema carcerario non è mai stato univoco. A seconda dei periodi e delle giunte che l’hanno guidato, il sindacato dei magistrati ha espresso posizioni ora garantiste ora conservatrici. Certo, soprattutto nell’ultimo anno, anche in virtù della linea oppositiva a un governo decisamente “carcerocentrico”, più voci all’interno dell’associazione si sono levate per chiedere interventi efficaci e urgenti, compresa l’amnistia. Adesso che la battaglia referendaria è però conclusa, l’Anm torna comunque a porre molta attenzione all’esecuzione penale: non a caso è l’aspetto che occupa maggiore spazio all’interno del documento di proposte inviate al guardasigilli Carlo Nordio lo scorso 7 maggio. Ve ne sono alcune strutturali, altre chirurgiche. Queste ultime potrebbero dunque essere attuate senza creare, nella base elettorale dell’attuale maggioranza di centrodestra, allarmismi per un presunto svuotacarceri. Anche se ce ne sarebbe bisogno, visto che la popolazione detenuta ha superato le 64.400 presenze a fronte di 51mila posti. “Come Commissione Diritto penitenziario dell’Anm - ci spiega il presidente, il pm cagliaritano Andrea Vacca - abbiamo stilato una lista di suggerimenti che, se messi in atto, avranno un impatto pragmatico sia per la magistratura di sorveglianza sia per il condannato, partendo dal presupposto che pena non significa per forza sbarre”. Com’è noto, gli addetti all’Ufficio per il processo non sono stati assegnati alla sorveglianza, in sofferenza a causa di carichi di lavoro eccessivi che spesso provocano ritardi sulle richieste dei detenuti. E allora tra le proposte c’è per esempio quella di trasferire all’Agenzia delle Entrate la competenza per la rateizzazione delle pene pecuniarie, coinvolgendo i Tribunali di sorveglianza solo in caso di mancato pagamento. Poi c’è l’ipotesi di elevare da un anno e mezzo a due anni il limite di pena previsto per effettuare le procedure semplificate con ordinanza di un unico magistrato di sorveglianza. E ancora: l’Anm propone di facilitare l’accesso all’affidamento in prova e alla detenzione domiciliare, diminuendo la platea di reati che blocca l’accesso a quei benefici. E di rafforzare gli Uffici di Esecuzione Penale Esterna. Tra le indicazioni che invece richiedono sforzi maggiori, ci sono le richieste di aumentare gli investimenti per le carceri, di risolvere le criticità degli istituti per i minorenni, di incrementare i braccialetti elettronici, i posti nelle Rems, il personale nelle carceri, ma soprattutto di “definire misure immediate per diminuire in tempi brevi il sovraffollamento”. In altre parole, ci dice ancora Vacca, “si tratta di approvare la proposta di legge Giachetti sulla liberazione anticipata speciale, seppur questa presenti delle criticità”. Un obiettivo che era stato sollecitato anche la scorsa estate con uno sciopero della fame a staffetta promosso dal vicesegretario dell’Anm Stefano Celli e dall’avvocata Valentina Alberta. Come vengono accolte queste proposte dagli esperti? Secondo il professor Gian Luigi Gatta, presidente dell’Associazione italiana dei professori di Diritto penale, “la situazione delle carceri e dell’esecuzione penale in genere, anche extramuraria, è tanto critica da giustificare la particolare attenzione riservatale da Anm, che ha nel recente passato già condiviso con la nostra associazione e con l’Ucpi, documenti e appelli pubblici”. Le proposte, per Gatta, sono “ampiamente condivisibili, e possono senz’altro essere ancora meglio declinate e precisate: il contributo dell’Accademia non mancherebbe, se vi fosse l’intenzione del legislatore di approfondire quelle e altre ipotesi”. Sul piano culturale e delle politiche pubbliche, ha concluso Gatta, “bisogna far passare l’idea che carcere ed esecuzione penale esterna sono servizi pubblici, utili per la difesa e la sicurezza sociale in termini di riduzione dei tassi di recidiva. Per questo, oltre che naturalmente per attuare i precetti costituzionali di umanità e finalismo rieducativo della pena, bisogna investire risorse del bilancio in infrastrutture, personale e mezzi. L’Uepe è grave in affanno, il carcere prossimo al collasso, e la magistratura di sorveglianza ha un organico del tutto insufficiente a far fronte ai numeri che deve gestire”. Secondo la presidente di Nessuno tocchi Caino Rita Bernardini, invece, “l’Anm non ha presentato proposte concrete e immediate per risolvere l’illegalità delle carceri. A parte amnistia e indulto, solo la liberazione anticipata speciale è realmente in grado di affrontare tempestivamente il problema cronico del sovraffollamento carcerario. Diversamente da quanto accaduto nel 2014/15, quando il provvedimento fu efficace ma temporaneo, lo si deve rendere stabile finché perdura il sovraffollamento e, di conseguenza, i trattamenti inumani e degradanti. Il documento dell’Anm mi appare come una stanca litania di cose giuste, che dimostra come il problema, cruciale in una democrazia, non sia mai stato affrontato con la determinazione che richiederebbe”. In particolare “quanto alla proposta di elevare a due anni il limite di pena previsto dal comma 1-ter dell’articolo 678 cpp, non so quanto possa incidere sullo sgravio del lavoro di cui sono caricati i magistrati di sorveglianza. Quello che so è che al 31 dicembre scorso i detenuti per pena inflitta, quindi non per residuo pena, erano 1.261 tra un giorno e un anno, 2.867 tra uno e due anni e 5.050 tra due e tre anni”. Intanto Gianni Alemanno e Fabio Falbo, dal carcere di Rebibbia, hanno inviato una lettera al guardasigilli e al primo presidente della Cassazione per denunciare “la sistematica violazione” della norma che “taglia del 10% la durata delle pene quando la detenzione avviene “in condizioni inumane e degradanti”, ovvero con meno di 3 mq di spazio in cella per ogni persona detenuta, secondo quanto previsto dalla Convenzione Edu”. Secondo i due reclusi, il Dap “utilizza un’applicazione informatica malfunzionante che sopravvaluta lo spazio disponibile per ogni persona detenuta dentro le celle. In questo modo almeno 10mila persone rimangono in carcere più del dovuto”. In 5mila ai domiciliari. L’idea del Governo per svuotare le carceri di Conchita Sannino La Repubblica, 13 maggio 2026 Sono tossicodipendenti o fragili senza dimora destinati a scontare la pena in enti di accoglienza. I dubbi delle minoranze. L’estate incombe, un altro anno è passato invano sulla testa delle 64mila persone detenute (a fronte dei 45mila posti effettivi) nelle stesse inaccettabili condizioni: schiacciate tra sovraffollamento al 140 per cento, inadeguatezza di spazi e servizi, sanità e diritti negati. Così il Guardasigilli Carlo Nordio deve recuperare quattro anni di promesse e rinvii del governo su quella che il presidente Mattarella aveva definito, nel suo duro j’accuse, “vera emergenza sociale”. Tra pochi giorni, il ministero annuncerà l’iter che consentirebbe la detenzione domiciliare in comunità a chi è recluso perché privo di una dimora (in parte tossicodipendenti). L’obiettivo è ambizioso: intervenire su una platea di 5mila fragili. Ma come, in quali tempi? Mossa imposta dal clima di esasperazione, nonché dalla moral suasion del Capo dello Stato che aveva usato quell’avverbio: “Porre fine a tutto questo immediatamente”. Era luglio, 10 mesi fa. Oggi il rischio è che (vedi sentenza Torreggiani della Cedu, 2013) intervenga l’Europa. Scenario che ipotizza con Repubblica anche Roberto Giachetti (Iv). “Non so che cosa si inventeranno, gli annunci si sono rivelati una beffa per chi vive l’inferno delle carceri. Spero di sbagliarmi, stavolta. L’Europa osserva allarmata”. Giachetti è l’autore della proposta sulla liberazione speciale anticipata (d’accordo il vicepresidente Csm, Pinelli, e il presidente La Russa), bocciata dal governo. E il clima può peggiorare ancora: con l’ultima legge Sicurezza, che prevede l’agente penitenziario sotto copertura, e con la bozza di decreto che pone i corpi speciali (Gom, Nic, Gio) al comando di un generale, a Roma, esautorando e facendo infuriare tutti i direttori dei penitenziari. “Ecco il disegno del governo: trasformare le carceri in caserme”, spiega Samuele Ciambriello, per tutti i garanti. Correre ai ripari. Il sottosegretario Alfredo Mantovano, ieri in commissione Giustizia al Senato, fa appello alle opposizioni, chiede si porti a casa il ddl proprio sulla detenzione domiciliare dei detenuti tossicodipendenti. “Ci sono passi in avanti. Raggiungeremo l’obiettivo di 10mila posti in più, entro il 2027”. Ma il presente racconta ogni violazione dei diritti fondamentali. Lo dice, di nuovo, da Rebibbia Gianni Alemanno: “Condizioni inumane e degradanti, meno di 3 metri quadri per persona. La maggioranza si è rifiutata di affrontare questa emergenza”. Gli altri figli di Dio di Mattia Feltri La Stampa, 13 maggio 2026 È difficile trovare le parole per definire le basi culturali di un Governo che ritiene sia giusto negare la musica e la lettura a un detenuto in isolamento, difficile perché sono basi culturali che poggiano sul nulla: sono assenza di pensiero. Nel frattempo - forse ci siamo un po’ distratti, di sicuro mi sono distratto io - qualche giorno fa è stato confermato il 41bis, il carcere duro, per Alfredo Cospito. Anarchico, condannato per reati gravi, fra cui la tentata strage, è al carcere duro dal maggio del 2022 e ci resterà almeno fino al maggio 2028; e carcere duro significa isolamento, un solo colloquio al mese e di una sola ora coi parenti, controllo della corrispondenza, sorveglianza ventiquattro ore al giorno. Ma la notizia interessante è un’altra ancora. Cospito ha chiesto il permesso di acquistare quattro libri e un cd. I libri sono L’incubo di Hill House, romanzo gotico di Shirley Jackson; Dio gioca a dadi con il mondo, saggio sulla meccanica quantistica di Giuseppe Mussardo; Gli altri figli di Dio, storia delle eresie cristiane di Catherine Nixey; Ghost Story, racconti di spettri di Peter Straub. Il cd è Who Let the Dogs Out, delle Lambrini Girls, gruppo punk-rock di Brighton. Il magistrato di sorveglianza ha detto sì ma ora è tutto fermo perché il ministero della Giustizia, ministro Carlo Nordio, si è opposto e ha chiesto alla Cassazione di negare l’assenso. Il carcere duro, sostiene il ministero, serve per evitare contatti con l’esterno e quindi dall’esterno non deve arrivare nulla di nulla: inutile prendersi rischi. Ora vedremo come deciderà la Cassazione, ma intanto è difficile trovare le parole per definire le basi culturali di un Governo che ritiene sia giusto negare la musica e la lettura a un detenuto in isolamento, difficile perché sono basi culturali che poggiano sul nulla: sono assenza di pensiero. Il “lato umano” del colpevole di Guido Vitiello Il Foglio, 13 maggio 2026 Martedì la Camera è tornata a discutere la proposta di legge costituzionale che prevede di inserire all’articolo 24 della Carta - quello che sancisce il diritto inviolabile e universale alla difesa giudiziaria - un riferimento alla tutela delle vittime dei reati. Come tutte le proposte demagogiche e culturalmente corrive, ci sono buone speranze che vada in porto senza incontrare troppi ostacoli, e che maggioranza e opposizione facciano poi a gara per intestarsela. Il caso vuole che negli stessi giorni il magistrato di sorveglianza abbia negato all’ergastolano Cesare Battisti il permesso di incontrare il figlio dodicenne fuori dal carcere di Massa. La sola ipotesi della concessione del beneficio era stata criticata dall’Osservatorio nazionale Anni di piombo per la Verità storica, presieduto da Potito Perruggini Ciotta, con un comunicato che invitava a “non cadere nella trappola di far emergere il ‘lato umano’ dei pluriomicidi, mentre si marginalizza la voce delle vittime”. Tradotto: Battisti fa la vittima, ma le vere vittime siamo noi. Si può ben comprendere che un’associazione guidata dal nipote di un brigadiere assassinato da Prima Linea ragioni così. Ma mi pare che la frase illustri a perfezione i pericoli di un’inflazione della figura della vittima nel rituale giudiziario: il pericolo che, occupando la casella simbolica della vittima, si assegni per l’eternità al reo il ruolo complementare del carnefice, il cui “lato umano” non merita considerazione; il pericolo che la vittima si senta in credito rispetto allo Stato, tanto da pretendere che l’accesso di un detenuto ai benefici sia condizionato al suo gradimento. Ricordo che nel 2010 il tribunale di sorveglianza di Bologna convocò per posta i parenti delle vittime del brigatista Gallinari per sapere se lo avessero perdonato, così da decidere se ammetterlo o meno alla liberazione condizionale. Mi sembrò una notizia terribile, e uno schiaffo a quel tanto di laicità che sopravvive nella nostra cultura giuridica. Dio non voglia che episodi simili possano ripetersi con la benedizione di un articolo della Carta. Ciambriello: “Il carcere non è una caserma. Appello contro la deriva securitaria” garantedetenutilazio.it, 13 maggio 2026 Anastasìa: “C’è il rischio che nella Polizia penitenziaria si crei una linea di comando alternativa a quella che ha nel Capo del Dap il suo vertice legale”. “Sul recente riassetto delle direzioni generali del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), il provvedimento dove sono state istituite due nuove direzioni generali; quello delle specialità del corpo di polizia del penitenziario e quella dei servizi logistici del corpo penitenziario, sono intervenuti sia il coordinamento dei dirigenti penitenziari, sia la magistratura ordinaria, sia l’unione delle camere penali”. È quanto si legge in una nota della Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà personale. “In pratica - prosegue la nota - le nuove disposizioni possono portare uno svuotamento del ruolo dirigenziale a favore di una logica custodiale e repressiva, svuotando la funzione dei direttori delle carceri e delle stesse aree educative”. Sul tema era intervenuto anche il Garante del Lazio, Stefano Anastasìa, il quale, in un’intervista all’Unità, in merito alla possibile introduzione di una direzione generale delle specialità del Corpo della polizia penitenziaria sottratta al coordinamento del Capo del Dap, aveva parlato del rischio “che si crei una linea di comando alternativa a quella che ha nel capo dipartimento, un magistrato nominato dal Consiglio dei ministri, il suo vertice legale”. Ciambriello e Anastasìa durante un convegno - Tornando alla nota della Conferenza dei Garanti territoriali, il Portavoce, Samuele Ciambriello, Garante Campano dei detenuti, ha dichiarato quanto segue: “In questi giorni di grande fermento e preoccupazione, non posso restare silente di fronte ai segnali inquietanti che arrivano dal Coordinamento dei Dirigenti Penitenziari e dal grido d’allarme lanciato dall’Unione delle Camere Penali e dalla stessa Magistratura. Lo dico con chiarezza: la bozza di decreto ministeriale che sta circolando non è un semplice aggiustamento di uffici, ma è il tentativo maldestro di realizzare un disegno contrario alla nostra Carta Costituzionale. Siamo di fronte a un paradosso doloroso. Mentre nei nostri istituti si consuma il dramma quotidiano del sovraffollamento e della solitudine, a Roma si pensa di rispondere con la militarizzazione. Porre il Gom (Gruppo Operativo Mobile) sotto la dipendenza diretta di un Dirigente Generale della Polizia Penitenziaria, sganciandolo dalla sintesi del Capo del Dipartimento e della dirigenza civile, significa una cosa sola: scambiare il carcere per una caserma e la custodia per una ‘sfida muscolare’“. Un Dap distante anni luce dalle celle - “Questa bozza - prosegue Ciambriello - disegna un Dap sempre più distante dalla realtà cruda delle carceri Chi scrive queste norme ha mai camminato nei corridoi umidi dove gli agenti di polizia penitenziaria, insieme agli educatori e sotto il coordinamento faticoso dei direttori, cercano ogni giorno di inventarsi scampoli di umanità tra mille difficoltà finanziarie e strutturali?” Per la Conferenza dei Garanti territoriali, in pratica la bozza di decreto attualmente in esame non tiene conto della complessità della macchina penitenziaria e quindi è naturale la richiesta di ritiro del provvedimento. “Voglio rivolgere un appello accorato - conclude Ciambriello - alla politica e all’amministrazione: fermatevi. Non abbiamo bisogno di nuovi “Rambo” o di gerarchie blindate che guardano solo all’ordine pubblico. Abbiamo bisogno di rimettere al centro l’uomo, con la sua dignità che non è negoziabile. Abbiamo bisogno di direttori che abbiano i mezzi per dirigere, di agenti che non siano lasciati soli nelle sezioni a “buttare il sangue” e di educatori che possano davvero educare, di figure sociosanitarie di ascolto, di progetti di inclusione sociale. Non possiamo abituarci al sovraffollamento, alla sofferenza psichica in carcere, alle migliaia di tossicodipendenti. Occorre investire nelle misure alternative al carcere, in gesti di clemenza. Questo significa costruire maggiore sicurezza e coesione sociale per l’intera comunità. La sicurezza sociale passa attraverso il reinserimento, non attraverso la sopraffazione. Riportiamo al centro la Costituzione. Il carcere deve essere un luogo dove si ricostruiscono persone, non dove si fabbrica risentimento in nome di un securitarismo velleitario”. L’impresa come leva di inclusione, anche quella “Made in carcere” di Valentina Stella Il Dubbio, 13 maggio 2026 Alla Pontificia Università della Santa Croce il confronto tra istituzioni, ricerca e imprese sociali su nuovi modelli di inclusione. In un contesto segnato da trasformazioni economiche e sociali profonde, la marginalità non riguarda più soltanto il reddito, ma sempre più l’accesso al lavoro, alle relazioni e alle opportunità di partecipazione. In Italia oltre 5,7 milioni di persone vivono in condizioni di povertà assoluta e più di 3 milioni si collocano ai margini del mercato del lavoro; a livello europeo, quasi una persona su cinque è a rischio di esclusione sociale. Da queste evidenze è nato l’incontro di ieri “Governance Complexity Competence: Empowering the marginalized in complex worlds”, ospitato dalla Pontificia Università della Santa Croce e organizzato da Diadema Capital e dal Centro di Ricerca “Markets, Culture & Ethics” MCE, che ha riunito rappresentanti delle istituzioni, del mondo accademico e alcune tra le più significative esperienze italiane di innovazione sociale e reinserimento. Al centro del dibattito, il ruolo delle cosiddette imprese ibride: modelli capaci di coniugare sostenibilità economica e impatto sociale, superando la tradizionale distinzione tra profit e non profit. Decine di storie di riscatto sono emerse dalle testimonianze di Luciana Delle Donne (Made in Carcere), Lorenzo Di Ciaccio (Pedius), Luca Mongelli (Ridaje) e Roberto Pellegatti (La Terra degli In-Super-Abili): esperienze diverse, accomunate dalla capacità di trasformare l’impresa in uno strumento concreto di inclusione, autonomia ed empowerment della persona. Made in Carcere rappresenta un esempio di economia circolare applicata al reinserimento sociale, offrendo a persone detenute percorsi di formazione e lavoro attraverso il riutilizzo creativo di materiali di scarto. Sul versante tecnologico, Pedius sviluppa soluzioni che rendono accessibili le telefonate alle persone sorde, trasformando un bisogno quotidiano in innovazione. A Roma, Ridaje unisce inclusione sociale e rigenerazione urbana, coinvolgendo persone senza fissa dimora in attività di manutenzione del verde pubblico e recupero degli spazi cittadini. Un ulteriore ambito di sperimentazione riguarda i percorsi rivolti a persone nello spettro autistico. Il Tortellante integra dimensione terapeutica, formazione e lavoro in un laboratorio che, attraverso la produzione artigianale di pasta fresca, costruisce autonomia e competenze. Nella stessa direzione si sviluppa La Terra degli In-Super-Abili, che attraverso il modello della fattoria sociale creerà un ecosistema in cui vita, lavoro e inclusione si intrecciano, offrendo percorsi concreti di autonomia e integrazione. L’esperienza della Fondazione Gi Group, raccontata dalla presidente Chiara Violini, mostra come sia possibile costruire percorsi che mettano in relazione imprese, terzo settore e persone fragili, trasformando l’inserimento lavorativo in un processo strutturato. Il tema della legalità è poi affrontato da Paola Severino, già ministro della Giustizia, fondatrice e presidente della Fondazione Severino, i cui percorsi attivati nelle carceri puntano a creare opportunità reali, combinando formazione, lavoro e iniziative culturali; un esempio emblematico è il progetto artistico Benu presso il carcere di Rebibbia, pensato come ponte tra “dentro e fuori”, capace di generare dialogo, fiducia e senso di comunità. Ad arricchire il confronto, una tavola rotonda che ha messo in dialogo istituzioni, fondazioni, imprese, accademia e Chiesa, con la partecipazione - tra gli altri - di Renato Loiero, consigliere del Presidente del Consiglio dei Ministri, Erika Coppelli e Lara Gilmore de Il Tortellante, Francesco Rullani, ordinario all’Università Ca’ Foscari di Venezia, Dolores Sánchez Galera, consulente del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale della Santa Sede, e S.E. Mons. Antonino Treppiedi, Presidente della Fondazione San Giorgio Roma. Il dibattito ha evidenziato il ruolo strategico delle politiche pubbliche e la necessità di strumenti capaci di dialogare con esperienze già operative sul territorio, sviluppate da anni da chi studia e promuove modelli di impresa a impatto sociale, orientati allo sviluppo umano ed economico in una prospettiva integrale. Nel loro insieme, queste esperienze delineano un paradigma in evoluzione: un sistema in cui imprese, istituzioni e società civile collaborano per trasformare la marginalità da problema da gestire a spazio generativo di valore, attraverso innovazione sociale e iniziativa imprenditoriale. Mi vietano di vedere mio padre perché non è ancora morto di Fabio Falbo* L’Unità, 13 maggio 2026 Ha 93 anni, due fratture al femore in meno di un mese, ma per il tribunale non è in imminente pericolo di vita. Per questo non mi autorizzano a vederlo. In uno Stato costituzionale la pena non è vendetta. Il mio Professore Cristiano Cupelli di diritto penale insegnava che il diritto non è una formula, non è una parola da cercare o da escludere, non è un meccanismo da applicare in modo cieco, il diritto è prima di tutto comprensione della realtà, responsabilità della decisione, capacità di vedere l’essere umano prima della norma e dentro la norma. È un insegnamento che non si dimentica, soprattutto quando ci si accorge che nella prassi accade esattamente il contrario. Io sono Fabio Falbo, lo Scrivano di Rebibbia e scrivo perché non posso più tacere davanti a quello che sta accadendo, perché leggendo le ordinanze di alcuni magistrati di sorveglianza di Roma che rigettano i permessi di necessità per vedere i propri cari ancora in vita, si ha la sensazione netta che il diritto, quello vero, venga svuotato e sostituito da qualcosa che gli somiglia solo formalmente ma che nella sostanza è altro. Accade così che ti autorizzano, quando va bene, solo dopo la morte e nella peggiore delle ipotesi, non ti autorizzano neanche a quello. Non è una scoperta di oggi, ma oggi mi riguarda personalmente perché non mi viene concesso di vedere mio padre di 93 anni, due fratture al femore in meno di un mese, e nel rigetto si legge che non è in imminente pericolo di vita. Questa non è un’eccezione, è una consuetudine, un metodo che alcuni magistrati applicano con continuità, si arriva sempre dopo, sempre quando non serve più, e a volte neppure allora. Non sono casi isolati ma una lunga sequenza documentabile, e ormai la percezione è chiara, non siamo più di fronte a singoli errori ma a un modo di amministrare la giustizia che ha perso il contatto con l’umanità concreta delle situazioni. Quando questo modo si confronta con la vita reale, quella di un padre anziano, fragile, operato due volte in poche settimane, non risponde con il diritto ma con un meccanismo, il meccanismo è semplice e per questo ancora più pericoloso, si prende una norma pensata per tutelare il permesso di necessità, la si svuota del suo significato, la si piega fino a ridurla a una formula e poi si cerca un appiglio, una parola mancante, un’espressione non sufficientemente netta, fino a poter scrivere che non c’è imminente pericolo di vita, a quel punto tutto è risolto, almeno formalmente. Non importa che chi decide non sia un medico, non importa che la medicina stessa dica che un uomo di 93 anni operato due volte in breve tempo, si trovi per definizione in una condizione quoad vitam instabile; non importa che la realtà dica che il tempo che non viene concesso è un tempo che non tornerà più, ma per questo magistrato conta il foglio, conta la formula, conta 1’assenza di quella parola. E quando questo non basti, sì aggiunge il resto, il parere della DDA anche quando non dovrebbe esserci perché si tratta di reati non ostativi, e l’informativa che per legge non è vincolante ma che nella pratica viene usata come se decidesse diventando lo strumento più semplice per non assumersi fino in fondo la responsabilità della decisione, e allora la domanda diventa inevitabile, perché in un caso non serve l’informativa della DDA e in un altro diventa decisiva, perché per vedere un suocero non è necessaria mentre per vedere un padre vivo lo diventa improvvisamente. Non è un tecnicismo, è un segnale preciso di un sistema che non applica il diritto ma costruisce percorsi per evitarlo. Io non sono uno che guarda queste cose da fuori o che le scopre oggi, anche se qualcuno afferma verbalmente che penso di essere laureato; io lo sono realmente, mi sono laureato in giurisprudenza, ho interrotto un secondo percorso a pochi esami e oggi sto proseguendo ancora i miei studi. In questi anni ho letto e archiviato decisioni, anche del Tribunale di Sorveglianza di Roma, ho accumulato rigetti e nella maggior parte dei casi è intervenuta la Corte di Cassazione annullando e rinviando, non perché io abbia ragione per definizione ma perché qualcosa evidentemente non funziona a monte. Tra gli operatori del settore non è un mistero che al Tribunale di Sorveglianza di Roma si registri uno dei più alti tassì di annullamento in Cassazione, non è un dato raccolto in modo ufficiale in una tabella ma è una realtà che emerge dalle decisioni e che chi vive questo sistema conosce bene. Questo scritto non è contro persone ma contro un metodo, perché le ordinanze sono pubbliche, le motivazioni sono pubbliche e pubbliche devono essere anche ìe riflessioni che ne derivano, non c’è nulla da nascondere se non il rischio dì non voler vedere. Il problema è che questo metodo produce sempre lo stesso risultato, si arriva tardi, si concede quando è inutile, sì autorizza quando ormai tutto è già accaduto, e così accade di vedere un familiare in una camera mortuaria dopo aver chiesto dì vederlo in vita. Non è una coincidenza ma uno schema che si ripete e che oggi rischia di ripetersi ancora. E allora bisogna dirlo senza più attenuazioni, io non devo vedere mio padre morto per ottenere ciò che sto chiedendo adesso, perché questo non è il senso della legge, non è il senso della pena e non è il senso della giustizia. In uno Stato costituzionale la pena non è vendetta ma responsabilità, e responsabilità significa anche non spezzare completamente i legami umani, non trasformare ogni richiesta in una prova impossibile, non pretendere la certificazione della morte imminente per riconoscere il diritto a un ultimo incontro. Qui non si chiede un beneficio né uno sconto ma semplicemente tempo, tempo umano, tempo reale, tempo che non può essere restituito quando viene negato. Si potrà dire che queste parole sono dure, che sono dirette, che contengono una forma di ribellione, ma se non è ribellione dire a uno Stato che la giustizia non può arrivare sempre dopo, allora non si capisce cosa lo sia. E allora resta solo ciò che il diritto, quando smarrisce sé stesso, non riesce più a contenere ma che ne rappresenta il senso più profondo. Padre mio resisti ancora, trova la forza di restare un poco di più in questo tempo fragile che ti è rimasto, perché io sto cercando di raggiungerti non solo con le richieste che vengono respinte ma con queste parole che portano dentro sofferenza e verità, e se non mi sarà concesso di essere accanto a te come figlio, almeno ti raggiungeranno come voce come speranza, come promessa che questo dolore non sarà inutile, che diventerà qualcosa che darà speranza anche ad altri, e tu resta finché puoi, resta il tempo necessario perché io possa ancora vederti con gli occhi e non solo con la memoria, perché ciò che sto chiedendo non è altro che questo, non arrivare troppo tardi. *Detenuto a Rebibbia Cospito ricorre contro il 41 bis: “Il ministero ignora le sentenze” di Mario Di Vito Il Manifesto, 13 maggio 2026 In cella sotto il livello del mare, l’anarchico ha l’acufene. L’avvocato: “Lui non è un capo”. Sotto accusa anche i legami con i due morti del parco degli Acquedotti. Con la consapevolezza di non avere la speranza dalla propria parte, entro la fine di questa settimana l’avvocato Flavio Rossi Albertini presenterà al tribunale di sorveglianza di Roma il ricorso per la revoca del rinnovo del 41 bis ad Alfredo Cospito. Il provvedimento è stato emesso dal ministero della giustizia lo scorso 30 aprile e ha aggiunto altri due anni di carcere duro ai quattro già scontati dall’anarchico negli abissi di Bancali di Sassari, in Sardegna, dove le celle sono sotto il livello del mare. E dove lui avrebbe ultimamente sviluppato una forma di acufene. “Nelle motivazioni date dal ministero - dice al manifesto Rossi Albertini - c’è grande enfasi sulle mobilitazioni che ci furono quando il mio assistito era in sciopero della fame, ma a nostro avviso i termini sono del tutto inconferenti”. Cospito è considerato “leader” della Federazione anarchica informale, che sin dalla sua prima apparizione - nel 2003, con un pacco bomba inviato a casa di Romano Prodi a Bologna - è per gli inquirenti un’organizzazione terroristica. “Ma - prosegue Rossi Albertini - tanto per cominciare dobbiamo dire che la solidarietà verso Cospito non è arrivata solo dagli ambienti anarchici”. Da qui l’inconferenza. La decisione di via Arenula, basata soprattutto sui pareri (tutti positivi al rinnovo del 41 bis) espressi dalla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo e del dipartimento della pubblica sicurezza del ministero degli Interni, spende molte parole sull’evoluzione delle dinamiche dell’area anarchica e cita come esempio della sua pericolosità l’episodio che nel marzo scorso ha portato alla morte di Sandro Mercogliano e Sara Ardizzone (“soggetti molto vicini a Cospito”) in un casolare del parco degli Acquedotti di Roma. I due stavano preparando un ordigno, ma qualcosa è andato storto e l’esplosione li ha travolti. Secondo i pm di Roma, titolari dell’inchiesta, i due avevano in programma di fare un attentato a un posto di polizia delle vicinanze. “L’elemento è suggestivo - spiega Rossi Albertini -, però ci sono delle sentenze che li riguardano e che pure dovrebbero essere tenute in considerazione”. Al processo Scripta Manent di Torino, Mercogliano - che insieme a Cospito ha scontato quattro anni di carcere a Ferrara - è stato assolto dall’accusa di essere associato alla Federazione anarchica informale. E Ardizzone non è mai nemmeno stata accusata di farne parte: il collegamento con il detenuto al 41 bis, per lei, è nel cosiddetto processo Sibilla, andato in scena a Perugia per la pubblicazione di alcuni articoli su una rivista e finito con il non luogo a procedere per tutti i dodici accusati di istigazione a delinquere, tra cui anche Cospito. “Nei provvedimenti si danno per acquisiti molti dati che però l’autorità giudiziaria ha smentito - dice ancora Rossi Albertini -. Questi esiti però non sono stati tenuti in considerazione. La pericolosità soggettiva di Cospito, che in nessuna sentenza viene considerato capo di qualcosa ma al massimo promotore di un’associazione a delinquere, è desunta soprattutto da due inchieste: Sibilla, quella di Perugia, e Bialystok, l’operazione fatta a Roma nel 2020”. Dove l’anarchico detenuto a Sassari era definito “capo” del gruppo del Bencivenga, uno squat dietro la Nomentana. Anche qui - sette persone arrestate - però l’accusa più pesante, l’associazione sovversiva con finalità di terrorismo, non ha retto al vaglio dei giudici: che il fatto non sussistesse è stato stabilito sia in primo grado sia in appello. E la procura ha poi rinunciato al ricorso in Cassazione. La Federazione anarchica informale, per il resto, non dà segni di vita dal 2023. L’ultimo attacco (rivendicato dalla sigla “Gruppo di Solidarietà Rivoluzionaria - Consegne a domicilio Fai”) è avvenuto nel febbraio di quell’anno: una bottiglia incendiaria al portone del tribunale di Pisa. Poi più nulla. Esiste ancora? Per gli inquirenti italiani sì. Ma è solo una deduzione basata su un documento del 2006. L’unico in cui il gruppo parla di sé. Nel testo si dà conto di una riunione tenuta a “Paperopoli”, che forse era Genova, con “Pippo, Paperino, Qui, Quo, Qua, Paperina, Nonna Papera e Archimede Pitagorico”. Otto persone mai identificate con precisione. E i condannati per aver fatto parte della Fai sono solo tre (Cospito, Anna Beniamino e Nicola Gai). Significherebbe che cinque non sono mai stati trovati. Fantasmi utili a continuare a raccontare la storia del terrore anarchico che minaccia la Repubblica. Giustizia, Lega e Fdi litigano per le deleghe di Delmastro di Andrea Sparaciari La Notizia, 13 maggio 2026 Mentre Garanti dei detenuti, magistrati e avvocati bocciano la riforma del Dap di Nordio. Per il portavoce dei Garanti dei detenuti, Ciambriello, la riorganizzazione del Dap è a rischio costituzionalità. Una maggioranza litigiosa, impegnata a spartirsi le deleghe ministeriali e il potere che da esse promana, mentre nelle carceri italiane è il caos, per la rivoluzione organizzativa calata dall’alto del ministero della Giustizia di Carlo Nordio, già bocciata da magistrati, avvocati, dirigenti delle carceri e da tutti i garanti dei detenuti. È l’impietosa fotografia di quanto sta accadendo in questi giorni al Ministero della Giustizia, dove i due sottosegretari di Nordio, Andrea Ostellari (Lega) e il neo-arrivato Alberto Balboni (FdI), si stanno contendendo le deleghe del dimissionato Andrea Delmastro. In particolare, a scatenare gli appetiti sono le attribuzioni inerenti al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap) e alla Polizia penitenziaria, circa 40mila agenti, che come aveva chiarissimo Delmastro, rappresentano un bacino di voti succulento. Lo scontro all’ultimo sangue Lega-FdI per le deleghe di Delmastro - Ecco quindi le frizioni tra Ostellari e Balboni. In sintesi, dopo l’addio di Delmastro, le sue deleghe erano state date “temporaneamente” a Ostellari (uno dei pochi a non essere finito nei guai al ministero di Nordio). Con la nomina ad aprile di Baldoni (compagno di partito di Delmastro), tutti si aspettavano che quelle famose deleghe sarebbero tornate sotto il controllo del partito di Meloni. Invece Ostellari a restituirle non ci pensa neanche lontanamente. Da qui lo scontro Carroccio-Fdi che da tre settimane rappresenta l’ennesima ferita aperta in via Arenula. Oggi Nordio dovrebbe dirimere la questione una volta per tutte, probabilmente spacchettando le deleghe e distribuendole tra i due litiganti in modo “salomonico”. Intanto il Garante dei detenuti lancia l’allarme: “Riforma incostituzionale” - E, mentre i vertici del ministero litigano e pensano a propri tornaconto, chi si occupa (realmente) di carceri e condizioni dei detenuti, lancia l’allarme. Come il portavoce della Conferenza nazionale dei garanti territoriali delle persone private della libertà personale, Samuele Ciambriello, che ieri ha alzato la voce contro il riassetto delle direzioni generali del DAP voluto dal ministero. “In questi giorni di grande fermento e preoccupazione, come portavoce della Conferenza dei Garanti territoriali, non posso restare silente di fronte ai segnali inquietanti che arrivano dal Coordinamento dei Dirigenti Penitenziari e dal grido d’allarme lanciato dall’Unione delle Camere Penali e dalla stessa Magistratura”, ha dichiarato ieri, “Lo dico con chiarezza: la bozza di decreto ministeriale che sta circolando non è un semplice aggiustamento di uffici, ma è il tentativo maldestro di realizzare un disegno contrario alla nostra Carta Costituzionale”. Per Ciambriello, il provvedimento che istituisce due nuove direzioni generali, quella delle specialità del corpo di polizia del penitenziario e quella dei servizi logistici del corpo penitenziario, deve essere modificato integralmente, come sottolineato anche dal coordinamento dei dirigenti penitenziari, dalla magistratura ordinaria e dall’Unione delle Camere penali. Per il garante le nuove disposizioni “possono portare uno svuotamento del ruolo dirigenziale, a favore di una logica custodiale e repressiva, svuotando la funzione dei direttori delle carceri e delle stesse aree educative”. “Il carcere non è una caserma e la custodia non è sfida muscolare” - “Siamo di fronte a un paradosso doloroso”, aggiunge, “mentre nei nostri istituti si consuma il dramma quotidiano del sovraffollamento e della solitudine, a Roma si pensa di rispondere con la militarizzazione. Porre il Gom (Gruppo Operativo Mobile) sotto la dipendenza diretta di un Dirigente Generale della Polizia Penitenziaria, sganciandolo dalla sintesi del Capo del Dipartimento e della dirigenza civile, significa una cosa sola: scambiare il carcere per una caserma e la custodia per una ‘sfida muscolare’”. “Non abbiamo bisogni di nuovi Rambo” - “Questa bozza disegna un Dap sempre più distante dalla realtà cruda delle carceri”, ha continuato il garante, che ha invitato la politica a fermarsi e a ripartire “dall’articolo 27 della Costituzione”. “Non abbiamo bisogno di nuovi ‘Rambo’ o di gerarchie blindate che guardano solo all’ordine pubblico: abbiamo bisogno di rimettere al centro l’uomo, con la sua dignità che non è negoziabile. Abbiamo bisogno di direttori che abbiano i mezzi per dirigere, di agenti che non siano lasciati soli nelle sezioni a ‘buttare il sangue’ e di educatori che possano davvero educare, di figure sociosanitarie di ascolto, di progetti di inclusione sociale. Non possiamo abituarci al sovraffollamento, alla sofferenza psichica in carcere, alle migliaia di tossicodipendenti”, ha concluso. Fine casini mai. L’eredità di Delmastro fa litigare FdI e Lega. La spuntano i meloniani di Federica Olivo huffingtonpost.it, 13 maggio 2026 Dopo un lungo braccio di ferro la delega alle carceri e alla penitenziaria va a Balboni, rimasto per due mesi senza incarico. A Ostellari un contentino sui minori. Al ministero della Giustizia la serenità è un miraggio. Dopo la cacciata dell’ex sottosegretario Andrea Delmastro e del capo di Gabinetto Giusi Bartolozzi, sul ministero di Carlo Nordio continuano a soffiare venti di burrasca. Oggetto del contendere? L’eredità di Delmastro. O meglio, le deleghe che aveva il sottosegretario biellese, caduto dopo la notizia che era socio della figlia di un prestanome della famiglia malavitosa dei Senese. Per giorni su queste deleghe si consumato uno scontro tra Fratelli d’Italia e Lega. Che ha rischiato di assumere i connotati dell’ennesima crisi. Ed è stato risolto, a fatica, solo a sera. Con una vittoria di FdI. Il posto di sottosegretario che aveva Delmastro è stato preso da un altro meloniano. Trattasi di Alberto Balboni, già presidente della commissione giustizia in Senato, che durante la legislatura si è guadagnato la fama di mediatore tra maggioranza e opposizione. Qual è il problema? Che Balboni si è insediato al ministero, ma per due settimane non gli è stato dato nulla da fare. La delega che aveva Delmastro, all’amministrazione delle carceri (quindi alla Polizia penitenziaria), è rimasta fino al 12 maggio in mano ad Andrea Ostellari, sottosegretario leghista che aveva già aveva l’incarico di occuparsi del trattamento dei detenuti. Il partito della premier l’aveva interpretata come una nomina temporanea. “La prima cosa che ha chiesto Fratelli d’Italia - spiega una fonte del ministero - dopo la designazione di Balboni è stata ridare al partito la delega al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria”. Il problema è che Ostellari ora ci ha preso gusto e per giorni si è rifiutato di mollare l’osso. “Un conto - ha confidato il sottosegretario leghista a un parlamentare di opposizione che l’ha incrociato pochi giorni fa in Transatlantico - è avere la delega al carcere in tutti i suoi aspetti. Un conto è averla parziale, non poter gestire la penitenziaria ma dover rispondere ugualmente dei problemi che ci sono nelle carceri e della gestione dei detenuti”. Alla fine, però, il leghista si è dovuto accontentare: in una lunga riunione convocata verso sera, il ministro Nordio ha scelto di accontentare il partito della premier. E di dare a Ostellari solo uno strapuntino. Le carceri e la Polizia penitenziaria saranno gestite da Balboni. Il sottosegretario di FdI avrà anche la delega alla magistratura onoraria. Ostellari tornerà a occuparsi solo del trattamento dei detenuti, con una piccola aggiunta: la gestione della Polizia penitenziaria che lavora negli istituti per minori: “L’assetto delle nuove deleghe, in quest’ultimo caso, risulta funzionale nella scelta politica di contrastare al meglio la devianza giovanile, fenomeno di assoluta attualità. Tale potenziamento prevede quindi il rafforzamento dell’intero Dipartimento Minorile, anche sotto il profilo del personale penitenziario”, si legge in una nota serale del ministero. Resta l’amaro in bocca per Ostellari, che in questi anni ha lavorato sottotraccia. Nelle scorse ore si è distinto per essersi vantato della costruzione di tre nuove carceri minorili. Per il resto, nessun guizzo particolare, ma nemmeno pasticci. Negli ultimi giorni il leghista si è curato di rimediare a un paio di errori della gestione Delmastro. Ha fatto riscrivere la circolare che assegnava al Dap ogni potere sulle attività ricreative e culturali nelle carceri dove ci sono detenuti di alta sicurezza - la competenza per i detenuti di media sicurezza è tornata al provveditore e al direttore del carcere - e messo una pezza alla famigerata “circolare frigoriferi”. Che, alle porte dell’estate, avrebbe impedito ai detenuti anche di avere in cella un bicchiere d’acqua fresca. Balboni, nell’attesa, che arrivasse il giorno delle deleghe, è stato in giro a fare campagna elettorale. E già parla da delegato al Dap: “Come primo atto da sottosegretario alla Giustizia ho voluto accertarmi della situazione relativa all’organico in servizio presso il carcere di Ferrara”, ha detto durante un intervento nella città emiliana. La delega alle carceri è pesante per tanti motivi. In cima alla lista ci sono quelle che più fonti definiscono “ragioni elettorali”. Delmastro si era distinto per scivoloni e un atteggiamento ipersecuritario, ma era riuscito a instaurare rapporti molto stretti con la polizia penitenziaria. Il partito di Giorgia Meloni vorrebbe tradurre questa vicinanza in voti prima che sia troppo tardi. Il corpo ha 37mila adepti circa, un bottino non da poco alle elezioni. Disperderlo non è interesse di nessuno. Accaparrarselo è interesse di molti. Gip collegiale su base distrettuale: l’ipotesi di via Arenula ora ha l’ok di Mantovano di Giovanni Maria Jacobazzi Il Dubbio, 13 maggio 2026 Il lodo di Nordio e Sisto, su idea di Costa, per venire incontro agli allarmi dell’Anm. Soluzione in vista per il gip collegiale in materia di misure cautelari: i collegi saranno “distrettuali”. La soluzione, ipotizzata a via Arenula, ha il definitivo placet di Palazzo Chigi, e del sottosegretario alla Presidenza Alfredo Mantovano in particolare. È dunque pronto un rinvio tecnico - al fine di consentire agli uffici giudiziari di completare l’organizzazione necessaria - per la riforma che doveva entrare in vigore il 25 agosto. L’obiettivo è arrivare, a questo punto, a una applicazione stabile e strutturata delle nuove norme entro l’autunno. La novità più rilevante riguarda proprio il modello organizzativo scelto dal governo: il gip collegiale verrà realizzato a livello distrettuale, in modo da andare incontro alle richieste dell’Anm e superare le difficoltà operative dei Tribunali più piccoli. La riforma rappresenta uno dei pilastri dell’attuale stagione di interventi sulla giustizia targati Carlo Nordio, ed è stata fortemente caldeggiata da Enrico Costa. L’attuale capogruppo di Forza Italia alla Camera da anni porta avanti una battaglia garantista contro gli automatismi cautelari e contro quello che considera un eccessivo squilibrio tra accusa e difesa nella fase delle indagini preliminari. Per l’ex viceministro della Giustizia, la collegialità nelle decisioni sulle misure cautelari rappresenta un passaggio decisivo per rafforzare le garanzie dei cittadini e ridurre il rischio di errori giudiziari. Il principio alla base della riforma è molto semplice: decisioni che incidono sulla libertà personale di un indagato non devono più essere affidate a un singolo magistrato ma a un collegio di giudici. Una scelta che, nelle intenzioni del governo e del ministero della Giustizia, dovrebbe favorire valutazioni più approfondite e meno condizionate dalle richieste della Procura. Il cuore della legge 114 del 2024 è infatti proprio l’introduzione della collegialità per le decisioni sulle misure cautelari personali. Secondo l’impostazione garantista della riforma, la presenza di più magistrati nella fase decisionale evita il rischio di un “appiattimento” sulle richieste del pm e assicurare una maggiore ponderazione del quadro probatorio. La misura, tuttavia, ha incontrato fin dall’inizio la forte opposizione dell’Anm, che ha evidenziato una lunga serie di criticità sia sul piano sistematico sia sul piano organizzativo. Proprio per questo, l’Esecutivo, tramite il viceministro Francesco Paolo Sisto, ha deciso di aprire, all’indomani del referendum, un confronto con le toghe, e di lavorare a una soluzione che possa contemperare l’impianto garantista della riforma con le esigenze concrete degli uffici giudiziari. La scelta di creare il gip collegiale a livello distrettuale, mutuata dall’originaria ipotesi di Costa, nasce esattamente da questa esigenza. Molti Tribunali italiani, soprattutto quelli medio-piccoli, non dispongono infatti di un numero sufficiente di magistrati per garantire la formazione continua di collegi senza che questo paralizzi l’attività ordinaria. Centralizzare il sistema a livello distrettuale, cioè nel capoluogo del distretto di Corte d’appello, dovrebbe invece consentire una gestione più efficiente delle risorse, evitando blocchi e sovraccarichi. La preoccupazione maggiore sollevata dall’Anm riguardava infatti la tenuta organizzativa del sistema. In numerosi uffici giudiziari il numero dei magistrati è estremamente ridotto e la costituzione di collegi per ogni decisione cautelare rischierebbe di rallentare pesantemente l’intera macchina penale. Il problema è particolarmente evidente nei procedimenti urgenti, come quelli legati al cosiddetto “codice rosso”, per i quali i tempi di intervento sono decisivi. Non mancano, comunque, le perplessità sul piano procedurale da parte dell’Anm. La riforma prevede infatti diverse eccezioni: alcune decisioni continueranno a essere affidate al giudice monocratico, come le convalide di arresto e fermo, i procedimenti direttissimi e le richieste formulate durante l’udienza preliminare. Una frammentazione che, secondo le toghe, rischia di generare disomogeneità applicative e conflitti interpretativi. Particolarmente delicata viene ritenuta anche la gestione dei procedimenti con più indagati. In questi casi potrebbero verificarsi situazioni differenti tra le varie posizioni processuali, con richieste cautelari diverse a seconda degli imputati. Questo potrebbe costringere gli uffici a separare i fascicoli, trasferendo alcune posizioni al collegio e lasciandone altre al giudice monocratico, con il rischio di disperdere la visione unitaria del procedimento. Nonostante ciò, il governo continua però a considerare il gip collegiale una riforma qualificante della propria agenda sulla giustizia. La scelta distrettuale appare il punto di equilibrio trovato tra le esigenze garantiste rivendicate dalla maggioranza e le richieste avanzate dalla magistratura associata. Un compromesso che punta a salvare l’impianto politico della riforma senza ignorare le difficoltà operative denunciate dagli uffici giudiziari. Modena. Detenuto si toglie la vita in carcere inalando gas di Valentina Reggiani Il Resto del Carlino, 13 maggio 2026 L’uomo, originario di Pavullo, era detenuto nel carcere modenese e in attesa del processo d’appello. Aveva 43 anni, si è tolto la vita nella sua cella del carcere Sant’Anna. Ancora un suicidio nel penitenziario modenese: la nostra, infatti, risulta tra le città - se non la città - con il più alto tasso di suicidi negli ultimi tre anni. Come avvenuto in altre recenti circostanze, il detenuto, italiano ha utilizzato un sacchetto e il fornellino a gas per compiere l’estremo gesto, dopo essersi sottoposto a visita psicologica. Per la modalità con cui si è tolto la vita, non si esclude abbia lasciato uno scritto ma gli accertamenti sono ora in corso. Infatti la procura ha subito disposto il sequestro degli elementi trovati nella cella della vittima: il sacchetto appunto e la bomboletta del camping gas utilizzata dal detenuto. L’episodio è avvenuto nella terza sezione e subito il garante, Roberto Cavalieri, si è recato sul posto. Nei giorni scorsi a togliersi la vita, questa volta a Parma, è stato un 27enne di origine straniera. “L’emergenza suicidi colpisce le regioni dove i detenuti sono maggiormente concentrati - afferma Cavalieri. Non sempre questo significa che vi è anche sovraffollamento perché in carcere ci si suicida anche in sezioni dove le condizioni di vita non sono sotto gli standard detentivi. Ma vero è che la stragrande maggioranza dei suicidi nella nostra Regione è avvenuta in contesti particolari: isolamenti, sezioni protetti, aree sanitarie”. Ieri un detenuto della sezione ha inscenato una protesta, dando fuoco alla cella. A quanto pare il detenuto era stato ritenuto recentemente a rischio suicidario ‘medio’. “A Modena non accadeva da circa un anno e noi operatori siamo tutti molto dispiaciuti - afferma il direttore, Orazio Sorrentini. È stato da poco sottoscritto un nuovo protocollo anti-suicidi insieme alla direzione dell’Ausl di Modena e l’attenzione verso il problema è costante ed elevata sia da parte delle autorità sanitarie che dell’amministrazione penitenziaria”. Domani intanto è prevista un’ispezione da parte delle consigliere regionali del Gruppo PD e dell’Assessora Gessica Allegni nelle sezioni femminili di Reggio Emilia, Modena e Bologna. Cagliari. Tenta di farla finita, muore dopo due giorni di agonia: “Lo Stato non tutela i detenuti” cagliarinews.it, 13 maggio 2026 Un 32enne straniero non ce l’ha fatta a salvarsi, il quadro clinico era molto grave. Irene Testa, Garante dei detenuti: “Strage nel silenzio generale”. Non ce l’ha fatta il giovane di 32 anni, di nazionalità straniera, che due giorni fa aveva tentato di togliersi la vita, vicino ad altri detenuti, all’interno della propria cella nel carcere di Uta. Dopo quarantotto ore di agonia trascorse in un letto d’ospedale, il decesso è stato confermato nelle ultime ore. Una notizia che riaccende prepotentemente i riflettori sulla drammatica situazione delle carceri sarde e italiane, trasformatesi troppo spesso in luoghi di disperazione estrema. La cronaca della tragedia, a Uta troppi detenuti “a rischio” - “Il gesto estremo era avvenuto domenica. Il detenuto era stato soccorso immediatamente dal personale della polizia penitenziaria e dai sanitari, che erano riusciti a trasportarlo d’urgenza in ospedale”. Nonostante i tentativi dei medici di stabilizzare le sue condizioni, il quadro clinico è rimasto critico fino al tragico epilogo. Questo evento rappresenta l’ennesima ferita per il penitenziario di Uta, già al centro di numerose cronache per le difficili condizioni di gestione e la carenza di supporto psicologico adeguato per la popolazione carceraria, specialmente per i soggetti più fragili e privi di reti familiari sul territorio. Irene Testa: “Detenuti a Uta, una strage nel silenzio generale” - Sulla vicenda è intervenuta con fermezza Irene Testa, Garante regionale delle persone private della libertà della Sardegna. La Testa conferma a Cagliari News quanto già scritto pubblicamente sui social. Le sue parole sono un atto d’accusa durissimo contro le istituzioni: “Quello che si è consumato è il termometro della condizione di disperazione che si respira nei nostri penitenziari”, ha dichiarato Testa. “Quella che stiamo vivendo, sia nelle carceri italiane che in quelle della Sardegna, è una vera e propria strage che avviene nel silenzio generale. Ogni suicidio non è un caso isolato, ma il risultato diretto di un sistema penitenziario al collasso”. Secondo la Garante, il mix esplosivo è causato da tre fattori determinanti: Sovraffollamento cronico delle strutture; Abbandono dei detenuti e del personale; Assenza totale di risposte sul fronte della salute mentale. Il dovere dello Stato e la dignità umana - Il cuore della denuncia di Irene Testa riguarda la responsabilità etica e giuridica dello Stato nei confronti di chi è sotto la sua custodia. “Lo Stato ha il dovere di garantire dignità e tutela della vita anche a chi è detenuto. Oggi questo dovere viene sistematicamente tradito”, prosegue la Garante. Le carceri, nell’analisi della Testa, hanno smesso di essere luoghi di rieducazione per diventare “bacini di disperazione”, dove il disagio psichico non trova ascolto e la politica sembra guardare altrove. Il richiamo alla responsabilità è netto. Cosenza. Ombre sulla morte di un detenuto, chiesta chiarezza sui soccorsi calabriadirettanews.com, 13 maggio 2026 Si infittiscono i dubbi attorno al decesso di un uomo avvenuto tra la notte di domenica 3 e lunedì 4 maggio all’interno della casa circondariale Sergio Cosmai di Cosenza. Il caso ha sollevato una serie di interrogativi che coinvolgono direttamente la gestione della sanità penitenziaria e la tempestività delle operazioni di primo soccorso. Le prime perplessità sono state sollevate da Emilia Corea, garante dei detenuti, che ha raccolto segnalazioni relative a presunte criticità nelle cure prestate nelle ultime ore di vita dell’uomo. Un punto cruciale della vicenda riguarda la dinamica del decesso: secondo quanto emerso, il detenuto non sarebbe morto all’istante, elemento che impone una verifica rigorosa sulla rapidità dell’intervento medico. “Occorre accertare con precisione la tempestività e l’adeguatezza dell’intervento sanitario” ha dichiarato la garante, ponendo l’accento sulla necessità di verificare l’effettiva presenza del medico di guardia durante la fase critica dell’emergenza. Il richiamo di Emilia Corea si fonda sulla tutela dei principi costituzionali che garantiscono la dignità e la salute di ogni individuo, anche in stato di privazione della libertà. La posizione della Camera penale e la richiesta di accertamenti Al coro di richieste di chiarimento si è unita la Camera penale di Cosenza. I penalisti hanno espresso una profonda preoccupazione per l’episodio, sollecitando un’indagine approfondita che possa escludere responsabilità o omissioni. L’attenzione degli avvocati si concentra non solo sul singolo episodio, ma sull’intera organizzazione del servizio sanitario nel penitenziario, un tema spesso al centro di dibattiti nazionali. I legali hanno inoltre sollevato il tema della necessità di esami autoptici e accertamenti medico-legali. Resta infatti fondamentale stabilire con certezza scientifica la causa del decesso per ricostruire fedelmente l’ultima notte del detenuto. La vicenda ripropone con urgenza il tema della qualità delle cure negli istituti di pena, riportando la struttura di via Popilia al centro del dibattito sulla tutela dei diritti fondamentali. Roma. Carcere di Rebibbia, detenuti a lezione di gelato: “Così troveremo un lavoro” di Maria Lombardi Il Messaggero, 13 maggio 2026 L’iniziativa dell’associazione “Seconda chance”: il maestro Andrea Fassi insegna i trucchi del mestiere, boom di richieste. “In questa fase non ci interessa se il gelato è buono o cattivo. Ci interessa la struttura”, i sapori verranno, spiega il maestro Andrea Fassi. “Facciamo un ripasso: vi ricordate perché gli ingredienti si sciolgono a bagnomaria? Esatto, per evitare il rischio di retrogusto bruciato”. Kumar ai fornelli gira l’amalgama di cioccolato in un pentolino immerso nell’acqua, come ha appena raccomandato il titolare del Palazzo del Freddo, la gelateria di via Principe Eugenio, a Roma. “Quando esco voglio fare il gelataio o il pasticcere”, e continua a rimestare la crema, “ma non qui, nel mio Paese”, l’India, da cui lo separa un ergastolo. “Il mio sogno, quando torno libero, è mettere su un allevamento di lumache”. “Io, quando sto fuori, voglio fare le pizze”. Fuori da Rebibbia casa di reclusione, dove gli anni si contano in pena e le condanne sono definitive. Ore 12, lezione di gelato. Al laboratorio di cucina e sala lavorazione del carcere si arriva dopo aver superato vari cancelli e cortili. Intorno all’isola di alluminio, dove sono pronte le confezioni di latte, panna e i tondini di cioccolata fondente, i dodici detenuti e il maestro gelataio. “Abbiamo avuto molte più adesioni del previsto e quindi le ore di lezione sono passate da 2 a 4 ore e gli allievi sono diventati una trentina”, Andrea Fassi è al sesto incontro di gelateria in carcere. “A ottobre pensiamo di fare un ulteriore corso, l’idea è di dare tutti gli strumenti per lavorare. Nel nostro laboratorio possiamo uno o due detenuti tra quelli che sono più interessati”. L’azienda bolognese Carpigiani ha offerto alla casa di reclusione, in comodato d’uso per due mesi, una macchina per la produzione di gelato artigianale. “Spero che questo sia solo il primo dei corsi di gelateria che organizziamo nelle carceri italiane”, Flavia Filippi, cronista giudiziaria a TgLa7, ha fondato l’associazione “Seconda chance” proprio con questo obiettivo, “procurare opportunità di lavoro per i detenuti ammessi a lavorare fuori dal carcere. Ora inviteremo a Rebibbia le più famose gelaterie per incontrare i ragazzi che stanno terminando le lezioni, chissà che non ci scappi qualche assunzione”. Sono già 160 le offerte di lavoro procurate in un anno dall’associazione. “Proponiamo agli imprenditori baristi, lavapiatti, cuochi, pasticceri, camerieri, addetti alle pulizie, muratori, meccanici e giardinieri ma anche laureati facendo loro conoscere le agevolazioni fiscali e contributive previste dalla legge Smuraglia in caso di assunzioni di detenuti ed ex detenuti”. Gelataio, perché no? Alessandro, una condanna a 8 anni per spaccio e associazione, non ci aveva mai pensato. “È bello imparare cose nuove, ti liberi la mente e non senti che stai in galera. Io ho seguito tutti i corsi, faccio teatro con il Brancaccio, ho completato il Dams, dipingo e faccio mostre. Speriamo in un futuro migliore e che tutto questo servi per un inserimento”. Dei 300 detenuti della casa di reclusione, “in 15 seguono l’università”, ricorda Sara Macchia, responsabile dell’Area trattamentale, che insieme al comandante della polizia penitenziaria Luigi Ardini ha curato l’organizzazione del corso. “Tra le attività, c’è anche un laboratorio di pratiche filosofiche e un podcast sulla legalità”. G.C. segue la lezione del maestro Fassi in divisa bianca, “qui faccio il cuoco da 11 anni, sono il responsabile della cucina, ho una squadra di sette persone. È una fortuna lavorare, mandiamo i soldi a casa. Io avevo una pizzeria, mi hanno arrestato nel mio locale”. Mancano 5 anni per la fine della pena. “Buonissimo, non si capisce che è un sorbetto”, il detenuto di origine serba si tormenta per il figlio. “L’ho incontrato in carcere, è in cella con me, un pischello, ha preso una brutta strada e mi dispiace tanto. Sono qui per cumuli di pene, reati contro il patrimonio. Ma lui ha fatto anche la scuola, non doveva finire come me. Spero che gli serve a qualcosa, che cambia vita quando esce da qui”. Chissà cosa ci aspetta fuori, il detenuto con il berretto amaranto se lo chiede sempre, “vorrei uscire per i miei genitori, per farmi perdonare, e poi tornare dentro e scontare la mia pena fino all’ultimo. Mi occupavo di informatica e di grafica, avevo una società. Poi è successo: tentato omicidio. Ma tutti noi meritiamo un’altra possibilità”. Una Seconda chance, appunto. “Questa è l’occasione per acquisire una capacità che può essere spesa in ambiente libero”, la direttrice di Rebibbia reclusione, Maria Donata Iannantuono, viene fermata ad ogni passo mentre attraversa un lunghissimo corridoio, “direttrice, scusi”, e c’è una risposta per ogni domanda. “Persone che stanno scontando pene per reati gravi accolgono queste opportunità con entusiasmo”. Catania. La scuola negli istituti penitenziari: così si torna alla vita La Sicilia, 13 maggio 2026 Un momento di confronto dedicato al ruolo della scuola negli istituti penitenziari e alle sinergie tra istituzioni e territorio. Il convegno dal titolo “L’istruzione, ponte alla vita: le case detentive si aprono alla città” si inserisce nell’ambito delle celebrazioni per i dieci anni di attività del Cpia Catania 1. “Siamo radicalmente presenti nel territorio e forniamo un importante servizio a stranieri e italiani con una scuola che opera ogni giorno per costruire percorsi di consapevolezza, cambiamento e reinserimento sociale - spiega Antonietta Panarello, dirigente scolastica del Centro provinciale di istruzione per gli adulti di Catania e del Calatino. Iniziative come queste hanno un valore enorme in una società che spesso etichetta e allontana”. Alla presenza dell’arcivescovo Renna, il convegno ha visto saluti istituzionali e interventi tematici con collegamenti online delle Case Circondariali di Piazza Lanza, Bicocca, l’ipm e la sede di Caltagirone. “L’attenzione della Chiesa alle realtà detentive è alta - ha detto Renna - perché si tratta di prendersi cura di alcuni fratelli e di sopperire lì dove anche lo Stato non riesce ad arrivare. L’importante è fare squadra perché il valore rieducativo della pena vuole reintegrare le persone in quella società dai cui volontariamente si sono messi fuori”. Sulla stessa lunghezza d’onda anche l’assessora comunale ai Servizi sociali Serena Spoto. “Il diritto allo studio è un principio fondamentale perché garantito anche dalla nostra Costituzione: dobbiamo tendere, quindi, alla rieducazione dei detenuti continuando questo percorso all’interno delle mura carcerarie”. Si sono poi registrati gli interventi del docente Cpia Catania 1 Salvatore Scupolito su “Didattica disconnessa: una scuola diversa”; del professore Carlo Colloca (Dsps, Unict), delegato del rettore all’osservatorio per la prevenzione della povertà educativa e della devianza minorile su “Gli effetti delle povertà educative: dai comportamenti antisociali all’agire criminale”; e del professore Alfio Pennisi su “Ruolo delle associazioni di volontariato come chiave per il reinserimento sociale”. Il garante regionale dei diritti dei detenuti, l’avvocato Antonino De Lisi, ha ribadito che “convegni e appuntamenti come questo sono di un’importanza estrema. Molto spesso noi che viviamo al di fuori delle mura non conosciamo la realtà che c’è nelle istituzioni carcerarie. Ecco perché è importante che i giovani conoscano questi contesti e vengano educati ad interagire con un mondo che vuole reinserirsi nella società di oggi”. È poi intervenuta la dirigente del Ministero della Giustizia, referente Ipm Bicocca Catania e referente Casa Circondariale di Caltagirone, Giorgia Gruttadauria, che si è focalizzata su “Il carcere come luogo da cui si può ricominciare: sinergia tra scuola, istituzioni e territorio”. Infine sono state ascoltate le testimonianze, dal vivo e online, e sono stati applauditi i ragazzi premiati, con coppe e regali grazie al Ddg 800 della Regione Siciliana, e tutti i partecipanti del concorso letterario “Il mio percorso nel mondo”, dedicato alle esperienze e ai percorsi di vita degli studenti. Roma. “Fedi recluse”, tra speranza e indifferenza di Roberta Pumpo romasette.it, 13 maggio 2026 Presentata la ricerca che ha coinvolto diversi penitenziari. Padre Boldrin, cappellano a Rebibbia: “In carcere c’è l’incontro quotidiano tra cattolici, musulmani, ortodossi, evangelici, buddisti e non credenti. Si cerca un dialogo”. Primo passo: “Il rispetto reciproco”. Quello tra carcere e fede è un equilibrio instabile. Se alcuni detenuti si aggrappano al loro credo, fonte di speranza e strada per ritrovare sé stessi, altri usano la fede come erogatore di servizi o strumento per fare proselitismo. Un percorso complesso emerso ieri sera, martedì 12 maggio, nella sede dell’Istituto regionale di studi giuridici del Lazio “Arturo Carlo Jemolo”, durante la presentazione del volume “Fedi recluse” di Isabel Fanlo Cortés e Laura Scudieri. È frutto di una ricerca sociologico-giuridica coordinata da Doriano Saracino, Garante dei diritti delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale per la Regione Liguria. In due istituti di pena della Lombardia sono stati intervistati 70 detenuti, tra cui 12 donne, mentre nei penitenziari del Triveneto è stato sottoposto un questionario a 150 reclusi. Padre Lucio Boldrin, cappellano del carcere di Rebibbia Nuovo Complesso, conosce bene queste dinamiche. Ha spiegato che nell’istituto romano “ci sono 1.700 detenuti. In passato erano la maggior parte italiani, adesso sono il 50%. Questo comporta l’incontro quotidiano tra cattolici, musulmani, ortodossi, evangelici, buddisti e non credenti. Si cerca un dialogo: innanzitutto il rispetto reciproco, che è l’elemento base, ma va verificato quanto sia possibile o meno fare un cammino di fede in carcere”. Il sacerdote ha riflettuto che nell’ultimo decennio, così come è cambiata la società “fuori”, è cambiata la vita “dentro”. “La dimensione religiosa esterna si vive anche in carcere - ha affermato -. A tanti non interessa nulla, si cerca il sacerdote per i propri bisogni concreti e primari. Mi meraviglio sempre di più come tanti italiani, che vivono nelle nostre periferie, anche di Roma, abbiano una conoscenza religiosa pari a zero, non hanno neanche ricevuto il battesimo. C’è ignoranza totale”. In questo scenario “il rischio di proselitismo è alto”. Dal sacerdote anche un monito alle istituzioni e alla società civile. “Mi sembra che a questi ragazzi mettiamo delle camicie di forza - ha detto -. Cosa succederà quando le togliamo? Saranno migliori o peggiori? La mia paura è che, nonostante il nostro cammino religioso, molti ragazzi escano peggio di come sono arrivati”. La serata è stata introdotta da Stefano Anastasìa, Garante dei diritti delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, il quale ha esordito parlando delle difficoltà di condurre una ricerca scientifica in carcere. Le basi del lavoro sono state gettate nel 2018 ma “è stato necessario superare non solo l’ostacolo oggettivo della pandemia, ma anche una generale resistenza dell’amministrazione penitenziaria a lasciarsi attraversare dalla società civile esterna e, in modo particolare, dalla ricerca”. In merito alla dimensione religiosa, ha osservato che questa “agisce su due fronti: da un lato è un motivo di ridefinizione identitaria del sé nell’esperienza della detenzione. Dall’altro rappresenta un modo per tenere dei legami dentro l’istituzione e con il mondo esterno”. Saracino ha invece riflettuto sul fatto che “il carcere favorisce l’incontro tra fedi diverse che all’esterno non avverrebbe”. Ha evidenziato come “l’ascolto dei detenuti svela una realtà complessa dove la fede diventa spesso l’unico spazio di senso e incontro”. Ha quindi posto l’accento sulla necessità di “un approccio “immersivo” per comprendere le dinamiche di un microcosmo segnato da risorse scarse, sovraffollamento e dal dramma dei suicidi. Il diritto alla religiosità è sì rispettato ma nella prassi è reso più difficile, a volte diventa una concessione”. Gli ha fatto eco Silvia Marangoni della Comunità di Sant’Egidio, la quale ha spiegato che spesso “il diritto al culto non è considerato un diritto effettivo. Molti detenuti, soprattutto stranieri, ignorano di poter chiedere testi religiosi o incontri con i ministri di culto”. Per le due autrici, che durante i lunghi mesi di lavoro hanno riscontrato come in carcere “il tema della religione smuova vissuti di grande sofferenza”, c’è ancora “molto da fare sulle minoranze religiose e sulla dimensione religiosa in generale”. Napoli. “Il teatro in carcere è molto più di una fiction” di Sara D’Ascenzo Corriere del Mezzogiorno, 13 maggio 2026 Giovanna Sannino, l’attrice di “Mare Fuori” e il laboratorio fatto coi giovani detenuti di Nisida: “Recitare insegna l’empatia”. Il successo della serie “che non racconta solo la Napoli malavitosa, ma i percorsi di formazione e reinserimento”. La sua Carmela di “Mare Fuori” “è una ragazza giovane, abbandonata, che non ha pilastri su cui contare e nemmeno riferimenti culturali”. Ma soprattutto, alla sua Carmela, “il mare fuori non viene fatto vedere: solo la strada, che è un tunnel nero”. Insomma il personaggio che l’ha resa celebre e per sei stagioni l’ha vista crescere - l’ultima è in onda su Rai 2 in chiaro dal 29 aprile e in streaming su RaiPlay - è ben distante dall’attrice napoletana Giovanna Sannino, classe 2000, un volto solare e una concreta visione del ruolo salvifico dell’arte e del potere della speranza. Per inquadrarla partiamo da un dettaglio: prima di cominciare la sua avventura con la serie ambientata in un Istituto penale minorile a Napoli, ad appena 18 anni Giovanna ha condotto un laboratorio teatrale proprio con ragazzi detenuti a Nisida. Giovanna Sannino, pensa che il teatro e l’arte possano cambiare la vita? “Ho trovato talmente grande il cambiamento, che poi ho dedicato la tesi a quell’esperienza. Spesso il teatro in carcere viene definito sociale, io penso sia un’alfabetizzazione emotiva. Mi sono trovata di fronte ragazzi che non avevano idea di come si dà un abbraccio, di come si controllano ed esprimono i sentimenti: erano grandi solo esteriormente, dentro erano dei bambini. Il teatro ti dà l’alibi del gioco, e se stai giocando ti è concesso tutto. Ho conosciuto ragazzi che entravano con gli occhi bassi e non riuscivano a salutarti per l’imbarazzo, la vergogna, perché per quanto si voglia far credere che si sentano dei potenti, in realtà i giovani detenuti diventano vittime di loro stessi. Ecco, attraverso il teatro s’impara l’empatia. Al termine del laboratorio abbiamo messo in scena “Romeo e Giulietta” riadattandolo a modo loro: le famiglie erano clan rivali e alla fine li hanno voluti punire”. Mare Fuori mette in scena la virtuosità del percorso di redenzione. Pensa sia un elemento importante della serie? “Certo. E mi dispiace che sia il filone che passa più in secondo piano. È un teen drama e racconta sconfitte e vittorie di questi ragazzi, ma c’è quel lato di realtà che è molto importante. La serie è spesso stigmatizzata e accusata di raccontare la Napoli sporca, malavitosa, dimenticandosi però che in questa serie c’è la scuola, ci sono i laboratori di formazione, non solo le sparatorie e la morte, ma anche i percorsi che all’interno del carcere vengono seguiti. Si fa più nelle carceri minorili, perché c’è un lavoro di reinserimento molto più dedicato. Io ho conosciuto l’Ipm di Napoli, che è davvero un luogo virtuoso, ho incontrato ad eventi ragazzi ospiti del carcere che lavoravano lì grazie alle associazioni”. Pensa che la serie coltivi la speranza? “Penso che la speranza sia il tema principale. Ma se non ci fosse chi fa un lavoro costante con i ragazzi dentro gli istituti o non ci fossero figure come quella del comandante interpretato da Carmine Recano, la speranza farebbe molta più fatica. Non devi fare l’insegnante con i ragazzi detenuti, ma metterti al loro servizio”. Suo padre è stato vittima di un errore giudiziario e ha subito ingiustamente la carcerazione preventiva. Ha mai usato il dolore di quei giorni per entrare nel personaggio di Carmela? “L’ho fatto solo una volta all’inizio della terza stagione. Non avevo idea di come ci si approcciasse a ruolo così grande, mi sono riletta una lettera di mio padre e mi è partita una lacrima, ma non sono di quella scuola, non puoi usare sempre cose tue. Il dolore si esaurisce ed è da masochisti cercare di andarle a riaprire”. Ha scritto un libro, Non sempre gli incubi svaniscono al mattino, sta girando il suo primo cortometraggio da regista, Oltre la Radice. Dove vuole arrivare? “(Ride, ndr). Non lo so, per questo differenzio. Quando mi chiedono che ruoli vorrei interpretare rispondo che alla fine ho 26 anni, voglio raccontare la vita in tutte le sue sfumature. Sicuramente ora sogno di debuttare nel lungometraggio, lo sto già scrivendo anche se temo ci vorrà parecchio tempo”. Gesù, Gandhi, Luther King. Poi Pannella di Sergio D’Elia* L’Unità, 13 maggio 2026 La mia prima vita è stata segnata dalla violenza. Negli anni Settanta pensavo, come tanti, che per la giustizia, la libertà, la rivoluzione, fosse necessario annunciare un mondo nuovo attraverso la violenza. Non lo pensavamo solo noi: anche grandi filosofi e intellettuali hanno scritto che la violenza è la “levatrice della storia” e che “il fine giustifica i mezzi”. Io ho fatto esperienza della menzogna di questa “verità”. Con la violenza non ho fatto nascere una nuova storia: l’ho distrutta. Il reato più grave che ho commesso è aver ucciso le mie stesse idee attraverso il mezzo che usavo per affermarle. Eppure proprio in quegli anni c’era qualcuno, Marco Pannella, che lottava per conquistare al nostro Paese il diritto al divorzio, all’aborto, all’obiezione di coscienza al servizio militare, e lo faceva con la nonviolenza: scioperi della fame, scioperi della sete. E vinceva perché i mezzi erano coerenti con i fini. Lui si rivolgeva a noi chiamandoci “compagni assassini”. Io capivo, e mi irritavo. “Compagno” non lo accettavo perché lui era un nonviolento e io “un rivoluzionario”; “assassino” ancora meno, perché il sacro fuoco della rivoluzione ardeva in me. Ma cosa voleva dire Marco? Che violenti e nonviolenti non sono nemici: sono fratelli, entrambi rivoluzionari. La differenza è che i violenti sono rivoluzionari per odio, i nonviolenti per amore. Sono entrato in carcere con l’eco delle sue parole - fratelli, rivoluzionari, gli uni per odio, gli altri per amore - e lì inizia la mia liberazione. Inizia la mia seconda vita. Oggi sono nella terza vita. Non mi piace dire “pacificato”, ma sono in armonia: con me stesso, con tutti, perfino con i miei nemici, con quelli che negano diritti umani fondamentali nelle carceri, con il potere penitenziario, carnefice e vittima allo stesso tempo. Altro che rieducazione! È impossibile rieducare qualcuno in quei luoghi. Sono luoghi fatti per diseducare. Si cita Dostoevskij, Voltaire, Tolstoj: “Se vuoi conoscere la civiltà di un Paese, entra nelle sue carceri”. Dopo esserci stato, oggi dico: la civiltà di un Paese si misura uscendo da quei luoghi. Bisogna superarli. Abbiamo abolito la schiavitù, la tortura, la pena di morte, i manicomi, ma manteniamo luoghi di tortura e schiavitù, manicomiali e mortiferi. Dove non è praticata la pena di morte, ma è praticata la pena fino alla morte e la morte per pena. Io ho questa visione: non un carcere migliore, ma qualcosa di meglio del carcere; non un diritto penale migliore, ma qualcosa di meglio del diritto penale. Come in Sudafrica dopo l’apartheid, ho in mente commissioni “verità e riconciliazione”, quelle che hanno salvato il futuro di quel Paese. Verità, per onorare le vittime; riconciliazione, per dare un futuro alla comunità. È la giustizia senza la spada, è la giustizia dell’equilibrio, della nonviolenza e dell’armonia tra mezzi e fini: così, verità da un lato e riconciliazione dall’altro, i piatti della bilancia risultano in pareggio. Nel calendario di Nessuno tocchi Caino di quest’anno a lui dedicato ci sono alcune frasi potenti di Marco Pannella. Negli anni Settanta si diceva: “La fantasia al potere”. E lui rispondeva: “Non credo al potere, e ripudio perfino la fantasia se minaccia d’occuparlo”. Ma allo stesso tempo Marco diceva che “ci sono troppe splendide cose che potremmo/potremo fare anche con il “nemico”, per pensare a eliminarlo”. La nonviolenza si misura nei rapporti con il nemico, non con il fratello. Lo diceva Mariateresa Di Lascia: l’unico coraggio che bisogna avere nella vita è quello di amare. La nonviolenza significa amore, soprattutto verso il proprio nemico. Gesù, poi Gandhi, poi Martin Luther King, poi Marco, poi Mariateresa. È lì che si vede se si è nonviolenti. E so quanto sia difficile, soprattutto da giovani: l’odio era il mio sentimento, la violenza il metodo. Io oggi, a 74 anni, posso dire di aver raggiunto quel livello di coscienza orientata ai valori umani che porta fino ad amare il tuo nemico. In carcere, il primo giorno, ricordo il letto piantato al pavimento, le lenzuola ruvide, la coperta marrone dell’amministrazione penitenziaria. Ho dormito tre giorni di fila: era il sonno e anche il sogno della liberazione. È lì che è iniziata la mia rinascita. Ma solo oggi, dopo mezzo secolo, posso dire di essere diventato nonviolento: non nutrire odio nemmeno verso chi ti fa del male. Ogni esperienza, anche la più terribile, può essere preziosa. Se sono ancora qui, sempre vivo, a testimoniare la forza rivoluzionaria della nonviolenza, lo devo a Marco Pannella. Marco mi ha insegnato la nonviolenza, questa forza sottile e invisibile come un quanto, eppure dura e durevole come l’acciaio, letteralmente “religiosa”, che tiene insieme, lega indissolubilmente persone e cose le più diverse. La nonviolenza è la forza della coscienza, del dialogo, dell’amore, la forza che ha connotato la vita di Marco Pannella. Spes contra spem, il motto di Paolo di Tarso, è stata la cifra della sua vita: il dover essere speranza contro l’avere speranza, proprio quando ovunque - nel mondo che ci circonda e nel proprio mondo interiore - sembrano prevalere disperazione, indifferenza e rassegnazione. Cioè, vivere come soggetto attore della speranza, vivere nel modo e nel verso in cui si spera vadano le cose, essendo noi stessi proposta, prova e corpo del cambiamento. Mai ‘contro’ qualcosa o qualcuno, ma sempre ‘per’ e ‘con’. Col suo esempio - spirituale e corporale - quanti giovani Marco ha educato alla nonviolenza! Il 19 maggio, dalle 10 di mattina alle 20 della sera, a Roma, in via della Panetteria 15, continueremo a farlo “vivere” insieme a coloro che lo hanno conosciuto e stimato, a coloro che lo hanno amato e avversato. La “panetteria” di Marco Pannella è stata il forno che ha sfornato sempre un pane buono che ha dato da mangiare agli affamati, la fonte da cui è sgorgata un’acqua cristallina che ha dato da bere agli assetati. La fame di amore e conoscenza, la sete di giustizia e libertà, la fame e la sete che ancora soffre il mondo. *Segretario di Nessuno Tocchi Caino “Creare legami riparativi”, la cultura della riconciliazione rilanciata in un libro di Emilio Minervini Il Dubbio, 13 maggio 2026 Spezzare la catena dell’odio, non con il perdono ma con la riconciliazione. È questo lo scopo della giustizia riparativa, introdotta in modo organico dalla riforma Cartabia (d.lgs. 150/2022). Istituto che s’inserisce nell’ambito giudiziario penale, affiancando all’attività procedimentale, tesa all’accertamento delle responsabilità, un percorso parallelo, autonomo e volontario, che possa essere foriero di dialogo e ascolto tra le parti coinvolte. L’articolo 42 della riforma definisce la giustizia riparativa “un programma cui si accede gratuitamente che consente alla persona indicata come autore dell’offesa, alla vittima del reato e agli altri soggetti appartenenti alla comunità di partecipare in modo consensuale, attivo e volontario alla risoluzione delle questioni derivanti dal reato, con l’aiuto di un terzo imparziale adeguatamente formato denominato mediatore”. L’organizzazione, la gestione, l’erogazione e lo svolgimento dei programmi sono di competenza dei Centri per la giustizia riparativa, istituiti presso gli enti locali. I primi centri sono stati inaugurati questa primavera, a quattro anni dalla riforma, a Venezia, Firenze, Bari, Reggio Emilia, Padova e Cagliari. I programmi di giustizia riparativa si pongono l’obiettivo di permettere alla vittima di vedere riconosciuto il danno subito, all’autore dell’offesa di comprendere le conseguenze delle proprie azioni e assumersene la responsabilità, e alla comunità di contribuire alla ricostruzione del legame sociale. E proprio per esplorare il conflitto e la sua evoluzione sin dalla minore età che nasce “Creare legami riparativi”, libro scritto a quattro mani da Francesca Frignani, criminologa presso gli istituti penitenziari di Parma, e Carlotta Trabalzini, funzionario dell’Ufficio per il processo presso il Tribunale di Civitavecchia. Il libro è stato pubblicato a maggio del 2025 e presentato ieri alla Sala stampa della Camera dei deputati con l’introduzione di Fabrizio Benzoni, parlamentare di Azione, da tempo impegnato a portare l’attenzione sul grave momento che sta attraversando il sistema penitenziario italiano e in particolare su quello minorile. “Sono orgoglioso di portare finalmente questo libro alla Camera dei Deputati - ha affermato Benzoni - ed è per me l’occasione per affrontare qui un tema per cui combatto una battaglia solitaria tutti i giorni. Un tema che parla di detenuti, di giustizia, di giustizia riparativa, parla di una visione, di un concetto, oggi difficile da affrontare soprattutto con questo governo, che è la volontà di capire da che parte si sta: se intendiamo solo punire o dare anche una prospettiva diversa, di rigenerazione”. “Si può parlare di riparazione anche non parlando solo di reato ma anche più ampiamente di conflitto - spiega Trabalzini - partendo dalle scuole, dai ragazzi, motivo per cui noi ci focalizziamo sui minori”. “Il libro è indirizzato sia ad addetti ai lavori sia alle persone che non conoscono la giustizia riparativa - chiarisce Frignani - Parte dal conflitto e arriva alla concretizzazione del percorso di giustizia riparativa per far conoscere la possibilità di un confronto tra l’autore e la vittima di un reato. Nel corso del lavoro di stesura del libro ci siamo imbattute in Lucia De mauro Montanini e nella sua storia”. La storia di una giustizia riparativa ante litteram. Nel 2009 il marito di Lucia De Mauro Montanini viene ucciso durante una rapina mentre è in servizio come guardia giurata, appreso che gli autori sono quattro ragazzi giovani, De Mauro Montanini inizia un percorso che la porterà, diversi anni dopo, a trovare la forza per incontrare il più giovane degli autori del reato. “È venuto verso di me tremando - racconta De Mauro Montanini - piangendo, cioè io non ho mai visto tanto dolore negli occhi di qualcuno, è arrivato verso di me collassando. E sono stata io ad abbracciarlo, a consolarlo, tanto che questo gesto è stato voluto dal Papa per il giubileo della consolazione “perché”, mi disse, “tu hai consolato quel ragazzo come un figlio”, invece io ero proprio umanamente coinvolta, dico lui sta male, io che posso fare?”. Poi succede l’inaspettato, “il giudice per la prima volta in Italia lo mette fuori 14 anni prima”, però, “non mi aspettavo che fuori lui non trovasse nessuno ad aspettarlo. Né le istituzioni, né la famiglia, né gli amici e allora ho fatto come una mamma e l’ho accolto”, prosegue, “gli ho preso casa, ho comprato la macchina, gli ho trovato il lavoro perché nessuno voleva prendersi un delinquente. Io ho dovuto fare da garante anche con banca etica per farci avere un piccolo fondo per iniziare a vivere perché loro escono senza niente. E quindi o tornano nella criminalità, anzi tante volte li accompagniamo a sbagliare e con la recidiva loro pensano che sono destinati a questo. Io invece dovevo dare un senso al sangue di mio marito, quindi da quel sangue doveva nascere qualcosa di buono, ma senza niente sto ragazzo come si doveva riscattare”. “Credo che sia l’esempio della battaglia che stiamo conducendo - ha concluso Benzoni - Da un lato la dimostrazione che questo ragazzo forse si sta salvando solo grazie a te (De Mauro Montanini, ndr), non grazie allo Stato e dall’altro il fatto che si possa anche in una morale molto cattolica partire dal perdono per dare un significato però alle cose che ci capitano e non subirle”. Migranti. Patto europeo e Cpr in Albania, il governo rischia un’altra batosta di Vitalba Azzollini* Il Domani, 13 maggio 2026 L’Albania non intende rinnovare il Protocollo con l’Italia dopo il 2028, ha reso noto il ministro degli Esteri albanese. Ma fino a quella data Giorgia Meloni può essere certa che i centri Gjadër e Shëngjin saranno operativi? Dal 12 giugno 2026 diventerà applicabile il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, e più volte Meloni ha affermato che il Patto sbloccherà il funzionamento dei centri. Ma i dubbi al riguardo sono molti. L’Albania non intende rinnovare il protocollo con l’Italia dopo il 2028, ha reso noto il ministro degli Esteri albanese, Ferit Hoxha, in vista della possibile entrata del Paese nell’Unione europea. Cpr in Albania, appalti senza gara: oltre 60 milioni a ditte sconosciute Fino a quella data Giorgia Meloni può essere certa che i centri di Gjadër e Shëngjin saranno operativi? Dal 12 giugno 2026 diventerà applicabile il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo - l’insieme di regolamenti e direttive con cui l’Ue ha riformato le regole comuni, tra l’altro, su ingresso, esame delle domande di asilo e rimpatri - e in più occasioni la presidente del Consiglio ha affermato che il Patto sbloccherà il funzionamento dei centri in Albania. Ma è davvero così? Il governo alchimista sui Cpr. Un’illegittimità annunciata La procedura di frontiera Il nuovo regolamento sulle procedure di asilo disciplina la procedura di frontiera per l’esame delle domande di protezione internazionale. Si tratta di una forma di valutazione rapida, svolta prima dell’ingresso pieno nel territorio dell’Unione. Questa procedura esiste già nel diritto europeo, ma il Patto ne cambia la portata. Essa potrà essere applicata solo in situazioni di frontiera o simili, come uno sbarco, un attraversamento irregolare o una domanda presentata a un valico. Sarà obbligatorio usarla, tra l’altro, e salvo particolari eccezioni, per i richiedenti asilo provenienti da Paesi per i quali il tasso medio di riconoscimento della protezione internazionale nell’Unione europea è pari o inferiore al 20 per cento. Nel sistema attuale la procedura di frontiera dura fino a quattro settimane. Il nuovo regolamento la porta, invece, a un massimo di dodici settimane (che può arrivare a sedici). Se la domanda di asilo viene respinta, può seguire una procedura di rimpatrio di frontiera, gestita nella medesima area territoriale “di frontiera”. I Cpr in Albania? Comunque vada sarà danno erariale Secondo il nuovo regolamento, i centri in Albania potranno essere considerati zone di frontiera dove svolgere le relative procedure? Il testo dispone che esse possano applicarsi “alla frontiera esterna o in prossimità della stessa”, oppure “in una zona di transito, o in altri luoghi designati”, purché “sul proprio territorio”. Dunque, il luogo in cui si attivano le procedure deve comunque essere dentro il territorio dello Stato membro. I centri in Albania, pur essendo sotto giurisdizione italiana, restano sul suolo di uno Stato terzo; per cui si dubita che, in base al nuovo Patto, vi si possa svolgere la procedura di frontiera per l’esame delle domande di asilo e la successiva procedura di rimpatrio. I Paesi terzi sicuri - Le nuove regole europee consentono allo Stato membro di dichiarare inammissibile una domanda di asilo quando abbia concluso un accordo o un’intesa con un Paese terzo sicuro in grado di esaminare la domanda e di fornire protezione effettiva. I centri in Albania possono essere utilizzati secondo questo schema, in base al relativo Protocollo? Al momento, la risposta sembra negativa. Le nuove regole prevedono, infatti, che la domanda di asilo sia valutata secondo il diritto del Paese terzo. Il Protocollo Italia-Albania, invece, dispone che la richiesta sia esaminata non in base al diritto albanese, ma secondo quello italiano ed europeo, da autorità italiane e sotto il controllo di giudici italiani. I “costi” del sovranismo li pagano i cittadini I centri in Albania come CPR Infine, resta una questione aperta anche l’uso dei centri in Albania come Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Si attende, infatti, la decisione della Corte di giustizia dell’Ue, che dovrà chiarire se il trattenimento in un Cpr situato in uno Stato terzo consenta di rispettare le garanzie procedurali previste dal diritto dell’Unione. Secondo l’avvocato generale presso la Corte, Nicholas Emiliou, il diritto Ue non impedisce, in linea di principio, a uno Stato membro di istituire un centro per i rimpatri fuori dal proprio territorio, ma solo a condizione che siano effettivamente assicurate le tutele previste per le persone trattenute: informazione comprensibile, assistenza legale e linguistica, accesso al giudice, riesame tempestivo del trattenimento, assistenza sanitaria e contatti con l’esterno. Proprio su questo punto, però, audizioni parlamentari, pareri di organizzazioni internazionali e analisi giuridiche hanno segnalato criticità sull’effettività delle garanzie nei centri albanesi. Il Patto europeo, dunque, non è un lasciapassare per i centri in Albania, anche se il governo l’ha presentato come tale. Anche dopo il 12 giugno, quindi, non è affatto certo che quei centri funzioneranno sul piano del diritto. E non si potrà dire che non fosse già tutto ampiamente previsto. Immigrazione, la tutela dei diritti umani non si può piegare alla propaganda politica. *Giurista Migranti, la sindrome albanese del governo Meloni di Filippo Miraglia Il Manifesto, 13 maggio 2026 Dall’ottobre del 2024 l’ossessione di Giorgia Meloni è di dimostrare che quella spesa pubblica milionaria, per interessi che nulla hanno a che fare con quelli dell’Italia, abbia una sua utilità. Funzioneranno? La scommessa di questo governo è che le bugie usate a piene mani sull’immigrazione funzionino, in particolare quelle sul Protocollo con l’Albania, e che gli italiani e le italiane se le bevano. Una scommessa su un tema che rappresenta il cuore della propaganda della destra italiana e non solo di quella del nostro Paese. Ma chi di propaganda ferisce può essere a sua volta oggetto di propaganda, come dimostra l’uscita di queste ore di un rappresentante del governo albanese. Dall’ottobre del 2024 l’ossessione di Giorgia Meloni è di dimostrare che quella spesa pubblica milionaria, per interessi che nulla hanno a che fare con quelli dell’Italia, abbia una sua utilità. Prima con il trasferimento di richiedenti asilo dal Mediterraneo centrale all’Albania, che ha dovuto fare i conti con i tribunali italiani prima e poi con la Corte di Giustizia Europea. Anche il governo deve rispettare le leggi e le Convenzioni internazionali. Poi il cambio di destinazione d’uso per trasferire persone in attesa di essere rimpatriate, nonostante nei dieci Cpr italiani ci siano posti liberi, come ha dimostrato il Tavolo Asilo e Immigrazione nel suo secondo Rapport sui Cpr, e quindi l’uso di un undicesimo e costosissimo centro fuori dall’Italia sia del tutto inutile, oltre che sbagliato. Con l’avvicinarsi dell’entrata in vigore del pacchetto di misure conosciuto come Patto Europeo Migrazioni e Asilo tra poche settimane, il governo, alimentando la confusione, sembra voler intervenire con un’altra modifica legislativa per rendere possibile un uso, qualunque esso sia, dei centri italiani in Albania. Le ipotesi in campo sono tante, ma le più probabili si possono riassumere in due possibilità. La prima riguarda il ricorso all’Albania, candidata ad entrare nell’Ue entro il 2030, come Paese Terzo sicuro. In questo caso però i richiedenti asilo potrebbero essere trasferiti dal territorio italiano verso l’Albania, ma la competenza sarebbe del governo di Edi Rama e non più del nostro Ministro Piantedosi. A quel punto tutto l’armamentario messo in campo in questi anni dovrebbe essere smantellato e all’Albania potrebbero rimanere solo le strutture pagate dal contribuente italiano. Tuttavia l’Albania dovrebbe accettare di prendersi un certo numero di richiedenti asilo dall’Italia e, perché no a quel punto, anche da altri Paesi Ue. Una operazione che potrebbe “aiutare” il processo di adesione, che però oramai è avviato verso un esito positivo. Quindi potrebbe essere un prezzo alto da pagare per il governo albanese su un tema che si presta bene ad essere usato strumentalmente. Una volta che l’Albania entrerà nell’Ue poi questa ipotesi diventa ancora meno sostenibile perché si tratterebbe di un trasferimento di richiedenti asilo da un Paese più grande, e che ha risorse e strumenti più solidi, l’Italia, verso un Paese di nuovo ingresso nell’Ue che deve essere aiutato a crescere. Eventualità che entrerebbe facilmente in contraddizione con i nuovi regolamenti. La seconda ipotesi è che il governo tenti, con un provvedimento specifico, di tornare all’uso originario dei centri albanesi, mantenendo la competenza italiana e ricorrendo alla lista comune di Paesi d’Origine sicuro approvata a livello europeo. Una possibilità che si scontrerebbe però ancora una volta con i tribunali, anche a partire dalla sentenza del luglio scorso della Corte di Giustizia Europea, che ha confermato che per applicare questo concetto i casi vanno comunque valutati singolarmente e non collettivamente. Intanto sono ancora pendenti davanti alla Corte di Giustizia Europea, due ricorsi sulla legittimità del Protocollo e il nostro Governo anziché aspettare, non perde occasione per rilanciare, scommettendo sulla “redditività” del tema immigrazione, tanto più se collegato ad uno scontro con la magistratura: alimentare odio e consolidare l’idea dei nemici del Paese è ancora il miglior antidoto alle sconfitte subite di recente e alle liti interne. Si apre così una campagna elettorale lunga e complessa che ha da un lato un “gruppo di interesse” con le idee chiare e strumenti consolidati per la raccolta del consenso: bugie, odio e propaganda. Dall’altra la coalizione che è ancora in costruzione sul tema immigrazione non sembra avere un’idea unitaria e spesso è inciampata in errori drammatici. Migranti. Il Patto europeo sull’asilo è un boomerang per Meloni di Giansandro Merli Il Manifesto, 13 maggio 2026 L’obiettivo è limitare la libertà di movimento dentro le frontiere Ue. La relazione della prefetta Rabuano: identificazioni e controlli per bloccare i migranti. “Ci è stato imposto il numero più alto di procedure obbligatorie”, dice la rappresentante del Viminale. Il Patto Ue rischia di trasformarsi in un boomerang per il governo Meloni. Via via che si chiariscono gli aspetti concreti, i tanti dubbi sollevati dai critici acquistano valore. Dubbi venuti da sinistra, rispetto alla tutela dei diritti fondamentali dei migranti, ma anche da destra destra, come l’Ungheria del premier uscente Viktor Orbán che in sede europea ha votato contro il maxi-pacchetto di normative e poi evitato di adeguare il sistema nazionale all’accordo. Ieri la prefetta Rosanna Rabuano, a capo del dipartimento Libertà civili e immigrazione del Viminale, ha delineato in sede di audizione al Comitato Schengen i meccanismi di attuazione del Patto a cui sta lavorando l’esecutivo. La relazione certifica che lo spirito del maxi-pacchetto di norme Ue è costringere i richiedenti asilo a restare nei paesi di arrivo, quelli dell’Europa mediterranea oppure orientale, ostacolando i “movimenti secondari di persone” (tra le frontiere comunitarie). Questo attraverso due meccanismi: l’associazione delle procedure di screening - sanitario, psicologico e di vulnerabilità - all’identificazione di polizia; l’applicazione di “procedure accelerate di frontiera”, che diventano obbligatorie per chi proviene da un paese con tassi di riconoscimento dell’asilo pari o inferiori al 20% e restano facoltative per chi è nato in un “paese di origine sicuro”. Per farlo, spiega Rabuano, il Patto istituzionalizza una finzione giuridica: che il migrante soggetto a tali procedure, in virtù della presunzione del diniego alla sua domanda d’asilo, non sia effettivamente entrato nel territorio nazionale ed europeo. Così la frontiera perde consistenza geografica e continua ad avvolgere i corpi dei cittadini stranieri fino alla definizione della loro richiesta di protezione, che deve avvenire in 12 settimane (secondo la prefetta entro quel termine ci sarà la decisione di merito di un giudice, molti giuristi ritengono invece che la magistratura si sarà espressa solo sulla sospensiva all’espulsione seguente alla decisione negativa della Commissione territoriale). La finzione regge se il migrante resta nel territorio che gli è stato assegnato. Se invece si allontana - come avvenuto spesso nei centri di Siculiana e Modica, dove il governo ha realizzato le prime sperimentazioni in questi mesi - perde accoglienza e richiesta d’asilo. Un meccanismo ricattatorio associato a veri e propri strumenti di controllo che delineano il confino 2.0. Rabuano ne ha citati alcuni: geolocalizzazione attraverso app, obbligo di firma presso il gestore del centro e “sorveglianza di comunità”. Ovvero il tentativo dello Stato di subappaltare al terzo settore il controllo della mobilità dei richiedenti asilo: “Ci stiamo pensando - ha detto ieri la prefetta - attraverso intese con le associazioni che si occupano dei corridoi umanitari”. Queste, però, hanno già rifiutato. Il manifesto le ha interpellate. Daniela Pompei, responsabile Sant’Egidio per i servizi ai migranti, afferma che la comunità “è disponibile solo a offrire servizi di orientamento, come già fa”. L’Arci smentisce categoricamente un coinvolgimento: “Non credevamo alle nostre orecchie: ci chiedevano di convincere le persone a non scappare, abbiamo detto subito di no”. “La Federazione delle chiese valdesi non ha dato alcuna disponibilità. Volevano fossimo una sorta di alternativa al trattenimento, in forme che sono comunque di controllo rispetto al movimento delle persone sul territorio. L’obiettivo dei corridoi umanitari è ben altro”, afferma Giulia Gori, responsabile vie complementari della Federazione delle chiese evangeliche in Italia. La posta in gioco del Patto è chiarissima: limitare i movimenti secondari dei migranti. “Ci è stato imposto il numero più alto di procedure obbligatorie: 8.016”, ha detto ieri Rabuano. Per il governo la scommessa può funzionare solo se riesce a moltiplicare esponenzialmente i rimpatri, attraverso nuovi accordi con i paesi terzi di cui al momento non c’è traccia. In caso contrario l’effetto sarà quello di produrre una massa ancora più grande di “irregolari”, per i quali sarà impossibile, come avviene oggi grazie alla protezione speciale, regolarizzare la propria posizione alla luce dell’inserimento sociale, familiare e lavorativo. Da un punto di vista economico, l’utilità di tutto ciò per un paese in forte deficit demografico e con una crescente richiesta di forza lavoro non esiste. Dal punto di vista politico della propaganda “sovranista” il boomerang rischia di essere ancora più grande. Limitare i movimenti secondari è una storica pretesa degli Stati dell’Europa centrale e settentrionale, già alla base del contestato regolamento Dublino. Cioè la norma che indica come paese competente sulla domanda d’asilo quello di ingresso del cittadino straniero. Una legge puntualmente disattesa dai migranti che, a centinaia di migliaia, negli anni hanno scelto di continuare il viaggio verso nord: per raggiungere i parenti, andare a vivere in un paese di cui parlavano la lingua o semplicemente trovare condizioni di welfare e lavoro migliori rispetto agli Stati della periferia Ue. Una dinamica che, sotto sotto, ha sempre fatto il gioco delle destre italiane e che nel 2011 il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi agevolò esplicitamente concedendo un permesso umanitario di sei mesi alle migliaia di tunisini fuggiti dopo la caduta di Ben Alì. Risultato: moltissimi andarono in Francia. Il Patto Ue è una risposta all’autonomia dei migranti, che con i loro comportamenti affermano un diritto garantito a tutti gli europei: decidere dove andare a vivere. Non basterà un pacchetto di leggi o una serie di misure di controllo per fermare questo movimento. Nel nuovo Ddl Sicurezza picconate ai diritti dei minori migranti di Giovanna Cavallo* L’Unità, 13 maggio 2026 Il nuovo Ddl racconta di un progressivo arretramento nella tutela dei diritti che con la legge Zampa invece aveva raggiunto uno dei punti più avanzati e riconosciuti anche a livello europeo. C’è una parola che ritorna, puntuale, ogni volta che si interviene in materia di immigrazione: “sicurezza”. E ogni volta che questa parola viene associata alla vita delle persone migranti, tanto più se si tratta di minori, è legittimo preoccuparsi, visto che spesso sono le tutele ad essere messe in discussione. Il nuovo disegno di legge presto all’esame del Senato, che interviene sulla disciplina dei minori stranieri non accompagnati modificando la Legge 7 aprile 2017, n. 47, si presenta come un intervento tecnico di semplificazione e razionalizzazione, ma dietro questa narrazione si intravedono scelte politiche che rischiano di segnare un passo indietro rispetto a uno dei sistemi di tutela più avanzati in Europa. Il primo nodo riguarda il rimpatrio volontario assistito. La riforma trasferisce la competenza dal tribunale per i minorenni al prefetto, lasciando al giudice un ruolo di autorizzazione preventiva. Il governo parla di “unificazione dei procedimenti” e di maggiore efficienza. Ma la questione non è meramente organizzativa. Spostare il baricentro decisionale dall’autorità giudiziaria a quella amministrativa significa indebolire le garanzie, soprattutto in un ambito delicatissimo dove ogni scelta dovrebbe essere costruita intorno al superiore interesse del minore, non alla snellezza delle procedure. Il rischio è che il rimpatrio, pur formalmente “volontario”, diventi più facilmente praticabile anche in contesti dove le condizioni del minore richiederebbero valutazioni più approfondite e realmente indipendenti. Ancora più evidente è il cambio di paradigma sul cosiddetto “prosieguo amministrativo”, cioè la possibilità per i neomaggiorenni di continuare il percorso di accoglienza e inclusione. La riduzione del limite da 21 a 19 anni segna un taglio netto, difficilmente giustificabile alla luce dei percorsi reali di inclusione visto che nella maggior parte dei casi (oltre 80%) i minori non accompagnati arrivano in Italia con un’età media tra i 15 e i 17 anni. Ridurre di due anni il percorso di inclusione significa, in molti casi, interrompere studi, tirocini, percorsi formativi appena avviati. Significa, soprattutto, esporre giovani già fragili al rischio concreto di marginalità e sfruttamento. Non solo. La previsione che consente al tribunale di interrompere in qualsiasi momento il prosieguo sulla base di una relazione dei servizi sociali introduce un elemento di forte discrezionalità. Il riferimento a una “condotta incompatibile” è vago e potenzialmente pericoloso: chi stabilisce cosa sia incompatibile? E con quali garanzie per il ragazzo o la ragazza coinvolti? In un sistema già sotto pressione, il rischio è che questa norma si traduca in uno strumento di esclusione “automatica”. Nel quadro della riforma non mancano elementi che il legislatore presenta come migliorativi. L’abbassamento a quattordici anni dell’età minima per l’ingresso e soggiorno per motivi di studio, previsto dal Decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, si propone di allineare l’ordinamento italiano al sistema scolastico e al contesto internazionale, ampliando in teoria le opportunità formative, anche se tutto questo si scontra con una pressoché generalmente ostacolata mobilità internazionale per motivi di studio. Nel loro insieme queste modifiche raccontano di un progressivo arretramento nella tutela dei diritti che con la legge Zampa invece aveva raggiunto uno dei punti più avanzati e riconosciuti anche a livello europeo. Oggi questa avanguardia risulta gravemente incrinata da una serie di interventi frammentari, inseriti in un contesto più ampio di produzione normativa d’urgenza che appare sempre più bulimica e sempre meno riflessiva. Si interviene a colpi di modifiche, senza una visione complessiva, con lo scopo di favorire una narrazione di emergenza tesa a giustificare questi orrori giuridici. Quando in gioco ci sono minori soli però la tutela non può essere negoziabile e riforme del genere mettono a rischio la vita stessa delle persone. *Forum per Cambiare l’Ordine delle Cose Droghe. Nuovi fronti contro la war on drugs di Stefano Vecchio Il Manifesto, 13 maggio 2026 La realtà complessa del mondo delle droghe, nel corso del tempo, è diventata sempre più un universo fortemente intersezionale con i processi politici ed economici e sociali: dal controllo sociale alla geopolitica delle guerre, alla crisi ambientale. Oggi, che la war on drugs è stata rilanciata in una serie di scenari nazionali e internazionali, è necessario un ampliamento dei soggetti e dei movimenti con i quali condividere confronti, posizioni politiche, strategie comuni. Di recente, in una Contro-conferenza sulle droghe radicalmente alternativa a quella governativa, la Rete per la riforma ha dedicato uno spazio importante e significativo alle relazioni con i movimenti. A partire da questa apertura, abbiamo messo al centro dell’assemblea di Forum Droghe (Roma, 16 maggio, ore 9,30-16 presso la Redazione di Scomodo a Spin Time) il rapporto con la società civile meno coinvolta nei nostri temi. Non intendiamo allargare le alleanze genericamente. Vogliamo ampliare il dibattito e l’azione politica sulla base del riconoscimento dell’intreccio sempre più stretto tra le realtà del mercato e delle politiche sulle droghe e le guerre, della crisi ecologica e delle sempre più diffuse derive securitarie e neoautoritarie. In Italia siamo testimoni di un inasprimento delle norme repressive del Testo Unico sulle droghe, già responsabile di un terzo dei detenuti in carcere, e delle politiche securitarie. Tutti i provvedimenti, dai decreti sicurezza, al codice della strada, dal decreto antirave fino ai daspo urbani e alle zone rosse coinvolgono in qualche modo il mondo delle droghe. Vogliamo discutere del cambio di paradigma necessario: dalla guerra alla droga verso la regolazione politica e sociale dei fenomeni, a partire dalle politiche di depenalizzazione, decriminalizzazione e decarcerizzazione. Vogliamo denunciare l’impatto delle politiche panpenaliste che coinvolgono migranti, giovani, e qualunque fascia della popolazione ritenuta scomoda o dissenziente, in aperto contrasto con i principi della nostra Costituzione e del dritto internazionale dei diritti umani. La war on drugs è da sempre strumento geopolitico. Inaugurata da Nixon negli anni 70 è stata utilizzata dai suoi successori per allargare l’influenza economica Usa nel continente latino-americano, prima con la diplomazia neocolonialista insita nelle convenzioni sulle droghe, poi con l’escalation militare. Dal Plan Colombia di Clinton, fino all’incursione in Venezuela di Trump. Dietro alle accuse di narcotraffico al Presidente Maduro si cela - neanche troppo nascosto - l’intento di gestire le risorse petrolifere venezuelane. Come dietro all’allarme narcoterrorismo si cela il desiderio di avere carta bianca nel “giardino di casa”, con centinaia di morti nel Mar dei Caraibi nell’indifferenza del diritto internazionale. Vogliamo discutere, ancora, dell’impatto che le coltivazioni illegali - e la loro eradicazione - hanno sulla distruzione di interi territori, sul disboscamento della foresta amazzonica, sull’ inquinamento dell’acqua con pesticidi, con gravi conseguenze sul clima e sulla vita delle popolazioni indigene. Sono i medesimi danni ambientali determinati dai mercati legali in nome del profitto a tutti i costi. Le stesse politiche di legalizzazione, a partire dalla cannabis, possono offrire un contributo importante a condizione che si regoli il mercato e si impediscano impatti devastanti per l’equilibrio ecologico e climatico. Regolazione legale, depenalizzazione e decriminalizzazione delle droghe rappresentano obiettivi decisivi per imprimere una svolta alle politiche neoautoritarie nazionali e internazionali, per dissolvere gli stigmi e le etichette del drogato, del migrante, dei giovani e di tutti coloro che rivendicano legittimamente diritti, dalla salute all’abitare e verso la giustizia climatica. Il nuovo ordine del disordine di Gabriele Segre La Stampa, 13 maggio 2026 Nel vuoto lasciato dall’America il disordine viene usato come arma. Da Putin a Netanyahu, da Trump a Xi, i leader moltiplicano le guerre. Tutto nasce dal caos. Poi arrivarono la luce e il buio, la terra e il mare, gli dèi, gli uomini, le leggi, gli imperi, le banche centrali, i summit Nato e persino le call su Zoom. L’ordine aveva prevalso. O almeno così ci raccontano le grandi cosmologie, dalla Genesi a Esiodo fino alla Dichiarazione universale dei diritti umani. Quello che si sono dimenticate di dirci è che il fenomeno è reversibile: il caos torna. Quasi sempre senza avvisare. Basta poco, in fondo: è sufficiente che il mondo perda il proprio ordinatore di turno - padreterno, imperatore o poliziotto globale a stelle e strisce che sia - perché si apra il vuoto. Gli Stati Uniti avevano provato a tenere le redini del pianeta e per qualche decennio ci erano anche riusciti, tra portaerei, dollari e McDonald’s in ogni quartiere. Oggi conservano una potenza immensa, ma non riescono più a tradurla in controllo stabile. Chi cresce - la Cina - accumula tecnologia, influenza e muscoli geopolitici a velocità industriale, ma non è ancora in grado di convertire tutta quella massa in un ordine alternativo coerente e riconoscibile per tutti. È lì, nel grande spazio sospeso tra chi non può più e chi non può ancora, che il caos torna ad accomodarsi. Esattamente nel punto della storia in cui ci troviamo noi, intenti a gestire l’ansia del cambiamento, un tweet alla volta. E dire che i greci ce lo avevano già spiegato benissimo: il caos non è sinonimo di catastrofe, apocalisse o di gente che assalta i supermercati per fare scorte di tonno in scatola e carta igienica. È piuttosto una distesa di possibilità ancora senza mappe, regole o dogane. Il problema è che noi, ossessionati dal controllo e assai meno pazienti di Socrate, non sopportiamo più l’idea di abitare un mondo che non possiamo governare. Così, siccome il caos non riusciamo né a eliminarlo né a ordinarlo, abbiamo deciso di usarlo. Ed è questa la cifra più sottile del nostro tempo: se non si può portare ordine a casa nostra, tanto vale consegnare il disordine direttamente a domicilio altrui. Il conflitto tra potenze in versione Amazon Prime. Meno nobile, certo. Ma apparentemente molto più pratico. La Russia è maestra del mestiere. Da anni lavora sulle fratture europee con precisione certosina: propaganda, cyberattacchi, rubli ai populismi da Parigi a Budapest, pressione energetica e disinformazione industriale. Ma Stati Uniti e Cina non sono certo da meno quando si tratta di sabotarsi l’uno l’altro, tra accerchiamenti strategici, ricatti commerciali e riarmi che fanno tremare insieme polsi e bilanci. Ognuno impegnato a rompere le uova nel paniere altrui molto più di quanto riesca a tenere in ordine il proprio. In questo quadro, perfino le guerre cambiano funzione. Non servono più necessariamente a vincere, ma a mantenere l’avversario abbastanza occupato, stressato, polarizzato e dissanguato da impedirgli di rimettere insieme i propri cocci domestici. Un logorio a fuoco lento, somministrato reciprocamente in dosi misurate, come dimostrano l’Ucraina, il Golfo, Taiwan, il Levante e buona parte delle tensioni che attraversano oggi il pianeta. Se però l’origine del caos è strutturale, storica e probabilmente inevitabile, è altrettanto vero che oggi trova interpreti particolarmente spregiudicati. Leader che si percepiscono come figure eccezionali di una fase irripetibile, decisi a cavalcare il disordine con la sicumera di chi si è già prenotato un posto nei libri di storia. Convinti che il vecchio mondo sia morto e che soltanto loro abbiano la forza di traghettare il proprio popolo oltre l’imprevedibile tempesta del presente. Una schiera di Mosè contemporanei armati di bastone nucleare, intelligenza artificiale e culto della personalità, in marcia verso una terra promessa che forse non vedranno mai personalmente, ma che certamente porterà il loro nome scolpito sugli archi di trionfo. Putin è persuaso di star salvando la Russia dalla dissoluzione storica e dall’irrilevanza perpetua; Trump ha deciso di rifondare l’America demolendola pezzo per pezzo; Netanyahu agisce come se Israele fosse costantemente a trenta secondi dalla fine della civiltà e Xi Jinping ha trasformato la Cina in una gigantesca macchina di controllo ideologico, dove ogni purga è pura igiene patriottica. Un esclusivo club del “dopo di me, il diluvio” che negli ultimi anni ha fatto incetta di iscritti - chi prima chi dopo - dall’India all’Argentina, dalla Turchia all’Ungheria, passando per Brasile e Corea del Sud. Figure diversissime, con obiettivi spesso incompatibili, accomunate però dalla pericolosa convinzione di essere investite di una missione eccezionale, sospesa tra il profetico e il martirio autocelebrativo, purché ben remunerato. Del resto, di fronte alla grandezza del compito - divino o storico che sia - che sarà mai un’elezione persa, una costituzione aggirata o qualche centinaio di migliaia di morti in più? Con il mondo così sottosopra, è perfino possibile che qualcuno di loro riesca davvero nel proprio intento. La storia, come sempre, distribuirà assoluzioni e necrologi a tempo debito. In attesa del verdetto, però, è difficile ignorare il pericolo enorme prodotto da chi usa il caos come strumento politico, finendo inevitabilmente per moltiplicarlo, mentre l’avvento del famoso nuovo ordine latita ancora. Volendo parafrasare la vecchia massima secondo cui i politici pensano alle prossime elezioni mentre gli statisti alle prossime generazioni, il sospetto è che i nostri “agenti del caos” contemporanei abbiano preso la lezione un po’ troppo alla lettera. Se questo è il prezzo dei nuovi messia, è meglio avere qualche visionario in meno e qualche semplice politico in più Israele. Massacri del 7 ottobre, per i responsabili ci sarà la pena di morte di Gennaro Grimolizzi Il Dubbio, 13 maggio 2026 Il Parlamento israeliano ha approvato con 93 voti a favore e nessun voto contrario la legge che istituisce a Gerusalemme un tribunale militare speciale per giudicare i responsabili degli attacchi terroristici del 7 ottobre 2023. La proposta di legge è stata presentata dal deputato Simcha Rothman del partito della coalizione di governo, “Sionismo religioso”, e dalla deputata di opposizione Yulia Malinovsky del partito “Yisrael Beytenu”. Il tribunale speciale dovrà processare circa 300 presunti terroristi, ora in carcere, arrestati dalle forze di sicurezza israeliane durante gli attacchi del 2023 che provocarono la morte di circa 1.200 persone. L’organismo giudiziario appena istituito avrà un ampio margine di manovra, in quanto potrà perseguire i soggetti accusati di una serie di reati, come il genocidio, il “danneggiamento della sovranità israeliana”, l’“istigazione alla guerra”, l’“assistenza al nemico in tempo di guerra” e i crimini rientranti nella legge israeliana del 2016 per il contrasto al terrorismo. La novità principale riguarda i casi di genocidio per i quali è prevista la pena di morte. Ai giudici del tribunale speciale, secondo i legislatori israeliani, verrà richiesta precisione nella ricostruzione dei fatti, senza tralasciare la trasparenza. Per questo i processi saranno aperti al pubblico e saranno trasmessi su un portale dedicato. Nella relazione che ha accompagnato il disegno di legge si evidenzia che “la portata e la gravità senza precedenti delle atrocità del 7 ottobre 2023 rappresentano una sfida inaudita per il sistema giudiziario israeliano”. “L’indagine sugli eventi - è scritto nel documento - è eccezionalmente complessa e di portata straordinaria, a causa dell’elevato numero di scene del crimine, dell’alto numero di sospettati e vittime e delle modalità di raccolta delle prove, soprattutto in tempo di guerra”. La parlamentare di opposizione Malinovsky, firmataria del disegno di legge sui crimini contro il popolo ebraico, ha fatto un riferimento storico. Ha rilevato che la linea dura contro i terroristi del 7 ottobre gode di un ampio consenso in Israele e che il tribunale speciale darà vita ad un “processo Eichmann moderno”. Il criminale nazista Adolf Eichmann fu processato e giustiziato in Israele nel 1962, dopo essere stato catturato in Argentina. Il nuovo tribunale dovrebbe essere composto da 15 giudici con esperienza equiparabile a quella dei giudici della Corte Suprema. Il curriculum - potranno essere selezionati pure giuristi internazionali - sarà sottoposto al vaglio del ministro della Giustizia di concerto con il ministro degli Esteri. Ogni singolo caso verrebbe esaminato da tre giudici, di cui uno distrettuale in pensione, mentre un collegio di cinque giudici si dovrebbe occupare dei procedimenti che coinvolgono più imputati. I processi saranno organizzati per area geografica. Ai condannati è riconosciuto il diritto automatico all’appello, con il coinvolgimento di un giudice in pensione della Corte suprema chiamato a presiedere il collegio del secondo grado di giudizio. I quindici giudici saranno coinvolti per esaminare gli appelli. L’operatività del tribunale speciale militare non è però immediata, dato che i ministeri della Difesa e delle Finanze saranno chiamati a trovare una intesa sui costi da sostenere per l’istituzione e il funzionamento della corte. Si tratta di un tema di non poco conto, già preso in considerazione durante il dibattito sul disegno di legge presso la Commissione per la Costituzione, la Legge e la Giustizia della Knesset. Il ministro della Giustizia israeliano, Yariv Levin, ha definito l’approvazione della legge “uno dei momenti più importanti dell’attuale Knesset”. “Si percepisce - ha commentato Levin - che stiamo facendo la cosa giusta, trovando un modo per unirci in questo momento, anche se siamo alla vigilia delle elezioni e nonostante tutti i disaccordi esistenti”. Secondo Simcha Rothman, “si tratta di un quadro storico volto a rendere giustizia e a processare i terroristi che hanno perpetrato il peggior massacro nella storia dello Stato d’Israele”. La parlamentare Malinovsky ha detto che quelli che si apriranno “saranno i processi ai nazisti dei giorni nostri e passeranno alla storia”. “Adalah”, organizzazione impegnata nella difesa dei diritti umani delle minoranze arabe in Israele, contesta invece la legge approvata dalla Knesset, in quanto “incompatibile con il diritto alla vita, la presunzione di innocenza, l’indipendenza della magistratura e lo Stato di diritto. “La legge -sottolinea Adalah in una nota - nega agli indagati le garanzie procedurali fondamentali essenziali per un processo equo e autorizza il tribunale a infliggere la pena di morte, una condanna che non viene eseguita in Israele dal 1962. Israele si pone in diretta opposizione alla tendenza internazionale verso l’abolizione e in violazione dei suoi obblighi vincolanti ai sensi del diritto internazionale”.