Carcere, ciò che i numeri non dicono di Mauro Palma treccani.it, 12 maggio 2026 I numeri dicono molto nel descrivere l’attuale situazione del in Italia, in particolare il suo affollamento e il ritmo di crescita della popolazione ristretta, spesso per reati minori. Ma non dicono tutto. Si può partire allora proprio da ciò che non dicono. Il non detto è la cultura che aggrava quei numeri e che è sottesa ai più recenti provvedimenti sulla vita all’interno di quei muri e al significato a essa attribuito. Perché spostano l’asse dell’esecuzione penale dalla costruzione di un percorso per il ritorno all’esterno all’imposizione di una penitenza meritata. Sta sempre più affermandosi, infatti, e si riflette spesso anche nelle parole di alcune persone che hanno responsabilità istituzionali, la cultura della chiusura, della durezza del castigo inevitabile e dovuto, anche buttando le chiavi, del limite prospettico rivolto all’oggi e dentro, senza uno sguardo verso il domani e fuori. Uno sguardo stretto e un’impostazione dell’esecuzione penale in carcere che tende ad aggiungere qualcosa alla privazione della libertà, quasi che questa sia poco nel suo bilanciamento con quanto commesso, soprattutto in relazione a reati di grande impatto mediatico, e che lo spazio temporale della permanenza in carcere debba essere premessa di afflizione aggiuntiva, rispetto a quella che la privazione della libertà porta sempre con sé. “Si va in carcere perché si è puniti e non per essere puniti” è un principio fondante del tempo detentivo, spesso dimenticato. È una cultura che trova consenso facile in una società spesso impaurita e incattivita e che risente l’eco di quel “desiderio suppliziante” che, ricordava, l’avvento del diritto penale post-illuminista non ha abolito, nonostante il suo contrapporsi radicalmente alle pratiche delle punizioni corporali e della vendetta e non certo ponendosi in una modalità incruenta di sostanziale continuità con esse. Dietro si annida, inoltre, un’idea della sicurezza interna al carcere centrata sul mantenimento dell’ordine attraverso la chiusura delle persone ristrette nel loro spazio - peraltro invivibile proprio per l’affollamento - e nel rispetto delle regole, quasi richiedendo ad adulti un ritorno infantile all’obbedire. La capacità maggiore di gestire il sistema detentivo sembra ormai consistere nel tenere sotto controllo, anche con ricorso all’assuefazione ai farmaci, settori della popolazione detenuta che si ritengono pericolosi e che vanno in qualche modo neutralizzati, rinunciando all’ipotesi rieducativa, perfino a quella di stampo antico di tipo correzionale. Scema l’idea - su cui si era costruita la riforma di cinquantuno anni fa - della centralità di un percorso di graduale orientamento verso il recupero responsabile della gestione del proprio tempo, in modo certamente limitato dalla situazione di non libertà, ma pur sempre adulto; anche con possibili errori. Una impostazione che si fondava anche sul limite del potere e dovere di sanzionare i reati con il ricorso alla privazione della libertà personale, riservandola per quelli offensivi di beni giuridici costituzionalmente tutelati. Si è invece esteso lo spazio di tale ricorso, con la mai esaurita produzione di nuove fattispecie penali, così ampliandone la dimensione verso settori non governati nel contesto esterno attraverso politiche inclusive e, parallelamente, restringendo la connotazione della loro presenza in carcere con la neutralizzazione, salvo ricorrere a regimi ancor più duri in caso di non assuefazione. La richiesta finisce per essere il nulla: “Io potrei stare benissimo sdraiato sul letto un anno e voi mi regalereste tre mesi”. Così, in una intervista nell’ambito di una ricerca universitaria, una persona detenuta sintetizzava la richiesta che l’istituzione carceraria di fatto avanza per la concessione dei giorni - quarantacinque ogni semestre - di ‘liberazione anticipata’, che l’ordinamento penitenziario prevede invece per chi “ha dato prova di partecipazione all’opera di rieducazione”. Penalità aggiuntiva e richiesta d’ordine inerte sono la sintesi di una esecuzione penale che tradisce la propria finalità. E sono ciò che i numeri non dicono, anche se ne consolidano la cultura soggiacente. Perché ciò che dicono è impietoso rispetto al presente. Indicano una continua estensione dell’area di intervento penale, nelle sue varie forme: dalla detenzione in carcere all’esecuzione della sanzione in una qualche forma alternativa o sostitutiva, fino all’attesa per gli esiti di una condanna, la cui esecuzione è stata ‘sospesa’ e aspetta la valutazione del magistrato di sorveglianza per la modalità del suo attuarsi. Sono forme diverse che scorrono parallelamente. Dopo la riflessione e i relativi provvedimenti di condanna da parte della Corte europea per i diritti umani, nel 2013, si è molto puntato sull’ampliamento delle misure alternative al carcere e sulla fluidificazione dell’accesso a esse. Tuttavia, il loro cospicuo incremento - in tredici anni il numero delle persone che eseguono la sanzione in misura alternativa è triplicato - non ha prodotto la diminuzione del numero delle persone in carcere: i due sistemi sono andati avanti parallelamente, crescendo entrambi. Neppure ha inciso l’introduzione, in anni recenti, di quelle sanzioni sostitutive che sin dalla sentenza non propongono la pena detentiva bensì una sua sostituzione, un po’ interpretando il plurale che la Costituzione utilizza quando parla di “pene” e non di “pena”, proprio a voler indicare la non unicità del punire chiudendo in carcere. Ma qui si apre la riflessione su ciò che i numeri dicono e che occorrer saper leggere. Nel Decreto Sicurezza priorità all’espulsione di detenuti, ma ci sono i “paletti” della Costituzione di Maurizio Troccoli umbria24.it, 12 maggio 2026 La nuova regola rischia di incidere direttamente sui percorsi di recupero e reinserimento sociale previsti dall’ordinamento penitenziario italiano. Il decreto Sicurezza accelera le procedure di espulsione per alcuni detenuti stranieri e cambia i tempi con cui i magistrati dovranno decidere sui provvedimenti. La novità riguarda i casi di ingresso clandestino, permanenza irregolare sul territorio italiano senza permesso di soggiorno oppure appartenenza alle categorie considerate socialmente pericolose. La norma prevede che il magistrato di sorveglianza debba decidere sull’espulsione entro 15 giorni, dando priorità a questa pratica rispetto alle altre richieste presentate dal detenuto. L’obiettivo del governo è rendere più rapide le espulsioni e favorire il rimpatrio rispetto all’accesso ai benefici penitenziari alternativi al carcere, come l’affidamento ai servizi sociali o la semilibertà. La questione nasce da un principio già consolidato nella giurisprudenza. Quando viene disposta l’espulsione di un detenuto straniero, quest’ultimo non può ottenere misure alternative alla detenzione. Al contrario, se il giudice concede prima una misura alternativa, l’espulsione non può essere eseguita. Per questo motivo la nuova regola rischia di incidere direttamente sui percorsi di recupero e reinserimento sociale previsti dall’ordinamento penitenziario italiano. Secondo diversi esperti di diritto, il punto più delicato riguarda proprio il rapporto con la Costituzione. L’articolo 27 stabilisce infatti che la pena deve avere anche una finalità rieducativa e non soltanto punitiva. Il rischio evidenziato dai giuristi è che la priorità data all’espulsione finisca per limitare la possibilità di accedere ai percorsi alternativi al carcere, privilegiando il rimpatrio rispetto al recupero sociale del detenuto. Per evitare possibili contrasti con la Costituzione, l’interpretazione della norma dovrebbe quindi restare limitata ai procedimenti che non riguardano direttamente le misure alternative alla detenzione. La nuova disposizione, inoltre, non prevede sanzioni specifiche nel caso in cui il criterio di priorità non venga rispettato. Questo significa che eventuali decisioni prese con tempi diversi non diventano automaticamente nulle o invalide. Prigioni strapiene e illegali, servirebbero 1.000 grazie... e l’indulto di Piero Sansonetti L’Unità, 12 maggio 2026 La politica repressiva del governo ha portato a un fortissimo aumento del numero dei carcerati. I reati non sono diminuiti ma il numero dei detenuti è aumentato. Oggi le prigioni sono luoghi terribili, del tutto incivili. Il sovraffollamento in molte carceri supera il 150 per cento. Le condizioni dei prigionieri sono lontane da tutti i principi stabiliti dalla nostra Costituzione. Recentemente ci sono stati altri tre suicidi. Nell’ultimo anno i carcerati sono aumentati di 2000 unità, superando la linea record di 64mila su circa 46mila posti disponibili. Ma quel che è più grave è che nell’ultimo mese il trend si è impennato: 440 detenuti in più rispetto al mese precedente. Se non si ferma questa escalation in un anno arriveremo a quasi 5.000 prigionieri in più. La soluzione non è costruire più galere ma costruire meno detenuti. Chiunque abbia visitato anche una sola volta un carcere sa cosa c’è lì dentro. Un inferno. Gente in gabbia come animali allo zoo, la privazione assoluta non solo della libertà ma di ogni diritto. Disperazione, grida. Non c’è niente di più illegale delle nostre prigioni. È inconcepibile che non si programmi a tempi brevissimi un intervento quantomeno provvisorio. Quello che i giornali giustizialisti chiamano, con disprezzo, “svuota carceri”. La verità è che svuotare le carceri è un’attività che innalza e non deprime il livello della nostra civiltà. E quel che servirebbe davvero sono norme di profonda riforma del codice penale che riducano il numero dei prigionieri a non più di tre o quattromila. Forse anche meno. Cioè, soltanto le persone davvero pericolose. Nel frattempo però sono necessari dei provvedimenti urgenti. Anche se limitati. Il più immediato può essere un intervento del presidente della Repubblica. Il quale ha fatto benissimo a dare la grazia a Nicole Minetti, anche per aiutare il figlio di Minetti, che è un bambino che ha bisogno di cure. Ora però dovrebbe intervenire in modo massiccio firmando in poche settimane almeno 1000 o 2000 grazie. Sarebbe non solo un segnale grandioso di politica penale, ma anche un soffio di ossigeno per alcune prigioni. Dopodiché bisogna passare all’indulto. La sinistra non può tirarsi indietro. E la destra liberale, che era per la separazione delle carriere e per una politica più garantista, deve contribuire. In modo da raggiungere una maggioranza dei due terzi. Con un indulto abbastanza largo si possono liberare dalle celle tra le 10mila e le 20mila persone. Naturalmente l’indulto è difficile da ottenere. Bisognerebbe convincere i 5 stelle e almeno una parte del partito di Meloni (dando per scontato il voto favorevole delle sinistre, dei centristi e di Forza Italia). Allora c’è la possibilità di usare la legge sulla scarcerazione anticipata speciale, messa a punto tempo fa da Nessuno tocchi Caino e dall’on Roberto Giachetti, di Italia Viva. Questa legge permetterebbe la liberazione di almeno 8mila persone. Poco, troppo poco. Ma almeno sufficiente per fronteggiare l’emergenza dei prossimi mesi. Carceri sovraffollate? Le istanze per uscire le scriverà la AI di Elisabetta Soglio Corriere della Sera - Buone Notizie, 12 maggio 2026 Nasce il “Movimento italiano diritti detenuti”: intelligenza artificiale anche per fine pena e lavoro esterno. Atenei e non profit. L’associazione fondata da Giulia Troncatti, il Comitato scientifico con Statale e Cattolica. L’intelligenza artificiale al servizio dei diritti umani di chi è in galera. Per scrivere istanze, calcolare cumuli di pena, magari non perdere possibilità di lavoro: via maestra di reinserimento per il singolo, di sicurezza per tutti. Specie pensando a quanti - sempre di più - non hanno soldi per pagarsi un avvocato attento a queste cose visto che quello d’ufficio, fatto il processo, di rado se ne occupa. Questi alcuni tra gli obiettivi più tecnicamente rivoluzionari con cui - affiancato da un Comitato scientifico con esperti delle Università Statale e Cattolica di Milano, dell’associazione Nessuno tocchi Caino, del John Jay College of criminal justice di New York - nasce il “Movimento italiano diritti detenuti”, associazione non profit fondata da Giulia Troncatti che dal 2021 è tutor universitaria per il Progetto Carcere della stessa Università Statale milanese. “Due - spiega - i punti qualificanti dell’iniziativa. Il primo riguarda la sensibilizzazione sul tema carcere e la volontà di divulgare la conoscenza di un universo di cui normalmente si occupano solo gli addetti ai lavori. Il secondo è la tecnologia. E in modo specifico l’utilizzo dell’AI per aiutare le persone detenute non a conquistare privilegi ma a tradurre in pratica diritti previsti dalla legge ma spesso lasciati sulla carta”. A partire - strano ma è così - dal calcolo esatto di quando una pena finisce: sommatoria che soprattutto in caso di più condanne sovrapposte non è automatica e va espressamente richiesta. Così come il calcolo di quando puoi avere accesso al lavoro esterno o a benefici di altro tipo: se hai un avvocato bravo che ti segue e lo paghi ci pensa lui, ma se non hai né lui né un soldo? Bene, lo strumento già funzionante online su questo fronte e che il Movimento promuove da tempo si chiama finepena.it. In pratica è un calcolatore istruito con l’intelligenza artificiale per le finalità di cui sopra, inserisci i dati delle tue sentenze e ti vengono fuori i termini della tua pena o quelli per chiedere un articolo 21 (lavoro esterno), semilibertà, liberazione anticipata, accesso ai benefici possibili. Il tutto promosso assieme all’estensione di un altro strumento che sono le “cliniche legali”, in collaborazione con le facoltà di legge di varie università che offrono consulenze gratuite a chi si trova dentro senza i mezzi pere pagarsele. Ma non è finita. Proprio da oggi infatti, 12 maggio, il Movimento attiverà un ulteriore sito denominato dirittidetenuti.it che attraverso l’AI potrà generare istanze specifiche di riduzione della pena o anche di risarcimento per “detenzione disumana” sulla scia della storica sentenza Torregiani con cui nel 2013 la Corte europea dei diritti umano condannò l’Italia per il sovraffollamento delle sue carceri: dopo quello schiaffo le cose migliorarono per un po’, oggi siamo punto a capo. La direzione del Movimento è di Andrea Noia, nel Comitato scientifico Rita Bernardini, presidente di Nessuno Tocchi Caino, il prorettore della Statale Stefano Simonetta, Alessandra Augelli dell’Università Cattolica, Sergio Grossi del John Jay College of Criminal da cui proviene anche la presidente onoraria Baz Dreisinger, fondatrice di Incarceration Nations Network. Il progetto è supportato da Fondazione Laura e Alberto Genovese Ets. Malpezzi: “Il Governo crede solo nella punizione, riempie le carceri senza educare” di Francesco Grignetti La Stampa, 12 maggio 2026 La senatrice dem: con il decreto Caivano repressione senza prevenzione. Le ronde punitive di giovanissimi che odiano gli stranieri sembrano solo l’ultima frontiera di un fenomeno in crescita: la violenza giovanile. Il governo Meloni ha usato la mano pesante con il decreto Caivano, che ha avuto come effetto quasi immediato l’aumento di adolescenti negli istituti minorili. Andrea Ostellari, sottosegretario leghista alla Giustizia, ieri rivendicava su questo giornale: “C’è un’esigenza molto precisa, che è quella di tutelare i ragazzi, toglierli dalla strada e dalle mani di quei criminali che li utilizzano per commettere reati”. La senatrice dem Simona Malpezzi, vicepresidente della Commissione bicamerale per l’infanzia e l’adolescenza, la vede in maniera diametralmente opposta. “Credono solo nella punizione e non c’è alcun percorso educativo”. Senatrice, i numeri parlano di molti giovanissimi detenuti più di prima… “Questo governo ha pensato di risolvere tutti i problemi attraverso elementi solo ed esclusivamente di natura punitiva. Di conseguenza abbiamo assistito ad un aumento esponenziale nelle presenze di minori negli istituti di pena dopo il decreto Caivano”. Il carcere dovrebbe essere l’ultima spiaggia. Non è così? “Quando leggo le parole del sottosegretario Ostellari, la cui soluzione è avere costruito tre carceri in più e quindi possiamo essere soddisfatti, mi preoccupo. Penso a quanto ci dice sempre il cappellano del Beccaria, don Claudio Burgio, che richiama sempre la politica alla necessità di investire in un esercito, ma che sia un esercito di educatori”. Il governo sostiene che sono istituti moderni… “Sfido chiunque adire che i ragazzi negli istituti minorili, così come sono, facciano percorsi educativi. La fotografia dell’esistente dice altro. Mi rifaccio al rapporto di Antigone. Anche negli istituti minorili c’è sovraffollamento e carenza di personale, pochi educatori, molti atti di autolesionismo, un boom nell’uso di psicofarmaci, casi di suicidio”. Anche tra i minori? “Eccome. In carcere questi ragazzi diventano più fragili. Il rapporto Antigone cita un aumento vertiginoso nell’uso di psicofarmaci al Beccaria di Milano, a Nisida, a Pontremoli in Lunigiana”. Con il decreto Caivano è evidente che questo governo ha scelto una politica specifica, di repressione… “E infatti crescono i numeri della detenzione minorile. Ma era ovvio: se si restringe la possibilità di messa alla prova, se si ampliano i casi di custodia cautelare e di arresto per i minori, se si aumentano le pene per alcuni reati e di conseguenza si riduce l’accesso alle misure alternative, è un serpente che si morde la coda”. Il fenomeno della devianza giovanile è in crescita o no? “In premessa diciamo che non è vero un boom dei reati. È vero però che cresce la violenza nel commettere il singolo reato: se prima c’era un furto, oggi c’è un reato più serio. Ed è vero che gli istituti sono pieni di minori stranieri. Ma il governo non può meravigliarsi. Prima hanno smantellato tutto il sistema dell’accoglienza, poi “scoprono” che molti minori stranieri abbandonati sulla strada scivolano nella devianza”. Voi che proponete? “C’è un nostro ddl che pende al Senato per finanziare le “comunità educanti”. Serve un fondo da distribuire agli enti locali per unire tutte le agenzie educative del territorio, serve la prevenzione di una comunità educante”. “Le regole vanno rispettate, il carcere serve a educare i giovani” di Irene Famà La Stampa, 12 maggio 2026 Andrea Ostellari, Sottosegretario alla giustizia: “I ragazzi sono privi di punti di riferimento, bisogna prevenire e pensare a spazi di aggregazione oltre a monitorare i social dove passano messaggi sbagliati” Il senatore leghista Andrea Ostellari, sottosegretario al ministero della Giustizia, ne è convinto: “I ragazzi devono essere al centro dell’agenda politica”. Insomma: “Prima i giovani”. Decreto Caivano, decreto sicurezza: la lista delle nuove norme è lunga eppure i dati sulla violenza giovanile restano allarmanti. L’approccio repressivo ha fallito? “Non semplifichiamo. C’è la questione repressiva e quella di prevenzione ed educativa. Per combattere la violenza giovanile stiamo agendo su tre direttrici”. La prima? “Creare spazi di aggregazione sani al di là della strada, dove i giovani spesso si uniscono in bande e il punto di riferimento diventa il bullo”. A quali spazi si riferisce? “Alla scuola che, come già previsto dal ministro Valditara, prolunga l’apertura pomeridiana. E agli investimenti sulle associazioni sportive, perché possano accogliere anche i ragazzi delle famiglie che oggi non riescono a sostenere i costi di iscrizione”. Con i decreti, però, aumentano i reati e si inaspriscono le pene. Una contraddizione? “È la violenza che sta aumentando esponenzialmente. Per questo siamo intervenuti con i decreti, che introducono anche strumenti di prevenzione. L’Italia è il primo Paese ad aver applicato l’ammonimento, che abbiamo esteso anche ai reati spia per gli adolescenti tra i dodici e i quattordici anni, con il coinvolgimento delle famiglie. Su questo tema la Lega si è battuta con convinzione”. Ammonire per educare? “Per impedire che il danno diventi maggiore. Ci sono azioni da reprimere, altre che possono essere intercettate, anticipate. Sui giovani bisogna ragionare a 360 gradi”. Il carcere come ultima ratio eppure con i decreti gli arresti sono destinati a lievitare… “C’è un’esigenza molto precisa, che è quella di tutelare i ragazzi. Toglierli dalla strada e dalle mani di quei criminali che li utilizzano per commettere reati. Come Dipartimento minorile stiamo investendo molto e abbiamo realizzato tre nuovi istituti penitenziari finalmente moderni”. Più carceri non è sinonimo di politiche esclusivamente repressive? “Assolutamente no. Stiamo realizzando istituti che non sono solo spazi di reclusione, ma luoghi di educazione e riabilitazione. Sono stati avviati programmi di cinema, teatro, iniziative per imparare un mestiere. E in Lombardia abbiamo già aperto due comunità socioterapeutiche per i giovani che hanno dipendenze, e stiamo lavorando per farlo anche nelle altre regioni”. L’età dei ragazzi che delinquono è sempre più bassa. Perché? “Questi ragazzi violenti sono privi di buoni esempi, a partire dalla famiglia. Mancano di conoscenza e di curiosità. Molti di loro non conoscono neanche gli eventi tragici della nostra storia, come gli Anni di piombo e le Brigate rosse. Non hanno punti di riferimento”. Uso dei social: il tema è in discussione in Parlamento? “Il dibattito è aperto. Si discute se vietare i social agli under 14 o 15, ma, aldilà dei dettagli, siamo tutti d’accordo che bisogna responsabilizzare tutti all’uso dello strumento. Nei social i ragazzi rischiano di perdersi, trovano messaggi sbagliati, cattivi esempi. La Lega, sul tema, ha già depositato due proposte di legge”. I protagonisti delle ronde sono vicini a gruppi di estrema destra. Non pensa che anche la politica dovrebbe rivedere certi toni e certi slogan? “Gli estremismi di destra e sinistra sono dannosi. Bisogna avere la capacità di affrontare i temi con responsabilità e serietà. È un esercizio che fa bene a tutti”. Al via gli Stati Generali della giustizia minorile di Antigone, Defence for Children Italia, Libera antigone.it, 12 maggio 2026 Da maggio a novembre 2026 oltre 150 esperti impegnati in un percorso nazionale per ripensare il sistema minorile italiano e contrastare la deriva repressiva. Prenderanno il via nei prossimi giorni gli Stati Generali della giustizia minorile, un percorso nazionale promosso da Antigone, Defence for Children Italia e Libera per aprire una riflessione ampia e condivisa sul presente e sul futuro della giustizia minorile in Italia. L’iniziativa nasce dalla consapevolezza che il sistema della giustizia minorile italiana stia attraversando una fase di profonda crisi. Un modello che per decenni è stato considerato all’avanguardia in Europa per il suo approccio educativo, la centralità dei percorsi di reinserimento e la residualità della detenzione, sta progressivamente cedendo il passo a una logica sempre più repressiva e punitiva. Nel giugno 2025 le tre organizzazioni promotrici avevano lanciato un appello pubblico per denunciare questa regressione e chiedere un cambio di rotta. L’appello è stato sottoscritto da numerose associazioni, garanti dei diritti delle persone private della libertà e singole persone impegnate sul tema. Il 25 febbraio scorso, a Roma, si è svolta un’assemblea pubblica che ha rilanciato l’urgenza di costruire uno spazio collettivo di confronto e proposta. Da quell’incontro nasce oggi il percorso degli Stati Generali della giustizia minorile, che si svilupperà da maggio a novembre 2026 attraverso sei tavoli di lavoro tematici, con l’obiettivo di elaborare proposte concrete da sottoporre al Governo e al Parlamento. Ai tavoli parteciperanno esperti ed esperte provenienti da mondi diversi: magistratura, università, sanità, avvocatura, servizi sociali, terzo settore e operatori della giustizia minorile. I sei tavoli affronteranno i principali nodi critici del sistema: - questione giovanile e reazione penale - detenzione minorile - area penale esterna, messa alla prova e comunità minorili - giovani migranti e sistema di giustizia minorile - competenze, organizzazione e risorse - salute a misura di minorenne “Di fronte all’aumento della detenzione minorile, al sovraffollamento negli istituti penali per minorenni e al progressivo indebolimento dell’approccio educativo che ha reso il sistema italiano un modello internazionale, è necessario aprire uno spazio serio di confronto pubblico”, dichiarano i promotori. “Vogliamo costruire proposte concrete per restituire centralità ai diritti dei ragazzi e delle ragazze e riaffermare una giustizia capace di accompagnare, educare e includere, invece di punire e marginalizzare, per riaffermare una cultura basata sui diritti umani e sui diritti delle persone minorenni così come richiamato dagli standard internazionali e dalla nostra stessa legislazione”. I tavoli lavoreranno nei prossimi mesi attraverso incontri online e momenti di confronto a distanza. Le relazioni finali confluiranno in un documento conclusivo contenente linee di indirizzo e proposte di riforma che saranno illustrate durante una conferenza conclusiva che si terrà nel mese di novembre 2026 a Roma. Tutte le informazioni sul percorso sono disponibili sul sito: https://statigeneraligiustiziaminorile.org La buoncostume del pensiero di Mattia Feltri La Stampa, 12 maggio 2026 L’abbiamo scritto un milione di volte qual è il malcostume della stampa italiana, molto solerte nel riportare gli arresti, gli avvisi di garanzia, le ipotesi d’accusa, già dedita in modo più intermittente all’andamento dei processi, decisamente distratta nel dare notizia di archiviazioni e assoluzioni. E cioè: grande spazio quando sei nei guai, e nessuno spazio quando ne esci. La soluzione suggerita da Enrico Costa (capogruppo di Forza Italia alla Camera), con una legge che sarà votata lunedì e che impone ai direttori di assegnare agli innocenti la stessa rilevanza che ebbero da indagati o da imputati, è motivata dalle migliori intenzioni, ma è vittima della solita pretesa italiana di introdurre per legge i buoni comportamenti. L’imposizione arriverà dal garante della privacy, qualora il giornale non abbia provveduto di propria iniziativa, nemmeno dopo la sollecitazione del diretto interessato. E se nulla cambia, il garante infligge una multa di qualche decina di migliaia di euro. A me fa impressione che un’idea del genere sia venuta a uno come Costa, uno dei pochi con una cultura liberale. Ordinare a un direttore che cosa deve pubblicare, e con quale portata, significa non avere compreso la libertà di stampa, e cioè la libertà di decidere in piena autonomia che cosa è meritevole di essere pubblicato, purché non sia diffamatorio, e che cosa non lo è. Lo Stato interviene se quello che si pubblica infrange la legge, non se quello che non si pubblica infrange la morale. Credere di rendere i giornali e i cittadini migliori con una prescrizione di codice è un affare da ayatollah. Nordio sfida Melillo sulle norme contro le intercettazioni a strascico di Ermes Antonucci Il Foglio, 12 maggio 2026 Il centrodestra non ha alcuna intenzione di rimangiarsi la riforma garantista del 2023 contro la pratica delle intercettazioni a strascico, nonostante l’allarme lanciato dal procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo nei giorni scorsi. Con una lettera inviata al Guardasigilli Carlo Nordio, al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e alla presidente della commissione Antimafia Chiara Colosimo - lettera poi finita magicamente sulle pagine del Corriere della sera - Melillo ha denunciato che l’effetto della riforma delle intercettazioni (varata dal governo nell’agosto 2023) “si è rivelato oltremodo grave e allarmante, in ragione dell’obiettivo arretramento della linea di efficacia delle investigazioni in materia di criminalità organizzata e terrorismo”. Di conseguenza, il capo della Dna ha chiesto una “riflessione urgente sulle criticità riscontrate”. Al centro della denuncia di Melillo c’è la modifica al codice di procedura penale che ha ristretto le possibilità di utilizzo dei risultati delle intercettazioni per reati diversi da quelli per cui sono state disposte, con l’obiettivo di impedire la prassi delle intercettazioni a strascico. I quotidiani hanno rilanciato con grande enfasi l’allarme di Melillo, così come i puntuali attacchi al governo da parte delle opposizioni (Pd, M5s e Avs hanno chiesto congiuntamente un’informativa urgente ai ministri Nordio e Piantedosi sulla questione). C’è da ricordare però un aspetto, che è stato del tutto ignorato sia dai mezzi di informazione sia dal dibattito politico: il centrodestra non ha realizzato alcuna riforma per restringere le intercettazioni. Semplicemente, nell’agosto 2023 il governo con un decreto (il n. 105), poi convertito in legge, ha ripristinato la normativa che era in vigore fino al 2020, cioè fino a quando il secondo governo Conte (quello giallorosso), sull’onda manettara grillina, era intervenuto con un decreto per estendere oltremodo l’utilizzabilità dei risultati delle intercettazioni in procedimenti diversi. Nella sostanza, M5s e Pd col decreto legge n. 161 del 2019, avevano dato riconoscimento legislativo alla pratica della “pesca a strascico”, in cui i pm svolgono per mesi intercettazioni cercando prove su un determinato reato (chiedendo e ottenendo continue proroghe dai gip), e poi finiscono per trovare elementi di interesse per altri procedimenti penali già esistenti che nulla hanno a che vedere con le originarie ipotesi di reato che hanno portato ad autorizzare le intercettazioni. Così la prima autorizzazione del giudice diventa nella pratica una sorta di “autorizzazione in bianco” a eseguire intercettazioni. Nel 2023, dunque, il centrodestra è intervenuto per riportare la materia nell’ambito della civiltà giuridica. Come? Semplicemente riportando le lancette dell’orologio alla normativa del 2020, cioè prima della riforma giallorossa, stabilendo che i risultati delle intercettazioni possono essere utilizzati in procedimenti diversi da quelli nei quali l’intercettazione è stata disposta soltanto se risultano “indispensabili per l’accertamento di delitti per i quali è obbligatorio l’arresto in flagranza”. L’allarme lanciato ora da Melillo appare quindi paradossale: non risulta, infatti, che con la normativa in vigore prima del 2020 - e ripristinata dal governo Meloni - la lotta alla mafia sia stata limitata (e infatti nessun allarme era stato lanciato). Ben consapevole di tutto ciò, il ministro Nordio ha risposto a Melillo dicendosi disponibile ad “affinare la normativa vigente”, sottolineando però che per farlo “è essenziale disporre anzitutto di dati circa le fattispecie di reato, oggi escluse dalla utilizzabilità delle intercettazioni svolte in procedimenti diversi”. Nordio sfida quindi Melillo a fornire i dati in questione, sapendo che l’allarme lanciato dal capo della Dna non è suffragato da numeri, non solo consistenti ma anche soltanto degni di nota. Le priorità dell’avvocatura per il processo civile, il penale e per le carceri di Giovanni Negri Il Sole 24 Ore, 12 maggio 2026 Da correggere i punti più critici delle ultime riforme processuali. Benefici penitenziari più accessibili. Arriva anche dall’avvocatura un’agenda delle riforme possibili in questo scorcio di legislatura. In un documento che ha costituito la bussola del confronto con il ministro della Giustizia Carlo Nordio il Cnf delinea le priorità, all’insegna del realismo, per i prossimi mesi. In una cornice che soprattutto nel civile, ma anche nel penale, dovrebbe recuperare margini di oralità per un contraddittorio rafforzato, dal Cnf arriva la proposta di rivitalizzare l’ordinanza civile di accoglimento. La concessione di un provvedimento interinale che anticipi gli effetti dell’accoglimento ha senz’altro, osserva la proposta, una notevole utilità. In primo luogo, per far fronte ai tempi necessari all’accertamento a cognizione piena, in secondo luogo perché l’anticipazione degli effetti potrebbe indurre la controparte ad abbandonare il giudizio in presenza di incentivi. La disposizione dell’articolo 183 ter del Codice di procedura civile, pertanto, potrebbe essere modificata accentuandone la natura “anticipatoria” e non necessariamente definitoria, evitando inoltre la necessità di coinvolgere più giudici nelle varie fasi del procedimento. Interventi mirati andrebbero poi previsti con riferimento alle attuali ipotesi di inammissibilità e improcedibilità come conseguenze “di adempimenti meramente formali, a lacune dell’atto che non incidono sullo scopo dello stesso né sull’esercizio del diritto processuale, ma che finiscono esclusivamente per frustrare per ragioni meramente formali la garanzia costituzionale di accesso alla giurisdizione”. Nel penale, al centro il sistema delle impugnazioni, dove a non convincere ci sono numerose misure introdotte dalla riforma Cartabia. Per esempio, in appello il difensore può impugnare la sentenza solo se in possesso di specifico mandato a impugnare, rilasciato successivamente alla pronunzia della sentenza contestata. “All’evidenza siffatta norma - osserva il Cnf - contribuisce a “smaltire”, insieme all’arretrato, anche i diritti di quei cittadini che per qualsiasi ragione, che non spetta all’ordinamento giuridico sindacare, non siano stati in grado di conferire specifico mandato al difensore”. È il caso della sentenza con motivazione contestuale dove il ridottissimo termine di impugnazione renderebbe di fatto impossibile l’accesso al secondo grado di giudizio senza necessità di scomodare il concetto di responsabilità dell’imputato. E sulle carceri, preso atto del collasso del sistema, andrebbero riviste modalità e presupposti di accesso alle misure alternative e delle preclusioni all’accesso ai benefici penitenziari. Necessario poi un intervento con misure che prevedano il rinvio della detenzione o la detenzione domiciliare quando il carcere è incompatibile con le condizioni di salute del detenuto. Da aumentare, poi, le opportunità di lavoro retribuito intramurario ed esterno e di attività di volontariato e da individuare misure specifiche a tutela delle donne recluse e delle detenute madri. “L’Anm è un sindacato, ma si comporta da partito” di Simona Musco Il Dubbio, 12 maggio 2026 Intervista a Carmen Giuffrida, giudice del Tribunale per i minorenni di Catania, tra i fondatori del Comitato per il Sì. Carmen Giuffrida, giudice del Tribunale per i minorenni di Catania, una parte dei magistrati per il Sì, lei compresa, ha deciso di formare un comitato che propone alla politica delle riforme ritenute urgenti, tentando una via alternativa per la separazione delle carriere. Perché dovrebbe funzionare? Vorrei innanzitutto precisare che la separazione delle carriere è solo uno dei molteplici obiettivi del Comitato, tutti accomunati dal perseguimento di una giustizia giusta e di una magistratura svincolata dalla politica, come lo stato di diritto impone. Non pretendiamo di offrire garanzia che gli obiettivi perseguiti dal Comitato verranno raggiunti. D’altronde noi non possiamo che limitarci a proporre, argomentare e sostenere. Penso comunque sia apprezzabile la nostra volontà di continuare a metterci in gioco. Invece, soprattutto da qualche giornalista e, paradossalmente, proprio da coloro che durante la campagna referendaria sostenevano il sì, abbiamo ricevuto diversi attacchi perché - a quanto pare - non hanno gradito la costituzione di un Comitato e si aspettavano invece la costituzione di una corrente o di una associazione. Premesso che la costituzione di un Comitato non esclude in futuro quella di una associazione alternativa alla Anm, laddove dovessero esservi le condizioni, ritengo comunque che ogni attacco mosso in assenza di previa interlocuzione che consenta di spiegare le ragioni di una scelta denoti pregiudizio e assenza di professionalità. Quanto alla costituzione di una corrente, io personalmente escludo tale possibilità dato che abbiamo personalmente assistito al (e combattuto il) degrado di quelle già esistenti e non ritengo sia una soluzione la costituzione di una nuova. Cosa risponde a chi vi accusa di politicizzazione? Non comprendo le ragioni di questa accusa. Il Comitato è stato fondato da magistrati che non sono in alcun modo accomunati da eventuali orientamenti politici ed è aperto al mondo dell’avvocatura, dell’università e alla società civile a prescindere da qualunque orientamento. Il Comitato intende proporsi come cuore pulsante e attrattivo di quelle forze che desiderano realizzare riforme non gattopardesche. Al di là del dibattito ordinamentale, qual è la vostra diagnosi sullo stato di salute della giustizia italiana? Da dove partirebbe per riformarla? Se si dovesse fare una diagnosi completa sullo stato di salute della giustizia non si potrebbe che rispondere che purtroppo è gravemente malata e che necessita di molteplici interventi in molteplici direzioni. Il Comitato ha deciso di selezionare gli obiettivi elencati nello statuto ritenendo che una giustizia efficiente, prima che essere una giustizia veloce, sia una giustizia giusta. Va comunque sottolineato che il conseguimento di una giustizia giusta implica di per sé una maggiore celerità di chiusura dei procedimenti riducendo il numero di ricorsi in appello e in Cassazione. I critici hanno notato che al Comitato non hanno aderito tutti i magistrati che, durante la campagna elettorale per il referendum, hanno fatto attivamente propaganda per il Sì. C’è stata una spaccatura del fronte o i motivi sono altri? Non c’è stata alcuna spaccatura. Durante la costituzione del Comitato, nessuno dei magistrati facenti parte del gruppo dei magistrati per il sì ha mosso obiezioni specifiche né tantomeno ha evidenziato problemi di possibile politicizzazione. Assai più semplicemente, diversi colleghi avevano già deciso di mettersi gioco limitatamente al referendum, nel quale credevano fortemente e che consideravano “l’ultimo treno”. Altri, a causa del grande impegno profuso durante la campagna referendaria, hanno preferito non imbarcarsi in una nuova avventura immediatamente. Altri ancora hanno preferito non essere soci fondatori esprimendo la volontà di aderire come soci, cosa che di fatto stanno facendo. L’Anm si è subito posto come interlocutore della politica e di recente ha “battezzato” la neonata Camera forense per la Costituzione. Che ne pensa? Ritengo, come ho ripetutamente sottolineato durante la campagna referendaria, che la magistratura associata si comporti ormai come partito politico e come tale voglia interloquire, pur costituendo ciò un grave attentato allo stato di diritto. La scelta di parte degli avvocati di costituire la Camera forense per la Costituzione come naturale prosecuzione del Comitato Avvocati per il No e della Anm di battezzarla credo costituisca prova evidente di una alterazione degli equilibri e dell’ingresso di nuovi soggetti che intendono porsi come interlocutori politici. Non è come si chiama un organismo che lo qualifica, ma è l’attività concreta che svolge. L’Anm si chiama sindacato, ma si arroga diritti propri di un partito politico. Esiste oggi lo spazio - e soprattutto la volontà - per fondare un sindacato alternativo che rappresenti i magistrati non iscritti alle correnti tradizionali? La volontà esiste da molto tempo prima del referendum. Quanto allo spazio, purtroppo credo che al momento ve ne sia molto poco. I colleghi sembrano ormai troppo abituati ad utilizzare, o anche semplicemente ad accettare passivamente, le logiche correntizie di cui la Anm è ormai interamente permeata. Questa è la risposta che avrei dato a coloro che hanno contestato l’istituzione del Comitato ritenendo che invece si dovesse costituire una associazione. È chiaro che, se dovesse arrivare un numero consistente di adesioni al Comitato da parte di magistrati che volessero aderire alle nostre proposte dimostrando l’estraneità a logiche correntizie, certamente valuteremmo insieme a loro la costituzione di una associazione alternativa alla Anm che operi fuori dalle logiche politiche e correntizie e svolga attività meramente sindacale. Lei ha denunciato pubblicamente sui social di aver ricevuto messaggi minatori da parte di colleghi schierati per il “No”. Qual era il tenore di tali attacchi? Ha ritenuto opportuno procedere per vie legali o disciplinari per tutelare la sua onorabilità e l’indipendenza della sua funzione? Durante un’intervista a Radio radicale, il giorno stesso dell’esito referendario, ho dato lettura di un messaggio minatorio inviato all’interno di una chat di magistrati. Un collega scriveva testualmente: “Però chi ha sputato sull’ordine cui appartiene, sulla toga che indossa, su tutti i colleghi che fanno con onestà il lavoro, non può cavarsela, non deve cavarsela”. Circolavano altre frasi del medesimo tenore su chat, mailing list e Facebook. Non ho mai avuto alcun interesse a sporgere querela perché, come già dissi in una intervista a Il Foglio, non temo queste minacce. È ovvio che minacce di questo tenore non possono che essere riferite ad eventuali ritorsioni sul piano professionale. Ma io so di aver sempre fatto il mio lavoro. È chiaro che, laddove il contenuto di queste minacce si dovesse concretizzare, per esempio nel momento in cui mi si dovesse immotivatamente negare la settima valutazione, attualmente in corso, o dovesse essere avviato nei miei confronti un qualunque immotivato procedimento, allora sì che utilizzerei le minacce a ulteriore riprova della pretestuosità di qualunque provvedimento illegittimo. D’altronde, non sono nuova ad impugnare delibere del Csm né a vincere le relative cause. Niente permessi per vedere il figlio: la vendetta contro Cesare Battisti di Vincenzo Scalia L’Unità, 12 maggio 2026 La politica della coalizione governativa nei confronti della detenzione politica, si articola su due piani, distinti e allo stesso tempo complementari. Il primo è quella della vendetta. Chi ha un passato e un presente di militanza politica radicale, innocente o colpevole che sia, deve scontare fino in fondo la pena, con le vessazioni burocratiche a fare da castigo supplementare. Non conta che sia passato molto tempo, come nel caso di Leonardo Bertulazzi, l’ex-BR che da anni il governo Meloni tenta di volere estradare dall’Argentina. Il secondo livello è quella del monito. L’esistenza di detenuti politici serve due scopi precipui. Quello, orientato al passato, di condannare alla damnatio memoriae sia i militanti sia chi fa parte della cerchia larga di quella storia, per scoraggiarli da ogni rivendicazione e analisi critica del passato. Il secondo, orientato al presente, è rivolto a chi vuole portare avanti narrazioni e pratiche di attivismo radicale. La condanna a pene lunghe, il 41 bis, le vessazioni dell’apparato penitenziario, sono pronte per essere applicate a nuovi utenti. Il caso di Cesare Battisti, lo scrittore ex-militante dei PAC, arrestato in Bolivia il 12 gennaio 2019, rientra appieno nella tipologia delineata. Il suo arresto, avvenuto dopo 38 anni di latitanza, nel corso dei quali Battisti aveva tagliato i ponti col passato, diventando uno scrittore di successo, fu voluto pervicacemente dal governo gialloverde Conte-Salvini. Singolare connubio tra la vocazione manettara che contraddistingue i grillini e la tendenza al linciaggio di piazza tipica dei leghisti. L’allora inquilino del Viminale lo andò ad accogliere in aeroporto, per ostentarlo come un trofeo di guerra davanti ai suoi elettori. Per il Carroccio, la figura di Battisti, cortocircuita la delinquenza comune, per via delle rapine, con la sovversione politica, assurgendo a vera e propria minaccia per la maggioranza silenziosa che vuole ampliare il diritto alla legittima difesa e vorrebbe rimpatriare i migranti. Per queste ragioni si elude il fatto che Cesare Battisti sia arrivato a maturare la possibilità di godere dei benefici di legge. Quindi si respinge, oppure si tiene in sospeso, la sua richiesta di usufruire di permessi per vedere il figlio dodicenne, affetto da problemi psicologici. Si scavalca il suo diritto, in quanto ergastolano, di usufruire di una cella singola per esercitare la professione di scrittore, che esercita da anni, con successo a livello internazionale. Un detenuto, per il governo Meloni, è un delinquente, che va soltanto contenuto e privato di diritti. Se poi la sua detenzione è ascritta a motivi politici, va sottoposto a ulteriori angherie, come si è già avuto modo di vedere nel caso Cospito. Chi sta fuori deve sapere cosa li aspetta se si tira troppo la corda con l’attivismo e la mobilitazione delle piazze. O se si prova a contrastare le narrazioni dominanti sugli anni settanta. Coraggio, Cesare. Siamo con te. “Cesare Battisti non può vedere il figlio? Giusto, ha reso orfani molti bimbi” di Valentina Stella Il Dubbio, 12 maggio 2026 Potito Perruggini Ciotta, presidente dell’Osservatorio nazionale Anni di piombo: “Il rischio di fuga resta concreto, ma il legame familiare va tutelato: possibili soluzioni anche dentro il carcere per incontri più umani”. Il 28 aprile a Cesare Battisti è stato negato il permesso di incontrare il figlio fuori dal carcere di Massa, dove è rinchiuso per scontare l’ergastolo, come anticipato dal Manifesto. Il tredicenne, figlio dell’ex militante dei “Proletari armati per il comunismo”, da quando il padre è stato arrestato si trova in una situazione di estrema fragilità psicologica, peggiorata dalle visite effettuate in carcere. Da qui la richiesta, presentata dai legali Fabio Sommovigo e Marina Prosperi, di un faccia a faccia in un ambiente diverso da quello fatto di sbarre e muri alti. Tuttavia la Dnaa ha espresso parere negativo “in assenza del presupposto relativo alle “gravi esigenze familiari”. Anche secondo il ministero dell’Interno esiste un “concreto pericolo di fuga desumibile da tutta la sua lunga storia giudiziaria e processuale nella quale spiccano lunghi e prolungati periodi di latitanza e fughe sostenute da contesti radicali ed estremisti di supporto”. Il magistrato di sorveglianza dunque ha concluso: “Pur prendendo atto del percorso positivo posto in essere da Battisti nel corso della detenzione in Italia, con presa di distanza della pregresse condotte di banda armata e di eversione di matrice violenta, si ritiene che, allo stato, non sia ancora in atto il percorso di revisione critica della lunghissima condotta di latitanza allo scopo di sottrarsi dall’espiazione della pena inflittagli per la commissione dei gravi reati di sangue (quattro omicidi) e di elevato allarme sociale e pertanto appare ancora sussistente un concreto pericolo di fuga”. Eppure come ha ricordato lo stesso Battisti in una lettera inviata a La Nazione, “era dicembre del 2025, quando il magistrato di sorveglianza prometteva in videoconferenza la concessione di un primo beneficio che mi avrebbe permesso di riabbracciare mio figlio in libertà. Qualche ora appena, quel tanto da restituire a un ragazzo di dodici anni la speranza che non sarebbe stato impossibile, nemmeno per lui, potersi dire un giorno “ho un padre anch’io e oggi me lo porto a scuola come fanno tutti”. Siamo ormai ad aprile del 2026, mio figlio aspetta sempre una decisione del magistrato di sorveglianza, combattuto tra dovere e pressioni politiche avverse”. Quella decisione ora è arrivata. Due giorni fa il Giornale ha titolato: “Battisti dal carcere vuol vedere il figlio. L’ira delle vittime. L’Osservatorio: è un affronto a noi”. Si riferiva all’Osservatorio nazionale anni di piombo per la verità storica, presieduto da Potito Perruggini Ciotta, a cui abbiamo chiesto di specificare meglio la sua posizione rispetto al diniego del giudice di sorveglianza. “La decisione è comprensibile. Battisti non è un detenuto qualunque: ha una lunga storia di latitanza e di sottrazione alla giustizia italiana. Per questo il rischio di fuga non è astratto, ma concreto. Naturalmente resta il dolore per il figlio, e questo non va mai minimizzato, che comunque ha il permesso di incontrare regolarmente il padre. Nel rispetto del regime di detenzione del padre possono essere attuate azioni più idonee per migliorare la qualità del loro rapporto, come accade, ad esempio, per le madri in carcere. Può essere anche aumentata la frequenza di incontro in stanze più accoglienti. Proprio per questo andrebbero valutate tutte le soluzioni compatibili con il regime detentivo, per garantire un rapporto padre-figlio il più possibile umano e continuativo”. Non ritiene che impedendo l’incontro si crei anche un danno al figlio? “Il disagio del ragazzo merita attenzione, ma non si può parlare di un impedimento assoluto all’incontro. Il padre e il figlio possono vedersi in forme e luoghi compatibili con la detenzione, tutelando sia la relazione familiare sia le esigenze di sicurezza. Il punto non è negare il rapporto, ma gestirlo in modo responsabile”. Quando in casi come questo la sicurezza o altro dovrebbero prevalere sul senso di umanità? “In questo caso non vedo una mancanza di umanità. Vedo semmai una scelta di prudenza. Anzi, mi sorprende che il primo tema non sia stato quello di ampliare e migliorare le modalità di incontro con il figlio, invece di concentrare tutto sulla richiesta fuori dal carcere”. Nel vostro comunicato si invita a “non cadere nella trappola di far emergere il “lato umano” dei pluriomicidi, mentre si marginalizza la voce delle vittime”. Ma i due aspetti - dare voce alle vittime e umanizzare comunque la pena - non potrebbero convivere? “Sì, i due aspetti possono convivere. Ma a una condizione: che l’umanizzazione della pena non cancelli la gravità del male commesso. Sergio D’Elia è un esempio chiaro: non ha mai chiesto sconti di pena e continua a chiedere scusa pubblicamente per il dolore provocato. Per questo lo stimo e posso dire di considerarlo anche un amico. La differenza sta tutta lì: nella responsabilità assunta. Purtroppo, i bambini che ha reso orfani Cesare Battisti hanno ancora oggi ferite aperte per il grave dolore che lui gli ha procurato”. Lei è il nipote del brigadiere Giuseppe Ciotta, assassinato nel 1977 a Torino da Prima Linea. Oggi è appunto amico di Sergio D’Elia, ex di Prima Linea, segretario di Nessuno Tocchi Caino. Perché con lui è avvenuta una sorta di “riconciliazione” ma questa non è pensabile per Cesare Battisti? “Battisti ha scelto la fuga e una lunga latitanza durata circa trentasette anni, presentandosi per anni come rifugiato politico e non come persona che riconosceva le sentenze di uno Stato democratico. Inoltre, diversi suoi ex compagni sono ancora latitanti in Francia. In assenza di un reale passo di verità e di pentimento, la riconciliazione resta impossibile. Da anni con l’Osservatorio auspico che si possa istituire una commissione per la verità e la riconciliazione come quella che costituì Nelson Mandela. A tale scopo, anche l’istituzione del museo per le vittime del terrorismo, in itinere in commissione Cultura alla Camera per iniziativa del presidente Federico Mollicone, può diventare la prima pietra per edificare una Italia “unita e pacificata, onorando le vittime di ogni parte politica” come detto nel suo discorso di insediamento dal presidente del Senato Ignazio La Russa”. Stragi del 1992. Se trentatré giornalisti chiedono di ignorare la pista mafia-appalti di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 12 maggio 2026 Dalla trattativa con lo Stato al terrorismo nero: le piste infondate cambiano, la funzione di puntare sulle suggestioni e non sui fatti concreti. Entra in scena una lettera firmata da trentatré giornalisti siciliani, indirizzata al presidente Mattarella e alla presidente della Commissione antimafia Chiara Colosimo. Il senso è questo: la Commissione sbaglia a occuparsi di mafia-appalti, trascurando le altre piste sui mandanti, in particolare quella del terrorismo nero. Parliamo degli stessi giornalisti che in passato attribuivano le stragi a Berlusconi, poi si erano gettati sulla narrativa della trattativa Stato-mafia sponsorizzando il super-testimone patacca Massimo Ciancimino, il cui racconto è crollato tra condanne per calunnia e smentite processuali. Ora virano su Stefano Delle Chiaie, soprannominato “er caccola”. Domani, esaurita questa tesi, chissà. Il problema è che la logica di Cosa nostra, quella vera e documentata, non ha mai avuto bisogno di mandanti esterni per scatenare la stagione più brutale della sua storia. Ne aveva di interni, molto più concreti: la sopravvivenza economica dell’organizzazione, favorita dall’isolamento sistematico dei magistrati che la minacciavano. C’è una costante nella storia dei giudici uccisi dalla mafia prima di Falcone e Borsellino. Non è il terrorismo nero. È la delegittimazione dei colleghi. Gaetano Costa, procuratore capo di Palermo, viene assassinato il 6 agosto 1980 mentre sfoglia libri in via Cavour. Aveva firmato da solo i mandati di cattura contro il boss Rosario Spatola, perché i sostituti si erano rifiutati di mettere la firma. Al funerale non andò quasi nessun collega. Rocco Chinnici, con il quale si scambiava informazioni dentro un ascensore bloccato a mezza corsa, sarà ucciso con un’autobomba nel 1983. Falcone e Borsellino non erano un’eccezione. Erano l’ultimo capitolo di una storia con lo stesso copione da decenni. Con una novità: erano arrivati all’intera organizzazione, dagli omicidi fino alle grandi imprese quotate in borsa. Il maxiprocesso non era la conclusione ma un punto di partenza, che sarebbe poi dovuto passare per mafia-appalti. Un salto di qualità delle indagini al quale Riina rispose con la strategia terroristica. La riunione che nessuno vuole leggere - La decisione di uccidere Falcone e Borsellino non nasce da un intrigo tra neofascisti e padrini. Nasce da una riunione. Due riunioni. La prima si tiene tra settembre e ottobre 1991 nella provincia di Enna, dove i vertici della Commissione regionale di Cosa nostra discutono cosa fare dopo che l’esito del maxiprocesso è diventato chiaro. Il governo Andreotti, con Falcone al ministero, aveva prodotto leggi durissime. I Ros avevano depositato la loro informativa, la quale era arrivata nelle mani di tutti i mafiosi e altri soggetti coinvolti. E Falcone stesso, a un convegno nel marzo di quell’anno, aveva detto esplicitamente che per colpire la mafia serviva un coordinamento tra le procure sugli appalti, dove erano coinvolte, parole sue, anche aziende del nord. Lì Riina pronuncia la frase che Filippo Malvagna racconterà agli inquirenti: “Qua bisogna prima fare la guerra per poi fare la pace”. Lo stesso Antonino Buscemi, come racconterà Angelo Siino, dirà che Falcone li stava consumando. La seconda è di dicembre 1991, a casa di Girolamo Guddo ad Altarello di Baida, con la Commissione provinciale. È lì che vengono decisi i nomi: Falcone, Borsellino, Lima, Martelli. Ci sono nomi, date, luoghi, collaboratori con dichiarazioni convergenti: Giovanni Brusca, Salvatore Cancemi, Nino Giuffrè, Filippo Malvagna. La sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Catania del 2006 ha parlato di un “piano stragista” deliberato collegialmente, in cui quelle riunioni rappresentano “il preciso momento di perfezionamento” della volontà di morte. Il motore è il maxiprocesso, il quale aveva individuato l’esistenza della Commissione provinciale e la responsabilità collegiale per gli omicidi eccellenti. Per Riina era un disastro: non solo le condanne, ma il riconoscimento giuridico della struttura stessa. E mafia-appalti era il cuore economico di quella struttura, insieme al traffico di droga. Nel verbale del 7 dicembre 1992, il pm Vittorio Teresi ha fissato il pensiero di entrambi i magistrati: Lima e Guazzelli erano stati uccisi perché si erano rifiutati di cauterizzare il procedimento mafia-appalti. La procura di Palermo di Giammanco aveva chiesto l’archiviazione di quel dossier il 13 luglio 1992. Cinque giorni dopo, il 19 luglio, Borsellino è saltato in aria in via D’Amelio. Il 22 luglio il gip riceve la richiesta e la accoglie il 14 agosto. La procura di Caltanissetta guidata da Salvatore De Luca ha trovato elementi definiti “concreti, univoci, plurimi” per affermare che la gestione di quel procedimento è stata la concausa delle stragi. Quello che Borsellino aveva detto - Il 2 luglio 1992, diciassette giorni prima di morire, Borsellino incontra il giornalista Luca Rossi. Non è un’intervista ufficiale: è una conversazione. Rossi pubblica sul Corriere il resoconto solo due giorni dopo la strage. Quello che Borsellino gli dice è inequivocabile: pensa a una connessione tra l’omicidio di Lima e quello di Falcone, con il filo comune degli appalti. Il 18 luglio, l’ultimo sabato della sua vita, prende per mano la moglie Agnese e scende alla spiaggia di Villagrazia di Carini, senza scorta. Dopo un lungo silenzio, le dice: “La mafia mi ucciderà, ma saranno i miei colleghi e altri a permettere che ciò possa accadere”. Dai verbali del Csm del 1992 emerge anche un’altra voce: la sorella di Falcone riferirà che Borsellino “stava scoprendo cose terribili riguardanti la procura”. I trentatré giornalisti chiedono che si indaghi su piste diverse. Ma è Borsellino stesso, a pochi giorni dalla morte, a indicare quella pista, cristallizzata poi in tutte le sentenze sulle stragi. La Commissione presieduta da Colosimo ha scelto di occuparsi esattamente di questo, ascoltando chi lavora sui documenti senza suggestioni. L’attacco a quella procura ha una ragione precisa. De Luca e il suo pool hanno indagato ex magistrati della procura di Palermo, sviscerando omissioni e occultamenti che isolarono Borsellino. Aprire quel capitolo significa riscrivere pezzi interi della storia antimafia ufficiale, quella costruita in decenni di Commissioni precedenti che hanno inseguito mandanti esterni, trattative, presunte donne bionde e altra spazzatura depistante. Ora che si torna ai fatti documentati, arriva la lettera al Quirinale. A difendere la procura nissena è intervenuta l’Anm locale, ma il silenzio di quella nazionale e del Csm è assordante. I trentatré spingono verso la pista neofascista, quella che si regge su Alberto Lo Cicero, un collaboratore che in ventidue verbali non nomina mai Antonino Troia, condannato all’ergastolo per la strage di Capaci. Le sue parole su Delle Chiaie arrivano anni dopo, in contesti che non tengono. De Luca lo ha definito “zero tagliato”. Scomodare il Quirinale per questo evoca un precedente: il caso Minetti rilanciato dal Fatto Quotidiano su basi che non reggevano, che imbarazzò le più alte istituzioni senza riscontro. Stesso schema, casi diversi. Ed è singolare che questi giornalisti non chiedano alla Commissione ciò che più volte Il Dubbio ha sollecitato: rendere pubblici i manoscritti di Borsellino, la missiva indirizzata a Scarpinato, tutti i fascicoli di indagine, un approfondimento sui pentiti ascoltati nelle settimane prima della strage. Nessuno chiede spiegazioni su come mai il fascicolo Mutolo, contenuto nella borsa, sia finito in procura: un dettaglio che apre una domanda precisa, se la borsa fosse stata prima consegnata in procura e poi rimandata in questura. Ma la verità non interessa. Si attiva una gigantesca macchina del fango, si scrive al Quirinale, si perdono altri trent’anni. Il circo mediatico deve continuare. Lucca. C’è posto per 33 detenuti, ce ne stanno 92: tre persone in ogni cella “singola” di Federica Olivo huffingtonpost.it, 12 maggio 2026 Nella struttura, sorta in un ex convento, dopo la chiusura di una sezione il tasso di sovraffollamento ha raggiunto il 278%. L’avvocato Vincenzini (Antigone): “Le istanze di risarcimento per trattamenti inumani sono all’ordine del giorno”. Sorrentino (Uilpa): “Troppe carenze strutturali, sbagliato trasferire qui detenuti più pericolosi”. Ci sarebbe posto per 33 detenuti, la settimana scorsa ce n’erano 92. I dati aggiornati sul sovraffollamento del carcere di Lucca, il più sovraffollato d’Italia, sono ancor più drammatici dell’ultimo report ufficiale, quello Garante dei detenuti aggiornato a fine aprile. Se in quella data il tasso di affollamento era al 242% - contro il 139% a livello nazionale - negli ultimi giorni la percentuale di sovraffollamento nel carcere lucchese è addirittura aumentata al 278%. In ogni cella, che dovrebbe essere singola, ci sono tre detenuti. Una proporzione ormai ricorrente, quasi sistematica, che viene praticata da cinque anni. Da quando, cioè, una delle tre sezioni è diventata inagibile. L’aveva distrutta un gruppetto di detenuti difficili da gestire, trasferita a Lucca da carcere molto più grandi e con più personale. Nessuno l’ha più rimessa in piedi. E le conseguenze di questa inerzia non sono poche: “Le istanze di risarcimento per trattamenti inumani e degradanti sono all’ordine del giorno - racconta a HuffPost l’avvocato Enrico Helmut Vincenzini, referente di Antigone per la Toscana, che ha visitato il carcere l’ultima volta pochi giorni fa - e il problema non accenna a rientrare, nei giorni scorsi altre celle sono diventate inutilizzabili. L’alto numero dei detenuti rende più difficili le attività rieducative, che pure a Lucca erano ben organizzate”. Gli educatori nel penitenziario sono appena due, per ormai quasi cento detenuti. “Il personale - aggiunge Vincenzi - è tarato sulla capienza regolamentare, non su quella effettiva. E il fatto che sia così carente rende difficili le attività anche nella sezione a trattamento intensificato: quella destinata ai detenuti che dovrebbero fare più ore di attività di rieducazione. È evidente che numeri così alti compromettano ogni cosa. Il carcere di Lucca avrebbe potuto essere un’isola felice. Invece, con il sovraffollamento, è saltato tutto”. Aumentano i detenuti, diminuiscono le attività, si impenna il rischio di disordini. “Gli eventi critici dovuti alla convivenza forzata dei detenuti sono in aumento e gestirli è complesso in un contesto in cui ci sono almeno 20 agenti penitenziari in meno di quanti ne servirebbero”, dice a HuffPost Fabio Sorrenti, segretario provinciale Uilpa Polizia penitenziaria. Sorrentino lavora come agente penitenziario a Lucca del 1993 e ha visto la situazione progressivamente peggiorare. Di anno in anno. “Capita spesso che a Lucca, che è un carcere di terzo livello, destinato quindi a detenuti non particolarmente pericolosi, vengano trasferite persone da carceri di primo livello, destinati a detenuti più pericolosi. Ciò è sbagliato, perché comporta un peggioramento del clima. Che per le caratteristiche della struttura, così piccola da non avere neanche spazi per l’isolamento, diventa difficile da affrontare”. I problemi di convivenza sono la punta dell’iceberg. Spazi così piccoli comportano anche problemi sanitari e rendono quasi impossibile la gestione di un’altra emergenza delle carceri italiane: i detenuti con problemi psichiatrici non diagnosticati o non sufficientemente trattati. Il penitenziario sorge in un ex convento, costruito nel 700. Ha un chiostro che garantisce se non altro la possibilità di uno spazio aperto gradevole, per le cosiddette ore d’aria. Ma proprio perché si tratta di un edificio di almeno sei secoli, si fa molta fatica a rimetterlo a nuovo: “Ci sono infiltrazioni continue, umidità, problemi di risalita delle acque, caldaie che si rompono molto spesso. Fanno interventi di rattoppo, ma con tutti i soldi spesi per i singoli interventi avrebbero potuto costruire altre tre carceri”, chiosa amaramente Sorrentino. La situazione di Lucca è la punta dell’iceberg di un contesto sempre più drammatico: il numero dei detenuti in Italia ha superato nei giorni scorsi la soglia di 64mila a fronte di una capienza di meno di 50mila posti. In dodici mesi ci sono quasi 2mila reclusi in più. E il dato, alla luce dei tanti nuovi reati creati dal governo Meloni, difficilmente migliorerà nei prossimi mesi. Cosenza. Muore un detenuto, la Camera penale chiede l’accesso nella struttura cosenzachannel.it, 12 maggio 2026 Dopo il decesso avvenuto nella notte tra il 3 e il 4 maggio, la garante Emilia Corea e la Camera Penale sollecitano chiarimenti su assistenza sanitaria, presenza del medico di guardia e condizioni detentive dell’uomo. La morte del detenuto avvenuta nella notte tra il 3 e il 4 maggio all’interno della casa circondariale di Cosenza apre ora un doppio fronte di verifiche istituzionali e legali. Da un lato la Garante comunale dei diritti delle persone private della libertà personale, Emilia Corea, dall’altro la Camera Penale di Cosenza, che ha formalmente chiesto l’autorizzazione ad accedere all’istituto penitenziario. Nella richiesta inviata al direttore del carcere, al capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e al Provveditorato regionale della Calabria, la Camera Penale richiama esplicitamente il decesso del detenuto e la nota già trasmessa dalla garante comunale. Il Consiglio direttivo della Camera Penale chiede quindi, ai sensi dell’articolo 117 del Dpr 230/2000, di autorizzare una delegazione composta dagli avvocati del direttivo e dell’Osservatorio “Carcere” all’accesso nella struttura penitenziaria “in data che l’Amministrazione indicherà, preferibilmente non oltre il corrente mese di maggio”. La richiesta è stata trasmessa anche al ministro della Giustizia e ai garanti dei detenuti della Regione Calabria e del Comune di Cosenza “onde programmare l’eventuale, congiunto accesso carcerario”. A firmare il documento sono i componenti del Consiglio direttivo della Camera Penale di Cosenza: Alessandra Adamo, Valentina Spizzirri, Francesco Chiaia, Fabrizio Loizzo, Giuseppe Manna, Angelo Nicotera e Guido Siciliano, insieme al segretario Francesco Santelli e al presidente Roberto Le Pera. Parallelamente resta aperta la richiesta di chiarimenti avanzata dalla garante Emilia Corea, che nei giorni scorsi aveva sollecitato informazioni dettagliate sulle circostanze della morte del detenuto. Nella nota, la garante richiama i principi costituzionali relativi alla tutela della dignità umana, del diritto alla salute e del trattamento dei detenuti, facendo riferimento agli articoli 2, 3, 13, 27 e 32 della Costituzione, oltre alle norme dell’ordinamento penitenziario e alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Al centro delle richieste ci sono soprattutto le modalità dell’intervento sanitario. Secondo quanto riportato nella comunicazione, infatti, “diversi detenuti presenti all’interno della sezione” avrebbero riferito che “il medico di guardia non sarebbe stato presente al momento in cui la persona detenuta ha manifestato il grave malore che ne avrebbe successivamente determinato il decesso”. La garante sottolinea inoltre che, sempre secondo le segnalazioni ricevute, “il detenuto non sarebbe deceduto immediatamente”, elemento che renderebbe necessario “accertare con precisione la tempestività e l’adeguatezza dell’intervento sanitario prestato”. Da qui la richiesta di chiarire se, nella notte tra il 3 e il 4 maggio, fosse presente il medico di guardia previsto dai protocolli sanitari e quali siano stati tempi e modalità dei soccorsi. Emilia Corea chiede inoltre di sapere se siano state attivate le procedure di emergenza previste e se l’autorità giudiziaria abbia disposto autopsia o altri accertamenti medico-legali. Un ulteriore passaggio riguarda le condizioni fisiche del detenuto, descritto come “ultra sessantenne, costretto su sedia a rotelle e affetto, secondo quanto risulta, da plurime e rilevanti patologie”. La garante si interroga quindi sulle ragioni per cui l’uomo si trovasse ancora in regime di detenzione intramuraria nonostante condizioni cliniche che “appaiono, allo stato delle informazioni disponibili, potenzialmente incompatibili con il regime carcerario”. Nella nota vengono richiamati anche gli articoli 146 e 147 del codice penale sul differimento della pena per grave infermità fisica e l’articolo 47-ter dell’ordinamento penitenziario relativo alla detenzione domiciliare per motivi di salute. Sia la garante sia la Camera Penale chiedono ora piena trasparenza sui fatti accaduti e chiarimenti sulle condizioni sanitarie e organizzative dell’istituto penitenziario cosentino. Cagliari. Carcere di Uta, allarme sulla salute mentale dei detenuti cagliaripad.it, 12 maggio 2026 Caligaris: “Solo due psichiatre per 750 persone”. L’associazione Socialismo Diritti Riforme denuncia la carenza di psichiatri nella struttura cagliaritana: una sola specialista per centinaia di detenuti con disturbi psichici. Cresce la preoccupazione per le condizioni dell’assistenza psichiatrica nel carcere di Cagliari-Uta. A lanciare l’allarme è l’associazione Socialismo Diritti Riforme, che segnala una situazione ormai critica all’interno della Casa Circondariale “Ettore Scalas”, dove il numero di specialisti dedicati alla salute mentale sarebbe insufficiente rispetto alle necessità della popolazione detenuta. A intervenire è la presidente dell’associazione, Maria Grazia Caligaris, che riferisce di numerose segnalazioni ricevute da detenuti costretti ad attendere tempi molto lunghi per ottenere visite specialistiche. Secondo Sdr, nel penitenziario - che ospita mediamente tra 740 e 750 persone - una parte significativa dei detenuti presenta problematiche psichiche o legate alle dipendenze. Nonostante questo, sarebbero operative soltanto due figure professionali: una psichiatra dedicata ai disturbi mentali e un’altra impegnata nell’ambito delle dipendenze patologiche. “Desta viva preoccupazione la situazione della salute mentale nella Casa Circondariale “Ettore Scalas” di Uta dove, a fronte di quotidiani gravi atti autolesionistici, evidenti segnali di un forte disagio psichico, il numero degli psichiatri è gravemente deficitario”, afferma Caligaris. La presidente dell’associazione evidenzia inoltre un’apparente contraddizione nei dati relativi all’organico sanitario della ASL 8 di Cagliari. Secondo quanto riportato nel piano triennale del personale pubblicato dall’azienda sanitaria, al 31 dicembre 2025 risultavano infatti presenti 89 psichiatri. Per Sdr, un numero simile dovrebbe consentire un rafforzamento dell’assistenza anche negli istituti penitenziari, dove il disagio mentale tende ad aggravarsi a causa della detenzione e delle condizioni di isolamento. “È evidente infatti che la perdita della libertà - sottolinea la presidente - acuisce il disagio psichico esasperando i comportamenti disfunzionali”. L’associazione richiama l’attenzione anche sul crescente numero di episodi di autolesionismo e sui tentativi di suicidio che si registrano all’interno del carcere, fenomeni che, secondo Sdr, richiederebbero un intervento urgente sul piano sanitario e organizzativo. “L’auspicio - conclude Caligaris - è che le problematiche della salute mentale nel carcere di Cagliari-Uta, che ormai ha raggiunto uno stato emergenziale, possano trovare la massima attenzione da parte della Asl 8”. Rovigo. Il Pd: “Il carcere minorile? Va meglio ma ancora problemi” Corriere del Veneto, 12 maggio 2026 Il carcere minorile è in miglioramento ed episodi come la rivolta dello scorso aprile non si sono ripetuti ma le criticità restano. Lo hanno spiegato la deputata Pd Nadia Romeo e la collega romana di partito a Montecitorio, Michela Di Biase. Ieri hanno visitato l’istituto che attualmente ospita 17 detenuti, tre dei quali maggiorenni. “C’è miglioramento rispetto all’apertura dello scorso gennaio, quando il Minorile era ancora un cantiere - ha spiegato Romeo - ma le criticità permangono”. Le due parlamentari dem hanno evidenziato come siano presenti solo quattro educatori sui nove previsti, che mancano sette dipendenti amministrativi, che non c’è una mensa né per gli ospiti né per gli agenti penitenziari. Carenti anche gli agenti: da 47 in organico sono 40. “Porteremo queste criticità in Parlamento” hanno annunciato le due deputate. In visita anche Emanuela Pizzardo, candidata alle ultime Regionali per il Pd. “Spero che il partito apra al più presto al volontariato per organizzare il supporto necessario ai detenuti” ha detto. La chiosa politica dal commissario provinciale del Pd, Matteo Favero: “La sicurezza nelle carceri, soprattutto minorili, non può essere separata dall’attenzione alle fragilità. Servono interventi capaci di garantire ordine e legalità, ma anche sostegno umano, sanitario e sociale per detenuti e operatori di polizia penitenziaria. Solo con equilibrio tra sicurezza e inclusione è possibile costruire un sistema penitenziario più efficace, dignitoso e vicino ai principi costituzionali specie per realtà nei centri urbani, come nel caso di Rovigo”. Anche la sezione polesana dell’associazione italiana giovani avvocati (Aiga) ha aderito all’iniziativa nazionale, coordinata dall’osservatorio nazionale Aiga sulle carceri, visitando i due istituti del capoluogo. “Aiga - spiega la presidente polesana Giulia Silvestri - invita a soffermarsi sulla funzione di recupero di minori che provengono da contesti di disagio”. Pavia. Nuova vita dopo il carcere. L’Asst: integriamo i servizi di Manuela Marziani Il Giorno, 12 maggio 2026 “Il reinserimento dopo la detenzione è un problema etico oltre che sanitario”. Ne è certo Pierluigi Politi (nella foto) professore ordinario di psichiatria dell’Università di Pavia, direttore del dipartimento di salute mentale. Il tema è stato affrontato durante il convegno “Oltre le sbarre. Complessità della cura tra carcere e territorio” organizzato da Asst Pavia, in collaborazione con l’Università di Pavia, come momento di confronto sulle sfide assistenziali legate al sistema penitenziario. “Dopo la liberazione rimane lo stigma - ha aggiunto Politi. Alcune comunità terapeutiche non accolgono pazienti perché autori di reato”. Durante l’incontro l’attenzione è stata focalizzata sulla presa in carico delle persone con fragilità. “Dentro il carcere- ha sottolineato Giancarlo Iannello direttore socio sanitario Asst Pavia -, ci prendiamo cura di chi ha bisogno e fuori dal carcere ci sono i centri psicosociali.Negli ultimi due anni abbiamo potuto ricomporre le carenze e adesso abbiamo una capacità di risposta adeguata”. “La cura in carcere è complessa - ha ricordato il direttore generale Asst Andrea Fignani - perché caratterizzata da una popolazione con elevata vulnerabilità sanitaria. Asst Pavia sta portando avanti l’impegno su più fronti, tra i quali l’implementazione di procedure che permettano di proseguire le terapie anche dopo la scarcerazione. Solo attraverso l’integrazione tra sanità penitenziaria e territorio è possibile tutelare il diritto alla salute, favorendo il reinserimento sociale e riducendo il tasso di recidiva”. “È importante contribuire a costruire percorsi di cura capaci di tenere insieme salute, giustizia sociale, riabilitazione e reinserimento”, ha concluso Cesare Zizza, prorettore alla persona e al diritto allo studio dell’Università. Caserta. “A Castel Volturno non serve un Centro per i rimpatri, quei 43 milioni vengano usati per aiutare questo territorio” di Daniele Stefanini Corriere del Mezzogiorno, 12 maggio 2026 Diverse associazioni e anche la Chiesa contro la decisione del Governo di costruire un Cpr nella città che ha la maggiore presenza di residenti di origine straniera. A Castel Volturno, comune in provincia di Caserta tra i più alti per l’indice Ivsm (Indice di Vulnerabilità Sociale e Materiale), il governo ha intenzione di costruire un Centro di permanenza per il rimpatrio, anche conosciuto con l’acronimo Cpr. Nel bando pubblico, recentemente online su Invitalia, Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, si legge che il progetto costerebbe 43 min di euro. La notizia, caduta dall’alto sul territorio domiziano dalla Prefettura al Comune, ha mobilitato le varie realtà associative che da sempre lavorano con i migranti e la chiesa con il Vescovo di Caserta Mons. Pietro Lagnese. Castel Volturno conta 30mila abitanti, è la città italiana a registrare la maggiore presenza di residenti di origine straniera. Secondo i dati Istat aggiornati al 31 dicembre 2023, sul territorio castellano risiedono 5.328 immigrati regolari, dato che equivale al 16,93% dell’intera popolazione (29.524). Durante la giunta del sindaco Petrella (2019-2024) il Comune ha cercato di fare una stima del numero degli immigrati irregolari sul territorio. Essendo un operazione quasi contraddittoria, ovvero contare persone che a tutti gli effetti per l’amministrazione non esistono, si è pensato di farlo indirettamente: la misurazione della quantità di spazzatura prodotta sul suolo dell’intero paese, confrontandola poi con i valori medi di altri comuni che presentano un numero di abitanti simile a quello della città del litorale domizio. La stima di questa ricerca è stata di un numero pari a 21mila “invisibili”. “Come dice Papa Leone, gli immigrati sono spesso trattati peggio degli animali” dice il Mons. Lagnese, tra i primi a opporsi a quest’idea di progetto. Gli fanno eco in tanti, come Antonio Casale del Centro immigrati Fernandes che 30 anni lavora con i migranti a Castel Volturno: “Dopo che non siamo entrati nel Decreto Caivano, tutto ci saremmo aspettati fuorché 43mln di euro fossero destinati a questa opera (CPR) inutile e dannosa. Qui abbiamo esigenze basilari.” Sulla stessa linea Emergency - la Ong fondata da Gino Strada la cui missione è di garantire il diritto alla cura come fondamentale diritto umano - che, attraverso il suo coordinatore Sergio Serraino sul territorio dice: “Abbiamo constatato quanto il regime detentivo all’interno dei Cpr impatti sulla salute delle persone che li vengono rinchiuse”. I Cpr sono luoghi di detenzione temporanea ai fini del rimpatrio della persona soggetta a provvedimento di espulsione dall’Italia. La persona interessata può essere detenuta al massimo per 18 mesi. Dopo questo periodo se non è stato possibile attuare il provvedimento di espulsione, il detenuto deve essere rilasciato con un “foglio di via” e deve lasciare il paese entro una settimana. Sul territorio nazionale ce ne sono 10 - Milano, Gradisca d’Isonzo (Go), Ponte Galeria (Roma), Palazzo San Gervasio (Pz), Macomer (Nu), Brindisi, Bari, Trapani, Caltanissetta e Torino -. Dal 2024 il governo italiano dispone di un CPR in più da 144 posti a Gjader, in Albania. Finanziato con 170 mln di euro di soldi pubblici. Secondo i dati del Tavolo asilo e immigrazione (Tai) presentati a gennaio 2026, la complessità dei Cpr potrebbe contare di 1238 posti. La realtà è diversa perché come sostiene l’Asgi (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione) il 45% di queste strutture è inagibile per mancanza di manutenzione, degrado e danni provocati dalle rivolte. Le persone ad oggi trattenute nei Cpr sono 546, numero molto inferiore alla capienza effettiva e inferiore anche di quella reale, al netto dei problemi strutturali, di 672 posti. Il governo, rappresentato da l’On. Giampiero Zinzi - Commissario regionale della Lega in Campania - si dice aperto al dialogo anche se è netto sull’intenzione: “È evidente che Castel Volturno ha il record nazionale di immigrati irregolari e la decisione non può che essere un Cpr”. Mentre il sindaco, Pasquale Marradino, che ha definito “doccia fredda” la notizia comunicatogli dalla Prefettura della futura opera, incontrerà il Ministro Piantedosi a metà mese per prendere visione dei dettagli del progetto. Bologna. Proteste contro il villaggio per senzatetto in memoria del ragazzo morto a Crans di Filippo Fiorini La Stampa, 12 maggio 2026 Raccolta firme dei residenti per fermare il progetto dedicato a Giovanni Tamburi. Il padre: “Occasione persa”. Il bel gesto di Giuseppe Tamburi, è stato rifiutato dai sobborghi di Bologna: l’imprenditore aveva annunciato di voler creare un centro di accoglienza per senzatetto in memoria del figlio Giovanni, morto a soli 16 anni nel rogo di Capodanno a Crans-Montana. Lo aveva deciso dopo aver scoperto che il ragazzo aiutava segretamente un clochard. Concordato con il Comune il piano per quello che avrebbe dovuto essere un villaggio d’accoglienza, e scelto uno dei luoghi possibili in cui si sarebbe potuto realizzare, la risposta dei residenti è stata negativa: giocando d’anticipo, è stata iniziata una corposa raccolta firme per impedirne la costruzione. “Sono molto dispiaciuto - ha detto l’uomo, che avrebbe contribuito di tasca propria alla pianificazione e la messa in opera, di concerto con il Municipio - forse i cittadini non hanno capito cosa vorremmo realizzare. Se vedessero il villaggio terminato, sono certo che la penserebbero in modo diverso. La struttura che vorrei far nascere nel nome di mio figlio è qualcosa di completamente differente dai container che c’erano prima, i cui inquilini davano spesso luogo a problemi di vario tipo. Si parla di una struttura con casette molto belle, attrezzate. Il mio progetto va proprio nella direzione contraria al degrado”. Il quartiere Lazzaretto, è uno dei più problematici di Bologna. Si trova alle spalle della stazione centrale, verso la periferia e confina con la realtà multietnica de la Bolognina, spesso protagonista delle cronache locali. Stando alle voci raccolte in strada, residenti e negozianti sono convinti che la struttura attirerebbe altri sbandati, invece di dare una possibilità di riscatto a chi vive per strada. Matteo Di Benedetto, capogruppo della Lega in consiglio comunale, ha raccolto questa istanza, dicendo: “Basta decisioni calate dall’alto, chi vive al Lazzaretto lamenta da tempo problemi di sicurezza, furti, situazioni di degrado”, e ha chiesto l’apertura di tavoli di confronto, per trovare un luogo più adatto in cui aprire il cantiere. L’assessore alla sicurezza della giunta di Matteo Lepore (Pd), Matilde Madrid, ha innanzitutto ringraziato la famiglia Tamburi per l’iniziativa, poi, ha spiegato che si sta cercando di creare “un villaggio con caratteristiche di abitabilità, non solamente moduli per dormire, ma una vera e propria accoglienza quasi domestica” e precisato che il quartiere del Lazzaretto è una delle possibilità al vaglio, insieme ad altre aree. Questa è oggi la città che, da quando sette secoli fa abolì per legge la schiavitù, fa punto d’onore della propria ispirazione progressista e solidale. Ferrara. “Vivicittà” approda in carcere. Una corsa per rompere le barriere di Mario Tosatti Il Resto del Carlino, 12 maggio 2026 La corsa come momento d’inclusione sociale. All’interno delle mura della casa circondariale “Costantino Satta” di Ferrara, si terrà lunedì 18 maggio dalle 9.30 l’appuntamento sportivo e d’integrazione denominato ‘Vivicittà in carcere’ nell’ambito del progetto sociale ‘Le Porte Aperte’, promosso da Uisp Ferrara e patrocinato dal Comune. I dettagli sono stati illustrati ieri nella residenza municipale. Erano presenti l’assessora comunale Cristina Coletti e il referente del progetto Uisp Ferrara Andrea De Vivo. Coletti ha sottolineato: “Vivicittà in carcere rappresenta un’iniziativa di grande valore sociale e umano, capace di creare occasioni concrete di inclusione. Attraverso attività come questa si rafforza il legame con la comunità esterna e si promuovono percorsi positivi di partecipazione e crescita personale. Il Comune di Ferrara ha sostenuto l’attività con un contributo di 7.500 euro. Un ringraziamento a Uisp Ferrara per l’impegno, la sensibilità e la continuità con cui porta avanti progetti di alto valore sociale sul nostro territorio. Un grazie anche alla Casa Circondariale e a tutti gli agenti che vi operano per l’importante realizzazione di progetti che impattano positivamente sulla vita dei detenuti”. L’evento si terrà lunedì 18 maggio dalle 9.30 all’interno del perimetro della casa circondariale, i partecipanti effettueranno quattro giri per complessivi 3,2 km, con proclamazione del vincitore e podio. Al via un gruppo di detenuti del penitenziario, oltre ad atleti del podismo ferrarese. Ospiti d’eccezione Iliass Aouani, primatista nazionale, campione europeo e bronzo mondiale di maratona, Elisa Clementi vincitrice del Vivicittà 2026, Massimo Magnani, tecnico nazionale Fidal. Venezia. Punto dopo punto. Quando la moda cuce abiti e possibilità di Alessandra Zauli Elle, 12 maggio 2026 Sartoria della Casa di Reclusione Femminile della Giudecca, Banco Lotto N° 10, forma le ristrette trasformando il lavoro artigianale in mestiere e prospettiva. E l’8 maggio ha sfilato a Venezia, tra manifattura locale e inclusione. La Moda può essere molte cose; sistema culturale e industria, differenziazione e omologazione, desiderio e anteprima del reale. Può raccontare un’epoca, costruire identità, progettare delle corazze di stile per presentarsi al mondo. Più raramente, riesce a tenere insieme estetica e responsabilità, gesto creativo e impatto reale. Come un timbro preciso che passa attraverso il rumore secco di una macchina da cucire, come il gesto ripetuto del taglio, o la disciplina del punto che tiene insieme ciò che rischiava di disfarsi. Come un riscatto personale che passa attraverso l’abilità riconosciuta (e retribuita) di fare un vestito, tra estro e tessuti preziosi, tra prove ed errori che, un punto alla volta, possono ricucire guardaroba così come animi. Così è Banco Lotto N°10 una sartoria attiva all’interno della Casa Circondariale Femminile della Giudecca, a Venezia, dove il fare abito coincide con il costruire competenze e, soprattutto, prospettive. Un progetto di moda etica e giustizia riparativa dove il lavoro sartoriale smette di essere terapia simbolica per diventare mestiere e reddito, con le mani a sporcarsi di tecnica; imparando, sbagliando, correggendosi, insistendo. Ideata nel 2003 dalla Cooperativa Sociale Il Cerchio Onlus che da oltre vent’anni opera a favore di ex detenuti e detenute, promuovendo percorsi di inclusione lavorativa e sociale in collaborazione con enti pubblici e aziende private, la sartoria è un ponte tra il dentro e il fuori, uno strumento concreto in cui la Moda - per riagganciarsi a ciò che dicevamo all’inizio - acquista un altro significato ancora; mezzo di espressione e di libertà, strumento per riscoprire il proprio talento attraverso l’apprendimento delle tecniche di taglio e cucito che qui vengono insegnate da una coordinatrice coltivando al contempo la creatività individuale di ciascuna delle ristrette. Gli esiti di questa inventiva, nonché del saper fare appreso che confeziona artigianalmente e rifinisce a mano ogni abito, si ammireranno l’8 maggio quando il cinquecentesco Padiglione delle Navi del Museo Storico Navale, si trasformerà in setting per Una per una. Moda come rinascita. Seta, tradizione e artigianato veneziano, la sfilata di Banco Lotto N°10 che condurrà in passerella la tradizione veneziana e quella manifattura locale nate dalle sarte del carcere femminile della Giudecca, guidate dalla direzione artistica di Margherita Uliana. A introdurre il défilé sarà la curatrice internazionale di arte contemporanea Ute Meta Bauer, a sottolineare la dimensione culturale oltre che sartoriale dell’evento, mentre la conduzione spetterà a Carolina Valmarana, di Villa Almarana ai Nani. In pedana, invece, modelle non professioniste e le Marie del Carnevale di Venezia, un pezzo del folklore della città a farsi qui simbolo di continuità culturale e inclusione, e la cui Associazione supporta per la prima volta il fashion show di Banco Lotto N°10. E se ci si aspetta il solito cliché di una moda sociale con poco mordente, occorrerà ricredersi osservando i trenta capi che sfileranno all’Arsenale e di cui vedete qui qualche piccola anticipazione: tra sete chartreuse e motivi floreali, tra scollature à la Bardot e volumi sbuffanti in linea alle tendenze del momento. “Ogni punto racconta anni di formazione, di cura, di orgoglio artigianale ma soprattutto della ricerca di una seconda chance - spiega infatti la direttrice artistica Margherita Uliana nella cartelletta stampa -. Protagoniste del progetto sono le ristrette che vivono in condizioni di marginalità sociale: qui hanno l’occasione di acquisire delle nuove competenze tecniche e professionali. Ogni capo Banco Lotto N°10 è realizzato artigianalmente e rifinito a mano da queste donne”. A corollario del défilé poi, il primo lookbook realizzato in collaborazione con il Mozarteum di Salisburgo, una tra le più rinomate università di musica e di arti performative al mondo, che verrà presentato durante la 83ª Mostra del Cinema di Venezia e vedrà protagoniste le Marie del Carnevale che, scattate dagli studenti dell’università austriaca negli angoli più suggestivi di Venezia, interpretano i capi della collezione. Mentre il Festival di Salisburgo ospiterà dal 17 luglio al 30 agosto il primo pop-up store di Banco Lotto, che tornerà al Lido di Venezia in occasione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, per poi viaggiare verso Vienna a dimostrazione dell’attitudine cosmopolita del progetto, Venezia vedrà il debutto di una nuova boutique. Uno spazio tailor-made progettato grazie al supporto di un pool di architetti provenienti da diverse parti del mondo sotto la regia di Alfredo Brillembourg, Leone d’Oro 2012 della Biennale di Architettura di Venezia. “L’idea progettuale - racconta Adriano Toniolo, consigliere della Cooperativa Sociale Il Cerchio che gestisce il progetto - è di creare un luogo d’incontro tra chi produce capi con le mani e chi cerca oggetti di alta sartoria con un’anima”. Punto dopo punto, per una moda che cuce abiti e, soprattutto, possibilità. La Costituzione secondo Polito: di tutti, radicata, quindi riformabile di Stefano Ceccanti Il Dubbio, 12 maggio 2026 Il libro di Antonio Polito “La Costituzione non è di sinistra. Contro l’uso politico della Carta” merita davvero un’attenta lettura. L’Introduzione parte da una citazione di Claudia Mancina che è già una guida alla lettura: “La Costituzione non è un bambino inerme che ha bisogno di essere difeso. È forte e solida, ha bisogno di essere rispettata e attuata, magari studiata”. La tesi di fondo, contro letture catastrofistiche e faziose, è quella per la quale “i principi fondamentali, espressi nella prima parte, si sono radicati nell’opinione pubblica anche di più e meglio di quanto pensassero gli stessi costituenti”. È quindi sbagliata la prospettiva di chi, ritenendola obsoleta, pensa riscritture integrali, a nuove assemblee costituenti; ma è anche sbagliata la posizione di chi ne teorizza l’immobilismo come se ci fosse un legame indissolubile tra i principi e le scelte storicamente condizionate nella parte organizzativa. Polito sceglie quindi la linea riformista secondo la quale la fedeltà ai principi richiede anche un’innovazione dei mezzi. La prima parte si intitola “la Costituzione rapita” e reagisce, sulla base dell’attenta lettura dei testi ed anche, in modo molto puntiglioso, dei lavori preparatori, ad alcune interpretazioni erronee ma diffuse, come quella che isolando le prime parole dell’articolo 11 ne farebbe derivare l’opzione per un pacifismo assoluto con conseguente neutralismo, quando invece scelte di fondo come l’adesione alla Nato o l’intervento in Serbia nel 1999, ossia scelte di legittima difesa, appaiono coerenti con la Costituzione. Più in generale la tentazione di interpretazioni di parte, che concedono a sé stessi di operare interventi sulla Costituzione che si negano invece ad altri ritenendoli illegittimi, è forte soprattutto a sinistra perché, a causa di come si sono formati gli schieramenti nel secondo sistema dei partiti, lì si è raccolto il personale politico di vertice più vicino alle forze che hanno dato vita al patto originario. Ma la forza della Costituzione consiste nel fatto che essa era ed è la Carta di tutti e, in realtà, le forze di centrodestra nel secondo sistema dei partiti hanno finito per raccogliere il consenso delle componenti moderate degli elettori dei partiti di Governo della prima fase della Repubblica. Delegittimarli come esterni al patto costituzionale non significherebbe quindi delegittimare quei partiti, ma la Costituzione medesima: ove si ritenesse che quasi la metà degli italiani votino dopo tanti decenni per forze non costituzionali essa avrebbe fallito e non si sarebbe affatto radicata. Una grave eterogenesi dei fini spesso inconsapevole. La seconda parte, “La Costituzione di sinistra” descrive le ragioni di lungo periodo di questa semplificazione, di questo rischio di ridurre la forza della Carta, forte perché compromesso alto, trasformandola in programma politico di una parte, a partire dalla nozione di “arco costituzionale” che serviva nel primo sistema dei partiti a bilanciare la conventio ad excludendum del Pci dal governo, per il legame residuo con l’Urss, con la conventio ad consociandum su alcune scelte fondamentali di politica legislativa in modo da tenere opportunamente unito il sistema in quella fase. È però un periodo ormai chiuso per certi versi perché ha avuto successo. Con i primi anni Novanta la spinta dal basso per il superamento di un proporzionalismo ormai anacronistico e impotente e le inchieste di Mani Pulite azzerano il primo sistema dei partiti, la Costituzione sembra però restare orfana, anche se nella realtà è vero il contrario: l’alternanza è possibile perché la grande frattura della Guerra Fredda è superata, non c’è più bisogno di bilanciare le due storiche convenzioni. Nella convulsa transizione, conclusa la fase della sinistra di classe, quest’ultima sembra rigenerarsi in nome di una lettura della Carta tutta centrata sui diritti, su una loro espansione incontrollata, dimenticando che la Carta li collega a doveri inderogabili, che hanno alle spalle dei valori e si incarnano in istituzioni e in un loro equilibrio. Invece il richiamo ai soli diritti rischia di squilibrare alla fine i poteri fatalmente a favore del giudiziario oltre che andare a scontrarsi coi limiti di espansione della spesa pubblica. La parte terza, “La Costituzione sgradita” segnala alcune oscillazioni culturali in cui si esprime il passaggio dalla Costituzione compromesso alla Costituzione di parte, a partire appunto dal tentativo di legittimare un’espansione incontrollata del potere giudiziario e dentro di esso dei pubblici ministeri: “Nel 1947 la sinistra non si fidava dei magistrati e avrebbe preferito ‘il popolo’ al loro posto, ma da un certo punto in poi ha cominciato a fidarsi più dei magistrati che del popolo”. Si ritorna poi puntualmente sull’articolo 11 e sulla fusione dei due commi originariamente distinti (ripudio della guerra e cessione di sovranità) per rimarcare la volontà di collegare il ripudio della guerra di aggressione alla legittima difesa da assicurare sul piano internazionale, nonché la netta bocciatura a grande maggioranza in due diverse votazioni di testi del socialista Cairo contro il servizio militare obbligatorio e per la neutralità perpetua. Al termine della ricognizione dei testi e delle culture politiche dei Costituenti, che affondavano le radici in una Resistenza anche armata, Polito quindi conclude che “Attribuire ai costituenti la volontà di negare aprioristicamente all’Italia l’uso della forza armata e dunque di interpretare l’art. 11 come la rinuncia a ogni forma di difesa della nostra nazione o di qualsiasi altra aggredita dalla volontà di conquista di uno Stato in armi, è totalmente infondata”. Polito passa quindi a illustrare quanto le tensioni della Guerra Fredda abbiano creato in quella fase un sistema istituzionale iper-garantistico, allora logico ma che poi si è trasformato in un serio limite, a partire dal bicameralismo ripetitivo. Non riuscendo a riformarlo, le varie forze politiche hanno finito per eluderlo, attraverso il cosiddetto monocameralismo di fatto, oramai esteso anche alle leggi di bilancio. In assenza di riforme i sistemi non restano uguali, ma trovano vie patologiche di assestamento e sarebbe esercizio vano pretendere che ciò non accadesse. Il problema è che riforme a maggioranza vengono rigettate e che quelle condivise non si riescono a fare non per mancanza di proposte ragionevoli, ma perché la delegittimazione reciproca persiste. Almeno per una certa fase il richiamo ragionevole di Polito, a riforme coerenti coi principi che sono effettivamente condivisi nonostante le faziosità di vertice, sembra destinato a non essere ascoltato. È però bene che non se ne smarriscano i fondamenti culturali in una lettura corretta della Costituzione come Carta di tutti. La forza di Antigone, da Siracusa alla Groenlandia di Gennaro Grimolizzi Il Dubbio, 12 maggio 2026 Siracusa, città del dialogo e dei diritti. L’iniziativa “Antigone e il suo paradosso”, organizzata dal Consiglio nazionale forense e dalla Fondazione dell’avvocatura italiana, in collaborazione con l’Unione degli Ordini Forensi di Sicilia e il quotidiano Il Dubbio, ha riscosso successo tra gli avvocati giunti ad Ortigia da tutta Italia e tra gli appassionati di geopolitica. È stata la dimostrazione della qualità della proposta anche culturale della Fai con dibattiti di alto livello. Tra i relatori intervenuti presso il “Siracusa International Institute” anche Tillie Martinussen, già parlamentare del Partito della Cooperazione della Groenlandia, definita la “donna che ha sfidato Trump”. “La presenza di Martinussen - ha evidenziato il vicepresidente della Fondazione dell’avvocatura italiana, Vittorio Minervini - ha rafforzato il carattere internazionale dei dialoghi di Siracusa. I relatori hanno offerto un quadro ancora più chiaro su quanto sta accadendo nel mondo, a partire dal Medio Oriente e dall’Iran”. Quest’anno il dibattito sui diritti e in particolare sul diritto internazionale “tradito” ha consentito di accendere i riflettori sulla Groenlandia, un territorio sette volte più grande dell’Italia con 56 mila abitanti, verso il quale il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha rivolto grandi attenzioni per impossessarsi delle risorse del sottosuolo e delle terre rare. “Stiamo assistendo - ha detto Minervini - all’interruzione di alcune linee che rimarcavano con precisione il diritto pattizio. Nel suo ultimo libro l’ex sottosegretario agli Esteri di qualche legislatura fa, Gianni Vernetti, pone all’attenzione del lettore la nuova sfida fra le democrazie di Europa, Asia e America e le autocrazie di Cina, Russia, Iran, con gli Stati Uniti di Trump come incognita in trasformazione. Ora in alcune parti del mondo prevalgono la forza e la protervia. Quando abbiamo pensato all’iniziativa di quest’anno a Siracusa, abbiamo trovato Antigone nella persona di Tillie Martinussen, già parlamentare groenlandese, che ha fatto un discorso meraviglioso di opposizione alle mire di Trump. Tillie ha raccolto subito il nostro invito: un motivo d’orgoglio per la Fai e per tutta l’avvocatura italiana”. Il consigliere Cnf Nello Cosimato ha richiamato la figura di Antigone, collegandola al conflitto tra legge divina e legge umana: “Antigone rappresenta la legge naturale e ignora la necessità dello Stato. Creonte ignora l’importanza della famiglia rispetto ad un atto gravissimo, commesso dal fratello di Antigone, ovvero di aver preso le armi contro la propria città. Hegel definisce Antigone come “l’eterna ironia della comunità”, perché un’azione pur etica sovverte l’ordine pubblico, evidenziando le contraddizioni dello spirito greco. La vicenda di Antigone richiama la disobbedienza civile di fronte alle leggi dello Stato ritenute ingiuste”. All’inizio dell’anno, quando il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha detto di volersi prendere la Groenlandia, definendola “un pezzo di ghiaccio”, Tillie Martinussen ha pronunciato un accorato discorso in difesa della propria terra. “Difendere la Groenlandia - ha ricordato a Siracusa Martinussen - è stato doveroso. Donald Trump non ha avuto la sensibilità di considerare la nostra storia e i trattati che già regolano i rapporti tra Groenlandia, Danimarca e Stati Uniti. Partendo da queste considerazioni, sono intervenuta a difesa della mia terra e del mio popolo e ho contestato le dichiarazioni di Trump. Penso che sia stata una cosa giusta e necessaria, per dare voce ai groenlandesi e che ha consentito di rimarcare l’amicizia e l’alleanza con gli Stati Uniti, in virtù di un trattato ancora in vigore. I miei nonni hanno combattuto nella resistenza danese contro i nazisti. Certe situazioni sembrano riproporsi in alcuni momenti della Storia”. Donald Trump non è considerato in Groenlandia credibile. “L’amicizia e l’alleanza con gli Stati Uniti - ha affermato Martinussen - risalgono a molto tempo fa, ma credo che sia difficile ricostruire i rapporti di un tempo. Credo di interpretare il pensiero di tantissime altre persone qui in Groenlandia, dopo quello che ha dichiarato nei mesi scorsi Trump. Quando si è espresso sulla Groenlandia, il presidente statunitense non è stato affatto rispettoso. È stato offensivo, ci ha considerato come dei soggetti che si possono comprare. In sostanza ci ha voltato le spalle. Il popolo groenlandese è molto orgoglioso, siamo fieri della nostra identità. Trump ci ha descritti come se fossimo un popolo di cui non tenere conto, Ha detto che la Groenlandia è un “pezzo di ghiaccio”. Basta ricordare queste affermazioni per comprendere che non ci si può fidare di lui e dell’amministrazione che guida”. Secondo Paolo Bargiacchi (Università “Kore” di Enna), il diritto internazionale non è in crisi. “La Groenlandia - ha osservato l’accademico -, a mio avviso, non è Antigone, se vogliano fare un paragone, perché ha pienamente ragione sul piano del diritto internazionale. Trump non è neanche Creonte. Quest’ultimo il diritto lo rispettava, mentre il presidente degli Stati Uniti non si impegna affatto in questo senso”. Spesso si tende a minimizzare il ruolo di alcune Corti. “Le norme - ha aggiunto il professore di diritto internazionale dell’Università “Kore” - sono importanti e la loro violazione determina un crimine internazionale. La minaccia del principio di autodeterminazione è già un fatto, considerate le dichiarazioni di Trump. La Corte internazionale di giustizia, pertanto, nell’attuale contesto è una garanzia. È uno strumento utile anche se spesso viene sottovalutato il suo lavoro. La reazione comunitaria serve perché sul piano giuridico permette di fotografare una condotta illecita”. Mattia Diletti, professore di Sociologia dei fenomeni politici nell’Università La Sapienza, si è soffermato invece sui mutati scenari internazionali con la vittoria di Trump nelle elezioni presidenziali del 2024. “Negli ultimi mesi - ha commentato Diletti - abbiamo discusso più di una volta della fine dell’ordine politico della globalizzazione, della fine di un mondo o della fine di un modello di regolazione delle relazioni internazionali. Questa volta pare si abbiano davvero le prove: siamo dentro una fase di transizione da un ordine mondiale a un altro. Conosciamo cosa ci siamo lasciati alle spalle, ma non sappiamo cosa ci troveremo davanti. Per questo la discussione di Siracusa su “Antigone e il tradimento del diritto internazionale” è così importante, quanto meno per provare a mettere ordine cognitivo dove ordine non c’è”. Cittadinanza attiva. Il nostro grazie alla società della fiducia di Elisabetta Soglio Corriere della Sera, 12 maggio 2026 Tante energie nella quattro giorni dedicata a “Insieme. La società della fiducia”. Sacco (Forum): “Aprirsi agli altri non è utopia, ma forza di cambiamento”. È un grazie corale quello che vogliamo dire a tutte le persone che hanno costruito, reso possibile e seguito l’ottava edizione di Milano Civil Week, che si è conclusa domenica scorsa a Milano. Come ben sintetizza Rossella Sacco, portavoce del Forum terzo settore milanese che dal suo inizio organizza l’evento con Corriere della Sera - Buone Notizie e con il Comune di Milano, “incontri, dialoghi, approfondimenti hanno raccontato che rafforzare le relazioni, scegliere di stare insieme, fidarsi gli uni degli altri non è un’utopia, ma una forza concreta, capace di incidere sui cambiamenti del nostro tempo”. Oltre al palinsesto proposto dal Corriere a Palazzo Giureconsulti di Milano e trasmesso in diretta streaming su Corriere.it, la città metropolitana “si è riempita di vita: energie, relazioni, emozioni si sono intrecciate in modo autentico, dimostrando quanto il coinvolgimento delle persone e delle comunità possa rendere vivo un territorio e generare legami profondi”. Per questo sentiamo di dover ribadire il nostro “grazie”: anzitutto a tantissime donne e uomini che hanno speso tempo e passione attorno ad un progetto che si costruisce in tanti mesi di lavoro. Poi a tutte le ospiti e gli ospiti che hanno accettato di farne parte (gratuitamente) condividendo il senso e il valore di quanto abbiamo cercato di raccontare. E infine a chi ogni mattina aggiunge il proprio tassello alla società della fiducia: al mondo del Terzo settore, alle imprese e cooperative sociali che con progetti sempre più coraggiosi e visionari rendono possibile l’integrazione, a chi lavora nelle scuole, negli ospedali, nelle carceri cercando di occuparsi dei bisogni delle persone e non solo del rispetto dei protocolli, a chi fa azienda non cercando soltanto il proprio profitto ma usando un atteggiamento di reale responsabilità nei confronti di dipendenti, clienti e territorio e ambiente, agli amministratori capaci di costruire reti e a tanti altri ancora. Questa è la società della fiducia. Fine vita, “ora basta”: l’opposizione vuole il ddl subito in aula di Eleonora Martini Il Manifesto, 12 maggio 2026 Suicidio medicalmente assistito Il testo base della maggioranza in stallo al Senato dal luglio 2025. Forza Italia in fibrillazione. Passati oltre due anni dal momento dell’assegnazione alle commissioni riunite Giustizia e Sanità del Senato, dopo svariate vicissitudini e superata pure la lunga riflessione del comitato ristretto durata ben sette mesi, il ddl sul Fine vita si trova ora a un ennesimo punto di svolta. Oggi la conferenza dei capigruppo dovrà decidere se continuare a tenere in stallo il testo base messo a punto dai relatori di maggioranza Zanettin (FI) e Zullo (Fd’I), che in quella sede perdura dal luglio 2025 senza neppure aver avviato la disamina degli emendamenti, o fissare sul calendario una data per l’esame del ddl direttamente in Aula, senza relatori. Con tutti i rischi che anche questa seconda strada comporta: quel testo base infatti “cancellerebbe i diritti conquistati grazie alle azioni di disobbedienza civile e alla sentenza Dj Fabo - Cappato della Corte costituzionale”, come sostiene l’Associazione Coscioni che ieri ha proposto di portare subito in assemblea, invece, “la legge di iniziativa popolare “Eutanasia legale” sottoscritta da oltre 74.000 cittadini, depositata 10 mesi fa, sostenuta da un mobilitazione che ha coinvolto altri 25.000 cittadini, ma tuttora mai presa in esame dal Senato, nonostante gli obblighi di trattazione delle iniziative popolari derivanti dal Regolamento in vigore a palazzo Madama”. A premere per la calendarizzazione del ddl in Aula è tutta l’opposizione, Pd in testa, che presenterà oggi formale richiesta. Lo scontro tra gli schieramenti però è già iniziato perché la maggioranza teme il passaggio nella plenaria, consapevole che in caso di scrutinio segreto - previsto per i temi etici durante il voto sugli emendamenti - in Aula i diktat di partito conterebbero assai poco. Ad andare in fibrillazione però è soprattutto Forza Italia, che sul suicidio medicalmente assistito registra più di un mal di pancia rispetto alle posizioni oltranziste delle destre di governo. Tanto che perfino la tiepida apertura del neo capogruppo azzurro alla Camera, Enrico Costa (tornato un mese fa alla casa madre con la benedizione di Marina e Piersilvio Berlusconi), che in un’intervista a Repubblica ha parlato di “vuoto legislativo” da colmare al più presto, è stata immediatamente attaccata da Pro Vita & Famiglia e dai suoi affiliati politici. Su questi temi, il partito di Tajani segue di fatto “la linea visionaria e coraggiosa di Marina Berlusconi”, come la definisce la deputata azzurra Erica Mazzetti, qualunque cosa intenda. Ma al Senato la trattativa è nelle mani della capogruppo Stefania Craxi: “Come FI chiediamo che il ddl sul Fine vita riprenda il suo iter in commissione partendo dal testo di legge firmato da Zanettin e Zullo - ha precisato - Crediamo che sia un buon punto di partenza e da qui speriamo di poter trovare un’intesa con le opposizioni per arrivare a dare al Paese una legge seria e responsabile sul tema”. La bilancia del compromesso però prevede, nei desiderata del centrodestra, che lo schieramento opposto rinunci ad alcuni punti cardine stabiliti dalla Corte costituzionale nel 2019 e ripresi - perfino con troppa misura, secondo taluni - nel testo depositato nel 2022 dal senatore dem Alfredo Bazoli. “La maggioranza che voterà il testo dei relatori si assumerà la responsabilità di varare una legge che priva i cittadini del sostegno del Servizio sanitario nazionale in un momento di grande sofferenza - attacca il presidente dei senatori dem, Francesco Boccia - Noi siamo a favore del recepimento delle indicazioni della Consulta e siamo contrari a questa atrocità privatistica contenuta nel testo della destra. Il voto in Aula metterà chiarezza sulla scelta del forze politiche che non possono più permettersi di fare propaganda sulla vita delle persone”. Insiste sulla responsabilità anche la vicepresidente della commissione Giustizia Ilaria Cucchi (Avs): “Dopo mesi di rinvii, stop e divisioni interne, la maggioranza continua a essere spaccata e paralizzata da contraddizioni ideologiche. Basta tergiversare. Per noi il principio resta chiaro, soltanto il Ssn può assicurare uniformità di trattamento, tutela della dignità delle persone e assenza di discriminazioni economiche o territoriali nell’accesso al fine vita. Per Avs non sono ammissibili scorciatoie privatistiche, né ulteriori tentativi di ostacolare il confronto parlamentare”. Migranti. “Cooperazione strategica” con Tirana. Alla Camera il ddl di ratifica di Giansandro Merli Il Manifesto, 12 maggio 2026 All’interno anche una sezione sulla “gestione delle migrazioni”, ma la parte che riguarda i centri di Shengjin e Gjader è formulata in modo vago. La commissione Affari esteri della Camera avvia oggi l’esame del ddl per la ratifica dell’accordo di “cooperazione strategica” tra Italia e Albania. L’intesa, firmata lo scorso 13 novembre a Roma dalla premier Giorgia Meloni e dal suo omologo Edi Rama, riguarda vari settori: assistenza sanitaria, energia, ambiente, difesa, gestione delle migrazioni. L’ultimo punto è formulato in maniera estremamente generica. Sotto la voce “cooperazione contro la migrazione irregolare”, il testo parla di partenariati comuni con i paesi di origine e transito dei cittadini stranieri, rafforzamento del pattugliamento marittimo di Tirana (anche se nell’Adriatico non si registrano attraversamenti di frontiera) e implementazione del Protocollo da cui sono nati i centri di Shengjin e Gjader. Al paragrafo successivo prevede uno sviluppo ulteriore della “cooperazione su soluzioni innovative” in vista del Patto Ue su migrazione e asilo, in vigore dal 12 giugno, e della vicina approvazione della nuova direttiva rimpatri. Nel frattempo l’Ue ha anticipato la lista comune dei “paesi di origine sicuri” e la definizione di “paesi terzi sicuri”. Secondo il governo italiano la prima dovrebbe permettere di superare le obiezioni dei giudici nazionali al trattenimento oltre Adriatico. Ipotesi da verificare visto che, al pari delle leggi nazionali, anche la norma comunitaria è soggetta ai paletti sulla lista fissati dalla Corte di giustizia Ue. Se l’elenco proposto dalla Commissione, e votato da Parlamento e Consiglio, ne ha tenuto conto non è dato saperlo: l’inserimento di Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia non è stato giustificato con particolari dettagli. Resta poi il grande tema se il Patto copra davvero i centri di Shengjin e Gjader. Il presupposto è che possano essere considerati “zona di frontiera” italiana, come ritiene il governo Meloni. Ma ci sono molti dubbi, tanto che persino l’ufficio legale della Commissione, per il resto in linea con l’Avvocatura dello Stato italiano, ha dovuto escludere la legittimità di questa ipotesi durante le udienze alla Corte del Lussemburgo sulle due cause in materia ancora pendenti. Di una c’è il parere dell’Avvocato generale europeo per il quale i centri sono legittimi a patto che valgano le stesse garanzie dei Cpr italiani in materia di assistenza sanitaria, diritto di difesa e possibilità di incontrare i familiari. Il rinvio, infatti, parte dalla seconda fase del protocollo, quella che non riguarda i richiedenti asilo sbarcati direttamente in Albania ma gli “irregolari” trasferiti dall’Italia. Si parla quindi del Cpr e non del centro di trattenimento per chi fa domanda di protezione internazionale, due strutture distinte entrambe collocate nell’area sotto giurisdizione italiana di Gjader. Rispetto ai richiedenti asilo, in un parere del 28 aprile scorso, il Comitato Onu contro la tortura ha ribadito preoccupazione per il progetto del governo Meloni in merito “agli ostacoli che impediscono ai trattenuti di avvalersi delle garanzie procedurali, quali l’accesso alle informazioni, l’assistenza legale e la rappresentanza, nonché l’assistenza psicologica, sociale e umanitaria, e la limitata capacità di partecipare pienamente al proprio procedimento di asilo”. Questi elementi non sono ancora stati trattati dai tribunali italiani e non si può escludere che il governo provi a mettere le mani avanti con qualche intervento legislativo. Sull’impianto generale, invece, non si intravedono grossi margini di manovra: i trasferimenti dei richiedenti asilo potranno pure riprendere, ma resta da vedere se poi le detenzioni saranno convalidate. Altro discorso è se dalle parti di Chigi avessero già iniziato a cercare una exit strategy, magari riconvertendo le strutture in return hub per “irregolari” dopo l’approvazione della nuova direttiva rimpatri. Ci sarebbero comunque diversi ostacoli da superare. Canapa light, l’Ue conferma i fondi per gli agricoltori (dalla Pac), ma l’Italia perde il treno di Massimiliano Jattoni Dall’Asén Corriere della Sera, 12 maggio 2026 “Da noi regna ancora il caos normativo”. Bruxelles rilancia il sostegno alla canapa industriale, mentre in Italia resta una legge che confonde marijuana e canapa industriale. Mattia Cusani (Csi): “L’incertezza normativa spinge alla fuga delle imprese”. L’Europa va avanti, l’Italia frena. O almeno ci ha provato. Mentre a Bruxelles il Parlamento europeo compie un passo politico a favore della canapa industriale, riconoscendone il ruolo agricolo e produttivo, a Roma continua a regnare un’ambiguità normativa che il settore considera il vero problema. La commissione Sviluppo regionale dell’Eurocamera ha approvato con 21 voti favorevoli, 4 contrari e 7 astensioni la relazione dell’eurodeputata M5S Valentina Palmisano che conferma la possibilità di utilizzare i fondi della Politica agricola comune (Pac) per le coltivazioni di canapa con contenuto di Thc inferiore allo 0,3%. Un voto che, formalmente, non introduce una rivoluzione. La Pac già oggi finanzia la canapa industriale e gli agricoltori continuano a ricevere i contributi europei. Ma il segnale politico arriva, almeno per l’Italia, in un momento delicato, dopo mesi di scontro tra il governo italiano e il comparto della cannabis light. La conferma arriva al Corriere da Mattia Cusani, presidente dell’Associazione Canapa Sativa Italia: “Tutti i nostri associati anche quest’anno hanno ricevuto i contributi Pac per la coltivazione della canapa - spiega -. Il rischio era che l’Europa decidesse di escludere questa coltura dai premi agricoli, come successo per altri casi. Invece ha scelto di confermare il sostegno per il prossimo ciclo di programmazione”. La dicotomia, secondo Cusani, è tutta qui: da una parte Bruxelles continua a considerare la canapa industriale una coltura agricola legittima; dall’altra l’Italia insiste su una linea repressiva che, però, finisce spesso per scontrarsi con i tribunali. Negli ultimi due anni il settore ha vissuto una lunga stagione di incertezza. Prima le aperture nel 2016, poi la stretta normativa culminata nell’articolo 18 del decreto Sicurezza convertito in legge nel 2025, interpretato da molti come un tentativo di vietare la cannabis light. Eppure, sostiene Cusani, nella pratica quotidiana il sistema non si è fermato. Il nodo dei tribunali - Nella pratica, anche dopo la legge che ha introdotto restrizioni significative, col tentativo di equiparare di fatto le infiorescenze di canapa a basso contenuto di Thc alle sostanze stupefacenti, “non ci sono state chiusure generalizzate di negozi né la fine delle attività legate alla canapa”, spiega Cusani. “I giudici continuano ad applicare il principio di offensività”: nel diritto penale, infatti, non basta che una condotta sia vietata in astratto, bisogna dimostrare che produca concretamente un danno o un pericolo. La giurisprudenza distingue infatti tra marijuana e cannabis industriale priva di efficacia drogante. Un orientamento consolidato già nel 2019 dalle Sezioni Unite della Cassazione, che avevano ritenuto lecita la commercializzazione dei prodotti senza effetti stupefacenti. Secondo Cusani, dunque, il nuovo impianto normativo italiano non avrebbe cambiato davvero questo quadro: “Dal punto di vista tecnico-giuridico, il presunto divieto non è altro che la traduzione in legge di principi che i giudici applicavano già. Il problema, semmai, è che il testo viene percepito come un divieto assoluto, mentre poi i tribunali continuano a valutarne l’effettiva offensività”. Il risultato è una situazione paradossale. Da un lato sequestri, controlli e interventi delle procure; dall’altro dissequestri e restituzioni dei prodotti dopo le analisi tossicologiche. “Abbiamo monitorato oltre un centinaio di casi”, sostiene Cusani. “Ogni volta che si è cercato di applicare la norma come un divieto totale, poi le analisi hanno dimostrato l’assenza di effetti droganti e i prodotti sono stati restituiti”. La posizione di Cia - Il comparto lamenta soprattutto l’incertezza. Per gli operatori, il vero danno non è dato dal blocco delle attività, quanto piuttosto dalla fuga degli investimenti e il trasferimento all’estero delle aziende più strutturate. “Questa ambiguità favorisce soltanto i mercati grigi e illegali”, sostiene Cusani. “Noi chiediamo l’esatto contrario: regole chiare, controlli amministrativi e distinzione netta tra canapa industriale e sostanze stupefacenti”. Una posizione che oggi trova sponde anche nelle grandi organizzazioni agricole. Dopo il voto europeo, Cia-Agricoltori Italiani parla apertamente con il Corriere di “piena liceità della pianta di canapa proveniente da varietà certificate e con bassi livelli di Thc”, ricordando il peso economico della filiera: mezzo miliardo di euro di fatturato, circa 3 mila aziende agricole e oltre 23 mila addetti. Per l’organizzazione agricola il settore è oggi “in grande difficoltà a seguito dei continui interventi restrittivi del governo”. Da qui la richiesta di aprire subito un tavolo di filiera al ministero dell’Agricoltura. La partita europea - Anche perché il confronto rischia presto di spostarsi definitivamente sul piano europeo. La Corte di Giustizia Ue è chiamata a pronunciarsi sulla compatibilità delle norme italiane con il diritto comunitario, soprattutto nella parte in cui la disciplina sugli stupefacenti non distingue in modo esplicito la canapa industriale. Cusani è convinto che sarà lì che si chiuderà davvero la partita. “Probabilmente sarà la Corte europea a porre fine all’ambiguità”, dice. “A quel punto qualunque governo, di destra o di sinistra, sarà costretto a trovare una soluzione diversa”. Nel frattempo il settore continua a vivere sospeso. Con una particolarità che gli operatori rivendicano quasi con orgoglio: la crescita della cannabis light italiana è nata soprattutto in piccoli territori rurali, spesso marginali o spopolati. “Molte aziende sono realtà quasi eroiche”, racconta Cusani. “Persone che hanno investito non per arricchirsi, ma perché credevano in questo mercato e nel recupero dei territori”. Ed è proprio qui, sostiene, che si nasconde il paradosso finale. “Se domani arrivasse una regolamentazione definitiva, entrerebbero subito i grandi investitori e le multinazionali. Il rischio è che una norma scritta male finisca per cancellare un intero settore costruito dalle piccole imprese locali”. Iran. Aiutatemi a tenere Narges in libertà di Taghi Rahmani* La Stampa, 12 maggio 2026 Ieri mattina, quando ormai quasi non ci speravo più, ho ricevuto una chiamata dall’altro mondo. Era Narges, Narges Mohammadi, la premio Nobel per la pace, mia moglie. Al telefono c’era la voce familiare che pure non smette mai di sorprendermi, pacata nonostante la tempesta e più forte dell’eco della guerra. Non avevo sue notizie dal 12 dicembre scorso, quando le forze di sicurezza della repubblica islamica l’hanno fermata durante la manifestazione funebre per l’avvocato dei diritti umani Khosrow Alikordi a Mashad e, dopo un brutale pestaggio, l’hanno rinchiusa in isolamento per 105 infiniti giorni. Mi ha raccontato che durante questa ultima lunga detenzione sapeva poco e nulla di quanto accadeva fuori, nonostante i bombardamenti a distanza ravvicinata, le dicevano che sarebbe stata trasferita a Evin, il penitenziario di Teheran dove ha già trascorso diversi anni, ma invece, dopo una fase iniziale a Mashad, l’hanno portata a Zanjan, in una sezione speciale riservata ai reati violenti e ritenuta adatta a lei, la più pacifica. Narges non vuole che i nostri figli stiano in pena ma sta molto male, oltre alle patologie pregresse di cui soffre ha incassato le percosse dell’arresto e i dolori sono diventati cronici. Dice che nelle settimane in cui è rimasta a Mashad, quando non filtravano notizie sulle sue condizioni, non è stata visitata da alcun medico. Solo il giorno in cui, a cose fatte, abbiamo saputo che era stata spostata a Zanjan e che in cella aveva perso conoscenza un paio di volte, ci siamo mobilitati chiamando a raccolta tutte le organizzazioni dei diritti umani affinché venisse curata, assistita, medicata. Lei non aveva idea del tam tam in suo favore ma a un certo punto, voglio sperare anche grazie alla pressione della campagna internazionale, l’hanno visitata a Zanjan e solo allora abbiamo saputo come stava veramente. E stava alle corde, quasi al tappeto. Troppo perfino per il regime. Così da lì, con un’ambulanza pagata dalla famiglia, è stata trasportata all’ospedale Pars di Teheran, dove si trova adesso e da dove ieri, pur senza allarmismi, mi ha confermato tutto: la cardiopatia è peggiorata, la pressione sanguigna non accenna a scendere, ha perso molto peso e teme di doversi sottoporre a lunghi accertamenti prima di ricevere una diagnosi, una cura, una prospettiva. Non possiamo smettere adesso di incalzare la repubblica islamica, abbiamo bisogno dell’opinione pubblica mondiale, Narges Mohammadi è in permesso sanitario eccezionale ma è previsto che torni presto a scontare la sua pena in prigione. Faccio mio l’appello di suo fratello Hamid Reza Mohammad, Narges deve essere rilasciata definitivamente, non lasciamola sola, non lasciateci soli: è la madre dei miei figli ma l’eredità del Nobel per la pace appartiene a tutti. *Testo raccolto da Parisa Nazari