Immigrati condannati, priorità alle decisioni sull’espulsione di Fabio Fiorentin Il Sole 24 Ore, 11 maggio 2026 La novità si applica a chi deve scontare pene fino a due anni. Un nuovo criterio di priorità impone al giudice di sorveglianza di decidere sull’espulsione del detenuto straniero con precedenza su ogni altra istanza pendente riferita all’interessato. Lo stabilisce l’articolo 30-ter del decreto legge Sicurezza (23/2026), inserito durante l’esame parlamentare per la conversione in legge (54/2026). La disposizione integra l’articolo 16, comma 6, del Testo unico dell’immigrazione (decreto legislativo 286/1998), che disciplina l’espulsione applicata dal magistrato quale sanzione alternativa alla detenzione, attivata in relazione a pene, anche residue, non superiori a due anni e inflitte per reati diversi dai delitti previsti dall’articolo 407, comma 2, lettera a), del Codice di procedura penale (vale a dire delitti contro la personalità dello Stato, omicidio volontario, delitti di mafia, delitti in materia di armi, di stupefacenti, di criminalità organizzata e altri gravi delitti) e dai reati previsti dallo stesso Testo unico dell’immigrazione e puniti con pena edittale superiore ai due anni. Il destinatario è il detenuto straniero, compiutamente identificato, che versi in una delle situazioni indicate nell’articolo 13, comma 2, del Testo unico, vale a dire ingresso clandestino, permanenza nel territorio dello Stato senza avere richiesto il permesso di soggiorno o appartenenza a una delle categorie di persone pericolose. La decisione è assunta dal magistrato di sorveglianza che procede senza formalità con decreto motivato. Il decreto Sicurezza ha ora previsto che questa decisione intervenga entro 15 giorni, con precedenza rispetto alle altre istanze proposte o pendenti relative al detenuto. Pur non prevedendo alcuna sanzione processuale in termini di nullità o invalidità delle eventuali decisioni adottate in difformità del criterio prioritario indicato, la nuova regola intende perseguire, per un verso, l’obiettivo di velocizzare i tempi dei procedimenti di espulsione e, per l’altro, quello di rendere preferenziale il ricorso all’espulsione rispetto alla concessione dei benefici penitenziari di natura trattamentale, volti al recupero sociale del condannato straniero. Infatti, secondo la giurisprudenza, l’espulsione già applicata al detenuto straniero gli preclude la possibilità di ottenere una delle misure alternative al carcere mentre, per converso, la concessione di queste ultime blocca l’applicazione dell’espulsione. Il nuovo criterio di priorità incide quindi sulla finalità rieducativa delle pene previsto dalla Costituzione e impone un’applicazione circoscritta ai soli procedimenti di competenza del magistrato di sorveglianza che non hanno natura di misura alternativa alla detenzione; altrimenti, si determinerebbe un contrasto evidente con la Carta. “Allarme infondato sulle intercettazioni, magistrati chiamati ad applicare la legge e non a farla” di Paolo Comi L’Unità, 11 maggio 2026 Parla Antonio Rinaudo. L’ex Procuratore aggiunto di Torino dice che le preoccupazioni del Procuratore antimafia Melillo sulle intercettazioni sono infondate. La legge concede ampi margini. I limiti sono necessari. Forse oggi i magistrati sono un po’ pigri, indagare davvero richiede fatica. “E diciamolo chiaramente: molte volte i pubblici ministeri costruiscono ipotesi investigative partendo magari da un reato come una corruzione, e poi durante le intercettazioni emerge altro. A quel punto si vorrebbe utilizzare tutto automaticamente anche per i nuovi reati emersi. Ma non si può più”, afferma Antonio Rinaudo, già procuratore aggiunto di Torino e titolare dell’inchiesta sui No Tav. I pm dicono che così hanno “limitato” le indagini… Mi spiace, ma la giurisprudenza è chiara: se cambia il quadro devi aprire una nuova indagine e ottenere una nuova autorizzazione. Forse ci si dimentica che il presupposto fondamentale delle intercettazioni, previsto dall’articolo 266 del codice di procedura penale, è che i gravi indizi ci siano fin dall’inizio. Non puoi partire “a strascico” sperando che qualcosa emerga. Difficile non essere d’accordo... E aggiungo: io non ho mai usato intercettazioni a strascico. Sono sempre stato molto formalista e puntuale. Utilizzavo le intercettazioni quando avevo già elementi concreti e lavoravo soprattutto con altri strumenti investigativi: osservazioni, pedinamenti, attività di polizia giudiziaria. Lei ha indagato sulla colonna torinese delle Br... La vecchia scuola investigativa nasceva così. Noi abbiamo fatto indagini sul terrorismo e sulle Br senza avere gli strumenti tecnologici di oggi. Ed oggi? Oggi invece è molto più facile: stai seduto, intercetti, metti una cimice in casa o in ufficio e fai tutto senza neppure muoverti. Gli ufficiali di polizia giudiziaria sono diventati spesso semplici “ascoltatori”. Ha letto l’allarme del procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo proprio sulle intercettazioni? Si. Ma non capisco dove sia il problema. Nelle indagini di mafia non sono richiesti i gravi indizi, ma sono sufficienti indizi meno intensi. Nelle indagini ordinarie l’intercettazione deve essere “assolutamente indispensabile”, mentre nelle indagini di mafia è sufficiente che sia “necessaria”. Quindi già esiste tutta una serie di agevolazioni che, giustamente, consentono di utilizzare uno strumento così invasivo. Un allarme infondato? Il punto vero, oggi, è un altro: se durante un’intercettazione autorizzata per criminalità organizzata emergono altri reati - poniamo, ad esempio, che io e lei parliamo di traffico di droga o di fatti diversi rispetto all’ipotesi iniziale - allora, se manca una stretta connessione soggettiva e oggettiva, quell’intercettazione non la si può più utilizzare automaticamente. Si “butta”? Devi usare quel materiale solo come spunto investigativo per aprire un nuovo procedimento e tornare dal giudice a chiedere una nuova autorizzazione. Una volta, invece, le utilizzavi praticamente de plano. Anche la Cassazione, comunque, ha fissato limiti molto precisi sull’utilizzo delle intercettazioni. Ha chiarito, ad esempio, che le indagini di criminalità organizzata sono quelle in cui esiste davvero una struttura mafiosa, un’associazione prevista dall’articolo 416-bis. Non puoi sostenere di stare facendo un’indagine di mafia solo perché c’è, per esempio, un’aggravante mafiosa in un episodio corruttivo. La Cassazione oggi ti dice: quello non è automaticamente un procedimento di mafia. Secondo lei, quale è il vero motivo di questa discussione? Io non credo che questi timori siano così giustificati. O meglio: posso capire le preoccupazioni, soprattutto quando si sostiene che si voglia limitare uno strumento investigativo importante e costoso come le intercettazioni. Però bisogna anche ricordare gli abusi. Alla Procura di Torino ce ne sono stati? Prendiamo il famoso caso Esposito-Colace: intercettazioni andate avanti oltre ogni limite temporale e oltre qualsiasi criterio di opportunità investigativa. Era evidente che si ragionasse così: “Ascoltiamo, prima o poi qualcosa verrà fuori”. Ricorda un caso in cui le intercettazioni sono state fondamentali? Durante uno degli attacchi al cantiere TAV riuscimmo a individuare i responsabili quasi per caso, perché usarono dei telefoni “puliti”, comprati apposta per comunicare durante l’operazione e poi da buttare. Noi intercettavamo altri soggetti e, grazie a una coincidenza investigativa, emersero quelle conversazioni. Ma se quei soggetti avessero usato soltanto telefoni dedicati e mai collegati alle utenze già monitorate, non saremmo mai riusciti a intercettarli direttamente. Ed è lì che emerge la vera capacità dell’investigatore, della polizia giudiziaria e del pubblico ministero. Oggi invece si è radicata una certa comodità investigativa legata agli strumenti tecnologici. Però resta un tema di fondo: fino a che punto la magistratura può influenzare le scelte legislative? Una cosa è interpretare la legge - e quello è inevitabile - altra cosa è pretendere di orientare il legislatore su come costruirla. E qui secondo me bisogna tornare a Montesquieu e al principio della separazione dei poteri: il magistrato è chiamato ad applicare la legge, non a farla. Querele contro i giornali, la direttiva Ue cade nel vuoto di Aldo Torchiaro* Il Riformista, 11 maggio 2026 Il termine è scaduto ieri. Ma sull’Italia pesa ancora un silenzio assordante. L’Unione europea aveva dato tempo fino al 7 maggio per recepire la direttiva contro le Slapp, le azioni legali temerarie utilizzate per intimidire giornalisti, editori, attivisti, ricercatori, autori satirici. Eppure il rischio concreto, denunciato dalla Coalition Against Slapps in Europe (Case Italia), è che il Governo scelga una trasposizione puramente formale, burocratica, sostanzialmente inutile. Perché il nodo vero è semplice: limitare le tutele ai soli procedimenti transfrontalieri significherebbe lasciare senza protezione oltre il novanta per cento delle vittime italiane di querele intimidatorie. Cioè quasi tutti. La direttiva europea 2024/1069 - la “Legge Daphne”, dedicata alla memoria della giornalista maltese Daphne Caruana Galizia - nasce per impedire che il diritto venga usato come arma di pressione economica e psicologica contro chi esercita libertà di critica, inchiesta o satira. Non è una battaglia corporativa. Non riguarda soltanto i giornalisti. Riguarda la tenuta democratica del Paese. Quando un politico, una grande azienda o un soggetto economicamente forte trascinano per anni un cronista in tribunale con richieste milionarie di risarcimento, l’effetto reale non è la tutela della reputazione. È l’intimidazione preventiva. È il messaggio lanciato all’intero sistema dell’informazione: “La prossima volta non scrivere”. È esattamente questo il cuore delle SLAPP: non vincere nel merito, ma scoraggiare, sfiancare, impoverire, intimidire. L’Italia, non a caso, è diventata il caso europeo più grave. Per due anni consecutivi il nostro Paese è risultato il primo nell’Unione per numero di SLAPP censite dalla rete CASE: 26 casi nel 2023, 21 nel 2024. I dati del Media Freedom Rapid Response parlano di 112 allerte legali in sei anni. Il 44,6 per cento dei casi riguarda iniziative promosse da soggetti politici. Mancano quelli promossi da magistrati in servizio o in pensione: non sono pochi, soprattutto considerandone la dinamica. Se una parte consistente delle querele dei politici viene archiviata, oltre il 90% dei procedimenti proposti da magistrati o ex magistrati, chissà perché, arriva in giudizio. Eppure la giurisprudenza europea è chiarissima: chi ricopre incarichi pubblici deve tollerare un livello più elevato di critica e scrutinio. È il principio scolpito nell’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. CASE Italia - che riunisce diciassette organizzazioni, da Amnesty International a Greenpeace, da Articolo21 a IrpiMedia - ha chiesto al ministro Carlo Nordio e al viceministro Francesco Paolo Sisto di evitare un recepimento minimalista e di introdurre strumenti veri: archiviazione anticipata delle azioni vessatorie, sanzioni contro gli autori seriali di querele intimidatorie, limiti alle richieste economiche abnormi, risarcimenti per le vittime di SLAPP. Il tema riguarda direttamente anche gli editori. Una pioggia di querele temerarie può mettere in crisi intere strutture editoriali, soprattutto le più piccole e indipendenti. I costi delle difese legali, l’incertezza permanente, il rischio economico producono un effetto deformante sul mercato dell’informazione. Si colpisce l’inchiesta. Si scoraggia il dissenso. Si favorisce l’autocensura. E mentre l’Italia ritarda, il quadro internazionale peggiora. Da lunedì 11 a mercoledì 13 maggio Napoli ospiterà l’undicesima edizione di “Imbavagliati”, il Festival internazionale di giornalismo civile ideato e diretto da Désirée Klain, nella sede dell’Istituto italiano per gli studi filosofici a Palazzo Serra di Cassano. L’iniziativa, realizzata con l’Ordine nazionale dei giornalisti, la Fnsi, il Sugc e Articolo21, si aprirà sotto il segno dell’ultimo rapporto di Reporters sans frontières: libertà di stampa globale al minimo storico, oltre metà dei Paesi del mondo in situazione “difficile” o “molto grave”, Italia precipitata al 56esimo posto dopo aver perso sette posizioni in un anno. Se ne parlerà anche a Roma, il prossimo 14 maggio, alle 11, nella Sala Capranichetta di Piazza Montecitorio, si terrà l’incontro pubblico “Contro le querele intimidatorie, per la libertà di stampa”. Un confronto che vedrà seduti allo stesso tavolo parlamentari, giuristi, giornalisti ed editori, nel tentativo di riportare il tema delle SLAPP fuori dalle dispute corporative e dentro il cuore della discussione democratica. Parteciperanno Deborah Bergamini, Michele Fina, Stefano Giordano, Luigi Marattin, Piero Sansonetti, Sandro Sisler, Claudio Velardi, Giuseppe Visone e il sottoscritto. Prevista anche la presenza di Rocco Maruotti, segretario generale dell’Associazione nazionale magistrati. Un elemento non secondario: perché la battaglia contro le querele intimidatorie non può diventare uno scontro tra poteri, ma dovrebbe rappresentare un terreno comune di garanzia costituzionale. Il confronto romano arriva in un momento particolarmente delicato. Da una parte cresce il numero delle azioni legali percepite come strumenti di pressione contro l’informazione. Dall’altra, il sistema editoriale italiano vive una fragilità economica che rende ancora più pesante l’impatto di richieste risarcitorie milionarie e contenziosi infiniti. Per molte testate, soprattutto locali o indipendenti, il rischio non è soltanto perdere una causa. È smettere di poter sostenere il costo stesso dell’inchiesta giornalistica. La libertà di stampa non muore soltanto con la censura esplicita. Muore anche lentamente, tra udienze infinite, richieste di risarcimento sproporzionate, intimidazioni economiche e paura di pubblicare. Per questo la direttiva europea non può diventare un adempimento notarile. E per questo il Governo non può limitarsi a fare il minimo indispensabile. *Ph.D. in Dottrine politiche Detenuto chiede un permesso per visitare la nonna gravemente malata: rigetto perché “non la frequenti da anni” di Riccardo Radi terzultimafermata.blog, 11 maggio 2026 Alle volte la cassazione mette una pezza a delle decisioni che paiono dettate da preclusioni aprioristiche. La Cassazione penale sezione 1 con la sentenza numero 16544/2026 ha annullato l’ordinanza impugnata, avendo ancorato il diniego ad un criterio sostanzialmente automatico (mancata frequentazione quale indice assorbente), senza confrontarsi con le allegazioni difensive circa la gravità e le ricadute concrete della patologia sulla possibilità di colloqui in istituto e la natura non volontaria della distanza relazionale, non soddisfa l’esigenza di una valutazione complessiva e individualizzata, richiesta in materia. Il permesso di necessità disciplinato dall’art. 30, comma 2, ord. pen. costituisce un beneficio di carattere eccezionale, concedibile in via straordinaria per eventi familiari di particolare gravità; esso è funzionale ad evitare che, in presenza di specifiche e gravi vicende familiari, alla sofferenza propria della detenzione si aggiunga un aggravamento non necessario dell’afflizione derivante dall’impossibilità del contatto diretto con i congiunti. In tale prospettiva, secondo i principi affermati dalla più recente giurisprudenza di legittimità, l’eccezionalità non può essere ridotta ad un criterio meramente formalistico o automatico, ma va verificata in concreto, mediante una valutazione complessiva e individualizzata che consideri: (i) la reale incidenza della vicenda familiare sulla possibilità di mantenere i rapporti in forme ordinarie (anche in relazione a intrasportabilità o oggettive difficoltà di accesso ai colloqui in istituto); (ii) l’effettiva idoneità di strumenti alternativi (colloqui telefonici o videocolloqui) a surrogare il contatto personale, non solo in astratto ma in concreto; (iii) l’intensità e la concretezza del legame affettivo, che non può essere presunta o negata per automatismi sulla base del solo dato parentale o di un dato cronologico isolato; (iv) l’esigenza di evitare che il beneficio si trasformi in prassi ordinaria, senza però introdurre preclusioni aprioristiche (cfr., da ultimo, Sez. 1, n. 10528 del 05/02/2026). Nel caso di specie, la Corte di appello di Genova ha respinto il reclamo ritenendo non dimostrata l’eccezionalità della situazione, valorizzando in senso ostativo la circostanza, riferita dall’istante, di non frequentare la nonna da anni. Il percorso motivazionale sotteso al provvedimento si appalesa tuttavia carente, a fronte delle specifiche allegazioni difensive circa la gravissima patologia della congiunta, grande anziana, l’impossibilità per la stessa di recarsi in istituto e la natura non volontaria della distanza relazionale. In primo luogo, quanto alle condizioni di salute della nonna, l’ordinanza si arresta ad una affermazione in termini di non dimostrata eccezionalità, senza dar conto di un effettivo scrutinio della documentazione sanitaria indicata nel ricorso e, soprattutto, senza confrontarsi con il punto decisivo prospettato dalla difesa: l’asserita intrasportabilità della congiunta e, dunque, la concreta impossibilità di mantenere i rapporti in forme ordinarie mediante i colloqui in istituto. In materia, l’accertamento non può risolversi in formule generiche, ma deve verificare in concreto se la condizione del familiare impedisca l’accesso ai colloqui e renda il contatto personale richiesto non surrogabile, anche alla luce dell’effettiva praticabilità e adeguatezza di modalità alternative di comunicazione. In secondo luogo, quanto al rapporto affettivo, la circostanza che il detenuto non abbia visto la congiunta da anni non può essere, di per sé sola, elevata a fattore automaticamente ostativo al riconoscimento dell’eccezionalità, a prescindere dalle ragioni che abbiano determinato l’assenza di visite; e ciò tanto più ove, come dedotto dal ricorrente, tale distanza sia dipesa dalla condizione detentiva. Ciò che rileva, infatti, è la persistenza e la concreta significatività del vincolo familiare e affettivo – la cui tutela è garantita dall’ordinamento – che ben può richiedere particolare considerazione proprio quando il contatto personale sia mancato da lungo tempo, dovendosi evitare automatismi fondati su un dato cronologico isolato. Nel caso in esame, peraltro, la stessa ordinanza richiama la relazione sanitaria attestante che la nonna, “grande anziana”, soffre da tempo di plurime patologie correlate all’età, tra cui “deterioramento mentale” e “disorientamento spazio-temporale”, elementi che impongono una valutazione in concreto della possibilità di mantenere rapporti in forme ordinarie e dell’effettiva insostituibilità del contatto diretto. Ne consegue che l’ordinanza impugnata, avendo ancorato il diniego ad un criterio sostanzialmente automatico (mancata frequentazione quale indice assorbente), senza confrontarsi con le allegazioni difensive circa la gravità e le ricadute concrete della patologia sulla possibilità di colloqui in istituto e la natura non volontaria della distanza relazionale, non soddisfa l’esigenza di una valutazione complessiva e individualizzata, richiesta in materia. Il provvedimento impugnato va dunque annullato con rinvio alla Corte d’appello di Genova, che dovrà procedere a nuovo esame, tenendo conto dei superiori rilievi. Veneto. “I Care: la prevenzione libera tutte”, progetto per le donne detenute di Federica Florian trevisotoday.it, 11 maggio 2026 Progetto di Cittadinanzattiva sulla prevenzione del carcinoma mammario, per donne detenute. Per il Veneto, il progetto è attivato nelle carceri di Venezia e di Montorio/Verona, tramite i volontari di Cittadinanzattiva Treviso. In questi mesi l’associazione Cittadinanzattiva aps, che promuove l’attivismo dei cittadini per la tutela dei diritti, la cura dei beni comuni e il sostegno alle persone in condizione di debolezza, tramite la sua rete nazionale “Giustizia per i Diritti” ha attivato la terza edizione del progetto “I Care, la prevenzione libera tutte” che si occupa di prevenzione e tutela della salute femminile delle donne detenute nelle carceri italiane. Questa terza edizione del progetto segue, in linea di continuità, le precedenti edizioni “I Care” (anno 2024) sulla prevenzione del carcinoma mammario e “I Care Virology Edition” (anno 2025) sulla prevenzione delle malattie infettive e sessualmente trasmissibili. L’edizione 2026, dal titolo “I Care National Edition”, torna ad occuparsi della promozione del diritto alla salute e alla prevenzione oncologica delle donne detenute. Sono 2.804 le donne presenti nelle carceri italiane (il 4,3% dei detenuti). Di queste, 501 sono recluse nelle tre carceri esclusivamente femminili: Roma Rebibbia, Trani e Venezia-Giudecca; le altre sono ospitate nelle carceri dove esistono delle sezioni femminili. Il progetto 2026 ha come obiettivo raggiungere almeno 1.000 donne detenute attraverso incontri di informazione - gestiti da uno specialista sanitario in collaborazione con Cittadinanzattiva - che si terranno in 9 istituti penitenziari italiani (Avellino, Bologna, Lecce, Roma Rebibbia, Santa Maria Capua Vetere, Torino, Trani, Venezia e Verona-Montorio) e attraverso la diffusione di materiale informativo multilingue, destinato anche ad altri istituti penitenziari italiani, per aumentare l’impatto del progetto. Le due strutture nella Regione Veneto che saranno coinvolte nel progetto sono la Casa circondariale femminile della Giudecca di Venezia e la Casa circondariale di Montorio/Verona: le attività in questi due istituti saranno seguite in collaborazione con Cittadinanzattiva Regione Veneto aps, tramite la sua struttura periferica di Treviso. La prevenzione oncologica e, in particolare, il carcinoma mammario, è un tema molto importante da affrontare sia nella fase della prevenzione che in quella della cura, soprattutto in contesti di reclusione. A riguardo, si stima che siano 3,7 milioni (6,2% circa della popolazione italiana) le persone in vita con una diagnosi di tumore. Nel 2025 sono stati diagnosticati nuovi 362.100 casi, anche se si segnala una diminuzione. Occorre anche dire che nel numero delle persone con tumore, le donne sono 2 milioni. Tra queste il cancro alla mammella è il più frequente (55.900 nuovi casi nel 2025), il tasso di mortalità di questa specifica patologia è del 17%, mentre in modo positivo, occorre dire che la sopravvivenza a 5 anni (il tempo di sorveglianza per la residuità) raggiunge l’88%. Sempre per capire perché è importante occuparsi di questo problema, occorre dire che le donne recluse in carcere sono 2.804 (4,3% della popolazione) su un totale di 63.868 detenuti. Per quanto riguarda le azioni del progetto “I Care National Edition 2026” si svolgeranno degli Open Day di informazione teorico-pratico, gestiti da professionisti sanitari e facilitatori di Cittadinanzattiva, incentrati sulla salute femminile e sulla prevenzione del carcinoma mammario. Saranno realizzate e distribuite anche delle guide informative multilingue. Sarà infine realizzato e diffuso un video-racconto del progetto, con le esperienze e le testimonianze delle donne incontrate durante il percorso, per costruire un messaggio sulla prevenzione. Inoltre, verranno promosse e implementate le “Raccomandazioni civiche per il diritto alla salute e alla prevenzione oncologica delle donne detenute” realizzate da Cittadinanzattiva al fine di condividere un impegno congiunto per garantire il diritto alla salute ed alla prevenzione oncologica negli istituti penitenziari femminili. In termini organizzativi, le due tappe del progetto nel carcere femminile della Giudecca Venezia e quello di Montorio/Verona saranno gestite in stretta collaborazione con la sede regionale di Cittadinanzattiva Regione Veneto aps e con la sede territoriale di Cittadinanzattiva Treviso, che vantano un’esperienza datata e di qualità sulle tematiche della sanità, sia nella fase della prevenzione che in quella curativa. L’associazione dispone inoltre una struttura specifica che si occupa delle problematiche delle persone con malattie croniche e anche quelle definite rare, che sono in forte aumento. Cittadinanzattiva Treviso ha anche un’esperienza specifica con le persone detenute. Da anni opera nella casa circondariale di Treviso con progetti di carattere culturale. Per esempio, nei giorni scorsi, ha presentato le risultanze di un progetto biennale, anno 2024/2025, sulla scrittura autobiografica, fatta con delle persone, volontarie, ivi detenute. Si tratta del progetto “Storie Sbarrate”, finanziato dalla Regione del Veneto, per le annualità 2024 e 2025, quale azione della “Linea 2: Misure per il reinserimento e l’inclusione sociale” rientrante nel Dgr n. 1124/2023 e riferita alla Dgr n. 1405 del 11novembre 2022 “Approvazione del Programma regionale triennale di interventi cofinanziati dalla Cassa delle Ammende in favore delle persone in esecuzione penale esterna. DGR n. 743 del 21 giugno 2022” che alla fine ha prodotto una pubblicazione, che raccoglie sia l’antologia di racconti fatti dai detenuti volontari (anno 2024), che il “Romanzo Insieme” (anno 2025). Anche nel 2026 è in corso, per il terzo anno, un progetto di scrittura autobiografica “In Attesa di...”, anch’esso finanziato tramite risorse della Regione Veneto, relative alla Dgr n. 1129 del 22/09/2025, in partenariato con il P.R.A.P (struttura del Ministero della Giustizia). Inoltre, nell’ambito del proprio progetto “Libro Sospeso”, per quattro anni Cittadinanzattiva ha raccolto in due Librerie di Treviso libri nuovi, contenente ciascuno una dedica specifica e donati da cittadini, che sono stati distribuiti, tramite la direzione della Casa circondariale, alle persone ivi detenute. Campania. Festa della mamma in carcere: iniziative e riflessioni sulle donne detenute avellinotoday.it, 11 maggio 2026 In occasione della Festa della mamma, il Garante campano dei detenuti, Samuele Ciambriello, ha visitato la sezione femminile della Casa Circondariale di Napoli Secondigliano, incontrando le donne detenute. In Italia, su 64.436 detenuti, 2.844 sono donne. In Campania, su 7.807 detenuti, le donne sono 396, di cui 52 straniere. Presso la struttura di Secondigliano sono attualmente presenti 127 detenute: 23 sono ammesse al lavoro esterno ai sensi dell’articolo 21 dell’ordinamento penitenziario e, nella giornata odierna, 13 erano impegnate in attività lavorative fuori dall’istituto. Dal 20 maggio 2024, a causa degli eventi sismici, è stato chiuso il carcere femminile di Pozzuoli ed è stata aperta una sezione femminile presso Secondigliano. “Ho incontrato tante mamme detenute che, per questa domenica speciale, stavano preparando piatti della tradizione e sapori di casa: genovese, ragù, sugo, melanzane, salsicce e molte altre pietanze. Una detenuta romena stava cucinando polpette secondo la ricetta della propria tradizione, portando tra quelle mura un pezzo della sua terra, della sua storia e dei suoi affetti. La sua compagna di stanza ha preparato anche una torta al cioccolato, mentre un’altra detenuta ha realizzato un danubio, gentilmente offerto ai presenti. Gesti semplici, ma ricchi di dignità, umanità e condivisione. Si stavano svolgendo, inoltre, i colloqui premiali, momenti preziosi di incontro, relazione e affettività, soprattutto in una giornata come questa”. Maternità dietro le sbarre: una forza silenziosa - La maternità in carcere è una ferita silenziosa, ma anche una forza che resiste. L’ho vista nei volti, nei gesti, nei racconti e nei profumi di quei piatti preparati con cura. Essere madri non si sospende con la detenzione: resta un legame che attende, che soffre, che ama e che chiede di essere custodito. La detenzione accentua la specificità di alcuni problemi: si pensi alla maggiore difficoltà nel gestire il distacco dai figli e ai sensi di colpa che ne derivano, traducendosi spesso in una minore adattabilità alla detenzione e in una maggiore tendenza a depressione, ansia e malattie psicosomatiche. Purtroppo, da due anni, con la chiusura di Pozzuoli, in Campania non esiste più un’articolazione dedicata esclusivamente alla tutela della salute mentale femminile” ha concluso Ciambriello. Bergamo. Nasce il Centro per le mediazioni tra vittime e autori del reato di Federico Rota Corriere della Sera, 11 maggio 2026 La giustizia riparativa come strumento di prevenzione. In via Borgo Palazzo nasce la struttura per i percorsi di mediazione tra chi subisce l’offesa e chi la commette. Gestito da InConTra. La giustizia riparativa è uno strumento che “serve a realizzare compiutamente un precetto di carattere costituzionale”. Citando l’articolo 27 della Costituzione, che individua nella riabilitazione del condannato il fine a cui tende la pena, Giulio Marchesi, presidente dell’Ordine degli Avvocati, sgombera il campo da equivoci: “La giustizia riparativa non si sostituisce alla giustizia penale - evidenzia - non c’è alcun buonismo. Non è uno strumento per evitare le conseguenze del reato, ma è anzi un modo per andare a scavare ancora più in profondità nelle conseguenze che ne seguono”. Gli fa eco il collega Andrea Temporin, del consiglio direttivo della Camera penale: “Non è previsto alcun beneficio, ma è tutto rimesso al giudice”. Assunti che fanno da cornice alla nascita in via Borgo Palazzo di un centro per la giustizia riparativa del distretto della Corte d’appello di Brescia (che comprende anche Mantova e Cremona). A gestirlo sarà l’ente del terzo settore InConTra, che opera nel merito da vent’anni, e l’attività sarà finanziata per i prossimi tre anni dal ministero della Giustizia. “Il nostro gruppo è costituito da 30 mediatori, di cui 9 iscritti nell’elenco ministeriale e operativi all’interno del Centro - specificano Anna Cattaneo e Filippo Vanoncini, di InConTra. Quattro mediatori sono anche formatori riconosciuti dal ministero”. “Questo lavoro, che ora decolla istituzionalmente, ha radici in altre esperienze - nota la presidente della Corte d’appello, Giovanna Di Rosa. L’auspicio è che ci sia un investimento dell’autorità giudiziaria nell’attuazione di questi percorsi”. I programmi di giustizia riparativa (percorsi volontari fondati sul consenso delle parti) si basano sull’incontro e il dialogo tra la vittima del reato e la persona indicata come autore dell’offesa, eventualmente con la partecipazione di altri soggetti della comunità. “Riconoscendo, quindi, l’importanza di strumenti capaci di affiancare la giustizia tradizionale e di favorire responsabilizzazione, riparazione del danno e ricostruzione delle relazioni”, spiega l’assessora alle Politiche sociali, Marcella Messina. “Abbiamo scelto di promuovere un’idea di città riparativa anche come indirizzo amministrativo, costruendo progetti e sottoscrivendo impegni comuni”, aggiunge la sindaca Elena Carnevali. L’obiettivo è riuscire a ridurre i casi di recidiva: “La sicurezza non si crea semplicemente introducendo nuovi reati, o aggravamenti delle pene, con carceri sovraffollate - conclude Marchesi -, ma portando gli autori di reato a non commetterne più”. Taranto. Carcere sovraffollato, il sindaco Bitetti: “Servono soluzioni strutturali” di Francesco Alberti buonasera24.it, 11 maggio 2026 Dopo l’allarme lanciato sulle condizioni del sistema penitenziario, interviene anche il sindaco di Taranto Piero Bitetti, che richiama l’attenzione sulla situazione di sovraffollamento che interessa la casa circondariale cittadina, inserendola però in un quadro più ampio che coinvolge numerosi istituti italiani. Il primo cittadino definisce il fenomeno una delle emergenze più rilevanti del sistema carcerario nazionale, sottolineando la necessità di affrontarlo attraverso un approccio complessivo e condiviso tra le diverse istituzioni competenti. “Il sovraffollamento delle carceri è una delle criticità più urgenti del sistema penitenziario italiano. Lo vive anche la struttura di Taranto, ma si tratta di un fenomeno diffuso in molte altre realtà del Paese”, afferma Bitetti. Nel suo intervento, il sindaco osserva come negli ultimi anni il numero dei detenuti sia cresciuto anche in relazione all’introduzione di norme che hanno previsto un irrigidimento del quadro sanzionatorio e un ampliamento delle fattispecie di reato perseguibili. Una riflessione che, tuttavia, non mette in discussione il principio della sicurezza pubblica. “Voglio essere chiaro: queste misure rispondono, senza ombra di dubbio, a legittime esigenze di sicurezza e legalità”, precisa il sindaco, che contestualmente esprime apprezzamento per il lavoro quotidiano delle forze dell’ordine e per l’impegno del sistema giudiziario. Secondo Bitetti, il nodo centrale resta però la capacità del sistema penitenziario di reggere l’impatto di questa pressione crescente, sia sotto il profilo strutturale sia sotto quello organizzativo. Il sindaco sottolinea la necessità di investimenti concreti, indicando tra le priorità il potenziamento delle infrastrutture carcerarie, il rafforzamento degli organici e la costruzione di percorsi di recupero realmente efficaci per la popolazione detenuta. “Il carcere deve essere un luogo che garantisce sicurezza, ma anche dignità e opportunità di reinserimento”, evidenzia. Nel messaggio del primo cittadino emerge la richiesta di un’azione coordinata tra tutti i livelli istituzionali, nella convinzione che una problematica di questa portata non possa essere affrontata con interventi isolati o emergenziali. “Serve una collaborazione istituzionale ampia”, sottolinea Bitetti, esprimendo fiducia nella possibilità che Governo e amministrazioni competenti possano proseguire in un percorso di riforma e miglioramento del sistema. Per il sindaco di Taranto, soltanto attraverso misure strutturali e una pianificazione di lungo periodo sarà possibile restituire piena funzionalità agli istituti penitenziari e affrontare in modo efficace il problema del sovraffollamento. Santa Maria Capua Vetere (Ce). Carcere: aperte 3 infermerie, dopo mesi di pressioni e mediazioni di don Salvatore Saggiomo* artestv.it, 11 maggio 2026 Dentro il carcere di Santa Maria Capua Vetere qualcosa finalmente si muove. Non una promessa. Non un annuncio vuoto. Ma un risultato concreto. Tre infermerie interne aperte. Operative. Funzionanti. Un passaggio che per molti potrebbe sembrare soltanto amministrativo, ma che dentro un istituto penitenziario significa assistenza, cure, presenza sanitaria, tutela minima della dignità umana. Significa dare una risposta a bisogni rimasti troppo spesso sospesi tra burocrazia, carenze strutturali e silenzi istituzionali. La svolta arriva nella Casa Circondariale di Santa Maria Capua Vetere dopo un lungo lavoro di interlocuzione tra istituzioni, sanità penitenziaria e uffici di garanzia. Un percorso complesso. Fatto di incontri, confronti, verifiche, sollecitazioni continue. Al centro dell’azione il Garante dei diritti dei detenuti della Provincia di Caserta, Don Salvatore Saggiomo, che ha portato avanti un dialogo costante con l’ASL di Caserta per sbloccare una situazione considerata da tempo prioritaria all’interno della struttura detentiva. Dietro l’apertura delle tre infermerie non c’è soltanto un intervento tecnico. C’è un tema più profondo. Quello del diritto alla salute in carcere. Un diritto che troppo spesso si scontra con sovraffollamento, carenze di personale, difficoltà operative e tempi lunghi. Ed è proprio qui che il risultato assume un peso particolare: perché riguarda un istituto penitenziario simbolico, finito negli anni al centro del dibattito nazionale sulle condizioni detentive e sul rapporto tra sicurezza, diritti e dignità umana. Le nuove infermerie rappresentano ora un presidio sanitario interno destinato a rafforzare l’assistenza ai detenuti, migliorando la gestione delle necessità mediche quotidiane e alleggerendo situazioni di emergenza che in passato rischiavano di trasformarsi in criticità ancora più gravi. Una risposta concreta dentro un contesto dove ogni ritardo sanitario può avere conseguenze pesanti. Determinante, secondo quanto emerso nel percorso che ha portato all’apertura dei presidi, il lavoro condiviso con l’ASL di Caserta e in particolare con il Coordinamento della Sanità Penitenziaria. Un contributo riconosciuto apertamente anche dal Garante Don Sasy, che ha espresso un sentito ringraziamento al dottor Giuseppe Nesi e al dottor Michele Caturano per la disponibilità istituzionale dimostrata e per la collaborazione operativa che ha consentito di arrivare al risultato finale. Ma dietro le formule istituzionali emerge soprattutto il dato reale: dentro il carcere adesso ci sono tre spazi sanitari in più. Tre punti di assistenza che significano visite, monitoraggio, cure, possibilità di intervento. E soprattutto un segnale. Perché il tema della salute penitenziaria continua a rappresentare uno dei nodi più delicati del sistema carcerario italiano. Nel corso degli ultimi mesi le interlocuzioni tra il Garante provinciale e le strutture sanitarie si sono intensificate proprio per affrontare criticità legate all’assistenza interna negli istituti di pena. Un lavoro spesso silenzioso. Lontano dai riflettori. Ma decisivo per incidere concretamente sulla vita quotidiana dei detenuti e sulle condizioni operative del personale sanitario e penitenziario. “Questo risultato dimostra che il confronto tra istituzioni può trasformarsi in azioni concrete a tutela dei diritti fondamentali delle persone detenute. La salute è un diritto che non può conoscere barriere”, ha dichiarato Don Salvatore Saggiomo, sottolineando il valore umano oltre che istituzionale dell’intervento. Ed è proprio qui il punto centrale dell’intera vicenda. Dietro cancelli, mura e celle resta una popolazione detenuta che continua ad avere diritti costituzionalmente garantiti. Tra questi il diritto alla salute. Un principio spesso evocato, ma non sempre tradotto in strutture, servizi e presenza reale. L’apertura delle tre infermerie nella Casa Circondariale di Santa Maria Capua Vetere diventa quindi qualcosa di più di una semplice attivazione sanitaria. Diventa un segnale operativo dentro un sistema complesso. Una risposta concreta in un contesto dove il carcere continua a rappresentare uno dei luoghi più fragili e delicati del tessuto istituzionale italiano. *Garante dei diritti dei detenuti della provincia di Caserta Benevento. Carcere, tra sovraffollamento e diritti dei detenuti labtv.net, 11 maggio 2026 Il bilancio dei Rotary a 50 anni dalla Riforma. Non un semplice convegno celebrativo, ma un’analisi cruda e pragmatica della realtà detentiva attuale. Si è conclusa ieri la giornata di lavori dedicata ai 50 anni della Riforma Penitenziaria, promossa dai Rotary Club Valle Telesina, Benevento e Morcone-San Marco dei Cavoti. L’iniziativa ha saputo coniugare la verifica sul campo con l’approfondimento tecnico, mettendo a confronto i vertici dell’amministrazione penitenziaria, l’avvocatura e il mondo dell’associazionismo. I lavori sono iniziati in mattinata con un passaggio chiave: una delegazione dei Club Rotary organizzatori, della Camera Penale di Benevento, dei vertici dell’Associazione Nessuno Tocchi Caino e dei Radicali Italiani è entrata nella Casa Circondariale per una visita alla struttura di detenzione sannita. L’evento è stato aperto dai Presidenti Ferdinando Ceglia (Valle Telesina), Raffaele Pilla (Benevento) e Carmen Capoccia (Morcone), i quali hanno ribadito come il ruolo del Rotary sia quello di agire come collante sociale su temi di stringente attualità. Al loro fianco, il saluto dell’avv. covino Vice Presidente dell’Ordine di Benevento. A seguire il l’intervento di Bruno Gambardella (Presidente Comitato Nazionale Radicali Italiani), che ha richiamato la politica alle proprie responsabilità: “La riforma fu un passo avanti storico, ma senza investimenti e coraggio politico nel gestire l’emergenza carceraria, rischiamo di scivolare verso una gestione puramente punitiva e disumana”. Sotto la moderazione di Nico Salomone (Camera Penale), il dibattito si è sviluppato attraverso testimonianze dirette e analisi giuridiche: Sicurezza e Gestione: Un tema toccato da Mauro Nardella (Sindacato Polizia Penitenziaria – IPA), che ha evidenziato come lo stress del personale sia speculare al disagio dei detenuti. Battaglia per i Diritti: Rita Bernardini e Sergio D’Elia (Nessuno Tocchi Caino) hanno centrato il punto sull’ergastolo ostativo e la funzione della pena, supportati dalle analisi di Filippo Blengino (Radicali) e Luigi Marino (Amnesty International) sul rispetto degli standard internazionali. Danilo Tozzi (Movimento ORA!) ha poi delineato le prospettive di una riforma legislativa non più rimandabile. Monitoraggio: Gianpaolo Catanzariti (Osservatorio Carcere UCPI) ed Elisabetta Zamparutti (Nessuno Tocchi Caino) hanno documentato la distanza tra il “diritto scritto” e la prassi nei penitenziari. In chiusura, la Garante provinciale Patrizia Sannino ha richiamato l’attenzione sulla necessità di presidi di tutela costanti e accessibili. Il messaggio che esce da Benevento è pragmatico: la riforma del 1975 resta la bussola, ma il sistema necessita di interventi strutturali. I Rotary Club del Sannio, attraverso questa iniziativa corale, hanno dimostrato che il tema del carcere non deve restare confinato dietro le sbarre, ma deve essere patrimonio di una cittadinanza attiva e consapevole. Comunicato Stampa Congiunto: Rotary Club Valle Telesina, Rotary Club Benevento, Rotary Club Morcone – San Marco dei Cavoti Vibo Valentia. L’agricoltura che unisce: nasce il primo orto sinergico certificato della Calabria zoom24.it, 11 maggio 2026 Si è concluso il progetto “Partiamo dall’Apice”: detenuti, studenti e persone con disabilità insieme per imparare i segreti della terra tra inclusione sociale, biodiversità e nuovi percorsi rieducativi. Dal 14 aprile al 22 aprile 2026, a Vibo Valentia, nell’ambito del progetto “Partiamo dall’Apice”, promosso dall’Associazione La Goccia presieduta da Michele Napolitano, si è svolto il primo corso di Orticoltura Sinergica certificato nel territorio calabrese, progetto che ha visto la co-partecipazione di molteplici strutture, enti e realtà della provincia vibonese. Da anni l’associazione promuove il modello dell’agricoltura sociale, pratica agricola che ha il fine di favorire la crescita, la socializzazione, le relazioni interpersonali, la partecipazione e l’inclusione. Il target di riferimento e i destinatari di tale pratica sono soggetti in situazioni di disagio e difficoltà, ma anche detenuti impegnati in percorsi alternativi grazie alla collaborazione con l’istituto penitenziario di Vibo Valentia, diretto dalla dottoressa Angela marcello. Da una parte la dimensione pedagogica, metodologica e rieducativa, dall’altra la possibilità di apprendere tecniche e fasi dell’orticoltura sinergica, con l’obiettivo finale della produzione di diversi prodotti naturali a chilometro zero. Il corso, tenuto da Sabina Urro, docente presso la Libera Scuola di Agricoltura Sinergica Emilia Hazelip (nome che prende ispirazione dalla pioniera di tale pratica in Italia), si è svolto presso la sede legale della stessa associazione, sita a Conte d’Apice, luogo di grande valenza simbolica e storica. Per comprendere appieno il grande valore pedagogico, formativo, valoriale, umano e sociale di questa iniziativa, è bene fare un accenno al significato dell’agricoltura sinergica e alla sua metodologia. La pratica dell’agricoltura sinergica, grazie ai processi naturali che è in grado di attivare, è determinante al fine di generare ambienti ricchi di biodiversità vegetale e animale. In un orto sinergico tutti gli esseri viventi, dai microrganismi presenti nel suolo agli insetti impollinatori e ai numerosi animali che proliferano in superficie, contribuiscono alla “salute” del suolo e delle piante che coltiviamo. Vista da una prospettiva di sistema sociale e pratica formativa, il gruppo, sotto la guida della docente e dei professionisti del mondo pedagogico, dell’educazione e della relazione di aiuto, ha dato vita a un incremento e potenziamento di una comunità partecipe, sempre pronta a offrire il proprio contributo. Una “terra” ricca di biodiversità, in cui ogni partecipante ha messo le proprie risorse a disposizione per la realizzazione del progetto. I principali beneficiari dell’iniziativa, insieme alle risorse umane dell’associazione stessa sono stati: l’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, l’Istituto Penitenziario, l’Istituto Agrario e Alberghiero. Questo ha creato un precedente storico di grande valenza formativa e importanza simbolica, sia perché, per la prima volta, l’Istituto Penitenziario ha concesso il permesso a un detenuto di partecipare a tale attività, dimostrandosi collaborativo, incline a lavorare in gruppo, a stabilire buone relazioni ed essendo riuscito a interiorizzare il rispetto delle regole che determinate pratiche richiedono. Sotto la guida della docente e di esperti di processi educativi e formativi, si è creato quello “spirito di gruppo” necessario e fondamentale per lavorare in sinergia. Una sinergia che ha restituito vita a un luogo marginalizzato, creando così un orto didattico e sociale e rendendolo di nuovo socialmente attivo e fruibile. Progettazione, coordinamento, monitoraggio, come anche l’essere tutti partecipi delle attività, hanno dato luogo a una dimensione intrinseca dei valori che sottostanno all’essere persona: valori umani come l’esercizio della pazienza, il sacrificio, il fattore tempo e la dedizione. Il tutto ha portato al miglioramento del benessere e della qualità della vita, soprattutto di chi si trova in situazioni di disagio, marginalità e svantaggio sociale. Questa esperienza è l’inizio di un progetto sociale più grande, l’inizio e il continuum di collaborazioni, sinergie e sogni che hanno in comune la valorizzazione del territorio, la promozione di modelli di agricoltura sociale e di metodologie pedagogiche, formative e terapeutiche che, insieme alla produzione consapevole di beni, possano essere anche mezzo e strumento di miglioramento della qualità della vita delle persone. Strumenti di inclusione sociale e sensibilizzazione rispetto a pratiche virtuose di cura della terra e di crescita personale. Palermo. Detenuto con la grazia parziale vince il premio letterario “Tiziano Terzani” La Sicilia, 11 maggio 2026 Alaa Faraj, autore del romanzo epistolare “Perché ero ragazzo”, pubblicato da Sellerio, attualmente detenuto a Palermo, beneficiario di un provvedimento di grazia parziale concesso dal presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella, è stato consacrato vincitore della XXII edizione del Premio letterario internazionale “Tiziano Terzani”. Faraj, dopo la comunicazione della vittoria alcune settimane fa, è intervenuto alla cerimonia a Udine con l’autorizzazione del Tribunale di Sorveglianza di Palermo. “Siamo grati alle autorità competenti per aver permesso la partecipazione di Alaa Faraj e siamo felici che il pubblico possa ascoltare la storia esemplare di dignità e coraggio alla quale abbiamo assegnato il Premio dalla voce stessa del suo autore”, hanno spiegato, in una affollatissima cerimonia che ha fatto registrare il tutto esaurito al Teatro Nuovo Giovanni da Udine, Angela Terzani, presidente di giuria del premio, e Paola Colombo, presidente dell’associazione vicino/lontano, che organizza il festival. “Perché ero ragazzo”, ha sottolineato ancora Angela Terzani leggendo le motivazioni del conferimento, “è un racconto doloroso ma necessario: abbiamo voluto premiare la storia di un ragazzo libico nato a Bengasi nel 1995, un ventenne studente di ingegneria e promessa del calcio che nel 2015 decideva di lasciare la Libia sconvolta dalla guerra civile, partendo a bordo di un barcone insieme agli amici di pallone, senza avvisare la famiglia. Durante quella traversata 49 persone morirono soffocate dentro la stiva. Sbarcato drammaticamente in Italia, Alaa Faraj è stato accusato, dopo una frettolosa indagine, di “concorso in omicidio plurimo e violazione delle norme sull’immigrazione”, e condannato a 30 anni. Eppure Alaa non si fa sconfiggere dalla disperazione. Studiare, imparare è diventato il suo modo di sopravvivere, continuando ad affermare la sua innocenza e accettando, sempre fiducioso nella giustizia, il ruolo del detenuto, ma mai quello del criminale”. Siena. I detenuti del carcere di Santo Spirito vincono il premio “Maurizio Costanzo” di Annalisa Coppolaro Corriere di Siena, 11 maggio 2026 Metti un gruppo di detenuti del carcere Santo Spirito di Siena con la passione per la scrittura e il teatro, un testo di qualità, una passione e un concorso prestigioso. Nasce così la formula che ha portato la casa circondariale senese a vincere il premio Maurizio Costanzo nelle carceri, con un testo dal titolo Un bar di paese, scritto con la Compagnia Lalut e Egumteatro. L’edizione 2026 del premio, che ha visto anche una menzione speciale per E niente dei detenuti dell’Ipm Nicola Fornelli di Bari, in partnership con Reload, metteva in palio la rappresentazione nel teatro Parioli Costanzo di Roma, ed dove sarà messa in scena a fine maggio. I detenuti stanno lavorando sul testo scritto con la regista Annalisa Bianco e con l’attrice Rita Ceccarelli. Reciterà anche il cappellano del carcere don Carmelo Lo Cicero. Sul palco anche il gruppo musicale CellaMusica, composto da ex detenuti e agenti. Lo spettacolo sarà ai Parioli il 20 maggio. “Il premio teatrale Maurizio Costanzo nelle carceri nasce con l’obiettivo di valorizzare e promuovere il talento artistico nelle istituzioni detentive - si legge nel bando presentato a ottobre - per promuovere la cultura teatrale, come strumento di recupero e riabilitazione nel contesto carcerario, per offrire un’opportunità concreta di crescita personale e professionale ai detenuti interessati alla pratica teatrale e per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza della riabilitazione e del reinserimento sociale”. A Siena anni fa è stato l’impegno di Lalut e Ugigiulio Lurini a lanciare l’idea del teatro. E a giudicare dai risultati è stata davvero un’ottima idea. Milano. Musica e parole per raccontare l’umanità in carcere di Roberta Rampini Il Giorno, 11 maggio 2026 Torna sul palcoscenico del teatro civico De Silva a Rho il racconto dell’esperienza carceraria del Gruppo della Trasgressione, che da 28 anni accompagna con diversi progetti i detenuti delle carceri di San Vittore, Bollate e Opera. Domenica 17 maggio (alle 21) la Trasgressione Band con il suo frontman, lo psicoterapeuta Juri Aparo, propone “Canzoni di De André e trame di libertà”. L’appuntamento è inserito nella rassegna T-Off. Contemporaneamente, nel foyer del teatro, dalle 18.30 saranno esposte alcune opere di pittori, scultori, fotografi sul tema della serata a cura della Associazione Trasgressione.net. Il progetto “Percorsi della devianza e Trame di libertà” è stato realizzato da Paolo Colombo, Federica Bentivegna, Peter Bescapé, Margherita Lazzati, Giancarlo Scialanga, Carmelo Carrubba, Adriano Avanzini, Franco Scoccimarro, Daniela Ferrante, Pierluigi Bernasconi, Antony Carrisi, Alberto Lastrico, Alessio Ferraro. Inoltre alle 20.15, studenti e insegnanti di alcuni istituti scolastici di Monza, Saronno, Legnano, Parabiago, con i quali il Gruppo della Trasgressione collabora da anni, proveranno a “cucire le loro considerazioni con quelle degli artisti presenti e dei componenti del gruppo”. “Ospitiamo per il terzo anno il Gruppo della Trasgressione Band perché vogliamo tenere accesa una luce su quello che avviene oltre le mura del carcere, affrontando temi che troppo spesso rimangono ai margini del dibattito pubblico - commenta l’assessora alla cultura Valentina Giro - Il Gruppo della Trasgressione ci permette di conoscere da vicino le vite di detenuti e volontari, storie di riscatto, voci di chi ha scelto di mettersi in gioco, dentro e fuori il carcere, accompagnati dalle canzoni di Fabrizio de André. Il dialogo con gli studenti arricchirà ulteriormente la serata, insieme alle opere d’arte esposte nel foyer”. Come spiegano gli organizzatori, “questa serata ha come obiettivo attivare una officina creativa tra studenti, artisti, musicisti, detenuti, ex detenuti e componenti esterni del gruppo, utilizzando le canzoni di Fabrizio De André e della Trsg.band e le creazioni degli artisti coinvolti”. Dentro il carcere, il racconto di una realtà che interroga la coscienza civile di Alfredo Venturini buonasera24.it, 11 maggio 2026 Una riflessione sul libro di Fabrizio Pomes, nato dall’esperienza diretta della detenzione e dal tentativo di restituire umanità e dignità a un universo spesso nascosto. Il libro di Fabrizio Pomes si colloca in quel movimento impegnato a cercare di riqualificare la visione comune della prigione, rappresentandola in maniera veritiera. Prova a restituire dignità alle storie che il carcere spesso nasconde fra le sue mura. Nasce dall’esperienza diretta di chi ha vissuto la detenzione e prova a portarti oltre le sbarre di un mondo complesso, segnato dalla contraddizione fra isolamento e sovraffollamento. Non ha la presunzione di assolvere o condannare. Si limita ad osservare come la questione penitenziaria non sia marginale, ma profondamente intrecciata alla qualità civile di un Paese. Nella sua descrizione Fabrizio, chiamo l’autore con il suo nome di battesimo conoscendolo da sempre e orgoglioso di considerarlo un fratello minore, identifica fin da subito l’ambiente del carcere come un ambiente punitivo, che porta alla perdita della dignità dell’individuo. L’istruzione diviene uno dei pochi appigli per evitare di “spegnersi” e uno dei modi per mantenere delle aspirazioni. La realtà del carcere è immensamente complicata. Senza cercare di riassumerla troppo, lo fa bene l’autore, penso si possa affermare che si tratti di una realtà umana, più che giudiziaria. I detenuti sono persone e in quanto tali impongono un’attenzione e una riflessione profonda sulla posizione che ricoprono nella società. Lo scopo dell’istituzione carceraria è sostanzialmente rieducativa, quindi ha il fine di reintrodurre i detenuti nella società. Tuttavia, questo tipo di impostazione rischia di essere eccessivamente razionale e meccanica, considerando i detenuti come oggetti da riparare, raddrizzare. Dal momento che il problema riguarda le persone, una gestione innovativa potrebbe essere il lavorare su di esse per uscirne diversi. Conoscendo l’autore, sono certo, che la dura esperienza vissuta lo porti, oggi da uomo libero, a stare “dietro le sbarre”, consapevole della condizione carceraria. Dentro il carcere, fuori la speranza: il racconto di Giacomo Rizzo Corriere di Taranto, 11 maggio 2026 Il suono è quello di un citofono che squilla all’alba. “Per me la notte del 5 ottobre 2014 non è una data, è un rumore”, racconta Fabrizio Pomes. “Ti svegli di soprassalto, ti affacci e vedi le luci blu che filtrano dalle finestre. In quel momento pensi solo alla tua famiglia. In pochi minuti la tua vita cambia direzione. Senza spiegazioni, senza tempo per raccogliere pensieri o abbracci. Un attimo prima ero un uomo libero, un padre nella propria casa. Un attimo dopo ero un detenuto”. È l’inizio di una traiettoria che lo porterà dentro il carcere e, anni dopo, a mettere tutto nero su bianco in un libro dal titolo che è già una dichiarazione: “Trovate la speranza o voi che entrate. Il carcere tra pena e possibilità”. Sessant’anni, sposato, padre di una ragazza di 33 anni e due gemelli di 30, già consigliere, assessore comunale e dirigente politico prima con il Psi e poi con la “Puglia per Vendola”, Pomes era il presidente del centro sportivo Magna Grecia. Poi, l’uragano dell’operazione “Alias”: l’accusa di essere fiancheggiatore del clan De Vitis-D’Oronzo, la condanna definitiva a otto anni per concorso esterno in associazione mafiosa e intestazione fittizia di beni. Una sentenza pesante, un macigno che avrebbe potuto schiacciare chiunque, ma che lui ha scelto di affrontare come possibilità di riscatto. Oggi Pomes vive a Bologna. Ha scontato la sua pena fino all’ultimo giorno, tornando completamente libero nel settembre 2025 e trasformando la cella in un’aula universitaria. Ne è uscito con una laurea in più (delle quattro conseguite) e un libro in distribuzione dall’8 maggio (Pendragon editore), che vanta le firme di Matteo Maria Zuppi – arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana – per l’introduzione e il comico e saggista Alessandro Bergonzoni per la postfazione. “Questo libro – svela – è nato un po’ per caso, cioè non avrei mai voluto scriverlo. Poi è diventato una necessità ed è stato ispirato dal cardinale Zuppi perché ebbe a dire che per i detenuti il carcere poteva rappresentare una speranza, un momento di ricostruzione”. Più che un memoriale, è un’analisi sociologica e umana. “Non ho scritto queste pagine – spiega – per cercare assoluzioni, ma per testimoniare. Perché il carcere non resti un’ombra distante, ma un luogo abitato da esseri umani. Perché la speranza non resti una parola pronunciata dall’alto, ma diventi un’esperienza concreta, fragile e tenace, che passa attraverso i piccoli gesti: uno sguardo che non giudica, una possibilità concessa, una porta che si apre dentro prima ancora che fuori”. Di fatto, afferma, “è un pit stop biografico. Non puoi più essere quello che sognavi di diventare e non puoi essere più lo stesso, ti devi riscrivere completamente”. Per Pomes, la detenzione è stata il luogo della resilienza, dove “puoi in qualche modo anche migliorarti o fare cose che diversamente non avresti avuto modo di fare”. Il cuore del suo pensiero batte contro la tendenza della società a cristallizzare l’individuo nel suo errore peggiore perché “nessuno è il suo reato”. Pomes si riferisce alla “visione spesso carcero-centrica, un po’ paternalista della società, che porta sempre a considerare il detenuto esclusivamente il reato che ha commesso, ma è una persona che merita dignità. Deve pagare una colpa -semmai l’ha commessa – ma senza perdere la propria umanità. Il ruolo che volevo affidare al libro è quello di restituire un po’ di dignità a un luogo come il carcere che troppo spesso la nega”. Il libro attraversa il sistema penitenziario dall’interno, tra sovraffollamento, sanità fragile, subculture e contraddizioni, ma anche attraverso le voci di chi lo vive e lo anima: una dirigente penitenziaria, una funzionaria giuridica pedagogica, un agente di polizia penitenziaria, il mondo dell’associazionismo dal teatro alla redazione giornalistica interna al carcere, un rappresentante delle comunità islamiche, la presidente di Antigone. Nel testo si parla, dunque, di speranza come “possibilità di immaginarsi diversi da ciò che si è stati. Quando questa possibilità – riflette l’autore – viene negata, si produce solo recidiva, rancore, esclusione. Quando invece viene coltivata, anche faticosamente, si costruisce sicurezza vera. La pena che non offre futuro non protegge. Illude. La pena che responsabilizza, invece, trasforma. Questo libro non chiede indulgenza né scorciatoie. Non nega il reato, non attenua il dolore delle vittime. Chiede però che la giustizia non rinunci alla sua funzione più alta: rendere possibile il cambiamento. Perché una società che smette di credere nella trasformazione dell’uomo è una società che rinuncia a migliorare se stessa”. In questo viaggio Pomes elogia l’opera del volontariato. E non è un caso che, una volta fuori, abbia scelto di restare in quel mondo. Partecipa al laboratorio di giornalismo “Ne vale la pena”, conduce una rubrica radiofonica, “Percorsi di libertà”, su EduradioTv, e porta testimonianze nelle scuole. “È come il mal d’Africa. Quando esci, una parte di te resta lì. Io provo a restituire quello che ho ricevuto”. Secondo gli inquirenti avrebbe favorito gli interessi illeciti dell’organizzazione criminosa proprio attraverso la gestione del centro sportivo Magna Grecia, uno dei principali impianti della città. Sotto la lente della magistratura finì l’assegnazione alla coop Falanto. La gara d’appalto fu bloccata e trasformata in proroga del servizio. In primo grado fu condannato a 11 anni, pena poi ridotta a 8 anni in appello e diventata definitiva nel settembre del 2019. “La sentenza – confida – non la reputo giusta, ma ritengo piuttosto che le sentenze, anche se non condivise vadano rispettate per cui, quando arrivò la definitiva, io mi consegnai al carcere al carcere Rocco D’Amato di Bologna. La Dozza. L’imputazione era molto liquida, c’erano ruoli confusi, relazioni un po’ deformate, supposizioni elevate a verità. Ritengo di non aver mai agito contro la legge. Forse sono stato, come mi hanno detto mia moglie e i miei figli, “fortemente incauto”. O forse un inguaribile sognatore. Io ho sempre pensato di essere innocente, però poi quando arriva una condanna che diventa definitiva la devi accettare per quella che è”. Il legame con la sua terra, Taranto, rimane una ferita aperta e sanguinante. Guarda da lontano i lavori per i Giochi del Mediterraneo che interessano proprio quel Magna Grecia che fu il suo regno e la sua rovina. “La mia grande paura oggi – riflette – è per il dopo Giochi. Il rischio che si corre è di realizzare cattedrali nel deserto. Di vederlo ristrutturato mi fa un gran piacere, ma occorre poi tenere gli impianti in equilibrio finanziario”. Non tornerebbe indietro, però. Bologna lo ha adottato, offrendogli un modello di gestione della cosa pubblica che descrive come “di un altro livello”. E la politica? Quella fatta di strette di mano e promesse? “L’abbandono fa parte proprio della nostra storia millenaria. L’ha fatto Pietro con Gesù, immaginate un po’ se mi amareggiassi che qualcuno lo abbia fatto con me”. Gli amici veri sono rimasti - cita, tra gli altri, Zaccheo, Gigante, Pedullà, Castronovi - mentre quelli di convenienza sono evaporati. Oggi Fabrizio Pomes lavora in un call center e dedica ogni minuto libero al volontariato e alla testimonianza nelle scuole. Racconta il carcere non come un luogo di straforo, ma attraverso la “Convict criminology”, la narrazione di chi ha sentito sulla pelle il “suono metallico in tutto” di una sezione penitenziaria. Prima a Taranto, poi a Bologna. “L’impatto è tremendo. Quando ti muovi senti solo cancelli che sbattono, chiavi che girano, inferriate che si chiudono. E poi gli odori. Sono cose che ti restano dentro”. Ma è nel momento del congedo, nel settembre 2025, che aumenta l’intensità della narrazione. Per lui “l’uscita dal carcere non è raccontabile. Lasci persone con le quali hai convissuto per anni, con le quali hai stretto amicizie sincere. Ma la gioia di poter guardare il cielo e rivedere le stelle è enorme. Potrebbe anche essere il titolo di un seguito del libro. Rivedere il cielo senza grate è una cosa che non riesco a trasferire, un’emozione troppo grande. La libertà”. Il suo è un invito a guardare dentro le mura, a riconoscere i volti e le storie dove la società preferisce voltarsi dall’altra parte. Perché il carcere è sì un luogo di ombre, ma come scrive Pomes, resta pur sempre “un luogo fatto di attese, silenzi, errori… ma anche di umanità, resistenza e possibilità”. E lui, quella possibilità, l’ha afferrata con entrambe le mani. Tra remigrazioni e false nostalgie, un Paese nuovo sta spuntando di Marco Impagliazzo Avvenire, 11 maggio 2026 Mentre cresce il richiamo identitario del “ritorno a”, l’Italia reale cambia volto. E intreccia origini, lavoro, destini condivisi e futuro comune. Senza cancellare la propria natura plurale. “Remigrazione” è un termine che si utilizza sempre più spesso in quei mondi di destra che fanno dell’identità nazionale il cuore del proprio programma. In Italia non si parla (ancora?) di rimpatri forzati, ma si afferma che la cittadinanza è una concessione che può essere tanto accordata quanto revocata. Si fa capire che alcuni saranno (potenzialmente) stranieri per sempre; che la loro presenza qui è temporanea, e comunque indesiderata. In un tempo liquido e inquinato dalla cultura dello scarto anche il diritto può diventare meno certo di prima. Incappare in un’infrazione amministrativa, ovvero un domani essere vittima di chi pensa che siamo “in troppi” (in base a quali criteri, oltretutto in un’Italia a forte calo demografico?) potrebbe significare l’espulsione nel Paese d’origine, o, nel caso non si potesse procedere in tal modo, la deportazione in un Paese terzo, ad esempio in Africa, come già succede in altre realtà. Cittadinanze che si perdono dall’oggi al domani, deportazioni e tanto altro ancora: dopo la celebrazione del riarmo – a scopo difensivo, si intende – avremo lo sdoganamento di altri concetti e pratiche che immaginavamo sepolte insieme al Novecento? Si condanneranno ancora intere categorie umane a sentirsi “altre”, tollerate, o non più tollerabili, dei “corpi estranei”, da isolare ed allontanare da noi, anche se fuggono da guerre o situazioni insostenibili nei Paesi di origine? Il punto è che in certi ambienti si sostiene che c’è chi, per motivi religiosi, o culturali, non è assimilabile alla nostra civiltà. Se non addirittura che chi ha la pelle di un colore più scuro non può essere italiano. È un controsenso pensando alla storia della penisola, protesa al centro del Mediterraneo, sede di civiltà antichissime, eppure eterogenee, cuore per secoli di un impero al cui interno si sono spostati mischiandosi milioni di individui, soggetta poi ad invasioni, una dopo l’altra. Alla fin fine cos’è l’Italia se non il frutto ibrido e felice di un successivo stratificarsi di apporti e di scambi? Cosa c’è di originale e di genuino nella nostra cultura se non l’incredibile creatività di genti capaci di rendere più bello e armonioso tutto ciò che passava da queste parti? Chi parla di remigrazione ama considerarla l’occasione per chiudere una parentesi, per voltare pagina, per tornare a un inizio che non è mai esistito. Si tratta di ritrovare ragione ed umanità. Di non farsi guidare dal disorientamento, dal fastidio, dal risentimento, bensì da una prospettiva che guardi in avanti. Nascosto in quel prefisso, “re-”, c’è tutta un’idea passatista, nostalgica, sconfitta in partenza, che si impossessa del presente e del futuro. Si sogna un oggi in cui sentirsi meno spaesati, in cui dividere il mondo tra “noi” e “loro”, facendo chiarezza, cedendo alla semplificazione, in un tempo sfidante e complesso. Si sogna un domani più “bianco”, più ordinato, come se si potesse scendere dal treno della storia. Si immaginano un presente e un futuro che somiglino al passato, all’insegna degli “again”, di tanti slogan di questi decenni, dalla Brexit a Trump, semi di “retrotopia”, come la chiamava Bauman, che si sviluppano nel nostro Occidente vecchio e stanco, tentazioni di un “ritorno a”, alla “giusta” disuguaglianza, alla mia tribù… Ma può una società ricca e vivace come la nostra seppellirsi da sola in nome di una falsa nostalgia? Troppo spesso la polemica politica o mediatica si riferisce a una presenza straniera “astratta”, di cui si pensa di conoscere tutto e di cui fa comodo amplificare luoghi comuni. Senza accorgersi, tra l’altro, di quanta parte di chi lavora in Italia viene da un altro Paese. Quanta ricchezza questi lavoratori producono assieme a noi, quanti servizi assicurano e quanto condividano con noi destini buoni e tragici, come dimostra proprio quanto accaduto ieri con la morte di tre braccianti stranieri che all’alba andavano a lavorare nei campi e dei due operai – l’uno senegalese l’altro italiano – ugualmente deceduti nei cantieri in Calabria. La comunità dei non italiani e dei discendenti di non italiani nel nostro Paese è in effetti da conoscere meglio, nelle sue speranze, nella sua voglia di futuro. Perché la loro scommessa sul futuro può essere anche la nostra. Perché se loro ce la faranno, ce la farà anche l’Italia; e se l’Italia ce la farà, ce la faranno anche loro. Un Paese nuovo sta spuntando tra i rami del vecchio, nuove radici si affiancano a quelle più antiche. Voltarsi indietro non ci farà essere più felici, ma ci pietrificherà in statue di sale, aride e sterili. Guardare avanti, invece, ci permetterà di godere dei frutti che sbocceranno da questo innesto, peraltro non il primo della nostra lunga storia. E a beneficiarne, nello stesso spirito, sarà tutta l’Europa, continente che in questo momento storico è il più adatto ad arginare tante derive della cultura, della civiltà, dei diritti umani. Ronde nere, la Digos indaga sull’aumento dei pestaggi organizzati di Irene Famà La Stampa, 11 maggio 2026 L’ultima aggressione ai danni di stranieri e di clochard a Roma. “Ma se non lo faccio io, chi lo deve fare?”. Intriso di ideologia sulla supremazia della razza, remigrazione e affini, uno degli adolescenti che a Roma hanno aggredito stranieri e clochard osserva il padre. E ripete, quasi stupito dalla perquisizione della polizia: “Se non ci penso io, chi?”. Come in Arancia Meccanica, insieme a due suoi amici vicini a gruppi di estrema destra, la notte del 7 febbraio ha assalito cinque persone che dormivano o passavano in zona stazione Termini, a Roma. Senza tetto, immigrati che agli occhi dei tre ragazzi, di diciassette, diciannove e vent’anni, apparivano come “inferiori, indesiderati, da spazzare via”. Una “caccia all’uomo”, così è scritto negli atti. Come a Catanzaro, Milano, Bologna, Verona. Prima l’agguato, con sfollagente telescopico e mazze, poi le botte e infine la fuga, tra risate e pacche sulle spalle. E una convinzione che si può riassumere così: “Molte delle vittime non hanno nemmeno un tetto sulla testa, figurati se denunciano”. A farsi avanti, un uomo di origini nigeriane che racconta agli agenti della polizia ferroviaria di essere stato strattonato, insultato, spintonato da tre ragazzini che hanno inveito contro di lui, le sue origini, il colore della sua pelle. Gli agenti della Digos di Roma hanno setacciato i filmati delle telecamere di videosorveglianza della zona, parlato con alcuni testimoni, analizzato i tabulati telefonici e hanno individuato la banda e altre quattro aggressioni. Una caccia all’uomo, dunque, organizzata da tre ragazzi che di giorno studiano e di notte, con bomber nero, pantaloni neri e stivali neri, escono per colpire gli “inferiori”. Sotto il letto coltelli e tirapugni, sotto il sellino dello scooter una mazza di ferro, in libreria una copia del Mein Kampf. Materiale propagandistico, si legge nelle carte dell’inchiesta, “caratterizzato da una simbologia ideologica riconducibile al disciolto partito fascista con contenuti razzisti e discriminatori verso gli stranieri, la comunità Lgbtqia+ e le minoranze religiose”. Sulla scrivania diversi volantini e adesivi di Lotta Studentesca, la giovanile del movimento di Forza Nuova fondato da Roberto Fiore che sul web si presenta come “il gladio degli arditi”. Ronde contro gli immigrati, i clochard, il diverso, organizzate anche a Catanzaro. Il 6 marzo 2025, tre militanti di Forza Nuova erano impegnati ad affiggere uno striscione: “Maranza: a Catanzaro su caci’nta panza!”. Un giovane di origine marocchine si ritrova a passeggiare da quelle parti e viene rincorso, colpito con calci, pugni. Lui riesce a fuggire, a rifugiarsi in un posto sicuro, i tre, poi individuati dalla DiÈgos e denunciati, lo cercano dappertutto: di nuovo una caccia all’uomo. In quanto straniero. Episodi singoli, è vero. Che però gli inquirenti non sottovalutano. Sullo sfondo l’ideologia dell’estrema destra. L’obiettivo? Ronde strutturate e frequenti. Lo racconta l’indagine della Digos di Bologna che, partendo dal monitoraggio di una “Passeggiata per la sicurezza”, organizzata il 2 luglio dalle parti della stazione promossa dal gruppo Bulaggna Dsdadet, ha denunciato diciotto persone per numerosi reati, tra cui violazione del divieto di ricostituzione del partito fascista, apologia del fascismo, propaganda e istigazione a delinquere per motivi razziali, etnici e religiosi. Volevano pattugliare il territorio, controllarlo, “liberarlo dagli stranieri”, dai poveri, dai senza tetto. Chissà, forse sulla scia delle parole di Alexander DeLarge, il sadico protagonista del romando di Anthony Burgess: “Una cosa che non mi era mai piaciuta era la vista di un vecchio sporco. Non li ho mai potuti sopportare”. Così a Milano, quando un ragazzo di origini nordafricane è stato picchiato perché considerato uno scippatore. Il video dell’aggressione è stato condiviso sulla pagina Instagram “Articolo 52” e altri profili social dove si invitava a partecipare alle “ronde anti-maranza” e a raccogliere fondi per comprare spray al peperoncino e walkie talkie. Nove gli italiani perquisiti dalle forze dell’ordine: anche qui sono stati sequestrati manganelli telescopici, taser, volantini di estrema destra. Tutti loro avevano partecipato a diversi presidi di Forza Nuova contro il degrado e l’immigrazione irregolare. Palazzo Chigi ci riprova: “Nei centri in Albania i migranti presi in mare” di Lorenzo De Cicco La Repubblica, 11 maggio 2026 Il governo prepara un nuovo decreto per tornare al progetto originario degli “hub di frontiera”. Il varo entro giugno. Come nel gioco dell’oca, i centri in Albania sono pronti a tornare alla casella di partenza. Cioè alla formula originaria: hub di frontiera, per ospitare i migranti raccolti in mare. Non solo Cpr (centri per il rimpatrio), la scappatoia trovata dall’esecutivo un anno fa, per evitare che le costose strutture di Shengjin e Gjader restassero desolatamente vuote. Il governo lavora a un nuovo decreto, confermano a Repubblica più fonti di primo piano di maggioranza. Il varo: a giugno. Il primo step è previsto già in questi giorni. Domani in Parlamento arriva il testo di ratifica del nuovo accordo Italia-Albania di “cooperazione strategica”, siglato dalla premier Giorgia Meloni e dal primo ministro albanese, Edi Rama, il 13 novembre 2025. Il provvedimento passerà domani al vaglio della commissione Difesa di Montecitorio, per un parere consultivo; il giorno dopo sarà esaminato, sempre per un parere, dalla commissione Bilancio, e subito dopo verrà approvato in sede referente dalla commissione per gli Affari esteri. Il testo dell’intesa prevede di “implementare efficacemente il protocollo per il rafforzamento della collaborazione in materia migratoria”, firmato sempre da Meloni e Rama il 6 novembre del 2023. Nel provvedimento di ratifica, c’è scritto che le parti, cioè il governo italiano e quello di Tirana, convengono di “sviluppare ulteriormente la loro cooperazione relativa a soluzioni innovative in vista dell’entrata in vigore del Patto europeo per l’immigrazione e l’asilo nel giugno del 2026”. Che significa? Secondo fonti di FdI, il progetto è riconvertire le strutture sulla sponda est dell’Adriatico alla missione originaria. L’espediente messo a punto dal governo all’inizio dell’anno scorso ha infatti evitato, sì, che le due strutture restassero deserte, visti i pronunciamenti dei magistrati, ma ha avallato quello che all’opposizione suona come un dispendioso paradosso: sono stati convertiti in Cpr, cioè in centri dove vengono spediti migranti irregolari, che sono già ospitati in analoghe strutture su suolo italiano. E i costi dell’operazione Albania sono noti: 670 milioni di euro nel periodo 2024-2028. Ecco perché l’esecutivo prepara l’ennesimo intervento. Anche perché Meloni, nonostante le critiche, non si scosta da quel “funzioneranno” pronunciato sul palco di Atreju, ormai due inverni fa. Il governo allora, come si legge nelle carte del decreto di ratifica, attende che l’Ue vari definitivamente il nuovo patto. Atteso, c’è scritto “a giugno 2026”. A quel punto, arriverebbe un decreto (si sta cercando la via tecnica più rapida: decreto legge, più probabile, o decreto ministeriale), per tornare al piano A. In maggioranza non tutti sono disposti a mettere la mano sul fuoco, sul fatto che dai magistrati non arrivino nuovi “sgambetti”. Ma c’è la convinzione che su larga scala lo scudo europeo, con annessa lista dei paesi terzi sicuri, tenga nel medio periodo. E per la campagna elettorale. Non è un caso se si è deciso di incardinare il ddl sgomberi a Palazzo Madama: così tra poche settimane la Camera avrebbe l’agenda libera per lavorare sul nuovo provvedimento sull’Albania. L’opposizione naturalmente protesta. Per Riccardo Magi di +Europa, “il governo deve chiarire il reale contenuto di questo accordo piuttosto vago nella parte che riguarda il tema migratorio. Qualora il governo volesse cambiare di nuovo la destinazione d’uso dei centri albanesi alla luce del nuovo patto europeo, si tratterebbe dell’ennesima grave forzatura per camuffare da innovazione questo fallimento disumano”. Iran. Narges Mohammadi rilasciata su cauzione per cure dopo l’infarto in carcere agi.it, 11 maggio 2026 La premio Nobel per la Pace iraniana Narges Mohammadi ha ottenuto la sospensione della pena per motivi medici dopo dieci giorni di ricovero nell’ospedale di Zanjan ed è stata trasferita in ambulanza al Pars Hospital di Teheran, dove sarà curata dal proprio team medico. L’annuncio è stato dato dalla Narges Foundation e dai familiari dell’attivista, che hanno ringraziato la comunità internazionale per la solidarietà dimostrata, sottolineando però che la sola sospensione della pena su cauzione “non è sufficiente”. “Narges Mohammadi ha bisogno di cure permanenti e specialistiche. Dobbiamo assicurarci che non torni mai più in prigione per scontare i 18 anni che restano della sua condanna”, si legge nella dichiarazione, che chiede la liberazione incondizionata dell’attivista e l’annullamento di tutte le accuse a suo carico. In un messaggio pubblicato su X, il suo avvocato Mostafa Nili ha spiegato che la decisione è stata adottata in seguito a una valutazione dell’Organizzazione di medicina legale iraniana, secondo la quale Mohammadi necessita di cure specialistiche al di fuori del carcere e sotto la supervisione del proprio team medico a causa di diverse patologie.