Decreto sicurezza, più mamme in carcere coi figli di Raffaella Calandra Il Sole 24 Ore, 10 maggio 2026 Troppo poche le case famiglie, il nodo del differimento della pena. A fine aprile, 24 bimbi negli Icam. Gli operatori: “arrivano più donne in custodia cautelare o con pene basse”. Lo scivolo gonfiabile è sul prato. A Lauro (Avellino), nell’unico istituto a custodia attenuata del Sud, la festa della mamma sarà mercoledì. Troppo difficile organizzare di domenica. In fin dei conti è un carcere. Nonostante Re Leone sulle pareti e vagiti di bambini nei corridoi. Bimbi che condividono la pena delle madri, di cui il mondo di fuori non ha saputo prendersi cura. Al 30 aprile erano 20 le donne recluse con 24 figli. Numeri con oscillazioni quotidiane, nel tentativo di trovare presto soluzioni alternative; ma “in aumento” concordano gli operatori. La causa, uno dei decreti sicurezza (Dl 48/25 convertito il 9 giugno 2025): ha fatto decadere l’obbligo di differimento della pena in caso di gravidanza o figli piccoli. A gennaio 2025, durante il viaggio de Il Sole 24 ore nelle carceri, erano 12 i bimbi. La metà. Più ingressi - “Ora arrivano più madri in custodia cautelare o con pene basse”, raccontano da Milano a Lauro: qui la struttura, chiusa per 5 mesi, è stata riaperta di corsa dopo il fermo di una donna con un neonato. Negli Icam c’è la madre condannata per sfruttamento della prostituzione, quella fermata dopo un furto; chi ha alle spalle storie di droga o chi rapine. Diversi profili, diverse nazionalità, diversi anche gli orientamenti della magistratura di sorveglianza. Orientamenti della Sorveglianza - Se nel capoluogo lombardo, ad esempio, da subito i giudici non hanno applicato il decreto per reati commessi prima della sua entrata in vigore, altri Tribunali hanno valutato diversamente, considerando la modifica solo procedurale. La sentenza 39550/2025 della Cassazione ha poi chiarito: con reati antecedenti al decreto, pena congelata. La nuova legge affida alla Sorveglianza la decisione sul rinvio della pena, da negare in caso “di pericolo di eccezionale rilevanza di reiterazione del reato”, recita il testo. Compromesso dopo trattative col Colle. “Mai più bimbi in carcere” - Ma se i cinque Icam sono nati all’insegna di “mai più bimbi in carcere”, “quello spirito è stato stravolto dalle norme e oggi ne abbiamo di più per più tempo”, riflette Marianna Grimaldi, coordinatrice dell’Icam di San Vittore. Invitata dalla Commissione diritti umani dell’Ordine degli avvocati di Milano, ha posto l’attenzione sulla mancanza di professionalità specifiche: “Chi si occupa di bimbi con età ed esigenze diverse? A Milano siamo fortunati, altrove c’è solo il volontariato”. Nonostante gli sforzi di “generosi operatori”, per dirla col presidente della Repubblica Sergio Mattarella, non può essere il personale penitenziario a prendersi cura, ad esempio, del piccolo uscito da San Vittore dopo 8 anni dentro o della futura mamma transgender a Lauro. Il differimento della pena - “Quanto è dannosa per i minori la permanenza in carcere”, avverte Lara Fortuna, membro del coordinamento nazionale dei magistrati di sorveglianza, convinta che non sia però il differimento della pena la soluzione migliore: “Le madri si ritrovano con molti anni da scontare e molti figli. Sarebbero da favorire i domiciliari con supporto del territorio”. Quella rete mancata prima del reato. Anche se sono stati un passo in avanti, gli Icam dovrebbero comunque restare l’extrema ratio, come sempre il carcere. Ma non è così: troppo poche sono le case famiglie. E “finché non saranno ufficialmente chiuse le sezioni nido dei penitenziari, continueremo ad avere bimbi proprio in carcere”, concordano Grimaldi e l’avvocata Simona Giannetti esperta in diritto penitenziario. Una madre col figlio piccolo è ora a Bollate, un’altra era a Messina. Le altre madri recluse - Poi ci sono le altre madri recluse, distanti dai figli, molte delle 2.844 donne sul totale di 64.436 detenuti. Per andare a trovarle, i minori devono saltare la scuola perché i colloqui sono solo al mattino. Permetterli al pomeriggio sarebbe un regalo. L’Anm a Nordio: ecco le emergenze della giustizia su cui deve intervenire il Governo di Conchita Sannino La Repubblica, 10 maggio 2026 Il dossier dei magistrati sul tavolo del ministro: i precari dell’Upp, le carceri, il rinvio del Gip collegiale e i disservizi sulle reti informatiche. Giustizia, il disgelo tra il ministro e l’Anm alla prova dei fatti. Dopo il loro incontro in via Arenula del 29 aprile scorso, arriva il mini dossier dell’Associazione nazionale magistrati sul tavolo del ministro Carlo Nordio. Sono richieste concrete, anzi “proposte” sui nodi più gravi da sciogliere nell’interesse del servizio giustizia e sui quali, dopo i mesi del conflitto referendario con il governo di Giorgia Meloni, c’è una disponibilità alla mediazione da parte del Guardasigilli. Quattro punti, tre pagine che Repubblica può anticipare. In cima all’elenco, elaborato dalla giunta guidata da Giuseppe Tango, l’emergenza del personale da stabilizzare nell’Ufficio per il processo, sul quale grava la ghigliottina del 30 giugno prossimo, la fine dei contratti Pnrr. Poi: il rinvio della riforma sul gip collegiale (per cui saranno tre giudici per le indagini preliminari, e non uno, a vagliare la richiesta di arresto): che non potrà entrare in vigore ad agosto per i troppi buchi nelle piante organiche, e su cui il ministro aveva anticipato il suo accordo. Terzo punto: l’urgenza di investimenti in risorse informatiche contro paralisi e malfunzionamenti ormai ricorrenti che ogni giorno creano rallentamenti e ingorghi nei processi. E, ovviamente, il disastro carceri, tra sovraffollamento e diritti negati alle persone detenute: nel cui interesse occorre alleggerire carichi e criticità che gravano sulla magistratura di sorveglianza. I “precari” dell’Ufficio per il processo - “Il personale Pnrr ha migliorato l’efficienza degli uffici giudiziari: occorre stabilizzarlo e garantire la continuità del modello organizzativo oltre il 30 giugno 2026”, scrive l’Anm. La carenza di personale amministrativo nei Palazzi di giustizia registra ormai “scoperture medie del 30 %, che in alcuni uffici arrivano al 50”. Sono voragini che solo il Pnrr ha potuto compensare: con l’Ufficio per il processo (Upp), che “è diventato un modello efficace e ha contribuito anche alla riduzione dell’arretrato”. L’Anm rilancia quindi la vecchia battaglia: “stabilizzare a tempo indeterminato” tutto il personale precario degli addetti all’Upp, “incluse le circa 1.500 unità ancora escluse, e attingere alla graduatoria di 1.800 idonei non vincitori” per coprire altri buchi. Garantendo però che gli addetti preservino i loro profili professionali, e conservino la sede, per non disperdere “assetti e cooperazione consolidati”. Lo stop al Gip collegiale: ma fino a quando? - “L’introduzione del Gip collegiale rischia di rallentare la tutela cautelare negli uffici con organici insufficienti: è necessario differirne l’entrata in vigore”, è la premessa. Traduzione: così salta tutto, non siamo in grado di reggere. Il ministro Nordio ne è consapevole, già immagina di posticipare l’entrata in vigore: da agosto verso ottobre o novembre. Ma per l’Anm, se così fosse, si tratterebbe di uno slittamento inutile. Perché “la maggior parte degli uffici non dispone assolutamente di un numero adeguato di giudici, e la metà degli uffici conta solo tre gip o anche meno”. La riforma non può andare a regime se non si mette mano al reale “adeguamento delle piante organiche degli uffici Gip italiani”. Anzi, val la pena di rivedere tutto: e capire se la “sequenza procedimentale” garantisca “un equilibrio efficace tra la necessità di decisioni più ponderate e quella di una tutela cautelare tempestiva ed efficace”. Intervenire su paralisi e disservizi dei processi telematici - Si è rivelato “inadeguato e inefficiente” il Processo civile telematico (Pct), i cui moduli “risalgono a 20 anni fa”, spesso rattoppati “secondo logiche emergenziali”. E sono gravi anche i “continui malfunzionamenti dell’applicativo per il processo penale (App)” che “compromettono l’efficienza degli uffici giudiziari”. Per l’Anm, “è necessaria una reingegnerizzazione completa del sistema” e anche una “formazione strutturata per gli aggiornamenti del sistema e la vetustà delle infrastrutture di rete”. Serve insomma “potenziare l’assistenza tecnica in loco” e soprattutto: “investire in hardware, software e reti moderne per ridurre interruzioni e disservizi”. Carceri e detenuti in abbandono - Il sistema penitenziario implode. “Sovraffollamento, carenze di personale e risorse insufficienti richiedono azioni immediate: sia per alleggerire il carico degli uffici di sorveglianza, sia per migliorare le condizioni di vita detentiva”. L’Anm chiede una serie di interventi, in particolare “facilitare l’accesso all’affidamento in prova e alla detenzione domiciliare, rendendole più ricche di contenuti ri-socializzanti”. E propone di “incrementare la dotazione di braccialetti elettronici e i posti in Rems”, (ovvero le strutture, spesso inadeguate, dove sono rinchiusi i detenuti con problemi psichiatrici) oltre al “personale medico, educatori e psicologi negli istituti penitenziari”. Un capitolo a parte meritano poi le criticità negli istituti penali minorili con “la carenza di personale di polizia penitenziaria specializzata”. L’Anm presenta il “piano riforme” a Nordio: dalla stabilizzazione dell’Upp all’emergenza carceri di Valentina Stella Il Dubbio, 10 maggio 2026 Dopo il faccia a faccia con il Guardasigilli, l’Associazione magistrati chiede la conferma a tempo indeterminato di tutto il personale del “team del giudice” e lo stop alla riforma del Gip collegiale fino all’adeguamento degli organici. Ufficio per il processo, riforma del gip collegiale, risorse informatiche e carceri: sono questi i quattro temi intorno ai quali ruotano le proposte che l’Anm ha sottoposto ieri all’attenzione del ministro della giustizia Carlo Nordio con il quale, il 29 aprile scorso, c’è stato, dopo la vittoria del No al referendum, un primo incontro per la ripresa di un confronto sulle questioni della giustizia, a cui aveva partecipato anche il Cnf. Per quanto riguarda il comparto degli addetti all’ufficio per il processo, “occorre stabilizzarlo e garantire la continuità del modello organizzativo oltre il 30 giugno 2026”. Per questo l’Anm propone di “stabilizzare a tempo indeterminato tutto il personale precario degli addetti all’Ufficio per il processo attualmente in servizio, incluse le circa 1.500 unità ancora escluse, e di attingere alla graduatoria di circa 1.800 idonei non vincitori per coprire ulteriori uffici”. Nei giorni scorsi è stato siglato un accordo fra via Arenula e rappresentanze dei lavoratori che ribadisce l’assunzione definitiva nell’organico della Giustizia di gran parte dei giuristi addetti all’Ufficio per il processo: esattamente 9.368. Altri 1500, seppur non immessi immediatamente nella pubblica amministrazione, vengono inseriti in una graduatoria triennale, dalla quale il ministero confida di riuscire a reclutare tutti, con un eventuale temporaneo utilizzo di alcune risorse in funzioni diverse da quelle dell’Upp, ormai noto come “team del giudice”. L’Anm torna poi a ribadire le criticità legate alla prossima entrata in vigore, fissata per fine agosto, della riforma del gip collegiale puntando il dito contro la carenza di organici. Per questo l’Associazione delle toghe chiede di “differire l’entrata in vigore della norma fino al completamento dell’adeguamento delle piante organiche degli uffici gip italiani”, utilizzando il periodo di rinvio “per valutare se il procedimento previsto dalla legge garantisca un equilibrio efficace tra la necessità di decisioni più ponderate e quella di una tutela cautelare tempestiva ed efficace”. I magistrati pongono poi sul tavolo il problema legato all’informatica: “I problemi per il processo civile telematico sono costanti. I malfunzionamenti dell’applicativo per il processo penale compromettono l’efficienza degli uffici giudiziari: è necessaria - sottolinea l’Anm - una reingegnerizzazione completa del sistema”. Infine, quanto al tema delle carceri, il sindacato delle toghe guidato da Giuseppe Tango torna a puntare l’attenzione su un “sistema penitenziario in crisi: sovraffollamento, carenze di personale e risorse insufficienti richiedono interventi immediati sia per migliorare le condizioni di vita detentiva, sia per alleggerire il carico degli uffici di sorveglianza”. A tal fine, tra le proposte di Anm, ci sono quelle di “definire misure immediate per diminuire in tempi brevi il sovraffollamento; realizzare un serio ampliamento delle misure alternative; trasmettere all’Agenzia delle Entrate la competenza sulla rateizzazione delle pene pecuniarie, coinvolgendo gli uffici di sorveglianza solo in caso di mancato pagamento; elevare a due anni il limite di pena dell’articolo 678 co. 1ter cpp per i condannati liberi in sospensione, alleggerendo il carico del Tribunale di Sorveglianza; facilitare l’accesso all’affidamento in prova e alla detenzione domiciliare, rendendole più ricche di contenuti risocializzanti; incrementare la dotazione di braccialetti elettronici, i posti in Rems e il personale medico, educatori e psicologi negli istituti penitenziari; affrontare le criticità degli Ipm e la previsione di investimenti adeguati per risanare le strutture penitenziarie”. A chi fa comodo la giustizia inefficiente di Fulvio Gianaria La Repubblica, 10 maggio 2026 Cancellieri, funzionari e assistenti della procura di Torino, sostenuti da magistrati e avvocati, ci dicono che la macchina giudiziaria arranca. Denunciano che la pianta organica di 252 posti è occupata da soli 140 posti, ma il problema non è solo questo e non riguarda solo la nostra città. Gli uffici di Ivrea, sottodimensionati rispetto al carico di lavoro, affogano nei fascicoli. Perfino il tribunale penale di Milano, simbolo da sempre della solerzia meneghina, non riesce più ad essere efficiente e deve ridursi a gestire le emergenze. Nel sud i processi penali galleggiano tra i rinvii e accumulano arretrato. L’amministrazione della giustizia è un’enorme fabbrica che incamera risorse e produce pochissimo. Non sono i frutti di un’incapacità organizzativa transitoria, ma il risultato di scelte di politica giudiziaria antiche aggravate dalle attuali decisioni ministeriali. Anziché riservare il processo penale ai reati gravi si moltiplicano le norme che inseguono le paure, i reati da marciapiede, le devianze sgradite. A questa strategia, che cura la gestione degli arresti in flagranza e trascura le indagini complesse, si aggiunge la continua introduzione di regole barocche, di presunte garanzie solo formali che appesantiscono le procedure e che sembrano aver il solo scopo di scongiurare il prodotto finale. Verrebbe da chiamarlo “sabotaggio” ma sarebbe improprio. L’etimologia di questo termine riporta a “sabot”, gli zoccoli di legno portati dagli operai francesi e belgi che venivano lanciati negli ingranaggi delle macchine che rubavano il loro lavoro. Meglio parlare invece di “inefficienza funzionale” e cioè il voluto e programmato intralcio ad un sistema giudiziario che può minacciare troppi interessi, diversi ma coalizzati. È la grande alleanza di coloro che ritengono che la giustizia migliore sia quella che non funziona. Una certa sinistra che non ha mai avuto fiducia nello Stato, i mascalzoni che violano le regole per arraffare, una destra una volta legalitaria che ora preferisce dare fiducia solo ai poliziotti, e una gran parte dei cittadini affascinata dalla prudenza: non si sa mai può accadere anche a me. Una maggioranza che è infastidita dai reati degli altri ma anche preoccupata dai processi che rischia di subire. Non importa tanto che siano processi giusti, meglio che siano pochi. “Col No alla riforma ha vinto la Costituzione. 41bis? Più giusto distribuirli nel paese” di Alessandro Pirina La Nuova Sardegna, 10 maggio 2026 Magistrato, docente, politico, scrittore. Il filo conduttore di ogni ruolo ricoperto da Luciano Violante nella sua carriera tra tribunali, università e Montecitorio è la battaglia per una giustizia più giusta. E va in questa direzione anche il libro “La giustizia, tra vita e morte. Clitemnestra, Medea, Circe”, edito da Lindau Editore, che l’ex presidente della Camera ed ex presidente della Commissione Antimafia presenterà domani alle 17 a Cagliari nella sala della Fondazione Siotto, in via Dei Genovesi 114, insieme ad Aldo Accardo, presidente della Fondazione e già docente di Storia contemporanea all’Università di Cagliari. Presidente Violante, perché ha voluto raccontare queste tre figure mitologiche? “Questo libro raccoglie i testi di tre opere teatrali, rappresentate in molte città italiane per raccontare tre donne considerate maledette nell’opinione prevalente, ma che hanno agito per fini di giustizia. Clitemnestra ha ucciso il marito perché lui ha ucciso la figlia Ifigenia per poter comandare l’intera armata dei greci contro Troia. Medea ha ucciso i figli per evitare che diventassero schiavi sessuali dei principi di Corinto. Circe è condannata nel mito per la sua bellezza, ma in realtà lei contesta gli stereotipi patriarcali della società dell’epoca e forse non solo di quell’epoca”. La giustizia appare spesso un concetto astratto. Qual è la definizione che dà lei? “Quando comincia un’idea di giustizia legata alla colpa? Nasce da Cristo che sulla croce dice: “Signore, perdonali perché non sanno quel che fanno”. È così: va perdonato chi non sa quel che fa. La giustizia non è una punizione indiscriminata o un riequilibrio di poteri. La giustizia è una ricostruzione lenta”. Sono passati 60 anni da quando entrò in Magistratura. In quest’arco di tempo è cambiata la sua concezione di giustizia? “Certo, perché le persone si evolvono. Io ho praticato la giustizia come magistrato impegnato sul fronte della lotta al terrorismo. Allora la giustizia era salvare vite, impedire che continuassero a uccidere. Più avanti ho incontrato la figura di Nicolò Amato, direttore del Dap. Lui ebbe il coraggio di proporre le aree omogenee, ovvero aree degli istituti penitenziari in cui i terroristi si incontravano per riflettere. Allora ero responsabile giustizia del Pci e fui subito d’accordo. Quella era un’altra dimensione della giustizia. Giustizia come ricomposizione, strumento fondamentale per ricostruire un rapporto tra lo Stato e chi aveva militato nel terrorismo. A noi non interessava che si pentissero, volevamo riflettessero su quanto avevano commesso. E infatti alcuni di loro si sono dissociati dal terrorismo dopo avere scontato la pena”. Nella sua carriera è stato magistrato, docente, politico: la percezione di giustizia cambia a seconda del ruolo? “Sì, cambia. Come giudice la giustizia è parte della teoria dello Stato, nel rapporto tra Stato e cittadini. Da politico essere giusto vuole dire essere leale”. L’ex senatore Luigi Manconi si batte per l’abolizione del carcere. Qual è la sua opinione sul tema? “Noi ancora consideriamo la pena come la chiusura in un luogo. Va così dal 450 avanti Cristo, quando nella tragedia greca Creonte rinchiude Antigone in una grotta, per punire la disobbedienza alla legge. Sono passati 2400 anni. A partire dal 1700, dall’Illuminismo, si è fatto un grande sforzo per la costruzione di un sistema di diritti. Ma ancora oggi ci troviamo a dire che l’unico modo per punire è la chiusura in una cella. Oggi discutiamo come ridurre le pene, ma non per trovare un altro tipo di pena nel XXI secolo. C’è sempre quest’ombra possente della pena come sofferenza fine a sé stessa, non come premessa per una riconciliazione”. Ma a suo avviso esiste un’alternativa al carcere? “Sì, in molti casi. Ma prima bisogna convincere la società, che è mossa anche dalle sue ragioni. Va fatto un ragionamento con la società e parlare dei costi economici, umani e in termini di utilità del carcere come è oggi. Tempo fa feci il conto di quanto ci costa il sistema penitenziario. Ebbene, se venissero dati 2mila euro al mese a ogni detenuto per non commettere reati per un certo periodo di tempo ci guadagneremmo anche. È un paradosso certamente. Ma i costi del carcere sono molto superiori ai benefici”. In questi mesi in Sardegna c’è una forte polemica per la destinazione di gran parte dei detenuti in regime di 41bis nelle carceri dell’isola. Qual è la sua opinione? “Io credo che vadano distribuiti nel territorio. Concentrarli in un solo posto rende più facile il controllo di comunità criminali. Ma la Sardegna non può essere il territorio dove si scaricano i problemi più gravi del Paese”. Due mesi fa gli italiani hanno bocciato la riforma della giustizia: un voto sul merito o un voto politico? “È diventato un voto sulla Costituzione. Soprattutto nelle ultime due settimane. La Costituzione non si tocca in questo modo, bloccando così qualsiasi tipo di confronto. La Costituzione è di tutti gli italiani, non di una sola parte”. Di quella riforma lei salverebbe qualcosa? “Quando le cose precipitano così negativamente è inutile prendere alcuni pezzi e lasciarne fuori altri. È una partita chiusa. Il vero problema è il funzionamento della giustizia. Quella proposta arrivava da chi non conosce il sistema, e ha fatto prevalere uno scopo ideologico. Io ho stima di Nordio dal punto di vista dell’uomo di cultura, dell’uomo di studio, e forse non è tutta colpa sua, ma - lo dico con tutto il rispetto - non sono soddisfatto di come esercita la funzione di ministro della Repubblica”. Crede che il caso Garlasco, con la possibilità della revisione del processo, possa influire negativamente sulla fiducia degli italiani nella giustizia? “Non l’ho seguito, ma il fatto che la giustizia possa rivedere le decisioni prese è una garanzia per i cittadini. Una giustizia che corregge sé stessa deve rassicurare i cittadini. Nessuno è esente da errore”. Ritornando alla prima domanda e contestualizzandola al giorno d’oggi: il caso della grazia di Nicole Minetti ha qualche similitudine con le donne del mito? “Ho una regola di fondo. Quando decide il capo dello Stato non si interviene”. I braccialetti elettronici contro i femminicidi. “Servono più risorse” di Marika Ikonomu Il Domani, 10 maggio 2026 “Non si può contrastare la violenza di genere con riforme a costo zero”, dice l’ex magistrato. Dispositivi insufficienti e malfunzionamenti. “Ma è presidio strutturale”. Daniela Zinnanti, Tiziana Vinci, Camelia Ion, Celeste Palmieri, Concetta Marruocco, Roua Nabi. Sono alcune delle molte donne uccise da partner o ex, vittime di femminicidio o di tentato femminicidio, che le istituzioni non sono state in grado di tutelare per ritardi, malfunzionamenti o mancanza di informazioni sul braccialetto elettronico. Nella storia di alcune di queste donne è ancora necessario capire cosa non abbia funzionato nell’infrastruttura di protezione, ma il dispositivo rimane un “presidio strutturale” del sistema di tutela delle vittime di violenza maschile. È la conclusione della relazione approvata all’unanimità dalla Commissione bicamerale di inchiesta sul femminicidio il 29 aprile. Un’indagine iniziata nel 2024 per “individuare gli interventi necessari per una migliore tutela della persona offesa”, racconta la presidente della Commissione Martina Semenzato, di Coraggio Italia. “L’applicazione del braccialetto ha già di per sé un effetto deterrente”, spiega l’ex procuratore della Repubblica di Tivoli Francesco Menditto, che ha curato la relazione. Inoltre, prosegue, “sono diminuiti i casi di violazione del divieto di avvicinamento”. È necessario, però, conoscere lo strumento e i suoi limiti. A Messina un altro femminicidio annunciato, senza risorse le misure per difendere le donne non funzionano I limiti I braccialetti elettronici si dividono in due tipologie. Nati per la misura dell’arresto e della detenzione domiciliare, per controllare se una persona sta in un’area determinata, lo strumento è poi stato esteso a misure non custodiali: per assicurare la distanza da persone da tutelare o luoghi da queste frequentati. Se nel primo caso si tratta di una cavigliera e di una stazione base, che mantiene il collegamento continuo con la polizia, nel secondo caso, i “braccialetti elettronici antistalking”, servono tecnologie più avanzate e un maggior numero di dispositivi. Oltre alla cavigliera, la persona sottoposta a controllo e la persona offesa devono portare con sé un dispositivo che permetta di rilevare la posizione. Quando vengono violate le distanze scatta un allarme alla sala operativa. A fronte dell’aumento esponenziale dell’uso dei braccialetti elettronici, non sono però aumentate le risorse e il numero dei dispositivi. Con la riforma del 2023, la misura è diventata obbligatoria per i cosiddetti reati sentinella, prescrivendo una distanza minima di 500 metri. Nel 2025 la distanza è stata estesa a un chilometro. Il report sui femminicidi del ministero dell’Interno: numeri senza dati Al contrario dei braccialetti per gli arresti domiciliari, il cui numero è rimasto invariato, quelli antistalking da una media di 20 dispositivi al mese sono passati a 500 a gennaio 2024. La fornitura però non è cambiata. Per Menditto questa è “la criticità più grave”, perché “i 1.200 al mese previsti dal contratto sono insufficienti, ne occorrerebbero almeno 1.500”. Questo comporta - rileva la relazione - “il superamento sistematico della soglia massima già nella prima metà del mese” e, quindi, un’attesa, fino a 30 giorni, incompatibile con l’urgenza di tutela. “Ben oltre i quattro giorni previsti dal contratto”. “Se la misura diventa obbligatoria, il capitolato deve cambiare”, afferma la senatrice del Pd Cecilia D’Elia, vicepresidente della Commissione e co-relatrice dell’indagine. Spetta al Viminale la stipula del contratto: attualmente è l’Rti Fastweb/Sielte spa a fornire i dispositivi. “I rappresentanti del ministero in Commissione hanno fatto sapere che si sta lavorando a un nuovo capitolato”, spiega Menditto, augurandosi che siano previste modalità più innovative. Perché l’insufficienza dei dispositivi non è l’unica criticità. Femminicidi e premeditazione: ciò che il diritto a volte non vede Ci sono malfunzionamenti - circa il 21 per cento dei dispositivi viene sostituito - in alcuni casi le batterie hanno un’autonomia di sole sei ore, ci sono aree senza segnale radiomobile e falsi allarmi. Per questo, è fondamentale che venga valutata la fattibilità tecnico- operativa. La persona offesa, ad esempio, può non essere “in condizione, per età, disabilità”, “di utilizzare in modo continuativo il dispositivo di rilevazione” e quindi “la misura potrebbe non risultare idonea”. È poi “necessaria un’adeguata valutazione del rischio”, sottolinea l’ex procuratore: il braccialetto, misura non custodiale, è adatto quando non c’è un alto fattore di rischio di reiterare il reato. “Se il rischio è alto serve una misura custodiale”, evidenzia Semenzato, precisando che la Commissione continuerà l’attività di monitoraggio: “L’obiettivo è di dare indirizzi al legislativo e all’esecutivo. Con proposte di legge ed emendamenti anche nelle leggi di bilancio”. Il patriarcato uccide ovunque e in ogni classe sociale: 84 femminicidi nel 2025 (più 7 morti indotte) Riforme a costo zero “Da ex magistrato penso non sia possibile contrastare la violenza di genere con riforme a costo zero”, dice Menditto. Per migliorare l’infrastruttura servono le risorse, più personale e braccialetti, una migliore tecnologia. Fondi anche per la formazione - sottolinea D’Elia - dell’autorità giudiziaria e delle donne a cui viene consegnato il dispositivo. Perché sappiano come funziona lo strumento e i suoi limiti. Per smistare e filtrare gli allarmi, conclude la relazione, è necessaria una sala operativa centralizzata. Così da evitare la “parcellizzazione della gestione degli allarmi”. Un servizio che per il Pd dovrebbe essere in capo alle forze di polizia e non a un gestore privato. Ma servono investimenti. “Spendere soldi - conclude Menditto - significa salvare vite umane”. La strage infinita: perché contro i femminicidi le leggi da sole non bastano. Milano. La direttrice di Opera: “Portare più lavoro dentro al carcere” di Paola D’Amico Corriere della Sera, 10 maggio 2026 Rosalia Marino è intervenuta assieme a Giovanna Sannino e Maria Raffaella Caprioglio sulla situazione e sulle prospettive delle carceri italiane. “Portare il lavoro dentro e fuori dalle carceri”. Quei luoghi che in troppi preferiscono continuare a non vedere. Ma ci sono. Per quanto, come dice Rosalia Marino, da cinque mesi alla direzione della Casa di reclusione di Opera, sembra quasi che ci sia una strategia “per costruire carceri davanti ai cimiteri o vicino alle discariche”, sono nei territori, nelle nostre città. Marino è con altre due donne, Maria Raffaella Caprioglio, presidente Umana, agenzia per il lavoro, e l’attrice Giovanna Sannino (la Carmela della fortunata stagione tv Mare Fuori) ospite del panel “Insieme, per rieducare e reinserire chi è detenuto” condotto da Paolo Foschini, in programma nella terza giornata di Milano Civil Week. E le loro testimonianze sono una presa diretta di come sia cambiata in pochi anni la popolazione del carcere - “sempre più extracomunitari, giovani, spesso con problemi di dipendenze, nessuno fuori e quindi niente da perdere” - ma non le soluzioni per limitare il sovraffollamento, rieducare (meglio reinserire), formare a un futuro lavoro. Marino spiega che in questi pochi mesi di direzione ad Opera “ho aperto 34 articoli 21”, detenuti che possono uscire dal carcere per lavorare. “È una questione di fiducia che si deve instaurare tra chi dirige il carcere e il magistrato di sorveglianza”. Una corsa in salita per chi dirige una struttura pensata per 900 detenuti ma che ne “ospita” 1.400. E che ha in pianta organica 5 dirigenti ma accanto al direttore vede solo un vice giovane. Sannino, che nel 2015 entrò nel carcere di Nisida come volontaria e ci è rimasta a lungo, conferma che la Nisida di oggi è altra cosa. “Sono tornata a distanza di tempo e non c’erano più gli scugnizzi ai quali davo lezione di teatro ma ragazzi che avevano gli occhi spenti, che conoscevano in modo profondo la violenza, una morte culturale che è lo specchio della società che sta fuori”. La formazione e il lavoro sono una urgenza, forse una medicina, per le carceri. Caprioglio ne è convinta, da più di 15 anni l’agenzia opera anche con le carceri. “E quando le persone non possono uscire, per difficoltà anche burocratiche, vanno formate per poter lavorare dentro”. Attività, lavoro legati al territorio. Senza mai dimenticare che nell’art 27 della Costituzione la parola carcere non c’è, si parla di pene. Il carcere è (dovrebbe essere) l’extrema ratio. Accanto al carcere dovrebbero esserci case di cura, case di lavoro, colonie agricole. Le possibilità che la pena sia utile ci sono. Ma una grande parte perché ciò si realizzi dipende dal territorio. Catania. Giustizia riparativa: a Caltagirone parte il ciclo di studi lagazzettadelcalatino.it, 10 maggio 2026 Magistrati ed esperti a confronto sul nuovo paradigma del diritto che punta alla mediazione sociale e alla responsabilizzazione del reo. Si è aperto giovedì 7 maggio a Caltagirone un importante percorso di approfondimento dedicato a “La Giustizia Riparativa: profili giuridici e sociali”. Il primo incontro del ciclo di seminari ha acceso i riflettori su un paradigma rivoluzionario che sposta il focus della legge dalla semplice punizione del reo alla guarigione delle ferite inflitte alla vittima e all’intera comunità. I lavori sono stati aperti dai saluti istituzionali del Presidente del Tribunale locale, il Dott. Panebianco, e della Procuratrice della Repubblica, la Dott.ssa Casabona. Entrambi hanno sottolineato come la giustizia riparativa non sia un’alternativa alla legalità, ma un suo completamento umano e sociale necessario per un sistema penale più evoluto. Il cuore del dibattito è stato affidato alle relazioni della Prof.ssa Agata Ciavola (Università Kore di Enna) e della Dott.ssa Maria Pia Fontana (Direttrice Udepe). Le esperte hanno evidenziato il ruolo cruciale di questo approccio: l’obiettivo è favorire la mediazione e la responsabilizzazione, trasformando il percorso giudiziario in un’opportunità concreta di ricomposizione dei legami sociali spezzati. Grazie al dialogo tra istituzioni e accademia, il seminario ha confermato l’urgenza di formare professionisti pronti a gestire la complessità di questa nuova visione del diritto, partendo proprio dal territorio calatino. Parma. “Liberamente teatro”: un convegno sui percorsi teatrali e universitari in carcere parmatoday.it, 10 maggio 2026 Si conclude con un importante momento di dibattito e confronto il progetto “Liberamente Teatro - un’evasione creativa”, realizzato dall’associazione Progetti & Teatro aps in collaborazione con Istituti Penitenziari di Parma, con il contributo di Comune di Parma e Fondazione Cariparma, il sostegno di Chiesi Farmaceutici, il patrocinio del Coordinamento Nazionale Teatro Carcere / Anct Associazione Nazionale Critici Teatrali e in collaborazione con il Sistema Bibliotecario del Comune di Parma. Giovedì 14 maggio, dalle ore 14.30 alle ore 18.00, presso l’Aula Magna “Scivoletto” dell’ateneo in Borgo Carissimi 10 a Parma, le realtà istituzionali coinvolte, insieme ai soggetti protagonisti e ad ospiti di rilevanza nazionale, si incontreranno per interrogarsi sul senso del progetto specifico portato avanti in questi mesi dagli artisti Carlo Ferrari e Franca Tragni all’interno degli Istituti Penitenziari di Parma, e più in generale sul valore terapeutico, riabilitativo e pedagogico dell’arte e della cultura nei luoghi di detenzione. L’incontro, dal titolo “La cura che cura. Percorsi teatrali e universitari in carcere”, sarà, dunque, strutturato come un vero e proprio convegno ma sarà aperto alla cittadinanza, a chiusura di un programma di iniziative (tra workshop, spettacoli e incontri) che, da settembre ad oggi, sono state, invece, pensate per favorire in modo particolare la crescita psicologica e personale dei detenuti partecipanti. Oltre alla rappresentanza istituzionale del Comune di Parma con il Vicesindaco Lorenzo Lavagetto e l’Assessore alle Politiche Sociali Ettore Brianti, saranno presenti Simone Baglioni, Prorettore alla Didattica dell’Università di Parma, Annalisa La Greca e Veronica Valenti, rispettivamente Vicedirettrice e Garante dei Diritti dei Detenuti presso gli Istituti Penitenziari di Parma. Sulle tematiche attinenti il teatro in carcere e più specificatamente sulle possibilità e le opportunità rieducative che le esperienze artistiche partecipate possono aprire in un contesto detentivo, interverranno, inoltre, gli attori, registi e formatori teatrali Carlo Ferrari e Franca Tragni dell’associazione Progetti & Teatro aps - promotori del progetto e fautori del laboratorio teatrale di quest’anno, oltre che di una ventennale collaborazione teatrale condotta proprio all’interno degli Istituti Penitenziari - e diverse figure di spicco nell’ambito culturale ed artistico nazionale. Al dibattito parteciperanno, infatti, anche Silvio di Gregorio, Provveditore Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria per l’Emilia-Romagna e le Marche, Vito Minoia, Presidente del Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere, Vito Alfarano, Direttore Artistico di Alpha ZTL Compagnia d’Arte Dinamica di Brindisi, Vincenza Pellegrino, Sociologa presso l’Università di Parma, e i due collaboratori del Polo Universitario Penitenziario di Parma, Antonio Dragone e Irene Valota. Nel corso del convegno verranno, altresì, proiettati alcuni video che testimonieranno il lavoro laboratoriale svolto negli Istituti Penitenziari, mentre a chiusura dell’evento verrà dato spazio a un breve monologo teatrale. Verona. Da detenuto a chef in un ristorante: quando il riscatto passa dai fornelli di Luca Mazzara L’Arena, 10 maggio 2026 Dopo vari colloqui Natale, il titolare di Yard, ha scelto chi lo assisterà Il 22 maggio cena in carcere: il ricavato va in beneficenza. Prima la cena in carcere, preparandola assieme ai detenuti. Poi uno di loro lo farà ogni giorno nella cucina di un ristorante tra i più quotati a Verona. Non è una strada nuova per Jacopo Natale quella della solidarietà con iniziative che partono già dai tempi del Covid quando distribuiva pasti gratuiti, ma adesso aggiunge una nuova tappa, ancora più interessante. Perché aprirà le porte della cucina dello Yard, il locale in corso Cavour di cui è titolare, ad un detenuto che lavorerà quotidianamente con lui, sfruttando la possibilità di una misura alternativa al soggiorno nella casa circondariale di Montorio. “Ormai esco ed entro dal carcere quasi ogni giorno”, scherza Natale. “Vado spesso per organizzare la cena assieme ai detenuti che mi aiuteranno, saranno una trentina e quindi da fare ce n’è, qualcuno era già avvezzo al mondo della ristorazione mentre altri sono nuovi”. L’evento - L’evento è in programma venerdì 22 dalle 18.30: una cena esclusiva, aperta a chi interessato, in cui il cibo diventa incontro e opportunità, organizzata da “Azione contro la fame” assieme a Yard, il cui ricavato sarà destinato a finanziare i progetti della onlus per combattere i progetti di fame e malnutrizione in Italia e nel mondo. Jacopo Natale condividerà la preparazione con gli studenti di enogastronomia del carcere scaligero per una tavola che racconta storie di impegno, riscatto e futuro. Come quella del detenuto che è stato scelto da Natale dopo molti colloqui in carcere e che dal 23 maggio lavorerà con lui nella cucina dello Yard. “È un uomo con grande esperienza come chef anche a livello internazionale, ha lavorato in cucine di tutto il mondo, sarà fisso da noi con uno stipendio, in regola con i contributi e tutto il resto”, va avanti il titolare del locale di Corso Cavour. “Credo sia una grande opportunità per tutti. Anche i ragazzi con cui lavorerò per la cena del 22 ora si fidano di me, abbiamo rotto il muro della diffidenza e quella sera si dovranno muovere tra più cucine, preparare diversi piatti e non sarà facile, ma sarà un’esperienza forte per tutti. Perché lì davanti ai fornelli siamo tutti uguali, e sono felice di poter dare un’opportunità diversa”. La cena però è solo l’ultima di una serie di iniziative portate avanti da Natale, con cene di gala ed eventi solidali per finanziare progetti umanitari ma anche il progetto partito durante il lockdown a causa del Covid, in cui è arrivato a consegnare oltre quattromila pasti gratuiti al personale medico degli ospedali veronesi. Foggia. Detenuti coltivano fiori e li regalano per la festa della mamma ansa.it, 10 maggio 2026 Progetto scolastico seguito da 20 studenti reclusi in carcere. Hanno piantato fiori e piante in una serra presente all’interno del tenimento agricolo nel carcere di Foggia e da gennaio si sono dedicati alla gestione dell’irrigazione e al monitoraggio della crescita. Nella giornata di ieri, in occasione della Festa della mamma che ricorre domani, 100 piante sono state distribuite, dai docenti alla presenza degli studenti detenuti, alle mamme in visita ai propri figli all’interno della casa circondariale. Si chiama ‘fiori oltre le sbarre’ l’iniziativa attuata nel carcere di Foggia, che ha visto protagonisti venti detenuti che beneficiano dell’articolo 21 (che disciplina il lavoro all’esterno dei detenuti nel perimetro delle mura di cinta ndr) e che stanno seguendo il percorso scolastico dell’istituto Notarangelo Rosati - Giannone Masi di Foggia (settore tecnologico agraria) realizzato nella Casa circondariale. Gli studenti-detenuti delle classi 3GAT e 4GAT hanno partecipato all’attività pratica coerente con il proprio indirizzo di studi, mettendo in campo competenze agrarie e florovivaistiche: cura delle piante, gestione dell’irrigazione, attenzione ai tempi biologici, monitoraggio dello sviluppo vegetativo e preparazione finale dei fiori destinati alla consegna. “E’ un progetto che abbiamo pensato proprio per fornire un titolo di studio, con annesse competenze spendibili dai detenuti una volta fuori dal carcere, in un territorio a vocazione agricola come quello Foggiano - ha raccontato all’ANSA la capo area educativa del carcere Paola Errico -. Nella giornata di ieri, alla presenza dei detenuti corsisti, le docenti hanno materialmente consegnato l’omaggio floreale alle mamme in visita”. La capo area spiega anche che “sempre nella giornata di ieri le volontarie dell’associazione Genoveffa De Troia, insieme alle donne del centro studi volontariato Foggia, hanno donato manufatti realizzati artigianalmente dall’associazione, ovvero una pinza per capelli confezionata come fosse un fiore, alle detenute della sezione femminile come segno di solidarietà, attenzione e vicinanza in occasione della festa della mamma”. Bologna. Fresu suona alla Dozza con Bergonzoni Corriere di Bologna, 10 maggio 2026 Mercoledì 13 maggio, il carcere “della Dozza” accoglie Paolo Fresu con un concerto itinerante: l’artista jazz suona passeggiando col suo strumento all’esterno dei blocchi detentivi, dopo l’orario di chiusura delle camere. E oltre 800 detenute e detenuti della struttura si godono lo spettacolo. Titolo dell’iniziativa: Viaggio nello spazio (in presenza di gravità), per accorciare la distanza siderale tra carcere e città. Il copyright è di Alessandro Bergonzoni; sua è anche la paternità dell’idea. Due anni fa l’attore e drammaturgo fece un evento alla Dozza, ma per la capienza della sala cinema solo un gruppo di detenuti selezionati poté vederlo. Con il concerto itinerante si agevola l’accesso alla cultura per tutte le persone recluse: non serve scegliere chi includere, né organizzare turni per la polizia penitenziaria. Il concerto, intervallato da alcuni versi in molte lingue interpretati da Bergonzoni, è un’esclusiva per i reclusi. Trenta minuti dopo lo spettacolo viene trasmesso dalla sala Farnese a Palazzo d’Accursio e poi su Rai Radio 3. Viva la mitezza, la virtù “debole” amata da Bobbio (e da Prevost) di Paolo Di Stefano Corriere della Sera, 10 maggio 2026 È la più impolitica delle virtù, anzi l’altra faccia della politica. Il mite è portatore di una virtù “debole” ma attiva e sociale, “l’uomo di cui l’altro ha bisogno per vincere il male dentro di sé”. Chi mai oggi sarebbe disposto a sottoscrivere le considerazioni che Norberto Bobbio pronunciò una trentina d’anni fa in un famoso elogio della mitezza? Scriveva Bobbio: “nella società del benessere il moralista è considerato per lo più un guastafeste, uno che non sa stare al gioco, non sa vivere. Moralista è diventato sinonimo di piagnone, di pedagogo inascoltato e un po’ ridicolo, di predicatore al vento, di fustigatore dei costumi, tanto noioso, quanto, fortunatamente, innocuo. Se volete far tacere il cittadino che protesta, che ha ancora la capacità d’indignarsi, dite che fa del moralismo. È spacciato”. Niente di più attuale. Guai al moralista, è un rompiscatole patetico. Nel solco del moralismo insopportabile si poneva lo stesso Bobbio elogiando il mite. Non il mansueto, l’uomo calmo ma passivo, ma il mite, portatore di una virtù “debole” ma attiva e sociale, “l’uomo di cui l’altro ha bisogno per vincere il male dentro di sé”. Antidoto alla prepotenza, alla protervia, all’arroganza intesa come considerazione esagerata dei propri meriti, che giustifica la sopraffazione. La mitezza è la più impolitica delle virtù, anzi l’altra faccia della politica in senso machiavellico. Il mite è, per Bobbio, tutt’altro che remissivo, è nonviolento ma non è bonario né modesto; il mite presuppone la compassione, e dunque come tale è l’”anticipatore di un mondo migliore” perché è il tipo umano che rende più abitabile questa “aiuola” che è il mondo. Bobbio, al quale era stato chiesto di scegliere una virtù adatta al suo tempo, adottò la mitezza come reazione alla società violenta di quegli anni, come rifiuto di esercitare la violenza contro chicchessia. Non deve stupire se La forza della mitezza è il titolo di un documentario della Cei sul primo anno di papato di Leone XIV. Filosofo liberal socialista Bobbio, pontifex maximus del cattolicesimo Prevost. Ridicoli moralisti tutti e due. L’assenza di inclusione è davvero sentita come un problema? di Luca Grecchi Corriere della Sera, 10 maggio 2026 Le persone con disabilità, nonché i loro famigliari, sono consapevoli del fatto che, salvo eccezioni - solitamente relative a persone, come suole dirsi, “ad elevato funzionamento” - nel nostro Paese si parla molto di inclusione nella teoria, ma se ne fa poca nella pratica. Le scuole, certo, sono tenute ad includere le persone con disabilità, ma, quando si esamina la situazione dei giovani studenti disabili, soprattutto se caratterizzati da difficoltà intellettive, ciò che si evince è che vi è spesso un mero inserimento nella classe (talvolta nemmeno nell’aula, almeno per una discreta parte del tempo-scuola). Quando, poi, queste persone crescono, e si conclude l’obbligo scolastico, la non inclusione diventa ancora maggiore. Non vi è infatti, per quanto concerne il mondo del lavoro, alcun progetto organico per favorire la partecipazione sociale diffusa delle persone con disabilità. Vi sono, indubbiamente, alcune leggi che obbligherebbero i datori di lavoro ad assumere soggetti disabili, ma esse si scontrano di frequente con una scarsa volontà da parte delle imprese di applicarle, nonché con una scarsa volontà da parte del legislatore di farle applicare senza esenzioni. In generale, pur essendo la ricerca universitaria sulla inclusione molto fiorente, la cultura condivisa del nostro Paese, così come quella di molti altri Paesi, appare tuttora poco inclusiva. Sto assumendo sempre più consapevolezza di questa situazione, ogni giorno che passa. Pur essendomi infatti occupato fino ad oggi, con decine di libri e articoli, di molti tra i maggiori problemi sociali del nostro tempo - per quanto sempre partendo dalla mia disciplina, ovvero la filosofia - non mi era mai capitato di ricevere così tante email come negli ultimi mesi, ossia da quando ho iniziato a scrivere sulla disabilità. Questi messaggi, peraltro, sono quasi tutti dello stesso tenore. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di genitori che mi comunicano, sperando che io possa dare loro consigli concreti, che il loro figlio a scuola non viene minimamente incluso; oppure che, quando fanno notare ai docenti che dovrebbero applicare gli strumenti compensativi e dispensativi previsti per legge, parecchi di loro si mostrano refrattari, accampando cavilli pretestuosi; oppure ancora che, nel momento in cui si è costretti a rivolgersi, per ottenere il rispetto dei diritti dei propri figli, agli organi scolastici superiori, ci si trova spesso di fronte ad un muro di gomma, il quale pare finalizzato più alla protezione sistemica che alla reale soluzione delle questioni; e così via. Non mi soffermo, inoltre, sulle molte email di genitori anziani che descrivono, peraltro con grande dignità, il sostanziale abbandono delle istituzioni nei confronti dei loro figli adulti, i quali, dopo i diciotto anni, è come se sparissero dai radar. Sembra infatti che queste vite, conclusa la scuola, non interessino più a nessuno, nemmeno a quello Stato che pure, nelle occasioni ufficiali, celebra sempre l’inclusione. Ci sono, per spiegare questo stato di cose, delle cause principali, dovute sostanzialmente al fatto, già rilevato in precedenti articoli per il Corriere della Sera, che l’attuale totalità sociale non è per nulla comunitaria. Ciò crea, nei vari ambiti della vita - scuola, lavoro, società - la maggior parte dei problemi relativi alla inclusione, la quale richiede appunto, per instaurarsi, un ambiente comunitario. La questione che vorrei affrontare in questo articolo, pur limitata, è comunque la seguente: può in generale la cultura, ed in particolare la filosofia, far sì che la mancanza di inclusione sia maggiormente sentita, dal senso comune, come un problema? Il problema, infatti, oggi, è proprio che l’attuale situazione non è nemmeno sentita, dalla maggioranza delle persone, come un problema. La filosofia, occupandosi delle questioni più importanti inerenti alla vita umana, ovvero dei problemi universali di senso e di valore che riguardano potenzialmente tutti, nonché cercando di risolverli in maniera comunitaria (dato che sono temi comuni), può a mio avviso essere utile per favorire una presa in carico complessiva della situazione. Detto questo, molti lettori ricorderanno, dal Liceo, di avere sentito, da Platone e Aristotele, che la filosofia nasce dalla meraviglia. Ciò sembrerebbe poco coerente con quanto poc’anzi affermato. In realtà, per comprendere bene questo punto fondamentale, occorre considerare che la parola greca che solitamente si traduce con “meraviglia”, ovvero thauma, possiede un duplice significato. Essa esprime sì, da un lato, lo stupore profondo che si prova, ad esempio, di fronte ad un magnifico paesaggio naturale. Il termine, però, manifesta pure lo sgomento, o l’angoscia, che si sperimenta di fronte ai gravi problemi degli esseri umani, quali sono anche quelli relativi alla mancata inclusione delle persone con disabilità. Si tratta di due concezioni del thauma che conducono a due modi molto differenti di fare filosofia, sebbene non tutti, anche tra i maggiori studiosi, ne siano consapevoli. Nella prima accezione del termine, la filosofia sembra essere un raffinato passatempo intellettuale. Nella seconda accezione - che è tuttavia quella prevalente negli autori classici -, la filosofia porta invece lo sguardo sui problemi sociali più rilevanti, favorendo una dialettica comunitaria utile per cercare, tutti insieme, di risolverli. Non è un caso che la filosofia, in Grecia, nasca democratica, ovvero politica, sebbene oggi essa venga spesso, in alcuni contesti, banalizzata come una sorta di hobby ludico per persone colte. La filosofia, occupandosi dei temi più importanti della condizione umana, che diventano problemi quando appunto si interiorizza la sofferenza sociale che essi generano, può favorire l’inclusione alimentando una più diffusa consapevolezza degli stessi. Adottare un approccio filosofico, soprattutto da parte di chi detiene responsabilità politiche, nonché culturali, potrebbe pertanto davvero essere di grande aiuto. I problemi, infatti, quando sono tali, esigono soluzioni. Se la ricerca delle soluzioni non viene intrapresa, a meno che i problemi non siano insolubili, ciò accade invece di solito perché, da parte di chi potrebbe intervenire, essi non sono davvero sentiti come tali. Quando, però, una questione come la mancata partecipazione sociale di milioni di persone con disabilità non è avvertita come un problema, almeno dalla maggioranza di un Paese, risulta doveroso interrogarsi su quale sia realmente il grado di civiltà di questo Paese. Migranti. La Commissione Ue striglia gli Stati. Italia inclusa di Giansandro Merli Il Manifesto, 10 maggio 2026 Tra 33 giorni entra in vigore il Patto. Ma ovunque ci sono ritardi legislativi e logistici. Per dare attuazione al maxi-pacchetto di norme il governo Meloni scarterà il ddl e ricorrerà al decreto. Mancano 33 giorni all’entrata in vigore del Patto Ue su migrazione e asilo: perché produca effetti concreti, però, ci vorrà molto di più. I paesi dell’Unione sono in ritardo su tantissimi elementi del meccanismo che trasformerà radicalmente la gestione, o meglio: il contrasto, dei movimenti di persone. “È fondamentale che gli Stati membri completino gli adeguamenti legislativi necessari e che quelli che stanno ancora elaborando i quadri normativi del caso procedano con la massima urgenza”, scrive la Commissione nello Stato di avanzamento dell’attuazione del Patto pubblicato venerdì e trasmesso agli altri organi comunitari. Il linguaggio è quello felpato delle istituzioni europee, ma Palazzo Berlaymont suona forte l’allarme sui tanti punti ancora aperti e mette già le mani avanti: il lavoro dovrà continuare beyond June, oltre il prossimo mese. Al netto dell’Ungheria che non ha fatto nulla, e su cui occorrerà capire la posizione del nuovo premier Péter Magyar dopo l’ostruzionismo totale di Viktor Orbán, anche agli altri manca molto lavoro da fare. Tra questi c’è l’Italia. In teoria a Roma le misure di attuazione dovrebbero passare da un disegno di legge depositato al Senato che stabilisce le deleghe al governo. Ma non ci sono più i tempi. Inevitabilmente l’esecutivo ricorrerà allo strumento del decreto legge, su cui è già al lavoro. Riproducendo così lo schema del ddl 1660, uno dei “decreti sicurezza”, che lo scorso anno ha creato attriti con il Quirinale. L’Italia ha comunicato in via riservata alla Commissione quali saranno le “zone di frontiera” per le relative procedure accelerate e la distribuzione territoriale dei posti (è il documento del Viminale rivelato giovedì dal manifesto). Ma al di là dell’organismo europeo, il governo avrebbe dovuto inviare questo piano anche all’autorità giudiziaria, agli enti locali e alle prefetture. Non è ancora successo, almeno nei primi due casi. Oltre a dare i numeri, poi, l’esecutivo deve individuare concretamente dove sistemare i cittadini stranieri da sottoporre alle “procedure accelerate di frontiera” (Paf). E qui si apre un capitolo diverso, anche perché dallo stesso documento si evince che non pochi posti sono in fase “di valutazione”, un’area individuata è non idonea, altre restano da specificare. “Alcuni stati membri hanno dovuto adottare soluzioni provvisorie mentre sono in fase di costruzione nuove strutture, come i centri polifunzionali (quelli dove si esamina la richiesta di asilo e si detiene in vista del rimpatrio, ndr)”, scrive la Commissione. Sembra riferirsi anche all’Italia che per stare dietro al numero spropositato di Paf accettato dal governo Meloni dovrà inevitabilmente convertire parte dei centri di accoglienza già attivi. Al di là delle strutture fisiche a essere carente per l’Italia, e per molti altri Stati, è tutto il versante normativo. Al netto dello strumento, ddl o decreto, dal tavolo mancano numerosi aspetti pratici. Riguardano le misure alternative al trattenimento, con le relative procedure di convalida, l’autorità di polizia competente sui migranti sottoposti alle Paf, chi rappresenta i minori stranieri non accompagnati nello screening. Per non parlare dell’assistenza legale durante la fase amministrativa della domanda d’asilo o del soggetto terzo per il monitoraggio sui diritti fondamentali. Qui la Commissione richiama esplicitamente l’Italia: non ha ufficializzato nulla. I meccanismi istituiti dal Patto rischiano di creare una grande divaricazione rispetto alle richieste di protezione internazionale: tra il momento amministrativo davanti alle commissioni territoriali e quello giurisdizionale di fronte alle sezioni specializzate. Le prime dipendono dal Viminale che in questi anni le ha rinforzate (e in vista del patto ne istituirà altre 24 assumendo 317 nuovi dipendenti). Parallelamente, sempre sotto la gestione Piantedosi, i dinieghi all’asilo disposti da tali organi si sono moltiplicati. Nel 2025 sono stati l’85% (fonte: Agenzia Ue per l’asilo). In questo modo, però, si moltiplicano anche i ricorsi. Lo mostrano i procedimenti per protezione internazionale finiti sul banco delle sezioni specializzate in immigrazione. Nel primo trimestre 2025 i tribunali hanno chiuso 9.500 procedimenti. Nello stesso periodo del 2026 ben 17mila. Nonostante ciò, e nonostante il calo degli sbarchi, i procedimenti pendenti sono aumentati del 39%: da 101mila a 141mila. È proprio lì, nel luogo di garanzia dei diritti dei cittadini stranieri, che si creerà il collo di bottiglia del patto. Rendendo ancora una volta i giudici carne da macello per la prossima campagna elettorale e soprattutto condannando al limbo, quando non all’irregolarità attraverso misure discriminatorie, la vita di migliaia di cittadini stranieri. Prigionieri d’Europa, prigionieri per sempre di Marta Abbà balcanicaucaso.org, 10 maggio 2026 In Europa, reinserire un ex detenuto nella società è una delle sfide più difficili che uno Stato possa affrontare, e più costose se le istituzioni decidono di ignorare la questione. Pedro das Neves, esperto di sistemi penitenziari e autore di uno dei pochi studi sistematici sull’uso dei fondi europei nelle carceri, non ha dubbi su dove si inceppa il meccanismo: “Il Fondo Sociale Europeo Plus (ESF+) è uno strumento magnifico per chi si trova in condizioni di svantaggio. Ma a meno che i responsabili dei servizi penitenziari vengano al tavolo e dicano ‘guardateci’, non succederà nulla”. Il problema, dice, non è il fondo. È chi decide come spenderlo - e per chi. Nell’Unione Europea ci sono oggi più di 700.000 persone detenute in circa 2.500 istituti (Prison Systems EU). Metà avrebbe bisogno di interventi strutturali per migliorare la propria occupabilità. Un terzo non ha qualifiche spendibili nel mercato del lavoro. Quando escono, tornano spesso agli stessi problemi con cui erano entrati: niente casa, niente lavoro, niente rete. E il ciclo ricomincia. Croazia: Angel e il vuoto che lo Stato non riempie - Angel Andonov ha trascorso 18 anni in un carcere croato. Condannato a 21 anni per traffico internazionale di cocaina - 300 chili dalla Colombia - ha usato quel tempo per laurearsi in giurisprudenza. Oggi insegna come associato esterno in due facoltà: Giurisprudenza e Riabilitazione Educativa. Forma futuri criminologi, assistenti sociali, agenti penitenziari. Ha fondato e dirige come segretario l’associazione Angelus Custos, che promuove educazione in carcere, impiego per ex detenuti tramite accordi con imprese edili e di trasporti, e advocacy per il modello Rescaled di piccole case detentive. Sopravvive principalmente con donazioni, senza fondi UE diretti né supporto statale consistente. Il contesto in cui opera è tra i più critici d’Europa. Al 31 gennaio 2024, la Croazia registrava un tasso di affollamento medio delle carceri del 110% (moderato, ma in aumento dell’8,3% rispetto al 2023), con strutture chiuse spesso gravemente sovraccariche (fino a oltre il 200% in alcuni istituti come Zadar). L’Ombudsman Tena Šimonovi? Einwalter, nel report annuale 2024, ha descritto condizioni “allarmanti” con carenze di personale, caldo insopportabile e trattamenti potenzialmente umilianti. La carenza di personale impedisce persino di organizzare passeggiate all’aria aperta. In questo scenario, un progetto finanziato con fondi di coesione provenienti dall’ESF+ prova a costruire qualcosa di concreto. Si chiama “NiKre TeBra” e lavora con giovani detenuti tra i 16 e i 29 anni, offrendo qualifiche professionali - posatori di piastrelle, operai edili - mentre sono ancora in carcere. Ad accompagnarli ci sono assistenti sociali e psicologi. Non solo mestiere: anche comunicazione, gestione del denaro, competenze di vita. “Ho imparato il mestiere, ma anche come comunicare e gestire le finanze”, ha detto Marko, uno dei partecipanti. “Sento che questo mi aiuterà quando troverò un lavoro.” L’Associazione per il Lavoro Sociale Creativo, che guida il progetto, ha formato una prima platea di 16 giovani puntando a estendere il programma negli anni successivi. È un esempio virtuoso. Ma rimane un’isola. Angel Andonov, che quel sistema lo ha attraversato dall’interno, sa bene quanto il modello resti fragile: “La stigmatizzazione è permanente. La società non perdona.” Slovenia: quando lo Stato investe davvero - A 400 chilometri di distanza, la Slovenia affronta una crisi simile ma con risorse diverse. Nel report SPACE I 2024 (luglio 2025), la Slovenia resta al primo posto in Europa per sovraffollamento severo (134 detenuti ogni 100 posti al 31 gennaio 2024, +25,4% dal 2023), con crescita del 40% in cinque anni. Nonostante la nuova prigione di Lubiana (388 posti, completata nel 2025) e ristrutturazioni, persistono carenze di personale e pressione sistemica. Il Comitato europeo per la prevenzione della tortura nel report maggio 2025 ha confermato celle a Lubiana con soli 2.7-3.5 m² per persona, sotto gli standard minimi. L’Amministrazione Penitenziaria slovena (URSIKS) ha parlato apertamente della “più grave pressione sulle capacità detentive dalla nascita dell’istituzione”. Eppure il Ministero della Giustizia sloveno ha scelto di non limitarsi all’emergenza. Nell’ambito del Programma di Politica di Coesione 2021-2027, ha varato un progetto da 2 milioni di euro - di cui quasi 1,5 milioni di contributo ESF+ - intitolato “Attività educative per persone che scontano una pena detentiva”. Il programma offre istruzione formale a più livelli: da quella professionale di base fino all’istruzione superiore, passando per qualifiche professionali nazionali, corsi di lingua slovena e inglese per i detenuti stranieri (la cui presenza è cresciuta sensibilmente), e programmi per migliorare l’alfabetizzazione funzionale. Nel 2024 sono state coinvolte 99 persone. L’obiettivo è raggiungerne 1.400 entro il 2028, in tutti gli istituti sloveni. La partecipazione è volontaria, calibrata sugli interessi e il livello di istruzione di ciascuno. Non è la prima volta: un analogo progetto finanziato dal Fondo Sociale Europeo era già attivo dal 2016, e aveva raggiunto 1.540 persone entro il 2022. In parallelo, un progetto supplementare chiamato “Sviluppo delle competenze dei detenuti” affronta la dimensione più sommersa del reinserimento: dipendenze, salute mentale, competenze genitoriali, orticoltura, mindfulness, cura degli animali, sicurezza stradale. È prevista anche una stazione radio interna agli istituti. L’obiettivo dichiarato di URSIKS è chiaro: “Un’occupazione stabile è uno dei fattori più importanti nella prevenzione della recidiva”. Lo sa bene chi lavora con i numeri. Nel 2022, il 34,4% dei condannati nelle carceri slovene aveva completato solo l’istruzione professionale inferiore o superiore; il 26,5% si era fermato alla scuola primaria; il 13% non aveva alcuna istruzione formale, incluso il 3% privo di competenze di base in lettura e calcolo. La sfida europea: fondi buoni, uso spesso sbagliato - Pedro das Neves conosce bene la distanza tra il potenziale dei fondi europei e la loro applicazione reale. “La mia critica non è per il programma in sé”, spiega, “ma per il modo in cui viene interpretato nei diversi paesi.” La questione è politica prima che tecnica: se i direttori dei servizi penitenziari non siedono al tavolo dove si decidono le priorità nazionali dei fondi ESF+, i detenuti - e gli ex detenuti - semplicemente non compaiono tra i beneficiari. “In alcuni paesi è successo: qualcuno ha portato il tema al tavolo e ha detto ‘questo è importante, copre tutti i gruppi prioritari’. In altri no”. Il risultato è una mappa europea a macchia di leopardo. In certi paesi i fondi hanno finanziato programmi strutturali - come in Portogallo, dove un’iniziativa Equal ha sostenuto progetti innovativi integrati, o in Romania, dove l’ESF+ ha finanziato un cambiamento culturale interno all’intero sistema penitenziario, dalla formazione del personale alla ristrutturazione degli spazi. In altri, l’ESF+ è diventato un meccanismo di manutenzione ordinaria, erogando corsi di formazione di routine senza alcuna capacità di innovazione. “Abbiamo perso flessibilità,” dice das Neves. “In alcuni paesi il fondo è diventato così rigido che non si riesce a mescolare formazione e intervento psicosociale nello stesso progetto. E questo è una perdita enorme”. C’è un altro nodo che das Neves individua con precisione: la tracciabilità. Trovare i progetti ESF+ dedicati alla popolazione carceraria è spesso impossibile, perché vengono catalogati sotto categorie generiche - “persone svantaggiate”, “dipendenze”, “bassa scolarizzazione” - senza alcun filtro specifico. “Anche io sto spulciando progetto per progetto,” conferma chi lavora sul campo. “Non c’è un database con il bollino ‘detenuti’. Sono ovunque e da nessuna parte”. Su questo il punto di vista di Antigone, l’associazione italiana di tutela dei diritti nelle carceri, aggiunge una complessità ulteriore. “La gran parte delle persone detenute in tutto l’Occidente non sono ‘persone come noi’”, spiega Alessio Scandurra, che lavora quotidianamente con questa realtà. “Quando escono, il loro problema principale non è lo stigma. Sono gli stessi problemi che avevano quando sono entrate: salute, casa, lavoro.” Una premessa che dovrebbe stare alla base di qualsiasi progetto di reinserimento, e che invece viene spesso ignorata in favore di iniziative più visibili - quelle con “l’azienda più figa o la storia più bella” - che intercettano solo la fascia più pronta della popolazione detenuta, lasciando indietro chi ha dipendenze, disturbi mentali, nessuna rete familiare. “Un carcere dovrebbe offrire un ventaglio di cose molto diverso”, osserva Scandurra, “per intercettare bisogni molto diversi. Hai chi può accedere a percorsi avanzati di formazione professionale. E hai chi ha bisogno di essere alfabetizzato ai ritmi ordinari della vita.” Il problema è che i progetti più ambiziosi - quelli che affiancano alla formazione lavorativa supporto psicologico, accompagnamento, follow-up - sono anche i più difficili da finanziare, perché costosi, complessi e raramente sostenibili oltre la durata del bando. “Sulla carta tutti parlano di sostenibilità. Poi quando i fondi finiscono, finisce tutto”. Il quadro che emerge da Croazia, Slovenia e dal dibattito europeo non è quello di un problema irrisolvibile. È quello di un problema mal governato. I fond ESF+ esistono, sono cospicui, e in alcuni casi - come dimostrano i progetti sloveni o l’esperienza di “NiKre TeBra” - riescono a produrre risultati reali e misurabili. Ma la loro efficacia dipende da scelte politiche a monte: chi siede al tavolo, quali categorie vengono riconosciute come prioritarie, quanto si è disposti a tollerare la complessità invece di inseguire i numeri più facili da rendicontare. Angel Andonov, che ha costruito la sua seconda vita senza aiuti europei e quasi senza aiuti statali, lo dice con la chiarezza di chi ha visto il sistema dall’interno: “La più grande difficoltà per il reinserimento è la mancanza di aiuto della società e la stigmatizzazione permanente.” Non basta formare un muratore o un posatore di piastrelle. Bisogna costruire le condizioni perché quella formazione non si perda nel vuoto del giorno dopo l’uscita dal carcere. Ed è proprio lì, in quel vuoto, che si decide se l’ergastolo sociale finisce o continua.???????????????? Stati Uniti. Una vita in lotta contro l’Ice di Giovanna Branca Il Manifesto, 10 maggio 2026 Amadou Ly, americano senegalese, ha creato una fondazione che aiuta i migranti africani a difendersi dagli agenti delle truppe di Trump. Lui stesso ha rischiato la deportazione. Quando si arriva in aeroporto a New York ormai è impossibile non incontrare gli agenti dell’Ice - molti di loro sostituiscono perfino gli agenti aeroportuali al controllo passaporti, gli altri ciondolano in giro, come pura evocazione della minaccia perenne dell’amministrazione Trump. Fra i primi a precipitarsi in uno degli aeroporti della città, La Guardia, a riprendere le attività dell’Ice quando Trump l’ha dispiegata in decine di aeroporti, c’è stato Amadou Ly, presidente e creatore di una Fondazione per il sostegno agli immigrati - in particolare africani - che porta il suo nome, Amadou Ly Foundation. “Uno dei nostri scopi - ci dice - è tenere informata la città su quello che sta succedendo”. Lui a New York è arrivato a 13 anni dal Senegal: era il 10 settembre 2001. “Un presagio, vero?”. Da allora, si può dire che abbia vissuto molte vite: musulmano in un paese in preda a una virulenta esplosione di islamofobia, giovane ragazzo senza documenti, attore a Hollywood, attivista per i diritti degli immigrati: dalla sua fondazione è nato anche l’Immigrant Detainee Commissary Fund, per sostenere economicamente le persone nei centri di detenzione Ice e consentire loro di comprare cibo e stare in contatto con le proprie famiglie. Come è nata la Fondazione? Già mesi prima delle elezioni, parlando con il network degli attivisti, mi sono reso conto che Trump sarebbe con ogni probabilità diventato presidente. Così ho iniziato a fare dei video, in cui suggerivo ai richiedenti asilo di spostarsi in città santuario. I video sono diventati virali, e in tanti hanno cominciato a rivolgersi a me. Erano bloccati in Tennessee, in Texas, Mississippi, posti dove le cose stavano cambiando visibilmente. In molti avevano bisogno di permessi di lavoro per venire qui. Così mi sono messo a raccogliere risorse che potevano usare per fare una petizione affinché gli venissero concessi. Un giorno stavo camminando per strada a Harlem: tante di queste persone hanno iniziato a fermarmi per bombardarmi di domande, e molti dormivano per strada. È stato questo a farmi capire che non potevo gestire da solo tutta questa quantità di richieste, ed è nata la Fondazione. Con il passare del tempo il nostro lavoro è diventato quasi solo occuparci di prigionieri dell’Ice, quindi ci stiamo concentrando sul processo necessario per registrarli tutti. A cosa serve registrarli? Per tutti loro compiliamo una petizione per l’habeas corpus (che protegge dagli arresti arbitrari, ndr) in anticipo. Quando scopriamo che qualcuno sta per avere un’udienza in tribunale (a New York la maggior parte degli arresti avviene nel tribunale dell’immigrazione dove si tengono le udienze per i casi di asilo), se non sono fuori per le 16 - quando chiude la Corte - o se proviamo a chiamarli e risponde la segreteria, inoltriamo la petizione. Lei ha lamentato la mancanza di fondi per no profit come la sua... Credo che la scarsità del budget nasca dalla mancanza di diversità ai vertici. Non ci sono rappresentanti africani che possano raccontare quello che sta accadendo. Molti immigrati neri non hanno risorse, si presentano in tribunale senza avvocati, e l’Ice non aspetta altro. Erano proprio africani tutti i detenuti da Ice nell’unico raid su vasta scala avvenuto a New York, a Canal Street (Chinatown)... Quando c’è stato il raid a Canal abbiamo ricevuto grande attenzione dai media, e molti funzionari cittadini erano arrabbiati. Ma un conto è infuriarsi parlando con i giornalisti, e un’altra destinare il budget necessario. Nel caso di quel raid abbiamo lavorato con altre piccole organizzazioni per stilare petizioni e fermare le deportazioni degli arrestati. Siamo riusciti a rintracciare il 95% delle famiglie, e dare loro le informazioni necessarie. Uno degli arrestati aveva un avvocato prima del raid che ha fatto un errore presentando la sua domanda di asilo. A riprova di come nei confronti di queste persone c’è una mancanza di cura. E quando siamo intervenuti per fargli cambiare avvocato, il suo legale non voleva lasciare il caso perché temeva che avremmo esposto il suo errore. Come è nato invece l’Immigrant Detainee Commissary Fund? A giugno sono stato in Louisiana al Centro di detenzione di LaSalle insieme alla reverenda Chloe Breyer dell’Interfaith Center. Lì abbiamo incontrato molti detenuti, trasferiti da altri stati: appena li prendono cercano di portarli in stati più solidali con le politiche di deportazione del governo (a LaSalle era detenuto anche Mahmoud Khalil, ndr). A uno di loro ho chiesto, come stai? Si è sollevato la maglietta e mi ha mostrato le costole: “Affamato”. È così che abbiamo lanciato il programma. Lei stesso è stato a un passo dalla deportazione... Un giorno a 16 anni ero in macchina, in viaggio per Detroit, e un camion ci ha colpiti. Il poliziotto arrivato sul posto ha capito subito che la colpa era del camionista, che era bianco. Quando si è avvicinato a noi ci ha chiesto: avete droga in macchina? Nonostante il camionista ci avesse quasi fatto ribaltare, è stata la prima cosa che ci ha chiesto. Poi ha sentito il nostro accento: “Avete i documenti?”. Gli ho risposto che ero ferito, che volevo andare all’ospedale. Al pronto soccorso non ci hanno dato neanche tempo di respirare, una volta capito che non avevo nulla di rotto ci hanno portato al distretto di polizia, e lì è venuta a prenderci l’Ice. Mi hanno messo in una cella da solo, perché non potevo stare con gli altri adulti. Lì è iniziato il mio processo. Intanto sono tornato a New York, per continuare a andare a scuola, e mi assentavo quando dovevo andare alle udienze. A 18 anni sono diventato uno dei capitani della squadra di robotica, e abbiamo vinto il campionato di New York, contro tutte le squadre dell’Ivy League. Ma il mio processo non aveva speranze di successo. Così la mia avvocata ha chiamato il New York Times, e la mia storia è finita in prima pagina. È cambiato tutto: improvvisamente avevo dalla mia parte Hillary Clinton, parlamentari, star di Hollywood. Al Congresso è stata fatta una legge ad hoc per me, che mi ha consentito di restare. Ha mai pensato di tornare a recitare? Un paio di settimane fa il mio ex manager mi ha chiamato e mi ha detto che c’era una parte per me. Ma ci sono troppe cose da fare adesso - molto più urgenti. Nelle carceri del Salvador i conti non tornano di Fabio Carminati Avvenire, 10 maggio 2026 Il governo del presidente Bukele ha rinnovato per ben 48 volte lo stato di emergenza contro la criminalità organizzata. Ma oltre 33mila arrestati, su quasi 92mila, non avrebbero mai avuto contratti con le gang. “Il rapporto tra il presidente statunitense Donald Trump e quello di El Salvador, Nayib Armando Bukele Ortez, è pari a quello che lega un’industria inquinante all’azienda che ne smaltisce gli scarti”. Chiaramente lo sostengono i detrattori, di uno o dell’altro capo di Stato, perché nella realtà il “contratto” è del tutto regolare. O almeno così sembra. In realtà l’America di Trump ha trovato nel salvadoregno il principale alleato a sud del Rio Bravo. Sui media, nella primavera scorsa, sono comparse le immagini dei detenuti incatenati e deportati dagli Stati Uniti nel famigerato carcere del Cecot, il “buco nero dei diritti umani”. Il Centro de confinameto del terrorismo è stato inaugurato da Bukele nel 2023 per ospitare fino a 40mila membri delle maras, come in Salvador sono chiamate le bande. Là, secondo un’inchiesta del New York Times, l’Amministrazione Usa avrebbe pagato 5 milioni di dollari a piccolo vicino centramericano per incarcerare più di 200 venezuelani che vivevano negli Stati Uniti. Non solo. Il governo americano avrebbe deportato anche alcuni prigionieri di “particolare interesse” per il presidente salvadoregno, ovvero alcuni leader della MS-13 - la Mara Salvatrucha, gang principale insieme alla Mara Barrio 18 - già detenuti negli Usa. Quegli esponenti cioè che avrebbero potuto confermare i contatti tra Bukele e gang, la cui interruzione avrebbe causato l’accanimento del leader. In quello stesso Cecot e nelle altre carceri del Paese più piccolo d’America, nel frattempo, centinaia dei “molto presunti mareros” - cioè esponenti delle bande - pescati nel mucchio, sono morti dietro le sbarre. Santos Navarro, ad esempio, era solo un “paro”, che nel gergo delle gang identifica chi svolge occasionalmente favori senza detenere alcun ruolo o potere all’interno dell’organizzazione criminale. Almeno così ha riferito la polizia alla famiglia, quando chiedeva incessantemente notizie. Eppure, solo nel febbraio 2022, un mese prima dell’inizio dello stato di emergenza nel Salvador, il suo nome non figurava nella lista dei “banditi” aggiornata regolarmente della polizia. Ciò non ha impedito che, il 6 luglio 2023, agli agenti di buttare all’aria la sua bancarella di frutta e verdura al mercato di Santa Tecla, dove lavorava da undici anni. Arrestato, è letteralmente scomparso in un carcere di massima sicurezza. Per i parenti, quel fermo non è stato frutto di alcuna indagine, ma di una semplice soffiata anonima. Navarro è morto in prigione un anno dopo per complicazioni legate al diabete. I familiari accusano le autorità di non avergli fornito le cure mediche necessarie, portandolo alla perdita di due dita del piede destro e poi alla morte. Come Navarro, nei quattro anni di stato di emergenza, le organizzazioni per i diritti umani hanno documentato quasi 7mila denunce di arresti arbitrari di persone non affiliate a gang. Ma tale dato potrebbe dovere essere moltiplicato per cinque. Il governo di Nayib Bukele ha rinnovato il suo controverso stato di emergenza per ben 48 volte - 45 mesi, quasi quattro dei sei anni di mandato di Bukele - promettendo di non fermarsi finché non sarà catturato l’ultimo “marero”. In base ai dati emersi da tre rapporti di intelligence, dovrebbe averlo già fatto. Secondo questi ultimi, gli esponenti delle gang prima del giro di vite erano 58.270. Fino al 25 marzo, però, le autorità ne hanno catturato almeno il doppio: 91.628. Tra loro voci critiche nei confronti del governo come l’avvocata Ruth López, il costituzionalista Enrique Anaya e altri attivisti arrestati per aver protestato davanti alla residenza presidenziale. Nelle carceri salvadoregne, dunque, sono finiti 33mila presunti mareros in più di quelli ritenuti tali dalle stesse forze di sicurezza. Quasi 500 di loro sono morti in custodia dello Stato prima di arrivare a processo, secondo la più accreditata organizzazione salvadoregna, il “Socorro jurídico humanitario”. E la cifra, contando gli scomparsi, potrebbe raggiungere quota 1.300. Il 31,8% è deceduto a causa di violenze, mentre un numero simile per mancanza di assistenza sanitaria. Il 94% di loro non apparteneva a bande criminali. Tra loro figurano quattro pastori evangelici cinquantenni, tre sindacalisti di diversi settori e donne fino a 74 anni. Il rapporto evidenzia il caso di una neonata la cui nascita è stata indotta dalle torture subite dalla madre incinta in carcere e quello di una bambina di quattro anni morta di polmonite contratta in prigione. La maggior parte dei decessi (40,9%) è stata registrata nel carcere di “media sicurezza” di Izalco, seguito dal centro La Esperanza, noto come Mariona (18,9%). Il famigerato Cecot, divenuto simbolo della propaganda governativa e aperto ai media internazionali, risulta meno letale. Ed è proprio sul Cecot che il cerchio si chiude su Donald Trump affermano dal fronte dell’opposizione a Bukele, “paladino” (secondo loro) del piano della Casa Bianca di riportare l’America Latina sotto l’influenza statunitense con la rivisitazione della Dottrina Monroe, il cosiddetto Corollario Trump. Perché anche lì, dopo rivoluzioni, guerre civili e stragi, la storia non si vergogna ancora di ripetersi.