Se dopo la condanna scompare lo Stato di diritto di Massimo Lensi Left, 9 luglio 2026 Il carcere non è più soltanto il luogo nel quale si manifesta la crisi dell’esecuzione penale. Sta diventando il luogo in cui si ridefinisce, quasi nel silenzio generale, il rapporto tra amministrazione e giurisdizione. Dietro il sovraffollamento, la cronica carenza di personale, gli istituti fatiscenti, le continue violazioni dei diritti fondamentali e i ripetuti richiami rivolti all’Italia dalle corti nazionali e sovranazionali, si intravede ormai un problema ancora più profondo: il progressivo indebolimento degli strumenti di garanzia che dovrebbero assicurare la legalità dell’esecuzione della pena. È un cambiamento che fatica a entrare nel dibattito pubblico. L’attenzione si concentra, inevitabilmente, sulle emergenze: il numero dei detenuti, i suicidi, le aggressioni, le carceri inagibili, il caldo soffocante che trasforma celle già sovraffollate in luoghi incompatibili con qualsiasi idea di dignità della persona. Tutto vero. Tutto drammaticamente reale. Ma questi fenomeni rischiano di essere scambiati per il problema, quando forse ne rappresentano soprattutto i sintomi. Da tempo la politica sembra avere scelto una direzione precisa. La popolazione detenuta continua a crescere, gli istituti si riempiono oltre ogni limite ragionevole e il sovraffollamento viene affrontato come una condizione permanente, non più come un’emergenza da risolvere. In questo contesto continuano a riaffiorare, quasi ciclicamente, le speranze di un provvedimento straordinario: un indulto, un’amnistia, una misura capace di alleggerire almeno in parte la pressione sulle carceri. Ma si tratta di aspettative che appaiono sempre più lontane dall’attuale indirizzo politico. Anche le proposte avanzate dal Governo sembrano muoversi in una direzione diversa. La cosiddetta “rivoluzione copernicana” evocata dal ministro Carlo Nordio non consiste nell’estendere significativamente le misure alternative alla detenzione né nel favorire percorsi di decarcerizzazione. Piuttosto, punta a sperimentare modalità differenti di esecuzione della pena detentiva, affidandola, in casi circoscritti, a comunità o ad altre strutture esterne, senza modificare la natura della sanzione. Cambia il luogo dell’esecuzione, ma non il paradigma sul quale essa continua a fondarsi. Il punto, però, è un altro. Mentre il dibattito si concentra sul luogo fisico nel quale la pena viene eseguita, rischia di passare inosservata una trasformazione assai più rilevante: quella del sistema delle garanzie che dovrebbe accompagnare l’intera fase esecutiva. Lo stato costituzionale di diritto non si limita a stabilire quando una persona possa essere privata della libertà personale. Stabilisce anche come quella privazione debba essere esercitata. La pena, infatti, non rappresenta una zona franca nella quale l’amministrazione può agire senza controlli. Al contrario, è proprio durante l’esecuzione della pena che la Costituzione pretende il massimo livello di garanzie. L’articolo 13 della Costituzione afferma che la libertà personale è inviolabile e sottopone ogni sua limitazione a una rigorosa riserva di legge e di giurisdizione. L’articolo 24 garantisce a tutti il diritto di agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi. L’articolo 27 impone che le pene non possano consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e siano orientate alla rieducazione del condannato. Gli articoli 111 e 113 completano questo impianto assicurando il diritto alla tutela giurisdizionale e il controllo del giudice sull’azione della pubblica amministrazione. Questi principi non riguardano soltanto il processo penale. Accompagnano anche la fase successiva alla condanna. La sentenza definitiva non sospende la Costituzione all’ingresso del carcere. Al contrario, è proprio all’interno degli istituti penitenziari che le garanzie costituzionali dovrebbero manifestare la loro massima intensità, perché è lì che lo Stato esercita una delle forme più invasive del proprio potere: la privazione della libertà personale. Per questa ragione la magistratura di sorveglianza occupa una posizione del tutto particolare nell’ordinamento. Non rappresenta un organo chiamato a correggere occasionalmente gli errori dell’amministrazione penitenziaria. Costituisce, piuttosto, il presidio giurisdizionale permanente dell’esecuzione della pena. Attraverso i reclami dei detenuti, le decisioni sui benefici penitenziari, il controllo sulle modalità di esecuzione della detenzione e la tutela dei diritti fondamentali, il magistrato di sorveglianza rende concretamente operativi i principi costituzionali dentro il carcere. È forse questa la funzione meno conosciuta della giurisdizione e, al tempo stesso, una delle più importanti. Mentre il giudice del processo accerta la responsabilità penale, il giudice di sorveglianza verifica quotidianamente che l’esecuzione della pena rimanga conforme alla legge e alla Costituzione. In altre parole, garantisce che la condanna pronunciata dallo Stato non si trasformi, nel corso della sua esecuzione, in qualcosa di diverso da ciò che il giudice aveva legittimamente disposto. È per questo che la cronica insufficienza degli organici della magistratura di sorveglianza non può essere considerata un semplice problema amministrativo. Quando i procedimenti si accumulano, i reclami vengono esaminati dopo mesi o anni e le decisioni arrivano quando la lesione del diritto si è ormai consumata, non si produce soltanto un rallentamento della macchina giudiziaria. Si determina un indebolimento sostanziale della tutela giurisdizionale. Un diritto riconosciuto troppo tardi è spesso un diritto negato. Questo principio vale per ogni settore della giustizia, ma assume un significato ancora più profondo nell’esecuzione penale. Chi vive quotidianamente una condizione di sovraffollamento, di degrado strutturale o di limitazione illegittima dei propri diritti fondamentali non può attendere anni per ottenere una decisione. La tutela giurisdizionale, per essere effettiva, deve essere anche tempestiva. È proprio su questo terreno che il sistema mostra oggi le sue maggiori fragilità. I presidenti dei Tribunali di sorveglianza denunciano da tempo l’insufficienza degli organici e l’impossibilità di assicurare tempi compatibili con la natura dei diritti coinvolti. Non si tratta di una rivendicazione corporativa né di una richiesta di maggiori risorse avanzata nell’interesse della categoria. Si tratta della constatazione che, senza un adeguato funzionamento della giurisdizione di sorveglianza, l’intero sistema delle garanzie previsto dalla Costituzione rischia di perdere effettività. È difficile non cogliere, in questa situazione, un elemento di contraddizione. Da un lato si moltiplicano gli interventi legislativi che incidono sull’esecuzione penale e si amplia progressivamente il ricorso alla detenzione; dall’altro non si rafforzano gli organi chiamati a verificare che quella stessa esecuzione avvenga nel rispetto della legalità costituzionale. Anche qualora ciò non costituisse una scelta deliberata, l’effetto rimane il medesimo: il controllo giurisdizionale diventa progressivamente meno incisivo proprio mentre cresce il potere esercitato dall’amministrazione penitenziaria. È questo il punto sul quale il dibattito pubblico dovrebbe interrogarsi. La questione non riguarda soltanto il numero delle celle disponibili o la costruzione di nuovi istituti. Riguarda il delicato equilibrio tra amministrazione e giurisdizione nell’esecuzione della pena, uno degli aspetti meno discussi e tuttavia più decisivi per misurare la qualità dello Stato di diritto. La vicenda di Sollicciano rappresenta, sotto questo profilo, qualcosa di più di una grave crisi penitenziaria. È diventata il luogo nel quale si sono rese visibili tensioni istituzionali che normalmente rimangono sullo sfondo. Le iniziative della magistratura, gli interventi dell’amministrazione penitenziaria, il ruolo della politica e le prese di posizione dei garanti hanno finito per sovrapporsi, mettendo in evidenza come il problema non riguardi più soltanto la gestione di un istituto, ma il modo stesso in cui lo Stato governa l’esecuzione della pena. È probabilmente da qui che occorre ripartire. Negli ultimi anni il dibattito pubblico si è concentrato quasi esclusivamente sulla fase dell’accertamento della responsabilità penale. Si discute di riforme processuali, di separazione delle carriere, di durata dei processi, di intercettazioni, di obbligatorietà dell’azione penale. Tutti temi di indubbia rilevanza costituzionale. Molto meno spazio viene invece dedicato alla fase successiva, quella nella quale la pena viene concretamente eseguita. Eppure è proprio nell’esecuzione penale che lo Stato esercita in modo continuativo il proprio potere sulla persona. Ogni giorno decide dove il detenuto vivrà, in quali condizioni materiali, con quali limitazioni, con quali possibilità di mantenere relazioni familiari, di lavorare, di studiare, di curarsi, di accedere ai benefici previsti dalla legge. È un potere enorme, che in uno stato costituzionale può essere esercitato soltanto se accompagnato da un controllo giurisdizionale altrettanto effettivo. Per questa ragione sorprende il silenzio che continua a circondare la magistratura di sorveglianza. Mentre il confronto politico si concentra sull’assetto della magistratura requirente e giudicante, quasi nessuno sembra interrogarsi sulle condizioni nelle quali opera quella giurisdizione che ogni giorno verifica la conformità costituzionale dell’esecuzione della pena. Eppure è proprio la magistratura di sorveglianza il luogo nel quale il principio di legalità incontra più intensamente la vita concreta delle persone. È il giudice che verifica se una restrizione sia ancora giustificata, se un diritto fondamentale sia stato illegittimamente compresso, se una misura dell’amministrazione penitenziaria rispetti i limiti imposti dalla legge, se la finalità rieducativa della pena conservi un contenuto reale oppure rimanga una semplice dichiarazione di principio. Ridurre l’effettività di questo controllo non significa necessariamente modificare le norme. Talvolta è sufficiente lasciare che gli organici rimangano inadeguati, che i procedimenti si accumulino, che le decisioni arrivino quando il danno si è ormai consolidato. Il risultato è lo stesso: le garanzie continuano a esistere formalmente, ma perdono progressivamente la capacità di incidere sulla realtà. Lo stesso discorso vale per i garanti delle persone private della libertà. La loro istituzione ha rappresentato una delle innovazioni più importanti degli ultimi decenni nel sistema penitenziario italiano. Essi svolgono una funzione preziosa di ascolto, di mediazione, di monitoraggio e di impulso istituzionale. Hanno contribuito a rendere più visibili situazioni che per lungo tempo erano rimaste confinate all’interno delle mura degli istituti penitenziari. Tuttavia, proprio l’esperienza maturata in questi anni mostra anche i limiti dell’attuale modello. I garanti possono segnalare, denunciare, richiamare l’attenzione delle istituzioni, formulare raccomandazioni. Ma dispongono di poteri giuridici estremamente limitati. La loro autorevolezza dipende in larga misura dalla capacità di convincere altri soggetti ad agire. Quando questo non accade, il rischio è che la loro funzione si esaurisca in una moral suasion tanto importante sul piano civile quanto fragile sul piano istituzionale. È probabilmente arrivato il momento di aprire una riflessione sul rafforzamento delle garanzie anche sotto questo profilo. Un sistema costituzionale maturo non dovrebbe affidare la tutela dei diritti fondamentali esclusivamente alla buona volontà delle persone che ricoprono determinati incarichi, ma costruire strumenti capaci di renderla effettiva indipendentemente da chi li esercita. In questa prospettiva emergono almeno due possibili direttrici di intervento. La prima riguarda proprio il sistema dei garanti. Occorrerebbe avviare una riforma che ne rafforzi le competenze, attribuisca maggiori poteri di iniziativa e renda più incisivo il loro ruolo nei confronti dell’amministrazione penitenziaria. Naturalmente una simile scelta presuppone una precisa volontà politica e, nell’attuale fase istituzionale, appare difficile immaginare che possa diventare una priorità dell’agenda parlamentare. La seconda direttrice appare, almeno teoricamente, più immediata. Consiste nel rafforzamento della magistratura di sorveglianza attraverso un significativo incremento degli organici e delle risorse disponibili. È una richiesta avanzata dagli stessi presidenti dei Tribunali di sorveglianza, consapevoli che senza un adeguato funzionamento della giurisdizione ogni diritto riconosciuto dall’ordinamento rischia di rimanere privo di effettiva tutela. Le due prospettive, tuttavia, non possono essere considerate alternative. Al contrario, si completano reciprocamente. I garanti svolgono una funzione di vigilanza, di stimolo e di collegamento con la società civile; la magistratura di sorveglianza assicura la tutela giurisdizionale dei diritti. L’una non sostituisce l’altra. Entrambe concorrono a dare concretezza ai principi costituzionali che regolano l’esecuzione della pena. La questione, in definitiva, supera i confini del diritto penitenziario. Ogni volta che si parla di carcere si tende a pensare che il problema riguardi esclusivamente le persone detenute. È un errore di prospettiva. La qualità di uno Stato di diritto non si misura dal modo in cui tratta i cittadini rispettosi delle regole, ma dalla capacità di garantire la legalità anche nei confronti di coloro che hanno violato la legge. Le garanzie costituzionali non rappresentano privilegi concessi ai detenuti. Costituiscono i limiti che la Repubblica impone a se stessa nell’esercizio del proprio potere. Servono a impedire che la pena degeneri in arbitrio, che l’amministrazione sostituisca il giudice, che l’efficienza prevalga sulla legalità. La storia del costituzionalismo europeo insegna che ogni espansione del potere amministrativo richiede un corrispondente rafforzamento dei controlli giurisdizionali. Quando questo equilibrio si altera, il problema non riguarda più soltanto la condizione di chi si trova in carcere. Riguarda l’intero ordinamento democratico. Per questo il vero interrogativo non è se costruire nuove carceri, ampliare quelle esistenti o immaginare forme diverse di esecuzione della pena. La domanda decisiva è un’altra: quale ruolo si intende attribuire alla giurisdizione nell’esecuzione penale del futuro? Se il controllo del giudice continuerà a rappresentare il cardine del sistema, allora sarà inevitabile investire nella magistratura di sorveglianza, rafforzare gli strumenti di garanzia e rendere realmente effettivi i diritti riconosciuti dalla Costituzione. Se, al contrario, la giurisdizione sarà progressivamente confinata in una funzione marginale, chiamata a intervenire soltanto quando il sistema sarà già entrato in crisi, allora il problema non riguarderà soltanto il carcere. Riguarderà il modo stesso nel quale la Repubblica concepisce l’esercizio del potere pubblico. È su questo terreno che si giocherà una parte importante del futuro dello Stato di diritto. Il rischio è che tutto questo continui a essere percepito come una discussione riservata agli specialisti del diritto penitenziario, mentre riguarda l’equilibrio costituzionale tra i poteri dello Stato e la concreta tutela della libertà personale. Se questa consapevolezza non riuscirà a maturare, la prospettiva di una mobilitazione ampia in difesa delle garanzie dell’esecuzione penale continuerà ad apparire lontana. Quasi il sogno di una notte di mezza estate. Lo Stato non può praticare “estremi rimedi” a mali estremi di Marco Perduca huffingtonpost.it, 9 luglio 2026 In un’Italia dove c’è una sovrappopolazione carceraria di quasi il 140%, la direzione regionale dell’amministrazione penitenziaria toscana ha autorizzato come rimedio estremo l’uso di brande e materassi a terra nei corridoi per far fronte al sovraffollamento. La città di Lucca, che ha la sindaca più amata d’Italia, ha anche l’istituto di pena più fuorilegge di tutti. Dall’inizio di una delle più calde estati degli ultimi 50 anni, un detenuto, colpito da ictus, è morto in cella dopo 10 giorni di patente invalidità di cui nessuno s’era accorto; il Gip fiorentino ha sequestrato sette sezioni del carcere per le impraticabili condizioni sanitarie dei locali; una lettera al Garante per i diritti delle persone private della libertà ha denunciato acqua inquinata potenzialmente infettante. Di fronte a tutto ciò, in un’Italia dove mediamente c’è una sovrappopolazione carceraria di quasi il 140% (col picco di Lucca dove siamo a oltre il 200%), la direzione regionale dell’amministrazione penitenziaria toscana ha autorizzato come rimedio estremo (al male estremo) l’uso di brande e materassi a terra nei corridoi per far fronte al sovraffollamento. Non occorre aver visitato il carcere di Sollicciano, migliaia tra parlamentari, consiglieri regionali, comunali, associazioni e parenti (delle vittime, verrebbe da dire) lo hanno fatto negli anni, per rendersi conto di cosa stiamo parlando - tra l’altro i corridoi nei reparti sono fatiscenti quanto le celle, oltre che curvi, né occorre segregarsi nella propria camera da letto di questi tempi senza aprire la finestra o farsi la doccia o mettere un “materasso” per terra per apprezzare le circostanze in cui devono vivere le persone ristrette, occorre leggere prima l’articolo 27 della Costituzione e poi l’ordinamento penitenziario che da poco ha “festeggiato” i 50 anni. Siamo oltre il diritto alla salute o il recupero alla società del reo, siamo anche oltre i trattamenti inumani e degradanti, siamo di fronte al massiccio e sistematico attacco diritto alla vita di decine di migliaia di persone, siamo di fronte a un crimine “contro l’umanità”. Dall’inizio dell’anno ai primi di luglio ci sono stati almeno 114 morti nelle carceri italiane, l’anno scorso sono stati 254. La tragica contabilità comprende suicidi accertati (almeno 24 a inizio estate) e morti per malattie o cause da accertare. All’8 luglio scorso, in Italia ci sono 64.767 ristrette in locali in cui i posti realmente disponibili sono 46.349 - un sovraffollamento del 139,74%! Si stima che un terzo non ha una sentenza definitiva e che un terzo (magari in parte le stesse persone) è detenuto per reati direttamente o indirettamente connessi alla Legge sulle droghe. Occorre quindi porsi, e porre, il tema in termini politici e non più solo umanitari. Se governo e Parlamento non intendono adottare alcun provvedimento, se il Capo dello Stato non prevede grazie cumulative, neanche per motivi sanitari, se le denunce, i rapporti, i flashmob di Garanti e associazioni smuovono le coscienze, se la Corte europea dei diritti umani non ha in agenda un nuovo capitolo del “caso Italia”, non resta che attivare la magistratura italiana. Il “resistere, resistere, resistere” va tramutato in “denunciare, denunciare, denunciare”. Visto che la decisione relativa a Sollicciano è stata frutto di una denuncia, occorre proseguire sulla strada della ricerca di decine di Gip pronti a interrompere questa patente violazione della legalità costituzionale e degli obblighi internazionali della Repubblica italiana. La magistratura di sorveglianza non può essere lasciata sola: il grido d’allarme va ascoltato di Maurizio Turco e Irene Testa* partitoradicale.it, 9 luglio 2026 La lettera con cui i Presidenti dei Tribunali di Sorveglianza si rivolgono al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella conferma, purtroppo, ciò che il Partito Radicale denuncia da anni: la magistratura di sorveglianza è stata progressivamente abbandonata, nonostante svolga una funzione essenziale per garantire il rispetto della Costituzione e dello Stato di diritto. Già con la campagna ‘Giustizia #24’ avevamo denunciato numeri impietosi: appena 230 magistrati di sorveglianza, uffici con scoperture di personale che arrivano al 50%, chiamati a vigilare su 190 istituti penitenziari, a seguire decine di migliaia di persone in esecuzione penale esterna e a smaltire un arretrato enorme di pratiche. Già nel 2024 il Partito Radicale aveva promosso una campagna dedicata proprio alla magistratura di sorveglianza. Quell’allarme è rimasto inascoltato. Oggi l’appello dei Presidenti dei Tribunali di Sorveglianza conferma che quelle denunce erano fondate. Il Presidente della Repubblica, garante della Costituzione, non può ignorare questo grido d’allarme. La magistratura di sorveglianza garantisce che l’esecuzione della pena sia conforme alla legge, tutela i diritti delle persone detenute e rende effettivo l’articolo 27 della Costituzione. Indebolire questi uffici significa indebolire lo Stato di diritto e aggravare una crisi delle carceri segnata da sovraffollamento, violazioni dei diritti e un numero ormai intollerabile di suicidi. Per questo condividiamo pienamente l’appello rivolto al Capo dello Stato e chiediamo al Governo di assumersi finalmente la responsabilità politica di affrontare una crisi che riguarda il rispetto della Costituzione e dei diritti fondamentali. Le carceri continueranno a essere fuori dalla legalità costituzionale finché chi è chiamato a far rispettare il diritto sarà lasciato senza gli strumenti necessari per svolgere il proprio lavoro. *Segretario e Tesoriera del Partito Radicale Oltre la pena, il diritto alla salute finisce dietro le sbarre? di Simone Di Matteo affaritaliani.it, 9 luglio 2026 Da una testimonianza giunta in redazione emerge il caso di un uomo che avrebbe scoperto un tumore allo stomaco in fase metastatica dopo mesi di richieste di assistenza rimaste inascoltate. Il dottor Filippo Marra, consulente tecnico esterno del Senato della Repubblica e membro della Segreteria di Stato, ha analizzato con noi la vicenda, soffermandosi sui profili giuridici e costituzionali della tutela sanitaria negli istituti penitenziari. Tra le numerose testimonianze che continuano ad emergere vi è quella di “Mario Rossi”, nome di fantasia utilizzato per tutelarne l’identità. Una vicenda che abbiamo deciso di sottoporre all’attenzione del Dr Filippo Marra, consulente tecnico esterno del Senato della Repubblica e membro della Segreteria di Stato, con cui avevamo già disquisito a riguardo, affinché ne approfondisca e divulghi tutti gli aspetti giuridici e costituzionali, poiché, se confermata nei termini raccontati attraverso una lettera arrivata in redazione, rappresenterebbe, purtroppo, uno degli esempi più drammatici delle criticità che ancora oggi caratterizzano l’intero sistema penitenziario italiano. Secondo la testimonianza raccolta, Mario Rossi era stato condannato per reati di modesta gravità e trasferito in un istituto penitenziario del Sud Italia, già gravato da una situazione di forte sovraffollamento. Dopo alcuni mesi di detenzione avrebbe iniziato ad accusare dolori persistenti allo stomaco, una progressiva perdita di peso, inappetenza e alterazioni della funzionalità intestinale. Preoccupato per il rapido peggioramento delle proprie condizioni, avrebbe richiesto più volte una visita medica e l’esecuzione di accertamenti diagnostici. Stando al suo racconto, tuttavia, le richieste sarebbero rimaste senza seguito. L’unica terapia che gli sarebbe stata somministrata consisteva nella reiterata assunzione di un comune antipiretico, senza ulteriori approfondimenti clinici. La diagnosi di tumore e la scarcerazione per affrontare le cure - Con il trascorrere delle settimane il quadro sarebbe progressivamente peggiorato. La perdita di peso sarebbe diventata evidente, i dolori sempre più intensi e le richieste di assistenza sempre più frequenti. Soltanto dopo circa sette mesi, confidandosi con un altro detenuto, personaggio noto al grande pubblico e ristretto nello stesso istituto da pochi mesi, la vicenda avrebbe finalmente trovato ascolto. Sarebbe stato proprio quest’ultimo a sollecitare con forza l’intervento della direzione del carcere, ottenendo il trasferimento urgente in ospedale. Gli accertamenti diagnostici avrebbero così evidenziato una neoplasia gastrica già in fase metastatica. Il giorno successivo, secondo quanto riferito, sarebbe stata disposta la scarcerazione per consentire al detenuto di intraprendere il percorso terapeutico. Una volta tornato in libertà, Mario si sarebbe trovato ad affrontare una seconda, durissima prova. Durante la detenzione aveva perso il lavoro, ogni stabilità economica e gran parte dei propri riferimenti personali. Privo di un sostegno familiare e assistito esclusivamente da un difensore d’ufficio, avrebbe dovuto affrontare contemporaneamente la malattia e una profonda condizione di isolamento sociale. È proprio alla luce di questa testimonianza che abbiamo chiesto al dottor Filippo Marra di offrire una lettura tecnico-giuridica della vicenda. “La vicenda descritta impone una riflessione che va ben oltre il singolo caso. Quando una persona entra in un istituto penitenziario perde la libertà personale, ma non perde la propria dignità né i diritti fondamentali che la Costituzione riconosce a ogni individuo. Tra questi, il diritto alla salute occupa una posizione centrale e non può subire limitazioni che non siano strettamente connesse allo stato di detenzione. Il detenuto, a differenza del cittadino libero, non può decidere autonomamente di rivolgersi a uno specialista, scegliere una struttura privata o richiedere ulteriori accertamenti. È completamente affidato all’organizzazione sanitaria dell’istituto e alle decisioni dell’amministrazione penitenziaria. Questa condizione di assoluta dipendenza impone allo Stato un livello di responsabilità ancora più elevato. Quando una persona viene privata della libertà personale, è lo Stato ad assumere integralmente il dovere di garantirne la tutela sanitaria. La nostra Costituzione non sospende il diritto alla salute con l’ingresso in carcere. L’articolo 32 tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo, mentre l’articolo 27 stabilisce che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato e non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. Sono principi che non ammettono eccezioni. Se un detenuto manifesta sintomi importanti e l’accesso agli esami diagnostici subisce ritardi incompatibili con la gravità del quadro clinico, la questione non è soltanto sanitaria: diventa giuridica, costituzionale e, in determinate circostanze, anche oggetto di eventuali accertamenti di responsabilità. Nel caso descritto, soltanto l’intervento di un altro detenuto pare abbia determinato il trasferimento urgente in ospedale, dove poi è stata diagnosticata una neoplasia gastrica già in fase metastatica. Naturalmente nessuno può affermare con certezza che una diagnosi anticipata avrebbe modificato l’evoluzione della malattia. Sarebbe scientificamente scorretto sostenerlo senza un rigoroso accertamento medico-legale. Esiste però una domanda che ogni sistema sanitario dovrebbe porsi: il percorso assistenziale è stato realmente adeguato ai sintomi manifestati? È proprio su questo terreno che si misura l’efficienza di uno Stato di diritto. Il sovraffollamento carcerario, la cronica carenza di personale sanitario, le difficoltà organizzative e i ritardi nell’accesso agli esami specialistici sono criticità denunciate da anni da magistrati di sorveglianza, garanti dei detenuti, associazioni e operatori del settore. Queste problematiche possono spiegare un disservizio, ma non possono mai giustificare la compressione di un diritto fondamentale. La pena consiste nella limitazione della libertà personale, non nella perdita del diritto alle cure. Ogni detenuto continua a essere una persona titolare di diritti inviolabili. Garantire un’assistenza sanitaria tempestiva non significa attenuare la sanzione penale; significa semplicemente rispettare la Costituzione e quei principi fondamentali che distinguono uno Stato democratico da qualsiasi altra forma di esercizio del potere. Per questo vicende come quella descritta, ove trovassero pieno riscontro nei fatti, dovrebbero rappresentare non soltanto motivo di indignazione, ma soprattutto un’occasione per interrogarsi sulla capacità del nostro sistema penitenziario di coniugare sicurezza, legalità e tutela della persona. Perché una società civile si misura anche dal modo in cui esercita il proprio potere nei confronti di chi ha già perso la libertà”. In Italia 1.300 detenuti sono over 70 malati cronici askanews.it, 9 luglio 2026 Per gli over 80 reclusi non ci sono statistiche del ministero. “C’è chi scrive di caso record per il 98enne che ha tentato di uccidere la moglie e si trova nel carcere di Genova. È sicuramente il detenuto più anziano di età in assoluto ma purtroppo oltre ad Antonio Russo che all’età di 88 anni, nonostante la grazia parziale ottenuta nei giorni scorsi, resta in carcere a Roma in condizioni di salute precarie, non ci sono statistiche del ministero della Giustizia sugli over 80 mentre circa 1.300 detenuti sono over 70 anni con patologie croniche”. Lo denuncia in un nota Aldo Di Giacomo, segretario del Sindacato Polizia Penitenziaria. “La detenzione di persone anziane comporta grandi problemi prima di tutto di assistenza sanitaria e cura per buona parte degli over 70enni che, nell’80%, hanno particolari problemi di salute mentre negli istituti è ben nota la carenza di medici e personale sanitario” prosegue il sindacalista, spiegando che “tra le malattie più frequenti quelle infettive che interessano il 48% dei detenuti. A seguire i disturbi psichiatrici (32%), le malattie osteoarticolari (17%), quelle cardiovascolari (16%), problemi metabolici (11%) e dermatologici (10%)”. “Nelle carceri italiane il 40,3% dei detenuti assume sedativi e ipnotici, il 20% stabilizzanti dell’umore: ma solo il 9,3% della popolazione carceraria ha diagnosi psichiatriche gravi. Un quadro allarmante che dovrebbe orientare i magistrati per non appesantire la situazione tanto più che i detenuti anziani, ad eccezione dei capo clan e uomini di spicco della criminalità organizzata, vivono la detenzione in condizioni di maggiore difficoltà” continua, sottolineando che “tutto questo aggravando il già pesante lavoro del personale penitenziario che in molti casi deve fare da ‘badante’ ai più anziani”. “E’ questa inoltre l’occasione per ricordare che, per condizioni detentive inumane, come è stato riconosciuto a Gianni Alemanno, sono già numerosi i ricorsi della Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) contro l’Italia ritenendo che lo Stato italiano in più casi abbia violato i loro diritti fondamentali garantiti dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo” mette in risalto Di Giacomo, concludendo che “i problemi di sovraffollamento delle carceri si affrontano anche affrontando la questione dei detenuti over 80 e quanti hanno a più di 70 anni hanno malattie croniche”. Carceri, depositata la legge di FdI: “Rimpatrio per gli stranieri condannati” di Eleonora Martini Il Manifesto, 9 luglio 2026 In piena sfida a destra in fatto di “remigrazione”, Fratelli d’Italia rilancia con una proposta di legge presentata ieri alla Camera che prevede il rimpatrio forzato degli immigrati extra Ue con condanne definitive superiori a un anno, al fine di far “scontare la pena nel Paese d’origine”. Un provvedimento che, ha spiegato il capogruppo dei deputati meloniani Galeazzo Bignami illustrando il testo, alleggerirebbe anche il sovraffollamento carcerario perché si potrebbe applicare, secondo gli obiettivi propagandistici di Fd’I, alla platea dei circa 16 mila detenuti di origine straniera, ossia il 29,8% dei 49 mila condannati in via definitiva che al 30 aprile 2026 risultavano detenuti nelle carceri italiane. Nella stretta, resasi possibile “grazie alle modifiche ottenute da Giorgia Meloni in sede europea”, sostiene Bignami riferendosi al nuovo Patto Ue su asilo e migrazioni recentemente completato inseguendo i consensi dell’estrema destra, si prevede anche l’estensione del numero di reati che consentono la revoca della cittadinanza italiana acquisita da persone condannate in via definitiva e dichiarate socialmente pericolose. Le finalità della pdl sarebbero, come recita il testo, “volte a rafforzare la tutela della sicurezza pubblica mediante l’introduzione di una disciplina del trasferimento, ai fini dell’esecuzione della pena, dei cittadini di Stati non appartenenti all’Ue condannati con sentenza irrevocabile, per reati non colposi”, a pena detentiva superiore a un anno. “Il trasferimento - recita l’art. 2 - costituisce modalità ordinaria di esecuzione della pena e non richiede il consenso del condannato, salvo quanto previsto dal diritto internazionale e dal diritto dell’Ue”. Fd’I spera in un “iter veloce” per la pdl che sarebbe, azzarda Giovanni Donzelli, in alternativa agli “svuota carceri proposti dalla sinistra”: “Piuttosto che rimettere in libertà chi ha commesso reati - dice il responsabile organizzazione del partito - è più semplice trovare modalità alternative per scontare la pena nel proprio Paese d’origine”. Essendo, secondo l’ultra destra italiana, “inammissibile che gli italiani debbano anche pagare il costo della detenzione” degli immigrati. Naturalmente non sfugge il fatto che i rimpatri forzati, oltre ad essere costosi, necessitano di “accordi bilaterali o multilaterali applicabili” con gli Stati ai quali - recita l’articolo 3 della pdl - il ministro della Giustizia si rivolgerà per chiedere l’esecuzione della pena. Paesi in ogni caso considerati “sicuri” dall’Ue. Il divieto di reingresso in Italia del condannato trasferito è assicurato dall’art. 8 della proposta di legge. Populismo a parte, è largamente prevedibile che l’iniziativa del partito di Giorgia Meloni, semmai approvata, non inciderebbe di uno zero virgola sul sovraffollamento penitenziario. E non eviterebbe neppure le possibili sanzioni che la Corte europea dei diritti dell’uomo potrebbe comminare all’Italia a breve, quando arriveranno a sentenza i ricorsi presentati, insieme all’associazione Altro diritto, da centinaia di detenuti del carcere di Sollicciano, quello che il Gip di Firenze Alessandro Moneti ha posto in gran parte (7 sezioni) sotto sequestro per via delle pessime “condizioni igienico sanitarie delle celle e di alcuni spazi comuni”, in violazione alle norme sul lavoro. Sequestro al quale il Dap, ossia il ministero di Giustizia, si è opposto davanti al tribunale del Riesame, che deciderà nei prossimi giorni. L’inchiesta coordinata dalla pm Christine Von Borries, come anticipato da La Nazione, contiene i 446 reclami presentati da detenuti dell’istituto fiorentino tra il 2023 e il 2026, periodo nel quale si sono registrati 7 suicidi e 195 tentativi di suicidio. “Circa 200 dei detenuti ricorrenti sono stati assistiti da Altro diritto”, riferisce al manifesto il direttore scientifico Emilio Santoro, docente di Filosofia del Diritto. “Una parte di questi - precisa - ha chiesto lo sconto di pena per condizioni inumane e degradanti, e altri hanno chiesto l’immediata interruzione di quelle condizioni di detenzione. Il tribunale ha concesso al Dap 60 giorni di tempo per risanare le celle oppure il trasferimento immediato, soluzioni comunque di difficile applicazione visto che anche gli altri carceri sono al limite della capienza. Interessante però notare che tra i ricorsi accolti, gli sconti di pena sono arrivati fino a 10 o 11 mesi. Il che vuol dire che alcuni detenuti hanno vissuto in condizioni inumane e degradanti per più di 3 mila giorni”. Il suicidio di un agente penitenziario è un evento sentinella: cosa rivela sulla crisi delle carceri di Pietro Pellegrini* vasodipandora.online, 9 luglio 2026 A fine aprile un assistente capo della polizia penitenziaria di 42 anni si è tolto la vita nella sua abitazione a Torino. Lascia la moglie e una figlia di sei anni. Purtroppo non è il solo, il rischio di suicidio negli agenti è più elevato rispetto alla popolazione generale. Quando, per suicidio, muore un detenuto abbiamo perso tutti. Quando succede ad un agente, un lavoratore al servizio della comunità in nome dello Stato abbiamo perso tutti su diversi fronti. Quello umano, (della tragedia della quale non è possibile parlare perché non vi sono gli elementi, né questa è la sede), quello professionale e istituzionale. Il suicidio è un “evento sentinella” cioè un evento avverso di particolare gravità, che causa morte o gravi danni e determina una perdita di fiducia dei cittadini. Un evento che obbliga ad esaminare aspetti strutturali, organizzazione, procedure, dotazioni di organico, sicurezza, formazione. Al dolore e al cordoglio devono seguire analisi e azioni cui in questo breve contributo farò cenno sapendo che il suicidio è un fenomeno complesso e multideterminato. In queste situazioni occorre procedere secondo il metodo della rilevabilità, modificabilità dei fenomeni e del valore euristico delle soluzioni. Valutare le condizioni ambientali è ben più facile che cogliere il mondo interno della persona. Sovraffollamento e carenze strutturali - Sovraffollamento: i detenuti sono oltre 64 mila, a fronte di poco più di 46 mila posti disponibili. Come noto questo determina un aumento dell’aggressività auto ed eterodiretta, un aumento della tensione con episodi di violenza, autolesionismo. Carenze: in primis di organico: mancano gli agenti il che comporta straordinari, aumentati carichi di lavoro, riduzione dei riposi, assenza di supporto psicologico a fronte di situazioni relazionalmente perturbanti per lo stato di disperazione connesso a condizioni sociali, carenze relazionali e affettive, accentuate dalla solitudine e spesso dalla distanza dalle famiglie, nonché da persone con patologie fisiche e psichiche. Uno stress operativo che mette in crisi ruoli, competenze e obiettivi e porta a comprendere come all’interno della dimensione custodiale, si aprano dinamiche difficili e per affrontarle non solo occorrono altre competenze ma bisogna, superare la visione prettamente punitiva, correzionale talora umiliante e infantilizzante della detenzione cui rischia di corrispondere un’identità professionale dell’agente che ha bisogno di sostegni psicologici. Va superata la tendenza a nascondere la sofferenza mentale e l’uso di alcool e/o farmaci, per timore dello stigma e di eventuali conseguenze professionali. Il disagio e la distanza da casa interessano anche gli agenti. Ripensare il modello penitenziario - Diverse esperienze dimostrano che si possono avere diverse modalità per l’esecuzione penale costruendo alte professionalità degli operatori penitenziari nei percorsi trattamentali in ambienti ben diversi da quelli dei nostri Istituti nei quali, spesso, vi sono problemi di riscaldamento, raffrescamento, acqua, bagni, frigoriferi… Servono investimenti per avere in ambito penale altre soluzioni ambientali e di comunità, migliorare i servizi sociali e sanitari, creare con la collaborazione interistituzionale, permeabilità e connessioni per una continuità dei percorsi. Anche per le persone con disturbi mentali autrici di reato. Detenzione sociale e politiche di inclusione - Detenzione sociale: per uso di droghe e per violazioni delle norme sulle migrazioni. Persone marginali, senza tutto. Situazioni nelle quali il carcere è spesso la sola risposta. Serve prevenzione, rispondere ai bisogni di base e va costruita una multiculturalità di prossimità prevedendo la possibilità sia regolarizzazioni che di rimpatri volontari. Prestare attenzione alle donne che sono il 5% per non avere donne incinta detenute, né madri con figli piccoli in carcere. Misure per ridurre il sovraffollamento - Per ridurre la popolazione ristretta negli Istituti di Pena occorre un provvedimento di indulto/amnistia o di liberazione anticipata, misure alternative per chi ha pene brevi, è malato gravemente. Lo ha chiesto il Papa, il Presidente della Repubblica. Si abbia il coraggio di assumere provvedimenti che possono raccogliere un’ampia maggioranza e segnare una svolta nella politica, superando contrapposizioni in nome dell’umanità e della buona amministrazione. Per ragioni di sicurezza anche nelle carceri deve essere rispettata la capienza massima, oltre la quale vige il numero chiuso. Sicurezza, prevenzione e nuove politiche penali - Occorre riflettere sull’efficacia della via finora intrapresa di aumento delle pene e dei reati. Pur comprendendo la necessità di combattere traffici di droga, telefonini e la radicalizzazione si valuti con molta cautela la realizzazione di norme contenute nell’ultimo decreto “Sicurezza” che consentono la possibilità di effettuare in carcere azioni da parte di agenti sottocopertura. Un provvedimento che può aumentare la cultura del sospetto e della sfiducia reciproca. Anche la disponibilità delle armi andrebbe regolata. Di fronte alla difficoltà del compito nella relazione con i detenuti compreso quello di prevenire i suicidi occorrono forma di protezione, tutela e “privilegio” degli operatori. Con realismo si trovi anche il coraggio di ammettere che le guerre alle droghe non funzionano, la detenzione per uso di sostanze non serve. La politica sulle migrazioni va rivista evitando detenzioni amministrative (Centri di Permanenza per il Rimpatrio) o giudiziarie. La privazione della libertà è pericolosa, anche per la salute di tutti. Deve restare assolutamente residuale dando spazio a forme diverse di esecuzione penale che con adeguati interventi, sappiano ricostituire insieme progetti di vita in sistema di cura e giudiziario di comunità. La funzione rieducativa della pena come bene comune - Tutto questo può dare realizzazione alla funzione della pena come rieducazione e reinserimento, ricostituzione di un patto violato con la società, riparazione possibile volte a creare una comunità e un futuro migliore. Una speranza per un bene comune. *Direttore del Dipartimento Assistenziale Integrato Salute Mentale Dipendenze Patologiche dell’AUSL di Parma Quel buon sapore di libertà di Daniela Palumbo scarpdetenis.it, 9 luglio 2026 Il lavoro resta uno dei pilastri del reinserimento dei detenuti, ma nelle carceri italiane le opportunità di formazione e occupazione sono ancora distribuite a macchia di leopardo. Tra carenza di educatori, ostacoli burocratici e differenze tra istituti, soprattutto tra Nord e Sud Italia, il successo dei percorsi di rieducazione dipende spesso dall’impegno delle direzioni penitenziarie e dalla collaborazione con il territorio. Viaggio di Scarp tre le dolcezze che nascono in carcere. Si parla molto del valore del lavoro carcerario, portatore non (solo) di semplice occupazione, ma strumento di rieducazione e reinserimento sociale. Le storie di Scarp raccontano una fitta rete di esperienze professionalizzanti in cui i detenuti sono protagonisti, costituita in buona parte dal settore dei prodotti da forno: pane, biscotti, pasticceria. Eppure, l’impiego dei detenuti e i progetti di formazione e lavoro continuano a essere una realtà a macchia di leopardo nelle carceri italiane, condizionata dalla sensibilità dei singoli direttori, dalle risorse dei vari istituti, dagli spazi interni dove poter organizzare forni, cucine, laboratori per la formazione. Ne abbiamo parlato con Francesca Rapanà, pedagogista, che segue il tema del lavoro nelle carceri italiane per Ristretti Orizzonti, a Padova. Attualmente lavora con Veneto Lavoro, ente della Regione che gestisce i centri per l’impiego, per implementarli all’interno del sistema penitenziario veneto “in modo da rendere più coerente ed omogenea la progettualità e la regolamentazione legate al lavoro. La frammentazione delle esperienze dipende sicuramente molto dalla direzione dell’istituto, ma anche dal territorio e dalle istituzioni esterne al carcere, che possono essere più o meno recettive rispetto al tema”. Dal punto di vista dell’ordinamento giuridico delle Case circondariali, il lavoro è sempre stato considerato il principale motore di reinserimento sociale. “Ma non basta abbinare ai detenuti delle offerte di lavoro perché la recidiva si riduca e perché possano reinserirsi davvero nella società - precisa Rapanà. Occorre che il detenuto sia accompagnato gradualmente al mondo del lavoro attraverso gli educatori. Il recluso è una persona fragile che deve imparare una serie di regole: lavorare in gruppo, rispettare gli orari, gestire i soldi dello stipendio, per esempio. Ci sono detenuti che il primo giorno di libertà, dopo tanti anni, sono disorientati, non sanno gestirsi nel quotidiano. Per anni sono vissuti chiusi, con le regole del carcere. Vanno accompagnati, a volte letteralmente. E vanno accompagnati in senso emotivo: con la fiducia, la stima e l’ascolto. È capitato che un detenuto non si presentasse al lavoro perché aveva il colloquio con il magistrato, e non ha avvertito dell’impegno perché per lui è normale che i colloqui col giudice abbiano la priorità”. Servono più educatori - “Oppure, la persona che sconta una pena alternativa ottiene un permesso premio e non gli viene in mente che deve chiedere le ferie. Se il datore di lavoro non capisce che all’inizio ci possono essere errori, il rischio è di perdere il posto dopo un mese. Lo sguardo della Chiesa sul mondo delle carceri e dei detenuti di Roberto Paglialonga L’Osservatore Romano, 9 luglio 2026 C’è un modo di guardare al mondo delle carceri che trascende la pena, il reato, la colpa. È quello di chi non si accontenta degli stereotipi, ma punta al cuore e penetra col proprio sguardo, con la parola, con la potenza trasformativa dell’incontro, ogni storia. È quello che la Chiesa cerca di fare, da sempre. Perché “per entrare dentro ogni storia, serve l’amore che tutto spiega. L’opposto dell’odio, che tutto nasconde”. A dirlo è Paolo Ruffini, prefetto del Dicastero per la comunicazione, nel corso del convegno intitolato “Diritto all’esecuzione penale. Normativa, prassi e interpretazione giurisprudenziale”, promosso il 7 e 8 luglio, presso la Scuola di perfezionamento per le Forze di polizia, dal Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale e dall’Associazione italiana giovani avvocati, e moderato dal giornalista dei media vaticani, Davide Dionisi, alla presenza di numerosi giuristi e operatori del settore penitenziario e della giustizia. Ruffini, intervenendo stamattina nel terzo panel delle due giornate di studio, ha ripercorso il rapporto di alcuni Pontefici con il mondo dei detenuti. Paolo VI, visitandoli a Regina Coeli nel 1964, spiegò come l’origine dell’attenzione della Chiesa verso di loro fosse in Cristo, che ha chiesto di farsi prossimo ai peccatori e a chiunque abbia un dolore da mitigare, esprimendo tutta la sua compassione: “Vi amo davvero perché scopro in voi l’immagine di Dio, la somiglianza di Cristo, l’uomo ideale che ancora voi siete e potete essere”. La prospettiva della comunicazione della Chiesa, allora, ha sottolineato Ruffini, vede le carceri “come paradigma di un cambiamento sempre possibile, fondato sulla relazione, la riscoperta in se stessi e negli altri di una infinità di storie nuove possibili”. E se Giovanni Paolo II, ai carcerati di Viterbo nel 1984, parlò di speranza, Francesco “ha scelto ripetutamente le carceri per raccontare il mistero della redenzione. La lavanda dei piedi nei riti del Giovedì Santo”; la costante “richiesta di condizioni dignitose”; “la bolla di indizione del Giubileo 2025 Spes non confundit, con la richiesta di forme di amnistia o condoni di pena”; fino al gesto inedito e dirompente della Porta Santa aperta il 26 dicembre 2024 non in una basilica, ma nel carcere romano di Rebibbia. Mentre Leone XIV, al Giubileo dei detenuti, ha posto l’accento sul “principio-cardine del magistero” per cui “nessun essere umano coincide con ciò che ha fatto, e la giustizia è sempre un processo di riparazione e di riconciliazione, non solo di punizione”. Attraverso le testimonianze sui media vaticani, ha concluso il prefetto, “abbiamo condiviso storie” di chi “cerca il modo di uscire dal buio, di imparare un mestiere per poter riprendere la vita normale”, dando voce anche a cappellani e agenti, e spazio a iniziative di reinserimento. “Riparare, rigenerare, perdonare” sono i criteri su cui la Chiesa basa la propria azione, anche per raccontare prospettive di “cambiamento e conversione”. Sulla funzione rieducativa della pena è intervenuto anche il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana. “Non sono più tollerabili condizioni di vita che non rieducano, ma sono soltanto punitive. Si tratta di condizioni inaccettabili per i detenuti e le nostre istituzioni. Basterebbe applicare le norme che già ci sono”, ha detto. Aggiungendo che “il sovraffollamento è una tragedia, e non è più nemmeno un’emergenza, è così da decenni”. Occorre pertanto “applicare tutte le pene alternative - investendo anche negli assistenti sociali e in tutti gli operatori - che possano alleggerire la situazione e aiutare il sistema a svolgere meglio il proprio ruolo, che è quello di preparare il futuro, riparare e risanare le ferite. La logica di “buttare la chiave” non funziona”. Fondamentale, quindi, “il legame col territorio”, che può creare “possibilità di lavoro” e reinserimento. La Chiesa, per parte sua, “è presente con i cappellani e con il mondo del volontariato, importantissimo”. Il carcere, ha concluso Zuppi, “è un luogo di relazioni, nel quale deve essere garantito un progetto, un itinerario, per non guardare soltanto al passato”. FdI segue la linea Melillo sulle intercettazioni Forza Italia sulle barricate: “Così non votiamo” di Giovanni M. Jacobazzi Il Riformista, 9 luglio 2026 Emendamenti di Fratelli d’Italia per ampliare il perimetro delle captazioni anche ai “reati spia” Ma sarà una pesca a strascico. “No” di FI alle osservazioni del procuratore nazionale antimafia. Volano gli stracci nella maggioranza sulla giustizia. Dopo il rinvio sine die del vertice che avrebbe dovuto fare il punto sulle riforme post referendum, tra Forza Italia e Fratelli d’Italia esplode un nuovo scontro. Questa volta il terreno di battaglia sono le intercettazioni e, soprattutto, i due emendamenti presentati l’altro giorno dai meloniani al decreto Giustizia per ampliare la possibilità di utilizzare le captazioni anche in procedimenti diversi da quelli per cui erano state autorizzate. La risposta degli azzurri arriva senza giri di parole. “Noi non li votiamo”, taglia corto il capogruppo di Forza Italia in Commissione Giustizia al Senato, Pierantonio Zanettin. La questione riguarda gli emendamenti ispirati alle osservazioni del procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo, molto ascoltato dalle parti di via della Scrofa. L’obiettivo di Fratelli d’Italia è ampliare il perimetro di utilizzabilità delle intercettazioni, facendo riferimento anche ai cosiddetti “reati spia”. Una soluzione che, però, Forza Italia considera incompatibile con l’impostazione della riforma approvata nel 2023. La disciplina oggi in vigore già consente di utilizzare le intercettazioni in procedimenti diversi quando emergono reati particolarmente gravi, come quelli di mafia. Gli emendamenti di Fratelli d’Italia, invece, allargherebbero il perimetro introducendo un riferimento ai cosiddetti “reati spia”, una categoria che, osservano i giuristi, non trova una definizione precisa nell’ordinamento. Non a caso lo stesso ministro della Giustizia Carlo Nordio ha più volte definito quella dei “reati spia” una nozione giuridicamente inesistente. Ampliare l’utilizzabilità delle intercettazioni attraverso una categoria priva di contorni normativi rischierebbe allora di rendere molto più elastico un istituto che, per sua natura, rappresenta una deroga eccezionale al diritto costituzionale alla segretezza delle comunicazioni, tornando così al classico “strascico”. La posizione di Forza Italia, peraltro, trova riscontro anche nella giurisprudenza europea. Negli ultimi anni la Corte di giustizia dell’Unione europea ha ribadito che strumenti investigativi tanto invasivi devono rispettare il principio di proporzionalità e non possono trasformarsi in mezzi di ricerca generalizzata di possibili reati. Se l’intercettazione è stata autorizzata per un determinato reato, osservano gli azzurri, diventa difficile giustificarne l’utilizzo per fatti diversi e meno gravi, perché verrebbe meno proprio il presupposto che aveva consentito quella compressione della libertà personale. Per questo, secondo Forza Italia, la battaglia non riguarda un presunto allentamento del contrasto alla criminalità organizzata. Al contrario. Le norme vigenti continuano già oggi a consentire il riutilizzo delle intercettazioni nei procedimenti per mafia e terrorismo. Il punto è evitare che un’eccezione finisca progressivamente per diventare la regola, con ascolti indiscriminati. La vicenda delle intercettazioni ha comunque riaperto un fronte politico ben più ampio. Proprio nelle stesse ore Forza Italia ha depositato un pacchetto di emendamenti che rilancia alcune delle storiche battaglie del partito: maggiore controllo del giudice anche sugli arresti domiciliari, verifiche più rigorose sulla professionalità dei magistrati e un rafforzamento del ruolo del ministro della Giustizia nei procedimenti disciplinari davanti al Consiglio superiore della magistratura. “Forza Italia non dimentica i tredici milioni di cittadini che hanno votato Sì alla riforma della giustizia e continua a portare avanti battaglie garantiste che fanno parte del suo Dna”, ha rivendicato Zanettin presentando gli emendamenti. Parole che arrivano mentre resta, come detto, senza data il vertice di maggioranza sulla giustizia. Un rinvio che ha alimentato il malumore degli azzurri, convinti che molte delle riforme promesse siano ormai finite in soffitta. Sul tavolo continua poi a esserci la responsabilità civile dei magistrati, altro storico cavallo di battaglia di Forza Italia. Gli azzurri chiedono un cronoprogramma preciso, mentre il ministro Nordio sembra puntare solo alla fine della legislatura. A quasi quattro anni dall’insediamento del governo, il bilancio delle riforme della giustizia è quindi abbondantemente sotto la sufficienza. L’abolizione dell’abuso d’ufficio resta finora il principale intervento portato a termine, mentre altri dossier - dal giudice collegiale per le misure cautelari alla disciplina dei trojan e del sequestro degli smartphone - hanno subìto rinvii o avanzano con grande fatica. Sentenze “allucinate” dall’intelligenza artificiale: partiamo dalla formazione di Giovanni Pascuzzi* Il Dubbio, 9 luglio 2026 Vasta eco sta suscitando la recente pronuncia della Cassazione penale n. 23006/2026 che ha sanzionato -sul piano dell’addebito delle spese processuali- la citazione di precedenti giurisprudenziali letteralmente inventati (“allucinati”) dall’intelligenza artificiale generativa. A. Leggendo la notizia (e non è certo il primo caso) mi è tornata in mente una problematica che appartiene ormai allo scorso millennio ma che mantiene intatta la sua valenza pedagogica. Molti decenni fa Redenti (“I nostri tesmoteti, ovvero “le massime consolidate della Corte Suprema”“, Riv. trim., 1949, 120) scriveva: “...prendere le massime c.d. ‘consolidate’ con beneficio di inventario ... verificare, cioè, d’onde sia stata tratta la massima e se e quale concordanza veramente ci sia nelle fonti giurisprudenziali; verificare se la massimazione corrisponda al pensiero”. Quante volte avvocati e giudici citano negli atti processuali solo le massime di una sentenza senza andare a verificare se quella massima corrisponde davvero al principio di diritto espresso e applicato nella sentenza che viene citata? Citare una massima “mentitoria” e citare una sentenza inventata dall’AI sono cose tanto diverse sul piano dell’etica e della responsabilità professionale? C’è sempre di mezzo un terzo (il redattore della massima mentitoria oppure l’AI): ma non è forse compito dell’avvocato e del giudice verificare sempre e comunque? Solo che la citazione di massime mentitorie di regola non viene sanzionata. B. Il fatto nuovo è rappresentato dall’intelligenza artificiale generativa il cui uso si sta allargando in maniera significativa. Sono tra quelli che guarda con favore al fenomeno. Ecco perché considero lungimirante l’iniziativa del Consiglio nazionale forense di bandire una “gara per l’affidamento di servizi di intelligenza artificiale per l’avvocatura” (bando dello scorso 4 marzo pubblicato sul sito CNF). L’obiettivo è avere strumenti tecnologici dedicati utilizzabili dagli avvocati italiani a supporto della propria attività (ad esempio: analisi documentale, ricerca giuridica, redazione di testi). Oggi sul mercato, oltre ai chatbot generalisti (come ChatGPT, Gemini o Claude), esistono decine di piattaforme di intelligenza artificiale a pagamento dedicate specificamente agli operatori del diritto. C. Assistiamo al proliferare di norme e pubblicazioni sui profili regolamentari ed etici dell’intelligenza artificiale. Mi pare sia meno battuta la strada della formazione all’uso concreto dell’intelligenza artificiale da parte dei giuristi. Ho citato le massime giurisprudenziali. Quando insegnavo all’Università, organizzavo specifici seminari dedicati al “saper individuare il punto di diritto enunciato dalla sentenza leggendo il testo integrale” e senza guardare le massime. Ero e sono convinto che fosse e sia un ottimo esercizio per i giuristi in formazione. Oggi è fondamentale che agli studenti si insegni ad usare l’intelligenza artificiale generativa. La Law School di Berkeley ha annunciato che, a partire dal prossimo autunno, offrirà ai propri studenti un nuovo corso dal titolo: “Intelligenza artificiale e pratica legale: interesse pubblico e pratica privata”. Il corso non si occuperà di leggi e aspetti etici, ma consentirà ai partecipanti di sperimentare concretamente le piattaforme di AI per imparare, tra l’altro, (i) ad interrogare l’intelligenza artificiale generativa (prompting) e, soprattutto, (ii) a valutare le risposte dell’AI (così da capire quando “allucina”). Inutile dire che attività formative dedicate all’uso concreto dell’AI dovrebbero essere organizzate per chi è già operatore del diritto: avvocati e magistrati. D. L’intelligenza artificiale tradizionale funziona per regole: il programmatore definisce istruzioni precise - “se accade A, fai B” - e il sistema le esegue. L’intelligenza artificiale generativa funziona in modo radicalmente diverso. Invece di seguire regole fisse, questi sistemi apprendono statisticamente da enormi quantità di testo - libri, articoli, sentenze, codici, conversazioni - e acquisiscono la capacità di produrre contenuti nuovi: testi, traduzioni, riassunti, risposte a domande, analisi di documenti. Non eseguono istruzioni predefinite: generano. Per un giurista, questa distinzione è fondamentale. Un software tradizionale fa esattamente quello per cui è stato programmato. Un sistema di AI generativa fa qualcosa di più flessibile e potente, ma anche di meno prevedibile e verificabile. Capire questa differenza è il primo passo per usare questi strumenti con giudizio professionale. Una sentenza “allucinata” è solo frutto di una domanda (prompt) sbagliata e di una mancata verifica dell’output. Non è colpa della macchina. L’AI, se usata con giudizio, moltiplica le potenzialità umane. Per chi si fa vincere dalla pigrizia finisce per essere dannosa. L’opzione “faccio come se l’AI generativa non esista” non è più percorribile. *Consigliere di Stato Ridisegnato il lavoro penitenziario: rapporto continuo e retribuzione garantita di Angelo Maietta Il Sole 24 Ore, 9 luglio 2026 I lavoratori carcerari si trovano in una situazione di attesa della “chiamata al lavoro” rispetto alla quale non hanno alcun potere di controllo o di scelta. La Corte d’Appello di Roma (sentenza 16 giugno 2026 n. 3105) si pronuncia in tema di lavoro carcerario rispetto al quale può dirsi che: i lavoratori carcerari si trovano in una situazione di attesa della “chiamata al lavoro” rispetto alla quale non hanno alcun potere di controllo o di scelta; non rilevano ai fini della prescrizione le cessazioni intermedie, che, a ben guardare, neppure sono realmente tali configurandosi piuttosto come sospensioni del rapporto di lavoro, se si considera che vi sono una chiamata e un prefissato periodo di lavoro secondo turni e per un tempo limitato, cui seguono altre chiamate in un unico contesto di detenzione. Cessazione del rapporto di lavoro - La cessazione del rapporto di lavoro si realizza con la fine dello stato di detenzione che non dipende dalla volontà del recluso o internato il quale non può rifiutarla; prima di questo momento, le peculiari caratteristiche dell’attività lavorativa e la sua funzione rieducativa e di reinserimento sociale (operando la predisposizione di meri elenchi per l’ammissione al lavoro soggetta a turni di rotazione ed avvicendamento), escludono la configurabilità di periodi di lavoro, come quelli dei contratti a termine, volontariamente concordati in un sistema legislativamente disciplinato quanto a causali, oggetto e durata; è onere della P.A. individuare il momento in cui il rapporto di lavoro sostanzialmente unico debba considerarsi concluso, qualora ciò sia avvenuto prima della fine dello stato di detenzione ed a tal fine, oltre alla cessazione della detenzione, possono rilevare altre circostanze (età, stato di salute, idoneità al lavoro etc.). Natura del rapporto di lavoro - Il rapporto di lavoro alle dipendenze del Ministero della Giustizia, come parte integrante ed obbligatorio del trattamento rieducativo (ex artt. 15 e 20 L. n. 354/1975), deve essere considerato, per un verso, unitario, in quanto riconducibile al Ministero della Giustizia in qualità di datore di lavoro, per il tramite del dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, per altro verso continuativo, indipendentemente dalle interruzioni tra un periodo di paga e l’altro. Infatti, occorre tener conto della peculiarità del lavoro penitenziario che, per i condannati, si configura come obbligatorio e non si costituisce per contratto, ma mediante provvedimenti di assegnazione al lavoro. Pur dopo le modifiche normative apportate all’art. 20 L. n. 354/1975, come sostituito dall’art.2, I, lett. a), D.Lgs. n. 124/2018 - mediante il quale è stato formalmente eliminato il riferimento all’obbligatorietà del lavoro poiché, oltre ad essere in contrasto con il suo carattere non afflittivo, si poneva in contrasto con il principio del libero consenso al trattamento penitenziario (l’art. 20 è poi stato oggetto di ulteriori modifiche ex D.L. n. 48/2025, conv. L. n. 80/2025) - si è riconosciuto, comunque, una certa obbligatorietà del lavoro, ancorché non sotto il profilo strettamente afflittivo/espiativo, come si ricava anche dalle disposizioni normative (art. 15 L. n. 354/1975) che valorizzano la necessità di un percorso rieducazione. Infine, a norma dell’art. 22 L. n. 354/1975, la mercede per i detenuti che prestano attività di lavoro in ambito carcerario deve corrispondere ad un minimo tassativo, pari a due terzi del complessivo trattamento economico previsto dal CCNL di categoria, minimo che comunque può essere aumentato in relazione alla qualità e quantità del lavoro dovuto, giusta una valutazione di natura equitativa operata da un apposito organo. Non vi è dubbio che, laddove il lavoratore alleghi e dimostri le mansioni affidate e le prestazioni concretamente rese, sussiste il diritto ad ottenere pronuncia giudiziale di riconoscimento del cennato minimo proprio perché inderogabilmente spettante. Lombardia. 9.500 detenuti ed è emergenza caldo, il carcere di San Vittore tra i peggiori milanotoday.it, 9 luglio 2026 L’allarme lanciato da Antigone e Caritas Ambrosiana: sovraffollamento medio al 150% con punte del 200%. Il Tribunale di Sorveglianza: “Nessun istituto è sotto la capienza”. Celle stipate all’inverosimile, spazi al minimo e l’incubo delle ondate di calore estive che rischiano di trasformare gli istituti di pena in vere e proprie polveriere. La Lombardia si conferma la seconda regione d’Italia per emergenza sovraffollamento carcerario: nei 18 penitenziari del territorio sono oggi ammassate oltre 9.500 persone, a fronte di un tasso medio di affollamento che supera quota 150%, con picchi drammatici che toccano il 200%. A lanciare l’allarme è la sezione lombarda dell’associazione Antigone, che durante un incontro organizzato da Caritas Ambrosiana ha chiesto interventi immediati e urgenti per ridurre la pressione sulle strutture penitenziarie della regione. I dati, estratti dal XXII Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione, tracciano un quadro a tinte fosche: nessun carcere lombardo si trova al di sotto della propria capienza regolamentare. Le situazioni più drammatiche si registrano in strutture ormai storicamente al collasso. In cima alla lista delle criticità figurano la casa circondariale di San Vittore a Milano, il penitenziario “Nerio Fischione” di Brescia e le carceri di Lodi, Varese e Busto Arsizio. All’interno dell’incontro, che ha visto la partecipazione della presidente di Antigone Lombardia, Valeria Verdolini, e del presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano, Marcello Bortolato, è emerso un quadro chiaro: il boom di presenze non è figlio di un aumento della criminalità. I reati sul territorio sono infatti rimasti sostanzialmente stabili. L’impennata dei numeri è da attribuire all’allungamento generale delle pene e all’inasprimento delle politiche penali degli ultimi anni. “Con il caldo la situazione diventa insostenibile” - Con l’arrivo della bella stagione e l’aumento delle temperature, la vita dietro le sbarre rischia di diventare invivibile. Un aspetto sottolineato con forza dai vertici dell’associazione. “Con più del 150% di sovraffollamento non c’è proprio lo spazio fisico. Si sta male”, ha dichiarato Valeria Verdolini, presidente di Antigone Lombardia. “In questo contesto, il caldo estivo aggiunge un’ulteriore e gravissima forma di afflittività a condizioni che sono già del tutto insostenibili”. La richiesta rivolta alle istituzioni è quella di adottare misure straordinarie ed efficaci per alleggerire subito le presenze negli istituti, garantendo condizioni minime di vivibilità ed evitando che la pressione nei bracci degli istituti di pena sfoci in un’emergenza umanitaria e di sicurezza. Abruzzo. “Restart nelle carceri abruzzesi, si punta al reinserimento sociale ansa.it, 9 luglio 2026 È stato presentato a Pescara il progetto Restart, l’iniziativa che punta a rafforzare le competenze digitali delle persone detenute negli istituti penitenziari di Chieti, Pescara e Lanciano, promuovendone il reinserimento sociale e lavorativo attraverso percorsi di formazione, orientamento e accompagnamento all’occupazione. Ideato e promosso da Focus Formazione, Voci di Dentro Odv, Coop Recoopera e Associazione Lì Aps, riunite in un’Associazione Temporanea di Scopo (ATS), il progetto è stato selezionato e finanziato dal Fondo per la Repubblica Digitale - Impresa Sociale, risultando tra i 26 approvati a livello nazionale su oltre 500 candidature presentate. “E’ previsto uno stanziamento di 211 mila euro e saranno coinvolti 114 detenuti, impegnati in percorsi finalizzati all’acquisizione di competenze digitali e soft skill, oggi indispensabili per l’accesso al mercato del lavoro e per una piena partecipazione alla vita sociale” ha spiegato la garante dei detenuti della Regione Abruzzo Monia Scalera nel corso della conferenza stampa nel corso della quale sono intervenuti anche l’assessore regionale Roberto Santangelo, il presidente di Voci di dentro, Francesco Lo Piccolo, la direttrice di Focus, Letizia De Dominicis, la presidente di Associazione Lì, Maria Pia Rana, la direttrice della casa circondariale di Pescara, Arianna Colonna e quella della casa circondariale di Lanciano, Daniela Moi. Tra i partecipanti all’iniziativa, 15 saranno selezionati per seguire un percorso professionalizzante finalizzato al conseguimento della qualifica di grafico pubblicitario. Il percorso sarà orientato all’inserimento lavorativo all’interno della redazione di Voci di Dentro Odv, della Cooperativa Recoopera e di altre realtà imprenditoriali del territorio interessate a valorizzare le competenze acquisite. Oltre alla formazione tecnica, RESTART prevede attività di orientamento individuale, accompagnamento al lavoro e iniziative di sensibilizzazione rivolte al territorio, con l’obiettivo di favorire una cultura dell’inclusione e di promuovere il valore del reinserimento lavorativo delle persone detenute. Ai partecipanti sarà inoltre riconosciuta un’indennità oraria di frequenza, a sostegno del loro impegno durante il percorso formativo. “Con Restart - ha rimarcato Scalera - prende così avvio in Abruzzo un percorso che coniuga innovazione, formazione e inclusione, offrendo alle persone detenute strumenti concreti per costruire nuove prospettive di vita e favorire una piena partecipazione alla comunità al termine del percorso detentivo per puntare all’obiettivo principale che la recidiva zero”. Padova. Trovato senza vita nella sua cella, s’indaga per istigazione al suicidio di Barbara Todesco Corriere del Veneto, 9 luglio 2026 Aveva 33 anni. Il suo avvocato: “Aveva paura, una ragione c’era”. Matteo Ghirardello, 33 anni, di Romano, è stato trovato senza vita nel bagno della sua cella del Due Palazzi di Padova, il 30 gennaio. Un decesso, quello del giovane padre recluso in carcere per una lunga serie di furti e rapine, sul quale la procura euganea vuole chiarezza. Il sostituto procuratore Andrea Girlando ha aperto un fascicolo a carico di ignoti. L’ipotesi di reato è l’istigazione al suicidio. La madre dell’uomo, Fiorenza Ponton, e il suo legale Letizia De Ponti non hanno mai creduto al gesto estremo. A spingere la procura a non archiviare il caso, sono stati una serie di dettagli allarmanti sollevati proprio dai familiari della vittima. Il primo è una lettera scritta alla madre e arrivata alla donna il giorno successivo il decesso. “Se mi uccidono voglio che tu sappia quali sono le mie ultime volontà” aveva scritto il detenuto, dando indicazione sul luogo per la sua sepoltura. E poi ci sono una serie di bonifici da lui richiesti ed effettuati dalla madre ad un conto corrente sconosciuto. L’ipotesi è che l’uomo potesse aver contratto debiti con alcuni detenuti a Padova. E proprio questi debiti sarebbero all’origine di un pestaggio subito nei giorni precedenti alla sua scomparsa provato anche dalle telecamere interne al carcere. “In un primo momento il mio cliente avrebbe voluto tenere tutto nascosto - ricorda l’avvocato - ma quando il dolore aveva iniziato ad acuirsi ed era stato costretto a chiedere aiuto ai medici aveva deciso di raccontare tutto. Si era convinto a denunciare i suoi aggressori e a fare i loro nomi”. Più volte Ghirardello aveva manifestato al suo avvocato preoccupazioni per la propria incolumità. “Mi aveva detto di avere paura - riferisce la legale - e non era certo una persona che non conosceva l’ambiente del carcere e le sue regole. Se temeva per la sua sicurezza una ragione c’era”. Per questo l’avvocato De Ponti ne aveva richiesto il trasferimento d’urgenza in un altro carcere, che però non è arrivato in tempo. Per fare luce su quanto realmente accaduto, dunque, la polizia giudiziaria nelle scorse settimane ha effettuato sopralluoghi in carcere e ha ascoltato alcuni detenuti. Sotto la lente degli investigatori sono finiti i compagni di cella della vittima e le persone che condividevano con lui spazi e attività. Decisive, poi, potrebbero rivelarsi le conclusioni dell’autopsia che arriveranno a giorni. La procura aveva chiesto al medico legale di accertare se nel sangue della vittima fossero presenti farmaci o altre sostanze che potessero aver indotto il decesso, verificare se i segni trovati sul corpo fossero compatibili con una morte violenta e soprattutto se Ghirardello non fosse stato appeso nel bagno della cella quando era già privo di vita. L’ipotesi che possa essere stata la depressione a spingere il trentatreenne a farla finita per i parenti non regge: ormai si avvicinava la fine della detenzione e avrebbe iniziato a godere di un regime di semilibertà con l’inserimento lavorativo in un’azienda. Senza contare il legame con il figlio di 4 anni. Ragione sufficiente, sostengono i conoscenti, per non farla finita. Firenze. Le conseguenze del conflitto tra istituzioni ricadono ancora sulle persone detenute di Massimo Lensi* Corriere Fiorentino, 9 luglio 2026 La vicenda di Sollicciano continua a essere raccontata soprattutto attraverso il sequestro di alcune sezioni, le polemiche politiche e il confronto tra magistratura, amministrazione penitenziaria e istituzioni locali. Tutti elementi reali, che meritano attenzione. Il rischio, però, è che il dibattito si fermi allo scontro tra articolazioni dello Stato, dimenticando il soggetto sul quale quello scontro produce gli effetti più pesanti: le persone detenute. In questo senso assume particolare rilievo la lettera che 26 presidenti di Tribunale di Sorveglianza hanno inviato al Presidente Mattarella, richiamando la grave carenza di personale, tale da compromettere l’effettiva tutela dei diritti costituzionali delle persone detenute. Dal punto di vista giuridico, la questione è più ampia del singolo provvedimento di sequestro. Da anni l’ordinamento continua ad ampliare l’area della risposta penale attraverso nuovi reati, pene più severe e un ricorso sempre più intenso alla detenzione, senza che il sistema penitenziario sia stato adeguato sotto il profilo strutturale e organizzativo. È una distanza tra legislazione penale ed esecuzione della pena che oggi emerge con particolare evidenza proprio a Firenze. Da una parte vi è l’esigenza di garantire l’esecuzione della pena; dall’altra quella, altrettanto costituzionale, di assicurare che la pena venga eseguita nel rispetto della dignità della persona. Quando questi due obiettivi entrano in conflitto, significa che il sistema ha raggiunto un limite. In questo quadro si inseriscono anche gli interventi della politica locale, i sopralluoghi, le prese di posizione pubbliche e gli interessi che inevitabilmente accompagnano una vicenda destinata ad avere importanti ricadute urbanistiche ed economiche. È un passaggio comprensibile, che rende ancora più complesso un contesto già segnato da tensioni istituzionali. Intanto, dentro il carcere, la quotidianità continua. Cibo di qualità scadente, lavoro penitenziario sempre più raro, celle degradate, caldo insopportabile, infestazioni di cimici, passeggi trasformati in forni di cemento. Una realtà che raramente trova spazio nel dibattito pubblico, eppure rappresenta il contenuto concreto della pena. Il punto, allora, non è stabilire quale istituzione abbia ragione nello scontro in atto. Ma chiedersi se sia accettabile che le conseguenze del conflitto ricadano, di nuovo, su persone che dispongono di una capacità di tutela dei propri diritti già molto compressa. Lo spostamento di centinaia di detenuti, in un sistema regionale già gravato dal sovraffollamento, non è un semplice effetto organizzativo: è una decisione che incide sulla vita di individui che restano titolari di diritti fondamentali. Forse è proprio questo il dato che Sollicciano ci costringe a guardare: non solo il cattivo stato di un carcere, ma le contraddizioni di un intero sistema dell’esecuzione penale, chiamato a conciliare esigenze di sicurezza, limiti materiali e principi costituzionali senza riuscire, almeno oggi, a trovare un equilibrio coerente. *Associazione Progetto Firenze Lucca. Nel carcere più sovraffollato d’Italia manca il garante dei detenuti di Giorgio Bernardini Corriere Fiorentino, 9 luglio 2026 Non c’è respiro, come per chi vive e chi lavora in carcere. Quelle toscane sono al collasso. L’ultimo alert arriva da Antigone Toscana, che denuncia la situazione del penitenziario San Giorgio di Lucca, oggi privo del garante dei detenuti. Si tratta del carcere più sovraffollato d’Italia. Una struttura pensata per 33 persone che ospita circa 90 detenuti, con un tasso di affollamento superiore al 250% da oltre un anno. Per l’associazione, l’assenza della figura di garanzia, dopo le dimissioni della precedente garante nel novembre scorso, aggrava una situazione già segnata da ripetute denunce sulle condizioni all’interno dell’istituto. “In un momento così critico - sottolinea Antigone Toscana - la mancanza di questa figura rappresenta un fatto particolarmente grave”. L’associazione chiede l’avvio della procedura per la nomina del nuovo garante. Il presidente del Consiglio comunale Enrico Torrini, sollecitato da questo giornale sul punto, ha spiegato di “aver avviato proprio oggi una richiesta di intervento per somma urgenza agli uffici, che non erano evidentemente stati solerti” e che la nomina “avverrà a questo punto entro settembre”. L’emergenza, però, riguarda l’intero sistema penitenziario toscano. A Prato, il carcere della Dogaia si trova sotto pressione per l’arrivo di circa 40 detenuti trasferiti da Sollicciano, dopo il sequestro di 7 sezioni del penitenziario fiorentino per le gravi condizioni igieniche e strutturali. Un trasferimento che rischia di aggravare una situazione già critica: sovraffollamento, carenza di agenti di polizia penitenziaria, problemi di manutenzione, infiltrazioni e servizi insufficienti. Secondo le segnalazioni il rischio è che anche alla Dogaia si arrivi a situazioni estreme, con detenuti costretti a dormire su materassi sistemati a terra per mancanza di posti. A raccontare infine le condizioni disastrose di Sollicciano, dopo una visita, è stata l’attivista Antonella Bundu. Sui social ha descritto una realtà fatta di degrado e sofferenza. Oltre a mostrare un sacchetto pieno di cimici e zecche raccolte dai detenuti. “L’odore arriva, nemmeno troppo piano - ha scritto - è umido, acido. Viene dal percolato delle acque scure che scende dai muri delle celle, dalle muffe nere e verdi”. Nel suo racconto compaiono segni di punture di cimici sui corpi dei detenuti e condizioni ambientali difficili anche per il personale penitenziario. A Sollicciano negli ultimi tre anni si sono registrati sette suicidi e numerosi tentativi, mentre mancano educatori, psicologi e agenti sufficienti. Un quadro che riporta al centro il nodo delle risorse: mentre aumentano gli investimenti sulla difesa, denunciano le associazioni, restano insufficienti quelli destinati a sanità, scuola, servizi sociali e carceri. Dalla Toscana arriva così un unico messaggio: il sistema penitenziario non può reggere ancora sulle emergenze. Servono personale, strutture adeguate e un cambio di prospettiva. Santa Maria Capua Vetere. Torture in carcere, il ricordo del detenuto suicida dopo i pestaggi casertanews.it, 9 luglio 2026 La pm Alessandra Pinto racconta la vicenda di Fakhri Marouane: “Aveva intrapreso un percorso di rieducazione, mi scriveva delle lettere”. “Fakhri Marouane non era un santo come non lo sono altri detenuti, ma aveva fiducia nello Stato italiano e aveva per questo intrapreso un percorso di rieducazione, seguendo la scuola e corsi di scrittura. Sapeva di aver sbagliato e più volte me lo aveva confidato, ma è stato tradito proprio da rappresentanti dello Stato”. Sono parole cariche di pathos ed emozione quelle con cui la pm Alessandra Pinto, durante la requisitoria nel maxi-processo (105 gli imputati) per le violenze commesse dai poliziotti penitenziari il 6 aprile 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere ai danni di circa 300 detenuti del reparto Nilo, ricostruisce la vicenda del 30enne di origine marocchina Fakhri Marouane, vittima dei pestaggi e poi trasferito nel carcere di Pescara, dove nel maggio 2023 si diede fuoco; morì dopo due mesi di agonia al Policlinico di Bari. La sostituta procuratrice quasi piange quando ricorda il percorso di risocializzazione fatto da Marouane, che a Pescara si diplomò, e si rifiutò di presentare istanza di liberazione anticipata per proseguire il percorso in carcere. “Scrisse un testo e mi inviò delle lettere, la sua esperienza è stata molto significativa per il mio percorso di magistrato”, sottolinea Pinto, costretta a fermarsi per qualche minuto per l’emozione dopo aver mostrato i video interni del carcere in cui si vede Fakhri inginocchiato da solo nell’area socialità del Nilo, circondato dagli agenti che si accaniscono contro di lui con i manganelli. La tragica storia di Fakhri era già emersa nel febbraio del 2023 durante il processo svoltosi con abbreviato a carico dei due agenti penitenziari imputati per le violenze, che furono assolti. In quella circostanza il detenuto testimoniò in aula facendo affiorare le violenze subite già nel marzo 2020, non appena era arrivato a Santa Maia Capua Vetere dal carcere di Velletri, dove c’erano state proteste dei reclusi per la mancanza di dispositivi anti-Covid. Marchiato come uno dei capi delle rivolte, fu accolto con calci e pugni nell’istituto casertano, subendo pestaggi per giorni, fino al successivo 6 aprile 2020, giorno della perquisizione straordinaria. Dopo i pestaggi fu trasferito ad Ariano Irpino e poi a Pescara. Rimasto profondamente segnato da quei fatti, quando ne riparlò nel febbraio 2023 è probabile che sia ricaduto nel terrore, tanto da suicidarsi nonostante il percorso di rieducazione intrapreso. Milano. Non è un carcere per donne: “Svaghi e lavoretti, qui a Bollate per noi è tutto di serie B” di Stefania Consenti Il Giorno, 9 luglio 2026 Non è un carcere per donne: “Poche e discriminate dietro le sbarre. Svaghi e lavoretti, qui a Bollate tutto di serie B”. Susanna Ripamonti, direttrice del periodico scritto dai detenuti e dalle detenute del penitenziario vicino a Milano, solleva il tema in un libro il cui ricavato andrà a finanziare il giornale: “Più ascolto, serve parità di genere e prevedere videochiamate con la famiglia”. “Il carcere è “maschio”. Una struttura pensata per gli uomini, pensata dagli uomini, che non ha la capacità di affrontare la specifica sofferenza delle donne. Le donne sono condannate a doppia pena”. Non usa certo giri di parole Susanna Ripamonti, direttrice di CarteBollate, il periodico pensato e scritto dai cittadini e dalle cittadine detenute nel carcere di Bollate. È autrice con Roberta Ghidelli (curato da Giacomo Ghidelli) del libro “La pena oltre la pena. La doppia condanna delle donne in carcere”, edito da Libraccio editore. Un libro che offre, senza cedere agli stereotipi, e attraverso le voci delle protagoniste detenute, “la possibilità di entrare nella complessità del tema”, sottolinea nella prefazione Lucia Castellano (che di Bollate è stata la direttrice per otto anni, dal 2002 al 2010). C’è una diversità fra uomini e donne, nell’affrontare il carcere. Gli uomini detenuti normalmente dicono: “Il carcere puoi viverlo o subirlo” e loro scelgono di viverlo. Le donne, invece, lo rifiutano, e questo viene letto come un segnale di disadattamento mentre invece, “è un segno di salute mentale e non di insubordinazione”. Susanna Ripamonti, perché il carcere discrimina le donne? “Non ci sono pari opportunità, né per il lavoro né per le cosiddette attività trattamentali, un termine orribile che si riferisce alle attività rieducative, culturali e di svago. La risposta sta nei numeri della popolazione carceraria femminile, così ti dicono. Le donne sono poco più del 4 per cento della popolazione carceraria, intorno alle 2.800, contro i 64 mila dei maschi, distribuite in 46 carceri in Italia; solo tre o quattro sono solo femminili. Paradossalmente, anche quando la legge dei numeri non vale più, come ad esempio a Bollate che è diventato il carcere femminile con il più alto numero di detenute, oltre 180, le attività languono. Apro una parentesi: si sta aggiungendo un settimo letto nelle celle dove ci dovrebbe essere quattro persone, creando un sovraffollamento insopportabile a Bollate. Se, e quando lavorano, svolgono mansioni molto dequalificate, addette alla pulizia, nelle cucine, tutti lavori che vengono fatti su turni, mai un lavoro continuativo, spesso mal retribuito, senza nessuna prospettiva per il futuro. Nel vivaio, a Bollate, ad esempio, lavorano solo uomini”. Sono discriminate anche sulla salute? E per la sessualità? “Su questo si è mosso qualcosa. Due anni fa sono state avviate con alcune associazioni iniziative di prevenzioni del tumore al seno e all’utero. Quanto alla sessualità, in molte carceri italiane c’è la camera dell’amore, e anche a Bollate detenuti e detenute possono accedervi in sostituzione dei colloqui”. L’inadeguatezza del carcere femminile non è però una novità, e come si ricorda nel libro, nel 2008 il Ministero della Giustizia fece un’indagine approfondita e un progetto che si chiamava Piaf, acronimo di “Pensare insieme al femminile”, destinato alle figure apicali degli istituti penitenziari. Con una serie di indicazioni operative. Che fine ha fatto? “Lettere morta. L’amministrazione non riesce ad ascoltare neppure se stessa. È calato il silenzio, è un argomento che viene completamente ignorato. Il nostro libro più che da leggere, è da “ascoltare”. Anche in un carcere modello come Bollate, dove si applicano le regole, e c’è un atteggiamento di rispetto dei diritti della persona detenuta, c’è un’incapacità di capire, un’assoluta disattenzione”. Il racconto che più le ha lasciato il segno? “La storia di Roberta, una delle cinquanta donne arrivate a Bollate nel 2008 quando fu aperto il reparto femminile. Le propongo di entrare a far parte della redazione di carteBollate, le faccio fare un giro nel reparto per scoprire cosa c’è e ad un certo punto in uno specchio vede l’immagine sua riflessa. Roberta resta muta, a guardarsi come se non si riconoscesse... e mi dice: “Sono 15 anni che non mi vedevo tutta intera”. Per me è una delle testimonianze più forti in 18 anni di volontariato in carcere. Perché proibire gli specchi? Considero lo specchio di Roberta il simbolo dell’ottusa afflittività del carcere”. Che cosa si dovrebbe fare subito? “Azzerare gli handicap, stabilire l’uguaglianza di trattamento che non esiste dal punto di vista qualitativo. E ascoltare: capire la diversità con la quale le donne vivono il carcere. La maternità, ad esempio, ne soffrono di più degli uomini. Vedono i figli tre giorni all’anno. E poi: dare la possibilità di fare una telefonata al giorno alla famiglia, come deciso durante il Covid, e non una alla settimana. A Bollate l’hanno mantenuta questa buona pratica. E consentire le videochiamate, perché, un detenuto, anche maschio, possa continuare a sentirsi parte integrante della sua famiglia”. Enna. La Regione apre un dossier sulle criticità del carcere “Bodenza” La Sicilia, 9 luglio 2026 La rivolta dei detenuti della casa circondariale di Enna seppur finita ha lasciato delle conseguenze ed aperto un focus su quelli che sono i problemi, mai risolti, dell’istituto penitenziario ennese. Anni di richieste e di appelli caduti nel vuoto che rendono ogni giorno la vita difficile al personale che vi lavora ma anche ai reclusi. Per cercare di dare una risposta alle esigenze espresse è intervenuto l’assessore regionale all’energia, l’ennese Francesco Colianni ieri in vista al “Bodenza”. Quanto accaduto “impone una riflessione seria e un’assunzione di responsabilità da parte di tutte le istituzioni” osserva Colianni condividendo che l’istituto “necessita di interventi infrastrutturali urgenti”. Le ore di paura e di grande nervosismo che si sono registrati durante la rivolta non possono passare inosservati o, peggio ancora, dimenticati. “È evidente che non si possa continuare a intervenire soltanto in emergenza. Occorre programmare il futuro” dice l’assessore regionale anticipando “nei prossimi giorni mi recherò a Roma per avviare un confronto con il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti finalizzato all’erogazione del finanziamento necessario per rendere cantierabile un progetto già esistente di riqualificazione”. La Regione, assicura Colianni, è pronta a fare la propria parte “mettendo a disposizione la massima collaborazione istituzionale affinché questo percorso possa tradursi in un progetto concreto. La sicurezza degli operatori, la dignità del lavoro della Polizia penitenziaria e condizioni detentive adeguate rappresentano obiettivi che devono procedere insieme” dichiara Colianni riconoscendo dei meriti al direttore della Casa circondariale e a tutte le donne e gli uomini della Polizia penitenziaria per il lavoro svolto e per come hanno gestito quei difficili momenti. Dall’Anci Sicilia, intanto, è stato chiesto, e se ne parlerà oggi a Palermo, di istituire la figura del Garante comunale dei diritti dei detenuti nei Comuni sede di istituti penitenziari, che ancora sono sprovvisti di questa figura chiamata a svolgere un’importante funzione di tutela dei diritti delle persone detenute, di quelle private della loro libertà personale e delle loro famiglie. Varese. “Abbiamo bisogno di aria”: tensioni e urla dal carcere dei Miogni di Sabrina Narezzi La Prealpina, 9 luglio 2026 I detenuti battono contro le grate e chiedono diritti e condizioni più dignitose. È iniziata intorno alle 20.45 di ieri sera e s’è conclusa un’ora più tardi la protesta dei detenuti della casa circondariale dei Miogni. Dalle celle hanno iniziato a battere con forza vetri, persiane e oggetti metallici contro le grate, facendo risuonare il carcere per diversi minuti. Una manifestazione di disagio che, a distanza di oltre mezz’ora dall’inizio, era ancora in corso. Le voci dei detenuti si sono levate nitide all’esterno dell’istituto. “Abbiamo bisogno di aria”, “Vogliamo che siano rispettati i nostri diritti”, “Noi siamo esseri umani”, hanno gridato ripetutamente, accompagnando le parole con il rumore incessante dei colpi contro inferriate e serramenti. È difficile conoscere con precisione le ragioni della protesta, ma è inevitabile pensare che il malcontento sia legato anche alle condizioni di vita all’interno della struttura in questi giorni caratterizzati da temperature elevate e da un caldo particolarmente afoso, situazione che rende ancora più pesante la permanenza nelle celle. Non è la prima volta che dal carcere dei Miogni si leva una protesta di questo tipo. Solo pochi mesi fa, dopo la morte di un detenuto all’interno della struttura, si era riacceso il dibattito sulle condizioni di vita negli istituti penitenziari e sulla necessità di garantire condizioni più dignitose a chi sta scontando una pena. Anche quanto accaduto questa sera riporta al centro dell’attenzione il tema del sistema carcerario e delle difficoltà che, soprattutto durante l’estate, si vivono all’interno degli istituti di detenzione, tra richieste di maggiori tutele e il richiamo al rispetto della dignità delle persone. Genova. Detenuti al lavoro, il Comune rilancia i percorsi di reinserimento genovaquotidiana.com, 9 luglio 2026 In commissione a Tursi la Consulta Carcere-Città fa il punto su formazione, inclusione sociale e lavoro. Cristina Lodi ed Emilio Robotti: “Serve una rete contro marginalità e recidiva”. La Consulta Carcere-Città torna al centro del confronto politico e amministrativo a Palazzo Tursi. Questo pomeriggio si è riunita la commissione consiliare congiunta Welfare, Sviluppo economico e Pari opportunità, dedicata all’organismo creato nel 2025 dall’Amministrazione comunale per rafforzare il rapporto tra sistema penitenziario e città, con l’obiettivo di accompagnare detenute e detenuti verso percorsi concreti di reinserimento sociale e lavorativo una volta scontata la pena. Dopo la seduta di aprile, dedicata alla presentazione della Consulta e dei soggetti aderenti alla nuova governance, il confronto si è concentrato su lavoro, formazione professionale e inclusione sociale. Il Comune di Genova, insieme agli stakeholder coinvolti, punta a costruire una rete capace di contrastare marginalità e recidiva, mettendo in relazione istituzioni, sistema produttivo, servizi sociali, realtà del terzo settore e mondo penitenziario. Nel suo intervento, l’assessore comunale Emilio Robotti ha richiamato il lavoro avviato nel primo anno di mandato attraverso il Tavolo comunale del lavoro, definito uno strumento di partecipazione, ascolto e confronto sulle politiche cittadine, ma anche un punto di connessione tra occupazione, imprese e inclusione sociale. Il Tavolo sarà rinnovato nelle modalità operative con il coinvolgimento di organizzazioni sindacali, associazioni di categoria e altri portatori di interesse, per costruire strumenti più aderenti ai bisogni del territorio. Uno dei progetti emersi riguarda possibili percorsi di formazione e inserimento socio-lavorativo al Cimitero Monumentale di Staglieno, in collaborazione con la casa circondariale di Pontedecimo e attraverso il ricorso al cosiddetto “articolo 21”, che consente attività lavorative esterne in determinati casi. Emilio Robotti ha spiegato che la proposta è stata valutata positivamente insieme all’assessora comunale al sociale Cristina Lodi, pur tenendo conto della necessità di riorganizzare servizi e attività penitenziarie e di prevedere una formazione specifica per i dipendenti comunali coinvolti. Resta però un nodo logistico: la distanza tra Pontedecimo e Staglieno. Per questo l’Amministrazione intende verificare la possibilità di portare avanti una buona pratica analoga anche con la casa circondariale di Marassi, più vicina al cimitero e già inserita in rapporti interistituzionali considerati positivi. L’ipotesi non esclude comunque il coinvolgimento di detenute e detenuti anche in altri servizi comunali, alternativi a quelli cimiteriali. Cristina Lodi ha ricordato che la Consulta Carcere-Città è articolata in sei sottotavoli tematici, pensati per affrontare in modo organico i diversi aspetti della vita detentiva e del reinserimento. Dopo il tavolo sul lavoro dell’11 marzo e quello sull’assistenza sanitaria del 22 giugno, il 10 luglio si terrà il confronto su diritti civili e anagrafe. A settembre sarà la volta del tavolo sulla collocazione abitativa, mentre tra ottobre e dicembre si riuniranno quelli dedicati alla tutela di donne e minori e alla sicurezza. Per Cristina Lodi, la riduzione della recidiva passa da un sistema di accoglienza costruito prima dell’uscita dal carcere. In questa direzione si inseriscono il rafforzamento dell’Ufficio coordinamento inserimenti lavorativi del Comune di Genova, il progetto StarTappe, il nuovo Centro per la giustizia riparativa inaugurato a giugno e il tema dell’housing, da sviluppare insieme all’assessore comunale al patrimonio Davide Patrone. Il diritto al lavoro, ha sottolineato l’assessora, deve procedere insieme al diritto a una soluzione abitativa. Nel commento conclusivo, Cristina Lodi ed Emilio Robotti hanno ringraziato le realtà che partecipano alla Consulta, ricordando che Genova è stata la prima città italiana a dotarsi di un organismo di questo tipo. L’obiettivo dichiarato è riconoscere attenzione alla popolazione carceraria e promuovere percorsi di inclusione, responsabilizzazione e reinserimento, in linea con i principi costituzionali della funzione rieducativa della pena. Prato. Carcere, progetti di reinserimento e giustizia riparativa di Gigliola Alfaro toscanaoggi.it, 9 luglio 2026 Il racconto di don Enzo Pacini, direttore della Caritas e cappellano della Casa circondariale. Accoglienza, reinserimento sociale, giustizia riparativa, sensibilizzazione della cittadinanza. Sono tra le attività che la Caritas diocesana di Prato porta avanti con il sostegno dell’8×1000 alla Chiesa cattolica. “I progetti Caritas sul carcere sono attivi dal 2017 circa - ci racconta don Enzo Pacini, direttore della Caritas diocesana di Prato e cappellano della casa circondariale La Dogaia -, alcuni sono specificamente a favore di chi vive in carcere, per esempio abbiamo avuto la possibilità di avere dei fondi per i detenuti bisognosi e per sostenere anche un gruppo di volontari della San Vincenzo con cui collaboriamo che gestisce il guardaroba interno al carcere, con l’acquisto di biancheria per i detenuti che non hanno famiglia”. Tramite un’operatrice della Caritas in questi anni “abbiamo avuto alcuni inserimenti lavorativi e tirocini per ex detenuti”. Tra le iniziative più significative, la ristrutturazione e l’ampliamento nel 2017, grazie all’adesione al Progetto nazionale Carcere di Caritas Italiana, della casa di accoglienza “Jacques Fesch” che “ospita gratuitamente detenuti in permesso e familiari di detenuti non abbienti che provengono da località distanti da Prato per andare a colloquio con i congiunti in carcere, così da offrire per quanto possibile un ambiente accogliente e decoroso. Abbiamo anche ricavato un mini appartamento a due posti - prosegue don Pacini - per persone che sono vicine alla fine pena e che hanno la possibilità di avere misure alternative. Si tratta di una casa autogestita, con alcuni volontari che vanno a sistemare, specialmente per quanto riguarda la parte dedicata alle persone che sono in permesso, per sostituire la biancheria”. Nel 2017 il progetto si chiamava “Non solo carcere”, poi è stato rinnovato assumendo altre denominazioni: “Questo è il progetto che negli anni è stato praticamente riproposto con qualche piccola variante”. Ad esempio, con il progetto “Rannodo” sono stati previsti degli “incontri all’interno degli istituti di istruzione superiore, incentrati sul tema della vita in carcere e sulla legalità”. Dal 2021-2022 sempre come Caritas don Pacini e alcuni volontari hanno seguito un corso di approfondimento sulla giustizia riparativa e poi hanno partecipato al progetto sperimentale di Caritas Italiana specifico per la giustizia riparativa nel quale sono state coinvolte 10 Caritas nazionali, “in Toscana solamente noi di Prato”. “Abbiamo fatto incontri di formazione e sensibilizzazione nelle parrocchie e nelle scuole - spiega il direttore della Caritas -; da un paio di anni abbiamo portato avanti alcune esperienze dentro il carcere, abbiamo fatto alcuni gruppi di sensibilizzazione con i detenuti, l’ultimo due mesi fa. Abbiamo realizzato anche alcuni incontri che hanno visto la partecipazione in carcere non solo di detenuti ma anche del personale, degli educatori, dei professori di scuola, di alcuni membri del corpo della polizia penitenziaria, del direttore, con due testimoni, Claudia Francardi e Irene Sisi, che hanno portano la loro esperienza forte di giustizia riparativa”. Infatti, Claudia è la vedova del carabiniere Antonio Santarelli, ucciso nel 2011, e Irene è la madre di Matteo, il giovane autore dell’aggressione. Da questa tragedia, le due donne hanno intrapreso un percorso di giustizia riparativa che le ha portate a perdonarsi e a diventare amiche, trasformando il dolore in un’opera di riconciliazione. “Anche se è terminato il progetto sperimentale della Caritas Italiana, adesso stiamo cercando di portare avanti il discorso della giustizia riparativa”, afferma don Pacini. All’interno del progetto dell’area giustizia finanziato con l’8×1000 alla Caritas, nel 2025 “abbiamo realizzato una mostra fotografica con circa 50-57 foto di grande formato e altre 36 più piccole, con una nostra operatrice che è fotografa, che ha fatto diversi scatti all’interno della casa circondariale della Dogaia”. “Discrepanze. Luci e ombre del carcere di Prato” il titolo della mostra. “Il titolo - spiega il sacerdote - si ispira alle foto che mostrano, da un lato, spazi che ci sono e che potrebbero essere anche più utilizzati, come scuole, spazi sportivi; dall’altro realtà di degrado, situazioni al limite della vivibilità”. La mostra continua il suo cammino: “L’abbiamo portata in diversi posti, anche nelle scuole superiori, dove, con l’occasione dell’esposizione, incontriamo anche i ragazzi, o in altri ambienti più aperti al pubblico, per parlare di problemi legati al carcere”. Napoli. “Progetto IV Piano” per i detenuti di Poggioreale, circa 1.500 quelli aiutati Corriere del Mezzogiorno, 9 luglio 2026 Circa 1.500 persone con problemi di dipendenze sono state aiutate in carcere a ritrovare spazi di socialità e ad alleviare la sofferenza della detenzione, negli ultimi 10 anni. Succede a Napoli nella casa circondariale “Giuseppe Salvia” di Poggioreale, grazie al progetto “IV Piano” realizzato da Gesco e dalla coop associata “Era”, con il Dipartimento Dipendenze della Asl Napoli 1 Centro, i cui risultati sono stati resi noti nei giorni scorsi durante un convegno interno al carcere con il procuratore generale presso la Corte d’Appello Aldo Policastro e la partecipazione, tra gli altri, dei responsabili dell’amministrazione penitenziaria del carcere e regionale, della Corte d’Appello di Napoli e del Tribunale di Sorveglianza. “Il progetto - spiega il presidente di Gesco Giacomo Smarrazzo - è nato per offrire ai detenuti con problemi di dipendenze attività di socializzazione, integrative a quelle sanitarie, per accompagnarli in percorsi personalizzati e in misure alternative alla detenzione. Lo sportello aiuta a progettare percorsi in comunità terapeutica per i detenuti residenti nel territorio della Asl Napoli 1 su segnalazione del SerD Area Penale, come risposta orientata alla cura e al reinserimento. Ci occupiamo di costruire spazi di socialità e di emancipazione attraverso attività laboratoriali ed iniziative volte ad alleviare la condizione di sofferenza delle persone detenute con “disturbo da uso di sostanze” o in fase valutativa”. Gospel, concerti, mercatini aperti anche alle famiglie, laboratori interni di teatro, artigianato, scrittura autobiografica e di animazione sono le attività promosse all’interno del padiglione Roma e degli altri in cui sono detenute le persone tossicodipendenti a Poggioreale mentre sono una quarantina in quasi tutta Italia le comunità dove il progetto ha inviato in questi anni i detenuti in misure alternative alla pena, per oltre 130 persone all’anno. Forlì. Emergenza caldo, l’associazione “Con…Tatto” dona i condizionatori per le sale colloqui forlitoday.it, 9 luglio 2026 L’Associazione “Con...Tatto”, attiva da circa 20 anni all’interno e all’esterno del carcere di Forlì, dalle sue origini fornisce sostegno alla genitorialità delle famiglie e dei minori delle persone detenute. L’associazione di volontariato “Con…Tatto” ha risposto all’appello della direttrice del carcere di Forlì Carmela De Lorenzo, per rifornire le sale colloqui dell’Istituto di alcuni condizionatori finalizzati ad alleviare i momenti settimanali di visita delle famiglie, spesso con bimbi piccoli, presso i propri congiunti detenuti. Infatti, nel periodo più rovente dell’anno, le sale erano diventate invivibili e ogni tipo di attività ne risentita negativamente. In questa situazione, alcune settimane fa i volontari di Contatto riuniti in assemblea hanno deciso di devolvere proprie risorse alla fornitura dei condizionatori, grazie ai contributi della Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì, gestiti in collaborazione con il Centro di Solidarietà. L’Associazione “Con...Tatto”, attiva da circa 20 anni all’interno e all’esterno del carcere di Forlì, dalle sue origini fornisce sostegno alla genitorialità delle famiglie e dei minori delle persone detenute. Grazie ai propri volontari formati sulle normative e le prassi che regolano i diritti e doveri di familiari e detenuti, gestisce momenti di accoglienza e supporto emotivo e pratico, organizzando feste mensili in carcere per permettere e mantenere relazioni affettive positive tra i più piccoli e i genitori detenuti, in collaborazione con i volontari dell’associazione Vip ViviamoInPositivo. Il Pnrr è finito, ma i bisogni dei cittadini restano: dare continuità ai progetti di Giovanni Caudo* Il Domani, 9 luglio 2026 Il Piano nazionale di ripresa e resilienza è stato il più grande programma di investimenti pubblici della storia recente del Paese e la prima preoccupazione era capire se le amministrazioni sarebbero state in grado di trasformare quelle risorse in opere, servizi e risultati concreti. Il 30 giugno si è chiusa la stagione del Pnrr. Per anni ne abbiamo discusso con parole tecniche: risorse, scadenze, milestone, target, gare, cantieri, capacità di spesa. Era inevitabile. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza è stato il più grande programma di investimenti pubblici della storia recente del Paese e la prima preoccupazione era capire se le amministrazioni sarebbero state in grado di trasformare quelle risorse in opere, servizi e risultati concreti. Ora, però, la domanda cambia. Non basta chiedersi quanto si è speso o quanti interventi avviati. La vera questione è che cosa resta. Quale eredità lascia il Pnrr alle città, ai Comuni, alle comunità? E soprattutto: chi garantirà che ciò che è stato costruito continui a funzionare? Il Pnrr prima che un piano di investimenti è stato un laboratorio di governo pubblico. Ha obbligato Unione europea, Stato, Regioni e Comuni a lavorare dentro un quadro comune di obiettivi, monitoraggio e responsabilità. Ha compresso i tempi, introdotto una cultura della misurazione dei risultati e chiesto alle amministrazioni non solo di spendere, ma di dimostrare che quella spesa producesse effetti. Molte critiche sono state ingenerose. Non perché il Piano non abbia avuto limiti, ritardi o contraddizioni. Li ha avuti. Ma troppo spesso il giudizio pubblico ha confuso livelli diversi di responsabilità, mettendo sullo stesso piano chi ha programmato, chi ha finanziato e chi ha dovuto realizzare gli interventi nei territori. I Comuni si sono trovati in prima linea, con strutture amministrative già sotto pressione. Roma è un esempio evidente, ma il punto riguarda tutte le città italiane che, grazie al Piano, hanno potuto realizzare scuole, asili nido, poli civici, impianti sportivi, spazi pubblici, servizi di prossimità e interventi nelle periferie. Ora arriva il passaggio più delicato: trasformare investimenti straordinari in servizi ordinari e permanenti. Una scuola va aperta, un asilo va gestito, un impianto sportivo va mantenuto, uno spazio civico va animato, un servizio sociale va sostenuto nel tempo. Il valore di un investimento non si misura nel giorno dell’inaugurazione, ma nella sua capacità di cambiare stabilmente la vita delle persone. Sarebbe una beffa se proprio chi ha fatto funzionare il Pnrr, contribuendo in modo decisivo al successo italiano del Piano, si ritrovasse ora con i debiti per mantenere i servizi che quel Piano ha reso possibili. Sarebbe paradossale chiedere ai Comuni di essere protagonisti dell’attuazione e poi lasciarli soli nella fase più importante: quella della continuità. Se questa viene meno, non si perde solo l’efficacia dell’investimento: si indebolisce la credibilità dell’azione pubblica. Per questo la spesa corrente non è una questione contabile, ma politica. Riguarda il futuro della finanza locale, il ruolo dello Stato, la manutenzione delle infrastrutture, il personale necessario a far vivere i servizi. Dopo il Pnrr non serve soltanto chiedersi quali nuovi fondi arriveranno. Serve prima di tutto garantire che ciò che è stato realizzato non si spenga. Qui il rapporto con il governo nazionale diventa decisivo. I Comuni hanno fatto uno sforzo enorme, spesso superiore alle proprie forze ordinarie, per una sfida che riguardava l’intero Paese. Ora il Paese deve riconoscere quello sforzo e costruire strumenti stabili per accompagnarlo. La continuità degli asili, dei poli civici, degli spazi rigenerati e dei servizi di prossimità non può dipendere solo dai singoli bilanci comunali. C’è poi un secondo lascito da non disperdere: il legame più diretto tra Europa e città. Il Pnrr, nato come risposta europea alla crisi pandemica, ha mostrato che le grandi sfide contemporanee passano dai territori urbani: transizione ecologica, mobilità, inclusione sociale, casa, servizi, digitalizzazione, riduzione delle disuguaglianze. Per la prima volta i Comuni non sono stati soltanto destinatari di risorse europee, ma attori operativi di una strategia comune. Questa relazione va conservata e rafforzata. Mentre si discute il futuro bilancio europeo e la prossima stagione delle politiche di coesione, sarebbe un errore tornare a un modello in cui le città restano ai margini della programmazione. L’Europa ha bisogno delle città non come terminali amministrativi, ma come luoghi in cui le politiche diventano vita quotidiana. Il Pnrr non va celebrato acriticamente. Va valutato con serietà. Dovremo capire quali interventi hanno funzionato, quali disuguaglianze sono state ridotte e quali sono rimaste aperte. Ma il giudizio non può fermarsi alla contabilità delle opere. Il vero bilancio comincia adesso: nella capacità di rendere permanente ciò che è nato come straordinario. Il Piano è finito. I servizi, i diritti e le aspettative che ha generato non possono finire con lui. *Roma Futura e Presidente della Commissione Speciale Pnrr Migranti. Minori stranieri reclusi con gli adulti: “Cambiare le regole” di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 9 luglio 2026 Il deputato Fabrizio Benzoni ha depositato un’interrogazione ai ministri dell’Interno e della Giustizia sul trattenimento dei minori stranieri non accompagnati e l’ha resa pubblica in una conferenza stampa alla Camera. Il punto di partenza è la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo nel caso H.D. contro Italia, del 9 aprile 2026, che ha condannato il nostro Paese per come è stato trattenuto un ragazzo minorenne al Centro di accoglienza per richiedenti asilo di Isola di Capo Rizzuto, nel Crotonese, nel 2023. “Una recente sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo ha evidenziato gravi criticità nella tutela dei minori stranieri non accompagnati condannando l’Italia per il trattenimento di un minore in un centro destinato ad adulti e per l’inefficacia della tutela giurisdizionale”, ha spiegato il vicecapogruppo di Azione alla Camera. “A partire da questa pronuncia ho presentato un’interrogazione ai ministri dell’Interno e della Giustizia per chiedere al governo di evitare il ripetersi di simili violazioni e rafforzare le garanzie a tutela dei minori”. L’atto, indirizzato a Nordio e Piantedosi, ricostruisce la vicenda passo dopo passo. All’arrivo in Italia il minore viene collocato in una sezione riservata ai minori dentro un centro pensato per gli adulti. Dopo poco più di un mese ottiene un permesso di soggiorno e presenta al tribunale di Catanzaro un ricorso d’urgenza previsto dall’articolo 700 del codice di procedura civile, lo strumento che la Corte costituzionale indica come via privilegiata per i diritti dei migranti trattenuti. L’udienza però viene rinviata. Nell’attesa il ragazzo si rivolge alla Corte di Strasburgo, che in cinque giorni, applicando l’articolo 39 del proprio regolamento, ordina all’Italia di trasferirlo in una struttura adatta. Il minore resta poi trattenuto per cinque mesi senza alcuna base legale che giustifichi la restrizione della libertà personale. L’interrogazione parla di una vera detenzione: al ragazzo era vietato allontanarsi dalla struttura e perfino comunicare con il proprio avvocato. Il centro, si legge, era sovraffollato e con condizioni igienico-sanitarie carenti, senza una reale separazione tra minori e adulti. Un report del Garante nazionale delle persone private della libertà personale, datato 2023, ha registrato molestie ai danni di giovani donne minorenni. Un rapporto dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (ASGI) segnalava che a giugno del 2023 nel centro vivevano 238 minori stranieri non accompagnati. Le tre condanne e le domande ai ministri - Su questa base la Corte ha condannato l’Italia per la violazione di tre articoli della Convenzione. L’articolo 3, che vieta i trattamenti inumani o degradanti. L’articolo 5, per una detenzione priva di base legale, senza adeguate garanzie procedurali e senza informazioni sulle ragioni della privazione della libertà. L’articolo 13, che riguarda il diritto a un ricorso effettivo. Per Benzoni la vicenda mostra i limiti del sistema nel garantire ai minori una tutela reale e tempi rapidi, e ha esposto l’Italia a un imbarazzo internazionale. Le domande seguono questa linea. La prima riguarda la riforma del decreto legge 133 del 2023, convertito nella legge 176, che ha previsto in via eccezionale e per un tempo limitato il trattenimento di minori in sezioni dedicate dentro i centri per adulti. Benzoni chiede se il governo intenda verificare le condizioni reali di quel trattenimento e avviare una revisione complessiva del sistema di accoglienza dei minori. La seconda chiede se non sia una priorità garantire che i centri rispettino gli standard dell’articolo 3, evitando il degrado. La terza riguarda il ricorso d’urgenza dell’articolo 700: quali norme servono per renderlo davvero rapido ed efficace quando in gioco ci sono i diritti degli stranieri trattenuti. Alla conferenza, promossa da Benzoni, sono intervenuti tra gli altri il senatore Marco Lombardo, Giusy D’Alconzo di Save the Children, il segretario dei Radicali Filippo Blengino e l’avvocata Diana Zingales. Nel suo intervento il deputato ha allargato lo sguardo alla cornice normativa. “La legge Zampa che disciplina la protezione e l’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati è una buona legge che deve essere applicata pienamente”, ha detto. “Dobbiamo fare di tutto per garantire che i minori che arrivano in Italia entrino nel percorso previsto dalla legge del 2017 che prevede un percorso scolastico, di assistenza psicologica e sanitaria; un percorso che li porta all’integrazione”. Il problema, ha aggiunto, sono i posti insufficienti. “Purtroppo però i posti sono la metà dei minori che arrivano nel nostro Paese e questo significa che in molti rimangono nei centri di prima accoglienza o nei centri accoglienza straordinaria o, ancora peggio, nei centri per adulti”. Poi il capitolo Comuni. “Chiediamo anche al governo di riconoscere il ruolo centrale che la legge sui Misna prevede per i comuni che devono anticipare le spese, e spesso non vengono rimborsati dalla amministrazione centrale”, ha proseguito Benzoni. E la rete di accoglienza. “Dobbiamo anche potenziare la rete Sai (servizi di accoglienza integrata) per evitare che al compimento dei 18 anni i minori diventino irregolari e vengano abbandonati a loro stessi”. Cos’è la rete Sai e perché va potenziata - Il Sistema di accoglienza e integrazione (Sai), è la rete degli enti locali che realizzano progetti di accoglienza attingendo, nei limiti delle risorse, al Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo. Non si tratta solo di vitto e alloggio: i comuni, con il sostegno del terzo settore, garantiscono informazione, accompagnamento, assistenza e orientamento, e costruiscono percorsi di inserimento nella società e nel lavoro. La responsabilità è condivisa tra ministero ed enti locali, e la partecipazione dei comuni è volontaria. Il coordinamento spetta al Servizio centrale, istituito dal ministero e affidato con convenzione all’Anci, che si avvale della Fondazione Cittalia. La rete nasce come Sprar con la legge 189 del 2002, diventa Siproimi con il decreto 113 del 2018 e prende il nome attuale con il decreto 130 del 2020, convertito nella legge 173. Per i minori stranieri non accompagnati il riferimento è l’articolo 19 del decreto legislativo 142 del 2015, la stessa norma modificata dal decreto 133 del 2023 citato nell’interrogazione. Per questi ragazzi, a differenza degli adulti, la competenza è anche degli enti locali. Il nodo del potenziamento sta nel passaggio all’età adulta, il punto sollevato da Benzoni. Le regole della rete prevedono che il minore accolto possa restare fino alla maggiore età e per i sei mesi successivi, con eventuali proroghe per completare il percorso avviato. Quando i posti dedicati mancano, i ragazzi restano nei centri di prima accoglienza o straordinari, senza il percorso di scuola, salute e lavoro pensato per loro. E al compimento dei diciotto anni, senza una copertura adeguata, quel percorso può interrompersi di colpo e il neomaggiorenne rischia di finire fuori dai circuiti di tutela. È la ragione per cui Benzoni lega la piena applicazione della legge Zampa al rafforzamento della rete Sai. Rincorsa a destra sui migranti, Salvini stringe sulla cittadinanza di Michele Gambirasi Il Manifesto, 9 luglio 2026 La Lega impone la procedura urgenza sulla sua proposta. Avs: “Inseguono Vannacci”. Il testo è stato presentato due anni fa. Ora dovrà andare in Aula entro un mese. No alla cittadinanza per chi commette reati contro la persona o il patrimonio, revoca in caso di omicidio o violenza sessuale. Tensione con Forza Italia che vuole smarcarsi. I deputati di Futuro Nazionale già gongolano e lo chiamano “effetto Vannacci”. Ieri mattina l’aula della Camera ha approvato la procedura d’urgenza per un disegno di legge della Lega per restringere i criteri di accesso alla cittadinanza italiana. Un testo presentato a ottobre 2024, depositato in commissione e di cui mai più si era parlato. ORA, all’improvviso, è diventato urgente. Significa che saranno dimezzati i tempi: il disegno di legge è stato incardinato già ieri in commissione Affari costituzionali, che ora avrà 30 giorni di tempo per riferire in Aula, dunque entro l’8 agosto quando la chiusura estiva del Parlamento è programmata per la settimana successiva. L’urgenza, non serve specificarlo, l’hanno dettata i sondaggi: il Carroccio è sull’orlo del precipizio mentre la formazione di Vannacci in continua ascesa, drenando consensi proprio sul cattivismo sfrenato contro i migranti (ieri l’eurodeputato ha sfoderato ancora la retorica dell’”invasione”). Così subito dopo il voto gli esponenti della Lega sono partiti in batteria ad esultare. Per fugare ogni dubbio sul fatto che l’urgenza fosse recuperare terreno a destra, lo ha detto per primo il leader Matteo Salvini: “Bene così! Gli altri parlano, la Lega fa”, ha scritto sui social. Negli stessi momenti anche FdI faceva la propria mossa: ieri nella sala del gruppo a Montecitorio ha presentato una propria proposta di legge per rimpatriare gli immigrati condannati a pene superiori a un anno di carcere. Hanno promesso di chiedere l’iter accelerato per concludere in fretta l’esame: “Ma non inseguiamo Vannacci”, giurano. Il testo leghista prevede una stretta per i giovani nati in Italia da genitori stranieri e che a 18 anni chiedono di ottenere la cittadinanza. Diventerebbero motivo di esclusione tutte le condanne per i reati contro la persona e il patrimonio: uno spettro che va dall’omicidio alla diffamazione e la frode informatica. Mentre la revoca, ora contemplata solo nel caso di terrorismo o eversione, verrebbe ampliata anche alle condanne per omicidio, mutilazione dei genitali femminili, tratta e violenza sessuale. Un “approccio educativo” lo ha definito il capogruppo leghista Riccardo Molinari, per fare capire alle immancabili baby gang che se sbagli sei fuori: “Se vuoi far parte di una comunità devi rispettare le regole”, ha detto. Il diavolo, come al solito, sta nei dettagli. Dei quindici firmatari originari del disegno di legge, cinque oggi siedono nei banchi di Futuro nazionale. Così i vannacciani hanno da subito rincarato la dose: “Probabilmente l’effetto Vannacci è sempre più pressante e costringe i colleghi leghisti a destarsi dal torpore nel quale erano caduti da anni”, ha replicato Edoardo Ziello in Aula. E a giocare al rialzo ci è voluto un attimo: a così pochi mesi dalla fine della legislatura le chance di approvare la legge sono bassissime, per cui pur dichiarando un eventuale voto favorevole si sono detti scettici. “Il governo potrebbe tranquillamente varare un decreto remigrazione da approvare entro sessanta giorni. Perché non lo fanno? Chi pensano di prendere in giro?”, hanno dichiarato tutti i deputati di Fn assieme. Gioco win-win: se si fa come dicono loro, Vannacci ha spostato il centrodestra; altrimenti si è “moderato”. Gioco che mette in difficoltà anche Forza Italia, che sulla cittadinanza ciclicamente torna timidamente a parlare di ius scholae. E gli azzurri infatti hanno già iniziato a preparare gli emendamenti da portare in commissione, per provare ad ammorbidire un po’ il testo leghista-vannacciano. “Una rincorsa pericolosa e folle di Lega e Fratelli d’Italia, capiamo il loro imbarazzo. Farebbero meglio a interrompere questo gioco, alla fine l’ultima parola se la prende subito l’ex vicesegretario leghista che senza ritegno imbocca le parole più razziste e disumane”, ha commentato Luana Zanella di Avs. “Salvini e la Lega raschiano il fondo del populismo quando dovrebbero pensare ai treni. Grave che l’Aula della Camera dia precedenza a certe castronerie, che se dovessero passare saranno abbattute al primo ricorso in tribunale, invece che alle vere priorità degli italiani” ha detto Riccardo Magi di +Europa. “Cittadinanza armata”: così la destra combatte i suoi nuovi nemici di Youssef Hassan Holgado e Marika Ikonomu Il Domani, 9 luglio 2026 Il voto per velocizzare il ddl sulle restrizioni allo status di cittadino. Lo chiamano “effetto Vannacci”, la gara della destra a costruire cittadinanze a sfumature diverse, distinguendo chi ha più diritti e chi ne ha meno, e minando uno status, quello di cittadino, che non protegge più dall’abuso di potere, perché per alcuni può essere sospeso o revocato. In vista delle elezioni e del crescente consenso di Futuro nazionale, i partiti di governo rincorrono il generale. Per questo la Lega ha richiesto di accelerare l’approvazione del ddl a prima firma Giancarlo Iezzi, in discussione alla Camera, che vuole introdurre modifiche restrittive alla legge sulla cittadinanza, prevedendo casi in cui è possibile sospenderla o revocarla. “L’effetto Vannacci è sempre più presente e spinge i colleghi leghisti a destarsi dal torpore in cui erano caduti da anni”, ha detto in aula il deputato di Fn, Edoardo Ziello, sostenendo l’urgenza di “un decreto Remigrazione”, perché anche “il centrodestra che governa la nostra nazione” non ha “mai governato l’immigrazione”. Costruttori, petrolieri e colossi Usa: Vannacci ruba i lobbisti a Forza Italia e Lega La proposta Il disegno di legge vuole restringere il diritto di cittadinanza di ragazze e ragazzi nati e cresciuti in Italia da genitori di origine straniera, che a oggi possono fare domanda al compimento dei 18 anni dimostrando la residenza ininterrotta sul territorio. Per la Lega c’è un vuoto normativo poiché, si legge, non sono previste “cause ostative”, e l’urgenza è dettata dall’”aumento preoccupante del numero dei reati compiuti dai minorenni stranieri”. Nella lista dei nemici ora ci sono anche le nuove generazioni, identificate dalla destra come “maranza”. Ma dietro all’aumento della presenza dei ragazzi di origine straniera negli Istituti penali per i minorenni c’è, ha rilevato Antigone, il calo delle risorse per accogliere i minori non accompagnati. “Per loro si predispone un destino criminale buttandoli per strada”, scrive l’associazione nel rapporto di febbraio. “Questo è un provvedimento di profilazione razziale”, ha denunciato in aula la deputata del Pd, Ouidad Bakkali. “Un provvedimento - spiega a Domani - di punizione collettiva verso un’intera generazione, che conta 800mila ragazzi e ragazze nati in questo paese”. A fronte dello 0,52 per cento del totale dei minori stranieri residenti in Italia in carico al servizio sociale della giustizia. Il disegno di legge amplia poi il ventaglio dei reati che prevedono la revoca della cittadinanza, oltre a terrorismo o eversione, dei reati ostativi alla richiesta e le ipotesi di sospensione. “Per la Costituzione non si può essere privati della cittadinanza per motivi politici. Per una parte della popolazione il codice penale non basta mai. Se una persona di origini straniere commette un reato, non basta la pena prevista ma deve esserci una punizione in più”, dice Bakkali. A sentir parlare Vannacci e i suoi, la narrazione della maggioranza sulle persone con background migratorio e sull’Islam pare morbida. Eppure, il “sogno” di cui parla Futuro nazionale non nasce oggi, ma è stato sostenuto, e viene sostenuto tutt’ora, con un linguaggio più istituzionale, dai partiti di governo. Da Giorgia Meloni che nel 2018 vedeva “un problema di compatibilità tra la cultura islamica e i diritti e i valori della nostra civiltà”, e gridava all’”islamizzazione dell’Europa” o sosteneva l’esistenza di “un disegno di destrutturazione della nostra società” attraverso i flussi migratori. A Rossano Sasso (ex leghista oggi con Fn) che sosteneva “numerosi casi di sottomissione culturale all’Islam mascherati da inclusione”. Non preoccupiamoci di Vannacci in sé, ma del Vannacci che è in noi Pezzi di un solo puzzle La proposta di Iezzi è l’apice di una serie di iniziative avanzate in questa legislatura che mirano a colpire una parte della popolazione. Basti pensare alla proposta di legge costituzionale del leghista Andrea Barabotti che prevede di introdurre il requisito della cittadinanza italiana per nascita per l’assunzione di incarichi ai vertici dello Stato e delle Regioni. Una norma che punta a escludere parte delle seconde generazioni da ruoli apicali di governo. Troppo alta la paura di ritrovarsi al potere persone come Zohran Mamdani a New York o Sadiq Khan a Londra. Troppa la paura dell’islamizzazione dell’Europa, una narrazione portata avanti senza fondamento e alimentata dall’odio razziale. Così si prova a circoscrivere il campo di azione fino a limitare la libertà di culto. Una proposta della Lega, anche questa a firma di Iezzi, prevede il divieto di indossare indumenti “atti a celare il volto, come nel caso del burqa e del niqab” e introduce anche un nuovo reato quello di “costrizione all’occultamento del volto”. Il testo stabilisce una pena fino a due anni di reclusione, multe fino a 30mila euro ed è ostativo alla richiesta di cittadinanza. Una norma che ha l’intento di tutelare la “dignità della donna” ma che rischia di limitare la libertà di scelta di chi vuole indossarlo. O, ancora, la Lega ha proposto di istituire un Consiglio nazionale degli imam presso il Viminale e di regolamentare la loro formazione e attività. Il testo impone per gli imam il requisito della cittadinanza italiana, la residenza o domicilio in Italia da almeno quattro anni, la conoscenza B1 della lingua e una serie di controlli prefettizi. Dispone, inoltre, che il sermone del venerdì sia pronunciato in italiano - già accade in tante città - e che eventuali riunioni in moschea debbano essere comunicate al prefetto con dieci giorni di anticipo, pena una multa fino a 15mila euro. A leggere il testo, però, emerge un approccio islamofobo. Come quando viene definito “assai parziale” il tratto che rende l’Islam una “confessione religiosa”. O la moschea come un pericolo perché non si limiterebbe “a essere un luogo destinato al culto per la preghiera” ma rivestirebbe “anche il ruolo di scuola religiosa e principale punto di aggregazione e condivisione della comunità islamica”. Non tanto diverso rispetto a migliaia di parrocchie in tutta Italia che sono luogo di aggregazione. Alla Camera è stato poi approvato il ddl del meloniano Tommaso Foti. Ora in esame al Senato, il testo vieta l’utilizzo dei locali del Terzo settore per lo svolgimento di attività di culto. Di fatto significherebbe chiudere centinaia di moschee sul nostro territorio. In Italia ottenere i permessi per costruire edifici destinati a moschee è molto complicato, per questo motivo numerose comunità islamiche adibiscono sedi di associazioni culturali alla preghiera. L’assenza di un’intesa tra le comunità islamiche e lo Stato italiano è il pretesto utilizzato per adottare misure restrittive e islamofobe. Moschee, imam, velo integrale, finanziamenti e cittadinanza vengono trattati come temi di sicurezza e ordine pubblico. Una linea dura che discrimina, identifica nemici e disgrega il tessuto sociale per raccogliere consensi. Una manciata di camerati della remigrazione deposita le firme: “Vannacci faccia approvare la nostra proposta di legge” Migranti. Consiglio di Stato: controlli nei Cpr entro sei mesi Il Manifesto, 9 luglio 2026 Il Viminale dovrà effettuare “una ricognizione nei Cpr”. Entro sei mesi il Viminale dovrà effettuare “una puntuale ricognizione della situazione esistente nei Cpr”. Lo ha stabilito ieri il Consiglio di stato, che ha accolto il ricorso presentato dall’Asgi per ottenere un giudizio di ottemperanza. L’associazione infatti aveva già vinto un ricorso a ottobre dello scorso anno, nato dopo aver impugnato nel 2024 il capitolato d’appalto del ministero dell’Interno per la gestione e il funzionamento dei Cpr. Il ricorso venne respinto in primo grado, per poi essere parzialmente accolto in appello. In particolare vennero ritenute fondate due parti: una relativa a un’incongruenza tra lo schema di capitolato e i criteri stabiliti dalla direttiva ministeriale del 2022 in materia. La sentenza stabiliva che il decreto dovesse essere preceduto da un’istruttoria. Questa però, secondo i giudici di Palazzo Spada, non è avvenuta. “Non risultano acquisiti elementi conoscitivi concernenti l’effettiva situazione esistente all’interno dei Cpr, né risultano svolti accertamenti”, hanno scritto ieri giudici amministrativi. Il Viminale dovrà svolgerla nei prossimi sei mesi in collaborazione con il ministero della Salute il Garante dei detenuti. Questa dovrà avvenire “con particolare riferimento ai profili dell’assistenza sanitaria e psicologica, alla formazione del personale impiegato, nonché all’analisi degli episodi critici verificatisi con maggiore frequenza nel corso dell’ultimo quinquennio”. La febbre delle armi di Marco Iasevoli Avvenire, 9 luglio 2026 L’entusiasmo con cui politici e industrie parlano di riarmo rischia di incrinare la credibilità della deterrenza e di allontanare i cittadini. Il consenso si gioca anche sul linguaggio con cui si raccontano difesa, sicurezza e pace. L’emblema è Mark Rutte, Segretario generale della Nato. Annuisce vistosamente quando Donald Trump rivendica nuove bombe lanciate sull’Iran. Sorride complice mentre il tycoon attacca la Spagna, che pure fa parte dell’Alleanza. E soprattutto parla di contratti in armamenti da bilioni di dollari con un’enfasi quasi fanciullesca. Si esalta tra proiettili di nuova generazione, droni, fregate, missili. Ma Rutte, ad Ankara, è solo la punta dell’iceberg di una sorta di fanatismo che ormai si stenta a contenere. Anche i vertici delle istituzioni europee non si tirano indietro quando si tratta di glorificare la bontà di una nuova fornitura militare. Come se ormai fosse venuta meno la gravitas del tema e della fase storica in cui ci troviamo. Nonché il pudore con cui si era soliti parlare di armi e difesa, il pudore di chi sa che sono comunque strumenti di morte. Persino l’ipocrisia è venuta meno: quella che trova sfogo in un “purtroppo”, un “ahinoi”, buono per dire, credendoci o meno, che in fondo ci si trova costretti a prendere determinate decisioni. Il sentimento dominante è l’esaltazione, con conseguenze a cascata. Innanzitutto l’esaltazione alimenta l’affarismo e il lobbismo, che hanno assunto un volto sfrenato, martedì, durante il Forum delle industrie della difesa. Anche i più realisti circa la necessità di avere una deterrenza efficace strabuzzavano gli occhi dinanzi a una disinibizione mai vista prima da parte di manager privati e pubblici. Allo stesso modo non si può non provare tristezza - e preoccupazione - di fronte a una politica che ai massimi livelli si limita al mesto ruolo di far scorrere i flussi di denaro nelle varie direzioni possibili, di modo da mantenere tra gli Alleati un equilibrio non geostrategico, ma in estrema sintesi economico. Ma c’è anche un’altra conseguenza, un altro danno prodotto dal fanatismo. È l’ombra che esso pone sia sulla realtà dei fatti, che talvolta impone scelte difficili, sia sulle motivazioni di fondo di un sistema di difesa comune. Ad Ankara la parola “bilioni” è stata sicuramente più utilizzata della parola “democrazia”, ad esempio. Questo danno è più profondo: il fanatismo e i “bilioni” insospettiscono così tanto i popoli, i “semplici”, che alla fine si rischia di non prendere più in considerazione quei dati di realtà che impongono oggi una maggiore protezione dai pericoli, nonché una maggiore indipendenza degli Stati e dell’Europa rispetto all’aiuto americano; il fanatismo e i “bilioni” rischiano poi di rendere carta velina, agli occhi dei cittadini, le motivazioni politiche per cui si è costituita, dopo la Seconda Guerra mondiale, un’Alleanza difensiva. Ad aver annusato la deriva fanatizzante, ad Ankara, sembrano essere i principali leader europei. I quali hanno sì confermato la traiettoria di crescita della spesa in difesa dei propri Paesi, ma cercando di emanciparsi, almeno dal punto di vista della postura e della comunicazione, dall’ormai caricaturale Rutte. D’altra parte loro hanno il permanente problema delle elezioni, Rutte non più. Anche Giorgia Meloni ha imboccato una strada più cauta. Non solo per via dei forsennati attacchi di Donald Trump. Ma anche perché consapevole che sull’enfasi bellicista potrebbero giocarsi le prossime elezioni politiche. Alle estreme crescono movimenti che si dichiarano per la pace e contro il riarmo, e non sembrano pagare dazio di fronte all’accusa di essere accondiscendenti verso le autocrazie. Interpretano una istanza delle comunità, sia quelle economicamente più sviluppate sia quelle socialmente più provate. L’ebbrezza di Ankara dunque fa male, può far male a chi chiederà il consenso ai cittadini nei prossimi mesi, in Italia e in Europa. E può far diventare ai limiti dell’impossibile l’impresa di spiegare ai cittadini perché essere meno “scoperti” dal punto di vista degli armamenti sia un interesse nazionale. Se i popoli vedono politici e manager con occhi che brillano dinanzi ai “bilioni”, anche la credibilità di scelte considerate realistiche e pragmatiche può colare a picco. Texano detenuto a Ivrea, Amnesty International: “L’Italia non conceda l’estradizione” di Elisa Forte La Stampa, 9 luglio 2026 Il portavoce di Riccardo Noury: “La contea di Harris ha detto che non chiederà la pena di morte, ma non c’è nessuna garanzia. In 50 anni ci sono state 600 esecuzioni”. Un ingegnere texano evaso con un jet privato, arrestato a Malpensa, oggi rinchiuso in un carcere sovraffollato di Ivrea, in Piemonte. Un ministro della Giustizia (Carlo Nordio) e una Procura generale che danno parere favorevole alla sua estradizione. E lui che ripete, agli avvocati e ai giudici, la stessa frase: “Ho paura di morire”. Il caso di Lee Morgenson Gilley, 39 anni, accusato dell’omicidio della moglie incinta e ora al centro della richiesta di estradizione verso il Texas, riporta al centro del dibattito una domanda che l’Italia si pone da decenni ogni volta che uno dei suoi tribunali deve decidere se consegnare una persona a un Paese dove la pena di morte esiste ancora: quanto valgono le “garanzie” fornite da un procuratore distrettuale, e chi ne risponde se vengono disattese? Ne parliamo con Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, da decenni osservatore delle vicende legate alla pena capitale nel mondo. La contea di Harris dichiara che non chiederà la pena di morte, ma solo l’ergastolo. La stessa pm, però, si rifiuta di firmare una rinuncia formale. Dal punto di vista del diritto internazionale, che valore ha un’assicurazione così? “Zero. E soprattutto dal punto di vista del diritto italiano, che è quello che ci riguarda. Le esecuzioni in Texas dal ‘76 a oggi sono state esattamente 600. E la contea di Harris è una di quelle in cui ne sono state richieste ed eseguite di più”. Seicento è un numero alto? “C’è uno scarto notevole: il secondo Stato in classifica è la Florida, con 134. Su 1.670 esecuzioni in tutti gli Stati Uniti dal ‘76, 600 le ha fatte il Texas. Ecco il contesto in cui va letta la promessa fatta a Gilley”. E questa promessa che cos’è, tecnicamente? “È quella che in gergo si chiama una rassicurazione diplomatica: la procura distrettuale della contea di Harris ha fatto sapere, tramite i diplomatici statunitensi in Italia, che per questo caso specifico non verrà chiesta la pena di morte. Ma la sentenza della Corte costituzionale del ‘96, quella che riguardò Pietro Venezia - un cittadino italiano di cui la Florida chiedeva l’estradizione per omicidio di primo grado - ha detto, in poche parole, che queste rassicurazioni diplomatiche non valgono”. Quella sentenza del 1996 dichiarò incostituzionale la norma che permetteva di estradare verso Paesi con la pena di morte sulla base di “assicurazioni sufficienti”: per la Consulta, contro la pena capitale serve una garanzia assoluta. Tradotto sul caso Gilley? “Quello che conta non è la promessa, è la tipologia del reato. Non dipende dalle promesse fatte, dipende dal reato”. Cioè? “Io il reato di cui è imputato Gilley non so esattamente quale sia, ma se fosse imputato di omicidio aggravato, con premeditazione, non si può escludere la pena capitale. L’unica condizione per rispettare la sentenza del ‘96 è che sia scritto nero su bianco che il reato del quale dovrà rispondere davanti al tribunale del Texas non è un cosiddetto reato capitale. Punto”. Il sistema giudiziario americano prevede che i procuratori distrettuali siano eletti e possano cambiare nel tempo, così come può cambiare la linea dell’accusa in corso di processo. Amnesty ha mai documentato casi in cui rassicurazioni diplomatiche siano poi state disattese? “In Italia, che io ricordi, no. Anche perché quella sentenza del ‘96 ha dichiarato incostituzionale una parte dell’accordo di estradizione tra Italia e Stati Uniti. Ma a livello internazionale sì: come Amnesty lo abbiamo detto più volte, soprattutto dopo l’11 settembre, quando c’erano richieste di estradare verso gli Stati Uniti persone residenti in Paesi terzi. Le assicurazioni diplomatiche non valgono nulla”. Torniamo all’Italia. Il codice vieta l’estradizione se esiste il rischio concreto di condanna a morte. Chi decide, in concreto, che una garanzia è sufficiente? È un giudizio politico, diplomatico o giuridico? “È esattamente questa area d’incertezza che la sentenza Venezia voleva evitare. Qualunque cosa diversa dal fatto che il reato contestato non prevede la pena di morte ha un’aleatorietà che rende la decisione soggettiva e politica. Dei giudici della Corte d’appello di Torino, che a loro volta si affidano alla fiducia che il ministro Nordio ripone nelle assicurazioni ricevute. Tutti a rassicurarsi a vicenda”. E Gilley, nel mezzo? “In concreto, il rischio se lo prende lui. Se non ci dicono che il reato di cui è imputato esclude la pena di morte, qualunque altra cosa lo mette a rischio”. Qui arriva l’obiezione facile: allora Amnesty sta dalla parte degli assassini... “La prevengo io. È una classica situazione in cui è la pena di morte a ostacolare la cooperazione giudiziaria. Basterebbe che dicessero “non è imputato di un reato capitale” e tutto il resto sarebbe legittimo, compresa la condanna all’ergastolo. Perché quando l’ergastolo è l’alternativa alla pena di morte, Amnesty negli Stati Uniti non fa campagna contro l’ergastolo”. E allora cosa possono fare i giudici di Torino? “Avere la certezza che il reato non sia punibile con la pena di morte. I giudici dovrebbero dire: o ci date garanzie che rispettino la sentenza del ‘96, oppure neghiamo l’estradizione”. E se hanno solo le rassicurazioni diplomatiche? “Allora le riteniamo insufficienti. Perché non escludono che il processo prenda un’altra piega”. Un’ultima precisazione, perché altrimenti si equivoca. Voi siete contro l’ergastolo o no? “Distinguiamo. Sulla questione dell’ergastolo, quando non è in alternativa alla pena di morte, l’Italia ha una posizione contraria a quella forma di ergastolo senza possibilità anticipata di uscita. Ma negli Stati Uniti, quando chiediamo la commutazione di una condanna a morte e l’esito è l’ergastolo, non ci opponiamo”. Anche l’ergastolo a vita, senza condizionale? “Anche quello. Se il codice del Texas prevede per quel reato una qualunque pena che escluda la capitale -fosse pure l’ergastolo senza possibilità di uscita anticipata - non ci opporremmo. Sappiamo che è l’alternativa alla pena di morte. Sarebbe assurdo chiedere una commutazione e poi rifiutare l’unica alternativa possibile”.