La politica si preoccupa di carcere, ma per tenerlo nell’invisibilità di Guido Vitiello Il Foglio, 8 luglio 2026 La prigione è il ritratto di Dorian Gray di ogni governo, di ogni comunità politica, di ogni società. La lettera dei detenuti di Opera al presidente Mattarella, al ministro Nordio, al Dap e alla Camera penale di Milano porge all’Italia un ritratto dai lineamenti mostruosi. È ora di guardarlo. Non è vero che la politica si disinteressa del carcere: se ne preoccupa morbosamente, ma per tenerlo nascosto. Forse meglio di me può illustrarlo Oscar Wilde: “Ogni prigione edificata dagli uomini è costruita con i mattoni dell’infamia ed è chiusa con le sbarre per paura che Cristo veda come gli uomini straziano i loro fratelli. Con delle sbarre essi sfigurano la graziosa luna e accecano il buon sole; e bene fanno a nascondere il loro inferno, perché vi accadono cose che non dovrebbero mai esser viste né dal Figlio di Dio né dal Figlio dell’Uomo”. Il poeta che nel 1897 ha scritto queste parole, dopo due anni di prigionia e di lavori forzati, è lo stesso che pochi anni prima, nel 1891, aveva scritto queste altre: “Il ritratto doveva a ogni costo restare nascosto. Non poteva più correre un tale rischio che venisse scoperto. Era stato folle da parte sua lasciare che esso rimanesse, anche solo per un’ora, in una stanza nella quale potevano entrare tanti suoi amici”. L’affanno nell’occultare le brutture agli occhi del mondo accomuna La ballata del carcere di Reading al Ritratto di Dorian Gray. Ebbene, a me sembra che la preoccupazione di mantenere il carcere nell’invisibilità, di allontanare lo sguardo indagatore dei possibili testimoni, di nascondere le quotidiane miserie delle prigioni dietro veli su veli di eufemismi, promesse, elusioni burocratiche, annunci di grandi progetti, rassicurazioni, minimizzazioni, diversioni e aperte menzogne tradisca una consapevolezza profonda. La prigione è il ritratto di Dorian Gray di ogni governo, di ogni comunità politica, di ogni società. E l’estate è il momento in cui il “buon sole” di fuori, alzando la temperatura dell’inferno di dentro, rende sempre più difficile tener tutto nascosto, tanto più che le celle straripanti faticano ad arginare la fiumana dei dannati. La lettera dei detenuti del carcere di Opera al presidente Mattarella, al ministro Nordio, al Dap e alla Camera penale di Milano porge all’Italia un ritratto dai lineamenti mostruosi. E’ ora di guardarlo. “Carcere, emergenza sociale, politica e umana” di Luisa Bove chiesadimilano.it, 8 luglio 2026 Martedì 14 luglio l’Associazione Antogone promuove una giornata nazionale di visite negli istituti di pena per sensibilizzare sulle situazioni anticostituzionali che si vivono al loro interno. L’Italia, la Lombardia e anche Milano si mobilitano per il carcere. L’Associazione Antigone, impegnata nella difesa dei diritti delle persone ristrette, lancia una giornata nazionale di visite negli istituti di pena. Sarà martedì 14 luglio, ma l’Arcivescovo di Milano, per impegni improrogabili, la anticiperà a lunedì 13, recandosi alle 13.30 al carcere minorile Cesare Beccaria (via dei Calchi Taeggi 20, Milano). Obiettivo dell’iniziativa, spiegano gli organizzatori, “è sensibilizzare intorno alla questione penitenziaria, oggi vera e propria emergenza sociale, politica e umana”. Si tratta quindi di accendere i riflettori su una situazione ormai insostenibile per la popolazione detenuta, che oggi vive in condizioni anticostituzionali. Per questo diverse delegazioni si sono costituite coinvolgendo autorità, istituzioni, rappresentanti del mondo della cultura, dell’accademia, della società civile. L’articolo disatteso - Il manifesto di Antigone si ispira all’articolo 27, comma 3, della Costituzione, che insiste sul divieto di trattamenti disumani (“contrari al senso di umanità”) e sulla finalità rieducativa (“le pene devono tendere alla rieducazione del condannato, promuovendone il futuro nella società”). Purtroppo questo articolo è spesso disatteso. Tanto che ben 6 mila persone recluse hanno visto accogliere il loro ricorso alla magistratura per le condizioni non dignitose a causa della mancanza di spazio. Il sovraffollamento medio nelle carceri è pari al 139% (in 66 istituti supera il 150% e in 8 istituti addirittura il 190%). La Casa circondariale di San Vittore ha raggiunto picchi fino al 231%. Tra l’altro, proprio il sovraffollamento è tra le cause che portano le persone al suicidio. La chiusura all’esterno e al volontariato - “Dobbiamo purtroppo constatare che le politiche penali e penitenziarie degli ultimi quattro anni hanno messo in crisi il modello costituzionale - dichiarano da Antigone -. Si sono introdotti nuovi reati inseguendo emergenze inesistenti o non dimostrate, così producendo tassi di affollamento penitenziario intollerabili”. E questo non solo negli istituti per adulti, ma per la prima volta anche in quelli minorili. Gli ultimi decreti hanno imposto una chiusura con l’esterno, impedendo e riducendo la promozione di attività rieducative e socializzanti a favore dei detenuti. Chiudere al volontariato, alla società civile e al territorio non garantisce più sicurezza, ma al contrario, impediscono occasioni di reinserimento sociali che riducono anche la recidiva. Con la giornata del 14 luglio Antigone vuole quindi creare “un’alleanza aperta, inclusiva” per “invertire il senso della rotta repressiva e meramente custodiale”. Per capire e far conoscere ciò che oggi avviene nelle carceri italiane e lombarde “è necessario visitarle come ci ha insegnato uno dei nostri padri costituenti, Piero Calamandrei”. A Milano le delegazioni sono pronte a entrare a San Vittore, Opera e Bollate, nella speranza che questo gesto semplice, ma di grande impatto, possa davvero avviare decisioni e azioni nel rispetto della dignità delle persone, che stanno scontando una pena e non devono essere ulteriormente vessate. Uomini e topi, e cimici. Sul pavimento di una cella del carcere di Sollicciano di Adriano Sofri Il Foglio, 8 luglio 2026 Alle direzioni delle galere toscane è arrivata una circolare che prescrive di riempire tutti gli spazi rintracciabili e, esauriti questi, andando “se necessario anche oltre”. Spazio per fare due passi dal letto al cesso non c’era già prima (se non alzandosi uno alla volta). Ora non ce ne sarà e basta. Il carcere di Sollicciano - cioè di Firenze, città che vanta un corredo invidiabile di edifici dalle più varie destinazioni - ha da tempo scoraggiato le deplorazioni e le maledizioni, per eccitare sofisticati esperimenti dadaisti. Un gruppo di visitatori (i soliti, Lensi, Galli, Bundu, Palagi) ne è uscito l’altro ieri esibendo un sacchetto di cimici catturate - vive e illese, s’intende - dai detenuti, e sottolineandone anche uno specifico interesse entomologico, quanto a dimensioni e temperamento. Era già nota la dimestichezza dei detenuti di Sollicciano coi topi, anch’essi di dimensioni spiccate, anch’essi catturati e imbottigliati per farne dono alle autorità competenti. A Sollicciano la magistratura competente aveva deciso qualche giorno fa che il troppo è troppo, e aveva messo sotto sequestro 7 sezioni, dichiarate invivibili - commento dei detenuti, mai contenti: “Perché, le altre?”. Un certo numero di detenuti dei reparti chiusi - più di un centinaio - è stato trasferito in altre carceri toscane, dove l’affollamento eccedente è già altissimo, sicché non ne sono stati accettati altri. Intanto a Sollicciano arrivavano i nuovi, che non mancano mai. Proprio da Firenze la magistratura di sorveglianza aveva sollevato presso la Corte Costituzionale la questione di legittimità sulla sospensione dell’esecuzione della pena di fronte all’impossibilità di assicurarla nel rispetto della legge. Risposta attesa per la fine di settembre, quando non farà più così caldo. E intanto il Provveditorato regionale dell’Amministrazione penitenziaria ha spedito alle direzioni delle galere toscane una circolare che prescrive di affrontare l’emergenza riempiendo tutti gli spazi rintracciabili e, esauriti questi, andando “se necessario anche oltre, adottando in tali casi ogni iniziativa ritenuta opportuna, compresa, in via estrema per quanto assolutamente provvisoria, la collocazione di brande o materassi a terra”. I materassi a terra come in un accampamento da terremoto sono clamorosamente illegali, violando le condizioni minime che la legge, precisata e confermata da ripetute sentenze europee, impone, pena sanzioni pecuniarie ingenti, che lo Stato italiano si è abituato a sborsare con la stessa disinvoltura con cui inghiotte la vergogna. Della circolare è dolcemente apprezzabile la raccomandazione “in via estrema per quanto assolutamente provvisoria”, anche per la sua versatilità: “In via provvisoria per quanto assolutamente estrema”, “in via assoluta...” e così via. Intendiamoci: i materassi per terra non sono una vera novità, ma la loro prescrizione confessa, ufficiale, lo è. Non so abbastanza da capire se si tratti di una sfida provocatoria alla misura del Gip sui reparti sequestrati, o di un modo di assecondarla raddoppiandone la drammaticità - o un banale eccesso di zelo d’ufficio. Le galere ospitano da tempo costruzioni acrobatiche di letti a castello, cui ora si affiancano i materassi continui sul pavimento - spazio per fare due passi, due alla lettera, dal letto al cesso o viceversa, non c’erano già prima se non alzandosi uno alla volta. Ora non ce ne sarà e basta, abolita l’altezza d’uomo, uguagliata all’altezza di cimice. Considerate se questo è un topo. Il governo, ha detto Nordio, prevede di fare uscire dal carcere “dalle otto alle diecimila persone. Sono numeri che sarebbero una rivoluzione copernicana”. Non dovrebbe dire cose simili. Con questo caldo. Alemanno e il mondo al contrario. Ora faccia sentire la sua voce di David Maria Riboldi* Avvenire, 8 luglio 2026 L’uscita dal carcere e la politica chiamata a misurarsi con una riforma sempre più necessaria. Fa tutto un po’ strano in questa storia di Alemanno, che esce di galera. Il 15 maggio 2025, al convegno “Per un gesto di clemenza” indetto dalla mia cooperativa La Valle di Ezechiele, Ignazio La Russa entrò con passo militare nella Sala Zuccari, si mise su una sedia in prima fila, tirò fuori carta e penna cominciò a scrivere. Non prendeva appunti: scriveva una lettera al suo amico Gianni Alemanno. “Se lo conosco bene, farà il partito dei carcerati”, disse il presidente del Senato. Effettivamente, tutti coloro che si battono per i diritti delle persone detenute hanno esultato per avere inaspettatamente tra le proprie fila un intrepido assertore della sicurezza e della certezza della pena. Intesa come carcere, chiavi e quant’altro. I suoi Diari di cella sono diventati un libro, di cui gli amici di “Nessuno Tocchi Caino” hanno organizzato fior fior di presentazioni: parliamo degli eredi di Pannella: non proprio la sua parte politica. Un podcast, dall’allusivo titolo “Il sindaco di Rebibbia”, con la voce di Luca Bizzarri. Sembrava che… sembrava. Poi l’uscita da Rebibbia. I primi frame dei video descrivono qualcosa di molto comune. Uno che esce con le borse in mano. Quasi come ogni galeotto “liberante”. Certo, non erano le borse da supermercato con il nome a pennarello scritto sopra. Ma fin lì… E poi il bagno di folla, l’acclamazione quasi una star, le televisioni, le radio, l’assieparsi dei microfoni, il gettarsi nelle braccia di chi ha letteralmente dichiarato - mentre lo assoldava nel suo battaglione -: “Chi ha sbagliato deve marcire in galera”; il suo - di Alemanno - goffo tentativo di riparare alla maldestra e intempestiva uscita del generale. Ma soprattutto, quando alla S. Messa in carcere a Busto Arsizio, la domenica dopo, ho detto ai miei: “Ma vi sembra normale che uno esce di galera e la prima sera, anziché stare con la sua famiglia, se ne va a cena con Vannacci?”: non vi dico i commenti. Davvero: il mondo al contrario. Ora, non sappiamo se il Sindaco di Rebibbia incarnerà il ruolo di araldo dei diritti delle persone detenute o se, semplicemente, cercherà quantomeno di dare una mano a quanti hanno condiviso la cella con lui. Se farà il “partito dei carcerati” che, a suo dire, si dichiarano di destra (e non ha fatto una gran pubblicità alla “destra”), oppure no. Certo sappiamo, come ha autorevolmente scritto monsignor Delpini, arcivescovo di Milano, nella prefazione a Fuorilegge, scritto dall’ex cappellano di San Vittore, Roberto Mozzi, che “il carcere è dunque un gemito, una discarica del dolore assurdo”. E più ancora, riesumando un vocabolo che andava di moda qualche decennio fa, dice che “in realtà si deve constatare che il sistema è un fallimento”. Si usa la parola “sistema” quando non si sa a chi dare la colpa di ciò che non va. O si sa, ma sono “i massimi sistemi”, “i piani alti”, “la camera dei bottoni”, “l’establishment”: là dove si decide. O dove si decide di non decidere. Oggi, martedì 7 luglio, alle 18.30 verrà presentato Fuorilegge alla Fondazione Ambrosianeum, a Milano. Una lettura che chi opera in galera sente scorrere agile. O forse no. Perché siamo un po’ troppo cinicamente abituati al pensiero che uno per poter fare una prima telefonata a casa possa metterci un mese. O anche più. Ma non è mica una cosa normale. Siamo troppo abituati al pensiero che il lavoro in carcere sia un premio, dipendente dalla propria condotta anche extra lavorativa. Ma forse così normale non è. Siamo tutti abituati alla presenza di persone i cui bisogni di cura sono così evidenti, che ci fanno esclamare, ogni maledetta volta: “Ma tu che ci fai qui?”. Non è mica normale. E anche tra gli operatori ai più alti livelli dell’Amministrazione spesso si insinua un senso di impotenza verso un’entità indefinita, con cui sembra impossibile lottare. Il sistema. Possiamo guardare a Gianni Alemanno come a un “antisistema”, armato di anni tra i palazzi del potere e le patrie galere? Luca Bizzarri ha qualche dubbio. Forse non serve neanche diventare un “anti”. Servirebbe avere il coraggio politico, nel senso più nobile di questa parola, di fare ciò che serve. Il garante dei diritti dei detenuti, Turrini Vita, ha pronunciato l’oracolo: serve un indulto. Per carità: non basterebbe solo quello. Ma almeno proviamo a metterci in regola noi, prima di mettere in regola gli altri. Non continuiamo a scardinare le persone in galera oltre ogni limite e ogni ragionevolezza. E visto che Alemanno ha dichiarato pubblicamente di aver votato sì all’ultimo indulto del 2006, ci attendiamo davvero faccia sentire la sua voce “colà dove si puote”. *Cappellano del carcere di Busto Arsizio Sorveglianza ed esecuzione: le “sorelle minori” della giustizia di Giuseppe Belcastro* Il Dubbio, 8 luglio 2026 Ne abbiamo provate di strade nel corso di questi anni, con la fronte metallica di chi persegue gli obbiettivi, a qualunque costo, consapevole di giocare partite con capitali altrui di vita, speranze, famiglia, salute. Interlocuzioni, documenti, astensioni, proteste, agitazioni non hanno prodotto risultati commisurati all’impegno. La situazione della esecuzione della pena nel nostro distretto resta, infatti, drammatica. È il dramma delle carceri - luoghi di tale annichilimento della persona e dell’anima che il pallottoliere di quest’anno segna già 33 suicidi - di cui l’opinione pubblica è più consapevole. Ma è anche il dramma, questo molto meno percepito, di un altro luogo della giurisdizione dove il sipario si alza proprio quando il processo finisce e la pena irrogata deve essere eseguita: il Tribunale e gli Uffici di Sorveglianza, dove donne uomini operano con l’obbiettivo di dare concretezza alla lungimirante risocializzazione pensata da madri e padri costituenti come conclusione del cammino esecutivo. Già questa sola riflessione restituisce l’assurdità di non dotare questi Uffici e questo Tribunale del personale necessario a soddisfare una pianta organica, parametrata, peraltro in tempi risalenti, a compiti assai più modesti che oggi. L’assurdità di annegare ogni speranza nell’acquitrino dei numeri: migliaia di istanze già rubricate da decidere e altrettante da ancora da registrare; e dietro a quelle istanze condannati e detenuti in attesa che qualcuno li autorizzi a compiere gesti ordinari nella vita di fuori, come attendere a un evento familiare, sottoporsi ad un controllo sanitario o persino porgere l’ultimo saluto ad un congiunto deceduto; migliaia di donne e uomini in attesa di sapere come dovranno scontare la pena ricevuta, godendo - si fa per dire - di una sorta di libertà provvisoria che domani potrebbe cessare, magari a distanza di anni dalla condanna e di chissà quanto dal fatto-reato, portando dentro persone diverse da quelle che furono condannate. Tutto questo zavorra un sistema prossimo al collasso; a Roma più che altrove, perché il Tribunale capitolino non deve gestire soltanto il carico (anche qui si fa per dire) ordinario della esecuzione penale, ma è pure gravato della competenza nazionale esclusiva sul 41-bis e sui collaboratori di giustizia. Ed è per questo che, forse per la prima volta, la magistratura di sorveglianza, la Camera penale e Ucpi hanno unito le loro voci per chiedere al Ministero di porre fine a questo scempio, integrando le piante organiche e addirittura aggiornandole, perché un settore così imprescindibile della Giustizia penale possa perseguire con effettività gli obbiettivi per cui è stato istituito. Così, il 25 giugno scorso abbiamo condiviso con la Magistratura di Sorveglianza, in testa la Presidente Marina Finiti che una volta di più ha dato prova di sensibilità e concreto impegno, una storica marcia verso il Ministero, registrando però la disponibilità del decisore politico a meri interventi non strutturali e incongrui rispetto alla gravità del problema. È come se non si percepisse, a quelle latitudini, che qualsiasi lodevole intento si infrange su numeri impietosi che vanificano l’impegno e la sensibilità dei magistrati di sorveglianza del distretto, degli avvocati e del personale amministrativo e impediscono al sistema di funzionare, imponendogli la deriva contro la volontà dei suoi operatori. Sono i presidenti dei maggiori tribunali di sorveglianza, del resto, ad aver denunciato pochi giorni addietro al Presidente della Repubblica il rischio di “compromettere l’effettività della funzione giurisdizionale”, richiedendo “un intervento non più rinviabile, indispensabile per garantire il corretto funzionamento di uffici che costituiscono un essenziale presidio di legalità e di tutela dei diritti fondamentali”. Per questo le Camere penali dell’intero distretto hanno deliberato l’astensione dalle udienze per il 15 luglio: il lavoro più strenuo dell’avvocatura e della magistratura di sorveglianza non possono nulla se ci si ostina a trattare un’emergenza come un fatto ordinario, ramazzando la polvere sotto il tappeto. Certo, nelle pieghe del sistema, si annidano condotte disfunzionali o scarsamente produttive che nella situazione generale possono addirittura trovare un alibi; e anche di questo l’avvocatura si fa carico, denunciando in maniera cristallina, come ha fatto a capofila la Camera penale di Velletri, specifiche e intollerabili circostanze. Ma generalizzare il giudizio sarebbe cura peggiore del male. Gli obbiettivi che gli operatori del diritto nel distretto si sono posti esigono lucidità tanto sono alti e irrinunciabili. E sono tanto alti che solo un fronte comune rende concreta la speranza di successo. *Presidente Camera penale di Roma La formazione di magistrati autonomi non può essere campo di conquista politica di Marcello Basilico Il Dubbio, 8 luglio 2026 Istituendo la Scuola superiore della magistratura nel 2006, il legislatore la volle dotata di “autonomia organizzativa, funzionale e gestionale, negoziale e contabile”. Lo ribadisce il suo statuto e non poteva essere altrimenti: essa, infatti, concorre alla crescita professionale dell’ordine giudiziario, autonomo e indipendente per Costituzione. Infatti, sino ad allora essa era affidata al Csm stesso. Espressione dell’autonomia della Scuola è stata il conferimento della sua direzione, storicamente, a un presidente emerito della Corte costituzionale, figura super partes per rango istituzionale e statura giuridica. Vi si sono succeduti Valerio Onida, Gaetano Silvestri, Giorgio Lattanzi, fino a Silvana Sciarra. A nominarli nel comitato direttivo della Scuola sono stati volta per volta il Csm o il Ministro, tra i componenti che essi devono rispettivamente designare; a votarli come presidenti è stato, sempre all’unanimità (a quanto consta) il direttivo stesso. Ciò ha contribuito - insieme con lo spessore delle opzioni valoriali che hanno generato una formazione ampia, aggiornata e qualificata - ad accreditare la Scuola come un’interlocutrice autorevole con altre istituzioni nazionali e internazionali. La prassi è mutata, come è noto, nel marzo scorso, quando il comitato direttivo ha compiuto a maggioranza una rotazione inconsueta della presidenza, nominando il professore Mauro Paladini al posto di Sciarra. Artefici del ribaltone sono stati i componenti nominati dal ministro Nordio, sostenuti da una sola togata: la stessa maggioranza, nel corso di questo primo biennio del nuovo direttivo della Scuola, si era contrapposta alla presidente Sciarra e agli altri magistrati in alcune soluzioni organizzative o nel contrastare la pubblicazione dei verbali delle sedute di comitato, tuttora inaccessibili. Ricordiamo ancora la dichiarazione di una esponente di questa compagine che, a proposito della pubblicazione dei verbali, dichiarò di non capire “a chi la Scuola debba giustificare le proprie scelte”. Tuttora non è reso noto, perciò, perché la Scuola superiore abbia rinunciato, per la prima volta, a essere rappresentata dalla sua figura più prestigiosa né le ragioni di tutte le sue scelte più rilevanti. Ciò che pertanto rimane a oggi in evidenza è soltanto la contrapposizione interna al comitato tra due componenti: quella riferibile, in assoluta prevalenza, allo schieramento di nomina ministeriale e quella dei magistrati. Mai come in questa situazione occorrerebbe dunque quella trasparenza richiesta all’azione di ogni amministrazione pubblica, tanto più di alto rilievo istituzionale, perché i motivi delle divergenze vengano resi conoscibili. In mancanza, i magistrati non possono che essere preoccupati. A dirigere la Scuola vi è ora l’autore di una precisa scelta di campo politica - ribadita ancora pochi giorni prima di subentrare nella presidenza - quando lanciò un appello per il sì alla riforma Nordio per superare logiche di “appartenenza” che oggi guiderebbero il Consiglio nelle decisioni per “gli avanzamenti di carriera”. Quell’episodio segna un forte punto di discontinuità col passato e rende evidenti le ragioni di una presidenza affidata sempre a ex presidenti della Consulta. Siamo, infatti, su un piano di allineamento all’Esecutivo da cui la formazione dei magistrati non andrebbe sfiorata. È un piano, peraltro, già conosciuto. Nei lavori del Consiglio superiore della magistratura abbiamo assistito negli anni recenti al tentativo di riscrittura, da parte della componente laica espressiva della maggioranza governativa, di pareri o di linee guida rivolte alla Scuola, per rimuovere dal testo la parola “cultura”: un’operazione motivata teorizzando il fatto che la formazione dovrebbe trasmettere ai magistrati conoscenze di natura solo tecnico-professionale. Il modello, ciclicamente in auge, è quello che assimila l’interpretazione della legge a una sorta di equazione matematica (presto affidabile all’intelligenza artificiale). Mai come in questo momento storico i richiami della politica all’ossequio dei giudici verso le scelte governative sono stati incalzanti, non solo in Italia. Ma non è quello, evidentemente, il modello del giudice costituzionale. Esso vede invece la massima garanzia per la tutela dei diritti dei cittadini in una giurisdizione diffusa, espressiva di tesi giuridiche e visioni sociali diverse. Da qui l’esigenza di una formazione plurale dei magistrati, in un confronto costante con avvocatura, accademia, professionisti delle altre scienze, coi portatori dei più diversi interessi sociali. Non receda la Scuola da questa vocazione. “Chi conosce solo il diritto non conosce nemmeno il diritto”, ripeterebbe ancora Francesco Carnelutti. Uno Bianca, Roberto Savi trasferito da Bollate a Ferrara dopo l’intervista in tv di Giuseppe Baldessarro La Repubblica, 8 luglio 2026 La decisione dopo la richiesta della procura di Bologna che ha voluto mandare un segnale. Indagini su altri complici. Roberto Savi è detenuto nel carcere di Ferrara. Il trasferimento da Bollate sarebbe stato deciso dopo una richiesta della procura di Bologna, a seguito dell’intervista rilasciata a Francesca Fagnani per la trasmissione di Rai2 “Belve crime”. E dell’interrogatorio dei pm durante il quale si è avvalso della facoltà di non rispondere. Comportamenti che confliggono, rispetto ai quali i magistrati bolognesi hanno voluto lanciare un segnale. Il capo della banda della Uno Bianca a inizio maggio scorso aveva deciso di rompere il silenzio dopo 32 anni. E durante l’intervista aveva lasciato intendere che dietro alcuni dei delitti della banda che ha seminato terrore e morte (24 le vittime e 102 feriti) tra il 1987 e il 1994 in Emilia-Romagna e nelle Marche, ci fosse “la manina” dei servizi segreti. O comunque di alcuni apparati deviati dello Stato. Una tesi sostenuta soprattutto per gli omicidi nell’armeria di via Volturno, a Bologna, il 2 maggio del 1991, in cui furono uccisi la titolare Licia Ansaloni e il suo collaboratore, l’ex carabiniere Pietro Capolungo. A questo proposito negò si trattasse di una rapina (“Ma va là, la rapina… Chi va a rapinare pistole? Non avevamo nient’altro che pistole in quella casa”), aggiungendo come il motivo fosse in realtà legato al ruolo dell’ex esponente delle forze dell’ordine (“Capolungo era ex dei servizi particolari dei Carabinieri. Volevano una scusa per farlo fuori”). Accusa che ha riacceso le polemiche. Nel racconto di Savi i riferimenti alle coperture di cui la banda godeva erano stati diversi. E, per alcuni aspetti, si tratta della tesi sostenuta dai legali dell’associazione dei familiari delle vittime, gli avvocati Alessandro Gamberini e Luca Moser, in un esposto grazie al quale la procura ha deciso di riaprire le indagini sui crimini della banda. Roberto Savi era un agente in servizio effettivo alla squadra volanti della polizia di Bologna. E in questura fu arrestato il 22 novembre del 1994. Nei giorni successivi vennero arrestati anche gli altri componenti della banda, i due fratelli di Roberto, Fabio e Alberto, anche lui poliziotto ma a Rimini. E a seguire gli altri componenti, i tre poliziotti, Marino Occhipinti, Pietro Gugliotta e Luca Vallicelli. Nel 1996 Roberto Savi e i fratelli furono condannati all’ergastolo. A giugno sia Roberto che Fabio Savi hanno incontrato i magistrati bolognesi andati a Bollate per sentirli come persone indagate “in reato connesso”. L’inchiesta punta a scoprire, più che i legami con i servizi, l’identità di altri componenti o complici della banda. Ma il procuratore capo Paolo Guido e la procuratrice aggiunta Lucia Russo alla casa circondariale si sono fermati soltanto per due ore: Roberto, considerato a capo della banda, si è avvalso della facoltà di non rispondere, mentre a rispondere, ma solo ad alcune domande, è stato il fratello Fabio che tuttavia ha negato qualsiasi copertura da parte di apparati dello Stato. Prescritti Curcio e Moretti dopo più di mezzo secolo di Mario Di Vito Il Manifesto, 8 luglio 2026 Processo sulla Cascina Spiotta. Condannato a 6 anni solo Lauro Azzolini, pena di fatto già scontata. Cinquantuno anni dopo i fatti - e cinque anni dopo la riapertura dell’indagine - il processo di Alessandria per i fatti della Cascina Spiotta è finito con un sostanziale nulla di fatto: sei anni di condanna per Lauro Azzolini, non luogo a procedere per intervenuta prescrizione per Mario Moretti e Renato Curcio. La procura aveva chiesto ventuno anni per il primo e l’ergastolo per gli altri due. “L’impianto accusatorio è uscito sconfessato”, ha commentato a caldo dell’avvocato Francesco Romeo, che ha difeso Moretti. Durante il dibattimento l’accusa aveva cercato di dimostrare il coinvolgimento dei capi storici delle Brigate Rosse nella sparatoria del 5 giugno 1975 in cui morirono Mara Cagol e il carabiniere Giovanni D’Alfonso, ma, in cinque ore di camera di consiglio, i due giudici togati e i sei popolari hanno raggiunto una decisione che nega alla radice l’ipotesi: il loro concorso non fu morale, dunque diretto, come proponevano i pm, ma anomalo. “Moretti non ha avuto alcun ruolo nella vicenda e non ha mai voluto la morte di D’Alfonso. Noi pensiamo che c’erano le condizioni per un’assoluzione piena. Ma questo è comunque un passo verso la chiusura di quella stagione”, ha detto ancora Romeo. Diverso il ruolo di Azzolini, che all’inizio del processo si era presentato in aula e aveva dichiarato che il secondo brigatista presente sul luogo della sparatoria e fuggito nelle campagne intorno ad Acqui Terme era lui, chiarendo definitivamente un mistero che per decenni aveva scatenato complottismi di ogni risma. I sei anni sentenziati ad Alessandria sono in continuazione con la prima sentenza sul sequestro e l’omicidio di Aldo Moro e degli agenti della sua scorta in via Fani, quella del 24 gennaio del 1983 che inflisse 32 ergastoli e 316 anni di condanne nei confronti di 63 imputati, tra i quali anche Azzolini. Questo vuol dire che la pena comminata ieri è da considerarsi già scontata. “Sono qui nella mia Reggio Emilia che mi vide allora lì presente, giovane maglietta a strisce, ricordare i 5 compagni uccisi dal governo Dc-Msi Tambroni-Almirante in quel giorno di lotta partigiana non solo antifascista”, ha fatto sapere ieri mattina l’83enne Azzolini dalla cerimonia di commemorazione dell’eccidio del 7 luglio 1960. Soddisfazione è stata espressa anche da Bruno D’Alfonso, figlio del carabiniere morto alla Cascina Spiotta. A lui spetterà anche una provvisionale da 10mila euro (la stessa cifra andrà alla madre e ad altri parenti) oltre al pagamento delle spese processuali da parte dell’unico condannato. “La giustizia è venuta fuori - ha detto ai cronisti -. Io cercavo una responsabilità e quindi una condanna conseguente alla responsabilità. È questo c’è stato. Mi aspettavo qualcosina di più, ma l’importante è che si sia arrivati a individuare le responsabilità”. Per Bruno Brigida, avvocato della famiglia D’Alfonso, “la sentenza, dopo cinquant’anni, era quella umanamente esigibile”. Se la procura, le cui richieste sono uscite fortemente ridimensionate dalla sentenza, presenterà o meno appello si saprà dopo l’uscita delle motivazioni. Umbria. Materassi a terra nelle celle, il Garante Caforio denuncia il collasso delle carceri quotidianodellumbria.it, 8 luglio 2026 Il Garante dei detenuti dell’Umbria denuncia un sistema penitenziario “al limite dell’inciviltà giuridica e umana” e chiede un intervento urgente contro sovraffollamento e carenza di personale. “Il sistema carcerario sta implodendo e ha raggiunto livelli di inciviltà giuridica e umana incredibili”. È la denuncia del Garante dei detenuti della Regione Umbria, l’avvocato Giuseppe Caforio, che interviene commentando una circolare del Provveditorato regionale dell’Amministrazione penitenziaria della Toscana inviata alle direzioni degli istituti penitenziari del distretto. Nel documento, datato 30 giugno 2026, il Provveditorato richiama le direzioni a garantire comunque l’accettazione delle persone arrestate o fermate accompagnate dalle forze dell’ordine, nonostante il grave sovraffollamento degli istituti, aggravato anche dalla chiusura di sette sezioni del carcere di Firenze Sollicciano. Per raggiungere questo obiettivo viene indicato di utilizzare tutti gli spazi disponibili e, “in via estrema” e “assolutamente provvisoria”, anche la collocazione di brande o materassi a terra. Per Caforio, però, la direttiva fotografa una situazione ormai fuori controllo. “A fronte di un sovraffollamento ormai abnorme e di una carenza di personale più volte ribadita - afferma - il sistema carcerario non trova altra soluzione che legittimare ciò che è illegittimo, ordinando la collocazione dei detenuti su materassi e brande da porre per terra, andando a saturare anche quegli spazi già esigui e già fuori legge di cui i detenuti devono poter godere secondo quanto stabilito dalla stessa Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza Torreggiani”. Il Garante sottolinea che “un sistema che legittima la collocazione per terra dei detenuti fino a saturare interamente celle già sovraffollate dimostra tutta la gravità della situazione”. Da qui l’appello alle istituzioni. “Come Garante dei detenuti - conclude Caforio - non posso che denunciare questa ennesima violazione, che sta determinando fortissima agitazione all’interno delle carceri da parte della stessa amministrazione penitenziaria decentrata, degli organi di polizia penitenziaria e dei detenuti”. Firenze. Sollicciano, carcere degli orrori. Le carte inedite: 446 reclami dei detenuti di Pietro Mecarozzi La Nazione, 8 luglio 2026 La procura sta cercando di individuare i responsabili delle condotte ai danni di agenti, medici e reclusi impiegati dall’amministrazione. Il gip: “Ambienti (sequestrati) sporchi e insalubri”. Ben 446 reclami presentati da altrettanti detenuti al tribunale di sorveglianza di Firenze nell’arco di tre anni. Sette suicidi dal 2023 a febbraio 2026 e 195 tentati suicidi nello stesso periodo. Sono solo alcuni dei preoccupanti dati che, insieme a testimonianze, documenti e sopralluoghi, fotografano nelle carte dell’inchiesta della procura di Firenze la situazione horror di Sollicciano. Nell’ordinanza del gip Alessandro Moneti di fine maggio - di cui la procuratrice capo Rosa Volpe ha negato la diffusione ai giornalisti - viene ripercorsa la (triste) storia del penitenziario fiorentino e le condizioni disastrose in cui versa attualmente l’istituto. Muffa, cimici, topi e infiltrazioni hanno portato al sequestro preventivo di 7 sezioni e al trasferimento (ancora in corso) di oltre 200 detenuti. Ieri, intanto, si è tenuta l’udienza davanti al tribunale del Riesame: il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) ha impugnato il sequestro preventivo perché, stando a quanto emerso in aula, le celle sono “possono essere considerate luogo di lavoro”. L’inchiesta coordinata dalla pm Christine Von Borries, ipotizza nello specifico reati legati alla violazione delle norme sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro: i locali di Sollicciano, si legge nell’ordinanza, “si presentano sporchi, insalubri e in pessime condizioni igieniche, con tracce di incendio, umidità e infiltrazioni e la presenza di animali infestanti”, quindi “non conformi” alle norme in essere per i luoghi di lavoro (in questo caso di polizia penitenziaria, medici, infermieri, e detenuti lavoratori). Le indagini sono ancora in corso e rimangono a carico di ignoti: stando a quanto trapela, gli inquirenti stanno cercando di individuare il datore di lavoro. Le attenzioni di chi indaga potrebbero ricadere sui vertici del Dap, su quelli del Provveditorato Regionale che ha in gestione i penitenziari, e perfino su chi dirige oggi Sollicciano. Il giudice si è riservato e deciderà nei prossimi giorni. C’è poi la questione dei fondi. Tra celle con “fili elettrici scoperti a vista”, quadri elettrici “privi di coperchio”, distacchi di intonaco e “perdite di acqua nei wc”, il datore di lavoro, per gli inquirenti, ha “omesso di destinare somme che consentissero di effettuare i lavori”. Ignorando non solo le contestazioni di vigili del fuoco e Asl formulate dopo ogni sopralluogo, ma anche gli ordini impartiti dai giudici che nel tempo hanno accolto le istanze dei detenuti. Quanto al sovraffollamento: tra posti letto regolamentari e posti letto effettivi - ovvero quelli presenti all’interno delle singole camere per fronteggiare “l’atavico stato di sovraffollamento” - la percentuale di affollamento si attesta sul 160%: con 366 posti per 581 detenuti. Di questi, almeno 150 “lavorano alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria”, e per loro, scrive il giudice, “non è garantita la sicurezza chiesta dal legislatore”. In quanto ogni giorno che passa “implica l’esposizione a una situazione di insalubrità e di pericolo per la propria incolumità fisica” di poliziotti e detenuti. Nel frattempo, a soffiare sulle ceneri della polemica ci ha pensato la direttiva interna del Provveditorato regionale, che ha disposto che gli istituti utilizzino “tutti gli spazi disponibili fino al raggiungimento del limite indicato, e se necessario anche oltre, adottando in tali casi ogni iniziativa ritenuta opportuna, compresa la collocazione di brande o materassi a terra”. “Dopo l’ultima visita a Sollicciano ci rendiamo conto che c’è un fortissimo senso di disorientamento - commenta Dmitrij Palagi di Sinistra Progetto Comune -. Ai problemi già noti che hanno portato ai sigilli di alcune sezioni si aggiunge una totale assenza della politica: non è chiaro chi coordina, chi decide, quali sono le alternative a un sistema contrario a qualsiasi principio. Comune, Regione e Governo non possono giocare allo scaricabarile. Serve portare fuori da Sollicciano chiunque può avere accesso a percorsi alternativi, a cui non accede solo per ostacoli sociali. La scossa che arriva dai tribunali deve riguardare la politica, senza essere scaricata su popolazione detenuta e polizia penitenziaria, o il resto del personale che ci lavora”. Bologna. Il carcere è senza acqua e divampa la protesta di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 8 luglio 2026 Per due sere di fila, la Casa circondariale di Bologna è rimasta senza acqua e i detenuti hanno rifiutato di rientrare nelle celle. In alcune sezioni sono stati appiccati piccoli incendi, altri reclusi si sono barricati per protesta e solo dopo ore di mediazione della polizia penitenziaria la situazione è tornata sotto controllo. A raccontarlo sono tutte le organizzazioni sindacali del corpo, che hanno scritto alla direzione dell’istituto e al provveditorato per chiedere interventi urgenti. Il documento porta la firma congiunta di Sappe, Sinappe, Osapp, Uil, Fns Cisl, Con.Si.Pe, Cnpp/S.pp e Fp Cgil, ed è indirizzato alla dirigente Rosa Casella e, per conoscenza, al provveditore Silvio Di Gregorio. Lo stesso testo è circolato come comunicato stampa e come lettera protocollata sulle gravi criticità dell’istituto. Le sigle denunciano “la totale assenza di condizioni adeguate di vivibilità” per chi è detenuto e per il personale accasermato, cioè gli agenti che alloggiano nella caserma annessa al carcere, oltre a condizioni di lavoro che definiscono precarie e rischiose. Il fronte, insomma, è doppio: riguarda i reclusi e chi dovrebbe sorvegliarli. La sera del 29 giugno, mentre un temporale portava un po’ di sollievo alla città, dentro l’istituto il clima era diventato, si legge nel comunicato, “letteralmente rovente”. La mancanza d’acqua, comparsa prima al terzo piano del reparto giudiziario, si è allargata a tutto il carcere. In diverse sezioni i reclusi hanno rifiutato di rientrare nelle camere di pernottamento. A quella tensione già alta si è aggiunto l’incendio di alcune suppellettili. Solo verso le due del mattino, dopo un lavoro di mediazione che ha richiesto anche il richiamo di personale libero dal servizio, il trattenimento di molti agenti in straordinario e ogni accorgimento utile a evitare che la situazione degenerasse, è stato possibile riportare quella che il testo chiama “una parvenza di normalità”. La sera dopo, il 30 giugno, la scena si è ripetuta con il medesimo copione. I detenuti del terzo piano, barricati nella sezione per protesta, hanno accettato di rientrare nelle celle solo intorno alla mezzanotte, dopo svariate ore di confronto. Situazioni che, avvertono le sigle, portano a un inevitabile aumento della tensione tra i reclusi, con il concreto rischio di nuovi episodi di disordine all’interno dell’istituto. Un guasto che torna ogni estate - Il punto, spiegano le organizzazioni, è che non si tratta di un episodio isolato. La cattiva distribuzione dell’acqua al terzo piano del reparto giudiziario viene descritta come “una criticità storica alla quale non si riesce a porre rimedio”. Per risolverla davvero servirebbero interventi strutturali che, con ogni probabilità, imporrebbero anche la chiusura parziale dell’istituto. Ogni estate la stessa storia, senza che sia mai stato fatto un lavoro risolutivo. E ogni estate, il caldo si fa sempre più duro. Nel comunicato si richiama anche il garante delle persone private della libertà personale, secondo cui le condizioni di vivibilità della Dozza peggiorano di giorno in giorno per via di un sovraffollamento cronico, aggravato da problemi strutturali ormai annosi che, scrivono i sindacati, non vengono affrontati con la necessaria determinazione da parte dell’amministrazione. I sindacati puntano il dito contro quella che chiamano l’inerzia dell’amministrazione anche su alcune presenze che considerano destabilizzanti: una detenuta destinataria di un provvedimento di allontanamento dal reparto femminile che, per un cavillo imposto dal provveditorato, resta comunque nell’istituto; il reparto infermeria usato per lunghi periodi come collocazione di reclusi particolarmente problematici, che generano continue difficoltà operative e nuove tensioni; un detenuto del primo piano del reparto giudiziario ritenuto responsabile di tentate aggressioni e minacce ripetute verso gli agenti. C’è poi la condizione di chi lavora. Il personale, si legge, avverte un “crescente senso di abbandono”: nonostante il grande spirito di sacrificio e l’elevata professionalità mostrata ogni giorno, gli operatori si sentono spesso incolpati per fatti che nascono da problemi organizzativi noti da tempo. E per la carenza d’acqua, al termine di turni pesantissimi segnati dalle temperature elevate e da molte ore di straordinario, non riescono nemmeno a farsi una doccia prima di tornare a casa alla fine del servizio. Da Milano alla Toscana: stessa emergenza - Quello dell’acqua che non arriva ai piani alti non è un problema solo bolognese. A Milano Opera, come riportato ieri da Il Dubbio, l’avvocata Roberta Zarcone ha scritto al presidente Mattarella, al ministro Nordio e al Dap per denunciare le condizioni del quarto piano del secondo reparto. Un solo medico per tutto l’istituto, detenuti che arrivano ai colloqui con le magliette fradicie di sudore e con malori, e un impianto idraulico che non porta l’acqua fino al piano dove sono ristretti. Per far fronte alla mancanza il personale ha dovuto chiedere alla Croce Rossa seicento bottiglie, poi usate anche per l’igiene personale. Nella missiva la legale parla di condizioni “inumane e degradanti”. Molti dei suoi assistiti hanno pene sotto i sei anni e avrebbero i requisiti per chiedere l’affidamento terapeutico territoriale, ma le udienze arrivano a mesi di distanza dalle richieste: un ritardo che, secondo lei, trasforma la detenzione in una “tortura”. La stessa acqua che a Bologna non arriva al terzo piano, a Opera non sale fino al quarto. Sullo sfondo c’è il dato che tiene insieme queste storie. Secondo il monitoraggio quotidiano di sovraffollamentocarcerario.it, che rielabora le schede del ministero della Giustizia e calcola l’affollamento sui posti davvero agibili, al 5 luglio nelle carceri italiane ci sono 64.816 detenuti a fronte di 51.185 posti regolamentari, di cui però 4.829 non agibili. I posti che restano davvero utilizzabili scendono così a 46.356, e il tasso reale sale a un valore vicino al 140 per cento. A Bologna la situazione è ben peggiore della media: 843 reclusi per 470 posti effettivi, cioè un affollamento che supera il 179 per cento. Anche calcolato sui 505 posti previsti sulla carta il tasso resta sopra il 166, e a completare il quadro c’è una carenza di polizia penitenziaria di oltre cento unità rispetto all’organico previsto. A Milano Opera i detenuti sono 1.376 su poco più di 900 posti, mentre a San Vittore si arriva al 220 per cento e nella sezione femminile si sfiora il 236. In questo quadro si inserisce anche la circolare del provveditorato toscano che, davanti al caldo e agli spazi insufficienti, ha di fatto autorizzato i materassi a terra come soluzione temporanea. Un modo per ammettere, nero su bianco, che i posti letto veri non bastano. Le sigle bolognesi, intanto, chiedono interventi immediati all’amministrazione e a tutte le autorità competenti, per restituire condizioni di vita dignitose ai detenuti e condizioni di lavoro più sicure e sostenibili a chi in quelle sezioni ci passa le giornate e le notti. Perché, avvertono, senza un intervento vero, l’estate prossima la stessa storia si ripeterà ancora, con lo stesso copione delle notti del 29 e del 30 giugno di quest’anno. Se non peggio. Roma. La Garante dei detenuti Calderone: “Non possiamo più parlare di emergenza” romasette.it, 8 luglio 2026 Presentata in Campidoglio la relazione annuale della Garante di Roma Capitale. Le priorità: salute, lavoro, abitare, condizioni materiali degli istituti e tutela delle persone più vulnerabili. “Non possiamo più parlare di emergenza. Dobbiamo affrontare i problemi del carcere per quello che sono: fenomeni strutturali”. Lo ha detto la Garante delle persone private della libertà personale di Roma Capitale Valentina Calderone presentando ieri, 6 luglio, in Campidoglio la Relazione annuale 2025. Il risultato è un quadro che conferma “profonde criticità all’interno degli istituti penitenziari della Capitale: dal sovraffollamento alle difficoltà di accesso ai diritti fondamentali fino al drammatico aumento dei tentativi di suicidio”, evidenziano dal Campidoglio. La Garante individua le priorità su cui proseguire l’impegno: salute, lavoro, abitare, condizioni materiali degli istituti e tutela delle persone più vulnerabili. E richiama l’importanza di rafforzare la collaborazione tra Roma Capitale, amministrazione penitenziaria, magistratura di sorveglianza, servizio sanitario, Regione Lazio, Terzo settore, università e mondo produttivo. Proprio il sindaco Roberto Gualtieri ha ricordato l’aumento degli “eventi critici” registrati nell’ultimo anno: 5.028, il triplo rispetto all’anno precedente. “Sono raddoppiati i tentativi di suicidio e, sul fronte del sovraffollamento, i numeri restano drammatici - ha affermato -. L’aumento delle temperature nei mesi estivi rende le condizioni ancora più insostenibili. Il governo ha varato un piano da 750 milioni di euro con 60 interventi per creare circa 10 mila nuovi posti detentivi. È positivo che ci siano investimenti e un impegno concreto, ma non basta: serve garantire l’accesso ai diritti fondamentali”. Tra questi, quello alla salute. Basti pensare che nel sistema delle carceri romane lo scorso anno oltre la metà delle visite specialistiche esterne è stata annullata per la mancanza di personale di scorta della Polizia penitenziaria. “A questo si aggiungono il problema delle malattie trasmissibili e quello delle persone con dipendenze da sostanze o con diagnosi riconducibili alla salute mentale. I dati - sono ancora le parole del primo cittadino - confermano che la tutela della dignità e del benessere delle persone private della libertà a Roma, come nel resto del Paese, resta una sfida aperta. Il carcere non è un mondo a parte: è il luogo in cui si misura la capacità delle istituzioni di attuare le norme, garantire sicurezza, qualità democratica e credibilità del sistema”. Oltre alla “grave questione” delle visite mediche esterne, ha dichiarato la Garante, “abbiamo registrato una significativa carenza di organico della Polizia penitenziaria anche nella gestione ordinaria degli istituti. A Rebibbia Nuovo complesso su 940 unità previste sono presenti appena 434 agenti, meno della metà. Anche l’Istituto penale per i minorenni di Casal del Marmo si trova ad affrontare criticità evidenti: aumentano i ragazzi presenti, crescono le difficoltà nella partecipazione alle attività educative e il personale di Polizia penitenziaria, proveniente dagli istituti per adulti, spesso non è formato per il lavoro specifico con i minori”. Condizioni, queste, che “alimentano inevitabilmente le tensioni, come dimostra il numero degli eventi critici”. Dalla Relazione emergono inoltre i dati sul Cpr di Ponte Galeria: delle 1.203 persone entrate nel 2025, ne sono state rimpatriate 165, pari al 13,7% del totale, mentre le uscite per mancata convalida da parte del Tribunale o del Giudice di pace sono state 716, vale a dire oltre il 60%. “Numeri che ci obbligano a riflettere sull’efficacia di un sistema che trattiene persone che non hanno commesso alcun reato, privandole della libertà personale per ragioni amministrative”, ha rilevato Calderone, evidenziando che “la Relazione presentata oggi non è soltanto un bilancio ma uno strumento di lavoro condiviso per continuare a costruire una Roma più giusta, più inclusiva e, proprio per questo, più sicura”. Roma Capitale, da parte sua, negli ultimi anni “ha rafforzato il proprio impegno con interventi strutturali e mirati”, rivendicano dal Campidoglio. Tra questi, la sottoscrizione di un protocollo per favorire la formazione professionale all’interno degli istituti penitenziari; un protocollo con il Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria per mettere a sistema tutti i servizi del Campidoglio destinati alle persone private della libertà; iniziative per promuovere la tutela dei diritti e della salute psicofisica di chi vive in carcere, con particolare attenzione alle donne e alle persone LGBTQ+. A questi si aggiungono il sostegno ai progetti della “Casa di Leda” per le mamme detenute con figli e l’inaugurazione, nella Casa Circondariale di Rebibbia, insieme alla Fondazione Santo Versace, dello spazio “Abbracci in Libertà”, che consente ai papà detenuti di incontrare i propri figli in un ambiente dedicato. Genova. In carcere a 98 anni, il triste record di Marassi di Dario Freccero Il Secolo XIX, 8 luglio 2026 “Un uomo di questa età, oltretutto ferito, non può stare qui. È una follia”. L’anziano di Savona che lunedì ha tentato di uccidere la moglie malata, e poi di farla finito lui stesso (doppio intento fallito), è ricoverato nella quarta Sezione. Ci sono primati di cui si farebbe volentieri a meno. Da poche ore il carcere genovese di Marassi ne ha uno nuovo, tristissimo: ha varcato i pesanti cancelli della struttura un detenuto di ben 98 anni. Anzi, ne compirà tra poco 99. È l’anziano di Savona che poche ore, al culmine della disperazione per non riuscire più a vedere un futuro possibile, ha imbracciato il suo fucile e sparato all’anziana moglie malata tentando poi di togliersi la vita lui stesso (non è riuscito in nessuno dei due intenti). Una notizia che lascia l’amaro in bocca e fa riflettere, non solo per l’età anagrafica dell’uomo, ma per il peso della tragedia umana che l’ha portato fin lì. La cronaca di una disperazione - Parliamo appunto del protagonista del dramma familiare andato in scena lunedì mattina a Savona, in via Mongrifone, sopra la stazione ferroviaria. Una vicenda che trasuda disperazione da ogni dettaglio. L’anziano ha impugnato un’arma e fatto fuoco contro la moglie, gravemente malata. Convinto di aver messo fine alle sofferenze della donna, ha preso un coltello e tentato di farla finita anche lui. Il piano tragico è fallito su tutti i fronti. Nessuno dei due è morto. Entrambi sono sopravvissuti a quello che doveva essere un omicidio-suicidio. Da marito disperato a detenuto record - Ora, però, la realtà bussa alla porta e presenta un conto che ha dell’incredibile. Con un’accusa pesantissima sulle spalle, per l’uomo si sono spalancate le porte di Marassi. Un carcere già noto per le sue croniche difficoltà strutturali e di sovraffollamento si ritrova oggi a dover gestire un uomo nato quasi un secolo fa. Non ci sono dubbi sulla gravità del reato, ovviamente. Il codice penale non va in pensione. Ma l’immagine di un centenario dietro le sbarre solleva un enorme punto interrogativo: il nostro sistema penitenziario è davvero il luogo adatto per assorbire l’urto di drammi così estremi? Al momento è ricoverato nel centro medico della quarta sezione, è in attesa dell’interrogatorio di convalida dell’arresto che si svolgerà mercoledì 8 luglio. La denuncia della polizia penitenziaria - A renderlo noto è il segretario della UIL FP Polizia Penitenziaria, Fabio Pagani. “Si tratta di un dramma familiare che, al tempo stesso, consegna alle cronache un dato senza precedenti: appunto un uomo di quasi 99 anni che varca la soglia del carcere potrebbe rappresentare un record storico. L’ultimo caso analogo di cui si abbia notizia riguarderebbe un detenuto di 94 anni presso il carcere di Firenze Sollicciano - dichiara Pagani - Stiamo parlando di una persona che necessita di assistenza geriatrica, cure e supporto, più che del rigore di una cella” le sue parole”. La situazione insostenibile di Marassi - Il sindacalista evidenzia come la Casa Circondariale di Genova Marassi ospiti attualmente 670 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 535 posti, confermandosi, suo malgrado, un istituto dei record in negativo. “Dalla rivolta del 4 giugno 2025 alle ripetute aggressioni ai danni del personale di Polizia Penitenziaria, fino alla cronica carenza di organico e ai ritardi nel pagamento di missioni e dei buoni pasto, la situazione resta estremamente critica”, aggiunge. “Nonostante i ripetuti annunci del Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, il sistema penitenziario continua a vivere una fase di forte sofferenza - conclude il sindacalista Uil - A livello nazionale i detenuti sono ormai 64.641, a fronte di 46.293 posti disponibili, mentre per la Polizia Penitenziaria si registra una carenza di almeno 20.000 unità rispetto al fabbisogno”. Firenze. “Io a Sollicciano non dovevo esserci”: il racconto di Giorgio, detenuto disabile firenzedintorni.it, 8 luglio 2026 Il giovane, invalido civile al 75%, ha trascorso tredici mesi nel carcere fiorentino. Tra muffa, freddo, cibo insufficiente e problemi di salute, oggi denuncia le condizioni dell’istituto. Giorgio, 25 anni, invalido civile al 75%, ha trascorso oltre tredici mesi nel carcere di Sollicciano per una condanna definitiva a un anno, quattro mesi e dieci giorni. Oggi, tornato a vivere con i genitori a Sesto Fiorentino, racconta la sua esperienza per denunciare le condizioni del penitenziario, sostenendo che la struttura andrebbe demolita e ricostruita. Il giovane ricorda di aver trascorso i primi mesi nella sezione accoglienza, oggi sequestrata, dove avrebbe contratto una bronchite a causa della muffa. Successivamente è stato trasferito in una cella condivisa con un altro detenuto: “Non c’era mai acqua calda, i termosifoni erano sempre freddi e d’estate il caldo era insopportabile”. Mostra inoltre segni sulla pelle che attribuisce alle condizioni igieniche del carcere, dove altri detenuti avevano denunciato la presenza di cimici e casi di scabbia. Fondamentale, durante la detenzione, è stato il sostegno della famiglia, che gli portava alimenti durante i colloqui perché, racconta, il vitto fornito dal carcere era insufficiente e di scarsa qualità. Giorgio è stato scarcerato con tre mesi di anticipo grazie alla liberazione anticipata prevista per la buona condotta. Secondo il suo legale, l’avvocata Elisabetta Reniera, il giovane non avrebbe mai dovuto entrare in carcere, anche alla luce delle sue condizioni personali e di salute. La sua vicenda riaccende così il dibattito sull’utilizzo della detenzione per persone fragili e sul sovraffollamento di Sollicciano, dove, secondo i critici, finiscono anche detenuti che potrebbero accedere a misure alternative. Lo scrive la Nazione. Lucca. San Giorgio senza Garante: “Serve una nuova nomina” di Jessica Quilici La Nazione, 8 luglio 2026 Il carcere che da un anno detiene il triste record del più sovraffollato d’Italia - con tassi costantemente sopra il 250% - da novembre è sprovvisto di un Garante dei detenuti, figura chiave per garantire i diritti dall’interno. Una situazione che ha fatto puntare su Lucca anche gli occhi dell’associazione indipendente Antigone, da anni impegnata a sorvegliare il rispetto delle garanzie nel sistema penale e penitenziario. “A fronte di una sistematica e continuativa violazione dei diritti fondamentali delle persone all’interno delle nostre carceri legata alla disumana condizione di sovraffollamento che caratterizza praticamente tutti gli istituti di pena toscani ed italiani desta particolare preoccupazione quanto sta avvenendo a Lucca - dicono dalla sezione toscana -. La casa circondariale San Giorgio è notoriamente il carcere più sovraffollato d’Italia. Ciò nonostante, da novembre del 2025, non vi è un garante delle persone detenute”. Dopo le dimissioni a novembre di Giulia Gambardella, infatti, non è ancora stata messa in moto la macchina per arrivare a una nuova nomina. “Non solo il consiglio comunale non ha proceduto alla nomina del nuovo garante, ma risulta che addirittura non sia stato nemmeno indetto il bando per l’apertura delle candidature, a distanza di otto mesi dalle dimissioni della precedente garante - denunciano ancora da Antigone Toscana -. Il garante svolge una funzione di garanzia, controllo e collegamento tra le persone private della libertà, le istituzioni e la società civile, costituendo una delle poche figure di riferimento dei detenuti per la rivendicazione dei propri fondamentali diritti. Che in questo momento storico il carcere di Lucca sia sprovvisto di tale figura rappresenta senza alcun dubbio un fatto di particolare preoccupazione e gravità, che accresce le condizioni critiche che caratterizzano il San Giorgio”. “Auspichiamo - concludono - che, a fronte di una realtà così critica come quella che riguarda il carcere lucchese, teatro di continue ordinanze di violazione delle dignità dell’uomo da parte della magistratura di sorveglianza, venga al più presto avviata la procedura per la nomina del nuovo garante dei diritti delle persone detenute, per assicurare che il carcere non diventi un luogo ancora più disumano di quello che è”. Trento. Mobilitazione nazionale per le carceri, aderisce anche il Garante Pavarin vitatrentina.it, 8 luglio 2026 Il garante dei diritti dei detenuti della Provincia di Trento, Giovanni Maria Pavarin, aderisce alla mobilitazione nazionale di tre giorni (da lunedì 13 a mercoledì 15 luglio) sui gravissimi problemi del sistema carcerario italiano. “La Conferenza Nazionale dei Garanti territoriali - si legge nel comunicato diffuso dai garanti - chiede un gesto di clemenza, un provvedimento deflattivo immediato, serio, selettivo e costituzionalmente orientato. Non è buonismo, è responsabilità. Un sistema saturo non rieduca, non cura, non reinserisce e non produce sicurezza. Chiediamo l’introduzione di una liberazione anticipata speciale, portando da 45 a 75 giorni per ogni semestre la detrazione di pena per chi partecipa positivamente al percorso trattamentale. Non un “liberi tutti”, ma uno strumento collegato alla condotta, alla responsabilizzazione e alla partecipazione all’opera rieducativa. Chiediamo, inoltre, un intervento immediato per i detenuti con residuo pena non superiore a un anno, non condannati per reati ostativi e senza concrete esigenze di sicurezza tali da imporre la permanenza in carcere. Si tratta di circa 8/9 mila persone che potrebbero essere accompagnate verso misure alternative, detenzione domiciliare, lavoro, cura, comunità e reinserimento. Occorre rafforzare magistratura di sorveglianza, Uepe, educatori, psicologi, assistenti sociali, personale sanitario, polizia penitenziaria, mediatori culturali, cancellieri del Tribunale di Sorveglianza e tutti gli operatori che ogni giorno tengono in piedi il sistema. La dignità dei detenuti e quella del personale non sono in conflitto: sono parte della stessa battaglia. Serve anche un piano straordinario per salute penitenziaria, disagio psichico, dipendenze, detenuti malati, stranieri privi di rete familiare, giovani adulti e minori. Il carcere non può essere il contenitore di tutte le fragilità che fuori non trovano risposta”. “Abbiamo bisogno di un carcere più costituzionale. Per questo rivolgiamo un appello alla politica e alla società civile: interessatevi al carcere, entrate dove possibile negli istituti, ascoltate chi ci vive e chi ci lavora, parlate con volontari, operatori, polizia penitenziaria, cappellani e associazioni. Venite e vedete. Venite e ascoltate. Non c’è più tempo. La politica intervenga non domani, non presto, ma ora”, concludono i Garanti. Cremona. Nuovo progetto della Caritas per il reinserimento lavorativo dei detenuti di Laura Bosio Cremona Oggi, 8 luglio 2026 Molte le iniziative della Caritas Cremonese nella casa circondariale, tra cui ascolto, sostegno concreto, attività sportive e sensibilizzazione della comunità. La Caritas Cremonese rafforza il proprio impegno per il reinserimento delle persone detenute con un nuovo progetto che punta a offrire, al termine della pena, un alloggio e un’opportunità lavorativa. L’iniziativa, realizzata con il sostegno dei fondi dell’8xmille e in collaborazione con la cooperativa Nazareth, prevede la messa a disposizione di una struttura con due posti letto e due posti di lavoro per accompagnare gli ex detenuti verso un percorso di autonomia. A darne notizia è il sito della Diocesi di Cremona. Il progetto si inserisce nel più ampio programma Dare speranza alla giustizia, attraverso il quale Caritas opera da anni all’interno della Casa circondariale di Cremona. Ogni settimana gli operatori incontrano i detenuti che ne fanno richiesta, offrendo ascolto, sostegno umano e spirituale, oltre ad aiuti concreti come sussidi economici, ricariche telefoniche e pacchi di indumenti destinati soprattutto a chi non ha una rete familiare all’esterno. Tra le iniziative promosse figurano anche il percorso “Basket a colori”, che utilizza lo sport come strumento educativo e di riflessione sui valori della convivenza, e il coinvolgimento dei detenuti nella ristrutturazione della Casa dell’Accoglienza della diocesi, attraverso i lavori realizzati nella falegnameria del carcere. L’impegno della Caritas si estende anche alla sensibilizzazione della comunità, con raccolte di indumenti, panettoni e colombe destinate ai detenuti e attività che coinvolgono parrocchie, gruppi scout e associazioni del territorio. L’obiettivo, sottolinea la referente dell’area giustizia suor Mariagrazia Girola, è favorire percorsi di riconciliazione e reinserimento, offrendo alle persone che escono dal carcere strumenti concreti per ricostruire la propria vita e il rapporto con la società. Cuneo. Donazione al Cerialdo: “Comprate i ventilatori per le celle bollenti dei detenuti” di Sandro Marotta La Stampa, 8 luglio 2026 L’iniziativa porta la firma della Fondazione Azzoaglio. Quaranta ventilatori sono in arrivo nelle celle del carcere di Cuneo. Di fronte ai picchi dell’ondata di calore, 10 garanti dei diritti dei detenuti di tutto il Piemonte (tra cui anche Saluzzo, Alba e Cuneo) due settimane fa avevano sottolineato come le alte temperature stessero “aggravando una situazione già fortemente compromessa dal sovraffollamento e dalle criticità strutturali”. La direzione della casa circondariale di Cerialdo ha adottato una soluzione, accettando una donazione di 1.200 euro da Fondazione Azzoaglio, per l’acquisto di decine di ventilatori da tavolo. Una buona notizia che riguarda una parte dei detenuti, quelli con una condizione economica che non permette loro di acquistare i beni dalla lista del sopravvitto. Si tratta di un elenco di prodotti, sia alimentari sia cosmetici e di arredamento, che i detenuti possono comprare con fondi propri. Fare la spesa “dentro” può essere molto costoso, sia per i prezzi dei beni, sia per la poca varietà di scelta. Due ex detenuti di Cuneo e Saluzzo lo confermano: sigarette, prodotti per l’igiene e, appunto, strumenti per refrigerarsi d’estate o scaldarsi d’inverno diventano spesso un lusso per i pochi. In più c’è un grande problema di povertà: “A Cuneo su 350 detenuti della media sicurezza, 180 hanno meno di 10 euro sul conto”, aveva confermato a La Stampa a gennaio il direttore del carcere di Cuneo Domenico Minervini. Per questo la questione del caldo in carcere è rilevante. Tra chi è sotto la custodia dello Stato ci sono celle di fortunati e altre dove, invece, si continua a sudare. Gli unici ventilatori messi a disposizione di tutti sono collocati solo negli ambienti comuni, l’aria condizionata è praticamente inesistente anche per educatori e poliziotti della penitenziaria. I nuovi ventilatori saranno disponibili nei prossimi giorni, in plastica, perché in carcere è vietato possedere oggetti che “siano difficilmente controllabili o ritenuti pericolosi per l’ordine e la sicurezza”, come spiega il ministero della Giustizia in una scheda informativa. Potenza. Il Convegno “Distanze brevi, sguardi lunghi. Il carcere nelle regioni a scala umana” ufficiostampabasilicata.it, 8 luglio 2026 “Distanze brevi, sguardi lunghi - Il carcere nelle regioni a scala umana” è il tema del convegno promosso dal Coordinamento Nazionale Operatori per la Salute nelle Carceri Italiane e dal CVS Basilicata, in collaborazione con il Centro per la Giustizia Minorile per la Puglia e la Basilicata. L’iniziativa, accreditata ECM, si è svolta questa mattina nella Sala “Inguscio” della Regione Basilicata, a Potenza. A cinquant’anni dalla riforma dell’ordinamento penitenziario, la Basilicata si propone come laboratorio di una medicina penitenziaria a misura d’uomo, capace di rafforzare il legame tra carcere e territorio. Ad aprire i lavori il presidente del Coordinamento Nazionale Operatori per la Salute nelle Carceri Italiane (Co.N.O.S.C.I.) Sandro Libianchi. Il consigliere Nicola Massimo Morea di Azione, intervenendo ai lavori, ha posto l’accento su diversi temi. In primo luogo quello del sovraffollamento delle carceri, della sanità penitenziaria, nonché il tema della carenza di personale, auspicando un confronto con le due Aziende sanitarie territoriali, superando interventi occasionali e programmando in modo strutturale le risorse e il personale destinato agli istituti penitenziari. “La sanità penitenziaria - ha affermato - non può essere considerata un elemento marginale dell’offerta sanitaria, ma deve assumere un ruolo centrale, perché riguarda una fascia di persone particolarmente fragile. Va affrontato anche il tema del reinserimento sociale del detenuto e quello delle misure alternative alla detenzione come la libertà vigilata, la semi libertà, misure che in molti casi non sono facilmente attuabili. E’ necessario condurre questa battaglia perché va riconosciuta sempre una possibilità di recupero a chi ha sbagliato”. “La sfida- ha concluso Morea - è fare della Basilicata un laboratorio di buone pratiche, capace di trasformare le criticità in opportunità e di offrire un modello replicabile anche a livello nazionale”. A portare i saluti del Presidente del Consiglio regionale della Basilicata, Marcello Pittella, Emanuele Desina in rappresentanza della presidenza del Consiglio regionale che ha sottolineato l’apprezzamento e l’attenzione del Presidente per l’iniziativa e per il tema affrontato. “La civiltà di uno Stato - ha dichiarato - si misura dal modo in cui si garantiscono i servizi. L’assistenza sociosanitaria nelle carceri è un parametro di questo grado di civiltà e del raggiungimento dello stesso, così come la garanzia di accesso alle cure in un perimetro normalmente caratterizzato da criticità è fondamentale”. “Il problema del sovraffollamento e quello delle condizioni sanitarie vanno affrontati attraverso un approccio integrato e responsabile - ha continuato Desina - e occorre farlo di concerto tra Stato centrale e Regioni, rappresentanti delle case circondariali e agenti di polizia penitenziaria”. “Avviare un percorso di confronto e monitoraggio periodico in sede di Consiglio regionale affidando alla Garante dei diritti delle persone private della libertà Tiziana Silletti, il ruolo di raccordo tra le diverse sensibilità - ha sottolineato Desina - potrebbe essere un modo concreto per dedicare la giusta attenzione alla tematica. Sessioni nelle quali tracciare linee di indirizzo politico, attraverso proposte di legge affinché la nostra Basilicata possa essere da stimolo anche per le altre regioni”. Nel suo intervento, la Garante regionale delle persone detenute, del diritto alla salute delle vittime di reato e degli anziani, Tiziana Silletti, ha richiamato il valore costituzionale del diritto alla salute, sottolineando come la detenzione non possa mai comportare la perdita della dignità della persona. “Non esiste una sanità penitenziaria distinta dalla sanità pubblica - ha affermato - ma un unico sistema che deve garantire a tutti gli stessi livelli di assistenza, anche all’interno degli istituti di pena”. Silletti ha ricordato le visite effettuate nelle carceri lucane, dove ha riscontrato la dedizione quotidiana di operatori sanitari, agenti di Polizia penitenziaria, educatori e volontari, ma anche le difficoltà legate al sovraffollamento, alla carenza di personale, ai ritardi nelle visite specialistiche e alle criticità della salute mentale. Su quest’ultimo aspetto ha evidenziato la necessità di superare una logica esclusivamente detentiva, ribadendo che “la risposta alla malattia non può essere la detenzione”, ma deve tradursi in percorsi terapeutici adeguati. La Garante ha inoltre sottolineato che investire nella salute in carcere significa investire nella sicurezza e nella coesione sociale, perché una persona che riceve cure, sostegno psicologico e reali opportunità di recupero ha maggiori possibilità di reinserirsi nella comunità. Ha infine ribadito l’impegno a vigilare sulla tutela dei diritti fondamentali. “La sfida che abbiamo davanti - ha affermato - non è costruire ‘una sanità per il carcere’. La sfida è fare in modo che il Servizio Sanitario Regionale sia realmente uno e indivisibile, capace di entrare anche negli istituti penitenziari con gli stessi standard, la stessa qualità delle cure e la stessa attenzione riservata a ogni altro cittadino”. Roma. Una cella davanti a Montecitorio, il flash mob di Avs per le carceri ansa.it, 8 luglio 2026 Protesta delle associazioni. Una cella di tre metri per due nel cuore di piazza Montecitorio, sotto il sole rovente del pomeriggio romano. È l’immagine scelta da una rete di associazioni, sindacati e realtà impegnate nella tutela dei diritti umani per portare davanti al Parlamento l’emergenza delle carceri italiane. Il flash mob, promosso dalla senatrice di Avs Ilaria Cucchi insieme ad Alleanza Verdi e Sinistra e a Pid onlus, denuncia un’estate dietro le sbarre segnata da caldo soffocante, sovraffollamento e diritti che - è l’accusa dei promotori - rischiano di sgretolarsi sempre più. Un messaggio affidato anche allo slogan della protesta: “Vivere in una cella non è solo stare chiusi. Caldo mortale, sovraffollamento: quando la pena diventa tortura”. “Non è un caso aver voluto questa iniziativa proprio a quest’ora, in un posto così caldo - ha spiegato Cucchi, affiancata anche da Riccardo Magi di +Europa -. Quello stesso caldo che proviamo noi, loro lo devono subire ventiquattr’ore al giorno, senza poter utilizzare nemmeno i ventilatori. O meglio, la stragrande maggioranza non può permetterselo, perché il carcere è popolato soprattutto dai cosiddetti ultimi”. Ma, ha sottolineato la senatrice, il problema non si esaurisce dietro le sbarre: “Denunciamo la mancanza di posti e di personale nelle istituzioni penali esterne e di tutto ciò che dovrebbe accompagnare il reinserimento”. Nel mirino il ministro della Giustizia, Carlo Nordio. “Non posso non pensare a Nordio e alle sue promesse in campagna elettorale, tutte dimenticate un istante dopo. C’è tantissimo da fare”, ha attaccato la senatrice, senza nascondere il pessimismo anche sulle pene alternative. Per rafforzarne l’uso “dobbiamo aspettare che cada questo governo: fino ad allora non vedo nessuna speranza”, ha osservato Cucchi. “Anzi, il carcere continuerà a riempirsi nel disinteresse di chi ci governa. Se risolvessero davvero il problema delle carceri e dei diritti, poi con quali argomenti parlerebbero alla pancia e alle paure della gente?”, ha aggiunto. Ognuno perso dentro il suo display, è ora di decretare la fine del libro? di Raffaele Simone* Il Domani, 8 luglio 2026 Un’inchiesta di Le Monde ha riaperto il dibattito. Anche in Francia si intensificano i segnali di un tramonto della “parentesi Gutenberg”. Il passaggio epocale dalla pagina stampata al display ubiquo (smartphone, pc, tablet, smartwatch) è stato una deflagrazione: ha modificato radicalmente il grado di attenzione e la profondità dell’immersione cognitiva. Era il 1958 quando Aldous Huxley, nel suo Ritorno al mondo nuovo, a differenza di George Orwell che nel suo 1984 paventava l’avvento di un brutale potere di censura che avrebbe vietato i libri, intuì che la minaccia più grave era invece l’apatia culturale, cioè che la verità finisse per annegare in un mare di irrilevanza, di intrattenimento e distrazioni, distruggendo il desiderio di cercare conoscenze. Da allora il declino o finanche la fine della “parentesi Gutenberg” sono stati profetizzati da più parti. E non esistevano ancora il web, gli smartphone né l’Ia. Le parole per combattere l’androcentrismo: il libro di Lazar è una battaglia Non lettori in aumento Qualche settimana fa un’inchiesta di Le Monde ha riaperto il dibattito: anche in Francia si intensificano i segnali di un tramonto del libro e di tutto l’ecosistema che gli è connesso. Uno studio presentato a metà aprile dal Centre national du livre ha confermato un’”indebolita qualità di lettura” presso i giovani francesi. Già nel 2024 la periodica ricerca Ocse-Piaac sulle competenze di literacy (nel gergo Ocse, la capacità di lettura e scrittura nella vita quotidiana) aveva indicato che il 28 per cento degli adulti francesi non supera il livello 1, corrispondente a “capire frasi brevi e semplici”. I non lettori - quelli che non leggono neanche un libro all’anno - sono in aumento: quasi un francese su tre. Per conseguenza, nel primo trimestre di quest’anno il fatturato dell’industria editoriale è calato del 6,5 per cento rispetto allo stesso periodo del 2025. Quanto al prestito delle biblioteche, nel 2025 ha raggiunto il livello storico più basso. La situazione non è diversa in altri Paesi. Negli Stati Uniti un’indagine YouGov del dicembre 2025 ha rilevato che il 40 per cento degli adulti non ha letto un solo libro in tutto l’anno - e tra loro c’è di certo il presidente Donald Trump, che secondo il giornalista Michael Wolff non legge libri da decenni, forse nemmeno quelli che portano la sua firma, scritti in realtà da ghostwriter, come ha confermato un altro suo biografo, Tim O’Brien. Il libro di Massimi è stupendo, come i racconti di Veronesi Il caso italiano E l’Italia? Nel 2024 l’indagine Ocse-Piaac menzionata prima collocava il 35 per cento degli adulti - più di un terzo della popolazione tra i 16 e i 65 anni - al livello 1 di literacy o al di sotto, contro una media Ocse del 26 per cento. Solo il 5 per cento degli adulti italiani raggiunge i livelli più alti di literacy, il 4 o il 5, contro una media Ocse del 12 per cento. Il punteggio medio italiano, 245 punti su una scala di 500, colloca il Paese al ventiseiesimo posto su trentuno partecipanti, e, dato che dovrebbe preoccupare ancora di più, lo descrive sostanzialmente immobile rispetto alla rilevazione del 2011-2012. Quali possono essere le cause di questo crollo? Credo che il motivo sia proprio quello intuito da Huxley settant’anni fa. La vita contemporanea ha incorporato un elemento di accelerazione e di fretta, un fenomeno segnalato sin dagli albori della modernità. Georg Simmel, il più sensibile a questi mutamenti tra i filosofi tra i due secoli, fu tra i primi a cogliere questo tratto, in La metropoli e la vita dello spirito (1903). Quel che le metropoli inducono, a suo avviso, è “un’intensificazione della vita nervosa, prodotta dal rapido e ininterrotto avvicendarsi di impressioni esteriori e interiori”. Nel 1935, Paul Valéry nel saggio Il bilancio dell’intelligenza confermava che l’uomo moderno “si inebria di distrazioni, è incapace di sopportare la durata e di rendere feconda la noia”. Il passaggio epocale dalla pagina stampata al display ubiquo (smartphone, pc, tablet, smartwatch ecc.) è stato una deflagrazione: ha modificato radicalmente il grado di attenzione e la profondità dell’immersione cognitiva. La rete, regno dell’interruzione e del vortice illimitato di stimoli e di simultaneità (testi, immagini, suoni, video, foto…), attira l’attenzione solo per disperderla e frammentarla. Ognuno di noi lo avverte su sé stesso: un elemento di perpetua interruzione, l’impazienza di saltare da una applicazione all’altra fanno sì che il tempo lungo, il silenzio la relativa solitudine - condizioni indispensabili nella lettura classica - non esistano più. La “lentezza” che Friedrich Nietzsche invocava come essenziale per leggere (e che Carlo Ginzburg ha spesso richiamato) è oggi impraticabile. Siamo quindi dinanzi a un paradosso senza soluzione: non si è mai letto (e scritto) tanto (e-mail, messaggi, tweet e contenuti online di ogni genere), ma la nostra non è più lettura. È qualcos’altro, che ancora non ha nome. È un guardare lo schermo senza fine e spesso senza fini, che polverizza la continuità. Che cosa si è rotto? Si è modificato uno degli schemi della nostra intelligenza, che la pagina a stampa costringeva a esercitarsi in modo sequenziale. L’intelligenza sequenziale, oggi ininterrottamente disturbata dall’enorme quantità di salti, simultaneità e multitasking che la rete permette o impone, fatica a funzionare, e applicarla a letture distese e prolungate diventa via via più difficile. Valeria Golino: “Per fare cinema dalla letteratura si può “tradire” l’autore ma non lo spirito del libro” Scrivere male I riflessi di ciò sono numerosi e di ordine diverso. Il primo è che si va perdendo gradualmente il controllo dell’ortografia e della grammatica basica, perché chi legge poco e male scrive invariabilmente male. L’uso dei social ha imposto in tutte le lingue nuove regole ortografiche (abbreviazioni, acronimi), ha alterato la grafia di innumerevoli parole, ha creato una sua sintassi. Questo problema, ancora poco avvertito in Italia, è molto sentito in Francia, anche per la natura della lingua, in cui il rapporto tra grafia e pronuncia è particolarmente opaco, con suoni identici che possono corrispondere a grafie molto diverse. Messo in allarme dal degrado della qualità della scrittura soprattutto dei giovani, il ministero dell’Istruzione francese ha disposto qualche mese fa che nelle valutazioni del Bac (il loro equivalente della maturità) gli esaminatori tengano conto anche della qualità redazionale dei testi d’esame (ortografia, sintassi, grammatica, chiarezza e leggibilità). Il poema classico è multiforme. L’ecologia del libro - Il secondo è la trasformazione dell’ecologia del libro. I lettori veri tendono a isolarsi in circoli di lettura, dove vige il patto del silenzio. L’abbondanza ormai straripante di festival culturali e saloni del libro, apparentemente amica della lettura, in parte serve invece a sostituirla: è più agevole ascoltare autori e autrici che leggere i loro libri. Anche la produzione libraria ne risente: gli editori hanno ormai interesse a pubblicare libri facili e leggeri, che non richiedano troppo impegno né preconoscenze elaborate. C’è però un livello critico più alto. La lettura è un addestramento alla cittadinanza. Lo ha ricordato l’Associazione internazionale degli editori (riunisce editori di ottantaquattro Paesi), lanciando una campagna dal titolo eloquente, La democrazia passa dalla lettura, il cui assunto è che la capacità di affrontare testi lunghi e complessi resta uno strumento decisivo per resistere alle semplificazioni populiste e alla disinformazione. In un paese dove un adulto su tre fatica a orientarsi in un testo argomentativo, questa non è una metafora: è una precondizione della vita democratica, che incide sulla qualità del voto, sulla comprensione delle politiche pubbliche, sulla capacità di distinguere una notizia verificata da una manipolazione fake. Gli adulti impareranno a cercare la lingua dei bambini Intelligenza artificiale Si aggiunge la diffusione di testi generati dall’Intelligenza artificiale, che rende incerto il confine tra un testo scritto da mano umana e uno generato da un’Ia, che diventa anche “lettrice”, capace com’è di sintetizzare in pochi secondi testi complessi. In altri termini, mentre si degrada la macchina cognitiva che permette di leggere e capire, anche i testi subiscono continue metamorfosi. L’avvento di questo nuovo player invisibile rischia davvero di accelerare la deriva verso una società “post-alfabetica” - per riprendere il termine coniato da Marshall McLuhan sessant’anni fa - in cui il sapere collettivo torna a farsi orale, frammentato, di fonte ignota e di qualità incerta. Se la guerra si fa con la lingua, le parole vanno disarmate. *Raffaele Simone è emerito di linguistica all’Università Roma tre. Oltre che di numerosi studi tecnici, è autore di saggi sulla modernità di vasta risonanza internazionale, come Il Mostro Mite e Come la democrazia fallisce. Il suo lavoro più recente è Divertimento con rovine. La nostra vita tra guerra e pandemia (Solferino 2022) Piano anti baby gang. “Imputabili a 13 anni”, rispunta la proposta di legge Fascina di Federico Capurso La Stampa, 8 luglio 2026 Il piano di FI firmato dall’ultima compagna di Berlusconi. Proposta di legge in commissione Giustizia. Avs: obbrobrio. C’era quasi il rischio di dimenticarsi di lei, di Marta Fascina, deputata di Forza Italia e ultima compagna di Silvio Berlusconi. E invece Fascina, alla curva finale della legislatura, si è decisa a lasciare la sua impronta in Parlamento. Non dal suo scranno in Aula, che continua a frequentare poco, ma attraverso una legge che vuole aprire le porte del carcere a chi ha tredici anni. È la prima e unica proposta di legge prodotta da Fascina in quattro anni da parlamentare di maggioranza. E l’impressione è che non sia un’idea animata da un sincero afflato liberale. Dentro Forza Italia, sulla carta, dovrebbe esserci scetticismo di fronte all’inasprimento delle pene e alla creazione di nuovi reati, figurarsi per l’anticipazione dell’entrata in carcere degli adolescenti. Ma Fascina vuole abbassare l’età in cui un minore è imputabile di un reato da quattordici a tredici anni e la proposta, dopo essere stata parcheggiata per alcuni mesi in commissione, è adesso incardinata in commissione Giustizia. Fascina spiega le ragioni di questa sua iniziativa ricordando i molti crimini commessi dai minori di quattordici anni, utilizzati anche dalla criminalità organizzata e nelle “realtà dei campi rom”. E se a qualcuno dei suoi colleghi azzurri dovesse venire il dubbio che si tratti di una misura da destra securitaria più che da liberali, Fascina elenca altri Paesi occidentali dove l’età imputabile è persino più bassa, come il Canada (12 anni), l’Inghilterra o la Nuova Zelanda (10 anni). Poco male, evidentemente, se il Comitato dell’Onu per i Diritti dell’infanzia abbia fissato da tempo a 14 anni il “limite minimo assoluto accettabile”. Il deputato di Forza Italia Pietro Pittalis, incaricato come relatore del testo, difende la proposta che nasce per “dare un segnale nel contrasto al fenomeno delle baby gang”. Per le opposizioni, invece, è “un vero mostro giuridico, un obbrobrio”, come dice il capogruppo di Avs in commissione Giustizia, Devis Dori. Ma in tutto il centrodestra, ormai, questa è l’aria che si respira. Le elezioni si avvicinano e la rincorsa sul fronte della sicurezza è iniziata. La Lega è già in pista. Lunedì ha presentato un emendamento al decreto legge su giustizia e migrazione, ora in Senato, per introdurre un “permesso di soggiorno a punti” per gli stranieri con più di 14 anni, con crediti assegnati sulla base di criteri come la conoscenza della lingua italiana e della Costituzione. E rivendica il Costituzione. E rivendica il diritto di Matteo Salvini a tornare al ministero dell’Interno se il centrodestra vincerà le elezioni del 2027. Magari anche prima. Finora, accusa il senatore Claudio Borghi, “probabilmente gli è stato negato su spinta della presidenza della Repubblica”. Ma vale la pena ricordare che è al Capo dello Stato che spetta il potere di nomina dei ministri. Lo dice, per l’appunto, la Costituzione. Patto migrazioni, il Csm: “Uffici a rischio paralisi con le nuove regole sui rimpatri” di Simona Musco Il Dubbio, 8 luglio 2026 Il sistema giudiziario italiano si trova di fronte a una complessa stagione di riforme, sospinto sia dalla necessità di centrare gli ambiziosi obiettivi di smaltimento dell’arretrato legati al Pnrr, sia dall’urgenza di recepire i nuovi vincoli normativi imposti a livello europeo. In questo scenario si inserisce il decreto-legge 12 giugno 2026, n. 100, che introduce una serie di misure urgenti per dare attuazione al Patto dell’Unione Europea sulla migrazione e l’asilo. Il Consiglio superiore della magistratura ha analizzato attentamente il provvedimento, esprimendo un parere (in discussione oggi) che, pur valutando positivamente l’impianto generale, mette in luce nodi critici, sfide organizzative e rischi di sovraccarico per gli uffici giudiziari. Una delle novità più rilevanti riguarda la stabilizzazione del personale dell’Ufficio per il processo (Upp), una struttura nata sotto la spinta dell’emergenza e ora concepita come un’infrastruttura stabile a supporto della giurisdizione. La riforma introduce una clausola di salvaguardia fondamentale, stabilendo che i funzionari stabilizzati debbano essere impiegati in via ordinaria nell’assistenza diretta al magistrato, limitando lo svolgimento di mansioni puramente amministrative o di cancelleria ai soli casi di urgente e comprovata necessità. Questa scelta, in linea con i monitoraggi dello stesso Csm che dimostrano come l’efficacia dell’Upp derivi proprio dal supporto qualificato alla decisione giudiziaria, mira a evitare la dispersione di competenze preziose per sanare le carenze strutturali delle segreterie. La transizione non è priva di incognite: l’estensione dell’Upp ai tribunali per i minorenni e ai settori di sorveglianza richiede modelli organizzativi mirati, mentre la massiccia assegnazione di personale stabilizzato agli uffici requirenti rischia di creare un disallineamento funzionale, dato che la natura originaria della figura era strettamente legata all’attività giudicante. Parallelamente alle riforme strutturali, il decreto interviene sul governo del personale della magistratura ordinaria prolungando, fino al 31 dicembre 2026, i termini di permanenza dei magistrati giudicanti nelle medesime posizioni tabellari o gruppi di lavoro. Sebbene la misura sia giustificata dalla necessità di non interrompere l’azione di abbattimento del contenzioso pendente, il Consiglio ha manifestato perplessità circa il rischio che simili deroghe temporanee diventino una prassi ordinaria, finendo per compromettere la regolare programmazione degli uffici e l’ordinato inserimento dei magistrati in tirocinio che si apprestano a scegliere le sedi. Sul fronte della giustizia civile, il testo si adegua inoltre ai rilievi della Corte di Giustizia dell’Unione europea in materia di proprietà industriale e diritto d’autore, ripristinando il principio di strumentalità dei provvedimenti cautelari anticipatori ma addossando l’onere di richiederne l’inefficacia alla parte che subisce il vincolo. La seconda macro-area del decreto-legge tocca la gestione dei flussi migratori e le procedure d’asilo, un campo in cui l’Italia è chiamata a uno sforzo logistico e giudiziario senza precedenti a causa dell’introduzione delle nuove procedure obbligatorie di frontiera. All’Italia è stato infatti assegnato oltre un quarto di tutte le procedure di frontiera dell’Unione europea, pari a più di 16mila casi per il primo anno, destinati a salire a regime oltre quota 32mila. Per fare fronte a questa imponente mole di lavoro, il governo ha previsto il potenziamento delle Commissioni territoriali e l’assunzione di centinaia di nuovi funzionari amministrativi. Resta tuttavia concreto il pericolo che una forte accelerazione della fase amministrativa generi un imbuto davanti ai giudici, qualora non vi sia un contestuale e proporzionato adeguamento delle risorse della magistratura. L’impatto sul sistema penale e civile si profila significativo anche a causa delle modifiche alla disciplina del trattenimento e dell’introduzione di una nuova forma di fermo per gli stranieri irregolari o soccorsi in mare. Il meccanismo impone alle procure e ai giudici di pace valutazioni e convalide in tempi strettissimi, richiedendo turni di reperibilità dedicati e sforzi organizzativi eccezionali per strutture già fragili. In questo quadro di profonda riorganizzazione, il Csm valuta positivamente la scelta di restituire alle Sezioni specializzate dei Tribunali ordinari la competenza sulle convalide dei trattenimenti dei richiedenti asilo, precedentemente attribuita alle Corti d’appello in piena polemica con alcune scelte giudicate “politiche”. Al contempo, la contestuale istituzione di un ufficio per il processo stralcio volto a smaltire l’enorme arretrato in materia di immigrazione tramite il massiccio ricorso alla delega a giudici onorari solleva interrogativi sulla necessità di preservare la specializzazione e la qualità della risposta giurisdizionale in controversie che toccano i diritti fondamentali delle persone. Cannabis, l’Europa alla prova del mercato legale di Leonardo Fiorentini Il Manifesto, 8 luglio 2026 In Italia la cannabis evoca paure e pregiudizi, invece in Europa si valutano gli effetti delle sperimentazioni del governo del fenomeno. La Germania è oggi il più vasto laboratorio europeo sulla regolazione della cannabis. Dal 1° aprile 2024 gli adulti possono coltivarla e detenerla, oltre che partecipare a Cannabis Social Club. Non è consentita la vendita o la cessione gratuita. È dunque una legalizzazione prudente, non commerciale, molto diversa dal modello canadese o da quello di diversi Stati Usa. La prima fase di valutazione ha analizzato mercato, consumi, salute pubblica, criminalità. Il dato più importante riguarda i giovani: tra i 15 e i 17 anni il consumo, già in diminuzione prima della riforma, non risulta aumentato dopo. Anche tra gli adulti non si registra un aumento statisticamente significativo. Non emergono segnali allarmanti né sulla disponibilità percepita né sulla percezione del rischio. La catastrofe annunciata dai proibizionisti, semplicemente, non c’è stata. La riforma ha invece avuto un effetto immediato: i reati legati alla cannabis sono crollati e circa 100.000 consumatori non sono finiti nel circuito penale o amministrativo. Meno inseguimenti, meno risorse pubbliche sprecate, meno stigma. Il mercato legale non assorbe ancora tutta la domanda. L’autocoltivazione cresce, l’accesso medico aumenta, ma i club - anche a causa di norme farraginose - sono ancora pochi e distribuiti in modo disomogeneo. Il mercato illegale resta e le reti criminali continuano a operare. Questo non dimostra il fallimento della legalizzazione: mostra piuttosto che una riforma ha bisogno di tempo e canali legali sufficientemente accessibili per togliere spazio all’offerta illegale. In Svizzera si sono avviate sperimentazioni a Basilea, Losanna, Zurigo, Vernier, Berna, Bienne, Lucerna e in alcuni comuni dei Cantoni di Zurigo, Basilea Campagna e San Gallo. I modelli sono diversi - farmacie, negozi, social club e centri di drug checking - ma tutti soggetti a verifica scientifica. Le prime conclusioni convergono: l’accesso legale non ha fatto aumentare il consumo, la quantità mensile di principio attivo (THC) acquistata è rimasta stabile e non si sono registrati problemi significativi per la sicurezza o l’ordine pubblico. Molti partecipanti hanno abbandonato in tutto o in larga parte il mercato illegale e cresce l’interesse per modi di consumo meno dannosi, come vaporizzatori e oli, oltre che per prodotti con meno THC. La sperimentazione più matura è quella di Basilea. Dopo tre anni, Weed Care registra una riduzione del consumo problematico e della cannabis fumata con tabacco, mentre la quantità acquistata non è aumentata. Sono diminuiti anche i sintomi depressivi e ansiosi dichiarati dai partecipanti. A Losanna i risultati sono ancora più netti. Il consumo è diminuito in media del 20%, soprattutto fra chi consumava di più. I prodotti sono mediamente meno potenti di quelli illegali. Cann-L copre un quinto del consumo cittadino e avrebbe sottratto due milioni di franchi al mercato nero. A Zurigo si stima in circa 7,5 milioni di franchi il fatturato intercettato. A Vernier la Cannabinothèque si è integrata nel quartiere senza le temute conseguenze sulla sicurezza, mentre in Basilea Campagna l’acquisto illegale si sarebbe dimezzato. Certo, i partecipanti non rappresentano l’intera popolazione e molti progetti devono ancora subire una valutazione completa. Ma i dati disponibili confermano che governare il mercato è possibile: consente di regolare meglio i consumi, rafforzare l’ordine urbano e la sicurezza e tutelare la salute delle persone. La Svizzera sta ora discutendo una legge nazionale fondata sull’accesso regolamentato, sulla tutela della salute e su un mercato non orientato alla massimizzazione del profitto. Perché lasciare la cannabis nelle mani delle narcomafie resta la scelta più rischiosa.