Lo Stato che fa le leggi e poi le infrange e incita a infrangerle di Federica Olivo huffingtonpost.it, 7 luglio 2026 La storia della Toscana, dove l’amministrazione penitenziaria invita a far dormire per terra i detenuti in eccesso, è l’apoteosi di una violazione aperta e quotidiana della Costituzione, delle norme europee e delle proprie. Nel carcere, dove entra chi si ritiene abbia infranto la legge, la legge non viene rispettata. E a infrangerla, nei casi di cui parliamo, non sono i detenuti né gli agenti penitenziari né chiunque per lavoro varchi la soglia di una prigione. Nelle carceri toscane, dove il provveditorato ha deciso che in caso di sovraffollamento estremo si possono far dormire i detenuti per terra, a non rispettare la legge è lo Stato. Con le sue ramificazioni. Lo stesso Stato che aveva scritto, con una circolare ministeriale, la regola sulla capienza delle celle e poi ne aveva recepito un aggiornamento imposto dalla Corte europea dei diritti dell’uomo: l’Italia, come tutti i paesi europei, avrebbe dovuto garantire a ogni detenuto almeno 3 metri quadrati di spazio. Altrimenti lo Stato sarà in debito con lui, come sta effettivamente accadendo molto spesso. La vicenda delle carceri toscane, sollevata dal sindacato di Polizia penitenziaria Uil FP, è particolarmente emblematica. Perché contiene quella che a più addetti ai lavori pare una violazione dei diritti umani dei detenuti. L’antefatto: la procura di Firenze ha chiesto il sequestro di alcuni reparti del carcere locale, quello di Sollicciano, perché in condizioni fatiscenti. E quindi non a norma. Dopo quel provvedimento, 240 detenuti sono stati trasferiti. Conseguenza: tutte le altre carceri della regione sono sovraffollate e alcuni direttori avevano iniziato a rifiutarsi di accogliere nuovi detenuti perché non c’è posto. Il provveditorato a quel punto ha pensato a una soluzione. Quale? Riportiamo testualmente uno stralcio del provvedimento: “Codeste direzioni (i direttori dei penitenziari toscani, ndr) utilizzeranno tutti gli spazi disponibili fino al raggiungimento del limite (..) e se necessario anche oltre, adottando in tali casi ogni iniziativa ritenuta opportuna, compresa, in via estrema, per quanto assolutamente provvisoria, la collocazione di brande o materassi a terra”. Quindi: la legge italiana e una sentenza della Corte dei diritti dell’uomo stabiliscono una regola. Lo Stato la infrange e incita a infrangerla, seppure “in maniera assolutamente provvisoria”. E mette l’infrazione nero su bianco. Non era mai successo: “È capitato qualche volta di sapere che detenuti dormissero a terra per il sovraffollamento - spiega a HuffPost Gennarino De Fazio, segretario della UilPa Polizia penitenziaria - ma mai che fosse codificato dall’amministrazione come è accaduto in Toscana”. Avvocati che seguono il dossier concordano: le cronache di tanto in tanto raccontano di detenuti che dormono a terra, nel 2025 è successo addirittura in un carcere minorile. Ma mai su decisione dell’amministrazione penitenziaria. Mentre i sindacati degli agenti penitenziari che hanno sollevato l’allarme chiedono di essere convocati, dal ministero della Giustizia non arriva alcun cenno. Nessun commento ufficiale neanche dal dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Dai corridoi del dipartimento però trapela un certo imbarazzo. E un’indicazione: “Non sarà questa la prassi, è un’extrema ratio”. Ma si tratta di un’extrema ratio che sospende dei diritti fondamentali. C’è una frase di Valerio Onida, compianto costituzionalista, attento studioso e sensibile come pochi ai diritti dei detenuti, che in queste ore è più attuale che mai. Onida diceva: “Nulla come la condizione carceraria evoca l’esigenza e la necessità di assicurare la piena legalità. Non solo l’imperio della legge non si ferma alle porte del carcere, ma, al contrario, dietro quelle porte la legge si impone più che mai”. Il carcere, spiegava il presidente emerito della Corte costituzionale, doveva essere “il luogo della legalità”. Ricorda perfettamente quelle parole e le cita Marco Ruotolo, professore di diritto costituzionale e direttore del master in diritto Penitenziario e Costituzione dell’Università Roma Tre. “La legalità - dice a HuffPost - deve essere la prima condizione in un carcere. Se viene meno quella, viene meno tutto”. In carcere, aggiunge il professore, si verifica in maniera ricorrente “una negazione pratica dei principi costituzionali, per azioni o mancate azioni dell’amministrazione penitenziaria, che non rendono effettivo il diritto a una pena non disumana. Mettere in discussione la dignità delle persone non è tollerabile né giustificabile. Lo Stato deve garantire la legalità e deve prenderne atto”. E invertire la rotta. Come? “Introducendo il numero chiuso - conclude Ruotolo - oppure il rinvio facoltativo dell’esecuzione della pena, quando le condizioni del carcere non siano dignitose, applicando comunque la detenzione domiciliare per i condannati più pericolosi”. Su quest’ultima idea, che arriva da avvocati e giudici toscani, in autunno si pronuncerà la Corte costituzionale. Che potrebbe dare il via a una piccola grande rivoluzione. Incubo carceri: sembra un bollettino di guerra di Tania Amarugi ilgiornalistascomodo.it, 7 luglio 2026 Tutti i giorni accade qualcosa di grave nelle carceri italiane da nord a sud senza distinzione. I Garanti territoriali di Asti e Alessandria chiedono congiuntamente per chiedere interventi tempestivi in tutta la regione. Cemento rovente fuori e dentro. Senza aria condizionata la vita nel carcere di Quarto d’Asti è un inferno. A denunciarlo è Domenico Massano, garante dei detenuti di Asti, all’uscita dalla visita settimanale alla casa di reclusione: “Non c’è aria condizionata per i detenuti se non nella sala colloqui. Le sezioni sono molto calde, soprattutto quelle che stanno più in alto e sono esposte al sole tutta la giornata. Servirebbe un sistema di climatizzazione almeno nelle aree comuni”. Massano e gli altri garanti dei detenuti piemontesi lanciano l’allarme con un appello indirizzato alle direzioni degli istituti, al Provveditorato regionale dell’Amministrazione Penitenziaria, al Dap, al Ministero della Giustizia e alle autorità sanitarie. “Bisogna adottare misure straordinarie per fronteggiare questa emergenza che incide sul diritto alla salute e sulla dignità dei detenuti e di chi lavora tutti i giorni negli istituti”, sostengono. Critiche pure le condizioni delle carceri di Alessandria, anche queste nel mirino dell’appello dei Garanti territoriali del Piemonte che è stato firmato anche dalla garante locale Silvia Coscia. Proprio di recente Coscia ha promosso un’iniziativa che ha portato la Caritas Diocesana alessandrina a donare alcuni ventilatori alla casa circondariale Cantiello e Gaeta, offrendo un sollievo immediato sia alle persone detenute sia al personale penitenziario. Un esempio concreto di collaborazione tra istituzioni e territorio di fronte a un’emergenza destinata a ripresentarsi ogni estate. A 24 ore dalla rivolta dei detenuti che ha distrutto la casa circondariale di Enna, causando danni per centinaia di migliaia di euro, nessun detenuto, a parte gli otto arrestati trasferiti nella notte in altri istituti, ha lasciato e lascerà il carcere ennese. Tutti sono stati ammassati nelle celle sopravvissute alla distruzione. Anche otto o dieci per cella. “Non ce la facciamo più - denuncia un agente che preferisce mantenere l’anonimato - dopo turni di 10, 12 ore torniamo a casa e veniamo richiamati perché c’è un’emergenza. Non viviamo più”. Nella Casa Circondariale di San Vittore a Milano la presenza di detenuti sarebbe stabilmente doppia rispetto alla capienza prevista. Una condizione che, secondo diverse segnalazioni, si rifletterebbe anche nella quotidianità: spazi ridotti, tempi di permanenza in cella sempre più lunghi, difficoltà nella gestione delle attività trattamentali. Emblematico in tal senso, il caso di Lamin Sonko, il detenuto che neanche un mese fa si è tolto la vita nel reparto dedicato ai detenuti a rischio suicidario, nelle cosiddette “celle della disperazione”. Criticità analoghe anche per la casa di reclusione di Opera dove, ormai da mesi, vengono segnalati episodi di tensione interna e presunti casi di violenze e torture. Nel carcere minorile Cesare Beccaria, invece, gli ultimi mesi sono stati segnati da episodi di disordini e fughe, in un contesto in cui - viene denunciato - i percorsi educativi risulterebbero sempre più fragili. Anche Bollate, che spesso viene indicato come uno degli istituti penitenziari più virtuosi d’Italia, non sarebbe esente da criticità. Lo scorso 13 giugno la madre di un detenuto invalido ha denunciato a Fanpage.it di presunti pestaggi, minacce ed estorsioni: “Lo bruciano con i fornelli ogni sera”. A Ferrara notti senza respiro in celle roventi. Tre o quattro detenuti stipati in pochi metri. Il termometro che segna quaranta gradi, si aggiunge al sovraffollamento del carcere dell’Arginone. La capienza massima è stata da tempo superata: ci sono 163 detenuti in più e le condizioni di vita continuano a essere preoccupanti. A causa del ‘soldout’ è stata aggiunta anche la terza o quarta branda nelle celle. La drammatica situazione denunciata nel carcere dalla Camera Penale, è stata segnalata da tempo anche dal sindacato Sappe. “Malati psichiatrici, tossici e disabili gravi sono stipati nelle celle - sottolinea il segretario nazionale Sappe Francesco Campobasso -. Far vivere la comunità penitenziaria in queste condizioni, senza sistemi di aria condizionata, senza ventilatori, è scandaloso. Si punisce la malattia e si rinchiude il disagio. Siamo davanti a una emergenza umanitaria che è a un punto di non ritorno”. Dal Provveditorato toscano ai direttori dei penitenziari: “Questo ufficio anche a seguito dell’improvvisa chiusura di 7 sezioni del carcere di Sollicciano a seguito del sequestro disposto dalla magistratura il 16 giugno per le condizioni delle celle - e del trasferimento dei detenuti che vi erano ospitati in altri penitenziari toscan- non è più nelle condizioni di garantire il rispetto delle ordinarie capienze”. L’indicazione sarebbe quella di accettare i nuovi arrestati utilizzando “tutti gli spazi disponibili” e se necessario “adottando ogni iniziativa ritenuta opportuna, compresa, in via estrema, per quanto assolutamente provvisoria, la collocazione di brande o materassi a terra. “Pura follia”. Così il segretario regionale della Uil Fp polizia penitenziaria, Eleuterio Grieco, ha definito quello che si chiede ai direttori delle carceri toscane. “Il rispetto della dignità umana e la salute” è “costituzionalmente tutelato”, “nessuno può metterlo in discussione”, aggiunge Grieco per il quale la direttiva è “inaccettabile” anche perché “incide sul governo e le criticità degli istituti penitenziari” con il personale di polizia penitenziaria “chiamato a risponderne”. La domanda è: ma interessa veramente e concretamente ciò che sta accadendo dentro le carceri? Nordio: “Con le nuove norme presto 8-10mila persone fuori dal carcere” Il Giornale, 7 luglio 2026 Con i provvedimenti in corso di approvazione in Parlamento, il governo prevede di fare uscire dal carcere “dalle otto alle diecimila persone. Sono numeri che sarebbero una rivoluzione copernicana”. Lo dice il ministro della Giustizia, Carlo Nordio (foto), in merito ai provvedimenti sul sovraffollamento in carcere. Il ministro sottolinea che si tratta di “numeri importantissimi”. Perchè “abbiamo in carcere circa 20 mila persone che sono state condannate per reati connessi alla tossicodipendenza. Una metà di questi sono spacciatori - ha spiegato - appartenenti anche a organizzazioni più o meno mafiose o comunque criminali per le quali non c’è possibilità di alternativa, ma una buona parte, vorrei dire la metà, sono tossicodipendenti che hanno commesso questi reati per potersi procurare lo stupefacente e che quindi sono piuttosto dei malati da curare che non dei delinquenti da punire”. Nordio ha specificato anche che sono stati “centrati anche tutti gli obiettivi che avevamo concordato con l’Europa per il Pnrr”. E ha concluso, ringraziando la “magistratura che ha lavorato insieme a noi con sacrificio”. L’impasse burocratica e la grazia a metà di Luca D’Alessio Il Riformista, 7 luglio 2026 Antonio Russo è un detenuto graziato, ma ancora detenuto. Anziano, malato, affaticato, disperato eppure ancora dietro le sbarre nonostante un provvedimento del Presidente della Repubblica ed in condizioni di salute giudicate incompatibili con il carcere. Carcere di Rebibbia. Le bollenti giornate per il caldo eccessivo rendono le celle dei detenuti ogni giorno una prova in più da sopportare e superare. Le stanze del penitenziario capitolino, così come moltissimi altri istituti di pena italiani, sono occupate da un numero superiore di detenuti, rispetto alla loro normale capienza, che stanno scontando la loro pena e che, ci piacerebbe affermare, ma nella quasi totalità dei casi non è così, stanno percorrendo il cammino rieducativo della loro pena. Non tutti i detenuti purtroppo godono delle stesse condizioni di benessere fisico e psicologico e questo si ripercuote sulla qualità di vita di chi vive in carceri che, come affermava il filosofo illuminista Voltaire, sono l’indicatore dello stato di civiltà di un Paese. Equivale a dire che, se uno Stato non riesce a garantire condizioni accettabili di vita ad un proprio detenuto, non solo trova una sua bassa collocazione di classificazione nella scala degli Stati virtuosi, ma soprattutto che ha fallito la sua funzione primaria di rieducazione e rispetto della dignità umana. E nel solco profondo di questa affermazione non possiamo far passare inosservato il caso di Antonio Russo, detenuto ottantottenne, che nel 2018 uccise uno dei figli della sua compagna, che a sua volta lo aveva aggredito e che da tempo lo vessava e, che per questo, sta giustamente scontando la pena. Ma perché parliamo di un detenuto che, apparentemente come molti altri, sta solo scontando la sua pena? Perchè attira la nostra attenzione? Semplicemente perché Antonio Russo è un detenuto graziato dal Capo dello Stato, ma ancora detenuto. Anziano, malato, affaticato, disperato, eppure ancora detenuto nonostante un provvedimento di grazia del Presidente della Repubblica ed in condizioni di salute giudicate chiaramente incompatibili con il carcere dai medici che lo hanno visitato. E’ pur vero che la grazia, firmata ad aprile, è di tipo parziale e non piena, cioè in sostanza cancella due anni e mezzo degli otto che gli restano da scontare e quindi per questo non ha effetto immediato, essendoci appunto un residuo di pena. Ma è anche vero che il giudizio dei medici è estremamente chiaro circa la sua incompatibilità della permanenza nel penitenziario capitolino. E qui che si inserisce una pura considerazione di estrema umanità e rispetto per la dignità umana. Da oltre due mesi, infatti, il suo avvocato ha avanzato richiesta al magistrato di sorveglianza perché gli conceda di trascorrere ai domiciliari i cinque anni e mezzo circa che mancano per fine pena. I medici, come detto, si sono già pronunciati sulla incompatibilità per il suo stato di salute. Prima della sentenza definitiva, l’uomo ha trascorso un periodo ai domiciliari rispettando sempre le prescrizioni sottoposte a questo regime e senza mai dare problemi di alcun tipo. Se libero, Antonio Russo avrebbe una casa disponibile per scontare i domiciliari e una famiglia che potrebbe prendersi * cura di lui. L’istruttoria sul suo caso è completa e quello che manca è solo la decisione del tribunale di sorveglianza, che mantiene sicuramente la facoltà di poter respingere la richiesta. Al magistrato, per il caso di specie, servirebbe soltanto di scrivere un provvedimento motivato sebbene non ha un obbligo di un termine temporale entro il quale farlo. Intanto però i mesi passano e Antonio Russo, con i suoi ottantotto anni, vive ogni giorno con una sofferenza che cresce di pari passo all’attesa inevasa. Quello che ci domandiamo è di estrema semplicità. Ma che tipo di Stato è, nelle vesti di istituzione giudiziaria, un Paese che non muove sensibilità nei confronti di un detenuto che spesso purtroppo cade dalla branda e batte la testa e sono gli altri detenuti a dargli una mano? Questa pena non rischia di diventare un qualcosa più simile ad una tortura? Suvvia, anche chi non conosce Antonio Russo spenderebbe parole per una veloce soluzione del caso. Sia solo per il rispetto della sua condizione umana. Quanto ancora deve attendere? E se ogni giorno che trascorre in cella potesse essere l’ultimo per lui? Facciamo tornare Antonio a casa. A scontare giustamente i suoi ultimi cinque anni e mezzo di pena. Ma in modo più confortevole e più rispettoso. “Troppo povero per poter lasciare il carcere”, ma la Cassazione lo libera di Vincenzo Maruccio Quotidiano di Puglia, 7 luglio 2026 Nessuno può essere privato della libertà personale solo perché non ha il denaro necessario per pagare una sanzione alternativa. Il principio, che sembra scontato in uno Stato di diritto, è stato ribadito con una forza giurisprudenziale senza precedenti dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione. I giudici di legittimità hanno messo un punto fermo contro quello che rischiava di diventare un intollerabile automatismo di discriminazione sociale: l’applicazione del carcere obbligatorio per i meno abbienti. Lo hanno fatto pronunciandosi sul caso di un 50enne barese. Secondo la Suprema Corte, infatti, negare la sostituzione della cella con una pena pecuniaria basandosi esclusivamente sulla povertà dell’imputato significherebbe edificare una vera e propria “giustizia di classe”. Questo orientamento finirebbe per colpire unicamente i nullatenenti e chi vive in condizioni di grave emarginazione, creando una disparità insostenibile ed esplicitamente vietata dall’articolo 3 della nostra Costituzione, che impone l’uguaglianza assoluta di fronte alla legge senza distinzioni di condizioni personali e sociali. Questo verdetto rappresenta una pietra miliare che sposa appieno la filosofia di fondo della Riforma Cartabia, orientata a ridurre l’impatto desocializzante del carcere per i reati minori. Quando si parla di condanne di breve durata, l’effetto distruttivo dell’ambiente penitenziario supera di gran lunga qualsiasi finalità rieducativa. Proprio per questo motivo, l’uguaglianza di trattamento deve essere garantita a tutti i cittadini, a prescindere dal loro estratto sociale o dalla consistenza del loro conto in banca. La pronuncia delle Sezioni Unite, arrivata dopo l’udienza dello scorso 25 giugno, ha risolto un complesso braccio di ferro interpretativo che andava avanti da tempo. La questione di diritto era nata dal rifiuto opposto per ben due volte dalla Corte d’Appello di Bari, la quale si era opposta alla conversione della reclusione in sanzione monetaria. Per i giudici di merito, le disagiate condizioni economiche del condannato rappresentavano un ostacolo insormontabile: secondo la loro prognosi preventiva, l’uomo non sarebbe mai stato in grado di saldare il debito con lo Stato. Una valutazione “a priori” che non ha convinto la difesa, spingendo il caso fino al massimo consesso della Cassazione per chiarire se un magistrato potesse legittimamente formulare un giudizio negativo sulla capacità di adempimento del reo per negargli un beneficio di legge. La risposta degli ermellini è stata un “no” categorico. All’origine di questo fondamentale capitolo del diritto italiano c’è la vicenda personale di un cittadino barese di cinquant’anni, sul quale pendeva una condanna a sette mesi di reclusione per il reato di resistenza a pubblico ufficiale. Una pena minima, per la quale la difesa aveva richiesto fin dal primo momento la conversione in sanzione pecuniaria, vedendosela inizialmente negare senza che venisse nemmeno presa in considerazione dal tribunale d’appello. La tenacia nel non arrendersi a quel primo verdetto ha permesso che venisse fissato il principio. Toscana. Se anche lo Stato si arrende di Stefano Fabbri Corriere Fiorentino, 7 luglio 2026 Certo che fa impressione vedere scritto nero su bianco una sorta di autorizzazione ai direttori di carcere ad ospitare i detenuti in eccesso rispetto ai posti in cella su materassi posati a terra, spingendovi anche l’asticella che indica il livello della dignità umana. Perché così si configura la circolare del Provveditorato dell’amministrazione penitenziaria della Toscana riguardo alla situazione che gli istituti della regione stanno sopportando, anche in seguito allo svuotamento di sette sezioni di Sollicciano sequestrate dal Tribunale di Firenze per le condizioni inumane. E che si aggiunge al sovraffollamento in cui quasi tutti si trovano, acuito dagli arrivi quotidiani di arrestati di fresco portati nelle case circondariali. Completato lo sfollamento, Sollicciano avrà poco più di 300 detenuti rispetto ai circa 550 prima dei sequestri, però tutti ristretti nelle sezioni ancora aperte, cioè nella migliore delle ipotesi nella condizione in cui già erano. Quello di Prato, ad esempio, è già il più popoloso con più di 600 detenuti. Tuttavia, a meno di non immaginare dirigenti e funzionari ministeriali come persecutori diabolici per partito preso, quelle crude righe certificano su carta intestata lo stato pietoso delle nostre carceri. Se non si crede ai racconti dei reclusi, degli agenti, degli educatori e dei volontari, questa volta è la stessa istituzione che ammette un quadro generale in cui non viene vista altra soluzione che andare “oltre” la capienza massima, peraltro spesso già superata. Toscana. “Per i nuovi arrestati usate i materassi a terra”. Il Prap ordina di violare la legge di Susanna Marietti* Il Fatto Quotidiano, 7 luglio 2026 Dopo la chiusura di sette reparti di Sollicciano, l’ufficio del Dap scrive ai direttori delle carceri una nota che fa rabbrividire: non ci sono “le condizioni per garantire il rispetto delle capienze”. Il Provveditorato all’Amministrazione Penitenziaria della Toscana manda una nota a tutte le direzioni delle carceri della regione ordinando loro di violare la legge. È scritto nero su bianco e fa rabbrividire. Visto l’alto affollamento e dopo la chiusura dei sette reparti di Sollicciano, si legge, non si “è più nelle condizioni di garantire il rispetto delle ordinarie capienze d’Istituto”. Per questo le direzioni avevano giustamente iniziato a rifiutare di accogliere nuovi arrestati. Non c’era spazio per loro, in carcere manca l’aria, si boccheggia, le celle stanno esplodendo. Ma il Provveditorato adesso dice che no, che bisogna cambiare linea. E impone ai funzionari sottoposti di accogliere chiunque. In tal modo la dignità delle persone si può continuare a comprimere, a calpestare ulteriormente, a negare. “A tal fine codeste Direzioni utilizzeranno tutti gli spazi disponibili fino al raggiungimento del limite indicato dall’applicativo di cui sopra”: applicativo informatico che rimane nelle segrete stanze dell’Amministrazione Penitenziaria e che indica un limite superiore alla capienza regolamentare che non è dato sapere come sia costituito. Ma l’ufficio ministeriale di decentramento amministrativo non si ferma qui: le direzioni, prosegue, andranno “se necessario anche oltre, adottando in tali casi ogni iniziativa ritenuta opportuna, compresa, in via estrema per quanto assolutamente provvisoria, la collocazione di brande o materassi a terra”. Ben sappiamo quante situazioni “assolutamente provvisorie” siano rimaste nel tempo come del tutto definitive. E ben sappiamo, noi che le galere le visitiamo ogni giorno, che brande e materassi a terra già se ne vedono ampiamente, rimanendo nell’ombra dell’informalità. Scrivere una nota come questa e rendere ufficiali queste disposizioni, ordinare alle direzioni degli istituti di violare le norme sull’abitabilità delle celle che fanno riferimento a parametri sanitari molto precisi, significa superare una ennesima linea di confine, che si aggiunge alle altre che questo governo ha già superato. Da oggi in Toscana la dignità dei detenuti è calpestata secondo norma. La normativa secondaria configura adesso quel “non facciamoli respirare” che l’ex sottosegretario alla giustizia Delmastro aveva auspicato a livello ancora informale. Ora è scritto, protocollato, firmato dalle alte sfere. Le Signorie Loro, come la nota interpella le direzioni delle carceri, hanno ricevuto formalmente i loro ordini. Ma sono ordini inaccettabili. Auspichiamo che sia immediatamente ritirata, ma anche che direttori e direttrici, che da sempre costituiscono una grande risorsa del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, manifestino il proprio dissenso. Il prossimo 14 luglio Antigone, insieme a tante altre organuzzazioni, sarà in moltissime carceri italiane a testimoniare il proprio sdegno e a far conoscere la situazione ad autorità locali, esponenti del mondo culturale, politici. Perché bisogna aver visto. Chiediamo a direttori e direttrici di unirsi a noi. Loro hanno visto le carceri da molti anni. Ma una nota come questa non l’avevano vista mai. *Coordinatrice dell’Associazione Antigone Milano. Lettera dal carcere a Mattarella: “Qui la pena è diventata tortura” di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 7 luglio 2026 La denuncia dall’istituto di Opera a Milano: al quarto piano acqua razionata, un solo medico e malori tra i detenuti per il caldo. L’avvocato Roberta Zarcone, del Foro di Como, ha scritto direttamente al presidente della Repubblica Sergio Mattarella per denunciare le condizioni “inumane e degradanti” in cui vivono alcuni detenuti della Casa di reclusione di Milano Opera. La stessa segnalazione è finita sulle scrivanie del ministro della Giustizia Carlo Nordio e del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Al centro c’è il quarto piano del secondo reparto, sezioni A, B e C, dove l’avvocato assiste diversi reclusi che, scrive, sono arrivati a un punto di non ritorno. La missiva che Il Dubbio ha potuto visionare è partita qualche giorno fa e, oltre al Quirinale, al gabinetto di Nordio e al Dap, è arrivata anche alla direzione che al Dipartimento segue proprio i detenuti e, per conoscenza, all’associazione Yairaiha ets. Durante i colloqui difensivi la legale racconta di aver visto con i propri occhi detenuti presentarsi con le magliette bagnate di sudore, accaldati e con il volto arrossato. Molti hanno accusato malori. Per l’intero istituto, sottolinea, è presente un solo medico. La condizione, si legge nella missiva, “è ormai arrivata allo stremo, causando davvero un grave rischio per la salute fisica e mentale dei soggetti ristretti”. Zarcone chiede un intervento immediato e mette in fila un dato significativo: molti dei suoi assistiti hanno pene sotto i sei anni e avrebbero i requisiti per accedere alle misure alternative al carcere. Le udienze, però, vengono fissate a mesi di distanza dalle istanze, anche quando arrivano dopo il rigetto di una misura chiesta in via d’urgenza. Un ritardo che, per la legale, trasforma la detenzione in quella che definisce senza mezzi termini una “tortura”. Sono le misure che permettono a chi ha pene brevi di scontarle fuori dal carcere, per esempio con l’affidamento in prova ai servizi sociali o la detenzione domiciliare, quando ci sono i presupposti di legge. Sulla carta spetterebbero a molti dei reclusi seguiti dall’avvocato, ma il tribunale di sorveglianza milanese, oberato come gli altri, le concede con tempi che spesso arrivano dopo mesi. C’è poi il capitolo dell’acqua, che da solo racconta lo stato dell’istituto. Il personale penitenziario, scrive l’avvocato, ha dovuto rivolgersi alla Croce Rossa Italiana per reperire seicento bottiglie, perché quell’acqua non veniva fornita. E quelle bottiglie di acqua potabile finiscono per essere usate anche per l’igiene personale, dato che l’impianto idraulico non riesce a portare l’acqua fino al quarto piano, dove sono ristretti i detenuti che assiste. Il legale chiede l’uso immediato di ogni strumento utile per fermare quello che chiama “un incubo”, e richiama l’articolo 27 della Costituzione: le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. La denuncia dei detenuti: caldo, acqua e soldi finiti - Alla segnalazione dell’avvocato è allegata la lettera scritta e firmata dagli stessi reclusi del quarto piano, indirizzata alla Presidenza della Repubblica, alla segreteria del ministro Nordio, al Dap e alla Camera penale di Milano. L’oggetto elenca cinque emergenze: caldo, acqua, condizioni igienico-sanitarie, sovraffollamento e, con parole loro, “finiti i soldi”. I detenuti raccontano di essere stati convocati, in rappresentanza dei vari piani, davanti alla vice comandante e all’ispettore di reparto. In quell’incontro, scrivono, la stessa polizia penitenziaria ha ammesso l’esistenza dei problemi, porgendo le sue scuse ma spiegando che, al di là della volontà, mancano sia le risorse sia una programmazione a medio e lungo termine per sistemare impianti diventati un problema cronico da anni. Il nodo torna sempre lì, sull’acqua e sugli impianti idrici ormai obsoleti che non portano il bene primario ai piani alti. A questo i reclusi aggiungono la chiusura di molte finestre e la presenza di pannelli oscuranti e reti a maglia fine che, nei mesi più caldi, riducono aria e luce e favoriscono i malori improvvisi, soprattutto tra i più anziani. Ricordano che si tratta di condizioni per cui l’Italia è già stata condannata in sede europea e che rientrano nel perimetro dell’articolo 35-ter dell’ordinamento penitenziario, la norma che riconosce un rimedio a chi subisce un trattamento contrario all’umanità. C’è anche la questione degli acquisti. Ventilatori e acqua, che secondo i detenuti l’amministrazione dovrebbe garantire, vengono razionati per numero di pezzi a persona anche quando è il recluso a pagarli di tasca propria. La lettera parla di un limite di quattro casse d’acqua a settimana, in piena ondata di calore. A pesare, aggiungono, sono pure la chiusura quasi totale dell’area verde per i colloqui e il diniego dei passeggi serali, misure che in un ambiente sovraffollato aumentano tensione e sofferenza. Il quadro che descrivono non riguarda solo Opera. Secondo gli ultimi dati monitorati dal sito “sovraffollamentocarcerario.it”, siamo al 139,74% di sovraffollamento. E in 75 istituti penitenziari il tasso di affollamento è pari o superiore al 150% - tre persone per ogni due posti disponibili. La situazione più grave si registra a Lucca, dove il sovraffollamento è del 265%. Sul caldo, che in questi primi giorni di luglio sta investendo tutta Europa, il garante nazionale Riccardo Turrini Vita ha parlato apertamente di emergenza, mentre il ministero ha stanziato 800 mila euro per gli istituti. A Firenze il gip ha disposto il sequestro di alcune sezioni di Sollicciano per le condizioni rilevate. Ed è notizia - lanciata da Repubblica - che il Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria, in una direttiva inviata ai direttori delle carceri toscane, suggerisce come misura “estrema e provvisoria” la sistemazione dei nuovi detenuti su materassi o brande collocati direttamente sul pavimento. E resta il conto più pesante: nel 2025 i suicidi dietro le sbarre sono stati almeno 82, e nei primi mesi del 2026 se ne contano già 33. È il periodo estivo, con le attività ridotte e le celle roventi, quello in cui il rischio cresce. Nella parte finale i reclusi si rivolgono direttamente a Mattarella. Chiedono al presidente della Repubblica, in qualità di garante della Costituzione, di spingere il Parlamento verso una revisione del sistema penitenziario e dello sconto delle pene, guardando ai modelli del nord Europa. Definiscono l’attuale sistema un “colabrodo fallimentare”, citano il primato italiano per il tasso di recidiva in Europa e arrivano a invocare un provvedimento di “amnistia generalizzata” per svuotare il sovraffollamento. Chiudono ricordando una cosa semplice: anche i detenuti sono persone e cittadini dello Stato di cui fanno parte. Lo stesso avvocato Zarcone ha inviato la segnalazione anche all’associazione Yairaiha ets, che come di consueto si è subito attivata. La realtà, nata a Cosenza e presieduta da Sandra Berardi, da quasi vent’anni segue le condizioni delle persone private della libertà e ha portato più volte casi analoghi all’attenzione del ministro Nordio e del Dap, a partire dai detenuti malati lasciati senza cure adeguate. Adesso il fascicolo è di nuovo sui tavoli delle massime cariche dello Stato. Con una richiesta che resta la stessa da tempo: che il quarto piano di Opera smetta di essere, come scrivono gli stessi reclusi, un luogo dove la pena si sconta a colpi di bottiglie d’acqua della Croce Rossa. Roma. L’inferno delle carceri, tra malattie e suicidi. Calderone: “Impossibile curarsi” di Marina de Ghantuz Cubbe La Repubblica, 7 luglio 2026 Il rapporto della Garante dei diritti dei delle persone private di libertà. A Rebibbia e Regina Coeli mancano spazi e accesso ai servizi. Il diritto alla salute mentale è una conquista recente che, in carcere, ancora non è entrato. La necessità è fortissima, ma le risposte non ci sono. Perché quello della fragilità psicologica dei detenuti è uno dei problemi che si sommano e si incancreniscono negli anni, a partire dal sovraffollamento. La Relazione annuale 2025 della Garante dei diritti delle persone private della libertà personale di Roma Capitale, Valentina Calderone, descrive un sistema ormai vicino al punto di rottura. Gli istituti penitenziari romani ospitano un numero di detenuti ben superiore ai posti realmente disponibili, mentre personale, strutture e servizi sanitari faticano a sostenere una pressione sempre maggiore. Il caso più evidente è quello della Casa circondariale di Rebibbia Nuovo Complesso, il più grande carcere della Capitale. A fronte di una disponibilità effettiva di 1.057 posti, al 31 maggio 2026 erano presenti 1.614 detenuti, oltre cinquecento in più rispetto alla capienza reale. Un incremento particolarmente significativo se si considera che, rispetto alla fine del 2024, la popolazione detenuta è aumentata di oltre seicento unità. Ancora più critica appare la situazione di Regina Coeli, storico istituto nel cuore di Trastevere. I posti realmente disponibili sono 572, mentre le persone recluse hanno superato quota mille. In pratica, il carcere ospita quasi il doppio dei detenuti che potrebbe accogliere in condizioni ordinarie. Nemmeno il carcere femminile di Rebibbia sfugge alla pressione: le detenute sono 379 a fronte di 265 posti disponibili. Solo la Casa di reclusione di Rebibbia e l’Istituto a custodia attenuata “Terza Casa” mantengono, almeno per ora, un equilibrio tra capienza e presenze. La Relazione evidenzia come il sovraffollamento non rappresenti soltanto un dato statistico, ma la causa principale del peggioramento delle condizioni di vita all’interno delle carceri caratterizzate da tensioni tra detenuti, aumento degli episodi di autolesionismo e aggressioni, difficoltà nello svolgimento di attività. Alla crescita della popolazione detenuta non ha fatto seguito un adeguato incremento del personale. La Garante richiama l’attenzione sulla cronica carenza di agenti di polizia penitenziaria, ma anche di educatori, funzionari giuridico-pedagogici, psicologi, assistenti sociali e personale amministrativo. Gli effetti sono concreti: a Rebibbia non è stato eseguito oltre il 70% delle visite mediche esterne, a Regina Coeli il 55%. In questo contesto aumentano anche gli eventi critici. Suicidi, tentativi di suicidio, atti di autolesionismo e aggressioni: non episodi isolati, ma indicatori del profondo disagio che attraversa il sistema penitenziario. Lo scorso anno nelle carceri romane si sono verificati 5.028 eventi critici, il triplo rispetto all’anno precedente e sono raddoppiati i tentativi di suicidio. Per il sindaco Roberto Gualtieri “i numeri sono drammatici, il carcere non è un mondo a parte: è il luogo in cui si misura la capacità delle istituzioni di attuare le norme, garantire sicurezza, qualità democratica e credibilità del sistema”. Il governo ha stanziato 750 milioni di euro per creare 10mila nuovi posti ma “il carcere sta diventando sempre più il luogo in cui si concentrano problemi che nascono all’esterno: fragilità economiche, marginalità, dipendenze, disturbi della salute mentale, percorsi migratori complessi, solitudine e povertà educativa”, ha aggiunto l’assessora al Sociale Barbara Funari invitando il governo a investire in cura e prevenzione. Napoli. “Poggioreale è un inferno, per i detenuti e per chi ci lavora” di Peppe Pace fanpage.it, 7 luglio 2026 “Fino a 9 detenuti in una cella per 3 persone, ventilatori rotti, tossicodipendenti e persone con disturbi mentali che non dovrebbero essere qui”. A quasi due anni dall’ultima ispezione del carcere di Poggioreale, l’europarlamentare Sandro Ruotolo e il deputato Marco Sarracino del Partito Democratico non hanno potuto rilevare altro che un peggioramento della situazione. “Abbiamo trovato fino a 9 detenuti in celle per 3 persone - racconta Ruotolo dopo la visita ispettiva durata circa tre ore - in piena estate non funzionano nemmeno i ventilatori, mancano proprio le condizioni minime, qui non c’è la dignità umana”. I parlamentari hanno raccontato di essere rimasti particolarmente colpiti da un ragazzo che ha tentato più volte il suicidio. “Sul suo corpo i tagli - racconta Ruotolo - il corpo di questo ragazzo violentato. Non dovrebbe essere qui e come lui tanti altri, pensiamo a tutti i tossicodipendenti o agli affetti di patologie neurologiche che avrebbero bisogno di stare in ben altre strutture”. Nelle carceri italiane il sovraffollamento supera ormai il 140%. In Campania il tasso di affollamento raggiunge il 160,8%, con 8.047 detenuti a fronte di 5.004 posti disponibili. Solo a Poggioreale sono recluse 2.243 persone in una struttura che potrebbe ospitarne circa 1.600. Il carcere continua a essere utilizzato come una discarica sociale, dove finiscono marginalità, dipendenze e disagio mentale senza adeguate risposte. Cosa (non) ha fatto il Governo in questi anni - “Non servono slogan. I decreti del governo hanno aumentato il sovraffollamento e non hanno avuto alcun impatto sulla sicurezza delle nostre città. Servono misure alternative alla detenzione, più personale, più sanità penitenziaria e una politica che restituisca dignità alle persone e sicurezza ai cittadini. Lo Stato si misura da come tratta chi ha perso la libertà. Oggi, entrando a Poggioreale, abbiamo avuto la conferma che l’Italia non può più voltarsi dall’altra parte”. Secondo Ruotolo, la previsione dell’aumento dei reati da parte del Governo, come conseguenza dai vari decreti sicurezza, non ha tenuto conto di una situazione di sovraffollamento e sovraffollamento preesistente: “Oggi si finisce in galera con nuovi reati, faccio l’esempio delle manifestazioni o anche i reati che oggi si configurano per le proteste nelle carceri, che vanno ad aumentare le pene, determinando il prolungamento della permanenza dei detenuti in carcere”. Secondo Ruotolo, Poggioreale sarebbe la regola, non l’eccezione. L’europarlamentare fa riferimento al recente provvedimento che ha interessato il carcere fiorentino di Sollicciano, dove il provveditore: “Ha autorizzato a far dormire i detenuti per terra, perché mezzo carcere è stato chiuso. Sarebbe questa la linea di questa destra che è al governo? Mandiamoli in carcere, buttiamo le chiavi e lasciamoli lì? La dignità e l’umanità stanno fuori”. Firenze. “A Sollicciano cimici nei letti e detenute incinte lasciate sole” novaradio.info, 7 luglio 2026 La denuncia del Gruppo Foucault: “Carcere nel caos, ma il tavolo interistituzionale è saltato”. Un sacchetto pieno di cimici, alcune grosse anche mezzo centimetro: sono quelle che ogni giorno martirizzano i detenuti del carcere di Sollicciano, ricoprendoli di piaghe e insanguinando i loro letti. È l’impressionante “souvenir” che i reclusi hanno donato al consigliere comunale di Sinistra Progetto Comune, Dmitrij Palagi, che nei giorni scorsi ha fatto visita al carcere fiorentino assieme ad Antonella Bundu, Massimo Lensi, Grazia Galli e altri rappresentanti del “Gruppo Foucalt”. La visita arriva dopo il sequestro di 7 sezioni, nel mezzo di un difficile trasferimento di massa di detenuti e dopo la notizia di una circolare del Prap (Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria) che invita i direttori a mettere i detenuti dovunque ci sia spazio, anche su brande e materassi per terra. Proprio quello che hanno visto Palagi e gli altri del Gruppo Foucalt: materassi in terra, con fino a 8 letti in celle da sei, sangue sui letti, bagni rotti, caldo insopportabile, miasmi e muffe. “Una situazione notevolmente peggiorata rispetto all’ultima visita, in particolar modo nella sezione femminile e un grave clima di incertezza” dice Palagi, che segnala con preoccupazione il fatto che la riunione del tavolo inter-istituzionale cittadino sul carcere sia saltata e non sarà convocato fino a settembre. “La politica ha scelto di non prendersi nessuna responsabilità, e non c’è una riflessione sui criteri del trasferimento”. I dati ufficiosi riferiti oggi parlano di 119 detenuti trasferiti tutti in altre carceri toscane, il che ha aggravato il problema del sovraffollamento nella nostra Regione, mentre a Sollicciano le persone continuano ad arrivare facendone una vera “discarica sociale”. Tutti i numeri di Sollicciano sono da allarme rosso: 510 detenuti su 341 posti, 9 educatori su 11, 408 agenti penitenziari sui 510 previsti, 27 amministrativi su 34. Ma particolare attenzione è stata riservata alle sezioni femminili, dove le condizioni materiali sono un po’ migliori di qualla maschile ma sono peggiorate negli ultimi mesi.E in cui a preoccupare però è la solitudine e la mancanza di servizi e prospettive: l’assenza di corsi scolastici oltre la scuola media, l’assenza di opportunità lavorative, la presenza di un solo corso professionalizzante (di trucco, durata di 1 mese). La consigliera di SPC del Quartiere 4, Giulia Marmo, segnala anche un caso limite: una detenuta incinta di ben 5 mesi a tutt’oggi reclusa perché non è riuscita materialmente a entrare in contatto con il proprio avvocato e quindi avviare una formale richiesta di esecuzione alternativa della detenzione. Massimo Lensi del Gruppo Foucault ha evidenziato come Sollicciano sia un “epicentro” di un scontro giuridico e giudiziario tra poteri dello Stato: da un lato il ricorso del Tribunale di Sorveglianza di Firenze alla Consulta sulla legittimità di misure speciali di sospensione della pena in caso di violazione dei diritti nelle detenzione (la sentenza è attesa per il 22 settembre), dall’altro il sequestro delle sette sezioni da parte del gip: “due decisioni che dialogano, si intrecciano” e che smuovono il diritto penale: non a casa, ricorda Lensi, ben 27 magistrati di sorveglianza di tutta Italia si sono appellati al capo dello Stato segnalandola loro difficoltà stante la carenza di organico e di strumenti, di garantire i diritti costituzionali legati al carcere e alla pena. Contro la circolare del Prap che invita le carceri ad utilizzare ogni spazio disponibile pe mettere materassi e brande si scaglia anche il sindacato degli agent di polizia penitenziaria Uil-Pa: “È assurdo, siamo esterrefatti” ha detto stamani a Novaradio Eleuterio Grieco, segretario Fp-Uil e Ui-Pa che protesta: “La situazione delle carceri toscane in termini di capienza detentiva è già al collasso, il sovraffollamento è del 134%. Facciamo appello ai direttori delle carceri perché si rifiutino di sottostare a questa direttiva, facciano capire che stanno dalla parte del diritto”. Firenze. Invalido all’80 per cento, picchiato in carcere. L’appello della madre di Jacopo Storni Corriere Fiorentino, 7 luglio 2026 La denuncia di una madre del ragazzo finito in carcere dopo un’aggressione a lei: “Ho dovuto denunciarlo ma non pensavo finisse in cella”. Il garante: “Va trasferito in una struttura psichiatrica”. “Liberate mio figlio, non può stare a Sollicciano in quelle condizioni”. C’è una madre che non si dà tregua. “È da solo in cella. Ho paura che possa farsi del male, ha già tentato il suicidio quando era fuori. Rischia di farlo di nuovo”. È la mamma di L., detenuto fiorentino di 20 anni, con una invalidità dell’80% per problemi psichiatrici. Dopo un’infanzia molto difficile segnata da un padre problematico, il ragazzo ha vissuto per diversi anni in una struttura per giovani con fragilità psichiatrica. Lì il percorso è finito, ma le sue criticità no. Nei giorni scorsi, in uno dei suoi sbalzi d’umore, ha aggredito la madre che, per proteggere sé stessa e suo figlio, ha deciso di sporgere denuncia: “Non sapevo cos’altro fare - racconta la signora - Denunciarlo è stata un’estrema soluzione a una situazione drammatica”. Non pensava che il ragazzo potesse finire in cella. “Insieme al nostro avvocato abbiamo chiesto gli arresti domiciliari, ma non sono stati concessi e quindi è rimasto in carcere”. La signora racconta di condizioni di vita durissime: “Non c’è bisogno di aggiungere altro sulle condizioni di degrado di Sollicciano che ormai sono note a tutti”. Ma ad aggravare la situazione, racconta la signora, c’è che “nei giorni scorsi mio figlio è stato picchiato da un altro detenuto, ha la mandibola rotta e non riesce a mangiare, mi ha detto che non mangia da tre giorni, non so come possa vivere un giorno di più in quell’inferno”. Il ragazzo si trova in una cella da solo all’interno della sezione destinata ai reclusi con disagi psichiatrici, la stessa a cui nei giorni scorsi è stato impedito l’accesso all’assessora regionale a sanità e sociale Monia Monni. “È in una cella sporca con il materasso logoro” ha riferito la madre. I familiari chiedono il trasferimento urgente in una struttura psichiatrica. “Un ragazzo come lui, con una invalidità come la sua, non è compatibile con un regime carcerario, figuriamoci poi se il carcere è quello di Sollicciano - dice il garante fiorentino dei detenuti Giancarlo Parissi - Ha sofferto molto nell’infanzia e nell’adolescenza, dev’essere trasferito in una struttura adeguata”. Nel frattempo, dopo il sequestro di sette sezioni a Sollicciano, proseguono i trasferimenti dei detenuti verso altri istituti, con una circolare del provveditorato che, al fine di consentire l’accoglienza di tutti, parla di sistemare “brande materassi per terra”, con comprensibili polemiche al seguito. Venerdì scorso ha visitato il penitenziario il Gruppo Focault, che ha rilevato “un sovraffollamento oltre il 150%, degrado nelle sezioni maschili, formazione quasi assente”. Il Gruppo spiega che al momento della visita erano presenti 515 persone detenute, 423 al maschile e 92 al femminile, a fronte di una capienza fortemente ridotta per l’inagibilità di alcune celle e il sequestro di altre. Tra le recluse anche una donna al quinto mese di gravidanza. Nel corso della visita “ci è stata consegnata una busta di cimici raccolte in una cella: ci è sembrato importante che potessero arrivare, in sicurezza, dentro Palazzo Vecchio”. Trento. Disparità, pure il carcere è (solo) a misura di uomo di Barbara Poggio* Corriere dell’Alto Adige, 7 luglio 2026 Pochi giorni fa sono entrata nella Casa circondariale di Trento per incontrare la redazione femminile, di “Non solo dentro. Parole dal carcere”, l’inserto del settimanale diocesano curato da detenuti e volontari. Al tavolo, con alcune volontarie, cinque donne, tra i 20 e i 40 anni. Ho iniziato a parlare dei temi su cui lavoro - diversità, disuguaglianze, equità - ma ben presto sono state loro a prendere la parola, dando sostanza a quei concetti con la propria esperienza. Dai loro racconti è emerso un carcere pensato a misura di uomo. Se la popolazione detenuta è in larghissima parte maschile - le donne sono una quota residuale, come scrivevo qualche settimana commentando il Rapporto Antigone; qui sono circa il 10% - la maggior parte dei servizi e delle attività, in particolare quelle lavorative, formative e sportive, è di fatto calibrata su quella maggioranza. Un esempio tra tutti è il MOF, il servizio di manutenzione ordinaria del carcere: un’attività remunerata che resta preclusa alle donne perché considerato “lavoro da uomini”. La disparità riguarda anche gli spazi all’aria aperta: gli uomini dispongono di un cortile più arioso, accanto agli orti, cui solo loro hanno accesso. Le donne dispongono invece di un cortile in cemento, interamente murato, sotto il sole, sovrastato dal filo spinato dove restano impigliati i palloni da volley. Colpisce quanto, per queste donne, la pena si estenda oltre lo spazio fisico, anche sul piano delle relazioni. Tutte sono madri di figli e figlie cresciuti da nonne o altre reti familiari, per lo più femminili, a distanza, e di cui sentono la mancanza. Anche le forme più minute di relazione sono sottoposte a controllo: un saluto dalla finestra tra edifici, un gesto di vicinanza verso un detenuto uomo nelle rare occasioni di incontro, possono essere sanzionati duramente. Chi è in regime chiuso, raccontano, spesso urla o canta per non soccombere all’isolamento e all’inedia, in molte fanno uso di psicofarmaci. È difficile, peraltro, essere ascoltate: per alcune di loro il gesto estremo di farsi del male resta uno dei pochi modi per ottenere attenzione. E poi c’è il mondo fuori, e la difficoltà di rientrarvi. Lo stigma pesa più a lungo, per una donna. Raccontano la difficoltà di trovare lavoro e parlano di una maggiore esposizione al ricatto, anche sessuale. Diverse sono rientrate più volte, e raccontano del senso doloroso di non sentirsi più adatte alla vita “fuori”. Eppure - dicono alcune ricerche - le donne hanno meno recidive degli uomini, soprattutto quando scontano la pena in istituti pensati per loro, non in sezioni dentro carceri progettate per uomini. In fondo il carcere è una lente che ingrandisce ciò che fuori resta più difficile vedere: senza margini di compensazione ogni asimmetria incide sulle condizioni stesse dell’esistenza. *Prorettrice alle politiche di equità e diversità Università di Trento Verona. Carcere di Montorio, visita ispettiva dopo i casi di tubercolosi e la morte di un detenuto di Francesca Romana Riello L’Adige, 7 luglio 2026 Venerdì 10 luglio una delegazione composta da rappresentanti delle istituzioni, della sanità e del mondo associativo entrerà nella casa circondariale di Montorio per verificare le condizioni sanitarie della struttura e l’assistenza garantita ai detenuti, dopo settimane segnate da due vicende che hanno riportato l’attenzione sulla situazione del penitenziario veronese. La visita arriva dopo il caso di tubercolosi accertato all’interno del carcere e il decesso in cella di un detenuto affetto da una patologia oncologica, episodi che hanno riaperto il confronto sulle condizioni di assistenza sanitaria e sulla tutela delle persone detenute. L’ispezione servirà a fare il punto sull’organizzazione sanitaria della casa circondariale, sulle misure adottate per contenere il rischio infettivo e sulle modalità con cui vengono seguiti i detenuti affetti da patologie croniche o particolarmente gravi. Al centro dell’attenzione ci saranno il caso di tubercolosi, dopo le polemiche sulla comunicazione della malattia ai familiari e al legale del detenuto coinvolto, e la vicenda dell’uomo malato di tumore deceduto nei giorni scorsi all’interno della struttura. Alla visita parteciperanno il presidente dell’associazione “Liberi Liberi, articolo 27” Michele Nardi, il presidente dell’associazione “Azione Comunitaria” Agostino Trettene, il direttore generale dell’Ulss 9 Pietro Girardi, la consigliera regionale Anna Maria Bigon e il consigliere comunale Lorenzo Didonè. L’obiettivo è raccogliere elementi utili a fare chiarezza sulla gestione dell’emergenza sanitaria, sulle risposte fornite ai detenuti con patologie complesse e sull’eventuale necessità di interventi per affrontare le criticità emerse negli ultimi mesi. Al termine della visita, indicativamente tra le 14 e le 14.30, i componenti della delegazione incontreranno i giornalisti per riferire quanto emerso nel corso dell’ispezione e le prime valutazioni sulla situazione della casa circondariale di Montorio. Rovigo. Ilaria Cucchi al carcere minorile: “È ben gestito, complimenti” di Elisa Barion La Voce di Rovigo, 7 luglio 2026 “Il popolo di Vannacci protesta per i corsi di percussioni? Incontri questi ragazzi”. Lunedì, l’Istituto penitenziario per minori di via Mazzini ha ricevuto l’ispezione a sorpresa di Ilaria Cucchi, senatrice e, prima ancora, cittadina che ha portato sulle proprie spalle tutto il peso della lotta contro l’ingiustizia e contro la violenza da parte di “uomini dello Stato”. Al termine della visita, la senatrice si è fermata per qualche istante fuori dalla struttura che oggi conta 22 detenuti in gran parte minorenni e ha fatto il punto insieme a Serena Gregnanin segretaria di Sinistra italiana: “Mi aspettavo una situazione molto diversa da quella che ho trovato - ha commentato Cucchi - Mi aspettavo di trovare una situazione critica. Invece ho scoperto che, come in ogni altro Ipm, vi sono detenuti dei ragazzi che sono semplicemente più sfortunati dei nostri figli, perché nati in contesti difficili e che pagano a costi diversi le politiche scellerate di questo governo. Basti pensare al decreto Caivano, che mai investe in formazione o prevenzione ma punta sulle azioni punitive. La mia particolare opinione è che gli Ipm non dovrebbero esistere e che siano lo specchio del fallimento dello Stato perché uno Stato che non riesce a garantire a tutti, specie ai più giovani, le stesse opportunità è uno Stato fallito. Qui, in questa struttura non ci vengono i figli di papà perché quelli hanno i soldi per pagarsi un avvocato. Vengono rinchiusi i ragazzini sfortunati. Invece, il compito dello Stato è garantire a tutti le stesse possibilità dei coetanei. Qui i ragazzi sono delusi dallo Stato che non solo li ha abbandonati ma che non fornisce loro una prospettiva di futuro e di crescita”. Delusione che, secondo Cucchi, affligge “molto spesso anche gli operatori che provano una frustrazione simile a chi è detenuto perché lo Stato non fornisce loro strumenti adeguati”. Altro discorso sono le proteste dei residenti e dei cittadini. Ma in questo caso, le parole di Cucchi si sono fatte molto più pungenti: “Il problema dei residenti è che questi ragazzi fanno confusione? L’altra sera facevano un corso di percussioni. O il problema è che affacciandosi dall’attico non trovano sia bello vedere questi ragazzini? Per questo inviterei il popolo di Vannacci, invece di fare le manifestazioni davanti all’ingresso, di entrare nella struttura per vederli questi ragazzini, perché potrebbero essere anche figli loro. Nella vita succede di commettere un errore, ma non per questo deve essere preclusa la possibilità di cambiare strada. Il decreto sicurezza impedisce ai detenuti di manifestare. Cosa devono fare? Stare buoni e zitti senza dare fastidio? La struttura è gestita bene, e io di realtà brutte ne ho viste tante. Questa è ben gestita e, anzi, complimenti alla direttrice e al personale”. Bologna. “Chi ha commesso il reato e la vittima riconoscono il dolore dell’altro” di Marco Madonia Corriere di Bologna, 7 luglio 2026 A Bologna nasce il Centro per la giustizia riparativa: “Un incontro tra hi ha commesso il reato e la vittima. Ognuno riconosce il dolore dell’altro”. Lo guiderà la mediatrice Rosalia Donnici: “Un percorso orizzontale nel quale l’uno va incontro all’altro. Solo così ricuciamo le fratture”. “È un percorso orizzontale nel quale ognuno va incontro all’altro. Non siamo giudici, il nostro è un modello che riconosce l’umanità al di là del reato”. Rosalia Donnici è una sociologa, mediatrice penale esperta in programmi di giustizia riparativa e mediatrice familiare. È lei a guidare il Centro di giustizia riparativa che sta per nascere a Bologna, un luogo dove fare incontrare l’autore di un reato e la vittima che l’ha subito. Un percorso volontario che si sviluppa attraverso incontri guidati da un mediatore imparziale. L’obiettivo non è sostituire il processo penale, ma riparare, per quanto possibile, le conseguenze del reato, favorendo il dialogo, l’assunzione di responsabilità da parte dell’autore e la ricerca di soluzioni condivisi. A Bologna il Centro partirà dopo l’estate, a Reggio Emilia la struttura è già attiva da qualche mese. I due centri fanno parte della rete nazionale prevista dalla riforma Cartabia. Che tempi ci sono? “Stiamo completando gli incontri di co-progettazione e il piano finanziario con l’Asp e il Comune per allinearci alle linee guida del ministero. La convenzione verrà firmata a luglio, saremo operativi da settembre”. Il centro avrà una sede fisica? “Sì, in via Polese, uno stabile che avevamo sistemato per il progetto dei Territori per il reinserimento. Poi ci sarà un altro stabile, sempre in via Polese, che andrà sistemato”. Lei che tipo di formazione ha? “Una formazione umanistica, sono allieva della professoressa Maria Rosa Mondini - che si è formata a Parigi alla scuola di Jacquelin Morineau - e del metodo del professore Adolfo Ceretti”. Che esperienze ha avuto? “Diverse, soprattutto nel campo della mediazione familiare. Interveniamo nel caso di separazioni o divorzi”. Con quale scopo? “Evitare di dare la responsabilità ai figli e favorire il più possibile una gestione condivisa da parte di madre e padre. Poi operiamo anche nei casi di maltrattamenti e violenza”. E per quanto riguarda la giustizia riparativa? “È un’esperienza nata attraverso i protocolli con i tribunali e gli Uffici di servizio sociale per i minorenni. Abbiamo lavorato con i minori che dovevano completare il percorso di messa alla prova”. In che modo? “Abbiamo portato avanti diversi progetti nel carcere minorile. Per esempio scrivendo lettere alle vittime, in alcuni casi ci sono stati incontri che hanno fatto parte di percorsi di grande valore. Abbiamo lavorato sulla gestione di emozioni e conflitto”. A cosa serve la giustizia riparativa? “La giustizia riparativa prova a mettere a posto la frattura, la perdita del prima che soffre una persona che ha subito un danno. Pensiamo a chi ha subito un furto, rischia di smarrire la fiducia della comunità e nei legami sociali. Noi proviamo a ricomporre questa frattura in 3 fasi”. Quali sono? “Incontriamo chi ha commesso il reato, che deve dare il consenso al percorso di responsabilizzazione. La giustizia riparativa non sostituisce o fa diminuire la pena, noi non siamo giudici o arbitri. Un percorso responsabile prevede il coinvolgimento anche di assistenti sociali e psicologi”. Avete riscontrato qualche differenza tra minori e adulti che partecipano a questi progetti? “Per i minori la recidiva va a zero. Si tratta di un percorso utile per gli adulti, ma anche per le vittime, pure quelle secondarie. Il percorso di avvicinamento a chi ha provocato il danno serve a rimarginare la frattura”. Qual è il secondo passaggio? “Facciamo incontri e tracciamo le linee del percorso. Poi mandiamo le lettere alle vittime agli indirizzi forniti dal tribunale”. E se una vittima dà il suo assenso? “Facciamo un incontro per spiegare che cos’è la mediazione e come funziona. Le vittime devono essere pronte, guardare negli occhi chi ti ha fatto del male non è facile. Possono passare anni”. Qual è il fine? “Una ricucitura, fare pace con quello che è successo”. Come agite? “Bisogna agire con delicatezza, fare attenzione. Il nostro è un modello che rispetta l’umanità al di là del reato. Nei casi di reati di violenza grave, esempio, chi resta non si riesce a spiegare il motivo di quello che è successo”. E se non funziona? “Ci può anche non essere dialogo, a quel punto la mediazione si interrompe. Il consenso resta libero e confidenziale” Quanti mediatori saranno impegnati nel centro? “Una ventina. Su ogni caso lavoriamo in 3. Il primo mediatore che prende in carico il caso con gli avvocati, il secondo fa l’incontro preliminare con chi ha commesso il reato, il primo e il terzo, infine, incontrano la vittima”. Perché lavorate così? “Per non essere di parte”. Qual è il passaggio più difficile? “Arrivare alla verità del fatto, alcuni rei non raccontano tutto. Non possiamo mediare se non è emerso tutto. Si tratta di un percorso orizzontale nel quale il reo va verso la vittima e viceversa. Ognuno deve riconoscere il dolore dell’altro. Il reo può riappacificarsi con l’errore commesso che magari è stato uno solo”. E la vittima? “Ricostruire quel prima che il reato ha interrotto”. Roma. La giustizia di comunità ha bisogno della rete, del Terzo settore, dei volontari di Ilaria Dioguardi retisolidali.it, 7 luglio 2026 Rafforzare il dialogo tra volontariato, istituzioni e servizi della giustizia per promuovere percorsi di inclusione e cittadinanza attiva. Con quest’obiettivo si è svolto l’incontro “Volontariato e giustizia di comunità. Storie di inclusione”, presso la sede di Csv Lazio. Maria Vittoria Menenti, direttrice Uiepe Roma: “L’esecuzione penale esterna per essere efficace e completa ha bisogno della rete, del Terzo settore, dei volontari”. “L’esecuzione penale esterna per essere completa ha bisogno della rete, del Terzo settore, dei volontari”. Con queste parole la direttrice dell’Ufficio interdistrettuale di esecuzione penale esterna-UIEPE di Roma Maria Vittoria Menenti ha aperto l’incontro Volontariato e giustizia di comunità. Storie di inclusione, presso la sede di CSV Lazio. L’iniziativa ha rappresentato un’occasione per approfondire il contributo del volontariato nei percorsi di reinserimento sociale e per valorizzare le reti territoriali che sostengono una giustizia più vicina alle persone e alle comunità e ha visto un momento dedicato all’esperienza di collaborazione tra l’Ufficio e il Centro di Servizio per il Volontariato. “Osservare da vicino il significato della pena fa sì che ci si renda conto delle difficoltà dell’inserimento e del collegamento, che deve dare seguito all’inserimento delle persone nelle società. Abbiamo una responsabilità nei confronti di tutta la società. Nell’ufficio UIEPE è questo lo stimolo che detta le attività di esecuzione penale esterna, che per essere efficace e completa ha bisogno della rete, del Terzo settore, dei volontari”, ha continuato Menenti. “Pe raggiungere i nostri obiettivi dobbiamo lavorare tutti insieme, senza la rete non possiamo fare nulla”. Mario G. De Luca (CSV Lazio): “La quantità di persone che ricommettono reati, una volta uscite dalle carceri, è molto alta perché la detenzione non ha svolto la funzione di reinserimento nella comunità” “Quello di oggi è uno degli incontri che stiamo portando nei territori per presentare la giustizia di comunità alle associazioni”, ha detto Francesca Amadori, CSV Lazio. Mario German De Luca, presidente di CSV Lazio, ha illustrato il valore dell’alleanza tra volontariato e servizi della giustizia nel favorire percorsi di inclusione sociale. “La quantità di persone che ricommettono reati, una volta uscite dalle carceri, è molto alta perché la detenzione non ha svolto la funzione di reinserimento nella comunità”, ha affermato De Luca. “Le nostre comunità devono iniziare a preoccuparsi delle persone che commettono reati, le organizzazioni del Terzo settore sono tra le realtà più pronte”. Michela Battista (Area IV - Coordinamento Interdistrettuale Lazio, Abruzzo e Molise): “È responsabilità di ognuno riempire i quartieri di iniziative di cittadinanza attiva perchè le persone ritrovino una società che le sostenga” Al centro dell’incontro anche il tema delle relazioni che generano comunità, con un approfondimento sul ruolo strategico degli Enti del Terzo Settore e degli Uffici di esecuzione penale esterna nella costruzione di una giustizia di prossimità. “Noi sosteniamo la parte della progettualità per dare rispondenza al mandato istituzionale, per far sì che la persona rifletta sul suo agito. Facciamo da ponte tra quello che è nell’istituto penale e quello che è fuori”, ha spiegato Michela Battista, responsabile dell’Area IV - Coordinamento Interdistrettuale Lazio, Abruzzo e Molise. “Il nostro ruolo è capire cosa può sostenere la persona secondo regole condivise da tutti. Diamo alla persona un’opportunità per far sì che trovi una motivazione per condividere con la società quello che aveva condiviso prima di commettere reato. Il reo, prima di essere reo, era un cittadino. Bisogna ricostruire una ferita, il comportamento illecito ha creato una crepa nel rapporto tra il reo e la società”, ha proseguito Battista. “È responsabilità di ognuno riempire i quartieri di iniziative di cittadinanza attiva per fare in modo che le persone ritrovino una società che le sostenga. Il Terzo settore è un punto di incontro tra le istituzioni e le persone, le associazioni offrono occasioni concrete di partecipazione attiva nella società. Gli Enti del Terzo Settore, per le persone messe alla prova, possono accogliere, accompagnare all’interno della società, responsabilizzare le persone”, ha sottolineato Battista, “cosa più del volontariato è espressione di cittadinanza attiva?”. “La messa alla prova permette all’imputato di estinguere il reato senza subire condanna”, ha spiegato Valerio Marta, funzionario della professionalità di servizio sociale dell’UIEPE di Roma. Mentre “i lavori di pubblica utilità sono prestazioni lavorative a favore della collettività, disposte dal giudice come sanzione sostitutiva dopo una condanna”. Gli operatori volontari del Servizio civile universale, hanno descritto cos’è lo Sportello “OrientaEnti del progetto IN.T.E.G.R.A., “aperto presso il CSV Lazio il mercoledì dalle ore 10 alle 13 per cercare di agevolare il lavoro dell’UIEPE e dare informazioni e sostegno agli Enti del Terzo Settore”. Cristian, che è alla messa alla prova e volontario, ha portato la sua testimonianza in Avsi: “Per ricominciare c’è bisogno di qualcuno che ti accolga, senza pregiudizi, e che ti faccia sentire parte di una comunità. il volontariato aiuta anche chi lo fa, fa capire soprattutto a se stessi che si può essere una risorsa per gli altri. In Avsi ho trasformato un’esperienza difficile in un’esperienza di crescita personale, una seconda possibilità è diventata reale”. Napoli. Secondigliano, la storia di riscatto. Quando la cultura vale la Pena di Joy Bongiovanni gnewsonline.it, 7 luglio 2026 “Se fossi un detenuto, vorrei un libro per volar via, oltre le mura del carcere”, ha scritto Peppe Lanzetta, attore, drammaturgo e regista napoletano. Una frase che trova pieno riscontro nella storia di F.G., detenuto della casa circondariale Pasquale Mandato di Secondigliano, che, grazie allo studio e alla passione per i libri, ha saputo trasformare la detenzione in rinascita. Undici anni trascorsi in cella. Nel frattempo la partecipazione al laboratorio di scrittura giornalistica Parole in Libertà, che gli ha permesso di confrontarsi con altri detenuti e riscoprire il valore della parola. Una laurea triennale in Lettere conseguita grazie al polo universitario penitenziario dell’Università degli studi di Napoli Federico II. “Lo studio non cancella il passato, ma consente di costruire un futuro diverso” riporta il Mattino. “Ogni libro letto, ogni esame superato rappresenta un passo verso la riconquista della propria volontà”. Da uomo libero, F.G. ha lasciato la sua cella ma non ha abbandonato l’amore per la cultura. Oggi è un operatore al Museo di Pitagora a Crotone e si prepara a discutere la tesi di laurea magistrale in Filologia. “La fiducia ricevuta è stata una responsabilità ancora prima che un’opportunità - si legge ancora sul quotidiano di Napoli -, continuerò a restituire, attraverso il mio impegno, ciò che tanti hanno scelto di investire in me”. La sua è una storia di riscatto ma soprattutto di conferme. È la dimostrazione empirica di come istruzione, lettura e scrittura possano rappresentare non solo un’evasione simbolica dalla mura del carcere ma anche un’opportunità reale di reinserimento sociale e lavorativo. Il suo percorso é la prova tangibile di ciò che accade quando si attuano i principi dell’ordinamento penitenziario, rispettando la dignità della persona e offrendo la possibilità di un ritorno in società. Oggi F.G. lavora in un museo sorto in luogo degradato come a ricordare che le persone e i luoghi possono avere seconde possibilità. Il museo Pitagora, infatti, è gestito dalla cooperativa sociale Jobel che da anni concilia inclusione sociale e cultura, collaborando attivamente con la casa circondariale di Crotone. Non è l’unico ex detenuto a lavorare al Parco di Pitagora, anche G.B., dopo la detenzione, è diventato il custode del Museo. Stessa storia di collaborazioni e fiducia. La vita di G.B., grazie agli studenti del liceo Pitagora di Crotone, è diventata un cartone animato. Il cartoon che racconta in quattro tempi il reato, l’arresto, la vita in prigione e infine il riscatto ha vinto il Premio Europa nell’ambito del progetto “A scuola di Open Coesione”. “Jobel significa corno di montone, quello con cui si annunciava la Pasqua. Per noi significa anche l’annuncio di un nuovo percorso per far sì che le persone si riapproprino delle loro vite”, si legge sul sito della cooperativa. Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, in visita al carcere di Secondigliano si è complimentato per la dedizione e l’impegno profuso nelle varie attività trattamentali. In quell’occasione disse: “Imparare un lavoro in carcere è importante e altrettanto importante, e noi stiamo operando in questo senso, è poter trovare il lavoro quando si esce dal carcere, un’occupazione stabile e gratuita”. Napoli. Nisida aspetta il suo teatro: il sogno di Eduardo è ancora fermo di Marco Daniel Moscato unisob.na.it, 7 luglio 2026 “Attualmente una struttura teatrale a Nisida c’è, ma non è utilizzabile”, dice allargando le braccia Gianluca Guida, direttore del carcere minorile di Nisida. “Il teatro - prosegue - versa in condizioni fatiscenti”. A oltre quarant’anni dalla sua realizzazione, il teatro voluto da Eduardo De Filippo all’interno dell’istituto minorile campano resta dunque inutilizzabile. Per restituire all’istituto uno spazio dedicato alle attività teatrali era stato predisposto un importante investimento pubblico. Nel 2025 il ministro della Giustizia Carlo Nordio aveva annunciato lo stanziamento di oltre un milione di euro destinato alla ricostruzione del teatro. L’intervento avrebbe dovuto consentire il recupero completo della struttura e la sua restituzione ai ragazzi dell’Istituto. L’avvio dei lavori, tuttavia, è stato più volte rinviato e ad oggi i lavori sono ancora fermi. A rallentare l’iter hanno contribuito diversi passaggi burocratici, a cui si sono aggiunte le conseguenze dell’emergenza bradisismo nell’area dei Campi Flegrei. “I fondi sono ora di competenza del commissario straordinario per l’emergenza bradisismo”, precisa Guida. Il quale si dice fiducioso sui tempi: “Confidiamo che i lavori possano iniziare entro l’anno”. In attesa dell’apertura del cantiere, le attività teatrali continuano, ma senza poter contare su uno spazio stabile. Tra le realtà presenti a Nisida c’è Putéca Celidònia, compagnia teatrale che da sette anni conduce laboratori con i giovani detenuti. Il loro progetto vive difficoltà organizzative che sono diventate ormai parte della quotidianità. “Spesso veniamo spostati da un luogo all’altro e le attività si svolgono in spazi diversi, non sempre adeguati o nelle condizioni migliori”, racconta Teresa Raiano, referente dell’associazione. “Non sempre c’è personale sufficiente per consentirci di utilizzare gli spazi di cui avremmo bisogno” conclude. Il teatro, in questo contesto, non è pensato per formare attori, ma per offrire ai ragazzi un’occasione di crescita personale. L’idea, infatti, non era quella di costruire semplicemente un teatro, ma di mettere a disposizione dell’istituto un luogo nel quale la cultura potesse diventare parte del processo di rieducazione. “L’obiettivo non è che un ragazzo esca da qui e diventi un attore, il teatro serve a conoscere sé stessi e gli altri come essere umani” evidenzia Raiano. In attesa dell’avvio dei lavori, il progetto teatrale continua senza una casa propria, mantenendo viva, ma incompiuta, l’eredità di Eduardo De Filippo. “Fuori legge”, storia del fallimento del sistema carcerario di Luisa Bove chiesadimilano.it, 7 luglio 2026 “Fuori legge” è il titolo efficace del libro di Roberto Mozzi che ben descrive le condizioni in cui oggi spesso vivono le persone in carcere. Mozzi parte da un osservatorio privilegiato, essendo stato per 10 anni cappellano nella Casa circondariale di San Vittore (oggi non è più sacerdote). Ed è alla fine del suo mandato che ha sentito “l’esigenza di raccontare quanto ho visto durante il periodo in carcere”. Si è manifestata subito, spiega Mozzi, “anzitutto come desiderio di capire fino in fondo i meccanismi che vedevo e che non mi convincevano, perché quello a cui assistevo era la sofferenza gratuita delle persone. Non mi configuravo un regolamento che prevedesse tutto questo”. E poi? Approfondendo mi sono reso conto che tante cose non sono previste dalla legge, tantomeno dalla Costituzione. Quando le ho comprese meglio, ho voluto portarle alla luce per farle conoscere all’esterno. L’idea del libro è nata quando ho terminato il mio servizio in carcere: pensavo di proporre tanti articoli su diversi argomenti, ma per approfondire occorre prendersi il tempo, così da descrivere fino in fondo la fenomenologia di ciò che accade e il trattamento lesivo dei diritti umani delle persone detenute. Ci sono sempre cause di forza maggiore per cui si può andare in deroga e oltrepassare i confini: mancanza di posto, situazione di ordine interno del carcere, ragioni di sicurezza… Lei descrive le condizioni e anche le contraddizioni di ciò che avviene all’interno, eppure scrive che il suo libro non vuole essere di denuncia. In che senso? Nel senso che non voglio indicare dei responsabili, perché se ne avessi avuto contezza l’avrei fatto in un’altra sede. Non mi sembra una denuncia proprio perché questi fatti non sono nascosti, segreti, riservati, ma conosciuti da tutti coloro che operano all’interno del carcere come operatori penitenziari o come volontari. Io quindi li porto alla conoscenza del cittadino che ha diritto di conoscerli, perché il carcere è un’istituzione pubblica, come un ospedale o una casa di riposo. Non accuso qualcuno in particolare, ma racconto come viene svolto il servizio, come vengono spesi i soldi pubblici. Nelle carceri ne vengono spesi tantissimi e dovrebbero restituire alla società più sicurezza e alle persone detenute un trattamento risocializzante; entrambe vengono disattese nella stragrande maggioranza dei casi. Il suo libro ha la prefazione dell’Arcivescovo. Monsignor Delpini usa parole molto forti e sottolinea il “fallimento” del sistema carcerario… Parto da quest’ultima. L’osservazione del Vescovo potrebbe farla qualsiasi cittadino non appena prendesse atto di quello che il carcere è, dei numeri che la statistica utilizza per descrivere il fenomeno, dei numeri della recidiva, del sovraffollamento, dei soldi spesi e del ritorno negli effetti. E in primis della violazione delle leggi italiane, delle sentenze europee e della Corte costituzionale. Il cittadino prenderebbe atto - come il Vescovo - che il sistema detentivo, raccontato spesso come rieducativo, risocializzante e di reintegrazione nel mondo del lavoro, in realtà è un fallimento. È come se un ospedale restituisse il 70% dei pazienti ancora malati, così come il carcere restituisce il 60-70% di persone ancora pronte a delinquere. Ma cosa ha significato per lei la sua prefazione? Avere la sua prefazione mi ha incoraggiato nel mio desiderio. Cioè che la Chiesa si metta sempre più in discussione relativamente ai motivi per cui si impegna da tantissimi anni all’interno del carcere, sia come Diocesi, sia attraverso movimenti e associazioni cristiane. A mio parere questa presenza è eccellente dal punto di vista dell’accompagnamento spirituale ed esemplare dal punto di vista dell’assistenza materiale alle persone, mentre potrebbe interrogarsi circa la difesa dei diritti violati. Una difesa che la Chiesa, sia come istituzione che si ispira al Vangelo, sia come parte della società stessa, ritengo abbia il dovere di assumere. Fuori legge si divide in tre parti: salute mentale, lavoro e burocrazia. Se avesse il potere di intervenire su ognuno di questi aspetti, che cosa farebbe? Realizzerei un binario diverso per le persone che hanno problemi a livello di salute mentale perché l’errore principale è quello di inserirle nel circuito penitenziario. Occorrerebbe - come scrivo nel libro - che i giudici che devono decidere (ed è una decisione difficile) come affrontare una notizia di reato che vede come accusato una persona che ha problemi di salute mentale, abbiano accesso immediato alla sua cartella clinica. Moltissime persone non hanno una diagnosi pregressa, ma nel giro di pochi mesi verrebbero accertate dai medici del carcere e questo fungerebbe da motivo per far uscire il detenuto da quel circuito carcerario e collocarlo in un altro. Sul discorso del lavoro basterebbe anzitutto che le regole che vengono rispettate all’esterno lo fossero anche all’interno, così come la legge richiede e la Corte costituzionale in tanti pronunciamenti ha già definito. Non servirebbe altro che il rispetto della legge, poi si potranno fare tante altre cose. Rispetto alla burocrazia bisognerebbe chiarire che i diritti dei detenuti andrebbero usufruiti in tempi rapidi. Invece questa burocrazia sembra creata per prolungare l’attesa, aggiungendo sofferenza alla permanenza dei detenuti in carcere. Anche su questo ci sono sentenze della Corte Costituzionale che dicono che l’amministrazione penitenziaria non può in nessun caso aggiungere né togliere nulla alla pena inflitta dall’autorità giudiziaria. L’esperienza in carcere le è entrata nel cuore. Continuerà a occuparsene? E come? Credo di sì, non penso di poter dimenticare quello che ho visto e sperimentato. Non posso e non voglio dimenticare. L’unico modo per non dimenticarsene è quello di essere parte attiva in questa battaglia affinché le leggi siano rispettate e i diritti tutelati. Come? Adesso ho scritto questo libro. Poi vedremo. Non ho nessuna ambizione. Come non sono arrivato in carcere per una mia ambizione, ma è stata la risposta a una chiamata, così anche in futuro sarà la risposta a una chiamata che la vita mi rivolgerà. L’incontro - Fuori Legge. Quando la pena tradisce la giustizia di Roberto Mozzi (In Dialogo) sarà presentato martedì 7 luglio alle 18.30 alla Fondazione Ambrosianeum (via delle Ore 3, Milano). Ne discuteranno l’autore e Valeria Verdolini, presidente di Antigone Lombardia, associazione impegnata nella tutela dei diritti umani e nella promozione delle garanzie fondamentali all’interno del sistema penitenziario italiano. “Dentro le mura. Viaggio nel mondo degli adolescenti tra disagio, carcere e dissenso” di Teresa Olivieri Italia Oggi, 7 luglio 2026 Rispetto al 2022 le presenze sono aumentate di oltre il 52%. Il volume di Antonella Inverno (Save the Children Italia) fotografa il disagio. “Non c’è nessun allarme sulla criminalità giovanile, i numeri parlano chiaro e parlano di presa in carico più che di veri e propri arresti”, così Antonella Inverno che da circa 25 anni si occupa di sfruttamento minorile, migrazioni, lotta alla povertà e alle disuguaglianze, responsabile Ricerca e Dati di Save the Children Italia, che ha scritto “Dentro le mura. Viaggio nel mondo degli adolescenti tra disagio, carcere e dissenso” (Treccani)”. Infatti rispetto al 2022, le presenze negli istituti penali minorili sono aumentate del 52,5%, un sovraffollamento che ha causato un aumento dell’85,7% nei trasferimenti di neomaggiorenni verso le carceri per adulti, interrompendo di fatto i loro percorsi di rieducazione. Eppure, i dati ufficiali di aprile 2026 dimostrano che ben il 95% dei ragazzi è recluso per reati di media o lieve gravità come furti, risse o spaccio, a conferma del fatto che il vero problema non è un’improvvisa ferocia giovanile, ma una radicata povertà educativa e sociale che la cella, da sola, non può curare. “Oggi in Italia si parla molto di minorenni quando si tratta di fare cronaca nera o di invocare misure punitive, ma non si parla mai abbastanza di cosa accada realmente ai ragazzi che finiscono dentro le carceri. Il rischio è che il sistema penale minorile venga ridotto a un posto dove nascondere i fallimenti della nostra comunità educante, dimenticando che dietro ogni reato c’è una catena di fragilità, solitudini e richieste d’aiuto rimaste invisibili e non ascoltate per troppo tempo”, dice Inverno che spiega come il decreto Caivano sia stato solo una risposta giuridica a un episodio di cronaca. Nel suo libro infatti Inverno non riporta solo i numeri ma analizza storie tramite interviste a chi opera direttamente con i ragazzi che si trovano “dentro le mura” appunto e ne esce fuori un mondo ancora più complicato: “C’è un aspetto drammatico di cui si parla pochissimo: l’aumento dei ragazzi negli IPM, spinto dalle nuove norme, è avvenuto creando un cortocircuito. Mandiamo più adolescenti dietro le sbarre, ma dentro non ci sono gli strumenti per accoglierli. Gli educatori, gli psicologi e i mediatori culturali sono pochissimi, stremati e costretti a gestire situazioni di una complessità enorme. Il problema poi non è solo numerico, ma di formazione. Questo vale per gli operatori, ma riguarda da vicino anche gli agenti di Polizia Penitenziaria, che arrivano lì dopo un concorso, ma senza preparazione psicologica o pedagogica. Gestire un adolescente non è come gestire un detenuto adulto: parliamo di ragazzi interrotti, spesso con fortissimi disagi psichici, storie di marginalità estrema o barriere culturali. Se gli agenti non ricevono una formazione specifica, multidisciplinare e di stampo pedagogico, non avranno mai gli strumenti per leggere la fragilità che sta dietro a un comportamento aggressivo. Senza questa preparazione, la reazione inevitabile diventa il puro contenimento fisico o la repressione. Il resto lo leggiamo nei casi di Cronaca sugli IPM”. (riproduzione riservata) Sicurezza, la linea “legge e ordine” passa anche a sinistra di Giacomo Puletti Il Dubbio, 7 luglio 2026 In principio fu l’attacco di Modena con un’auto lanciata sulla folla, poi sono arrivate le sparatorie in centro a Napoli, l’assalto di gruppi di giovani alle forze dell’ordine a due passi dal Colosseo, gli accoltellamenti degli scorsi giorni a Milano. Nelle stesse settimane Futuro Nazionale di Roberto Vannacci puntando tutto su legge e ordine cresceva di settimana in settimana superando la Lega di Matteo Salvini, ed ecco che la questione Sicurezza è tornata prepotentemente nel dibattito politico. È tornata nella discussione interna al centrodestra, dalla quale peraltro non se n’era mai andata con l’approvazione a intervalli regolari dei cosiddetti decreti Sicurezza dall’inizio della legislatura, e la voglia dello stesso Salvini di tornare a fare il ministro dell’Interno, con tanto di segnali incontrovertibili. Da oggi “15 mila nuovi gilet tattici antilama e antiproiettile per gli agenti della Polizia di Stato. Dopo taser, bodycam e tutela legale e processuale, un altro impegno per la Sicurezza delle nostre Forze dell’ordine - ha scritto ad esempio ieri sui social - Investire nella Sicurezza di donne e uomini in divisa significa investire nella Sicurezza di tutti. Avanti cosi”. Ma il tema è entrato di prepotenza anche nel dibattito all’interno del centrosinistra, con i riformisti Pd a chiedere maggiore impegno del partito sulla questione e l’area centrista della coalizione, rappresentata da Italia viva di Matteo Renzi, a pressare il governo su un punto che, si sa, a destra è ritenuto dirimente. Tanto che ieri il titolare del Viminale Matteo Piantedosi, insediato proprio da Salvini, ha annunciato che domai sarà a Napoli per presenziare alla riunione del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica. La riunione, che si terrà alle 16 in Prefettura, è stata convocata dal prefetto di Napoli Michele di Bari e avrà all’ordine del giorno i recenti fatti di cronaca avvenuti in città, tra questi anche la sparatoria in piazza Montesanto. Un tentativo di tornare in possesso di un tema sul quale le opposizioni provano a dare battaglia, insistendo sia sulle contraddizioni interne alla maggioranza di governo sia sui dati che dimostrano come sulla questione ci sia ancora molto da fare. “Evocare Salvini al Viminale è un gesto di disperazione per provare a rispondere al pericolo che Vannacci continui a crescere ancora di più nei sondaggi. Sulla Sicurezza sono in tilt - ha detto ieri la senatrice Raffaella Paita, capogruppo al Senato di Italia viva - L’insicurezza non è una percezione, è una certezza. Non a caso gli ultimi dati disponibili forniti dal ministero dell’Interno sono del 2024, mancano molti dati del 2025. Questo perché, io credo, dimostrano che i reati sono in aumento”. Per l’esponente di Iv “basta vedere i numeri sulla violenza tra i giovani. Visto che i dati del Viminale non ci sono, abbiamo quelli dell’Università Cattolica: i delitti complessivi con Meloni sono tornati ai livelli degli anni ‘90, le rapine sono riprese a crescere, così come i furti: questa è la realtà”. E se il Pd continua a puntare tutto su sanità e lavoro come temi chiavi della prossima campagna elettorale, anche sulla Sicurezza il Nazareno sta muovendo le proprie pedine come chiesto da tempo da una parte consistente del partito. “A quasi quattro anni di Governo Meloni, mi pare di poter dire con grande senso di responsabilità che la destra sul tema della sicurezza ha fallito - ha spiegato il segretario regionale dem in Campania, Piero De Luca - Ogni giorno ci sono notizie di scene da Far West, da guerriglia urbana, baby gang, omicidi e violenze, il tutto in un clima di assuefazione che fa davvero preoccupare”, denuncia De Luca. Il deputato ha poi criticato aspramente l’inerzia del Ministero dell’Interno, citando i recenti fatti di Napoli come esempio di una mancanza di reazione politica adeguata. “Non c’è stata nemmeno una dichiarazione forte da parte del ministro Piantedosi”, ha affermato, precisando che, sebbene il lavoro di magistratura e forze dell’ordine sia encomiabile, la politica stia mancando il suo appuntamento con la realtà. I fatti di Napoli fanno anche discutere il campo largo, con il presidente della Regione, Roberto Fico, che torna su quanto accaduto. “Mi unisco all’appello del sindaco di Napoli, è chiaro che ci vuole un piano sicurezza importante anche con investimenti importanti, ma la sicurezza è un concetto che viaggia a 360 gradi - ha spiegato che il primo cittadino partenopeo Gaetano Manfredi ha chiesto “maggiore presenza” al governo - Dobbiamo lavorare su tanti aspetti, che sono quelli delle marginalizzazioni, della scuola, dell’educazione, del lavoro, della formazione, della cultura come vero primo presidio di legalità in tutti i quartieri”. Ma nel Pd si discute anche delle parole l’altra sera del presidente dell’Emilia-Romagna, Michele De Pascale, dem moderato e già renziano, che ha parlato di “enorme mole di clandestini” che “va ridotta” perché “se uno è clandestino e ha anche commesso un reato ha tradito qualsiasi tipo di fiducia nel nostro paese”. Con buona pace delle componenti più a sinistra dell’alleanza, in primis Avs. Scegliere se vivere o morire è un diritto: il Paese reale vuole una legge sul fine vita di Franco Mirabelli L’Unità, 7 luglio 2026 Il suicidio assistito è un diritto. La destra blocca la legge. E da sette anni stiamo fermi, in attesa. Ma intanto molte persone continuano a soffrire. Serve una legge che non ponga limiti etici e morali. Parto da qui, da sette anni la legge sul fine vita è bloccata al Senato da una destra che non vuole neppure recepire le indicazioni della Corte Costituzionale e l’invito a legiferare. Si continua a trovare il modo per rinviare e non assumersi la responsabilità di decidere e dare risposte a chi soffre e alle loro famiglie. La manfrina insopportabile su questo tema è offensiva per chi chiede risposte dallo Stato. Per noi questa deve essere una priorità oggi e restare tale quando andremo al Governo. Trovo scandalosa la scelta della destra di insabbiare la legge sul fine vita. Qui si misura la distanza tra i cittadini e certa politica indifferente di fronte alle sofferenze e ai bisogni delle persone. Ho letto con attenzione la circolare di Bertolaso sulla morte medicalmente assistita. È un testo che interpreta, in modo restrittivo, le sentenze della Corte e dà indicazioni agli operatori. Contrariamente a ciò che sostiene il centrodestra in Parlamento, la circolare però definisce un protagonismo del Servizio Sanitario Nazionale e dà indicazioni agli operatori. Sono due cose positive ma anche la circolare di Bertolaso è viziata da due equivoci su cui credo sia necessario ragionare, non dando nulla per scontato. Il primo riguarda le cure palliative, o meglio il tentativo di presentarle come l’alternativa al suicidio assistito. Sia chiaro, le cure palliative sono un diritto che deve essere garantito a ogni malato inguaribile. E ciò, ancora oggi, non succede. I malati come me di SLA, lamentano trattamenti diversi e di diversa qualità nei diversi territori. Aggiungo che, oltre alle cure palliative da garantire, continua a mancare una legge che riconosca e sostenga il lavoro di cura. Servono cure palliative e riconoscimento dei caregiver famigliari e su questo serve un impegno, che invece manca, a prescindere dalle discussioni sul fine vita. Lo dico perché l’idea che sostiene la destra in modo subdolo e strumentale, per cui se ci sono le cure palliative non c’è motivo di ricorrere alla morte medicalmente assistita, è sbagliata. Personalmente, potrei già scegliere di staccare i supporti vitali, non lo faccio, non perché funzionano le cure palliative, ma perché ho trovato le motivazioni per vivere. Viceversa le cure palliative non possono risolvere la disperazione che spinge una persona malata a porre fine alla propria esistenza. La seconda questione riguarda il Comitato Etico. Quale è la sua funzione? Io penso che, stabiliti i criteri oggettivi per accedere al suicidio assistito, serva rispettare e garantire la libertà di scegliere. Appesantire l’iter burocratico e autorizzativo, significa aumentare le sofferenze. Decidere di porre fine alla propria vita è una scelta difficile che porta sofferenze per sé e per i propri familiari. Per questo va rispettata, non ostacolata. Se una persona è inguaribile, attaccata alle macchine, in grado di decidere e arriva a una determinazione non si capisce su cosa lo Stato possa sindacare. Il punto è che si fatica a guardare dritto il tema e i bisogni e le sofferenze che racconta. Si preferisce disquisire sulle definizioni, come morte medicalmente assistita, inventare alternative strumentali, o rifugiarsi in astratte convinzioni ideologiche. Detto questo, le sentenze della Corte costituzionale non risolvono tutto. Restano almeno due temi, quello della autosomministrazione e della dipendenza dalle macchine per accedere al suicidio assistito. Sono due temi che escludono potenzialmente molti malati sofferenti e inguaribili dall’accesso alla morte medicalmente assistita. Anziché garantire il diritto di scegliere si esclude chi non vive con un supporto vitale, ma non per questo soffre meno e chi avrebbe bisogno dell’azione di un operatore. Insomma, le sentenze della Corte intervengono fortunatamente e meritoriamente di fronte alla latitanza colpevole di una parte della politica, ma non risolvono tutto su questa materia. Un recente sondaggio ha certificato che quasi l’ottanta per cento degli italiani ritiene necessaria una legge sul fine vita. Come spesso è accaduto, il Paese reale è più avanti delle politiche della destra. Serve una legge di civiltà, che misura la civiltà di un Paese. E, per noi fare la legge è e sarà una priorità. Come altre leggi necessarie, penso ai caregiver, per non lasciare sole le persone nel momento più difficile della loro esistenza, cosa che a chi ci governa sembra non interessare. Anche qui è in discussione il ruolo del pubblico. Per la destra serve a proibire e a ridurre la libertà di scelta. Per noi, fissati i confini di intervento, serve a non lasciare sole le persone e garantire loro la libertà di scegliere. È sbagliato e crudele appesantire il percorso e, in uno Stato laico, fissati i criteri e le condizioni, come ha fatto la Corte, non devono esserci altri limiti etici e morali. Fare del fine vita e della legge per i caregiver delle priorità per il PD, come dice Elly Schlein, significa stare con le persone che hanno più bisogno, non lasciarle più sole. Significa stare dove un partito come il nostro deve stare, con chi ha più bisogno e si sente abbandonato. *Senatore Partito Democratico Migranti. L’atto di accusa di Prevost non era un requiem di Antonio Gibelli Il Manifesto, 7 luglio 2026 Di fronte alle parole fin troppo chiare di Leone XIV da Lampedusa sui migranti, sono molti i modi per tentare di chiamarsi fuori. Fino al miracolo del sottosegretario Mantovano, che fa finta di essere d’accordo e mette assieme il diavolo e l’acqua santa cercando di far dire al Papa il contrario di quel che ha detto. L’impresa è improba e questi sono mezzucci da giocatori delle tre carte. Ma ci sono anche altri piccoli espedienti mediatici di mascheramento, di uso più sfumato: lo stile enfatico, ieratico, patetico. Le sue sono parole di pietà evangelica per chi soffre. Un momento di commozione per i morti in mare. Eh no. No. Quello di Prevost non è un rituale di circostanza. Le sue parole sono semplici e lapidarie, sono un J’accuse! I morti in mare non sono frutto del caso: sono la conseguenza di decisioni prese e di decisioni mancate. Non poteva essere più preciso di così. Non sono fatalità su cui versare lacrime di coccodrillo. Sono il risultato inevitabile di scelte deliberate e consapevoli. Del governo italiano e della maggioranza dei governi europei, senza dire degli Stati uniti, suo paese di provenienza, a cui ha già detto: la politica di Trump rinnega il vostro atto di nascita. Va esattamente in direzione contraria. Decisioni prese: trattare le migrazioni come problema di ordine pubblico. A cominciare da Cutro, atto di nascita e certificato di battesimo del governo: strage preterintenzionale perché ha dato priorità alla Guardia di finanza rispetto alla Guardia costiera, perché ha ignorato che il barcone era ad alto rischio. O forse perché, nelle scelte di chi doveva prevenire e salvare, hanno pesato le aspettative di un governo che aveva dichiarato guerra agli sbarchi. Così oggi: ignorare che meno sbarchi sono più annegati, in proporzione. E ancora: ostacolare le Ong, dirottare, respingere, deportare, aizzare paura e odio. E poi decisioni mancate: mancate politiche di accoglienza e inserimento, mancate garanzie di gestione legale dell’occupazione, mancata attivazione di flussi regolari favorendo gli inserimenti, gli scambi culturali, gli incontri interreligiosi. Le parole di Prevost sono state anche qui taglienti. Occorre “affrontare la crisi in modo organico, inserendo il primo soccorso in un piano strategico di lungo periodo per accogliere, promuovere, integrare i migranti”. Capito? Prima salvare, poi provvedere all’inserimento. Certo, ha detto anche: meglio se non dovessero emigrare, meglio se il luogo di nascita non fosse una condanna. E chi non lo pensa. Come è successo con Gaza, da ultimo con le testimonianze di Pizzaballa, la Chiesa cattolica di Leone XIV assume su di sé un compito politico e ideale enorme perché va interamente controcorrente su una questione cruciale rispetto ai governi occidentali e a parti consistenti delle loro opinioni pubbliche. Non è come nel caso della Rerum Novarum, quando il predecessore (nel nome) di Prevost, Leone XIII, cercò di arginare la penetrazione del socialismo fra le masse dei salariati nel momento della massima ascesa del capitalismo industriale. Oggi Prevost si pone non solo contro i governi ma contro il capitalismo della globalizzazione che vuole un mondo (spazio interplanetario compreso) in cui tutto si muove infinitamente senza limiti, meno le donne e gli uomini in cerca di luoghi per la sopravvivenza. Un mondo in cui crescono le ricchezze miliardarie per pochi e il lavoro schiavistico per i più. Un mondo in cui la fame viene punita anziché saziata. Il linguaggio umanitario in questo contesto diventa linguaggio rivoluzionario. Il suo non è un requiem, è un pugno nello stomaco ben assestato. C’è solo da augurarsi che sia capace di suscitare forze sufficienti per contrastare le derive in atto. Migranti. Con il patto Ue sulla migrazione la salute diventa uno strumento di controllo di Alice Dominese Il Domani, 7 luglio 2026 In base alla nuova normativa l’accertamento sanitario e lo screening biometrico diventano vincolanti per entrare negli stati membri: meri dispositivi burocratici a cui la persona migrante non può sottrarsi. Due circolari del Viminale dimostrano come la sicurezza prevalga su diritto alla salute e consenso informato. Visite mediche in questura o in telemedicina, svolte anche da personale non specialista e dalle forze dell’ordine: è questa la procedura di screening sanitario che attende le persone migranti che entrano in Italia. Con il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, la loro salute passa ancora una volta in secondo piano e diventa uno strumento di controllo amministrativo. L’obiettivo? Semplificare le visite sanitarie per accelerare il processo di smistamento dei cittadini stranieri verso il rimpatrio. Mentre a giugno il patto veniva adottato, il ministero dell’Interno ha chiesto alle regioni di definire protocolli operativi per attuare il regolamento Ue sullo screening della salute fisica e mentale di chi migra. Questa procedura deve essere completata entro sette giorni se la persona viene fermata sul confine, entro tre giorni se invece viene fermata sul territorio nazionale. Poi con un decreto legge ha dato istruzione di fare “preferibilmente” in modo che “il personale sanitario” si rechi “presso gli uffici di polizia” per effettuare le visite, ricorrendo se necessario anche alla telemedicina. Quelli indicati dal ministero però non sono spazi di cura e non sono adatti allo svolgimento di una visita medica. Regolamento rimpatri e “mandato potenziato” di Frontex, la consulente dell’agenzia: “Non siamo come l’Ice” “Sottoporre persone portatrici di condizioni psicologiche e fisiche complesse a screening sanitari in luoghi di pubblica sicurezza, senza l’intervento di professionisti con competenze mediche precise, elimina tutte le condizioni di partenza necessarie per valutare se sono vittime di tratta, tortura o stupro”, spiega a Domani Eva Pinna, coordinatrice medica dell’organizzazione Medici del Mondo. Così sulla tutela della salute e della privacy di chi ha un background migratorio prevale l’approccio securitario. Medici Senza Frontiere, Emergency, l’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione e altre organizzazioni sanitarie e umanitarie, che hanno rivolto un appello al ministero contro la securitizzazione della cura, denunciano che l’assistenza sanitaria a cui hanno diritto le persone migranti rischia di diventare soltanto un atto formale, privato della sua funzione terapeutica. Atti medici come procedure burocratiche senza consenso Rifiutarsi di sottoporsi a queste visite può avere conseguenze sulle procedure di ingresso nel territorio nazionale e sulla domanda di asilo. In base alla nuova normativa l’accertamento sanitario e lo screening biometrico diventano vincolanti per entrare negli Stati membri, senza riguardo per il consenso informato dei cittadini stranieri. In questo modo, dicono le associazioni, “il consenso cessa di essere “libero” e l’atto medico viene ridotto a un mero dispositivo burocratico a cui la persona migrante non può sottrarsi, violando l’autonomia del paziente e dello stesso professionista, nonché la dignità di entrambi”. Il decreto legge introdotto dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi il 12 giugno prevede che anche chi è già presente sul territorio italiano possa essere sottoposto a questo tipo di screening. È sufficiente il “rischio di fuga” attribuito a chi, per esempio, non è in possesso di un passaporto o è senza un alloggio, con l’effetto di aumentare la sorveglianza e la profilazione etnica e razziale nei confronti di minoranze e di persone di origine straniera. Strada (Pd): “Il Patto Ue apre una stagione inquietante. La Commissione usa il linguaggio della paura” Intanto le regioni cercano di allinearsi alle direttive ministeriali. Per garantire una copertura degli screening 24 ore su 24, 7 giorni su 7, la Direzione generale Welfare di Regione Lombardia ha stabilito che “la visita può essere effettuata da un medico anche non specialista”, incentivando il reclutamento di liberi professionisti a gettone. Se mancano, gli esperti potranno essere sostituiti da operatori di polizia o da soggetti terzi, come l’Agenzia dell’Unione europea per l’asilo e l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni. Affidare l’identificazione di criticità fisiche e psichiche ad agenti di pubblica sicurezza è doppiamente problematico, dice Pinna: “Ad oggi non ci sono ancora indicazioni chiare su quali siano poi i percorsi di formazione del personale che dovrebbe effettuare le visite. Ma l’emersione di vulnerabilità tanto complesse richiede tempo e soprattutto una preparazione strutturata di chi se ne occupa. Al contrario, è come se il ministero stesse dicendo che il lavoro che fanno gli specialisti in questo campo non conta”. In Piemonte, l’adeguamento alle nuove procedure è in alto mare. A seguito di un’interrogazione presentata dalla consigliera regionale Avs Alice Ravinale, la Regione ha risposto che le Asl hanno comunicato di non essere in grado di attivare alcun protocollo, perché non sono stati forniti indirizzi a livello nazionale e perché mancano le risorse. I controlli sanitari continueranno così, fino a nuove disposizioni, a essere svolti nei pronto soccorso. “In un sistema in cui l’espulsione e il trattenimento diventano la regola, gli accertamenti sanitari, insieme alle valutazioni di vulnerabilità, dovrebbero essere sempre svolti nell’interesse della persona presa in carico, non per presunte esigenze di pubblica sicurezza”, dice Ravinale. L’allarme dell’Anm: più migranti a rischio sfruttamento di Angela Stella L’Unità, 7 luglio 2026 Il Consiglio direttivo approva un documento che mette in guardia dagli effetti della legge di conversione del dl Giustizia e Patto migratorio, all’esame del Senato. Rimandata a settembre la discussione sull’emergenza carceri. L’Anm si compatta sulla questione migratoria ma resta divisa sulle carceri. È quanto emerso durante il Comitato direttivo centrale che si è svolto sabato. Al termine della giornata, il ‘parlamentino’ ha infatti approvato a maggioranza un documento che stigmatizza l’impatto che il disegno di legge di conversione del dl Giustizia e Patto migratorio, in discussione al Senato, avrà sulle sezioni specializzate per l’immigrazione e di conseguenza sui migranti irregolari. Le nuove norme comporteranno infatti un “consistente aumento dei procedimenti urgenti” tuttavia senza “un corrispondente incremento delle risorse giudiziarie e di supporto”. Per l’Anm “il rischio - si legge nella parte finale del documento - è quello di compromettere l’efficacia dell’intero sistema, favorendo l’espansione dell’irregolarità e, con essa, fenomeni di sfruttamento e di infiltrazione criminale”. Detto più semplicemente, come riportato in un emendamento di Magistratura democratica poi riadattato, “i migranti irregolari” diverrebbero “facile preda dello sfruttamento lavorativo e della criminalità”. O come ha spiegato Emilio Sirianni (Md), new entry nel Cdc dopo le dimissioni di un collega e noto alle cronache per essere stato sanzionato dal Csm per la sua solidarietà amicale all’ex sindaco di Riace Mimmo Lucano, “poiché si accumuleranno i procedimenti e i tempi di decisione diventeranno molto lunghi, avremo tantissimi migranti in un buco nero, irregolari, sprovvisti di ogni permesso e alla mercé di sfruttatori e criminali. E nell’impatto tra le aspettative del governo sui rimpatri e l’inevitabile attesa, potrebbero moltiplicarsi i casi alla Apostolico. La magistratura sarà il nemico politico principale nella prossima campagna elettorale”. Invece sul fronte delle carceri, nonostante l’emergenza si acuisca sempre di più, l’Anm non è riuscita a fare sintesi. Si è rimandato a settembre una valutazione sull’opportunità di sostenere formalmente la proposta di indulto responsabile e “differito” elaborata nell’ambito del Convegno sul diritto alla speranza, tenutosi a Roma il 12 dicembre 2025 nel Giubileo dei Detenuti, a cui si è detto favorevole anche il presidente Giuseppe Tango. A differenza dell’indulto tradizionale (che prevede una scarcerazione immediata), questa misura subordina l’efficacia della liberazione a un periodo di 3-6 mesi di reinserimento e accompagnamento sociale precedente alla fine della detenzione. Per Sergio Rossetti (Md), invece, “noi dovremmo uscire con una proposta forte a favore dell’amnistia. La situazione è diventata insostenibile e bisogna mettere sul tavolo questa questione. Inutile rivederci a settembre, il problema è oggi. Si tratta di un discorso che rientra in quelli che facciamo sull’importanza della Costituzione che non è importante solo quando si tratta di separare o meno le carriere o sorteggiare il Csm. Al contrario è importante dare sostanza ai principi in essa contenuti adesso”. Anche per il Segretario dell’Anm Rocco Maruotti (Area) “quando si ha ben chiaro quali sono le possibili soluzioni (amnistia, ndr) continuare a studiare è un modo per perdere tempo”. E nel punto stampa aveva aggiunto: “Chiediamo interventi urgenti per la soluzione di un problema che è oggi: ci sono quasi 40 gradi in alcune località d’Italia, la notizia che entro la fine dell’anno ci sarà un aumento di 10.000 posti nelle carceri non ci soddisfa perché entro la fine dell’anno vuol dire il periodo autunnale-invernale”. Il riferimento è all’ennesimo annuncio fatto dal Ministro Nordio venerdì scorso, intervenendo a un convegno sull’informazione carceraria nella sede romana dall’Ordine dei giornalisti: “Il nostro Piano carceri prevede entro la fine dell’anno la creazione concreta di circa 10.000 posti nuovi, un commissario ad hoc sta lavorando su questo punto”. Maruotti invece ha specificato: “Noi abbiamo proposto strumenti concreti che passano soprattutto attraverso il sistema sanzionatorio. La pena non può essere scontata solo in carcere, ma si può scontare anche in altri contesti, come ad esempio quello domiciliare”. A favore di provvedimenti clemenziali si era detto favorevole in passato anche il vice segretario dell’Anm, Stefano Celli (Md). Sabato si è aggiunto il vice presidente in quota Unicost, Marcello De Chiara: “Dal 1946 in poi la popolazione carceraria è aumentata anno dopo anno. E che cosa succedeva? Qual era la misura da sempre adottata per impedire che la popolazione raggiungesse livelli insostenibili? Da sempre la misura adottata è stata la clemenza. Considerate che dal 1946 sono state adottati 30 provvedimenti di amnistia e se non sbaglio 36 provvedimenti di indulto. L’ultima amnistia risale al 1990, l’ultimo provvedimento di indulto al 2006. Oggi parlare di clemenza è diventato un tabù. È una delle parole che non possono essere spese nel dibattito politico. Secondo me qui l’Anm dovrebbe dire qualcosa: esiste ormai un movimento di pensiero che parla di amnistia necessaria, perché è vero che la pena deve essere eseguita, ma prima della necessità di dare esecuzione alla pena esiste una condizione ancora più alta che è la dignità umana”. Approvato invece un documento, formulato dalla Commissione diritto penitenziario, presieduta dal pm Andrea Vacca, che condividendo l’allarme della quasi totalità dei presidenti dei tribunali di sorveglianza indirizzato al presidente della repubblica e del Csm Sergio Mattarella sulla esigua e errata ripartizione degli Upp negli uffici di sorveglianza, chiede al Csm e alle istituzioni competenti di “rivedere i criteri di distribuzione delle risorse (umane, ndr) in termini di maggior equilibrio e ragionevolezza”. Carceri al collasso, la Francia è come la Turchia di Pierpaolo Arzilla L’Opinione, 7 luglio 2026 Altro che “sovraffollamento”. La situazione nelle carceri francesi è letteralmente al “collasso”. Secondo una relazione di Dominique Simonnot, controllore generale dei luoghi di privazione della libertà (Cglpl), il numero di detenuti è passato da 73.699, a fronte di 60.562 posti disponibili, registrati il 1° giugno 2023, a 88.829, a fronte di 63.237 posti, segnalati il 1° giugno 2026. Una barbarie istituzionalizzata. Non a caso La Cglpl chiede l’inserimento nella legge di “un meccanismo vincolante per il sovraffollamento carcerario”, come una soluzione al problema della custodia cautelare. Si tratta di creare un meccanismo per “garantire il rispetto dei diritti fondamentali dei detenuti, primo fra tutti il diritto alla cella individuale, il rispetto della loro dignità e la tutela della loro integrità fisica e mentale”. La Cglpl ha già avanzato questa proposta in un parere pubblicato nella Gazzetta Ufficiale nel settembre 2023, che però l’attuale ministro della giustizia, Gérald Darmanin, respinge categoricamente. Ma la realtà è agghiacciante. La Francia, ormai, come la Turchia, ha la peggiore situazione carceraria nel Consiglio d’Europa. Quasi 90mila detenuti su poco più di 63 posti a disposizione significa, secondo la Cglpl, “il fallimento della politica di aumento del numero di posti nelle carceri per ridurre il sovraffollamento”, riporta Bfmtv. Il Ministero della Giustizia prevede di aprire 3mila posti aggiuntivi in carceri modulari, metà dei quali entro il 2027, mentre solo meno di un terzo dei 15mila posti aggiuntivi previsti da un’iniziativa nazionale lanciata nel 2018 è stato realizzato. L’aumento della capacità carceraria è sistematicamente accompagnato da un aumento parallelo, se non addirittura accelerato, del numero di detenuti. La costruzione di nuove strutture, quindi, “non può essere considerata una soluzione adeguata: dato l’attuale tasso di aumento del sovraffollamento, per risolvere il problema bisognerebbe aprire un nuovo carcere ogni 6 settimane”. Resta sempre valido il sistema delle pene e delle detenzioni alternative, “che pur essendo essenziali, rimangono sottoutilizzate o ostacolate da condizioni di attuazione restrittive”, sottolinea il rapporto. Resta particolarmente critica la situazione del carcere di Fresnes, le cui condizioni igienico-sanitarie cono definite “estreme”. Ciò nonostante, continuano ad arrivare detenuti. L’invito alle autorità pubbliche è di “definire una chiara strategia immobiliare per il futuro del carcere, incluso un programma di ristrutturazione o ricostruzione commisurato al suo deterioramento osservato”. Sotto osservazione anche il carcere di Grenoble-Varces, dove le condizioni sono ulteriormente peggiorate, con un tasso di occupazione che ora ha raggiunto il 179 per cento, con un livello del personale insufficiente. La Cglpl menziona in particolare un aumento “esponenziale” del numero di materassi sul pavimento, detenuti esposti a violenze e condizioni antigieniche, alcuni costretti a “mangiare con le mani” per oltre 2 mesi a causa della mancanza di utensili. “È un caso estremo. Ma, purtroppo, è un caso che stiamo vedendo sempre più spesso: la prigione è in condizioni terribili”, dice Simonnot. “Ci sono ratti ovunque”, racconta un detenuto per traffico di droga, a France Info, che definisce Grenoble-Varces “la peggiore prigione di Francia”. La normalità, racconta, è una “cella minuscola” per 3 detenuti e 2 letti: “Inevitabilmente uno di noi dorme per terra”. Un’ispezione dello scorso autunno ha assegnato al carcere zero su 100. Il detenuto menziona la riduzione del tempo dedicato all’attività fisica e un sovraffollamento insopportabile. “Ero completamente solo nella mia cella. Ora non è più così, e le cose possono degenerare molto rapidamente. Quello che ci piaceva era poter uscire a fare una passeggiata, prendere un po’ d’aria fresca. Per mesi e mesi abbiamo fatto solo una passeggiata al giorno. Siamo detenuti, meritiamo di essere in prigione, meritiamo di lottare. Ma meritiamo di essere trattati come cani? Dopotutto, abbiamo una dignità”. Le violenze si moltiplicano, soprattutto di notte. “Le guardie sono molto giovani e inesperte. Ci sono risse continue”, dice Simonnot a France Info. L’amministrazione ha allertato le autorità giudiziarie in merito al rischio mortale nel braccio dei detenuti vulnerabili, un’area separata che ospita i cosiddetti individui sensibili. La violenza è tale “che di notte ci sono risse nelle celle, ci sono detenuti che chiedono aiuto invano, che vengono picchiati, presi a pugni. La stessa cosa accade nel cortile, non c’è sorveglianza. È una situazione terribile”.