Il ministero assume gli addetti all’Ufficio per il processo, ma è polemica sulle funzioni di Giulia Merlo Il Domani, 6 luglio 2026 Assunti quasi settemila addetti, ma “saranno stabilizzati ma inquadrati nelle qualifiche e nelle funzioni tradizionali dei funzionari amministrativi ministeriali”, accusa Area, “in sostanza, una grande innovazione e una vera rivoluzione culturale vengono lasciate estinguersi”. I contratti a tempo determinato degli addetti all’Ufficio del processo sono scaduti il 30 giugno, come il Pnrr. Il ministero della Giustizia, tuttavia, ha assunto in proprio e a tempo indeterminato 9.147 su 9.368 unità di personale delle diverse qualifiche funzionali, di cui 6.850 addetti all’Ufficio per il processo. Il ministero ha sottolineato il grande sforzo economico - 487.782.596 euro - e “la portata storica della stabilizzazione sta nella significativa diminuzione del dato relativo al tasso di scopertura fino a oggi registrato negli uffici giudiziari: era del 35,50% al 30 giugno 2026, passa oggi al 16% in tutta Italia”. Tuttavia, la stabilizzazione degli addetti Upp ha sollevato una serie di questioni, in particolare legate alle mansioni. La richiesta della magistratura e degli stessi addetti, infatti, era di poter rimanere destinati agli uffici dove oggi attualmente lavorano così da continuare con il lavoro di ausilio dei giudici già sperimentato con successo in questi quattro anni. Invece, il meccanismo è stato gestito con graduatorie uscite quattro giorni prima della scadenza del contratto a tempo determinato, cui è seguita la convocazione presso varie corti d’appello per la firma dei contratti, con attese anche di molte ore. “Ci domandiamo come sia stato possibile organizzare in questo modo caotico e inadeguato un passaggio così importante e delicato per la vita di tanti lavoratori e se il Ministro non ritenga di dover far qualcosa per risolvere una situazione così intollerabile” ha commentato la responsabile Giustizia del Pd, Debora Serracchiani. La questione maggiore, tuttavia, è legata alle mansioni: gli addetti Upp, infatti, sulla carta avrebbero dovuto rimanere come ausiliari dei magistrati, ma il contratto prevede che in caso di emergenza possano essere destinati a compiti amministrativi. Così ha commentato la corrente progressista di Area: “Gli addetti all’Ufficio per il processo, fondamentali in questi ultimi anni, saranno stabilizzati ma inquadrati nelle qualifiche e nelle funzioni tradizionali dei funzionari amministrativi ministeriali, con una soluzione ibrida che non restituisce dignità né a chi svolge mansioni amministrative, né a chi svolge funzioni giurisdizionali. In sostanza, una grande innovazione e una vera rivoluzione culturale vengono lasciate estinguersi”. Piemonte. Caldo infernale nelle carceri: “Insostenibile per detenuti e personale” di Valentina Moro e Adelia Pantano La Stampa, 6 luglio 2026 Dai Garanti territoriali di Asti e Alessandria un documento congiunto per chiedere interventi tempestivi in tutta la regione. Cemento rovente fuori e dentro. Senza aria condizionata la vita nel carcere di Quarto d’Asti è un inferno. Tra il sovraffollamento e la crisi climatica che porta a temperature sempre più alte le condizioni di chi vive e lavora nell’istituto sono peggiorate. A denunciarlo è Domenico Massano, garante dei detenuti di Asti, all’uscita dalla visita settimanale alla casa di reclusione: “Non c’è aria condizionata per i detenuti se non nella sala colloqui. Le sezioni sono molto calde, soprattutto quelle che stanno più in alto e sono esposte al sole tutta la giornata. Servirebbe un sistema di climatizzazione almeno nelle aree comuni”. L’ora d’aria nel picco di caldo - Neanche quando si esce durante i “passeggi” si può prendere una pausa dal clima torrido. Tanto che molti preferiscono rinunciare all’ora d’aria. “Gli orari per le uscite sono dalle 9 alle 11 e dalle 13 alle 15 - spiega Massano - uno dei momenti più caldi della giornata. È un meccanismo da rivedere”. Emergenza: il Dap intervenga - Il garante riconosce che l’istituto penitenziario ha tentato di mettere in campo alcune soluzioni: ventilatori nelle celle, ventole negli spazi comuni e condizionamento per la sala destinata ai colloqui, ma non sono sufficienti. “Adesso bisogna rispondere all’emergenza - continua Massano - ma servono interventi strutturali per cui è necessario un intervento del Dap. Queste condizioni sono invivibili sia per chi vive in cella sia per gli agenti”. La scarsità di personale rende ancora più complessa la gestione della situazione. Massano e gli altri garanti dei detenuti piemontesi lanciano l’allarme con un appello indirizzato alle direzioni degli istituti, al Provveditorato regionale dell’Amministrazione Penitenziaria, al Dap, al Ministero della Giustizia e alle autorità sanitarie. “Bisogna adottare misure straordinarie per fronteggiare questa emergenza che incide sul diritto alla salute e sulla dignità dei detenuti e di chi lavora tutti i giorni negli istituti”, sostengono. “Le strutture penitenziarie, nella maggior parte dei casi realizzate con grandi superfici in cemento, acciaio e asfalto, prive di sistemi di isolamento termico e spesso prive del tutto di aree verdi, si trasformano durante l’estate in ambienti soffocanti e insalubri. Il calore accumulato nelle ore diurne permane anche durante la notte, rendendo difficoltoso anche il riposo”. La preoccupazione dei garanti va in particolare ai carcerati più anziani, a chi è affetto da patologie o in generale presenta condizioni di fragilità. Problemi di salute anche per il personale - “L’emergenza - evidenziano ancora - riguarda anche il personale della polizia penitenziaria, gli educatori, gli operatori sanitari e tutto il personale che presta servizio negli istituti costretto a lavorare in ambienti caratterizzati da temperature spesso insostenibili”. Il quadro è aggravato da un sovraffollamento che in Piemonte ha raggiunto circa il 120% della capienza regolamentare. Nel documento i Garanti richiamano anche le parole del portavoce della Conferenza nazionale, Samuele Ciambriello, che ha definito questa estate “una seconda pena”: da qui la richiesta di “adottare interventi con la massima tempestività”. Critiche pure le condizioni delle carceri di Alessandria, anche queste nel mirino dell’appello dei Garanti territoriali del Piemonte che è stato firmato anche dalla garante locale Silvia Coscia. Proprio di recente Coscia ha promosso un’iniziativa che ha portato la Caritas Diocesana alessandrina a donare alcuni ventilatori alla casa circondariale Cantiello e Gaeta, offrendo un sollievo immediato sia alle persone detenute sia al personale penitenziario. Un esempio concreto di collaborazione tra istituzioni e territorio di fronte a un’emergenza destinata a ripresentarsi ogni estate. Caltagirone (Ct). Infarto scambiato per mal di pancia, muore un detenuto di Associazione Nessuno Tocchi Caino e Associazione Italiana Diritti Detenuti ienesiciliane.it, 6 luglio 2026 Alle 4.20 del 26 giugno scorso, Gaetano Sciacca, 48 anni, è morto nel carcere di Caltagirone, stroncato da un infarto. Da giorni chiedeva di essere accompagnato al pronto soccorso: accusava forti dolori allo sterno e al braccio destro, sudorazione e affaticamento. Quei sintomi, però, sarebbero stati sottovalutati dai medici dell’istituto, che gli avrebbero somministrato soltanto bustine di Riopan, un farmaco indicato per la gastrite. In sostanza, un infarto in corso sarebbe stato scambiato per un mal di pancia. Rita Bernardini, presidente di Nessuno tocchi Caino, ha appreso la notizia da Mirko Federico, giovane molto attivo e in costante contatto con familiari e amici dei detenuti. Attraverso di lui, Bernardini è riuscita a mettersi in contatto con Italia Noemi, moglie di Gaetano Sciacca, e con l’avvocata Angela Giachino, legale che segue la tragica vicenda. Italia Noemi ha raccontato a Rita Bernardini di essersi recata in carcere intorno all’ora di pranzo del giorno della morte del marito: disperata, chiedeva di poterlo vedere, ma l’incontro non le sarebbe stato consentito. Gaetano e Italia erano genitori di quattro figli, il più piccolo dei quali ha 17 anni, ed erano già nonni. L’ultimo nipotino, purtroppo, il nonno non ha fatto in tempo a conoscerlo. Sciacca si trovava in carcere da tre anni per scontare una condanna definitiva a 6 anni e 4 mesi per violazione dell’articolo 73 della legge sugli stupefacenti. Prima dell’ingresso in istituto era in buone condizioni di salute. “Aveva capito di avere sbagliato - afferma l’avvocata Giachino - tanto da ammettere immediatamente le proprie responsabilità davanti al GUP. Aveva anche versato 1.500 euro a favore di una comunità per tossicodipendenti; stava scontando la sua pena con un ottimo percorso rieducativo”. L’esame autoptico sulla salma di Gaetano Sciacca è fissato per il 7 luglio alle ore 15. Nessuno tocchi Caino e l’Associazione Italiana Diritti Detenuti, che si farà carico di dare un supporto economico alla famiglia per la consulenza del medico legale - hanno deciso di seguire da vicino la vicenda. “Interrogheremo il ministro Nordio - ha dichiarato Rita Bernardini - perché nelle carceri italiane è troppo facile morire per incuria, a causa del malfunzionamento della sanità penitenziaria. Di questa morte, probabilmente, non si sarebbe saputo nulla se la notizia non fosse arrivata a Nessuno tocchi Caino. Come ricordava Marco Pannella, “in Italia abbiamo abolito la pena di morte, ma ancora vige la morte per pena”: una condizione intollerabile per un Paese che si definisce democratico”. Enna. Dopo la rivolta detenuti ammassati nelle celle: fino a dieci nella stessa stanza La Sicilia, 6 luglio 2026 Gli spazi sopravvissuti alla devastazione sono stati usati per stiparci dentro tutte le persone rimaste. Con la sola esclusione degli otto arrestati, che sono stati trasferiti. A 24 ore dalla rivolta dei detenuti che ha distrutto la casa circondariale di Enna, causando danni per centinaia di migliaia di euro, nessun detenuto, a parte gli otto arrestati trasferiti nella notte in altri istituti, ha lasciato e lascerà il carcere ennese. Tutti sono stati ammassati nelle celle sopravvissute alla distruzione. Anche otto o dieci per cella. Il clima dentro la casa circondariale è ad alta tensione. All’indomani della rivolta si contano ancora i danni con parte dell’impianto elettrico inutilizzabile, e la notizia che il provveditorato regionale avrebbe preferito utilizzare il Gir (gruppo intervento regionale), composto da agenti provenienti da altre carceri, già provati da turni infiniti, piuttosto che il Gio (gruppo intervento operativo), che sarebbe arrivato ad Enna ma non avrebbe operato all’interno del carcere. “Non ce la facciamo più - denuncia un agente che preferisce mantenere l’anonimato - dopo turni di 10, 12 ore torniamo a casa e veniamo richiamati perché c’è un’emergenza. Non viviamo più”. Intanto si moltiplicano le attestazioni di solidarietà. L’ultima è quella del presidente provinciale di Fratelli d’Italia, Nino Cammarata, sindaco di Piazza Armerina: “L’episodio dimostra quanto sia fondamentale continuare ad investire nel comparto della sicurezza e sostenere concretamente la polizia penitenziaria. Garantire sicurezza a chi serve lo stato significa garantire sicurezza a tutti i cittadini”, scrive Cammarata. Milano. Sovraffollamento, suicidi e violenze: l’allarme delle carceri di Giulia Ghirardi fanpage.it, 6 luglio 2026 Sovraffollamento, suicidi, violenze, carenza di personale, attività ridotte al minimo, tensione costante, diritti compressi. È questo lo spaccato che, ancora una volta, è emerso dagli istituti penitenziari, dove la gestione quotidiana della detenzione sembra muoversi lungo un perimetro sempre più instabile. A parlarne sono stati il senatore Franco Mirabelli, vicepresidente del gruppo Pd a Palazzo Madama, la deputata del Pd Silvia Roggiani, l’Associazione Quei Bravi Ragazzi Family in occasione di un incontro pubblico dedicato al sistema penitenziario milanese. “È importante accendere i riflettori sulle carceri per evitare che ciò che sta accadendo passi sotto silenzio. Siamo di fronte a una situazione che spesso sfiora la violazione dei più elementari diritti umani”, ha spiegato Mirabelli durante l’incontro, tracciandone una lettura fortemente critica. Una situazione non nuova al senatore, che già lo scorso marzo aveva depositato un’interrogazione indirizzata al Ministero della giustizia per chiedere un’ispezione ministeriale straordinaria dopo la denuncia di Fanpage.it sui presunti pestaggi avvenuti nel carcere di Opera alla Vigilia di Natale. Un caso che, tra l’altro, la Commissione speciale in tutela dei diritti delle persone negli istituti penitenziari, aveva definito “un racconto dell’orrore” perché “gli spazi detentivi non possono essere luoghi di tortura”. Anche per questo il suo intervento ha voluto puntare il dito contro quello che ha definito un “progressivo peggioramento delle condizioni detentive” e contro scelte politiche che, a suo giudizio, avrebbero aggravato il sovraffollamento invece di ridurlo. “Se il grado di civiltà di un Paese si misura anche dalle sue carceri, allora negli ultimi anni dobbiamo parlare di passi indietro”, ha specificato Mirabelli. Il riferimento è agli istituti milanesi, a partire dalla Casa Circondariale di San Vittore dove la presenza di detenuti sarebbe stabilmente doppia rispetto alla capienza prevista. Una condizione che, secondo diverse segnalazioni, si rifletterebbe anche nella quotidianità: spazi ridotti, tempi di permanenza in cella sempre più lunghi, difficoltà nella gestione delle attività trattamentali. Emblematico in tal senso, il caso di Lamin Sonko, il detenuto che neanche un mese fa si è tolto la vita nel reparto dedicato ai detenuti a rischio suicidario, nelle cosiddette “celle della disperazione”. Criticità analoghe vengono richiamate anche per la casa di reclusione di Opera dove, ormai da mesi, vengono segnalati episodi di tensione interna e presunti casi di violenze e torture. Nel carcere minorile Cesare Beccaria, invece, gli ultimi mesi sono stati segnati da episodi di disordini e fughe, in un contesto in cui - viene denunciato - i percorsi educativi risulterebbero sempre più fragili. Anche Bollate, che spesso viene indicato come uno degli istituti penitenziari più virtuosi d’Italia, non sarebbe esente da criticità. Lo scorso 13 giugno la madre di un detenuto invalido ha denunciato a Fanpage.it di presunti pestaggi, minacce ed estorsioni: “Lo bruciano con i fornelli ogni sera”. Al di là dei casi particolare, il nodo politico sollevato nel dibattito è quello delle cause strutturali del sovraffollamento. Secondo questa lettura, l’inasprimento delle politiche penali e l’ampliamento delle fattispecie di reato avrebbero contribuito a un aumento degli ingressi in carcere, in particolare di persone fragili e marginali. Una dinamica che, nelle parole degli intervenuti, non avrebbe migliorato la sicurezza complessiva, ma avrebbe invece aggravato la pressione sugli istituti. Sul piano della filosofia della pena, la critica è ancora più netta: il carcere si starebbe progressivamente riducendo a funzione puramente contenitiva con un arretramento delle attività formative, lavorative e culturali. Una trasformazione che, secondo i promotori dell’incontro, si discosterebbe dallo spirito costituzionale della pena come strumento di rieducazione. Il risultato, hanno denunciato, è un sistema che rischia di autoalimentare le proprie criticità: più sovraffollamento, meno reinserimento; meno percorsi educativi, maggiore recidiva; più tensione interna, condizioni di detenzione peggiori. Un circolo vizioso che, invece di risolvere il problema della sicurezza, non farebbe altro che cronicizzarlo. Torino. Nordio risponde dopo i fatti dell’Ipm: quindicenne torturato dai tre compagni di cella di Sara Occhipinti altalex.com, 6 luglio 2026 Il Guardasigilli fa il punto sulla situazione in seguito al grave episodio di violenza ai danni di un quindicenne nell’istituto Ferrante Aporti. Il Ministro della Giustizia Carlo Nordio fa il punto sulla situazione delle carceri minorili, dopo il grave episodio di violenza ai danni di un quindicenne nell’istituto Ferrante Aporti di Torino. L’interrogazione parlamentare al Guardasigilli è stata avanzata il 18 giugno scorso dai deputati di Italia Viva. Dopo il grave episodio di violenza nel carcere minorile di Torino, “Ferrante Aporti”, dove un quindicenne è stato torturato dai tre compagni di cella, con schiaffi percosse e una marchiatura tipo tatuaggio con le molle arrugginite di un letto, episodio di cui nessuno, tranne l’avvocata della vittima, si era accorto, il Ministro della Giustizia Carlo Nordio risponde all’interrogazione parlamentare di Italia Viva facendo il punto sulla situazione delle carceri minorili. “Consapevoli della straordinaria criticità in cui versano un po’ tutte le strutture penitenziarie europee”, in conseguenza dell’aumento della delinquenza minorile, spiega il Guardasigilli “abbiamo rafforzato, in modo significativo gli organici e ampliato gli spazi detentivi”. Dal 2022, ricorda Nordio, il comparto funzioni uffici centrali ha registrato 1.491 assunzioni, di cui 428 funzionari pedagogici e la Polizia penitenziaria ha visto aumentare la dotazione organica da 1.390 a 1.613 unità raggiungendo una copertura prossima alla totalità del fabbisogno. Gli spazi detentivi sono stati ampliati con l’apertura di tre nuovi istituti, rispettivamente a l’Aquila con 28 posti a Lecce con 12 e altri 15 previsti e a Rovigo con 30 posti detentivi. È stata rafforzata la sinergia tra il Ministero della Giustizia, il Servizio sanitario nazionale e le Regioni, con l’avviamento di comunità sociosanitarie ad alta integrazione terapeutica per i minori e i giovani adulti con disagio psichico. Per incrementare le attività trattamentali, educative e formative, ritenute strumenti fondamentali di prevenzione e riscatto, l’amministrazione della giustizia ha esteso collaborazioni con istituti scolastici, enti locali, Terzo Settore e Università. Infine il Guardasigilli ricorda l’opera di ristrutturazione dei teatri di De Filippo a Nisida, con l’aiuto dei minori. Già in passato, il carcere minorile di Torino, Ferrante Aporti, è stato al centro delle cronache, per le devastazioni e la rivolta dell’agosto 2024, quando venti detenuti finirono sotto processo per aver appiccato incendi, distrutto celle, uffici, aule e palestra, filmando i crimini con un tablet rubato ad un agente di polizia penitenziaria e impossessandosi dei cellulari in dotazione per le chiamate a casa. La sentenza di condanna di uno dei protagonisti della vicenda, descriveva il clima in cui sono maturati i reati come un “contesto di profondo malessere”, per la permanenza in carcere nei mesi estivi in una struttura, come quella di Torino, caratterizzata all’epoca per le condizioni di sovraffollamento e strutturalmente non equipaggiata per fronteggiare il caldo torrido estivo. Il carcere minorile di Torino è stato recentemente attenzionato anche dal report diffuso dal sindacato infermieri Coina, che ha denunciato l’aumento del 60% di aggressioni verso il personale sanitario negli ultimi dodici mesi. Per Coina, l’incremento delle violenze sarebbe direttamente collegato all’aumento della popolazione detenuta, cresciuta del 50% negli ultimi anni, mettendo sotto pressione il sistema detentivo minorile. Con un infermiere ogni 600 detenuti, contro la media suggerita dal Consiglio d’Europa che prevederebbe un infermiere ogni 80-100 detenuti, è a rischio la sicurezza degli operatori, e non solo. Secondo l’OMS e il Garante nazionale delle persone private della libertà personale, le condizioni di affollamento superiori alla capienza possono favorire anche la diffusione di malattie infettive. Ferrara. “Nelle celle con 40 gradi, detenuti stipati e personale in affanno” Il Resto del Carlino, 6 luglio 2026 La denuncia del Sappe che propone l’utilizzo delle misure alternative “Si ricorra di più ai domiciliari e all’affidamento in prova ai servizi. Questo può attenuare subito il problema del sovraffollamento”. Notti senza respiro in celle roventi. Tre o quattro detenuti stipati in pochi metri. Il termometro che segna quaranta gradi, si aggiunge al sovraffollamento del carcere dell’Arginone. La capienza massima è stata da tempo superata: ci sono 163 detenuti in più e le condizioni di vita continuano a essere preoccupanti. A causa del ‘soldout’ è stata aggiunta anche la terza o quarta branda nelle celle. La drammatica situazione denunciata nel carcere dalla Camera Penale, è stata segnalata da tempo anche dal sindacato Sappe. “Malati psichiatrici, tossici e disabili gravi sono stipati nelle celle - sottolinea il segretario nazionale Sappe Francesco Campobasso -. Far vivere la comunità penitenziaria in queste condizioni, senza sistemi di aria condizionata, senza ventilatori, è scandaloso. Si punisce la malattia e si rinchiude il disagio. Siamo davanti a una emergenza umanitaria che è a un punto di non ritorno”. Campobasso lancia alcune proposte: “Trovare un istituto in ogni regione che ospiti i soggetti ex articolo 32 bis, ossia detenuti che richiedono particolare attenzione per la tutela propria o per salvaguardare l’incolumità degli altri. A questi vanno aggiunti gli ex articolo 14 bis che sono detenuti nel regime di sorveglianza speciale. In cambio l’istituto che ospiterebbe questi soggetti dovrebbe ricevere un incremento di organico”. L’obiettivo per Campobasso deve “essere quello di un sistema che davvero rieduchi i detenuti. In condizioni di sovraffollamento questa operazione è molto difficile. Il carcere dovrebbe puntare al reinserimento sociale. Un altro aspetto è aumentare gli investimenti in tecnologia con maggiore informatizzazione e telecamere. Chiediamo quindi al governo di darci una mano. Così non si può andare avanti”. Sulla stessa lunghezza il segretario generale aggiunto del Sappe Giovanni Durante: “Il governo vuole costruire nuove carceri e padiglioni, ma così il problema attuale viene spostato nel tempo. Bisogna capire come intervenire per attenuare oggi i disagi. La mia proposta è di utilizzare queste risorse stanziate dal governo per potenziare le misure alternative al carcere, soprattutto nel caso di reati minori. Mi riferisco ai domiciliari e all’affidamento in prova ai servizi sociali. Sono due forme alternative al carcere che vanno utilizzate in caso di reati di lieve entità”. Anche il personale soffre: “Vanno migliorate le caserme - prosegue Durante -. Molte sono senza climatizzatore e anche gli uffici e i posti di servizio hanno bisogno di manutenzione. Durante spiega le conseguenze del sovraffollamento: “Il carcere diventa un autentico concentrato di criticità. Ospita ben oltre la capienza prevista detenuti con gravissimi problemi disciplinari, comportamentali e psichiatrici. Ogni giorno si consumano episodi di tensione, minacce, proteste e continue provocazioni nei confronti della polizia penitenziaria. Chi aggredisce gli agenti troppo spesso rimane nello stesso istituto. I trasferimenti verso strutture maggiormente idonee o a più elevato indice di sicurezza sono diventati l’eccezione anziché la regola. Così si alimenta un devastante senso di impunità che incoraggia ulteriori violenze e mortifica gli uomini e le donne del corpo. Le inevitabili proteste dei detenuti finiscono per scaricarsi ancora una volta sulla polizia penitenziaria, che diventa il bersaglio di tensioni generate da inefficienze totalmente estranee alle proprie competenze. È un sistema che scarica sistematicamente ogni problema sulle spalle del personale in uniforme”. Firenze. Detenuti su brande e materassi a terra, la rivolta del sindacato: “Questa è pura follia” La Nazione, 6 luglio 2026 L’indicazione del Provveditorato toscano ai direttori finisce nel mirino della Uil “Tutto surreale, è una violazione premeditata e palese dei diritti umani”. “Pura follia”. Così il segretario regionale della Uil Fp polizia penitenziaria, Eleuterio Grieco, ha bollato l’indicazione del Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria, che ha chiesto ai direttori delle carceri toscane di usare anche brande e materassi a terra, in casi di emergenza, per accogliere i detenuti. La misura viene considerata “estrema e provvisoria”, mentre il sindacato la ritiene “surreale”. “Il rispetto della dignità umana e la salute” è “costituzionalmente tutelato”, “nessuno può metterlo in discussione”, aggiunge Grieco per il quale la direttiva è “inaccettabile” anche perché “incide sul governo e le criticità degli istituti penitenziari” con il personale di polizia penitenziaria “chiamato a risponderne”. La direttiva parte dalla constatazione che “con frequenza sempre maggiore, al momento dell’ingresso” di nuovi arrestati o fermati, “alcune direzioni esprimono il proprio diniego” ad accettarli perché mancano “posti disponibili”. “Questo ufficio - dice il Provveditorato - anche a seguito dell’improvvisa chiusura di 7 sezioni” del carcere di Sollicciano - a seguito del sequestro disposto dalla magistratura il 16 giugno per le condizioni delle celle - e del trasferimento dei detenuti che vi erano ospitati in altri penitenziari toscani, “non è più nelle condizioni di garantire il rispetto delle ordinarie capienze”. Pertanto “si ribadisce” l’invito alle direzioni di accettare i nuovi arrestati utilizzando “tutti gli spazi disponibili” e se necessario “adottando ogni iniziativa ritenuta opportuna, compresa, in via estrema, per quanto assolutamente provvisoria, la collocazione di brande o materassi a terra. Appena avuta la comunicazione dell’avvenuta sistemazione ‘di fortuna’ dell’arrestato”, Il Provveditorato promette di provvedere “alla regolarizzazione della situazione, individuando la soluzione organizzativa più idonea al fine di agevolare l’attività di ricezione nell’istituto stesso o in un altro limitrofo con capacità ricettiva, per quanto residua, registrata nella giornata stessa”. “Invitiamo i direttori di carcere a condurre con noi una battaglia di civiltà non accettando detenuti nei penitenziari se non ci sono posti disponibili” e “invitiamo l’autorità giudiziaria ad avviare un’azione per accertare l’illecito poiché è palese e premeditata la violazione dei diritti umani”, afferma sempre Greco che, riguardo al trasferimento, previsto a scaglioni, dei circa 230 detenuti da Sollicciano per i sigilli alle celle, aggiunge: “Dopo i primi 66 subito trasferiti i successivi 44 che dovevano partire entro fine giugno per altri penitenziari toscani sono sempre nel carcere fiorentino: il problema è sempre quello della capienza”. Palermo. La figlia di un detenuto: “Caldo torrido, mio padre è malato. Lo stanno distruggendo” di Giulia Ghirardi fanpage.it, 6 luglio 2026 La figlia di un detenuto ha raccontato a Fanpage.it le condizioni del padre recluso nel carcere Pagliarelli di Palermo, mentre una lettera di 200 detenuti denuncia degrado, caldo torrido e “gravi carenze sanitarie” all’interno dell’Istituto. Le condizioni di vita nelle carceri italiane, il diritto alla salute, i trasferimenti lontano dalle famiglie e le difficoltà dei detenuti e dei loro cari sono temi su cui la redazione di Fanpage.it riceve da tempo segnalazioni e testimonianze. Se hai vissuto o stai assistendo a un’esperienza simile, come detenuto, familiare, operatore o professionista del settore, e vuoi raccontare la tua storia, questo è lo spazio per te. “È malato, lontano, non ce la fa più. E noi non possiamo nemmeno stargli accanto”. A parlare a Fanpage.it è la figlia di Antonio M., detenuto in regime di Alta Sicurezza nel carcere “Antonio Lorusso” Pagliarelli di Palermo, che da mesi denuncia le condizioni in cui il padre sarebbe ristretto all’interno dell’Istituto. Una storia che - stando alla documentazione raccolta dalla ONG bon’t worry iNGO - non riguarda solo un singolo detenuto, ma porta alla luce le criticità di uno degli istituti penitenziari più discussi del Paese. In particolare, in una lettera collettiva firmata da circa 200 detenuti che Fanpage.it ha visionato, si denunciano presunti riscaldamenti inesistenti, infiltrazioni, carenze sanitarie, isolamento, assenza di attività rieducative e continue denunce da parte dei detenuti. “Intollerabile”, secondo Bo Guerreschi, presidente della ONG. “Il problema della giustizia è che vede solo i documenti, mai le persone e i loro diritti. Al posto di favorire un percorso di reinserimento sociale, il Pagliarelli schiaccia e distrugge i detenuti”. Parole, queste, che chiamano direttamente in causa il senso stesso della pena previsto dalla Costituzione. Perché se le denunce raccolte negli ultimi anni trovassero conferma, il carcere Pagliarelli non rappresenterebbe soltanto una struttura con problemi organizzativi, ma il paradigma di un sistema incapace di garantire condizioni di vita dignitose, assistenza sanitaria adeguata e reali percorsi di reinserimento. Per questo la vicenda di Antonio M. non chiede privilegi individuali, ma che per tutti i reclusi la detenzione rimanga una pena e non diventi, giorno dopo giorno, “una lenta condanna all’abbandono”. Il caso di Antonio M. e le criticità del Pagliarelli - Da anni il caso di Antonio M. è seguito dalla ONG bon’t worry INGO, che ha denunciato ripetutamente quello che considera un “progressivo annientamento psicofisico del detenuto”. Prima Prato, poi Vicenza, quindi Sulmona e infine il trasferimento al carcere Pagliarelli di Palermo, avvenuto - secondo quanto denunciato dall’associazione - nella notte del 25 settembre 2025, quando Antonio M. sarebbe stato trascinato di peso e caricato su un blindato alle 3:00 del mattino contro la propria volontà. Una modalità che la ONG definisce “illegittima e incompatibile con le condizioni cliniche dell’uomo”, affetto da gravi patologie fisiche e psichiatriche, oltre che da una documentata claustrofobia. Da allora, Antonio M. è recluso al Pagliarelli dove le sue condizioni si sarebbero nuovamente aggravate. Da mesi, infatti, i detenuti del reparto Alta Sicurezza dell’istituto hanno inviato esposti agli organi di vigilanza descrivendo un luogo dove, sostengono, il riscaldamento non verrebbe acceso da anni, celle gelide, umidità, infiltrazioni d’acqua e divieti persino sull’ingresso di indumenti più pesanti durante l’inverno. La testimonianza della figlia di Antonio M. confermerebbe tale quadro che, se confermato, sarebbe difficilmente conciliabile con qualsiasi principio di dignità: “Mio papà mi ha raccontato spesso che i vestiti puliti sono bagnati, le lenzuola sono bagnate, i materassi sono bagnati, d’inverno c’è talmente tanto freddo e umidità che escono gocce d’acqua dalle mura a causa delle infiltrazioni”. In più, “le celle fanno veramente schifo, sono piccole, una attaccata all’altra”. A Fanpage.it la ragazza racconta anche che, all’arrivo del padre nel periodo invernale, nel Pagliarelli “mancava persino l’acqua calda”. Secondo il suo racconto, i termosifoni avrebbero “le tubature tagliate”, mentre sul fronte sanitario descrive tempi incompatibili con situazioni che richiederebbero interventi tempestivi: “Se dovesse esserci qualcosa di serio, aspettano troppo prima di risolverlo”. Inoltre, personale sanitario e infermieristico sarebbe spesso insufficiente. “Medici non ce ne sono, gli infermieri, anche se suoni, non arrivano”. Alle criticità strutturali si aggiungono quelle quotidiane. Le famiglie, racconta ancora la figlia, incontrerebbero enormi difficoltà perfino nell’invio dei pacchi, con forti limitazioni sull’ingresso di vestiti, coperte e beni essenziali. D’estate, invece, il problema si ribalta: “Mio padre mi dice sempre: ‘Non ce la faccio più, sto morendo di caldo: i ventilatori, che pagano a caro prezzo, non bastano”. Anche l’igiene personale sarebbe fortemente limitata. I detenuti avrebbero a disposizione un tempo ristretto per lavarsi, dovendo condividere gli spazi con molti altri ristretti. A questo si aggiungono lunghi periodi di chiusura in cella, l’assenza di attività trattamentali e di occasioni di socializzazione. La lettera collettiva visionata da Fanpage.it parla, infatti, di una totale mancanza di percorsi rieducativi: pochissimo lavoro, quasi nessuna formazione professionale e educatori presenti raramente. Ad ampliare tale quadro, lo scorso 3 luglio Fanpage.it ha ricevuto un’ultima lettera collettiva dei detenuti del Pagliarelli all’interno della quale viene segnalata una “disastrosa situazione sanitaria”. Tra le presunte criticità elencate, “mancano farmaci e quando ci sono vengono consegnati senza blister avvolti nella carta igienica”. A volte, però, stando alle parole dei detenuti, proprio perché distribuiti con queste modalità “vengono confusi e mettono a rischio la nostra salute”. L’attesa per le visite specialistiche, poi, è “un calvario”. Infine, per chi, come lui, proviene da altre regioni, il trasferimento in Sicilia rappresenta anche un pesante ostacolo ai rapporti familiari e al diritto di difesa. I colloqui sono difficili da organizzare, gli avvocati devono affrontare costi elevati per raggiungere Palermo e le videochiamate avverrebbero in ambienti comuni, privi di qualsiasi riservatezza. Anche per questo, la famiglia di Antonio M. ha chiesto il ricongiungimento, spiegando che il detenuto non sarebbe nemmeno assegnato definitivamente alla struttura. “Là non sta bene, non lo possiamo vedere, non lo possiamo supportare. C’è solo una videochiamata a settimana, ma cosa puoi costruire in un’ora?”, conclude la figlia a Fanpage.it. “Non ce la fanno più, li stanno distruggendo là dentro. Eppure nessuno fa niente”. Napoli. “Da detenuto a bibliotecario, così ho cambiato la mia vita” Il Mattino, 6 luglio 2026 L’esperienza di un ex ristretto di Secondigliano. Undici anni di detenzione possono segnare profondamente una vita, ma possono anche rappresentare un’opportunità di trasformazione. È quanto testimonia F. G., oggi operatore museale presso il Museo di Pitagora di Crotone, che ha scelto di fare della cultura il proprio strumento di rinascita. Durante il periodo trascorso in carcere, tra sacrifici, studio e lavoro, F.G. ha conseguito la laurea triennale in Lettere. Tornato in libertà, ha proseguito con determinazione il proprio percorso formativo e oggi si prepara a discutere la tesi della laurea magistrale in Filologia. Fin dalla nascita del progetto “Parole in Libertà”, F.G. è stato tra i detenuti che hanno scelto di prendervi parte, riconoscendone il valore come spazio di espressione, riflessione e crescita personale. È proprio in questo contesto che trova spazio la sua testimonianza. “Lo studio non cancella il passato, ma consente di costruire un futuro diverso”, afferma. Un messaggio rivolto soprattutto ai detenuti: “Ogni libro letto, ogni esame superato rappresenta un passo verso la riconquista della propria dignità”. Il suo percorso dimostra come la cultura possa essere uno degli strumenti più efficaci del trattamento penitenziario. La fiducia conquistata con impegno e coerenza gli ha consentito di mettere le proprie competenze al servizio della collettività. Oggi, come operatore museale presso il Museo di Pitagora di Crotone, accompagna visitatori e studenti nella scoperta del patrimonio culturale. La sua esperienza dimostra che la pena può trasformarsi in un’occasione di crescita quando il detenuto investe su sé stesso e quando la società sceglie di credere nel cambiamento. F.G. esprime, infine, un profondo sentimento di gratitudine verso tutte le persone che lo hanno sostenuto lungo il cammino: chi gli è rimasto accanto nei momenti più difficili, chi ha avuto il coraggio di credere nelle sue capacità contro ogni logica sociale e ogni pregiudizio e chi oggi gli offre la concreta opportunità di integrarsi pienamente nel tessuto sano della società. “La fiducia ricevuta è stata una responsabilità ancora prima che un’opportunità. Continuerò a restituire, attraverso il mio impegno, ciò che tanti hanno scelto di investire in me”. Il suo è un invito semplice ma forte: il cambiamento è possibile e, molto spesso, inizia scegliendo di aprire un libro. Può essere la spinta ad una nuova vita, di riconciliazione con la propria esistenza e di una concreta prospettiva futura. Fossano (Cn). Coltivare la libertà, la storia di riscatto di un ex detenuto di Laura Serafini La Fedeltà, 6 luglio 2026 Il progetto agricolo di Cascina Pensolato, ha segnato un nuovo inizio. Pochi giorni fa Francesco era ad Acceglio, nella casa alpina dell’Azione Cattolica, a raccontare a una platea di adolescenti “che nella mia vita ho avuto tutto, ma non ho avuto niente. Ho guidato auto costose, molto, e ho avuto soldi, tanti. Ma alla fine in mano non mi è rimasto nulla. A causa delle mie scelte di allora oggi non sono padre, non sono marito, non sono nonno”. Oggi, però, Francesco tende la mano agli altri, come è stata tesa a lui, “senza pretese, senza troppe domande, senza provare a cambiarmi, ma mostrandomi che c’è un altro modo di vivere”. Oggi Francesco di anni ne ha 71, la prima volta che è entrato in carcere era minorenne, al Ferrante Aporti a Torino. “Il cappellano era don Luigi Ciotti, un giovane sacerdote pieno di energia e di sogni che tanto ha fatto per aiutare noi detenuti”. Di anni in carcere ne avrebbe trascorsi tanti Francesco, anche periodi di isolamento. Ogni volta che scontava la pena e usciva di prigione riprendeva la stessa strada, la più facile e la più sbagliata. “Uno dei momenti più difficili della mia vita è stato il giorno in cui la madre di mio figlio, che allora aveva un anno, guardandomi dalla finestra del carcere mi disse che non li avrei più visti, né lei, né lui”. Il “geniale e audace bandito”, come è stato definito da alcuni studenti di Criminologia, solo a Fossano è riuscito a cambiare vita davvero. L’ultima detenzione, per lui, è stata al Santa Caterina, la casa di reclusione a custodia attenuata che ha attivi numerosi progetti volti al reinserimento. “Le mie origini sono in una famiglia contadina. I boschi, la terra, la natura, sono luoghi che ho sempre amato. Quando mi è stata illustrata la possibilità di lavorare a Cascina Pensolato ho subito detto di sì”. La sera e la notte erano in carcere, “ma di giorno... di giorno c’era la vita che cresceva tra i campi del Pensolato. I rami secchi da eliminare, le piante che germogliavano, i frutti da raccogliere. Da lì potevo guardare il Monviso e respirare. A Cascina Pensolato ho imparato che un’altra vita era possibile. Che si poteva anche tornare in cella senza nulla in mano, ma con il cuore colmo di soddisfazione perché quei frutti erano nati grazie a me, al mio lavoro, alla mia fatica onesta”. La cooperativa del Pensolato è nata 8 anni fa per volontà della Caritas, ma anche grazie alla visione sociale e altruistica di Fondazione NoiAltri, Camminare insieme, Diapsi e Orti del Casalito e prosegue il suo cammino anche grazie ai fondi dell’8xmille. Cascina Pensolato è una distesa di terra nella frazione fossanese di Sant’Antonio Baligio, con serre e campi all’aperto, dove non solo nascono e crescono verdure di stagione, ma si coinvolgono persone che difficilmente avrebbero altre opportunità: detenuti del Santa Caterina in articolo 21 e persone agli arresti domiciliari. Il loro impegno, mediamente, dura 6 mesi, ma c’è chi è stato per periodi più brevi e anche più lunghi. Se Francesco non avesse incontrato gli educatori e il personale del Santa Caterina, Nino Mana e Dario Armando (vice presidente di Cascina Pensolato), i volontari che lavorano nella cascina a Sant’Antonio Baligio, è probabile che scontata la pena sarebbe ripartito dalla delinquenza. E invece “Nino Mana e gli altri hanno creduto in me. E io l’ho osservato, la sua serenità e i suoi modi pacati di affrontare le cose. Ho capito davvero che potevo vivere in un altro modo. E l’ho fatto”. Oggi Francesco ha pagato il suo debito e scontato la sua pena. È un uomo libero, che sceglie ogni giorno di venire a Fossano e fare volontariato all’emporio di Bottega 23 e alla mensa dei Frati Cappuccini. “In un giorno di festa un anziano è venuto a ringraziarmi perché aveva potuto mangiare un piatto di minestra. Può sembrare una piccola cosa, ma per uno come me, che arriva da una vita in un contesto di violenza, sentire un grazie, capire che ho fatto qualcosa di significativo per un’altra persona mi ha commosso. Oggi non guido auto di lusso, ma sono sereno. Sono orgoglioso dei piccoli gesti che riesco a fare per gli altri. E per questo devo ringraziare chi mi ha teso una mano, e mi ha consentito di lavorare la terra di Cascina Pensolato. Un progetto che ha aiutato me e tante altre persone”. Locri (Rc). Il 10 luglio il convegno “L’affettività nelle carceri: un diritto fondamentale” incipitsistemacomunicazione.it, 6 luglio 2026 Il sovraffollamento delle carceri italiane supera il 135%, con oltre 64.700 detenuti, con oltre 64.700 detenuti a fronte di circa 46.400 posti regolamentari disponibili. In alcune strutture di grandi dimensioni, come Milano San Vittore o Regina Coeli a Roma, l’affollamento supera il 200%. Le carceri italiane da decenni affrontano una crisi strutturale e cronica, caratterizzata dalla possibilità di rendere umana la pena. Un problema che sempre più va aggravandosi e che con l’arrivo del caldo, diventa sempre più pressante. Un tema dibattuto ma che sembra non trovare soluzione. In questo contesto e dati questi numeri che fanno segnare una condizione disumana, l’Associazione Difensori d’Ufficio Sezione di Locri (A.D.U). ha organizzato un convegno dal titolo “L’affettività nelle carceri: un diritto fondamentale”, che si terrà il 10 luglio 2026 alle ore 17:30, presso la sala Biblioteca Comunale G. Incorpora di Locri. L’incontro nasce con l’obiettivo di analizzare una tematica di forte attualità e rilevanza sociale. Il dibattito, approfondirà la tutela dei diritti inviolabili dei detenuti con focus specifico sulla recente giurisprudenza costituzionale, mettendo a confronto istituzioni, professionisti del diritto ed esperti del settore. I lavori avranno inizio con il benvenuto agli ospiti e l’introduzione alla tematica da parte dell’avv. Angela Giampaolo - Presidente della Sezione di Locri (Associazione Difensori d’Ufficio) organizzatrice, che aprirà i lavori e saluterà gli ospiti. Seguiranno i saluti istituzionali delle autorità locali e forensi: Giuseppe Fontana -Sindaco del Comune di Locri; Carmela Neri - Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Locri. L’incontro vedrà la partecipazione di figure chiave nella tutela dei diritti dei ristretti e nell’analisi tecnica della materia, con la partecipazione della Dott.ssa Giovanna Francesca Russo - Garante Regionale dei diritti dei detenuti, nonché il qualificato contributo delle avvocate del foro di Locri, le penaliste Caterina Origlia e Angela Lafronte, le quali analizzeranno la tematica sotto il profilo strettamente penalistico, processuale e costituzionale. I lavori e il dibattito saranno coordinati e moderati dalla giornalista Francesca Cusumano della redazione la Gazzetta del Sud. L’evento è attualmente in corso di accreditamento per il riconoscimento dei crediti formativi forensi presso il Consiglio ordine Avvocati di Locri. Teramo. L’Associazione “Abbraccia il Futuro” dona elettrodomestici al carcere di Roberta Maiolini infomedianews.com, 6 luglio 2026 Garante dei detenuti: “Solidarietà valore fondamentale”. “Desidero rivolgere un sincero e sentito ringraziamento all’ETS “Abbraccia il Futuro” e al suo Presidente, Alessandro Bevilacqua, che hanno risposto con straordinaria sensibilità e immediatezza alla mia segnalazione riguardante la temporanea mancanza di lavatrici in alcune sezioni della Casa Circondariale di Teramo, donandone ben tre. Una risposta concreta e tempestiva che merita di essere valorizzata. Perché, come amo ripetere: “chi ha tempo non aspetti tempo”. In carcere, infatti, ogni minuto che passa è un’infinità e intervenire senza esitazione significa contribuire concretamente a migliorare la qualità della vita delle persone ristrette e a sostenere il prezioso lavoro di chi opera quotidianamente all’interno degli istituti penitenziari. Questa donazione rappresenta un esempio virtuoso di come il mondo del volontariato possa affiancare le istituzioni, trasformando la sensibilità in azioni concrete e offrendo risposte immediate a bisogni reali. Colgo questa occasione per rivolgere, anche quest’anno, un appello a tutti coloro che desiderano dare il proprio contributo. Con l’arrivo dell’estate, negli istituti penitenziari vi è un forte bisogno di apparecchi refrigeranti per alleviare le difficili condizioni dovute alle elevate temperature. Associazioni, aziende e privati cittadini che intendano effettuare donazioni possono contattare senza indugio il mio Ufficio, affinché ogni iniziativa possa essere coordinata e destinata dove vi è maggiore necessità. Anche un piccolo gesto può fare una grande differenza. La dignità delle persone passa attraverso i diritti, ma anche attraverso la solidarietà. Ed è proprio da esempi come questo che nasce una comunità più giusta, più attenta e più umana.” Così Monica Scalera Garante Detenuti Abruzzo. Impariamo il dissenso dai giganti del Novecento e cambieremo la Storia di Mirella Serri La Stampa, 6 luglio 2026 Recensione a “Novecento. Sulle spalle dei giganti. Il secolo in dieci vite”, di Enrico Deaglio (Gribaudo editore). Da Rosa Parks ad Alexander Langer: gli eroi del secolo scorso per Deaglio. Il noto fotoreporter Weegee, pseudonimo di Arthr Fellig, assai benvoluto dei piedipiatti di Manhattan che lo convocavano in occasione di furti, assassinii e violenze varie, l’11 gennaio 1943 fu come al solito il primo ad arrivare con la sua Rolleiflex. Dopo l’entrata in guerra vigeva l’oscuramento e fu usata una lampada per illuminare il corpo di Carlo Tresca. Era una notizia da prima pagina: il sindacalista, nato a Sulmona ed emigrato negli States, era una celebrità, idolatrato dalle masse, sempre alla testa degli scioperi più importanti, dei tessili, dei minatori e degli alberghieri. Scrittore, giornalista, poeta, quando venne ucciso Tresca era appena uscito dalla redazione de Il Martello. A chi aveva pestato i piedi il leader politico che era anche un animatore del comitato in difesa di Sacco e Vanzetti? Sicuramente alla onorata società newyorkese di cui intralciava i traffici malavitosi. Ma era anche un fervente antifascista che si scontrava pure fisicamente con le camicie nere che in America cercavano di organizzare gli emigrati italiani. Tra i nemici di Tresca vi erano inoltre gli emissari di Stalin che aveva avviato la mattanza degli anarchici durante la Rivoluzione spagnola. L’omicida non fu individuato ma una cosa era chiara: Tresca fu un dissidente, un signor NO veramente radicale nei confronti dei poteri più feroci e la sua figura è uno degli splendidi dieci esempi con cui Enrico Deaglio illumina il suo “Novecento. Sulle spalle dei giganti. Il secolo in dieci vite” (Gribaudo editore). Il “secolo breve” di Deaglio è anche quello dei piccoli grandi eroi che corre in parallelo agli avvenimenti della grande Storia. Il giornalista e saggista mette in evidenza qualcosa di molto speciale, un intreccio di atti di coraggio individuale, di responsabilità, di decisioni nello sparigliare le carte sul tavolo delle vicende di cui in alcuni casi è stato testimone lui stesso. Così, in Polonia, Deaglio ha occasione di incontrare Marek Edelman quando era ancora primario di cardiologia e viveva nella sua modesta casa di ?ódz. Edelman aveva avuto una funzione determinante nelle dolorosissime vicissitudini degli ebrei di Varsavia. Rimasto orfano a 14 anni, aveva militato nelle formazioni giovanili del Bund, l’Unione Generale dei Lavoratori Ebrei. Quando venne creato dai nazisti il ghetto di Varsavia, Edelman e l’organizzazione del Bund riuscirono a portare aiuti, cibo medicine alle famiglie recluse in terribili condizioni. La rivolta armata fu il primo caso di ribellione contro gli uomini di Hitler in Europa e fu promossa da circa duecento adolescenti o giù di lì. Quando, dopo tanti giorni di assedio, le SS ebbero il sopravvento e incendiarono le abitazioni, Marek fu uno dei pochi a salvarsi. La sua forza di volontà e il suo dissenso non si esaurirono con la fine del secondo conflitto mondiale: si manifestarono anche successivamente, dopo la Guerra dei sei giorni del 1967. Il Partito comunista polacco ordinò di espellere i “sionisti”, come venivano chiamati gli ultimi ebrei rimasti. Ma dopo essere stato licenziato dall’ospedale, il medico-ex comandante fu spalleggiato dai colleghi, venne riassunto e non fu costretto a emigrare. Per Deaglio un’altra dei dieci grandi interpreti del secolo scorso è stata madre Maria Francesca Cabrini che fondò la congregazione delle Missionarie del Sacro Cuore di Gesù e si trasferì in America. Gli immigrati, a New Orleans in particolare, vivevano in condizioni di segregazione nella “Little Palermo” e tra malnutrizione, topi, epidemie di febbre gialla, erano paragonati ai “neri”, visti come violenti, sporchi e “mafiosi”. Nel 1890 venne ucciso il capo della polizia della città e una folla inferocita, guidata da esponenti della politica e dell’alta società locale, assaltò la prigione, trucidò undici immigrati, in gran parte siciliani, che erano stati arrestati senza indizi o prove. Madre Cabrini scese in campo per difendere gli innocenti: “Gli italiani sono stati diffamati, al punto che la folla, aizzata da chi ne voleva l’espulsione, ne ha linciati a dozzine”. Inviò le intrepide consorelle a organizzare un orfanotrofio e un ospedale in quei luoghi dove i connazionali rischiavano la pelle. Tra i grandi atti eversivi che hanno cambiato il volto del nostro tormentato Novecento, Deaglio annovera anche una storica foto. Quella dei piedi di Bobbi Campbell che venne attaccata alla porta di una farmacia di Castro Street, a San Francisco, nell’autunno del 1981. Bobbi, infermiere al General Hospital della città californiana, era afflitto da una malattia della pelle. I suoi piedi rivelarono l’esistenza di ciò che, da quel momento, prese il nome di “cancro dei gay”. Campbell non solo ebbe l’ardimento di dare visibilità nazionale alla crisi dell’Aids ma anche quello di battersi successivamente con grande determinazione per i diritti LGBTia+. La lista dei giganti di Deaglio non finisce qui. Include anche la meravigliosa Rosa Parks che nel 1955, nella segregazionista Alabama, si rifiutò di cedere a un uomo bianco il proprio posto sull’autobus. E poi Nelson Mandela, intervistato dallo scrittore quando era già presidente del Sudafrica, l’ambientalista e pacifista Alexander Langer, definito da Deaglio “il San Cristoforo verde con il sogno di aiutare i più deboli a passare dall’altra parte del fiume”, e Abolhassan Banisadr, primo presidente laico della Repubblica islamica dell’Iran il quale, dopo poco più di un anno di governo, nel 1981, fu deposto e costretto a fuggire in Francia: “Non so se sia stato un gigante ma, se ce l’avesse fatta, il mondo oggi sarebbe diverso”. Infine c’è anche un appassionato ritratto di Licia Rognini Pinelli: “da sola, e senza mai alzare la voce, ha conquistato il cuore di Milano e ha ottenuto la verità sulla morte di suo marito Pino. La morte di Pinelli, innocente precipitato dal quarto piano della Questura di Milano nel dicembre 1969, ha cambiato la storia di questo Paese: a me ha insegnato a dubitare delle ‘versioni ufficiali e a vedere nell’abuso di potere la norma, più che l’eccezione”. Lo stesso Deaglio si configura come un protagonista di questa carrellata da “testimone del Novecento essendomi impicciato, prima come attivista e poi come giornalista, delle cose che mi capitavano intorno; e questo per un bel po’ di tempo”. Un testimone privilegiato dei giganti del dissenso. “Morire di Naia”, di Marta Silvestre e Andrea Turco. Ombre e silenzi delle caserme italiane di Laura Distefano La Sicilia, 6 luglio 2026 Oggi alla Camera dei deputati la presentazione di un testo che apre squarci su casi rimasti nei cassetti Marta Silvestre firma con Andrea Turco “Morire di Naia” Fra le storie documentate, quella di Tony Drago morto esattamente 12 anni fa. Ci sono eventi che non capitano per caso. Ci sono storie che si incrociano e diventano tessuto connettivo. È quello che è capitato a Marta Silvestre con il caso del siracusano Lele Scieri, l’allievo paracadutista di 26 anni trovato morto il 16 agosto 1999 ai piedi della torre di asciugatura dei paracadute nella caserma Gamerra di Pisa. “Mi trovavo a Roma e ho cominciato a seguire i lavori della Commissione d’inchiesta sulla morte di Scieri”, racconta Silvestre a “La Sicilia”. All’epoca Marta non era ancora una giornalista nel senso “formale” della parola. E forse “ho capito che volevo fare la cronista proprio seguendo la storia di Scieri”. Ha cominciato a spulciare carte, leggere audizioni. Poi si è aperto il processo: udienza dopo udienza. Telefonata dopo telefonata. Il percorso le ha fatto incontrare la mamma di un altro siracusano: Tony Drago. Il giovane è stato trovato senza vita nella notte fra il 5 e il 6 luglio 2014 nella caserma Sabatini di Roma. Una nuova storia che si è trasformata in un’inchiesta giornalistica. “La mamma di Tony mi ha fornito tutta la documentazione”, spiega ancora la cronista. Quelle carte “gridavano” le tante (troppe) anomalie sulle indagini. Accertamenti frettolosi che hanno scritto la parola “suicidio” sul fascicolo Drago. Lele e Tony sono solo due delle cinque storie che Marta Silvestre, assieme al collega Andrea Turco, ha deciso di rendere “vive” nel libro, edito da Zolfo, “Morire di Naia”. Il sottotitolo (“Oltre e i silenzi delle caserme italiane”) racchiude la fatica incontrata dai due autori nella raccolta di atti, faldoni, testimonianze. Perché le Istituzioni queste storie forse le avrebbero volute seppellire. Marta e Andrea hanno tenuto la barra dritta e hanno superato anche ostacoli e resistenze. E mentre il libro-inchiesta prendeva forma le altre storie arrivavano. Giovanni Cosca da Gela, Marco Mandolini dalle Marche, Riccardo Rasman da Trieste. “Il caso di Riccardo è diventato la chiusura perfetta del libro, poiché mostra le conseguenze a lungo termine della violenza istituzionale”, spiega Marta Silvestre. Le cinque storie hanno un denominatore comune: il nonnismo. Eppure nel libro questa parola non è mai usata. “Una scelta comunicativa precisa: abbiamo evitato questa parola in favore di termini più crudi e precisi come “violenza”, “abuso” e “sopruso”“, argomenta l’autrice. Lo stile è quello della cronaca asciutta e documentale. “Il lettore non troverà opinioni personali, ma solo fatti. Analisi di documenti, perizie, intercettazioni”. “Morire di Naia” è un testo che ha “l’obiettivo di cucire insieme le vite e le storie di queste cinque vittime. Il caso di “Lele Scieri” è l’esempio di come un’azione collettiva e una ricerca ostinata della verità possano portare al raggiungimento della giustizia”. Gli altri quattro casi infatti hanno avuto un epilogo diverso. Archiviazioni “inaccettabili”. “Il tema - commenta l’autrice - è sicuramente divisivo, specialmente in un clima politico come quello attuale che rivaluta il militarismo”. Le caserme (e il mondo militare in generale) non possono rimanere un cosmo parallelo e blindato. Quelle vittime meritano verità e giustizia. Oggi nel dodicesimo anniversario della morte di Tony Drago, il libro arriva alla Camera dei deputati. Una piccola vittoria se si pensa che quel Palazzo ha risposto “picche” a diverse “pec” di richieste di accesso agli atti. Ma la presentazione di oggi pomeriggio a Roma “rappresenta l’opportunità di portare le storie a un livello istituzione e quindi stimolare nuove indagini”. All’incontro oltre ai due autori e all’avvocato della famiglia Drago, Dario Riccioli, interverrà il parlamentare Filippo Scerra del Movimento 5 Stelle, che illustrerà anche la proposta di legge per l’istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Tony Drago. Marta Silvestre ha un piccolo sogno. Quello di vedere il libro arrivare nelle mani di tanti giovani, affinché “possano riflettere sulla realtà della violenza istituzionale e militare”. In un’epoca in cui siamo bersagliati da notizie e informazioni, questo testo può diventare un modo per fermarsi, respirare il profumo della carta, e comprendere che esistono storie come quella di Tony per cui vale la pena lottare. Scavare. Scrivere. E leggere. I diritti e la Carta inattuata di Sabino Cassese Corriere della Sera, 6 luglio 2026 Lo strano destino della Costituzione. Tra politica e strumentalizzazione: le promesse incompiute. Singolare destino quello della Costituzione italiana. Ha quasi ottant’anni e resiste bene. La Costituzione tedesca, di poco più giovane, e con numerosi articoli “eterni”, cioè immodificabili, è stata modificata tre volte di più di quella italiana. Tuttavia, alcune forze politiche, a sinistra, si propongono di costituire una “alleanza per la Costituzione”, in qualche modo appropriandosene, come se la Costituzione non fosse di tutti. Ancora più singolare la circostanza che quelle stesse forze politiche, quando erano al governo, non si siano preoccupate di dare attuazione piena a molte promesse della Costituzione che risultano ancora inattuate o solo parzialmente attuate, come la parità di genere, il dovere di lavorare per il progresso materiale o spirituale della società, la promozione delle autonomie locali, il diritto di asilo, la funzione rieducativa della pena, il diritto allo studio e il riconoscimento del merito, l’ordinamento interno dei sindacati su base democratica, la riserva di attività economica alle comunità di lavoratori ed utenti, l’accesso del risparmio popolare ai grandi complessi produttivi del Paese, l’accesso ai pubblici uffici per concorso pubblico. Ci si può chiedere perché quelli che fanno della Costituzione una bandiera non si siano in passato impegnati ad attuarla o non propongano oggi leggi di attuazione delle promesse costituzionali non mantenute. In assenza di questi passi, l’invocazione della Costituzione assomiglia a quei drappi che vengono sbandierati nelle prime file dei comizi, nelle piazze: serve a coprire un vuoto di programmi, o l’incapacità di spiegare che cosa si vuole, o a nascondere la difficoltà di mettersi d’accordo. L’altra vicenda singolare che riguarda la Costituzione è quella delle reazioni all’affermazione del presidente del Consiglio relativa alla presidenza della Repubblica. La Costituzione prevede che possa essere presidente della Repubblica qualunque cittadino italiano che abbia superato i cinquant’anni, goda dei diritti civili e politici ed abbia la maggioranza di due terzi del Parlamento in seduta comune, integrato da 3 rappresentanti delle regioni (e, dalla quarta votazione, la maggioranza assoluta). La Costituzione inoltre stabilisce il principio di eguaglianza, cioè che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Quindi, l’ipotesi che una persona di destra possa accedere alla carica di presidente della Repubblica, se presenta i requisiti richiesti, è un truismo, cioè un’affermazione talmente evidente che enunciarla è persino superfluo. Coloro che ne dubitano dovrebbero ricordare una frase attribuita a Voltaire, che ne riassume comunque il pensiero: “non approvo quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo”. Si può obiettare che l’accesso di un rappresentante di una forza politica maggioritaria in Parlamento alla presidenza della Repubblica produrrebbe un “continuum” maggioranza popolare - maggioranza parlamentare - governo - presidente della Repubblica, e potrebbe di fatto trasformare la repubblica parlamentare in una repubblica presidenziale. È un’ipotesi che fu considerata da un grande giurista socialista in una lunga lettera del 15 dicembre 1958 a Giovanni Gronchi, allora presidente della Repubblica, in termini adesivi. Ma il partito di maggioranza relativa che ha dominato la politica italiana almeno fino al 1994, ha quasi sempre avuto la saggezza di inviare al Quirinale appartenenti ad altri partiti, come De Nicola, Einaudi, Saragat, Pertini, oppure persone che, pur appartenendo alla Democrazia cristiana, non facevano parte della corrente più importante di quel partito, come Gronchi, Leone, Cossiga, Scalfaro. L’altra preoccupazione costituzionale nel dibattito politico odierno è quella che chi va al governo occupi posti che dovrebbero essere aperti a tutti, con un sistema di patronato politico. C’è da chiedersi perché nell’ultimo decennio dello scorso secolo furono aperte le porte al sistema delle spoglie, e perché nessuno abbia fatto un tentativo, nel quarto di secolo successivo, per ristabilire il principio costituzionale del merito e l’accesso mediante concorso ai posti pubblici. Tutta questa materia dovrebbe essere oggetto di discussione pubblica, mentre oggi questa si riduce alla negazione dell’altro, come dimostrato dalla recente vicenda della commissione parlamentare di vigilanza della Rai. Questo aumenta la distanza della politica dal Paese. Migranti. Patto Ue, allarme dell’Anm: l’impatto sul Paese favorirà le organizzazioni criminali di Conchita Sannino La Repubblica, 6 luglio 2026 I magistrati denunciano misure insufficienti del governo per affrontare le domande di asilo: lo stallo produrrà irregolari alla mercé delle mafie. Persiste il dramma delle carceri. L’allarme sull’impatto che il nuovo Patto europeo per migranti e procedure di frontiera potrà arrecare al Paese “in termini di sfruttamento e di infiltrazione criminale”: a causa della mancanza di magistrati e risorse di supporto. La piena adesione all’sos che i giudici di sorveglianza hanno appena consegnato al presidente Mattarella, su “sofferenza organizzativa” e sulle “aspettative frustrate rispetto all’implementazione degli uffici per il processo”. E poi una “sveglia”, nel solco delle dure considerazioni già affidate al legislatore dal procuratore nazionale Melillo, sugli ostacoli che oggi danneggiano l’azione di contrasto alle mafie e alla loro capacità di penetrazione nell’economia. Intensa giornata di lavori e interventi per i magistrati del comitato direttivo centrale dell’Anm (l’ultimo cdc, prima dell’estate), con il presidente Giuseppe Tango (di Mi) e il segretario Rocco Maruotti (di Area). Il comitato ha tracciato ieri anche il lavoro da fare prima del più atteso appuntamento autunnale: il nuovo congresso Anm, in programma a Napoli dal 27 al 29 novembre, con la partecipazione del presidente Mattarella al teatro San Carlo. Scelto il perimetro entro cui saranno svolti incontri e panel: “Dialogo e ascolto della società civile. Il modello costituzionale della magistratura quale potere diffuso di fronte alle nuove sfide”. Mentre il vicepresidente Marcello De Chiara (Unicost) ha posto l’accento su centralità della persona e vigilanza sull’IA, indicando “l’umanesimo della giurisdizione, tra efficienza e qualità della decisione” Il comitato Anm fa sua l’analisi delle sezioni specializzate sui gravi rischi che derivano dalla “mancanza di risorse adeguate” rispetto all’attuazione del Patto europeo. La nuove norme comporteranno infatti “consistente aumento dei procedimenti urgenti” ma senza “un corrispondente incremento delle risorse giudiziarie e di supporto”. Per l’Anm “il rischio è quello di compromettere l’efficacia dell’intero sistema, favorendo l’espansione dell’irregolarità e, con essa, fenomeni di sfruttamento e di infiltrazione criminale. Sarebbe un esito incompatibile con il dovere degli Stati europei di garantire un sistema di tutela giurisdizionale effettiva”, è il segnale d’allarme che Md propone nel documento, condiviso da tutti gli altri gruppi (eccetto che da Mi, la corrente più vicina al governo). “Poiché si accumuleranno i procedimenti e i tempi di decisione diventeranno molto lunghi, avremo tantissimi migranti in un buco nero, irregolari, sprovvisti di ogni permesso e alla mercé di sfruttatori e criminali. E nell’impatto tra le aspettative del governo sui rimpatri e l’inevitabile attesa, potrebbero moltiplicarsi i casi alla Apostolico”, è l’affilata analisi che ai colleghi affida il giudice calabrese Emilio Sirianni, di Md (appena entrato in cdc, a suo tempo sfiduciato dal Csm per quelle interlocuzioni con l’ex sindaco di Riace, Mimmo Lucano, che i togati di sinistra hanno sempre ritenuto solo la “condivisione valoriale” al tema dell’accoglienza dei migranti). L’Anm fa sua la preoccupazione che emerge dalla lettera che la magistratura di sorveglianza ha inviato al presidente Mattarella: sulle “attese frustrate” per la mancata assegnazione dei funzionati dell’Ufficio per il processo, carenza che si associa a piante organiche già carenti che manifestano “una sofferenza organizzativa” anche alla luce di “adempimenti, competenze e responsabilità” che derivano da varie pronunce della Corte Costituzionale e della Cassazione. Risultato: mentre negli istituti fatiscenti e sovraffollati esplodono rivolte, vedi il caso di Enna solo poche ore fa, a pagare saranno i fragili, le persone in carcere: per “le inevitabili ricadute sulla capacità degli uffici di assicurare risposte tempestive ed efficaci”. Maruotti sottolinea: “Il ministro continua a ripetere che ci sarà un aumento di 10.000 posti nelle carceri, ma i 40 gradi in tante città, che diventano anche 50 in cella, sono il problema a cui dovevamo prepararci. In carcere non si sta al fresco, si muore. Anche di caldo”. E il presidente Tango interviene definitivamente sulla questione della stabilizzazione dei funzionari dell’Ufficio per il processo: “Ormai siamo a un bivio. La politica deve assumersi la responsabilità o del tramonto di questa esperienza che ha portato però oggettivi risultati visto che gli obiettivi indicati dal Pnrr sono stati raggiunti grazie allo straordinario sforzo profuso della magistratura coadiuvato proprio da queste figure; oppure finalmente deve stabilizzarli integralmente” e soprattutto farli restare “a supporto della giurisdizione, cioè al lavoro a fianco dei magistrati, per una positiva ricaduta in favore dei cittadini, cioè in termini di riduzione dei tempi”. Tiene banco anche la vicenda degli “ostacoli” che le norme del governo Meloni hanno posto all’incisiva azione anticlan delle Procure e della Direzione nazionale antimafia. “Nel Paese c’è un ottundimento. Forse pensiamo che le mafie non ci siano più, invece lavorano eccome. In questo momento risultano profondamente inserite negli apparati economici”, è l’affondo di Ida Teresi, sostituto alla Dna, e già pm anticamorra a Napoli nell’infinito processo contro l’influente cosca economico-mafiosa dei Moccia. “Sono state introdotte norme gravi. Per le quali se sento durante attività di ascolto di una corruzione aggravata dal metodo mafioso, non posso utilizzarla, non posso procedere”, in relazione alla riforma del 2023 voluta dal governo Meloni sulle intercettazioni. Si tratta del versante su cui si è appena aperta la frattura tra FdI, già pronta a rivedere il testo dopo le segnalazioni del procuratore nazionale Melillo, e gli alleati di Forza Italia, indisponibili a pesanti passi indietro. Intanto l’emendamento è già stato depositato dai meloniani, con l’intervento di Chiara Colosimo e del sottosegretario Balboni. In settimana si vedrà come finisce il braccio di ferro con gli azzurri. Droghe. La storia di Alice, la laurea dopo il buio di Rogoredo di Luca Bonzanni Avvenire, 6 luglio 2026 Arrivata nel bosco della droga alle porte di Milano a 16 anni, ha da poco conseguito il titolo in Scienze dell’Educazione. A cambiarle la vita, l’incontro con lo psicologo Simone Feder. “Ripensare a tutto il percorso è una fatica. Tanti esami li ho sostenuti mentre portavo dentro di me qualcosa di molto pesante. Ci sono stati giorni in cui mi chiedevo se fossi nel posto giusto, se una ragazza come me potesse diventare davvero un’educatrice. Poi ho capito che quelle domande erano sbagliate: sono arrivata qui grazie a ciò che ho vissuto, non malgrado il passato. Molti libri di psicologia o pedagogia li ho letti sapendo sulla mia pelle cosa significassero”. Quella di Alice (nome di fantasia, ndr.) è una storia individuale e insieme collettiva, raccontata con voce delicata ma ferma, estranea a sconti o eufemismi. Oggi ha 26 anni, da pochi giorni si è laureata in Scienze dell’educazione. Il suo presente è questo: un titolo di studio, un impegno nel volontariato, un futuro professionale in costruzione. Una decina d’anni fa, sarebbe stato arduo immaginarlo: tra i 16 e i 17 anni entrava nel bosco di Rogoredo, una delle più estese piazze di spaccio d’Europa, e l’esistenza sembrava sfuggirle via senza orizzonti. Invece, da quel buio è uscita. La svolta è iniziata incontrando Simone Feder, psicologo ed educatore della Casa del Giovane di Pavia, da lungo tempo impegnato proprio a Rogoredo; dopo il percorso in comunità, la sua seconda occasione è diventata un cammino di rinascita. Rogoredo esercita l’attrazione di una calamita che non conosce distinzioni di ceto. Accoglie chi arriva dalla provincia lombarda, come Alice, e chi invece è partito dall’altra parte del mondo. Scava nel profondo, dà risposte suadenti alle fragilità che si celano negli anfratti dell’animo. “Lì non ci sono finita perché cercavo divertimento. Ero curiosa, ma nella vita mi trovavo ovunque fuori luogo; lì, invece, mi sentivo “vista”. L’eroina è arrivata velocemente, ma presto mi sono fermata perché mi ero resa conto di quanto fosse potente. Poi è bastato un attimo per ricaderci, da lì ho iniziato davvero, andando avanti per quattro anni - ricorda la ragazza -. Per caso, un giorno ho incontrato Simone Feder in stazione. Ricordo la sua domanda: “Ma tu cosa centri con questo posto?”. Non mi ha salvato una tecnica o un programma, ma la sua presenza”. La forza dei legami umani, proprio in quei luoghi dove l’umanità sembra svanire lasciando spazio solo a una precaria quotidianità di dipendenza e marginalità, diventa leva del riscatto. “Non è stato facile - riconosce Alice -. Spesso si racconta la relazione educativa come una cosa bella e positiva, ma è complessa, a volte fa arrabbiare. Non bisogna essere giudicati, ma neanche assecondati”. Serve che qualcuno creda in te, persino quando nemmeno tu ci credi più: “È la chiave di tutto - riflette la giovane donna -. Quando hai toccato il fondo, non c’è niente di più difficile che immaginare un avvenire. In quel momento non ci riuscivo: Simone lo ha visto al posto mio, finché ho cominciato a intravederlo anche io”. Un passo alla volta, Alice è rinata. In tasca aveva già un diploma, conseguito nonostante la dipendenza; superata anche quella, è tornata sui libri. “Me lo ha proposto Simone. Allora ho pensato: se studio Scienze dell’educazione, posso far del bene per gli altri, posso essere utile; studiare conta, restituisce uno sguardo sul mondo”. Così, esame dopo esame, Alice ha conquistato la laurea: “Forse, il motivo per cui oggi desidero diventare educatrice nasce proprio da questo: perché so cosa significa essere guardati soltanto per le proprie ferite, e so quanto può cambiare la vita incontrare qualcuno capace di vedere anche tutto il resto”. Droghe dello stupro e psicofarmaci, alla radice della sottomissione chimica di Elisabetta Moro e Alessandra Vescio Il Domani, 6 luglio 2026 La dicitura “droghe dello stupro” è generica dato che tutte le sostanze psicoattive, che vanno a inibire il sistema nervoso centrale, possono essere utilizzate in casi di violenza. “A livello illegale”, spiega Manuela Pellegrini, del Centro Nazionale Dipendenze e Doping dell’Istituto Superiore di Sanità, “circolano sia sostanze che possono essere comprate anche in farmacia, sia sostanze psicotrope illegali usate con finalità ricreative”. Alcuni grumi nella tisana e resti di una pasticca triturata: così Anna (nome di fantasia), 45 anni, ha iniziato a sospettare che il marito da cui voleva separarsi la drogasse di nascosto per abusare di lei. Ha poi scoperto che i farmaci erano sedativi prescritti per una presunta insonnia. Anche l’ex marito di Stefania (nome di fantasia) si era fatto prescrivere delle benzodiazepine che ha usato per drogarla e abusare di lei: Stefania, 50 anni, lo ha scoperto trovando alcuni video di lei incosciente e l’ex marito che agiva violenza. Tramite esami del sangue e delle urine per Anna ed esame tossicologico del capello e del sangue per Stefania, in entrambe è stata accertata la somministrazione di una sostanza psicoattiva a loro insaputa. Nei giorni degli abusi le due donne avevano sperimentato vuoti di memoria, sonnolenza, disorientamento: sono sintomi riconducibili a psicofarmaci come le benzodiazepine, soprattutto se somministrati in dosaggi più alti di quelli ammessi. Il sovradosaggio può anche portare al coma e alla morte. “È per il tuo bene”: la sterilizzazione forzata delle donne disabili, formalmente vietata e socialmente indotta Storie comuni Anna e Stefania hanno scelto di raccontarci la loro storia di sottomissione chimica, la somministrazione di sostanze psicoattive all’insaputa della vittima o sotto minaccia a scopi criminali. I farmaci utilizzati per renderle incoscienti sono stati acquistati in farmacia, ma violenze simili possono avvenire anche tramite le cosiddette “droghe dello stupro”. È il caso di Diana (nome di fantasia), un’altra donna che abbiamo intervistato per la nostra inchiesta sulla sottomissione chimica in Italia. Diana, 27 anni, si trovava con i genitori in un villaggio vacanze e una sera un membro dello staff le ha offerto un drink. “Poco dopo ho iniziato a sentirmi male, ad avere giramenti di testa, mi si è annebbiata la vista. Dopo 10-15 minuti ho iniziato a vomitare e lui era di fianco a me”. Poi, dice, “ho un vuoto”. Il giorno dopo, in auto con i genitori, Diana continua a stare male, si accorge di avere la biancheria intima al contrario, graffi sulle gambe e i capelli pieni di aghi di pino. Solo dopo diverse ore arrivano i primi flash: lei che a un certo punto, quella notte, si sveglia e si ritrova nuda, distesa nella pineta mentre il ragazzo che le ha offerto da bere la sta violentando. “Mi sono svegliata durante l’atto e quindi ho proprio il ricordo visivo di quello che è successo”, dice, “C’è gente che si sveglia dopo, e quindi non ha nella sua mente un’idea di quello che è successo”. Testimoni di uno stupro: i traumi indelebili dei figli Le droghe dello stupro La dicitura “droghe dello stupro” è generica dato che tutte le sostanze psicoattive, che vanno a inibire il sistema nervoso centrale, possono essere utilizzate in casi di violenza. “A livello illegale”, spiega Manuela Pellegrini, esperta del Centro Nazionale Dipendenze e Doping dell’Istituto Superiore di Sanità, “circolano sia sostanze che possono essere comprate anche in farmacia, sia sostanze psicotrope illegali usate con finalità ricreative”. Tra queste, la più nota è il GHB, acido gamma-idrossibutirrico. Si presenta in forma liquida, incolore, inodore e praticamente insapore, o come polvere cristallina solubile in acqua. Poche gocce causano “disinibizione, alterazione dello stato di coscienza, sedazione e soprattutto amnesia”, spiega Pellegrini, oltre a numerosi effetti collaterali. Ha, inoltre, un’emivita e una tracciabilità limitate nel tempo, quindi è difficile rintracciarlo nel sangue o nelle urine. Oltre al GHB, sono molto diffusi anche i suoi precursori, il GBL e il BD, utilizzati nell’industria chimica, che non essendo inseriti nelle tabelle della Convenzione delle Nazioni Unite sulle sostanze psicotrope, sono più difficili da limitare. In Italia, però, GHB e GBL sono inclusi nel Testo Unico Stupefacenti, a differenza, come sottolinea Pellegrini, di tante nuove sostanze psicoattive che entrano ed escono rapidamente dal mercato, sebbene molte di esse vengano poi inserite nelle tabelle di legge. Questo tipo di droghe vengono acquistate in aree di spaccio, ma soprattutto online, sul dark web o anche tramite app come Telegram, social e siti legati alla condivisione non consensuale di materiale intimo. Come ha rivelato una recente inchiesta della Cnn, esistono siti in cui gli uomini condividono consigli sulla sottomissione chimica, incoraggiamenti, video e video in diretta di donne in stato di incoscienza. Per le sostanze psicotrope acquistabili in farmacia, invece, l’Italia ha regole abbastanza vincolanti. Una ricetta medica standard ha validità di 6 mesi e per non più di 10 utilizzi, ma per gli psicofarmaci la ricetta è valida per 30 giorni e massimo 3 forniture. Tuttavia non sempre è sufficiente. In Francia, dopo il caso Pelicot, l’Agenzia nazionale per la sicurezza dei medicinali e dei prodotti sanitari (Ansm) ha chiesto ai laboratori di rendere più sicuri i medicinali con l’aggiunta di coloranti, agenti amaricanti o gelificanti. Eppure Leïla Chaouachi, relatrice dell’indagine annuale sulla sottomissione chimica in Francia, ha sottolineato che sono “misure che riducono il rischio, non lo annullano”. Afghanistan. Droghe, segregazione, povertà: la crisi è senza fine di Costanza Spocci Il Domani, 6 luglio 2026 Non c’è scuola superiore. Non c’è lavoro. Non ci sono luoghi pubblici dove andare. La segregazione delle donne è diventata legge e il burqa è obbligatorio in sempre più province. Intanto, a Bruxelles funzionari europei incontrano una delegazione talebana per discutere di rimpatri e flussi migratori: “Ci stiamo abituando alla paura: questo è il problema”. Kabul - A Garmsir la strada sterrata corre diciotto chilometri da Lashkar Gah, il capoluogo dell’Helmand. Bambini in ciabatte di plastica guardano passare la nostra macchina dal ciglio del canale. Poco lontano un gruppo di ragazzini ha parcheggiato moto e biciclette per tuffarsi e sfuggire al caldo torrido. Ogni tanto una bandiera bianca talebana su un palo segna un checkpoint dove un uomo con il turbante e il kalashnikov sbircia dentro il finestrino, e fa cenno di andare. Il sole è già alto alle nove del mattino e l’aria sa di polvere. Sei anni fa era impensabile raggiungere il villaggio senza rischiare di saltare in aria su un ordigno esplosivo, o farsi ridurre le portiere a colabrodo dal fuoco incrociato dei Talebani e le forze internazionali. Oggi i pastori nomadi kuchi, invece, solcano le carraie della zona con le loro greggi evitando le mine inesplose e soprattutto il nuovo pericolo pubblico numero uno: le motociclette sovraffollate che sfrecciano all’impazzata contromano, trasportando su due ruote una marea di persone. L’Afghanistan senza musica: i regimi temono sempre il bello “Non so come farò” Il punto di primo soccorso di Emergency a Garmsir, che in persiano significa letteralmente “posto caldo”, è un edificio basso con un cancello sorvegliato. Dentro, nella sala d’attesa ci sono decine di madri con bambini piccoli e magri che piangono in coro. Sono le prime donne che incontriamo. Nell’Helmand, storica roccaforte talebana, sono diventate una specie rara da avvistare negli spazi pubblici. Una ragazza, con il burqa tirato su, mangia qualcosa in silenzio mentre aspetta di farsi visitare dall’ostetrica. Nell’angolo, accucciata accanto a lei, c’è una donna con gli occhi verdi e il viso scavato di chi non dorme abbastanza da anni. Parla a voce alta, mentre stringe tra le dita il polso esile di sua figlia di tre anni. “Mio marito è eroinomane”, racconta, “e non lavora”. Hanno dodici figli, lei è incinta del tredicesimo. Indica la pancia: “Sono al sesto o settimo mese, non so di preciso”. Non può lavorare, perché è donna, e i Talebani da quando sono tornati al potere cinque anni fa lo vietano. Ogni giorno quindi si infila il burqa e fa l’elemosina al mercato. Raccatta quello che trova, dice, e tira fuori dalle tasche una cipolla e pochi spiccioli. Qualche settimana fa ha provato a vendere suo figlio più piccolo di dieci mesi ai vicini di casa per 1.800 euro. Erano intenzionati a comprarlo, ma una delle figlie più grandi si è avvinghiata al fratellino e non lo ha lasciato portare via. Le urla hanno attirato altri vicini che, per sfamare i bambini, hanno fatto una colletta e regalato una capra da latte alla signora. “Ora però arriva un altro figlio”, dice lei preoccupata, “e non so come farò”. Guerra, tradimenti e basi militari. Il futuro incerto degli Usa nel Golfo La crisi continua Mentre questa donna parla, a Bruxelles funzionari europei incontrano una delegazione talebana per discutere di rimpatri e gestione dei flussi migratori. È una delle prime interlocuzioni diplomatiche formali tra l’Unione europea e il regime che ha preso il potere in Afghanistan ad agosto del 2021, quando mezza Italia era al mare e migliaia di afghani si accalcavano all’aeroporto di Kabul. Molti ricordano le immagini: la gente aggrappata ai carrelli degli aerei, bambini passati sopra i muri di filo spinato, gli attacchi bomba. Cinque anni dopo, l’Afghanistan è scivolato fuori dall’agenda internazionale. La guerra è finita. Ma per gli afgani la crisi continua. Alle porte della clinica le signore si accalcano per raccontare la loro storia: i costi proibitivi delle medicine, la difficoltà di pagare latte in polvere di qualità per i neonati, il fatto che in famiglie di 15-20 membri nessuno, o al massimo una persona, porta a casa un salario. Il capannello si fa sempre più grosso e di colpo il giovane dottore che ci accompagna fa cenno che è ora di andarsene: gli uomini in fila fuori si stanno agitando, diversi hanno barbe lunghe e turbanti e non sono d’accordo che le donne siano intervistate senza il permesso dei loro mariti. Garmsir è l’estrema periferia, ma il tracollo colpisce tutto il paese. Dal 2023 oltre cinque milioni e mezzo di afghani sono stati rimpatriati o deportati con la forza da Iran e Pakistan, arrivando di colpo senza case e senza lavoro in un paese che non li aspettava. Nel reparto pediatrico dell’ospedale di Emergency a Kabul c’è una bambina in carrozzina con gli occhi curiosi e i capelli lunghi che spuntano sotto un velo bianco. Si chiama Jamila, dice di avere otto anni ma è così gracile che ne dimostra cinque. Viveva con la famiglia in Pakistan, nella provincia del Khyber Pakhtunkhwa. Il nonno Suqum si era trasferito lì dai tempi della guerra contro i sovietici, negli anni Ottanta. A novembre 2025 è stato arrestato e rispedito in Afghanistan con tutta la famiglia, anche la nuora che aveva partorito da tre giorni. Jamila è stata travolta a Jalalabad da un convoglio di Talebani. Suqum racconta tutto seduto su una panchina accanto alla barella della nipote, parlando lentamente, come chi ha imparato a misurare le parole: “In Khyber mi hanno confiscato il negozio costruito con la fatica di una vita. Abbiamo perso tutto. Non so cosa ci aspetta, ma ora tutto quello a cui riesco a pensare è che Jamila si riprenda”. Arrivano così a mani vuote, con bambini malati, in un paese diventato più caro, più affollato e sempre più violento. Da ottobre 2025, con la guerra Af-Pak, il Pakistan ha chiuso il confine con l’Afghanistan, riducendo il flusso di importazioni di beni e medicine essenziali. Il riso è aumentato del 50 per cento, così come l’olio da cucina. Gli affitti sono cresciuti dal 10 a oltre il 100 per cento: in capitale un appartamento medio di due stanze è passato da 4.000-8.000 afghani a 10.000-15.000 (da 57-107 a 134-201 euro). La disoccupazione sfiora il 70 per cento, aggravata dal fatto che l’intera popolazione femminile è esclusa dall’istruzione superiore, dalla maggior parte dei lavori e dalla vita pubblica. Afghanistan e Pakistan: le due anime dei talebani incendiano l’altro Oriente Abituati alla paura I medici dell’ospedale di Kabul raccontano la disperazione coi numeri: l’80 per cento dei ragazzi fino ai 35 anni che arrivano al pronto soccorso è dipendente da metanfetamine. Il dott. Abdel Wahid segnala anche un aumento nei casi di tentato suicidio. Zahra è un’infermiera che lavora in Helmand. Quando racconta di una donna che ha tentato di suicidarsi con un fucile, finisce la frase quasi senza fiato: “Non è la prima. Non sarà l’ultima”. E indica una ragazza di 15 anni allettata, con lo sguardo perso nel vuoto. Le coperte bianche nascondono uno squarcio nel petto che i chirurghi le hanno chiuso appena in tempo. Ha provato a uccidersi con un coltello, l’unica arma che aveva. Negli ospedali di Lashkar Gah, Kabul e Anaba arrivano di continuo ragazze che hanno ingoiato acido, che si sono pugnalate, sparate, o che, come si dice in gergo, sono “cadute dall’alto”. Non c’è scuola superiore. Non c’è lavoro. Non ci sono luoghi pubblici dove andare. La segregazione delle donne è diventata legge e il burqa è obbligatorio in sempre più province. Due settimane fa ad Herat decine di donne sono scese in piazza contro le nuove restrizioni e la polizia talebana le ha disperse nel sangue, in maniera plateale ed esemplare. In Panjshir le donne sono già da un anno obbligate a girare interamente ricoperte. “Col burqa fa un caldo terribile e con quella retina non si vede nulla”, racconta Zahra, un’ostetrica nella maternità di Anaba. “Qualche settimana fa una nostra collega si è rotta una gamba scendendo dal bus perché ha mancato un gradino”. Ride amaramente. Amina, una giovane infermiera, interviene con una calma che non è rassegnazione ma qualcosa di simile: “Ci stiamo abituando alla paura. Questo è esattamente il problema”. Di fianco a lei una donna sta allattando un bambino con le braccia e le gambe della consistenza di un fuscello. “Pesa 1,2 kg”, dice Amina, “ha un anno”. Secondo le stime dell’Oms, 3,7 milioni di bambini soffrono oggi in Afghanistan di malnutrizione acuta, ma il numero reale potrebbe essere ancora più alto: molti casi non vengono diagnosticati, e quando i genitori portano i figli in una clinica il peggioramento è già avanzato, talvolta irreversibile. È un dato che getta un’ombra ancora più cupa sulle conversazioni raccolte in queste settimane, molte delle quali finiscono in pianti sconsolati che si schiantano contro il muro invalicabile di una vita che, a dire di molti, è senza prospettive. Per strada ad Anaba, mentre stiamo andando via, un venditore ambulante ci grida qualcosa indicando una piccola gabbia appesa a una parete. Dentro c’è un uccellino che canta. Qualcuno traduce: “È in gabbia, come tutto il paese”. Reportage realizzato con il supporto di Emergency, che opera in Afghanistan dal 1999. Arabia Saudita. Turisti e pellegrini in carcere per i loro post di Riccardo Noury* Il Fatto Quotidiano, 6 luglio 2026 Tra la metà del 2022 e la fine del 2025 nove persone sono state arrestate mentre erano nel paese, a causa di contenuti pubblicati sulle piattaforme social. La radicata e nota attitudine repressiva delle autorità dell’Arabia Saudita contro la libertà di espressione dei propri cittadini sta colpendo anche gli stranieri. Tra la metà del 2022 e la fine del 2025 nove persone sono state arrestate mentre erano nel paese, a causa di contenuti pubblicati sulle piattaforme social: cinque erano andare a trovare i familiari o erano lì per turismo, le altre quattro stavano effettuando un pellegrinaggio. Questi casi, documentati da Amnesty International e Al Qst for Human Rights, sono esemplificativi di una repressione più ampia fatta di arresti, processi farsa e lunghe condanne solo a causa di attività svolte sui social media, anche prima di fare ingresso nel regno saudita. Arrestate poco dopo l’arrivo, durante il soggiorno o prima della partenza, le nove persone sono state fermate, interrogate su quanto avevano pubblicato e poi lasciate in detenzione arbitraria, senza assistenza consolare, senza servizi d’interpretariato dall’arabo quando necessari e - in due casi - senza poter avvisare le famiglie all’estero, per poi essere condannate al termine di procedimenti del tutto sommari. Ahmed al-Doush, cittadino britannico, già senior business analyst presso la Bank of America, è stato arrestato il 31 agosto 2024 all’aeroporto di Riad, da quale si stava imbarcando sul volo di rientro nel Regno Unito insieme alla moglie incinta e ai loro due figli. Il 12 maggio 2025 è stato condannato a dieci anni di carcere, dimezzati in appello nell’aprile di quest’anno. Non si sa di quali reati e per quali post sia stato giudicato colpevole: le autorità saudite non hanno fornito all’avvocato gli atti giudiziari. Amr Abdelfattah, cittadino francese e padre di tre figli, è stato arrestato il 16 giugno 2024 mentre stava facendo l’Hajj, il pellegrinaggio obbligatorio per tutte le persone musulmane. Dopo 11 mesi di detenzione preventiva, è stato mandato a processo per contenuti online “offensivi nei confronti del governo” e “solidali verso persona condannate”. Di udienza in udienza, il processo va per le lunghe. Su di lui pende anche l’accusa di “ingresso” illegale per una irregolarità nel visto che di norma è sanata con una multa e l’espulsione. La salute mentale di al-Doush e di Abdelfattah sta cedendo. Le comunicazioni con e famiglie sono saltuarie, a volte vengono interrotte senza motivo, devono essere svolte in lingua araba e sono sistematicamente ascoltate dalle guardie del carcere. Naturalmente si può parlare delle condizioni detentive. Ha potuto farlo, invece, Fahd Ramadhan, con passaporto dei Paesi Bassi e dello Yemen, tornato in libertà nel giugno 2025 dopo 18 mesi di detenzione arbitraria. Non è mai stato accusato di niente, anche se chi lo interrogava gli ha ordinato di firmare un documento in cui erano descritti quattro post. Uno di questi esprimeva solidarietà per un dissidente. Haidar Slim, cittadino libanese, in carcere ha trascorso quasi tre anni. Arrestato nel 2022 al termine dell’Hajj, è stato accusato di aver pubblicato un selfie in cui intonava un canto religioso sciita e incriminato per “diffusione di contenuti che minacciano l’ordine pubblico e i valori religiosi”. Un intervento diplomatico ha evitato di scontare interamente la condanna a cinque anni. Se la sono cavata meglio, probabilmente a causa della loro nazionalità, un cittadino statunitense e uno canadese, interrogati e poi espulsi. Il primo aveva raccontato su TikTok la sua esperienza turistica, il secondo aveva pubblicato post e messo like qua e là. L’Arabia Saudita si sta accreditando come meta turistica e sta investendo molto nel progetto Vision 2030 e nell’organizzazione dei Mondiali di calcio del 2034: l’obiettivo è quello di attirare 150 milioni di turisti. Se le cose continueranno così, per non pochi di loro il viaggio rischierà di essere davvero indimenticabile. Ma non esattamente per le bellezze del luogo. *Portavoce di Amnesty International Italia