I minori in cella hanno desideri “normali”: ecco quali sono di Silvia Perdichizzi Avvenire, 5 luglio 2026 Per la prima volta una ricerca interroga i detenuti degli Ipm sui loro sogni e le loro aspirazioni. Tutte molto simili a quelle dei coetanei mai entrati in carcere. Non chiede “come stai in carcere?”, né scava nel passato. Piuttosto guarda al futuro - “cosa vuoi fare fuori da qui?” - alle emozioni - “quale è per te il valore più importante?” - e ai sogni dei giovani detenuti. Si chiama “Introspezioni” ed è la prima ricerca in assoluto - promossa dal ministero della Giustizia con Fondazione Lottomatica e Fondazione Francesca Rava, e curata da SWG e Cuntura - che va oltre lo stato del disagio giovanile e le condizioni delle carceri italiane, indagando sui sentimenti più profondi dei ragazzi che scontano un reato negli Ipm (Istituti penali minorili). E che ha un carattere innovativo, sia per la sua portata numerica - coinvolge tutti e 18 gli Ipm italiani con 373 questionari raccolti in 43 giorni di ascolto - sia per il risultato. Che se da un lato è ricco di sfumature, viene toccata l’emotività, dall’altro contraddice l’immaginario pubblico ignaro della “normalità” che caratterizza i desideri delle nuove generazioni dietro le sbarre. “Ragazzi come tutti gli altri” ma con alle spalle una vita difficile, a volte abbandonati o lasciati in situazioni di povertà o costretti a emigrare. Spinti spesso a delinquere. Che tuttavia - e questo è il primo dato interessante di Introspezioni - mettono la famiglia in cima alla scala dei loro valori, seguita dalla libertà, dalla lealtà e dall’amore. E vogliono un domani migliore, soprattutto “normale”: fatto di amici, legami e un “lavoro pulito”. Non, come forse si è portati erroneamente a pensare, di supremazia, vendetta - anzi molti di loro esprimono il bisogno di “riparare al mal tolto” - o di “soldi facili”. Dalle risposte aperte rivolte al 67% dei giovani detenuti intervistabili, arriva infatti un forte desiderio di sentirsi parte di qualcosa in modo concreto: il 92% ha un progetto una volta uscito dall’Ipm e il settantaquattro si dice determinato a realizzarlo. Per tappe, non fantasie, né scorciatoie: studiare, trovare un mestiere, ricominciare, diventare un punto di riferimento “buono”. Più della metà di loro vuole aiutare “chi ha fatto gli stessi errori”. Vuole dare l’esempio, insomma. “Una comunanza di valori positivi che non avremmo mai immaginato, che sembra incompatibile con la situazione di disagio e di dolore in cui si trovano questi ragazzi”, dice il ministro Carlo Nordio. Ma che non stupisce invece chi negli Ipm passa molto del suo tempo, come Mariavittoria Rava, presidente della Fondazione Francesca Rava (che dal 1954 lavora con le fragilità giovanili): “Dietro agli stereotipi più comuni ci sono giovani che hanno speranze e desideri e principi al pari di altri”, racconta. Ecco perché - e questo è il secondo dato di rilievo di Introspezioni - “questo studio è importante: certifica con fonti terze quello che gli operatori sanno da sempre”, senza per questo cadere in facili buonismi. Sottolineando anche le contraddizioni. Come una socialità prudente, talvolta diffidente - tre ragazzi su quattro considerano giusto o giustificabile proteggere un amico anche se ha sbagliato, e l’87% dice di voler difendere “ciò che è nostro” - accanto però a una forte domanda morale. Per questi ragazzi stare bene in relazione significa “dire la verità, mantenere le promesse, chiedere scusa, non tradire”. Zone grigie che però vanno intercettate - e questa è la finalità ultima della ricerca - per immaginare percorsi educativi più stabili. “E per fornire a tutti”, guardie, operatori, comunità di recupero, aziende, “chiavi di lettura per dare a giovani che ne hanno voglia un futuro dignitoso”, conclude Rava. Carceri, flash mob a Montecitorio contro caldo, sovraffollamento e violazione dei diritti La Repubblica, 5 luglio 2026 La protesta, martedì 7 luglio alle 16.30, in Piazza di Montecitorio, promossa dalla senatrice Ilaria Cucchi di Avs e decine di associazioni. Una larga rete di associazioni, sindacati e realtà impegnate nella tutela dei diritti umani si mobilita per denunciare le condizioni sempre più drammatiche nelle carceri italiane. Martedì 7 luglio alle 16.30, in Piazza di Montecitorio, si terrà un flash mob promosso dalla senatrice Ilaria Cucchi insieme ad Alleanza Verdi e Sinistra e in collaborazione con PID Onlus, per accendere i riflettori sull’emergenza che sta attraversando gli istituti penitenziari del Paese. L’iniziativa nasce dall’allarme lanciato da numerose organizzazioni che da anni operano sul fronte dei diritti delle persone detenute e che denunciano una situazione aggravata dall’arrivo dell’estate: temperature torride, celle sovraffollate, scarsa o assente ventilazione e condizioni igienico-sanitarie sempre più difficili stanno mettendo a rischio la salute e la dignità di detenuti, detenute e personale penitenziario. Il sit-in assumerà la forma di un’azione simbolica e partecipata. Per alcuni minuti i presenti sperimenteranno sotto il sole uno spazio delimitato di appena tre metri per due, le dimensioni minime di una cella. Un gesto semplice ma potente per rappresentare ciò che migliaia di persone vivono quotidianamente dietro le sbarre. “Saranno pochi minuti - spiegano i promotori - ma in carcere anche pochi minuti possono diventare un’eternità”. Un richiamo diretto alle condizioni di chi è costretto a trascorrere giornate intere in ambienti spesso privi di adeguata aerazione, condividendo spazi estremamente ridotti con altre persone. Al centro della protesta c’è il tema del sovraffollamento. In diversi istituti penitenziari italiani il tasso di affollamento reale supera il 139%, una pressione che rende sempre più difficile garantire condizioni di vita dignitose e alimenta tensioni, disagio psicologico e rischi per la sicurezza. Con l’innalzamento delle temperature estive, denunciano le associazioni, la detenzione rischia di trasformarsi in una forma di sofferenza aggiuntiva non prevista dalla condanna, fino a configurare una vera e propria lesione dei diritti fondamentali. A sostenere il flash mob è una rete ampia e trasversale che unisce organizzazioni impegnate sui diritti civili, sul sociale, sul lavoro e sulla giustizia. Tra le adesioni già annunciate figurano Associazione Stefano Cucchi Onlus, Antigone, A Buon Diritto, ARCI, CGIL Roma e Lazio, FIOM Roma e Lazio, Giuristi Democratici, Baobab Experience, Mediterranea Saving Humans, CNCA, UISP Roma, ACAD, ARCI Solidarietà, Articolo21, Cittadinanzattiva, Nonna Roma, Rete #NoBavaglio, Comunitaria OdV, Forum Droghe, Cooperativa Sociale Folias, Salviamo la Costituzione, Libera APS - settore Giustizia e Gruppo Abele di Torino. La mobilitazione punta a riportare il tema delle carceri al centro del dibattito pubblico e politico, denunciando quella che gli organizzatori definiscono una vera e propria “strage di diritti”. L’obiettivo è chiedere interventi urgenti per affrontare il sovraffollamento, migliorare le condizioni materiali di vita negli istituti e garantire il rispetto della dignità umana sancita dalla Costituzione. Davanti alla sede del Parlamento, le associazioni intendono ricordare che “il carcere non può trasformarsi in uno spazio di abbandono e sofferenza. Per questo il flash mob del 7 luglio vuole essere non solo una denuncia, ma anche un appello alle istituzioni affinché affrontino con urgenza una crisi che riguarda migliaia di persone e interpella direttamente lo stato dei diritti e della democrazia nel Paese”. Veneto. Detenuti e genitorialità, la rete che ricuce famiglie e futuro giornalepantheon.it, 5 luglio 2026 Uno strumento che ha più braccia, diversi livelli operativi che hanno però un unico obiettivo: intercettare e prendere in carico i minori figli di detenuti, coloro che si trovano, spesso insieme al proprio nucleo familiare, a fare i conti con gli effetti negativi di una relazione parentale che diventa difficile e di un contesto sociale che tende ad escludere. Un tema estremamente attuale considerato che la popolazione carceraria, in Italia, è di 56.196, di cui 2.365 donne e 53.831 uomini, e tra loro sono stimati circa 25mila genitori. In Veneto, i detenuti sono 2.487, di cui 123 donne, e si possono stimare circa un migliaio di genitori. Crescere protagonisti della propria libertà, promosso nell’ambito dell’iniziativa “Liberi di Crescere” finanziato da Con i Bambini, entra a gamba tesa proprio in queste dinamiche per sostenere i minori figli di persone detenute e rafforzare le competenze genitoriali in contesti di fragilità. Partito a fine 2024 a livello regionale e capillarizzato nelle provincie di Verona, Venezia, Vicenza e Treviso, il progetto sta proseguendo la propria fase operativa e traccia un primo bilancio. Complessivamente, i bimbi e ragazzi presi in carico sono circa una quarantina. L’analisi dei dati raccolti nei diversi contesti territoriali evidenzia un andamento eterogeneo, caratterizzato da elementi comuni ma anche da specificità legate alle reti locali, al grado di collaborazione istituzionale e al livello di maturazione delle attività. Il progetto, il cui capofila è la cooperativa sociale Servizi e Accoglienza Il Samaritano Onlus di Caritas Verona, che coordina gli oltre 20 partner regionali del progetto, si concretizza come un intervento multilivello che, pur sviluppandosi in contesti territoriali differenti, mantiene una forte coerenza interna grazie a tre direttrici condivise: il sostegno ai minori e ai caregiver, gli interventi sulla genitorialità sia in ambito detentivo sia in esecuzione penale esterna, le azioni finalizzate al rafforzamento della rete. Questa impostazione comune consente di garantire un’identità unitaria al progetto, pur lasciando spazio a modalità di attuazione diversificate in base alle caratteristiche e ai bisogni specifici dei territori. Nel complesso, l’analisi dei diversi territori restituisce infatti un progetto capace di adattarsi ai contesti locali, pur evidenziando livelli differenti di maturazione: nel veronese il percorso progettuale è in una fase più iniziale. Si registrano difficoltà significative nell’attivazione degli interventi, in particolare per la mancanza di riscontro da parte dell’istituto penitenziario rispetto ad alcune proposte laboratoriali. A Treviso emerge una buona solidità delle attività realizzate all’interno della Casa Circondariale, dove i colloqui individuali e lo sportello risultano strutturati e partecipati. Nel secondo trimestre dell’anno 2025 si registra una significativa adesione anche ai percorsi successivi, segnale di una presa in carico efficace e di una risposta positiva da parte dei beneficiari. Tuttavia, al di fuori del carcere, il progetto incontra maggiori difficoltà. Venezia: nel territorio veneziano, e in particolare a Chioggia, in una prima fase, le energie sono state concentrate soprattutto sulla costruzione della rete. Solo successivamente si è passati all’attivazione di interventi diretti, come laboratori e attività rivolte a genitori e minori, che hanno raggiunto un buon livello di partecipazione. Nel corso del 2025, a Vicenza, le attività hanno registrato una buona adesione da parte degli adulti, accompagnata da un progressivo miglioramento dell’interazione tra genitori detenuti e figli. Permangono tuttavia alcune criticità strutturali come la necessità di rafforzare il raccordo con i servizi sociali e sanitari del territorio. “Stiamo toccando con mano la difficoltà del sistema penale nel porre un’attenzione strutturata e continuativa al tema della genitorialità in carcere e, più in generale, al benessere dei figli di persone detenute. Le iniziative progettuali si innestano su un sistema che fatica ancora a riconoscere pienamente il detenuto nella sua dimensione genitoriale - analizza Silvio Masin, direttore di Fondazione Don Calabria, e referente tecnico del progetto -. Infatti, le esperienze territoriali mostrano come, laddove esiste una collaborazione più solida tra istituzioni e rete locale, sia possibile costruire percorsi efficaci e continui; al contrario, nei contesti in cui tale integrazione è più debole, le attività faticano a radicarsi e a raggiungere i destinatari. Al netto dei risultati immediati, il valore aggiunto del progetto sta proprio nella sua funzione di stimolo e di cambiamento culturale. Perché gli interventi possano diventare realmente incisivi e sostenibili, è necessario che il sistema penale evolva verso una maggiore apertura alla dimensione familiare, riconoscendo la genitorialità come parte integrante dei percorsi trattamentali”. Toscana. Il Provveditorato delle carceri: “Troppo piene, dormite in terra” di Andrea Vivaldi La Repubblica, 5 luglio 2026 La misura per il sovraffollamento. Grieco (segretario regionale Uil Fp polizia penitenziaria): “Avviare un’azione per accertare l’illecito: è palese la violazione dei diritti umani”. La risposta al sovraffollamento nelle carceri toscane: dormire per terra. Sfruttando così ogni angolo disponibile. Con una direttiva interna il Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria, ufficio detenuti e trattamento, ha disposto che gli istituti penitenziari utilizzino “tutti gli spazi disponibili fino al raggiungimento del limite indicato [...] e se necessario anche oltre, adottando in tali casi ogni iniziativa ritenuta opportuna, compresa, in via estrema per quanto assolutamente provvisoria, la collocazione di brande o materassi a terra”. Una decisione che arriva come risposta ai numeri esorbitanti di detenuti, in particolare a Sollicciano, dove il sequestro di 7 sezioni (seppur la maggior parte ancora piene), disposto dalla magistratura per le condizioni degradanti, ha ridotto ulteriormente gli spazi. Il provveditorato sottolinea “l’alto indice di affollamento che interessa tutti gli istituti penitenziari del distretto”. Per i nuovi detenuti che arrivano nei penitenziari, e sono senza posti, è stato indicato di usare i pavimenti (su cui però da anni, come a Sollicciano, viene denunciata l’acqua alta, la presenza di muffe e insetti). L’ufficio spiega che, una volta ricevuta “la comunicazione dell’avvenuta sistemazione “di fortuna” dell’arrestato” provvederà a regolarizzare la situazione. La decisione scatena le proteste. “Siamo alla follia pura: il rispetto della dignità umana e della salute è costituzionalmente tutelato, nessuno può metterlo in discussione - denuncia il segretario generale regionale della Uil Fp polizia penitenziaria, Eleuterio Grieco. Non possiamo accettare la direttiva: incide anche sul governo degli istituti dove poi il personale di polizia penitenziaria è chiamato a rispondere”. E aggiunge: “Invitiamo i direttori di carcere a condurre con noi una battaglia di civiltà non accettando detenuti se non ci sono posti disponibili e invitiamo l’autorità giudiziaria ad avviare un’azione per accertare l’illecito: è palese e premeditata la violazione dei diritti umani”. Enna. Rivolta nel carcere: “Sarà un’estate caldissima” di Marina Della Croce Il Manifesto, 5 luglio 2026 Un fulmine fa saltare i telefoni, i detenuti insorgono contro un istituto affollato e obsoleto. Occupato uno dei padiglioni, irrompono gli agenti, i “promotori” verranno trasferiti. Tutto è cominciato, letteralmente, con un fulmine: la rivolta nel carcere di Enna è scoppiata dopo che una saetta ha colpito e danneggiato le centraline dell’impianto telefonico, impedendo in questo modo ai detenuti di comunicare con l’esterno. A quel punto, un centinaio di detenuti si è impossessato delle sezioni del vecchio padiglione della casa circondariale, mettendo a ferro e fuoco parte dell’istituto penitenziario. Nel corso della protesta, affermano dalla direzione del carcere, sarebbero state distrutte le telecamere della videosorveglianza e provocati “ingenti danni” alla struttura. La scintilla del malcontento maturato nei giorni scorsi a causa dell’interruzione delle comunicazioni con i familiari può essere considerata emblematica dell’emergenza che esplode. Il guasto era stato risolto nella mattinata di ieri, ma senza la valvola di sfogo della telefonata a casa la pentola a pressione di Enna è scoppiata. Secondo i dati del ministero della giustizia, nel carcere di Enna sono presenti 214 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 167 posti, con un tasso di affollamento di circa il 128%. I rivoltosi hanno agito intorno alle 11, prendendo l’ala più vecchia e mal messa, tre piani di celle, alcune delle quali non hanno ancora la doccia, e il nuovo padiglione costruito su una struttura che ospita i carcerati protetti. Nel tardo pomeriggio sono intervenuti gli agenti del Gruppo intervento operativo di Catania e di altre forze giunte da altre carceri, che hanno riportato tutti in cella e arrestato gli otto considerati “promotori” della rivolta: verranno trasferiti in altri istituti. “Il motivo dei disordini è stata l’intercettazione tra le 10 e le 10.30 di quattro pacchi lanciati dall’esterno e contenenti materiale illecito diretto ai detenuti - è la versione del sottosegretario alla giustizia Alberto Balboni, che ha preso il posto di Andrea Delmastro dopo il noto scandalo delle quote in Bisteccherie d’Italia - L’impianto telefonico ha sempre funzionato. La polizia penitenziaria ha evitato conseguenze tragiche, per questo rivolgo agli agenti il mio plauso per lo straordinario sforzo compiuto”. Ma Daniela Morfino del Movimento 5 Stelle annuncia un’interrogazione parlamentare. “C’è bisogno di azioni immediate che affrontino il problema e non di continui slogan come quelli di Nordio e Meloni - spiega la deputata - Attorno al sistema penitenziario ci sono falle di ogni tipo, che richiedono competenza e pragmatismo. Non si può pensare di affrontare tutto con gli slogan”. Secondo i sindacati della polizia penitenziaria la rivolta di Enna è solo l’anticipo di un’estate che si promette rovente sul fronte degli istituti di pena. “La rivolta di Enna è la riprova che lo stato ha perso il controllo degli istituti penitenziari - afferma il segretario del Sap Aldo Di Giacomo - È stato sufficiente il pretesto dell’impossibilità di contatti telefonici tra detenuti e famiglie per scatenare le violenze e le distruzioni per almeno 200 mila euro di danni che pagheranno i contribuenti italiani. A pesare sul clima afoso che in alcune celle supera i 40 gradi è la crescente tensione per le mancate risposte alla diffusa emergenza carceraria. In queste ore siamo certi si scoprirà che il sovraffollamento delle carceri, che ha raggiunto livelli sino al 150% in alcuni istituti, insieme al sottodimensionamento degli organici del personale penitenziario e alle carenze infrastrutturali sono le cause reali”. Per i sindacati “solo il ministero e il governo continuano a negare la situazione e a ricevere ricorsi della Corte europea dei diritti dell’uomo contro l’Italia ritenendo che lo stato italiano in più casi abbia violato i diritti fondamentali garantiti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo”. Enna. Antigone Sicilia: “Situazione esplosiva in tutte le carceri della Regione” di Maria Neve Iervolino fanpage.it, 5 luglio 2026 Caldo, sovraffollamento, carenza di servizi e stop alle attività nei mesi estivi sono tutte micce che, secondo la denuncia di Antigone Sicilia a Fanpage.it, rischiano di fare esplodere nuove rivolte carcerarie come quella di Enna. “C’è una situazione esplosiva in tutte le carceri siciliane in questo momento. E gli inneschi sono molti: l’assenza di attività nei mesi estivi, il caldo nelle celle sovraffollate, la mancanza di servizi minimi. Quello che è successo a Enna è destinato a ripetersi a breve”. A parlare è Giorgio Bisagna, avvocato e presidente di Antigone in Sicilia, l’associazione che si occupa dei diritti delle persone detenute. A causa di un problema alla centralina elettrica della casa circondariale Luigi Bodenza di Enna, nella giornata di ieri un centinaio di detenuti del vecchio padiglione si è impossessato di alcune sezioni dell’istituto, mettendole a soqquadro e danneggiando le telecamere di sorveglianza. Una rivolta che per Bisagna rischia di essere solo l’anticipazione di un’estate mai così calda per i quasi 64mila detenuti italiani. A Enna si è consumata una vera e propria rivolta carceraria a causa del malfunzionamento di una centralina. Perché? I detenuti hanno un monte ore mensile di chiamate e videochiamate. Queste possono essere sostitutive dei colloqui in presenza e in questi casi sono utilizzate soprattutto da chi ha i familiari lontano dal carcere. Sono quindi uno strumento importantissimo per limitare l’isolamento del carcere. In un contesto di abbandono di cui il detenuto è consapevole, e con le temperature in aumento, la situazione è esplosa quando si sono resi conto che non potevano chiamare a causa del guasto elettrico. Ma di situazioni analoghe ce ne sono molte. Voi come Antigone visitate regolarmente gli istituti carcerari. Cosa ha visto nelle sue ultime visite? Ho assistito a un vero e proprio sfogo collettivo sia dei detenuti che del personale. Ci hanno elencato tutte le cose che non andavano bene, quasi all’unisono. Il personale direttivo o di Polizia Penitenziaria non è dissonante rispetto alle criticità che denunciamo. Infatti sappiamo già quale sarà la prossima criticità che ci troveremo ad affrontare. Il caldo? Sì, a seguito delle nuove disposizioni - sempre più restrittive del Dipartimento degli affari penitenziali - è vietato in tutte le carceri l’utilizzo di ventilatori o di frigoriferi. Si possono usare soltanto i ghiaccini nelle zone comuni, per motivi di sicurezza. Se a questo sommiamo il sovraffollamento e le condizioni generali sempre peggiori non stupisce che ovunque andiamo registriamo una tensione generale. C’è anche la percezione da parte dei detenuti del totale disinteresse rispetto al mondo delle carceri, quindi la miccia può essere qualunque cosa in questo momento. Quindi vi aspettate che una rivolta come quella avvenuta a Enna possa scoppiare ancora? Sì, di motivi ce ne sono tanti. Consideriamo che ora ci avviciniamo al periodo di agosto. A luglio già cominciano a interrompersi le scuole, quindi tutta la popolazione carceraria che ci andava è costretto a smettere. Si iniziano a diradare le attività sociali del terzo settore, come il volontariato, fino ad avere un blocco quasi totale ad agosto. Non perché i progetti non vanno avanti, ma perché c’è il piano ferie del personale del carcere che rende difficile l’accompagnamento dei detenuti in queste attività. Quindi ad agosto i detenuti sono totalmente abbandonati... Sì, perché diminuiscono tutte le attività rieducative e risocializzanti. Aggiungiamoci anche che ogni anno registriamo carenza di acqua negli istituti. Questi fattori, uniti alle condizioni climatiche, fanno montare gradualmente un sentimento di crescente abbandono sociale di questa realtà. Si parla tanto del mondo delle carceri ma nei fatti non si fa niente. Questa è la verità, non c’è più nessuno. Il 4 luglio, il giorno della rivolta di Enna, i Magistrati di Sorveglianza hanno scritto una lettera al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e al ministro della Giustizia Carlo Nordio... Anche loro hanno denunciato il problema dell’abbandono. Certo, gli organi di sorveglianza dovrebbero essere più solleciti, però anche lì esiste un problema di numeri che crea questo collo di bottiglia a cui nessuno provvede. Qual è il vostro messaggio come Antigone Sicilia a chi si occupa dell’amministrazione carceraria? Meno convegni e più provvedimenti concreti. Troppo spesso il carcere è una vetrina, ma poi nel concreto si fa poco. La priorità è rendere trasparenti le carceri, e poi lavorare per dare un minimo di dignità alle persone in carcere. Il carcere è privazione della libertà, non della dignità. Oggi invece il carcere è privazione dei diritti minimi e della dignità, ed è una situazione che prosegue da troppi anni. Scontare la pena non vuol dire perdere la dignità di essere umano, sono cose diverse. Rossano Calabro (Cs). Detenuto morto, non si esclude un’aggressione con torsione del collo di Antonio Anastasi Quotidiano del Sud, 5 luglio 2026 Dopo la Tac non si esclude un’aggressione al detenuto di Cirò Marina morto in carcere a Rossano. Ruota anche attorno ai primi esiti della Tac total body la verità sulla morte di Cataldo De Luca, il 43enne di Cirò Marina deceduto sabato scorso nel penitenziario di Rossano. L’esame radiologico eseguito presso l’Istituto di Medicina legale dell’Università Magna Graecia di Catanzaro avrebbe rilevato la lussazione o sublussazione della zona attigua alla prima vertebra cervicale. Un trauma preciso che proietta l’inchiesta davanti a due sole e pesantissime spiegazioni. Il decesso potrebbe essere stato causato dalle conseguenze di un violento pestaggio, o comunque di una manovra di sottomissione con torsione forzata del collo, tipica delle arti marziali. Oppure, ma questo lo chiariranno gli accertamenti tossicologici, dallo shock anafilattico fulmineo legato al farmaco sedativo iniettatogli subito dopo, non si capisce se dagli agenti penitenziari intervenuti durante una crisi di panico o dal personale sanitario. La pista del farmaco killer sempre in piedi - Un bivio investigativo drammatico, sul quale la Procura di Castrovillari è chiamata a fare luce attraverso il rigido vaglio della scienza forense. Sono questi i nodi cruciali che il procuratore Alessandro D’Alessio e la sostituta Angela Cioffi dovranno sciogliere nelle prossime settimane. Sul tavolo restano aperti dubbi enormi sia sulla natura dei vari ematomi riscontrati sul cadavere, sia sul dosaggio e la tollerabilità di quel medicinale (presumibilmente Valium) inoculato nel corridoio della sezione detentiva per placare una crisi claustrofobica acutizzata dalla canicola estiva. Soltanto i successivi esami istologici e tossicologici affidati al medico legale Saverio Gualtieri e il test del Dna potranno stabilire con certezza scientifica quale fattore abbia determinato l’arresto cardiocircolatorio. Da una parte ci sono le denunce della famiglia De Luca, assistita dall’avvocato Giovanni Salzano, che si avvale della consulenza del criminologo Angelo La Marca. La sorella maggiore della vittima, Vittoria, ha già proposto al Quotidiano una ricostruzione, appresa da fonti interne al carcere, secondo cui il recluso sarebbe stato immobilizzato a terra da ben sette agenti della polizia penitenziaria. In quel frangente un assistente avrebbe persino strappato di mano la siringa al medico, troppo agitato, per praticare l’iniezione a forza. Sotto la lente diversi traumi - Le indagini del Nucleo Investigativo Centrale (Nic) dovranno ora verificare, tramite i diari clinici e i filmati delle telecamere interne, se vi sia stata o meno una supplenza impropria o un eccesso di violenza istituzionale da parte del personale di custodia. Uno scenario che si scontra radicalmente con l’ipotesi che i vari traumi, il più imponente alla testa, possano essere ricondotti a un’aggressione in carcere. Un’ipotesi che, da quanto è stato possibile apprendere, è esclusa dai periti. L’esito del test del Dna servirà anche a capire come De Luca si è procurato quegli ematomi. La misteriosa fine di De Luca congela bruscamente una complessa trama giudiziaria. Il 43enne, che stava già scontando una condanna definitiva a 25 anni per l’omicidio di Nicodemo Aloe, era infatti considerato dagli inquirenti l’esecutore materiale del brutale pestaggio che nel luglio 2024 portò alla morte un altro detenuto cirotano, Antonio Pugliese, nel carcere di Catanzaro. Il detenuto costretto a pulire il proprio sangue - Le carte di quell’inchiesta descrivevano De Luca come un uomo dall’indole autoritaria e incline a reazioni di forte impeto, capace di imporre un rigido controllo all’interno della sezione detentiva. Tra gli episodi più cupi emersi dalle attività di captazione, gli inquirenti richiamavano l’aggressione ai danni del coindagato lametino Francesco Molinaro, il quale, dopo essere stato colpito, sarebbe stato costretto a ripulire il proprio sangue e a dichiarare il falso parlando di una “caduta in doccia”. Logiche di estrema pressione carceraria su cui si era innestata, poco prima del trasferimento a Rossano, anche la netta contrarietà di De Luca per la scelta del coindagato Gianluca Laforgia, crotonese, di fornire dichiarazioni agli inquirenti. Laforgia, infatti, ha confermato che fu De Luca l’autore materiale del pestaggio. Oggi i funerali a Cirò Marina - Mentre l’attività degli inquirenti prosegue nel massimo riserbo per fare chiarezza su un fascicolo attualmente aperto contro ignoti, la cronaca cede il passo al dolore della famiglia. I funerali di Cataldo De Luca si terranno oggi pomeriggio nella parrocchia di San Nicodemo a Cirò Marina. In attesa dei risultati scientifici degli accertamenti che arriveranno nelle prossime settimane, oggi è il momento del cordoglio. Intanto, la tesi iniziale di una morte naturale è ormai definitivamente superata dai fatti. Prato. Morto in cella alla Dogaia, l’autopsia: probabile overdose di Giorgio Bernardini Corriere Fiorentino, 5 luglio 2026 Si è conclusa l’autopsia sul cadavere di Rodriguez Matute, 26 anni, detenuto nel carcere della Dogaia trovato senza vita nella sua cella. L’overdose di sostanze stupefacenti, a quanto si apprende da fonti investigative, è la più probabile delle ipotesi per la causa di morte. Si è conclusa l’autopsia sul cadavere di Rodriguez Matute, 26 anni, detenuto nel carcere della Dogaia trovato senza vita all’alba di martedì scorso nella cella che divideva con altri due detenuti. La sua morte era avvenuta poche ore prima di un’audizione fissata in Procura sulle presunte violenze che Mateute sosteneva di aver subito durante il suo arresto. Il giovane, cresciuto a Prato, era stato arrestato il 12 maggio insieme a un sedicenne italiano con l’accusa di aver tentato di uccidere un cameriere, Iacopo Cerbai, durante una violenta aggressione avvenuta nel centro di Prato. Dopo l’arresto gli era stata diagnosticata una frattura della mandibola. Ai medici aveva riferito che quella lesione era stata provocata dalle botte ricevute durante le fasi dell’arresto da parte di appartenenti alle forze dell’ordine. La circostanza era stata trasmessa alla Procura, che aveva convocato l’honduregno per ascoltarlo. L’autopsia eseguita a Pistoia da Luciana Sonnellini avrebbe indicato nell’overdose da stupefacenti la possibile causa del decesso. La Procura di Prato aveva aperto sul caso un fascicolo di indagine per morte in conseguenza di altro reato. L’avvocato di Matute, Simone Valenti, ha spiegato di essere “in attesa degli esami tossicologici e istologici disposti per comprendere sino in fondo le cause”. Per questi risultati ci vorranno almeno trenta giorni. Palermo. Sovraffollamento e caldo nelle celle è allarme La Sicilia, 5 luglio 2026 “Non è bastata la pioggia della notte a rinfrescare l’aria a Palermo, men che meno alla Casa Circondariale Pagliarelli di Palermo dove il sovraffollamento si è stabilizzato al 20 per cento rispetto alla regolare capienza, 1420 persone invece che 1176”: a dirlo è Pino Apprendi, Garante per I diritti dei detenuti del Comune di Palermo., che lancia l’allarme sulle condizioni delle carceri cittadine, soprattutto in vita di altre ondate di caldo. Apprendi continua a parlare del carcere di Pagliarelli: “Un Istituto nato male con problemi cronici per l’utilizzo dell’acqua che non viene erogata per tutte le 24 ore, non in contemporanea in tutte le sezioni e in tutti i piani. Peraltro non si tratta di acqua potabile al rubinetto, tant’è che le persone detenute sono costrette a comprare l’acqua minerale. Un Istituto - prosegue Apprendi - dove si gela d’inverno in assenza di impianto di riscaldamento, malgrado da anni siano stati stanziati 15 milioni per realizzarlo e si soffoca d’estate in assenza di ventilatori”. “L’ultima circolare del DAP dice ancora Apprendi vieterebbe persino l’utilizzo di frigoriferi e ventilatori all’interno delle celle, che possono utilizzarsi solo nei locali di socialità. Non è ininfluente la carenza di organico della Polizia Penitenziaria che si aggrava in questo periodo con l’assenza per le ferie programmate. Naturalmente meno personale c’è e minori possibilità ci sono per le attività delle persone detenute, anche per ogni spostamento interno è necessario un certo numero di personale”. “Sono tantissimi - conclude Apprendi - i casi di autolesionismo e i tentativi di suicidio, è di 3 giorni fa la notizia di un suicidio presso il carcere di Termini Imerese. Sarà un’estate calda. Da Enna i primi segnali, anche lì il sovraffollamento è quasi il 30 per cento, 214 detenuti invece di 167. Ci vuole un progetto per ridurre in maniera determinata il sovraffollamento che è sicuramente una delle cause del disagio e del nervosismo presente nelle carceri. In Sicilia ormai sono 7147 le persone in carcere, oltre 700 persone in sovrannumero”. Siracusa. Cavadonna, il carcere della vergogna di Seby Spicuglia La Sicilia, 5 luglio 2026 Vivere in cella tra cimici, topi e violenza. Villari: sistematica violazione della dignità umana. Il carcere di Cavadonna è una bomba pronta ad esplodere. Come ha rischiato di fare la testa di un detenuto straniero massacrato di botte, spaccata “e con il materiale organico a vista”, così come racconta una testimonianza raccolta da La Sicilia. Le risse e i pestaggi sarebbero all’ordine del giorno, senza soluzione di continuità. Le anime in pena - letteralmente all’interno della struttura hanno superato il limite massimo: sono 700, a fronte di una capienza regolamentare di 575 unità e poco meno di 200 agenti penitenziari. Ma quando ad essere scioccato da ciò che vede è il garante dei detenuti che qui se lo lascia scappare, e mai più lo dirà - significa che la cosiddetta “quarta parete” è crollata, ciò che è dentro ha una potenza drammatica tale che nulla può impedirne l’esondazione nella vita civile, e che la narrazione non può essere anestetizzata né sottaciuta. Al flagello storico di cimici e ratti le prime mordono e provocano eczemi e privano del sonno, i secondi scorrazzano nei punti di raccolta dei rifiuti - si aggiunge anche la quotidianità di violenza e pestaggi indiscriminati tra detenuti, di tale dimensione da costituire il problema primario. L’inferno in terra - in cella - per detenuti (e agenti) divampa con l’arrivo della stagione calda, non tutti hanno ventilatori, e sfiora i limiti “della tortura psicofisica”, come il garante dei detenuti Giovanni Villari mette nero su bianco nella sua ultima relazione. Il punto di rottura è quando “lo Stato cessa di applicare una pena legale nel rispetto dei diritti umani, per sconfinare nella pura sofferenza e nella tortura psicofisica”. Il diritto alla salute si inceppa, secondo la relazione. La sospensione delle traduzioni verso l’esterno, per mancanza di scorte sufficienti, blocca o rallenta l’accesso alle cure specialistiche. Le visite slittano, le urgenze restano sospese e le liste d’attesa finiscono per configurare, scrive Villari, una “sistematica violazione della dignità umana”. Gli ascensori dei blocchi sono fermi da mesi, compreso quello dell’infermeria. Così gli spostamenti diventano un problema e le emergenze una corsa contro il tempo. Se un detenuto sta male - segnala Villari - la barella viene portata a braccia lungo le scale, con tutti i rischi che questo comporta. Non solo: personale ridotto, strumenti insufficienti, fragilità psichiatriche che resterebbero troppo spesso senza una presa in carico specialistica adeguata. Resta infine il cortocircuito istituzionale. “Nonostante le mie ripetute segnalazioni e i solleciti inviati al Dipartimento dell’amministrazione Penitenziaria, le risposte non arrivano”. Lucca. Senza climatizzatori né frigoriferi: “Il carcere d’estate è una serra” di Jessica Quilici La Nazione, 5 luglio 2026 Se il caldo di questi giorni si fa sentire negli ambienti ventilati di casa, figuriamoci dove l’aria passa solo attraverso piccole grate o spifferi. E in un luogo dove ci sono 60 ospiti in più, rispetto al numero degli invitati. Così vivono i 97 detenuti nel carcere San Giorgio, il più sovraffollato d’Italia. Una struttura - così come le altre - progettata per contenere, senza climatizzatori, che diventa serra d’estate e ghiacciaia d’inverno. A complicare la situazione lucchese - oltre ai numeri - è anche l’attuale assenza (che si protrae da novembre) del Garante dei detenuti, che dunque sono rimasti ‘senza voce’. A dare un’idea di ciò che avviene al di là delle “sbarre” è però l’avvocato Enrico Helmut Vincenzini, referente toscano dell’associazione Antigone. Come è il clima all’interno di un carcere sovraffollato quando fuori i termometri segnano 40 gradi? In generale questi istituti si trovano in strutture vecchie, che non sono dotate di impianti di climatizzazione e non hanno ventilatori in dotazione, dunque le temperature possono arrivare a raggiungere anche dieci o quindici gradi in più rispetto all’esterno. Installarli richiederebbe lo stanziamento di molte risorse, che però non sono mai state previste dal governo. Il San Giorgio è un ex convento, fortunatamente più fresco di altre strutture, ma è comunque pensato per contenere, non per far circolare l’aria. Le finestre sono minuscole, sbarrate e spesso chiuse pure col plexiglass. Senza ventilazione le celle diventano letteralmente delle serre. Come se non bastasse poi, l’anno scorso il Dipartimento di amministrazione penitenziaria (Dap) ha pubblicato una circolare che vieta l’uso dei frigoriferi in cella, utile ad esempio per tenere l’acqua fresca. E come sopravvivere allora? La gestione del caldo viene ‘appaltata’ alla buona volontà di chi sta fuori anche perché parliamo della popolazione più povera: ad esempio, come lo scorso anno, all’associazione dei giovani avvocati dell’Aiga, che ha donato dei piccoli ventilatori ai detenuti lucchesi. Al caldo si ‘appiccica’ poi la questione della carenza di spazi. A marzo la capienza è crollata perché hanno dovuto dichiarare inagibile un’altra parte della struttura, oltre a un’intera sezione chiusa da dieci anni. Ventidue posti - dei 59 regolari - non sono quindi più disponibili, dunque 97 detenuti vivono in uno spazio pensato per 37 persone. Negli anni si è parlato molto - senza alcun progetto reale - di trasferire il carcere altrove, può essere un’idea? Io sono favorevole alle carceri dentro il contesto urbano. Visto che all’interno manca il personale, tanti servizi vengono portati avanti dal lavoro dei volontari: se ‘decentralizzati’ rischierebbero di perdere questa rete. In tutta questa emergenza, a Lucca manca oggi anche una figura chiave: il Garante dei detenuti. Questo è un fatto grave. L’ex garante si è dimessa a novembre e da allora il posto è vuoto. Parliamo del carcere più sovraffollato d’Italia che da più di sei mesi non ha lo strumento fondamentale per tutelare i diritti di detenuti. Perché non è ancora stato nominato il sostituto? Perché la nomina spetta al Consiglio comunale tramite un bando pubblico, ma a oggi non si è vista nemmeno l’ombra di una discussione per aprirlo. È tutto fermo. Ci stiamo muovendo in questi giorni per capire come accelerare queste procedure. Lecce. “Faccia a faccia”, i detenuti incontrano gli studenti di Ivana Di Giugno gnewsonline.it, 5 luglio 2026 Il martedì non è un giorno come un altro nella casa di reclusione di Lecce. È il giorno in cui i detenuti incontrano gli studenti del “Liceo Francesca Capece” di Maglie; ogni volta una classe diversa, dal terzo al quinto anno. Si tratta del progetto “Faccia a faccia”, ideato circa tre anni fa da Ada Fiore, docente di storia e filosofia dell’istituto scolastico pugliese, e giunto al suo terzo anno di realizzazione. Lo racconta Giuliana De Magistris, funzionario giuridico pedagogico del carcere: “È un ‘laboratorio filosofico’, nel senso che, di volta in volta, vengono proposti temi su cui alunni e detenuti sono invitati a riflettere, esprimendo le proprie opinioni”. Nell’ultima edizione, i detenuti che hanno preso parte a questi appuntamenti sono stati dodici e, con qualche eccezione, non sono stati gli stessi delle edizioni precedenti. Nella formazione del gruppo intervengono diversi elementi. “L’iter di partecipazione al laboratorio ha inizio con la richiesta del detenuto; successivamente interviene la nostra selezione”, dice De Magistris. “Innanzitutto, valutiamo la buona condotta dell’interessato, la sua età, e il residuo della pena da scontare. Spesso chi ha davanti a sé un orizzonte lungo ha maturato una riflessione più profonda sul valore del proprio vissuto, diventando un interlocutore prezioso per chi, come i ragazzi del liceo, sta ancora inventando la vita. Poi, prendiamo in considerazione l’essere o meno impegnato in altre attività”, spiega l’educatrice. “Comunque sono solo uomini, di media sicurezza, sottoposti a trattamento avanzato”, precisa. Nella spaziosa aula didattica del carcere predisposta per gli incontri gli studenti arrivano per primi. Sono circa venticinque. Si dispongono in cerchio, per favorire relazioni simmetriche, in uno scambio alla pari. Aspettano i detenuti; sono un po’ intimoriti, ma anche desiderosi di dialogare con loro. “Il cerchio è una figura geometrica significativa, che consente un fluire di sguardi che si incrociano alla stessa altezza”, dice De Magistris. “L’iniziativa è partita come esperimento nelle sole sezioni di liceo classico, dove insegno; poi gradualmente è stata estesa a tutti gli indirizzi della scuola”, racconta Ada Fiore a Sara Mannocci (“vita.it”, 19 maggio 2026). Per gli studenti si tratta di un’esperienza di “service learning”, un approccio educativo che affianca l’impegno civico al tradizionale apprendimento scolastico. “Se questo progetto si diffondesse in tutte le scuole, sarebbe una grande opportunità per migliorarsi, conoscere la colpa, l’errore, il senso di responsabilità”, dichiara ancora l’insegnante. Gli incontri si tengono la mattina, dalle 9 alle 12; la professoressa Fiore ha il ruolo di moderatrice, l’educatrice Gabrielli quello di osservatrice partecipante. In alcune occasioni è presente anche l’ispettore coordinatore del reparto, che illustra agli studenti il contesto in cui si trovano i detenuti. La finalità dell’incontro è, per ciascuno, l’acquisizione di consapevolezza, e la promozione di un rinnovamento, attraverso considerazioni su argomenti che rappresentano motivi universali, come “il tempo, la solitudine, l’amore, la paura, la solidarietà”, spiega la professoressa a Mannocci. Per chi è recluso, questi incontri rappresentano un’interruzione della routine carceraria, intessuta di discorsi incentrati quasi esclusivamente su questioni giuridiche. Naturalmente, il vissuto del carcere fa da sottofondo alle conversazioni e, qualche volta, ne diventa il motivo centrale. Emergono le difficoltà della condizione di recluso: la convivenza forzata, il sovraffollamento, il fatto di non poter far fronte sufficientemente alle esigenze familiari; emergono le paure: perdere l’affetto dei propri congiunti, non trovare un lavoro, una volta fuori, e tornare a commettere reati. “Per stessa ammissione dei detenuti, la principale motivazione nella partecipazione al laboratorio è la “rottura della quotidianità”, della “monotonia giornaliera”. Alcuni di loro confessano, con una commozione trattenuta a stento, che lo scambio con i giovani studenti li “fa sentire liberi”“, riferisce l’educatrice del carcere. Ma il valore dell’iniziativa non si esaurisce nella durata degli incontri. “È nel “dopo”, quando il cerchio si scioglie e il silenzio della cella torna a farsi denso, che il progetto rivela la sua forza generativa”, commenta De Magistris. “Il beneficio più profondo che osservo, grazie allo scambio con gli studenti, è il passaggio dalla visibilità alla percezione. Il detenuto è costantemente “visto”, perché è sotto sorveglianza, ma raramente è “sentito”. L’esperienza portata da questa iniziativa ribalta la dinamica, consentendo al detenuto di sentirsi “ascoltato”. E non da chi ha il compito di giudicare, ma da chi ha il desiderio di capire”, continua l’educatrice. L’effetto immediato del progetto è la nascita della speranza: speranza di poter cambiare, per il recluso, speranza di sconfiggere il pregiudizio, lo stigma, per gli altri. Perché l’obiettivo, come ricorda ancora chi opera in carcere, è che la società impari a scorgere nel detenuto non solo la caduta che marchia, ma anche la persona che tenta di rialzarsi. Per chi è detenuto “sentirsi sentiti genera un sollievo immenso, poiché significa smettere di pensare a sé come a un errore statico e ricominciare a percepirsi come un soggetto in divenire”, dichiara De Magistris. Il ruolo dell’educatrice che segue il progetto è far sì che l’incontro tra due realtà, quella dei soggetti reclusi e quella dei soggetti liberi, non si esaurisca in una sterile curiosità o in un silenzio imbarazzato, ma diventi “un’occasione feconda”. “Da un lato, aiuto il detenuto a compiere il passaggio cruciale, dall’identificarsi nel proprio reato all’immaginarsi come una persona diversa”, ci dice l’educatrice. Al tempo stesso, per gli studenti è importante che la sofferenza del carcere non venga “consumata come un diversivo”, aggiunge. Parlando ancora dei detenuti che partecipano all’iniziativa, De Magistris svela il fine ultimo di questi incontri. “In carcere l’uomo rischia costantemente di finire per coincidere con i suoi reati, di diventare il suo fascicolo; io intervengo perché quella persona ritrovi le parole per raccontarsi, non come un capitolo chiuso, ma come un’esistenza in evoluzione, che ha ancora uno spazio per il cambiamento”. Per gli studenti l’incontro con i detenuti è una grande occasione. “Quando sono tornato a casa, ho capito quanto sono fortunato a poter vedere i miei genitori”, dichiara, a Sara Mannocci, Davide Giannuzzi, che frequenta il terzo anno del liceo classico. “Non possiamo giudicare queste persone, credo che siano più sensibili di tante altre”, afferma Caterina Chiriatti, studentessa del quarto anno dello stesso indirizzo di studi. “Mi piacerebbe fare questa esperienza anche il prossimo anno, come attività di volontariato”, continua, dialogando con la giornalista di vita.it. Gli incontri tra studenti e detenuti hanno prodotto un livello di scambio ulteriore attraverso le lettere inviate e ricevute reciprocamente. “Ognuno porta con sé la possibilità di cambiare, di ricominciare, di costruire qualcosa di diverso”, scrivono gli studenti a chi è privato della libertà. “Grazie a voi tutti, per esservi calati umanamente, immedesimati nelle vesti di noi detenuti”, risponde chi è recluso. “Sono felici di mandare un messaggio ai ragazzi perché non commettano gli stessi errori, non sottraggano anni alla vita vera, cercando di ispirare in loro un senso di legalità”, commenta De Magistris, rispondendo a Sara Mannocci. “Non c’è un’agenda fissa per gli incontri: quest’anno ce ne sono stati dodici, lo scorso anno qualcuno in meno”, racconta ancora a gNews l’educatrice del carcere. Si tratta di un’iniziativa che si vorrebbe trasformare in un’attività a carattere permanente. Seguendo, grosso modo, il calendario scolastico, durante l’estate gli incontri vengono sospesi. Ma resta molto, in coloro che scontano la pena, a detta dell’educatrice che coordina il progetto. “C’è una bellezza quasi catartica nel vederli dialogare con chi ha ancora l’animo innocente: è come se i ragazzi portassero in dono uno specchio pulito, in cui il detenuto possa scorgere un’immagine diversa da quella riflessa dalle sbarre”, conclude De Magistris. Napoli. Samuele Ciambriello ha presentato il libro “Lettere al Garante” di Rossella Strianese ottopagine.it, 5 luglio 2026 L’Aula del Consiglio Regionale della Campania ha ospitato la presentazione del libro “Lettere al Garante. Voci dal carcere tra diritti negati, paure e speranze”, scritto da Samuele Ciambriello, Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale. Il volume raccoglie le testimonianze dirette e le richieste di aiuto arrivate dai penitenziari negli ultimi otto anni. L’evento ha visto la partecipazione di figure di spicco delle istituzioni regionali, della magistratura e della Chiesa, trasformandosi in un profondo momento di dibattito sulla drammatica situazione del sistema carcerario italiano e sulla necessità di riforme strutturali orientate alla rieducazione. Oltre 1.400 lettere per chiedere dignità - Negli ultimi otto anni, il Garante campano ha raccolto un archivio di dolore e speranza composto da oltre 1.400 missive scritte dai detenuti. Al centro delle richieste non ci sono sconti di pena, ma il rispetto dei diritti fondamentali. “I detenuti raccontano la realtà carceraria e chiedono condizioni più umane e più dignitose”, ha spiegato l’autore Samuele Ciambriello. “Chiedono di poter ricevere una visita medica, incontrare un familiare; insomma, di dover scontare la pena senza essere privati della dignità. Chi sbaglia non deve solo pagare: deve poter cambiare, anche restando in carcere, in comunità o attraverso misure alternative”. Le istituzioni: “Lavoriamo per opportunità concrete” - Il Presidente del Consiglio Regionale, Massimiliano Manfredi, ha confermato la massima disponibilità della Regione Campania nel supportare i percorsi riabilitativi previsti dalla legge, ponendo l’accento in particolare sulla devianza minorile. “Abbiamo di fronte un’emergenza carceri che non è solo un problema di numeri e spazi, ma riguarda soprattutto i più giovani”, ha dichiarato Manfredi. “Ogni persona che riusciamo a rieducare nelle carceri è una vittoria dello Stato. La Costituzione parla chiaro: vanno garantite la civiltà e la dignità della condizione carceraria”. A fargli eco l’Assessore alle Politiche Sociali, Andrea Morniroli, che ha definito l’opera un testo fortemente “politico”: “Il libro evidenzia come le condizioni attuali non rispettino il dettato costituzionale sul fine rieducativo della pena. Smonta la tendenza securitaria per la quale chi è fragile va semplicemente contenuto, quando invece andrebbe supportato e incluso”. Il nodo del sovraffollamento e la critica alle politiche “carcerocentriche” - Il dibattito ha toccato anche il delicato tema del sovraffollamento e delle scelte legislative recenti. Il Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Napoli, Aldo Policastro, ha espresso perplessità sulla linea dura adottata a livello nazionale. La critica alla linea editoriale del Governo: Secondo Policastro, l’introduzione di nuovi reati, l’aumento delle pene e la riduzione delle misure alternative configurano una strada “carcerocentrica”. Il monito della magistratura: “Il carcere non può essere soltanto punizione e non deve umiliare la persona”, ha ammonito il Procuratore. “Se si fa questa scelta, che poco condivido, bisogna comunque far sì che la struttura consenta alle persone di scontare la pena dignitosamente”. Al tavolo dei relatori ha offerto il proprio contributo anche Stefano Anastasia, Garante dei detenuti della Regione Lazio, in un confronto moderato dalla giornalista de Il Mattino, Maria Chiara Aulisio. L’appello della Chiesa: “Dietro ogni fascicolo c’è una persona” - L’intervento conclusivo dell’Arcivescovo Metropolita di Napoli, il Cardinale Don Domenico Battaglia, ha riportato l’attenzione sulla dimensione umana del problema, ricordando che il libro nasce direttamente dall’ascolto sul campo, tra i corridoi e le celle sovraffollate. “Viviamo in un tempo in cui si parla molto e si ascolta poco, si giudica rapidamente e si comprende raramente”, ha sottolineato l’Arcivescovo. “Dietro ogni fascicolo giudiziario c’è sempre una persona. Dietro ogni errore c’è una storia. Dietro ogni condanna c’è un essere umano che porta con sé responsabilità e fragilità, ma anche la possibilità di cambiare”. Macerata. Alemanno: “Stupido usare il carcere per le pene minori” di Martina Di Marco Il Resto del Carlino, 5 luglio 2026 Un auditorium della Mozzi Borgetti pieno per Gianni Alemanno, ospite di Macerata Racconta per presentare il suo libro “L’emergenza negata”. Scritta con Fabio Falbo e altri detenuti del braccio G8 di Rebibbia, l’opera è una denuncia dei pregiudizi e condizioni delle carceri, testimoniate da chi le vive quotidianamente. “Il tema dello stato dei detenuti in Italia non permette più alla politica e al dibattito pubblico di essere rinviato - afferma Riccardo Sacchi, assessore ai Grandi eventi -. C’è un’attenzione alta sul ‘prima’ della detenzione (legge, processo, pena); molto bassa sul ‘durante’ e ancor meno sul reinserimento sociale del detenuto”. In dialogo con Alemanno, Giancarlo Giulianelli, garante regionale dei diritti della persona, e Lina Caraceni, docente associata di diritto processuale penale e diritto penitenziario al Dipartimento di Giurisprudenza di Unimc. “È importante - sottolinea Caraceni - che i diretti interessati testimonino le condizioni delle carceri italiane, sperando che una voce nota abbia maggiore impatto per amplificare il messaggio”. “Le strutture penitenziarie vivono in condizione di forte disagio - continua Giulianelli - a partire dall’aspetto edilizio: esempio è il carcere di Fermo”. Sicurezza, sovraffollamento, lentezza burocratica e difficoltà nell’avviare progetti culturali ed educativi in carcere sono i punti focali affrontati da Gianni Alemanno, che ha riportato la sua esperienza in cella a Rebibbia fino all’uscita lo scorso 24 giugno. “Primo problema è una deriva securitaria repressiva e sconclusionata del Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) - racconta Alemanno -. Non parlo delle guardie carcerarie, che soffrono le disfunzioni e il sovraffollamento tanto quanto i detenuti; ma del vertice Dap che punta a una sicurezza estrema senza una vera emergenza in atto (ad esempio, ai detenuti è vietato usare il filo interdentale o i coperchi di pentole e padelle per cucinare). A questo si aggiunge un forte sovraffollamento, arrivato al 140%. Una burocrazia lenta aggrava la situazione - continua Alemanno -: tante imprese bussano alle porte del carcere, tanti i progetti culturali ed educativi presentati, ma tutti cadono nel vuoto. Per non parlare dei problemi legati al diritto alla salute”. “Chi sbaglia paga, su questo non c’è dubbio - conclude Alemanno -. Ma è stupido usare il carcere anche per le pene minori. Se si uccide la speranza, il detenuto ha un’immediata ricaduta su sé stesso o cerca altre soluzioni, come la droga. È necessario un netto cambio di mentalità e visioni”. Napoli. Ipm di Nisida, concluso il Progetto Scuola dedicato a cinquanta giovani di Espedito Vitolo Corriere del Mezzogiorno, 5 luglio 2026 Zuccarelli (Ordine dei medici): “C’è il tema della marginalità”. Cosa vuol dire diventare padre a 14 o 15 anni e non averne la coscienza? “Tanto - spiega la presidente del Tribunale per i Minorenni di Napoli, Paola Brunese - eppure ho visto molti di questi ragazzi nelle aule. Con genitori che ne facevano un vanto e avvocati che tentavano di sottolineare questo aspetto per ottenere clemenza”. Errori fatti per ignoranza, in un contesto culturale che non sa valutarli. Ma fatti anche perché nessuno ha insegnato a questi ragazzi cose come l’educazione sessuale. Basta poco per dare un indirizzo, una speranza. È l’obiettivo del progetto Scuola dedicato agli ospiti dell’Istituto penale per Minorenni di Nisida e promosso dall’Ordine dei medici. Ieri se n’è tracciato un primo bilancio. “Una goccia nel mare - ha detto il presidente dell’Ordine dei Medici, Bruno Zuccarelli - ma una goccia che può dare speranza”. Ed è così, perché curare sé stessi, avere coscienza delle malattie, possedere strumenti per rendersi conto di cosa siano le dipendenze, può aiutare eccome. “Sì - racconta un ragazzo di Nisida - ora so che certe cose, anche soltanto il fumo e l’alcol, possono portarti a commettere azioni che non vuoi. Io l’ho capito ora qui, e voglio spiegarlo anche a mio figlio”. Circa 50 ragazzi dell’Ipm di Nisida sono stati coinvolti in incontri dedicati ad affettività e malattie sessualmente trasmesse, abuso di alcol, fumo, salute orale, dipendenze e corretti stili di vita. “La prevenzione - ha sottolineato Zuccarelli - non è solo un tema sanitario. È anche prevenzione del disagio, della solitudine, della rabbia, della marginalità”. E la Carmela di Mare fuori, al secolo Giovanna Sannino, sa quanto questi problemi riportati nella fiction siano “devianti” per i ragazzi lasciati a loro stessi. “Noi raccontiamo storie anche di marginalità - ha detto - ma la realtà non è diversa”. Il progetto ha dato i primi risultati e anche nelle piccole cose i ragazzi hanno capito. “Uno di loro - racconta il direttore dell’Ipm di Nisida Gianluca Guida - prima di incontrare la madre ci ha chiesto di poter fare la pulizia dei denti. Voleva avere un aspetto migliore per lei. Questo è l’inizio del rispetto per l’altro che dà speranza per il futuro”. La presidente del Tribunale per i Minorenni di Napoli, Paola Brunese ha confermato che l’iniziativa sta dando i suoi frutti, ma ha anche rivelato un altro problema: “Ho difficoltà - spiega - a ottenere una diagnosi psichiatrica quando ci sono ragazzi con problemi mentali. Ecco, sbatterli in carcere non serve a nessuno”. Un aspetto che va sottolineato e affrontato perché spesso la violenza è frutto di un disagio che nessuno sa cogliere. “Gli episodi di violenza che in questi giorni stanno ferendo Napoli, dagli spari a Montesanto alle azioni delle baby gang, ci dicono con forza quanto sia urgente stare accanto ai giovani. Soprattutto a quelli che hanno sbagliato, a quelli che si sono macchiati di reati gravi. Nessun ragazzo nasce perduto: il compito delle istituzioni, della scuola, della Sanità e della società civile è offrire strumenti, ascolto e possibilità concrete per ritrovarsi e ritrovare la strada”, insiste Bruno Zuccarelli. La presidente della Corte d’Appello di Napoli, Maria Rosaria Covelli ha annunciato un’altra intesa, quella con gli industriali: “C’è un patto per il reinserimento dei ragazzi nel mondo del lavoro a fine pena. E devo dire che ho trovato grande corrispondenza dagli imprenditori. Molte leggi, con sgravi fiscali, aiutano questi reinserimenti. Gli industriali ci stanno dando una grande mano”. Varese. Riparare la casa comune: verso un carcere umano e costituzionale La Prealpina, 5 luglio 2026 Martedì 7 luglio alle ore 21 nella Cripta della Chiesa dei Santi Pietro e Paolo di Masnago a Varese, l’Associazione Popolari Varesini organizza un incontro dal titolo “Facciamoci avanti per riparare la casa comune: il carcere”. Relatori saranno Sonia Caronni, Silvia Polleri e Luca Carignola. Si tratta del secondo incontro (dopo quello sulla povertà) messo in calendario dai Popolari che intendono rileggere il “Discorso alla città” tenuto dall’Arcivescovo di Milano monsignor Mario Delpini del dicembre scorso. In quell’occasione, il Pastore della Chiesa ambrosiana definì la situazione delle carceri lombarde “intollerabile”, denunciando il tradimento dei principi costituzionali a causa del sovraffollamento, del degrado strutturale e di un accanimento normativo repressivo. Un ragionamento che metteva insieme tre grandi difficoltà. A partire dal tradimento della Costituzione, nel momento in cui le condizioni reali in cui versano i detenuti e la gestione del personale di Polizia penitenziaria smentiscono i principi fondamentali dello Stato. Conseguenza diretta una reintegrazione impossibile, considerato che i percorsi di recupero sociale risultano impraticabili, trasformando le pene in una punizione fine a sé stessa. Infine, gli effetti della detenzione disumana. Gli ambienti degradati e violenti non favoriscono il ravvedimento o il riconoscimento del male commesso, ma generano esclusivamente rabbia. Si parlerà di questo e altro, ragionando intanto se una risposta - come suggerito dai vescovi lombardi - passi attraverso un provvedimento di clemenza per alleggerire la pressione sui penitenziari. L’Associazione Popolari varesini, come è nelle sue corde identitarie, cercherà di dare risposte concrete e politiche a un bisogno forte che cresce da una società sempre più in difficoltà. Per parlare di un tema tanto delicato, sono state chiamate tre personalità dall’indubbio valore. Sonia Caronni è criminologa referente nazionale del gruppo esecuzione della pena del Coordinamento nazionale Comunità accoglienti e referente area esecuzione della pena e giustizia riparativa per cooperativa “Lotta Contro l’emarginazione”. Esperta in progetti in ambito penitenziario e nelle misure alternative, ambito in cui opera dalla fine degli anni 90. Silvia Polleri, imprenditrice sociale, per ventidue anni è stata educatrice in scuole statali, due anni di servizio civile in Uganda, dieci anni di gestione di un proprio catering in Milano. Nel 2003 fonda nel carcere di Bollate una cooperativa di catering assumendo detenuti ammessi alle misure alternative. 2015 nasce il ristorante InGalera, primo esempio all’interno di un carcere aperto al pubblico e gestito da detenuti. Luca Carignola è avvocato del Foro di Varese abilitato al patrocinio avanti le Giurisdizioni Superiori. Si occupa principalmente di assistenza giudiziaria in ambito penale, ma anche di diritto civile, in particolare diritto di famiglia, delle successioni e della responsabilità civile. È iscritto nelle liste dei difensori disponibili al patrocinio a spese dello Stato. Introdurrà la serata Fabio Passera, Consigliere della Provincia di Varese e Presidente della Fondazione Popolari Varesini. L’ingresso alla serata è libero a tutti. La Spezia. Rap e suoni dal carcere per costruire il domani. Applausi a Villa Andreino di Ilaria Vallerini La Nazione, 5 luglio 2026 La musica rap è stata protagonista al carcere spezzino di Villa Andreino. La casa circondariale di via Fontevivo infatti ha accolto l’ormai tradizionale appuntamento live che ha visto esibirsi in concerto le persone detenute che nel corso dell’anno si sono avvicinate alla musica partecipando ai laboratori musicali attivi nell’istituto. Un percorso che si rinnova e si consolida grazie alla storica collaborazione di Arci. L’evento rap che si è tenuto nei giorni scorsi ha rappresentato il culmine del laboratorio musicale realizzato e condotto stabilmente da Danilo Othavio Manganelli, musicista e formatore. Sotto la sua guida, i partecipanti hanno potuto presentare dal vivo i brani originali nati all’interno di questa speciale “officina sonora”. Attraverso l’espressione artistica, l’attività ha avuto l’obiettivo di promuovere percorsi educativi, espressivi e relazionali, valorizzando la musica come concreto strumento di partecipazione, benessere individuale e reinserimento sociale. Questo percorso è stato reso possibile grazie alla costante collaborazione e al supporto fondamentale di tutto il personale dell’istituto penitenziario ha avuto il sostegno integrato di importanti istituzioni e progettualità di rete. In particolare, il percorso è stato finanziato da Regione Liguria, settore politiche sociali, nell’ambito del progetto “Vasi comunicanti: dall’esecuzione penale alla rete territoriale del lavoro e del benessere sociale”, che vede come capofila Agorà e che sostiene le attività attraverso le “Botteghe del reinserimento” gestite direttamente da Arci La Spezia. Altrettanto fondamentale è stato il contributo del ministero del lavoro e delle politiche sociali attraverso il progetto “Costruire il Domani - Azioni in rete per il reinserimento sociale delle persone detenute e in area penale esterna”, con capofila il Granello di Senape. Nel corso del tempo, grazie anche a passate progettualità europee (Music for Freedom), all’interno di Villa Andreino è stata allestita un’aula permanente e attrezzata con cinque postazioni computer, software professionali, strumenti e microfoni. In questo spazio stabile e funzionale, si sviluppa un cammino formativo completo che va dalla scrittura delle rime e della struttura dei testi rap, fino alla composizione, al beatmaking, all’audio-editing e alla registrazione finale delle tracce. Il concerto, realizzato con il supporto tecnico di Radio Rogna con Furgomytho, ha permesso di dar voce ad un lavoro che unisce educazione non formale, espressione artistica e competenze tecniche, con l’obiettivo condiviso di far “uscire suoni e musiche all’esterno”, superando le barriere fisiche dell’istituto per dialogare con il territorio. Nell’ambito del laboratorio di musica allestito all’interno dell’istituto sono anche state composte alcune opere che saranno inserite dello spettacolo “Creati - cuciture rap sul moderno Prometeo” realizzato da Scarti Centro di produzione teatrale d’innovazione attivo da anni nell’istituto penitenziario con un progetto teatrale. Roma. Nel carcere di Rebibbia i detenuti diventano sarti e indossatori newsdellavalle.com, 5 luglio 2026 Si chiama “Made in Rebibbia - Ricuciamolo insieme” la lodevole iniziativa, giunta all’ottava edizione, che vede protagonista Sebastiano Di Rienzo, il noto maestro sarto di Capracotta (Isernia), oggi presidente onorario dell’Accademia Nazionale dei Sartori. Un meritorio corso di sartoria per i detenuti del carcere di Rebibbia a Roma. Favorendone la rieducazione, il recupero e il reinserimento sociale. Si chiama “Made in Rebibbia - Ricuciamolo insieme” la lodevole iniziativa, giunta all’ottava edizione, che vede protagonista Sebastiano Di Rienzo, il noto maestro sarto di Capracotta (Isernia), oggi presidente onorario dell’Accademia Nazionale dei Sartori. Il laboratorio di sartoria, sotto la guida del maestro molisano, è attivo per un anno accademico all’interno del carcere, con la partecipazione di detenuti quali allievi. Al termine della formazione, all’inizio dell’estate, viene organizzato il defilé con la trentina di capi realizzati dai detenuti durante l’anno. Un evento con al centro la riabilitazione e l’integrazione degli stessi detenuti, facendo dell’arte sartoriale uno strumento di trasformazione sociale. Un esempio è offerto da Manuel Zumpano, ex ospite di Rebibbia, attualmente impiegato presso una delle sartorie associate all’Accademia Nazionale dei Sartori. “Oggi a tutti gli effetti sono un sarto - ha sottolineato Zumpano, a margine dell’evento. “Sono qui per rieducare, e penso di riuscirci, perché assieme facciamo un percorso bellissimo: il loro contatto con la bellezza li cambia positivamente - ha detto Di Rienzo a margine dell’evento tenutosi nel cortile di Rebibbia, con la presenza delle massime istituzioni e di un selezionato pubblico. Il maestro sarto di Capracotta ha iniziato l’attività giovanissimo da Valentino a Roma, diventando poi uno dei più apprezzati artigiani della Capitale. Legatissimo al Molise, ogni due settimane torna a Capracotta, paese che ha esaltato in tutto il mondo ai massimi livelli. Fu “Ramona e Giulietta” la prima lezione di libertà di Ilaria Sacchettoni La Lettura - Corriere della Sera, 5 luglio 2026 Cristina (nome di fantasia) era a Rebibbia da cinque giorni quando venne celebrato il primo matrimonio tra due donne. Entusiasmo? Scandalo? La regista Francesca Tricarico, che da anni porta la recitazione in carcere, fece uno spettacolo da Shakespeare. La caduta ha l’odore di una cella al secondo piano di Rebibbia, dove il corpo si fa strada un po’ a dispetto. Dall’autunno del 2017 a ora, Cristina (nome di fantasia), ha incontrato le altre e trovato sé stessa, imparando a guidare la propria voce oltre le sbarre. La voce narrante di Desdemona studio I messo in scena lo scorso 4 giugno al Teatro nazionale di Roma, ha scontato quindici mesi per truffa ed è rinata per ostinazione e autodisciplina. Dopo avere scoperto William Shakespeare non se n’è più separata e oggi lavora stabilmente per la compagnia teatrale delle Donne del Muro Alto. Di giorno è addetta al settore amministrativo della Sapienza Università di Roma, la sera lascia che il Bardo abbia cura di lei. “Sono stra-fortunata” giura, accettando di raccontarsi dal precipizio su su fino agli spazi aperti. È una donna di 56 anni, capelli biondi, corpo morbido, sorriso aperto. In carcere, spiega, ha trovato il prossimo: “All’inizio mi misero in cella con una ragazza di quattordici anni più giovane di me. Aveva 34 anni ed era entrata a 20. Lei ha saputo rispettare i miei tempi, i miei silenzi e i miei pianti e mi ha guidato quando ha visto che ero persa. La ringrazierò sempre. Ora ha una misura alternativa, quindi è fuori con l’affidamento in prova, lavora e tutto quanto, però non ha ancora completato il suo percorso giudiziario”. Mai avrebbe pensato di dover ringraziare: “Ero piuttosto altezzosa, dentro mi chiamavano “snob”. Era vero”, ride. Cristina collocava sé stessa a latitudini incompatibili con la detenzione. “Ero entrata - racconta - con tutti i pregiudizi del mondo. Intollerante. Razzista. Di più. Due giorni prima dell’arresto alcuni nomadi avevano distrutto la casa di mia sorella e divelto dal muro la cassaforte. Li soffrivo. Devi sapere che a Rebibbia l’ottanta per cento è popolazione rom. Inorridii. Non avevo mai frequentato una persona rom nè tossicodipendente. Per me al liceo chi si faceva una canna era un drogato. Ero ignorante”. Istruita, elegante, lessico appropriato, Cristina affrontava la vita a colpi di cliché, come spesso accade. Si occupava di gestione del risparmio per gruppi bancari italiani e stranieri. In sede processuale risultò un’aggravante. La truffa, dissero, era certificata. Suo figlio, all’epoca undicenne, fu inconsolabile. La separazione, drammatica. La letteratura la salvò. “Tutto iniziò - spiega - con Ramona e Giulietta, un adattamento dal Romeo e Giulietta scespiriano nato da un avvenimento. La celebrazione del primo matrimonio civile tra due donne a Rebibbia, appena cinque giorni dopo il mio ingresso. Il penitenziario era diviso tra chi approvava e chi era furioso. Ma il vero problema era che il carcere negava l’affettività. Si affrontava per la prima volta questo tema. Francesca (la regista Francesca Tricarico che da anni porta il teatro all’interno delle mura carcerarie, ndr) trasformò la rabbia in entusiasmo e facemmo quello spettacolo”. La sua voce e la sua postura risultarono particolarmente felici. La metamorfosi di Cristina era già iniziata. Recitava. Dava un senso alle letture (“Ho sempre amato i libri, tre giorni dopo il mio ingresso in carcere avevo già divorato mezza biblioteca”). Incontrava suo figlio tra il pubblico degli spettacoli. Il training teatrale dava i suoi frutti. La regista pretendeva. Cristina e le altre le andavano dietro. “Ero entrata senza strumenti. Mi portavo dietro la mia vecchia vita. Ricordo la borsa che avevo con me il primo giorno. C’erano le felpe con il cappuccio e le scatole di assorbenti non sigillate. Tutto inutile, non fecero entrare nulla. Mi furono dati pigiama, assorbenti e il resto. Quello che mi serviva era già qui”. La sua compagna di cella, sempre lei, la iscrisse al corso di teatro: “Mi disse: “Vediamo cosa sai fare”“. La valigia dell’attrice, oggi, include l’empatia: “Il teatro in carcere è democratico, accetta tutti. Anche chi sta sotto psicofarmaci. È stato bello - commenta - vedere come alcune persone, grazie al teatro, grazie a chi gli dava fiducia, siano riuscite a salire sul palco. Nessuna esclusione, niente primedonne. Tante persone di etnie diversa, cultura diversa. Rom che imparano la parte a memoria senza sapere né leggere né scrivere. Il teatro ti aiuta perché è un relazionarsi con l’altro... la compagna di avventura, il pubblico... Shakespeare aiuta molto in questo”. La molteplicità raffigurata, l’umanità che racconta, l’animo che descrive, tutto restituisce gradazioni di colore ad ambienti neutri, soffocanti, afflittivi. Il Bardo si presta a spiegare la realtà di detenute che si amano (Ramona e Giulietta) o di donne sacrificate (Desdemona Studio I). Ma le Donne del Muro Alto hanno messo in scena anche il terrore del giacobinismo con Olympe De Gouge, tributo al femminismo ante litteram in terra di Francia. La regista Tricarico aggiunge un ingrediente essenziale alla realizzazione di tutti questi lavori: “Mettiamo in scena il potere della parola che in carcere risuona ancora più forte, come cambia la tua vita a seconda delle parole che pronunci nei confronti delle tue compagne o delle istituzioni? Ecco: Shakespeare, ad esempio, ha alcuni rumori di fondo dalla guerra che echeggia nell’Otello alla potenza della parola appunto”. Nessun timore degli occhi del pubblico nel buio, Cristina? “Tutte noi siamo già state giudicate. Non abbiamo questa paura. Poi, forse, ci sono aspetti tecnici da tenere presente. Quasi non incontriamo il pubblico perché abbiamo i riflettori puntati contro di noi. Una luce fissa che esclude quelle persone, almeno mentre recitiamo la parte. Qualche volta capita di intravederle entrando in scena dalla platea ma è appena un accenno”. Benvenuti a teatro. Quello autentico. “Non solo noi, anche il pubblico cambia idea nel corso dello svolgimento dello spettacolo. Al principio prevale la diffidenza. Detenute. Vediamo questo mostro a tre teste, pensano. Poi ci ragionano. Capiscono. La tensione si allenta. Applaudono”. Cristina continua a vedere il bicchiere mezzo pieno: “Sono fortunata. C’è sempre qualcuno che mi dà fiducia. Il carcere è una buona scuola, insegna a capire la gente. Ho continuato ad andare avanti, il magistrato folle più di noi ha creduto in questo progetto. E siamo andate avanti. È l’unico modo che ho per poter dire: almeno se ne parla. Altre mie compagne di avventure hanno difficoltà con la casa in affitto perché vengono chiesti i carichi pendenti... Se non trovano un lavoro nessuno glielo offre. La seconda possibilità non gliela danno. Ringrazierò sempre la mia educatrice. Mi era stata offerta la possibilità di uscire prima, con un progetto per pulire i parchi di Roma e lei mi disse: “Cristina, non ti ci metterò mai. Dobbiamo trovare un progetto che prosegua dopo il tuo fine pena”. Fummo allora assunte da una cooperativa per un numero che gestiva call center. Rispondevamo dal carcere. Nessuno lo sapeva. Era il contact center dell’ateneo. Ci dicevano “la prossima volta che vengo a Roma ci prendiamo una pizza” e noi ne ridevamo con le altre. Come no”. Tutti immaginano, nessuno sa mai la verità. A teatro. Nella vita. Terzo settore contro il Ddl Lobby: “Il Governo non può trattarci come chi pensa solo al profit” Buone Notizie - Corriere della Sera, 5 luglio 2026 Lettera al Senato dal Forum nazionale del Terzo settore per chiedere di eliminare il mondo non profit dalle disposizioni contenute nel cosiddetto Ddl Lobby: “Il Terzo settore - scrive il portavoce Giancarlo Moretti - non fa lobbismo”. Il Terzo settore non fabbrica aerei da guerra, non costruisce né gestisce autostrade, non vende servizi né palazzi alla Pubblica amministrazione per il proprio tornaconto: il Terzo settore fa cose che servono al bene comune e quindi nei suoi rapporti con gli enti pubblici, q qualsiasi livello, “non può essere trattato come una realtà profit”. Meno che mai il Terzo settore pratica attività di lobbismo. Peccato che il cosiddetto “Ddl Lobby”, varato dal governo per regolamentare appunto tali attività, tra i destinatari delle nuove norme in arrivo ce lo mette eccome, il Terzo settore. E per questo il Forum nazionale del Terzo settore medesimo ha inviato una memoria al Senato per chiedere con forza di eliminare il Terzo settore dai destinatari delle disposizioni contenute nel Ddl citato. Specie perché il Terzo settore, al contrario, con la Pubblica amministrazione ci deve collaborare eccome proprio in forza di quella prassi che altre leggi non solo non vietano ma anzi incentivano, e che si chiama coprogettazione: e ciò vuol dire che se io rappresento una associazione o una cooperativa che si occupano di disabilità e vado a parlare con un assessore, magari con altre associazioni simili alla mia, per proporre progetti su tale materia, non stiamo facendo lobbismo a nostro favore bensì mettendo in pratica una prassi virtuosa. “Il testo del Ddl Lobby traduce l’obiettivo senz’altro positivo - spiega Giancarlo Moretti, portavoce del Forum - di rendere più trasparenti i rapporti tra le istituzioni e i rappresentanti di interessi, ma dimentica che il Terzo settore non fa lobbismo”. E prosegue: “Non si può mettere sullo stesso piano chi persegue interessi privati, per quanto legittimi, e chi svolge finalità di interesse generale, come appunto il Terzo settore. Lo stesso Codice del Terzo Settore inoltre, individua nella collaborazione tra pubbliche amministrazioni ed Ets (Enti di Terzo Settore) la modalità con la quale co-costruire le politiche pubbliche, per garantire risposte più efficaci ai bisogni delle persone e dei territori: la cosiddetta “amministrazione condivisa” sancita anche in una sentenza della Corte Costituzionale. In questo senso, il Ddl Lobby appare in contrasto con questi principi e con il riconoscimento delle finalità pubbliche e delle funzioni sociali del Terzo settore”. “Peraltro, se il testo venisse approvato - sottolinea ancora Moretti - anche le piccole realtà, le associazioni, il volontariato, nel dialogare e collaborare con le istituzioni locali, dovrebbero adempiere a una serie di pesanti obblighi burocratici, che si aggiungerebbero ai già tanti che gravano sul Terzo settore. Si rischia così di ostacolare e scoraggiare significativamente le attività sui territori, oltre che la partecipazione alla ‘cosa pubblica’ della società civile organizzata”. “Dopo il primo via libera già avvenuto alla Camera - conclude il portavoce del Forum Terzo Settore - il Senato ha stabilito che il Ddl verrà approvato in Commissione Affari costituzionali in sede redigente, dunque senza la discussione in Aula. Non possiamo che ribadire la nostra contrarietà ad un testo così formulato e auspichiamo che il Parlamento possa ponderare approfonditamente i suoi effetti negativi e contraddittori”. Migranti. “Morti per scelte fatte e mancate”. Il Papa ammonisce l’Europa di Luca Kocci Il Manifesto, 5 luglio 2026 Leone si è sottratto all’invito di Trump scegliendo Lampedusa per l’Indipendence day. Al tycoon ricorda il dovere “dell’accoglienza”. Dal Vaticano “all’estremo lembo d’Europa nel mar Mediterraneo”, da dove “si vede meglio la chiamata epocale che il fenomeno migratorio rivolge alle società europee”. Così ha spiegato papa Leone XIV il senso del viaggio di ieri a Lampedusa, sulle orme del predecessore Francesco che per la sua prima trasferta dopo l’elezione scelse l’isola siciliana (8 luglio 2013), da dove denunciò la “globalizzazione dell’indifferenza”. Prevost non è stato da meno, compiendo gesti e pronunciando parole che hanno evidenziato le responsabilità di un sistema economico iniquo, messo sul banco degli imputati trafficanti di esseri umani e scelte politiche di chi erige muri e respinge i migranti, rilanciato i comandamenti evangelici del soccorso e dell’accoglienza. Tutto in una giornata particolare, il 4 luglio, mentre al di là dell’Atlantico Trump celebrava a suo modo i 250 anni dall’indipendenza degli Stati Uniti, che anche il pontefice nato a Chicago ha voluto ricordare con una lettera a Washington: “La difesa della vita umana comprende anche l’accoglienza, la protezione e l’assistenza agli immigrati, le cui speranze, i cui sacrifici e il cui contributo fanno parte della storia di questo Paese fin dai suoi inizi”. Papa Leone è atterrato alle 9 all’aeroporto dell’isola, dove gli è toccato salutare anche il sottosegretario Mantovano e il presidente della regione Sicilia Schifani. Prima tappa al “cimitero dei senza nome” per una preghiera e la deposizione di una corona di fiori sulle tombe dei migranti, contrassegnate da croci ricavate dal legno delle barche naufragate: “In questo luogo - si legge all’ingresso - riposano musulmani e cattolici, vecchi e giovani, neri e bianchi. Tutti migranti morti in mare in cerca della libertà”. Poi alla Porta d’Europa, l’opera dell’artista Mimmo Paladino collocata sul punto più a sud dell’isola. Terza tappa al molo Favaloro, punto di approdo delle barche che riescono ad arrivare a Lampedusa: l’ultima la scorsa notte, con 17 persone a bordo soccorse dalla guardia costiera. Qui, dopo aver parlato con una ventina di migranti ospitati nell’hotspot, Prevost ha scoperto la targa che rinomina la struttura “molo papa Francesco. Luogo di approdo, speranza e umanità”. Dopo un giro dell’isola sulla stessa papamobile utilizzata da Bergoglio nel 2013, la messa al campo sportivo con 4mila persone. Una donna africana con un cartello scritto a mano: “Pope Leo: look beyond the sea to the libyan hell” (“papa Leone: guarda oltre il mare, verso l’inferno libico”). “Il Vangelo risuona dove i popoli si incontrano, le persone si accolgono, le loro vicende si intrecciano, le diverse culture si pongono in dialogo. Diventa muto, invece, dove ognuno fa di sé stesso un’isola, dove il contatto è evitato, lo scambio è interrotto”, ha detto nell’omelia, rileggendo la parabola del buon samaritano, l’unico che non “passa oltre” e che soccorre l’uomo lasciato mezzo morto lungo la strada da Gerusalemme a Gerico, che rappresenta il Mediterraneo. “C’è chi sceglie di non farsi prossimo e chi decide di non decidere - ha aggiunto -. I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate. Il disinteresse per il bene comune e la corruzione nei luoghi di provenienza, un sistema economico mondiale che genera povertà ed esclusione, la paura che alimenta pregiudizi e disprezzo, l’idea che tali problemi non ci riguardano, i calcoli criminali di chi lucra sul dramma altrui, il lento e difficile passaggio da una mera gestione delle emergenze all’elaborazione di politiche organiche e condivise: tutto questo riproduce oggi, del racconto evangelico, la fretta di passare oltre”. E ancora: c’è chi “ha paura di contaminarsi nel contatto con gli altri negando così, persino davanti a sofferenza e morte, la comune origine in Dio, l’infinita dignità di ogni essere umano”. Alla fine il richiamo alla politica: l’Europa deve “affrontare la crisi in modo organico, inserendo il primo soccorso in un piano strategico di lungo periodo, capace di accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e, nello stesso tempo, lavorando per lo sviluppo così che nessuno sia costretto a emigrare. Tutto questo vigilando sul rispetto della dignità di ogni persona. È un compito delle istituzioni pubbliche ma anche di tutta la società civile e della Chiesa”. Alla messa c’era anche Denny Castiglione, capomissione dell’ong Mediterranea: “I governi europei sapranno ascoltare l’appello del papa?”. Migranti. L’umanità al bivio di Lampedusa di Corrado Lorefice* Avvenire, 5 luglio 2026 Nel Mediterraneo di oggi non si consumano soltanto tragedie: si gioca la tenuta della nostra civiltà. Ciò che si continua a liquidare come “emergenza” è invece il frutto di scelte politiche precise, di una gestione dei confini che ha trasformato il nostro mare in un sepolcro d’acqua. Per levare la voce del Vangelo in questo contesto di disumanità e di inimicizia, papa Leone è approdato a Lampedusa, tredici anni dopo papa Francesco. Il suo messaggio è stato chiaro, potente: “Oggi Lampedusa e Linosa si trovano su una strada pericolosa come quella che scendeva da Gerusalemme a Gerico: qui abbiamo visto non solo uno, ma migliaia di esseri umani caduti nelle mani di briganti che portano loro via tutto, li percuotono a sangue e se ne vanno, lasciandoli mezzi morti. Il mare ha accolto gli altri, quelli che non ce l’hanno fatta a giungere dove speravano. Avvertiamo però la loro presenza, che ci interpella non meno di quanti sono sbarcati, bisognosi di attenzione e di soccorso”. È il corpo nudo e bisognoso di tutto, il corpo del depredato, del ferito, del morente, della vittima innocente, a chiamarci alla prossimità, alla compassione, al pianto, perché questo corpo è per i cristiani il corpo stesso del Cristo. Qui l’umano e il cristiano coincidono. E il Mediterraneo rende tragicamente attuale e visibile la lotta tra umano e disumano, tra la vita e la morte dell’umanità. In questo ottavo centenario di Francesco d’Assisi, Lampedusa diventa cartina di tornasole: separa chi si prende cura dell’umanità dell’altro da chi, inseguendo un cieco inumano protezionismo, trascina le società verso la distruzione totale. Il ritorno del successore di Pietro - del “pescatore di uomini” - a Lampedusa, è un atto di alta valenza profetica. Mentre nel mondo il potere arrogante e folle celebra il tagliare i ponti e l’innalzare muri, il Papa sceglie di stare dove il dolore umano grida nella notte. Non è retorica. È l’unica speranza di una sopravvivenza dignitosa per ogni uomo e per ogni donna, per ogni bambino e per ogni persona fragile. La Sicilia assume qui un ruolo di fondamentale peso simbolico, politico, umano ed evangelico: è nel Mediterraneo la zattera che custodisce e recupera l’umano distrutto dalla violenza inumana. Offriamo una zattera, restando fedeli alla nostra storia di accoglienza. Non è un semplice approdo geografico: è un avamposto di umanità che interpella l’intera nazione, richiamandola alla sua bussola: la Costituzione della Repubblica italiana. La nostra Costituzione, in un momento magico, purtroppo oggi brutalmente ignorato, ha raccolto diversità politiche e storiche in quel territorio condiviso che è il vangelo dell’umano. Lampedusa oggi - dobbiamo dirlo - è uno sfregio alla bellezza di questa Costituzione. Tutti coloro che l’hanno sfregiata dovranno renderne conto, perché disprezzare la Costituzione - che spinge a non considerare mai l’altro un nemico o un invasore, ma come un fratello da accogliere nella casa comune - significa violare l’identità profonda del nostro Paese, il suo codice culturale fondativo. Siamo davanti a una svolta storica. Inutile tacerlo. O il Vangelo torna a essere la Bella Notizia di un’umanità che sceglie di amarsi, di essere solidale nella sofferenza, di gioire ancora del sorriso di un bambino e dell’amore che genera vita, oppure rischiamo di tornare verso l’orrore di un nuovo Auschwitz. La strada che porta ai campi di sterminio comincia proprio dall’indifferenza che oggi osserviamo nel mare di Sicilia. “Mai più” è scritto a Dachau: eppure eccoci a ripetere gli stessi orrori nel Mediterraneo. Se smarriamo questo senso di comunità, siamo condannati a scivolare lentamente e nuovamente nelle catastrofi che hanno caratterizzato il Novecento. Il Papa ci ha ricordato con forza che gridare “Umanità!” in nome di Dio (“Magnifica humanitas “!), compiere gesti concreti, quotidiani, di condivisione e di consapevolezza in vista di una nuova Città dell’Uomo, significa scegliere da che parte stare: non con i muri dei potenti che cantano la distruzione, ma con la vita che cerca, disperatamente, di approdare alla spiaggia della speranza. La Chiesa non può ignorare il grido di chi fugge da terre depredate da potenze straniere che, rubando risorse, costringono intere popolazioni all’umiliazione e infine al rischio estremo delle onde. Papa Leone XIV, con la sua presenza a Lampedusa, ci ricorda che il mondo è un giardino da custodire, e che il pane che mangiamo ci nutre - e non ci avvelena - solo se condiviso. *Arcivescovo di Palermo Migranti. Verità e giustizia per Daouda Diane collettiva.it, 5 luglio 2026 Quattro anni fa il lavoratore ivoriano scompariva nel Ragusano dopo aver denunciato condizioni di lavoro impossibili. Scifo, Cgil: “Non ci fermiamo”. Una ferita aperta nello Stato di diritto, da ormai quattro anni. Daouda Diane, lavoratore originario della Costa d’Avorio, mediatore culturale, scompare il 2 luglio 2022 ad Acate, nel Ragusano. Scompare dopo avere mandato un video ai familiari, dentro un cementificio, riprendendosi mentre lavora in condizioni prive di sicurezza, dentro una betoniera, con un martello pneumatico, in una giornata caldissima. Le sue parole: “Qui il lavoro è morte”. Da quel momento di lui non si sa più nulla. Un silenzio di tomba è calato sulla sua vicenda, nell’indifferenza totale. Daouda era integrato, lavorava part-time come mediatore culturale, svolgeva altri lavori per sostenere la famiglia, ed era impegnato accanto ai lavoratori stranieri vittime di sfruttamento, nel ragusano. La Cgil continua a chiedere verità e giustizia. “Daouda denunciava le condizioni di sfruttamento, ma soprattutto l’assenza di condizioni di sicurezza in quel lavoro”, ricorda Giuseppe Scifo, del Dipartimento politiche immigrazione europee e internazionali della Cgil ed ex segretario generale della Cgil di Ragusa. Secondo Scifo, fin dalle prime ore dopo la scomparsa “è mancata quella necessaria pressione investigativa per capire cosa fosse accaduto”, perché inizialmente si ipotizzò un allontanamento volontario, nonostante chi conosceva Daouda lo ritenesse “impossibile”, essendo “un ragazzo molto integrato”. La Cgil, ricorda Scifo, ha promosso manifestazioni, denunce e coinvolto anche la Commissione regionale Antimafia affinché il caso non venga dimenticato. “Dopo quattro anni una verità ancora non c’è e non si sa niente. Continuiamo a chiedere che le indagini vengano svolte e che non vengano archiviate”. Per la Cgil, attorno alla vicenda pesa anche “un’omertà dell’indifferenza”, che coinvolge parte del contesto locale e delle istituzioni. “Forse, trattandosi di un ragazzo extracomunitario, non è scattata quell’indignazione e quel senso di giustizia che sarebbero stati necessari”. La battaglia, conclude Scifo, riguarda non solo la scomparsa di Daouda ma anche ciò che il lavoratore aveva denunciato prima di sparire: “Lo sfruttamento e l’assenza di sicurezza in un Paese dove le morti sul lavoro hanno numeri da record”. Per questo, assicura, “la Cgil continuerà a chiedere giustizia e verità per Daouda e per tutte le vittime del lavoro sfruttato e della mancata sicurezza nei luoghi di lavoro”. Migranti. Il sistema per ridurre in schiavitù di Luciana Cimino Il Manifesto, 5 luglio 2026 Non ci sono solo i ghetti. Anche nel ferrarese i braccianti vengono resi invisibili: solo il caporale sa dove alloggiano e lavorano. I padroni si nascondono affidandosi a “coop senza terra”. Sei del mattino di venerdì scorso. Il furgone con dentro 7 operai agricoli diretti nel rodigino è già in viaggio da più di un’ora quando esce di strada e precipita in una scarpata a Bondeno, nel ferrarese. Le operazioni di soccorso durano ore: solo per un caso fortuito i lavoratori non sono morti schiacciati dalle lamiere ma due di loro, un ragazzo di 21 anni e un bracciante di 65, sono molto gravi. Gli inquirenti sono al lavoro per chiarire la dinamica dell’incidente, del tutto simile a quello avvenuto il 9 maggio a Chioggia, quando un minivan è finito in un canale a Ca’ Lino causando la morte di tre operai agricoli. Chiamarle vittime della strada è fuorviante. Anche la definizione di caduti sul lavoro non funziona dato che il “lavoro”, come definito dalla Costituzione italiana, molti braccianti non lo hanno mai conosciuto. Così come conoscono molto poco dell’Italia: quello che si vede dall’alloggio, le strade che scorrono dal furgone che li porta a raccogliere la frutta, i campi. “Questo sistema è voluto - spiega al manifesto Matteo Bellegoni, capo dipartimento politiche migratorie e legalità della Flai Cgil - più lo stato crea barriere all’inclusione più offre ai datori di lavoro l’opportunità di gestire le persone come schiavi, senza alcuna possibilità di emanciparsi o di capire le norme di sicurezza e i contratti dato che non conoscono la lingua”. In agricoltura, su un milione di addetti regolari, 250mila non sono italiani. Anche nella pesca e nell’industria della trasformazione della carne crescono le presenze di cittadini extra Ue. In questo quadro la risposta del governo attraverso il decreto flussi non è stata sufficiente: solo il 16% di chi arriva in Italia attraverso questo percorso riesce a ottenere il permesso di soggiorno, il resto rimane senza documenti, in balia dei caporali. “Ma - avvisa Bellegoni - la narrazione del caporalato che si è creata è fuorviante”. L’agricoltura italiana è parcellizzata e frammentata: “Non esiste un’agricoltura ma più di cento e neanche coincidenti con una singola provincia: si differenzia da zona a zona”, sottolinea il responsabile del coordinamento dei migranti che il sindacato ha costruito con altre associazioni. Di conseguenza esistono differenti tipi di assoggettamento dei lavoratori. Fermo restando i segnali univoci della riduzione in para schiavitù: paghe nette al di sotto della soglia di povertà a causa dei costi trattenuti per alloggi di fortuna, vitto e trasporto nelle campagne per 10/12 ore di lavoro al giorno, con un solo giorno libero a settimana. “L’Agropontino per certi aspetti è simile al ferrarese, sono entrambe grandi pianure bonificate. Ma a Latina le aziende sono chiuse, recintate con la casa del datore di lavoro in loco e i braccianti, una volta varcati i cancelli, spariscono”. Le brigate del lavoro della Fillea si recano alle 3 del mattino alle rotonde per intercettare i lavoratori indiani e pakistani o per fermarli mentre passano in bici, la sera si spostano nei borghi intorno alle campagne dove abitano. A Ferrara le aziende agricole hanno grandi appezzamenti, nella stagione della raccolta impiegano anche 300 persone. Così come estese sono le dimensioni dei frutteti. In questo caso i camioncini del sindacato girano nei campi finché non vedono i bins, i cassoni per la raccolta della frutta. Sapere dove la notte gli operai vanno a dormire spesso è impossibile. In questa zona, come nel mantovano, non ci sono ghetti come quello di borgo Mezzanone, nel foggiano, o di Rosarno, in Calabria. I braccianti di origine migrante vivono in case apparentemente normali se non fosse che stanno in 15/20 dentro un appartamento procurato dai caporali, se hanno un materasso per terra a testa è già tanto. Vengono prelevati al mattino e riportati alla sera, spostati da una parte all’altra della provincia e spesso fuori regione. Intercettarli è ancora più difficile. Qualche settimana fa 8 pakistani si sono recati alla Flai di Ferrara per denunciare i caporali: “Per capire dove avessero lavorato e per quale datore di lavoro, il sindacato li ha portati in incognito di notte per le zone della raccolta”, racconta Bellegoni. “Questo sistema è voluto e rappresenta una creazione artificiosa dello stato di bisogno: il caporale non fa sapere nulla ai lavoratori per farli dipendere in tutto e per tutto da quell’impiego al punto che alcune persone, pur vivendo nel nostro paese da 10 anni, non riescono neanche a salutare nella nostra lingua ma solo a dire sì o no”. Differenze ci sono pure tra generazioni diverse, anche all’interno delle stessa comunità. Nella piana del Fucino, in Abruzzo, i marocchini arrivati 15/20 anni fa con sacrifici hanno comprato casa e permesso ai figli (spesso nati in Italia) di studiare. Quelli che invece sono arrivati dal Marocco con il decreto flussi sono isolati e finiscono nelle mani dei caporali. Anche le “malattie professionali” sono diverse da zona a zona. “Vendemmiare è una cosa, raccogliere angurie e meloni un’altra”, dice ancora Bellegoni. A Mantova nelle ultime settimane si è registrata una drammatica sequenza di decessi tra i lavoratori agricoli. Un bracciante marocchino di 55 anni è morto a Borgocarbonara mentre era impegnato nella raccolta delle angurie a 38 gradi. “Le morti di fatica non derivano solo da violazioni dei protocolli per il caldo. Molti non erano mai stati da un dottore in patria e non lo vedono neanche qui, non viene richiesto il certificato medico prima di prendere un impiego, nessuno monitora il loro stato di salute. Nelle brigate del lavoro spesso ci sono anche dei medici, dobbiamo stare dentro queste contraddizioni o non saremo in grado di comprendere il fenomeno”. Poi ci sono le responsabilità dei datori di lavoro. “Da una parte bisogna denunciare la pervasività del caporalato; dall’altra non bisogna fornire alibi agli imprenditori che si lamentano di non avere canali legali di reclutamento e di essere quindi obbligati a rivolgersi a finte partite iva o a cooperative “senza terra” (che forniscono solo manodopera, ndr)”. Il riflusso silenzioso: l’Italia è un paese sospeso che arretra sui diritti Lgbt+ di Enzo Risso Il Domani, 5 luglio 2026 Complessivamente il 77 per cento si colloca su posizioni aperturiste, un dato importante anche se in calo rispetto all’83 per cento di aperturisti del 2021. Cala anche il sostegno ai brand che promuovono l’uguaglianza. Rallentano le forme di apertura verso gay, lesbiche e transgender. Il 60 per cento degli italiani è favorevole al matrimonio tra coppie dello stesso sesso. Un altro 17 dice no al matrimonio ma è favorevole al riconoscimento giuridico. Complessivamente il 77 per cento si colloca su posizioni aperturiste, un dato importante anche se in calo rispetto all’83 per cento di aperturisti del 2021. È quanto emerge dall’indagine globale realizzata da Ipsos in 26 paesi. L’Italia si colloca al dodicesimo posto nella classifica dei favorevoli al matrimonio tra coppie dello stesso sesso. I maggiori tassi di apertura sono in Olanda (80 per cento), Spagna (74), Svezia (73) e Germania (70). Seguono belgi (69), britannici e canadesi (66), argentini (65), francesi (64), thailandesi e irlandesi (63). Chiusura totale in Turchia (44 per cento di persone contrarie a qualsiasi riconoscimento legale per le coppie dello stesso sesso), mentre negli Usa i favorevoli a matrimoni gay sono il 56 per cento, in Ungheria il 41 e in Polonia il 33. Oltre il duplice delitto di Camaiore, nell’Italia omotransfobica il cinismo diventa arma Numeri alla mano Il processo di affievolimento, in Italia, si coglie anche su altri aspetti. Diminuisce l’accordo sulla libertà per le persone Lgbt di manifestare affetto in pubblico (baciandosi o tenendosi per mano): dal 52 per cento del 2021 al 48 di oggi. Diminuisce l’interesse per la presenza di personaggi Lgbt+ in Tv, nei film e nella pubblicità (dal 39 al 34 per cento). Cala anche il sostegno ai brand che promuovono l’uguaglianza per le persone Lgbt+ (dal 61 per cento del 2021 al 51 del 2026). Cresce tuttavia, anche se di un solo punto, la spinta antidiscriminatoria nei luoghi di lavoro. Il 51 per cento degli italiani ritiene che i datori di lavoro dovrebbero adottare programmi e politiche che sostengono e valorizzano i dipendenti Lgbt+. Così come cresce la richiesta di protezione dalle forme di discriminazione nell’accesso agli alloggi e alle attività commerciali (dal 76 al 79 per cento). In leggera ritirata invece, pur restando ampiamente maggioritario, l’appoggio nei confronti di leggi contro la discriminazione nei confronti delle persone Lgbt+ (dal 66 del 2021 al 62 del 2026). Infine, resta alto il livello di diffusione, per l’opinione pubblica italiana, delle forme di discriminazione nei confronti delle persone transgender (73 per cento). Un dato che colloca il nostro paese al quarto posto, dopo Olanda (76), Colombia e Brasile (75). Tassi inferiori ma sempre alti si riscontrano in Spagna (72), Usa (67), Irlanda (66), Ungheria (65), Gran Bretagna (62), Francia (61) e Svezia (59). Di festa e di lotta, in migliaia al Roma Pride per chiedere all’Italia di colmare il ritardo sui diritti civili Paese sospeso L’Italia si conferma un paese sospeso, in cui il principio di uguaglianza arretra sotto i colpi di una resistenza culturale che non è reazione, ma riemersione: un riflusso che trasforma il riconoscimento dei diritti in una questione di tolleranza misurata, non di civiltà condivisa. Il calo del sostegno ai brand inclusivi e la crescente insofferenza verso le rappresentazioni pubbliche delle soggettività Lgbt+ non sono mere fluttuazioni statistiche, ma spie di un mutamento: il ritorno di un conformismo difensivo che preferisce l’invisibilità al conflitto, il privato al politico. Eppure, paradossalmente, cresce la domanda di tutele nel lavoro e nei servizi: un bisogno di protezione che non si traduce in legittimazione sociale, quasi che la giustizia possa esistere solo entro i confini dell’utile, non della dignità. È questa la cifra di un’epoca che ha smarrito il coraggio dell’universalismo, rifugiandosi in un pragmatismo freddo che separa il diritto dalla presenza, la norma dal desiderio. La discriminazione percepita verso le persone transgender, che colloca l’Italia ai vertici mondiali, non è solo un allarme, ma è lo specchio di una modernità mancata: il corpo che sfida il binarismo diviene il territorio su cui si gioca la resistenza all’alterità. In questo scenario, l’Italia non arretra verso il passato, ma si attarda in un presente che non sa farsi futuro, abitato da un’opinione pubblica che chiede garanzie senza osare trasformazioni. Nota metodologica - Indagine Ipsos su 26 paesi, realizzata tra il 24 aprile e l’8 maggio 2026, con un campione di 19.019 intervistati maggiorenni.