Quando i “giornali di cella” diventano strumento per cambiare di Vincenzo R. Spagnolo Avvenire, 4 luglio 2026 Protocollo fra il Dap e l’ordine dei giornalisti: 100 pc per i reclusi-redattori. Sono 37 oggi le testate scritte da detenuti. Presto i loro migliori articoli andranno sul sito del ministero. “Stare in una redazione mi dato istruzione, libertà di pensiero, mi ha aiutato nel dialogo con mio figlio. Soprattutto, mi ha fatto toccare con mano come, in un contesto sano, le persone possano davvero cambiare”. Il napoletano Salvatore Fani è uno dei redattori di Ristretti Orizzonti, lo storico giornale dei detenuti del carcere di Padova, uno dei 37 che - in forma cartacea oppure digitale - attualmente vengono realizzati negli istituti di pena italiani, anche grazie al contributo di giornalisti professionisti. Fra questi, 29 sono testate giornalistiche registrate, con un direttore responsabile; 31 sono realizzati da detenuti ristretti in circuiti di media sicurezza, 2 di alta sicurezza e 4 in reparti “protetti”. Alcune testate hanno una lunga storia, come ad esempio “Carte Bollate” (che viene stampato da un quarto di secolo nell’omonimo istituto milanese ed è uscito regolarmente anche durante il lockdown imposto dal Covid-19), altre invece stanno muovendo i primi passi, come “Punto e a capo”, redatto nella casa di reclusione di Turi, in provincia di Bari. Sostenerle tutte è l’obiettivo del Protocollo d’intesa siglato ad aprile tra il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del ministero di Giustizia e il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti e presentato ieri mattina a Roma. “Questo è il capitolo iniziale di un percorso - spiega il presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine, Carlo Bartoli - dato che grazie al protocollo 100 personal computer, prima usati per gli esami di Stato, verranno distribuiti a redazioni che già esistono e ad altre che si costituiranno. Noi mettiamo in campo lo spirito di collaborazione di tanti colleghi”. Fiero dell’intesa è pure il Guardasigilli Carlo Nordio: “Non si tratta solo di rieducazione, ma di riaffermazione del fatto che chi sta in una struttura carceraria non appartiene a una “cultura dello scarto”: sta espiando una pena, ma non per questo perde la sua identità e viene sminuito”. A riprova di questo, presto i migliori articoli dei giornali di carcere saranno pubblicati sul sito del ministero della Giustizia, per “una forma di rispetto nei confronti di queste persone”, osserva Nordio. Durante la conferenza, sollecitato dai cronisti, il ministro conferma il ventaglio di strumenti (Piano straordinario per l’edilizia, con 10mila nuovi posti; esecuzione penale esterna più semplice per i detenuti coi requisiti; affidamento dei reclusi con problemi di tossicodipendenza alle comunità terapeutiche) per sfoltire le 65mila presenze negli istituti. E il capo del Dipartimento amministrazione penitenziaria, Stefano Carmine De Michele, riferisce dell’investimento di 800mila euro in “frigoriferi, pozzetti refrigeratori e ventilatori” per alleviare l’afa di chi è recluso. Notizie che le prossime edizioni dei “giornali di carcere” riferiranno ai propri lettori. Perché, accanto alla passione di farli, in chi li scrive c’è attenzione per i contenuti. Fra loro, c’è appunto Salvatore: “Sono nato nei Quartieri Spagnoli, a Napoli - racconta. A vent’anni sono stato arrestato in Marocco per traffico di droga. Poi mi sono specializzato in rapine. Stando dietro le sbarre, ho perso soprattutto la possibilità di veder crescere mio figlio”. Alla sua metamorfosi ha contribuito il lavoro in redazione che - per dirla col dottor De Michele - ha come fine quello, indicato dalla Costituzione, di restituire alla società, “all’uscita dal carcere, una persona diversa da quella che vi era entrata”. Giornali nelle carceri, c’è l’intesa con l’Ordine dei giornalisti per le redazioni di Ilaria Dioguardi vita.it, 4 luglio 2026 Sono 37 le testate giornalistiche che si avvalgono di redazioni all’interno degli istituti penitenziari. Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti hanno siglato un protocollo, che prevede anche la donazione di 100 pc da distribuire per uso giornalistico nelle case di reclusione. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio: “La possibilità di portare negli istituti penitenziari questa forma di espressione è uno step di grande valore”. Sostenere, promuovere e valorizzare le testate giornalistiche nelle carceri e favorire la nascita di nuove esperienze. È questo l’obiettivo del Protocollo d’intesa siglato nell’aprile scorso tra Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria-Dap e Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti-Cnog che è stato presentato nella conferenza stampa presso la sede nazionale dell’Ordine dei giornalisti. Nell’ambito dell’intesa, il Consiglio nazionale donerà 100 personal computer al Dap da distribuire per uso giornalistico nelle case di reclusione. Un faticoso lavoro di volontari - Sono quasi 40 le testate giornalistiche che si avvalgono di redazioni all’interno degli istituti penitenziari. Si tratta di esperienze importanti alle quali collaborano giornalisti professionisti, “sono vere e proprie palestre di educazione civica, di legalità, di confronto e di educazione a un’analisi critica della realtà”, ha detto Daniela De Robert, consigliera nazionale dell’Ordine dei giornalisti. “Alcune esistono da oltre 20 anni, altre stanno muovendo i primi passi. Tutte hanno bisogno di essere rafforzate. Per portarle avanti, c’è dietro un lavoro faticoso fatto con molto volontariato. A volte c’è la tentazione di parlare usando dei diminutivi e di chiamare “giornalini” quelli prodotti nelle carceri. Non sono giornalini, sono prodotti editoriali di livello e vogliamo lavorare per innalzarlo”. 37 giornali negli istituti penitenziari - Su 37 giornali, “29 sono testate giornalistiche registrate, con un direttore responsabile; 26 coinvolgono solo la popolazione detenuta maschile, una la popolazione femminile, nella casa di reclusione Giudecca di Venezia. Sono 10 le testate realizzate sia da uomini detenuti che da donne ristrette, 31 sono prodotte da detenuti ristretti in circuiti di media sicurezza, due di alta sicurezza e quattro in reparti “protetti”“, ha proseguito De Robert. Nelle carceri di sei regioni non ci sono testate giornalistiche - La distribuzione dei giornali è: per nove solo interna, per quattro solo esterna. Tra le testate, 19 sono distribuite sia internamente sia esternamente (di queste sette in formato cartaceo), due sono inserti di pubblicazione esterna, tre di pubblicazione interna con un inserto di pubblicazione esterna. Sono distribuiti in 14 regioni italiane: cinque regioni del Nord, sei del Centro e tre del Sud. Non risultano in Campania, Friuli Venezia-Giulia, Molise, Sardegna, Umbria, Valle d’Aosta. Le regioni con il maggior numero di giornali all’interno degli istituti penitenziari sono la Lombardia, con 10 e il Lazio con cinque. Seguono l’Emilia-Romagna e la Toscana (quattro), le Marche e il Veneto (tre). Il ministro Nordio: “Uno step di grande valore” - Durante la conferenza stampa, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha sottolineato che “la possibilità di portare negli istituti penitenziari questa forma di espressione è uno step di grande valore. Chi si trova in carcere sta scontando una pena ma non per questo perde la sua identità”. Nordio ha detto che “una forma di rispetto sarà anche pubblicare sul sito del ministero della Giustizia questi articoli per non dimenticare che queste persone stanno espiando una pena”. Il presidente Bartoli: “È il capitolo iniziale di un percorso” - “Questo non è il capitolo finale di un percorso ma il capitolo iniziale”, ha precisato il presidente nazionale dell’Ordine dei giornalisti Carlo Bartoli. L’intesa, della durata triennale, prevede la distribuzione di 100 pc da parte del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti a redazioni che già esistono e ad altre che si costituiranno. “Noi mettiamo in campo lo spirito di collaborazione di tanti colleghi che si metteranno a disposizione delle 29 testate con il direttore responsabile”. De Michele: “Il Dap non vuole mettere paletti” - “Come Dipartimento ci impegniamo a favorire la diffusione di queste importanti esperienze e ogni casa di reclusione potrà portarle avanti in autonomia”, ha tenuto a precisare Stefano Carmine De Michele, capo di Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, firmatario del protocollo. A volte il Dipartimento è stato accusato di centralizzazione, il Dap ha un dovere di centralizzazione sulla sicurezza. Le redazioni facessero ciò che meglio ritengono sulla realtà locale, dobbiamo prenderle come buone prassi per altre realtà, il Dap non vuole in alcun modo mettere paletti”, ha sottolineato De Michele. La testimonianza di Salvatore Fani, redattore in carcere - “Sono nato nei Quartieri spagnoli di Napoli”, ha detto Salvatore Fani, persona detenuta e redattore del giornale Ristretti Orizzonti. Collegato dalla casa di reclusione di Padova, insieme ai suoi compagni di redazione, alla direttrice del giornale Ornella Favero e alla direttrice del penitenziario Maria Gabriella Lusie, Fani racconta che è nell’istituto di pena dopo reati legati a contrabbando, droga, rapine. “A chi dice “buttiamo le chiavi” dico che ogni volta, in carcere, entrava un rapinatore e usciva un rapinatore. L’uso delle parole, nella redazione di Ristretti Orizzonti, mi ha dato l’istruzione e la libertà di pensare. Il lavoro di redazione mi ha responsabilizzato con il progetto scuola-carcere e mi ha aiutato a confrontarmi con mio figlio. Facciamo formazione e veniamo formati”, ha continuato Fani. “Oggi subisco il fascino del riconoscimento costruttivo, ho imparato a fare i conti con quello che ho perso. Ho perso l’infanzia di mio figlio e ho guadagnato tanta galera”. Annunciata la trasmissione alla presidenza del Consiglio dell’emendamento dell’equo compenso per i giornalisti - Durante la conferenza, il viceministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto, ha annunciato: “Abbiamo trasmesso alla presidenza del Consiglio l’emendamento sull’equo compenso per i giornalisti. C’è l’intenzione di presentarlo all’interno del decreto 100, che andrà in votazione a breve”. “Viene sbrogliata una matassa, un intreccio giuridico che impediva di trovare una soluzione. La votazione a breve ci rallegra fortemente”, ha commentato il presidente Bartoli. Carceri: promuovere testate e redazioni giornalistiche di Marco Belli gnewsonline.it, 4 luglio 2026 Rafforzare il ruolo dell’informazione come strumento di crescita culturale, responsabilizzazione e reinserimento sociale delle persone detenute. È questo l’obiettivo del protocollo d’intesa tra il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) e il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, presentato oggi a Roma nella sede del CNOG. Alla conferenza stampa sono intervenuti il ministro della Giustizia Carlo Nordio, il viceministro Francesco Paolo Sisto, il presidente del CNOG Carlo Bartoli e il capo del DAP Stefano Carmine De Michele. Presente anche il capo di Gabinetto di Via Arenula Antonio Mura. L’intesa, sottoscritta nell’aprile scorso, nasce dalla volontà condivisa di valorizzare e sostenere le 37 esperienze di redazioni giornalistiche attualmente attive negli istituti penitenziari, realtà che negli anni hanno dimostrato di rappresentare un’importante occasione di formazione, partecipazione e responsabilizzazione per le persone detenute. Obiettivo comune di DAP e CNOG è quello di consolidare una collaborazione che riconosce nell’informazione uno strumento di crescita personale e civile, valorizzando esperienze già consolidate e favorendo la nascita di nuove redazioni giornalistiche all’interno degli istituti penitenziari, nel quadro del principio costituzionale della funzione rieducativa della pena. È la consigliera e membro della segreteria del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti Daniela De Robert a fornire la fotografia della situazione attuale. Dei 37 giornali che si producono in carcere, 29 sono testate giornalistiche regolarmente registrate e con un direttore responsabile; solo una testata ha una redazione completamente al femminile, mentre sono 10 quelle che ospitano sia uomini che donne detenute; 31 giornali sono realizzati da detenuti appartenenti al circuito detentivo della media sicurezza, 2 da ristretti dell’alta sicurezza e 4 in reparti ‘protetti’. Nove testate hanno una distribuzione esclusivamente interna, 19 (di cui 7 in formato cartaceo) una diffusione mista, mentre 4 vanno solo all’esterno; 2 pubblicazioni sono inserti di altre testate, 3 quelle che hanno la doppia caratteristica di giornale interno e inserto di pubblicazione esterna. La distribuzione delle testate tocca 14 regioni: 5 al nord, 6 al centro e 3 al sud. Il primato del maggior numero di giornali all’interno di istituti penitenziari spetta alla Lombardia con 10; seguono il Lazio (5), l’Emilia-Romagna e la Toscana (4), le Marche e il Veneto (3). Nel corso della conferenza stampa è stato sottolineato come il giornalismo, praticato nel rispetto delle regole deontologiche e con il supporto di professionisti dell’informazione, costituisca uno strumento capace di sviluppare capacità di analisi, competenze di scrittura e lettura della realtà, favorendo una revisione critica del vissuto della persona condannata e, al tempo stesso, il dialogo tra il carcere e la società civile. Il protocollo prevede una collaborazione stabile tra Dipartimento e Consiglio nella progettazione e realizzazione di attività formative rivolte in primo luogo ai redattori delle testate presenti negli istituti penitenziari, ma aperte anche ad altri gruppi impegnati in iniziative culturali e di scrittura. I percorsi formativi riguarderanno temi come le tecniche di redazione giornalistica, la deontologia professionale, l’intervista, la lettura critica dell’informazione, il contrasto alle fake news e incontri con giornalisti specializzati nei diversi settori dell’informazione. L’accordo - che avrà la durata di tre anni e potrà essere rinnovato - prevede inoltre che il progetto venga sviluppato sul territorio attraverso la collaborazione tra i Provveditorati regionali dell’Amministrazione penitenziaria e gli Ordini regionali dei giornalisti, così da adattare le iniziative alle esigenze delle singole realtà penitenziarie. Tra gli aspetti più significativi dell’intesa, infine, figura anche la donazione da parte del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti di circa 100 personal computer, già utilizzati per le prove scritte dell’esame di idoneità professionale e riconfigurati senza accesso a internet, che saranno distribuiti dal prossimo settembre alle redazioni giornalistiche operanti negli istituti penitenziari. Nel corso della conferenza sono intervenuti inoltre, in collegamento, rappresentanti di alcune significative esperienze editoriali realizzate negli istituti penitenziari: Ornella Favero, direttrice di Ristretti Orizzonti, e Salvatore, un detenuto redattore della Casa di reclusione di Padova; Susanna Ripamonti, direttrice di Carte Bollate, giornale della Casa di reclusione di Milano Bollate; Nicoletta Siliberti, direttrice della Casa di reclusione di Turi, dove si pubblica Senza confini. Con loro anche i presidenti degli Ordini dei giornalisti di Veneto, Andrea Buoso, Puglia, Maurizio Marangelli, e Lombardia, Riccardo Sorrentino. Testimonianze che hanno evidenziato il valore educativo e sociale dell’informazione prodotta all’interno degli istituti, capace di favorire percorsi di responsabilizzazione personale e di offrire una rappresentazione più consapevole della realtà penitenziaria. Giornali in carcere, Nordio: “Orgoglio e soddisfazione” Cento pc per i giornali redatti dalle persone detenute in carcere, donati dal Consiglio nazionale dell’ordine dei giornalisti all’Amministrazione penitenziaria. Si tratta di uno degli impegni concreti del protocollo tra il Dipartimento del Ministero e il Cnog, per consolidare le esperienze editoriali già esistenti negli istituti e incentivarne di nuove. Per il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, intervenuto alla conferenza stampa di presentazione dell’accordo, l’iniziativa è segno che “chi sta in una struttura carceraria non appartiene alla ‘cultura dello scarto’ - come disse Papa Francesco - e non è un emarginato irreversibile”. Promuovere redazioni e giornali nelle carceri è, per il Guardasigilli, “motivo di grande soddisfazione, vorrei dire di orgoglio”. Il Ministro ha anche annunciato che i migliori articoli di ogni testata in carcere - ne esistono 37, in altrettanti istituti - saranno pubblicati sulla testata del Ministero gNews: si tratta di “una forma di rispetto verso queste persone. Il fatto di essere detenuti - lo dice un ex magistrato - non deve farci dimenticare che la loro identità resta, anche se stanno espiando una pena”. Di protocollo “non solo a parole, ma a fatti” ha parlato il viceministro Francesco Paolo Sisto, intervenuto alla conferenza stampa in videocollegamento. “Formare - ha sottolineato - non significa semplicemente insegnare qualcosa a qualcuno, ma dare la possibilità di credere in qualcosa”. Specie quando si parla di persone detenute che, prosegue il Viceministro, “non devono perdere la dignità pur nella consapevolezza della necessità della privazione della libertà personale”. Alla conferenza stampa, che si è tenuta presso la sede del Consiglio nazionale dell’ordine dei giornalisti, sono intervenuti anche il capo dipartimento per l’Amministrazione penitenziaria, Stefano Carmine De Michele, e il presidente del Cnog, Carlo Bartoli. Era presente il capo di Gabinetto, Antonio Mura. Accanto agli interventi istituzionali, la conferenza stampa, moderata dalla consigliera del Cnog Daniela de Robert, ha ospitato i rappresentanti delle varie realtà giornalistiche nei penitenziari. Da remoto sono intervenuti, tra gli altri, Ornella Favero, direttrice di Ristretti Orizzonti, bimestrale del carcere Due Palazzi di Padova; Susanna Ripamonti, direttrice del giornale Carte Bollate della casa di reclusione milanese; Valentino Sgaramella, direttore di Punto e a capo, prodotto nella casa di reclusione di Turi. I magistrati di sorveglianza: “A rischio la tutela della libertà personale” di Simona Musco Il Dubbio, 4 luglio 2026 I presidenti dei Tribunali scrivono a Mattarella: poche unità nonostante l’emergenza carceraria e il sovraffollamento record. Non si può indebolire la magistratura di Sorveglianza. Specie “in questo particolare momento di grave emergenza carceraria”, dovuto a un “sovraffollamento ai massimi storici che comprime gravemente le condizioni umane all’interno degli istituti”. Farlo significa “compromettere l’effettività della funzione giurisdizionale” in un settore nel quale “la tempestività delle decisioni rappresenta essa stessa garanzia dei diritti inviolabili della persona”. È con questo durissimo richiamo alla “tutela dei diritti fondamentali delle persone private della libertà personale” che il primo luglio, giorno della stabilizzazione degli addetti all’ufficio del processo, i presidenti di tutti i Tribunali di Sorveglianza d’Italia hanno scritto al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nella sua duplice veste di vertice del Consiglio superiore della magistratura e garante della Costituzione, e per conoscenza al ministro della Giustizia Carlo Nordio e al Capo del Dipartimento dell’Organizzazione giudiziaria, Lina Di Domenico, manifestando profonda preoccupazione per i criteri con cui sono stati distribuiti i nuovi assunti. Un piano di stabilizzazione che ha visto destinare ai Tribunali di Sorveglianza un contingente “di gran lunga inferiore” a quello “promesso” durante i faccia a faccia con il ministero e a quello destinato alle altre autorità giudiziarie. Tale scelta, si legge nella lettera, “finisce per mortificare ancora una volta un settore della giurisdizione che da anni opera in condizioni di grande sofferenza organizzativa e che ha assoluto bisogno di un concreto rafforzamento”. Se da un lato via Arenula celebra i numeri di un’operazione di stabilizzazione senza precedenti per la Pubblica amministrazione - ben 9.147 unità di personale delle diverse qualifiche funzionali, su un totale di 9.368 aventi diritto -, dall’altro il grido d’allarme formale e unanime della magistratura che si occupa della fase più delicata della pena apre una imprevista e profonda faglia istituzionale. La maxi-stabilizzazione, arrivata dopo mesi di passione, ha ridisegnato la geografia dei tribunali italiani, con uno sforzo economico complessivo, sostenuto interamente con risorse interne del ministero e blindato da un accordo con le organizzazioni sindacali, che ammonta a 487.782.596 euro. L’effetto immediato di questo innesto di massa è il crollo del tasso di scopertura nazionale degli uffici giudiziari, che al 30 giugno 2026 si attestava al 35,50% e che oggi precipita bruscamente al 16% in tutta Italia, andando incontro alle richieste dell’Europa. Una misura che per il ministro Carlo Nordio “mira a una giustizia più efficiente e più rapida, alla quale seguirà entro l’anno il completamento delle coperture dell’organico della magistratura, cosa che non accadeva dalla fondazione della Repubblica”. Tuttavia, a disturbare la festa sono le asimmetrie distributive che hanno innescato una piccola rivolta istituzionale. La sproporzione denunciata dai magistrati di Sorveglianza emerge in modo palese analizzando le tabelle ufficiali delle assegnazioni. Mentre i grandi Tribunali ordinari ottengono centinaia di rinforzi stabili, le strutture di Sorveglianza ricevono quote esigue, se non addirittura “simboliche”, secondo i firmatari. A titolo d’esempio, l’ufficio ordinario di Roma ottiene ben 254 unità a fronte delle sole tre assegnate al Tribunale di Sorveglianza capitolino. La stessa identica sorte tocca a Napoli, dove i 223 posti del Tribunale di merito si scontrano con i soli tre destinati alla Sorveglianza, e a Milano, dove il rapporto è di 183 a tre. Anche nei distretti di Bologna e Bari si registrano asimmetrie simili, con i Tribunali ordinari che incassano rispettivamente 88 e 93 funzionari, mentre le relative Sorveglianze si devono accontentare di tre e due unità. Privilegiate persino le procure, nonostante i pubblici ministeri possano già contare sulla collaborazione strutturata e continuativa della polizia giudiziaria, mentre la magistratura di sorveglianza deve fare i conti con le ridottissime unità di polizia penitenziaria che l’amministrazione riesce a distaccare presso i loro uffici. L’aspetto più allarmante risiede nell’impatto diretto che tale carenza rischia di produrre sulla gestione delle carceri. La giurisdizione di sorveglianza, ricorda la nota dei presidenti, rappresenta il presidio fondamentale per garantire i diritti inviolabili delle persone private della libertà e l’attuazione dei principi costituzionali sulla pena. Che deve mirare a rieducare, oltre che a punire, e necessita dunque di risorse adeguate per raggiungere lo scopo previsto dalla Costituzione. A fronte di un carico di lavoro costantemente accresciuto da riforme legislative e pronunciamenti della Corte costituzionale e della Cassazione, che hanno esteso competenze e responsabilità senza alcun parallelo incremento delle risorse umane, si rischia ora il collasso organizzativo. Il rischio concreto, conclude la lettera, è che l’esiguità dei nuovi contratti renda “sostanzialmente frustrate” le aspettative legittimamente maturate, finendo per “rendere irrealizzabile qualsiasi serio progetto di riorganizzazione fondato sull’apporto di tale personale” e trasformando la storica stabilizzazione del Pnrr in un’occasione mancata per il settore più esposto. La richiesta finale al Csm e al ministero è dunque la riconsiderazione delle assegnazioni, provvedimento “non più rinviabile, indispensabile per garantire il corretto funzionamento di uffici che costituiscono un essenziale presidio di legalità e di tutela dei diritti fondamentali”. Può lo Stato violare le sue leggi per punire chi ha violato la legge? di Andrea Pugiotto L’Unità, 4 luglio 2026 Il ricorso di un detenuto richiuso a Sollicciano in condizioni degradanti è diventato l’occasione per la Consulta di rispondere a una domanda cruciale per l’intero diritto dell’esecuzione penale. Una pagina appena. Tanto misura il decreto con cui il Presidente della Corte costituzionale Giovanni Amoroso, il 30 giugno scorso, ha ammesso sei opinioni scritte nel giudizio promosso dal Tribunale di sorveglianza di Firenze sulle condizioni detentive del carcere di Sollicciano. Un atto processuale apparentemente di routine, che non anticipa alcuna valutazione sul merito della questione. Eppure, difficilmente avrebbe potuto raccontare di più. Gli amici curiae ammessi sono l’Associazione italiana dei professori di diritto penale, l’Unione delle Camere penali italiane, Antigone, la Società della Ragione, la Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà e l’Associazione “Passione Civile con Valerio Onida”. Sono realtà molto diverse tra loro per storia, ruolo e orientamento. Tutte, però, hanno ritenuto che la quaestio sottoposta alla Consulta non riguardi soltanto un carcere fatiscente o un singolo detenuto, ma il modo in cui la Repubblica garantisce la legalità nell’esecuzione della pena. A latere: non è pervenuto analogo intervento del Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà. Un’assenza, questa, difficilmente conciliabile con la funzione che l’ordinamento assegna al suo ufficio. 2. Della quaestio sollevata dal giudice fiorentino ho già scritto su queste pagine (cfr. L’Unità, 17 marzo 2026). Merita qui ricordare il fatto da cui tutto prende avvio. Non dal sovraffollamento carcerario in astratto. Né da una denuncia politica sullo stato di degrado delle prigioni italiane. La vicenda nasce da una storia incarnata. Un detenuto è ristretto a Sollicciano, dove infiltrazioni, muffe, umidità, cimici, roditori e fatiscenza strutturale hanno indotto il Tribunale di sorveglianza a riconoscere condizioni incompatibili con la dignità della persona. L’amministrazione penitenziaria era già stata destinataria di prescrizioni e ordini giudiziali. I rimedi previsti dall’ordinamento erano stati tutti attivati. Ma nessuno aveva posto fine alla violazione. È proprio qui che il ricorrente individua una lacuna nell’ordinamento: quando lo Stato non è in grado di applicare la pena in modo conforme alla Costituzione, il giudice non dispone di uno strumento idoneo a sospenderne l’esecuzione in attesa del ripristino della legalità. 3. Ciò che emerge dalla lettura degli amici curiae è che questa impostazione non è rimasta isolata. Anzi, colpisce la convergenza tra soggetti che abitualmente parlano linguaggi diversi. Nessuna delle opinioni scritte chiede alla Corte costituzionale l’impossibile: risolvere il problema generale del sovraffollamento carcerario. Nessuno invoca un intervento estraneo alle sue competenze: rifondare la politica criminale dello Stato. Al contrario, tutte restringono il perimetro della questione alla richiesta di un rimedio residuale e individuale. La domanda diventa così più semplice ma, proprio per questo, più impegnativa. Che cosa deve fare il giudice quando abbia già accertato che una pena viene eseguita in condizioni costituzionalmente illegittime e tutti i rimedi predisposti dall’ordinamento si siano rivelati inefficaci? È questa, in sostanza, la vera quaestio che i giudici costituzionali decideranno nell’udienza pubblica del 22 settembre. 4. Da questo punto di vista, gli amici curiae sviluppano una medesima tesi. L’ordinamento conosce già rimedi preventivi. Conosce rimedi compensativi. Conosce poteri conformativi della magistratura di sorveglianza. Ciò che manca è un rimedio eccezionale, residuale, di natura temporanea e d’immediata efficacia, che operi come “fusibile” del sistema. La soluzione giuridica prospettata dal Tribunale di Firenze - estendere al caso di specie il rinvio facoltativo, per un tempo determinato, dell’esecuzione della pena, con conseguente possibilità di ammetterne l’espiazione ai domiciliari - viene riletta come una extrema ratio costituzionalmente necessaria, quando ogni altra strada sia stata inutilmente percorsa. Il precedente rappresentato dalla sentenza costituzionale n. 279/2013 ritorna così, inevitabilmente, d’attualità. Tredici anni fa la Consulta riconobbe la necessità che l’ordinamento si dotasse di uno strumento che consentisse, nei casi estremi, la “fuoriuscita del detenuto dal circuito carcerario” quando la pena fosse eseguita in condizioni inumane e degradanti. Allora, però, dichiarò la questione inammissibile confidando nell’intervento parlamentare, rivelatosi poi solo parziale. Il legislatore ha sì rafforzato gli strumenti destinati a imporre all’amministrazione penitenziaria di rimuovere le violazioni. Non ha però introdotto quel rimedio individuale ca1. pace di impedire che il detenuto continui, nel frattempo, a subire una pena incostituzionale. È proprio questa omissione, denunciata dal Tribunale di sorveglianza di Firenze, che gli amici curiae consegnano oggi alla valutazione della Corte. 5. Non meno interessante è il confronto con la difesa svolta, per conto del Governo, dall’Avvocatura dello Stato. A parte le ridondanti eccezioni di rito, la sua linea processuale insiste sulla completezza dell’attuale sistema di tutela. Secondo questa impostazione, il differimento della pena, le misure alternative, il reclamo previsto dall’ordinamento penitenziario, i poteri conformativi della magistratura di sorveglianza e i rimedi compensativi costituirebbero - nel loro insieme - un quadro sufficientemente articolato, tale da escludere qualsiasi vuoto normativo. L’obiezione ha una sua base formale. Ma cade nell’errore logico di chi descrive la realtà basandosi esclusivamente su ciò che è legislativamente stabilito. Si chiama fallacia normativistica. Proprio il caso da cui prende avvio il giudizio di costituzionalità revoca in dubbio il presupposto da cui muove l’Avvocatura. La realtà è che un sistema di tutela non è tale soltanto perché esiste sulla carta. Deve essere effettivo. Se non è diritto vivente, non è. E quando, dopo reiterati provvedimenti giudiziari, un detenuto continua a subire condizioni che lo stesso giudice reputa incompatibili con la Costituzione, il problema non è più soltanto amministrativo. Diventa inevitabilmente costituzionale. 6. C’è, infine, un dato che merita la sottolineatura. Il decreto del Presidente Amoroso testimonia quanto sia cambiato, negli ultimi anni, il processo costituzionale. Un tempo la dialettica del giudizio di costituzionalità sulle leggi, promosso da un giudice, si sviluppava essenzialmente all’interno di una triangolazione: la parte privata, l’Avvocatura dello Stato, la Consulta. Oggi, invece, il contraddittorio è arricchito dai contributi della comunità scientifica, dell’avvocatura, delle autorità di garanzia e dell’associazionismo giuridico. Gli amici curiae non sostituiscono le parti. Non rappresentano interessi privati. Offrono alla Corte argomenti, esperienze, dati e prospettive che possono contribuire ad accrescere la qualità della sua decisione. È una trasformazione silenziosa, ma non marginale, che concorre a fare del processo alla legge un canale alternativo di partecipazione politica, in nome della leale collaborazione costituzionale. 7. Naturalmente, nulla può ancora dirsi sull’esito del giudizio. L’ammissione delle opinioni scritte non implica alcuna anticipazione sul merito. Ma una cosa appare già evidente. Quando il Tribunale di sorveglianza di Firenze ha sollevato la questione alla Consulta, sembrava il ricorso di un detenuto rinchiuso in un carcere degradato. Oggi quel ricorso è diventato qualcosa di diverso. Si è trasformato nell’occasione per i giudici costituzionali di rispondere a una domanda cruciale per l’intero diritto dell’esecuzione penale: può lo Stato, punendo chi ha violato la legge, violare esso stesso la Costituzione, la Cedu, l’ordinamento penitenziario e fin’anche il suo regolamento di esecuzione? Dopo tredici anni dal monito della sentenza n. 279/2013, la risposta non può più essere elusa. È questa, più ancora del decreto firmato dal Presidente Amoroso, la vera notizia di oggi. Più celle, meno diritti: cresce l’emergenza carceri di Alessandra Tersigni collettiva.it, 4 luglio 2026 Quasi 65 mila persone detenute a fronte di poco più di 51 mila posti regolamentari. Un tasso medio di sovraffollamento del 126%, che supera il 150% in oltre cinquanta istituti penitenziari e raggiunge punte superiori al 200% in alcune strutture. I dati del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria aggiornati a maggio 2026 restituiscono l’immagine di un sistema penitenziario arrivato a un punto critico. Dietro i numeri ci sono celle sovraffollate, spazi inadeguati, difficoltà nell’accesso alle cure, carenza di attività trattamentali, formative e lavorative. Ma soprattutto ci sono persone: l’articolo 27 della Costituzione stabilisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Eppure la realtà quotidiana di molti istituti sembra allontanarsi sempre di più da questo principio. Il sovraffollamento non rappresenta soltanto un problema logistico. È il principale fattore che compromette la qualità della vita detentiva, rende più difficile il lavoro degli operatori e ostacola ogni reale percorso di reinserimento sociale. I numeri sono impressionanti: in Puglia il tasso di affollamento raggiunge il 158%, in Molise il 155%, in Friuli Venezia Giulia il 149%, in Veneto il 147%, in Lombardia il 145%. In istituti come Brescia Canton Mombello, Grosseto, Varese, Latina, Chieti o Verona i detenuti sono quasi il doppio della capienza prevista. Ma il dato forse più preoccupante è un altro. Se si considerano i posti realmente disponibili, il sovraffollamento effettivo supera il 140%, riportando il sistema penitenziario italiano ai livelli che portarono la Corte europea dei Diritti dell’uomo alla sentenza dell’8 gennaio 2013, Torreggiani e altri, di condanna dell’Italia per violazione dei diritti umani. In questo contesto continuano a crescere i segnali di sofferenza e disperazione. I suicidi rappresentano la manifestazione più drammatica di un disagio che attraversa l’intero sistema penitenziario e che coinvolge non solo le persone detenute ma anche chi lavora ogni giorno negli istituti. Di fronte a questo scenario la risposta non può essere limitata all’aumento dei posti detentivi previsto dal Piano carceri. Pensare di affrontare il problema costruendo nuove celle significa intervenire sugli effetti senza affrontarne le cause. Le carceri italiane ospitano in misura crescente persone segnate da fragilità sociali, povertà, dipendenze, disagio psichico, marginalità. È il fallimento di politiche pubbliche che avrebbero dovuto intervenire prima e fuori dal carcere. Per questo la questione penitenziaria non riguarda soltanto la giustizia. Riguarda il welfare, la salute mentale, le politiche per le dipendenze, il diritto all’abitare, il lavoro e l’inclusione sociale. Occorre invertire la rotta. Servono investimenti nei servizi territoriali, nella salute mentale, nei percorsi di inclusione e di accompagnamento sociale. Occorre ampliare il ricorso alle misure alternative e agli strumenti che favoriscono il reinserimento sociale. Occorre ridurre il ricorso alla carcerazione preventiva e avviare una riflessione seria sulla depenalizzazione dei reati minori. La sicurezza non si costruisce moltiplicando la detenzione. Si costruisce riducendo le condizioni che producono esclusione, marginalità e recidiva. Le carceri rappresentano uno specchio della società. E oggi quello specchio ci restituisce l’immagine di un Paese che continua a utilizzare il carcere come risposta a problemi che avrebbero bisogno di politiche sociali, educative e sanitarie. La lunga notte delle carceri italiane non finirà con nuove mura o nuove celle. Finirà quando torneremo a mettere al centro la dignità delle persone e il dettato della Costituzione. Carcere e dignità. La Corte costituzionale ammette l’amicus curiae della Società della Ragione societadellaragione.it, 4 luglio 2026 La Corte costituzionale ha ammesso l’amicus curiae depositato dalla Società della Ragione nel giudizio sulle condizioni inumane di detenzione nel carcere fiorentino di Sollicciano. La questione sarà discussa in udienza pubblica il 22 settembre 2026, con relatore il giudice Francesco Viganò. Il procedimento nasce dal ricorso di una persona detenuta che aveva denunciato infiltrazioni, infestazioni, condizioni igieniche compromesse e spazi estremamente ristretti. Nonostante un ordine del Tribunale di sorveglianza rivolto all’amministrazione penitenziaria, le violazioni accertate non erano state rimosse. Il Tribunale di Firenze ha quindi chiesto alla Consulta di valutare la legittimità dell’articolo 147 del Codice penale e dell’articolo 47-ter dell’ordinamento penitenziario, che oggi non consentono di rinviare l’esecuzione della pena - o di sostituirla con la detenzione domiciliare - quando il carcere non garantisce condizioni compatibili con la dignità umana. La domanda è decisiva: può lo Stato continuare a detenere una persona dopo che un giudice ha accertato condizioni contrarie al senso di umanità e gli ordini impartiti per eliminarle sono rimasti senza effetto? Con il nostro contributo, curato da Stefania Amato e Irene Pellizzone, sosteniamo la necessità di una tutela concreta. Il divieto costituzionale di pene inumane non può restare una proclamazione astratta. Se l’amministrazione non è in grado di assicurare condizioni legittime di detenzione, il giudice deve poter adottare una soluzione effettiva. Insieme alla Società della Ragione sono state ammesse le opinioni di Antigone, Passione Civile con Valerio Onida, Unione delle Camere penali, Associazione italiana dei professori di diritto penale e Conferenza dei garanti territoriali delle persone private della libertà. La decisione della Corte potrà segnare un passaggio fondamentale: riaffermare che la dignità non si ferma davanti alle mura del carcere e che nessuna pena può essere eseguita in violazione dell’articolo 27 della Costituzione. Avrebbe dovuto testimoniare, è morto in cella: ora l’autopsia di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 4 luglio 2026 Arriva il giorno della verità per Rodriguez: era entrato in carcere con la mandibola fratturata e aveva denunciato i poliziotti. Comincia questa mattina l’autopsia sul corpo di Dennis Antonio Rodriguez Matute, il detenuto di 26 anni trovato morto all’alba di mercoledì nella sua cella del carcere della Dogaia, a Prato. Ed è un esame che dovrà rispondere a una domanda resa ancora più pesante da una coincidenza difficile da ignorare: quello stesso mercoledì, alle tre del pomeriggio, il giovane avrebbe dovuto sedersi davanti ai magistrati della procura di Prato per raccontare le presunte violenze subite dalle forze dell’ordine durante il suo arresto, avvenuto a metà maggio. Non ci è mai arrivato. I suoi due compagni di cella lo hanno trovato disteso sul letto, senza vita, nelle prime ore del mattino. Hanno dato l’allarme, ma il medico del 118 ha potuto soltanto constatare il decesso. Nel primo referto si parla di un presumibile arresto cardiaco avvenuto durante il sonno. Sul corpo, secondo le prime informazioni, non sarebbero stati riscontrati segni evidenti di violenza, né elementi che facciano pensare a un suicidio o a un’aggressione. I compagni di cella, ascoltati dai pm nel pomeriggio, avrebbero riferito di non essersi accorti di nulla fino alla scoperta del corpo. La procura guidata da Luca Tescaroli ha aperto un fascicolo ipotizzando il reato di morte come conseguenza di altro reato, previsto dall’articolo 586 del codice penale. Una scelta che dice molto: non un atto dovuto generico, ma un’ipotesi che tiene aperta la possibilità di un collegamento tra il decesso e una condotta illecita di qualcuno. L’autopsia, affiancata dagli esami tossicologici e biologici, dovrà chiarire anche se il giovane abbia assunto sostanze nella serata precedente. Un interrogativo che non nasce dal nulla: la Dogaia è da tempo un carcere dove la droga entra con una facilità sconcertante, come la stessa procura ha ricordato in una nota diffusa dopo la morte del detenuto. C’è poi un dettaglio che gli investigatori non possono trascurare. Il giorno prima di morire, Matute aveva incontrato il suo nuovo difensore, l’avvocato Simone Valenti, nominato proprio in quelle ore. Al legale il giovane avrebbe raccontato di essere svenuto al mattino per un malore, aggiungendo però di sentirsi meglio. E avrebbe negato di aver assunto droga in carcere. Un malore già il giorno prima, dunque. Qualcuno lo ha visitato? Qualcuno ha valutato se quel ragazzo avesse bisogno di accertamenti? Sono domande a cui l’inchiesta dovrà dare una risposta, perché in un istituto di pena la salute delle persone recluse è nelle mani dello Stato. La denuncia e la mandibola fratturata - Per capire perché questa morte pesa più di altre bisogna tornare al momento dell’ingresso in carcere. Quando Matute varcò la soglia della Dogaia, i medici gli riscontrarono una frattura alla mandibola. Il giovane spiegò che quella lesione era il risultato delle botte ricevute dalle forze dell’ordine durante le fasi dell’arresto. La circostanza venne trasmessa alla magistratura, come prevede la legge, e la procura avviò gli accertamenti. L’audizione fissata per mercoledì era il passaggio in cui il 26enne avrebbe dovuto mettere a verbale la sua versione. Quella versione ora non potrà più essere raccolta dalla sua voce. L’inchiesta sulle presunte violenze, va detto, non muore con lui: le lesioni restano documentate dai referti medici e gli accertamenti proseguono. Ma è evidente che la scomparsa del denunciante, poche ore prima di essere sentito, rende tutto più complicato e alimenta interrogativi che solo un lavoro investigativo rigoroso potrà sciogliere. Matute era finito in custodia cautelare per l’aggressione della notte tra l’11 e il 12 maggio in piazza Mercatale, nel cuore di Prato. Quella notte Iacopo Cerbai, cameriere di 23 anni del ristorante Casa Targi, venne colpito al cuore da una coltellata mentre cercava di difendere la titolare del locale da un tentativo di rapina. Andò in arresto cardiaco, fu rianimato dal 118 e salvato dai chirurghi. Un fatto gravissimo, che scosse la città. Ma c’è un elemento che va ricordato con precisione: secondo la ricostruzione della stessa procura, basata sulle immagini delle telecamere, a sferrare la coltellata sarebbe stato il complice minorenne, un pratese di 16 anni detenuto in un istituto per minori. Matute, secondo l’accusa, avrebbe simulato di avere una pistola sotto la giacca. Rispondeva in concorso di tentato omicidio, tentata rapina e resistenza, ma non sarebbe stato lui a usare il coltello. Era un ragazzo cresciuto a Prato, figlio di due badanti honduregni residenti in città da oltre quindici anni, una famiglia descritta come ben integrata. I due vennero rintracciati e arrestati pochi minuti dopo l’aggressione, grazie alla segnalazione di un passante. Ed è proprio in quei minuti che, secondo la denuncia del giovane, sarebbe maturata la frattura alla mandibola. Un carcere al collasso, tra caldo, droga e arrivi da Sollicciano - La morte di Matute non avviene in un istituto qualunque. La Dogaia è il carcere più popolato della Toscana: la relazione della garante comunale Margherita Michelini parla di circa 640 detenuti, con gli stranieri che sfiorano il 60 per cento, e di carenze di organico che riguardano tutti, dagli agenti agli educatori, dagli psicologi al personale sanitario. In questi giorni, poi, le celle sono roventi per il caldo, anche se il 26enne si trovava ai piani bassi, meno esposti dal sole. E sulla struttura pesano gli arrivi dei detenuti trasferiti da Sollicciano, dopo che il tribunale di Firenze ha messo sotto sequestro sette sezioni del carcere fiorentino per le condizioni igienico-sanitarie giudicate incompatibili con la dignità delle persone. La stessa procura di Prato, nella nota diffusa mercoledì, ha ricordato i numeri di un istituto permeabile a tutto: dal 31 marzo sono stati individuati 24 telefoni cellulari e sequestrati 825 grammi di hashish e 91 di cocaina, sostanze che entrano anche con frecce, fionde e droni. Domenica 28 giugno, nella quarta sezione, un detenuto nascondeva un panetto di hashish, cocaina e due cellulari. Il procuratore Tescaroli ha parlato di un “fenomeno criminale pulviscolare” che si protrae da tempo, nonostante le due maxi perquisizioni effettuate nel giugno e nel novembre del 2025. In questo quadro le parole del garante regionale dei detenuti Giuseppe Fanfani suonano come un atto d’accusa: “Una vera e propria mattanza, indegna di un Paese civile”. Il riferimento è anche alla morte, lunedì scorso, del 75enne recluso a Sollicciano nonostante un ictus pregresso e condizioni di salute gravissime: è deceduto in ospedale dopo poco più di dieci giorni di detenzione. Due morti in una settimana, nella stessa regione. I deputati del Pd Christian Di Sanzo e Marco Furfaro hanno fissato il punto che nessuna autopsia potrà spostare: “Qualunque sia la causa accertata, un principio resta fermo. Lo Stato ne aveva la custodia e aveva il dovere di tutelarne la salute e quindi la vita”. Da oggi i periti cominceranno a cercare la verità sul corpo di un ragazzo di 26 anni. Ma le verità attese sono due: come è morto Rodriguez Matute e cosa gli accadde davvero la notte del suo arresto. Sarebbe stato lui a raccontarlo, mercoledì pomeriggio. Adesso toccherà ai documenti, ai referti e ai magistrati parlare al posto suo. Domenico Papalia è “innocente”: non nuoce più a nessuno di Elisabetta Zamparutti L’Unità, 4 luglio 2026 Continua la serie degli “amicus curiae” di Nessuno tocchi Caino su Domenico Papalia, l’ergastolano più ergastolano che vive in Italia avendo già espiato ininterrottamente mezzo secolo di pena. Ha conosciuto tutte le forme più afflittive della detenzione previste dalla legge penitenziaria, a tal punto che il carcere lo ha segnato nella forma più dura, quella della pena corporale e della tortura. È sopravvissuto a tutto questo, speranza contro ogni speranza, grazie a una forza d’animo straordinaria. Sul tavolo dei magistrati - che devono decidere se i suoi 81 anni di età, i 50 di pena espiata e le sue condizioni di salute siano ancora compatibili con lo stato di detenzione - sono sicuramente giunte le cosiddette “informative della DDA” che raccontano un altro Papalia, quello della preistoria criminale. Vorremmo che al fascicolo siano allegate anche le “informative di NTC”, che raccontano il Papalia che abbiamo conosciuto noi, quello che ha chiuso col suo passa to ed è rinato a una nuova vita, volta al bene e ai valori umani universali. S.D. *** Siamo soliti legare l’innocenza all’infanzia. Al punto da usare il termine innocente come sinonimo di bambino. “Innocenti facea l’età novella” diceva in proposito Dante. Ma questa virtù preziosa sembra sia destinata a essere confinata lì, a questa età. Come se solo i bambini siano coloro che non commettono il male e siano privi della malizia che insegna a nuocere o a giudicare con cattiveria. Eppure l’origine della parola ne spalanca la porta all’uso anche per gli adulti. Non solo per chi si proclama estraneo a un fatto che ha creato nocumento e che gli si attribuisce. Perché innocente deriva dal latino, con il prefisso privativo in (non) e nocere (nuocere). Innocente è dunque colui che non nuoce, chi non crea nocumento, chi non fa danno. Ma dove sono questi adulti innocenti? Ovunque, soprattutto in carcere! Sono dieci anni che ogni mese Nessuno tocchi Caino anima nelle sezioni di alta sicurezza delle carceri del nostro Paese i laboratori “Spes contra spem”, definizione tratta dalla lettera di San Paolo ai Romani per esprimere quella forza che promana da chi incarna la speranza del cambiamento che gandhianamente vorrebbe vedere manifestarsi nel mondo, fino a determinarlo. Nonostante il tempo trascorso e la frequenza dei laboratori a cui ho partecipato, ricordo ancora benissimo il primo. Eravamo nel carcere di Opera a Milano, nel teatro dedicato (all’epoca) a Marco Pannella. Circa 200 posti erano occupati dai detenuti dell’alta sicurezza scesi per ascoltarci, conoscerci. Quando Sergio d’Elia conclude la spiegazione dell’intendimento del nostro laboratorio, volto a estendere la consapevolezza del danno arrecato ed elevare la coscienza orientandola verso i valori umani universali, quasi cento detenuti partecipanti si alzarono, risalirono in sezione e non li vedemmo più. Altri restarono e continuammo a vederli. Devo dire sempre di meno. Non perché sono risaliti in sezione ma perché nel corso degli anni hanno ottenuto quei benefici e quelle misure alternative che passo dopo passo li hanno portati a uscire dal carcere e non rientrare più. Che cosa era successo in quel primo laboratorio? Era accaduto che chi non intendeva cambiare o non era pronto ad abbandonare l’abitudine di essere se stesso, liberandosi da quell’io costruito negli anni sulla legge del più forte, sul potere, sulla durezza, aveva scelto di andarsene. Perché il laboratorio chiedeva qualcosa di più difficile della pena: chiedeva di guardarsi dentro. Non chiedeva tanto di imparare qualcosa di nuovo quanto piuttosto di disimparare qualcosa di vecchio. E non tutti erano pronti a farlo. Non nascondo il fatto che i partecipanti al nostro laboratorio siano stati dagli altri anche considerati degli “infami”, come nel gergo carcerario sono etichettati i “collaboratori di giustizia”. Non perché abbiano confessato alcunché, accusato qualcuno o rinnegato ciò che è stato. Il passato non si cancella. Né è nostro intendimento quello di tagliare a pezzi la vita di un essere umano, buttando una parte, quella cattiva e tenendone un’altra, quella b uona. I processi autentici sono quelli che generano un’evoluzione che tiene tutto insieme. Posso dire che chi tra loro decise di continuare a frequentarci e di partecipare al laboratorio ha cercato di diventare, nel profondo, il più delle volte riuscendoci, un uomo che non nuoce più, un “innocente”. Domenico Papalia è uno di questi. Conosciamo e sosteniamo l’idea di una giustizia riparativa. Ma nei nostri laboratori credo che ne pratichiamo anche un’altra: quella rigenerativa. Per spiegarmi ricorro a quella fonte inesauribile d’ispirazione che sono i testi sacri. E penso all’episodio evangelico in cui Gesù dice a Nicodemo, un fariseo, conoscitore e meticoloso osservante della legge, che questo, il rango, non basta per entrare nel regno dei cieli: “Bisogna nascere di nuovo”. Nicodemo, che coglie solo l’aspetto materiale della frase, chiede come sia possibile che un uomo torni nel grembo di sua madre. Ma la rinascita di cui gli parla Gesù non è fisica, è tutta interiore: è la nascita di un sé nuovo, capace di guardare il mondo - e gli altri - con occhi diversi. E questa rinascita è una faticosa conquista quotidiana fatta di dolore e liberazione. Perché per nascere di nuovo bisogna prima essere disposti a morire a se stessi - a quell’io che si era costruito. È un processo di cambiamen to che richiede più coraggio di qualsiasi altra cosa. Quando è compiuto, restituisce l’innocenza: quella degli adulti, più rara e più preziosa di quella dei bambini, specialmente se conquistata dentro le mura di un carcere, lontano dagli occhi del mondo, non notiziata. Domenico Papalia è, tra i partecipanti al laboratorio di Parma, quello più assiduo. Non ne ha mai mancato uno. È sempre arrivato sulle sue gambe. Sempre più a fatica. Fino a venire al penultimo in sedia a rotelle. Sempre disponibile a testimoniare il cambiamento possibile anche in contesti di alta sicurezza. Non ha mai fatto mancare la sua iscrizione a Nessuno tocchi Caino, come non ha mai cessato di sostenere la Chiesa per le opere di bene che fa, soprattutto in terre di missione come l’Africa. Domenico ha indubbiamente incoraggiato sé stesso a partecipare ma ha incoraggiato anche altri suoi compagni di pena a fare lo stesso. Ha fatto proseliti all’organizzazione della nonviolenza quale è Nessuno tocchi Caino. Lo consideriamo un nostro prezioso “collaboratore”, perché Domenico ha collaborato in modo esemplare alle attività trattamentali offerte dall’ordinamento penitenziario volte al reinserimento sociale, comprese le nostre. Il che è cosa ben diversa da quella collaborazione alle indagini di giustizia che invece lo Stato magari ancora pretende. Domenico Papalia è un “collaboratore di giustizia” di Nessuno tocchi Caino nell’opera straordinaria che compie nelle carceri, quella della conversione dalla violenza alla nonviolenza, dal delitto al diritto. Domenico ha conosciuto, facendone l’esperienza diretta sulla sua pelle, tutte le armi dell’arsenale antimafia, dal “carcere duro” all’ergastolo ostativo, passando per quell’obbrobrio giuridico che ancora esiste nel nostro ordinamento e che porta il nome di “isolamento diurno”. Gli organismi internazionali, dalla Corte Europea per i diritti dell’Uomo al Comitato europeo per la prevenzione della tortura come anche il Comitato ONU sui diritti umani, più volte hanno richiamato l’Italia al rispetto di quella soglia invalicabile del divieto assoluto di trattamenti inumani e degradanti, al di sotto della quale le armi e le munizioni a cui uno Stato ricorre per contrastare ciò che considera il male, diventano “armi non convenzionali”. Sopravvissuto a tutto questo, speranza contro ogni speranza, Domenico a noi ha consegnato la sua vita chiedendoci di farne un manifesto della lotta alla mafia. Perché non succeda più a nessuno quello che è successo a lui. Sono manifesti antimafia le lettere che ogni Natale rivolge ai giovani del suo Paese d’origine: Platì. Sono manifesti antimafia le lettere che ha scritto a Suor Gervasia. Sono “informative antimafia” di cui tener conto - tanto quanto, se possibile, anche di più di quelle provenienti dalle varie direzioni antimafia - le testimonianze vive, attuali delle molte persone che nel corso della pena lo hanno conosciuto e frequentato. Oggi, Domenico Papalia rischia di morire nelle mani dello Stato, in quel carcere di Parma dove molti, troppi, sono stati lasciati spirare perché simboli della lotta alla mafia, sacrificati sull’altare della falsa dicotomia tra sicurezza e diritti umani. Oggi posso dire che Domenico Papalia ci serve vivo (per quel che gli resta da vivere) fuori dal carcere e non morto in carcere. Ci serve la sua innocenza conquistata in una vita, comunque la si voglia considerare, di dolore, ma capace di rivolgere a tutti uno sguardo sereno. Questo è lui. E noi? Sapremo guardarlo come fanno i bambini, privi della malizia che insegna a giudicare con cattiveria? Una vita in carcere, ma da libera. In memoria di Alessandra Truscello di Adriano Sofri Il Foglio, 4 luglio 2026 Alessandra Truscello, quando entrai nel carcere pisano, nel 1996, era una ragazza di trent’anni, e sembrava una ragazza di venti. Dunque molto seria, molto gentile, molto magra, dai lunghi capelli neri. Un’educatrice: nel lessico ufficiale si sarebbe chiamata “funzionaria della professionalità giuridico-pedagogica”, terribilità dei progressi sindacali e ministeriali. Avevo alle spalle galere precedenti, e un’età ragguardevole, l’idea di essere rieducato da quella ragazza o dai suoi bravi colleghi, uomini e donne - Salvatore, Piera, Loredana, Orlando, Liberata - mi faceva sorridere. Avemmo nove anni da trascorrere insieme, pressoché quotidianamente, ci sbrigammo a volerci bene. Alessandra aveva una storia famigliare che avrebbe figurato bene in un romanzo di Stendhal. Suo padre, Giovanni, era stato direttore di carcere per tutta la vita, da ultimo a Lucca, dove vivevano, e si era distinto, in tempi piuttosto avversi - lo sono rimasti - per un atteggiamento aperto, paternalistico, direbbe forse qualcuno. Paterno, piuttosto, devoto com’era alla sua famiglia di donne, sua moglie e le sue tre figlie. Alessandra era nata in carcere, letteralmente. Libera, ma dentro. Così sarebbe restata sempre (“predestinata per sempre alle catene”, mi aveva scritto, all’indomani di una terapia). E, perduta una sorella, avrebbe avuto un legame fortissimo con l’altra, Patrizia, appena maggiore, e a sua volta impegnata nell’universo penitenziario e nelle sue vie di scampo. Alessandra aveva fatto le sue esperienze più importanti con le donne detenute, che sono poche, con delitti mediamente troppo minuscoli per accreditarle, messe per lo più a stare, compresi i loro neonati - sono trenta, oggi, dopo anni in cui si è giurato di non permettersi più quella vergogna - in appendici di prigioni maschili, dunque disadatte. Coi detenuti aveva un doppio vantaggio: di solidarizzare con le loro capacità di migliorarsi (nonostante tutto), e di saperne abbastanza da non farsi illusioni tristi per loro e per sé. Pisa ebbe allora un centro clinico invidiabile (invidiato, dunque presto dilapidato); del suo dirigente, Francesco Ceraudo, e delle sue mediche, Italia, Maria, Alessandra è stata amica, così come dello storico direttore, Vittorio Cerri, allievo di suo padre. Coi carcerieri in genere, non di rado brave persone, si avvaleva del suo prestigio e della cura a non ferirne la suscettibilità. In quegli anni, il rumore attorno a me e ai miei compagni attirò sul carcere Don Bosco un’attenzione peculiare di giornalisti, amministratori, artisti, politici, un privilegio - parola che tuttavia va usata con moderazione, avvertirebbe qualunque detenuto provetto: “Sempre galera è!”. Alessandra ne fu l’interlocutrice prediletta, così oggi non saranno pochi, anche in quei mondi, a volerla piangere. Alessandra Truscello è morta martedì, 1° luglio, a Lucca, nel rifugio in cui si va quando si decide che non si può e non si vuole più resistere. Era stata gravemente malata da tre anni. A lungo aveva continuato a lavorare, poi aveva rinunciato. Non si era nascosta l’inesorabilità del suo male, aveva deciso di non farsene travolgere. Non credo che esistano modi migliori o peggiori di affrontare una condanna arbitraria, il suo è stato certo straordinariamente coraggioso e affettuoso. In carcere, di carcere, si muore, in questi giorni le cronache ne traboccano. Mi piacerebbe che la notizia della morte di Alessandra arrivasse alla moltitudine di prigionieri, più o meno di passaggio, che contarono su lei, sui quali lei contò. In questo tempo non ha smesso di sentire l’affinità fra la propria condizione di paziente e quella della prigione: “… come i prigionieri la speranza di libertà”. Non avrebbe sprecato nemmeno un minuto delle sue ore d’aria. Le avevo scritto: “La galera di oggi è più squallida e infame della galera di ieri. Perché è più squallido e infame anche il mondo di fuori. Basta guardare alla galera, per misurare il fuori”. Mi aveva trasmesso l’iscrizione su un muro del carcere di Terni, ricevuta da un magistrato di sorveglianza suo amico: “Chi salva un uomo salva l’umanità e salva se stesso”. Mi aveva scritto: “Così termina il bollettino della guerra di casa nostra, ché quelle esterne sono raccapriccianti”. “Dal pm approccio sessista”: la condanna della Cedu all’Italia di Francesca Spasiano Il Dubbio, 4 luglio 2026 Ancora una volta la Cedu bacchetta l’Italia in tema di violenza di genere. E ancora una volta lo fa censurando la “cultura sessista e stereotipata” che continua a serpeggiare nelle aule di giustizia, con il rischio di esporre le donne che denunciano a una vittimizzazione secondaria. Come avviene ed è avvenuto nell’ultimo caso esaminato dalla Corte di Strasburgo, che ha condannato il nostro Paese per aver agito male e con ritardo in una vicenda di violenza domestica. A “stupire” i giudici, si legge nella sentenza pubblicata il 2 luglio, sono le parole utilizzate da una pm di Benevento. La quale, nel richiedere l’archiviazione del procedimento, aveva sostenuto che fosse difficile dimostrare la non consensualità del rapporto all’interno della coppia perché è “normale che gli uomini debbano superare quel livello minimo di resistenza che tutte le donne tendono a manifestare, nella stanchezza quotidiana, di fronte a un approccio sessuale del marito”. Il coltello alla gola? “Un brutto scherzo”, a parere del pubblico ministero. Per il quale anche le violenze nei confronti dei figli erano da considerare misure disciplinari che non avevano ecceduto il diritto del padre di esercitare l’autorità genitoriale. Protagonista della storia è A. Ubeda, una cittadina francese trasferitasi in Italia che ha avuto dall’uomo due bambini, ad oggi di 12 e 15 anni. La prima denuncia risale al 2021, quando la donna racconta le violenze fisiche e psicologiche subite dal compagno. Nello stesso anno il Gip respinge la richiesta di archiviazione e dispone nuove indagini. Il caso viene affidato a un altro magistrato, e si arriva così all’udienza preliminare del 2024, quando l’uomo viene rinviato a giudizio: l’accusa è di violenza sessuale e maltrattamenti. Passano altri mesi, e un rinvio dopo l’altro la prima udienza viene fissata a gennaio 2025. Ma non si terrà mai, sottolinea la Corte di Strasburgo, che contesta all’Italia la violazione degli articoli 3 e 8 della Convenzione Edu. Il primo sancisce il “divieto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti”, il secondo è volto a tutelare “il diritto al rispetto della vita privata e familiare”. Ed entrambi, secondo i giudici, sono stati disattesi da un procedimento che non ha soddisfatto i requisiti di un’indagine “tempestiva”, “approfondita” e “efficace”. “Nel complesso, le autorità italiane non hanno riconosciuto le complesse dinamiche della violenza domestica e non ha fornito una risposta proporzionata alla gravità dei fatti”, scrive la Corte. Per la quale, ad aggravare il quadro c’è il fatto che madre e figli siano rimasti per oltre tre anni in un rifugio, senza che si prendessero in considerazione misure diverse e adeguate alla situazione. Nella prima fase nessun provvedimento avrebbe riguardato il padre, per il quale il Tribunale per i minorenni ha ordinato la revoca della responsabilità genitoriale solo nel 2024, “più di tre anni dopo che la ricorrente aveva presentato il suo ricorso”, e “senza affrontare le restanti richieste relative all’autorizzazione al trasferimento in Francia e all’importo da versare a titolo di mantenimento”. Tutto ciò ha causato un grave danno alle tre vittime, che saranno risarcite con 15mila euro ciascuno, più un totale di 15mila euro di spese legali. “Tenuto conto dello specifico pericolo sociale rappresentato dalla violenza domestica e della necessità di combatterla attraverso un’azione efficace e deterrente, lo Stato, nella sua risposta alla violenza subita dai ricorrenti, non ha adempiuto in modo sufficiente al proprio obbligo procedurale di garantire che la violenza a cui erano stati sottoposti fosse trattata in modo adeguato”, scrive la Corte. Che lamenta “l’incapacità” di accertare l’eventuale responsabilità penale dell’uomo e “l’inazione ingiustificata” rispetto al destino della mamma e dei bimbi, la cui permanenza prolungata nel rifugio “ha comportato una significativa ingerenza nei loro diritti e nelle loro libertà, soprattutto in considerazione delle norme operative restrittive” del luogo. Censurati modi e tempi, un capitolo a parte riguarda la “qualità” del procedimento. Su cui la Corte è molto netta. “Sottolineando che le decisioni basate su stereotipi contribuiscono all’accettazione della violenza domestica”, si legge ancora nella sentenza, la Cedu “ritiene che l’approccio adottato dal pubblico ministero rifletta esattamente le valutazioni effettuate dal GREVIO, laddove rileva la tendenza a dare credito a stereotipi e credenze comuni che considerano una relazione intima come intrinsecamente basata sulla sottomissione/sopraffazione e possessività. A questo proposito, la Corte condivide le preoccupazioni espresse dal GREVIO circa la possibilità che le vittime di violenza domestica possano continuare a subire vittimizzazione secondaria nelle aule di tribunale”. Il richiamo è al Gruppo di esperti sulla lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica del Consiglio d’Europa, ma anche alla Convenzione di Istanbul, ratificata dal Parlamento italiano nel 2013, che fissa standard molto precisi a cui adeguare le normative interne. In particolare in materia su stupro e consenso, su cui la censura della Cedu nei confronti della Francia aveva portato alla svolta dello scorso gennaio, quando Parigi ha detto finalmente addio al “dovere coniugale” insito nel codice civile, sancendo che il consenso, anche dopo il matrimonio, non è mai per sempre. Morte o lesioni nel traffico di migranti: non è sproporzionata la pena del “decreto Cutro” Il Sole 24 Ore, 4 luglio 2026 Lo ha stabilito la Corte costituzionale con la sentenza n. 120/2026, depositata oggi, pronunciandosi sulle questioni sollevate dal Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Siracusa in un procedimento penale riguardante il trasporto via mare di trentaquattro migranti. Non sono costituzionalmente illegittime le pene previste per il reato di morte o lesioni come conseguenza dei delitti in materia di immigrazione clandestina, introdotto nel 2023 dal cosiddetto “decreto Cutro”. Lo ha stabilito la Corte costituzionale con la sentenza n. 120/2026, depositata oggi, pronunciandosi sulle questioni sollevate dal Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Siracusa in un procedimento penale riguardante il trasporto via mare di trentaquattro migranti. In seguito alla collisione dell’imbarcazione con una motovedetta intervenuta per prestare soccorso, tre persone erano decedute e altre dieci erano rimaste ferite. La norma dichiarata legittima - Il giudice rimettente ha dubitato della proporzionalità delle pene previste dall’articolo 12-bis del testo unico sull’immigrazione, come modificato nel 2023 dal cosiddetto “Decreto Cutro”. L’articolo punisce con la reclusione da venti a trenta anni il favoreggiamento dell’ingresso irregolare quando dal fatto derivino, come conseguenza non voluta, la morte di più persone oppure la morte di una persona e lesioni gravi o gravissime ad altre. La sentenza ha riconosciuto che il legislatore ha previsto una “risposta punitiva improntata a eccezionale asprezza”; ha tuttavia escluso che essa sia manifestamente sproporzionata rispetto alla gravità dei fatti contemplati dalla norma. Il reato presuppone, infatti, che il trasporto sia effettuato esponendo le persone a pericolo per la loro vita o incolumità oppure sottoponendole a trattamenti inumani o degradanti e che ne derivino la morte o lesioni gravi o gravissime di più persone. La disposizione - ha precisato la pronuncia - seleziona quindi “solamente condotte di notevole gravità”, lesive di beni di primaria importanza. La fattispecie tutela non soltanto l’ordinata gestione dei flussi migratori, ma “anche, e soprattutto, la vita e l’integrità fisica dei migranti” coinvolti nel traffico illecito. La misura della pena costituisce pertanto “un segnale della particolare gravità del fatto che il legislatore ha inteso contrastare”, caratterizzato da “un disvalore assai significativo”. Il migrante scafista non trafficante - La pronuncia si è anche soffermata sulla figura del cosiddetto “migrante-scafista” non trafficante, ossia del migrante, estraneo all’organizzazione criminale, al quale venga affidato occasionalmente il compito di condurre il mezzo di trasporto o di svolgere altre funzioni logistiche. Ed è stato rilevato come l’ordinamento già contenga norme volte a escludere o graduare la responsabilità penale del migrante-scafista, mitigando il trattamento sanzionatorio in relazione alla condotta dell’autore dell’illecito. Esimente dello stato di necessità - In particolare, quando il migrante sia costretto ad assumere il ruolo di “scafista” a causa di violenze o minacce, per sottrarsi alle condizioni degradanti dei centri di detenzione o per fronteggiare una situazione di emergenza durante la traversata, viene in rilievo l’esimente dello stato di necessità. Qualora lo stato di necessità non sia configurabile, possono invece trovare applicazione le attenuanti previste per il contributo di minima importanza o per la condizione di soggezione psicologica nei confronti dei trafficanti. Previsioni che consentono di adeguare la pena “all’effettivo disvalore” del contributo fornito dal singolo e alla sua concreta rimproverabilità, nel rispetto dei principi di proporzionalità e di individualizzazione della pena. La decisione ha ritenuto non fondate anche le censure basate sul confronto del reato in esame con altre fattispecie, tra le quali l’omicidio volontario. Il termine di riferimento non è stato considerato pertinente, poiché la pena di venti anni prevista dalla norma censurata riguarda la morte di più persone oppure la morte di una persona accompagnata dalle lesioni gravi o gravissime di altre. Il raffronto avrebbe dovuto quindi essere effettuato, se mai, con l’omicidio volontario plurimo o con l’omicidio volontario in concorso con le lesioni. Sono state, infine, dichiarate inammissibili, per difetto di motivazione sulla loro rilevanza nel processo principale, le questioni relative al divieto di bilanciamento tra circostanze e alla mancata previsione di un’attenuante per i fatti di lieve entità. Sì alla sostituzione della pena con cumulo della sospensione per fatti ante Riforma Cartabia Il Sole 24 Ore, 4 luglio 2026 La Cassazione ribadisce l’orientamento già espresso e che fa applicazione del principio del favor rei per cui l’applicazione ai processi pendenti del nuovo regime di sostituzione della pena non include il divieto in caso di sospensione condizionale. La Corte di cassazione ha accolto il ricorso che lamentava la mancata presa in considerazione della richiesta di sostituzione della pena detentiva breve perché dichiarata incompatibile con la sospensione condizionale della pena. La sentenza n. 24832/2026 ha respinto il ragionamento dei giudici di merito sull’applicabilità della preclusione per fatti commessi ante Riforma Cartabia. Il ricorso accolto - I giudici di legittimità ribadiscono che l’asserita incompatibilità in base alla novella che la prevede non poteva però poteva riguardare - come nel caso concreto - fatti commessi prima dell’entrata in vigore del Dlgs 150/2022, ossia prima del 30 dicembre 2022. A differenza della richiesta di rigetto avanzata dal procuratore generale della Corte la sezione ha accolto il ricorso affermando che si sarebbero potute cumulare la sostituzione della pena con la sua sospensione. La motivazione della decisione di legittimità - L’accoglimento dello specifico motivo sulla mancata sostituzione della pena detentiva si attagliava sulla scarna e insufficiente risposta all’istanza di sostituzione da parte dei giudici di appello che hanno solo affermato che “la concessione della sospensione condizionale della pena è ostativa alla concessione delle sanzioni alternative”. Una motivazione che - secondo piazza Cavour - non può essere condivisa alla luce dei principi di diritto fissati in materia di applicazione dell’articolo 61 bis della legge 689/1981 (introdotto con l’articolo 71 del Dlgs 150/2022) e che prevede appunto in caso di sanzioni sostitutive l’esclusione della sospensione condizionale della pena. L’interpretazione giurisprudenziale come ora ribadisce la Cassazione ha stabilito, al contrario, l’inapplicabilità delle norme relative alla sospensione condizionale della pena nel caso di sostituzione della stessa ai reati commessi in data antecedente l’entrata in vigore della riforma Cartabia. La soluzione sul regime transitorio sta nel principio del favor rei - In caso di successione di norme penali va fatta applicazione della norma più favorevole nel rispetto del principio del favor rei. E sulla questione specifica dell’applicabilità in base all regime transitorio della riforma Cartabia i giudici di legittimità hanno già dettato diversi principi che vanno ribaditi: - in tema di pene sostitutive di pene detentive brevi, la disposizione di cui all’articolo 61-bis della legge 24 novembre 1981 n. 689, che ne esclude la cumulabilità con la sospensione condizionale della pena e che, per effetto della norma transitoria di cui all’articolo 95 del Dlgs 10 ottobre 2022 n. 150, risulta applicabile anche in relazione a procedimenti penali pendenti in primo grado o in grado di appello, dev’essere ritenuta meno favorevole rispetto a quella integrante il regime previgente, che prevedeva, viceversa, la cumulabilità con l’anzidetto beneficio, ove le sanzioni alternative fossero state concretamente applicabili; - in tema di pene sostitutive di pene detentive brevi, il divieto di farne applicazione nei casi in cui sia disposta altresì la sospensione condizionale della pena, previsto dall’articolo 61-bis della legge 24 novembre 1981 n. 689, introdotto dall’articolo 71, comma 1, lettera i), del Dlgs 10 ottobre 2022 n. 150, non si estende ai fatti commessi prima dell’entrata in vigore di tale ultima disposizione, trovando applicazione, per la natura sostanziale della previsione con essa introdotta, il disposto di cui all’articolo 2, comma quarto, del Cp che, in ipotesi di successione di leggi penali nel tempo, prescrive l’applicazione della norma più favorevole all’imputato; - la regola dell’alternatività tra l’applicazione di pene sostitutive e la concessione della sospensione condizionale, non è venuta meno per effetto della modifica dell’articolo 545-bis del Cpp disposta dall’articolo 2 del Dlgs 19 marzo 2024 n. 3 non essendo tale novella intervenuta a disciplinare i rapporti tra sospensione condizionale e pene sostitutive; - in tema di pene sostitutive di pene detentive brevi, il divieto di sostituzione sancito dall’articolo 59, comma primo, lettera d), della legge 24 novembre 1981 n. 689, sulle condizioni soggettive per la sostituzione, nella formulazione successiva alla sua novellazione ad opera dall’art. 71, comma 1, lett. g), del Dlgs 10 ottobre 2022, n. 150, non si estende ai fatti commessi prima dell’entrata in vigore delle modifiche, trovando applicazione, per la natura sostanziale della previsione introdotta, il disposto di cui all’articolo 2, comma quarto, del Cp, che, in ipotesi di successione di leggi penali nel tempo, prescrive l’applicazione della norma più favorevole per il condannato. Toscana. Il Dap: in caso di sovraffollamento via libera a brande e materassi a terra di Rossella Conte La Nazione, 4 luglio 2026 C’è carenza di posti? In casi di emergenza si possono utilizzare anche brande e materassi a terra. È quanto ha comunicato il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, attraverso il provveditorato regionale della Toscana, ai direttori delle carceri. In particolare, per far fronte a dinieghi ad accettare detenuti per il sovraffollamento, si devono utilizzare “tutti gli spazi disponibili fino al raggiungimento del limite indicato e se necessario anche oltre, adottando in tali casi ogni iniziativa ritenuta opportuna, compresa, in via estrema per quanto assolutamente provvisoria, la collocazione di brande o materassi a terra”. Il Dap è intervenuto dopo la “frequenza sempre maggiore” di rifiuti ad accogliere “persone accompagnate dalle forze dell’ordine del proprio circondario e arrestate a qualsiasi titolo”. Il provveditorato rileva infatti che “alcune direzioni esprimono il proprio diniego ad accettare i soggetti a causa della mancanza di posti disponibili”. Nella circolare viene spiegato inoltre: “Sarà cura di questo ufficio, appena avuta la comunicazione dell’avvenuta sistemazione ‘di fortuna’ dell’arrestato, provvedere alla regolarizzazione della situazione, individuando la soluzione organizzativa più idonea al fine di agevolare l’attività di ricezione nell’istituto stesso o in altro istituto limitrofo con capacità ricettiva per quanto residua, registrata nella giornata stessa”. La situazione di sovraffollamento è aggravata in questi giorni anche per l’improvvisa chiusura di sette sezioni della casa circondariale di Sollicciano e del trasferimento dei detenuti che vi erano ristretti. Liguria. Le carceri fra sovraffollamento, temperature estreme e poco supporto sanitario di Alessandra Rossi Il Secolo XIX, 4 luglio 2026 Per l’associazione Nessuno Tocchi Caino e la Camera Penale ligure “è inaccettabile”. Sopralluoghi nelle case circondariali di Marassi, Pontedecimo e Imperia. Nel carcere di Marassi i detenuti della seconda sezione, quelli con condanne definitive, hanno rivestito di stoffa le plafoniere di neon perché persino la luce aumenta in maniera insopportabile il caldo di queste giornate. Il rubinetto del bagno resta sempre aperto con l’acqua fredda per rinfrescare lo yoghurt o persino l’ambiente. E quel caldo opprimente aumenta ad ogni piano che si sale. A raccontarlo è Fabiana Cilio, presidente della Camera penale ligure, reduce in questi giorni da alcuni sopralluoghi nelle carceri di Marassi, Imperia e Pontedecimo insieme a Nessuno Tocchi Caino e in collaborazione con il neonato Movimento Italiano Diritti Detenuti. L’impietoso ritratto delle condizioni in cui versano detenuti e agenti penitenziari è emerso durante l’assemblea pubblica “La comunità penitenziaria: il carcere secondo Pannella” che si è svolta questo pomeriggio a Palazzo Tursi, col patrocinio del Comune e del Garante regionale ligure e comunale di Genova dei diritti delle persone private della libertà, a dieci anni dalla scomparsa di Marco Pannella. L’incontro ha concluso un ciclo di visite nelle carceri liguri di Genova Marassi, Genova Pontedecimo e Imperia, nel corso delle quali le delegazioni partecipanti - insieme agli organizzatori, a rappresentanti del Consiglio regionale della Liguria e del Consiglio comunale di Genova - hanno incontrato la comunità penitenziaria e verificato le condizioni di vita e di lavoro all’interno degli istituti. All’incontro hanno preso parte, tra gli altri: Rita Bernardini, Presidente di Nessuno tocchi Caino; Elisabetta Zamparutti, Tesoriera di Nessuno tocchi Caino e componente del Comitato europeo per la prevenzione della tortura; Giulia Troncatti, Presidente del Movimento Italiano Diritti Detenuti, Alberto Pandolfo, Deputato PD; Doriano Saracino, Garante regionale ligure dei diritti delle persone private della libertà; Marco Cafiero, Garante comunale di Genova dei diritti delle persone private della libertà; Cristina Lodi, Assessora al Welfare, Servizi Sociali, Famiglie, Terza Età e Disabilità del Comune di Genova; Marco Bosio, Presidente della Camera Penale Imperia-Sanremo “Roberto Moroni”; Simone D’Angelo, Consigliere regionale della Liguria; e Francesca Ghio, Consigliera comunale di Genova. “Arrivare ad aprire costantemente il rubinetto dell’acqua fredda per avere un po’ di refrigerio non è accettabile - denuncia Cilio - Lo abbiamo soprattutto notato nella sezione dei detenuti definitivi, per i quali la cella diventa una casa per mesi o per anni. Si tratta di escamotage per sopravvivere. Non è umanamente comprensibile perché una persona debba essere tenuta in quelle condizioni: il carcere è privazione della libertà, la pena è già quella. Le alte temperature o l’estremo freddo non c’entrano nulla”. Per Cilio “occorrono investimenti, ma mettere soldi nelle carceri non porta voti, né consenso”. Anche sul piano del sovraffollamento la situazione è rimasta grave: a Marassi ad esempio ci sono 680 detenuti effettivi, a fronte di una capienza di 535. “Il sovraffollamento è una costante - sottolinea la presidente della Camera penale ligure - Sono celle da sei e non c’è lo spazio sostenibile per tenere le persone chiuse lì dentro”. Per Sergio D’Elia, segretario di Nessuno Tocchi Caino, per combattere il sovraffollamento “la via maestra è quella di ridurre il carico di procedimenti pendenti nei tribunali, quindi l’amnistia. C’è l’indulto, anche se viene giudicato una resa dello Stato nei confronti del crimine: ma oggi assistiamo ad una resa dello Stato nei confronti di sé stesso, della Costituzione, dei diritti umani”. Ma è anche il dopo carcere a preoccupare. Su questo fronte, anche il Comune intende fare la sua parte: dopo l’istituzionalizzazione della Consulta sul carcere, in cui si affrontano i temi dell’occupazione, dell’assistenza sanitaria, della residenza, “si sta lavorando all’obiettivo indicato dalla sindaca Silvia Salis di riattivare gli Articolo 21 in Comune - spiega l’assessora al Welfare, Cristina Lodi - ovvero consentire ai detenuti che possono lavorare all’esterno di venire impiegati in strutture comunali, come ad esempio i cimiteri”. Firenze. Sollicciano, gli psicologi: “Serve massima trasparenza, anche sulla salute mentale” di Niccolò Gramigni La Nazione, 4 luglio 2026 Il vicepresidente dell’Ordine, Mangini: “Preoccupa il fatto che all’assessora Monni sia stato impedito di accedere ai locali. Fondamentale garantire la piena tutela dei percorsi di cura per i detenuti”. Il carcere fiorentino di Sollicciano è sempre più nel caos e il fatto che all’assessora regionale alla sanità Monia Monni sia stato negato l’accesso ai locali dell’articolazione della salute mentale non getta certo acqua sul fuoco. Anche l’Ordine degli psicologi della Toscana manifesta forte preoccupazione. “Preoccupa il fatto che all’assessora regionale alla sanità Monia Monni sia stato negato l’accesso ai locali dell’articolazione della salute mentale durante la visita istituzionale, perché la trasparenza è fondamentale garantire la piena tutela dei percorsi di cura per i detenuti”, afferma Simone Mangini, vicepresidente e referente del Gruppo di lavoro Psicologia Penitenziaria dell’Ordine degli Psicologi della Toscana. “Pur comprendendo le difficoltà organizzative che sta attraversando il carcere di Sollicciano - spiega Mangini proprio tornando sul fatto che è stato impedito all’assessora Monni di visitare gli spazi dedicati alla salute mentale nel carcere fiorentino di Sollicciano - riteniamo importante che venga garantita la massima trasparenza sulle condizioni in cui vengono erogati servizi così delicati”. “Da tempo - sottolinea il referente - richiamiamo l’attenzione sulle criticità che interessano il sistema penitenziario. Sovraffollamento, carenza di spazi e condizioni strutturali difficili incidono non solo sulla qualità della vita delle persone detenute, ma anche sull’efficacia dei percorsi di cura psicologica e sulle condizioni di lavoro di tutti i professionisti sanitari e di chi opera all’interno del penitenziario”. “La salute psicologica - conclude Mangini - è parte integrante del diritto alla salute e richiede luoghi adeguati, continuità assistenziale e la possibilità per gli operatori di svolgere il proprio lavoro nelle migliori condizioni possibili, soprattutto in carcere”. Milano. Le carceri d’estate sono un inferno, celle senza doccia né ventilatore di Eleonora Dragotto La Repubblica, 4 luglio 2026 Il Garante Luigi Pagano: “I detenuti sono troppi, inutile girarci intorno”. La notte è un inferno, perché mentre tu sei chiuso dentro, il cemento rilascia il calore”. A. N. ricorda così le estati passate al carcere di Bollate, da cui è uscito nel 2024. La sua cella si trovava al quarto piano, il più caldo. “Lì la situazione è invivibile, visto che al posto del tetto c’è una colata di catrame”. Per i detenuti l’aria condizionata non esiste, né in cella né negli ambienti comuni. “Ho visto compagni collassare in biblioteca a causa dell’afa”. E persino ottenere dei ventilatori è complicato. “Per problemi amministrativi, era possibile acquistarli solo a luglio inoltrato”. Rispetto a quando era detenuto A.N., con le temperature da record degli ultimi giorni, la situazione è peggiorata in tutti gli istituti detentivi. “Quest’anno, anche a Milano, il sovraffollamento è aumentato, perché si esce sempre meno, le pene si allungano e le pene alternative sono difficili”, nota Valentina Alberta della commissione Carcere della Camera penale di Milano. Molti dei reclusi passano 20 ore al giorno in celle sprovviste di docce e di ventilatori, perché i vecchi impianti non reggono per il sovraccarico. “A Opera è impossibile trovare sollievo, perché le docce sono accessibili solo in certi orari”, chiarisce l’ex consigliere comunale di Forza Italia Pietro Tatarella, che trascorse i mesi estivi di sette anni fa in questo carcere, prima di essere assolto con formula piena dalle accuse di corruzione, nell’ambito dell’inchiesta Mensa dei poveri. “In mancanza di frigoriferi, noi conservavamo la frutta riempiendo il bidet e cambiando continuamente l’acqua. Di notte, mettevo il lenzuolo sul pavimento per riuscire a dormire”. Da giugno, la condizione dei detenuti di Opera è ulteriormente peggiorata a causa di problemi all’impianto elettrico e alle pompe dell’acqua. “Come verificato durante il nostro sopralluogo, al terzo e quarto piano l’acqua non arriva, quindi i detenuti fanno la doccia all’aperto, sotto il sole”, riferisce la consigliera regionale Paola Bocci (Pd), che ha visitato il carcere insieme al collega Paolo Romano. “Nella struttura, poi, fatiscente per la mancanza di manutenzione, lavora solo un medico per circa 1.400 detenuti, troppo poco soprattutto con queste temperature”. Secondo l’assessore alla sicurezza del Municipio 9, Mirko Mazzali, il carcere di Opera deve chiudere. “In un edificio così vecchio le criticità sono costanti e in estate si aggravano - spiega. Credo sia necessario ristrutturarlo e renderlo più vivibile, con celle più ampie, aria condizionata e un impianto elettrico nuovo”. Non si tratta, però, solo di Opera. I problemi esacerbati dall’ondata di caldo toccano infatti tutte le carceri della città. “Il paradosso è che in questi luoghi è tutto fuorilegge, dagli impianti vetusti al sovraffollamento”, considera il vicepresidente della sottocommissione Carceri, Alessandro Giungi, che di recente insieme all’associazione Aiutility ha consegnato 20 ventilatori al Beccaria. “Per ristabilire condizione di tollerabilità, occorrerebbe un piano importante di manutenzione ordinaria e straordinaria”. Una soluzione strutturale dovrebbe prevedere misure contro il sovraffollamento che a San Vittore tocca ben il 220% (con 1.080 detenuti su 484 posti previsti per legge, secondo i dati del ministero della Giustizia), a Opera il 152% (1.383 invece di 907), a Bollate il 126% (1.594 invece di 1267) e al Beccaria il 136% (64 invece di 46-48). “È inutile girarci intorno, i detenuti sono troppi e questo rende le condizioni della loro detenzione indegne”, commenta il Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Milano, Luigi Pagano. “Invece di rincorrere le emergenze, il ministero dovrebbe creare un piano che tenga conto, tra le altre cose, del fatto che queste temperature nei prossimi anni saranno la norma, vista la crisi climatica”. Ma il governo non sembra intenzionato a correre ai ripari. Anzi, a livello nazionale, il numero di persone in regime di celle chiuse risulta in aumento. A essere disumano non è solo il caldo di questi giorni, ma anche il trattamento riservato ai detenuti. Bologna. Niente acqua nel carcere della Dozza: la rabbia dei detenuti, notti ad alta tensione di Giuseppe Baldessarro La Repubblica, 4 luglio 2026 Per due giorni consecutivi sono rifiutati di rientrare in cella e hanno appiccato il fuoco. La denuncia dei sindacati della penitenziaria. Proteste, incendi e una lunga trattativa per far rientrare la situazione. La mancanza d’acqua all’interno dell’intero carcere della Dozza ha provocato due notti ad alta tensione. Lo dicono in una nota congiunta i segretari di tutte le sigle sindacali della polizia penitenziaria (Sappe, Sinappe, Osapp, Uil, Cisl, Con.Si.Pe, Cnpp/S.pp e Cgil) che chiedono “interventi immediati all’amministrazione e a tutte le autorità competenti”. La sera del 29 giugno, mentre la città veniva colpita da un forte temporale che ha finalmente portato un po’ di sollievo alla cittadinanza, “all’interno dell’Istituto il clima è diventato letteralmente rovente”. La mancanza di acqua, “inizialmente registrata al terzo piano del reparto giudiziario, si è purtroppo estesa all’intero istituto, provocando disagi e proteste che, fortunatamente, sono state contenute”. Da qui per spiegare come in diverse sezioni i detenuti abbiano rifiutato di rientrare nelle proprie celle, provocando anche l’incendio di alcuni suppellettili. Tensione rientrata, alle 2 di notte, “grazie a un’estenuante opera di mediazione svolta dal personale della penitenziaria, che ha dovuto richiedere l’ausilio di personale libero dal servizio e trattenere numerosi agenti in lavoro straordinario”. Una situazione analoga si è poi verificata anche nella sera successiva, col medesimo copione. La carenza d’acqua è un problema che si ripropone ogni estate perché non è “mai stato realizzato un intervento realmente risolutivo”. E dal 30 giugno l’erogazione resta scarsa e intermittente. I sindacati ricordano che le condizioni di vivibilità della Dozza diventano ogni giorno più difficili. In questo contesto “il personale avverte un senso di abbandono”. Ferrara. Il carcere al collasso: “Superata la capienza. Oltre 100 detenuti in più” Il Resto del Carlino, 4 luglio 2026 La camera penale e l’osservatorio lanciano l’appello per le condizioni di vita “L’Arginone è caratterizzato da uno stato di emergenza. Aumentati i suicidi”. Il carcere ‘scoppia’ (163 detenuti in più rispetto alla capienza) e le condizioni di vita continuano a essere preoccupanti. A lanciare l’allarme la Camera Penale Ferrarese e l’Osservatorio Carcere: “Constatiamo - spiegano - con sempre maggiore preoccupazione, che la situazione nel carcere Costantino Satta di Ferrara è sempre più critica ed allarmante. Nella giornata del 30 giugno si è tenuto, in assemblea legislativa, il convegno ‘Il Contrasto al sovraffollamento penitenziario e alla recidiva: dall’esecuzione penale alla reintegrazione sociale’, in seguito al quale si apprende che sono reclusi nella casa circondariale di Ferrara, 163 detenuti in più rispetto alla capienza massima, dato preoccupante che si aggiunge alle già precarie condizioni di vita nella struttura. Un copione che si ripete identico anche in altre carceri italiane, visto che è stato accertato che in Emilia-Romagna sono circa mille i detenuti in più rispetto alla capienza regolamentare delle carceri”. E ancora Camera Penale e Osservatorio non nascondono la loro preoccupazione: “Nessuna delle misure messe in campo in questi ultimi anni è evidentemente riuscita a fronteggiare l’emergenza umanitaria che coinvolge il nostro sistema penitenziario, caratterizzato da uno stato emergenziale generato non solo dal sovraffollamento, ma anche dalle alte temperature delle ultime settimane e dal numero dei suicidi che, dall’inizio dell’anno, alla data del 23 giugno scorso ha già raggiunto la drammatica soglia di 31 vite spezzate; condizioni che la Camera Penale Ferrarese ha sempre denunciato, facendo emergere il disagio, e talvolta la disperazioni, che spesso umiliano la dignità di centinaia di persone detenute. In questo contesto di assoluta urgenza, non può che intervenirsi con strumenti emergenziali, quelli che la nostra Costituzione consente di utilizzare per far fronte a momenti drammatici, come quello che stiamo vivendo. Ci uniamo, dunque, con convinzione alle dichiarazioni di queste ultime ore del Garante Regionale dei detenuti, Roberto Cavalieri e alle denunce perpetuate dalla stampa locale, nella speranza che vengano adottate con urgenza misure atte a migliorare le condizioni di vita dei nostri detenuti, in ripensamento della logica meramente afflittiva della pena”. Novara. La chiusura del 41 bis non elimina i problemi del carcere di Claudio Bressani La Stampa, 4 luglio 2026 La visita di una delegazione del Pd e dei giovani del partito: “Restano carenze d’organico tra gli agenti e sovraffollamento”. La visita di ieri al carcere di Novara di una delegazione del Pd e dei Giovani Democratici è caduta in un momento di trasformazione epocale per l’istituto di via Sforzesca, mentre vengono chiusi dopo mezzo secolo i reparti riservati al 41bis, cioè a mafiosi e terroristi sottoposti a un trattamento particolarmente rigido. Nei giorni scorsi i 70 detenuti sono stati trasferiti a Vigevano nell’ambito di una riorganizzazione nazionale del 41bis, da concentrare in 7 istituti anziché nei 12 precedenti. Una visita durata due ore - Alla visita, durata due ore, hanno partecipato la vicepresidente del Senato Anna Rossomando, il consigliere regionale e segretario regionale dei Dem Domenico Rossi, il segretario cittadino dei Gd Elia Impaloni e altri esponenti regionali di Pd e Gd: in tutto 8 persone, più la garante comunale dei detenuti Nathalie Pisano. Hanno incontrato il direttore, Mario Peraldo Gianolino, la vice comandante, Serena Giuliani, e gli educatori e visitato una sezione con regime a celle aperte e la tipografia interna, parlando con i detenuti. “A Novara meglio di altre situazioni drammatiche”. Il quadro emerso è positivo rispetto a tanti istituti anche piemontesi: “A Novara - ha detto la senatrice Rossomando al termine - è meglio di altre situazioni drammatiche, ma i problemi sono gli stessi: carenze d’organico e sovraffollamento”. I numeri aggiornati a ieri: dopo la chiusura del reparto 41bis ci sono 114 detenuti, di cui 10 in semilibertà, rispetto a una capienza di 93; gli agenti di polizia penitenziaria effettivi sono 147 su una pianta organica di 179 e gli educatori sono 2 su 3. Ci sono settanta celle singole - “Proprio oggi - ha detto Rossi - il Gom (gruppo operativo mobile della Penitenziaria) sta restituendo alla direzione i reparti 41bis. La direzione non sa ancora come sarà riutilizzata quest’area: ci sono 70 celle singole che possono diventare per 2 o 4 posti”. Non è chiaro se si procederà a una ristrutturazione o si darà una semplice imbiancata per poi riempire gli spazi con altri detenuti. Intanto, aggiunge Rossi, “non si è saputo più nulla del progetto di riutilizzo dell’ex sezione femminile, annunciato un anno e mezzo fa con lo stanziamento di un milione, per farne la nuova infermeria”. Nessuna carenza sul fronte sanitario - Sul fronte sanitario non ci sono grosse carenze, salvo la difficoltà a individuare alcuni specialisti come l’oculista e l’urologo. Rossomando sottolinea “le molte attività esistenti e il rapporto intenso con il volontariato esterno, fondamentali per affrontare davvero il tema del reinserimento sociale e quindi della sicurezza”. Elia Impaloni segnala l’importante arrivo di un mediatore in lingua araba e ricorda l’attenzione per la situazione carceraria: “È già la settima o ottava visita che come Gd facciamo a Novara”. Il tour piemontese, che di recente ha già fatto tappa ad Alessandria, proseguirà tra due settimane a Vercelli. Bologna. Il progetto di don Domenico per i minori soli usciti dal carcere di Giuseppe Muolo Avvenire, 4 luglio 2026 Don Cambareri, cappellano dell’Ipm di Bologna, con “Habitat” aiuta i giovani a muoversi nel mondo. Una volta liberi “camminiamo accanto a loro, hanno potenzialità sorprendenti”. Finito un incubo, ne stava per iniziare un altro. Per Khaled la porta dell’Istituto penale per minorenni di Bologna si è aperta lo scorso 12 marzo. Dopo sei mesi in carcere, si è ritrovato nuovamente in mezzo alla strada. Senza nessuno ad accoglierlo. E senza documenti. Stava per essere portato in un Cpr, per essere rimpatriato. Ma alla fine è rimasto in Italia. Adesso è in attesa di ottenere il permesso di soggiorno, ha trovato una casa e da poco anche un lavoro. La sua vita è cambiata grazie ad “Habitat”, un progetto nato grazie a don Domenico Cambareri, il cappellano dell’Ipm di Bologna. Il sacerdote, insieme a una ventina di volontari si prende cura dei ragazzi che escono dal carcere. L’imperativo è non abbandonarli una volta fuori. Si danno da fare per trovare loro un alloggio e aiutarli a reinserirsi nella vita sociale e lavorativa. Perché “il percorso educativo non può interrompersi all’improvviso” una volta terminata la pena. “Quel giorno la polizia mi chiamò - ricorda il sacerdote, che ha seguito Khaled durante il suo percorso nell’Istituto penitenziario -. Venni contattato perché comparivo come disponibilità all’accoglienza. E perché avevano notato il suo percorso molto positivo all’interno dell’Ipm. In quei mesi è andato a scuola, ha imparato l’italiano, ha frequentato un corso edile e anche uno da parrucchiere. E così la questura ha deciso di affidarlo alla nostra associazione”. Habitat, sottolinea il sacerdote, “vuole rispondere a un bisogno di giustizia che ho raccolto nel corso degli anni. Una volta che i ragazzi hanno scontato la pena e si sono impegnati nel percorso di recupero, molti di loro, per varie ragioni, si trovano terribilmente soli. Spesso, infatti, non hanno alle spalle una rete familiare sul territorio”. Ed è proprio quello che stava per accadere a Khaled. La sua storia è comune “a tantissimi altri che rimangono nell’ombra”, sottolinea don Cambareri. Nel 2025 è partito dall’Egitto, dove è nato e cresciuto. Quando è morto suo padre, la situazione nella sua famiglia è diventata insostenibile. I suoi zii volevano appropriarsi di tutto. Dalla casa ai risparmi. E hanno cominciato a usare anche la violenza. Così ha deciso di andare via. Ha raggiunto la Libia, dove è rimasto 74 giorni. Poi è arrivato in Grecia, viaggiando su un barcone. Da lì, si è messo in cammino lungo la rotta balcanica ed è giunto in Italia, a piedi, a Trieste. Le autorità lo hanno portato in una comunità a Firenze, da cui però è scappato per andare a Milano. Dopo soli cinque giorni è stato arrestato, con l’accusa di aver fatto da palo a una rapina. E adesso, dopo i sei mesi in carcere, la sua vita ha preso tutta un’altra direzione. Sta lavorando come operaio a Milano e ha trovato un alloggio. Per il cappellano, è la dimostrazione che “quando si cammina accanto a questi ragazzi, possono emergere potenzialità sorprendenti”. Spesso, riflette il sacerdote, noi li accusiamo dopo averli abbandonati. E questo è da vigliacchi. Se vogliamo invece che sviluppino un senso etico, responsabilità e consapevolezza, dobbiamo accettare la fatica di stargli vicino. La recidiva esplode soprattutto quando nessuno si occupa di loro”. Questa è la missione di Habitat. L’iniziativa è partita ufficialmente lo scorso ottobre, grazie al sostegno di Jobel, il progetto di Intesa San Paolo e Caritas italiana, che sta puntando sulla formazione, sul sostegno allo studio e sull’orientamento al lavoro per giovani detenuti o in carico alla giustizia minorile. “In questo modo siamo riusciti ad avviare dei progetti attraverso i quali creiamo concretamente collegamenti con le aziende del territorio - spiega il cappellano -. Ma ci occupiamo anche dei loro bisogni fisici, perché spesso si tratta di ragazzi che vivono situazioni sanitarie estreme. E contemporaneamente li coinvolgiamo nella sensibilizzazione sociale, facendoli partecipare a convegni e incontri anche nelle scuole”. Oltre a Khaled, sono cinque i ragazzi che attualmente vengono seguiti. Tra di loro, italiani di seconda generazione ed ex minori stranieri non accompagnati. Per adesso dormono in canonica con don Domenico. “Il sogno, però - si augura il sacerdote - è quello di avere una struttura interamente dedicata a loro, una casa che possa accoglierli nel modo più adeguato”. Il gruppo più operativo dell’associazione è formato da sette persone. Due sono professionisti. Alessandro Masella si occupa di coordinare le attività dei ragazzi. Insieme a don Cambareri è il loro punto di riferimento. Anna Rita Pinna è invece una pedagogista. “Cerchiamo di costruire insieme a loro una routine giornaliera che molto spesso non hanno acquisito a causa di una famiglia disfunzionale - racconta Pinna -. E poi proviamo a regolamentare la loro emotività che a volte è fortemente disregolata e propende verso la rabbia, per via dell’incapacità di comprendere e di esprimersi”. Insomma, non è un “progetto calato dall’alto - aggiunge Masella -. Ma fondato sulle esigenze dei ragazzi”. I primi risultati sono già molto incoraggianti. Uno di loro si è laureato in Scienze dell’Educazione. Un altro sta facendo un tirocinio come meccanico. Un altro sta lavorando in un’impresa edile. Un altro in un panificio. Un altro ancora sta valutando alcune proposte che gli sono arrivate. Ma “i miei ragazzi - conclude il cappellano -, come tutti, hanno innanzitutto fame di relazioni, di amicizia, di vicinanza, di presenza”. Bisogni che i volontari di Habitat hanno deciso di mettere al centro del loro progetto. Modena. Inclusione lavorativa. Bottega di pasta fresca prodotta dai detenuti di Martina Ghedini Il Resto del Carlino, 4 luglio 2026 Aperta in viale Buon Pastore, fa parte del laboratorio gastronomico del Sant’Anna. Zanoli (Eortè): “Tutti meritano un’altra possibilità”. Maletti: “Il carcere deve rieducare”. Tortellini, tortelloni e ravioli fatti a mano dai detenuti del carcere Sant’Anna. Apre in viale Buon Pastore 205 la nuova bottega del laboratorio gastronomico Sant’Anna, dove saranno venduti i prodotti realizzati all’interno della casa circondariale nell’ambito di un percorso di formazione e lavoro avviato due anni fa. Le seconde possibilità acquistano valore quando diventano occasioni concrete: “L’apertura della bottega - spiega Roberto Zanoli, presidente della cooperativa Eortè - rappresenta un passaggio importante, ma da oggi inizia la sfida più impegnativa: costruire la sostenibilità economica del progetto. Per riuscirci serviranno impegno e costanza da parte di tutti. Con questo progetto vogliamo dare una seconda possibilità, perché crediamo che tutti, nella vita, meritino una seconda possibilità”. Un’occasione per offrire ai detenuti una concreta formazione professionale: “Nel laboratorio imparano un mestiere che potranno spendere anche una volta terminata la pena - sottolinea Ilaria Facchini, coordinatrice del laboratorio - i detenuti hanno accolto molto positivamente questa opportunità. Il laboratorio permette loro di impiegare il tempo in modo costruttivo, acquisire competenze e vivere un’esperienza lavorativa”. Oltre alla pasta fresca realizzata all’interno della casa circondariale, la bottega ospiterà anche prodotti di altre cooperative italiane impegnate in percorsi di inclusione lavorativa. Avviato nel maggio 2024, il progetto è organizzato come una vera attività produttiva. “Tutti i detenuti seguono inizialmente un percorso di formazione, per poi entrare nella produzione quotidiana della pasta fresca - spiega Nicola Bertoncelli, cuoco responsabile della produzione -. Lavorano sette ore al giorno, dal lunedì al venerdì, come in una normale realtà lavorativa”. Dall’avvio dell’iniziativa sono stati coinvolti una quindicina di detenuti. Il percorso inizia con un tirocinio formativo retribuito e, al termine, può trasformarsi in un’assunzione da parte della cooperativa. Sul valore rieducativo del progetto si è soffermata anche la vicesindaca Francesca Maletti: “Il compito del carcere è rieducare - sottolinea - permettendo alle persone di tornare a vivere una vita fatta di affetti, lavoro e contributo alla società. Ma questo è un impegno che riguarda tutti: chi sostiene questi progetti partecipa a questo percorso”. L’apertura della bottega è stata possibile anche grazie al contributo della Fondazione di Modena e di Unicredit, nell’ambito del progetto ‘Make Your Impact’. “Con queste attività - commenta Silvia Menabue, della Fondazione di Modena - vogliamo favorire il recupero della dignità e la crescita personale; tale progetto può rappresentare un ponte verso il loro reinserimento nella società”. Il negozio, nel periodo estivo, sarà accessibile al pubblico dal martedì al sabato dalle ore 8.30 alle 13.30. Napoli. “Noi per Nisida”, l’Ordine dei Medici di Napoli accanto ai giovani detenuti di Giuseppe Del Bello La Repubblica, 4 luglio 2026 “Noi per Nisida”, l’Ordine dei Medici di Napoli scende in campo. Un messaggio di speranza e, soprattutto, un sostegno pratico quello per il quale si stanno impegnando gli eredi di Ippocrate. L’annuncio è arrivato ieri a conclusione della presentazione nell’auditorium della Riviera di Chiaia del progetto-scuola dedicato ai ragazzi ristretti nell’Istituto penale per minorenni di Nisida. Ma cosa possono fare i camici bianchi per quei tanti giovani dei quali è auspicabile un recupero di vita nella società? Un recupero possibile soltanto se la comunità sociale si darà da fare mirando esclusivamente a questo obiettivo e non soltanto alla pena detentiva. Lo ha spiegato bene il presidente dell’Ordine partenopeo, entrando nel dettaglio dell’iniziativa che, coinvolgendo 50 ragazzi dell’Istituto, sta promuovendo incontri tematici dedicati ad affettività e malattie sessualmente trasmesse, abuso di alcol, fumo, salute orale, dipendenze e corretti stili di vita. Non è tutto, ma è tanto. “La prevenzione - ha sottolineato Zuccarelli - non è solo un argomento che riguarda la sanità in generale, ma il disagio, la solitudine, la rabbia, la marginalità. Parlare con questi ragazzi significa provare a costruire un ponte. Significa dire loro che la vita può cambiare direzione. Per farlo servono adulti credibili, istituzioni presenti e comunità capaci di non voltarsi dall’altra parte. Oggi più che mai c’è bisogno di stare accanto ai giovani e aiutarli prima che sia troppo tardi”. Nella sala dell’Ordine è stata palpabile l’emozione di un sentimento condiviso quando sullo schermo sono velocemente scivolate le immagini del video con le testimonianze di due ragazzi che, pur se detenuti, sono parte attiva del progetto in modalità di interazione. Zuccarelli, per ribadire ruolo e importanza dell’impegno dei medici, si è rifatto agli “episodi di violenza che in questi giorni stanno ferendo Napoli: dagli spari a Montesanto alle azioni delle baby gang. Tutto questo ci racconta quanto sia urgente stare accanto ai giovani. Soprattutto a quelli che hanno sbagliato, a quelli che si sono macchiati di reati gravi. Nessun ragazzo nasce perduto: il compito delle istituzioni, della scuola, della sanità e della società civile è offrire strumenti, ascolto e possibilità concrete per ritrovarsi e ritrovare la strada”. Per poi concludere: “Quando un ragazzo entra in un circuito penale, la società ha già perso una parte della sua sfida. Ma non tutto è perduto. Ogni occasione di ascolto, ogni parola giusta, ogni testimonianza può diventare l’inizio di un percorso nuovo. Napoli non può permettersi di abbandonare i suoi figli più difficili. Deve avere il coraggio di recuperarli”. Alla presentazione hanno partecipato il direttore dell’Istituto di Nisida Gianluca Guida, la presidente del Tribunale per i Minorenni Paola Brunese, la presidente della Corte d’Appello Maria Rosaria Covelli e l’attrice Giovanna Sannino. Milano. Carceri: “Tutto chiuso”, anche in Lombardia chiesadimilano.it, 4 luglio 2026 Mercoledì 8 luglio, presso Caritas Ambrosiana, dibattito a partire dalla 22ma edizione del Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione in Italia, che “fotografa” una situazione allarmante anche nella nostra regione. Il 22° Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione in Italia racconta una situazione efficacemente sintetizzata dal titolo: “Tutto chiuso”. Dati e analisi proposte dall’associazione, che da anni conduce una puntuale attività di monitoraggio, con visite negli istituti penitenziari di tutta Italia (102 nel 2025), descrivono una situazione sempre più fuori controllo: oltre il 60% delle persone detenute passa in cella tutta la giornata, fatte salve le ore d’aria previste dalla normativa; le attività sono limitate, così come ridotti sono gli spazi per la socialità; l’ingresso della “società esterna”, pure auspicato dal regolamento penitenziario, è reso sempre più difficile. La Costituzione italiana assegna all’esecuzione delle pene una funzione rieducativa: assai poco praticata, in un contesto di tale rigidità e inumanità. Anche in Lombardia, in cui si conta quasi il 14% della popolazione detenuta in Italia, la situazione è allarmante: con 8.939 persone detenute (5.427 nei soli tre istituti milanesi), a fronte di 5.638 posti disponibili (dati del Ministero della Giustizia riferiti a maggio 2026), il sovraffollamento ha raggiunto il 145%, con punte, in alcuni istituti, che superano il 200%. Mercoledì 8 luglio Caritas Ambrosiana, Fondazione Casa della Carità e Osservatorio carcere e territorio di Milano approfondiranno e discuteranno lo scenario milanese e lombardo, alla luce di quanto emerge dal Rapporto Antigone. Ospiti autorevoli dell’incontro saranno Valeria Verdolini, presidente di Antigone Lombardia, e Marcello Bortolato, Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano. Fratture sociali: il gioco d’azzardo non è un gioco di Stefano Vaccari Il Domani, 4 luglio 2026 Nel libro “Non è un gioco, è azzardo” (Futura editrice) attraverso un lungo dialogo con il giornalista Marco Ciarafoni, ho cercato di raccontare non soltanto il fenomeno dell’azzardo in Italia ma soprattutto le sue conseguenze umane, sociali, economiche e culturali. Ero sindaco di Nonantola, fino al 2004, quando iniziai a osservare da vicino l’impatto sociale dell’azzardo. Ogni storia raccontava lo stesso copione: famiglie spezzate, fragilità economiche e affettive, i primi segnali di una dipendenza destinata a divorare vite e relazioni. Nel gennaio 2013 un episodio rese ancora più evidente la portata del fenomeno. Un amico giornalista, ricevette minacce di morte: “Spariamo in bocca a Tizian”. Quelle parole emersero da un’intercettazione nell’ambito dell’inchiesta della Guardia di Finanza di Bologna sulle slot machine, poi nota come Black Monkey, che portò alla luce un vasto sistema di videolottery truccate e gioco online, diffuso in Italia e all’estero e gestito da esponenti dell’ndrangheta. Fu proprio grazie al lavoro di Giovanni che quell’organizzazione venne smascherata. Da allora vive sotto scorta e, nel 2017, arrivarono le condanne per il boss Nicola Femia e il fratello Rocco. Negli stessi anni cominciava la mia esperienza in Senato come coordinatore del Comitato dedicato al tema all’interno della Commissione parlamentare Antimafia. Attraverso un lungo ciclo di audizioni con magistrati, forze dell’ordine, rappresentanti delle amministrazioni pubbliche, esperti e associazioni, abbiamo approfondito le molteplici criticità del settore del gioco e i suoi rapporti con le organizzazioni criminali. Quelle analisi confermarono quanto già emerso dall’inchiesta Black Monkey: il radicamento delle mafie non riguardava soltanto il gioco illegale ma anche una parte del gioco autorizzato. Questo libro nasce da quel percorso. Attraverso un lungo dialogo con il giornalista Marco Ciarafoni, ho cercato di raccontare non soltanto il fenomeno dell’azzardo in Italia ma soprattutto le sue conseguenze umane, sociali, economiche e culturali. Ho scelto volutamente di rifiutare l’eufemismo del “gioco” e di chiamare le cose con il loro nome: azzardo. Una scelta linguistica che attraversa tutto il volume e diventa il filo conduttore di una riflessione sulla fragilità del nostro tempo. I dati e le statistiche, pur presenti in un’apposita sezione, non soffocano mai le persone. L’azzardo emerge così come una vera e propria frattura sociale, capace di intrecciarsi con fenomeni apparentemente distanti. Dall’usura al caporalato, dalle infiltrazioni mafiose alla povertà e persino alla crisi della partecipazione democratica. Le storie di Paolo, Sara e Maurizio rappresentano il cuore del libro. Raccontano come la dipendenza dall’azzardo possa insinuarsi lentamente, consumando patrimoni, affetti e identità personali. Sono particolarmente grato al cardinale Matteo Maria Zuppi e a Luciano Gualzetti, presidente della Consulta Nazionale Antiusura “Giovanni Paolo II”, per aver condiviso con me riflessioni che hanno ampliato ulteriormente l’orizzonte del libro. Il loro contributo colloca il tema dell’azzardo all’interno di una questione più ampia, profondamente antropologica e sociale ovvero quale idea di libertà e di persona stiamo costruendo in un’epoca dominata dagli algoritmi, dalle piattaforme digitali e dalla continua ricerca dell’attenzione. È una domanda che attraversa l’intero volume e che lo porta oltre la dimensione del semplice dossier sull’azzardo patologico perché restituiscono profondità umana e sociale, ricordandoci che dietro ogni statistica esistono persone, famiglie e comunità che rischiano di essere travolte da meccanismi economici e psicologici più grandi di loro. Sono convinto che l’azzardo non rappresenti un problema isolato ma una lente privilegiata attraverso cui osservare le contraddizioni di una società che troppo spesso monetizza le fragilità invece di proteggerle. Le vulnerabilità sociali non vivono in compartimenti stagni e non possono essere affrontate separatamente. Per questo ho deciso di destinare l’intero ricavato della vendita del libro alla campagna nazionale Mettiamoci in Gioco, più volte richiamata nel volume, sostenendo l’impegno del suo coordinatore, don Armando Zappolini. La sua presenza testimonia che il contrasto alla dipendenza da azzardo non è soltanto una questione normativa o sanitaria, ma soprattutto culturale e comunitaria. Significa costruire reti sociali capaci di prevenire l’isolamento, accompagnare i percorsi di recupero e promuovere un autentico cambiamento di paradigma nelle politiche pubbliche e nella coscienza collettiva. Il non profit cresce. L’esercito dei 950 mila che qui hanno lavoro di Giulio Sensi Corriere della Sera, 4 luglio 2026 Organizzazioni attive in aumento del 2,3 % e sempre più connessioni con le istituzioni Innovazione e impegno per la collettività. Il faro è su disabilità, anziani e minori. “Coinvolgeteci nelle politiche pubbliche”. Il non profit in Italia cresce sia per numero di organizzazioni attive sia per quello dei lavoratori ed è sempre più connesso con altri soggetti - enti pubblici, realtà private e cittadini - per portare avanti le proprie attività. La sua solidità e vitalità emergono in modo chiaro dagli ultimi dati diffusi da Istat relativi al nuovo censimento permanente delle istituzioni non profit condotto su un campione di 60 mila organizzazioni. Il registro statistico di Istat riporta un aumento del 2,3% di realtà attive a fine 2023 rispetto alla fine del 2022 e un aumento dei dipendenti del 3,2%, crescita che sale al 10,6% rispetto al 2019. “Due organizzazioni su tre - spiega Alessandro Faramondi, dirigente del Servizio statistiche strutturali sulle imprese, istituzioni pubbliche e istituzioni non profit di Istat - destinano i loro servizi al benessere generale della collettività e una su tre agli interessi e ai bisogni dei propri soci. La componente solidaristica è prevalente ed è in crescita del 2,6% rispetto alla precedente rilevazione censuaria del 2021”. Aumenta anche la quota delle organizzazioni che aiutano persone con specifici disagi. “Il 13,3%- aggiunge Faramondi - orienta la propria attività ed eroga servizi a queste categorie. Il 57% le destina sia a persone con specifici disagi sia ad altri, il 25,2% in misura prevalente a persone con specifici disagi mentre il 17,7% lo fa in maniera esclusiva”. Ai bisogni delle persone con disabilità fisica o intellettiva si dedica la maggioranza (quasi il 52%) seguita poi da persone in difficoltà economica (quasi una su tre) e i minori. Anziani e minori sono le categorie sociali più sostenute. Il non profit è sempre più orientato a fare politica, protagonista di iniziative di cittadinanza attiva e di partecipazione civica, per sensibilizzare l’opinione pubblica e orientare le decisioni politiche. I dati Istat riportano che il 32,1% ha intrapreso campagne di informazione e sensibilizzazione, il 12,6% ha coinvolto i cittadini in azioni collettive, l’8,6% ha effettuato la ricognizione e il monitoraggio di temi emergenti e la stessa quota ha portato avanti interventi per nuove politiche pubbliche. Ma non chiede solo un cambiamento, costruisce reti di collaborazione sui territori. “Le relazioni che il non profit struttura - spiega ancora Faramondi - rappresentano un fattore rilevante di sviluppo, inclusione e innovazione sociale. Nove su dieci hanno strutturato relazioni significative con diversi soggetti che possono essere sia persone fisiche sia soggetti istituzionali, quali istituzioni pubbliche o private, gruppi o imprese”. Il coinvolgimento degli stakeholder si sviluppa sia in modo più leggero, come consultazioni, sia in modo più attivo come i finanziamenti. I Comuni e l’Unione dei Comuni le realtà con cui hanno più relazioni. “Di grande interesse è la crescita del rapporto con le pubbliche amministrazioni - commenta Luca Gori, docente alla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa -, in termini quantitativi, soprattutto nelle forme dell’amministrazione condivisa, che cambiano il ruolo stesso del Terzo settore e della Pubblica amministrazione, con le proprie attività sempre più correlate. Il che cambia l’idea stessa di primo e terzo settore nella costruzione delle politiche pubbliche. I dati aprono però alla necessità di approfondimenti di tipo qualitativo per capire come si stanno strutturando i rapporti di amministrazione condivisa”. Relazioni bilaterali - “Le relazioni stanno aumentando notevolmente - commenta il portavoce del Forum nazionale del Terzo settore Giancarlo Moretti - e ci sono aperture bilaterali sia nostre sia degli altri. Mi ha colpito l’aumento della collaborazione con le pubbliche amministrazioni, un dato che dimostra che hanno bisogno di noi come partner perché non ce la fanno ad arrivare dappertutto”. Rilevante anche la collaborazione con le Università, sempre più intensa. “Si stanno aprendo a noi - aggiunge Moretti - perché ci stanno scoprendo come un progetto da analizzare e sfogliare, ci apriamo perché abbiamo bisogno di collaborazione per migliorare sempre più le nostre competenze”. Il non profit è un interlocutore sempre più centrale per le politiche pubbliche, con il coinvolgimento costante e crescente anche del volontariato. “I dati - commenta la presidente di Csvnet, l’associazione dei Centri di servizio per il volontariato, Chiara Tommasini - mostrano un non profit che cresce non solo nei numeri, ma nella sua capacità di assumersi responsabilità su questioni che riguardano l’intera collettività. Nessuno può affrontare da solo le sfide che abbiamo davanti. Oggi il valore del Terzo settore sta sempre più nella capacità di mettere in relazione cittadini, istituzioni e comunità locali, costruendo risposte condivise a bisogni sempre più complessi. È una risorsa che andrebbe coinvolta con maggiore continuità nella definizione delle politiche pubbliche”. Il Papa a Lampedusa, l’isola della speranza: “I migranti sono una ricchezza” di Martina Ucci Il Domani, 4 luglio 2026 Il viaggio nel luogo che è “porta d’Europa” ha una valenza doppia: il 4 luglio è il Giorno dell’Indipendenza Usa. Che Trump ha trasformato in uno show personale. Leone: “Gli immigrati hanno plasmato gli Stati Uniti”. Ultimu sciatu, così i suoi stessi abitanti definiscono l’isola di Lampedusa. Ultimo respiro. Ultima speranza per migliaia di migranti che hanno lasciato la propria casa nella speranza di cominciare una vita migliore. Primo approdo per molti che, dopo giorni in mare, stavano per perdere qualsiasi speranza di vedere realizzato il proprio sogno. Dalle continue prime pagine e aperture dei telegiornali, l’isola è tornata fuori dai radar e dalla propaganda politica. Sabato però ospiterà papa Leone XIV, che ha deciso di rendere omaggio a quel piccolo mondo che da anni rappresenta la porta d’Europa e porta sulle proprie spalle il peso di tragedie, salvezze e disperazione. Per forza di cose il suo viaggio avrà una risonanza internazionale. E il motivo è semplice: è il 4 luglio, una data non scelta a caso. È il giorno in cui nella sua America ora dominata dalla brutalità di Donald Trump si celebra il Giorno dell’Indipendenza. Così ancora prima di arrivare sull’isola, nel giorno in cui Trump si esibirà nella solita narrazione dell’America first, il pontefice ha ribadito il suo pensiero agli antipodi da quello del tycoon: “Il paese (gli Stati Uniti, ndr) apriva le porte a ondate successive di immigrati, consentendo a loro e ai loro figli di contribuire a plasmare il futuro della nazione. È stato questo stesso amore per la libertà a ispirare gli Stati Uniti, nelle ore più buie del secolo scorso - all’epoca delle due guerre mondiali - a guardare oltre i propri confini e, a prezzo di grandi sacrifici, a sostenere la causa della libertà ben oltre il proprio territorio”. E gli Stati Uniti, ha aggiunto, “dovrebbero oggi promuovere la causa della pace e della riconciliazione, in patria e all’estero”. Intanto sull’isola è tutto pronto. Colpi secchi di martelli sulle strutture metalliche, il ronzio continuo dei generatori, le voci degli operai che si rincorrono da un capo all’altro del campo sportivo. Da giorni Lampedusa suona così. Solitamente, verso le 18, il porto nuovo si svuota e torna a sentirsi soltanto il rumore delle onde che si infrangono sulle barche ormeggiate. Negli ultimi giorni, invece, il silenzio ha lasciato spazio ai preparativi. Oggi quel campo sportivo, al posto delle partite, ospiterà la messa di Leone. E l’isola da settimane ha trasformato la propria quotidianità per accogliere il pontefice e le migliaia di fedeli e turisti arrivati appositamente per assistere alla visita. Papa Leone tra collegialità e concistori: cambio di passo nel governo della Chiesa L’attesa “Sono arrivate così tante persone che Lampedusa affonderà”. È questa la frase che risuona nei bar dell’isola. È palpabile come Lampedusa abbia accelerato il proprio ritmo per prepararsi a questo appuntamento. Pullman di fedeli sbarcano continuamente al porto, decine di automobili delle forze dell’ordine provenienti da tutta Italia percorrono le strade dell’isola, mentre tecnici e volontari lavorano senza sosta. Nel 2013 arrivò qui papa Francesco: scelse Lampedusa come meta del suo primo viaggio apostolico. Una giornata che gli isolani ricordano ancora oggi come “un momento importante di riconoscimento del ruolo dell’isola nell’essere la porta d’Europa per migliaia di persone in fuga dal proprio Paese”. La visita del papa attraverserà tre temi: mare, sangue e migrazione. Leone XIV visiterà alcuni dei luoghi simbolo dell’isola e del dramma delle migrazioni: il cimitero, la Porta d’Europa e infine il Molo Favarolo, dove benedirà la targa che intitolerà ufficialmente il molo a Bergoglio. Il momento centrale della giornata sarà la messa delle 10:30 nel campo sportivo dell’isola. “E se non veniva il papa non si faceva nulla per quest’isola?”. A dirlo è Pietro, pescatore d’inverno e accompagnatore di turisti in barca d’estate. La percezione di molti abitanti è questa: strade asfaltate e lavori realizzati soltanto in occasione della visita di poche ore del pontefice. “Tutti questi soldi che sono stati spesi non potevano essere utilizzati per noi abitanti? Neanche un ospedale abbiamo sull’isola, e quello che c’è ha tantissimi problemi perché mancano le risorse per sistemarlo”. Sfilata di ministri al 4 luglio trumpiano. La Russa: “Non siamo pesci in barile” Lampedusa oggi “Noi lampedusani accogliamo tutti: bianchi, neri, rossi, gialli. Io sono molto fiero di essere lampedusano e credo proprio che ci meritiamo questa visita”. Così racconta Salvatore Tuccio, volontario della Protezione civile locale. La confusione è accentuata anche dagli spazi ridotti dell’isola, che in questi giorni devono ospitare un numero di persone ben superiore al normale. Sono arrivate delegazioni nazionali e regionali della Protezione civile, oltre a contingenti delle forze dell’ordine provenienti da tutta Italia. C’è attesa da giorni. Tra le vie del centro si incontrano gruppi di fedeli che si fotografano con le immagini del pontefice, mentre al campo sportivo continua la costruzione di quella che molti ormai chiamano la “cattedrale a cielo aperto”. Passandovi accanto, soprattutto verso sera, si possono sentire le prove del coro che accompagnerà la celebrazione. Franco Tuccio è il falegname lampedusano conosciuto in tutto il mondo per le opere realizzate con il legno delle barche dei migranti. “Noi lampedusani siamo persone semplici. La visita di papa Francesco nel 2013 è stata una cosa semplice, perché così lui l’ha voluta. Ha celebrato la messa con una barca come altare, ha incontrato i migranti, le persone malate”. Franco ha iniziato a conoscere da vicino il fenomeno degli sbarchi quando, insieme a un gruppo parrocchiale, si organizzava spontaneamente per soccorrere le persone che arrivavano autonomamente sull’isola. “Una volta era diverso. Noi abbiamo creato questo gruppo di soccorso in maniera naturale. C’erano persone che arrivavano e avevano bisogno, così noi andavamo ad aiutarle come potevamo”. È del 2008 la sua prima opera realizzata con il legno delle barche dei migranti: una croce portata durante la Via Crucis dell’isola e diventata uno dei simboli di ciò che stava accadendo in un periodo in cui di Lampedusa si parlava ancora molto poco. “Erano anni in cui la politica cercava di tenere nascosto quello che stava succedendo. Il periodo in cui uscivo con il gruppo di soccorso è stato lacerante, non avrei mai pensato di vedere una sofferenza così grande. Quella croce l’ho creata per cercare di dare voce a persone che non l’avevano”. La visita di Leone XIV però avrà risonanza ancora maggiore per un motivo che guarda lontano da Lampedusa. Mentre negli Stati Uniti si celebra il Giorno dell’Indipendenza, il primo papa americano sceglierà di trascorrere quella ricorrenza nel luogo che più di ogni altro racconta il confine tra speranza e disperazione. Una scelta che sembra richiamare le parole pronunciate dallo stesso pontefice pochi mesi, quando ha ricordato che “la libertà non è un privilegio riservato a pochi, ma una responsabilità che chiama tutti a custodire la dignità di ogni persona”. Un messaggio che, nell’isola simbolo delle migrazioni nel Mediterraneo e nell’epoca del sovranismo trumpiano, assume un significato ancora più profondo. Al summit Nato delle incertezze solo l’Europa parlerà ucraino