Morire in cella nell’indifferenza di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 3 luglio 2026 Il caso di Gaetano, deceduto nel carcere di Caltagirone dopo giorni di dolori. Un’altra morte a Sollicciano. Un detenuto morto dietro le sbarre, una famiglia che chiede spiegazioni e una denuncia-querela depositata ai Carabinieri. È la vicenda di Gaetano Sciacca, 47 anni, morto il 26 giugno scorso nella casa circondariale di Caltagirone, dove stava scontando una pena definitiva. La mattina di quel giorno la moglie ha ricevuto la telefonata di un’educatrice dell’istituto, che le comunicava il decesso del marito. Poche ore dopo il padre e la moglie si sono presentati alla stazione dei Carabinieri per mettere nero su bianco quello che, secondo loro, non torna. Nella querela i familiari raccontano che da giorni l’uomo lamentava malesseri seri. Parlava di forti dolori al petto e alla spalla, di episodi in cui faceva fatica a respirare. Segnali che, stando al racconto messo a verbale, dentro il carcere sarebbero stati presi con leggerezza. Nessun controllo disposto, nessun accompagnamento al pronto soccorso per capire cosa stesse davvero accadendo. Poi la telefonata della mattina del 26 giugno e la notizia della morte. Sul modulo compilato in caserma che Il Dubbio ha potuto visionare, si apprende che l’uomo è padre di un figlio ancora minorenne. Su quei fatti la famiglia ha chiesto alla Procura della Repubblica di aprire un fascicolo, iscrivere la notizia di reato e svolgere ogni accertamento necessario. Sul verbale l’ipotesi indicata è quella di omicidio, ma si tratta di una prospettazione di parte. Spetterà all’autorità giudiziaria stabilire, attraverso la documentazione sanitaria, le relazioni interne dell’istituto, le testimonianze e gli esami medico-legali, se ci siano stati ritardi o omissioni e se qualcuno debba risponderne. Allo stato non risulta alcun indagato e nessuna responsabilità è stata accertata. Nel verbale i familiari hanno chiesto anche di essere avvisati se il fascicolo dovesse essere archiviato, così da poter far sentire la propria voce prima di qualunque decisione. I parenti hanno nominato un consulente medico-legale e un legale di fiducia, e hanno annunciato la volontà di costituirsi parte civile in un eventuale processo. A seguirli c’è anche l’associazione Quei Bravi Ragazzi Family, che assiste diverse famiglie di persone detenute. La presidente Nadia Di Rocco ha commentato così: “Esprimo le mie più sentite condoglianze alla famiglia. Siamo di fronte all’ennesima morte che lascia sgomenti. Prima ancora che un detenuto, Gaetano Sciacca era un marito, un padre e un nonno che non potrà più tornare dai suoi affetti. Nessuno può liquidare questa vicenda come una semplice morte naturale senza che vengano prima accertati tutti i fatti”. L’associazione chiede verifiche immediate sulle cure prestate nel caso specifico e un’ispezione dentro l’istituto, per accertare che non ci siano altre persone in condizioni di rischio. “Il diritto alla cura è un diritto inviolabile e appartiene a ogni essere umano, anche quando si trova in carcere”, ha aggiunto Di Rocco. L’associazione ha fatto sapere che seguirà i parenti in ogni passaggio del percorso giudiziario. L’autopsia sarà eseguita martedì prossimo. Il diritto alla salute non si ferma al cancello - La vicenda tocca un punto che torna ogni volta che si parla di carcere. L’articolo 32 della Costituzione riconosce la salute come diritto fondamentale della persona, e l’articolo 27 stabilisce che le pene non possono tradursi in trattamenti contrari al senso di umanità. Gli stessi principi sono scritti nell’ordinamento penitenziario e li ha ribaditi più volte la Corte europea dei diritti dell’uomo, che carica lo Stato di un preciso dovere di protezione verso chi è privato della libertà. La pena consiste nella privazione della libertà, non nella rinuncia alle cure. Il contesto in cui matura questa denuncia non aiuta a stare tranquilli. Secondo il dossier “Morire di carcere” di Ristretti Orizzonti, quest’anno le persone morte negli istituti italiani sono già 112, tra suicidi e altre cause. Il 2025 si era chiuso come l’anno peggiore dal 1992, con oltre 250 decessi. Sullo sfondo resta un sovraffollamento che ha sfiorato quasi il 140 percento, e una sanità che in molte strutture fatica a reggere. Una parte crescente di quei decessi resta classificata come morte per cause ancora da accertare, in attesa di autopsie o di indagini, un dato che dice quanto sia complicato ricostruire cosa accade dentro una cella. Dietro i numeri ci sono storie come quella di Caltagirone, dove oggi una famiglia chiede soltanto di sapere cosa è successo davvero. Mentre a Caltagirone si attendono le mosse della Procura, da Firenze arriva un’altra vicenda che pesa come un macigno. Al carcere di Sollicciano, da settimane al centro dell’attenzione parlamentare per il suo degrado e per i trasferimenti decisi dopo il provvedimento della Procura fiorentina, è morto un detenuto di 75 anni. Era italiano, era entrato in cella a metà giugno per scontare una condanna a quattro anni. Pochi mesi prima un ictus gli aveva lasciato un braccio semiparalizzato e pesanti conseguenze fisiche. Domenica scorsa si è sentito male nella sua cella, è stato portato d’urgenza all’ospedale San Giovanni di Dio ed è morto per meningite. A raccontare i suoi ultimi giorni sono stati i volontari dell’associazione Pantagruel, che lo avevano incontrato dopo l’ingresso in carcere. L’uomo era ricoverato nel centro clinico dell’istituto e appariva già molto fragile. Stefano Cecconi racconta di avergli portato dei vestiti e di averlo trovato con evidenti problemi fisici, legati sia all’ictus sia alla cattiva circolazione del sangue. Le sue condizioni sarebbero peggiorate in fretta. Sabato, tornando a trovarlo, al volontario è stato detto che non era il caso di entrare, perché l’uomo non riusciva più ad alzarsi dal letto o cadeva quasi subito. Il giorno dopo il malore, la corsa in ospedale, la morte. Il 75enne viveva da solo in un alloggio del Comune di Fiesole, aveva come unico familiare una cugina ed era conosciuto dalle associazioni di volontariato della zona di Compiobbi. Per Pantagruel la sua storia impone una domanda semplice: quel quadro clinico era compatibile con la permanenza in carcere? “Dieci giorni in carcere, con temperature vicine ai 40 gradi e in una situazione sanitaria come la sua, non sono una pena da scontare ma una tortura da applicare”, dice Cecconi, che richiama anche lui l’articolo 27 e il principio di umanità della pena. Restano da chiarire se servisse un ricovero anticipato o una misura alternativa alla detenzione. A Sollicciano, intanto, dopo il sequestro di sette sezioni per le condizioni fatiscenti dell’istituto, prosegue il trasferimento di oltre cento detenuti verso altre carceri della Toscana: dei 137 reclusi coinvolti una parte è già stata spostata, gli altri lasceranno l’istituto nei prossimi giorni, spesso verso strutture che soffrono gli stessi problemi. Sono due storie diverse, in due città lontane, ma la domanda che famiglie e associazioni pongono da tempo è sempre la stessa: quanto vale la vita di una persona quando si trova dietro le sbarre. La Costituzione, quando tutela il diritto alla vita e alla salute, non distingue tra chi è libero e chi è recluso. E una società si giudica anche da come tratta chi ha meno voce. E il caldo feroce non aiuta. L’estate bollente delle prigioni: il Governo nega anche l’emergenza sui bambini in carcere di Angela Stella L’Unità, 3 luglio 2026 Il sequestro di Sollicciano, le ombre sulla morte di un detenuto a Prato. Il sovraffollamento al 139% e la scandalosa risposta di Ostellari sui bambini in carcere: “nessuna emergenza, stanno bene”. Non c’è pace per il carcere di Sollicciano. Ieri all’assessora dem della Toscana Monia Monni, in visita al penitenziario insieme al direttore generale dell’Asl Toscana Centro, Valerio Mari, è stato negato l’accesso ai locali dove è stata trasferita l’articolazione della salute mentale. “Lo ritengo un fatto estremamente grave - ha detto Monni - perché, essendo il carcere in una fase di riorganizzazione dovuta a un giusto provvedimento e auspicato provvedimento della magistratura, in questo momento alcuni detenuti in condizione di grande fragilità sono in situazioni temporanee. Pur consentendoci di parlare con loro, non ci hanno fatto vedere in che condizioni sono i locali”. Nel frattempo, come riferito da Repubblica, restano un mistero le ultime ore di vita di un ragazzo originario dell’Honduras, Rodriguez Matute, trovato morto due giorni fa nella sua cella del carcere di Prato, dove era detenuto per il tentato omicidio di un giovane avvenuto nel maggio scorso. Gli agenti lo hanno trovato steso a letto, immobile e con lo sguardo assente. Stroncato probabilmente da un arresto cardiaco ma per la certezza occorrerà attendere gli esiti dell’autopsia. Il giovane avrebbe dovuto parlare proprio martedì con i pm pratesi per chiarire alcune dichiarazioni rese ai sanitari del carcere su un presunto pestaggio subito durante l’arresto. Spostandoci a Roma “il sottosegretario Ostellari, rispondendo oggi (ieri, ndr) nell’Aula del Senato a una nostra interrogazione - ha detto la senatrice del Pd Cecilia D’Elia - sulla presenza di detenute in stato interessante, di madri e bimbi nelle carceri, ha detto che non c’è una situazione d’emergenza e che i bambini stanno bene. Ma come posso essere soddisfatta da questa risposta? Nessun bambino dovrebbe stare in carcere con la madre, nessuna donna in gravidanza dovrebbe stare in un penitenziario.Le carceri italiane sono in una condizione di disagio assoluto, il sovraffollamento ha raggiunto il 139 per cento, i suicidi quest’anno ad oggi sono 32. Persino il garante nazionale Turrini Vita, nominato dalla destra, ha parlato, a titolo personale, di indulto. Solo un atto di clemenza potrebbe togliere dall’emergenza il sistema penitenziario, che non ha più la capacità di accogliere le persone”. Ed infatti il presidente del Collegio del Garante dei diritti delle persone private della libertà personale ieri ha rilasciato una intervista all’Adnkronos in cui ha specificato in merito al contrasto al sovraffollamento: “L’ideale, il più rapido strumento tecnico è l’indulto ma se ne possono trovare anche più indiretti purché la celerità del procedimento giurisdizionale collegato sia garantita. Io personalmente - non impegno però tutto il Garante - sono favorevole ad un indulto anche per ambito culturale. Sull’amnistia non mi pronuncio perché è un problema più di processo che di pena quindi esula dalla mia competenza”. E intanto è arrivata una presa di posizione di Goffredo Bettini su Alemanno in un articolo pubblicato su Rinascita, dal titolo “Alemanno, il carcere e l’occasione mancata di una destra più umana”: “Durante la sua custodia Gianni Alemanno ha pronunciato una denuncia utile sulla condizione terribile delle carceri italiane. Ha smosso qualcosa. Ma il suo approdo a Vannacci rattrista e richiude quello spazio di umanità in un rancore identitario”. Rimanendo in tema di esecuzione penale, la Camera Penale di Roma ha indetto un giorno di astensione per il 15 luglio. La decisione nasce “dalla gravissima situazione in cui versa il Tribunale di Sorveglianza di Roma, segnata da una cronica carenza di organico amministrativo e giudiziario che incide pesantemente sull’esercizio della giurisdizione, sul diritto di difesa e, soprattutto, sui diritti delle persone detenute”. Mentre la Camera penale di Velletri (Roma) ha inviato una lettera alla presidente del tribunale di sorveglianza, Marina Finiti, per stigmatizzare il fatto che a causa dell’operato di due giudici sorveglianza c’è stata “una drastica riduzione nell’accoglimento di ogni tipo di istanza avanzata dai detenuti e/o dai loro difensori”. In particolare “le motivazioni dei rigetti, redatte da entrambi i magistrati, sia nella qualità di Magistrato di Sorveglianza, sia di relatore nel collegio giudicante, spesso non sembrano tenere in alcun conto le relazioni trattamentali, né i pareri favorevoli della Procura Generale ma ancorarsi piuttosto al fatto-reato per cui il detenuto è già stato condannato”. Soprattutto in relazione a uno dei due ogni provvedimento viene emesso “dopo un tempo così elevato da contraddire la stessa funzione delle istanze avanzate, come per esempio le richieste di applicazione provvisoria di misure alternative”. Inoltre i due non andrebbero quasi mai in carcere a Velletri a parlare coi detenuti. A ciò si aggiunge la “totale refrattarietà ad avere colloqui con i difensori”. “Ci chiediamo - concludono i penalisti - se tali dati e circostanze possono risultare compatibili con le funzioni del Magistrato di Sorveglianza stabilite dall’art. 69 O.P.”. Piano edilizia penitenziaria, sesto vertice: ma ancora non si svuota Sollicciano di Errico Novi Il Dubbio, 3 luglio 2026 La cabina di regia sull’edilizia penitenziaria è alla sesta riunione. Ma dall’incontro che ieri ha rimesso attorno a un tavolo il commissario straordinario nominato dal governo per realizzare il Piano carceri, Marco Doglio, e alcune prime linee dell’Esecutivo, non sono arrivate novità. Semplicemente è stata ribadita l’intenzione di realizzare gli ampliamenti messi in calendario: 10mila e 500 nuovi posti disponibili entro il 2027. Il punto è che, se pure il “cronoprogramma verrà rispettato”, come assicura una nota, l’ottimismo del governo suona come un’inesorabile beffa, nel pieno dell’estate più calda del secolo e senza alcuna prospettiva, dunque, di assistere a un pur minimo riflesso della nuova capienza sulle vite, e sulla tortura, di chi è detenuto attualmente. In ogni caso la nota dell’Esecutivo riferisce la “cabina di regia” è stata presieduta dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano ed è stata “promossa anche dal ministro delle Infrastrutture e dei trasporti Matteo Salvini e dal ministro della Giustizia Carlo Nordio”; che vi hanno partecipato il sottosegretario Alberto Balboni, il commissario Doglio, rappresentanti del ministero delle Infrastrutture e i provveditori interregionali alle opere pubbliche. E, appunto, che “la riunione” ha confermato “l’impegno del governo nel portare avanti con determinazione il Piano di edilizia penitenziaria, attraverso interventi concreti di manutenzione, ampliamento e nuove realizzazioni. L’obiettivo resta quello di incrementare in modo significativo la disponibilità di posti detentivi, nel rispetto del cronoprogramma già definito sin dal varo del Piano straordinario”. Nel frattempo però da una delle carceri dove l’emergenza evoca un girone dantesco, Sollicciano, si viene a sapere che, delle sette sezioni messe sotto sequestro dal Tribunale di Firenze a causa delle condizioni igienico-sanitarie e degli impianti elettrici a rischio, “una sola è stata trasferita”, mentre le altre “sono ancora popolate dai detenuti”. A certificarlo è l’assessora regionale toscana Monia Monni, che ieri ha effettuato un sopralluogo nel penitenziario. “Abbiamo programmato anche una visita alla Dogaia di Prato”, ha aggiunto Monni, “che è la destinazione di molti trasferimenti che partono da qua, e come sapete anche quello è un carcere sovraffollato”. Si può anche confidare che la nuova edilizia penitenziaria rispetterà i tempi. Ma intanto i tempi degli esseri umani scorrono in una terribile, e concreta, sofferenza. Intercettazioni, maggioranza in tilt: FdI pronta a votare senza Forza Italia di Errico Novi e Valentina Stella Il Dubbio, 3 luglio 2026 Clamoroso strappo dei meloniani, che presentano in Senato un emendamento per soddisfare le richieste del capo della Dna Melillo. Gli azzurri: “Niente captazioni a strascico”. Adesso si rischia davvero l’incidente in Parlamento. La tensione sulla giustizia, nella maggioranza, ha raggiunto altitudini fuori controllo. Con esiti per ora imprevedibili. Oggi si è tenuta una riunione a via Arenula tra il guardasigilli Carlo Nordio e gli altri componenti del “board” del ministero, uno per partito: il viceministro Francesco Paolo Sisto, di Forza Italia, il sottosegretario Alberto Balboni, di Fratelli d’Italia, e il suo omologo Andrea Ostellari, della Lega. Non si è trovato l’accordo sull’emendamento in materia di intercettazioni da presentare, attraverso i relatori, alla legge di conversione del decreto “Giustizia e Patto Ue su migrazione e asilo”, in discussione al Senato. Ma visto che i tempi stringono si rischia di arrivare, appunto, a un clamoroso showdown. Perché Fratelli d’Italia ha deciso di muoversi anche in assenza di un’intesa tra le parti. E subito dopo il summit al ministero della Giustizia, ha presentato “in solitudine” una proposta di modifica della norma sulle intercettazioni a strascico, che va incontro alle sollecitazioni del procuratore nazionale Antimafia e antiterrorismo Gianni Melillo, ma che non ha il sostegno dei berlusconiani. Con gli emendamenti di FdI accolte le critiche della Dna - Gli emendamenti depositati dal partito della premier modificano l’attuale formulazione dell’articolo 270 del codice di procedura penale, e sono volti a ripristinare sostanzialmente la situazione precedente all’autunno 2023, esattamente come richiesto dal capo della Dna: sarebbe di nuovo possibile, con la norma di FdI, utilizzare in altre indagini intercettazioni captate in un’inchiesta “madre”, anche quando il possibile reato “incrociato per caso” non sia di associazione mafiosa o di terrorismo. Al pm basterà ipotizzare che l’illecito “fortunosamente scoperto” possa comunque agevolare una cosca o una cellula sovversiva, e il gip dovrà necessariamente convalidare l’uso “esternalizzato” delle intercettazioni. Un’idea che trova disponibile la Lega, ma che appunto non piace assolutamente a FI. Lo strappo dei meloniani, Forza Italia non cambia linea - Se dal ministero i rappresentanti dei tre azionisti del governo sono usciti senza un’intesa ma anche senza propositi di conflitto, nelle interlocuzioni immediatamente successive la situazione ha assunto tutt’altro tenore. Ci si è confrontati con i rispettivi vertici, che nel caso di Fratelli d’Italia siedono a Palazzo Chigi. E appunto, dentro il partito della premier è maturata l’ipotesi hard: portare comunque l’”emendamento Melillo” nelle commissioni riunite Affari costituzionali e Giustizia a Palazzo Madama. Ordine eseguito dai senatori meloniani entro il termine fissato: le 16 di ieri. Con una prospettiva complicatissima: contarsi al momento delle votazioni, previste per inizio settimana prossima. Il rischio serissimo è rendere plastica la spaccatura nella maggioranza. Anche dentro FI ci si è confrontati sulle distanze con gli alleati. Ma la linea non è cambiata, anche perché il segretario Antonio Tajani deve fare i conti con un “team” nel quale ora, con Sisto, ci sono due capigruppo come Enrico Costa e Stefania Craxi , pure loro garantisti doc e forti del sostegno di Marina Berlusconi . Ebbene, la posizione già definita dagli azzurri è la seguente: non si può modificare la norma sulle intercettazioni a strascico, certamente non con i tempi convulsi imposti dalla conversione di un decreto legge e non nella sua ratio originale. L’attuale disciplina, oltretutto, è la riflessione dei berlusconiani, era stata proposta nel 2023 proprio da FI. Il punto è che nell’ormai celebre lettera inviata a maggio dal procuratore nazionale Melillo a Nordio e al suo collega Matteo Piantedosi si sollecita la ri-estensione dell’uso delle intercettazioni in processi diversi anche per presunti reati che, sebbene non siano associativi, e siano dunque estranei al 416 bis, consentano di ipotizzare l’agevolazione di una cosca o di una cellula terroristica. Ma l’obiezione di Forza Italia si radica proprio nel dettaglio per cui a un pm basterebbe ipotizzare l’agevolazione mafiosa per ottenere dal gip l’autorizzazione all’utilizzo dell’intercettazione captata in altra indagine, anche per presunti reati in realtà privi di effettivo nesso con la criminalità organizzata. Poi magari l’agevolazione mafiosa, arrivati al momento della sentenza, cadrà. Ma intanto la Procura può giocarsela. E soprattutto, può accludere nel fascicolo intercettazioni che altrimenti non risulterebbero autorizzate da un gip. Oltretutto, alle obiezioni riferite dalle fonti forziste potrebbe essere abbinato un rilievo che Sisto aveva avanzato in un dibattito promosso a inizio giugno dal Dubbio: “La norma contestata dalla Procura Antimafia vieta sì di utilizzare per un’altra indagine, in cui sia ipotizzata l’agevolazione mafiosa, le intercettazioni raccolte in un’inchiesta principale, ma va tenuto presente che quell’informazione relativa a un altro illecito potrà sempre essere utilizzata come notizia di reato”. Naturalmente, aggiungiamo noi, i pm che volessero partire da questa “notizia di reato” dovranno chiedere l’autorizzazione al gip per avviare nuove intercettazioni che facciano emergere riscontri all’ipotesi di partenza. È esattamente in questo snodo che Melillo vede un “pregiudizio all’efficacia del contrasto di gravi reati”. D’altra parte in questo stesso snodo FI vede semplicemente lo spazio per possibili abusi, per la logica dello “strascico”, appunto. La lista dei reati che la Dna ritiene difficile perseguire - Come finirà lo scopriremo nelle prossime ore, quando si inizierà a votare sugli emendamenti al decreto Giustizia. Ma mai il clima tra FdI e Lega da una parte e FI dall’altra era stato così teso, sulla giustizia, nel post referendum. A quanto risulta, dalla Dna sarebbe stata segnalata a Nordio e Piantedosi una cinquantina, addirittura, di reati il cui perseguimento resterebbe troppo disagevole senza un “correttivo” come quello che i meloniani hanno depositato al Senato. FI, rispetto a quella lista, sembra disponibile a individuare aggiustamenti specifici per pochi reati, per esempio per alcuni casi di terrorismo in cui gli elementi captati casualmente con le intercettazioni avviate in altri filoni sarebbero difficilissimi da riscontrare una seconda volta, visti i sistemi sofisticati di cui si avvalgono spesso le cellule terroristiche per comunicare. Ma oltre questo, i berlusconiani non intendono andare. Il che crea una distanza, dal partito di Meloni, che non si capisce come, nelle prossime ore, potrà essere accorciata. Accordo mancato anche sulla proposta di legge sugli smartphone: il dossier non sarebbe in cima alla lista delle priorità alla Camera, impegnata sulla legge elettorale. Pinelli: “Ci vuole un nuovo modello di giustizia, non tutta l’Italia è ad alta densità mafiosa” di Paolo Festuccia La Stampa, 3 luglio 2026 Il vice presidente del Csm cita Leonardo Sciascia: “Se tutto è mafioso, nulla è mafioso”. “Bisogna lasciare alle spalle il momento referendario e pensare al futuro”. Fabio Pinelli, vicepresidente del Csm invita a incardinare un “tavolo della giustizia due punto zero”, per giungere a un “nuovo modello di giustizia per il Paese” orientato verso i “grandi beni da proteggere nella modernità”: privacy, reputazione, ambiente, sicurezza e contrasto alla criminalità digitale”. Ma come lo immagina e soprattutto con chi? “Tra quattro anni il codice penale avrà un secolo. C’è un numero infinito di reati sparsi nelle varie leggi speciali. Non sappiamo nemmeno quanti siano e nemmeno l’intelligenza artificiale saprebbe rispondere alla domanda. La legittimazione per scrivere nuove regole spetta alla politica, ma oggi più che mai è importante utilizzare anche il patrimonio di competenze della magistratura, dell’avvocatura e dell’accademia per disegnare il modello di giustizia del domani, iniziando dal chiedersi se ogni conflitto possa trovare soluzione nella giurisdizione o se non possano invece esistere luoghi diversi per la soluzione di alcuni conflitti. E, nel diritto penale, immaginare percorsi rieducativi diversi dal carcere, almeno per alcune tipologie di reati, affrontando il tema del sovraffollamento”. Come immagina il percorso? “Spiegando che non esistono soluzioni magiche per problemi complessi. Per ridisegnare il diritto con una nuova visione occorre attingere anche ad altri saperi, non solo dei giuristi, ma anche quello degli economisti, dei sociologi, degli ingegneri esperti di intelligenza artificiale”. Colpa, dunque, anche del nostro ordinamento se la giustizia non è veloce e puntuale... “Nel civile, bisogna chiedersi se una parte rilevante dei diritti patrimoniali, specialmente quelli aventi ad oggetto crediti pecuniari, possa trovare soddisfazione fuori dalle aule dei tribunali. Nel penale, bisogna riportare l’ordinamento ad essere un insieme di norme organiche. Se si aumentano le fattispecie cresce nel tempo la risposta punitiva carceraria. Va compiuto un percorso autenticamente liberale. Si vive nell’equivoco di fondo che il diritto penale sia uno strumento di ordine pubblico. Invece gli strumenti di ordine pubblico sono quelli pedagogico-culturali perché i tribunali possono intervenire per riparare un torto, ma sul tema dell’ossequio alle regole, della costruzione dei legami sociali, forse può essere più incisivo un insegnamento di una sentenza”. La fase referendaria sarà ricordata anche per gli attacchi del ministro Nordio al Csm e per la decisione del presidente della Repubblica di presiedere il plenum dopo quegli attacchi… “Eravamo nel periodo referendario. Mi limito a dire che, grazie alla guida saggia del presidente Sergio Mattarella, questa consiliatura è stata ed è estremamente virtuosa”. Ma il tema delle correnti e della lottizzazione delle poltrone è ancora un caldo… “Il Csm in questi anni ha trivato una sintesi anche sulle questioni più delicate, come le nomine dei direttivi. In alcuni casi ci sono delle diversità fisiologiche che appartengono correttamente alla stessa dialettica interna. È legittimo anche, per esempio, che la componente laica possa avere delle visioni sul modello di magistrato diverse da quelle della componente togata, anche perché perfino all’interno della magistratura si manifestano prospettive diverse. È nostro dovere contenere l’entità dei conflitti, non obliterare legittime diversità di vedute. Questo Csm ha dimostrato di poter arrivare a punti di sintesi. Guai se così non fosse, perché altrimenti il lavoro che viene compiuto nella nomina di alcuni magistrati che hanno più attitudine rispetto ad altri a ricoprire determinati incarichi potrebbe essere, per paradosso, svolto dall’intelligenza artificiale”. Cosa pensa dell’affondo della procuratrice generale di Torino, Lucia Musti sulla delibera del Csm che individua undici Procure distrettuali collocate in aree ad alta densità mafiosa quasi tutte nel Sud? “La delibera non è una mappa aggiornata della presenza della mafia in Italia, ma ha il fine di circoscrivere l’applicazione del testo unico dirigenti sulla pregressa esperienza acquisita per candidarsi a ricoprire determinati ruoli direttivi. È chiaro che la mafia è un fenomeno globale ma ogni territorio in cui si registrano episodi criminali riconducibili a contesti mafiosi non può essere qualificato come tale. Come ammoniva Sciascia “se tutto è mafioso, nulla è mafioso”. In questo senso, solo in presenza di determinate condizioni - rispetto appunto agli incarichi direttivi - si giustifica però l’attribuzione di un rilievo privilegiato alle esperienze maturate in ambito Dda”. La recente delibera sulle linee guida della comunicazione ha attirato le critiche di toghe e Anm... “Abbiamo affrontato uno dei nuovi diritti della modernità che è il diritto alla reputazione. Ma per discuterne bisogna avere chiaro quello che è l’oggetto della delibera: il preteso obbligo di emettere comunicati di rettifica. Non spetta certo al Csm stabilire le regole per il rilascio di copie di provvedimenti, che restano quelle fissate dal codice di procedura penale, sulle quali la delibera non è e non avrebbe potuto intervenire. La comunicazione non è un obbligo ma una scelta. È il procuratore - non potrebbe essere altrimenti - che decide liberamente se comunicare sulle indagini in corso nelle forme previste: comunicato o conferenza stampa”. Ma se la procura decide di comunicare sulle indagini ha poi l’obbligo delibera di rettificare… “Si è introdotto un principio di responsabilità nel ciclo informativo. Se si sceglie di comunicare una notizia nominando la persona indagata e descrivendo le accuse, si assume anche l’onere di seguire l’evoluzione di quella notizia. La protezione reputazionale delle persone non è un ostacolo alla trasparenza. Una comunicazione unidirezionale potenzialmente di segno accusatorio, qualora emergano elementi a favore dell’indagato, può incidere anche inconsapevolmente sul requisito di imparzialità del giudice. Hannah Arendt osservava che “giudicare impone di non vedere”, perché solo chi riesce a sottrarsi alla pressione delle rappresentazioni può aspirare a un’autentica imparzialità”. L’obiettivo, come ha avuto modo di dire anche l’ex presidente dell’Anm Parodi, è che la comunicazione sia programmata, tracciabile e governata all’interno di un sistema organizzativo unitario”. Senta, la consiliatura si chiuderà il prossimo anno che bilancio traccia? “Abbiamo compiuto un lungo e positivo percorso con tre risultati fondamentali: abbiamo raggiunto un livello di unanimità nell’approvazione delle delibere per gli incarichi direttivi, e non solo, vicino al 90%. Abbiamo dato un’impronta alla sezione disciplinare di estrema serietà e rigore, nel rispetto delle garanzie degli incolpati. Abbiamo proposto soluzioni strategiche e operative, accolte dal ministero, che permetteranno all’Italia di raggiungere gli obiettivi del Pnrr per migliorare l’apparato informatico tra gli uffici giudiziari, per interventi sull’edilizia, per smaltire arretrati, e poi”. E ancora... “Il dato legato alle proposte approvate all’unanimità parla di un Csm responsabile e all’altezza delle sfide del Paese e del ruolo istituzionale che la Costituzione gli affida”. Cesare Battisti merita due ore con il figlio? Lo Stato si contraddice da solo di Stefano Giordano* Il Riformista, 3 luglio 2026 Prima l’ok, poi lo stop per pericolo di fuga. Il caso non è questione di clemenza verso un pluriomicida, ma di coerenza (e di umanità) La valutazione di un fascicolo può essere rivista in base all’ufficio che lo riapre. Cesare Battisti resta quello che è: un pluriomicida, latitante per 37 anni, che ha materialmente premuto il grilletto in almeno due dei quattro delitti per cui sconta l’ergastolo. Nessuna riga di questo pezzo è scritta per lui. È scritta contro un apparato che, sulla stessa identica domanda - “ha compiuto una rivalutazione critica del proprio passato?” - fornisce risposte opposte a distanza di pochi mesi, senza che sia intervenuto alcun fatto nuovo. Nel 2022 la DDA di Milano, la stessa che lo aveva interrogato dopo l’arresto, certifica per iscritto l’assenza di rischio proselitismo e la rivalutazione critica dei reati: Battisti esce da Alta Sicurezza, diventa detenuto comune. Nel dicembre 2025 il magistrato di sorveglianza si dichiara aperto a concedergli due ore, sorvegliate, fuori dal carcere di Massa, col figlio tredicenne. Il 28 aprile 2026 la richiesta viene respinta per pericolo di fuga, desunto dalla “lunga storia giudiziaria” e da alcuni scritti apparsi su siti di area. Non un’evasione tentata. Non un’infrazione disciplinare. Non un fatto nuovo: la stessa carta, riletta diversamente da un ufficio diverso. Il punto non è la bontà d’animo che si può concedere a un assassino. È la prevedibilità del diritto, lo stesso principio che la Corte di Strasburgo pretende dallo Stato quando misura il rispetto dell’art. 7 CEDU: l’azione statale deve poter essere ragionevolmente anticipata dal cittadino, non riscritta a sorpresa da un ufficio all’altro. Un apparato che due anni fa certifica una maturazione e oggi la nega senza un fatto nuovo non sta amministrando: sta producendo carta, con responsabilità diluite tra un ufficio e l’altro, DNA compresa. La patologia burocratica che scambia l’inerzia per prudenza. La domanda utile non è se Battisti meriti due ore con il figlio. È se un fascicolo, in questo Paese, possa ancora dire con certezza cosa lo Stato pensa di una persona o se occorra solo aspettare quale ufficio lo riapre. *Studio Legale Giordano & Partners Processo penale al detenuto già sanzionato, non viola il divieto del ne bis in idem di Paola Rossi Il Sole 24 Ore, 3 luglio 2026 La Corte costituzionale con la sentenza n. 118 ha escluso che la sanzione disciplinare possa essere considerata di natura punitiva, tale da far scattare la garanzia del ne bis in idem. Non viola il divieto di bis in idem la sottoposizione di un detenuto a un processo penale per una condotta illecita costitutiva di reato, per la quale gli sia già stata applicata la sanzione disciplinare dell’esclusione dalle attività in comune. Lo ha stabilito la Corte costituzionale con la sentenza numero 118, depositata oggi, con la quale è stata giudicata non fondata una questione sollevata dal Tribunale di Firenze. Il Tribunale doveva giudicare della responsabilità penale di un detenuto, imputato di danneggiamento per avere dato fuoco ad alcuni indumenti e danneggiato il tavolino e la plafoniera della sua cella. Il Tribunale dubitava che la celebrazione di un processo penale e la possibile conseguente condanna a carico dell’interessato potesse dar luogo a una violazione del suo diritto a non essere perseguito e condannato una seconda volta per gli stessi fatti, dal momento che al detenuto era già stata applicata la sanzione disciplinare dell’esclusione dall’attività in comune e il conseguente isolamento in cella per otto giorni. La Corte ha però escluso che la sanzione disciplinare in questione possa essere considerata come una sanzione di natura punitiva, tale da far scattare la garanzia del ne bis in idem. La Consulta ha osservato, anzitutto, che la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo ritiene che le sanzioni disciplinari applicate ai detenuti abbiano natura punitiva solo quando determinino l’estensione della durata della pena, ma non - come è accaduto nel caso all’esame del Tribunale di Firenze - quando si limitino a determinare un mero aggravamento delle sue modalità esecutive. Le sanzioni disciplinari previste dall’ordinamento penitenziario - ha proseguito la Corte - mirano, più che a “punire” le violazioni, a “consentire una rapida ed effettiva reazione contro condotte inosservanti di regole fondamentali per la convivenza all’interno del carcere, o comunque significativamente disfunzionali rispetto allo svolgimento del trattamento rieducativo cui tutti gli altri detenuti hanno diritto”, in particolare “raffreddando” transitorie situazioni di tensione. Esse costituiscono, dunque, parte integrante del trattamento rieducativo, essendo finalizzate al mantenimento di una pacifica convivenza immune da violenza, al fine ultimo di assicurare il rispetto dei diritti e della dignità di tutti coloro che vivono, lavorano o prestano un’attività di volontariato nel carcere. Infine, le vigenti sanzioni disciplinari per i detenuti hanno una durata che in ogni caso non può superare i quindici giorni, e sono eseguite con modalità tali da comportare un surplus di afflittività, rispetto alle modalità ordinarie di esecuzione della pena detentiva, ben delimitato nel tempo e nei contenuti. Esse non possono dunque essere considerate né come un’autonoma pena per gli illeciti disciplinari che integrino anche ipotesi di reato (come è accaduto nel caso all’esame del Tribunale di Firenze), né come una parziale anticipazione della pena stessa. Per quest’ultima ragione deve ritenersi infondato anche il dubbio - sollevato in via subordinata dallo stesso Tribunale - circa la compatibilità con il principio di proporzionalità della pena della mancata previsione della possibilità di scomputare il periodo di tempo trascorso in isolamento dalla durata della pena da infliggere per il reato commesso dal detenuto. Femminicidio, stretta contro lo stalking su minori non retroattiva di Patrizia Maciocchi Il Sole 24 Ore, 3 luglio 2026 Sì all’alternativa al carcere per il reato commesso prima della legge 181/2025. Il giudice non può negare la sostituzione del carcere con il lavoro di pubblica utilità, al condannato per stalking ai danni di una minore, in base alla legge sul femminicidio, se i fatti sono stati commessi prima dell’entrata in vigore della norma. La Cassazione (sentenza 24298/2026) afferma l’inapplicabilità della legge 181/2025 alle azioni commesse prima del 17 dicembre 2025, data di entrata in vigore della norma. La Suprema corte accoglie così il ricorso, per quanto riguarda la richiesta della misura alternativa alla detenzione, perché il reato di stalking commesso, come nel caso esaminato, contro un under 18, è stato inserito tra i reati cosiddetti ostativi, elencati dall’articolo 4-bis, comma 1-quater dell’ordinamento penitenziario soltanto per effetto dell’articolo 5, della legge 181/2025. Una disciplina peggiorativa che non poteva dunque essere applicata. L’imputato era stato condannato a sei mesi di reclusione, con le attenuanti equivalenti alle aggravanti dovute alla recidiva nei cinque anni. Oggetto di una gelosia ossessiva - che si era tradotta in aggressioni, centinaia di telefonate, messaggi e pedinamenti - la sua ex, colpevole di aver interrotto la relazione. La Cassazione conferma il reato, ma accoglie la censura relativa alla mancata pronuncia sulla richiesta del lavoro di pubblica utilità avanzata, in tempo utile dalla difesa. La Corte ricorda che, in base all’articolo 545-bis del Codice di rito penale che regola le pene sostitutive, la richiesta del legale avrebbe dovuto comportare, nel caso in cui il giudice non fosse stato in grado di decidere immediatamente, l’interlocuzione con le parti dopo la camera di consiglio, con eventuale integrazione del dispositivo. Oppure, nell’eventualità di ulteriori accertamenti, andava fissata un’udienza ad hoc entro sessanta giorni, sospendendo il processo per acquisire le informazioni considerate opportune dall’ufficio di esecuzione penale esterna o dalla polizia giudiziaria. In ogni caso, la Corte di appello era tenuta a pronunciarsi sulla richiesta formulata. E non poteva non farlo trincerandosi dietro una causa di inammissibilità rappresentata dalla nuova norma sul femminicidio. La legge di contrasto alla violenza di genere è intervenuta sull’ordinamento penitenziario per rafforzare le misure di protezione verso le vittime, introducendo una presunzione di adeguatezza cautelare. La custodia in carcere o gli arresti domiciliari sono considerate le misure più idonee alla prevenzione. In questo quadro rientrano anche le limitazioni dei benefici penitenziari e il giro di vite sulle misure alternative. Un maggior rigore che rende la legge operativa solo per il futuro. Bolzano. Suicidio in cella. “Una sconfitta del sistema” di Andrea Dalla Serra Corriere dell’Alto Adige, 3 luglio 2026 Tragico gesto in una cella di via Dante. Interviene il sindacato della polizia penitenziaria. Aveva 68 anni ed era originario della Puglia il detenuto che, nella notte tra mercoledì e giovedì, si è tolto la vita all’interno della sua cella nel carcere di Bolzano. Il direttore della Casa circondariale, Giovangiuseppe Monti, confermando quanto successo, ha fatto sapere che si tratta di una persona “gravemente malata e affetta da diverse patologie”. L’uomo, che nella struttura di via Dante era aiutato da un compagno di cella che lo sosteneva nella deambulazione quotidiana, aveva alle spalle diversi reati ed era arrivato in Alto Adige non più di un paio di mesi fa. Durante una sua precedente detenzione domiciliare a Messina, in Sicilia, era fuggito e, successivamente, aveva cercato di superare la frontiera prima di essere fermato a Bolzano. Secondo Monti, il detenuto “si è probabilmente lasciato andare per la sua condizione sanitaria molto seria”. Nonostante il personale della polizia penitenziaria, accortosi dell’accaduto, sia intervenuto immediatamente attivando tutte le procedure di emergenza e prestando i primi soccorsi, per il sessantottenne non c’è stato nulla da fare. Il sindacato autonomo di polizia penitenziaria (Sappe) ieri ha espresso profondo cordoglio “per l’ennesimo dramma consumatosi all’interno di un istituto penitenziario”. Il vicesegretario di Sappe Veneto, David Stenghel, che è in servizio presso il carcere di Trento, ha detto: “Esprimiamo innanzitutto vicinanza umana ai familiari della persona deceduta e al personale di polizia penitenziaria che ha operato con tempestività e professionalità nel tentativo di evitarne il tragico epilogo”. Inoltre Stenghel ha sottolineato che “ogni suicidio rappresenta una sconfitta per l’intero sistema penitenziario e costituisce un evento altamente traumatico anche per gli appartenenti alla polizia penitenziaria che, oltre a intervenire in situazioni di estrema emergenza, devono poi convivere con il peso psicologico di quanto accaduto”. Sulla situazione locale - che vede nella casa circondariale di Bolzano una presenza di 117 detenuti per una capienza massima di 88 posti - il sindacato ha ricordato che “continua a pesare una cronica carenza di organico che rende ancora più difficile garantire vigilanza, assistenza e sicurezza all’interno dell’istituto”. Nella struttura di via Dante è presente un servizio psicologico di prevenzione al suicidio e atti di autolesionismo da parte dei detenuti. Nonostante le misure messe in atto, negli ultimi anni si sono verificati diversi episodi di tentativi di suicidio. Nel 2024, per esempio, hanno provato a togliersi la vita in cinque persone mentre l’anno scorso i casi sono stati due. Sull’accaduto è intervenuta anche la consigliera provinciale dei Verdi, Brigitte Foppa, che ogni anno visita il carcere. “Ho sempre chiesto dello stato psicologico dei detenuti, perché - dice - mi chiedo come si possa reggere una situazione di affollamento e strettezza”. Prato. Morto in carcere a 26 anni. Domani ci sarà l’autopsia. Nominato perito di parte di Silvia Bini La Nazione, 3 luglio 2026 Rodriguez Matute è stato trovato senza vita all’alba di mercoledì in cella. Quel giorno era atteso in procura per chiarire un presunto episodio di percosse. L’avvocato: “Avevo fatto richiesta della cartella clinica, aspettiamo le indagini”. L’ultima risposta arriverà dall’autopsia. È fissato per domani mattina alle 8, nel reparto di Anatomia patologica dell’ospedale di Pistoia, l’esame che dovrà chiarire le cause della morte di Dennis Antonio Rodriguez Matute, il detenuto honduregno di 26 anni trovato senza vita all’alba di mercoledì nella cella della Dogaia dove era rinchiuso dallo scorso 12 maggio. La famiglia ha deciso di nominare un consulente tecnico di parte, che assisterà agli accertamenti disposti dalla Procura, mentre al momento non è stata presentata alcuna denuncia. La scelta, spiega il legale Simone Valenti, è quella di attendere l’esito degli esami prima di valutare eventuali iniziative. “Stiamo aspettando l’autopsia fissata per sabato mattina alle 8. È stato nominato un perito di parte - spiega l’avvocato Valenti -. Al momento la famiglia non ha presentato alcuna denuncia perché è necessario capire cosa abbia provocato il decesso, se si sia trattato di una morte naturale oppure dovuta ad altri fattori. Sarà l’esame autoptico a fare chiarezza”. Dopo la morte del giovane è stato aperto un fascicolo per il reato di morte come conseguenza di altro delitto. Un’ipotesi tecnica che consentirà alla Procura di approfondire ogni aspetto della vicenda, senza escludere alcuna pista. Gli esami autoptici e tossicologici dovranno stabilire se il decesso sia stato provocato da un malore naturale o se abbiano inciso altre cause. Proprio nelle ore in cui è stato trovato morto, Rodriguez Matute avrebbe dovuto essere ascoltato dal pubblico ministero. La convocazione era legata alle dichiarazioni rese dal detenuto sulle presunte violenze subite durante l’arresto. “Già dai referti redatti al momento dell’ingresso risultavano alcune lesioni - spiega Valenti - ed è anche per questo che il pubblico ministero aveva disposto l’interrogatorio”. Sarebbe stato lo stesso 26enne a denunciare di aver ricevuto delle botte nelle fasi dell’arresto. Un capitolo sul quale gli inquirenti stanno raccogliendo tutta la documentazione sanitaria. La cartella clinica del carcere è stata sequestrata. “Martedì avevo presentato richiesta per ottenerne copia - aggiunge il difensore -. In quell’occasione abbiamo parlato delle cure che stava ricevendo in carcere. Mi aveva raccontato che, nell’ultimo mese in carcere, gli erano stati somministrati soltanto cibi morbidi perché appunto aveva una frattura della mandibola. Questo fatto certificherebbe un percorso terapeutico con cibi morbidi”. Anche questo elemento sarà valutato nell’ambito degli accertamenti. Così come saranno esaminati gli esiti delle analisi tossicologiche. Rodriguez Matute era stato seguito dal Serd in passato per problemi di tossicodipendenza. “Mi aveva riferito che da tempo non faceva più uso di droghe - conclude Valenti - ma saranno gli esami a stabilire con certezza se vi sia stata o meno un’assunzione di sostanze”. Per la famiglia, adesso, è il momento dell’attesa. Nessuna iniziativa giudiziaria prima di conoscere il risultato dell’autopsia. Sarà l’esame disposto dalla Procura a fornire le prime risposte su una morte che continua a sollevare interrogativi e polemiche, mentre proseguono le indagini sulla vicenda. Prato. Il giallo del 26enne trovato morto in cella. Ritardi nella consegna dei referti medici di Giorgio Bernardini Corriere Fiorentino, 3 luglio 2026 La natura delle ferite, la firma sul referto, i tempi che sembrano non tornare. La vicenda di Rodriguez Matute, honduregno di 26 anni morto nella sua cella martedì mattina nel carcere della Dogaia, aveva destato i sospetti degli investigatori già nei giorni precedenti al suo decesso. Per questo, la Procura di Prato lo aveva convocato per quell’appuntamento alle 15 di martedì: un’audizione che non si è mai potuta svolgere. Il procuratore capo Luca Tescaroli ha aperto un fascicolo per morte in conseguenza di altro reato. Però non è solo l’autopsia sul cadavere del detenuto - che sarà eseguita a partire da domani - a dire tutta la verità su quello che è successo negli ultimi 50 giorni del ragazzo, tutti passati in carcere. La ricostruzione cronologica di quanto è avvenuto fornisce infatti numerosi elementi di legittimo dubbio, sia per i tempi che per i protagonisti coinvolti. La notte del 12 maggio Rodriguez Matute viene arrestato in piena notte: è accusato insieme ad un’altra persona, un sedicenne, del tentato omicidio del cameriere Iacopo Cerbai, accoltellato al cuore durante un’aggressione avvenuta in piazza Mercatale. Non è Matute a impugnare il coltello, ma questo aspetto non è rilevante per quel che segue. Subito dopo l’aggressione, assieme al suo amico, il 26enne si rifugia in un locale di via Settesoldi. Le testimonianze raccolte riferiscono di un suo atteggiamento passivo, chi era nel locale racconta del fatto che fosse accasciato su una sedia. Quando arriva la Volante succede il parapiglia: gli stessi poliziotti chiedono l’aiuto dei passanti per caricare i due sospetti in auto, l’ingaggio è sotto gli occhi di tutti. Una volta arrivato in carcere il comandante decide che debba essere visitato in ospedale, dove viene constatato che il giovane - rileva la Procura - sarebbe stato “oggetto di violenza”. Le incongruenze cominciano il 27 maggio: Matute viene sottoposto a visita nel penitenziario pratese, dove si certifica una lunga serie di ferite dolenti tra cui “molti lividi in tutto il corpo, la frattura delle ossa nasali e quella della mandibola”. Sono passati 15 giorni dall’arresto, Matute per la prima volta dichiara che quelle ferite sono dovute al fatto di essere stato “picchiato durante l’arresto”. Il primo giugno c’è una nuova visita medica in carcere, dalla quale risultano sempre varie escoriazioni, ma nonostante la segnalazione della presunta causa - che le regole prescrivono di segnalare all’autorità giudiziaria - i referti rimangono nella casa circondariale. Passa un intero mese dall’arresto, è il 12 giugno, un venerdì sera: i referti vengono finalmente inviati in Procura. Il lunedì mattina seguente - siamo al 15 giugno - il Procuratore Luca Tescaroli ne prende visione. E nota una firma in fondo al documento: quella di un ispettore superiore della polizia penitenziaria che ben conosce, poiché l’ha recentemente segnalato al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del ministero dell’Interno per una vicenda di violenze sui detenuti. In particolare, negli scorsi mesi, era stato oggetto dell’esercizio dell’azione penale perché sospettato di aver picchiato, dopo aver indossato dei guanti di pelle, un detenuto che sarebbe stato immobilizzato dai colleghi nell’infermeria del carcere. In un altro procedimento simile, era stato anche accusato di aver tentato di intimidire i testimoni. Queste circostanze - associate al ritardo con cui il referto era stato trasmesso - hanno convinto la Procura a convocare immediatamente Matute per ascoltarlo sull’origine e sui tempi delle sue ferite. Appuntamento preso per mercoledì primo luglio. Il giorno in cui il cadavere del giovane honduregno è stato rinvenuto all’alba dai compagni di cella. C’è un ultimo elemento rimasto nell’ombra, oggetto ora delle attenzioni della procura, per capire eventuali collegamenti al momento però ancora tutti da verificare: nei giorni scorsi un poliziotto penitenziario è stato picchiato violentemente da alcuni detenuti alla Dogaia. Per questo si indaga sullo scontro e su eventuali ritorsioni. Firenze. Il caso del detenuto morto. L’Asl: “Ha inciso anche il caldo”. di Teresa Scarcella La Nazione, 3 luglio 2026 E Monni: “Non doveva essere lì”. Visita al carcere dell’assessora regionale alla Sanità e del dg dell’Asl Toscana centro Valerio Mari. “Negato l’accesso all’ala dei pazienti della salute mentale, fatto grave”. Trasferimenti: una sezione svuotata. Una donna è seduta sulla panchina davanti alle grandi inferriate blu mangiate dalla ruggine, in braccio ha il figlio di un anno e mezzo. Attende di far visita al marito, che è dall’altra parte del cancello, dentro Sollicciano. “Dovreste entrare - è il suo consiglio al sapore di richiesta quando nota le telecamere e i microfoni -. Per filmare la situazione che c’è: sporcizia, degrado e tanto, tanto caldo”. Lo stesso che avrebbe inciso sulla morte del 75enne, deceduto il 29 giugno dopo dieci giorni di carcere. A dirlo è l’assessora alla Sanità Monia Monni e lo conferma il dg dell’Asl Toscana centro, Valerio Mari, alla fine della loro visita in carcere. “Arresto cardiaco da stress - pare sia la causa del decesso - probabilmente da calore, al momento non ci risulta sia stata disposta l’autopsia”. L’uomo ha messo piede a Sollicciano per scontare una pena di quattro anni e già non godeva di ottima salute: “era cardiopatico, emiplegico in seguito a un ictus - spiega Mari - era compromesso, a tal punto che non era negli spazi di detenzione ordinaria, ma nella parte dedicata agli assistiti, monitorato costantemente”. Anche se, come ha detto il garante dei detenuti Giuseppe Fanfani e come ha ribadito anche Monni “non doveva essere in carcere” alla luce dei suoi problemi. Ma era lì. E tra quelle mura le sue condizioni si sono aggravate, poi è stato portato al pronto soccorso di Torregalli e lì è morto lunedì scorso. “Il caldo sicuramente ha inciso” dice Mari. Dopotutto ieri, giornata in cui il meteo ha regalato un po’ di tregua, “tra i corridoi c’erano 34 gradi” riporta l’assessora. E non è certo l’unico problema di Sollicciano: celle non dignitose, con muffa e piedi nell’acqua, materassi marci, sono solo alcune delle criticità prese ad esempio dall’assessora per dare l’idea di una situazione ormai “irrecuperabile - sentenzia Monni -. Per la quale i 9 milioni annunciati dal governo non bastano”. Problemi noti da anni, che poche settimane fa hanno spinto il tribunale di Firenze, su richiesta della procura, a mettere sotto sequestro sette sezioni e ad ordinare il trasferimento dei detenuti di quei reparti (circa 230 persone). “Ad oggi una sola sezione è stata svuotata - spiega Monni - le altre sono sotto sequestro ma popolate. Questi trasferimenti preoccupano perché non sappiamo in che condizioni avvengono. Visiteremo La Dogaia di Prato, che è la destinazione di molti trasferimenti nonostante sia un carcere già affollato”. A preoccupare l’assessorato e l’Asl sono anche le condizioni di lavoro degli operatori sanitari dentro Sollicciano, condizionati da “una relazione difficile con l’amministrazione penitenziaria. Ci è stato impossibile accedere ai locali dove è stata trasferita l’articolazione per la tutela della salute mentale - denuncia Monni - dove detenuti già fragili vivono in una situazione temporanea e le condizioni dei locali non sono dissociate dal tema della loro salute. Faremo richiesta alla magistratura per accedere. Torneremo”. Rossano Calabro (Cs). Giallo sulla morte del detenuto, l’autopsia non chiarisce le cause di Alessia Truzzolillo lacnews24.it, 3 luglio 2026 L’esame autoptico di mercoledì non ha dissipato i dubbi sulle cause del decesso. Il 41enne era stato raggiunto da un’accusa di omicidio pochi giorni prima di venire trovato cadavere nella casa circondariale. Per capire qual è la causa che ha condotto alla morte di Cataldo De Luca, detenuto 41enne trovato cadavere il 28 giugno scorso nel carcere di Rossano, bisognerà aspettare l’esito delle analisi che sarà pronto tra circa 60 giorni. Il primo luglio, nell’obitorio di Rossano, è stata eseguita l’autopsia condotta dal medico legale Saverio Gualtieri, nominato dalla Procura di Castrovillari. All’esame autoptico ha assistito anche il dottore Angelo Lamarca, consulente di parte per la famiglia De Luca, assistita dall’avvocato Giovanni Salzano. Dall’autopsia, però, non sarebbero emersi elementi univoci e sicuri per risalire alle cause del decesso. Troppi i dubbi: al momento non si può escludere nessuna ipotesi e tanto meno stabilire la causa della morte e l’unica soluzione all’enigma sulla tragica sorte di Cataldo De Luca sembra risiedere nell’esito delle analisi. Le risposte su tempi e cause della morte del detenuto, come richiesto dal procuratore Alessandro D’Alessio, dovranno aspettare. L’ombra del giallo che si è allungata su questo decesso è anche dovuta al fatto che, pochi giorni prima di morire, De Luca, insieme ad altre quattro persone, era stato raggiunto da un’accusa pesante: l’omicidio del detenuto Antonio Pugliese nella casa circondariale di Catanzaro il sette luglio 2024. Pugliese stava scontando una condanna definitiva a 25 anni di reclusione per l’omicidio di Nicodemo Aloe, ucciso a colpi di pistola la sera del 24 maggio 2015 a Cirò Marina davanti al garage che aveva trasformato nella propria abitazione. Il delitto in carcere sarebbe sorto in seguito a un alterco nel corso del quale Pugliese avrebbe colpito De Luca per primo e questi avrebbe a sua volta reagito, in un crescendo che avrebbe portato alla morte di Pugliese. Da oltre un anno Cataldo De Luca era stato trasferito nel carcere di Rossano. Raggiunto da LaC News24 l’avvocato Salzano, martedì 30 giugno ha spiegato di aver incontrato il proprio assistito due giorni prima della morte e di averlo trovato in buone condizioni psicofisiche: “Ho visto per l’ultima volta il mio assistito venerdì e tutto quello che posso dire è che stava benissimo”. Roma. Dal coma per la meningite al ritorno nello stesso carcere: il caso Tiziano Paloni di Mauro Cifelli romatoday.it, 3 luglio 2026 Patteggiata la pena il legale difensore del 41enne romano ha annunciato che presenterà un’istanza di incompatibilità con il regime carcerario e una di grazia al presidente della Repubblica. Tiziano Paloni prima di contrarre la meningite in carcere. Nell’aprile del 2025, Tiziano Paloni, detenuto in attesa di giudizio a Regina Coeli per reati di droga, inizia ad avvertire forti mal di testa e debolezza, seguiti dalla comparsa di petecchie rosse sul corpo. Lunedì 7 aprile viene trasportato d’urgenza in ospedale in stato di coma. Ricoverato in terapia intensiva all’ospedale Spallanzani per una grave forma di meningite batterica, lotta per settimane tra la vita e la morte. Ritorno a Regina Coeli - La famiglia e la difesa denunciano i ritardi nei soccorsi, sostenendo che gli operatori sanitari del carcere avrebbero dovuto accorgersi prima della gravità della situazione. A distanza di un anno Tiziano Paloni, difeso dall’avvocato Fabio Khaled Harakati, ha patteggiato una pena di 4 anni e 8 mesi, ma rischia di tornare nella casa circondariale di via della Lungara dove è cominciato il suo calvario. Per questo il legale difensore del 41enne romano ha annunciato che presenterà un’istanza di incompatibilità con il regime carcerario. Una richiesta che verrà avanzata prima del suo ritorno in cella ed in previsione della quale l’avvocato Harakati ha annuncia al nostro giornale di essere pronto a preparare un appello al presidente della Repubblica Sergio Mattarella per una “istanza di grazia”. Meningite in carcere - “Si assiste con profonda preoccupazione alla paradossale e drammatica situazione clinica e giudiziaria che sta colpendo Tiziano Paloni”, dichiara il legale difensore del 41enne romano. Tiziano, nell’aprile del 2025, ha contratto una grave forma di meningite all’interno della casa circondariale di Regina Coeli. “Vicenda per la quale è attualmente in corso un’indagine della magistratura capitolina volta ad accertare eventuali responsabilità penali, civili e professionali a carico del personale sanitario della struttura e di ogni altro addetto alla vigilanza e al controllo dei detenuti. Dopo un lungo percorso di ricoveri in molteplici presidi ospedalieri e un successivo periodo di detenzione domiciliare legato alle sue critiche condizioni di salute, il quadro odierno rischia di precipitare”. Il patteggiamento della pena - A seguito dell’imminente irrevocabilità della sentenza di patteggiamento, Tiziano si trova oggi esposto all’esecuzione della pena. “Il titolo di reato per cui è intervenuta condanna, detenzione aggravata di stupefacenti, preclude ex lege la sospensione dell’ordine di carcerazione e impedisce l’accesso diretto a misure alternative”. Tiziano Paloni e il suo legale difensore hanno patteggiato una pena di 4 anni e 8 mesi. Rigidità dei meccanismi procedurali - Il difensore, Fabio Khaled Harakati, condivide “pienamente il dolore e il senso di impotenza espresso dai familiari” e afferma che sta “lottando con ogni strumento giuridico a disposizione onde scongiurare il verificarsi di siffatta situazione”. Purtroppo, prosegue il penalista del Foro di Roma, “la rigidità dei meccanismi procedurali rischia di prevalere sul buon senso e sulla tutela della vita: la legge vale per tutti, ma troppo spesso in casi simili si assiste all’immediata carcerazione del condannato e la sua sorte sarà decisa in un secondo momento, dopo aver interpellato il tribunale di Sorveglianza di Roma che sarà edotto circa le reali e precarie condizioni di salute”. Incompatibilità con il carcere - Per questi motivi, prosegue l’avvocato Harakati: “è difficile accettare una situazione del genere; visto il reato per cui è stato imputato, Tiziano quasi sicuramente dovrà rientrare in carcere, verosimilmente proprio a Regina Coeli, dove ha contratto la grave infezione quasi letale. Solo in un secondo momento potremmo interpellare i magistrati di Sorveglianza con un’istanza d’urgenza per accertare l’incompatibilità con il regime carcerario. Un’incompatibilità che, peraltro, è già stata chiaramente espressa e certificata dal nostro consulente tecnico nel parere medico-legale già depositato agli atti del processo”. Appello alle autorità - La difesa e i familiari rivolgono “un accorato appello alle autorità affinché il diritto costituzionale alla salute e all’umanità della pena non venga subordinato ad automatismi burocratici, evitando un ritorno di Tiziano in cella che potrebbe rivelarsi assai dannoso o, addirittura, fatale”. Istanza di grazia al presidente Mattarella - Una incompatibilità alla detenzione nel carcere dove ha contratto la meningite in relazione alla quale l’avvocato Harakati conclude: “Rivolgiamo il nostro appello anche al presidente della Repubblica Sergio Mattarella poiché stiamo valutando di rivolgergli la istanza di grazia al momento opportuno”. Torino. Morì suicida in cella, il pm: “Rischio sottovalutato” di Stefano Lorenzetti Corriere di Torino, 3 luglio 2026 Alessandro Gaffoglio era un ragazzo fragile che faceva uso di crack e aveva iniziato a mostrare gesti scorretti, fino a compiere due rapine armato di coltello. E per la prima volta nei suoi 25 anni si era trovato a vivere l’esperienza del carcere. Era l’agosto 2022 quando nella notte tra il 14 e il 15 si tolse la vita usando un sacchetto di plastica. Per la sua morte c’è a processo una psichiatra del carcere Lorusso e Cutugno: il pm Rossella Salvati la accusa di omicidio colposo e ha chiesto nei confronti della professionista (difesa dall’avocato Gian Maria Nicastro) una condanna a un anno e quattro mesi di reclusione. Secondo il magistrato l’errore della psichiatra fu quello di non valutare adeguatamente il rischio suicidario del giovane, classificandolo come “lieve” e innescando così una sequenza di eventi che portò al decesso di Gaffoglio. Quando il ragazzo entrò al Lorusso e Cutugno aveva un quadro clinico precario, attestato dai professionisti del centro di salute mentale dove era in cura: non riusciva a controllarsi e aveva crisi psicotiche. “Per lui l’ingresso in carcere fu un evento drammatico e aveva bisogno di supporto psicologico”, spiega il pm. Mettendo in luce che il 9 agosto Gaffoglio tenta per la prima volta il suicidio (lo salvano gli agenti della penitenziaria). Il 25enne viene trasferito nel padiglione sanitario e sottoposto a un regime di massima sorveglianza con rischio suicidario “alto” (era controllato a vista 24 ore su 24). L’11 agosto la valutazione viene abbassata a rischio “medio”. E il 13 la psichiatra lo declassa a “lieve” e il tentativo di suicido viene definito “dimostrativo”. “Gaffoglio era un detenuto-paziente che aveva una drammatica storia che nessuno ha tenuto in considerazione”, spiega il pm. Quando il rischio passa a “lieve”, la polizia penitenziaria abbassa il livello di sorveglianza e restituisce al giovane tutti i suoi effetti personali, compresi i vestiti chiusi in un sacco nero. Lo stesso che poi il 25enne userà per uccidersi. “Quale fretta c’era di abbassare il rischio?” si domanda il pm. Che aggiunge: “L’imputata fa un’osservazione psichiatrica record in appena due giorni. Se Gaffoglio fosse rimasto a rischio medio il sacchetto e i vestiti non gli sarebbero stati restituiti. L’evento del 9 agosto venne sottovalutato”. Da qui il nesso causale che spinge il magistrato a chiedere la condanna della professionista. La famiglia del giovane si è costituita parte civile con le avvocate Laura Spadaro e Maria Rosaria Scicchitano. Ravenna. Morì suicida in carcere a 23 anni, lo psichiatra abbassò il rischio: assolto di Lorenzo Priviato Il Resto del Carlino, 3 luglio 2026 La difesa: tragedia non prevedibile. Un medico 67enne era a processo per omicidio colposo in relazione al decesso di Giuseppe Defilippo. Per il giudice “il fatto non sussiste”. L’amarezza della madre: “Molte coscienze dovrebbero interrogarsi”. “Ci sono molte coscienze che dovrebbero interrogarsi: chi ha riferito fatti non veritieri, chi ha svolto le proprie mansioni con leggerezza invece che con la competenza richiesta. La salute mentale non è un dettaglio, è un abisso in cui troppi giovani oggi sono lasciati allo sbaraglio. La domanda che rivolgo a chiunque possa ascoltare è: cosa non sta funzionando? Non possiamo continuare a chiudere gli occhi davanti a chi chiede aiuto”. È il commento amaro di Elisabetta Corradino dopo la sentenza con cui il giudice Michele Spina ha assolto “perché il fatto non sussiste” lo psichiatra del carcere di Ravenna, imputato per omicidio colposo in relazione al suicidio del figlio, Giuseppe Defilippo, morto a 23 anni il 16 settembre 2019 nella sua cella della casa circondariale. Le motivazioni saranno depositate entro 90 giorni. I genitori (nella foto), che avevano fatto riaprire le indagini sulla morte del figlio dopo un’iniziale archiviazione del caso, erano parte civile al processo con gli avvocati Marco Catalano e Marco Martines. La decisione è arrivata al termine del processo che vedeva alla sbarra il medico, 67 anni, consulente della struttura penitenziaria e a contratto con l’Ausl Romagna, chiamata nel procedimento come responsabile civile e assistita dall’avvocata Patrizia Carli. Il pubblico ministero Angela Scorza aveva chiesto una condanna a otto mesi di reclusione, sostenendo che lo specialista avesse sottovalutato il rischio suicidario del giovane detenuto, alla sua prima esperienza in carcere. Secondo la ricostruzione dell’accusa, Giuseppe aveva manifestato sin dall’ingresso un forte stato di sofferenza, legato all’isolamento, alla difficoltà di mantenere i contatti con la famiglia e all’incertezza sul proprio futuro. Un primo sanitario aveva classificato il rischio suicidario come medio, disponendo una sorveglianza rafforzata. Per la Procura, la successiva decisione di ridurre quel livello di rischio avrebbe rappresentato l’errore decisivo, nonostante la complessa storia clinica del ragazzo, caratterizzata da precedenti ricoveri, un trattamento sanitario obbligatorio, episodi autolesivi e dipendenza da sostanze. Da qui la contestazione di negligenza e imperizia nei confronti dello psichiatra. Una tesi che la difesa, con gli avvocati Guido Maffuccini e Delia Fornaro, ha invece contestato punto per punto. Nel corso della discussione finale i legali hanno sostenuto che il gesto di Giuseppe fosse imprevedibile. Hanno ricordato come, nei due mesi precedenti l’ingresso in carcere e durante la detenzione, il giovane fosse stato visitato complessivamente da altri sei professionisti, tra psichiatri, psicologi e medici, senza che nessuno avesse individuato un concreto rischio suicidario. La consulenza tecnica della parte civile, secondo la difesa, avrebbe invece ricostruito i fatti “ex post”, arrivando alla conclusione che il suicidio sarebbe stato evitabile solo alla luce dell’evento già verificatosi. Altro punto centrale ha riguardato la decisione di abbassare il livello di rischio da medio a lieve. Per i difensori non si trattò di una scelta individuale dell’imputato, ma di una valutazione condivisa all’unanimità dalla commissione competente. Anche una psicologa, ascoltata durante il dibattimento, aveva confermato di avere condiviso quella valutazione, ritenendo che non emergessero elementi tali da giustificare un livello di allerta superiore. Infine, la difesa ha evidenziato come, anche dopo la modifica della classificazione del rischio, non fossero cambiati né il percorso terapeutico né le misure di controllo: Giuseppe continuò a essere seguito con visite di psichiatri e psicologi, alloggiava in una cella vicina alla guardiola e con un compagno di detenzione. Secondo i legali, solo una sorveglianza a vista avrebbe potuto offrire un presidio ulteriore, misura che non sarebbe comunque stata giustificata dagli elementi clinici allora disponibili. Per i genitori di Giuseppe, che per anni hanno chiesto di fare luce sulla morte del figlio, la sentenza non chiude la vicenda umana. Resta il dolore per una perdita che continua a interrogare sul tema della salute mentale in carcere e sulla capacità delle istituzioni di intercettare il disagio di chi vive una condizione di fragilità. Firenze. Scontro istituzionale su Sollicciano. Monni: ostacolata la nostra visita di Jacopo Storni Corriere Fiorentino, 3 luglio 2026 All’assessora regionale alla sanità negato l’accesso alla salute mentale e anche alle celle dei detenuti. Sul carcere di Sollicciano è di nuovo scontro istituzionale, con la Regione Toscana contro l’amministrazione penitenziaria. Tutto nasce nel corso della visita di ieri mattina al carcere fiorentino da parte dell’assessore regionale a sanità e sociale Monia Monni, insieme al direttore generale dell’Asl Toscana Centro Valerio Mari. All’uscita dal penitenziario, l’assessora si è detta “sconcertata” per l’accaduto: “Ci è stato negato l’accesso ai locali dove è stata trasferita la salute mentale, che è peraltro un’articolazione del servizio sanitario regionale dentro il carcere, dunque è competenza organizzativa dell’assessora regionale alla sanità, ma non ci hanno fatto accedere”. Il no alla visita di Monni e Mari sarebbe stato motivato con il fatto che gli spazi carcerari riservati alla salute mentale sono al momento sotto sequestro della magistratura - a sette sezioni di Sollicciano sono stati messi sigilli su richiesta della Procura di Firenze per le condizioni “inumane” - ma al suo interno ci sono ancora alcuni detenuti. “Lo ritengo un fatto estremamente grave perché, essendo questo carcere in una fase di riorganizzazione dovuta a un legittimo e auspicato provvedimento della magistratura, in questo momento alcuni detenuti in condizione di grande fragilità sono in situazioni temporanee”. Tuttavia, osserva, “pur consentendoci di parlare con i detenuti non ci hanno fatto vedere in che condizioni sono i locali”. E questo nonostante le condizioni dei locali, avverte Monni, “non siano dissociate dal tema della salute dei detenuti. Questo ci ha profondamente amareggiati, faremo richiesta anche alla magistratura per poter accedere e svolgere fino in fondo il nostro lavoro”. Critico anche Simone Mangini, vicepresidente e referente del gruppo di lavoro Psicologia penitenziaria dell’Ordine degli Psicologi della Toscana: “Preoccupa il fatto che all’assessora regionale alla sanità sia stato negato l’accesso ai locali dell’articolazione della salute mentale durante la visita istituzionale, perché la trasparenza è fondamentale garantire la piena tutela dei percorsi di cura per i detenuti. Pur comprendendo le difficoltà organizzative che sta attraversando il carcere di Sollicciano, riteniamo importante che venga garantita la massima trasparenza sulle condizioni in cui vengono erogati servizi così delicati”. Quanto ai 9 milioni annunciati dal ministro alla giustizia Carlo Nordio per riqualificare Sollicciano, Monni attacca: “Mi pare evidente che non basteranno, però vediamo. Si parla da tantissimo tempo di mettere mano a questa struttura, è una struttura che non ha più senso nemmeno storico, che è irrecuperabile. Io non credo sia possibile ristrutturarla”. E sulle attuali condizioni del penitenziario: “Quando vivi in mezzo alla muffa e con i piedi nell’acqua, con i materassi pieni di muffa messi a terra perché soltanto in quello spazio passa uno spiffero di vento, altrimenti non si respira, ma di quale recupero vogliamo parlare? Cosa ce ne facciamo alla fine di 9 milioni di euro? E dov’è la funzione della Carta costituzionale?”. La visita a Sollicciano è stata anche l’occasione per affrontare la questione della morte all’ospedale di Torregalli del recluso cardiopatico 75enne, deceduto per ragioni non ancora chiare dopo il trasporto d’urgenza dal carcere al San Giovanni di Dio. Secondo i sanitari della Regione che operano dentro il penitenziario, il caldo torrido del carcere ha certamente influito e accelerato il decesso dell’uomo. E proprio sulle temperature, hanno sottolineato Monni e Mari, ieri a Sollicciano il termometro nei corridoi era di 34 gradi, una temperatura comunque inferiore ai giorni precedenti visto il clima più ventilato di ieri. Enna. Emergenza carceri, la Camera penale: “Carenze di organico intollerabili al Bodenza” La Sicilia, 3 luglio 2026 Interventi concreti e tempestivi a tutela degli operatori del carcere Luigi Bodenza di Enna e dei detenuti. È questo il sollecito che arriva dalla la Camera Penale di Enna dopo il secondo tentativo di evasione di pochi giorni fa dall’istituto di pena del capoluogo, sventato dall’intervento del personale in servizio, e reso noto dal Sappe, Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria, che ha voluto complimentarsi per l’azione tempestiva, tornando a denunciare l’allarme sulle condizioni di sicurezza. La Camera Penale, presieduta dall’avvocato Giuliana Conte, è da tempo in prima linea nel cercare soluzioni concrete ai gravi problemi dell’istituto ennese e torna a chiedere alle Istituzioni risultati, partendo dalla “piena solidarietà al Corpo di Polizia penitenziaria” e facendo propria “la denuncia delle persistenti carenze di organico e delle gravi criticità strutturali, da tempo segnalate e non più tollerabili. La sicurezza del carcere non può reggersi sul solo sacrificio delle donne e degli uomini che vi prestano servizio”. Dalla Camera penale si evidenzia come “le medesime carenze si riverberano sulle condizioni delle persone detenute, nei confronti dei quali si ribadisce vicinanza e impegno a tutela dei diritti fondamentali. La dignità del detenuto e la sicurezza di chi lavora nell’istituto non sono interessi contrapposti, ma le due facce di un’unica esigenza di legalità”. Su questi cardini parte l’appello alle Istituzioni “affinché alle parole seguano interventi concreti e tempestivi, sul piano strutturale e degli organici, a tutela tanto di chi opera nell’istituto quanto delle persone ristrette”. I fatti, per quanto ricostruito raccontano di alcuni detenuti che sarebbero riusciti a scavalcare il muro di recinzione interna dai cortili passeggi sino a raggiungere l’intercinta, dove recupererebbero materiali e pacchi lanciati dall’esterno. Durante l’ultimo tentativo di fuga uno dei detenuti è però caduto tentando di scavalcare il muro, riportando la frattura di una gamba. Per il segretario generale del Sappe, Donato Capece, e per il segretario regionale della Sicilia, Calogero Navarra, a scongiurare l’evasione è stato esclusivamente il tempestivo intervento della Penitenziaria, nonostante le difficili rese condizioni causate dalla carenza di organico. Per il sindacato “gli interventi di messa in sicurezza dell’area interessata, pur essendo stati finanziati, non sarebbero ancora stati avviati, chiedendo chiarimenti sulle ragioni del ritardo”. In particolare il Sappe è tornato a sollecitare il provveditore regionale dell’amministrazione Penitenziaria della Sicilia, Maurizio Veneziano, a riferire sulle iniziative previste per eliminare le criticità evidenziate, ribadendo anche la necessità di intervenire sia sul piano strutturale sia sul rafforzamento degli organici, sostenendo che l’attuale situazione causi un aggravio del carico di lavoro per il personale e possa c incidere sui livelli di sicurezza dell’istituto. Trento. Nel carcere il numero di colloqui intimi più alto d’Italia: 54 nei primi sei mesi di Lucia Ori iltquotidiano.it, 3 luglio 2026 Ma Spini continua a essere gravemente sovraffollato. Dei 428 detenuti presenti nella Casa circondariale, 228 sono di origine straniera: “Non possono nemmeno comprarsi un ventilatore”. C’è un dato che racconta un carcere che prova a cambiare e un altro che restituisce tutte le contraddizioni della detenzione. Da una parte i 54 colloqui svolti nella stanza dell’affettività del carcere di Trento nei primi sei mesi del 2026, tra i numeri più alti registrati a livello nazionale. Dall’altra 428 detenuti in una struttura inizialmente progettata per ospitarne 240, il lavoro che manca, il caldo soffocante e il ricordo ancora vivo di Abrar Jarrar, la giovane che il 26 maggio si è tolta la vita in cella. Questa è la situazione che emerge dalla visita della delegazione di Radicali Italiani alla casa circondariale di Spini di Gardolo. La Casa circondariale ha restituito l’immagine di un istituto che, rispetto a molti altri in Italia, presenta condizioni strutturali migliori, vista anche la sua recente costruzione. Un giudizio che, però, non cancella il problema della modifica dell’originaria capienza massima del carcere, che dalle originarie 240 persone, è stata portata a 428. Oggi nella struttura sono detenuti 379 uomini e 49 donne. Tra loro c’è anche un detenuto di 86 anni, il più anziano della casa circondariale. “Francamente non capisco come sia possibile che, a quell’età, permanga la pericolosità sociale del detenuto e che non si possano valutare soluzioni alternative”, osserva il segretario di Radicali Italiani Filippo Blengino, tornando a chiedere un maggiore ricorso alle misure alternative alla detenzione nei casi in cui le condizioni lo consentano. Tra le notizie positive emersi durante la visita c’è invece la stanza dell’affettività, uno degli strumenti introdotti dopo la pronuncia della Corte costituzionale del 2024 che ha riconosciuto il diritto dei detenuti a coltivare la propria sfera affettiva. Dal 1° gennaio a oggi sono stati effettuati 54 colloqui intimi. “È un numero molto positivo, anche perché significa che l’amministrazione penitenziaria sta gestendo in modo efficace questa nuova possibilità”, sottolinea Blengino. Un dato che, secondo Radicali Italiani, dimostra come sia possibile trasformare un diritto in una pratica concreta, mantenendo vivi i legami familiari anche durante la detenzione. Ma basta attraversare i corridoi dell’istituto e parlare con chi vi è rinchiuso perché emergano altre priorità. “Parlando con i detenuti il tema fondamentale è il lavoro”, racconta Blengino. Oggi lavorano 220 persone su 428, ma nella maggior parte dei casi si tratta di attività alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria e quindi interne, come le pulizie e la distribuzione dei pasti, con turnazioni che consentono di lavorare appena tre mesi all’anno. “Al di là di alcuni progetti positivi, è difficile parlare di reinserimento sociale quando il carcere offre così poche opportunità di formazione e di lavoro”. È proprio in questo contesto che una detenuta ha pronunciato la frase che più ha colpito il segretario dei Radicali: “Io voglio poter uscire di qui e sapere se andare a destra o a sinistra”. Senza un percorso che prepari davvero al ritorno nella società, il carcere rischia di trasformarsi in un luogo che alimenta la recidiva anziché ridurla. Il volto più doloroso del disagio che si può provare in carcere ha il nome di Abrar Jarrar, la giovane di 21 anni morta suicida il 26 maggio scorso. Durante la visita, il suo ricordo è riaffiorato nei racconti delle altre detenute del reparto femminile. “Ci hanno detto che quella mattina si era truccata. Sembrava una giornata normale, nessuna immaginava quello che sarebbe successo”, riferisce Blengino. Un dettaglio che restituisce tutta la difficoltà di cogliere un disagio spesso invisibile. Una delle detenute gli ha confidato di comprendere quel gesto, “perché non è vita così”. Parole che, secondo il segretario di Radicali Italiani, rendono ancora più urgente investire nel sostegno psicologico, ma anche nel lavoro e nella formazione, strumenti essenziali per offrire una prospettiva a chi sta scontando una pena.A pesare sulla quotidianità dei detenuti, in queste settimane segnate dall’ondata di calore, c’è anche un problema molto concreto. “Nel carcere di Trento non viene concesso ai detenuti di acquistare a proprie spese nemmeno un ventilatore”, denuncia Blengino. Se all’esterno il caldo mette sotto pressione lavoratori, scuole e servizi, all’interno del carcere le possibilità di trovare sollievo sono ridotte al minimo. “La possibilità di uscire è data solo sui piazzali in cemento. Con questo caldo è un inferno”, racconta, descrivendo una situazione che rende ancora più pesante la permanenza in carcere durante i mesi estivi. Infine il nodo dell’inclusione. Dei 428 detenuti presenti nella casa circondariale, 228 sono di origine straniera. Eppure non è presente nemmeno un mediatore culturale. “Come si può pensare che così si possa applicare la funzione rieducativa della pena?”, domanda Blengino. Imperia. “Carcere ben tenuto. Resta il nodo medici” di Gaia Ammirati La Stampa, 3 luglio 2026 Ieri la visita dell’associazione “Nessuno tocchi Caino”. “Abbiamo trovato spazi puliti e rispetto della dignità”. È un quadro nel complesso positivo quello tracciato a seguito del sopralluogo istituzionale che si è svolto ieri mattina alla Casa circondariale di Imperia, promosso dall’associazione “Nessuno tocchi Caino”. Pur in presenza di alcune criticità, i partecipanti hanno rilevato un ambiente ordinato in un clima di rispetto reciproco tra detenuti e personale. Restano però diversi nodi da affrontare: la struttura ospita attualmente 66 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 53 posti, con un leggero sovraffollamento. Più significativa è invece la carenza di personale della polizia penitenziaria. Gli agenti assistenti previsti in organico dovrebbero essere 48, ma quelli effettivamente in servizio sono soltanto 23. Tra le problematiche evidenziate figurano inoltre l’assenza di un presidio medico nelle ore notturne, la presenza di un paio di detenuti con gravi problematiche psichiatriche e la necessità di rafforzare il sostegno ai detenuti nel delicato percorso di reinserimento nella società una volta terminata la pena. “È un carcere piccolo - ha commentato il segretario di Nessuno tocchi Caino, Sergio D’Elia - dove il rapporto tra detenuti e operatori penitenziari è improntato al rispetto reciproco della dignità umana. Abbiamo trovato spazi puliti, ben tenuti e un rapporto tra educatori e detenuti che rappresenta un’eccezione rispetto alla media nazionale: qui c’è un educatore ogni 30 detenuti, mentre in Italia il rapporto è di uno ogni cento. Si percepisce un clima di rispetto reciproco. Inoltre, è raro trovare un sindaco che consideri il carcere parte integrante della città”. Anche il presidente della Camera Penale Imperia-Sanremo Marco Bosio, ha evidenziato gli aspetti positivi: “È una struttura che funziona, con un buon rapporto tra personale e detenuti e un’area educativa molto motivata, capace di sviluppare progetti professionali e culturali. La criticità principale riguarda il settore sanitario: nelle ore serali e notturne manca un presidio medico e questo può creare problemi importanti”. Presente anche alcuni esponenti del Pd: il consigliere regionale Enrico Ioculano e i consiglieri comunali di Imperia Ivan Bracco, Deborah Bellotti e Daniela Bozzano. “Le visite istituzionali servono proprio a verificare situazioni di sofferenza come questa - ha affermato il consigliere Ioculano - Pur trovandoci in una realtà migliore di molte altre, ci sono aspetti sui quali la Regione può intervenire, a partire dall’assistenza sanitaria notturna. Occorre inoltre verificare l’efficacia dei percorsi di formazione e reinserimento lavorativo dei detenuti”. “Il carcere è migliorato molto sotto il profilo igienico e delle attività svolte all’interno, ma la carenza di personale è importante - ha aggiunto il consigliere Bracco - Gli agenti effettuano turni che superano l’orario previsto dal contratto. Presenteremo una mozione per chiedere al Ministero della Giustizia il potenziamento dell’organico”. La collega Deborah Bellotti ha posto l’attenzione sul “dopo carcere” . “La gestione interna è positiva, ma il vero nodo è accompagnare le persone una volta uscite. Non avere una dimora significa rischiare di vanificare tutto il percorso fatto durante la detenzione. Serve un collegamento più forte con il mercato del lavoro, affinché le competenze acquisite possano tradursi in reali opportunità occupazionali. Si tratta di uno degli strumenti più efficaci per favorire il reinserimento sociale e ridurre il rischio di recidiva”. Salerno. Protocollo Comune-carcere per lavori di pubblica utilità di Filippo Notari ottopagine.it, 3 luglio 2026 Opportunità per sei detenuti della casa circondariale di Fuorni. È stato sottoscritto, ieri mattina, a Palazzo di Città, il protocollo di intesa tra il Comune di Salerno e la Casa Circondariale da parte del sindaco Vincenzo De Luca e del direttore Carlo Brunetti. Il protocollo disciplina le modalità di collaborazione tra la Casa Circondariale di Salerno e il Comune di Salerno per l’organizzazione e lo svolgimento di lavori di pubblica utilità. I detenuti ammessi (al momento si parte con sei) potranno svolgere attività nei seguenti settori: manutenzione ordinaria del verde pubblico, parchi, aiuole e aree attrezzate; pulizia e decoro urbano di strade, piazze, marciapiedi e spazi pubblici; piccoli lavori di manutenzione di edifici e beni comunali; supporto ad attività di carattere sociale, culturale e ambientale promosse dall’Ente. “Abbiamo firmato questo protocollo d’intesa con la direzione del carcere -ha spiegato il sindaco De Luca - per impegnare sei giovani detenuti in lavori socialmente utili. Attribuiamo a questo progetto un valore particolarmente elevato. Noi vogliamo confermare, con questo progetto, che intendiamo andare avanti sulla linea della sicurezza, del rigore e della lotta contro i delinquenti, ma anche sulla linea della solidarietà, cioè aprendo le braccia a quei ragazzi e a quelle ragazze che vogliono impegnarsi in un recupero sociale. I ragazzi impegnati saranno utilizzati per lavori socialmente utili, ma avranno, come dire, una speranza di vita: faranno formazione professionale e avranno una possibilità di reinserimento. Se noi recuperiamo anche solo sei, dieci giovani e facciamo in modo che non imbocchino la strada della droga o della delinquenza, abbiamo già fatto un lavoro straordinario. Oggi nelle carceri abbiamo un numero di suicidi che è impressionante e che è indegno di un Paese civile. Dunque, dobbiamo offrire, per quanto possibile, una possibilità di recupero tramite il lavoro e tramite la responsabilità. Poi faremo anche un lavoro, come dire, di sensibilità sociale” “Oggi - ha aggiunto l’assessore alle Politiche sociali, Paola de Roberto - il fatto di aver suggellato questo protocollo con la Casa Circondariale sottolinea ancora di più l’attenzione che noi, come Comune, abbiamo in particolare per i detenuti. Partirà a Salerno il primo centro totalmente pubblico di mediazione penale per minori e adulti. Ricordo che Salerno ha attivato quello per i minori già dal 2012, ma oggi è attivo anche quello per gli adulti, grazie a un finanziamento ministeriale che ci permetterà di dare risposte importanti, in linea con la normativa vigente, ma soprattutto con la nostra sensibilità su questa tematica”. Scarp de’ tenis: “Dolce riscatto”, focus della rivista di strada sul lavoro nelle carceri agensir.it, 3 luglio 2026 “Il profumo del pane appena cotto, dello zucchero che caramella, della pasta di mandorle lavorata a mano, del biscotto appena uscito dal forno. Anche così si può parlare di carcere e dei laboratori nati dentro le mura di alcuni istituti penitenziari italiani, dove uomini e donne detenuti imparano un mestiere vero, con orari, regole, clienti da non deludere”. Stefano Lampertico, direttore di “Scarp de’ tenis”, introduce così il dossier del nuovo numero della rivista di strada. “Lo certificano i numeri: chi lavora durante la detenzione, soprattutto con percorsi formativi solidi come quelli della pasticceria, ha una recidiva minore rispetto a chi, i mesi e gli anni, li passa in una cella senza far nulla. E c’è poi un valore aggiunto, meno misurabile ma altrettanto concreto: quei dolci escono dal carcere e arrivano sulle tavole di chi non ha mai pensato a quei luoghi”. Lampertico aggiunge: “Comprare un panettone fatto da chi sta scontando una pena significa, senza bisogno di proclami, mettersi in relazione con un pezzo di società che normalmente teniamo a distanza. È un piccolo atto che incrina il muro dell’indifferenza, da entrambi i lati”. Questo racconta la rivista nel servizio di copertina, un viaggio negli istituti di pena “dove si insegna il lavoro e dove si producono cose buone”. I nostri giovani stanno male. Proibire i social non li salverà di Andrea Casadio Il Domani, 3 luglio 2026 Gli studiosi hanno le idee chiare: la crisi della salute mentale dei giovani è provocata dal peggioramento delle loro condizioni materiali e non dal diffondersi dei social e dei telefonini. Vietarli, quindi, non serve a niente. Lo scorso 15 giugno, l’ormai ex primo ministro inglese, Keir Starmer, ha annunciato: “I social media verranno vietati a tutti i giovani di età inferiore ai 16 anni. Restituiamo ai nostri ragazzi la loro infanzia!”. Come se i social fossero un mostro maligno che li turba e li corrompe. Il governo inglese ha preso questa decisione seguendo l’esempio di quello australiano, che ha annunciato un divieto simile qualche tempo fa. Ai giovani verrà vietato l’accesso a Snapchat, TikTok, YouTube, Instagram, Facebook e X. Saranno consentiti WhatsApp e le altre app per lo scambio di messaggi. Ai minori di 16 anni verranno vietate certe attività come lo streaming live e i contatti con estranei. Il governo inglese, poi, introdurrà restrizioni su certe funzionalità dei social media: metterà un limite al tempo che un giovane passa a scrollare online e vieterà l’accesso a tutti i social dopo una certa ora del giorno. Ora che Starmer ha rassegnato le dimissioni, chissà se il governo inglese proseguirà nel suo intento. In ogni caso, proibire l’accesso ai social potrebbe restituire l’infanzia ai nostri ragazzi? Li renderebbe più felici e sereni? Secondo quel che dicono la maggior parte delle ricerche sociologiche e scientifiche, probabilmente no. Ma in questa era di populismi di destra e di sinistra va di moda dare risposte semplicistiche a problemi complessi, e trovare facili capri espiatori a cui attribuire le colpe di quel che non va. La nostra economia va a rotoli e le nostre città sono insicure? È colpa degli immigrati. I nostri giovani figli si sentono sempre più soli e infelici, soffrono di disturbi mentali quali la depressione e l’ansia, e tentano il suicidio più spesso di prima? È tutta colpa dei social e dei telefonini. Purtroppo, però, le soluzioni facili sono sbagliate e non risolvono i problemi. Se usi i social in un certo modo diventi un elettore di destra: come funziona l’algoritmo “sovranista” Malessere mentale Prendiamo l’epidemia di malessere mentale dei giovani. Alcuni scienziati e sociologi - e taluni politici - dicono: a partire dal 2007, quando sono stati introdotti gli smartphone, in tutto il mondo tra i giovani è aumentato enormemente il numero dei casi di depressione e di ansia, e dei tentativi di suicidio. Lo spiegano così: i giovani passano troppo tempo attaccati allo schermo e così si isolano; sui social gli influencer gli propongono ideali di successo e di bellezza irraggiungibili, così si sentono falliti e si incupiscono; online è più probabile vengano molestati o ricattati; alla fine si deprimono e si tolgono la vita. Peccato che non ci siano prove certe: non esiste una sola ricerca scientifica che dimostri in maniera chiara e inequivocabile che i social fanno male alla salute mentale dei giovani, anzi i dati appaiono più oscuri e ambigui di quanto suggeriscano le decisioni dei politici, i titoli dei giornali o le nostre ansie private, come genitori e dipendenti dallo smartphone. I social amplificano i disturbi alimentari: “Agiscono come moltiplicatore di confronto e vergogna”. Cosa dicono le ricerche Cosa dicono davvero le ricerche sulla salute mentale degli adolescenti di oggi? Il suicidio è la misura più concreta del disagio emotivo: i tassi di suicidio tra gli adolescenti degli Usa di età compresa tra i 15 e i 19 anni sono effettivamente aumentati negli ultimi decenni, passando da circa 7,5 morti su 100.000 nel 2009 a circa 11,8 morti su 100.000 nel 2021. Ma l’epidemia statunitense dei casi di suicidio non colpisce solo gli adolescenti. Nel 2022, il tasso di suicidio era aumentato in uguale misura per tutte le classi di età - adulti e anziani - rispetto all’anno 2000, e ciò suggerisce motivi più ampi e profondi che non agiscono solo sulla vulnerabilità emotiva degli adolescenti che navigano sui social. E cosa dicono i numeri per gli adolescenti di altri Paesi ricchi? Come ha recentemente documentato Max Roser di Our World in Data, negli ultimi decenni i tassi di suicidio tra gli adolescenti e i giovani adulti sono rimasti pressoché stabili o sono diminuiti in Francia, Spagna, Italia, Austria, Germania, Grecia, Polonia, Norvegia e Belgio. In Svezia si sono registrati solo aumenti molto contenuti. In Danimarca, dove la penetrazione degli smartphone è tra le più alte al mondo, i tassi di ospedalizzazione per autolesionismo dei giovani tra i 10 e i 19 anni sono diminuiti di oltre il 40 per cento tra il 2008 e il 2016. Invece, in 17 paesi ricchi del pianeta i tassi di suicidio tra le giovani donne sono cresciuti dal 2003 di circa il 17 per cento, raggiungendo nel 2020 un tasso di 3,5 suicidi ogni 100.000 persone. Però, in Germania il numero di suicidi tra le donne di età compresa tra i 15 e i 20 anni oggi è pari ad appena un quarto di quello registrato all’inizio degli anni ‘80, e il numero è rimasto notevolmente stabile per più di due decenni. E allora, come la mettiamo? Social e minori, la responsabile della sicurezza di Meta: “Fondamentale il ruolo delle famiglie” Invertire il nesso di casualità Candice Odgers - professoressa di psicologia dell’Università di California a Irvine, una delle massime esperte nel rapporto tra tecnologia e benessere mentale giovanile - ha affermato: “La tesi che le tecnologie digitali stiano provocando una modificazione delle connessioni nervose nel cervello dei nostri bambini e causando un’epidemia di disturbi mentali non è supportata dalla scienza”. E ha proseguito: “Centinaia di ricercatori - me compresa - hanno condotto ricerche per capire se il tempo passato sui social abbia effetti pesanti. I nostri sforzi hanno dimostrato che o non c’è nessun effetto, o l’effetto è minuscolo, o molto dubbio. E quando questi studi si sono protratti nel tempo hanno suggerito non che l’uso dei social media predice o causa la depressione, ma bensì che i giovani che già soffrono di disturbi mentali utilizzano queste piattaforme più spesso o in modi diversi rispetto ai loro pari sani”. Detto in parole più semplici, non è vero che i cellulari causano il malessere psichico dei giovani; invece, quasi tutti gli scienziati e gli studi sostengono che questo nesso di causalità andrebbe rovesciato, cioè se io sono un adolescente infelice allora mi attacco allo schermo del telefonino proprio per fuggire dalle cose della mia vita che mi rendono infelice - come una famiglia disfunzionale con genitori che mi angosciano, o una situazione economica o sociale che mi terrorizza - e non viceversa. Per sapere chi ha la colpa della crisi della salute mentale dei giovani, basta leggere un articolo fondamentale pubblicato qualche tempo fa su Lancet Psychiatry, la più importante rivista scientifica di psichiatria del pianeta. Quella rivista ha riunito un centinaio tra i più importanti esperti di psichiatria delle più prestigiose università del mondo - guidati da Patrick McGorry, dell’Università di Melbourne, in Australia - per formare la “Commissione di Lancet Psychiatry sulla crisi di salute mentale dei giovani”. Nel settembre 2024, hanno pubblicato un ponderoso articolo dove scrivono: “I giovani sono sensibili in maniera unica alle condizioni e alle forze strutturali prevalenti di natura sociale e politica ed economica, e gli effetti di questi fattori influenzano la salute mentale lungo tutta la vita”. E quali sono queste forze di natura sociale ed economica che provocano la crisi di salute mentale dei giovani? Sentite cosa dicono gli studiosi: “Quattro decenni di neoliberalismo hanno portato a quella che è stata definita precarietà, e alla crescita di quel settore della società definito precariato. Quantomeno nelle nazioni occidentali, questo mega-trend politico ed economico, cominciato nei primi anni ‘80, ha prodotto una crescente diseguaglianza intergenerazionale, una grave erosione della sicurezza sul lavoro per i giovani, il trasferimento di ricchezza dalle giovani alle vecchie generazioni, ridotte prospettive di possedere una casa, a cui si aggiunge l’insulto della crisi degli affitti, e un aumento del debito studentesco. Le forze economiche risultato del neoliberalismo sono pesantemente implicate nel danno causato alla salute mentale e al benessere dei giovani”. I social? Togliamoli agli adulti. Il divieto ai minori è un fallimento annunciato Precarietà e marginalizzazione Sembra più un manifesto politico che un articolo scientifico, ma gli studiosi hanno le idee chiare: la crisi della salute mentale dei giovani è provocata dal peggioramento delle loro condizioni materiali e non dal diffondersi dei social e dei telefonini. E hanno identificato altri due fattori che causano il malessere mentale dei giovani: “Un trend che i giovani frequentemente riferiscono come fonte di disagio psicologico è la pressione accademica”, perché temono che se non ottengono voti alti saranno destinati “a una vita di precarietà e marginalizzazione”. Infine, “il cambiamento climatico è una preoccupazione esistenziale sostanziale per i giovani”. I nostri figli stanno male? Vietare i social non servirà a nulla. Social e minori, verifica dell’età e “modalità adolescente”. “I ragazzi vanno accompagnati”. Stati Uniti. Ius soli, è caccia alle donne incinte: Trump sembra Erode di Gennaro Grimolizzi Il Dubbio, 3 luglio 2026 Dopo la decisione della Corte Suprema arriva la stretta: 10mila arresti in 5 giorni da parte dell’Ice, nel mirino le migranti che potrebbero partorire negli Stati Uniti. Donald Trump non si arrende, dopo la decisione della Corte Suprema di lunedì scorso che ha annullato l’ordine esecutivo presidenziale con il quale si negava lo ius soli, limitando il diritto alla cittadinanza automatica per i bambini nati negli Stati Uniti. Forte dell’apparato statale a sua disposizione e dei teorici che fanno capo a vari think tank per motivare una serie di interventi - a partire dall’organizzazione America First Legal fondata da Stephen Miller -, il presidente degli Stati Uniti prosegue dritto come un treno. Le priorità continuano ad essere la lotta senza quartiere all’immigrazione clandestina e norme sempre più restrittive per le donne incinte che si trovano sul territorio americano o che vorrebbero raggiungerlo per partorire negli Stati Uniti. Nel caso del contrasto all’immigrazione, gli interventi dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement), l’agenzia federale che si occupa di ingressi illegali e dogane, hanno registrato una impennata degli arresti di soggetti che si trovano illegalmente negli Stati Uniti e che hanno precedenti penali: circa 10mila in cinque giorni. A rivelarlo sono stati il New York Times e FoxNews. I nuovi parametri della Casa Bianca prevedono un aumento degli arresti con una particolare attenzione nei posti blocco e per strada. Il numero delle persone finite nei centri di detenzione dell’ICE, rispetto ai mesi di gennaio e febbraio, è così raddoppiato. In questo modo Trump ha voluto lanciare un messaggio chiaro all’elettorato MAGA: il programma che gli ha consentito di ritornare alla Casa Bianca rimane invariato, a dispetto delle pronunce della Corte Suprema. Lauren Bis, vicesegretaria del Dipartimento della Sicurezza interna, ha detto che “quasi il 70% degli arresti effettuati dall’ICE riguarda immigrati clandestini accusati o condannati per un reato negli Stati Uniti”. “Oltre 3 milioni di immigrati clandestini - ha aggiunto - si trovano fuori dal Paese e il numero è in continuo aumento. Il nostro messaggio è chiaro: se entrate illegalmente nel nostro Paese, vi troveremo, vi arresteremo e vi espelleremo”. Questa volta le retate dell’ICE, intensificatesi poche ore dopo la decisione della Corte Suprema sullo ius soli, sono avvenute evitando il clamore mediatico con la speranza di evitare vibranti proteste. Un cambio di strategia, dopo le azioni di inizio anno con personaggi pittoreschi come l’ex funzionario del Border Patrol, Gregory Bovino, che hanno seminato terrore in diverse città degli Stati Uniti. Il picco degli arresti, come ha documentato il NYT si è verificato sabato scorso con il fermo di oltre 2.400 persone, che ha comportato un aumento di circa 4.000 unità della popolazione detenuta nelle strutture dell’ICE. Attualmente, in base ai documenti consultati dal quotidiano newyorkese, si trovano sotto la custodia dell’agenzia federale per l’immigrazione circa 63.000 persone. Nel 2025 Stephen Miller, vicecapo di gabinetto di Trump, aveva fissato l’obiettivo di 3.000 arresti al giorno da parte dell’ICE; questa cifra però non è stata mai raggiunta. Alla lotta all’immigrazione clandestina si è aggiunta la necessità di contrastare quello che è stato ribattezzato il “turismo delle nascite”, che si verifica quando le donne incinte si recano negli Stati Uniti con l’intento di partorire e garantire così al proprio figlio il passaporto statunitense. Impedire tale fenomeno è un altro tema dell’agenda politica del capo della Casa Bianca, suggerito dai teorici MAGA, dal quale potrebbero derivare nuovi contenziosi legali. Secondo Stephen Miller, intervenuto dopo la sentenza della Corte Suprema del 30 giugno, gli Stati Uniti devono “riflettere molto attentamente su chi si ammette sul territorio nazionale, anche solo temporaneamente”, dato che i figli nati da genitori non americani possono ottenere la cittadinanza statunitense e accedere al sistema di protezione sociale. Martedì, come ha evidenziato il sito Axios, il Dipartimento di Giustizia ha diffuso un promemoria in cui esortava i procuratori a indagare sulla pratica - definita “fraudolenta” - del “turismo delle nascite”. “Le leggi penali degli Stati Uniti - ha scritto il viceprocuratore generale Colin McDonald su X - vietano già le condotte inerenti a molti di questi cosiddetti schemi di “turismo delle nascite”. Uno degli stratagemmi per recarsi negli Usa per il parto inizia, come ha spiegato McDonald, “con una falsa richiesta di visto, con menzogne sullo scopo o sulla durata del viaggio negli Stati Uniti”. Secondo il viceprocuratore, molti casi di “turismo delle nascite” potrebbero essere perseguiti per frode sui visti, ma i pubblici ministeri dovrebbero valutare anche la sussistenza di altri reati, quali la frode telematica, la frode sanitaria, il riciclaggio di denaro e il furto d’identità aggravato. Il dibattito sul diritto alla cittadinanza si intreccia con i Mondiali di calcio, in corso negli Stati Uniti, e con la storia dell’attaccante della nazionale a stelle e strisce, Folarin Balogun, espulso ieri dopo il match con la Bosnia. Il calciatore è nato “per caso” negli Stati Uniti nel 2001. I suoi genitori, Florence e Ben, nigeriani residenti a Londra, si trovavano in vacanza a New York. La madre di Balogun, al settimo mese, al momento dell’imbarco per rientrare a Londra, è stata fermata dai sanitari preoccupati delle sue condizioni di salute. La signora Florence non ha ottenuto l’autorizzazione medica per salire sull’aereo e ha dato alla luce Folarin a Brooklyn il 3 luglio. Balogun ha ottenuto automaticamente la cittadinanza statunitense beneficiando del contestato - da parte di Trump - ius soli, come previsto dal Quattordicesimo Emendamento della Costituzione. Chissà se The Donald continuerà a fare il tifo per la nazionale di Balogun. Stati Uniti. Radicale, estremo, razzista: è il nazionalismo di Trump di Mario Del Pero Il Domani, 3 luglio 2026 La vicenda della sentenza sullo ius soli della Corte suprema ci mostra lo scontro in atto tra diverse visioni di cosa la nazione statunitense sia e debba essere. Oggi incassa una sconfitta, ma è un fatto che il presidente ripropone categorie, logiche e lessici (gli immigrati che “avvelenano il sangue dell’America”, ad esempio) lontane nel tempo, che parevano avere perso qualsiasi legittimità. È certamente una sconfitta per Donald Trump, il pronunciamento della Corte suprema che conferma l’interpretazione consolidata del 14° emendamento sul diritto di cittadinanza per nascita sul territorio degli Stati Uniti e dichiara incostituzionale l’ordine esecutivo che Trump aveva promulgato non appena insediatosi nel gennaio 2025. Una sconfitta che è però temperata da altre decisioni della Corte, su tutte quella che estende grandemente i poteri dell’esecutivo e limita l’indipendenza di agenzie federali. E che non chiude una discussione sullo ius soli semplicemente inimmaginabile sino a pochissimi anni da, con tre giudici (Gorsuch, Alito e Thomas) apertamente schierati con Trump e un quarto, Kavanaugh, che vota sì con la maggioranza, ma non condivide l’idea della incostituzionalità dell’ordine esecutivo di Trump e asserisce che un provvedimento del Congresso possa porre termine all’attuale applicazione universale dello ius soli. La Corte suprema salva l’anima d’America: Trump sconfitto dai giudici sullo Ius soli Se mettiamo le dispute costituzionali da parte, la vicenda è illustrativa soprattutto dello scontro in atto tra diverse visioni di cosa la nazione statunitense sia e debba essere. E della radicalità estrema del nazionalismo razziale di Trump, sublimata proprio da quell’ordine esecutivo che pretendeva di cancellare il 14° emendamento. Tra le tante dialettiche che hanno segnato la parabola degli Stati Uniti, centrale è stata a lungo quella tra due opposte concezioni della nazione. Da una parte quello civica, costituzionale, progressiva; dall’altro quella essenzialista, razziale e quasi pre-costituzionale a cui Trump oggi dà voce. Compendiata spesso in metafore potenti, ideologiche e problematiche - dal melting pot nel cui solvente costituzionale si produceva la cittadinanza al più recente mosaico pluri-identitario - la prima rimanda a un’idea di strutturale incompiutezza della nazione: un suo divenire perpetuo figlio di ondate migratorie e profonde trasformazioni demografiche. La seconda asserisce che vi sia appunto un’essenza originaria: che gli Usa siano una nazione bianca, cristiana e anglofona (primo nella storia, Trump ha promulgato un ordine esecutivo che dichiara l’inglese la sola lingua ufficiale del paese). È un nazionalismo razziale, questo, che a lungo ha prevalso, contribuendo a politiche nativiste e discriminatorie, come nel caso delle diverse leggi sull’immigrazione adottate a cavallo tra fine Ottocento e primo Novecento e culminate in quella del 1924, che per quarant’anni chiuse le porte del paese agli immigrati, in particolari quelli provenienti dall’Asia e dall’Europa meridionale e orientale. “Credo che ora nel nostro paese la popolazione sia sufficientemente numerosa da permetterci di chiudere le porte e di coltivare una cittadinanza americana pura e incontaminata”, dichiarò allora alla Camera il deputato democratico della South Carolina, Ellison Smith. Re Donald vuole umiliare l’idea fondante degli Usa “Grazie a Dio in America abbiamo forse la percentuale più alta, rispetto a qualsiasi altro paese al mondo, di discendenti della stirpe anglosassone pura e incontaminata ... È per la conservazione di quella splendida stirpe che vorrei rendere questo paese non un rifugio per gli oppressi di tutte le nazioni, ma un luogo in cui assimilare e perfezionare quel magnifico tipo di virilità che ha reso l’America la nazione più avanzata nel progresso e nella potenza”. Parole e logiche, quelle di Smith, che fino a non molto tempo fa sembravano appartenere a un passato distante e superato. A maggior ragione in un paese che, riaprendo dopo il 1965 le sue porte all’immigrazione, sarebbe stato profondamente trasformato; avrebbe almeno in parte realizzato la promessa del 14° emendamento di porre le premesse per la trasformazione in senso multirazziale della democrazia statunitense. Precipitata, tra il 1920 e il 1970, dal 15 al 5 per cento, la percentuale di residenti nel paese nati all’estero sarebbe tornata a salire sino a raggiungere oggi i picchi storici della Prima guerra mondiale. Nello stesso, ultimo mezzo secolo “i bianchi non ispanici” sarebbero scesi dall’87,5 al 57 per cento della popolazione. Ed è contro questi processi e queste trasformazioni che Trump avrebbe riproposto categorie, logiche e lessici (gli immigrati che “avvelenano il sangue dell’America”, ad esempio) che parevano avere perso qualsiasi legittimità. Rilanciando in forma estrema un nazionalismo razziale che non poteva non prendere di mira il 14° emendamento e che, per quanto sconfitto da questa sentenza, oggi rimane potente e rilegittimato. Se i leader ignorano l’arte del silenzio a vincere è il nemico.