41 bis, ci sono più detenuti oggi che ai tempi delle stragi di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 30 luglio 2026 Nel 1992 i reclusi al carcere duro erano 498, oggi quasi il doppio. E la mafia non è potentissima e stragista come prima. Nel 1992-93, quando Cosa nostra faceva saltare in aria diversi luoghi sensibili e ammazzava in pieno giorno, i detenuti sottoposti al regime speciale del 41 bis erano meno di quelli di oggi. A fine 1992 erano 498. Al 7 aprile 2026 sono 741. In mezzo ci sono trentaquattro anni nei quali le stragi sono finite, i capi storici sono morti in cella e Cosa nostra fatica a ricostruire la propria commissione provinciale. Il numero dei ristretti nel regime nato per fermare quella stagione, invece, non è mai tornato indietro. Il procuratore di Palermo Maurizio de Lucia ha toccato il punto nell’audizione del 28 luglio davanti alla commissione parlamentare Antimafia. Ha definito il 41 bis “uno strumento efficiente”, ma ha aggiunto che “possiamo discutere del numero dei soggetti sottoposti alla misura” e che “se l’alta e la media sicurezza funzionassero si potrebbe ridurre anche il numero dei ristretti al 41 bis”, indicando il lavoro da fare “soprattutto sul regime delle proroghe”. Detto da chi guida la procura che ha catturato Matteo Messina Denaro, è un’osservazione che nessun garantista avrebbe potuto formulare con la stessa autorevolezza. La serie storica, ricostruita sui dati dell’amministrazione penitenziaria e della Direzione nazionale antimafia, racconta una parabola precisa. Nel 1993 i sottoposti al comma 2 dell’articolo 41 bis salgono a 543. Nel novembre di quell’anno il ministro della Giustizia Giovanni Conso non rinnova 334 decreti, scelta finita poi nel tritacarne mediatico giudiziario sulla presunta trattativa, mentre la verità è che rispettò il dettame della sentenza costituzionale numero 349, depositata il 28 luglio di quell’anno, che imponeva la valutazione caso per caso. Il regime, fino al 2002, era temporaneo. Nel 2000 si oscilla tra 564 e 600, nel 2002 tra 650 e 678. Poi la curva si irrigidisce: 699 nel 2012, 729 nel 2015, 748 nel gennaio 2019, 760 nel 2021, che resta il picco storico assoluto, 728 al 31 ottobre 2022, 721 al 4 aprile 2024, 742 al 29 aprile 2025. La media del decennio 2012-2022, calcolata dal Garante nazionale su dati del Dap, è di 731 detenuti. Il picco non è negli anni delle bombe. È adesso. E la spiegazione non sta nella pericolosità delle mafie, che hanno cambiato strategia e non sparano più contro lo Stato, ma nella meccanica giuridica del regime e nella scelta di rinnovare a prescindere. Due leggi hanno fatto il lavoro. La 279 del 2002 ha trasformato una misura emergenziale a scadenza in un istituto stabile dell’ordinamento penitenziario. La 94 del 2009 ha portato la prima applicazione a quattro anni e ogni proroga a due. Chi entra, da quel momento, tende a restare. Nei primi dieci mesi del 2025 sono state emesse 232 proroghe e soltanto cinque declassificazioni al circuito di alta sicurezza AS1. Il regime che invecchia - La fotografia più dettagliata è del 9 novembre 2025: 726 ristretti in 12 istituti. L’Aquila ne ospitava 148, comprese le dieci donne dell’unica sezione femminile. Poi Milano Opera con 99, Sassari Bancali con 88, Spoleto con 79, Novara con 69, Parma con 61, Cuneo con 45, Viterbo con 43, Rebibbia con 42, e sotto i trenta Terni, Tolmezzo e Nuoro. A vigilare c’è il Gruppo operativo mobile della polizia penitenziaria, che a fine 2025 contava 653 unità: quasi un agente per detenuto. Il dato che smonta la retorica corrente riguarda l’appartenenza. Alla stessa data i detenuti riconducibili alla camorra erano 229, quelli della ‘ndrangheta 206, quelli di Cosa nostra 197. Seguivano la mafia pugliese con 32 e la Sacra corona unita con 18. I detenuti per terrorismo erano cinque, fra cui l’anarchico Alfredo Cospito. L’organizzazione per cui il 41 bis fu concepito occupa oggi il terzo posto. C’è poi l’anagrafe. Il rapporto del Garante nazionale sul 2023, su 740 detenuti, contava un solo under trenta, 234 sessantenni e 87 ultrasettantenni. L’età media indicata dalla relazione ministeriale per il 2022 era di 58 anni, con 340 detenuti, il 46,7 per cento, dai sessant’anni in su. Gli ergastolani erano 204, meno del trenta per cento del totale: significa che non pochi scontano l’intera pena temporanea dentro il regime, dal primo all’ultimo giorno. Il Garante nazionale, negli anni della presidenza di Mauro Palma, ha lasciato pagine che nessuno ha smentito. Il rapporto tematico sul 41 bis invita a non chiamarlo mai carcere duro, perché quella formula implica l’aggiunta di qualcosa “a fini maggiormente punitivi o di deterrenza o di implicito incoraggiamento alla collaborazione”, il che porterebbe l’istituto “certamente al di fuori del perimetro costituzionale”. Sulle proroghe l’analisi è chirurgica: per il rinnovo basta “l’assenza di ogni elemento in senso contrario”, e le motivazioni richiamano di frequente il reato iniziale e la persistenza dell’organizzazione sul territorio, due elementi che disattendono l’obbligo di attualizzare le esigenze di sicurezza fissato dalla Corte costituzionale. Nella relazione al Parlamento Palma scrive che è “tempo di aprire un chiaro confronto sul regime speciale: sulle sue regole, sulla sua attuale estensione numerica, sulla durata troppo spesso illimitata”. Ha chiesto anche la fine delle aree riservate, undici sezioni dentro le sezioni che ospitavano 35 persone. Il Comitato europeo per la prevenzione della tortura, dopo le visite del 2019 e del 2022, ha chiesto all’Italia di “riflettere seriamente sull’attuale configurazione del regime di 41 bis”. Chi vuole il regime più duro lo sta smontando - Qui c’è il punto che interessa a chi difende davvero il regime. Ogni volta che il legislatore o l’amministrazione hanno aggiunto una restrizione che non serviva a recidere i collegamenti con l’esterno, quella restrizione è stata cancellata da un giudice. Nel 2013 la Consulta ha eliminato il tetto ai colloqui con il difensore. Nel 2018, con la sentenza 186 sollevata dal magistrato di sorveglianza di Spoleto Fabio Gianfilippi, è caduto il divieto di cuocere i cibi, prescrizione dalla “portata puramente afflittiva non riconducibile alla funzione attribuita dalla legge al provvedimento ministeriale”. Nel 2020 è caduto il divieto di scambiare oggetti fra detenuti dello stesso gruppo di socialità. Nel 2022 il visto di censura sulla corrispondenza con l’avvocato. Nel marzo 2025, con la sentenza 30 sollevata dal tribunale di sorveglianza di Sassari, è caduto il limite delle due ore d’aria, perché comprime la possibilità di fruire di luce naturale e “nulla fa guadagnare alla collettività in termini di sicurezza”. Strasburgo ha lavorato sull’altro lato, quello delle proroghe. Il 25 ottobre 2018 ha condannato l’Italia per violazione dell’articolo 3 sul caso di Bernardo Provenzano, prorogato nel marzo 2016 quando le sue condizioni cognitive erano compromesse: sarebbe morto pochi mesi dopo. Il 10 aprile 2025 la condanna si è ripetuta, con sei voti contro uno, per Giuseppe Morabito, novantenne affetto da Alzheimer: la Corte europea ha scritto di non vedere come una persona con un indiscusso declino cognitivo, incapace di comprendere la propria condotta o di seguire un’udienza, possa conservare la capacità di riprendere contatti con un’organizzazione criminale. A luglio è arrivata la condanna nel caso Gullotti per la corrispondenza con i familiari limitata senza motivazione adeguata. Il meccanismo è lo stesso. Più il regime si allarga, più le motivazioni delle proroghe diventano seriali, più aumenta la probabilità di finire davanti a un giudice con un caso che non regge: un anziano, un malato, un uomo che non capisce dove si trova. Ogni pronuncia toglie un pezzo. Chi risponde alle criticità del carcere chiedendo di rendere il 41 bis ancora più severo, come è avvenuto con il decreto legge 92 del 2024, che ha escluso i ristretti dai programmi di giustizia riparativa, sta accumulando materiale per le sentenze che verranno. La selettività non è una concessione ai detenuti: è la condizione perché il regime resti in piedi. Lo dicono il Garante nazionale, il Comitato europeo antitortura e ora, almeno in parte, anche il procuratore di Palermo. Tossicodipendenti ai domiciliari, via libera al ddl Nordio che non risolve nulla di Eleonora Martini Il Manifesto, 30 luglio 2026 Il ministro: “10 mila persone fuori dal carcere”. Poi la rettifica: è solo una “prospettiva pluriennale”. Con 153 sì, 42 no e 82 astenuti, la Camera ha dato il via libera definitivo al ddl Nordio sulla detenzione domiciliare dei detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti che aderiscano a un programma di recupero e che stiano scontando una pena detentiva - residua o per condanna - non superiore a 8 anni, o 4 per particolari reati “ostativi”. Un provvedimento che, per le opposizioni, in linea di principio potrebbe essere condivisibile se non fosse per le numerose falle rilevate e la sostanziale inapplicabilità. Da qui l’astensione di tutti i partiti della minoranza, mentre un netto no è arrivato dal M5S e da Fn di Vannacci. Per il guardasigilli Nordio, che ha firmato il ddl insieme al ministro Schillaci, si tratta di una legge “epocale perché consente la detenzione alternativa di almeno 10 mila persone” e “contribuirà ad una deflazione della popolazione carceraria” insieme al piano per l’edilizia penitenziaria che il commissario Doglio “sta portando avanti” con “la costruzione di edifici per 10 mila detenuti”. Plaude la comunità di San Patrignano, ma in solitaria. Pur “apprezzando il recepimento di alcune proposte emendative” elaborate da un gruppo di associazioni del Terzo settore (le strutture da “autorizzate” sono diventate “accreditate”), il risultato è considerato deludente. Il Coordinamento nazionale delle comunità accoglienti (Cnca), per esempio, bolla la nuova normativa come “assolutamente inadeguata a fronteggiare il sovraffollamento carcerario”. Innanzitutto perché “già le attuali norme consentirebbero l’affidamento in comunità per i detenuti con residuo di pena di 6 anni, escluse alcune tipologia di reato, eppure - riflette Hassan Bassi della Cnca - sono in pochi ad uscire dal carcere, soprattutto a causa del sovraccarico sulla magistratura di sorveglianza”. Senza parlare del fatto che “le comunità non sono carceri e non lo vogliono diventare”, come spiegò in audizione la presidente di Cnca, Caterina Pozzi. Dal loro punto di vista, poi, il fondo da “19.436.250 annui a decorrere dall’anno 2026” istituito dal ministero della Salute per finanziare la nuova legge (art. 6) è assolutamente insufficiente, in quanto “basta al massimo a coprire la retta (a 100 euro al giorno) di un anno per 530 persone”. Non a caso, a sera, fonti del ministero rettificano spiegando che la legge si muove su una “prospettiva pluriennale” nell’auspicio “che la misura possa estendersi ulteriormente per gli anni successivi”. Pallottoliere alla mano: “I detenuti tossicodipendenti sono 19.755 e circa 13.277 i posti letto nelle comunità terapeutiche, in gran parte occupati. Dove possono essere messe eventuali altre migliaia di persone senza investimenti?”, è la domanda del deputato di Iv Roberto Giachetti (tra gli astenuti) secondo il quale il provvedimento di Nordio è solo “la versione rinnovata dell’annuale specchietto per le allodole”. “Del ddl possono beneficiare poi solo chi è in cura al Serd e non è recidivo - puntualizza - ovvero una minima parte dei detenuti tossicodipendenti”. Ma c’è un altro problema evidenziato - sia pure con una certa dose di giustizialismo - dalla capogruppo M5S in commissione Giustizia, Valentina D’Orso: “La nuova misura si applicherà a chi deve scontare una pena, anche residua, fino ad 8 anni - riassume - Il testo non precisa che questi 8 anni debbano essere la risultante di un cumulo di pene derivanti da diversi reati minori, come volevamo fare noi con un emendamento che è stato bocciato. Quindi potrà uscire dal carcere anche chi ha commesso un unico reato grave punito con 8 anni”. Non certo crimini bagatellari, e alla faccia della propaganda securitaria sbandierata dalla maggioranza, lamenta D’Orso. Inoltre, secondo il ddl, il detenuto che possa dimostrare la “correlazione tra la tossicodipendenza o l’alcoldipendenza e il reato” può anche scontare la pena presso il proprio domicilio e recarsi in un centro semiresidenziale per sottoporsi durante il giorno ad un “percorso terapeutico socio-riabilitativo”. E in questo caso la platea si restringe ulteriormente a chi dispone di un domicilio, non molti tra i tossicodipendenti in carcere, soprattutto se migranti. Ad ogni modo, mettetevi comodi perché, come fa notare D’Orso, “sia chiaro che non uscirà un solo detenuto dal carcere prima di diversi mesi, forse anni” in quanto, dice la legge, “l’effettiva individuazione della platea di soggetti beneficiari spetterà ad una Commissione di esperti che dovrà essere istituita e che darà le linee-guida”. Prima la cura del carcere: c’è (finalmente) una legge per i detenuti con dipendenze di Viviana Daloiso Avvenire, 30 luglio 2026 Via libera definitivo della Camera al provvedimento che concede a chi deve scontare una condanna non superiore a 8 anni la detenzione nelle comunità di recupero accreditate. L’entusiasmo del Terzo settore: “Un passo di civiltà”. Il nodo dei numeri: quante persone usciranno? La tossicodipendenza - il principio si è ripetuto per anni, anche sulle pagine di Avvenire - non cancella affatto la responsabilità penale, ma non può essere ridotta neppure a una colpa da espiare dietro le sbarre. Ed è da questo principio, che riconosce nella cura uno strumento di giustizia oltre che di recupero sociale, che prende le mosse la riforma approvata definitivamente ieri dalla Camera, destinata a cambiare (sulla carta almeno) l’esecuzione della pena per migliaia di detenuti tossicodipendenti e alcoldipendenti nel nostro Paese. Un provvedimento atteso da anni dal mondo delle comunità terapeutiche e del Terzo settore, che non mette dunque in discussione la certezza della pena, ma riconosce che quando il reato nasce dalla dipendenza la risposta dello Stato può e deve affiancare alla sanzione un percorso di recupero della persona. Procediamo con ordine. Cosa c’è nel ddl sulla detenzione domiciliare terapeutica, che era già stato approvato dal Senato e che quindi è diventato effettivamente legge? La riforma amplia le possibilità di accesso ai programmi di recupero per le persone condannate per reati connessi alla tossicodipendenza o all’alcoldipendenza, consentendo loro di scontare la pena in strutture accreditate anziché in carcere. Tra le principali novità c’è l’innalzamento da 6 a 8 anni del limite di pena entro il quale è possibile accedere alla misura alternativa - con limiti per alcuni reati ostativi, cioè particolarmente gravi, tra cui quelli di stampo mafioso - e l’introduzione di un sistema più flessibile, che lega l’esecuzione della pena al progetto terapeutico predisposto dai Servizi per le dipendenze (Serd) insieme all’Ufficio di esecuzione penale esterna. Se il percorso viene portato a termine con successo, il detenuto può accedere all’affidamento in prova; se invece il programma si interrompe per cause non imputabili alla persona, la legge prevede una seconda possibilità, limitando la revoca ai casi di violazioni gravi. Per il ministro della Giustizia Carlo Nordio si tratta di una norma “epocale”, destinata a consentire la detenzione alternativa ad almeno 10mila persone che hanno commesso reati legati alla propria dipendenza. Una previsione decisamente ottimistica, considerando i (pochi, per ora) finanziamenti legati alla legge e destinati alle stesse comunità per ampliare i posti effettivi da destinare ai nuovi ospiti. Queste ultime, tuttavia, salutano con soddisfazione enorme la riforma, di cui rivendicano anche buona parte della gestazione: “Ci siamo confrontati a lungo con il governo, anche in sede di Conferenza nazionale, e le nostre richieste sono state ascoltate - spiega Luciano Squillaci, presidente della Federazione italiana delle comunità terapeutiche (Fict), che riunisce oltre 600 servizi in tutta Italia -. Lo abbiamo sempre ribadito: per noi ogni giorno in più di carcere per una persona tossicodipendente è un giorno perduto”. Il testo definitivo contiene anche alcune modifiche sostanziali richieste dalla prima linea di chi ogni giorno si confronta con la concretezza dell’emergenza droghe e alcol: la più importante riguarda l’introduzione dei servizi semiresidenziali, che si affiancano alle comunità residenziali. Il detenuto potrà seguire il programma terapeutico durante il giorno, rientrando poi nella propria abitazione, in una struttura di housing sociale o, nei casi previsti, anche nell’istituto di pena. “Questa, sì, è una svolta epocale - osserva Squillaci - perché finalmente si riconosce che i percorsi terapeutici sono individualizzati e devono essere costruiti sui bisogni delle persone, ampliando in modo significativo le possibilità di accesso”. Altro punto qualificante è che potranno essere coinvolte esclusivamente strutture accreditate dal Servizio sanitario nazionale: “Le comunità terapeutiche non sono e non devono diventare un’alternativa al carcere in quanto tale. Le persone vengono da noi per curarsi, non per essere semplicemente trasferite da una struttura all’altra”. Un principio ribadito anche nei comunicati diffusi dalla rete Intercear e da San Patrignano, che insistono sulla natura sanitaria e riabilitativa dell’intervento e respingono qualsiasi lettura della norma come uno “svuotacarceri”. L’entusiasmo, però, è accompagnato da un richiamo al realismo. Se il ministro Nordio - lo si diceva poco sopra - parla di una platea potenziale di circa 10mila detenuti che potrebbero beneficiare della riforma, secondo le comunità le risorse oggi stanziate consentiranno di attivare percorsi terapeutici per circa mille persone. Per questo, sottolinea Squillaci, il voto parlamentare rappresenta “un punto di partenza, non di arrivo”: perché il diritto alla cura riconosciuto dalla legge possa tradursi in opportunità concrete serviranno nuovi fondi (anche regionali), un rafforzamento dei servizi territoriali e una collaborazione sempre più stretta tra magistratura, Servizio sanitario nazionale e comunità terapeutiche. Il cantiere è appena stato aperto, insomma, ma sul fronte delle carceri c’è lo spazio concreto per un cambiamento che potrebbe sciogliere gradualmente anche i nodi spinosissimi del sovraffollamento e dei suicidi. Lo scetticismo delle Comunità: “La cura è la scelta più giusta, ma senza fondi è impossibile” di Maria Novella De Luca La Repubblica, 30 luglio 2026 Detenzione domiciliare dei tossicodipendenti oggi in carcere, San Patrignano applaude ma Antigone e Forum Droghe lanciano l’allarme: “Il percorso non si riduca a un trasferimento della pena”. Se San Patrignano applaude, Antigone non nasconde scetticismo e Forum Droghe parla di “comunità trasformate in carceri sociali”. La nuova legge approvata dalla Camera sulla detenzione domiciliare dei tossicodipendenti in carcere, divide le associazioni che da sempre si occupano di reclusione, recupero e prevenzione dalle droghe. Anche se sul punto di partenza del disegno di legge del governo - di fatto - la concordia è comune: chi ha commesso reati legati alla tossicodipendenza deve essere curato (e aiutato) fuori dalle mura di un penitenziario. La domanda però è la seguente: come deve essere seguito chi esce dalla cella in quanto dipendente dalle droghe o dall’alcol? Deve essere “detenuto” in una struttura diversa dalla prigione, ma pur sempre in un regime di reclusione, o essere ammesso a misure realmente alternative al carcere? Sembra un gioco lessicale ma non lo è. A cominciare dai numeri, come sottolinea il presidente di “Antigone” Patrizio Gonnella. Numeri che a conti fatti aprirebbero le porte dei penitenziari a un numero davvero esiguo di detenuti e detenute. “Il ministro della Giustizia ha parlato di oltre 10.000 persone che potrebbero uscire dal carcere. Da dove arrivi questo numero però non è dato saperlo. Il governo ha fatto realmente una ricognizione sulla capacità di accoglienza dell’attuale sistema delle comunità di recupero?”. E con quali fondi verrà concretamente finanziato il progetto? “Il costo medio di una persona in comunità -ragiona Gonnella - è di circa 100 euro al giorno e, al netto della previsione finanziaria di poco meno di 20 milioni di euro, i soggetti beneficiari potrebbero essere meno di 600”. Dunque un numero ben diverso rispetto agli annunci, sulla falsariga quindi di altri provvedimenti governativi (vedi bonus mamme) che alla fine, paletto dopo paletto, hanno riguardato un numero davvero esiguo di persone. (Dato confermato dal ministro Nordio che ha parlato di 10mila detenuti in un programma pluriennale, ma per il 2026 le risorse sarebbero sufficienti soltanto per 500 persone). Dalla comunità di San Patrignano fondata da Vincenzo Muccioli - che già ospita molti tossicodipendenti inviati dai tribunali - arriva invece il plauso deciso alla misura del governo: “Confidiamo che tale legge possa aiutare ancora più persone a lasciarsi alle spalle il problema delle dipendenze da droghe e alcool”. Plauso condiviso dalla Fict, Federazione italiana comunità terapeutiche, che riunisce oltre 600 servizi attivi in tutta Italia. “Per noi ogni giorno in più di carcere per una persona tossicodipendente è un giorno di troppo, è un giorno perduto” ha dichiarato il presidente della Fict Luciano Squillaci. “Questa norma - aggiunge - non è uno svuota carceri. Le comunità terapeutiche non sono e non debbono diventare una mera alternativa alla prigione, il percorso deve mantenere la sua natura riabilitativa, non ridursi a un semplice trasferimento della pena”. Appunto. Perché è questo il timore sia di Patrizio Gonnella che di Stefano Vecchio di Forum Droghe: il rischio, avverte Gonnella “di dare luogo a forme di privazione della libertà affidate ai privati”. In pratica delle carceri alternative, seppure sicuramente migliori. Spiega Stefano Vecchio: “Il vero recupero delle persone tossicodipendenti avviene con le misure alternative al carcere. In diverse forme e anche nelle in comunità. Dove ci sono certamente delle restrizioni, ma sono regole della comunità non del carcere. E dove vengono curate persone con problemi di dipendenza sia detenute che libere, cioè entrate in comunità volontariamente. Parlare invece di “detenzione domiciliare” snatura completamente il carattere terapeutico di questi luoghi, trasformandoli in carceri fuori dal carcere. Un grande, grandissimo errore di prospettiva terapeutica”, conclude Vecchio. Gare d’appalto, quote riservate per il reinserimento sociale e lavorativo dei detenuti Italia Oggi, 30 luglio 2026 Accordo Anac-Cnel per l’inserimento nei bandi di clausole sociali per favorire l’occupazione di persone in stato di detenzione. Quote riservata nelle gare di appalto alle imprese e alle cooperative sociali il cui scopo principale sia l’integrazione sociale e professionale delle persone svantaggiate e, quindi, anche di detenuti ed ex detenuti. È l’obiettivo dell’accordo Anac-Cnel approvato ieri che prevede le clausole sociali da inserire negli atti di gara, così da favorire attraverso il lavoro la rieducazione e il reinserimento sociale delle persone sottoposte a una pena detentiva. Le stazioni appaltanti e gli enti concedenti potranno riservare l’esecuzione di lavori a quegli operatori economici che prevedano l’impiego, per lo svolgimento delle relative prestazioni, di almeno il 30% di lavoratori svantaggiati. Nel caso di ricorso ai contratti riservati, le stazioni appaltanti e gli enti concedenti devono inserire nei bandi di gara o negli avvisi apposite clausole che esplicitamente contengano detta riserva di partecipazione o di esecuzione. Le clausole sociali volte all’inserimento lavorativo dei detenuti ed ex detenuti possano essere previste come requisiti necessari dell’offerta. La stazione appaltante o l’ente concedente potrà decidere di attribuire un punteggio all’offerta tecnica di un determinato operatore economico in misura proporzionale al numero di detenuti/ex detenuti che impiegherà nell’esecuzione dell’appalto. Busìa: detenuti ed ex detenuti possono acquisire nuove competenze - “Abbiamo voluto mostrare concretamente come gli appalti non servano solo a costruire opere o a offrire servizi, ma anche a creare inclusione, aumentare il benessere collettivo e accrescere la sicurezza”, ha dichiarato il Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione (Anac), Giuseppe Busìa. “Introducendo negli atti di gara clausole che favoriscono l’inserimento lavorativo di detenuti ed ex detenuti”, ha spiegato Busìa, “consentiamo alle imprese di trovare la manodopera di cui hanno bisogno e insieme offriamo a detenuti ed ex detenuti possibilità di acquisire nuove competenze, mettendole al servizio della collettività”. Brunetta: serve un’azione mirata di formazione - “Con questa iniziativa trova ulteriore conferma l’impegno concreto del Cnel volto all’inserimento socio-lavorativo dei detenuti”, ha affermato il presidente del Cnel Renato Brunetta. “Sarà ora necessaria un’azione mirata di informazione rivolta agli operatori economici per far conoscere le opportunità previste e per favorire l’utilizzo delle clausole contrattuali indirizzate a garantire l’inclusione delle persone sottoposte a una pena detentiva”. Conviene assumere un detenuto di Paolo Cagidemetrio Italia Oggi, 30 luglio 2026 Disposte a accogliere detenuti sono McDonald’s, Terna, Autogrill, Gruppo Cremonini, A2A, l’Istituto superiore di sanità e la Fabbrica di San Pietro, ma anche pmi di ogni settore. Da discarica sociale a giacimento di risorse. È il ruolo che il carcere può svolgere ribaltando la comune visione che considera perduto per sempre chi ha sbagliato. Cresce infatti il numero delle imprese che scelgono di avere alle proprie dipendenze un detenuto. “Ma sono ancora poche rispetto alla grande potenzialità di questa scelta”, spiega Flavia Filippi, giornalista e fondatrice dell’associazione Seconda Chance, diffusa in quasi tutta Italia, che si occupa di fare da ponte tra il carcere e le aziende. Eppure i motivi per farlo sembrano non mancare. L’impatto del lavoro sulla recidiva - Innanzitutto le stime del Cnel, che su questo fronte ha dispiegato da tempo il proprio impegno, riguardo alla recidiva. Oggi il 60 per cento dei quasi 65 mila ospiti dei penitenziari italiani sono al loro secondo ingresso in carcere, cioè sono tornati a compiere un nuovo reato. Secondo la stima del Cnel la possibilità di ricadere in errore precipiterebbe invece dal 60% al 2% tra coloro che durante la detenzione sono stati avviati al lavoro. Soprattutto all’esterno, in aziende che propongono un contratto a coloro i quali sono nella situazione di poter accedere a misure alternative alla detenzione. In buona sostanza, se c’è l’opportunità di poter vivere del proprio lavoro crolla la spinta a tornare a delinquere. Certo, non tutti sono nelle condizioni di poterlo fare o meritare, ma sono molti di più di quelli che attualmente varcano il cancello del carcere la mattina per uscire e lo riattraversano la sera per rientrare in cella dopo una giornata di lavoro. I benefici fiscali e la legge Smuraglia - Un buon secondo motivo sono i benefici previsti per le imprese dalla legge Smuraglia, varata nel 2000 ma ancora poco conosciuta. La norma prevede un credito d’imposta, e in alcuni casi anche uno sconto previdenziale, variabile tra i 300 ed i 500 euro al mese per ogni detenuto assunto: un vantaggio che può durare anche 18 o più mesi dopo la scarcerazione. Infine sempre più imprese, anche se non rientrano tra quelle per le quali è obbligatorio, scelgono di stilare il loro bilancio di sostenibilità: il documento dal quale emerge la responsabilità sociale dell’azienda e al quale non è estranea l’applicazione dell’articolo 27 della Costituzione in cui si afferma che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. Come assumere un detenuto - Seconda Chance in meno di tre anni ha procurato più di 900 offerte di lavoro cercando imprese di ogni dimensione disponibili ad intraprendere questa strada: colossi come McDonald’s, Primark, Terna, Autogrill, Gruppo Cremonini, A2A o realtà come l’Istituto superiore di sanità e la Fabbrica di San Pietro, ma anche piccole e medie aziende di ogni settore, dall’edilizia alla meccanica, dal tessile ai servizi, dal commercio all’artigianato. Il processo di selezione e l’inserimento - Il match è diretto, con colloqui in carcere tra rappresentanti dell’impresa e detenuti che abbiano il profilo richiesto e, in accordo con le direzioni e gli educatori di ogni istituto, le caratteristiche per poter lavorare all’esterno. Un vero e proprio colloquio di lavoro. Spesso il primo della loro vita per molti reclusi: nella stragrande maggioranza dei casi si conclude con la proposta di un regolare contratto di assunzione, che per il disco verde definitivo verrà vagliata dal direttore del carcere e dal tribunale di sorveglianza. Ovviamente niente braccialetto elettronico o accompagnamento da parte della Polizia penitenziaria. Al loro arrivo la mattina in azienda impossibile riconoscerli da qualsiasi altro dipendente. “Quello che chiediamo - aggiunge la presidente di Seconda Chance - è che le imprese ci contattino attraverso il nostro sito secondachance.net oppure alla email info@secondachance.net. E ci occorre sostegno. Mettere in contatto il mondo delle imprese ed il carcere non è un passatempo”. Studenti da ricordare: l’università in carcere è resistenza di Gabriele Vecchione Il Domani, 30 luglio 2026 A oggi in Italia vi sono 1978 detenuti (di cui 104 donne) iscritti a 55 atenei: dal 2018 il numero degli universitari in carcere è quasi triplicato. Nel 2025 si sono celebrate 50 lauree triennali e sette magistrali. Ma questi numeri non colgono quanto anche solo pochi esami possono fare una differenza positiva, come racconta una ospite di Rebibbia iscritta alla Sapienza. A partire dalla seconda lettera che mi ha scritto, R., “ospite di Rebibbia femminile”, mette sempre un cuore sotto la sua firma. È una delle studentesse dei 125mila circa che mi sono affidati come cappellano della Sapienza. R. ha 70 anni e so che negli ultimi giorni di luglio stava preparando Cinema 2. Mi ha scritto per la prima volta il 1° gennaio scorso, ringraziandomi per aver partecipato a una trasmissione di RaiNews24, durante la quale avevo parlato della dura condizione degli universitari in carcere. In quella lettera scriveva: “Studio nonostante le tante difficoltà, trincerate dietro la dicitura ordine e sicurezza, che ci impedisce di avere materiale di cancelleria come evidenziatori, bianchetto, cartelline e contenitori ad anelli e anche chiavette usb su cui poter seguire lezioni sui pc della biblioteca che sono nuovissimi e inutilizzati”. Stando al rapporto 2026 del Cnupp (Conferenza Nazionale dei Delegati dei Rettori per i Poli Universitari Penitenziari), che sarà ufficialmente presentato nel prossimo autunno, a oggi in Italia vi sono 1978 detenuti (di cui 104 donne) iscritti a 55 università. Di costoro 1744 sono iscritti a una laurea triennale e il 16 per cento ha più di 60 anni. Si tratta spesso non di giovani (gli universitari detenuti compresi tra i 18 e i 24 anni sono appena l’1,5 per cento, tra i 25 e i 30 il 7,4 per cento), ma di padri, madri, nonni che, di fronte al loro fallimento, si impegnano per lasciare una testimonianza di riscatto ai loro cari. Dal 2018 il numero degli universitari in carcere è quasi triplicato. Nel 2025 si sono celebrate 50 lauree triennali e sette magistrali. Nell’ottobre 2025 un detenuto ha conseguito il titolo di Dottore di ricerca. L’ergastolo e la laurea: “L’università in carcere è come una rivoluzione” Studiare “dentro” In realtà questi numeri, come evidenzia il rapporto citato, non colgono che “anche pochi esami, talvolta anche un solo esame, può segnare in senso positivo i percorsi di vita nell’esecuzione penale”. Uno dei più grandi fallimenti della struttura carceraria è formare persone che imparano “a farsi il carcere”, come la detenzione fosse un gagliardetto da esporre, una soft skill di un curriculum criminoso. L’università in carcere è resistenza. E chiaramente è un diritto, come sanciscono l’art. 27 della Costituzione sulla rieducazione dei condannati e l’art. 34 che attribuisce all’istruzione un valore da garantire a tutti. Lamentandosi del fatto che non mi sia ancora stata concessa l’autorizzazione per andare a visitarla, R. mi scrive in una lettera: “Purtroppo qui i tempi sono biblici”. L’università, rispetto al sovraffollamento (media del 140 per cento della capienza), al tema dei suicidi (82 nel 2025), ai trattamenti inumani (30mila ricorsi ammessi dai Tribunali di sorveglianza nel periodo 2018-2024), pare un hobby. Gran parte degli atenei coinvolti nell’istruzione universitaria esenta gli studenti dal pagamento delle tasse universitarie, ma nel complesso l’istituzione pubblica è lenta nel garantire l’effettività dei diritti costituzionalmente sanciti. Gli studenti vengono trasferiti da un penitenziario a un altro senza comunicare all’università la loro destinazione. Spesso risulta impossibile utilizzare le connessioni digitali e non viene garantita la compresenza dei circuiti di alta e media sicurezza in occasione di attività didattiche. L’84 per cento degli istituti penitenziari con più di dieci iscritti è privo di spazi dedicati allo studio e non in tutte le sedi è consentito portare in cella materiale di studio. Il mondo di dentro e il mondo di fuori dovrebbero essere più permeabili, sia nel permettere ai tutor di accedere con più agio dentro il carcere sia nel garantire la tele-didattica. Ci si lamenta, probabilmente a buona ragione, che le carceri siano pieni di smartphone, ma si acconsente che uno studente che abbia preparato Diritto privato, per esempio, non abbia nessun device a disposizione per svolgere l’esame da remoto. Isolamento e suicidi, con la destra il carcere è sempre più infernale Rimozione collettiva Il carcere resta un macroscopico esempio di rimozione collettiva, un buco nero in cui gettare l’ombra della società. Si vuole un carcere di rigore, si vogliono più minori in carcere perché reprimere è più veloce ed economico che educare e garantire politiche di sostegno alle famiglie e prassi che contrastino la dispersione scolastica, si vuole facilitare il passaggio dei giovani adulti che sono al minorile nelle patrie galere. È una psico-politica, dominata da un inconscio rudimentale, da un’incontinenza emotiva e dunque preriflessiva che non sa interrogarsi sui fenomeni della devianza e delle dipendenze e sa solo invocare strette repressive. Nel Vangelo leggiamo la simmetria tra il Signore e i detenuti: “Ero carcerato e siete venuti a trovarmi” (Mt 25, 36). Anche se i tempi saranno biblici, noi continueremo a credere che un uomo e una donna, qualunque cosa abbia fatto, possa sempre risorgere. R. mi scrive che ha tre libri sul comodino. Sta leggendo “Leggende e fiabe” di Herman Hesse, Col sorriso negli occhi di Martina Cardillo e Armadio di famiglia di Gianni Denaro. Me li procurerò anch’io, così da sentirla vicina. Buona estate a lei a tutti gli universitari in carcere. “Una domanda da Rebibbia: e voi, come state?” Sì al decreto sul riconoscimento facciale con l’AI. L’opposizione: “Misure da Stato di polizia” di Virginia Piccolillo Corriere della Sera, 30 luglio 2026 Il decreto consente di conservare per 7 giorni, nei luoghi ritenuti sensibili, i dati biometrici di chi passa davanti a una telecamera. Via libera definitivo al ddl carcere. Uno sprint del governo in commissioni Trasporti e Attività produttive ha dato il via libera al decreto legislativo sul riconoscimento facciale, per le forze di polizia, che consente l’uso dell’Intelligenza artificiale nei sistemi di video sorveglianza, in recepimento dell’Ai act europeo. Non solo: FdI ha presentato una proposta di legge per istituire il reato di associazione a delinquere contro le manifestazioni violente. Risposta dichiarata a episodi come l’attacco No Tav alla Val di Susa: “In modo che questi inaccettabili episodi non finiscano solo con l’accusa di lesioni dove è sempre difficile capire le responsabilità personali”, hanno spiegato i capigruppo Galeazzo Bignami e Lucio Malan. Convinti che si debba “estendere la possibilità di procedere per associazione contro chi si costituisce in gruppo per devastare e aggredire le forze dell’ordine”. In più la Lega ha chiesto il divieto di campeggio o assembramento vicino ai cantieri Tav per chi “nei giorni scorsi ha dato prova di odio o violenza”. Misure da “Stato di polizia” è l’accusa di Pd, Avs e M5S. Non mitigata dal via libera definitivo al ddl carceri, definito dal Guardasigilli Carlo Nordio “epocale” perché promette di aprire le porte a misure alternative nei prossimi anni a “10 mila tossicodipendenti o alcolisti”. Si parte con i primi 500 nel 2026, tra quanti hanno reati con pena inferiore a 8 anni legati alla dipendenza. Potranno uscire dal carcere o non entrarci proprio se accettano di disintossicarsi. Provvedimento che, ha spiegato il ministro, “trasforma il detenuto tossicodipendente in malato da curare e non delinquente da punire”. E, aggiunge il sottosegretario Balboni, “combatte il sovraffollamento: i detenuti con dipendenze sono un quarto”. Un ddl salutato con “soddisfazione” da Giorgia Meloni che parla di “testo arricchito da emendamenti delle opposizioni”. Ma che non ha avuto il sì del Campo largo. Il Pd si è astenuto. E il M5S ha votato contro “un liberi tutti di persone potenzialmente pericolose”. Ma ad allarmare Pd e M5S è soprattutto il riconoscimento facciale con l’Ia. Il decreto che ora deve avere il parere delle commissioni Affari costituzionali e Giustizia, prima di tornare al Consiglio dei ministri per il via libera definitivo, consente di conservare per 7 giorni, nei luoghi ritenuti sensibili, i dati biometrici di chi passa davanti a una telecamera. In caso venga commesso un reato saranno usati come materiale di indagine, altrimenti cancellati. Altro provvedimento che la maggioranza presenta come contromisura ai disordini di Bologna e dei cantieri Tav. E che Pd e M5S hanno tentato invano di far rinviare, lasciando i lavori dopo il diniego. “Si eccede nell’uso di strumenti estremamente invasivi”, denuncia la dem Serracchiani. “Deriva pericolosa”, attacca il M5S Pietro Lorefice. Riccardo Magi (+Europa) ironizza: “Da Fratelli d’Italia a Grande Fratello d’Italia”. Mentre Angelo Bonelli (Avs) paventa una “profilazione di massa di chi partecipa a eventi politici”. Per il relatore Fabio Raimonda (FdI) invece si “valorizza la cooperazione tra forze di polizia per rendere più efficace il contrasto agli illeciti” con un maggior coinvolgimento del Garante. Controlli di massa e nuovi reati: “Verso uno Stato di polizia” di Simona Musco Il Dubbio, 30 luglio 2026 Dopo Val di Susa e Bologna, da Fratelli d’Italia anche una proposta che mira a colpire le proteste di piazza con un nuovo reato associativo. Un ulteriore passo verso lo Stato di polizia. Da un lato con l’introduzione di controlli biometrici in mano alle forze di polizia senza particolari controlli da parte di un giudice, in barba al regolamento europeo, che pone limiti per evitare la deriva verso un controllo di massa. Dall’altro con la proposta di un nuovo reato associativo per punire chi devasta e aggredisce le Forze dell’Ordine. Le due proposte, piombate nel dibattito pubblico, sono state avanzate la prima dal governo, la seconda da Fratelli d’Italia. Il controllo biometrico e la deroga alle regole UE - Il primo fronte d’attacco riguarda il decreto legislativo per l’adeguamento nazionale all’AI Act (Regolamento UE 2024/1689), dal quale però il governo si discosta, ampliando le prerogative della polizia nell’uso del riconoscimento facciale. La prima criticità risiede nelle modalità di autorizzazione per l’identificazione biometrica remota in tempo reale: se in via ordinaria è previsto l’intervento del magistrato, nei casi d’urgenza agli agenti basterà una semplice comunicazione, anche orale, al procuratore. Viene così meno il vaglio preventivo del gip, scavalcando la supervisione di un’autorità giudiziaria terza e indipendente richiesta dall’Ue. Per il riconoscimento facciale ex post (art. 10), la responsabilità viene affidata a un ufficiale designato dal Questore o alla Pg procedente, consegnando un potere d’impatto fondamentale a un’autorità interna alla pubblica sicurezza. L’aspetto più allarmante riguarda la gestione dell’ordine pubblico in cortei, stadi o piazze: il testo ammette la memorizzazione per sette giorni dei dati biometrici (volti e iride) di tutti i cittadini che accedono a determinate aree. Una raccolta preventiva che, secondo le opposizioni, crea veri e propri archivi temporanei di volti relativi a una platea indifferenziata di persone inconsapevoli, violando il divieto dell’AI Act sull’uso non mirato della tecnologia. Nonostante ciò, Palazzo Chigi ha impresso una forte accelerazione. Dopo il via libera tra le proteste nella Commissione Affari europei del Senato, il dem Filippo Sensi ha denunciato un “approfondimento soffocato” su un “tema enorme come il controllo della sicurezza tramite IA”. Nel dossier compaiono anche le censure dei penalisti: l’Ucpi ha ricordato che “l’efficienza investigativa non rappresenta un valore assoluto” e deve confrontarsi con il diritto di difesa, mentre il professor Mitja Gialuz (Università di Genova) ha richiamato il rischio di chilling effect sulle libertà di riunione, sottolineando che per misure così invasive “è necessario un elevato livello di giustificazione affinché esse possano essere considerate necessarie in una società democratica”. Le Camere penali attaccano infine l’opacità algoritmica: “L’affidabilità statistica di un risultato non equivale alla sua dimostrabilità processuale: il processo penale liberale richiede che ogni elemento possa essere spiegato, verificato, contestato e, soprattutto, falsificato”. La nuova “associazione” - Al tassello dei controlli tecnologici si affianca la proposta di legge presentata da FdI (a prima firma dei parlamentari Bignami, Filini, Delmastro, Montaruli e Kelany) per introdurre un nuovo reato associativo. Il meccanismo mira a superare i requisiti tradizionali di stabilità e organizzazione gerarchica previsti dal codice penale per l’associazione a delinquere. La giustificazione si fonda sul “crescente susseguirsi di episodi di violenza” e sull’uso di tecnologie che facilitano l’organizzazione segreta degli assalti, richiedendo un “adeguamento dell’apparato normativo”. FdI punta a offrire una risposta ai fatti della Val di Susa e di Bologna, punendo anche chi concorre fornendo rifugio, vitto o trasporti, con aggravanti per l’uso di strumenti informatici segreti o di jammer per oscurare le comunicazioni della polizia. È prevista inoltre la confisca obbligatoria dei beni e un trattamento più severo per i promotori. In conferenza stampa, il senatore Lucio Malan ha parlato di un atto di “solidarietà alle forze dell’ordine”, aggiungendo che “non ci possiamo fermare alle lesioni personali come fosse un semplice episodio di due persone che si prendono a pugni o a schiaffoni. È una questione ben diversa. Si tratta di dare l’assalto a quei cantieri” che sono “frutto di decisioni prese dagli organi democratici”. La norma inciderà su oltre dieci reati spia (dalla resistenza a pubblico ufficiale al danneggiamento, fino a devastazione e saccheggio). Francesco Filini ha ribadito la volontà di mettere “un nuovo strumento nelle mani della magistratura”, mentre Augusta Montaruli ha difeso la necessità di intervenire dato che nei processi “la procura ha sostenuto l’imputazione di associazione a delinquere e questa purtroppo non ha trovato il riscontro degli organi superiori”. Raffaele Speranzon ha invocato lo stop a “sacche di impunità”, rivendicando la tutela del diritto di manifestare per chi non vuole essere “ostaggio dei violenti”. Ma è stata Sara Kelany a rimarcare la vera novità tecnica: “Eliminare completamente gli elementi di stabilità e di organizzazione gerarchica: tre o più persone che si riuniscono per colpire lo Stato per i cosiddetti “reati fine” incorrono nel reato associativo”. Si tratta di un reato di pericolo che “anticipa la soglia di punibilità” consentendo anche di prevenire. Rispondendo infine ai dubbi su una gara di propaganda con la Lega (che propone il “terrorismo di piazza”), Galeazzo Bignami ha chiarito che tra i testi c’è complementarietà: “La nostra è un’estensione di una forma generica e generalista di reato, mentre la loro ha una prerogativa di specialità. Oggi le contestazioni delle procure sono fragili perché i tribunali faticano ad accoglierle senza la prova della responsabilità individuale del singolo atto. Con il nostro reato, la contestabilità viene estesa a tutti i partecipanti”. La doppia mossa della maggioranza compone così un mosaico chiarissimo: da una parte l’allargamento della maglia penale per stringere il cerchio sul dissenso di piazza, dall’altra l’uso preventivo e invasivo della tecnologia biometrica. Due strade distinte che convergono verso lo stesso obiettivo: ridefinire i confini delle libertà civili nel nome di una presunta emergenza sicurezza permanente. Sorvegliare e punire… con l’intelligenza artificiale di Mario Di Vito Il Manifesto, 30 luglio 2026 Ecco il riconoscimento facciale “a strascico”. La polizia potrà usare i dati biometrici per identificare chi va in piazza anche nei giorni prima di una manifestazione. Uno-due. Il decreto legislativo recepisce il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale e lo rende una questione di polizia accelera e, con ogni probabilità, già oggi verrà licenziato. Nel frattempo Fratelli d’Italia presenta la sua proposta di legge per far sì che chi scende in piazza a manifestare possa essere accusato di associazione a delinquere. Il primo caso è il più clamoroso, perché è destinato a finire in Gazzetta ufficiale prestissimo. Direttamente da palazzo Chigi, su impulso del sottosegretario Alfredo Mantovano, è discesa l’indicazione alle commissioni affari costituzionali, giustizia e affari europei di Camera e Senato di dare nel minor tempo possibile il proprio parere allo schema di decreto legislativo che dovrebbe armonizzare le leggi italiane alle disposizioni europee “sull’intelligenza artificiale, in materia di utilizzo dei sistemi di intelligenza artificiale per l’attività di polizia e di responsabilità penale e civile”. I punti caldi sono due: gli articoli 8 e 10. Uno parla dell’identificazione facciale “in tempo reale”, l’altro la consente addirittura “a posteriori”. L’articolo 8 dice che “in casi di urgenza” (minacce di terrorismo, persone scomparse) la polizia può utilizzare i dati biometrici raccolti con l’Ai integrati con i sistemi di videosorveglianza presenti nelle città attraverso una semplice “comunicazione, anche orale” al pubblico ministero, senza cioè dover passare per l’autorizzazione di un giudice. L’articolo 10 è pure peggio: per “il contrasto dei reati” sarà infatti possibile effettuare una raccolta preventiva della durata di sette giorni dei dati biometrici di tutte le persone che accedono a un dato luogo. In sostanza, se in una strada o in una piazza è prevista una manifestazione, si potranno registrare ad esempio i tratti del viso e l’iride di chiunque passi di lì durante la settimana precedente. Tutto materiale che poi, eventualmente, sarà a disposizione dell’autorità giudiziaria. “Siamo al grande fratello d’Italia”, dice al manifesto il senatore del Pd Filippo Sensi, che, oltre ad aver trovato la battuta giusta, ieri mattina in commissione affari europei di Palazzo Madama per primo si è accorto dell’enormità della faccenda e, con i colleghi dell’opposizione, ha vanamente cercato di opporsi al colpo di mano della maggioranza. Ma nessuna discussione è stata concessa: il testo è blindato, le possibilità di rivederlo sono pressoché nulle e anche la controfirma del presidente della Repubblica sarà un atto sostanzialmente formale, avendo lui già concesso la delega al governo. Al limite, potrà prima o poi intervenire la Corte costituzionale, ma siamo nel campo delle ipotesi senza data di scadenza. “Di tutto l’Ai Act europeo, che è un provvedimento enorme, qui si è deciso di occuparsi solo della parte che riguarda la polizia - prosegue Sensi -. Vogliono raccogliere dati a strascico e poi verificare se c’è o no un reato. È una forma di sorveglianza indiscriminata, peraltro in aperto contrasto con lo stesso regolamento europeo”. Se qui siamo dalle parti dei peggiori incubi degli scrittori di fantascienza, con la proposta di Fratelli d’Italia sull’allargamento delle maglie dell’associazione a delinquere per includere chiunque partecipi a una protesta, invece, si realizzano i sogni più proibiti di ogni inquisitore. La nuova norma riguarderebbe chiunque “partecipa ad un gruppo composto da tre o più persone che, pur privo dei requisiti di stabilità e di struttura gerarchica, si costituisce o si coordina, anche mediante strumenti di comunicazione elettronica o in occasione di manifestazioni pubbliche” per commettere una serie di reati: resistenza a pubblico ufficiale, devastazione e saccheggio, attentati a impianti di pubblica utilità, lesioni personali, danneggiamento. Le tipiche accuse che vengono contestate quando le manifestazioni finiscono a tafferugli. Fatti ora equiparati a quelli di mafia e terrorismo, dalla cui legislazione deriva anche l’idea di confiscare i beni usati per commettere il reato. La misura, spiegano da FdI, è stata studiata al volo dopo gli scontri avvenuti a Bologna e in Val di Susa la settimana scorsa per tutelare sia “i lavori democraticamente approvati” sia i rappresentanti delle forze dell’ordine (120 i feriti, secondo la questura di Torino). “Tolleranza zero” è l’espressione - un po’ abusata - con cui il primo gruppo parlamentare ha annunciato la sua iniziativa, ieri pomeriggio alla Camera. La cosa divertente della conferenza stampa è stata che tutti gli intervenuti, dal capogruppo Galeazzo Bignami in giù, hanno candidamente ammesso che di questa legge non ce ne sarebbe alcun bisogno se i soliti giudici non avessero in più circostanze bocciato i teoremi delle procure che già ipotizzavano l’associazione a delinquere per i fatti di piazza. Molte indagini sono in effetti cominciate così (l’ultima famosa è quella sul centro sociale Askatasuna di Torino: l’accusa è caduta in primo grado, il giudizio d’appello è in corso), ma poi non è mai stata emessa una sentenza di condanna per associazione a delinquere nei confronti chi si è scontrato con la polizia, ha sfondato una vetrina o danneggiato qualche arredo urbano. Se questa proposta diventerà infine legge dello stato, potrà invece succedere e nascerà ufficialmente il concetto di “eversione di piazza”, antico pallino dei sindacati di polizia più reazionari e di qualche procura particolarmente attiva sul fronte della repressione dei movimenti sociali. Nel piano di FdI, per chiudere, c’è anche un’ultima novità. Che suona quasi come un monito: sarà punito per favoreggiamento, con una pena da uno a quattro anni, chi “dà rifugio o fornisce vitto, ospitalità, mezzi di trasporto, strumenti di comunicazione a taluna delle persone che partecipano al gruppo”. Invitare a cena un No Tav, in pratica, può portare dritti in galera. Lo scanner della patria contro il dissenso di Rocco Vazzana Il Manifesto, 30 luglio 2026 Dal decreto rave in poi è stata un’orgia di provvedimenti inutili e più spesso dannosi scanditi al ritmo infernale dei fatti di cronaca. Ha ragione Ignazio La Russa, quando stuzzica Vannacci sulla sfida lanciata alla destra: più a destra di Fratelli d’Italia non c’è niente. Perché mentre gli altri strombazzano sulla remigrazione e scagliano anatemi gender e invettive anti Ue, il partito di Meloni fa. Eccome se fa. Nulla che abbia a che vedere con soluzioni a problemi reali, sia chiaro, ma sulla capacità di trasformare in legge la propaganda permanente la Fiamma non ha eguali sul mercato. Dal decreto rave in poi è stata un’orgia di provvedimenti inutili e più spesso dannosi scanditi al ritmo infernale dei fatti di cronaca (Caivano, Cutro, decreti sicurezza vari, imputabilità dei minori). Bisogna dare una legge in pasto ai telespettatori giusto in tempo per il tg della sera. Ma nessuno di questi provvedimenti spot, fino a ora, aveva toccato le vette inquietanti di affidare alla polizia tonnellate di dati biometrici bypassando i controlli del giudice, in nome della caccia a fantomatici anarchici, ipotetici cospiratori, semplici manifestanti, ignari passanti. Dietro ognuno di noi c’è un potenziale “terrorista” nemico del popolo da sottoporre allo scanner della patria. Roba da regime sudamericano propinata attraverso lo strumento del decreto legislativo, che non prevede particolari resistenze parlamentari prima di finire in Gazzetta ufficiale. Un obbrobrio giuridico che solo la Consulta potrà prima o poi bloccare. Ma intanto si proceda. A passo d’oca. E se il riconoscimento facciale non bastasse a placare la sete (e la fame) degli elettori meglio proporre una nuova legge, un’altra, per risarcire le vacanze a 2 euro e 20 al litro o per ingannare l’attesa interminabile di una tac: associazione a delinquere per i reati di piazza. Tradotto: occhio a darvi appuntamento per una manifestazione, rischiate la galera. È questa l’ultimissima trovata dei Fratelli. L’urgenza del provvedimento è giustificata dal “crescente susseguirsi di episodi di violenza” che richiederebbero un “adeguamento dell’apparato normativo”. I fotogrammi degli scontri in Val Susa e dei fatti di Bologna - dove a generare indignazione non è la morte di un 42enne di origine marocchina fermato dalla polizia ma le vetrine rotte dai manifestanti - sono un ferro troppo caldo per non essere adeguatamente battuto. E così la mannaia di Fratelli d’Italia minaccia di abbattersi non solo su presunti facinorosi, ma anche su eventuali “fiancheggiatori”: chiunque ospiti o offra vitto e trasporti ai manifestanti indiziati. E ancora, aggravanti varie e confisca obbligatoria dei beni. I sedicenti garantisti della maggioranza, pronti a sollevare un muro di scudi sulle preferenze in legge elettorale, per ora non sono pervenuti. Gli alfieri dello stato di diritto non battono ciglio di fronte all’arroganza autoritaria. Al massimo strepitano, ma in una logica di scambio politico. Le garanzie valgono solo per i colletti bianchi. Se poi i pm vogliono visionare la chat di Delmastro con un indagato per mafia, la schiena dritta del partito di Meloni si flette immediatamente: il Parlamento è, giustamente, sovrano. E poi, mica c’è una vetrina rotta da riparare. Stato responsabile della salute in carcere, risarciti i familiari di un detenuto di Gianluca Amadori legalitaetica.org, 30 luglio 2026 L’amministrazione penitenziaria, e dunque lo Stato, ha un preciso obbligo di vigilanza e controllo sulla salute, sull’incolumità fisica e sulla sicurezza dei detenuti ai sensi dell’articolo 4 del decreto legislativo 230 del 1999. Lo ha ribadito il Tribunale civile di Roma in una importante sentenza (la numero 11469 del 2026) con la quale il ministero della Giustizia è stato condannato a risarcire i familiari di un uomo, con problemi di tossicodipendenza, morto dietro le sbarre per aver assunto alcuni farmaci in maniera impropria: a loro ha liquidato complessivamente circa 700mila euro, a ristoro del danno non patrimoniale conseguente a perdita di legame familiare. La decisione di primo grado potrà essere impugnata in appello ma, nel frattempo, è provvisoriamente esecutiva e, di conseguenza, la somma dovrà essere corrisposta, nelle quote stabilite dal giudice, a genitori, fratelli, coniuge separata e figlio, tutti assistiti dall’avvocato Daniele Grasso di Chioggia. Il Tribunale ha stabilito un importante principio: l’amministrazione penitenziaria ha l’obbligo di vigilare sulla corretta assunzione di farmaci che vengono consegnati ai detenuti. La vicenda ricostruita dal giudice risale alla primavera del 2020, ed è avvenuta nel carcere romano di Rebibbia. Il 5 maggio, l’uomo lamentò dolori di stomaco e gli fu consegnato del Buscopan che, assunse in modo improprio: sottoponendolo prima a pirolisi e poi inalandolo. Successivamente assunse anche un farmaco antipsicotico che era nella disponibilità di un compagno di cella. Nella notte si manifestarono i primi sintomi intossicazione: morì la mattina del 6 maggio. A dare l’allarme furono i compagni di cella a causa di intossicazione acuta da scopolomina. Secondo il Tribunale vi fu una duplice omissione da parte del personale del carcere, che non controllò le modalità di assunzione del farmaco consegnato al detenuto, e non effettuò quella sera alcun controllo nella cella, dal quale sarebbero potute emergere prima le sue peggiorate condizioni di salute. Quella del Tribunale di Roma non è la prima sentenza che riconosce gli obblighi dello Stato nei confronti dei detenuti, ma affronta un tema nuovo, relativo all’assunzione di farmaci. In passato la Cassazione ha riconosciuto la responsabilità dell’amministrazione per un’overdose dietro le sbarre, e la Corte europei dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per non aver assicurato le cure sanitarie necessarie a persone ristrette in carcere. Giustizia riparativa, se c’è il diniego della vittima va provata l’utilità del percorso di Francesco Machina Grifeo Il Sole 24 Ore, 30 luglio 2026 La Cassazione, sentenza 28366/2026, chiarisce che il dissenso impone all’imputato di indicare un concreto percorso riparativo, eventualmente rivolto ai familiari o anche vittime di un reato diverso. Esclusa la sospensione del processo per i reati procedibili d’ufficio. A fronte di una richiesta di accesso alla giustizia riparativa, il dissenso della persona offesa non chiude la partita ma impone all’imputato di indicare concretamente l’utilità del percorso, prospettando anche una mediazione con i familiari o con una vittima di un reato diversa. Lo ha affermato la seconda sezione penale della Cassazione nella sentenza n. 28366, depositata il 27 luglio, aggiungendo che nei reati procedibili d’ufficio, la richiesta di accesso al programma non comporta la sospensione del processo. Un uomo condannato per usura ed estorsione (poi dichiarata prescritta) aveva chiesto in appello di essere ammesso a un programma di giustizia riparativa. La Corte d’appello di Lecce, tuttavia, ha risposto negativamente per via del rifiuto della persona offesa. Proposto ricorso, la Cassazione l’ha bocciato. Secondo la Suprema corte “il mancato consenso della persona offesa non è idoneo a precludere l’accesso del richiedente al programma riparativo ben potendo questo svolgersi anche con la cd. vittima surrogata, ossia con la vittima di un reato diverso da quello per cui si procede: l’unica circostanza ostativa prevista dall’art. 129-bis, comma 3, cod. proc. pen. è la sussistenza di un pericolo concreto per gli interessati o per l’accertamento dei fatti, mentre il presupposto positivo è dato dall’utilità rispetto alla risoluzione delle questioni derivanti dal reato”. L’obiettivo del legislatore di responsabilizzazione dell’autore del reato, spiega la Corte, infatti “ben può essere perseguito anche attraverso un programma dialogico guidato da mediatori qualificati attuato con una persona diversa da quella offesa dalla specifica condotta per cui si procede”. E allora, prosegue la decisione, l’impugnazione del diniego “non può limitarsi alla generica invocazione dell’istituto, ma deve dimostrare la concreta incidenza, sia pure potenziale, dello stesso sulla procedibilità del reato e sul trattamento sanzionatorio, pena l’inammissibilità della censura”. Mentre nel caso specifico “la richiesta presentata nell’interesse dell’imputato risultava generica”. Sarebbe, invece, stato onere dell’interessato, “preso atto del dissenso opposto dalla persona offesa, prospettare l’utilità di una mediazione estesa ai gruppi parentali della P.O., ovvero anche con la vittima di un reato diverso da quello per cui si procede”. La Suprema corte aggiunge poi che l’istanza anche se accolta “non avrebbe comunque potuto comportare la sospensione del processo ed impedire la decisione dell’appello: di qui, la carenza d’interesse alla doglianza”. Infatti, la richiesta di accesso a un programma di giustizia riparativa presentata in pendenza del giudizio di appello da imputato di reati procedibili d’ufficio, per l’attenuante dell’art. 62, primo co., n. 6, ultima parte, cod. pen., o comunque a incidere sul trattamento sanzionatorio, non comporta la sospensione del processo. La sospensione del processo, “per un periodo non superiore a 180 giorni” (art. 129-bis, co. 4, c.p.p.), può essere infatti accordata dal giudice unicamente in presenza di due presupposti, tassativamente previsti ed entrambi insussistenti: a) reati perseguibili a querela soggetta a remissione (nel caso, i reati contestati al richiedente sono procedibili d’ufficio); b) la richiesta dell’imputato (non risultava formulata). Del resto, rilevano i giudici, una sospensione sine die del processo si presterebbe a una “deriva strumentale, ispirata da finalità dilatorie”. Viterbo. Suicida in carcere la notte del rogo, accertamenti tossicologici sul corpo del detenuto di Silvana Cortigiani tusciaweb.eu, 30 luglio 2026 La procura vuole sapere se il 29enne fosse in stato di alterazione quando si è impiccato in cella. Era tra gli indagati per l’omicidio di un connazionale il 16 luglio. Un omicidio e un suicidio in dieci giorni nel carcere di Mammagialla. Mentre proseguono le due inchieste parallele della procura, è stata eseguita ieri pomeriggio all’ospedale Santa Rosa di Viterbo l’autopsia sul corpo del 29enne marocchino Abdelkabir Talha. Disposti anche gli accertamenti tossicologici. Abdelkabir Talha è il detenuto che si è tolto la vita in cella la notte del rogo, scoppiato tra sabato e domenica, ed era tra i dieci indagati per la morte del connazionale 26enne Mohamed Chaanoun, Quest’ultimo è il detenuto ucciso lo scorso 16 luglio con un colpo di pugnale artigianale alla schiena al culmine di una violenta rissa durante l’ora d’aria. Il medico legale Benedetta Baldari, nominata dalla pm Veronica Buonocore, depositerà in autunno le sue conclusioni. E lo stesso farò il professor Luigi Cipolloni che, al Verano, ha effettuato l’accertamento disposto dal pm Flavio Serracchiani sulla salma del detenuto 26enne. Entrambe le relazioni saranno decisive per il prosieguo delle indagini. Talha si sarebbe impiccato in cella nel cuore della notte di domenica, in un’altra area della casa circondariale Nicandro Izzo, poche ore dopo l’incendio appiccato dai detenuti in rivolta della sezione precauzionale che, attorno alle 20 di sabato, hanno dato alle fiamme alcuni materassi, facendo espandere il rogo lungo i corridoi fino all’infermeria. Con un bilancio di 23 feriti tra carcerati e penitenziari intervenuti in loro soccorso. Nel frattempo, oltre al 29enne, anche un altro detenuto avrebbe tentato di togliersi la vita, prontamente salvato dagli agenti. Prima che la situazione in carcere precipitasse, Abdelkabir Talha era in procinto di presentare istanza per i domiciliari, come rivelato dal difensore Monica Fortuna, che proprio in questi giorni avrebbe dovuto avere un colloquio col suo assistito. La legale si è detta incredula alla notizia del suicidio. “Ci stavamo preparando a presentare istanza per chiedere gli arresti domiciliari, aveva ripreso a frequentare la palestra, non c’era alcun segnale che potesse far pensare all’intenzione di togliersi la vita, semmai il contrario”, ha detto la legale, parlando di un ragazzo “giovanissimo, pieno di vita e ottimista, che contava di lasciare al più presto la casa circondariale”. La pm Buonocore, assieme all’autopsia, ha disposto anche gli accertamenti tossicologici, per verificare se il 29enne fosse in stato di alterazione. Viterbo. La sindaca in visita al carcere: “Serve riflessione su sistema penitenziario” Corriere di Viterbo, 30 luglio 2026 La sindaca di Viterbo Chiara Frontini ha fatto visita alla casa circondariale Nicandro Izzo, all’indomani dei gravi episodi che hanno interessato l’istituto penitenziario e che hanno profondamente colpito la comunità cittadina. Alla presenza della direttrice Daniela Minelli, la visita ha rappresentato un momento di vicinanza e di ascolto nei confronti della direzione del carcere, del personale della Polizia Penitenziaria, degli operatori e di tutti coloro che quotidianamente svolgono il proprio servizio in una realtà complessa e delicata. “Quanto accaduto negli ultimi giorni - ha dichiarato la sindaca Frontini - richiama tutti a una riflessione profonda sulle condizioni del sistema penitenziario e sulla necessità di garantire sicurezza, dignità e adeguato supporto sia alle persone detenute sia al personale che opera negli istituti. A nome della città di Viterbo desidero esprimere la mia vicinanza a chi è stato coinvolto e il mio ringraziamento alle donne e agli uomini che, anche nei momenti più difficili, continuano a svolgere il proprio lavoro con professionalità e senso dello Stato”. Confronto sulle criticità - Nel corso dell’incontro la sindaca ha avuto modo di confrontarsi con la direzione dell’istituto sulle criticità emerse e sulle esigenze della struttura, ribadendo la disponibilità dell’amministrazione comunale a mantenere un dialogo costante con tutte le istituzioni coinvolte, nella consapevolezza che il carcere rappresenta una realtà integrante della comunità viterbese. Milano. Carceri senza beni essenziali: mancano sapone e mutande Il Dubbio, 30 luglio 2026 Presentati a Milano i risultati dell’iniziativa promossa dall’Ordine degli Avvocati per rifornire San Vittore, Opera, Bollate e il Beccaria. Nelle carceri mancano persino i beni più elementari per garantire un’esistenza dignitosa: dal sapone agli spazzolini, dalla biancheria intima ai prodotti per l’infanzia. È il drammatico quadro emerso a Palazzo di Giustizia a Milano, dove i rappresentanti degli istituti penitenziari della regione e dell’avvocatura hanno presentato i risultati della campagna di solidarietà “Aria d’Umanità”, promossa dall’Ordine degli Avvocati. La risposta della società civile: ventilatori, kit igienici e beni per i più fragili - L’iniziativa ha permesso di raccogliere e distribuire un aiuto concreto e immediato agli istituti in sofferenza: 150 ventilatori a San Vittore, 150 a Opera e 50 a Bollate, a cui si aggiungono 250 kit per l’igiene personale (150 a San Vittore e 100 al Beccaria), oltre a centinaia di capi di abbigliamento tra pantaloncini, t-shirt e biancheria intima destinati ai ragazzi dell’istituto minorile Beccaria e ai bambini presenti nel nido del carcere di Bollate. La raccolta ha incluso anche pannolini, creme, forbicine per neonati, spray antizanzare, posate in silicone, biberon e ciucci. Un supporto vitale descritto dai vertici penitenziari. “Alle nove di questa mattina erano già tredici le persone entrate a San Vittore - ha raccontato Antonella Murolo, vicedirettrice della casa circondariale -. Hanno trovato i kit di ingresso e i ventilatori, alcuni di loro ci hanno detto grazie. La donazione dei cittadini rinsalda il rapporto tra i detenuti e la società, ha il significato di un collante sociale. Succede che alcune persone arrestate entrino senza avere nulla”. Anche il carcere modello di Bollate mostra segnali di forte criticità: “I numeri sono cambiati, nell’ultimo anno abbiamo 300 detenuti in più, in totale sono 1600, e sono cresciute anche le detenute, ora 200 - ha spiegato il direttore Giorgio Leggieri -. Anche da noi non c’è il sapone. Il tema è quello di personalizzare gli spazi cercando di riprodurre l’ambiente di una comunità vera”. Sulla stessa linea Teresa Mazzotta, direttrice dell’Uepe, che ha ricordato le condizioni dei giovani marginalizzati in ingresso al Beccaria, spesso privi persino di una canottiera o dei prodotti per l’igiene intima. L’affondo dei penalisti: “Il carcere è diventato una discarica sociale” - Alla presentazione dei dati si è unito un duro intervento politico e istituzionale sulle condizioni complessive del sistema penitenziario. Il presidente della Camera Penale, Federico Papa, ha denunciato le recenti politiche legislative che aggravano il sovraffollamento introducendo nuovi reati, portando ad esempi limite: “Prima di venire qui, stamattina, abbiamo visitato Opera dove per una settimana sono mancate l’acqua e la luce al quarto piano. Preoccupa il fatto che manchino i beni per l’igiene personale; qualche anno fa questo non accadeva. Il carcere è diventato una discarica sociale”. Secondo Papa, l’insistenza sulle norme securitarie fallisce l’obiettivo primario: “La vera sicurezza è la rieducazione, solo la rieducazione porta alla sicurezza”. A chiudere il cerchio è il presidente dell’Ordine degli Avvocati, Antonino La Lumia: ““Aria d’Umanità” è molto più di una campagna di donazione, è un gesto collettivo che parla di responsabilità, di comunità, di una giustizia che è presenza, ascolto e cura. È la prova che, quando le istituzioni, le imprese, le associazioni e i cittadini si uniscono, è possibile portare un cambiamento reale anche nei luoghi più fragili e dimenticati”. Milano. “Carceri, una discarica sociale. La rieducazione aiuta la sicurezza” di Nicola Palma Il Giorno, 30 luglio 2026 Il presidente della Camera Penale, Federico Papa, ha acceso i riflettori sulla situazione delle case circondariali e di reclusione “Mancano anche i beni di prima necessità per l’igiene della persona. Preziosi gli aiuti dai privati”. È la rieducazione lo strumento per limitare le recidive dei reati. E la rieducazione passa anche dalla cura e dal rispetto della dignità di chi entra in carcere. “Ci parlano continuamente di mancanza di sicurezza” e per farvi fronte introducono “ulteriori reati portando all’interno delle case circondariali persone che non hanno nemmeno lo spazzolino e le mutande”. Ha parole dure per descrivere una realtà altrettanto difficile, il presidente della Camera Penale di Milano, Federico Papa, dopo la visita nel carcere di Opera assieme ai rappresentanti dell’Ordine degli avvocati. Le carceri privano le persone di ogni dignità: “mancano i beni per l’igiene personale, come il sapone e indumenti intimi. Ci deve fare riflettere: il carcere oramai è considerato una discarica sociale”. Papa ha acceso i riflettori sull’emergenza nel corso della iniziativa “Aria d’Umanità”, una campagna alla seconda edizione ideata e promossa dall’Ordine degli Avvocati milanese, con l’adesione, tra l’altro, della Camera Minorile la stessa Camera Penale che presiede e di ITD Onlus (Associazione Internazionale Tutela dei Diritti) con il supporto concreto di privati cittadini. Il ragionamento dell’avvocato Papa è partito da quello che ha toccato con mano recandosi al penitenziario. All’incontro hanno partecipato anche i dirigenti dell’amministrazione penitenziaria, primi fra tutti la provveditrice per la Lombardia Maria Milano e il direttore di Bollate, Giorgio Leggieri. Sono stati donati a vari istituti di Milano 350 i ventilatori, 250 i kit per l’igiene personale 100 pantaloncini, altrettante 100 t-shirt e 150 indumenti di biancheria intima per i ragazzi del Beccaria. Per i bimbi presenti nel nido di Bollati sono stati raccolti pannolini, salviettine, forbicine, creme e pure biberon. Il presidente dei penalisti milanesi ha raccontato anche che ad Opera, al quarto piano, per una settimana sono mancate l’acqua e la luce, problema che è stato risolto. “Potete immaginare, però, cosa abbia significato”. E dopo aver spiegato che mancano i beni essenziali ha proseguito: “colpisce anche il fatto che i detenuti si lamentano della mancanza di rieducazione, nonostante gli sforzi”. Da qui ha rilanciato il tema, da lui affrontato in più occasioni, delle necessità e della primaria importanza della rieducazione dei detenuti, garanzia dell’abbattimento della recidiva e di una maggiore sicurezza. A Bollate, istituto modello, dove le celle servono davvero solo per il pernottamento, e il punto di forza è il “trattamento intensificato” con un’area industrial dove, realtà imprenditoriali private hanno assunto detenuti, attualmente sono ospitate 1.600 persone, con un incremento di 300 donne nell’ultimo anno di cui una con un neonato. “Il nostro obiettivo è incrementare il tasso di occupazione, ma abbiamo difficoltà. Ci sono giovani che entrano senza riferimenti familiari e senza indumenti”. E quindi fondamentali sono diventati i ventilatori e kit per l’igiene personale donati. Lo stesso vale per San Vittore dove, ha spiegato la vice direttrice Antonella Murolo, dei 150 kit regalati, 13 sono stati distribuiti ai “nuovi giunti” (c’è un notevole turn over), diventando “importanti per il recupero della loro dignità personale”. Al carcere minorile Beccaria hanno aiutato i ragazzi ad aveva una maggiore cura di sé e, ha spiegato l’ex direttrice Teresa Mazzotta, “una visione diversa della loro persona”. I ventilatori ricevuti, “non sono stati distrutti ed hanno migliorato la vivibilità e i rapporti tra i ragazzi, hanno portato a un aumento di adesioni alle iniziative che mirano al loro reinserimento”. Per Antonino La Lumia, presidente dell’Ordine degli avvocati, l’iniziativa è un “invito a non voltarsi dall’altra parte. Un gesto per ricordare che anche tra le mura di un carcere il diritto all’aria, alla salute e alla dignità restano diritti fondamentali”. Milano. “La giustizia riparativa dà senso all’insensato e apre a un futuro” di Annamaria Braccini chiesadimilano.it, 30 luglio 2026 L’avvocato Luca Degani ha assistito Davide Simone Cavallo, il 22enne gravemente ferito per futili motivi a Milano, che ha abbracciato i suoi aggressori e ha optato per un percorso finalizzato alla “ricostituzione di legami sociali, fermo restando che uno è colpevole e l’altro vittima”. Sul Ddl relativo all’imputabilità dei minori il legale non ha dubbi: “Uno schiaffo alla Costituzione”. Una storia tutta di giovani, fatta da giovani e che finisce con il dramma di uno di loro. O forse no, perché al di là di ciò che è accaduto (e che non si può cambiare), c’è una terza via, oltre la punizione per chi ha commesso un reato - oltretutto assurdo - e chi ne porta le conseguenze, incise in un corpo che potrebbe non tornare mai più quello di prima. È la via che passa dai percorsi della giustizia riparativa. A parlarne è Luca Degani, avvocato, impegnato nel collegio difensivo di Davide Simone Cavallo, il 22enne accoltellato nella zona della movida milanese, in corso Como, da due 18-19enni e tre minorenni che volevano rubargli 50 euro. In tribunale Davide ha abbracciato i due maggiorenni, scegliendo di avviare la giustizia ripartiva. A spiegare il perché è proprio Degani: “C’è una frase che Davide ha detto anche in aula parlando con questi ragazzi: si è sentito come un pallone, una “cosa” che si prende a calci…”. Come è arrivato Davide a scegliere la giustizia riparativa? Questo ragazzo sta cercando un perché, il motivo di ciò che gli è accaduto. Il dolore è tanto, ma la riparativa ricrea nuovamente una relazione e tenta di dare un senso a ciò che senso non ne ha. La giustizia riparativa parte dal presupposto che qualcuno accompagni una parte offesa a capire fino in fondo cosa gli è successo e a farsi percepire come persona da chi l’ha trattato come un oggetto. Questo è un aspetto particolarmente interessante e credo davvero - non si tratta di buonismo - che anche i colpevoli debbano e possano avere un futuro. Sottolineo che uno dei maggiorenni, che ha 19 anni, è stato condannato a 20: qualcosa di cui, anche come avvocato della parte offesa, vedo tutta la pesantezza, per una vita che rischia di chiudersi troppo presto. Questi ragazzi devono riuscire a capire la gravità del loro comportamento, ma anche a come poter rientrare nella società. La giustizia riparativa ha un obiettivo: la ricostituzione di legami sociali, senza nulla togliere al fatto che uno è colpevole e l’altro è stato oggetto dell’azione negativa. Luca Degani Come giudica il Ddl, approvato dal Consiglio dei ministri, relativo all’imputabilità dei minori tra i 14 e i 18 anni? Che il governo proponga un disegno di legge per riscrivere i criteri dell’imputabilità dei minorenni è veramente uno schiaffo alla Costituzione. Non per la forma, ma per la sostanza. Innanzitutto la funzione della pena, ancor più in ambito minorile, è quella di recuperare socialmente ed educativamente chi ha commesso un reato. Non abbiamo necessità di “presumere” l’imputabilità del minore, ma abbiamo bisogno di capire le motivazioni dei gesti, a volte anche criminali, di questi ragazzi. Quel che serve non è punire i “ragazzi cattivi”, ma agire con il potenziamento dei servizi a supporto dei minori e del loro percorso di crescita, affinché non si creino sacche di rabbia e di povertà educativa. C’è la rabbia dei cosiddetti “maranza” - e sarebbe ora di smetterla di chiamarli così -, ma c’è altrettanto la solitudine di tanti adolescenti di qualsiasi estrazione sociale. Ricordo, per esempio, che tra gli aggressori di Cavallo non ci sono situazioni di emarginazione. Ripensare i percorsi delle politiche sociali per i minori, per accompagnarli a diventare uomini socialmente attivi, è ben più importante che minacciare pene che creano, bene che vada, recidive comportamentali. Non a caso, nella vicenda di Davide ciò su cui stiamo ragionando di più è l’aspetto emotivo. Cosa vorrebbe dire a Davide, ma anche agli altri ragazzi? Avrei quasi voglia di dire grazie, perché per chi fa il mio mestiere, l’avvocato, l’idea di partecipare a un processo penale in cui tutto finisce nel dare una sanzione afflittiva è spesso un brutto gioco. Tutt’altro è quando si ricostituiscono relazioni sociali. A tutti direi: “Spero che abbiano un senso la vostra vita e il vostro futuro”. Torino. Maratona oratoria dei Radicali al carcere: “Serve assunzione di responsabilità comune” di Enrico Scoccimarro La Sentinella del Canavese, 30 luglio 2026 Oltre venti interventi davanti all’istituto penitenziario sulla crisi del sovraffollamento e della salute mentale: significativa la partecipazione del Capo di Gabinetto della Regione Piemonte José Urso. Oltre due ore di dibattito, più di venti contributi e una partecipazione trasversale hanno animato la maratona oratoria notturna promossa dall’Associazione radicale Adelaide Aglietta davanti al carcere Lorusso e Cutugno di Torino: l’iniziativa ha riportato in primo piano le criticità strutturali degli istituti di pena, aggravate dalle elevate temperature estive. Tra i temi al centro degli interventi figurano il sovraffollamento cronico, le carenze nella presa in carico della salute mentale e delle dipendenze, le condizioni materiali delle strutture e le difficoltà quotidiane vissute sia dalla popolazione detenuta sia dal personale di polizia penitenziaria. La mobilitazione ha visto la convergenza di rappresentanti delle istituzioni, dei garanti dei detenuti, dell’avvocatura, della magistratura, delle forze dell’ordine e del volontariato. Insieme ai coordinatori dell’Associazione Aglietta Oreste Gallo, Enea Lombardozzi e Samuele Moccia, sono intervenuti tra gli altri la garante cittadina Diletta Berardinelli, il presidente della Camera Penale del Piemonte Occidentale e Valle d’Aosta Roberto Capra, il presidente di Europa Radicale Igor Boni e diversi esponenti del Consiglio regionale e comunale. Particolare rilevanza politica è stata attribuita alla presenza di José Urso, Capo di Gabinetto del presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio: un segnale di attenzione istituzionale valutato positivamente dai promotori, che hanno colto l’occasione per rinnovare al governatore l’invito a svolgere una visita personale all’interno degli istituti penitenziari piemontesi per sollecitare interventi urgenti a tutela dei diritti costituzionali. Cagliari. I prodotti dei detenuti arrivano nel chiosco in viale Buoncammino cagliaritoday.it, 30 luglio 2026 Fino al 31 agosto gli Enti del Terzo Settore potranno candidarsi per gestire lo spazio da 155 metri quadri di fronte all’ex carcere. Un’iniziativa che unisce reinserimento sociale e promozione delle eccellenze agroalimentari delle colonie penali. Un chiosco per vendere e far conoscere ai cittadini i prodotti coltivati e realizzati nelle colonie penali agricole della Sardegna, proprio lì dove per decenni è batteuto il cuore della detenzione cittadina. Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (provveditorato regionale) ha ufficialmente pubblicato l’avviso di manifestazione di interesse per affidare a un Ente del Terzo Settore la gestione del nuovo spazio in viale Buoncammino. L’iniziativa nasce dal protocollo d’intesa siglato lo scorso giugno tra il Comune di Cagliari e il Ministero della Giustizia. L’obiettivo è duplice: da un lato promuovere la solidarietà e l’inclusione sociale valorizzando la funzione rieducativa della pena, dall’altro offrire ai cittadini un punto di riferimento dove acquistare eccellenze agroalimentari a “chilometro utile” e ad alto valore etico. Lo spazio e il progetto - Il Comune ha messo a disposizione un’area di 155 metri quadrati complessivi situata proprio di fronte allo storico ex carcere di Buoncammino. La struttura comprenderà una parte coperta adibita a chiosco vero e proprio e una zona esterna attrezzabile con tavoli per l’accoglienza dei clienti. La commercializzazione delle produzioni agricole delle case di reclusione all’aperto dell’Isola diventerà così un’occasione concreta di contatto tra la città e la realtà carceraria, sostenendo i percorsi di reinserimento lavorativo dei detenuti. Come partecipare al bando - Gli Enti del Terzo Settore interessati ad aggiudicarsi la gestione della struttura avranno tempo fino alle ore 23.59 del 31 agosto 2026 per inviare la propria candidatura. Le domande dovranno essere trasmesse esclusivamente via pec all’indirizzo prot.pr.cagliari@giustiziacert.it. Per chi avesse bisogno di informazioni o chiarimenti sulla procedura e sulla documentazione (che comprende la domanda di partecipazione, le planimetrie del chiosco, il protocollo e il paniere dei prezzi), sarà possibile inviare un quesito sempre via pec entro le ore 12:00 del 24 agosto. Foggia. I detenuti registrano un podcast sulla Costituzione ansa.it, 30 luglio 2026 Al via la seconda stagione, circa 150 richieste di adesione. Sono paesaggio, ostacoli e coscienza le parole legate ai valori della Costituzione intorno ai quali ruota la seconda stagione del podcast ‘Ci credo ancora’, realizzato dai detenuti del carcere di Foggia e dedicato proprio alla Costituzione Italiana. Il progetto, ideato e curato dalla giornalista e volontaria Annalisa Graziano, è nato dall’impegno volontario ed è stato reso possibile grazie al sostegno della direzione della casa circondariale, guidata dal direttore Michele De Nichilo, del comandante della polizia penitenziaria, Claudio Ronci, e dell’Area trattamentale, coordinata da Paola Errico. “Fin dalla nascita dell’iniziativa - spiega Graziano - l’istituto ha creduto nel valore del podcast, favorendo la partecipazione attiva delle persone detenute e accompagnandone ogni fase di realizzazione. I partecipanti hanno dimostrato grande impegno, costanza e senso di responsabilità nei confronti dell’attività, motivo di grande orgoglio. Attraverso queste parole le persone detenute sono chiamate a confrontarsi con il significato dei diritti, dei doveri, della dignità della persona e della responsabilità individuale, mettendo in dialogo la Carta costituzionale con la propria esperienza di vita e con il percorso di cambiamento intrapreso”. Sono circa 150 le richieste di partecipazione. Numeri che, prosegue, “ci interrogano e ci responsabilizzano. Stiamo riflettendo su come offrire un’opportunità anche a chi, per ragioni organizzative, non può prendere parte a questa seconda stagione. Non sarà semplice, ma cercheremo una strada per avvicinare anche loro allo strumento del podcast”. La seconda stagione vede anche la partecipazione attiva dei volontari dell’associazione Genoveffa De Troia odv, mentre nelle scorse settimane il Centro servizi al volontariato di Foggia ha consegnato gli attestati ai protagonisti della prima stagione. Per salvare i diritti torniamo a imparare i doveri di Paolo Borgna Avvenire, 30 luglio 2026 Il saggio di Chiara Tripodina, molto attuale, rilancia il messaggio dei Costituenti: i diritti non esistono senza responsabilità e senza solidarietà verso gli altri. Se dovessi parlare della Costituzione a ragazzi della scuola media, partirei da questo libro che la professoressa Chiara Tripodina pubblica in concomitanza degli 80 anni della Assemblea costituente: “L’età dei doveri - Costituzione e solidarietà” (Luiss Editore, pagine 304, euro 22,00). Perché la parola “solidarietà”, che accompagna ogni pagina del volume, è la chiave di lettura più persuasiva della nostra Carta. È la solidarietà che lega i “diritti inviolabili dell’uomo” e i “doveri inderogabili”: ricordati nell’articolo 2 “senza punti, né virgole, né punti e virgola” che li separino. Perché i Costituenti avevano chiaro - lo disse Meuccio Ruini, presidente della Commissione dei 75 - che diritti e doveri sono “lati inscindibili”, che non possono esistere autonomamente. E il compito di rimuovere gli ostacoli concreti all’uguaglianza - che il secondo comma dell’articolo 3 affida alla Repubblica - non è altro che il primo dei “doveri inderogabili” finalizzati all’affermazione piena dei diritti. Lo sguardo della Repubblica verso il futuro è caratterizzato da questi due occhi: diritti e doveri. La tesi dell’autrice è netta, annunciata sin dalle prime pagine: a cavallo tra i due millenni l’occhio dei doveri “ha perso progressivamente di forza, tensione, attrattività. Fino a diventare cieco”. La finalità del libro - che si presenta come saggio solido e colto ma cova in sé la passione di una battaglia repubblicana - è altrettanto esplicita: “Ridare luce all’occhio dei doveri” per restituire forza alla rivoluzione promessa della solidarietà. Non è un compito facile perché “dovere” non è “parola che luccica”. E - per dirla con Violante - il “diritto” a un maggiore “fascino seduttivo”. È giusto che sia così. Perché gli uomini e le donne delle generazioni prima di noi, che ci han consentito di vivere in un Paese libero, hanno combattuto grandi battaglie per conquistare diritti e limitare i soprusi che spesso derivano dalla forza invasiva dell’idea che i membri di una comunità devono sacrificare i propri interessi al bene collettivo. E noi dobbiamo ricordarci che nessun diritto è conquistato una volta per tutte e la battaglia per la difesa delle conquiste dei nostri padri è sempre attuale. Ma difendere e ampliare i diritti non basta. Perché - scrive l’autrice con un’efficace immagine - i diritti non sono “appesi al cielo come stelle da collezionare” ma per sopravvivere hanno bisogno di essere ancorati alla terra dalle solide radici della solidarietà e della consapevolezza che ogni persona non è “un punto su un foglio bianco” ma “un nodo da cui si dipartono fili” che si intrecciano con altri e formano il tessuto della società civile. Bobbio lo aveva detto nelle sue ultime riflessioni dal sapore mazziniano: il dovere “è sempre venuto prima del diritto”, perché “il padre viene prima del figlio”. Se salta questa connessione si declina come diritto ogni desiderio, ogni pretesa di fare, avere, essere tutto. Come spesso è successo nella Storia, un ideale positivo (la lotta per i diritti) subisce un trapasso degenerativo. Perché “se tutto è diritto, allora niente è diritto” e, di fronte a questa bulimia - ci ricorda Tripodina - la rivendicazione dei nuovi diritti rimane nelle mani di pochi, nel Nord del mondo occidentale. La lunga marcia che porta alla nostra Costituzione - dove il ponte tra diritti e doveri è cementato dalla solidarietà - è ripercorsa, da Tripodina con approfondimenti di ciascuna fase storica. Dal comunitarismo della “Politica” di Aristotele agli stati assoluti (con il re legibus solutus). Dal lento affermarsi (a partire dalla “Petition of Rights” del 1628) della centralità della persona e dei suoi diritti, alla critica di Marx alla lettura individualistica delle Carte dei diritti. E poi, i “Doveri dell’uomo” di Mazzini (i diritti non possono essere interpretati come libertà di camminare sulle teste dei propri fratelli) che - ricordava Calamandrei nel suo celebre discorso ai giovani del 1955 - è la fonte dell’articolo 2 della Costituzione. Fino all’avvento dei totalitarismi del ‘900 che, riducendo i diritti a carta straccia, azzerarono la discussione sui doveri dei due secoli precedenti (non dimentichiamo Mussolini che proclamava: “Noi diciamo: prima i doveri, poi i diritti”). Ma sarà proprio il trauma di questa buia notte a far germogliare, nella seconda metà del ‘900, l’era dei diritti umani inviolabili, delle garanzie e dei diritti sociali, che va oltre la tradizione ottocentesca. Riconoscendo i diritti dell’uomo non solo come singolo ma anche “nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità” e collegandoli ai doveri, la Costituzione italiana afferma - parole di Calamandrei - che i diritti di libertà non sono più “il recinto di filo spinato” entro cui il singolo si difende dalla comunità ostile ma “la porta che gli consente di uscire dal suo giardino”. È la libertà che si completa nella solidarietà. La perdita di questa dimensione collettiva è analizzata da Tripodina nel suo contesto storico. È la temperie culturale degli anni Ottanta in cui - denunciava l’intellettuale ingraiano Pietro Barcellona - l’ideologia consumista diventa “il nuovo cemento di una società atomizzata”, i diritti inviolabili si sganciano dai doveri inderogabili, la discussione collettiva si prosciuga, la politica non indica più orizzonti comuni, lo Stato sociale arretra e, inesorabilmente, la lotta per i diritti di tutti si trasforma in “lotta per i diritti del sé”: ad essere ciò che si vuole, alla felicità individuale. È quella che l’autrice chiama “inviolabilità senza solidarietà”. Non a caso cambiano anche i modi e le forme di rivendicazione dei diritti: dalle mobilitazioni di piazza, che preludono e incoraggiano battaglie parlamentari (lo Statuto dei lavoratori e la legge Basaglia potrebbero esserne l’emblema) alle aule dei tribunali. Qui i giudici sono chiamati a riconoscere ma anche a “creare” nuovi diritti, facendoli discendere non dalla legge (che non c’è) ma da vaghi principi europei e internazionali. Ma poiché i principi generali sono - per definizione - suscettibili di interpretazioni molteplici e diverse, chiedendo al giudice di operare tra di esse una scelta personale, lo si spinge ad una “decisione politica” che i Costituenti non avevano certo immaginato quando attribuirono ai magistrati una assoluta indipendenza. Torna la domanda di sempre: quale giustizia? Un esempio che divide e brucia: la maternità surrogata è un atto estremo di generosità verso chi non può altrimenti godere della genitorialità oppure un atto che offende la dignità della donna trasformata in incubatrice e del bambino trasformato in un oggetto di scambio? Perché la risposta a una domanda come questa dovrebbe spettare alla valutazione di un giudice isolato, privo di alcuna legittimazione democratica, invece che a decisioni politiche assunte a maggioranza dai rappresentanti dei cittadini? I Costituenti non vollero risolvere tutti i possibili conflitti tra orientamenti culturali diversi ma lasciarono uno “spazio residuo” alle future scelte democratiche. Se, oggi, ad ogni conflitto tra valori, si attribuisce al singolo giudice il compito di scegliere, si riduce la Costituzione a quella che Mario Dogliani chiama una “babele di interpretazioni contrastanti e reciprocamente irriducibili”. È vero che tutto ciò accade per colpa di quella che Leopoldo Elia chiamava “la bassa marea della politica”. Ma non si può neppure pensare di fondare un nuovo assetto democratico costruendo sulla battigia dell’auto o etero-emarginazione del Parlamento. Se non vogliamo scegliere tra “dittatura della maggioranza” e “governo dei giudici” - suggerisce l’autrice - dobbiamo perseguire un modello democratico “collaborativo, non combattivo, in cui vi sia interazione e non antagonismo tra le parti”. E qui Tripodina torna alla bussola da cui era partita. Se la politica che guarda al tempo breve e il conseguente populismo (alle cui radici sono dedicate pagine penetranti) spingono le parti politiche a farsi “paladine dei diritti” sciolti dal vincolo di solidarietà e a formulare promesse irrealizzabili che genereranno nuove sfiducie, allora si dovrà tornare sul sentiero della responsabilità e solidarietà tra i cittadini. È una strada faticosa. Un’educazione a una nuova coscienza dei cittadini richiede tempo e deve partire da quella che Calamandrei indicava come “l’istituzione repubblicana più importante”: la scuola. Quella scuola in cui Aldo Moro, come ministro della Pubblica istruzione, introdusse nel 1958 l’insegnamento dell’educazione civica. Questa strada, conclude Tripodina, “non è una nostalgia ma un’urgenza nuova” che potrebbe avvalersi anche di un breve servizio civile obbligatorio. È un compito che, nella società atomizzata di oggi, pare una missione impossibile. Ma gli insegnanti della nostra scuola hanno una freccia importante nel loro arco. È la “bellezza dei doveri”: il fascino discreto che a un giovane può dare l’intima soddisfazione di aver adempiuto a un dovere di solidarietà. È il fascino che, in decenni passati, portò migliaia di giovani a correre spontaneamente e ad organizzarsi per dare una mano ai concittadini vittime di alluvioni o terremoti. E che già oggi spinge tanti giovani a chiedere di partecipare per un anno al servizio civile. Lì sta di casa la speranza. Il bene non basta a isolare i violenti di Luigi Manconi La Repubblica, 30 luglio 2026 Si dovrebbe tracciare una linea di demarcazione profonda e invalicabile tra chi manifesta pacificamente e chi esercita la violenza. In via preliminare va detto che, in ogni diversa fase storica, un evento particolarmente significativo - in genere per la quantità di violenza espressa - finisce con il costituire una frattura profonda per tanta parte della gioventù cresciuta in quegli anni. Una frattura dolorosa e, per certi versi, irreparabile. Ovvero la scoperta, spesso traumatica, che a una domanda di diritti e libertà possa opporsi non solo una società adulta e variamente autoritaria, ma anche un nemico pericoloso: lo Stato, i suoi apparati, i suoi uomini. E che questi potrebbero operare fuori dalla legge e contro la legge. Così fu in quel 1969 degli attentati sui treni, della strage del 12 dicembre a Milano e della morte di Giuseppe Pinelli, precipitato dal quarto piano della Questura dove era trattenuto illegalmente. Per una parte di quella gioventù la cicatrice non fu mai compiutamente rimarginata e, seppure non consideriamo le conseguenze patologiche e criminali (come il terrorismo), c’è da rilevare la permanenza nel tempo di un sentimento di diffidenza, sino all’estraneità, verso lo Stato democratico. Uno Stato che si era rivelato così infedele rispetto ai suoi stessi principi e alle sue stesse promesse. Qualcosa di molto simile è avvenuto a seguito dei fatti del G8 di venticinque anni fa. Il movimento che si ritrovò nelle strade di Genova esprimeva una significativa qualità sociale e intellettuale che venne tragicamente dissipata. Successe quel che successe: dalle torture nella caserma di Bolzaneto alle aggressioni dei black bloc, dalle molotov introdotte nella scuola Diaz da un vicequestore fino alla morte di Carlo Giuliani “con quella sua canottiera bianca” (così la madre al Manifesto). La Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia per non aver sanzionato adeguatamente le violenze commesse dalle forze di polizia. Ma in quei giorni a Genova si manifestò un’altra, e altrettanto dura, verità: la scoperta che il male era anche nelle nostre fila. E questo acuì la scissione silenziosa tra la gran parte dei partecipanti ai cortei e i black bloc e chi ne assecondava e ne approvava gli atti. Tra i manifestanti, i “disobbedienti” tentarono una operazione assai audace: quella di realizzare una opposizione di piazza attraverso un repertorio di azione che si voleva esclusivamente “difensivo”. Per capirci, nessuna bottiglia molotov e nessun corpo contundente, ma solo un’attrezzatura leggera che avrebbe dovuto contenere e limitare gli effetti della risposta degli agenti nei confronti di chi avesse violato i confini della zona rossa. Un tentativo, certamente ingenuo e velleitario, che tuttavia avrebbe meritato miglior sorte, ma che - stretto tra una repressione particolarmente efferata e la violenza militarmente organizzata dei black bloc - fallì. Così come è fallita, nei decenni successivi, la volontà di separare nettamente la mobilitazione di massa pacifica dall’azione aggressiva dei gruppi organizzati: ancora i black bloc, piccole aggregazioni di anarchici e fazioni votate alla guerriglia di strada. Personalmente, sulla base di una lontana esperienza e di una qualche antica corresponsabilità, ritengo che si tratti di un fenomeno incontrollabile; e che l’evocazione dei buoni “vecchi servizi d’ordine di una volta” sia una inutile lepidezza. Chi ha un briciolo di memoria ricorderà come fu inutile l’imponente struttura della Cgil a impedire la contestazione nei confronti di Luciano Lama all’interno dell’Università Sapienza di Roma nel febbraio 1977. Dunque, ci si deve rassegnare? No. Ma si dovrebbe tracciare una linea di demarcazione profonda e invalicabile tra chi manifesta pacificamente e chi esercita la violenza. Non si tratta di una distinzione tra “vecchi” e “giovani”, né tra politica “istituzionale” e politica “rivoluzionaria”. Il discrimine è un altro: e corre tra quanti perseguono un’azione concreta ed efficace e quanti ne vogliono una tutta declamatoria e gestuale. Alla fine di ottobre del 2009, alcuni collettivi organizzarono, nel quartiere romano di Tor Pignattara, una protesta per Stefano Cucchi, morto per mano dei carabinieri qualche giorno prima. Vi furono scontri, seppure di modesta entità. Ma si udì immediatamente la voce di Ilaria, Giovanni e Rita Cucchi affermare che non era quella la strada giusta. Come si sa i fatti hanno dato loro totalmente ragione. A distanza di tanti anni, una settimana fa, la manifestazione promossa a Bologna dal sindaco Lepore, che aveva portato la città a solidarizzare con un suo figlio chiuso ai margini del sistema di cittadinanza, è stata drammaticamente compromessa dall’azione di gruppi violenti. Qui non è in discussione la loro buona fede, della quale posso interessarmi solo sul piano della psicologia sociale, né la bontà o meno delle loro disgraziate intenzioni. L’unica cosa che davvero conta è che si sono rivelati un pericolo per la battaglia di verità sulla morte di Fakir. Vorrei che tale opinione venisse condivisa da tutti, con la sola eccezione di quanti pensano che per ottenere giustizia sia utile lanciare una bicicletta contro un mezzo della polizia: insomma, tra questi ultimi e noi penso che non vi debba essere promiscuità alcuna. Che poi si debba ascoltare e ancora ascoltare, magari fino allo sfinimento, e capire e ancora capire, è tutt’altro discorso. Capire la mente dei cittadini: una psicologia democratica di Gian Vittorio Caprara* Il Domani, 30 luglio 2026 Gli ideali della democrazia, oggi in crisi, sono il risultato della comprensione della condizione umana. Gli psicologi possono avere un ruolo proattivo nel cogliere il senso delle trasformazioni odierne. Risulta sempre più evidente che l’attuazione della democrazia è ben più dell’enunciazione di un insieme di principi e del rispetto di un insieme di norme e procedure per la gestione della convivenza e la regolazione del potere; essa è infatti e prima di tutto una questione di visioni del mondo, di aspirazioni, convinzioni e abitudini condivise. Ciò è particolarmente vero quando gli ideali moderni della democrazia reclamano l’eguale diritto degli individui a essere trattati con giustizia e rispetto ed opportunità adeguate perché tutti possano attualizzare le proprie potenzialità. La realizzazione di tali ideali dipende tanto dall’efficacia delle istituzioni e dalle competenze e dall’onestà delle élite politiche, quanto dalla determinazione dei cittadini. Promuovere la democrazia implica imparare a valorizzare il capitale intellettuale delle persone e incoraggiare la loro capacità di giudizio autonomo, il loro pensiero critico e la loro responsabilità, in modo che attribuiscano valore all’agire per il bene comune e conformino la loro condotta al suo perseguimento. Ed è seguendo tale ragionamento che sono giunto alla convinzione che la realizzazione della democrazia sia fondamentalmente una impresa morale la cui realizzazione dipende dal grado in cui i cittadini fanno propri i principi che essa persegue, come componenti centrali della propria identità, ed agiscono in accordo ad un’etica del bene comune. Le élite non hanno più bisogno della democrazia, ormai è il governo che elegge il suo popolo Maggiore comprensione Di fatto gli ideali democratici sono il risultato di una maggiore comprensione della condizione umana e di un’evoluzione della convivenza che hanno portato a riconoscere che le persone sono agenti morali capaci di giudizio e responsabilità, di distinguere il bene ed il male, potenzialmente predisposti a vivere bene con gli altri. Ed è in accordo con i progressi della ragione che si è infine approdati alla convinzione che la vita buona, quella che merita di essere vissuta e che realizza al meglio l’umanità di ciascuna persona, è quella che consente a tutti di vivere bene insieme con gli altri. A questo riguardo gran parte della ricerca psicologica avvalora la riflessione filosofica che individua nella verità, la giustizia e la solidarietà i principi morali che promuovono il rispetto di sé e la fiducia negli altri, fondamentali per una buona convivenza ed essenziali per il buon funzionamento della democrazia. Tuttavia, la stessa ricerca psicologica indica che non si può dare per scontato, nemmeno nei sistemi democratici, che questi principi morali valgano egualmente per tutti come obblighi cui conformare la propria condotta e che tutti abbiano le stesse opportunità di appropriarsene e di realizzarli. Le tensioni tra interesse personale e bene comune costantemente mettono alla prova la capacità di conciliare giudizio, volontà e responsabilità. Di fatto la democrazia è inadempiente e costantemente minacciata dal fallimento quando il giudizio e le aspirazioni dei suoi governanti e dei suoi cittadini non operano come moltiplicatori di razionalità, fiducia, solidarietà ed efficacia collettiva. Bisogna tornare ai gesti e alla materia. La democrazia “si fa”, come l’amore Segnali di malessere Anche nel nostro Paese non si possono ignorare i sintomi di malessere della nostra democrazia, attestati dalla mancanza di partecipazione attiva di ampi settori della cittadinanza, dalla polarizzazione della discussione politica, dallo svuotamento della rappresentanza e dal vuoto di idealità lasciato dalla erosione e scomparsa delle tradizionali appartenenze di destra e di sinistra. In particolare non dobbiamo sottovalutare i costi dello scetticismo e del disincanto quando comportano profondi e diffusi sentimenti di rancore e impotenza che minano il giudizio critico e avvelenano la discussione pubblica. I rischi diventano ancora più gravi quando gli interessi di pochi, attraverso la forza combinata di disinformazione e corruzione, fanno leva sul risentimento per estendere il proprio potere a scapito degli interessi collettivi. È allarmante l’attrazione che possono esercitare leader forti che mostrano caratteristiche personali come il narcisismo, il cinismo ed il machiavellismo. Ancor più allarmante è l’ostentazione del potere economico e la legittimazione “morale” della sua supremazia. Appellarsi agli ideali della democrazia e invocarne la difesa non è sufficiente ad allontanare le ombre che oggi la minacciano, se non si comprendono gli ostacoli che contrastano la sua attuazione e non si intraprendono le azioni necessarie per realizzare la mobilitazione e vigilanza collettiva di cui essa ha bisogno. Democrazia e giovani europei, un italiano su quattro vorrebbe un governo autoritario Il ruolo della psicologia Per questo ritengo che la psicologia possa svolgere un ruolo decisivo di risveglio delle coscienze e di rilancio dell’impegno democratico e che gli psicologi possano assumere un ruolo proattivo nel cogliere il senso delle trasformazioni che stanno avvenendo nei modi di pensare, desiderare ed agire, nel riconoscere le necessità che è prioritario soddisfare per preservare condizioni di vita e convivenza che di più si accordano con lo sviluppo ed il benessere delle persone, nel monitorare il grado in cui le decisioni dei governanti e le politiche pubbliche sono scientificamente bene informate e congruenti con il perseguimento del bene comune. Verosimilmente la disuguaglianza rappresenta oggi il problema che più mette alla prova la capacità delle democrazie di realizzare i propri scopi e per la psicologia un banco di prova per provare l’importanza delle sue conoscenze per la promozione del bene comune. Sebbene il rispetto e lo sviluppo della persona umana, in tutta la sua dignità, siano riconosciuti e celebrati nelle carte costituzionali, non sembra che a tutti siano state ancora concesse pari opportunità di realizzare il proprio potenziale e, di conseguenza, pari opportunità di successo e merito, anche nei paesi socio economicamente più sviluppati. La mancanza di risorse, unita all’assenza di cure adeguate, compromette inevitabilmente il riconoscimento e lo sviluppo dei talenti individuali privando l’umanità di straordinarie risorse con costi enormi per la convivenza civile e per la democrazia. È inevitabile che il costo per la democrazia diventi sempre più insostenibile quanto più aumenta il divario tra i pochi che dispongono di grandi ricchezze e i molti che hanno molto meno di quanto ritengono di meritare. Ciò vale anche per il nostro Paese. Forse la disuguaglianza è inevitabile, ma non necessariamente deve risultare intollerabile come accade quando stare dalla parte svantaggiata della distribuzione delle ricchezze si associa a perdita del rispetto di sé, risentimento, rassegnazione, paura, isolamento e abbandono. Vi sono beni immateriali della democrazia come la fiducia, la simpatia, la sicurezza, la speranza, l’efficacia collettiva ai quali neppure i ricchi possono rinunciare, ma che è difficile garantire anche a loro quando larga parte della popolazione ha la sensazione di non essere tra i convitati. Da quando mi sono avvicinato alla disciplina psicologica mi sono sempre più persuaso, guardandomi attorno, che tutti abbiamo un debito di gratitudine ed un dovere di condivisione nei confronti dell’umanità, debito e dovere, che sono progressivi e perciò tanto maggiori quanto maggiori sono stati i talenti ricevuti, i riconoscimenti, i meriti e i successi. I primi non avrebbero potuto fruttare e gli altri non avrebbero potuto essere conseguiti senza i progressi della ragione e della coscienza morale delle generazioni che ci hanno preceduto e che abbiamo l’obbligo di preservare per quelle che seguiranno dopo di noi. Le sfida che dobbiamo affrontare è morale e politica e riguarda tutti noi. È un obbligo morale di tutti garantire a ciascuno condizioni di vita che consentano di apprezzare i propri talenti e meritare il rispetto proprio e altrui. È una necessità politica dare priorità allo sviluppo morale e civico dei cittadini, affinché acquisiscano la mentalità necessaria per trattarsi reciprocamente con cura e assumersi la responsabilità di preservare e tramandare alle generazioni future degne condizioni di vita. Una democrazia che non investe nel potenziale morale e nell’impegno civico dei cittadini è simile a un’economia che non valorizza le proprie risorse e non investe nell’innovazione. Verosimilmente, la democrazia che abbiamo conosciuto deve esser in grado di trascendere se stessa. Sono stati compiuti notevoli progressi verso gli ideali di libertà ma meno verso l’eguaglianza e la fratellanza. Di fronte alle tragedie millenarie della guerra e della povertà, ed al costante riproporsi della banalità e normalità del male l’impresa può sembrare formidabile, ma il futuro non lascia alternative. Non è più sufficiente indignarsi, è necessario agire e farlo presto. La malattia del secolo. Le nostre democrazie sono in decomposizione *Professore Emerito all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, è tra i principali studiosi italiani di psicologia della personalità e dei processi morali, ha dedicato ampie ricerche al tema dell’agency, dei valori e della convivenza democratica.