Ancora morti in cella, un’estate di inferno, aspettando la Corte di Patrizio Gonnella Il Manifesto, 2 luglio 2026 Settantacinque anni, malato, da poco colpito da ictus, entrato qualche giorno prima per scontare una pena non elevata, muore in solitudine nel carcere fiorentino di Sollicciano. Pochi chilometri più a ovest, alle Dogaie di Prato, a soli ventisei anni muore anche lui in carcere e non per scelta volontaria. Pare avesse denunciato violenze subite dalle forze di Polizia al momento dell’arresto. Due storie che non stordiscono l’opinione pubblica come dovrebbe accadere, che lasciano insensibili le istituzioni. Siamo a 114 morti nelle prigioni d’Italia dall’inizio dell’anno. Una parte viene qualificata dall’amministrazione penitenziaria come decessi con cause da accertare. Il punto è che restano tali anche nei mesi e anni a seguire. Le due morti avvenute nelle carceri di Firenze e Prato sono tra loro molto diverse e riconducibili a responsabilità differenti. Nel caso del signore deceduto a Sollicciano, le indagini dovranno chiarire, in sequenza: perché una persona così anziana e così compromessa nella salute è stata portata in carcere e non in una struttura medica? Perché è stata portata proprio a Sollicciano? Perché si è ignorato che tale istituto, come abbiamo raccontato sulle pagine di questo giornale, pochi giorni addietro era stato parzialmente chiuso dalla magistratura proprio per le sue condizioni insalubri e degradate? Perché non è stato trasferito in un centro clinico penitenziario come quello di Pisa? Perché non è stato previsto un ricovero ospedaliero controllato? Attendiamo risposte dalla magistratura. Il detenuto morto a Prato era giovane, così giovane che il suo decesso dovrebbe lasciare tutti basiti. In questo caso l’autopsia sarà determinante. Vanno preservate tutte le informazioni utili a capire cosa è accaduto prima della sua morte, innaturale per un ragazzo così giovane. Come detto, pare avesse denunciato violenze subite al momento dell’arresto. Le indagini dovranno accertare se ci sono state visite mediche di primo ingresso nel carcere di Prato e cosa hanno certificato. E andranno confrontate con i dati autoptici. Di fronte a 114 morti in sei mesi nelle carceri italiane dovrebbe scattare la reazione politica. Temiamo non avverrà. Sarebbe del tutto ovvio attendersi l’istituzione di una commissione di inchiesta parlamentare diretta ad accertare responsabilità individuali e sistemiche. Sulle responsabilità individuali ci affidiamo alla magistratura, su quelle sistemiche è invece necessario mettere in moto una catena di indignazione, trasformando quest’ultima da reazione individuale a valanga sociale. È del tutto incredibile che in una situazione così compromessa e degradata l’amministrazione penitenziaria non faccia subito tre o quattro cose per rendere la vita in carcere meno indegna e indecente. Gliele suggerisco qua di seguito: consentire una telefonata al giorno ai propri cari, mettere un piccolo frigo e un ventilatore in ogni cella per rendere sopportabile l’estate, chiudere del tutto gli istituti indecorosi come quello di Firenze, proteggere chi denuncia violazioni e abusi. Questo è il minimo che ci si attende da un’amministrazione pubblica. Intanto due notizie, che sono due speranze, per il prossimo futuro carcerario. Il 14 luglio, la neonata alleanza per una pena umana e costituzionale, composta da tante associazioni, ha chiesto al ministero della Giustizia di poter visitare decine e decine di istituti in Italia insieme a esponenti delle istituzioni locali e della società civile. Il 22 settembre la Corte costituzionale, sollecitata dal tribunale di Sorveglianza di Firenze a partire dal caso Sollicciano, dovrà decidere se è legittimo tenere una persona in carcere qualora questo sia un luogo insano, degradato o stracolmo. Tra il 14 luglio e il 22 settembre non vorremmo fare la conta dei morti, dei suicidi, delle tragedie. In una situazione così compromessa per la dignità e la salute di detenuti e operatori penitenziari, ogni inerzia è colpevole. Turrini Vita (Garante Detenuti): “Emergenza caldo pesante, contro sovraffollamento sì a indulto” di Sara Di Sciullo adnkronos.com, 2 luglio 2026 Il presidente del Gnpl: “Segnalata lunga attesa per la liberazione anticipata”. Il sovraffollamento carcerario e le misure per contrastarlo, l’ondata di caldo eccezionale in tutta Europa e gli interventi negli istituti penitenziari, il sequestro disposto dal gip del Tribunale di Firenze di sei sezioni del carcere fiorentino di Sollicciano: ne parla in un’intervista all’Adnkronos Riccardo Turrini Vita, presidente del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale (Gnpl). Tra i motivi di allarme in tutta Europa in questi giorni c’è il caldo. E, come tutti gli anni, quest’anno ancora di più si pone il tema di come affrontare l’estate nelle carceri. C’è un’emergenza di questo tipo negli istituti? Quando usiamo la parola emergenza noi intendiamo in genere due cose diverse: emergenza in senso etimologico - ciò che appare, emerge e quindi una cosa che prima non era conosciuta o che si voleva ignorare o che non esisteva - emergenza è poi anche utilizzata per indicare un fatto che crea una immediata preoccupazione alla quale bisogna rispondere. Questa è l’accezione in cui parliamo di un’emergenza caldo in Italia, in Europa, nelle carceri. Il fatto è noto e tende a ripetersi e, da un decennio circa, è anche più pesante che nel solito. Certamente nelle carceri l’emergenza è accresciuta dalla calura estiva, dal fatto che è più penoso perché le persone hanno modesti spazi per muoversi, gli istituti sono fatti tutti in cemento e sono storicamente privi di climatizzazione, come per la verità la gran parte degli edifici pubblici. E poi sono molto affollate. Come si sta intervenendo? Permettendo la distribuzione di acqua fredda, maggior ariosità attraverso l’apertura dei cosiddetti ‘blindi’ che non sempre è possibile ma che è sicuramente uno degli strumenti minimali. Poi con la distribuzione di ventilatori, nelle zone più delicate come le infermerie invece da sempre ci sono i climatizzatori. Questo va contemperato con le capacità elettriche del sistema perché ovviamente un attingimento maggiore di elettricità comporta qualche difficoltà. Lo scorso anno abbiamo fatto come Garante una raccomandazione nel senso di accordare tutto quello che era possibile ed è stata rinnovata, in maniera informale, già 2-3 mesi fa. Questo è quello che materialmente si può fare. E per il futuro? Nell’ambito del piano di edilizia penitenziaria che il governo ha promosso in questi anni bisognerà pensare anche a un adeguamento delle condizioni edilizie. La scelta di costruire tutto in cemento, come è proprio del tempo nostro, ha aggravato la situazione. La relazione del Garante è stata inviata al parlamento nei giorni scorsi. Emerge un tasso di affollamento pari al 132% ma i dati sono del 2024 e altri rapporti lo certificano gia’ al 139%. Come commenta queste cifre? Le percentuali sono un buon elemento di cognizione, ma possono anche essere ingannevoli. Prendiamo i fatti puri e semplici, a fine maggio 2025 l’amministrazione penitenziaria registrava oltre 64.000 detenuti presenti e dichiarava 51.269 posti disponibili. I posti regolamentari hanno un abbattimento in genere fra il 5 e il 10%, perché ci sono lavori, ci sono spostamenti. È evidente che stabilmente lo Stato mette più persone in meno posti: sappiamo che oltre un certo limite c’è una tutela risarcitoria che consegue alle famose vicende della condanna della Corte europea e che a questo si cerca di provvedere appunto con vari strumenti. Il sovraffollamento esiste, è pesante e incide non solo sulla vivibilità, ma anche su tutto ciò che può rendere il percorso della detenzione, un tempo utile per il dopo. C’è una situazione di sovraffollamento che rende più penoso l’attuale momento di grande calura e pone in crisi tutto il sistema penitenziario. C’è chi, proprio contro il sovraffollamento, invoca la necessità di un provvedimento di amnistia o di indulto. Il governo spesso ha detto che non è disponibile a una misura di questo tipo, ma sta studiando altri interventi, ad esempio puntando sulle misure alternative per i tossicodipendenti. Lei come ritiene si debba affrontare il problema? Le azioni che ha dichiarato il governo di voler svolgere godono tutte di una nostro apprezzamento. Occorre sicuramente ampliare il numero dei posti disponibili in carcere, perché sistematicamente la popolazione tende ad arrivare a oltre 60mila persone. Quindi l’ideale, poiché occorre avere un margine superiore, sarebbe per la situazione odierna avere 70.000 posti detentivi. Questo però, come per qualunque lavoro pubblico e per le carceri più di altri, richiede dei tempi. Pieno plauso alla recente disposizione che amplia, soprattutto per i soggetti affetti da tossicodipendenza, i termini per l’affidamento in prova o per l’assegnazione a comunità residenziali. È importante comunque ribadire che il sistema dell’esecuzione penale esterna in Italia ormai è dominante rispetto all’esecuzione detentiva. Due-tre giorni fa avevamo 101.897 persone seguite in pene non detentive, mentre le persone in esecuzione pena in carcere erano 49.300. Altre criticità? Esistono positivi disegni di legge ed azioni amministrative per ampliare le capacità detentive, per agevolare l’espiazione della pena in comunità terapeutiche e vanno salutati con favore. Constatiamo una lunga attesa per la liberazione anticipata e probabilmente, data ormai la consolidata superiorità delle presenze rispetto agli spazi disponibili, dovrebbe essere pensato un provvedimento legislativo che contenga la durata delle pene. L’ideale, il più rapido strumento tecnico è l’indulto ma se ne possono trovare anche più indiretti purché la celerità del procedimento giurisdizionale collegato sia garantita. È d’accordo con chi ritiene che la soluzione sia l’indulto o l’amnistia? Io personalmente - non impegno però tutto il Garante - sono favorevole ad un indulto anche per ambito culturale. Sull’amnistia non mi pronuncio perché è un problema più di processo che di pena quindi esula dalla mia competenza. Nel rapporto emergono carceri senza adeguata areazione di estate e riscaldamento di inverno, in alcuni casi senza acqua potabile. Come intervenire? Il Garante constata la violazione e interviene per prevenire, la scelta tecnica con la quale intervenire supera le nostre competenze. Non si può che fare manutenzione. Va detto che la manutenzione ordinaria degli stabilimenti penitenziari, che sono 189 in Italia, è imponente e ha subito nei decenni molte decurtazioni nell’ambito della riduzione generale della spesa pubblica. Quindi? Mi sentirei di consigliare di trovare le soluzioni amministrative degli appalti più rapide possibili. Abbiamo avuto esperienze di successo per le ricostruzioni di casi particolari. Come commenta la notizia del sequestro di alcune sezioni nel carcere di Sollicciano? Essendo in corso un’indagine, il Garante non può fare commenti nel merito. Possiamo dire che il Garante nel 2024 due volte e nel 2025 io personalmente ha fatto accessi, ha chiesto aggiornamenti sull’ordine dei lavori, ha sollecitato lo sviluppo e l’assegnazione. Personalmente andai nel maggio 2025 e trovai una sezione in cui pioveva dentro: feci un’immediata raccomandazione di chiusura e trasferimento di quei detenuti e in effetti, per una quarantina di persone almeno, si poté fare perché era in via di consegna un’altra sezione. Quanto poi all’idea che, sequestrando una parte del carcere, i detenuti possano andare altrove e star meglio, bisogna capire che si ledono, se le hanno, relazioni col territorio o percorsi. E poi vanno a comprimere altre realtà. C’è un rischio simile per altri istituti? Questo non lo posso dire perché riguarda iniziative delle procure della Repubblica. Quando noi abbiamo presenti queste situazioni ovviamente facciamo le nostre raccomandazioni. Qual è il panorama della rieducazione e formazione lavorativa per il reinserimento dei detenuti? Mi risulta che erano stati banditi i concorsi per completare la pianta organica degli educatori - dal 2010 funzionario giuridico-pedagogico - e questo serve a permettere un’analisi della personalità e lo sviluppo dei programmi. Il resto dipende molto dall’ interazione con la società civile, che è quella dove poi le persone torneranno. Nelle singole strutture esistono molte iniziative, è da vedersi quanta parte della popolazione detenuta in esecuzione pena può essere interessata. Probabilmente il punto più delicato - ma dipende anche dalla infrastruttura penitenziaria che è una struttura di sicurezza - è la possibilità di lavoro che non sia soltanto il lavoro alle dipendenze dell’amministrazione. Questo dipende moltissimo dalla società che c’è fuori: in Lombardia e in Veneto si trovano offerte, in altre regioni se ne trovano molte di meno. È un discorso culturale? Culturale ma che risponde anche al tessuto socio-economico. Qual è la situazione degli Istituti per i minorenni (Ipm) anche alla luce dell’incremento della popolazione dei minori - specie stranieri - detenuta? C’è un mutamento dei comportamenti di questi giovani, soprattutto adolescenti ormai preoccupanti anche al di sotto dell’età della imputabilità. Comportamenti molto violenti, al punto che in alcuni casi è stato sollecitato da parte delle stesse procure minorili il trattenimento per queste persone non essendo idonee alle strutture comunitarie generali. C’è poi il problema di quale modello educativo si offre, ma questo è un problema di tutta la società. Il mio pensiero è che in generale, da molti decenni, l’idea della formazione dei minori, dei giovani, non è ancorata al principio di responsabilità individuale e si è pertanto restii a trattare un comportamento negativo come deve essere trattato. Ciò cosa comporta? Anche obblighi basilari di un minore negli istituti penali minorili vengano tranquillamente omessi senza che lui ne senta nessuna conseguenza. Questo è un elemento che lo conferma in una scelta di non adeguamento all’ordinamento. La verità è che non abbiamo mai avuto una statistica realistica su quante delle persone che vanno in esecuzione penale minorile, con questi canoni finora utilizzati, si siano poi allontanati dal mondo del crimine. E perché mancano questi dati? C’è la riservatezza dei dati sui minori e probabilmente anche perché non c’è il desiderio di mostrare che quello che passa per un modello ottimo abbia anch’esso le sue falle. Con tutto ciò bisogna comunque ricordare che, come deve essere, nel nostro sistema è estremamente minoritario il ricorso alla detenzione: al 28 giugno c’erano 581 detenuti negli Ipm, nelle comunità 1.154 e se si guardano i minori seguiti dalla giustizia minorile - con misure che si vivono sul territorio anche congiuntamente all’ente locale - erano 16.614. Cosa ne pensa delle notizie, che si susseguono frequentemente, di ritrovamento e sequestri di droga e cellulari entrati in carcere? Questo costituisce oggetto di procedimento penale e testimonia una da un lato una continua attività di vigilanza da parte del personale del corpo di polizia penitenziaria e dall’altro le difficoltà di filtrare attraverso tutte le porosità che il nostro sistema penitenziario ha e che non può non avere perché è un sistema aperto alla società. Il fenomeno va ovviamente controllato e represso come tutte le violazioni di legge. Ci sono state diverse polemiche sulla relazione del Garante al parlamento per il ritardo con cui e’ stata pubblicata e per l’assenza di dati aggiornati. C’è chi ha denunciato poca trasparenza rispetto ai rapporti sulle visite effettuate. Come replica a queste critiche? Le vicende di questo organo che hanno portato a elaborare la relazione al Parlamento più tardi nel 2024 e a presentarla solo qualche mese fa, sono conosciute. La Relazione, riferita al 2024 è stata integrata dai dati del 2025 e si collega alla più ampia e costante azione di reporting svolta dal Gnpl al termine di ognuna delle attività di sua pertinenza e inviata riservatamente alle amministrazioni competenti. Un tema diverso è la questione sul rapporto fra le visite effettuate e la pubblicazione dei rapporti: noi abbiamo fatto una ricognizione dalla fondazione di quest’organo in poi, facendo notare che in realtà questa prassi c’è sempre stata. Abbiamo molte visite negli istituti che poi non si concludevano con nessuna raccomandazione, nulla da pubblicarsi. Va pure detto che alcune delle visite si concludono con interventi individuali che ovviamente non hanno ragione di essere pubblicati per la stessa riservatezza della questione. Comunque possiamo sperare che vi sia una più rapida emanazione della raccomandazione: il lavoro interno che occorre fare per arrivare a una relazione, a una raccomandazione ben gestita e alla sua pubblicazione non è poco e le risorse qui presenti sono piuttosto poche. Sono aumentate le competenze del garante anche rispetto al tema immigrazione e ai rimpatri forzati... Il Garante è incaricato del monitoraggio dei rimpatri forzati e per questo già da alcuni anni ha seguito una serie di progetti ‘Fami’, con l’ultimo ‘Rimpatri forzati e tutela dei diritti’, ha curato la formazione di un numero piuttosto elevato di monitor esterni che possono accompagnare i voli aumentando la potenza di monitoraggio al fine di prevenire e verificare che queste operazioni si svolgano nel rispetto dei diritti fondamentali delle persone espatriate. Questo è il nostro compito, l’organo sta cercando di coprire la totalità dei voli e devo dire che sotto questo profilo il ministero dell’Interno è particolarmente interessato alla nostra presenza, della quale anzi ci è assai grato. Chi si sposa in carcere ha diritto all’intimità: lo dice la Cassazione di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 2 luglio 2026 La Suprema Corte annulla il no del Tribunale di Locri a un detenuto che chiedeva di vedere la moglie senza agenti a vista. La Corte di Cassazione ha bocciato il Tribunale di Locri, che aveva negato a un detenuto i colloqui riservati con la moglie. L’uomo aveva chiesto di poterla incontrare senza il controllo a vista degli agenti, la possibilità aperta dalla sentenza numero 10 del 2024 della Corte costituzionale. I giudici calabresi avevano detto no per due motivi: la pericolosità del detenuto, condannato in via definitiva per associazione mafiosa e per omicidio e ancora sotto processo per un altro omicidio, e il fatto che il matrimonio fosse stato celebrato in carcere, senza prova di una convivenza precedente. La quarta sezione penale ha annullato quella decisione e ha rimandato il caso allo stesso Tribunale, spiegando che nessuna delle due ragioni sta in piedi così com’è stata scritta. Per capire di cosa si parla serve un passo indietro. Fino al 2024 chi era in carcere poteva vedere il partner solo davanti a un agente, sempre e comunque. Con la sentenza numero 10 la Consulta ha cancellato quel divieto assoluto: ha detto che impedire a una persona detenuta di vivere un momento di intimità con il coniuge, senza qualcuno che guarda, è una compressione sproporzionata della sua dignità e finisce per allontanare la pena dal suo scopo, che la Costituzione indica nel reinserimento. Una pena che spegne gli affetti, avevano scritto i giudici delle leggi, impoverisce la persona fino a disgregarla e tradisce la funzione rieducativa. La stessa Corte europea dei diritti dell’uomo chiede da tempo un equilibrio tra le esigenze dello Stato e la vita privata e familiare del detenuto, e la Consulta si è spinta anche più in là, trattando l’incontro intimo come un diritto della persona e non come un premio da meritare. Da lì è nato quello che nel gergo viene chiamato la stanza dell’affettività: un locale con un letto e un bagno, sorvegliato solo dall’esterno, dove il detenuto può stare da solo con il partner. Il diritto però non è pieno per tutti. Restano fuori i detenuti al 41-bis e quelli sottoposti a sorveglianza particolare, e la richiesta può essere respinta per ragioni di sicurezza. Il punto è come si applica questo diritto nei casi concreti, e la vicenda di Locri lo mostra bene. Il detenuto, difeso dall’avvocato Luca Cianferoni, aveva impugnato il no del Tribunale davanti alla Cassazione. Il sostituto procuratore generale aveva chiesto a sua volta l’annullamento. I giudici, presieduti da Andrea Montagni e con Attilio Mari come relatore, hanno accolto il ricorso. La pericolosità va misurata sul caso, non sulla fedina - Il primo errore riguarda la pericolosità. Il Tribunale l’aveva ricavata dal passato del detenuto, cioè dalle condanne gravi che si porta dietro e dal processo ancora pendente. La Cassazione spiega che non basta. La sentenza della Consulta permette di negare i colloqui quando ci sono ragioni concrete di sicurezza o di ordine, ma quelle ragioni vanno cercate nel comportamento della persona dentro il carcere e nel rischio effettivo che quello specifico incontro può creare, non nel tipo di reato per cui è stata condannata. Serve un giudizio sul pericolo attuale, fondato su fatti, non un’etichetta appiccicata al curriculum criminale. Il titolo di reato, da solo, non chiude la porta: lo ha scritto anche il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria nelle sue linee guida, dove chiede ai direttori un’istruttoria vera, basata su come il detenuto si comporta in cella. Il Tribunale di Locri, scrive la Cassazione, si è fermato a una valutazione formale e apparente, una tautologia, senza indicare un solo elemento concreto che rendesse pericoloso quel colloquio. Un giudizio del genere, aggiungono i giudici, non è nemmeno una vera motivazione: è un vuoto travestito da motivazione, e per questo diventa una violazione di legge. C’è però una differenza che riguarda proprio chi, come in questo caso, è ancora imputato e si trova in custodia cautelare. Per queste persone, oltre alle ragioni di sicurezza, possono contare anche esigenze legate ai procedimenti penali ancora in corso. È un limite in più, ma va comunque dimostrato, non dato per scontato. Il matrimonio in cella vale già come legame - Il secondo errore è forse quello di principio più importante. Il Tribunale aveva negato i colloqui perché il matrimonio era stato celebrato in carcere e non c’era prova che i due avessero convissuto prima. La Cassazione ribalta il ragionamento. La sentenza della Consulta parla di colloqui riservati con il coniuge, la parte dell’unione civile o la persona stabilmente convivente. Quella piccola congiunzione cambia tutto. Vuol dire che il legame stabile va verificato solo per le coppie non sposate, quelle che stanno insieme di fatto. Per chi è coniuge, invece, è il matrimonio stesso a provare il legame affettivo. Chiedere in più una convivenza precedente significa aggiungere un requisito che la Corte costituzionale non ha previsto. Su questo la Consulta era stata netta, e la Cassazione lo ricorda. Negare l’intimità a chi si è sposato dietro le sbarre produce quelli che vengono chiamati matrimoni bianchi, cioè unioni mai consumate. È una contraddizione dentro la legge stessa: da un lato lo Stato celebra il matrimonio in carcere, dall’altro impedisce ai coniugi di viverlo, e intanto la mancata consumazione resta uno dei motivi per cui quel matrimonio può essere sciolto. Un cortocircuito che colpisce la dignità dei due sposi. Per questo il fatto che le nozze siano avvenute in cella non può diventare un ostacolo: è semmai la prova che quel legame esiste. L’ordinanza è stata quindi annullata e il caso torna al Tribunale di Locri, che dovrà decidere di nuovo seguendo questi principi. La decisione si aggiunge a una fila di pronunce, riportate su queste stesse pagine de Il Dubbio, che stanno dando corpo a un diritto rimasto a lungo sulla carta. La strada l’aveva aperta la Corte costituzionale già nel 2012, con una sentenza che chiedeva al Parlamento di intervenire: dodici anni di silenzio, fino alla sentenza numero 10 del 2024. Poi è toccato ai giudici tenere in vita quel principio, perché il legislatore non l’ha ancora tradotto in una legge. A inizio 2025 la prima sezione della Cassazione ha stabilito che il detenuto al quale viene negato il colloquio intimo può fare reclamo davanti al magistrato di sorveglianza, perché si tratta di un vero diritto e non di una semplice aspettativa. A marzo di quest’anno la stessa sezione ha precisato i limiti che valgono per gli imputati. La Suprema corte è arrivata perfino a riconoscere il colloquio a un detenuto al 41-bis con una donna conosciuta per lettera in diciassette anni di carcere. Nel frattempo le prime stanze hanno aperto davvero, da Terni a Parma, poi Padova, Trani e Torino. Restano comunque pochissime: il ministro Nordio ha parlato di 32 istituti con spazi disponibili su 189, ma Antigone ne conta cinque o sei davvero funzionanti. Il diritto esiste, ma dipende ancora troppo dal carcere in cui si è finiti e dalla buona volontà di chi lo dirige. La sentenza sul detenuto di Locri serve a ricordare che vale per tutti allo stesso modo, anche per chi ha alle spalle reati gravi e si è sposato quando era già dietro le sbarre. Uno studio legale “aperto” all’accusa travolge la difesa, non il difensore di Alessandro Parrotta* Il Dubbio, 2 luglio 2026 La rimessione alle Sezioni Unite delle norme sulla tutela del difensore da intercettazioni e perquisizioni, disposta dalla sesta sezione penale della Cassazione, non investe un dettaglio procedurale, ma il punto di equilibrio più delicato dell’intero sistema penale: il confine tra l’esigenza di ricerca della prova e la tutela della funzione difensiva. Il quesito è netto. Le garanzie che l’articolo 103 del codice di rito appronta per ispezioni, perquisizioni e sequestri negli uffici dei difensori hanno carattere soggettivo - perché ancorate alla qualità professionale dell’avvocato e alla salvaguardia del relativo segreto - oppure carattere meramente funzionale e, dunque, operano soltanto a favore del difensore dell’indagato o dell’imputato nel procedimento in cui l’atto si rende necessario? Detto altrimenti: quelle garanzie sopravvivono quando è l’avvocato stesso a essere iscritto nel registro degli indagati? La risposta, a mio avviso, non può prescindere dall’articolo 24, comma 2, della Costituzione che proclama inviolabile il diritto di difesa “in ogni stato e grado del procedimento”. L’articolo 103 non conferisce all’avvocato un privilegio personale né un’immunità di categoria: presidia il libero dispiegarsi della difesa e il segreto professionale che ne è il presupposto necessario. Il bene tutelato non è la persona del professionista ma un interesse generale, quello della collettività a che chiunque possa consultare un difensore in condizioni di discussione piena e disinibita. Titolare sostanziale della garanzia è, prima ancora dell’avvocato, l’Assistito. Non a caso il diritto eurounitario eleva la riservatezza del rapporto a principio di rango fondamentale (articolo 7 della Carta di Nizza, in combinato con gli articoli 47 e 48; articolo 8 della Convenzione europea sui Diritti umani), come ricordato anche dalla Corte di giustizia nel caso Ordre des barreaux (C-305/05). Da qui la frattura giurisprudenziale. Un primo indirizzo, che condivido, riconosce che le guarentigie operano ogni volta che l’atto sia eseguito nello studio di chi abbia assunto difese, anche in procedimenti diversi e anche quando il medesimo legale rivesta la qualità di indagato: conta la funzione, non la veste. È il principio fissato dalle Sezioni Unite sin dal 1993 e ribadito dalla giurisprudenza successiva, che ha qualificato l’articolo 103 non come prerogativa di categoria ma come riflesso dell’inviolabilità del diritto di difesa ex articolo 24 della Costituzione. L’indirizzo restrittivo, riaffermato da pronunce recenti, inverte invece l’ordine dei valori, anteponendo l’esigenza investigativa al bene costituzionale e degradando il segreto a schermo opponibile solo finché l’avvocato resti estraneo all’accusa. È un’inversione che non persuade, perché fa dipendere l’ampiezza della tutela dalla qualifica soggettiva di chi subisce l’atto, anziché dalla natura del bene aggredito. L’argomento decisivo, però, sono i “terzi”. Nello studio non vi sono soltanto le carte dell’indagato: vi sono i fascicoli di assistiti del tutto estranei all’indagine. Una perquisizione condotta “a strascico” travolge il diritto di difesa e il segreto di soggetti privi di voce nel procedimento. La lettera del comma 2 è inequivoca: nessun sequestro di carte relative all’oggetto della difesa salvo che costituiscano corpo del reato. E quel divieto non si spegne perché l’avvocato è indagato; semmai si accende, perché è proprio in quel frangente che il rischio di confusione tra ciò che attiene alla sua posizione e ciò che appartiene alla difesa altrui diventa massimo. Lo studio non è refugium peccatorum - l’avvocato risponde di ciò che ha fatto - ma neppure zona franca a disposizione dell’accusa. La dimensione digitale aggrava ogni cosa. Estrarre una copia forense porta il rischio di impossessarsi dell’intero archivio difensivo con i dati di una pluralità indistinta di assistiti. L’inutilizzabilità sancita a valle dal comma 7 non rimedia se a monte si è già guardato tutto: la strategia difensiva, una volta appresa, non si “disapprende”. Vale qui la stessa logica che, sulle intercettazioni del difensore, mostra come un divieto formalmente blindato possa essere svuotato da una verifica soltanto postuma. Il segreto, del resto, è corollario del nemo tenetur se detegere (Corte europea dei Diritti dell’uomo, Saber c. Norvegia, 2020). Proprio per questo la riserva di giurisdizione del comma 4 è sostanza, non forma: interpone un controllo terzo nel momento in cui si penetra nel cuore del rapporto fiduciario. Avviso al Consiglio dell’Ordine, decreto motivato del giudice, esecuzione personale del magistrato non sono sbarramenti, ma filtri che incanalano la ricerca della prova in un procedimento controllato. La Corte di Strasburgo esige garanzie procedurali specifiche a presidio del segreto negli studi legali (André c. Francia, 2008) e, più in generale, un controllo giurisdizionale effettivo - preventivo o successivo - sulle perquisizioni (Brazzi c. Italia, 2018); il diritto dell’Unione impone di rispettare la riservatezza delle comunicazioni difensive (articolo 4 della direttiva 2013/48/UE). La lettura restrittiva non regge al combinato degli articoli 11 e 117 della Costituzione, che impongono di interpretare le norme interne in conformità ai vincoli convenzionali ed europei. Il tema è ovunque sensibile e le soluzioni tutt’altro che uniformi. In Francia l’articolo 56-1 del code de procédure pénale riserva la perquisizione dello studio a un magistrato, alla presenza del bâtonnier, cui spetta opporsi al sequestro con decisione devoluta al juge des libertés et de la détention. La Germania, all’opposto, àncora la tutela al rapporto difensivo: il divieto di sequestro del § 97 StPo e le garanzie del § 160a StPo cedono quando l’avvocato è esso stesso indiziato di concorso nel reato - soluzione vicina al nostro indirizzo restrittivo. La Slovacchia, dopo la condanna di Strasburgo in Kulák c. Slovacchia (3 aprile 2025), ha introdotto un controllo giurisdizionale e il necessario coinvolgimento dell’ordine forense per l’accesso ai dati coperti da segreto. Sul piano dell’Unione, la Corte di giustizia ha esteso la protezione a ogni comunicazione tra cliente e avvocato, anche di sola consulenza (Orde van Vlaamse Balies, C-694/20, 2022). E nel marzo 2025 il Consiglio d’Europa ha adottato la prima Convenzione per la protezione della professione forense, aperta alla firma a Lussemburgo il 13 maggio 2025, che impone garanzie specifiche contro perquisizioni e sequestri abusivi. La direzione, dunque, è quella del rafforzamento: l’Italia non può imboccare il sentiero opposto. È impensabile dunque ritenere che possa bastare iscrivere un legale nel registro degli indagati per varcare la soglia dello studio senza filtri: in gioco non è la sorte di un singolo professionista ma la tenuta di un architrave dello Stato di diritto. Difendere l’art. 103 non è difendere un privilegio: è difendere la giurisdizione nel punto in cui è più facile aggredirla, dove quasi nessuno protesta, perché a essere perquisito è “solo” un avvocato. Mi auguro che le Sezioni Unite, chiamate a comporre il contrasto, riaffermino senza ambiguità il primato della funzione sulla veste, restituendo certezza a una garanzia che non appartiene a una categoria, ma all’ordinamento ed a una figura “necessaria”, parte processuale al pari del Magistrato inquirente e di quello giudicante. *Avvocato, direttore Ispeg Cospito resta al 41bis: “Può ancora dare ordini” di Angela Stella L’Unità, 2 luglio 2026 Il Tribunale di Sorveglianza di Roma respinge il ricorso dell’anarchico al carcere duro dal 2022: “Il suo gruppo è pericoloso, potrebbe guidarlo”. Alfredo Cospito resterà detenuto al 41 bis. Il Tribunale di Sorveglianza di Roma ha infatti respinto il ricorso presentato dalla difesa contro la proroga del regime di carcere duro disposto dal ministero della Giustizia, confermando il rinnovo della misura restrittiva per altri due anni. L’anarchico, rinchiuso nel carcere di Sassari, è sottoposto al 41 bis dal 2022. Il ricorso era stato presentato dall’avvocato Flavio Rossi Albertini, che aveva contestato le motivazioni alla base del decreto ministeriale. Nel provvedimento, composto da 75 pagine, vengono richiamati i pareri favorevoli espressi dalla Direzione nazionale antimafia, dalla Direzione distrettuale antimafia di Torino e dalla Direzione centrale della polizia di prevenzione del Viminale. Secondo le valutazioni degli investigatori, l’area anarchica che continua a fare riferimento alla figura di Cospito rappresenterebbe ancora un concreto pericolo per l’ordine pubblico e la sicurezza nazionale. Per questo motivo, il ritorno a un regime detentivo meno rigido potrebbe consentire la ripresa di collegamenti e scambi di informazioni con ambienti ritenuti di matrice eversiva. Tra gli elementi richiamati nel decreto rientra anche quanto accaduto il 19 marzo scorso nel Parco degli Acquedotti, a Roma, dove persero la vita Sandro Mercogliano e Sara Ardizzone mentre stavano maneggiando un ordigno all’interno di un edificio abbandonato. Per gli inquirenti quell’episodio rappresenterebbe un’ulteriore conferma dell’esistenza di nuclei anarchici ancora attivi e radicalizzati. La difesa, come ricostruito da Lapresse, aveva confutato questa ricostruzione. Secondo il legale di Cospito, gli ultimi attentati rivendicati dalla Federazione anarchica informale risalgono ormai al biennio 2022-2023 e successivamente non sarebbero emersi episodi riconducibili all’organizzazione stessa. Rossi Albertini aveva inoltre sottolineato che né Mercogliano né Ardizzone avrebbero avuto legami con la Fai. Il primo era stato assolto dall’accusa di appartenenza all’organizzazione nel processo ‘Scripta Manent’ di Torino, mentre la seconda era stata assolta nell’inchiesta ‘Sibilla’ della procura di Perugia, relativa alla rivista anarchica Vetriolo. Tra i rilievi avanzati dalla difesa figurava anche il richiamo, contenuto nelle motivazioni del rinnovo del 41 bis, ad un procedimento giudiziario nei quali l’accusa di associazione con finalità di terrorismo è successivamente caduta. Oltre all’inchiesta sulla rivista Vetriolo, viene citata anche l’operazione ‘Byalistok’ del 2020, che coinvolse alcuni frequentatori del centro sociale Bencivenga di Roma. Nonostante le obiezioni difensive, gli investigatori ritengono che Cospito continui a esercitare un ruolo di riferimento all’interno della galassia anarchica e che possa ancora trasmettere indicazioni all’esterno anche dal carcere. Nelle motivazioni del decreto si evidenzia inoltre il “rischio che il detenuto possa mantenere un flusso di informazioni” attraverso i colloqui autorizzati con la sorella. L’avvocato Rossi Albertini intanto preannuncia che impugnerà il ricorso in Cassazione. Per Cavallini come per gli ex brigatisti, quando giustizia fa rima con vendetta di David Romoli L’Unità, 2 luglio 2026 Stop alla semilibertà di cui usufruiva dal 2017. Non solo. L’ex Nar ora a Rebibbia è sorvegliato, chiuso in uno spazio “dedicato” 24h - senza poter avere rapporti con nessuno, né ricevere visite - a scontare tre anni di isolamento diurno. La funzione rieducativa della pena sarebbe sancita da un articolo della Costituzione spesso ignorato anche da chi sbandiera continuamente, a proposito e a sproposito, la sacralità della Carta. Capita che si vada oltre la semplice ignoranza dell’art. 27 della Costituzione e che la pena, per ottusità feroce o per una vendicatività che sopravvive ai decenni, sia utilizzata per stracciare e cancellare una rieducazione già avvenuta, certa, comprovata. È il caso del processo contro tre ex leader delle Br oggi tutti ultraottantenni. È il caso sul fronte opposto, quello del terrorismo neofascista, di Gilberto Cavallini, 73 anni. Non solo gli è stata revocata la semilibertà della quale usufruiva dal 2017, dopo una quarantina e passa d’anni passati in carcere e senza alcuna violazione delle regole: ha anche di fronte tre anni di isolamento diurno, il massimo che si possa comminare. Significa essere sorvegliato e chiuso in uno spazio “dedicato” 24 ore al giorno, non poter avere rapporti con nessuno, familiari inclusi, non poter ricevere visite. Passati i tre anni, Cavallini, che era sul punto di ottenere la libertà condizionale, potrebbe dover ricominciare l’intera trafila che porta alla semilibertà: i primi permessi, il lavoro esterno. Potrebbe tornare semilibero a 80 anni suonati e ancora ancora. Una cinquantina di anni fa Cavallini è stato un pericoloso terrorista neofascista. Ha commesso numerosi delitti ed è stato condannato a 6 ergastoli, condizione abbastanza comune tra i condannati per terrorismo sia di estrema sinistra che fascisti. Ha iniziato a scontarli dal 1984, dopo la prima condanna. Era stato arrestato pochi mesi prima, nel settembre 1983, uno degli ultimi esponenti dei Nar a essere catturato. Nel 2016 Cavallini ottiene la semilibertà ma l’anno dopo viene rinviato a giudizio per la strage di Bologna del 2 agosto 1980, per la quale era già stato condannato a 11 anni di carcere. Il nuovo procedimento, avviato dalla scoperta di alquanto fantomatici “nuovi elementi”, si conclude invece con la condanna all’ergastolo, passata in giudicato nel gennaio 2025. La condanna a molteplici ergastoli si traduce in Italia in una pena accessoria: un anno di isolamento diurno. È una misura che di solito non viene applicata ma con l’ultrasettantenne Cavallini la giustizia diventa occhiuta Capita anche che il regolamento imponga come condizione per accedere alla semilibertà l’aver scontato l’eventuale sanzione dell’isolamento diurno. Pertanto la semilibertà viene revocata nel settembre 2025. A Cavallini vengono però contestati anche due anni di isolamento diurno per precedenti condanne che non sarebbero stati scontati. La documentazione fornita dal Dap è carente: non si riesce ad accertare se quei due anni siano stati scontati o no, né come, eventualmente, Cavallini abbia potuto usufruire del permesso premio, dal 1995, e poi della semilibertà con quel sospeso. La Corte d’Appello, sulla base della documentazione pur carente, stabilisce che un anno e mezzo di isolamento era stato già scontato e, aggiungendo i mesi dopo la revoca della semilibertà valuta in un anno l’isolamento ancora da scontare. Ma il 7 maggio scorso la Cassazione ha ribaltato la decisione tornando ai tre anni di isolamento diurno, che Cavallini sta scontando a Rebibbia. Alla Difesa non resta che il ricorso presso la Corte per i diritti dell’uomo di Strasburgo. Intanto Cavallini, dopo aver scontato 43 anni di carcere, resta in isolamento impossibilitato anche a mantenere i rapporti con il ragazzo disabile che aveva seguito con successo negli anni della semilibertà. Si dice giustizia però no, chiamarla giustizia non si può. Intercettazioni, sì a uso cautelare per altro reato se l’autorizzazione era legittima di Paola Rossi Il Sole 24 Ore, 2 luglio 2026 Il reato riqualificato e per il quale il giudice applica la misura non doveva essere già ipotizzabile al momento dell’autorizzazione dell’atto investigativo. Con la sentenza n. 24064/2026 la Cassazione penale ha accolto il ricorso in base all’effetto estensivo dello stesso e che, nel caso concreto, riguardava l’utilizzazione di intercettazioni disposte per un reato diverso rispetto a quello riqualificato dal tribunale del riesame e per il quale lo stesso tribunale ha adottato una misura cautelare. Il ricorso non aveva, infatti, posto nel focus la questione della legittimità dell’autorizzazione originaria. In estrema sintesi, come dice la Suprema Corte, l’utilizzabilità del primario dato captativo - per costruire la base indiziaria di colpevolezza che giustifica la misura cautelare adottata per il reato riqualificato, che sia escluso dal novero di quelli per cui la captazione investigativa è ammessa - si fonda sulla valutazione del giudice del riesame sulla legittimità dell’ordinanza genetica che ha autorizzato l’intercettazione per il reato più grave e intercettabile. L’esame di legittimità dell’ordinanza che autorizza l’intercettazione è fondamentale per verificare se essa sia stata disposta in maniera elusiva del divieto che vige per alcuni reati rispetto all’utilizzo di uno strumento di indagine così invasivo. Stante la “solidità” delle ipotesi di divieto di utilizzo delle captazioni investigative - in altro procedimento o per reato per cui non possono essere disposte - ai fini dell’affermazione della responsabilità penale, va detto che in materia cautelare l’ostacolo non preclude la sussistenza di indizi gravi di colpevolezza provenienti da tale fonte d’indagine. Va, infatti, ricordato che in materia cautelare è la gravità indiziaria di colpevolezza a giustificare l’applicazione di una misura che assicuri l’indiziato alla giustizia, rectius al processo. E vale la pena ricordare che invece, nell’esame dei presupposti legittimanti l’autorizzazione delle intercettazioni quali strumenti investigativi è comunque necessaria la sussistenza di un serio quadro indiziario del reato e non della colpevolezza di chi è indagato. Tale presupposto una volta accertato è fondamentale per escludere da parte dei magistrati inquirenti un uso inappropriato dello strumento captativo o l’ipotesi elusiva costituita dal fatto di porre come presupposto dell’intercettazione una tesi investigativa di reato che la consenta senza che il fatto storico giustifichi tale ipotesi col fine di ottenere comunque elementi anche per la contestazione di fattispecie penali diverse e meno gravi. La centralità del momento in cui avviene l’autorizzazione - Da ciò discende che la legittimità di un’intercettazione va accertata tenendo conto del momento in cui ne è decisa l’autorizzazione. In particolare va ancorata al fatto storico per cui è stata disposta dovendo emergere che non vi erano elementi che ne escludevano l’inquadramento nel reato ipotizzato dagli inquirenti. Per cui la serietà dell’indagine iniziale è il criterio che si pone al centro della questione dell’utilizzabilità nella fase cautelare delle emergenze captative disposte per altro reato. Questo il giudizio “estensivo” fatto dalla Cassazione che rinvia al tribunale del riesame la valutazione della legittimità dell’autorizzazione alle intercettazioni disposta dal Gip per l’accertamento di un reato di corruzione per cui non aveva accolto la richiesta di applicazione della misura cautelare personale mentre il tribunale aveva accolto l’impugnazione del pubblico ministero pur disponendo la misura meno afflittiva del divieto di avvicinamento per il reato meno grave di traffico di influenze. Il tribunale nel suo scrutinio dovrà tenere conto che la base investigativa seria che legittima l’utilizzo delle intercettazioni deve essere vagliata non già con il parametro della gravità indiziaria propria della materia cautelare, ma alla stregua del controllo di legalità riferito alla sussistenza di elementi concreti che rendano non meramente ipotetico, ma ragionevolmente più plausibile almeno ab initio la sussistenza di un accordo corruttivo e non la vanteria di avere a propria disposizione l’illecita influenza su un pubblico ufficiale. Il principio affermato - In conclusione la Corte di cassazione penale detta un principio di diritto che tiene conto di tutti i risvolti che emergono dalla vicenda posta alla sua attenzione: “in tutti i casi in cui una intercettazione disposta per un reato che ne legittima l’utilizzo sia stata posta a base per l’applicazione di una misura cautelare sul presupposto della gravità indiziaria per un reato diverso e che non rientra tra quelli che ne consentono l’utilizzo, è compito del giudice di merito valutare preliminarmente quali siano state le ragioni di tale differente ricostruzione e qualificazione dei fatti, operando delle valutazioni di merito che potranno, poi, essere eventualmente vagliate in sede di legittimità sotto il profilo della loro coerenza logica o degli altri vizi per i quali è ordinariamente ammesso il ricorso per cassazione”. Toscana. Il Garante dei detenuti: da Prato a Firenze è una mattanza, lo Stato rispetti la dignità di Jacopo Storni Corriere Fiorentino, 2 luglio 2026 Prima il caso del 75enne colpito da ictus morto a Sollicciano, poi l’ennesima tragedia. “Una mattanza indegna di un Paese civile”. Il garante regionale dei detenuti Giuseppe Fanfani commenta così “lo stato di abbandono” in cui versa il pianeta carcere, dove negli ultimi giorni sono morti due detenuti, prima il fiorentino over 70 deceduto dopo il trasporto d’urgenza da Sollicciano all’ospedale San Giovanni di Dio, poi l’honduregno 26enne morto in cella a Prato. “Siamo di fronte ad una deriva inaccettabile - dice Fanfani - Questa striscia di morti è il frutto avvelenato di una concezione del carcere inteso unicamente come luogo di segregazione, di pura punizione e di totale abbandono, una realtà che si trova ad anni luce di distanza dal dettato dall’articolo 27 della nostra Costituzione”. Fanfani sottolinea che “proprio perché la persona reclusa è privata della propria libertà e non è in grado di determinarsi liberamente né di muoversi per tutelarsi, lo Stato, nel momento in cui ne assume la custodia, contrae un debito assoluto. Ha il dovere inderogabile di garantire una custodia che rispetti la dignità umana e che sia orientata alla rieducazione. Oggi, invece, assistiamo a un silenzioso e sistematico smantellamento di questi principi, nell’indifferenza burocratica di un sistema inefficiente, sordo e ormai al collasso”. Sul decesso di Sollicciano è intervenuto anche l’assessore al sociale del Comune di Firenze Nicola Paulesu: “È importantissimo che all’interno di ogni istituto penitenziario si facciano analisi attente delle condizioni di salute di tutti i detenuti e che, quando ci sono delle condizioni di salute estreme, come in questo caso è evidente, ci sia la possibilità di percorsi alternativi in collegamento col sistema territoriale della salute, prevedendo anche percorsi di sospensione o differimento della pena”. Il detenuto era molto conosciuto al Girone e a Compiobbi, dove fino a poco tempo fa svolgeva servizio di volontariato per la sezione locale della Misericordia. Affranto il responsabile della confraternita di Compiobbi: “Ci occuperemo noi dei funerali, resta il fatto che mandando in carcere una persona così anziana e malata era forte il rischio che non uscisse dal penitenziario con le sue gambe, come effettivamente è stato. Aveva addirittura problemi di deambulazione, tanto che qualche settimana fa mi recai personalmente a casa sua per tirarlo su”. In lutto anche la cugina dell’uomo, la signora Gianna: “L’ultima volta che l’ho sentito è stata qualche giorno fa, quando mi telefonò da casa dicendomi che i carabinieri lo stavano portando via, poi ho risaputo notizie dal carcere quando mi hanno comunicato che era morto. Mandarlo in carcere in quelle condizioni è stata un’esagerazione”. Nel frattempo, all’indomani del sequestro di sette sezioni, proseguono i trasferimenti da Sollicciano ad altri penitenziari (già una settantina quella dislocati in altre carceri toscane). Una condizione, quella dell’istituto fiorentino, che resta drammatica e su cui è intervenuto il deputato Pd Federico Gianassi: “È intollerabile che, di fronte a tutto quello che è successo, il Ministro della Giustizia Carlo Nordio non abbia ancora sentito l’esigenza di presentarsi di persona a Sollicciano per metterci la faccia”. Marta Logli, consigliera regionale Pd, annuncia una visita alla Dogaia di Prato e dice: “È urgente restituire dignità ai detenuti e a chi lavora all’interno delle carceri, fermando un collasso sistemico che interroga la coscienza di tutti noi”. Emilia Romagna. Petitti (Pd): “Carceri, non possiamo più limitarci a gestire l’emergenza” chiamamicitta.it, 2 luglio 2026 Il caldo estremo di questi giorni ha reso ancora più evidente una realtà che da troppo tempo viene sottovalutata: la condizione delle carceri emiliano-romagnole è ormai arrivata a un livello di forte criticità. Non si tratta solo di un problema organizzativo o logistico, ma di una questione che riguarda la dignità delle persone, la sicurezza degli istituti, le condizioni di lavoro degli operatori e la stessa efficacia della pena prevista dalla nostra Costituzione. I numeri parlano con chiarezza. Negli istituti penitenziari dell’Emilia-Romagna sono presenti quasi mille detenuti oltre la capienza regolamentare. Anche il carcere di Rimini vive una situazione di sovraffollamento, con decine di persone in più rispetto ai posti disponibili. In queste settimane, con temperature che hanno superato i 40 gradi, tutto questo si traduce in celle soffocanti, malori, condizioni di vita sempre più difficili e una pressione insostenibile anche per il personale della Polizia penitenziaria e per tutti gli operatori che ogni giorno garantiscono il funzionamento degli istituti. C’è una grande preoccupazione per una situazione che non può essere affrontata soltanto quando esplode l’emergenza climatica o quando si verificano episodi drammatici. Il carcere è una responsabilità dello Stato e merita investimenti, programmazione e scelte coraggiose. Continuare a rincorrere le emergenze significa rinunciare ad affrontare le cause strutturali del problema. È positivo che a Rimini siano previsti interventi importanti per riqualificare il carcere dei Casetti, dalla realizzazione delle docce nelle celle della prima sezione ai nuovi laboratori destinati alla formazione professionale dei detenuti. Sono opere attese da anni che dovranno partire quanto prima, perché migliorare le condizioni materiali degli istituti significa anche migliorare le possibilità di recupero delle persone detenute. Ma è evidente che l’edilizia penitenziaria, da sola, non basta. Occorre rafforzare tutto ciò che permette di dare concreta attuazione all’articolo 27 della Costituzione, secondo cui la pena deve tendere alla rieducazione della persona condannata. Le misure alternative, quando applicate ai soggetti che ne hanno i requisiti, non rappresentano un cedimento dello Stato, ma uno strumento efficace per ridurre la recidiva e aumentare la sicurezza collettiva. L’esperienza della Comunità Papa Giovanni XXIII dimostra che investire in percorsi di reinserimento produce risultati concreti. I dati sulla riduzione della recidiva sono significativi e confermano che accompagnare le persone verso il lavoro, la formazione e il reinserimento sociale è una scelta che tutela l’intera comunità. Come Regione Emilia-Romagna continueremo a fare la nostra parte, sostenendo i percorsi di inclusione, la sanità penitenziaria, la formazione e il lavoro. Ma è indispensabile che il Governo affronti finalmente il tema del sovraffollamento con interventi strutturali, risorse adeguate e una strategia nazionale che non si limiti alla gestione quotidiana dell’emergenza. Le carceri sono uno specchio della qualità della nostra democrazia. Ignorare ciò che accade al loro interno significa indebolire i principi fondamentali su cui si fonda il nostro ordinamento. Oggi serve la volontà politica di affrontare questa crisi con responsabilità, umanità e pragmatismo, perché garantire condizioni dignitose nelle carceri significa costruire una società più sicura e più giusta per tutti. Liguria. “Carcere, parte della comunità. Anche in estate” di Michela De Leo Il Cittadino, 2 luglio 2026 Il Garante regionale, Doriano Saracino, indica le priorità per rendere più umana la detenzione. Con le alte temperature registrate in questi ultimi giorni, il caldo diventa una prova difficile per tutti. Ma c’è un luogo dove l’estate pesa ancora di più: il carcere. Celle sovraffollate, spazi ristretti, scarsa ventilazione e ore trascorse in ambienti dove l’aria fatica a circolare trasformano il caldo in un ulteriore elemento di sofferenza. Per comprendere meglio quali siano le principali criticità e quali interventi potrebbero migliorare la qualità della vita negli istituti penitenziari, abbiamo intervistato Doriano Saracino, Garante regionale dei diritti delle persone private della libertà personale. Con l’arrivo dell’estate e delle alte temperature, il caldo diventa ancora più difficile da sopportare in carcere. Qual è la situazione negli istituti liguri? “Quello che accade in un istituto penitenziario vale, in buona parte, anche per gli altri. Oggi le difficoltà maggiori riguardano soprattutto il carcere di Marassi, dove le celle arrivano a ospitare sei persone, mentre a Pontedecimo generalmente sono occupate da due detenuti. È evidente che questo incide profondamente sulla vivibilità degli ambienti”. Quanto pesa il caldo all’interno delle celle? “Il problema non è soltanto la temperatura estema, ma il modo in cui il calore si accumula negli edifici. Durante l’estate viene normalmente consentito di lasciare aperto il cosiddetto blindo, la porta metallica che chiude quella con le sbarre. Può sembrare un dettaglio, ma è una misura fondamentale perché permette all’aria di circolare”. Esistono interventi concreti che potrebbero alleviare questa situazione? “Negli anni scorsi. grazie anche a donazioni della Conferenza Episcopale Italiana, sono stati distribuiti ventilatori ai detenuti. Molti, però, si sono deteriorati e non sempre sono stati sostituiti. Si potrebbero poi installare vaporizzatori d’acqua nei cortili dell’ora d’aria, come avviene in alcune stazioni ferroviarie o nelle aree di attesa dei traghetti. Sono strumenti dal costo contenuto che offrirebbero un minimo di sollievo nelle giornate più torride”. Anche l’organizzazione della giornata potrebbe fare la differenza? “Si. L’ora d’aria si svolge spesso nelle ore più calde. Spostarla nel tardo pomeriggio consentirebbe almeno di sfruttare un po’ di ombra. So bene che questo comporta difficoltà organizzative per il personale, ma sarebbe un aiuto concreto”. Quanto incide il sovraffollamento? “È il problema strutturale che rende tutto più complicato. Quando gli istituti registrano un tasso di affollamento del 130%, ogni criticità si amplifica. Sei persone chiuse per molte ore nella stessa cella producono inevitabilmente altro calore. È una situazione che pesa sulla salute dei detenuti ma anche sul lavoro della polizia penitenziaria”. Quindi migliorare le condizioni dei detenuti significa migliorare anche quelle del personale? “Certamente. Prestare servizio in ambienti così caldi è estremamente faticoso. Rendere il carcere un luogo più vivibile aiuta tutti coloro che lo abitano e ci lavorano”. Ci sono aspetti poco conosciuti della vita quotidiana durante l’estate? “Nelle celle, almeno negli istituti genovesi, non sono presenti frigoriferi individuali. I detenuti ricorrono a soluzioni di fortuna, congelando bottiglie d’acqua nei congelatori comuni per costruire piccoli frigoriferi artigianali in cui conservare gli alimenti. Inoltre, chi possiede un ventilatore deve versare un contributo di 1,50 curo al mese per il consumo di energia elettrica. È una scelta prevista dal regolamento, ma lascia comunque spazio a molte riflessioni”. Le risposte devono andare oltre l’emergenza? “Assolutamente sì. Durante l’estate diminuiscono molte attività trattamentali e ricreative. Il problema non è solo il caldo, ma anche il vuoto. Se vengono meno scuola, laboratori e incontri, le persone trascorrono molte più ore in cella. Frequentare un corso, partecipare a un cineforum o a un’attività culturale significa uscire dalla cella e vivere il tempo della detenzione in modo più umano”. Che ruolo possono avere il volontariato e la società civile? “Possono fare molto. Penso, ad esempio, alle iniziative estive organizzate dalla Comunità di Sant’Egidio o alle tante realtà che promuovono attività culturali, educative e ricreative. Sono segni concreti di una comunità che non dimentica chi vive in carcere”. Un messaggio che richiama anche l’invito dell’Arcivescovo Marco Tasca a considerare il carcere parte della comunità. È questa la strada? “Io credo che il carcere sia parte della comunità e ritengo sia un dovere considerarlo tale. Se smettiamo di pensarci, finiamo inevitabilmente per preoccuparcene sempre meno. Certo, non risolveremo da un giorno all’altro il problema del sovraffollamento. Ma possiamo fare molte cose concrete: distribuire i giornali nelle sezioni, installare distributori di acqua refrigerata, creare zone d’ombra nei cortili, organizzare attività durante l’estate. Sono interventi dai costi contenuti che possono rendere la detenzione un po’ più umana e far sentire le persone meno sole”. Sardegna. Sul 41-bis Nordio tira dritto: “Nessun pericolo infiltrazioni, Isola luogo giusto” di Andrea Deidda L’Unione Sarda, 2 luglio 2026 Il ministro della Giustizia difende il piano che trasformerà le carceri sarde. Non ci sarà alcun pericolo di infiltrazioni mafiose in Sardegna né problemi di sovraffollamento nelle carceri. Parola del ministro della Giustizia Carlo Nordio che risponde in questo modo a un’interrogazione del deputato sardo Mario Perantoni (M5S) sul piano per trasferire nell’Isola i detenuti in regime di 41-bis. “La finalità di questo regime - scrive Nordio - è impedire la permanenza di collegamenti tra soggetti detenuti e organizzazioni criminali, terroristiche o eversive. La stessa disciplina vigente prevede che i detenuti sottoposti a tale regime siano collocati in istituti dedicati o in sezioni speciali, logisticamente separate dal resto dell’istituto, preferibilmente in aree insulari”. Secondo Nordio date le norme particolarmente stringenti, ad esempio quelle che riguardano i colloqui tra detenuti e familiari, “possono escludersi incidenze negative sul territorio della presenza di tali detenuti”. In particolare poi in Sardegna “non vi è neppure un problema di sovraffollamento: le sezioni destinate al 41-bis saranno autonome e dedicate, senza determinare un appesantimento delle presenze detentive ordinarie negli istituti di Nuoro, Sassari e Cagliari”. Per Nuoro, in particolare, una volta ultimati i lavori nel carcere di Badu ‘e Carros “la presenza di detenuti sottoposti al regime speciale risulterà inferiore rispetto alla precedente destinazione al circuito Alta sicurezza 3. Per Sassari e Cagliari, le sezioni dedicate opereranno secondo modalità organizzative autonome”. Per il Guardasigilli dunque nessun pericolo nell’Isola: “Gli interventi programmati sono coerenti con le esigenze di sicurezza del regime speciale e non determineranno ricadute negative né sul territorio regionale, né sull’assetto organizzativo degli istituti penitenziari coinvolti”. Prato. Detenuto 26enne trovato morto in cella, doveva essere sentito dai pm ansa.it, 2 luglio 2026 Arrestato per l’aggressione a un cameriere, aveva denunciato presunte violenze da parte dei poliziotti. È stato trovato morto all’alba nella sua cella del carcere della Dogaia a Prato, proprio nel giorno in cui avrebbe dovuto essere ascoltato dalla procura della città toscana per riferire sulle presunte violenze che sosteneva di aver subito durante il suo arresto. Il detenuto deceduto è Rodriguez Matute, 26 anni, cittadino honduregno recluso con l’accusa di tentato omicidio e rapina per l’aggressione a Iacopo Cerbai, cameriere accoltellato nella notte del 12 maggio in piazza Mercatale a Prato. A dare l’allarme due compagni di cella: ascoltati questo pomeriggio dai magistrati avrebbero riferito di non aver notato nulla di strano sino alla scoperta del corpo esanime. Il medico del 118 intervenuto ha potuto soltanto constatare il decesso, avvenuto presumibilmente per un ‘arresto cardiaco’ - così è riportato nel primo referto - durante il sonno. Il magistrato di turno ha disposto immediatamente l’autopsia, che si terrà a partire da sabato mattina e dovrà chiarire con precisione le cause della morte. Da chiarire anche se il 26enne possa aver assunto qualche sostanza attraverso gli esami tossicologici. La procura guidata da Luca Tescaroli ha intanto aperto un fascicolo ipotizzando la morte come conseguenza di altro delitto. Forse da collegare proprio a una possibile assunzione di sostanze. L’avvocato del giovane, Simone Valenti, spiega di aver incontrato il suo assistito proprio ieri pomeriggio, in previsione del colloquio che si sarebbe dovuto svolgere in Procura. “Ieri - racconta - mi ha detto che di mattina era svenuto per un malore, ma che in quel momento stava bene. Mi ha riferito di non aver mai assunto droga in carcere”. Valenti ha ricevuto l’incarico dal 26enne solo pochi giorni fa. “Mi è sembrato lucido, mi ha detto di star bene. Non era apparso preoccupato. Mi ha solo detto di avere un grumo di sangue in testa. Non ho ben capito a cosa si riferisse, ma certamente a qualcosa di pregresso”. Rodriguez Matute aveva la mandibola fratturata, una condizione che il giovane - riferendolo ai medici al momento dell’ingresso in carcere - avrebbe legato alle fasi dell’arresto e alle presunte botte subite dalle forze dell’ordine in quella fase. Circostanza che era stata trasmessa alla magistratura e sulla quale la procura aveva avviato gli accertamenti. Il caso riaccende anche il dibattito sulle condizioni del sistema penitenziario toscano, che proprio nel carcere pratese della Dogaia ha una delle sue maggiori criticità. Sono numerose le inchieste della procura sulle modalità sconcertanti di spaccio di droga - spedita dall’esterno anche con frecce, fionde e droni - e sull’uso dei telefoni cellulari. Due le maxi perquisizioni effettuate nel carcere nel giugno e nel novembre 2025, lo scorso 28 giugno sequestrati altri 120 grammi di stupefacente e telefoni. Oggi è intervenuto anche il garante regionale dei diritti dei detenuti, Giuseppe Fanfani, parlando di “una vera e propria mattanza, indegna di un Paese civile”, citando il decesso del 26enne e anche la morte, avvenuta alcuni giorni fa, di un uomo di 75 anni, entrato in carcere a Sollicciano per scontare una condanna a quattro anni e dopo essere stato colpito da un ictus. Secondo i volontari dell’associazione Pantagruel, che lo seguivano, le sue condizioni erano già estremamente compromesse e il caldo delle ultime settimane avrebbe aggravato un quadro clinico molto fragile. “Qualunque sia la causa accertata dall’autopsia, lo Stato ne aveva la custodia e aveva il dovere di tutelarne la salute e quindi la vita” del 26enne, commentano infine i deputati del Pd Christian Di Sanzo e Marco Furfaro. Firenze. Sollicciano, detenuto di 75 anni muore dopo 10 giorni in cella La Nazione, 2 luglio 2026 L’uomo è entrato in carcere dopo aver avuto un ictus. Le sue condizioni di salute erano peggiorate. Portato in ospedale è deceduto per meningite. Un altro detenuto morto in carcere. È accaduto a Solliciano dove è moto un detenuto, italiano di 75 anni, rinchiuso in cella a metà giugno per scontare una condanna a quattro anni di reclusione. L’uomo, poco prima di entrare in carcere, era stato colpito da un ictus che gli aveva provocato la paralisi di un braccio e diverse conseguenze sul piano fisico. Domenica l’anziano si è sentito male nella sua cella, è stato trasportato d’urgenza all’ospedale San Giovanni di Dio di Firenze, dove è morto per meningite. Il dramma - La notizia è riportata dal “Corriere Fiorentino”. A raccontare il fatto e gli ultimi giorni dell’uomo sono stati i volontari di Pantagruel che lo avevano incontrato nel penitenziario dopo il suo ingresso. “Gli ho portato dei vestiti - ha raccontato Stefano Cecconi al ‘Corriere Fiorentino’ - Aveva un braccio paralizzato a causa dell’ictus e i polpacci e gli stinchi erano praticamente neri, tra cicatrici e problemi di circolazione sanguigna. Lui diceva di non stare malissimo, forse anche grazie alla disponibilità degli agenti di polizia penitenziaria, degli infermieri e dei volontari”. Le sue condizioni sono, però, peggiorate rapidamente. Sabato, tornando a trovarlo, il volontario dell’associazione si è sentito rispondere che non era opportuno entrare perché il detenuto non riusciva più ad alzarsi dal letto oppure, quando tentava di farlo, cadeva quasi subito. “Forse sarebbe stato il caso di disporre un ricovero immediato, anche considerando il caldo torrido di questi giorni e quello ancora più torrido dentro il carcere di Sollicciano”. Il giorno successivo è arrivato il malore, quindi il trasferimento in ospedale e infine il decesso. L’uomo viveva da solo in un alloggio del Comune di Fiesole e aveva come unico familiare una cugina. Ha sempre vissuto a Compiobbi ed era conosciuto dalle associazioni di volontariato della zona. Il quadro clinico - Sulla morte del detenuto resta ora da chiarire se il suo quadro clinico fosse compatibile con la permanenza in carcere e se le sue condizioni avrebbero richiesto un ricovero ospedaliero anticipato o misure alternative alla detenzione. Nel frattempo, dopo il sequestro delle sezioni a causa delle condizioni fatiscenti, continua il trasferimento di oltre cento reclusi da Sollicciano ad altri istituti della Toscana. Le reazioni - “È morto un detenuto di 75 anni, entrato in carcere solo poche settimane fa con gravi problemi di salute, essendo già stato vittima di un ictus - ha detto il deputato e segretario del Partito democratico di Firenze, Federico Gianassi - Le temperature sono fuori controllo, il sovraffollamento è insostenibile, le strutture sono fatiscenti e la stessa polizia penitenziaria è costretta a operare in condizioni difficilissime. Oggi Sollicciano rappresenta l’emblema del fallimento dello Stato democratico”. Firenze. Sollicciano, Pd all’attacco: “Nordio ci metta la faccia” di Angela Stella L’Unità, 2 luglio 2026 Sono 137 i detenuti trasferiti dal carcere fiorentino dopo il sequestro di 7 sezioni disposto dal gip per mancanza delle condizioni igieniche e di sicurezza. Sono in totale 137 i detenuti interessati dalle operazioni di trasferimento e ridistribuzione dal carcere fiorentino di Sollicciano a seguito del sequestro di sette sezioni disposto dal giudice per le indagini preliminari su richiesta della Procura di Firenze per mancanza delle condizioni igieniche, di abitabilità e di sicurezza obbligatorie per i luoghi di lavoro. Lo ha reso noto ieri il vice ministro della giustizia Francesco Paolo Sisto rispondendo ad una interrogazione in commissione Giustizia della Camera presentata dal Partito democratico che chiedeva di fare chiarezza visto che fino ad ora il Dap non aveva fornito nessun dettaglio sui reclusi coinvolti. Persino a nostra richiesta erano giunte solo risposte informali. Ora si viene a sapere che “una prima fase ha riguardato il trasferimento di 66 detenuti”, che erano collocati nella nona sezione. “Le operazioni sono state completate e hanno interessato diversi istituti penitenziari toscani”, in un quadro di sovraffollamento già critico. “Successivamente - ha proseguito Sisto - è stata avviata la seconda fase, relativa alla seconda sezione del reparto giudiziario e alla decima sezione del reparto penale. I detenuti interessati sono complessivamente 71 e le operazioni di ridistribuzione sono attualmente in corso, con conclusione prevista per il 7 di luglio”. In merito alla possibile impugnazione da parte di Via Arenula del sequestro delle sezioni, il numero due del Ministero ha detto che l’Avvocatura generale dello Stato sta facendo alcune valutazioni: “In tale quadro l’eventuale impugnazione non può essere interpretata come una contestazione delle criticità rilevate o come una negazione delle problematiche diverse, piuttosto come l’esercizio in una facoltà prevista da ordinamento”. Ed infine: “Già è in corso un programma di interventi definito, finanziato che prevede investimenti per circa 9,5 milioni di euro destinati al miglioramento della condizione strutturale dell’istituto”. Nella sua replica il deputato dem Federico Gianassi ha detto: “Abbiamo alcuni elementi finalmente” tuttavia “non ho ricevuto risposta rispetto all’intervento del ministro Carlo Nordio che ha detto che entro fine anno Sollicciano ‘sarà svuotato’”. Sulle risorse investite: “I nove milioni di cui ha parlato, vice ministro, sono nove milioni di cui si parla da tre anni, è venuto tre anni fa Ostellari a dire che c’erano nove milioni, due anni fa venne Delmastro a dire che c’erano nove milioni. Questa cifra è palesemente insufficiente per la ristrutturazione, ma può essere un inizio, li si spendano subito tutti e bene”. Poi l’appello finale: “In queste settimane le temperature sono folli, la situazione non è tollerabile in carcere, un Paese democratico non può consentirlo. Io trovo incredibile che il ministro Nordio in quattro anni non abbia trovato il tempo, nemmeno dopo l’intervento della magistratura, di venire di persona per metterci la faccia. Andiamo insieme, non è polemica, non è demagogia, andiamo a vederlo questo carcere, perché ciò che si vede a occhio nudo non è raccontabile e trasmissibile con le parole. Venite a vedere”. E intanto si continua a morire. “Una vera e propria mattanza, indegna di un Paese civile” ha dichiarato il Garante dei diritti dei detenuti della Toscana, Giuseppe Fanfani, intervenendo duramente dopo gli ultimi, tragici eventi che hanno colpito gli istituti penitenziari della regione, delineando un quadro drammatico di emergenza e abbandono. “Nel giro di pochi giorni, la cronaca registra altri due decessi evitabili. La settimana scorsa, a Sollicciano, è morto un uomo anziano, già gravemente debilitato da un precedente ictus e costretto a vivere in condizioni di salute precarie, aggravate dal caldo torrido di questi giorni. Questa mattina (ieri, ndr), nella struttura di Prato, un ragazzo di soli 26 anni è deceduto, dalle prime ricostruzioni, a causa di un arresto cardiaco durante il sonno. Siamo di fronte ad una deriva inaccettabile” ha concluso Fanfani. Nel frattempo oggi, dalle ore 10 alle 13, la sede della Società della Ragione ospita a Firenze un seminario di discussione a partire dal nuovo studio di Corrado Marcetti, “Sollicciano. Storia di un carcere”, di prossima pubblicazione a cura del Garante della Regione Toscana. Il volume ricostruisce la nascita del complesso, originariamente pensato negli anni della riforma penitenziaria come un “brano di città”: con piazze, percorsi, verde, luoghi per il lavoro, la scuola, la cultura e gli incontri. Un progetto progressivamente snaturato dalla prevalenza della logica custodiale e dalla mancata attuazione della riforma. Milano. Opera, l’ultimo piano dell’inferno: nel carcere milanese con 40° e senza acqua corrente di Francesca Del Vecchio La Stampa, 2 luglio 2026 L’ondata di calore mette sotto stress il penitenziario: quasi 1.400 detenuti in una struttura progettata per poco più di 900, acqua che non arriva ai piani alti, blackout e assistenza sanitaria in difficoltà. C’è un momento in cui il carcere smette di essere soltanto un luogo di detenzione e diventa una prova di resistenza fisica. A Milano, penitenziario di Opera, quel momento coincide con l’ultimo piano. Le scale salgono verso il quarto livello e, gradino dopo gradino, l’aria si fa più pesante. Alla fine del corridoio il caldo non è più una sensazione: è un muro. Fuori la temperatura sfiora i quaranta gradi. Dentro sembra ancora più alta. Le guardie parlano apertamente di punte che arrivano a 39 o 40 gradi nelle celle (di pochi metri quadrati) durante il giorno. “Speriamo finisca presto”, dice uno degli agenti. Non è una frase pronunciata per alleggerire la tensione. È una preoccupazione reale: se il caldo continuasse così, qualcuno potrebbe non farcela. Sovraffollamento e caldo estremo - La Casa di reclusione di Opera, inaugurata alla fine degli anni Ottanta e pensata per detenuti con condanne definitive, oggi ospita quasi 1.400 persone a fronte di una capienza regolamentare di poco superiore ai 900 posti. I dati ufficiali del Ministero della Giustizia fotografano 1.387 detenuti per 918 posti regolamentari aggiornati a metà giugno, un sovraffollamento che supera il 150% considerando i posti realmente disponibili. I numeri spiegano molto. Ma non tutto. Per capire cosa significhi vivere qui basta osservare le celle del quarto piano. L’acqua, spesso, non arriva. Le pompe che dovrebbero spingerla verso i livelli superiori non riescono più a sostenere il fabbisogno di una struttura tanto sovraccarica. Grande al punto che tra i vari blocchi ci si sposta in macchina. Di giorno i rubinetti restano asciutti. Quando finalmente l’acqua arriva, è già notte, quando il resto dell’istituto ne consuma meno e la pressione torna sufficiente. Ma esce calda, quasi bollente, dopo aver attraversato tubature vecchie di quasi quarant’anni. Per circa 150 detenuti di età varie tra i 19 e i 65 anni, lavarsi diventa un esercizio di pazienza. Nei giorni peggiori le docce vengono improvvisate all’esterno con gli idranti, sotto il sole. Blackout e generatori esterni per sopperire alle mancanze. La crisi non riguarda soltanto l’acqua. L’ondata di calore ha fatto cedere anche una parte dell’impianto elettrico, mai completamente ammodernato dalla costruzione dell’istituto. Il blackout ha colpito perfino l’area sanitaria. Per giorni numerosi macchinari hanno funzionato soltanto grazie a un generatore esterno, che però non riesce a garantire il pieno fabbisogno energetico. Alcune prestazioni, comprese le dialisi, sono state trasferite negli ospedali milanesi, con inevitabili complicazioni organizzative. Ma anche uscire dal carcere per una visita specialistica è diventato più difficile. L’organico della polizia penitenziaria è largamente insufficiente rispetto alle necessità quotidiane. Ogni accompagnamento richiede personale che spesso non c’è. Le emergenze vengono gestite, ma molte visite programmate finiscono inevitabilmente rinviate. La sanità interna continua a garantire una presenza medica costante, ma durante la notte c’è un solo medico di guardia per un istituto grande quanto un piccolo quartiere. Dalle sette di sera alle sette del mattino è lui a dover rispondere a qualsiasi emergenza. Qualche giorno fa un detenuto anziano è stato colpito da un infarto a causa delle alte temperature. È accaduto di giorno, con personale sufficiente per intervenire rapidamente. L’uomo è stato soccorso in tempo. Ma la domanda che molti operatori si fanno è: cosa sarebbe successo se fosse accaduto nel cuore della notte? Per di più con i macchinari funzionanti a mezzo servizio a causa del blackout. L’emergenza climatica rende visibile anche ciò che normalmente resta nascosto. Nei corridoi compaiono scarafaggi. Non è il segno di un carcere completamente abbandonato, ma quello di una struttura che fatica a reggere una popolazione molto superiore a quella per cui era stata progettata. Gli stessi detenuti organizzano turni di pulizia, ma quando gli spazi sono saturi diventa difficile mantenere condizioni igieniche adeguate. Durante un incontro con la direzione, un gruppo di detenuti ha spiegato di essere disposto a fare una colletta: venti euro a testa per acquistare un climatizzatore portatile, uno di quei piccoli “pinguini” da sistemare almeno nella sala comune dove gli anziani trascorrono qualche ora lontano dalle celle. Il direttore dice che la richiesta è già stata inoltrata, ma che il carcere non può accettare il denaro raccolto dai detenuti. Le regole lo impediscono. Anche il pranzo racconta qualcosa. È il menù estivo: riso bianco bollito, patate lesse ancora fumanti, uova sode. Tutto caldo in una giornata in cui il cemento restituisce calore come una piastra. Nessuna verdura fresca, nessun alimento che possa almeno alleviare la disidratazione. L’intervento del Partito democratico - Opera continua a distinguersi per molte attività trattamentali, formative e lavorative che negli anni ne hanno fatto uno degli istituti di riferimento del sistema penitenziario italiano. Ma oggi queste esperienze rischiano di passare in secondo piano davanti a un problema molto più elementare: garantire condizioni materiali compatibili con la dignità della persona. Lo stesso Ministero descrive un istituto storicamente dedicato al trattamento e alla riabilitazione, mentre è previsto anche un ampliamento con nuovi posti detentivi. Nei giorni scorsi, anche una delegazione del Partito democratico regionale lombardo, i consiglieri Paolo Romano e Paola Bocci, hanno visitato la struttura riscontrando una serie di criticità. “Chiediamo al Ministero di intervenire immediatamente e a Regione Lombardia di fare la sua parte sul piano sanitario all’interno della struttura”, dicono in una nota i consiglieri. “Siamo entrati nella struttura dopo giorni di richieste di aiuto e a seguito delle segnalazioni, delle denunce e delle interrogazioni già depositate dalla nostra deputata Silvia Roggiani a dai nostri senatori Mirabelli, Malpezzi, Tajani assieme ad altri”, concludono. Trento. I Radicali: “Perché un ottantenne è ancora in carcere?” L’Adige, 2 luglio 2026 Dopo la visita all’istituto penitenziario, Filippo Blengino e Paolo Binda chiedono chiarimenti sulla presenza di un detenuto nato nel 1946 e denunciano criticità legate al disagio psichiatrico e alle limitate possibilità di lavoro. Un detenuto nato nel 1946, quindi prossimo agli 80 anni, è ancora recluso nel carcere di Trento. È quanto denunciano Filippo Blengino, segretario di Radicali Italiani, e Paolo Binda di Radicali Trento, al termine della visita effettuata oggi nella casa circondariale. “Nel carcere di Trento è detenuta una persona nata nel 1946. Ci chiediamo come un ottantenne possa ancora essere considerato socialmente pericoloso e, soprattutto, perché non sia stato possibile individuare una misura alternativa alla detenzione”, dichiarano i due esponenti radicali. Blengino e Binda richiamano anche l’attenzione sulla situazione del disagio psichiatrico all’interno dell’istituto, tema che, a loro avviso, è emerso con ancora maggiore evidenza dopo il recente suicidio della detenuta ventunenne. I Radicali evidenziano inoltre le difficoltà legate al lavoro in carcere. Pur riconoscendo l’avvio di alcuni progetti positivi, sostengono che la maggior parte dei detenuti svolga esclusivamente attività alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria, con turnazioni che consentirebbero di lavorare solo per circa tre mesi all’anno. “È difficile parlare di reinserimento sociale quando il carcere offre così poche opportunità di formazione e di lavoro”, concludono Blengino e Binda. Pordenone. Il Garante regionale: “Urge programmare il futuro dell’istituto penitenziario” consiglio.regione.fvg.it, 2 luglio 2026 “È certo entro qualche anno si porrà un serio interrogativo, ovvero se Pordenone, città della Cultura europea, potrà fare a meno del carcere”. Lo afferma in una nota il Garante regionale dei diritti della persona, Enrico Sbriglia, a margine della partecipazione alla celebrazione della messa, officiata dal vescovo Giuseppe Pellegrini, in occasione della ricorrenza di San Basilide, protettore degli appartenenti al Corpo della polizia penitenziaria, promossa dalla direzione del carcere di Pordenone. “Serve chiedersi - prosegue Sbriglia - se potremo davvero rinunciare a quella risorsa preziosa costituita dal personale penitenziario e da una variegata e importante comunità di operatori, del privato sociale, della scuola, del mondo della formazione professionale, della sanità, che oggi assicura servizi di cui si può intuire il profitto sociale di cui beneficia la comunità locale, posto che entrerà in funzione un moderno istituto penitenziario nella vicina città di San Vito al Tagliamento. In tal senso - spiega - credo sia il caso di interrogarsi su come agire per non disperdere esperienze, professionalità, storie di territorio che hanno trovato origine e risultati in quello che è il vecchio istituto di piazza della Motta nel capoluogo naonense” “Con la mia presenza a Pordenone - aggiunge il Garante - ho inteso testimoniare il sincero apprezzamento per il grande lavoro svolto dal personale penitenziario presso la Casa circondariale, dove il direttore, Leandro Lamonica, insieme al suo comandante, commissario capo Laura Alimondi, con tutto il personale civile e di polizia in servizio, quello sanitario nonché delle diverse realtà del privato sociale e delle istituzioni pubbliche che operano nel carcere, assicura un lavoro delicato e prezioso a favore delle persone detenute, con evidenti riflessi positivi verso tutta la collettività esterna, nonostante si sia costretti ad operare in condizioni logistiche notoriamente precarie”. “Questo straordinario presidio di sicurezza - osserva Sbriglia - caratterizzato da una missione con evidenti risvolti sociali, a dispetto delle carenze strutturali e con un personale che andrebbe oltre che valorizzato ulteriormente consolidato, riesce comunque a dedicare attenzione, cura, ascolto alle persone ristrette, consentendo che la pena abbia una funzione rieducativa e risocializzante”. “Grazie al loro impegno - evidenzia il Garante - viene fornita l’occasione alle persone ristrette di riconoscere errori e fragilità tradottesi in reato, consentendo di profittare di una chance, di nuove opportunità, al fine di provare a reintegrarsi utilmente nella società libera. Questa è buona e ragionevole sicurezza che si offre al territorio. Se tanto accade è anche perché la città di Pordenone e la sua operosa provincia sanno porsi con animo costruttivo e collaborativo verso gli operatori penitenziari, mostrando l’intelligenza di investire nelle persone, pure ove queste fossero recluse. Quanto fanno gli operatori penitenziari non deve essere considerato un regalo verso la collettività, ma la perfetta restituzione di ciò che impone la nostra Costituzione, l’Ordinamento penitenziario e il sistema complessivo delle norme internazionali che dobbiamo rispettare”. Sbriglia stila quindi delle indicazioni: “Sarebbe ragionevole, se non anche utile, utilizzare l’apertura del nuovo istituto di San Vito al Tagliamento per immaginare un recupero, sempre in ambito penitenziario, del Castello dopo un’intelligente riqualificazione generale e organica dello stesso, destinandolo a ricevere persone detenute in semilibertà o ammesse al lavoro all’esterno, quindi impegnate nel lavoro per grande parte della giornata”. “Parliamo - precisa - di coloro i quali sono sottoposti a vincoli, che rientrano la sera in carcere, per il riposo e i controlli di rito, e che continuano ad essere obbligati a rispettare le disposizioni impartite dalle competenti autorità giudiziarie. In tal modo, ove il Ministero della Giustizia lo consentisse, rimarrebbe a Pordenone un presidio di polizia penitenziaria e continuerebbero i rapporti proficui con il territorio”. Tra le ipotesi di Sbriglia c’è l’idea “di pensare ad un istituto esclusivamente dedicato alle donne, posto che in regione vi è un’unica sezione riservata a loro a Trieste, fornendo finalmente spazi esclusivi per la formazione professionale e scolastica, per la cura dei propri bisogni di donna, di madre, di persona che deve vincere la propria personale battaglia contro le dipendenze e che potrebbe perfino avere vissuto esperienze di sfruttamento. Tra l’altro - ricorda il Garante - in Friuli Venezia Giulia l’Aidia (Associazione italiana donne ingegneri e architetti) si impegna proprio in tema di studio per la rigenerazione di spazi detentivi rivolti alle donne”. “Non sarebbe male - conclude Sbriglia - se le istituzioni si interrogassero al riguardo prima che il carcere di Pordenone si trasformi in un mero ricordo civico o in una foto di ricorrenze che saranno poi archiviate. La presenza alla celebrazione di tante autorità - tra cui il sindaco Alessandro Basso e l’assessore comunale Emilio Scalzotto, il presidente della Fiera, Renato Pujatti, il prefetto Michele Lastella e la questore Graziella Colasanto - mi fa sperare in una soluzione positiva”. Rovigo. Nell’Ipm un orto sociale per l’integrazione grazie ai Giovani di Confagricoltura confagricoltura.it, 2 luglio 2026 Progetto dei Giovani di Confagricoltura Rovigo in collaborazione con l’Istituto agrario di Sant’Apollinare e l’Istituto penale. I Giovani di Confagricoltura Rovigo (Anga), l’Istituto agrario di Sant’Apollinare e l’Istituto penale minorile di Rovigo hanno avviato una collaborazione finalizzata alla realizzazione di un piccolo orto all’interno della struttura detentiva. Un progetto che mette al centro l’inclusione sociale, la formazione e la crescita personale dei giovani coinvolti. L’iniziativa vedrà Anga Rovigo impegnata nella gestione e nel coordinamento del progetto, mentre la parte operativa sarà affidata ai tecnici dell’Istituto Agrario di Sant’Apollinare, che affiancheranno i ragazzi dell’Istituto penale minorile nelle diverse attività agricole, dalla preparazione del terreno alla semina, fino alla cura delle colture e alla raccolta dei prodotti. L’orto rappresenterà un vero e proprio laboratorio a cielo aperto, capace di trasformare il lavoro della terra in uno strumento educativo e di inclusione. Attraverso l’esperienza pratica, i giovani potranno acquisire competenze, sviluppare senso di responsabilità e imparare il valore dell’impegno quotidiano e della collaborazione. “Il progetto nasce con una forte finalità sociale: offrire ai ragazzi dell’Ipm un’occasione concreta di formazione e crescita - spiega Enrico Toso, presidente dei Giovani di Confagricoltura Rovigo -, favorendo percorsi di consapevolezza personale e di integrazione. L’agricoltura diventa così un mezzo per trasmettere valori positivi, creare relazioni e costruire opportunità per il futuro. La collaborazione tra Anga Rovigo, l’Istituto agrario di Sant’Apollinare e l’Ipm testimonia come il lavoro di rete tra realtà diverse possa generare iniziative capaci di produrre benefici non solo per i partecipanti, ma per l’intera comunità. Un piccolo orto che diventa simbolo di rinascita, responsabilità e speranza, dove ogni seme piantato rappresenta un’opportunità di crescita umana e sociale”. L’Istituto penale minorile di Rovigo, inaugurato l’8 gennaio scorso, conta 30 posti detentivi, ha un’estensione di 7.000 metri quadrati, di cui 4.000 destinati agli immobili e 3.000 alle aree esterne. Spazi che comprendono aree verdi, una palestra esterna e campetti per le attività sportive, con l’obiettivo di coniugare sicurezza, funzionalità e percorsi educativi. Roma. Carceri, oggi presidio a Monte Citorio contro sovraffollamento askanews.it, 2 luglio 2026 Flash-mob a mezzogiorno per replicare condizioni delle celle. Oggi a mezzogiorno in Piazza di Monte Citorio si terrà un site-specific di denuncia della strage di diritti in corso nelle carceri italiane, dove caldo torrido, sovraffollamento e assenza di ventilazione stanno mettendo a rischio la salute di detenuti e detenute, e del personale. Sarà un flash mob sotto il sole - si spiega - “che vuole replicare simbolicamente la drammatica situazione. Saranno pochi minuti ma, in carcere, anche pochi minuti diventano un’eternità”. Perché “3×2 è lo spazio minimo di una cella, quello in cui migliaia di detenuti e detenute sono costrette a vivere, anche in più persone. In alcuni istituti detentivi, infatti, il tasso di affollamento reale supera il 139 per cento e, durante l’estate, in assenza di ventilazione, le condizioni di vita diventano insostenibili. E la pena diventa una tortura”. L’iniziativa è voluta dalla senatrice Ilaria Cucchi, con AVS e in collaborazione con PID Onlus. Il flash-mob vede l’adesione della rete di associazioni e realtà impegnate sul tema dei diritti umani e su quello delle carceri. Tra queste (elenco in aggiornamento): Associazione Stefano Cucchi Onlus, Antigone, A buon diritto, ARCI, CGIL Roma-Lazio, FIOM Roma e Lazio, Giuristi Democratici, Baobab Experience, Mediterranea Saving Humans, CNCA, UISP Roma, ACAD, ARCI Solidarietà, Articolo21, Cittadinanzattiva, Nonna Roma, Rete No Bavaglio, Comunitaria OdV, Forum Droghe, Cooperativa Sociale Folias. Varese. Carcere e rieducazione, il 7 luglio un incontro promosso dai Popolari Varesini varesenews.it, 2 luglio 2026 L’appuntamento è per martedì 7 luglio 2026 alle ore 21:00 nella Cripta della Chiesa dei Santi Pietro e Paolo di Masnago. Introdurrà la serata Fabio Passera, Consigliere della Provincia di Varese. Martedì 7 luglio 2026 alle ore 21:00 nella Cripta della Chiesa dei Santi Pietro e Paolo di Masnago a Varese, l’Associazione Popolari Varesini organizza un incontro dal titolo “Facciamoci avanti per riparare la casa comune: il carcere”. Relatori saranno Sonia Caronni, Silvia Polleri e l’avvocato Luca Carignola. Si tratta del secondo incontro (dopo quello sulla povertà) messo in calendario dai Popolari che intendono rileggere il “Discorso alla città” tenuto dall’Arcivescovo di Milano Mons. Mario Delpini del Dicembre scorso. In quell’occasione, il Pastore della Chiesa ambrosiana definì la situazione delle carceri lombarde “intollerabile”, denunciando il tradimento dei principi costituzionali a causa del sovraffollamento, del degrado strutturale e di un accanimento normativo repressivo. Un ragionamento che metteva insieme tre grandi difficoltà. A partire dal tradimento della Costituzione, nel momento in cui le condizioni reali in cui versano i detenuti e la gestione del personale di Polizia penitenziaria smentiscono i principi fondamentali dello Stato. Conseguenza diretta una reintegrazione impossibile, considerato che i percorsi di recupero sociale risultano impraticabili, trasformando le pene in una punizione fine a sé stessa. Infine, gli effetti della detenzione disumana. Gli ambienti degradati e violenti non favoriscono il ravvedimento o il riconoscimento del male commesso, ma generano esclusivamente rabbia. Si parlerà di questo e altro, ragionando intanto se una risposta - come suggerito dai Vescovi lombardi - passi attraverso un provvedimento di clemenza per alleggerire la pressione sui penitenziari. L’Associazione Popolari varesini, come è nelle sue corde identitarie, cercherà di dare risposte concrete e politiche a un bisogno forte che cresce da una società sempre più in difficoltà. Per parlare di un tema tanto delicato, sono state chiamate tre personalità dall’indubbio valore. Sonia Caronni è criminologa referente nazionale del gruppo esecuzione della pena del Coordinamento nazionale Comunità accoglienti e referente area esecuzione della pena e giustizia riparativa per cooperativa “Lotta Contro l’emarginazione”. Esperta in progetti in ambito penitenziario e nelle misure alternative, ambito in cui opera dalla fine degli anni 90. Silvia Polleri, imprenditrice sociale, per ventidue anni è stata educatrice in scuole statali, due anni di servizio civile in Uganda, dieci anni di gestione di un proprio catering in Milano. Nel 2003 fonda nel carcere di Bollate una cooperativa di catering assumendo detenuti ammessi alle misure alternative. 2015 nasce il ristorante InGalera, primo esempio all’interno di un carcere aperto al pubblico e gestito da detenuti. Luca Carignola è avvocato del Foro di Varese abilitato al patrocinio avanti le Giurisdizioni Superiori. Si occupa principalmente di assistenza giudiziaria in ambito penale, ma anche di diritto civile, in particolare diritto di famiglia, delle successioni e della responsabilità civile. È iscritto nelle liste dei difensori disponibili al patrocinio a spese dello Stato. Introdurrà la serata Fabio Passera, Consigliere della Provincia di Varese e Presidente della Fondazione Popolari Varesini. L’ingresso alla serata è libero a tutti. Quanto è letale il taser? L’indagine di Genova e il destino di un’arma di Laura Carrer Il Domani, 2 luglio 2026 “La stessa azienda produttrice Axon ha progressivamente modificato il proprio approccio comunicativo in tema di sicurezza”, è scritto nel report dell’associazione di avvocati StraLi. Intanto il 6 luglio ci sarà l’incidente probatorio a Genova per il caso del ragazzo morto dopo un intervento dei carabinieri. Il taser non è un’arma priva di conseguenze. Un nuovo report dell’associazione di avvocati StraLi lo raffigura come uno strumento che entra in modo critico nella cronaca degli ultimi anni, soprattutto nei casi di persone fermate da militari o polizia in stato di agitazione, fragilità fisica o alterazione. “A riguardo, è di rilievo osservare come, nel corso degli anni, la stessa azienda produttrice Axon abbia progressivamente modificato il proprio approccio comunicativo in tema di sicurezza” si legge nel report. Infatti, dal 2009 in poi “il dispositivo è stato riclassificato da arma definita “non letale” a strumento “meno letale”“, e l’azienda ha anche provveduto a “un ampliamento significativo degli avvertimenti relativi ai potenziali rischi per la salute”. In quattro anni sette persone sono morte dopo l’uso del Taser: tutte le zone d’ombra dell’arma Nonostante i dubbi e le criticità nelle situazioni in cui la soglia del rischio si alza, l’arma continua a essere impiegata dalle forze dell’ordine sul campo. Come se non bastasse, all’evento di Axon dello scorso ottobre a Roma, il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni dichiarava esplicitamente di essere “un grande sostenitore del Taser”. Al punto di voler aumentare la dotazione di armi a impulsi elettrici arrivando a 10.000 dispositivi su tutto il territorio nazionale. Una volontà sostenuta dalla politica di destra e dai sindacati che rappresentano le forze dell’ordine: secondo loro il taser è uno strumento intermedio tra pistola e manganello. Il caso Bani È dentro questa cornice che va letto il caso di Elton Bani, l’operaio di 41 anni morto il 17 agosto 2025 a Sant’Olcese, in provincia di Genova, dopo un intervento dei carabinieri durante il quale fu usato il taser. L’inchiesta, che ha portato al dietrofront della sindaca Silvia Salis sull’arma, si è allargata: oltre ai due militari che avevano sparato con il taser, già indagati per omicidio colposo, risultano iscritti nel registro anche altri due carabinieri presenti all’intervento, questa volta per falso ideologico. La nuova contestazione, come spiegato da Ansa, nasce dalla discrepanza tra quanto riportato nelle relazioni di servizio redatte dai militari il 18 agosto 2025 e quanto invece raccontato agli inquirenti da due vicini di casa di Bani. Secondo la ricostruzione degli investigatori, i carabinieri avevano spiegato che il ricorso al taser era stato indispensabile perché l’uomo li aveva colpiti con calci e pugni ed era fuori controllo. Svolta sulla morte di Igor Squeo: indagati sei poliziotti I due vicini, però, avrebbero fornito una versione diversa e concordante. Quando ha incontrato i carabinieri, Bani non era armato e si era solo rifiutato di salire le scale di casa per prendere i suoi documenti a fini identificativi. Si era dunque aggrappato alla ringhiera delle scale ed era stato poi messo a terra dai militari. Secondo i testimoni questi ultimi non riuscivano ad ammanettarlo, e Bani sarebbe stato colpito dalla seconda scarica di taser mentre era a faccia in giù, con una mano sotto la pancia. Proprio la seconda scarica è quella che la perizia medico legale dello scorso dicembre ha individuato come concausa, insieme all’uso di cocaina, dell’arresto cardiaco che ha provocato la morte dell’uomo. Per questo la pm Paola Calleri, che coordina l’inchiesta, ha chiesto di sentire in incidente probatorio i due testimoni ritenuti decisivi. Il gip di Genova Giorgio Morando ha accolto la richiesta e fissato l’udienza per il 6 luglio prossimo. Nell’ordinanza il giudice ha disposto di ascoltare i due testimoni subito, senza aspettare il dibattimento, perché potrebbero tornare nei loro paesi d’origine e non essere più rintracciabili. L’incidente probatorio, in cui l’avvocato della famiglia Bani e i legali degli indagati potranno fare domande ai due testimoni, dovrà stabilire non solo la sequenza dei fatti che portarono all’uso del taser, ma anche la correttezza della sua successiva rappresentazione negli atti. Morto dopo essere stato colpito col taser, cinque carabinieri indagati a Napoli. Salvini: “Noi stiamo coi militari” Il caso Bani è diventato uno dei riferimenti principali del dibattito e, probabilmente, servirà a chiarire un punto che il report di StraLi mette al centro: l’effettiva letalità di uno strumento come il taser. Un nodo che ha attraversato ormai diversi procedimenti giudiziari e che sta costringendo la giurisprudenza a definire in modo preciso il perimetro operativo dell’arma. Una recente pronuncia della Cassazione ha ribadito che lo storditore elettrico rientra nella nozione di arma comune, esattamente come una pistola. In una decisione successiva, però, ha chiarito che l’equiparazione del taser alle armi comuni da sparo non può essere automatica e richiede un accertamento concreto delle caratteristiche tecniche del dispositivo in questione, così come della sua idoneità a lanciare dardi capaci di scaricare energia elettrica su una persona. Sul piano giuridico il taser resta quindi un’arma, mentre su quello operativo dovrebbe essere usato dalle forze dell’ordine solo entro limiti molto ristretti di necessità e proporzionalità. Esattamente come una pistola. La formula “meno letale”, sottolinea StraLi, rischia però di abbassare la soglia di controllo pubblico e operativo sul taser, soprattutto quando la persona fermata è fortemente agitata. Ovvero, stando a quanto successo negli ultimi anni, nella maggior parte dei casi in cui viene estratto. “La violenza del branco? È nella natura dell’uomo, ma i social hanno amplificato l’odio” di Arcangelo Rociola La Stampa, 2 luglio 2026 Intervista a Matteo Flora, imprenditore e docente universitario, sugli insulti social che hanno colpito il ministro Roccella dopo la scomparsa di suo marito. Matteo Flora è uno dei massimi esperti di internet in Italia. Per anni ha studiato le dinamiche dei social, dei discorsi di odio. Come imprenditore, come divulgatore. Insegna all’Università di Pavia. Da dove nasce l’odio online, dall’individuo o dal branco? “Dal branco. Ma questo branco non è un gruppo con un capo e una bandiera. È massa indeterminata che si coagula in un secondo intorno a un bersaglio. Il singolo commento è individuale. Ma non ci sarebbe mai slegato dal contesto. Arriva solo perché ci sono altri mille della stessa opinione. E chi lo scrive si convince di essere una goccia in mezzo al mare, quindi di base innocente”. Perché questa rabbia si riversa su persone che diventano simboli? “Perché un simbolo è comodo e una persona no: una persona ha una faccia, due figli, un marito che stanno cercando in un lago. Un simbolo è una lavagna colorata: ci scrivi sopra quello che vuoi e lo colpisci senza sentirti in colpa, come giocassi a freccette. Lo si colpisce convinti di non fare male a nessuno. Peggio: perché si sta combattendo per o contro un’idea”. Sui social l’umanità oggi sembra la stessa di sempre. I branchi, i capri espiatori. Davvero non è cambiato nulla? “È cambiata solo la velocità. René Girard cinquant’anni fa descriveva una cosa vecchia quanto l’uomo: il capro non si sceglie per quello che ha fatto, si sceglie perché è alla portata, e quello che ricompatta la comunità è proprio colpirlo tutti insieme. Elias Canetti aveva visto la stessa identica scena: la massa si forma intorno a un bersaglio già designato e si scioglie nell’istante in cui il bersaglio affonda”. Cambia il grado, non la natura umana... “Cambia anche il prezzo: il sacrificio antico esigeva che tu ci fossi, mentre online non guardi niente. Cambia il rito: il capro classico era catartico, qui non c’è chiusura, si passa solo al prossimo. Cambia che qualcuno ci guadagna. Ci sono piattaforme che sui linciaggi vendono pubblicità”. Perché la sofferenza dell’altro non fa scattare empatia, anzi, alza l’aggressività? “Perché l’empatia ha bisogno di una faccia, e online la faccia non c’è. La compassione è un riflesso del corpo: scatta quando vedi gli occhi” Gli algoritmi amplificano l’odio o rendono solo visibile quello che già c’era? “Tutte e due. Dire che è l’una o l’altra in modo predominante è falso. Vero è che l’odio già c’era, non è la piattaforma cattiva che te lo installa in testa mentre tu eri un pio agnellino. Ma “rendere visibile” non è un atto neutro. Se di mille reazioni l’algoritmo sceglie di mostrarti le cinque più rabbiose e nasconde le 995 normali, ti mente sulle proporzioni anche senza inventare niente, perché online vediamo il rumore, mai le proporzioni corrette”. Le società di oggi stanno delegando ai social il compito di trovarsi qualcuno da sacrificare? “Sì, e secondo me è la considerazione più importante di tutta questa storia: il conflitto sociale non sparisce mai, va da qualche altra parte. Una volta avevamo dei posti dove digerirlo, la piazza, il sindacato, la sezione di partito, perfino il bar e la parrocchia. Quei posti si sono svuotati, e la tensione in quei luoghi passava, esplodeva e poi spesso si sublimava, ora non si dissolve: ha solo cambiato indirizzo. È finita online, dove però non si elabora niente, si scarica e basta”. Migranti. “La libertà personale è diritto di rilevanza costituzionale” di Nello Trocchia Il Domani, 2 luglio 2026 Migrante liberato dal Cpr albanese, il tribunale di Roma: “Alla luce di tale situazione di provvisoria incertezza, appare necessario ed equo privilegiare, nel bilanciamento dei contrapposti interessi, la tutela della libertà personale quale diritto di rilevanza costituzionale. Per questi motivi non convalida il trattenimento di M.K.”. Due righe per sospendere l’impianto normativo sui diritti dei migranti voluto dal governo Meloni nonostante l’approvazione del regolamento europeo sui rimpatri. Regolamento salutato con giubilo e come una vittoria dalla presidente del Consiglio. La decisione è stata assunta dal tribunale di Roma, poche ore fa, e firmata dalla giudice Maria Carmela Magarò che ha liberato un migrante, rinchiuso nel Cpr di Gjader in Albania, in nome della tutela della libertà personale come diritto costituzionalmente preminente. Il giudizio tiene ovviamente conto delle nuove disposizioni europee e italiane, ma la decisione è agganciata alla mancata decisione della Corte di Giustizia. “Nel presente procedimento si pongono questioni di compatibilità con il diritto dell’Unione che risultano già sostanzialmente devolute alla Corte di giustizia dell’Unione europea, con i rinvii pregiudiziali indicati”, si legge nella sentenza. “Navighiamo controvento per sfidare le politiche razziste”, in viaggio con Amnesty verso i Cpr in Albania Propaganda e realtà Il migrante, con precedenti penali alle spalle, difeso dall’avvocata Debora Piazza, risulta destinatario di un decreto di espulsione e rinchiuso nel Cpr di Gradisca nell’aprile di quest’anno. A quel punto, grazie alle nuove norme volute dal governo Meloni, è stato trasferito nel centro per rimpatri in Albania aumentando i costi di gestione e aprendo la porta al sicuro ricorso. Non è la prima volta che accade, uno strumento usato come propaganda durante la campagna elettorale per il referendum. Meloni, in quelle settimane, utilizzava casi di migranti irregolari con condanne e pene scontate, destinatari di provvedimenti di espulsione, che non venivano subito eseguiti. E così si innescava il meccanismo che rende il procedimento farraginoso, costoso e dall’esito certo. L’iter è noto. Nell’attesa di espulsione i migranti finiscono nei Cpr con l’avallo di un giudice. A questo punto, grazie alla normativa voluta dal governo delle destre per tenere in piedi il baraccone albanese, nasce il problema. La nuova legge di ratifica del protocollo Italia-Albania consente al nostro paese di trasferire nel cpr di Gjadër anche migranti detenuti nei centri italiani. Il migrante così fa richiesta di asilo e la corte d’appello competente, in attesa del pronunciamento della Corte di giustizia dell’Unione europea, libera il soggetto. Se l’Europa diventa prigione, cosa cambia con il Patto Ue per le persone migranti Il nuovo regolamento europeo Il 12 giugno è arrivata l’approvazione del nuovo regolamento europeo sui migranti. Il regolamento consente la possibilità “per uno stato membro di condurre e trattenere coattivamente cittadini di paesi terzi, anche richiedenti protezione internazionale, in aree situate fuori dal territorio dell’Unione in esecuzione del protocollo Italia-Albania”. Eppure nulla cambia perché, come scrive la giudice nel pronunciamento odierno, permane la “situazione di provvisoria incertezza” in attesa del pronunciamento della corte di Giustizia europea. “Che ci faccio qui?”, il senso di ingiustizia dentro i Cpr albanesi Ora il migrante, che ha presentato domanda di protezione internazionale, dovrà tornare in Italia. Nell’iter di valutazione della domanda di asilo, M.K. ha raccontato la sua vita. A 14 anni in Marocco viveva da solo e vendeva “coperture per il letto, sigarette e pepe nero”. Nero come la fame. In Europa è arrivato nascondendosi sotto l’autobus, dalla Spagna poi ha continuato a viaggiare e ci volevano soldi per i trasferimenti. Ha incontrato la droga, presa e venduta, l’arresto per furto. Poi l’Italia, il permesso di soggiorno e il lavoro nei campi, prima di tornare in Marocco perché il padre stava male. Da lì di nuovo nel nostro paese fino al Cpr di Gradisca, poi il viaggio in Albania e ora la nuova libertà. Regolamento rimpatri e “mandato potenziato” di Frontex, la consulente dell’agenzia: “Non siamo come l’Ice”.