Dignità della pena come misura della civiltà giuridica di Francesco Zaccaria* Il Dubbio, 29 luglio 2026 Il modo in cui uno Stato tratta chi ha violato la legge dice molto della qualità della sua democrazia. È nelle carceri, più che altrove, che si misura la capacità delle istituzioni di coniugare sicurezza, legalità e rispetto della dignità umana. Quanto accaduto nelle scorse settimane nel carcere di Sollicciano, dove l’autorità giudiziaria ha disposto il sequestro di alcune sezioni per le gravi condizioni igienico-sanitarie, non rappresenta un episodio isolato, ma è il simbolo di una crisi strutturale che da troppo tempo attraversa il sistema penitenziario italiano. Il sovraffollamento ha raggiunto livelli incompatibili con un’esecuzione della pena conforme all’articolo 27 della Costituzione. In istituti progettati per ospitare un determinato numero di persone si vive quotidianamente ben oltre la capienza prevista, con inevitabili ricadute sulle condizioni di vita dei detenuti e sul lavoro della Polizia penitenziaria, degli operatori, degli educatori e di tutti coloro che garantiscono il funzionamento degli istituti. La pena non può trasformarsi in un trattamento contrario al senso di umanità. La Costituzione affida al carcere una funzione precisa: rieducare, favorire il reinserimento sociale, ridurre la recidiva. Ogni volta che queste finalità vengono sacrificate all’emergenza, non è soltanto il sistema penitenziario a uscire sconfitto, ma lo Stato di diritto. Come Associazione Italiana Giovani avvocati (Aiga) abbiamo scelto di conoscere questa realtà dall’interno. Attraverso l’Osservatorio nazionale Aiga sulle carceri, nel solo 2026 sono stati visitati 97 istituti penitenziari, instaurando un dialogo costante con direzioni, magistratura di sorveglianza, Polizia penitenziaria, operatori e persone detenute. Un impegno rafforzato dal protocollo sottoscritto con il Garante nazionale delle persone private della libertà personale, con cui, ad inizio luglio, è stato organizzato un importante momento di confronto sull’esecuzione della pena. Le visite e il confronto costante con il Garante confermano ciò che i numeri raccontano da tempo: sovraffollamento, insufficienza delle attività trattamentali e un numero di suicidi allarmante e inaccettabile impongono interventi non più rinviabili. Servono investimenti nelle strutture e nel personale, ma anche un ricorso più convinto alle misure alternative e alle pene sostitutive, ogni volta che l’ordinamento lo consente. Non è una scelta di minore rigore, ma di maggiore efficacia. Una pena capace di responsabilizzare riduce la recidiva e rende la società più sicura. Il carcere non è un mondo separato dal Paese. È il luogo in cui la Repubblica dimostra ogni giorno se i principi costituzionali sono davvero la bussola dell’azione pubblica o soltanto un’affermazione di principio. Ed è da quel banco di prova che passa la credibilità dello Stato di diritto. *Responsabile Osservatorio nazionale Aiga sulle Carceri De Lucia: “Al 41 bis troppi detenuti, così si perde efficacia” di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 29 luglio 2026 Troppi detenuti al 41 bis, mafiosi di peso messi in cella accanto a detenuti fragili che ne subiscono la supremazia, smartphone che entrano in carcere con troppa facilità e servono a comandare da dentro. L’audizione del procuratore di Palermo Maurizio de Lucia davanti alla commissione Antimafia, presieduta da Chiara Colosimo, è stata questo: un elenco di fatti, senza una riga di dietrologia sul fenomeno mafioso. E su un punto ha messo un paletto che vale più di molte polemiche: il problema delle carceri di oggi non è quello degli anni Ottanta. “Il tema del controllo delle carceri non è quello degli anni 80 di Raffaele Cutolo che gestiva il carcere dove si trovava da padrone”, ha detto “È più sofisticato, perché se io colloco pochi agenti di polizia penitenziaria a sorvegliare decine di detenuti, con tutta la volontà di quegli agenti la sorveglianza non può funzionare”. Nella media sicurezza ci sono soggetti con una forte capacità criminale e altri fragili: “È chiaro che i primi domineranno sui secondi, costringendoli anche a prestazioni illecite”. Prima del carcere, de Lucia ha ricostruito come Cosa nostra si è riorganizzata dopo la cattura di Messina Denaro. Dei grandi latitanti ne resta uno, Giovanni Motisi, che però “non è un capo”. La struttura di vertice non esiste, c’è invece “una capacità di colloquiare dei cosiddetti mandamenti sul territorio estremamente pericolosa”: il traffico di droga è concordato tra mandamenti, Palermo e Agrigento insieme, in dialogo con la ‘ndrangheta e la mafia albanese. 18 persone che hanno protetto la latitanza sono state arrestate e condannate, un’indagine chiusa due mesi fa ha individuato beni per circa 200 milioni tra Europa e Libano, l’11 febbraio 2025 in una notte sono stati arrestati 181 affiliati. Il procuratore ha contestato due parole del discorso pubblico: “Qui non sono bande, così come non sono clan, ma sono famiglie”. E la presunta camorrizzazione: “La costituzione orizzontale di Cosa nostra è intatta”. Sulla questione penitenziaria ha detto che quando i mafiosi entrano in carcere, “nel giro di poche ore vengono muniti di apparecchi di comunicazione con l’esterno”. Non più microcellulari, ma smartphone. E non solo in Sicilia: i dati del suo ufficio riguardano istituti “disseminati in tutto il territorio nazionale”. Solo a Palermo ne sono stati trovati 297 tra il 2025 e la prima metà del 2026. Con i droni che hanno sbagliato ‘‘atterraggio ne sono stati recuperati 26 a Pagliarelli nel 2025, 129 all’Ucciardone e 47 nell’ultimo semestre. Quelli che non falliscono nessuno li conta. Il procuratore aggiunto Carlo Marzella ha portato i casi. A un imputato di narcotraffico legato al capo storico di Cosa nostra agrigentina sono stati sequestrati 7 volte, 4 all’Ucciardone, una a Ragusa, 2 ad Augusta: da lì faceva videochiamate ai suoi uomini liberi, che gli mostravano le prove di sparo con i kalashnikov appena procurati. Un altro aveva il telefono in ogni istituto in cui veniva trasferito: in un’intercettazione il padre gli chiede come faccia a chiamare se è appena arrivato, e lui risponde che il cellulare ce l’ha già. Le conseguenze sono due. “Li mettiamo in custodia cautelare ma in realtà cauteliamo molto poco se dal carcere continuano a fare quello che facevano fuori”. E c’è il danno alla credibilità dello Stato davanti alle vittime del racket, quelle a cui lui stesso ha chiesto di denunciare: “Quando si apprende che quelli denunciati, una volta detenuti, dal carcere ti ordinano le attività di danneggiamento, la risposta delle vittime è a che gioco giochiamo”. Gli attentati con armi da guerra degli ultimi mesi a Palermo sono partiti dal carcere. Sulla polizia penitenziaria de Lucia ha speso parole che rispondono da sole alle accuse di Nordio. È il primo servizio di polizia giudiziaria a cui la procura si affida per indagare dentro le carceri: “Il riconoscimento della qualità del loro lavoro è assoluto e non credo possa essere messo in discussione da nessuno”. Le mele marce ci sono, “ma ne abbiamo in tutte le categorie, a cominciare dalla mia”. Sul 41 bis il giudizio è netto: strumento efficiente, ha impedito ai capi di comandare. Il difetto è il numero. “Se aumenta il numero di quelli che io sottopongo al 41 bis diminuisce la qualità del regime”, e la responsabilità è delle Dda, che sulle proroghe “dovrebbero essere più rigorose”. Il buco vero è l’alta e la media sicurezza. Sui jammer ha invitato al pragmatismo, perché nelle carceri di città schermare le reti non funziona. Le celle aperte vanno ripensate, non richiuse: “Io non ho soluzioni, va affidato ai veri esperti di questa materia”. Poi il passaggio che lui stesso ha definito “un libro dei sogni” per una legislatura che finisce l’anno prossimo. “Noi nelle carceri teniamo un sacco di gente che in realtà nelle carceri non ci deve stare, perché la funzione rieducativa della pena di cui all’articolo 27 della Costituzione, che è sacra, non si esercita soltanto guardando la pena detentiva”. Serve una revisione del codice penale, perché “ragioniamo ancora in termini di pena come era nell’Ottocento”. Vanno rivisti i reati ostativi, oggi “ultronei rispetto alla reale necessità”: hanno senso per terrorismo, mafia e reati sessuali, molto meno per i colletti bianchi, e se sono troppi “il problema delle detenzioni in carcere non lo risolviamo”. Va ripensato il Fondo unico giustizia per investirlo sul carcere, e vanno chiusi gli istituti storici nei centri urbani, l’Ucciardone come Regina Coeli, San Vittore e Poggioreale. “Un Paese moderno ha bisogno di carceri moderne, di pene moderne e di guardare i principi di una Costituzione che rimane modernissima”. A chi gli chiedeva se servisse un reato di apologia di mafia ha risposto di no: “Sono fondamentalmente contrario alla creazione di nuovi reati, perché già ne abbiamo abbastanza”. Dal Pd è arrivata la richiesta di audire i vertici del Dap, per approfondire la questione dell’alta sorveglianza. La presidente Colosimo ha assicurato che quella audizione è già prevista. De Lucia: “I mafiosi comandano dal carcere, hanno lo smartphone appena entrano” di Giacomo Salvini Il Fatto Quotidiano, 29 luglio 2026 Davanti alla Commissione Antimafia, il procuratore di Palermo ribadisce il suo allarme sugli istituti di pena in mano ai clan. E replica alle accuse di Nordio: “Il mio rispetto per la Polizia penitenziaria non può essere messo in discussione”. “Poche ore dopo essere entrati in carcere i mafiosi vengono muniti di apparecchi telefonici. Questa è una situazione che riguarda tutti gli istituti di pena”. In audizione di fronte alla Commissione parlamentare Antimafia, il procuratore di Palermo Maurizio De Lucia torna a denunciare la situazione “fuori controllo” dei penitenziari italiani, nonostante la reazione rabbiosa avuta nei giorni scorsi dal ministro della Giustizia Carlo Nordio. “Quando gli arrestati entrano in carcere, nel giro di poche ore vengono muniti di apparecchi di comunicazione con l’esterno”, afferma De Lucia nell’aula di palazzo San Macuto. Questi dispositivi, spiega, “fino a qualche tempo fa erano microcellulari, ed è intuibile come venissero introdotti all’interno delle carceri. Oggi, invece, sono smartphone, e in misura molto consistente. Ho anche i dati relativi alla quantità di apparecchi telefonici reperiti all’interno delle carceri, ed è un dato assolutamente importante. Ho poi un altro dato che riguarda i luoghi in cui questi telefoni sono stati rinvenuti, perché non si tratta di una situazione che riguarda soltanto le carceri siciliane, ma, per quanto emerge dalle indagini del mio ufficio, anche istituti penitenziari disseminati in tutto il territorio nazionale. Non ho alcun dubbio che anche i colleghi degli altri uffici abbiano rinvenuto telefoni cellulari all’interno delle carceri”, aggiunge il magistrato. De Lucia ribadisce quindi l’allarme sull’influenza dei boss detenuti: “La possibilità che è data a questi soggetti di continuare sostanzialmente a comandare dall’interno delle carceri è un tema estremamente problematico, perché noi abbiamo fatto una cosa importante, nei trenta e passa anni dalle stragi, che è stata l’applicazione di un regime molto efficiente di isolamento dei capi riconosciuti delle organizzazioni mafiose, attraverso il 41-bis dell’ordinamento penitenziario”. Il regime di carcere duro, spiega, “si è rivelato di grandissima utilità e conseguente alla strategia generale che è stata posta in essere: alla cattura di latitanti deve conseguire l’isolamento degli ex latitanti ora detenuti, quindi dei capi”. Il procuratore replica indirettamente anche all’accusa di Nordio secondo cui, affermando che la mafia comanda in carcere, si offende “l’intero corpo della Polizia penitenziaria”: “Conosco il lavoro di uomini e donne della Polizia penitenziaria, conosco le loro difficoltà, i pericoli e i rischi. Sono il primo servizio di polizia giudiziaria al quale noi diamo fiducia per questo tipo di attività, al quale riconosco il sacrificio e rendo onore. Nei confronti della Polizia penitenziaria il mio rispetto è assoluto e non penso possa essere messo in discussione da nessuno”. In apertura di seduta, il deputato Pd Peppe Provenzano è intervenuto per esprimere solidarietà a De Lucia dopo l’attacco del Guardasigilli, ma la presidente della Commissione Chiara Colosimo (FdI) lo ha interrotto definendo l’intervento non attinente all’ordine dei lavori. Il magistrato ha parlato anche delle strategie di Cosa nostra, con un focus particolare sull’approvvigionamento di armi: “È piuttosto inquietante osservare come abbiamo tracce dell’uso di AK47 e abbiamo rinvenuto anche ordigni esplosivi ad alto potenziale. Tutti provenienti dall’area del Salento, ma ragionevolmente di importazione dall’area balcanica, perché sono ancora prodotti della guerra nella ex Jugoslavia, della fine degli anni Novanta. I collaboratori di giustizia però ci dicono di interessi verso armamenti molto più sofisticati che si stanno cercando di reperire sui nuovi mercati, quali ovviamente il conflitto russo ucraino che genera armi di nuova tecnologia. Anche Cosa nostra è interessata e in particolare noi abbiamo segnale del tentativo di acquisto di droni lanciamine che sono strumenti estremamente sofisticati, rispetto ai quali noi non siamo in questo momento preparati a difenderci”, avverte. “Noi sappiamo qual è l’uso che queste organizzazioni vogliono fare, però un altro dei segnali della vitalità di Cosa Nostra sta nel tentativo di ricostruire un arsenale di particolare qualità, cioè non più armi ordinarie che, peraltro, noi reperiamo giornalmente nel territorio del distretto di Palermo, ma armi da guerra e materiale esplosivo di elevata qualità”. Dal punto di vista organizzativo, illustra il procuratore, la mafia siciliana oggi non ha una struttura di vertice, “ma c’è una capacità di colloquiare con i mandamenti sul territorio estremamente pericolosa. Il dialogo tra mandamenti è intenso e coinvolge non solo Palermo, ma anche il territorio di Agrigento. Dal punto di vista orizzontale Cosa nostra continua a funzionare e lo fa in maniera estremamente organizzata per mettere a frutto i suoi affari secondo una strategia ben definita: pensano di tornare forti con i meccanismi tradizionali, cioè attraverso il loro esercito, e quindi attraverso i denari che servono a finanziarlo e che provengono in primis dal traffico di stupefacenti”. In questo senso, spiega, “uno degli interessi principali di oggi di Cosa Nostra è rientrare nel traffico di stupefacenti, obiettivo perseguito “in collaborazione” con la ‘ndrangheta e con la mafia albanese: “I rapporti sono ottimi tra queste organizzazioni, non ci sono conflitti. E questo si spiega perché davanti a una torta di queste dimensioni non c’è alcuna ragione di litigare, anzi: c’è ragione di migliorare i “servizi” che le organizzazioni insieme possono offrire”. “Le condizioni disumane delle carceri il vero dramma, non cerchiamo alibi per non intervenire” di Simona Musco Il Dubbio, 29 luglio 2026 Mario Serio, componente dell’Ufficio del Garante nazionale dei detenuti, cosa ne pensa dell’allarme lanciato dal procuratore De Lucia sul controllo delle carceri da parte della criminalità? “Non è nuovo né privo di fondamento. Il procuratore parla di indagini in corso che hanno verificato l’esistenza di questi contatti tra detenuti, probabilmente in regime di alta sicurezza, ma forse anche di media sicurezza, e l’esterno. Non mi pare affatto che si sia sbilanciato in analisi di carattere generale come gli ha rimproverato il ministro. Parlava della propria esperienza giudiziaria, in primo luogo. In secondo luogo - e questo è non meno importante - non ha minimamente lasciato intendere che possano esserci delle collusioni con la polizia penitenziaria, nel modo più assoluto”. “Questo non traspare né dalle sue parole, né dalle indagini. Possono esserci episodi isolati, in tal senso, ma quello che io tengo a dire, anche come garante, è che la situazione nelle carceri è insostenibile. Le condizioni logistiche e materiali sono ai limiti della tollerabilità, ai sensi della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo. Negli stessi luoghi abitano detenuti e polizia penitenziaria, quindi non si può assolutamente trascurare il loro impegno né ingiustamente tacciarlo di corresponsabilità. Il problema è politico e amministrativo. Quando ad esempio si costringe la magistratura penale di Firenze, nel caso del Sollicciano, ad intervenire con un sequestro di sette sezioni del carcere perché non in regola con la normativa in materia di sicurezza sul lavoro, siamo o no davanti ad un punto di non ritorno?”. Certo che sì. Ma questo è un problema più grave del controllo delle singole carceri o sezioni da parte della criminalità. Questa polemica è un’arma di distrazione di massa rispetto alle condizioni disumane degli istituti di pena? Probabilmente sì. Il vero cuore della questione non è tanto quello della sicurezza, che pure è un problema. Il problema è più generale, perché in una condizione di sovraffollamento del 140%, con un problema di inagibilità di interi settori degli istituti penitenziari, in un momento in cui vi sono epidemie di scabbia e in cui non esiste, se non in rarissimi casi, l’aria condizionata, nelle condizioni climatiche che viviamo, è ovvio che saltano tutte le regole. Non è che, prendendo a pretesto questi episodi certamente gravi, la reazione debba essere quella di rendere ancora più severe le condizioni di vivibilità per la stragrande maggioranza dei detenuti che non sono protagonisti di tali episodi. Potrebbe diventare quasi una sorta di alibi. Ci sono episodi gravi di collegamenti tra i mafiosi e il mondo esterno: cosa facciamo? Aggraviamo le condizioni di tutti gli altri detenuti o comunque non interveniamo per migliorare le condizioni gravi già registrate? Stiamo attenti a non sovrapporre i fenomeni. L’analisi del procuratore De Lucia è impeccabile, ma non è un’analisi che esoneri le autorità amministrative dal migliorare la condizione delle carceri. Ma lei estenderebbe l’analisi del procuratore a tutte le carceri? De Lucia non si è certo erto a giudice supremo di tutte le carceri italiane. Lui ha parlato della sua realtà. Ci sono sicuramente altre aree in cui il fenomeno si registra, ma non è mai bene generalizzare. Lasciamo parlare i magistrati che hanno le competenze. Anche il procuratore nazionale antimafia, qualche tempo fa, ha lanciato un allarme simile. E lui ha una visione più estesa. Però ognuno parla per la propria esperienza. Come giudica la risposta di Nordio a De Lucia? Con toni dal carattere denigratorio, a mio avviso. Non meritava una risposta come quella che è stata data. Anche perché, tengo a sottolinearlo, il procuratore De Lucia è una delle persone più misurate nell’espressione verbale che la magistratura italiana registri. La delegittimazione della magistratura, soprattutto dei suoi esponenti più apprezzati ed impegnati, rende incolmabile il solco rispetto ad una collettività disorientata che, tuttavia, riesce a recuperare razionalmente il bandolo della matassa nei momenti cruciali, come quello referendario. Questo è un primo versante. Il secondo versante è, come già detto, non creiamo l’alibi per non intervenire sulla situazione carceraria partendo da questi episodi. Sono emisferi completamente non comunicanti. Noi dobbiamo prendere atto oggi che la situazione carceraria media italiana è quella di cui si è occupata la magistratura fiorentina a Sollicciano. Questo è il vero grande problema. Il problema della sicurezza esiste e andrà affrontato con rigore ed equilibrio, senza cedere a pulsioni dell’ultima ora. Occupiamoci del resto della popolazione carceraria, della grandissima maggioranza. Perché il ministero non si apre al confronto con le altre componenti che hanno competenza nel settore, avvocatura compresa, e non si apre anche a suggerimenti e visioni che cerchino di conciliare le esigenze della sicurezza con quelle della dignità della pena? Sarebbe un gesto molto apprezzato e soprattutto un gesto corale, che incoraggerebbe circa una possibile risposta unitaria di tutte le istituzioni. La vera svolta sarebbe questa. Formazione e lavoro per il futuro dei giovani della giustizia minorile di Catia Paluzzi gnewsonline.it, 29 luglio 2026 Un protocollo di collaborazione che trasforma il principio del reinserimento sociale in un percorso concreto di formazione e lavoro. È da questa visione condivisa che prende vita G.I.O. - Generare Insieme Opportunità, il progetto sperimentale nato dalla collaborazione tra il Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità e l’associazione Seconda Chance, con l’obiettivo di offrire ai giovani seguiti dai servizi della giustizia minorile nuove prospettive di crescita personale e professionale. L’iniziativa che ha preso avvio ufficialmente il 20 luglio 2026 in Veneto, rappresenta una delle prime esperienze strutturate finalizzate a coniugare formazione professionale, inserimento lavorativo e accompagnamento educativo in favore di giovani detenuti negli Istituti penali per i minorenni e di ragazzi e ragazze seguiti dagli Uffici di servizio sociale per i minorenni (USSM). Alla base del progetto vi è una visione che da tempo caratterizza l’azione del Dgmc: investire su percorsi responsabilizzanti che consentano ai giovani autori di reato di acquisire competenze, autonomia e strumenti utili per costruire un nuovo progetto di vita. In questa prospettiva, il lavoro rappresenta non soltanto un’opportunità occupazionale, ma un fondamentale strumento educativo e di reinserimento sociale. Il protocollo sottoscritto nell’Area Triveneto ha consentito di attivare una rete virtuosa tra istituzioni pubbliche, terzo settore e mondo imprenditoriale. Il coinvolgimento diretto dell’USSM di Venezia ha permesso di individuare quattro giovani, tre ragazzi e una ragazza, motivati a intraprendere un percorso formativo finalizzato all’ingresso nel mercato del lavoro. Accanto al Dipartimento e ai suoi servizi territoriali, hanno aderito al progetto l’associazione Seconda Chance, fondata dalla giornalista Flavia Filippi e impegnata in tutta Italia nella promozione del lavoro per le persone detenute, la società Caribe di Marcello Ricceri, licenziataria del marchio McDonald’s nel Nord-Est, Orienta S.p.A. attraverso FormaTemp e lo studio di consulenza del lavoro DaFe STP. L’elemento innovativo del Progetto G.I.O., ideato e coordinato da Giovanna Pastega di Seconda Chance, consiste nell’integrazione tra formazione teorica e apprendimento sul campo. I partecipanti potranno conseguire le certificazioni necessarie per operare nel settore della ristorazione e, contemporaneamente, sviluppare competenze professionali direttamente all’interno dei punti vendita McDonald’s coinvolti nell’iniziativa. Al termine del percorso, della durata di quattro mesi, potranno essere avviati a un contratto di apprendistato professionalizzante e, successivamente, a possibili opportunità di stabilizzazione lavorativa. L’esperienza si inserisce pienamente nella missione del Dgmc, che considera il reinserimento sociale uno degli strumenti più efficaci per prevenire la recidiva e favorire la crescita personale dei giovani affidati ai servizi della giustizia minorile. La realizzazione di percorsi concreti di formazione e lavoro rappresenta infatti una delle più importanti occasioni di inclusione e di cittadinanza attiva. Come suggerisce il nome stesso del progetto, Generare Insieme Opportunità significa costruire alleanze tra soggetti diversi, mettendo in comune competenze, responsabilità e risorse. Il Dipartimento ha svolto un ruolo centrale nel promuovere e sostenere questa sinergia, favorendo l’incontro tra i bisogni educativi dei giovani e la disponibilità delle imprese ad investire sul loro futuro. La sperimentazione avviata in Veneto guarda già oltre i confini regionali. L’interesse manifestato da altri territori lascia intravedere la possibilità di replicare il modello in diverse città italiane, da Bologna a Torino, da Verona ad Acireale, estendendolo progressivamente anche ad altri settori produttivi. Il Progetto G.I.O. dimostra come la collaborazione tra il Dgmc, il mondo delle imprese e il terzo settore possa tradursi in opportunità reali per i giovani. Un esempio concreto di come la funzione educativa della giustizia minorile possa trovare piena attuazione attraverso percorsi capaci di trasformare una seconda possibilità in un autentico progetto di futuro. Alemanno ricevuto da Nordio: “Riabilitazione per i detenuti” di Mario Ajello Il Messaggero, 29 luglio 2026 Il ministro: “Nelle carceri mancano iniziative per il lavoro”?. Alemanno aveva chiesto l’incontro appena aveva varcato la soglia di uscita da Rebibbia. Un incontro cordiale, e anche costruttivo. Quello a via Arenula, nella sede del ministero della Giustizia, tra Carlo Nordio e Gianni Alemanno. Era previsto che si vedessero, e Alemanno ha ringraziato il Guardasigilli per averlo accolto ed essere stato disponibile a una conversazione informale sul tema delle carceri. Che è gravissimo come sa bene Alemanno, il quale è uscito pochi giorni fa dalla sua detenzione a Rebibbia e come sanno tutti i detenuti e chiunque si occupi dell’universo penitenziario o abbia una sensibilità civile che impedisce di non vedere l’emergenza carceri. “E’ stato un incontro molto positivo”, dice Alemanno lasciando il ministero. Ci teneva a raccontare ciò che ha visto e vissuto da detenuto. Ad accompagnarlo da Nordio, c’è il suo legale, Edoardo Albertario. Durante l’incontro si è parlato appunto della situazione delle carceri italiane, nell’ottica dell’esperienza dello stesso Alemanno, che ha chiesto tra l’altro la verifica del sistema di calcolo degli spazi nelle celle. L’incontro, parola di Nordio, è andato molto bene. Alemanno aveva chiesto l’incontro appena aveva varcato la soglia di uscita da Rebibbia, dove ha scontato un anno e mezzo di reclusione per aver violato le prescrizioni sulla misura cautelare a cui era sottoposto. Nel corso della sua detenzione ha denunciato le condizioni in cui versano gli istituti di pena con il suo diario dal carcere, molto compulsato sia a destra sia a sinistra. E appena tornato in libertà, lo scorso 24 giugno, l’ex sindaco aveva rilanciato l’emergenza penitenziaria come tema centrale del suo nuovo impegno a fianco del generale Vannacci. Ma con qualche differenza garantista di vedute, per così dire, rispetto alla linea del leader di Futuro nazionale. Con il quale Alemanno, in attesa di vedere se sarà candidato oppure no alle prossime politiche con Futuro Nazionale - anche ieri non si sbilanciato: “Io non ho posto condizioni per il mio impegno” - il 19 e 20 settembre sarà protagonista a Orvieto di una iniziativa politica con vista elezioni. Alemanno è comunque concentrato sul tema carceri: “Al ministro Nordio ho espresso la mia gratitudine e apprezzamento per la sensibilità dimostrata contro quell’assurdo ricorso che il Dap ha fatto nei miei confronti”. Il Guardasigilli ha infatti bloccato l’altro giorno, la richiesta del Dap per sei giorni supplementari di detenzione per Alemanno. Svolta necessaria - Ma non ha voluto l’ex sindaco limitare l’incontro a questo caso personale. S’è fatto interprete della situazione delle carceri. “Ho rappresentato - così spiega - al ministro una serie di circostanze che impongono un’attenta revisione del comportamento del Dap rispetto ai percorsi di riabilitazione dei detenuti”. E incalza Alemanno: “A mio avviso in questo momento il Dap ha un atteggiamento di chiusura rispetto ai percorsi di riabilitazione dei detenuti, mentre dovrebbe essere, secondo le norme costituzionali, proattivo e positivo”. Nordio ha ascoltato con molto interesse. Ovviamente dovrà approfondire e studiare la situazione. “Ma è consapevole che occorre una svolta positiva”, conclude Alemanno. Anzi non conclude. Conversando con chi vuole sapere di più sulla sua visita da Nordio, non lesina critiche al Dap: “Per ragioni incomprensibili alcuni dirigenti della direzione delle carceri preferiscono tenere tutti i penitenziari del nostro Paese in uno stato di paralisi per le iniziative di lavoro, formazione e cultura. E questo si vede innanzitutto nel carcere di Rebibbia Nuovo Complesso, dove sono stato recluso io, che conta 1600 detenuti nella Capitale con un sovraffollamento prossimo al 160 per cento”. E ancora: non vengono rispettate le metrature delle celle (piccole e inabitabili, “inumane e degradanti”). Per non dire, e anche su questo Alemanno è molto netto, della carenza di personale dei tribunali di Sorveglianza, in particolare quello di Roma: “Ciò impedisce di affrontare in tempi brevi le diverse istanze presentate dalle persone detenute”. È servita ad aprire uno squarcio su uno sconcio, ecco, la visita di Alemanno a Nordio. Il quale sa bene che non potrà non fare qualcosa. Giustizia minorile, attacco alle garanzie. Anastasìa: “È una guerra ai ragazzini” di Simona Musco Il Dubbio, 29 luglio 2026 “Siamo di fronte ad una vera e propria guerra ai ragazzini”. È definitiva e senza appello la sentenza di Stefano Anastasia, Garante dei detenuti del Lazio, che analizza così l’ultimo disegno di legge del governo relativo ai minori. Ovvero la norma sull’imputabilità tra i 14 e i 18 anni che consegna alla difesa l’onere di dimostrare la mancanza della capacità di intendere e di volere, un passo indietro persino rispetto al Codice Rocco. Un codice di matrice fascista che però riconosceva la necessità di valutare caso per caso la maturità del minore. Anastasia è intervenuto alla conferenza stampa promossa da Riccardo Magi, segretario di +Europa, insieme a Francesco Petrelli, presidente dell’Unione Camere penali Italiane, Rachele Stroppa, ricercatrice di Antigone, e Liviana Marelli, coordinatrice dell’Area Nuove generazioni e famiglie del Cnca. Ad aprire l’incontro è stato Riccardo Magi, che ha subito smontato la narrazione emergenziale con cui l’esecutivo motiva il provvedimento. “Oggi non esiste in Italia un problema dovuto alla mancata sanzione penale di azioni commesse da minori, parliamo di eccezioni statistiche”, ha sottolineato il segretario di +Europa. “L’oggetto di questo intervento è inconsistente, inesistente ed evanescente: il governo vuole ribaltare il paradigma e presumere la capacità di intendere e di volere dei ragazzi tra i 14 e i 18 anni, trasformando l’accertamento dell’imputabilità da un dovere del giudice a una sua mera facoltà”. Magi ha poi denunciato l’uso politico del linguaggio istituzionale, ricordando come la legislatura sia iniziata con il decreto Rave, sia proseguita con il decreto Caivano e ora arrivi all’uso del termine “maranza” nei comunicati della premier, parola “dispregiativa e a sfondo razzista”. Sul piano strettamente giuridico e processuale, Petrelli ha evidenziato le pesanti ricadute dell’inversione dell’onere della prova sui ragazzi provenienti da contesti di fragilità. “Se è onere del giudice accertare l’immaturità, lo Stato si fa carico di accertamenti complessi e costosi”, ha spiegato il presidente dei penalisti. “Invertire l’onere della prova significa far carico al giovane, già vulnerabile e spesso proveniente da contesti di marginalizzazione, di una difesa costosa. Ma al di là di questo, l’inversione costituisce un vero e proprio ribaltamento valoriale, dove lo Stato dichiara la propria indifferenza verso la condizione di vulnerabilità del minore”. A fornire la fotografia del sistema penitenziario minorile è stata Rachele Stroppa di Antigone, ricordando come al 30 giugno 2026 si contino 572 giovani detenuti negli Ipm italiani rispetto ai 559 dell’anno precedente, stabilizzando l’impennata del 50% registrata dopo l’entrata in vigore del Decreto Caivano. La popolazione è composta per il 60% da minorenni e per il 40% da giovani adulti, ma tra i minori solo il 13% ha una condanna definitiva, mentre la gran parte si trova in custodia cautelare. Stroppa ha richiamato anche l’aumento del 26% dei ragazzi presi in carico dai servizi di giustizia minori tra il 2022 e il 2026, denunciando come sull’ondata di categorie come “baby gang” o “maranza” si stia sostituendo la presa in carico penale a quella sociale. Per contrastare questa deriva, la società civile ha promosso gli Stati Generali della giustizia minorile, un percorso che coinvolge oltre 500 operatori e le cui conclusioni saranno rese note a novembre. Durissimo l’affondo di Anastasia, che ha richiamato direttamente le parole usate da Giorgia Meloni per annunciare la norma, secondo cui chi aggredisce o devasta deve pagare sempre, anche a 15 o 16 anni. “Vorrei sapere dal capo del governo in quali casi un ragazzo che ha commesso tali reati negli ultimi anni non sia stato sottoposto a procedimento penale”, ha attaccato il Garante del Lazio. “Se non ci sono dati di fatto, parliamo solo di propaganda. Gli effetti indiretti di questo allarme sul pubblico e sugli operatori saranno devastanti, fino a mettere in discussione strumenti di eccellenza come la messa alla prova, perché passa l’idea che la sospensione del processo non faccia pagare il reo. Si sta seminando vento, e chi semina vento raccoglie solo tempesta”. In collegamento da Milano, Marelli ha espresso la forte contrarietà di centinaia di organizzazioni del terzo settore, definendo il Ddl una scelta “ideologica e muscolare” di adulti incapaci di stare in relazione, che pensano di risolvere tutto con la forza e delegano al carcere le risposte che dovrebbero dare lo Stato e la società. “Chi processa un minore processa se stesso”, ha ricordato Marelli. “Non ci si può permettere di chiamare “maranza” o “baby gang” i cittadini in crescita, perché sono soggetti di diritto: se li consideriamo adulti quando commettono un reato, allora dovremmo spiegarci perché fino a 18 anni non abbiano nemmeno il diritto di voto”. In chiusura, Magi ha richiamato il rischio di incostituzionalità e di incompatibilità con il diritto europeo. Il riferimento è alla sentenza 128/1987 della Corte costituzionale, che lega la non presunzione di imputabilità ai principi del recupero e della protezione dell’infanzia previsti dagli articoli 27 e 31 della Costituzione, e alla direttiva europea 800 del 2016, che impone una valutazione individuale della maturità e della situazione del minore prima di determinarne la responsabilità penale. Giustizia minorile, educatori e associazioni contro la stretta del governo di Youssef Taby Il Fatto Quotidiano, 29 luglio 2026 “Così non si ferma la violenza giovanile”. Le testimonianze di chi lavora sul campo: “Non si tratta di ragazzi che cambiano perché qualcuno li minaccia o perché aumentano le pene, ma perché incontrano figure educative autorevoli”. La nuova stretta del governo sulla giustizia minorile non convince chi lavora ogni giorno con adolescenti e giovani nelle situazioni di maggiore fragilità. Dopo le critiche arrivate dalle opposizioni e dai penalisti, anche associazioni, educatori e operatori sociali mettono in guardia dal rischio che il nuovo disegno di legge sull’imputabilità dei minori finisca per spostare il baricentro della giustizia minorile dalla funzione educativa a quella esclusivamente repressiva. Il provvedimento, approvato dal Consiglio dei ministri e ora atteso dall’iter parlamentare, interviene sulle regole che riguardano la capacità di intendere e di volere dei ragazzi tra i 14 e i 18 anni. Oggi spetta al giudice valutare caso per caso la maturità del minore; con la nuova norma, invece, viene introdotta una presunzione di capacità e sarà la difesa a dover dimostrare l’eventuale incapacità. Per il ministro della Giustizia Carlo Nordio si tratta di una misura necessaria per “facilitare le indagini”, mentre la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha rivendicato il provvedimento come un ulteriore tassello nella lotta alla criminalità giovanile: “Chi sbaglia deve rispondere delle proprie azioni anche quando è minorenne”, ha spiegato la presidente del Consiglio. Proprio su questo punto si concentra la critica di chi lavora sul campo. “È un disegno di legge che sicuramente non risolve la questione della violenza minorile”, spiega a ilfattoquotidiano.it Antonella Inverno, responsabile Politiche infanzia e adolescenza di Save the Children Italia. “Da un lato perché i dati ci dicono che si interviene su un aspetto numericamente molto limitato: le decisioni dei tribunali per i minorenni e dei giudici per l’udienza preliminare che chiudono i procedimenti per accertata immaturità di un ragazzo o una ragazza tra i 14 e i 18 anni sono poche decine”. Secondo Inverno, quindi, il provvedimento sembra avere soprattutto una valenza simbolica. “È una norma che sembra rispondere più a un’esigenza di messaggio pubblico che a un reale impatto sulla criminalità minorile”. Ma il punto più delicato, secondo Save the Children, riguarda il principio che viene introdotto. “Il rischio è quello di lanciare un messaggio molto pericoloso: che gli adolescenti che commettono un reato debbano essere trattati come gli adulti”, spiega Inverno. Un’impostazione che, secondo l’organizzazione, non tiene conto delle caratteristiche specifiche dell’età adolescenziale. “Tutti gli studi ci dicono che l’adolescenza è una fase molto delicata, nella quale si forma l’identità. È proprio in questi anni che gli interventi educativi riescono maggiormente ad attivare processi di cambiamento”. La preoccupazione è che una risposta prevalentemente sanzionatoria possa compromettere proprio quei percorsi che permettono ai ragazzi di cambiare. “Intervenire in maniera repressiva proprio in questa fase rischia di compromettere anche il rapporto di fiducia che deve stabilirsi tra i ragazzi e il mondo adulto”. Secondo Save the Children, inoltre, il rischio non riguarda soltanto i singoli procedimenti giudiziari, ma anche il clima sociale nei territori. “Provvedimenti di questo tipo possono creare un circolo vizioso: invece di aumentare la sicurezza, rischiano di alimentare diffidenza nei confronti dell’altro e una coesione sociale sempre più fragile”. Una preoccupazione che riguarda anche il modo in cui viene raccontato il fenomeno della violenza giovanile. Nella presentazione del ddl si è concentrato sulle categorie di “maranza” e “baby gang”, ma secondo molti operatori si tratta di definizioni che rischiano di semplificare realtà molto più complesse. “Parlare di maranza o di baby gang significa semplificare un fenomeno giovanile che in alcuni casi ha radici profonde e storie molto più complicate”, spiega Stefano Pasta, volontario di Sant’Egidio a Corvetto, a Milano. “Sono espressioni che rispondono a un’esigenza di semplificazione e di slogan, ma rischiano di non rispondere alle domande educative che emergono da alcune situazioni”. Nel quartiere milanese, dove Sant’Egidio lavora con giovani e famiglie, il tema centrale secondo Pasta è quello della relazione educativa. “Nel ragionamento sull’imputabilità manca quello che è ancora il punto fondante e qualificante della giustizia minorile italiana: la possibilità di attivare percorsi educativi. Con tutti i limiti del sistema, in alcuni casi si riescono a costruire cammini di responsabilizzazione e cambiamento”. Per chi lavora sul territorio, infatti, il deterrente non è soltanto la paura della pena. “Il lavoro educativo parte dalla costruzione di un legame di fiducia. Non si tratta di ragazzi che cambiano perché qualcuno li minaccia o perché aumentano le pene, ma perché incontrano figure educative autorevoli, capaci di non rassegnarsi e di restituire fiducia”. Un aspetto centrale è anche quello dell’identità. “Il lavoro con i giovani significa anche costruire un’identità di gruppo positiva: non un gruppo contro qualcuno, non un’etichetta data dall’esterno, ma un’appartenenza costruita attorno a un luogo, a un centro aggregativo, a un impegno verso gli altri”. Sulla stessa linea si è espressa anche Antigone, secondo cui il disegno di legge rappresenta “un ulteriore e gravissimo passo nella trasformazione della giustizia minorile italiana da sistema fondato sulla funzione educativa e sulla responsabilizzazione a sistema sempre più orientato alla punizione e alla repressione”. “Chi conosce davvero questo mondo sa che la risposta non può essere quella di anticipare la punizione”, ha dichiarato Susanna Marietti, coordinatrice nazionale e responsabile dell’osservatorio minori di Antigone, ricordando il confronto degli Stati generali della giustizia minorile che ha coinvolto magistrati, avvocati, educatori, operatori e ricercatori. Anche Unicef Italia ha espresso preoccupazione per la riforma, richiamando la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Secondo l’organizzazione, ogni intervento che riguarda i minorenni deve essere orientato al loro superiore interesse e mantenere un approccio educativo, non esclusivamente punitivo. Critico anche don Claudio Burgio, cappellano del carcere minorile Beccaria di Milano, che invita a non leggere il fenomeno attraverso etichette semplicistiche. “Parlare di maranza, parlare di baby gang significa voler semplificare un fenomeno giovanile di disagio molto profondo”, ha spiegato a radio Vaticana. “Gli slogan e le etichette impediscono di guardare in profondità e di prendere decisioni lungimiranti”. Per le associazioni e gli operatori che lavorano con i ragazzi, dunque, la questione non riguarda soltanto come punire chi commette un reato, ma come intervenire prima che un adolescente arrivi alla devianza. La richiesta è quella di rafforzare scuola, educativa di strada, servizi sociali e spazi di aggregazione. Perché, spiegano, la sicurezza non si costruisce soltanto aumentando la risposta penale. Ma creando le condizioni perché sempre meno ragazzi arrivino a considerare la violenza come l’unica forma possibile di riconoscimento. Intercettazioni, FdI ci riprova: rischio showdown con FI, può evitarlo solo La Russa di Errico Novi Il Dubbio, 29 luglio 2026 I meloniani ripropongono in Aula le norme che consentirebbero di nuovo gli “ascolti a strascico”. Il presidente del Senato dovrebbe dichiararli inammissibili, ma resta il grande freddo con gli azzurri. Riecco gli emendamenti sulle intercettazioni a strascico. Fratelli d’Italia li ripresenta in Aula, all’inizio dell’esame conclusivo sulla conversione del decreto giustizia-migranti. Una mossa scontata quanto, probabilmente, fine a se stessa. I senatori meloniani sanno che domani mattina, mercoledì, la Presidenza di Palazzo Madama, cioè Ignazio La Russa, li dichiarerà inammissibili, al pari delle proposte avanzate, sempre sugli “ascolti”, da Pd e 5 Stelle. Salvo clamorosi colpi di scena, non si andrà dunque al voto sulle norme che renderebbero di nuovo possibile utilizzare una conversazione “captata per caso” in un procedimento diverso da quello per il quale l’attività di intercettazione era stata autorizzata dal gip. Quindi nulla di fatto. La partita nel centrodestra resterà sullo zero a zero. FdI non incassa il sì alle nuove-vecchie regole reclamato dal capo della Dna Gianni Melillo. Gli azzurri guidati al Senato da Stefania Craxi non si vedranno costretti a un clamoroso showdown, a un “no” che, in astratto, potrebbe valere la crisi di governo. La Lega si risparmia a sua volta i danni collaterali di una lite che, parole del sottosegretario Andrea Ostellari, “andrebbe evitata”, e sulla quale la presidente salviniana della commissione Giustizia Giulia Bongiorno, questa mattina, dava per “molto vicina” una “sintesi”. Una valutazione forse troppo ottimistica. In ogni caso, nessuno dovrebbe uscirne sconfitto, almeno per ora. Poi, certo, FI ottiene una parziale seppur temporanea soddisfazione. Un sollievo. Sono le 16 quando Fratelli d’Italia ripropone le “norme-Melillo” (semplificazione un po’ forzata ma almeno utile ad asciugare l’estenuante definizione tecnica). Sono passate già diverse ore dal nuovo “messaggio ai naviganti” con cui, in tarda mattinata, il numero uno azzurro Antonio Tajani ha ribadito che “noi le intercettazioni a strascico non le votiamo”, che Forza Italia non può tradire il proprio Dna. Ma anche che su un nodo del genere non può saltare una maggioranza. Eppure è proprio questa l’unico vera ombra che il parziale armistizio di ieri non allontana. Secondo il vicepremier e segretario di FI, “il centrodestra non si basa su due emendamenti: siamo partiti diversi, quindi abbiamo idee diverse su alcune questioni”, dice, ma poi “troviamo sempre la soluzione per dare un messaggio ai nostri elettori e assicurare loro che il centrodestra è unito”. Una rappresentazione che scricchiola. Tajani tiene il punto e ne minimizza le conseguenze. Eppure ormai fra il suo partito e quello della premier c’è un grande freddo. Un clima di rancore, distanza, ostilità strisciante, che va ben oltre la frattura sulla giustizia. E che rischia, nella migliore delle ipotesi, di inquinare i rapporti di qui alla campagna elettorale. Nella peggiore, l’atmosfera da separati in casa potrebbe tradursi in un incidente clamoroso, nella crisi e nel voto anticipato. Prospettiva che almeno per ora nessuno considera seriamente. Intanto bisognerà attendere domani mattina. Oggi la presidenza di Palazzo Madama ha lasciato trascorrere la deadline delle 16.15 prima di catalogare i non pochi emendamenti, in gran parte dell’opposizione. La Russa darà un verdetto, ma è improbabile che, sulle intercettazioni, sia di ammissibilità. E forse le opposizioni gli hanno dato una mano. Anche Pd e M5S infatti hanno depositato proposte di modifica al decreto giustizia-migranti sulla stessa materia che divide FdI e Forza Italia, le intercettazioni a strascico. Francesco Boccia, capogruppo dem, è andato dritto al punto: “La nostra unica proposta di modifica sugli ascolti rende utilizzabili in un altro procedimento le conversazioni riferibili a un’associazione a delinquere non mafiosa ma dedita alla corruzione”. Sembra la premessa per mettere il centrodestra spalle al muro su una presunta indulgenza nei confronti dei colletti bianchi. Il Movimento 5 Stelle propone tre ipotesi, ma tutte convergenti verso un solo obiettivo: annientare la norma con cui, nel 2023, il centrodestra aveva vietato le intercettazioni a strascico per tutti i reati che non ricadano nell’associazione mafiosa o sovversiva. “Vogliamo tornare alla situazione del 2019, definita dalla legge di Bonafede”, cioè la spazzacorrotti, dicono i pentastellati. Ottima strategia per scatenare il putiferio nell’emiciclo del Senato, in teoria. In pratica, potrebbe servire a nulla, se non a interventi che finirebbero per bersagliare più La Russa che la coalizione di maggioranza in quanto tale. Soprattutto, l’affollarsi di proposte sugli “ascolti” rende ancora più plateale il rischio di snaturare un decreto sul Patto Ue per l’asilo in una microriforma del codice di procedura penale. Gli emendamenti di FdI, firmati da Sandro Sisler e Gianni Berrino, sono quelli già depositati nelle commissioni riunite Affari costituzionali e Giustizia: diventerebbero utilizzabili in provvedimenti diversi tutte le intercettazioni relative a reati che, pur commessi al di fuori di un’associazione mafiosa, sembrano aggravati dalla finalità di voler avvantaggiare una cosca o una cellula terroristica. “Come possiamo entrare in contraddizione?”, si chiede Tajani. Come può il centrodestra ripensarci su una norma che aveva approvato meno di tre anni fa? E infatti neppure stamattina lo strappo dovrebbe verificarsi. Il che non basterà ad allontanare quel clima da grande freddo. Intercettazioni, La Russa pronto a evitare lo scontro di Michele Gambirasi Il Manifesto, 29 luglio 2026 Questa mattina il presidente del Senato La Russa si esprimerà sull’ammissibilità degli emendamenti al decreto Patto Ue, in aula a Palazzo Madama senza relatore, da approvare alla Camera entro l’11 agosto. Il passaggio è delicato a causa dello scontro in corso tra Fratelli d’Italia e Forza Italia sulle “intercettazioni a strascico”, che gli azzurri non hanno alcuna intenzione di votare e che FdI ha ripresentato in aula. Ma, di riflesso, si intreccia anche alla partita della legge elettorale. L’emendamento, che propone di ampliare l’utilizzo degli audio acquisiti in un’indagine anche ad altri procedimenti, è sostenuto dai meloniani su spinta del procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo. Fi ha ribadito ancora ieri il proprio niet: “Siamo contrari anche perché sarebbe una contraddizione, il centrodestra ha approvato un testo (la legge del 2023, ndr) che ora qualcuno vuole cambiare”, ha detto il segretario Tajani. Dopo giorni di tensione, che hanno portato a fermare i lavori in commissione, il braccio di ferro si dovrebbe sciogliere con l’intervento di La Russa. La proposta dovrebbe essere dichiarata inammissibile per estraneità alla materia, così da buttare la palla in tribuna e scongiurare divisioni. FdI lo ha depositato per salvare la faccia, ma allo stesso modo quattro proposte sono arrivate da Pd e M5S, favorevoli alla misura. “Se le dichiarassero inammissibili, sarebbe una decisione saggia” diceva ieri il senatore azzurro Pierantonio Zanettin, ma anche tra i meloniani la decisione veniva già data per certa. Stessa sorte potrebbe toccare a un emendamento della Lega che mira a restringere le maglie dei ricongiungimenti familiari. Di norma sarebbe omogeneo al resto del decreto, ma in materia qualche dubbio è trapelato dal Quirinale. L’altro fronte aperto è quello della legge elettorale. Ieri si sono concluse le 26 audizioni sul Melonellum quater, che è arrivato a Palazzo Madama, e oggi dovrebbe essere fissato il termine degli emendamenti. Dalla data si avrà indicazione di ciò che ha intenzione di fare la maggioranza, a partire dalla spinosa faccenda delle preferenze che ha mandato sotto il governo a Montecitorio. I meloniani spingono per depositare gli emendamenti entro la pausa estiva, così da iniziare a votare i primi di settembre per chiudere la riforma. FdI e Noi moderati infatti intendono ripresentare le preferenze anche al Senato. Ma dopo i franchi tiratori della Camera, Forza Italia non è in grado di assicurare la tenuta del gruppo: al Senato il voto è palese, ma potrebbe esserci un nuovo voto segreto nella terza lettura a Montecitorio. “Quando sarà depositato, lo esamineremo senza pregiudizi ma è una tempesta in un bicchier d’acqua”, ha detto ieri Tajani. In modo sibillino ha aggiunto: “La tenuta della maggioranza non dipende da due emendamenti”. Ieri sera il segretario azzurro ha portato i suoi parlamentari a cena al circolo di Tiro al volo a Roma, mentre oggi riunirà alle 14 i senatori per discutere del da farsi. Roberto Rosso, delegato azzurro per la riforma, esporrà sul meccanismo delle preferenze, in questa legge e rispetto al passato: non esistono alle elezioni politiche dal 1994, anno di esordio di Forza Italia. Poi Tajani cercherà di rassicurare i senatori, che già riflettono sulla difficoltà di dare un voto contrario alla luce del sole. Nel gruppo azzurro allora si valuta la contromossa per ostacolare FdI: presentare nuovi emendamenti contro l’indicazione del governo di non modificare ulteriormente la riforma. La forzatura di Meloni, d’altronde, è vista come un modo di piegare gli alleati: le preferenze sarebbero indispensabili per evitare il rischio di incostituzionalità. Le forzature riguardano anche le circoscrizioni estere, che la maggioranza ha ridotto nella speranza di rosicchiare qualche parlamentare, e la norma voluta da Fi contro le piccole liste. Di certo ci sarà un emendamento per inserire la parità di genere, tra i motivi ha mandato sotto la maggioranza alla Camera. La richiesta di Anselmo: “Non sia la polizia a indagare sulla morte di Fakir” di Alice Oliverio Il Manifesto, 29 luglio 2026 Non sia la polizia a indagare sulla morte di Abderrahim Fakir, avvenuta dieci giorni fa a Bologna durante un’operazione di “contenimento” da parte di due agenti di polizia, sotto gli occhi di quattro sanitari pure presenti sul posto. L’avvocato della famiglia della vittima, Fabio Anselmo, lo chiede dall’inizio. Il presupposto della richiesta, scrive il legale in un post pubblicato sui social, è che “la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo del 15 gennaio 2025 ha ribadito un principio fondamentale: quando appartenenti alle Istituzioni o alle forze dell’ordine sono coinvolti nei fatti oggetto di accertamento, le indagini devono essere condotte da autorità realmente indipendenti, prive di legami gerarchici o operativi con gli agenti interessati”. La richiesta, prosegue Anselmo, “nasce anche dalle fortissime pressioni politiche esercitate sulla questura di Bologna. Ministri ed esponenti della maggioranza si sono recati proprio negli uffici incaricati delle indagini, proclamando pubblicamente l’innocenza degli agenti quando gli accertamenti erano appena iniziati”. Tutto questo, peraltro, “senza manifestare la minima solidarietà umana nei confronti di Fakir e della sua famiglia e contribuendo a creare un clima incompatibile con la serenità che dovrebbe accompagnare un’inchiesta delicata”. Intanto, sempre ieri, in questura a Bologna si è presentato il capo della polizia Vittorio Pisani, per incontrare i sindacati di polizia. “Il segnale e le parole sono quelle di stare vicino al personale, di mantenere la calma, di avere equilibrio e, soprattutto, di avere spirito di sacrificio e di abnegazione in questi momenti - fa sapere in proposito il segretario locale del Siulp Pasquale Palma -.Quindi, il messaggio è quello che condividiamo: in questo momento dobbiamo fare un fronte unico con tutti, ma per avere la giusta vicinanza anche del contesto sociale, perché noi crediamo fortemente che la violenza generi violenza”. Fuori dalla questura, insieme a fotografi e cronisti, c’erano anche Yosra Fakir e Khadija Fakir, la sorella e la nipote della vittima. Anche loro hanno incontrato Pisani. E professano ottimismo: “Adesso siamo più fiduciose”, hanno detto a margine. Sul fronte dell’inchiesta, a procura di Bologna ha disposto un accertamento irripetibile sul cellulare di Fakir. La consulenza tecnica, per sbloccare il telefono e recuperare i dati, verrà affidata domattina all’ingegnere informatico Giuseppe Ferraro. Il difensore dei due poliziotti iscritti nel registro preliminare 45 bis, Gabriele Bordoni, e quello dei quattro volontari della Croce Rossa, Mario Simoni, potranno nominare un consulente di parte, così come il legale dei familiari di Fakir, Fabio Anselmo. Bordoni, sempre domani, chiederà alla procura di valutare di estendere l’elaborazione del proprio consulente anche all’estrazione di tutti i video che sono stati acquisiti dalla Procura, anche per migliorarne la qualità e l’audio. Sicilia. Carceri roventi e sovraffollate. Dietro le sbarre l’inferno che non rieduca di Mauro Seminara Quotidiano di Sicilia, 29 luglio 2026 In Sicilia carceri roventi e sovraffollate. Dietro le sbarre l’inferno che non rieduca. Viene attribuita al filosofo francese Francois-Marie Arouet, noto come Voltaire, l’affermazione che la civiltà di un Paese si misura dalle sue carceri. Quasi 250 anni dopo, la relazione tra la civiltà e la condizione carceraria è ancora oggetto di discussione e negli ultimi anni lo è ancora di più in Italia ed in particolare in Sicilia, dove al sovraffollamento carcerario ed altre defezioni si aggiunge un clima estivo insostenibile anche per chi non è recluso e dotato di condizionatori d’aria a casa come in ufficio. Diversa è la situazione in quelle celle anguste, sovraffollate e non climatizzate per le quali ci si interroga circa la funzione “correttiva” e sul suo effetto contrario. I dati sul sovraffollamento delle carceri siciliane - La situazione sul sovraffollamento carcerario in Sicilia, secondo i dati del Ministero della Giustizia aggiornati al 30 giugno, vede su un totale di 23 istituti di pena, con una capienza regolamentare pari a 6.440 posti, una presenza reale di 7.135 detenuti. Sotto questo profilo la Sicilia non fa eccezione alla media nazionale, dove in dato generale sono presenti negli istituti penitenziari italiani 64.773 detenuti a fronte dei 51.180 posti disponibili. Il metodo di calcolo della capienza regolamentare, così come definito dallo stesso Ministero italiano, è definito “sulla base del criterio di 9 mq per singolo detenuto”. Dal Pagliarelli al carcere di Piazza Lanza: le situazioni più critiche - Sempre a far data l’ultimo rapporto del Ministero della Giustizia del 30 giugno, in Sicilia ci sono istituti con un sovraffollamento temporaneo “accettabile” ed altri che già nei numeri suggeriscono evidente criticità. L’istituto penitenziario più grande della Sicilia è il “A. Lorusso” di Palermo, meglio noto come “Pagliarelli”. Carcere con ala detenuti per reati di mafia, il Pagliarelli ha una capienza regolamentare di 1.166 posti ed una presenza a fine giugno di 1.428 detenuti. Meno affollato l’Ucciardone, con 580 detenuti su 569 posti regolamentari. Diversa è la situazione registrata dallo stesso Ministero al “Piazza Lanza” di Catania, dove i 279 posti regolamentari se li devono dividere 463 detenuti. Poco più di una settimana addietro, al sovraffollato carcere di Catania, nel pieno dell’incubo da ondate di calore con sequenza di “allerta rossa” della Protezione Civile, è scoppiata una violenta rivolta ed alcuni agenti della Penitenziaria sarebbero rimasti feriti necessitando il trasferimento in ospedale. Il Consipe, sindacato della Polizia Penitenziaria, l’allarme sulla struttura penitenziaria etnea l’aveva lanciato da tempo sostenendo che si trattava di una polveriera pronta a esplodere. Secondo il sindacato al Piazza Lanza il sovraffollamento sfiora il 170% e di contro nella dotazione organica della Polizia Penitenziaria assegnata mancano 60 agenti. Caldo record e blackout aggravano l’emergenza nelle carceri - Nelle scorse settimane in Sicilia sono stati sfiorati i 50 gradi centigradi. Il record esatto è stato registrato a Casteltermini con 48,4 gradi il 18 luglio, non lontano dal penitenziario “P. Di Lorenzo” di Agrigento. Circa 150 stazioni di rilevamento sparse sul territorio siciliano, in quei giorni e nel corso delle varie ondate di calore che hanno colpito la Sicilia per settimane, hanno registrato temperature superiori ai 40 gradi centigradi. Un contesto in cui, in carceri sovraffollate, è certamente difficile accettare la vecchia definizione metaforica “al fresco”. Una situazione insostenibile, secondo molti, nelle carceri siciliane che non sono state risparmiate dal caldo torrido né dai blackout elettrici, come denunciato dal garante dei detenuti di Palermo, Pino Apprendi, la scorsa settimana per il Pagliarelli senza energia elettrica per parecchie ore. La crisi del sistema penitenziario tra sicurezza e funzione rieducativa - Secondo un’altra sigla sindacale della Polizia Penitenziaria, l’Osapp, “suicidi, aggressioni e omicidi in carcere sono le tre facce di un sistema alla completa deriva”. In un sistema carcerario con non può svolgere funzione rieducativa se rischia di aggredire i diritti inalienabili dell’uomo, lo Stato appare probabilmente solo punitivo e molto più distante dei capi di cosche pronti ad offrire aiuti alle famiglie e garanzie sul dopo pena. Garanzie credibili se in più certi capi dispongono anche di telefoni e libertà di agire e comandare squadre di criminali all’esterno come nel caso di Salvatore Verga - detenuto a Trani - e della ormai tristemente nota “Banda del Kalashnikov”. Il quadro generale della situazione, dentro e fuori degli istituti penitenziari, è allarmante ed in un intervento pubblico in cui il procuratore capo di Palermo Maurizio De Lucia ha dettagliato lo stato delle cose, giorni addietro, con riferimento alla questione carceraria ha anche affermato: “Noi paghiamo il fatto che le carceri non sono più sotto il controllo dello Stato”. Il dibattito politico sulle carceri in Sicilia - Affermazione che ha scatenato un intervento scomposto del Guardasigilli Carlo Nordio divenendo un caso nazionale, più politico che operativo. “Mentre la mafia nei quartieri popolari, a Palermo come nel resto della Sicilia, organizza nuove generazioni criminali sfruttando l’assenza sociale dello Stato e le carceri siciliane, che versano in condizioni inaccettabili sia per i detenuti che per gli agenti della Polizia Penitenziaria, finiscono nel caos, il governo risponde con un nuovo e brutale scontro frontale con la magistratura”. Questa dichiarazione è frutto di una presa di posizione congiunta delle forze del campo largo siciliano, firmata da all’unanimità dal coordinamento del tavolo regionale del centro sinistra composto da: Anthony Barbagallo, PD; Nuccio Di Paola, M5S; Pierpaolo Montalto e Fabio Giambrone, AVS; Ismaele La Vardera, Controcorrente; Palmira Mancuso, Più Europa; Fabrizio Micari, Italia Viva; Nino Oddo, PSI; Giuseppe Bruno, Più Uno; Carmelo Miceli e Antonio Ferrante, Progetto Civico; Giovanni Scicolone, Spazio Civico; Pippo Zappulla, Sinistra Futura; Miguel Donegani, Movimento PeR. Viterbo. Nel carcere dieci morti violente dal 2018, tra suicidi, omicidi e una tensione cronica di Dario Franchi civonline.it, 29 luglio 2026 C’è un numero che a Viterbo pesa più del cemento e del ferro delle mura di Mammagialla: dieci. Tanti sono i detenuti morti in modo violento dal 2018 nel carcere Nicandro Izzo: sette suicidi e tre omicidi. Un dato che da solo basterebbe a raccontare l’emergenza. Ma la vera misura della crisi sta forse altrove: nel fatto che il 2026, ancora non concluso, ha già concentrato in pochi mesi un omicidio, due suicidi e un tentato suicidio, oltre a incendi, risse, aggressioni e interventi d’urgenza per ripristinare ordine e sicurezza. Non sono episodi isolati, né semplici fiammate di cronaca. Sono tessere di uno stesso mosaico, quello di un istituto penitenziario che da tempo viene descritto come saturo, fragile, esposto a una pressione continua. Oggi il carcere di Viterbo ospita 676 persone a fronte di una capienza regolamentare di 440 posti. Significa un sovraccarico che, letto così, smette di essere una formula burocratica e diventa una condizione materiale: più persone, meno spazi, più attrito, meno margini. La scheda aggiornata al 22 luglio 2026 del Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Lazio fotografa inoltre un istituto complesso, con detenuti di media sicurezza, alta sicurezza, protetti e 41 bis, e segnala criticità che toccano il personale, la sanità interna, le attività e persino gli spazi sportivi, chiusi da gennaio 2024 per lavori di messa in sicurezza. Il 2026 di Mammagialla: un’escalation in pochi mesi - L’ultimo fronte di crisi si è aperto tra il 25 e il 26 luglio 2026, quando nella sezione precauzionale è divampato un incendio innescato, secondo le ricostruzioni diffuse nelle prime ore, dal rogo di alcuni materassi. Il bilancio è stato pesante: 23 intossicati, di cui 17 detenuti e 6 agenti di polizia penitenziaria, incluso il comandante intervenuto nei soccorsi. Nelle stesse ore un detenuto marocchino di 29 anni, Abdelkabirm Talha, si è tolto la vita in cella; subito dopo, un secondo ristretto ha tentato il suicidio ed è stato salvato. La sequenza degli eventi restituisce l’idea di una notte fuori controllo, in cui alla gestione dell’emergenza materiale si è sovrapposta quella, ancora più difficile da misurare, del collasso psicologico. Pochi giorni prima, il 16 luglio 2026, sempre dentro il Nicandro Izzo, un detenuto marocchino di 27 anni, indicato da più fonti come Mohamed Chaanoun o comunque come un giovane ristretto nordafricano, è stato ucciso nell’area passeggi durante una rissa tra gruppi contrapposti. ANSA parla di una violenta colluttazione tra nove detenuti, divisi in due fazioni, con l’uso di armi da taglio artigianali e un colpo mortale alla schiena. Il quotidiano del Ministero della Giustizia, gnewsonline, riferisce che, dopo il delitto, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ha inviato a Viterbo un contingente di oltre 150 unità per ristabilire l’ordine e sostenere gli accertamenti disposti dalla Procura di Viterbo. È un dettaglio decisivo: quando per riprendere il controllo di un carcere serve un rafforzamento straordinario di questa portata, significa che il problema non riguarda il solo episodio ma l’equilibrio complessivo della struttura. Il primo suicidio del 2026 che ha colpito l’istituto viterbese risale invece al 5 febbraio. Quel giorno Abdullah Atik, cittadino turco arrestato mesi prima nell’inchiesta che aveva acceso i riflettori sul possibile rischio attentato durante il trasporto della Macchina di Santa Rosa, è stato trovato impiccato nella sua cella. RaiNews colloca quell’evento dentro un quadro nazionale già allora allarmante e riporta, insieme alla notizia, cifre molto dure sulla situazione interna di Viterbo, segnalata da organizzazioni sindacali come pesantemente sovraffollata e sotto organico. Sette suicidi in otto anni: la linea nera che attraversa il carcere - Il conto dei suicidi, secondo la ricostruzione pubblicata da Tusciaweb il 29 luglio 2026, parte dai casi più recenti e torna indietro fino al 2018: oltre a Abdullah Atik e Abdelkabirm Talha, vengono ricordati il suicidio di un detenuto trentenne nella notte tra l’11 e il 12 dicembre 2025, quello del romeno Paul Badea, 51 anni, il 7 dicembre 2024, e quello di un altro trentenne nella sezione protetta nella notte tra il 17 e il 18 dicembre 2024. Nel 2024 si registrò anche un tentativo di suicidio sventato dalla polizia penitenziaria il 2 aprile. Ma è tornando al 2018 che la vicenda del carcere di Viterbo assume la sua dimensione più profonda e dolorosa. I nomi di Andrea Di Nino e Hassan Sharaf sono diventati, negli anni, molto più che semplici riferimenti giudiziari. Andrea Di Nino, detenuto romano di 36 anni, fu trovato morto il 21 maggio 2018 in una cella di isolamento. Sul suo caso oggi risultano riuniti in un unico procedimento due filoni per omicidio colposo, con imputati tra medici e un agente di polizia penitenziaria; nel processo figurano come responsabili civili anche la Asl e il Ministero della Giustizia. La famiglia non ha mai accettato la lettura di un gesto esclusivamente volontario, e la vicenda continua a produrre domande giudiziarie e pubbliche. Ancor più complesso è il caso di Hassan Sharaf, detenuto egiziano di 21 anni, che il 23 luglio 2018 tentò il suicidio in una cella di isolamento e morì in ospedale il 30 luglio dopo giorni di agonia. Il Garante del Lazio ha ricostruito come la Procura generale della Corte d’appello di Roma abbia ipotizzato, negli anni successivi, responsabilità per omicidio colposo in concorso, osservando che il giovane non avrebbe dovuto trovarsi in quel contesto detentivo e che, per le sue condizioni di fragilità, avrebbe richiesto un monitoraggio attento. Sempre il Garante ricorda che Hassan Sharaf aveva espresso paura per la propria incolumità. Nel 2026, sul fronte parallelo relativo alle omissioni d’ufficio, la Cassazione ha annullato con rinvio la condanna dell’ex direttore Pierpaolo D’Andria, mentre è proseguito il procedimento per omicidio colposo nei confronti di altri imputati. È una storia che continua a interrogare il sistema, ben oltre il perimetro viterbese. I tre omicidi dal 2018: celle e cortili trasformati in scene del crimine - Alla lunga scia dei suicidi si somma quella degli omicidi. Il primo, in questa conta, è quello di Giovanni Delfino, detenuto viterbese di 61 anni, ucciso il 29 marzo 2019 dal compagno di cella Khajan Singh, poi condannato in via definitiva a 12 anni. Su quella morte è arrivato anche un pronunciamento civile di enorme peso: nel dicembre 2025 il Tribunale civile di Roma ha condannato il Ministero della Giustizia a risarcire la famiglia di Giovanni Delfino con circa 1,3 milioni di euro, rilevando una “negligente trascuratezza” nella gestione della sicurezza. È un passaggio importante, perché attribuisce alla dimensione organizzativa del carcere una responsabilità concreta e non astratta. Il secondo omicidio è quello di Alessandro Salvaggio, detenuto siciliano di 49 anni, strangolato dal compagno di cella Iliyanov Krasimir Tsvetkov la sera del 19 dicembre 2023. Nel giugno 2025 il responsabile è stato condannato a 13 anni di reclusione. La terza morte violenta è appunto quella del luglio 2026, maturata non in una cella ma all’aperto, nell’ora d’aria, e dunque sotto una dinamica diversa: meno la tragedia chiusa di uno spazio condiviso e più l’esplosione di un conflitto tra gruppi. In entrambi i casi, però, il punto resta lo stesso: la difficoltà di prevenire la violenza prima che diventi irreparabile. Non solo morti: risse, aggressioni, incendi e traffici illeciti - Ridurre la crisi di Mammagialla al tragico elenco dei decessi sarebbe persino fuorviante. Perché accanto alle morti c’è una quotidianità attraversata da tensioni continue. La ricostruzione di Tusciaweb ricorda, per esempio, le maxirisse del 2014, del 2016 e del 2019, con detenuti feriti, ricoveri ospedalieri e processi poi finiti in prescrizione o con derubricazioni. Sono episodi che parlano di una violenza carsica, periodica, capace di riemergere in forme diverse nel corso degli anni. Nel 2026 il quadro non appare meno teso. L’8 aprile, secondo RaiNews, un detenuto ha aggredito un sovrintendente della sorveglianza generale, ferendolo in modo da richiedere 25 giorni di prognosi. Nello stesso servizio vengono riportati dati sindacali su una carenza significativa di personale: a fronte di un organico teorico di 330 unità, quello effettivamente disponibile si fermerebbe a 284, con una mancanza stimata di circa 70 agenti. La scheda del Garante del Lazio, aggiornata poche settimane dopo, fotografa a sua volta un reparto di polizia penitenziaria con 343 unità previste, 298 amministrate e appena 254 operative, aggiungendo che la scarsità di personale determina disagi quotidiani fino alla chiusura di attività scolastiche, formative, lavorative e di culto. Il 12 luglio 2026 è emerso un altro elemento rivelatore: la polizia penitenziaria ha sventato un tentativo di introdurre nel carcere droga e telefoni cellulari usando un drone, decollato verosimilmente da una zona vicina al perimetro. Non è un dettaglio folkloristico né tecnologico: è il segnale di quanto il carcere resti permeabile alle reti criminali esterne e ai circuiti illeciti che alimentano tensioni, ricatti, rapporti di forza. In un contesto già gravato da sovraffollamento e fragilità interne, anche questo diventa un fattore di instabilità. Il contesto nazionale: più affollamento, più chiusura, più rischio - Il caso Viterbo non nasce nel vuoto. Antigone, nel suo XXII Rapporto presentato il 19 maggio 2026, descrive un sistema penitenziario italiano con 64.436 detenuti a fronte di 51.265 posti regolamentari e appena 46.318 realmente disponibili, per un tasso reale di sovraffollamento del 139,1%. Secondo l’associazione, sono 73 gli istituti con affollamento pari o superiore al 150%, mentre solo 22 non risultano sovraffollati. Lo stesso rapporto insiste su un punto spesso rimosso nel dibattito pubblico: un carcere più chiuso e più affollato non produce automaticamente più sicurezza, ma può al contrario moltiplicare tensioni, marginalità e recidiva. Sempre Antigone, in un dossier dedicato a suicidi e decessi, e RaiNews rilanciano l’allarme sui gesti autolesivi in carcere a livello nazionale: a maggio i suicidi del 2026 erano già 24; a metà luglio il Garante nazionale veniva citato da ANSA per una conta salita a 46. I numeri cambiano con il passare delle settimane, ma il senso resta identico: quello del suicidio in carcere è un indicatore drammatico e strutturale, non la somma casuale di casi individuali. E quando un istituto come Viterbo accumula, in otto anni, sette suicidi e tre omicidi, il problema non può più essere confinato alla cronaca locale. La domanda che resta aperta - Mammagialla continua a essere raccontata soprattutto nei giorni delle tragedie: quando c’è un corpo in una cella, un incendio da domare, una rissa da spezzare, un elicottero informativo che si alza sopra il carcere. Ma i dati raccolti nelle fonti consultate dicono altro: raccontano una crisi che non esplode all’improvviso, bensì si sedimenta. Sovraffollamento, personale insufficiente, sanità interna giudicata inadeguata in alcuni suoi snodi, campi sportivi chiusi, attività che saltano, conflitti etnici o tra gruppi, vulnerabilità psichiche non sempre intercettate in tempo. È da qui che si forma il terreno su cui poi maturano le emergenze. Per questo la lunga scia di morti nel carcere di Viterbo non riguarda solo le responsabilità penali, che spettano ai magistrati accertare caso per caso. Riguarda la tenuta di un’istituzione pubblica e la sua capacità di custodire senza abbandonare, controllare senza implodere, prevenire prima di contare i danni. Nel lessico penitenziario italiano si usano spesso parole come ordine, sicurezza, trattamento. A Mammagialla, oggi, sembrano tutte parole ancora da riconquistare. Sassari. Appello di 5 associazioni per un detenuto palestinese: “Sta male e non può curarsi” La Nuova Sardegna, 29 luglio 2026 Al-Bustanji Riyad è stato arrestato a dicembre su ordine della procura di Genova con l’accusa di aver raccolto fondi per finanziare Hamas. Cinque associazioni sarde lanciano l’allarme per le condizioni di Al-Bustanji Riyad Abdelrahim Jaber, detenuto nel carcere di Bancali nel settore di Alta Sicurezza 2 con l’accusa di aver organizzato insieme ad altre 8 persone una rete dedicata al finanziamento delle attività di Hamas. L’appello firmato da Culleziu contra a la Gherra, Giovani Palestinesi Sardegna, Amicizia Sardegna-Palestina, Associazione dei Palestinesi in Italia, Unigcom e Unica per la Palestina respinge le accuse formulate a dicembre dalla procura di Genova nei confronti dell’imam 60enne, palestinese di nazionalità giordana, e riporta le preoccupazioni dei famigliari contenute in una lettera inviata agli avvocati del detenuto. I famigliari raccontano che Al-Bustanji “soffre di frequenti crisi diabetiche, e non riceve tempestivamente il cibo o i farmaci necessari, nonostante la sua condizione clinica non consenta alcun ritardo o omissione nelle cure” e che il 60enne non starebbe ricevendo cure per le patologie alla prostata di cui soffre. Nella lettera si fa riferimento anche alle altissime temperature all’interno del carcere di Bancali e al taglio delle occasioni di comunicazione del detenuto con i suoi famigliari. “Chiediamo alla politica sarda, alla garante dei detenuti della Sardegna Irene Testa, alle istituzioni giudiziarie che vengano accertate le condizioni di Riyad Al-Bustanji e che vengano migliorate immediatamente” si conclude la lettera. Bologna. Sos carcere, la Regione scrive a Nordio Il Resto del Carlino, 29 luglio 2026 “Siano programmati, finanziati e realizzati con urgenza gli interventi strutturali necessari sulla rete idrica della casa circondariale di Bologna, superando soluzioni temporanee che non possono rispondere in modo adeguato a una problematica ormai ricorrente”, a maggior ragione col gran caldo di questo periodo. È inoltre necessario effettuare “una ricognizione complessiva delle condizioni strutturali e impiantistiche dell’istituto, individuando tempi certi e risorse adeguate per la messa in sicurezza e il ripristino degli spazi maggiormente compromessi”. Lo scrive l’assessora al Welfare della Regione Emilia-Romagna, Isabella Conti, in una lettera al ministro della Giustizia Carlo Nordio e al capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Stefano Carmine De Michele, a proposito dei problemi del carcere bolognese della Dozza. Riprendendo il comunicato a tema diffuso il 22 luglio dalla Camera penale, Conti ricorda allo Stato che “garantire condizioni dignitose di detenzione, tutela della salute e reali opportunità di reinserimento è un preciso dovere delle istituzioni e una condizione necessaria per rendere la pena efficace e contribuire alla sicurezza dell’intera comunità”. Per la Regione, inoltre, non è più rinviabile “un intervento sulle carenze di organico del personale penitenziario e delle altre figure professionali necessarie al corretto funzionamento dell’istituto”, insieme alla definizione di un piano strutturale per affrontare il sovraffollamento, “rafforzando ulteriormente l’accesso alle misure alternative e i percorsi di accompagnamento verso il fine pena”. Arezzo. Il carcere con le celle off limits. Il paradosso del San Benedetto di Jessica Quilici La Nazione, 29 luglio 2026 I posti su carta sarebbero 108, ma 86 non sono disponibili: così i 41 detenuti attuali, vivono in uno spazio calcolato - secondo i parametri del ministero - per 22 persone. È una storia piuttosto inusuale quella che arriva dal San Benedetto, e che ha spinto anche i consiglieri comunali della Lega Cristina Ceccarelli e Francesco Campa a chiedere un intervento del Garante dei detenuti regionale Giuseppe Fanfani - insieme alla referente locale Sandra Rogialli - a palazzo Cavallo. Rispetto ad altre strutture, infatti, secondo quanto riportato anche dall’associazione Antigone, il carcere cittadino non presenta particolari criticità legate al sovraffollamento o alle condizioni igienico-sanitarie, quanto piuttosto all’architettura e nella fattispecie alla dimensione delle porte. Un unicum in Toscana - ma non solo - visto e considerati i lavori di ristrutturazione partiti ormai sedici anni fa nell’ala. Chiusa, però, perché gli ingressi alle celle non rispettano gli standard. “San Benedetto ha tutte le potenzialità per essere tra i migliori istituti della regione - ricorda Fanfani, dando la piena disponibilità per un’audizione -. È ben inserito nel tessuto urbano, è a misura d’uomo e presenta un rapporto diretto tra operatori e detenuti che favorisce il reinserimento. È un modello da tutelare. Proprio per questo è inaccettabile il paradosso che lo affligge. I lavori di ampliamento, destinati ad accogliere un centinaio di detenuti, si trascinano da quindici anni. La sezione ristrutturata resta chiusa dopo che, spesi milioni di euro, ci si è accorti che le porte erano troppo strette. Il cantiere è fermo da anni, senza una nuova progettazione né una data di ripresa”. Nel frattempo, dunque, anche un carcere “modello” rispetto a un Sollicciano, lotta con una carenza di spazi (agibili) e allo stesso tempo finisce con il gravare sugli istituti vicini, nonostante una potenzialità enorme per il quieto (e agevole) vivere di tutti, personale incluso. “Uno spreco di risorse pubbliche sul quale ho già annunciato di voler investire il ministero della giustizia e la Corte dei conti”, prosegue Fanfani, invitando tutte le forze politiche a un’azione congiunta. “Comune, Regione, parlamentari del territorio, maggioranza e opposizione devono fare tutti insieme pressione sul ministero della giustizia e sull’amministrazione penitenziaria perché, dopo anni di attesa, la questione venga finalmente risolta, completando i lavori e restituendo alla città un istituto pienamente funzionante - conclude -. Chi oggi ha responsabilità di governo, a livello locale e nazionale, dispone dei canali più diretti per ottenere risposte. La recente interrogazione parlamentare dell’onorevole Nisini è un primo passo e mi auguro riceva presto riscontri puntuali. La città merita risposte. Ed è vero, le meritano prima di tutti le persone detenute e quanti nel carcere lavorano ogni giorno con dedizione”. Cagliari. Nel carcere di Uta le persone detenute soffrono sovraffollamento e sanità insufficiente di Roberto Pili manifestosardo.org, 29 luglio 2026 Una delegazione composta da Nessuno Tocchi Caino, Camere Penali di Cagliari, Diritti Detenuti e Associazione Tonino Pascali-Sardegna Radicale ha visitato ieri la Casa circondariale di Uta, incontrando il direttore reggente Pietro Borruto, il comandante della Polizia penitenziaria Alessandro Caria e il capo area Claudio Caria. Nell’istituto sono presenti 753 detenuti a fronte di 561 posti regolamentari, un tasso di affollamento del 134,2% con 192 persone oltre capienza, aggravato da quattro camere inagibili che sottraggono ulteriori 12 posti. Delle 753 persone recluse, 553 sono italiane e 200 straniere, e almeno il 20,6% non ha ancora ricevuto una condanna definitiva. La funzione rieducativa della pena, prevista dall’articolo 27 della Costituzione, resta un principio più enunciato che praticato: deve tradursi concretamente nella possibilità di studiare, lavorare, curarsi e mantenere legami familiari. A distanza di sette mesi dalla visita del 31 dicembre 2025, le criticità sul diritto allo studio restano irrisolte: dei cinque computer consegnati all’istituto nessuno è stato attivato, e il sistema Citrix, previsto dallo Stato per lezioni a distanza ed esami da remoto, non è mai entrato in funzione. Gli studenti sono scesi da otto a soli due, senza che sia stato possibile chiarire la sorte degli altri sei, mentre i detenuti restano privi persino della possibilità di ricevere e-mail, con ulteriori ostacoli ai rapporti con docenti e familiari. Esistono esperienze positive che dimostrano la possibilità concreta di reinserimento: 212 detenuti sono impiegati in lavori interni (lavanderia, falegnameria, rigenerazione modem con Tiscali), due lavorano da McDonald’s e altri percorsi coinvolgono Domus de Luna e Seconda Chance. Restano tuttavia numeri marginali rispetto alla popolazione complessiva: semilibertà e articolo 21 riguardano appena il 3,1% dei detenuti, a conferma che la funzione rieducativa non può essere affidata solo alla buona volontà di associazioni e imprese, ma richiede investimenti pubblici stabili. La situazione sanitaria è definita gravissima: tra il 70% e l’80% della popolazione presenta problematiche psichiatriche, con soli due psichiatri disponibili e due suicidi nell’ultimo anno. Di notte e nei festivi un solo medico di guardia deve assistere tutti i 753 detenuti, mentre gli infermieri sono 23 contro i 36 necessari (scopertura del 36,1%) e mancano del tutto oculista, otorino e fisiatra. Anche la Polizia penitenziaria è sotto organico, con 326 unità su 428 necessarie (-23,8%). Il caso più drammatico riguarda un uomo di 89 anni, detenuto da 44, affetto da grave patologia oncologica, diabete di tipo 1, sordità e forte compromissione della vista: le sue condizioni impongono una valutazione immediata della compatibilità con la detenzione, perché a quell’età, con un quadro clinico così compromesso, il carcere rischia di trasformarsi in mera amministrazione della sofferenza. La delegazione ha inoltre incontrato un detenuto costretto a ripetere due volte lo stesso percorso medico per un’ernia peggiorata a causa di trasferimenti tra istituti, e un detenuto psichiatrico che da venti giorni non può parlare con i familiari per lungaggini burocratiche. Preoccupa anche l’apertura della nuova sezione 41-bis, che avrà capienza per 91 detenuti ma richiederà un presidio sanitario autonomo (almeno cinque-sei medici di guardia aggiuntivi, otto infermieri, doppia dotazione di attrezzature) oggi non disponibile. Il reparto ospedaliero del Santissima Trinità, che dovrebbe supportare anche questa esigenza, non è mai stato attivato per mancanza di bando e di personale ASL, con apertura prevista non prima del 2027; le associazioni chiedono che l’apertura del 41-bis sia subordinata alla reale disponibilità di risorse sanitarie, senza sottrarne agli altri detenuti. L’Associazione Tonino Pascali-Sardegna Radicale chiede l’immediata attivazione dei cinque computer e del sistema Citrix, la possibilità di comunicazioni via e-mail tramite il servizio gratuito di Movimento Italiano Diritti Detenuti, il potenziamento di tutor e offerta scolastica, il rafforzamento dei percorsi lavorativi e l’aumento di personale educativo, sanitario e di polizia penitenziaria, con un intervento della Regione Sardegna. Una pena che non garantisce studio, lavoro, salute e relazioni familiari non è rieducativa, ma solo tempo sottratto alla vita: e uno Stato che lascia spenti i computer destinati allo studio, mentre pretende di rieducare, contraddice nei fatti la propria Costituzione. “Sicurezza” non era solo ordine e polizia. Così è stata distorta una bella parola di Christian Raimo Il Domani, 29 luglio 2026 Negli anni Novanta Rudolph Giuliani fa di New York la vetrina mondiale della cosiddetta tolleranza zero, mentre gli Stati Uniti costruiscono il più grande sistema carcerario della storia. Loïc Wacquant parla di passaggio dallo Stato sociale allo Stato penale: il carcere come gestione della marginalità prodotta dallo smantellamento del welfare; Jonathan Simon di governare con il crimine, la paura come principio ordinatore della politica. Vi fischiano le orecchie? Qualche tempo fa ero stato coinvolto da alcuni studenti nell’organizzare un dibattito su “la scuola come spazio sicuro”. I ragazzi intendevano ragionare sulla possibilità di sentirsi al sicuro nei loro contesti: poter parlare esponendosi, senza sentirsi giudicati o aggrediti. Ma il termine “sicurezza” era ambiguo: evocava invece, per molti, controllo, telecamere, disciplina se non repressione. Oggi nel discorso pubblico abbiamo lo stesso problema: un’identificazione tra sicurezza e ordine poliziesco che è il risultato di una battaglia semantica durata decenni, di uno slittamento che ha svuotato la parola di alcuni significati per riempirla di altri. Perché un concetto che per gran parte del Novecento indicava soprattutto protezione sociale - lavoro, previdenza - è diventato il nome di un dispositivo penale? Senza più limiti. Se la destra soffre lo Stato di diritto Dalle origini Securitas, in latino, viene da sine cura: senza preoccupazione. Per Cicerone e Seneca è anzitutto una condizione dell’animo; con l’età imperiale diventa un attributo politico, la securitas publica che l’imperatore garantisce ai sudditi compare sulle monete come una dea: appoggiata a una colonna o a un altare, sembra proprio una ragazza senza preoccupazioni di sorta. Il termine è sempre oscillato tra due poli: soggettivo (sentirsi al sicuro) e oggettivo (essere messi al sicuro dal potere). Ma la vera centralità politica l’abbiamo con il Leviatano (1651) di Hobbes, che fonda il contratto sociale proprio sullo scambio tra obbedienza e protezione: gli uomini escono dalla guerra di tutti contro tutti cedendo la libertà naturale a un sovrano che garantisce loro la vita. The safety of the people è il fine dello Stato, la sua ragion d’essere. È un’intuizione che attraversa tutta la modernità e che fautori e critici del securitarismo evocheranno in positivo o in negativo, dimenticando quanto fossero deboli le sovranità statali allora, tra guerre dei trent’anni e pestilenze. Dovremmo almeno recuperare il dibattito illuministico - Montesquieu che definisce la libertà politica come “quella tranquillità di spirito che proviene dall’opinione che ciascuno ha della propria sicurezza” - per seguire la linea che porta al garantismo liberale, all’habeas corpus, ai diritti dell’imputato. Quel respiro che manca nell’aria mefitica del dibattito attuale. Insieme si sviluppa, con la scienza di polizia tedesca e francese, l’idea di un’amministrazione capillare della vita collettiva. Michel Foucault individuerà proprio qui la nascita dei dispositivi di sicurezza: non più la legge che vieta, ma un potere che governa (leggi: controlla) la popolazione calcolando i rischi. La sicurezza come tecnologia di governo, non come risposta al crimine: ecco la matrice fondamentale della critica al securitarismo. Passerella in Val di Susa e attacchi a Schlein. Sulla sicurezza la propaganda infinita di Meloni Fino al Novecento Il Novecento conosce anche un’altra storia della sicurezza che oggi tendiamo a dimenticare. Tra le due guerra sicurezza comincia a significare sicurezza sociale. Il rapporto Beveridge del 1942 progetta il welfare state britannico, promette di liberare i cittadini dai “cinque giganti”: bisogno, malattia, ignoranza, squallore, ozio forzato. Roosevelt aveva già varato nel 1935 il Social Security Act. La Costituzione del 1948 pratica la sicurezza in questo senso - lavoro, previdenza, tutela della salute (articoli 4, 38 e 32) - e compare come limite alle libertà o all’impresa (articoli 16, 17 e 41). Per i gloriosi trent’anni del dopoguerra essere al sicuro significa soprattutto non essere esposti alla disoccupazione, alla malattia, alla vecchiaia senza pensione. Robert Castel, in L’insicurezza sociale (2003), ricostruisce questa parabola: le società moderne sono le più protette della storia proprio grazie allo Stato sociale, eppure sono quelle che si sentono più insicure. Questa cavolo di percezione della sicurezza! In Italia nel dopoguerra non si parla di sicurezza ma di ordine pubblico: il lessico dello Stato liberale e poi fascista, ereditato dal Testo unico del 1931 mai integralmente abrogato. Si tratta di sottomettere le rivolte delle classi subalterne, operai e braccianti, come nell’Ottocento: ordine pubblico e sicurezza sono già eufemismi per repressione. Gli anni Settanta portano la prima grande torsione: di fronte al terrorismo, lo Stato risponde con la legislazione d’emergenza. Il dibattito di allora - tra chi difende l’emergenza come male necessario e chi, i garantisti seri (per es. Ferrajoli), denuncia un “diritto penale del nemico” destinato a sopravvivere all’emergenza - anticipa tutti i successivi. Al referendum del 1978 sulla legge Reale il Pci di Berlinguer difende la legge in nome della fermezza (sic!): stretta tra tradizione garantista e ragion di Stato, la sinistra storica sceglie la seconda e amen. E poi c’è la svolta punitiva, dal famoso articolo di Wilson e Kelling del 1982 sulle Broken Windows: la teoria delle finestre rotte sostiene che il disordine minore (vetri infranti, graffiti, accattonaggio, il famoso degrado…) se tollerato genera una spirale che sfocia nella criminalità grave. Teoria scientificamente fragilissima, ma politicamente irresistibile: offre una spiegazione semplice e un colpevole visibile, non le cause sociali del crimine ma i comportamenti dei poveri. Negli anni Novanta Rudolph Giuliani fa di New York la vetrina mondiale della cosiddetta tolleranza zero, mentre gli Stati Uniti costruiscono il più grande sistema carcerario della storia: dal 1975 al 2000 la popolazione detenuta quintuplica, con una sproporzione razziale smisurata. Loïc Wacquant parla di passaggio dallo Stato sociale allo Stato penale: il carcere come gestione della marginalità prodotta dallo smantellamento del welfare; Jonathan Simon di governare con il crimine, la paura come principio ordinatore della politica. Vi fischiano le orecchie? Meloni criminalizza i minori. “Imputabili anche a 14 anni” Modello Italia È il modello che l’Italia importa negli anni Novanta, quando la sicurezza nasce come tema politico autonomo e si parla di “sicurezza urbana”: questione locale, di nuovo percepita, fatta di degrado e stranieri, inventata dalla Lega, dai sindaci, dai comitati di quartiere e dai panici morali dei media (albanesi, lavavetri, zingari, sostituibili all’infinito: oggi i “maranza”), ma anche dalla sinistra (che già allora si accoda), tra il laboratorio Città sicure e la Turco-Napolitano che con i Cpt inventa la detenzione amministrativa degli stranieri, poi completata dalla Bossi-Fini. Il precipitato arriva nel 2007: dopo l’omicidio di Giovanna Reggiani a Tor di Quinto, Walter Veltroni dichiara che “prima dell’ingresso della Romania nell’Ue, Roma era la città più sicura del mondo” e chiede di poter espellere i comunitari (“non si può aprire i boccaporti”, già!); il governo Prodi vara in poche ore un decreto espulsioni e è subito rincorsa - la sicurezza “né di destra né di sinistra”, i sindaci sceriffi - che non evita la sconfitta del 2008 (nemmeno a Roma! memo!) e apre al pacchetto Maroni: reato di clandestinità, ronde, militari in strada ancora oggi. Seguono il daspo urbano e il “decoro” di Minniti, i porti chiusi di Salvini, e il panpenalismo del governo Meloni: dall’anti-rave a Cutro e Caivano alla legge 80/2025 che punisce la resistenza passiva, fino ai pacchetti del 2026, con fermo preventivo ai cortei e zone rosse, e al ddl di luglio sulla violenza di gruppo minorile: sei provvedimenti in quattro anni in uno dei paesi più sicuri del mondo. Nel frattempo le carceri sono l’inferno in terra. Eppure esiste per fortuna un controcanto che prova a riprendersi la parola: negli ultimi anni è stato soprattutto il femminismo e il nuovo sindacalismo: chi ha voluto non farsi coinvolgere dalla retorica securitaria di fronte ai casi di femminicidio o di morti sul lavoro, le vere emergenze sociali. La violenza abita le case e non le stazioni, la vera insicurezza sono i mille morti sul lavoro l’anno. Occorre difendere, proprio per sentirsi al sicuro, il diritto di manifestare attaccato sempre di più (Divieto di protestare di Annalisa Camilli, Einaudi 2026). Perché sicuro è chi ha un lavoro che non uccide, una casa da cui non può essere sfrattato, una biblioteca aperta la sera. Visto che “sicurezza” ha già cambiato significato infinite volte nel corso dei secoli, nulla vieta che lo cambi ancora. *Scrittore e traduttore Più sicurezza, più reati, più paura: la strategia del centrodestra per vincere le prossime elezioni di Paolo Delgado Il Dubbio, 29 luglio 2026 Il piatto piange. Versa lacrime amare sul taglio delle accise. Senza miracoli che non sembrano alle viste piangerà allo stesso modo o peggio con la finanziaria che avrebbe dovuto essere elettorale in sogni che sembrano oggi miraggi. Si spiega anche così l’ossessionante campagna della destra sulla sicurezza: è un riparo sicuro, propaganda facile e solitamente di garantito effetto. I sondaggi confermano: sale come al solito Vannacci ma recuperano sulle settimane precedenti anche FdI e Lega. La cronaca, certo, si è prestata ma si può scommettere che la campagna proseguirà martellante anche a prescindere dagli appigli offerti dagli eventi quotidiani. Le ipotesi di nuovi provvedimenti che circolano sono a volte surreali, a volte inquietanti. La Lega insiste col suo cavallo di battaglia, la “cauzione” a carico di chi organizza manifestazioni, e ne ha aggiunto un altro, l’introduzione di una fattispecie di reato definita “terrorismo di piazza”. FdI, più realistica, propone una norma meno fragorosa ma più subdola: l’estensione del reato associativo anche ad “associazioni non stabili o gerarchicamente organizzate”. Traduce la capogruppo di FdI nella commissione Giustizia della Camera: va penalizzato il vincolo associativo “occasionale”. In una manifestazione nella quale si consumano violenze o devastazioni tutti i presenti sarebbero pertanto imputabili di “associazione a delinquere”. La legislatura è agli sgoccioli. La legge di bilancio e la riforma elettorale occuperanno per intero le energie dei parlamentari. I ddl in questione, a meno che non si trasformino in decreti ed è improbabile, non arriveranno mai all’approdo. Non in questa legislatura almeno. Ma non è questo l’importante. L’obiettivo non è tanto varare nuove leggi che poi, nella pratica, incidono ben poco come proprio gli scontri di Bologna e della Val Susa dimostrano. È piuttosto mettere in campo uno spettro che, solo a essere evocato, può convogliare verso destra una porzione significativa dell’elettorato. Ha un nome preciso e temuto: “Terrorismo”. Dopo il sabato di fuoco nel cantiere di Chiomonte quella definizione ha rimbalzato per due giorni da una dichiarazione fiammeggiante all’altra. La hanno adoperata tutti, in FdI, nella Lega e anche nella “moderata” Fi. A criticarla apertamente si rischia l’accusa di complicità con le violenze, anzi se ne ha la certezza. Però non si tratta affatto di assolvere violenze inaccettabili o di limitare la condanna ma di restituire alle definizioni il loro significato, anche perché fenomeni diversi come la contestazione violenta e il terrorismo richiedono metodi e strumenti diversi per essere fronteggiati. Montare l’emergenza sicurezza garantisce poi alla maggioranza due ulteriori vantaggi. Mette in difficoltà l’opposizione, costretta a balbettare. La condanna delle devastazioni non è in discussione e infatti non c’è forza del Campo Largo che non la abbia espressa. Ma è altrettanto vero che considerare il movimento No Tav o i centri sociali bolognesi ugualmente distanti da Lega e FdI da un lato e da Avs, 5S e aree dello stesso Pd dall’altro sarebbe bugiardo. Il Campo inoltre deve fare i conti con una parte del suo elettorato che considererebbe imperdonabile uno schieramento a favore della linea durissima ed è quindi costretto a balbettare. Quando Elly Schlein invoca “la prevenzione” non solo in termini di intelligence ma anche di strutture sociali è difficile non ricordre che il terrorista fai da te che si è lanciato sul gay pride a berlino era appunto impegnato in percorso “preventivo di “deradicalizzazione”. Last but not least, la crociata sulla sicurezza offre un terreno comune a un centrodestra che non era mai stato così diviso e lacerato su una moltitudine di fronti: dal riarmo alla legge elettorale, dalle intercettazioni al braccio di ferro sul reperimento delle scarse risorse per alleviare gli effetti della crisi energetica. Sicurezza e Immigrazione, territori continui e troppo spesso sovrapposti restituiscono l’immagine unitaria necessaria per l’imminente campagna elettorale. E non è un segreto che la sconfitta referendaria sulla separazione delle carriere abbia lacerato ancora di più una maggioranza che sul tema del garantismo è più disunita di quanto abbia cercato di far apparire. Non è una strategia solo italiana e neppure circoscritta alle forze di destra. Negli Usa Trump decide che il nemico principale è il comunismo e Mario Rubio convoca vertici internazionali sulla minaccia proprio del “terrorismo rosso”. In Germania, dopo l’attentato al Gay Pride, il potavoce della Cdu al Bundestag Alexander Throm dichiara che d’ora in poi “in caso di dubbio la priorità dovrà essere la sicurezza della popolazione, non quella dell’imputato”. Almeno in Europa il gioco è però pericoloso: rischia di scatenare correnti che nemmeno chi le evoca potrà poi governare e che potrebbero spostare gli equilibri politici molto più a destra di quanto la stessa Giorgia Meloni si auguri. Stanno così a sinistra della sinistra che lavorano solo per la destra di Daria Bignardi Vanity Fair, 29 luglio 2026 Si definiscono “antagonisti”, ma finiscono per esserlo quasi esclusivamente contro i partiti di opposizione che, puntualmente, mettono nei guai. Succede da anni. È successo a Bologna, dopo la morte di Abderrahim Fakir. Bastava discutere di un fermo di polizia finito in tragedia. Bastava chiedere chiarezza. Bastava pretendere giustizia. In poche ore sono arrivati i cassonetti incendiati, le vetrine sfondate, gli scontri con la polizia. Fine del dibattito. Sulle televisioni non c’era più Fakir. C’erano soltanto le fiamme. È successo di nuovo in Val di Susa. Il movimento No Tav porta con sé da 30 anni una discussione vera, condivisibile o no, sui costi, sull’ambiente, sul modello di sviluppo. Poi arrivano gli incappucciati (questa volta anche dalla Francia), i razzi, le pietre, i gipponi incendiati, decine di agenti feriti. E il giorno dopo nessuno parla più del Tav. Si parla dei violenti. Della guerriglia. Si invoca ordine pubblico e si accendono i riflettori della propaganda. Il governo dice: “Ecco i frutti violenti della sinistra, non ci piegheremo!”. La sinistra prova sempre a dissociarsi, ma non ci riesce mai del tutto perché troppo spesso i suoi cortei iniziano bene e finiscono male. Gli antagonisti fanno il loro mestiere. Cercano lo scontro. Lo ottengono. Lo considerano una vittoria politica. La destra fa il suo: aspetta che la guerriglia allaghi tv e social. Quando arrivano i fumogeni, partono le conferenze stampa. Quando si accendono le molotov, spuntano le accuse alla sinistra, e ricompaiono i decreti sicurezza. Ogni scontro diventa la prova che servono più pene, più carcere, più repressione, più emergenza. In mezzo resta la sinistra. Che ogni volta condanna, spiega che i guerrieri di strada non la rappresentano. Ma lo fa sempre con il fiatone. Possibile che nessuno in piazza sia capace di impedire che cento professionisti del disordine sequestrino il corteo di 10 mila persone pacifiche? Possibile che chi organizza la manifestazione non riesca a isolare le falangi che arrivano solo per incendiare e distruggere, regalando una settimana di propaganda agli avversari? Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Perdono i manifestanti che volevano soltanto protestare. Perdono gli agenti che tornano a casa feriti. Perdono le città devastate. Perde perfino la causa che si voleva difendere. Vincono soltanto le due parti in tragedia. Quella della guerriglia permanente e quella dell’ordine permanente. Si alimentano a vicenda come due incendi che si scambiano il vento. Alla sinistra democratica tocca pagare il conto di una violenza che non riesce a isolare ed espellere. Una incapacità che diventa la sua responsabilità politica più grave. Perché finché gli antagonisti continueranno a marciare dentro i suoi cortei, saranno loro a decidere il finale della manifestazione. E quel finale, ormai da anni, è sempre lo stesso: meno ragioni, più sirene. Meno politica, più ordine pubblico. Meno opposizione, più destra. Minori. La punizione non riduce la violenza né il rischio di recidive di Cristiano Curto* Il Manifesto, 29 luglio 2026 Esiste un tema adolescenza che il mondo degli adulti sta trascurando. Ed è vero che sono in aumento gli adolescenti disregolati e i comportamenti violenti, anche di gruppo. Il rapporto Espad Italia (2024) ha riportato dati inquietanti: quasi il 40% degli studenti delle scuole superiori ha dichiarato di aver partecipato a zuffe o risse; il 12% del campione ha preso parte a episodi di violenza di gruppo; cresce la violenza tra le ragazze. Condotte spesso associate ad altri fattori di rischio, come il ricorso a sostanze psicoattive e l’uso eccessivo di internet. Un malessere che risulta correlato a relazioni conflittuali con i genitori e a una scarsa soddisfazione nei rapporti. Anche i dati epidemiologici ci segnalano, già prima del Covid, un aumento significativo della sofferenza degli adolescenti, che si esprime, non solo in un incremento drastico degli accessi ai PS e dei ricoveri ma anche attraverso quadri sintomatici sempre più complessi e ad esordio precoce. Una vera e propria “pandemia psichiatrica” rispetto alla quale alcuni studi hanno riscontrato una correlazione temporale con l’uscita dei primi smartphone e l’uso/abuso di social media. A partire da ciò, Agippsa (associazione di 15 gruppi italiani che si occupano di adolescenza) ha recentemente redatto un “Manifesto psicoanalitico dell’adolescenza. Il diritto di crescere” con l’obiettivo di informare e promuovere una revisione sul piano sociale e culturale delle nostre idee e del nostro sistema di valori. Evidentemente però è necessario ribadire che non abbiamo bisogno di una cultura repressiva, che non ha mai prodotto risultati. Non servono nuove carceri, espressione propagandistica di chi non riesce a guardare all’origine dei problemi e a farsene carico. Il richiamo non vuole essere puramente astratto o ideologico quanto, piuttosto, fare riferimento ad una dinamica specifica che caratterizza la mente adolescente. La possibilità di investire sull’oggetto culturale favorisce processi sublimatori di cui l’adolescente ha estremo bisogno per gestire l’energia in eccesso, spesso all’origine di un atto violento. Dovremmo chiederci come aiutare gli adolescenti di oggi ad abbandonare la ricerca di soddisfazione immediata dei propri impulsi, portata all’eccesso dalla pubertà e incoraggiata dalla cultura dominante. Come allenare i nostri figli a tollerare le frustrazioni, necessarie per l’instaurarsi di un adeguato rapporto con la realtà? Servono altri modi di pensare e modelli culturali integrativi capaci di sostituire all’edonismo e al primato dell’individualità, alla spinta al successo e al modello prestazionale, la possibilità di recuperare il valore dell’unicità e il confronto con le differenze, di sostenere l’incontro con le proprie fragilità. Considerare l’adolescente come un individuo maturo è un ossimoro. L’adolescente (dal latino adolescens, colui che sta crescendo) per definizione sta attraversando una fase di vita complessa, legata alla metamorfosi pubertaria, che lo impegna ad affrontare compiti evolutivi e i conflitti connessi, a superare l’onnipotenza infantile, accettando la finitudine e il senso del limite, e ad appropriarsi degli aspetti legati alla sessualizzazione. Tutto concorre a renderlo estremamente vulnerabile, altalenante sul piano dell’umore e a ricercare soluzioni identitarie che necessitano di tempo. Da anni le neuroscienze hanno dimostrato una lunga fase di ristrutturazione cerebrale a cui va incontro il cervello adolescente, attraverso processi di sinaptogenesi e di pruning sinaptico, e come sulla qualità di tale sviluppo siano determinanti gli stimoli dell’ambiente. Il disallineamento nello sviluppo cerebrale tra la regione limbica (che guida le emozioni, la cui attività si intensifica proprio a partire dal periodo prepubere) e il lobo frontale (che gestisce gli impulsi e che completa la sua maturazione intorno ai 25 anni) testimonia la propensione degli adolescenti al rischio ma anche maggiori capacità adattive. Trasformazioni che determinano una predominanza del vissuto sul pensato e che possono spingere l’adolescente verso la ricerca di sensazioni forti e, in alcuni casi, anche all’agìto aggressivo (auto o eterodiretto) nel tentativo di lenire la sua sofferenza e di comunicare all’ambiente ciò che non riesce ad esprimere con le parole. Per Novelletto, pioniere della psicoanalisi dell’adolescenza in Italia, l’azione violenta in adolescenza è sostenuta da una fantasia di recupero maturativo che illude l’adolescente di superare attraverso un’azione simbolica il suo blocco evolutivo. Non si tratta di giustificare o di infantilizzare l’adolescente quanto di sostenere l’assunzione di responsabilità per le proprie azioni e la possibilità di riparare al danno, come già accade nella “messa alla prova”. L’attuale norma sul diritto penale minorile è una delle più avanzate al mondo che riflette una conoscenza profonda della mente adolescente e del suo rapporto con l’ambiente di vita. Il motto “chi sbaglia paga anche se minorenne” elude la complessità delle componenti in gioco nell’agire impulsivo dell’adolescente, che è sempre l’ultimo atto di una catena di fallimenti ambientali. Trovare la punizione per la colpa attraverso misure restrittive non ridurrà il disagio, la violenza e il rischio di recidive. È necessario ascoltare e sostenere l’adolescente attraverso misure terapeutiche, azioni educative e culturali per evitare di cadere, anche noi, nella trappola della coazione a ripetere o della semplificazione. Nell’esperienza di Rifornimento in Volo presso l’Ipm di Casal del Marmo (mentre il Beccaria bruciava) abbiamo osservato il rischio di cadere nel “sorvegliare e punire” alla Foucault, per le scarse risorse e per la complessità dei profili dei giovani detenuti, caratterizzati da vulnerabilità sociali, percorsi migratori traumatici, assenza di reti familiari, disagio psicologico. È necessario investire su progetti integrati per trasformare la permanenza in un Ipm da esperienza detentiva in una concreta opportunità di cambiamento. Si tratta di una regressione sociale che rispecchia la frattura fra le generazioni e che nell’azione violenta esprime una disperata richiesta di aiuto. Non basterà invertire l’ordine dei termini per garantire una società migliore per i nostri ragazzi, una società che appare sempre più violenta nei toni, nel linguaggio e nel pensiero, anche a partire dalle istituzioni che la governano e che testimoniano il fallimento dell’ambiente nell’offrire quella funzione adulta di cui l’adolescente necessita per crescere. In questo caso chi sbaglia paga? *Psicologo e psicoterapeuta, presidente della cooperativa sociale Rifornimento in Volo Migranti. Essere cittadini italiani prima di avere i documenti di Manuela De Marco Avvenire, 29 luglio 2026 Uno studio della Caritas mostra come gli studenti universitari o neolaureati che hanno almeno un genitore straniero partecipano alla vita politica, si impegnano nel volontariato o nelle associazioni. Mentre l’Europa si prepara ad attuare il nuovo Patto su migrazione e asilo e nel dibattito pubblico circolano parole di esclusione come “remigrazione”, lo studio Quando il protagonismo cresce ai margini. L’impegno sociale e politico dei giovani di origine immigrata invita a cambiare prospettiva. Promosso da Caritas Italiana e realizzato dal Centro Studi Medì con l’Università degli Studi di Milano, il lavoro sposta lo sguardo sulle persone che già vivono nelle nostre città, contribuendo quotidianamente alla vita collettiva. L’obiettivo dell’indagine era approfondire visioni, aspirazioni e pratiche di cittadinanza delle nuove generazioni con background migratorio. Campione e metodologia restituiscono una fotografia approfondita: sono stati coinvolti oltre 400 studenti universitari e neolaureati con almeno un genitore straniero - intercettati grazie a reti territoriali, associazioni e scuole - a cui si sono aggiunte quaranta interviste in profondità a ragazzi e ragazze attivi nel volontariato, nell’associazionismo e nella politica locale. I dati emersi mettono subito in discussione diversi stereotipi radicati. Le donne rappresentano la maggioranza degli intervistati (55,8%), un numero che contrasta nettamente con l’immagine di una componente femminile passiva o confinata in modelli patriarcali. Inoltre, più della metà dei partecipanti è nata in Italia e oltre uno su dieci appartiene alla terza generazione. Questo radicamento pluridecennale dimostra che l’esperienza migratoria, oggi, non è più una vicenda strettamente personale, ma una storia familiare che attraversa le generazioni. Il cuore dello studio risiede nella distinzione tra cittadinanza formale (il riconoscimento giuridico dello Stato) e cittadinanza vissuta. Quest’ultima riguarda l’insieme delle pratiche con cui le persone partecipano alla vita della comunità, rivendicano diritti e assumono responsabilità per il bene comune. In quest’ottica la cittadinanza non è uno status statico, ma un processo che si costruisce attraverso veri e propri “atti di cittadinanza”. Si tratta di azioni che possono essere apertamente politiche - come manifestazioni e mobilitazioni - o legate alla quotidianità, come il volontariato e la promozione culturale. Per i giovani con background migratorio, queste attività acquistano un forte valore politico, perché generano visibilità, riconoscimento e inclusione democratica. Le storie raccolte ne sono la prova concreta. Noura Ghazoui, presidente del Coordinamento Nazionale Nuove Generazioni Italiane, rappresenta migliaia di coetanei nel dialogo con le istituzioni. Deepika, di origine indiana, unisce l’impegno associativo al servizio civile presso il Comune di Bologna. Altri intervistati sono consiglieri comunali o animatori di reti territoriali. Tutti esercitano una cittadinanza nei fatti, indipendentemente dal possesso di un documento. Lo studio smentisce anche il luogo comune secondo cui l’esclusione produca solo rassegnazione e sfiducia. Le testimonianze rivelano il contrario. Lo dimostra la storia di Abhishek, giovane di origine indiana, fermato dalla polizia insieme al padre con l’ingiusta accusa di furto mentre stavano solo riparando lo specchietto della propria auto. Invece che apatia e disillusione, questa e altre ferite simili hanno alimentato una profonda consapevolezza civica. È forse questo il risultato più interessante della ricerca: il trauma della discriminazione può capovolgersi in motore di partecipazione, trasformando la difficoltà in una spinta a difendere i diritti di tutti e a creare opportunità per chi verrà dopo. In un momento storico dominato da logiche di controllo e contenimento, questa ricerca restituisce un’immagine capovolta delle nuove generazioni: non soggetti ai margini, ma cittadini presenti che dimostrano come l’appartenenza a una comunità nasca nella pratica quotidiana della partecipazione, molto prima del rilascio di un documento. Droghe. Una lettura alternativa della “Relazione” di Susanna Ronconi Il Manifesto, 29 luglio 2026 Facciamo una simulazione. Immaginiamo per un momento che quanto emerge dalla Relazione annuale del Dipartimento antidroga al Parlamento, sulle dipendenze, serva davvero a valutare le politiche attuali e a disegnarne di più efficaci. Immaginiamo che quello che emerge di anno in anno, tragicamente uguale, dai Rapporti ONU, EU e nazionali in termini di massimizzazione del danno e coazione a ripetere della politica, cominci a sembrare irrazionale anche a chi decide le politiche italiane delle droghe. Prendiamo la cannabis. E prendiamo per buoni i dati che ci vengono forniti. Siamo di fronte a un consumo di massa (la Relazione non dice nulla sulla popolazione generale, si stimano 6 milioni di consumatori, ISTAT) e stabile negli anni, in lieve decremento tra i più giovani (18%, -3%). Del 18% di giovani che usano, solo il 2,3% lo fa in modo frequente e c’è un trend a iniziare a usare in età più avanzata. Un consumo che non giustifica allarmismi, piuttosto suggerisce un’abitudine sociale degli italiani consolidata, continua, normalizzata. Primo input: consideriamo che un sistema di sanzioni penali e amministrative non è funzionale a governare una siffatta e radicata consuetudine sociale di massa, tantomeno a modificarla, e ragioniamo su alternative secondo criteri di adeguatezza, efficacia e efficienza. Questo consumo di massa produce scarso impatto sanitario e una percentuale bassa di uso problematico, per altro stabilito secondo discutibili criteri che lo amplificano: il 13% degli accessi ai Serd, dato stabile, inclusi gli invii ex art 75, e il 7% dei ricoveri, ma va considerato che non è per lo più un uso esclusivo, ma associato ad altre sostanze, per cui è lecito ipotizzare un impatto reale minore. Alla voce ‘decessi’ la cannabis sta a zero, di cannabis non si muore. Il principio attivo THC della marijuana risulta in media stabile (13%), lontano dagli allarmismi politico-mediatici. Secondo input: il basso impatto sanitario e le potenzialità di promozione della salute e abbattimento del rischio di una cultura dell’uso così socialmente radicata suggerisce sistemi alternativi di regolazione sociale. C’è un costo sociale elevatissimo in termini di sanzioni: quelle amministrative (art75) colpiscono per il 77% consumatori di cannabis, quelle penali per il 37%, di cui il 98% per art. 73, cioè le condotte minori. Il penale affligge soprattutto i giovani: il 41% ha meno di 25 anni, il 7% è minore. Terzo input: tracciamo un bilancio costi e benefici, che includa lo studio anche qualitativo dell’impatto afflittivo su consumatori, famiglie e società e sul sistema sanzionatorio e traiamone le conseguenze, comparando con una prospettiva di decriminalizzazione e legalizzazione (i dati internazionali non ci mancano). La lotta all’offerta investe soprattutto sui sequestri di cannabis (ben il 43% del totale delle operazioni), ma risulta inefficace rispetto alle dimensioni del mercato (40 tonnellate in tutto il 2025, in calo) e insieme costosissima per le risorse impiegate (8.804 operazioni). Quarto input: studiamo la potenziale maggiore efficacia di un controllo esercitato attraverso la regolazione legale del mercato e la possibilità che risulti meno costosa e più tutelante per chi usa. Infine, i dati dicono dell’aumento delle coltivazioni autoctone di marijuana, soprattutto nelle regioni del Sud, 177.474 piante sequestrate, l’86% del totale nazionale. Non si tratta solo di macro criminalità, ma anche di una economia diffusa. Quinto input: perché non legalizzare la piccola e media produzione autoctona, portandola nella legalità e garantendo economie locali? (il modello del Sudafrica può ispirarci). I have a dream. Immaginiamo che avere dei dati serva e che esista un dialogo aperto, laico e onesto.