Sul potere dei clan negli istituti di pena qualcosa si è mosso di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 28 luglio 2026 Ci sono due affermazioni dentro le parole del procuratore di Palermo Maurizio de Lucia che vanno tenute separate. La prima è la fotografia del sistema penitenziario italiano: sovraffollamento, assenza di assistenza ai condannati, tossicodipendenti che non dovrebbero stare in cella. Su questo non c’è nulla da dire, i numeri gli danno ragione. E l’inerzia del governo è evidente. La seconda è la conclusione: “Le carceri non sono più sotto il controllo dello Stato”, e “il controllo dei penitenziari appartiene solo alle organizzazioni criminali, che vogliono lasciare le cose per come sono”. Qui il discorso cambia natura, perché rischia di amplificare alcuni aspetti che però non hanno nulla a che fare con il mancato controllo da parte dello Stato. Partiamo dalla parte giusta. I dati odierni del ministero della Giustizia, ricavati dalle schede di trasparenza dei singoli istituti e aggiornati al 24 luglio, contano 64.645 detenuti. I posti regolamentari sono 51.183, ma 4.941 di quei posti non esistono davvero: sezioni chiuse per lavori, reparti inagibili. Quelli utilizzabili sono 46.242, e il sovraffollamento reale è al 139,8 per cento. Settantacinque istituti sono al 150 per cento o più, sette superano il 200: Lucca al 243, San Vittore al 223, Foggia al 218, Latina al 210. Su centottantanove carceri, soltanto ventotto restano entro i posti disponibili. Nel 2025 ben 82 suicidi; nel 2026 ne sono già ventiquattro. Oltre il sessanta per cento dei detenuti passa in cella quasi tutto il giorno. Non è un’ondata criminale a riempire le celle. I reati denunciati nel 2024 sono circa 2,4 milioni, gli stessi del 2018, e nei primi sette mesi del 2025 sono calati dell’otto per cento. Quello che è cresciuto è il panpenalismo: da inizio legislatura oltre cinquantacinque nuovi reati, più di sessanta aggravanti e oltre sessantacinque inasprimenti. De Lucia questo lo ha detto, e ha aggiunto una cosa che va sottolineata: non ha chiesto nuove carceri come il suo collega Gratteri, ha indicato la necessità di alleggerire. Una differenza non da poco. Quando le carceri erano davvero dei clan - Il problema è la frase sul controllo. Detta così, riporta agli anni 70/80, quando quella descrizione era esatta. La relazione sulla camorra della Commissione parlamentare antimafia del dicembre 1993 racconta come Raffaele Cutolo costruì la Nuova Camorra Organizzata dentro Poggioreale: rituali di affiliazione, un tribunale interno, vaglia di sostentamento ai detenuti poveri. Era in carcere quasi senza interruzioni dal 1963 e da lì comandava migliaia di affiliati. Nel 1981, ad Ascoli Piceno, uomini dei servizi, politici e faccendieri entrarono nella sua cella per trattare la liberazione di Ciro Cirillo. L’articolo 41 bis non esisteva ancora. Quando lo Stato reagì, nell’aprile 1982, trasferendolo all’Asinara riaperta per lui solo, gli affiliati cominciarono a dissociarsi e nel giugno 1983 arrivarono oltre 1.200 mandati di cattura. Da allora è stato costruito un apparato. Il comma 2 dell’articolo 41-bis nasce col decreto legge 306 del 1992, dopo Capaci e via D’Amelio, diventa permanente nel 2002, si irrigidisce con la legge 94 del 2009. I circuiti di alta sicurezza sono disciplinati da una circolare del Dap del 2009. Il Gruppo operativo mobile nasce nel 1997. Oggi al 41 bis ci sono circa 741 detenuti, poco più dell’uno per cento della popolazione carceraria, distribuiti in dodici sezioni; nell’alta sicurezza sono 9.264, il 14,49 per cento. Il Gom conta 653 uomini, un rapporto quasi di uno a uno con i reclusi al carcere duro. La Corte costituzionale, negli ultimi anni, è intervenuta non per rafforzare lo Stato dentro le sezioni ma per limitarne gli eccessi: nel 2018 sul divieto di cuocere cibi, nel 2025 sul limite delle due ore d’aria. Sono decisioni hanno rafforzato lo Stato di Diritto. E nella relazione del ministro dell’Interno al Parlamento del novembre 2024 i collaboratori di giustizia risultano 793: persone che hanno rotto il vincolo dall’interno. Resta un nucleo di verità. Melillo, l’11 febbraio 2025, dopo il blitz dei 181 arresti a Palermo, parlò di “estrema debolezza del circuito penitenziario di alta sicurezza”. I telefoni sequestrati negli istituti, secondo una circolare del direttore generale detenuti del Dap Ernesto Napolillo, sono passati da 1.084 nel 2022 a 1.595 nel 2023 e a 2.252 nel 2024. Ci sono agenti arrestati per averli introdotti, da Santa Maria Capua Vetere a Pagliarelli. Ma comunicare dal carcere e controllare il carcere sono due cose diverse, e vengono confuse. Quelle inchieste, poi, le fanno i nuclei investigativi della stessa polizia penitenziaria: un’amministrazione in mano ai clan non smantellerebbe i clan. La stretta è già arrivata - Ed è questa la ragione per cui la formula del controllo perduto va maneggiata con cura. Lo stesso allarme, lanciato da Gratteri, che ha parlato apertamente di carceri comandate dalle mafie, è stato recepito dal governo. L’allora sottosegretario Andrea Delmastro ha rivendicato di aver chiuso l’alta sicurezza perché “detenuti organici alla criminalità organizzata circolavano liberamente”. Le circolari del Dap di febbraio 2025 hanno vietato la socialità nei corridoi delle sezioni di alta sicurezza e cancellato ogni libertà di movimento interna, per evitare la cosiddetta supremazia criminale. Quella del 21 ottobre 2025 ha portato a Roma l’autorizzazione di ogni attività educativa, culturale e ricreativa negli istituti che ospitano sezioni di alta sicurezza: circa settanta su centottantanove. Prima decidevano il direttore e il magistrato di sorveglianza. Il garante del Lazio Stefano Anastasìa ha parlato di un balzo indietro di quarant’anni, dalle celle chiuse alle carceri chiuse. Samuele Ciambriello, portavoce della conferenza nazionale dei garanti, ha temuto una pietra tombale sull’inclusione. Il coordinamento nazionale dei magistrati di sorveglianza ha pubblicato un documento critico sulla centralizzazione. Sulla polemica con Nordio, che ha risposto a de Lucia accusandolo di aver perso il controllo di sé stesso senza entrare nel merito, l’area radicale ha detto la cosa più scomoda. Sergio D’Elia, di Nessuno tocchi Caino, in visita all’Ucciardone: “Se non esplodono le carceri è per il senso di responsabilità dei detenuti, non delle organizzazioni criminali”. E ha aggiunto: “Non c’è il controllo della mafia”. Rita Bernardini ha definito l’Ucciardone un posto dove l’illegalità regna sovrana, con responsabilità precise da indagare. La loro proposta è portare la liberazione anticipata da quarantacinque a settantacinque giorni a semestre. Irene Testa, garante dei detenuti della Regione Sardegna e tesoriera del Partito Radicale, entra negli istituti quasi ogni giorno e parla di sconcerto: “Generalizzare, affermando che le carceri non sono più in mano allo Stato, richiede grande responsabilità”. La ragione la spiega lei stessa: le parole delle istituzioni hanno un peso e possono alimentare una narrazione emergenziale che, come già accaduto in passato, “rischia di tradursi in risposte legislative dettate dall’urgenza anziché da un’analisi lucida della realtà”. Le criticità sono evidenti e non vanno negate, aggiunge, e proprio per questo servono rigore ed equilibrio, e rispetto per chi ogni giorno nelle carceri rappresenta lo Stato. È questo il punto. Se il degrado viene raccontato come dominio mafioso, l’unica risposta possibile diventa la legge emergenziale, e l’irrigidimento è in corso da diciotto mesi senza che il sovraffollamento sia stato scalfito. Che il degrado favorisca i clan è vero, lo scrivono il Comitato europeo per la prevenzione della tortura e le relazioni antimafia, e De Lucia su questo è stato chiaro. Ma a lasciare le cose come stanno non sono le organizzazioni criminali: la riforma dell’ordinamento penitenziario scritta dalla commissione Giostra fu svuotata nel 2018 dal legislatore delegato, non dai boss. Meno chiari altri suoi colleghi, che appena si prova una politica deflattiva tirano fuori lo spettro della trattativa Stato-mafia. De Lucia e Nordio hanno entrambi una parte di ragione ma hanno urlato ai microfoni di Stefano Giordano* Il Riformista, 28 luglio 2026 “Le carceri non sono più sotto il controllo dello Stato”, dice il procuratore di Palermo Maurizio De Lucia. “È lui che ha perso il controllo di sé stesso”, replica il ministro Carlo Nordio, accusandolo di offendere l’intero corpo della Polizia penitenziaria. Due allarmi veri e un solo errore, in comune: essersi parlati attraverso i giornali. De Lucia non parla a vanvera: dalle celle partono ordini, estorsioni, perfino acquisti di munizioni, e proprio in questi giorni una lettera di Nino Madonia, detenuto al 41-bis, è arrivata sulla scrivania della presidente aggiunta dei gip di Palermo, Antonella Consiglio, scavalcando i filtri del Dap. Ma nulla di tutto ciò nasce oggi. All’Ucciardone, si racconta, si brindò la notte in cui uccisero Dalla Chiesa; nel 2013 le parole di Totò Riina, al 41-bis di Opera, uscirono dal passeggio e finirono su tutti i giornali; i telefoni sequestrati nelle celle erano 250 nel 2015 e 1.886 nel 2019; e la condanna europea Torreggiani, che fotografò carceri contrarie alla dignità umana, porta anch’essa la data del 2013. Si sono alternati governi di ogni colore: il problema è rimasto lì. Proprio per questo la generalizzazione non aiuta: dire che il controllo appartiene alle organizzazioni criminali significa rilasciare ai boss l’attestato di potenza che vanno cercando e mettere nello stesso fascio migliaia di agenti lasciati soli. Ma non basta difenderne l’onore: finché le condizioni restano queste, per chi vigila e per chi è detenuto, chi comanda dalla cella trova terreno fertile. E c’è il rischio peggiore: che un grido d’allarme diventi, nel giro di un’ora, una bandiera da agitare contro o a favore del governo. L’antimafia è una cosa seria e non merita il tritacarne della polemica estiva. Concordia parvae res crescunt, discordia maxumae dilabuntur, ammoniva Sallustio: con la concordia le piccole cose crescono, con la discordia si sfaldano le più grandi. Un ministro e un procuratore hanno uffici, telefoni e la facoltà di convocarsi: un’ora di riunione riservata vale dieci comunicati. Parlarsi e risolvere senza accusare nessuno: anche questo è senso dello Stato e delle istituzioni. E i giornali, dal 41-bis, li leggono anche loro. *Studio Legale Giordano & Partners De Lucia in Antimafia nazionale. Il centrosinistra lo difende e attacca Nordio: “Si dimetta” di Francesco Patanè La Repubblica, 28 luglio 2026 Coro di solidarietà al procuratore dopo l’attacco del ministro per le dichiarazioni sugli istituti di pena in mano a Cosa nostra. L’appuntamento è per oggi alle 10,30 a Roma nella sede della Commissione parlamentare antimafia. Il procuratore di Palermo Maurizio de Lucia parlerà per la prima volta dopo le sue dichiarazioni sulla situazione delle carceri “in mano alla criminalità organizzata” che hanno scatenato la reazione del ministro della Giustizia Carlo Nordio. L’audizione, programmata prima della polemica sulle carceri, verte sulla situazione della criminalità organizzata a Palermo e nel territorio di competenza della Direzione distrettuale antimafia che de Lucia dirige. Una relazione che contiene per forza di cose il capitolo carceri, soprattutto alla luce delle ultime indagini palermitane. Dopo l’attacco di Nordio a de Lucia (“È lui ad essere fuori controllo”), si è sollevato un coro a difesa del procuratore. “Il governo e il centrodestra invece di prendersela con la magistratura, prendano atto del loro assoluto fallimento e il ministro Nordio deve rassegnare immediatamente le proprie dimissioni - sottolinea in un documento il coordinamento del tavolo regionale del centrosinistra in Sicilia - Le parole del procuratore Maurizio de Lucia non vanno strumentalizzate, ma ascoltate. Mentre la mafia nei quartieri popolari, a Palermo come nel resto della Sicilia organizza nuove generazioni criminali sfruttando l’assenza sociale dello Stato e le carceri siciliane, che versano in condizioni inaccettabili sia per i utilizzanti che per gli agenti della polizia Penitenziaria, finisce nel caos, il governo risponde con un nuovo e brutale scontro frontale con la magistratura”. Per il centrosinistra siciliano il governo isola e delegittima i magistrati invece di avviare una verifica seria sulla condizione drammatica delle carceri siciliane. “Urgono interventi immediati per sradicare il controllo e il potere della criminalità nei luoghi di detenzione - continua in centrosinistra siciliano - Ma anche per garantire ai detenuti una reclusione dignitosa ispirata ai principi della rieducazione e del reinserimento sociale”. Solidarietà al procuratore De Lucia arriva anche dal deputato regionale di Forza Italia Marco Intravaia: “Ha voluto richiamare l’attenzione sulle criticità di un sistema che ha evidenziato lacune e vulnerabilità. La cronaca recente racconta casi di detenuti che sono riusciti a mantenere contatti illeciti con l’esterno. È del tutto inutile alimentare una sterile polemica, la politica dovrebbe fare tesoro di questa segnalazione e lavorare per rafforzare ulteriormente il sistema penitenziario”. Mai come ora la lotta alla mafia è legata a doppio filo con la condizione carceraria. E lo conferma anche chi, come il garante nazionale dei detenuti Mario Serio, vigila sulle condizioni carcerarie in Italia. “Le parole di de Lucia, non nuove e non dissonanti rispetto a voci egualmente qualificate, dipingono un fenomeno allarmante che va affrontato con soluzioni urgenti ed efficienti. Lo Stato si trova di fronte ad uno stretto bivio tra sicurezza e mantenimento di misure di umanizzazione delle pene - commenta Serio - La questione va governata con equilibrio e realismo. L’intervento del procuratore mirava a sollecitare il governo ad affrontare il problema”. Il lavoro riabilita il detenuto: il caso del progetto “Recidiva Zero” di Teresa Olivieri Italia Oggi, 28 luglio 2026 Il consigliere Cnel e presidente del Segretariato per l’inclusione sul progetto Recidiva Zero. Oggi il sistema penitenziario italiano affronta una realtà complessa: circa due detenuti su tre (oltre il 60-70%) ricadono nel reato una volta scontata la pena se non hanno intrapreso percorsi qualificanti. Un circolo vizioso che incide sul sovraffollamento degli istituti e sui costi della collettività. “Ma le statistiche evidenziano un dato di svolta: laddove si strutturano percorsi effettivi di formazione, studio e lavoro dignitoso, il tasso di recidiva crolla drasticamente fino al 2%”, dice Emilio Minunzio, Consigliere CNEL e Presidente del Segretariato Permanente per l’inclusione economica, sociale e lavorativa delle persone private della libertà personale. “Il progetto Recidiva Zero punta all’inclusione socio-lavorativa delle persone private della libertà personale. E in esso il Cnel ha svolto il ruolo di anello di congiunzione di tutte le varie altre realtà, come il terzo settore. Anche perché l’amministrazione penitenziaria non dialogava nemmeno con questo mondo, o dialogava a fatica”. Domanda. Come nasce e si sviluppa il progetto “Recidiva Zero”? Risposta. Nasce nell’ambito di un accordo interistituzionale tra il CNEL e il Ministero di Giustizia, risalente al giugno 2023. Prevedeva fondamentalmente due punti: la costituzione di un organismo interno al CNEL, che è appunto “il segretariato permanente per l’inclusione economica, sociale e lavorativa delle persone private della libertà personale”, composto da 20 esperti; e il cosiddetto “evento”, la cui prima edizione si è tenuta nel 2024 e che adesso è diventato un evento civico. La prima edizione è stata una sorta di stati generali sul tema, fu organizzato presso la nostra sede, coinvolgendo circa 600 figure afferenti all’ambito, una metà delle quali coinvolte dall’amministrazione penitenziaria e l’altra metà coinvolta dal CNEL. C’erano tutte le rappresentanze del Paese, sia da lato amministrazione che da lato società civile. D. Come sono state le relazioni con l’amministrazione penitenziaria in questi anni? R. Ci sono stati momenti di maggiore interazione e momenti di minore interazione. L’amministrazione è figlia del ministero, figlia di un governo... Ma in questo tavolo condiviso tre dei venti componenti del segretario permanente sono dei rappresentanti del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e tra di loro addirittura c’è il direttore generale, il consigliere Napolillo. D. Come sono evolute le successive edizioni dell’evento? R. La seconda edizione dell’evento Recidiva Zero del 2025 si è tenuta presso la scuola di formazione penitenziaria Giovanni Falcone, mentre l’edizione di quest’anno, nel 2026 la portiamo a casa e sarà il 18 novembre. In quell’occasione è stata firmata l’intesa tra CNEL, Ministero e 17 sigle datoriali coinvolte assieme a noi, per raccontare anche tutti quelli che possono essere i benefici di legge, i benefici della Smuraglia in primis e la disponibilità di imprenditori che volessero intraprendere un’esperienza del genere. D. A proposito della legge Smuraglia, una volta che le aziende ne hanno usufruito, cosa accade? R. Intanto va detto che nel rapporto di lavoro tra un ristretto e l’amministrazione penitenziaria ci sono contratti non paragonabili a quelli del mercato libero. Basti pensare alla retribuzione ridotta ai due terzi o al pignoramento fino a due quinti anziché al quinto previsto per i liberi lavoratori. Noi nel 2024, il primo anno di operatività, abbiamo licenziato un disegno di legge. Tra i vari punti, siamo intervenuti proprio sulla Legge Smuraglia. Con un articolo che è stato recepito nel Disegno di Legge Sicurezza, poi diventato legge dello Stato (nello specifico, l’articolo 37). Questa norma introduce un beneficio “a scivolo” per gli anni successivi a quelli già previsti dalla legge: una volta cessato il periodo principale di applicazione della Smuraglia, il datore di lavoro non vede interrompersi a secco l’incentivo, ma continua a beneficiarne per un altro paio d’anni in forma ridotta. In questo modo l’interesse a mantenere l’assunzione del detenuto o ex-detenuto rimane alto, evitando che l’imprenditore - condizionato dai costi - interrompa il rapporto di lavoro per sostituire la risorsa con un nuovo incentivo. D. Com’era successo in passato con gli stagisti, diventati carne da cannone... R. Esatto. Il tema della Smuraglia è delicato perché, durante la nostra campagna, ci siamo resi conto che tantissimi imprenditori in Italia ancora non conoscono queste possibilità, pur essendoci benefici estremamente appetibili (come lo sgravio contributivo per diversi anni). Il nostro obiettivo è fare massa critica affinché queste misure vengano conosciute e utilizzate sempre di più. D. Quanto influisce la cattiva informazione e cosa fa il CNEL al riguardo? R. Viviamo nell’epoca dei social che condizionano la vita quotidiana di tutti noi, e l’approccio rispetto al tema è piuttosto giustizialista. Io vengo dal mondo del terzo settore e sappiamo di tante storie che vanno esattamente nella direzione opposta, anche relative persone che hanno commesso reati importanti. Forse l’articolo più disatteso della Costituzione italiana è l’articolo 27, che parla di reinserimento sociale di chi commette reati. D. Parliamo dell’articolo 21 dell’ordinamento penitenziario: quali sono le principali difficoltà burocratiche per il lavoro all’esterno e cosa sta facendo il CNEL per risolverle? R. Il paradosso più grosso è che c’è un’esigenza di forza lavoro incredibile, ad esempio nel mondo dell’edilizia. Se oggi un’azienda è interessata a un ristretto specifico con nome e cognome, fa richiesta, dopo tutti i passaggi che deve fare l’amministrazione, in particolare con la magistratura di sorveglianza, una risposta arriva dopo 9-12 mesi. Per questo il CNEL ha messo a punto uno schema operativo per cui in tre mesi devono arrivare tutte le autorizzazioni. Tutto questo è stato ribadito e confermato in un documento passato in aula il 25 giugno e che è stato prontamente inviato al Ministero. Una buona parte di questi contenuti saranno inseriti nel cosiddetto regolamento della legge di sicurezza che ha già fatto i due passaggi, in presidenza del Consiglio e in presidenza della Repubblica ed è adesso all’esame del Consiglio di Stato. Altro motivo di orgoglio per noi. Dei delitti e delle pene creative di Andrea Colombo Il Manifesto, 28 luglio 2026 Le leggi emergenziali, i continui decreti sicurezza, pesano e nella maggioranza fioccano le ipotesi di nuove norme contro “i violenti”, categoria elastica, estensibile a piacere. Ma pesa anche di più il condizionamento che si riesce a esercitare con pressioni martellanti, ai confini del ricattatorio e oltre. Quel condizionamento non richiede necessariamente leggi scritte, però, quando si tratta di mettere all’indice la libertà di manifestare, è persino più micidiale. Lo sa perfettamente la premier Giorgia Meloni, che ieri con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi si è recata in Val di Susa, nel cantiere di Chiomonte, per portare di persona la solidarietà alle forze di polizia reduci dagli scontri di sabato scorso. Non ha fatto cenno a provvedimenti come quello chiesto domenica dal solito Matteo Salvini, che nella sua frenetica ansia di visibilità vuole l’introduzione di una nuova e bizzarra fattispecie di reato, il “terrorismo di piazza”. In compenso ha chiesto e forse già ottenuto la pratica dell’obiettivo. La procura di Torino fa filtrare infatti la possibilità di aggiungere l’aggravante di terrorismo ai reati già contestati ai fermati di sabato, quattro manifestanti stranieri, “devastazione e saccheggio”. È quello che chiede, nemmeno tanto tra le righe, la premier nel video girato durante la visita ai cantieri della Tav, con sullo sfondo i mezzi bruciati nel corso degli scontri. “Centoventi operatori delle forze dell’ordine feriti: questo non è dissenso. Questa è violenza organizzata, premeditata e come tale deve essere trattata”, esclama passando in rassegna pullman e camion incendiati. Poi si rivolge direttamente ai responsabili delle indagini: “Chiediamo agli inquirenti, alla magistratura, di fare il massimo del lavoro perché uno Stato normale non può tollerare una cosa del genere”. Conclusione bellicosa: “Lo Stato c’è e non intende indietreggiare. Faremo tutto il possibile per assicurare i responsabili di questo schifo alla giustizia”. Di nuove leggi la premier non parla. Qualche norma soffocante arriverà. Ma a garantire la tolleranza zero devono essere soprattutto polizia e magistratura, con sul collo il fiato del governo, di tutti i media e della stessa opposizione. Gasparri, Fi, va per le spicce ed è il più chiaro di tutti: “Non serve una legge nuova per definirli terroristi. Sono tali a tutti gli effetti e andrebbero trattati con il rigore delle leggi vigenti”. Di voci che contestino l’uso dissennato e a cuor leggero della categoria “terrorismo” non se ne levano proprio. Non dagli spalti della maggioranza, naturalmente, ma neppure da quelli dell’opposizione. Imbarazzata, la segretaria del Pd si limita pigolare che “ci vuole anche la prevenzione”, che sa tanto di frasetta buttata lì alla cieca. La paroletta magica e dannata rimbalza per tutto il giorno da una dichiarazione all’altra. Mollicone, FdI, disserta sulla “guerra allo Stato a tutti gli effetti” dichiarata dai No Tav e se non è terrorismo questo! Il presidente del Friuli Fedriga non si sottrae: “Non sono una protesta: sono azioni terroriste”. Urge pertanto “risposta decisa”. Ciro Maschio, presidente della commissione Giustizia di Montecitorio, va sul concreto e propositivo. Il problema è che “i violenti fanno capo a organizzazioni però non strutturate e occasionali”. Così, per il solo fatto di non far parte di alcun gruppo organizzato non gli si può contestare il reato associativo. Ma la soluzione c’è: estendere il reato associativo anche in assenza dell’associazione. L’uovo di Colombo. Non è un’uscita estemporanea. Mentre la Lega procede alacremente con le sue proposte di “cauzione” per chi organizza le manifestazioni e di introduzione del “terrorismo di piazza”, FdI si prepara a depositare una legge che riconosca “il vincolo associativo anche quando l’organizzazione non è stabile e gerarchicamente organizzata”. La trovata esalta la capogruppo FdI nella medesima commissione Giustizia Carolina Varchi: “Bisogna punire il vincolo associativo anche se solo occasionale: la nostra proposta va nella giusta direzione”. Alla faccia della responsabilità personale e col rischio di trovarsi “associati” per il solo fatto di aver partecipato a una manifestazione finita in scontri. Fra terrorismo senza terrore e reati associativi senza associazione è un’orgia assordante alla quale però nessuno sembra opporsi, un po’ per convinzione, molto per la paura di ritrovarsi appiccicata, in prossimità delle elezioni, l’etichetta abrasiva di amici dei violenti. Pardon, “dei terroristi”. “Deriva punitiva”. L’allarme dei giuristi sulla giustizia penale di Simona Musco Il Dubbio, 28 luglio 2026 Legittima difesa e imputabilità dei minori, gli esperti contro la “furia” penalistica: “La sicurezza non si costruisce oltre i limiti della Costituzione”. Quando la risposta dello Stato ai fenomeni criminali smette di misurarsi sui principi costituzionali per inseguire la pancia del Paese, lo Stato di diritto smette di essere tale. È il monito che arriva dal mondo dell’accademia e dalla magistratura specializzata di fronte alla furia iper-punitiva dell’esecutivo, pronta a scardinare persino le garanzie del processo minorile risalenti al Codice Rocco del 1930 e a trasformare la legittima difesa in giustizia privata. A stigmatizzare l’azione del governo sono due documenti - firmati dal Consiglio direttivo dell’Associazione italiana dei professori di Diritto penale e dai vertici dell’Associazione italiana dei magistrati per i minorenni e per la famiglia - un atto d’accusa durissimo contro le nuove spinte sull’allargamento della legittima difesa, sulla scorta del caso Roggero, e contro il ribaltamento dell’imputabilità minorile, per rispondere al cosiddetto fenomeno “Maranza”. Un blitz normativo che, secondo gli esperti, rischia di smantellare decenni di civiltà giuridica per inseguire l’emotività della piazza. “Sulla scia di fatti di cronaca”, la giustizia penale, esordiscono i giuristi dell’Aipdp, è “sempre più al centro dell’agenda politica quale strumento di acquisizione del consenso elettorale”, con un “susseguirsi di iniziative” caratterizzate da “esasperazione dei toni, scarsa ponderazione e, soprattutto, da un’insufficiente considerazione dei principi e dei limiti costituzionali”. Il primo limite viene dalla Costituzione, che all’articolo 1 stabilisce che la sovranità appartiene al popolo, che la esercita “nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Non un orpello burocratico, ma “la condizione stessa dello Stato costituzionale e democratico di diritto”, in quanto impedisce “che la risposta ai fenomeni criminali sia affidata all’emotività del momento o alla ricerca del mero consenso politico”, preservando i principi di garanzia. La tentazione di legiferare sulla base di casi di cronaca ha rappresentato una costante di questo governo, partito sotto l’egida del decreto Rave, passando per quello Caivano e attraverso pacchetti sicurezza risultati, di fatto, inutilmente repressivi. L’ultima tentazione, dopo i fatti della Val Susa, arriva dalla Lega, intenzionata ad istituire un reato di terrorismo di piazza. Parole, al momento, in libertà. Ma non lo sono quelle sui progetti di riforma sulla legittima difesa, da estendere oltre i requisiti della necessità e della proporzione dell’azione difensiva rispetto a un pericolo attuale. Una legittimazione, di fatto, di “forme vendicative di giustizia privata”. Mentre escludere integralmente il risarcimento del danno per chi delinque, scrivono gli esperti, “significa mettere in discussione equilibri che si collocano alle radici del nostro ordinamento costituzionale di ispirazione liberal-solidaristica”. Le riforme del 2006 e del 2019 hanno già esteso la disciplina della legittima difesa “fino al limite estremo della compatibilità con i principi costituzionali”. Andare oltre significherebbe, secondo Gian Luigi Gatta (presidente), Vincenzo Mongillo (vicepresidente), Domenico Notaro (segretario), Giampaolo Demuro, Stefano Fiore e Carlo Longobardo, “alimentare aspettative” incompatibili con la Costituzione e affievolire “il valore della vita umana”, lasciando intendere che “l’eliminazione dell’autore del reato possa rappresentare una risposta ordinaria e socialmente accettabile”. C’è poi la riforma, già approvata in Consiglio dei ministri, sulla imputabilità dei minorenni, che arriva anche a superare in negativo norme di epoca fascista, con “un’inedita presunzione di imputabilità” dei ragazzi tra i 14 e i 18 anni “senza il supporto di evidenze empiriche e, ancor prima, senza un confronto” con esperti e operatori della giustizia minorile. La disciplina dell’imputabilità “non può essere piegata a finalità di mera deterrenza e tantomeno di semplificazione probatoria”. E anticipare la soglia di responsabilità per contrastare la delinquenza giovanile “significa attribuire all’arma penale una funzione che essa non può svolgere”, rinunciando ad affrontare le cause del fenomeno “attraverso adeguate politiche educative, sociali e di inclusione”. I magistrati minorili contestano anche la proposta incardinata in Commissione Giustizia alla Camera di abbassare l’età imputabile a 13 anni. Minori trattati come adulti, ma solo nella sfera penale. Le toghe dell’Aimmf, presieduti da Claudio Cottatellucci, con la segretaria Anna Maria Casaburi, smontano la retorica governativa a colpi di dati: “Nel 2024 sono stati 11.846 i procedimenti penali definiti dinanzi ai Tribunali per i minorenni, di questi solo 60 si sono conclusi con una pronuncia di non luogo a procedere dinanzi al gup e 4 con sentenze di proscioglimento dinanzi al Tribunale. I giudizi definiti per immaturità ai sensi dell’art. 98 c.p. sono stati lo 0,54% del totale dei giudizi penali definiti”. I magistrati per i minorenni richiamano la sentenza n. 2 del 2022 della Corte Costituzionale: “L’imputabilità del soggetto non può presumersi ma deve essere oggetto di un’apposita valutazione, calibrata sulla peculiare situazione esistenziale del minore”. Rispondere a complessi fenomeni sociali ed evolutivi con la clava della sanzione penale è, dunque, una resa culturale. “La sicurezza dei consociati non si realizza né ampliando oltre gli argini costituzionali gli spazi della legittima difesa, con il conseguente indebolimento del monopolio statale dell’uso legittimo della forza, né introducendo presunzioni di imputabilità nei confronti di minori - conclude l’Aipdp -. Lo strumento penalistico non può assicurare alcun miglioramento reale delle condizioni di disagio giovanile”. Sicurezza, la sinistra si interroga. Sala: “Noi indulgenti? No, ma attenti a non sembrarlo” di Monica Guerzoni Corriere della Sera, 28 luglio 2026 La questione della presa di distanza dai violenti in Val di Susa. De Pascale: “Quella roba non ci appartiene”. Gualtieri e il modello di sicurezza democratico. Il tema della sicurezza non è di destra, non può essere lasciato soltanto alla destra. A sinistra sembrano averlo finalmente capito, ma è un risveglio lento, tardivo, sofferto. Il sindaco Beppe Sala condanna la guerriglia in Val di Susa come l’”atto criminale” di chi ha voglia “della violenza per la violenza”. E mentre si duole perché alla sua parte politica viene data “un po’ la colpa di essere indulgente nei confronti di alcune manifestazioni violente”, fa luce su uno dei tanti coni d’ombra che rendono non sempre limpida la posizione del Campo largo, o progressista che sia: “Io non credo che noi a sinistra siamo indulgenti. Ecco, dobbiamo stare attenti a non rischiare di mostrarlo”. La diplomazia del primo cittadino di Milano non basta a velare l’imbarazzo con cui la sinistra, dal Pd ad Avs, ha affrontato le cronache del caso Roggero, della morte di Fakir a Bologna e delle violenze in Val di Susa. Se Sala evoca l’indulgenza, Antonio Padellaro da giorni rigira la punta della penna dove fa più male e costringe le opposizioni a riflettere usando termini e interrogativi ben più crudi. Perché, si chiede l’ex direttore dell’Unità, la “specchiata e coerente” Elly Schlein “ha aspettato due giorni prima di condannare la guerriglia militarizzata in Val di Susa”? Forse per il timore di riecheggiare le parole d’ordine della destra? O per paura, affonda Padellaro, “di perdere voti in quel mondo” che gravita attorno a movimenti violenti? Il cofondatore del Fatto sta rileggendo gli “straordinari articoli” firmati da Rossana Rossanda sul Manifesto nei giorni drammatici del sequestro Moro - le Br e “l’album di famiglia” - e offre ai leader della minoranza un consiglio non richiesto e forse non gradito: “Perché non prendere esempio da quei modelli di sinistra autentica, per dire “quella roba ci appartiene”?”. Se a guidare il Pd fosse Michele de Pascale, il presidente dem dell’Emilia-Romagna risponderebbe con estrema nettezza: “Quella roba non ci appartiene affatto. Non abbiamo niente a che fare con quel pezzo di mondo che protesta in maniera violenta e lede il diritto di manifestare pacificamente”. De Pascale replica anche alla provocazione di Padellaro e sfida la premier: “Io non voglio essere votato da loro, che tra l’altro votano forze non riconducibili al centrosinistra. E non capisco perché Meloni può dire che lei con Vannacci non c’entra nulla e io invece mi devo far carico dei violenti”. Non molto diversa la tesi di Massimo Cacciari, ex deputato del Pci ed ex sindaco di Venezia. Il filosofo, che in genere non risparmia critiche alla sinistra, sui temi della sicurezza sferza Meloni e gli “pseudostatisti” al governo: “Non perdono occasione per dividere e strumentalizzare fatti di cronaca, come nessun esponente della Dc si sognò mai di fare con i comunisti durante gli anni di piombo”. Perché allora i leader dell’opposizione sembrano sempre in affanno su legalità e sicurezza? Qui Cacciari si infuria. Per lui Schlein ha giustamente espresso “chiarissima condanna” nei confronti dei violenti e non ha bisogno di altri esami del sangue: “Cosa vogliono, gli statisti al governo, la resa totale di ogni tradizione politica? Schlein dovrebbe invocare leggi speciali e rinnegare ogni aspetto di vaga cultura garantista? In democrazia non si risponde ad atti come quelli a cui stiamo assistendo con leggi speciali e interventi di natura poliziesca”. A sentire ancora Padellaro, il problema di Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli è che Meloni, “pur avendo responsabilità enormi, ha saputo occupare lo spazio della sicurezza”. Mentre il quartetto che si candida per l’alternativa “non assume una iniziativa unitaria per condannare le violenze, resta su posizioni generiche e reagisce sempre in ritardo”. Tentennamenti e cautele che stridono con la nettezza di governatori e sindaci, più pragmatici che ideologici. Per Roberto Gualteri il centrosinistra “ha tutte le carte” per promuovere un modello di sicurezza democratico che tenga insieme “protezione, diritti, legalità e inclusione e che si basi sulla collaborazione tra istituzioni territoriali e forze dell’ordine, che hanno una straordinaria professionalità”. Il primo cittadino della Capitale, che a maggio ha lanciato il Piano Roma Notte, pensa che “una città più curata, con servizi sociali e culturali e una migliore qualità urbana, sia anche una città più sicura”. Come Gualtieri, anche Stefano Lo Russo ritiene che la chiave della sicurezza sia la prevenzione. Sul Corriere il sindaco di Torino ha invocato una “riflessione operativa” per rafforzare gli strumenti di intelligence preventiva e individuare i violenti, prima che entrino in azione. Lo Russo critica sia chi (da destra) strumentalizza gli scontri per delegittimare “un’intera comunità”, sia chi (da sinistra) ridimensiona o giustifica le responsabilità dei violenti. Errore altrettanto grave. Perché, la storia italiana insegna, “la violenza viene sconfitta quando resta sola, priva di alibi, di coperture e di rendite politiche”. Viterbo. Quella narrazione così riduttiva sulle carceri di Adriano Sofri Il Foglio, 28 luglio 2026 Parlare dell’ultima rivolta nell’istituto penitenziario di Viterbo è assolutamente necessario, ma non dimentichiamoci la tragedia che nel frattempo si consumava in un’altra sezione della struttura. Non mi ricordo più - niente, mi ricordo più - dov’era un passo ironico di Mark Twain, da Huck Finn, probabilmente, uno di quelli per cui oggi qualche scemo lo vorrebbe censurare, che suonava più o meno così: c’era stato un incidente a bordo del battello sul Mississippi, per fortuna senza vittime, solo qualche danno materiale e un paio di negri morti. Mi è tornato in mente ieri quando Massimo Lensi ha copiato il finale di un colonnino della Stampa dedicato alla rivolta nel carcere di Viterbo, questo: “La situazione è tornata alla normalità dopo alcune ore. Un detenuto di 29 anni, di origine marocchina, si è tolto la vita impiccandosi nella sua cella, in un’altra sezione”. Viterbo. Inferno in carcere: doppia indagine di Letizia Conti civonline.it, 28 luglio 2026 Investigatori al lavoro sull’incendio che ha causato 23 intossicati e sul detenuto suicida. Una doppia indagine per l’incendio divampato sabato sera in carcere e il suicidio di un detenuto nelle ore successive. Il rogo ha causato l’intossicazione di 23 persone tra detenuti e agenti, tra cui il comandante della Penitenziaria. Per quanto riguarda il detenuto, invece, pare che fosse tra i i 10 indagati per la rissa in cui è stato colpito a morte Mohamed Chaanoun. Si chiamava Abdelkabir Talha, di origini marocchine, ed è stato trovato impiccato alla sua cella, in una sezione diversa da quella interessata dall’incendio. A lui sarebbero stati contestati i reati di rissa aggravata dalla morte di una persona e concorso in omicidio volontario. L’inchiesta è quella relativa alla rissa scoppiata il 16 luglio nell’area passeggio della casa circondariale, al termine della quale Mohamed Chaanoun era morto, colpito alla schiena da un’arma da taglio. Il 29enne era dunque tra i 10 indagati. Non è escluso che il magistrato possa disporre anche l’autopsia. Rispetto all’incendio, invece, come è noto sono 23 le persone sono rimaste intossicate: 17 detenuti e 6agenti della polizia penitenziaria, tra cui il comandante. Degli intossicati, uno è stato trasferito in ospedale in codice rosso e sei in codice giallo, mentre in dieci sono stati assistiti direttamente all’interno del carcere. Secondo quanto si è appreso l’incendio è partito da alcuni materassi dati alle fiamme. Il denso fumo si è propagato rapidamente alla struttura fino ad arrivare all’infermeria. Proseguono le indagini per accertare le cause dell’incendio. L’ipotesi più accreditata è quella del dolo. Non è escluso che si sia trattato di una protesta di detenuti. Su questo fatto e sul suicidio del 29enne la procura ha aperto due distinti fascicoli. Intanto nella giornata di domenica un altro detenuto ha tentato di togliersi la vita. Gli agenti di polizia penitenziaria sono riusciti a intervenire in tempo e a salvarlo. “È sempre più drammatico il quadro che sta emergendo in queste ore - ha detto Aldo Di Giacomo, segretario del Sindacato polizia penitenziaria - Siamo preoccupati per i nostri colleghi e per i detenuti. In attesa delle indagini per accertare responsabilità personali nell’appiccare il rogo nel reparto speciale dell’istituto siamo di fronte all’ennesimo caso di emergenza carceraria”. Di Giacomo ricorda che “questo istituto con oltre 200 detenuti in più dei posti previsti è l’emblema di cosa produce il sovraffollamento aggravato da questa torrida estate che alimenta ulteriori tensioni. Per far fronte alle carenze di spazio sono ormai regolarmente utilizzate, alla stregua di sezioni ordinarie, due ambienti teoricamente pensati per permanenze brevi ma certamente senza risultati apprezzabili. Una situazione che ci allarma tanto più in assenza di provvedimenti di intervento”. Bergamo. “Serve un cambio di rotta su immigrazione e sistema penitenziario” bergamonews.it, 28 luglio 2026 L’europarlamentare Giorgio Gori e i consiglieri regionali bergamaschi del Partito Democratico Davide Casati e Jacopo Scandella lunedì mattina hanno visitato la Casa circondariale di Bergamo nell’ambito della campagna promossa dal Pd Lombardia dedicata alla situazione delle carceri. “Dalla visita - affermano i dem - emerge un quadro di forte disagio, che riguarda tanto le persone detenute quanto il personale che ogni giorno garantisce il funzionamento dell’istituto. Il dato più evidente è quello del sovraffollamento: il carcere ospita in questo momento 580 persone, a fronte di una capienza regolamentare di 320 posti, con un tasso di affollamento del 180%. Una condizione insostenibile, ormai pressoché strutturale, che rende estremamente difficile garantire sicurezza, dignità e percorsi di recupero. A questa criticità si aggiunge un elemento che rende ancora più complessa la gestione dell’istituto. Pur essendo una Casa circondariale, quella di Bergamo ospita ormai una popolazione detenuta con caratteristiche proprie di una Casa di reclusione: circa 400 detenuti sui 580 presenti stanno infatti scontando una condanna definitiva”. Una realtà che, secondo Gori, Casati e Scandella richiederebbe un’organizzazione diversa: “Maggiori attività trattamentali e un rapporto più intenso con il territorio, ma che continua a essere affrontata con strutture e organici non adeguati a questa evoluzione. Anche il fabbisogno di personale di Polizia penitenziaria risente di questa trasformazione: la gestione di una popolazione composta in larga parte da detenuti definitivi comporta un’intensità di lavoro e un livello di complessità ben diversi rispetto a quelli previsti per una casa circondariale. A questo si aggiunge un’elevatissima presenza di persone con dipendenze da sostanze, quasi 300 su 580 detenuti, spesso accompagnate da disturbi psichiatrici, che richiederebbero interventi sanitari e socioeducativi adeguati e mettono ulteriormente sotto pressione il personale penitenziario”. Colpisce, inoltre, l’alta percentuale di detenuti stranieri privi di permesso di soggiorno. “È la dimostrazione del fallimento dell’attuale gestione dell’immigrazione - continuano i tre dem -. Da un lato non si riesce a rendere effettive le espulsioni di chi non ha titolo per rimanere nel nostro Paese; dall’altro si impedisce a queste persone di costruire un percorso di regolarizzazione e di integrazione. Il risultato è che il carcere diventa il luogo in cui si scaricano le conseguenze di politiche inefficaci. Persone senza documenti, senza un domicilio e senza un lavoro non possono accedere alle misure alternative alla detenzione e rimangono intrappolate in un circuito che rende estremamente difficile ogni percorso di reinserimento e alimenta il rischio di recidiva. Rispetto alle visite effettuate negli anni precedenti dispiace riscontrare una riduzione delle attività educative, formative e laboratoriali, cioè di quella dimensione trattamentale che dovrebbe rappresentare il cuore della funzione rieducativa della pena. È un arretramento che preoccupa, nonostante il prezioso lavoro svolto dall’associazione Carcere e Territorio e dall’intero mondo del Terzo settore, che potrebbero invece essere maggiormente valorizzati per rafforzare l’apertura del carcere verso l’esterno e offrire ai detenuti concrete opportunità di formazione e reinserimento”. Servono risposte concrete. “È indispensabile aumentare gli organici della Polizia penitenziaria, oggi chiamata a operare in condizioni estremamente difficili e con una popolazione detenuta sempre più complessa, e rafforzare la presenza di educatori, psicologi, psichiatri, operatori sociali e di tutte quelle figure che possono accompagnare i detenuti in percorsi di cura, formazione e professionalizzazione - concludono Gori, Casati e Scandella -. Solo investendo sulle persone, dentro e fuori il carcere, è possibile ridurre la recidiva, migliorare la sicurezza e restituire alla pena la funzione rieducativa prevista dalla Costituzione”. Vercelli. “Gli annunci del Governo non bastano. Condizioni critiche nonostante le promesse” La Sesia, 28 luglio 2026 Venerdì 24 luglio ha avuto luogo una visita ispettiva presso la Casa Circondariale di Vercelli, da parte di una delegazione del Partito Democratico, nell’ambito dell’iniziativa promossa dalla segreteria nazionale del Pd “Bisogna aver visto”, sulla condizione delle carceri italiane e AVS. Tra i presenti la Vicepresidente del Senato, Anna Rossomando, le Consigliere regionali Simona Paonessa (PD) e Giulia Marro (AVS), la Segretaria PD Vercelli - Valsesia Mariella Moccia e Daniela Todarello, responsabile Organizzazione PD Piemonte. Anche i Giovani Democratici, giovanile del PD, hanno partecipato al sopralluogo con la Segretaria regionale Annet Moscatello, il responsabile Legalità e Carceri Filippo Gambini e il Segretario provinciale GD di Novara Elia Impaloni. “Durante la visita ispettiva, siamo stati accolti dal direttore Giovanni Rempiccia, dal comandante Luca De Santis e da tutto il personale impiegato nella struttura. Personale che, va detto, lavora quotidianamente in condizioni molto complesse e sotto organico, come purtroppo in tutti gli istituti carcerari. Infatti, nonostante i roboanti annunci del Governo, la situazione degli Istituti Penitenziari sul territorio è critica: anche qui, meno personale di quanto ne necessiterebbe, che si traduce in incertezza quotidiana sugli orari di fine turno per molti lavoratori e straordinari in condizioni lavorative, appunto, già di per sé complesse. Sono infatti impiegati 130 agenti effettivi, a fronte della necessità totale di 154. Non è accettabile chiedere ai lavoratori di supplire, con il solo spirito di servizio su tre turni, alle carenze organiche e del sistema. Sono presenti alcuni problemi strutturali, specialmente al terzo e quarto piano dove, peraltro, alcune celle non sono agibili a causa di infiltrazioni d’acqua e danneggiamenti. Sono state ristrutturate le sezioni del secondo piano e a ottobre partiranno i lavori di spostamento dell’area sanitaria per renderla più sicura e accessibile al personale e ai detenuti. La struttura, nel suo complesso, ospita circa il 150% dei detenuti che potrebbe ospitare. Infatti, i detenuti sono ad oggi 347, a fronte di una capienza regolamentare di 229. Le temperature sono roventi, anche in molte aree dedicate al personale come uffici e ambulatori sanitari. Dal punto di vista sanitario si opera in difficili condizioni, a causa della mancanza di personale specializzato, da ottobre la gestione medica sarà affidata anche ad un’azienda del Terzo Settore. È stata rilevata una grave difficoltà nell’emissione delle ricette mediche elettroniche (DEMA), ad oggi sono consentite solo le prescrizioni di impegnative cosiddette rosse, documenti cartacei, che rendono più difficile la trasmissione dei dati sanitari e l’accesso alle cure. Proprio su questo tema, abbiamo portato avanti negli scorsi mesi una battaglia per l’introduzione del fascicolo sanitario elettronico anche dentro le carceri con l’obbiettivo di semplificare il lavoro degli operatori sanitari che lavorano nelle strutture carcerarie piemontesi e migliorando la qualità delle cure per una popolazione molto spesso dimenticata. Inoltre, abbiamo rilevato le gravi difficoltà in cui opera l’Area Rieducativa. A fronte di un organico previsto di cinque educatori, soltanto due sono attualmente in servizio, un numero del tutto insufficiente per seguire i 347 detenuti presenti nell’istituto. Si tratta tuttavia di una criticità strutturale, poiché anche l’organico teorico di cinque educatori risulterebbe comunque inadeguato alle esigenze di presa in carico, accompagnamento e reinserimento sociale delle persone detenute. Riconoscere lo scopo rieducativo e riabilitativo delle carceri è fondamentale e garantito dell’articolo 27 della Costituzione, investendo sull’offerta educativa e formativa, per migliorare le condizioni di vita dei detenuti e, al contempo, del personale impiegato nelle strutture” concludono gli esponenti PD, AVS e GD. Como. Carcere del Bassone al collasso: 415 detenuti in una struttura da 225 posti quicomo.it, 28 luglio 2026 La capogruppo del Pd alla Camera, Chiara Braga, visita l’istituto di Como e denuncia il sovraffollamento: “Servono più personale, investimenti e misure alternative alla detenzione”. Il carcere del Bassone continua a fare i conti con il problema del sovraffollamento. A rilanciare il tema è Chiara Braga, capogruppo del Partito Democratico alla camera dei deputati, che nella mattinata di lunedì 27 luglio ha visitato la casa circondariale di Como nell’ambito della campagna nazionale del Pd “Bisogna aver visto”, dedicata alle condizioni degli istituti penitenziari italiani. Secondo quanto riferito dalla parlamentare, il Bassone ospita attualmente 415 detenuti a fronte di una capienza di 225 posti, risultando tra le strutture più sovraffollate della Lombardia. La visita al carcere del Bassone - Braga ha sottolineato come all’interno dell’istituto sia presente una delle sezioni femminili più numerose della regione, con 51 detenute, oltre all’unica sezione lombarda dedicata alle persone che stanno affrontando un percorso di transizione. “La situazione è resa ancora più difficile dalla carenza di personale di polizia penitenziaria, educatori, mediatori culturali e operatori sanitari, mentre il caldo di queste settimane aggrava ulteriormente le condizioni di vita e di lavoro all’interno della struttura”, ha dichiarato. L’appello al Governo - Per la capogruppo dem il carcere di Como rappresenta una realtà comune a molti istituti italiani, dove sovraffollamento e carenza di risorse rischiano di compromettere sia la sicurezza sia i percorsi di reinserimento dei detenuti. Il Partito Democratico chiede quindi maggiori investimenti, nuove assunzioni, un potenziamento delle misure alternative alla detenzione e un intervento del ministro della Giustizia Carlo Nordio per affrontare quella che definisce “l’emergenza carceraria”. “Il carcere non può continuare a essere terreno di propaganda: è un luogo in cui lo Stato deve garantire insieme sicurezza, dignità e rispetto dei principi costituzionali”, conclude Braga. Verona. Fieracavalli porta i detenuti al lavoro con i primi tirocini di Francesca Romana Riello L’Adige, 28 luglio 2026 Dopo dieci anni di formazione dentro il carcere, il progetto promosso da Fieracavalli, Horse Valley ASD e Casa circondariale di Verona aggiunge un tassello decisivo: l’ingresso nel mondo del lavoro. Si chiama “Fieracavalli - Terreni Fertili” il nuovo protocollo che rinnova la collaborazione tra le tre realtà e introduce, per la prima volta, cinque tirocini all’anno destinati ai detenuti che hanno concluso il percorso di tecnico di scuderia e possono svolgere attività all’esterno dell’istituto. Il nuovo protocollo d’intesa resterà in vigore fino al 2028 e amplia un’iniziativa avviata nel 2016, costruita sull’idea che il rapporto con il cavallo possa diventare uno strumento educativo e professionale. In dieci anni il progetto ha coinvolto 184 detenuti, dei quali 58 hanno conseguito il diploma di tecnico di scuderia, grazie a un percorso formativo seguito da veterinari, maniscalchi e istruttori specializzati. La novità è rappresentata dai tirocini, riservati ai detenuti che avranno completato il corso e ottenuto i permessi per lavorare all’esterno dell’istituto previsti dall’articolo 21 dell’Ordinamento penitenziario. L’esperienza si svolgerà a Corte Molon, dove i partecipanti affiancheranno il personale del centro ippico nella gestione quotidiana delle scuderie, mettendo alla prova sul campo le competenze acquisite durante la formazione. Cambia anche l’offerta didattica. Accanto alla gestione delle scuderie, il progetto introdurrà percorsi dedicati ad accoglienza, ristorazione e hospitality, con l’obiettivo di offrire competenze spendibili anche in altri ambiti lavorativi. “Il reinserimento sociale passa necessariamente attraverso opportunità concrete di formazione e lavoro - spiega la direttrice della Casa circondariale di Verona, Mariagrazia Bregoli -. In questi anni il progetto ha dimostrato che costruire competenze significa creare reali possibilità per il futuro. Il fatto che alcuni dei detenuti diplomati lavorino oggi in diversi maneggi è la dimostrazione più concreta del valore di questo percorso”. Sulla stessa linea Linda Fabrello, presidente di Horse Valley ASD - Corte Molon. “I tirocini permettono ai diplomati di applicare concretamente quanto appreso durante il corso e di confrontarsi con le attività quotidiane di un centro ippico. A Corte Molon saranno coinvolti nella gestione ordinaria del maneggio, lavorando al fianco dello staff e mettendo alla prova le competenze acquisite. Per noi è un modo per dare seguito a un progetto nato dieci anni fa e accompagnare i diplomati verso una concreta esperienza lavorativa”. Il protocollo consolida così una collaborazione avviata ormai da un decennio tra il mondo equestre e la Casa circondariale di Verona, aggiungendo alla formazione un’esperienza pratica che punta a rendere più concreto il percorso di reinserimento sociale e lavorativo delle persone detenute. Per la prima volta, infatti, il progetto non si fermerà all’aula e alle lezioni, ma accompagnerà alcuni partecipanti anche nel passaggio verso il lavoro, mettendo alla prova le competenze acquisite in un contesto operativo reale. Nei carrugi di Genova con don Gallo. Nei luoghi del “non diritto alla sofferenza” di Massimiliano Castellani Avvenire, 28 luglio 2026 Dalla Comunità di San Benedetto al Porto ai progetti che hanno raccolto l’eredità del sacerdote sempre vicino agli ultimi. La sua storia e le sue parole nel libro pubblicato dalle edizioni Creuza de mä. Due anime genovesi si aggiravano per i vicoli della città vecchia, tra via del Campo e piazza don Gallo: una è l’anima laica di Fabrizio De Andrè, l’altra è quella cristiana di don Andrea Gallo, uniti da tante cose a cominciare dalla fede calcistica per il Genoa. Si incontravano di notte, da buoni amici: “Belìn don Gallo lo sai perché ti sono amico? Perché sei l’unico prete che non mi vuole mandare in Paradiso a tutti i costi”, confessava Faber, e il Gallo ricambiava assolvendolo: “Io ti sono amico, perché mi hai insegnato che le vite perdute sono le anime salve”. De Andrè e don Gallo, idealmente si incontrano ancora nei carrugi, quei dedali misteriosi in cui si annidano le trame esistenziali più svariate, che, da sempre, formano la trama di quel macramè che è l’umanità multietnica di Genova. Di queste due “anime grandi”, resta molto di più che le canzoni poetiche e il piccolo museo di via del Campo dedicato al poeta De Andrè, e la piazzetta del sestiere di Prè, che dal 2014 (l’anno dopo la morte di don Gallo), reca il nome dell’uomo con il megafono, che per tutti qui è semplicemente il “Gallo”. Megafono in mano, circondato dai suoi figgeu (ragazzini): così don Andrea Gallo appare nel murales restaurato sotto la chiesa del Carmine, di cui fu viceparroco prima del trasferimento a Capraia, maturato in una stagione di tensioni con l’autorità ecclesiastica. Il suo instancabile lavoro tra gli ultimi conviveva infatti con interventi pubblici su questioni come droghe ed eutanasia che lo collocavano lontano dal magistero della Chiesa, alimentando un confronto talvolta acceso. Nato a Campo Ligure nel 1928, ex partigiano, il “Gallo” già all’inizio degli anni Settanta faceva parlare di sé per la scelta di aprire le porte della Comunità di San Benedetto, fondata al Porto, ai tossicodipendenti e agli emarginati, suscitando entusiasmo in molti e perplessità in altri. Un approdo per la peggio gioventù finita in mezzo alla tempesta del male di vivere, per qualcuno quel posto è stato l’ultima ancora a cui aggrapparsi per non morire dentro, ucciso dalla sostanza. Una Casa questa Comunità che allora come oggi sfama il corpo all’osteria marinara, A’ Lanterna di don Gallo, ma soprattutto nutre le anime, specie quelle perse che diventano salve. Nella sua rete salvifica, di chi univa il Vangelo e ai dieci comandamenti i “primi dodici articoli della Costituzione”, sono finiti tanti di quei ragazzi dalle vite e le vene bucate che incontrava nelle sue camminate, in cui memore della formazione salesiana, a Varazze, procedeva a passo lento “con i piedi rivolti a terra e lo sguardo rivolto al Cielo”. Quel suo itinerario spirituale per le strade di Genova lo abbiamo ripercorso con due splendide guide umane, Matteo Fortuna e Stefano Massari che da poco hanno fondato l’impavida casa editrice indipendente Crêuza de Mä, omaggio al mitico album del 1984 di De Andrè in collaborazione con Mauro Pagani. E il primo titolo che ha inaugurato le loro edizioni è stato proprio Il Vangelo degli ultimi (prefazione di Moni Ovadia, amico storico della Comunità di San Benedetto al Porto) scritto da don Gallo con Federico Traversa, globetrotter culturale (radiofonico e narrativo), uno dei tanti ragazzi a cui il “Don” ha cambiato la direzione mettendolo sul sentiero ostinato e contrario. “Andrea, l’ho incontrato per caso a trent’anni quando andavo in cerca di risposte. Per anni fino alla fine dei suoi giorni abbiamo viaggiato insieme in giro per l’Italia. Agli inizi, con stupore, mi resi conto che a ogni incontro pubblico, Andrea non parlava mai di argomenti religiosi e allora una sera ricordo che tra le nebbie di Novara dopo una presentazione in una libreria gli chiesi: ma tu, credi all’esistenza di Dio? Andrea aspirò il sigaro e mi disse: “Federico, cerchiamolo insieme”. Quel sigaro, compagno fedele delle lunghe giornate in soccorso di quell’umanità offesa e dimenticata, è ancora acceso e brilla anche sull’effigie di don Gallo nella locandina di “Dimmichiescludi”. Una festa popolare in sua memoria, con tanta musica e incontri, da don Ciotti a Vinicio Capossela, che si è celebrata a fine maggio nella centralissima Piazza Matteotti. “È stato un atto politico in nome del Gallo, la riappropriazione di uno spazio civico fondamentale come la piazza”, dice Marco Malfatto, il presidente di San Benedetto al Porto. La Comunità prosegue nel solco tracciato dal suo fondatore occupandosi, oltre che di dipendenze, di cibo, di diritto al lavoro, di tutela dell’ambiente e della cultura, con tutta una rete di servizi che sono gestiti da operatori, professionisti e volontari. La lotta alla droga rimane il versante in cui don Gallo si fece riconoscere denunciando la necessità di un cambiamento radicale per sanare la piaga. “Tre modi per affrontare la tossicodipendenza: partire dal prodotto, dal contesto, e dalla persona” andava ripetendo ovunque, frustando le coscienze, specie quelle dei politici attaccati solo alla poltrona, invitandoli a emanare leggi più giuste “perché le leggi - diceva - sono come i binari. Senza i binari i treni possono camminare?”. La Comunità viaggia su tanti binari e alla velocità massima, come quando c’era don Gallo. La tratta si è estesa a una serie di residenze che vanno dalla casa madre della Chiesa di San Benedetto, passando dal centro di accoglienza di Casa Anna Agostinis, e da lì alla Sala Paride Batini e il Teatro degli Zingari, sconfinando fuori Genova. A Giovi dove sorge la Cascina Canepa, don Gallo e i suoi ragazzi sono arrivati fino ad Alessandria. Qui, nel cuore della città piemontese, sono sorte la Casa di Quartiere, lo store di Second Life, la Cascina Rangone e l’Ortozero Cafè. “Tutte realtà in cui la nostra Comunità si innesta nel tessuto sociale del luogo e opera per quel diritto che don Gallo riteneva fondamentale: “Il diritto alla non sofferenza”. Un percorso che a cominciare dall’assistenza a persone con dipendenze fino agli ex detenuti si basa sulla massima salesiana “dell’educare e non punire, chi vuol farsi ubbidire, diceva don Bosco, prima deve riuscire a farsi amare”. Entrando a San Benedetto colpisce quella bacheca dove un giorno don Gallo nello spazio libero trovò scritto: “Il male grida forte” e il giorno dopo con gioia e stupore i suoi occhi lessero: “Ma la speranza grida più forte”. Quella speranza l’ha condivisa con la gente comune e con i tanti amici artisti che l’hanno seguito in questo palcoscenico che è la vita di tutti i giorni, dove ognuno è chiamato a fare la sua parte. “Un giorno a Barcellona incontro Manu Chao che sentendo che ero di Genova mi fa: “Quando torni a casa salutami don Gallo” - ricorda Federico Traversa -. La forza di Andrea era quella di entrare in empatia con chiunque e quel tempo che trascorreva con te ti faceva sentire un essere speciale”. Ogni volta che passavano dal Porto, De Andrè, Vasco Rossi, Tonino Carotone, Piero Pelù,… non mancavano mai di salutare il Gallo. Cisco, dei Modena City Ramblers, chiese, ed ottenne con orgoglio dal “Don”, che gli declamasse dei passi del Subcomandante Marcos che poi ha inciso nel disco La lunga notte. Il buio della notte dei troppi cuori nelle tenebre è stato illuminato dal passaggio di quest’uomo che lasciava zaffate di sigaro che profumavano di bontà e di santa comprensione, ricordando a tutti: “Ho scelto di camminare insieme, di vivere con gli altri e per gli altri con un occhio di riguardo per quelli che stanno in fondo alla fila”. Gli ultimi, quelli che fanno fatica a mettere assieme il pranzo con la cena e per loro è attiva la Rete Recibo: “Nel 2023 abbiamo recuperato 203.507 kg di eccedenza che sono andati a 24.188 beneficiari, 35.700 pasti distribuiti in strada e 67.264 nelle mense - spiega Malfatto -. Andrea ci ha insegnato che “la povertà è sopportabile, ma la miseria è un’offesa alla natura umana”. Oggi una delle grandi miserie di questo tempo è la fragilità delle nuove generazioni sedotte e abbandonate. “I giovani non hanno bisogno di maestri ma di testimoni autentici”, ha cantato il Gallo fino alla noia, avvertendo i responsabili, quel mondo adulto fatto di genitori assenti o distratti: “Li buttate in acqua senza salvagente e in più gli fate il mare a forza 9… lo credo che affogano!”. Per non farli affondare, la comunità di San Benedetto al Porto continua a calare le sue scialuppe di salvataggio, convinta come il suo fondatore che “in qualunque momento possiamo ricominciare da capo, perché tutti i santi hanno un passato, perché tutti i peccatori hanno un futuro”. Don Gallo del futuro ha fatto appena in tempo a vedere salire al soglio pontificio Bergoglio, di cui aveva “profetizzato” l’elezione. “In un incontro, Andrea parlò per tutto il tempo della Teologia della Liberazione, auspicando un nuovo Papa sudamericano e dopo qualche settimana ci fu l’elezione di papa Francesco - racconta ancora Traversa -. Questa è stata la sua ultima intuizione, una delle tante a cui ci aveva abituati”. Così come aveva visto lontano sui venti di guerra, auspicando: “La svolta epocale di questo millennio è l’incontro con l’altro e la cultura della pace che ha quattro colonne portanti: verità, giustizia, amore e libertà… Dobbiamo ascoltare e non giudicare, aprire un dialogo con tutti, senza pregiudizi. Solo così si cambieranno le cose”. La violenza si presenta sempre in assenza di linguaggio di Francesca Fimiani* Il Manifesto, 28 luglio 2026 Dal 23 luglio - dall’approvazione del disegno di legge che modifica il criterio di accertamento dell’imputabilità dei minori tra 14 e 18 anni - si può presumere che un individuo in questa fascia di età sia in grado di comprendere le implicazioni, la gravità e le conseguenze delle proprie azioni. Concentrando tutta l’attenzione su questo punto, forse speriamo di vedere esaurirsi il disagio giovanile nella colpa di una singola persona, in un gesto violento e nella sua eventuale punizione. Quello, però, è solo l’ultimo capitolo della storia. Per comprenderla davvero e provare a cambiarla, bisogna fare lo sforzo di tornare indietro e sfogliare quel libro dall’inizio. Da più di un decennio Giralangolo si impegna a indagare il mondo dei giovani adulti: un mondo sfaccettato e complesso, in continuo cambiamento, esposto alle intemperie della vita e primo specchio dei problemi della società. Ci siamo confrontati spesso con la rabbia delle nuove generazioni. Di persona, grazie all’incontro con lettrici e lettori da un capo all’altro del Paese. E attraverso i testi che pubblichiamo: romanzi che raccontano una realtà dura, non edulcorata, che si esprime talvolta anche in maniera violenta. Ed è emerso questo: nei romanzi che raccontano adolescenti violenti quasi mai il protagonista pensa al codice penale. Pensa a non fare la figura del codardo davanti agli amici. Pensa a vendicarsi. Pensa a essere finalmente visto. Oppure non pensa affatto. La sua consapevolezza giuridica non è mai davvero il nocciolo della questione. La violenza si presenta in assenza di linguaggio. Chi la esercita può possedere gli elementi per leggere la realtà - riconosce l’ingiustizia, l’umiliazione, la mancanza di prospettive - ma non ha ancora le parole e gli strumenti per trasformare quella consapevolezza in una richiesta di ascolto. La violenza offre invece una traduzione immediata: individua un nemico, assegna un obiettivo, produce appartenenza e restituisce l’illusione di aver ripreso il controllo. È un’identità distruttiva, che nasce per sottrazione: non dice chi si è, ma soltanto chi non si vuole essere. La giustizia può concentrarsi sull’atto, ma la cultura, la scuola, la società hanno il compito di provare a cambiare la storia che lo precede. La letteratura per ragazzi viene in aiuto proprio in questo senso. Quanta povertà emotiva, quanta solitudine, quanta desensibilizzazione sono state necessarie per arrivare a quell’atto estremo? Connor O’Neill, il protagonista del romanzo Rime contro di Brian Conaghan, vive in una periferia industriale dilaniata dalla lotta tra gang. Cresce in una comunità senza lavoro, con una scuola percepita come aliena, spazi di aggregazione inesistenti e nessuna fiducia nelle istituzioni. È la descrizione di una realtà che vorremmo non fosse così familiare. E intervenendo soltanto quando il disagio è diventato reato, aumentando la punibilità, la radice del problema rischia di restare inalterata. La storia di Connor ci allena a fare una cosa importante: guardare un ragazzo violento senza assolverlo, e allo stesso tempo senza ridurlo alla sua violenza. Non si tratta di opporre responsabilità ed educazione, ma di costruire una responsabilità capace di produrre consapevolezza, riparazione e cambiamento, andando oltre la colpa e la pena. Un sistema di rieducazione minorile dovrebbe essere giudicato non soltanto dalla capacità di punire, ma da quella di impedire che un irrimediabile errore diventi il destino di una persona. *Editor di Giralangolo, marchio per infanzia e young readers di Edt L’età dell’innocenza non è uguale per tutti di Mario Ricciardi Il Manifesto, 28 luglio 2026 Ddl “anti-maranza”. Anche la mediocrità ha una sua ferocia, che si manifesta in modi facili da ignorare, almeno fino a quando non ci coinvolge direttamente. Essa può trovare espressione anche in forme legali, giocando sui margini, dove la previsione astratta del diritto eguale per tutti deve combaciare con i requisiti da soddisfare per essere considerato cittadino, persona o semplicemente umano. Era su questo che faceva leva la strategia su cui puntarono i fini giuristi che, dopo la guerra di secessione, architettarono la legislazione che svuotava dall’interno le garanzie introdotte per tutelare gli ex schiavi liberati. Le leggi Jim Crow non cancellavano i diritti astratti previsti dagli emendamenti alla costituzione degli Stati Uniti adottati tra il 1865 e il 1870, ma li rendevano inerti, stabilendo requisiti per esercitarli disegnati in modo tale da essere applicati prevalentemente agli ex schiavi. La coscienza del giurista moralmente agnostico trova facilmente soddisfazione in questo genere di dispositivi legali: “non si mette in discussione il diritto, ma se ne regolano le condizioni di esercizio”. Era attraverso questa tecnica che decine di migliaia di neri venivano esclusi dal voto senza essere privati formalmente del diritto di votare. Ci vollero cento anni per restituire operatività e pienezza normativa agli emendamenti sui diritti civili. Una conquista costata fatica e sangue, che ha fatto immaginare la chiusura definitiva della questione della razza negli Stati Uniti, e la conseguente instaurazione di un regime di eguaglianza nel quale anche un nero figlio di un immigrato africano può essere eletto presidente. Eppure, proprio nel momento in cui la questione sembrava risolta, il risentimento di chi non accetta l’eguaglianza riemerge e trova riconoscimento politico nel movimento che ha portato all’elezione di Donald Trump, e al dominio da parte della destra radicale che lo sostiene sul partito Repubblicano. Gli emendamenti approvati per accogliere gli ex schiavi tra i cittadini, garantendo che si sentissero pienamente a casa insieme a coloro che un tempo chiamavano “padroni”, tornano al centro dell’attenzione di fini giuristi che lavorano per renderli inoperativi. Negli Stati Uniti ci sono centinaia di strade dedicate a Martin Luther King, ma ci sono anche quasi due milioni di persone in prigione, o in altre forme di detenzione, molte delle quali sono minorenni. Una parte significativa (nelle prigioni federali la percentuale è 7 su 10) di questi reclusi sono neri o appartengono a altre minoranze. A fare questa osservazione è Angela Davis, in un saggio (Freedom is a Constant Struggle) in cui sottolinea il carattere centrale che la questione carceraria ha assunto nel capitalismo reale statunitense, cui anche molti paesi europei hanno guardato, e guardano ancora, come un modello da cui prendere esempio. Questa è la cornice entro la quale dovremmo collocare le misure repressive adottate negli ultimi anni dal governo Meloni, e l’approccio complessivo che la destra, anche in Italia, ha alla questione carceraria e al legame che essa ha con il rispetto dei diritti fondamentali delle persone. Nello stesso momento in cui si invoca clemenza, non potendo imporre immunità, per chi si fa giustizia da sé, purché ovviamente sia uno di noi, si rovescia su minori l’onere della prova relativamente ai requisiti di imputabilità, nella consapevolezza che una parte consistente di coloro cui questa disposizione potrebbe applicarsi avrebbe difficoltà a far valere i propri diritti. La tecnica impiegata è la stessa che venne messa in atto nelle leggi Jim Crow. Si regolamentano i criteri di applicazione del diritto astratto per eroderne l’operatività per un gruppo di persone. Che l’intento sia discriminatorio (che riguardi cioè loro, non noi) è dichiarato da chi nella maggioranza descrive le nuove misure come disposizioni “anti-maranza”, alludendo a uno stereotipo etnico. Tra le ossessioni della destra, su entrambe le sponde dell’Atlantico, c’è quella di una storia da purgare di ogni elemento che metta in cattiva luce l’occidente, e la supremazia dell’uomo bianco che per secoli si è identificata con esso. Studiando la storia del colonialismo, infatti, si scopre che l’innocenza del bambino non vale per chi non viene riconosciuto come pienamente umano, perché ridotto alla condizione del bruto. Le testimonianze relative alle punizioni dei minori, e persino dei bambini, per violazione dei doveri imposti dal regime di sfruttamento sistematizzato dei nativi in atto nel Congo belga furono tra i fattori che condussero a una reazione morale contro il colonialismo in Europa. Oggi quella consapevolezza si va affievolendo, e c’è chi la ritiene obsoleta. Almeno per quel che riguarda i bambini degli altri, che vanno sottoposti a regimi di feroce disciplina. Già nella parola ‘maranza’ c’è la condanna di Alessandro Tolomelli* Il Fatto Quotidiano, 28 luglio 2026 La legge fa l’identikit del ragazzo pericoloso, da punire ed escludere. Dal pacchetto Nordio-Meloni emerge una scelta culturale: sostituire la relazione educativa con il controllo e rispondere alla paura degli adulti anziché ai bisogni degli adolescenti. Le leggi cominciano prima di essere scritte. Cominciano nelle parole attraverso le quali una società decide chi deve essere temuto, chi deve essere sorvegliato e chi, infine, può essere sacrificato per rassicurare l’opinione pubblica. È per questo che la definizione di disegno di legge “anti-maranza” non costituisce un innocuo espediente comunicativo. “Maranza” non è una categoria giuridica e non compare nel titolo ufficiale del provvedimento, che si limita a parlare di ‘modifiche in materia di imputabilità del minore’. È invece un’etichetta sociale mobile, caricata nel tempo di riferimenti generazionali, territoriali, culturali e migratori. La stessa Accademia della Crusca ha rilevato che il termine è frequentemente associato a ragazzi italiani di seconda generazione o di origine nordafricana e che il suo uso ha favorito la proliferazione di stereotipi e contenuti razzisti. Prima ancora che un giudice accerti un fatto, dunque, la parola rischia di avere già costruito il colpevole collettivo. Il 23 luglio 2026 il Consiglio dei ministri ha approvato, su proposta della presidente Giorgia Meloni e del ministro della Giustizia Carlo Nordio, un disegno di legge che modifica l’articolo 98 del Codice penale. La soglia minima dell’imputabilità rimane fissata a quattordici anni e la proposta non introduce automaticamente pene più severe. Cambia, però, il punto di partenza: tra i quattordici e i diciotto anni la capacità di intendere e di volere sarà presunta fino a prova contraria. Non si tratta, naturalmente, di una presunzione di colpevolezza: il fatto contestato e la responsabilità dell’imputato dovranno comunque essere provati. Ciò che viene presunto è il presupposto soggettivo che rende il minorenne penalmente imputabile. Ma proprio per questo il cambiamento è tutt’altro che secondario. Il disegno di legge interviene anche sull’articolo 9 del D.P.R. 448 del 1988, uno dei cardini del processo minorile. Oggi pubblico ministero e giudice acquisiscono elementi sulle condizioni personali, familiari, sociali e ambientali del ragazzo anche al fine di accertarne l’imputabilità. Nel nuovo testo questo riferimento viene eliminato dalla disposizione generale e sostituito con la previsione secondo cui tali elementi, ai fini del giudizio sull’imputabilità, potranno essere acquisiti. Il verbo cambia: ciò che era parte necessaria dell’accertamento individuale diventa una possibilità. È ancora un disegno di legge e dovrà essere discusso dal Parlamento, ma la direzione culturale è già chiaramente indicata. La modifica può apparire tecnica, ma contiene un rovesciamento profondo dello sguardo. Nel sistema attuale lo Stato è chiamato a domandarsi chi sia il ragazzo che ha davanti, quale sia il suo grado di maturazione, quale comprensione abbia avuto del significato e delle conseguenze del proprio comportamento. Con la nuova impostazione, la risposta precede la domanda: il ragazzo viene considerato in partenza sufficientemente maturo per rispondere penalmente del fatto; l’eventuale immaturità dovrà emergere come eccezione. È qui che si manifesta un processo di adultizzazione della giustizia minorile. Non perché venga formalmente cancellata ogni differenza tra minorenne e adulto, ma perché si riduce il peso attribuito alla condizione evolutiva. L’adolescente viene trattato come abbastanza adulto quando deve essere punito, mentre continua a essere considerato troppo giovane quando chiede ascolto, autonomia, partecipazione e possibilità di incidere sulla società. Grande abbastanza per rispondere come un adulto, piccolo abbastanza per non avere voce. Il punto non riguarda soltanto il diritto penale. Riguarda il modo in cui il mondo adulto ha progressivamente smesso di riconoscere l’adolescenza come un’età della vita e ha cominciato a rappresentarla come una realtà separata, estranea e potenzialmente ostile. Tra la clinica e la caserma - Da tempo, nei confronti dell’adolescenza, si stanno affermando due paradigmi apparentemente opposti. Da una parte quello della diagnosi e della terapia: l’adolescente è fragile, problematico, malato, bisognoso di essere curato e normalizzato. Dall’altra quello del controllo e della repressione: l’adolescente è pericoloso, privo di valori, violento, bisognoso di sorveglianza e punizione. Il primo conduce alla moltiplicazione di diagnosi, ricette genitoriali e terapie prêt-à-porter. Il secondo conduce a nuovi reati, misure restrittive, controlli di polizia e irrigidimenti della risposta penale. Ma, nonostante le differenze, entrambi condividono uno stesso presupposto: l’adolescente sarebbe un soggetto sbagliato che l’adulto competente deve correggere. In entrambi i casi scompare la dimensione propriamente pedagogica. Scompare cioè la relazione, la reciprocità, l’ascolto, la costruzione condivisa di un percorso tra adulti competenti e ragazzi. Il terapeuta prende il posto dell’educatore, il poliziotto prende il posto dell’educatore, ma il ragazzo rimane oggetto dell’intervento altrui: qualcuno da guarire o da contenere, raramente una persona con la quale entrare in relazione. Naturalmente, questo non significa negare la necessità della presa in carico psicologica o psichiatrica quando esiste un disagio clinico, né rinunciare all’intervento delle forze dell’ordine di fronte a comportamenti violenti. Significa rifiutare che terapia e repressione diventino le uniche lenti attraverso cui guardare un’intera generazione. Il paradigma pedagogico-sociale non esclude la cura sanitaria o il limite giuridico: impedisce che essi sostituiscano l’educazione e, soprattutto, agisce sulla prevenzione e non sull’emergenza. A essere progressivamente accantonato è dunque il lavoro educativo svolto nei territori e nei contesti informali: gli educatori di strada, i centri giovanili, il lavoro nelle comunità, l’educativa scolastica, il sostegno alle famiglie, i luoghi nei quali gli adolescenti possono incontrare adulti pedagogicamente autorevoli senza essere immediatamente giudicati o diagnosticati. Questo lavoro è più lungo, faticoso e meno visibile di un intervento repressivo o di un giudizio diagnostico. Non produce l’immagine rassicurante di una pattuglia, non consente di annunciare una nuova pena e difficilmente diventa il titolo di apertura di un telegiornale. Richiede continuità, competenze, risorse e la capacità degli adulti di tollerare anche ciò che appare disturbante, conflittuale o non conforme alle loro aspettative. Eppure è proprio questo il lavoro che può prevenire la trasformazione di un disagio in comportamento antisociale, di un conflitto in violenza, di una divergenza in una carriera deviante. Da questo punto di vista, appare quasi simbolico che il disegno di legge si chiuda con una clausola di invarianza finanziaria: il cambiamento dovrà essere attuato senza nuovi o maggiori oneri per lo Stato. Rovesciare una presunzione giuridica, almeno sulla carta, non costa nulla. Costruire un welfare educativo, invece, costa. Costa denaro, tempo, formazione professionale e responsabilità politica. La prima soluzione offre un risultato comunicativo immediato; la seconda obbliga il mondo adulto a impegnarsi per anni. È comprensibile, allora, perché la repressione possa apparire più comoda. Punire significa concentrare tutta la responsabilità sull’atto del ragazzo. Educare significa chiedersi anche che cosa gli adulti, le istituzioni e la comunità non abbiano saputo vedere o fare prima che quell’atto venisse commesso. La stessa logica verticale attraversa spesso il modo in cui la politica rappresenta il rapporto tra famiglie e figli. Alla responsabilità educativa tende a sostituirsi un’idea proprietaria: il figlio deve corrispondere al modello scelto dall’adulto, deve uniformarsi, obbedire e restituire l’immagine desiderata. Ma la responsabilità educativa è il contrario della proprietà. Non attribuisce all’adulto il diritto di plasmare unilateralmente il ragazzo. Gli chiede, piuttosto, di accompagnarlo verso l’autonomia, accettando di mettere in discussione le proprie aspettative, i propri linguaggi e perfino i propri errori. Educare non significa costringere le nuove generazioni a indossare i modelli preparati da quelle precedenti. Significa “camminare insieme”, mantenendo la necessaria asimmetria della responsabilità adulta senza trasformarla in dominio. Significa porre confini, ma anche spiegare quei confini; chiedere responsabilità, ma anche assumersi responsabilità; pretendere rispetto, ma riconoscere per primi l’adolescente come interlocutore. La pedagogia comincia quando l’adulto rinuncia a considerarsi soltanto giudice e accetta di essere parte della relazione. È precisamente questa messa in discussione che la scorciatoia repressiva consente di evitare. I numeri e il panico morale - La domanda dovrebbe allora essere molto semplice: il sistema vigente ha davvero prodotto una vasta area di impunità dovuta all’immaturità dei ragazzi? I dati richiamati da Save the Children sembrano indicare il contrario. Le sentenze di non luogo a procedere per accertata immaturità emesse dal giudice dell’udienza preliminare sono passate dalle 256 del 2004 alle 110 del 2014, fino alle 60 del 2024. Nello stesso 2024, i proscioglimenti pronunciati dal Tribunale per i minorenni per la medesima ragione sono stati soltanto quattro. Si interviene dunque con grande enfasi politica su un istituto applicato in un numero estremamente limitato di casi. Anche l’VIII Rapporto di Antigone sulla giustizia minorile invita a distinguere tra l’esistenza di episodi gravi e la costruzione di una presunta emergenza generalizzata. Nel 2024 le segnalazioni di minorenni sono aumentate quasi del 17 per cento, ma l’incremento scende al 12 per cento considerando le prese in carico da parte dell’autorità giudiziaria e al 2 per cento guardando agli ingressi effettivi nel sistema della giustizia minorile. Secondo i dati Eurostat citati dal rapporto, il tasso italiano di minorenni denunciati, 363,4 ogni centomila abitanti, risulta nettamente inferiore alla media europea di 647,9. Nel frattempo, le presenze negli istituti penali minorili sono passate da 381 alla fine del 2022 a 572 alla fine del 2025. Questi numeri non autorizzano a sottovalutare le aggressioni, le rapine o le altre forme di violenza giovanile. Ogni vittima ha diritto a essere protetta, ascoltata e risarcita. Ma i dati rendono almeno contestabile la rappresentazione di una generazione fuori controllo e suggeriscono che ad ampliarsi sia stata anche la reazione penale. È precisamente questo lo schema del panico morale: singoli episodi, spesso gravi e altamente visibili, vengono presentati come manifestazioni ordinarie di un’intera categoria. La reiterazione mediatica produce una percezione sproporzionata del pericolo; la paura genera una domanda di punizione; la politica trasforma quella domanda in provvedimenti che, a loro volta, sembrano confermare l’esistenza dell’emergenza. La legge non risponde più alla realtà del fenomeno, ma alla realtà della paura. L’etichetta “maranza” compie un passo ulteriore in questa direzione. Non descrive soltanto un comportamento, ma fabbrica un’identità. Abbigliamento, musica, linguaggio, quartiere, provenienza familiare e presenza nello spazio pubblico vengono compressi in una figura unica, quella del ragazzo pericoloso. Non si giudica più ciò che una persona ha fatto, ma si presume ciò che essa sia. Non “hai commesso un reato”, ma “sei un delinquente”. Non “hai esercitato violenza”, ma “sei un maranza”. È il rischio di etnicizzazione dell’adolescenza: un gruppo sociale eterogeneo viene rappresentato come una minoranza compatta, separata dal resto della società, caratterizzata da valori e comportamenti incompatibili con quelli della comunità adulta. La parte dominante attribuisce un’identità alla parte subalterna, la definisce e la stigmatizza, fino a rendere naturale la sua esclusione. A questo processo si accompagna la de-juvenilizzazione, cioè la sottrazione all’adolescente del riconoscimento della sua età evolutiva. L’errore non viene più interpretato dentro un percorso ancora aperto, ma congelato in un’identità definitiva. Il comportamento diventa carattere, il conflitto diventa natura, il reato diventa destino. Criticare questa impostazione non significa sostenere il laissez-faire. Non esiste una pedagogia credibile senza regole, limiti e conseguenze. Chi aggredisce, rapina o umilia un’altra persona deve essere fermato. Il danno deve essere riconosciuto e, per quanto possibile, riparato. Il ragazzo deve essere posto nelle condizioni di comprendere la gravità del proprio comportamento e di assumersene la responsabilità. Ma responsabilizzare un adolescente non equivale a trattarlo come un adulto in miniatura. La responsabilità educativa non si esaurisce nell’inflizione della pena. Richiede di costruire le condizioni affinché il ragazzo possa comprendere il fatto, riconoscere la vittima, modificare il proprio comportamento e rientrare nella comunità senza essere definitivamente identificato con il reato commesso. Di fronte a un minorenne, ogni provvedimento giudiziario dovrebbe conservare uno sguardo rieducativo. Dovrebbe domandarsi che cosa sia ancora possibile fare per accompagnare quella persona verso il protagonismo, la capacità critica e l’autonomia. Dovrebbe aiutarla a sottrarsi ai ricatti consumistici, identitari e ideologici che possono alimentare la ricerca di riconoscimento attraverso il denaro, l’ostentazione, il dominio o la violenza. La giustizia minorile non è meno rigorosa quando prova a recuperare un ragazzo. È più esigente. Non si limita a produrre obbedienza attraverso la paura della pena, ma pretende un cambiamento consapevole. Non chiede semplicemente al minorenne di conformarsi al mondo adulto, ma lo accompagna a diventare autore responsabile della propria vita. Una politica realmente severa dovrebbe esserlo innanzitutto con le proprie responsabilità. Dovrebbe chiedersi perché in molti territori manchino educatori di strada, centri giovanili, sostegno psicologico accessibile, mediazione scolastica, servizi sociali adeguati e opportunità reali di partecipazione. Dovrebbe inoltre riconoscere che prevenzione non significa soltanto controllare anticipatamente chi viene considerato pericoloso. Prevenire significa costruire relazioni prima che il disagio diventi violenza, intercettare l’isolamento prima che venga trasformato in appartenenza criminale, offrire riconoscimento prima che il riconoscimento venga cercato attraverso il dominio sugli altri. Uno Società Civile, uno Stato di Diritto, deve saper dire a un quindicenne che la violenza produce conseguenze. Ma deve anche continuare a vedere, dentro quel quindicenne, una persona che non coincide definitivamente con il proprio errore. La vera sicurezza non consiste nell’aumentare il numero dei minorenni che possono essere processati. Consiste nel ridurre il numero dei ragazzi che arrivano a commettere un reato. Per riuscirci, però, non basta modificare un articolo del Codice penale. Occorre ricostruire una responsabilità educativa collettiva e accettare la parte più difficile del lavoro: cercare un linguaggio, creare una relazione, sperimentare forme nuove di comunicazione e mettere in discussione anche il mondo degli adulti. Da questo punto di vista, il cosiddetto disegno di legge “anti-maranza” rischia di rappresentare il punto più basso del paradigma con cui la politica guarda agli adolescenti. Non perché i loro comportamenti debbano essere giustificati, ma perché la paura adulta viene trasformata in criterio legislativo e la complessità educativa viene sostituita con una presunzione. Quando una comunità ha bisogno di trasformare i propri figli in un nemico interno per sentirsi più sicura, il problema non riguarda soltanto quei figli. Riguarda soprattutto la comunità adulta che, non sapendo più come parlare con loro, ha scelto di giudicarli prima ancora di ascoltarli. Il recupero è molto più faticoso che chiuderli tutti dentro di Della Passarelli* Il Manifesto, 28 luglio 2026 Gli adulti e le adulte al governo stanno dando un pessimo esempio alle nuove generazioni. Invece di impegnarsi ad attuare politiche che costruiscano un paese più sicuro, perché più ricco di conoscenza, di possibilità di dialogo, di concreta possibilità di lavoro e di studio, continuano a inasprire le pene. Per arrivare alla follia di questo decreto “anti maranza”. La soluzione è sempre quella, la più facile. Inaspriamo le pene, e il carcere (e che carcere!) diventa il modo per risolvere tutti i problemi. Servono scuole belle fisicamente e con programmi altrettanto belli ed efficaci; servono luoghi di aggregazione (biblioteche, centri sportivi, teatri, cinema…) spazi aperti e chiusi dove incontrarsi e tenere luci accese costantemente, che questa è la vera sicurezza. Servono pensieri lungimiranti e immaginazione, serve fatica e studio. Pensate a un ragazzino, una ragazzina tenuto dentro un Istituto di pena, anche per pochi mesi. Limitato di libertà essenziali per lo sviluppo della sua persona, a partire da quella affettiva e relazionale. Che poi, quando esce, ormai decisamente incattivito e disilluso, torna all’esterno e lì gli/le saranno precluse tutte le possibilità di reinserimento. Che volete che faccia? Madri e padri costituenti sapevano bene di un carcere repressivo e dannoso. Per questo nella costituzione sottolineano il valore rieducativo della pena. Dobbiamo fare in modo di recuperare cittadini e cittadine. Renderli capaci di partecipare alla vita della nostra Repubblica. Certo, è molto più faticoso che chiuderli tutti dentro. Soprattutto se si manca di capacità di progettazione, studio e impegno serio per generare possibilità. *Fondatrice e direttrice di Sinnos edizioni, presidente Adei Parlare (davvero) di scuola di Ernesto Galli della Loggia Corriere della Sera, 28 luglio 2026 Serve un confronto pubblico serio sulla multietnicità e le cose da cambiare. Per l’avvenire dell’Italia credo che sia una decisione vitale. Così vitale che non dovrebbe bastare l’autorità di un ministro e neppure del governo a decidere che fare. Per una questione del genere credo che sarebbe davvero necessaria una pronuncia del Parlamento con i parlamentari chiamati a esprimersi fuori da ogni disciplina di partito. Di che cosa si tratta è presto detto. Da tempo in molte scuole, specie elementari, situate nelle regioni settentrionali del nostro Paese (ma è facile prevedere che il fenomeno sia destinato ad estendersi e comunque a coinvolgere gli istituti destinati ai cicli scolastici successivi), la maggioranza degli alunni, talora la quasi totalità, proviene ormai da famiglie di immigrati, spesso di religione islamica e fortemente osservanti. Ognuno capisce che tutto ciò pone alcuni problemi di enorme importanza per il nostro futuro. Nessuno dubita, immagino, che anche a scolaresche in larga o larghissima misura non di cultura italiana (talora anche non italofone, ma questo mi sembra un problema in fin dei conti secondario perché di fatto in breve superabile e in genere superato) nessuno dubita, dicevo, che nelle scuole della Repubblica italiana si debbano impartire gli insegnamenti previsti dal nostro ordinamento e i loro contenuti. Voglio credere che questo sia considerato un principio irrinunciabile. Non nascondiamoci però l’inevitabile conseguenza di una tale premessa: e cioè che nella scuola italiana si attua di fatto un processo che può essere descritto come un oggettivo tentativo di deculturalizzazione nei confronti degli alunni provenienti da contesti culturali non italiani. Pur con tutta la migliore volontà multiculturale di questo mondo, pur con tutti i possibili tentativi da parte dell’insegnante di collegare gli argomenti dei programmi con eventi o idee del mondo islamico o cinese o dove che sia, e pur ammettendo che tali collegamenti siano presentati in modo appropriato, resta pur sempre il fatto decisivo che nelle nostre aule s’insegna la letteratura, la geografia, la storia, la filosofia, che hanno che fare con l’Italia, con la nostra specifica vicenda, nonché con il mondo europeo e americano con cui la Penisola ha da secoli i rapporti più stretti. Ma dobbiamo raffigurarci la situazione: un’aula scolastica - molte aule scolastiche italiane - in cui un insegnante si trova ogni giorno davanti ad una platea al 70-80 per cento costituita, da ragazzi e ragazze, mettiamo di 11-12 anni e di radice islamica, a parlare di cose perlopiù estranee al loro universo culturale, alla loro esperienza quotidiana nell’ambito familiare o di gruppo. Cose non solo estranee ma probabilmente per più di un verso contrastanti con le idee e i valori dell’intero retroterra ambientale degli allievi. E quindi fonte assai spesso di un inevitabile seguito di tensioni e di polemiche anche aspre tra chi sta dietro la cattedra e gli allievi, pronte peraltro a divenire tensioni e polemiche altrettanto aspre, talora punteggiate da una forte aggressività, tra le loro famiglie e la scuola stessa, la sua stessa organizzazione: si pensi ad esempio ai problemi posti dalle regole alimentari o all’obbligo del digiuno durante il Ramadan. Non basta. Da una certa età in avanti diviene assai spesso una fonte di problemi pure la presenza nella stessa aula di allievi di sessi diversi. Spesso le ragazze di fede islamica vengono ritirate dalla scuola, assai spesso indossano il velo o qualcosa di più invadente, quasi sempre non svolgono più alcuna attività con i loro compagni maschi. E tutto ciò avviene in una scuola della Repubblica dove si insegna una materia che ha per titolo “Cittadinanza e Costituzione”. La più ovvia domanda che suscita tutto ciò riguarda la condizione psicologica di chi è chiamato ad insegnare: quale può essere ai suoi stessi occhi l’immagine e il significato del proprio lavoro? O detto da un altro punto di vista e in altre parole: che cosa avviene realmente in quell’aula? È ancora quell’aula uno spazio scolastico? O in realtà è qualcos’altro, una sorta di laboratorio sociale dove avviene un incontro di culture che però si presenta perlopiù nella forma neppure troppo dissimulata dello scontro? Uno scontro, però, a cui la scuola e i suoi insegnanti sono oggi totalmente impreparati, e per gestire il quale essi si muovono quindi in ordine sparso, guidati solo dal proprio orientamento personale, operando scelte diverse, caso per caso. Eppure da tale scontro dipende in misura significativa l’avvenire dell’Italia. Per dirla chiaramente: da quanto avviene oggi nella scuola dipende se l’immigrazione in corso produrrà dei nuovi italiani e quindi un Paese multietnico ma non multiculturale, cioè un Paese non diviso in culture diverse e fatalmente estranee l’una all’altra, e quindi un’Italia fragile e inquieta in preda a continue potenziali tensioni. Dipende se ci sarà ancora una società che si riconosce in un retaggio culturale comune e in valori di base individuali e collettivi comuni (ad esempio quelli indicati nella Costituzione della Repubblica) oppure no. Proprio per questo alla scuola italiana oggi non bastano delle direttive ministeriali - per quanto saggiamente avvedute siano state finora nel loro complesso quelle dell’attuale ministro. Serve una forte, un’alta discussione politica, tutta politica, in Parlamento, nella quale ognuno assuma le proprie responsabilità, che metta capo a una risoluzione chiara, esplicita, circa l’indirizzo che la scuola stessa deve seguire, gli obiettivi a cui deve mirare, sul fronte cruciale del nostro rapporto con i giovani immigrati che saranno i nostri concittadini di domani.