La destra e le carceri come il dito e la Luna di Alessio Capone L’Unità, 27 luglio 2026 Istituti che non rieducano non hanno più ragion di esistere. Ma il governo Meloni racconta un altro Paese e in una rincorsa a perdifiato a Roberto Vannacci e i suoi pretoriani, l’emergenza continua ad essere ostaggio di altre questioni. L’immigrazione, o la remigrazione, è il tema dei temi e sarà il terreno sul quale si consumeranno le prossime elezioni Politiche. Il generale prestato alla politica, che detta l’agenda dei principali riferimenti dell’esecutivo, vorrebbe un’Italia più intransigente, con più reati e tante altre soluzioni per riempire ancora di più le carceri. O costruirne di nuove. E quindi, a ruota, ecco la norma per l’imputabilità dei minori e una serie di leggi che aumentano i reati. Dunque, più reati più detenuti. In un sistema al collasso dove il carcere è inteso come un luogo di vendetta istituzionale. Ma è bene ricordare che dietro le sbarre non ci sono solo mafiosi, pedofili e assassini, ma tantissimi piccoli delinquenti. E a denunciarlo è anche l’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno, neo-vannacciano, che in un’intervista al Il Dubbio ha parlato così: “Oggi siamo di fronte a un carcere che non è né duro né morbido, è un carcere folle e il sovraffollamento contribuisce a questa follia, di questo chi risponde? Un provvedimento di deflazione non sarebbe affatto una resa bensì una presa di coscienza della realtà. Ed è per questo che cercherò di andare a parlare col Ministro quanto prima. Secondo me i vertici del Dap e i sottosegretari non rappresentano al ministro la drammaticità della situazione”. Depenalizzazione, pene alternative, rieducazione vera, sono solo alcune riforme che, oltre a sgonfiare le carceri, toglierebbero terreno e risorse alla criminalità organizzata. È la camorra, la ‘ndrangheta, la mafia a inondare le strade di ogni droga, che corrompe il sistema, che approfitta dei tantissimi immigrati irregolari per farne vittime sacrificali. E nell’indifferenza della classe politica, più preoccupata a costruire l’ormai perenne campagna elettorale, le organizzazioni si rafforzano e forse, oggi, sono più in forma che mai. L’obiettivo, per costruire una società sana, solida e sicura, è avere un buon sistema carcerario che riduca la recidiva al minimo possibile, mentre oggi sfiora il 70%. “Noi paghiamo il fatto che le carceri non sono più sotto il controllo dello Stato”. La denuncia del Procuratore della Repubblica di Palermo Maurizio De Lucia arriva in un momento di grandi tensioni nazionali, politiche e sociali. E se la civiltà di un Paese si misura dallo stato di salute delle sue carceri, possiamo affermare senza timore di smentita di essere in una fase storica molto critica per il futuro della democrazia e dello Stato liberale per come lo abbiamo conosciuto fino a oggi. Il Procuratore aggiunge un dettaglio ancora più duro: “Le carceri non esplodono soltanto perché i detenuti non vogliono farle esplodere, il controllo appartiene solo alle organizzazioni criminali che vogliono lasciare le cose per come sono”. In altre parole, il sistema carcerario - al netto delle dovute eccezioni - è sotto il controllo della criminalità organizzata. La reazione scomposta del ministro della Giustizia Carlo Nordio che ha, tra le righe, dato del matto a De Lucia, mal cela i dati allarmanti del sovraffollamento contrapposto a un numero scarsissimo di agenti di Polizia Penitenziaria. Un buco sistemico che ha lasciato spazio alle ambizioni delle consorterie criminali. De Lucia ha fotografato il Paese reale, ma quando il saggio indica la Luna lo stolto guarda il dito. Raccontare il carcere dal carcere. La storia dal futuro di “Ne vale la pena” di Rita Cantalino valori.it, 27 luglio 2026 Nel carcere di Bologna, dieci detenuti scrivono ogni martedì per Ne Vale La Pena, la redazione che racconta la vita dietro le sbarre. Negli istituti penitenziari italiani ci sono 37 redazioni giornalistiche, di cui 29 testate regolarmente registrate. Si tratta di periodici nati spesso in collaborazione con giornaliste e giornalisti volontari. In diversi casi sono pubblicati e distribuiti anche all’esterno o vengono diffusi online. L’elenco non è esaustivo, perché continuamente ne nascono o ne vengono chiusi. Ci sono anche esperimenti che, pur attivi e vitali, non escono dalle mura del carcere in cui sono nati. “In molti istituti - leggiamo sul sito del ministero della Giustizia - l’attività redazionale si svolge in locali dedicati, nei quali i detenuti si incontrano per discutere della stesura e della definizione del giornale”. È proprio in una stanza della Casa Circondariale Rocco D’Amato di Bologna che nasce la storia dal futuro di oggi, quella di Ne vale la pena. Ne vale la pena fa sentire voci altrimenti inascoltate - Me l’ha raccontata Federica Lombardi, volontaria della redazione. Nata nel 2012 come progetto dell’associazione Il Poggeschi per il carcere, questa attività, secondo Federica, vuole rispondere alla domanda: come possiamo scardinare il muro di silenzio che alimenta tutti i pregiudizi sul carcere? Secondo Federica l’unico modo è “far sentire voci che altrimenti resterebbero inascoltate”. Queste voci si incontrano, ogni martedì, dalle 15:30 alle 17:30 nella biblioteca dell’area pedagogica dell’istituto. “Ci sediamo intorno a un grande tavolo che diventa la nostra aula, uno spazio che accoglie gli aspiranti giornalisti”. E nel quale, spiega, operano sette volontarie dell’associazione insieme a padre Marcello, cappellano dell’istituto e unico giornalista del gruppo. I detenuti coinvolti sono circa una decina, ma il gruppo fino a poco fa superava le venti persone. Far uscire il carcere dalla sua zona d’ombra - Il Poggeschi per il carcere, nata a Bologna nel 2006, è animata da un gruppo di giovani e studenti universitari interessati a occuparsi di giustizia e detenzione. Già dal 1996 questo gruppo informale operava nel carcere di Bologna con diversi laboratori. E prova a incidere anche all’esterno, con attività di sensibilizzazione nelle scuole e in città. “Quello del carcere - riflette Federica - è sempre un tema spinoso. Tutti pensano di saperne, ma non lo si conosce davvero”. Per questo la mission della redazione è scardinare i pregiudizi sul tema per far uscire il carcere da quella “zona d’ombra che la società cerca di dimenticare”. “Se ci pensiamo - continua - facciamo di tutto per allontanare il carcere, per non vedere davvero cosa succede. C’è una distanza fisica, fatta di mura, di cancelli; ma anche una lontananza concettuale che pone queste strutture fuori dal centro, lontano da dove c’è la vita delle nostre città, in un angolo buio”. L’intento della redazione, spiega la volontaria, è mostrare che le persone che vivono nelle carceri non sono mostri. Hanno una storia, hanno commesso degli errori, ma “hanno il diritto e la possibilità di cambiare”. Gli articoli cercano di abbattere l’idea che esista qualcuno per cui si deve “buttare via la chiave”. Troppo facile dimenticare che quel qualcuno è una persona. Come questi dieci uomini, tra i 25 e i 70 anni, che dedicano due ore alla settimana a raccontare e raccontarsi, lavorando affinché il mondo li veda e li ascolti. Come funziona una redazione dentro una Casa circondariale - Per poter entrare in redazione occorre fare una “domandina”, ovvero compilare un modulo di richiesta, poi affidato a educatrici ed educatori che lo sottopongono alla direzione. Da qui si stila la lista dei partecipanti. Chi viene incluso nel progetto partecipa alle riunioni del martedì e diventa un redattore. In gran parte dei casi la stesura degli articoli avviene a mano, perché i computer sono “una merce molto rara”. Così, le volontarie, una volta tornate a casa, li trascrivono. “Può capitare che interveniamo sulla forma, correggiamo qualche imperfezione stilistica, ma la sostanza resta intatta”, racconta Federica. La sostanza, spiega, sono testi in cui si parla di salute, di lavoro, di rieducazione. Anche di sport, come nel caso del racconto del campionato di rugby che ha visto la partecipazione di Giallo Dozza, la squadra del carcere Dozza, e che è stato seguito da due persone della redazione. Da quell’esperienza è nata una rubrica specifica, Emozioni Rugbystiche. Con la penna in mano i detenuti tornano persone - Se il laboratorio di giornalismo è tra i più ambiti, secondo Federica, è perché con la penna puoi riprenderti un pezzettino della tua vita che ti è stato rubato. “Non è un lavoro facile - riflette -. Anzi è molto doloroso perché devi scavare dentro la tua storia, anche nelle parti che vorresti dimenticare o che ti fanno vergognare. Mettere tutto questo nero su bianco, però, ti fa smettere di essere una matricola e ti fa tornare a essere una persona. Non c’è nulla di più edificante. Nelle nostre carceri sei un numero, un fascicolo, sei l’errore che ti ha portato dietro le sbarre. Con una penna in mano ritrovi la tua dignità di persona con un punto di vista e una storia che nessuna sentenza può cancellare”. “Sono nove anni che entro in carcere ma so che non lo conoscerò mai a 360 gradi. Ogni martedì per me è una scoperta e mi permette di approfondire temi e aspetti su cui non mi sarei mai soffermata e che mi fanno riflettere su quanti fattori influenzino una scelta di vita”, continua. La rassegna stampa per restare ancorati al mondo - Oltre alla produzione di articoli, in redazione si fa anche una rassegna stampa tematica su giustizia e carcere. Anche questa attività è molto ambita, perché serve a restare aggiornati e ancorati col mondo esterno. “Chi è in carcere non ha internet, quindi molto spesso riceve informazioni sbagliate, frammentarie o lacunose. Così facciamo in modo che invece giungano notizie certe e che siano assimilate in maniera consapevole”, continua Federica. La rassegna stampa è utile anche per combattere le fake news che possono ampiamente alimentarsi. Come la volta in cui un detenuto si era convinto fosse stata approvata una nuova proposta di legge sulla liberazione anticipata speciale che riduceva il tempo della pena. “In realtà cercava semplicemente una conferma a un suo desiderio. Ed è normale che accada. Se vivi in un tempo che sembra non passare mai, ti aggrappi a qualsiasi notizia che possa trasformarsi in una via d’uscita”, sottolinea. Non c’è solo la raccolta di notizie e aggiornamenti sulla vita nelle carceri, sulle proposte di legge, su alcune sentenze o interviste a persone dal profilo interessante. A volte si legge la stessa notizia trattata da due diverse testate, per analizzarne il linguaggio e prendere spunto per la scrittura. Ne vale la pena porta il carcere nella società, e viceversa - Ne vale la pena porta il carcere fuori dalle sue mura. Gli articoli vengono pubblicati su un portale sociale, Bandiera Gialla. Alcuni sono realizzati in collaborazione con una rivista cattolica bimestrale, Messaggero Cappuccino, che lascia in ogni numero uno spazio di 8mila battute ai redattori. “Gli articoli di Ne vale la pena sono ospitati anche da Voci di dentro, una rivista bimestrale nata da un’omonima associazione di Chieti che si occupa di diritti umani, fragilità, pace e giustizia. Nell’ultimo numero, per esempio, i ragazzi hanno raccontato la loro giornata tipo in carcere. Parte degli articoli, infine, è ripresa anche da Bologna 7, un inserto diocesano di Avvenire, e su Piazza Grande, un giornale locale di Bologna. Oltre a portare le voci dei detenuti fuori dal carcere, Ne vale la pena fa anche l’inverso e porta nelle mura della casa circondariale una serie di ospiti che si confrontano con i detenuti. È accaduto con la presidente del Tribunale di sorveglianza di Bologna Maria Letizia Venturini e altre magistrate, così come con il Garante comunale dei diritti delle persone detenute Antonio Ianniello e quello regionale Roberto Cavalieri. Ma ci sono stati anche docenti universitari, esperti di giustizia e carcere. L’ambizione a diventare grandi e “descrivere il pianeta carcere senza censure” - Ne vale la pena non è ancora una testata registrata con un direttore responsabile, ma l’ambizione è proprio quella. “Al momento siamo etichettati come attività trattamentale. Questo implica, in concreto, che prima di lasciare il carcere i nostri articoli debbano passare al vaglio di un’educatrice di riferimento”, racconta Federica. La conseguenza pratica è che a volte arrivi la richiesta di apportare modifiche, altre addirittura di bloccare l’uscita di un pezzo. “Questo filtro istituzionale comincia a starci stretto. Non vogliamo scrivere tutto quello che ci passa per la testa. Il nostro è un lavoro verificato; noi volontarie approfondiamo tutte le fonti. Vogliamo però descrivere il pianeta carcere senza censure: pensiamo che una narrazione onesta sia l’unico strumento per far conoscere davvero alla società la realtà carceraria”. “Il nostro sogno è essere una redazione a tutti gli effetti: adulta, libera e autonoma”. Anche perché dal racconto di Federica appare chiaro quanto questo progetto sia in evoluzione. È vero, mi spiega, che in questo momento è in una fase calante, ma è fisiologico. Succede sempre, a ridosso dell’estate o delle vacanze natalizie. “Vivere con i ragazzi ti fa capire come, quando e perché il morale va giù. In questi, che per la maggior parte delle persone sono momenti belli e ambiti, molte delle attività vengono sospese. Il tempo, davvero, non passa mai”. La scelta della legalità a volte è un privilegio - Ogni martedì, quando entra in carcere, Federica ne esce sempre con la stessa domanda: “Cosa avrei fatto se la vita mi avesse distribuito le stesse carte che ha distribuito a loro?”. Alcuni detenuti, racconta, sono nati in un angolo di strada; altri sono cresciuti in contesti dove la prevaricazione è l’unica forma di relazione. “Pensiamo di essere architetti del nostro destino - continua - e che le scelte siano tutte frutto della nostra volontà. A volte però ci sono altri fattori e, intorno a quel tavolo, mi rendo conto che quello che mi ha dato la vita è un lusso di cui devo fare tesoro”. Lavorare con i detenuti le ha fatto capire che anche solo la scelta della strada della legalità, forse, in parte, è stata un privilegio dettato dalla fortuna. E proprio per questo ha capito che il carcere non è una soluzione. “Penso che prima di “curare” ci sia bisogno di prevenire. Noi non siamo educatori, criminologi o insegnanti. Pensiamo però che, per dare realmente una seconda possibilità a queste persone, sia necessario trattarle come individui. Il lavoro di pochi volontari non basta. Serve una rete sul territorio che veda la collaborazione delle istituzioni con la società civile, soprattutto al Sud”. Ne vale la pena restituisce ai detenuti il diritto a un futuro - Solo un intervento in questa prospettiva, conclude, può essere efficace. Ne vale la pena prova a lavorare in quella direzione, scardinando un’idea di carcere legata alla cronaca nera, esclusivamente con un’accezione negativa. “Noi siamo una bella realtà, ed è giusto che le persone sappiano che in carcere accadono anche cose come questa”, dice Federica. “Siamo una storia dal futuro perché proviamo a guardare al futuro possibile delle persone che lavorano con noi. Penso all’ambizione di queste persone di liberarsi del carcere, lasciarsi alle spalle quella cappa, quell’odore, il rumore delle porte di metallo. Penso a cosa vuol dire staccarsi l’etichetta che ti viene appiccicata addosso quando varchi la soglia del carcere. Smettere di essere il tuo reato e l’idea che non puoi essere nient’altro”. “Penso a cosa significhi l’idea che puoi riappropriarti di una vita in cui non devi più chiedere il permesso per esistere. Ecco - chiude - noi siamo una storia dal futuro perché lavoriamo per spiegare alla gente che dietro a quel numero di matricola c’è una persona con un passato, una storia, il diritto di pensare al futuro”. Giustizia minorile, l’allarme dei magistrati: “Leggi emotive e contro la Costituzione” di Simona Musco Il Dubbio, 27 luglio 2026 La nota di Aimmf analizza il Ddl del governo Nordio e i numeri dei tribunali: solo lo 0,54% dei processi si chiude per immaturità. “La riforma è del tutto inutile”. La cultura dell’attuale governo “mira a cancellare la specialità della giustizia minorile”. È il duro passaggio della nota diffusa oggi dall’Associazione italiana dei magistrati per i minorenni e la famiglia, che analizza due recenti iniziative legislative: la proposta approvata dal Consiglio dei ministri, che inverte l’onere della prova sull’imputabilità dei ragazzi tra i 14 e i 18 anni, e quella, incardinata in Commissione Giustizia alla Camera, che punta ad abbassare l’età per l’imputabilità a 13 anni. Lo sguardo della segretaria dell’Associazione, Anna Maria Casaburi, e del presidente Claudio Cottatellucci si allarga così al contesto generale. Un quadro - non citato esplicitamente nel documento - in cui l’esecutivo ha preso di mira da mesi i magistrati minorili. A partire dalla vicenda della Casa nel bosco (evoluzione filosofica dell’affaire Bibbiano), quando i giudici per i minori diventarono il bersaglio ideale della campagna referendaria sulla separazione delle carriere. Un tentativo fallito, forse anche a causa della sistematica aggressione verbale rivolta alle toghe per ogni decisione sgradita. All’epoca di Bibbiano a finire sotto attacco furono gli assistenti sociali, bersagli funzionali al tentativo di colpire la sinistra in Emilia-Romagna attaccando il suo welfare. Oggi, invece, il tiro si sposta sull’operato dei giudici minorili, attraverso riforme che per Cottatellucci e Casaburi rischiano di scontrarsi con la Costituzione. Il presupposto della proposta firmata da Marta Fascina (FI) per portare a 13 anni l’età per stare in giudizio è “indimostrato”, affermano i due magistrati. Si basa sulla convinzione, puramente percettiva, che “questi giovani maturano più velocemente, sono tutti adulti precoci. Come tali da trattare e punire”. L’altro testo, licenziato dal Cdm, trasforma la condizione di non imputabilità in un “oggetto di prova da parte del minorenne, come accade di regola per i maggiorenni”. Una misura che, a dispetto delle rassicurazioni fornite dal ministro Carlo Nordio in conferenza stampa, “ha tutte le caratteristiche per preparare il terreno all’obiettivo di abbassare l’età imputabile”. Ma in che modo? “Per raggiungere questo risultato il Disegno di legge incide sulla connessione tra due norme, l’articolo 98 c.p. e l’articolo 9 del dPR. n. 448 del 1988. Non due norme qualsiasi, il loro nesso sostiene alcuni dei fondamenti del processo penale minorile”. La stessa Corte costituzionale, con la sentenza n. 2 del 2022, ha indicato il combinato disposto di queste disposizioni “tra le peculiari garanzie previste dalla legislazione vigente in materia di processo penale minorile avanti al giudice specializzato per i minori”. La Consulta aveva chiarito che “l’imputabilità del soggetto (…) non può presumersi ma deve essere oggetto di un’apposita valutazione, calibrata sulla peculiare situazione esistenziale del minore”. L’impostazione del governo va nella direzione opposta: la possibilità del minore di stare in giudizio viene slegata dagli accertamenti sulla personalità previsti dal dPR 448/1988. “Come se fosse possibile per il giudice continuare ad acquisire “elementi circa le condizioni e le risorse personali, familiari, sociali e ambientali del minore” ma non anche per accertarne l’imputabilità, in sostanza ignorando uno degli esiti possibili degli accertamenti che dispone”, denunciano Casaburi e Cottatellucci. Questa frattura normativa si pone quindi “in contrasto con i principi degli articoli 31 e 27 comma 3 della Costituzione a cui quelle disposizioni si inspirano”. Per i vertici dell’Associazione, inoltre, “non sembra proprio che queste modifiche possano propiziare, come si è sostenuto, il passaggio dalla presunzione dell’incapacità a quella della responsabilità”. In primo luogo perché “la presunzione dell’incapacità è una regola necessaria quando si è di fronte ad una personalità in formazione”, senza che ciò abbia mai generato derive lassiste. I dati parlano chiaro: nel 2024, su 11.846 procedimenti penali definiti davanti ai Tribunali per i minorenni, appena 60 si sono conclusi con un non luogo a procedere davanti al Gup e solo 4 con proscioglimento in Tribunale. I giudizi definiti per immaturità ex art. 98 c.p. sono stati lo 0,54% del totale. Numeri che dimostrano la totale inutilità della riforma, che rischia anzi di produrre l’effetto opposto: “L’ennesimo caso di eterogenesi dei fini di una legislazione dettata da ragioni solo emotive”. Se finora un recupero è stato possibile, concludono i magistrati, lo si deve proprio “alla responsabilizzazione dell’imputato avviata a partire dall’osservazione della sua personalità, uno strumento essenziale per costruire percorsi veramente personalizzati. Proprio per questa ragione accertamento della personalità dell’imputato minorenne e valutazione della sua imputabilità debbono continuare ad essere affrontati contestualmente perché rappresentano momenti tra loro inscindibili della stessa attività di cognizione del processo”. Il populismo giuridico che fa rimpiangere il Codice Rocco di Edmondo Bruti Liberati Il Foglio Quotidiano, 27 luglio 2026 L’ umanità ha vietato la vendetta privata. Ha abbandonato il giudizio di Dio (le ordalie, come il cammino sui carboni ardenti) e il giudizio diretto del “popolo” (Gesù o Barabba), a favore di organismi come i giudici nelle diverse modalità che si sono succedute. Ora sono i governanti a sollecitare il giudizio del “popolo”, delegittimando così il sistema di giustizia. L’accurato sondaggio di Alessandra Ghisleri pubblicato ieri sulla Stampa fa riflettere ben oltre il caso Roggero. Il 45,4 per cento ritiene si trattasse di legittima difesa, quando non vi è un solo giurista che non abbia condiviso la valutazione dei giudici. Uno stesso 45,4 per cento condivide “La difesa è sempre legittima”, slogan che oggi si traduce nella proposta di legge del sen. Borghi, unanimemente respinta da tutti i giuristi e palesemente incostituzionale. Le sparate di Elon Musk sarebbero irrilevanti se non vi fosse stato il silenzio/assenso? dei nostri vertici governativi. Ma irrilevante non è stata la campagna di esponenti del governo che hanno oscillato tra il giudizio che si trattasse di legittima difesa contro ogni evidenza, e la critica alla pena sproporzionata, quando era vicina al minimo con tutte le attenuanti. Il 53,2 per cento è favorevole alla grazia: abbiamo visto l’interferenza sulle prerogative del capo dello stato, e, con la pretesa della grazia subito, la delegittimazione della Cassazione. Altra questione è un eventuale grazia parziale che, come in altri casi, dopo un periodo di carcere consentirebbe l’accesso a misure alternative. Il 71,2 per cento vorrebbe escludere radicalmente ogni risarcimento, proposta irrazionale e incostituzionale, laddove un serio confronto sarebbe sulle proposte di meccanismi di riduzione. Quando i vertici stimolano il giudizio immediato del popolo nulla vi si sottrae: caso bolognese Fakir. Il ministro dell’interno ha già deciso in senso favorevole agli agenti, altri hanno già condannato. Le indagini si prospettano non brevi, anche per complesse analisi sui dati emersi nell’autopsia. Si è abbandonata la dizione “scudo penale”, che non vi è più dopo, a quanto si dice, la moral suasion del Quirinale. Si sarebbe voluta impunità sempre e comunque per le forze dell’ordine. Proprio accertando con trasparenza modalità e limiti si rende omaggio a chi deve esercitare l’uso legittimo della forza, spesso ponendo a rischio la propria incolumità, come avvenuto in Val Susa. L’iscrizione nel nuovo registro 45 bis è divenuta sostanzialmente irrilevante: l’indagine si deve fare e agli iscritti nel nuovo registro si assicurano tutte le garanzie degli indagati iscritti nel mod. 21. Si è insistito sulla presunzione di innocenza e poi, per ragioni di propaganda, si finisce per rilanciare lo stigma colpevolista della mera iscrizione nel registro degli indagati. L’unico dato positivo è la giusta indicazione di “priorità” con il termine di 120 giorni per le indagini; fermo restando che, se non fossero sufficienti, le indagini andranno comunque avanti, con la iscrizione nel normale registro degli indagati. Ma sull’altare della propaganda si sacrifica ogni giorno: con l’ennesimo “decreto Insicurezza” è l’ora della imputabilità dei minori di 18 anni. Da quando l’ordinamento prevede saggiamente una gamma di misure sanzionatorie intermedie non vi è più la secca alternativa tra il proscioglimento per incapacità e la pena carceraria. A livello nazionale i proscioglimenti per incapacità sono meno dell’1 per cento (dati del ministero Giustizia). Pm e giudici minorili da sempre sono tenuti a valutare caso per caso la effettiva maturità/imputabilità del minore di anni 18. A nulla cambierebbe la introduzione di una “presunzione di imputabilità”, perché comunque davanti alla giustizia vi è una giovane persona e non il tipo astratto del “delinquente minorile”. Si ignora poi che la direttiva Unione Europea 2016/800: art 7.2 “il minore indagato o imputato in procedimenti penali è sottoposto a valutazione individuale. Tale valutazione individuale tiene conto, in particolare, della personalità e maturità del minore, della sua situazione economica, sociale e familiare, nonché di eventuali vulnerabilità specifiche del minore”. Dobbiamo davvero rimpiangere il rigore giuridico del “fascista” Codice penale Rocco che nel 1930 dettava l’ineccepibile art. 52 sulla legittima difesa e l’altrettanto ineccepibile art. 98 sull’accertamento della capacità di intendere e di volere del minore. Gherardo Colombo: “L’Italia è incattivita e premia la cultura della discriminazione” di Antonello Caporale Il Fatto Quotidiano, 27 luglio 2026 “Mani Pulite non era l’eden, ma ora sembra vana ogni lotta”. Dottor Colombo, la questione morale oggi ha le sembianze di un ricordo sbiadito e l’etica pubblica è andata smarrendosi fino a perdersi... “Siamo davanti, e non da oggi, a un cambio dei punti di riferimento civile. Stiamo infatti progressivamente abbandonando il principio che sta alla base della Costituzione: nessuno può essere escluso, disumanizzato”. Nel senso che non siamo più uguali di fronte alla legge? Giorno per giorno ci si sposta sempre più verso un’idea dello stare insieme secondo la quale c’è chi conta e chi può essere buttato via. Avanza cioè la cultura della discriminazione. È il principio della società diseguale, una parte di essa è immune dagli obblighi che colpiscono l’altra parte. Chi sta sopra, chi abita nella parte alta del sistema Paese, rivendica diritti che gli altri non possono avere. L’élite gode di un’immunità più larga. È così. E la società che invece guarda in silenzio è anche figlia di una grande disillusione patita. Le grandi proteste, le campagne di stampa, le denunce non hanno sortito gli effetti sperati. Vive la sensazione che sia stato inutile battersi per marginalizzare la corruzione. La corruzione è come quel moto ondoso che sembra ritrarsi ma che poi avanza sulla battigia più prepotentemente… C’è un livello di compatibilità sociale, una sorta di sostenibilità collettiva dell’onda anomala, come la chiama lei. Sono convinto che quando la cultura, il modo di pensare e la legge confliggono, vince la cultura e perde la legge. La corruzione è figlia di una trascuratezza collettiva verso i comportamenti, anche minimi, rispettosi del principio di legalità? È il segno della nostra indole? Se, per esempio, eleviamo la furbizia a un carattere virtuoso, la identifichiamo con la scaltrezza e la coltiviamo fin dai banchi di scuola, poi come possiamo lagnarci se evadere le tasse sia vista da tanti positivamente? Lei è stato tra i protagonisti di Mani pulite… Beh, neanche dobbiamo però pensare che quel tempo fosse l’eden rispetto al supposto odierno inferno. I magistrati ieri erano rispettati, oggi invece per lo più irrisi… Non mi sembra proprio. Ricorda quel che Craxi disse, al tempo della scoperta della P2, a proposito dell’arresto di Calvi? Ricorda che il Parlamento ha respinto per ventisette volte le richieste di autorizzazione a procedere nei confronti di Giulio Andreotti? Dal potere i magistrati erano ben visti solo quando evitavano di guardare nei suoi cassetti. Dal popolo, dalle persone, i magistrati sono considerati esempi solo nel caso vengano ammazzati, oppure quando risolvono grandi problemi come il terrorismo, oppure quando con Mani pulite mostrano le trasgressioni del potere. Oggi la politica segue il ritmo della cronaca nera. E la cronaca nera è l’unica manifestazione pubblica dell’interesse generale. La cattiveria attrae, chiama a raccolta, unisce. Ostentare il male aumenta i clic sul computer e porta all’insù l’audience… Le parole della politica si fanno crude, volgari, spesso dichiaratamente scandalose. Sono figlie del medesimo meccanismo. L’oltraggio, l’offesa, la chiara manifestazione razzista chiama frotte di visitatori su internet, i followers. E d’altra parte più si disprezza l’avversario, più lo si deride, lo si umilia, più si trova seguito. Specie se tutto è trasmesso attraverso immagini piuttosto che parole. Il vannaccismo è un fenomeno linguistico oltre che politico... L’estremo contro l’ordinario. Ce lo siamo detti prima: la cultura della discriminazione per razza, religione, colore della pelle rende legittima l’idea che la giustizia possa essere asimmetrica. C’è chi sta sopra e chi sta sotto. Lei ha detto che Mani pulite ha perso tifosi quando voi magistrati avete iniziato a indagare anche ai piani bassi della società… Credo che sia andata esattamente così. “Giustizia e verità per Fakir”: la marcia (pacifica) dei 2mila al Pilastro di Mariateresa Mastromarino Il Resto del Carlino, 27 luglio 2026 Colletta della famiglia per il processo: superati già gli 8mila euro. I legali dei poliziotti sulla ferita alla testa di Fakir: dimostra che il sangue alla nuca c’era da prima. In ginocchio di fronte al luogo in cui Abderrahim Fakir è morto. Con il pugno alzato e gli occhi chiusi. In un minuto di silenzio per rendere omaggio alla vita spezzata del 42enne marocchino, deceduto durante un fermo di polizia a Bologna. A una settimana dalla scomparsa, al Pilastro una “marcia popolare” invade le vie del rione. Questa volta, come era successo la sera stessa della morte, senza violenza. Senza scontri, disordini o guerriglie. Un serpentone da almeno duemila persone che grida, composto, “giustizia e verità per Fakir”. Non ci sono mezzi blindati né agenti in tenuta antisommossa a scortare il corteo, monitorato esclusivamente da alcuni agenti della Digos e dei carabinieri del Nucleo Informativo. Alle loro spalle, ci sono almeno duemila persone, scese ancora una volta in strada in protesta contro la scomparsa del 42enne marocchino. In prima fila, tengono teso uno striscione, all’avvio della manifestazione, un gruppo di ragazzini, residenti del quartiere. Tra le loro mani, qualche cartello contro la polizia: “Aboliamola”, “fuori gli sbirri dai nostri quartieri”, “polizia assassina e razzista”. Frasi che vanno contro la militarizzazione di varie zone cittadine, denunciata più volte anche in questi giorni da collettivi, attivisti e residenti dei comitati. Il serpentone è poi partito, tra cartelli che immortalavo il fermo paragonandolo a quello di George Floyd, per una “marcia popolare” attorno al parco Mitilini. A ridosso del cantiere del MuBa, il Museo dei Bambini e delle Bambine tanto contestato nei mesi passati, sui muri della biblioteca compare un foglio: “Non siamo scarafaggi”, con l’immagine del contenimento del 42enne durante il quale è spirato. Da questa rabbia nasce una proposta: “Chiediamo al sindaco di cambiare la via dove è stato assassinato nostro fratello, in un omicidio di stato, e intitolarla con una targa a Fakir”, dice un uomo al microfono, dopo aver ricevuto la chiamata della moglie del 42enne. Dal Marocco, la donna ha chiesto “verità” per la morte del marito e ha ringraziato i presenti per la mobilitazione. Non mancano critiche all’amministrazione locale e nazionale: “Fermiamo la deriva autoritaria”, recita uno striscione, mentre al megafono si grida al “patto criminale” tra Piantedosi e Lepore. A lui un cartellone dedicato: “Sindaco, chi ha voluto militarizzare i quartieri?”. Per le strade del Pilastro, oltre ai residenti, ci sono gli attivisti della galassia antagonista e dei sindacati di base, con Potere al Popolo. Uno degli ultimi interventi è netto nei confronti di chi “ha assassinato Fakir. Merita il peggio. Lo Stato non gliela farà pagare mai, dovremo fargliela pagare noi”. Intanto, la famiglia di Abderrahim, non presente all’iniziativa, fa sapere che con la raccolta fondi aperta per le spese legali sono stati raccolti e superati “ottomila euro con oltre 300 sostenitori”. Sul fronte indagini, domani (27 luglio) il pool di esperti della Procura si riunirà per le analisi sul corpo del 42enne. Nel frattempo, spuntano delle nuove immagini estrapolate dalla bodycam di uno dei due agenti. Un fermo immagine, nello specifico, dimostrerebbe, come sostiene l’avvocato Gabriele Bordoni che difende i due poliziotti, che la ferita dietro la testa se la sia procurata Fakir da solo, “sfregando il cranio contro l’asfalto, mentre mordeva la gamba a un poliziotto. È strisciato per terra e poi si è graffiato”. Sicilia. Il Garante De Lisi: “L’allarme mafia di De Lucia? Nelle carceri gravi criticità” di Francesco Nania La Sicilia, 27 luglio 2026 “Rispetto l’opinione del procuratore, ma è una valutazione personale”. Dal primo settembre dello scorso anno, l’avvocato Anthony De Lisi è il Garante regionale dei diritti delle persone private della libertà personale. Ha assunto questo incarico con la consapevolezza delle profonde criticità che interessano il sistema penitenziario e con l’intento di mettere la propria esperienza al servizio della tutela dei diritti fondamentali, favorendo soluzioni concrete e un dialogo costante con le istituzioni. Che cosa ne pensa della dichiarazione del Procuratore di Palermo De Lucia, che ha affermato che le carceri italiane non sono più sotto il controllo dello Stato? “Rispetto l’opinione del procuratore De Lucia, ma ritengo che quella sia una sua valutazione personale. Per quanto mi riguarda, da quando ho assunto l’incarico di Garante dei detenuti visito quotidianamente gli istituti penitenziari e ciò che riscontro è una realtà fatta di gravi criticità: sovraffollamento, carenza di personale, strutture spesso fatiscenti e condizioni di vita che mettono a dura prova sia i detenuti sia gli operatori penitenziari. È questa la situazione che tocco con mano ogni giorno e che richiede risposte concrete da parte delle istituzioni”. Il sistema penitenziario è in sofferenza strutturale? “Il sistema penitenziario versa da tempo in una condizione di grave sofferenza strutturale. Ciò che dispiace è che l’attenzione sulle carceri si accenda quasi esclusivamente durante l’estate, quando le alte temperature aggravano le condizioni di vita dei detenuti, oppure in occasione di rivolte o presunte tali. In quei momenti diventano tutti esperti e opinionisti. Il tema delle carceri, invece, meriterebbe un’attenzione costante, 24 ore su 24 e per tutto l’anno, perché riguarda diritti, sicurezza e dignità delle persone, non solo quando diventa un’emergenza mediatica”. Di chi sono le responsabilità? “Credo sia un errore cercare un unico responsabile. Non si può puntare il dito soltanto contro i detenuti o contro chi lavora nelle carceri. Le criticità del sistema penitenziario derivano da un insieme di concause che devono essere affrontate con maggiore attenzione e senza letture superficiali, se si vogliono individuare soluzioni realmente efficaci”. Quali? “In meno di un anno ho partecipato a due audizioni presso la commissione Salute dell’ars e ho redatto tre relazioni nelle quali ho individuato con chiarezza il vulnus del sistema. Tra le principali criticità emerge la risposta sanitaria all’interno degli istituti penitenziari. Per un detenuto ottenere una visita specialistica è estremamente complesso e ancora più difficile è riuscire a sottoporvisi. Alle ordinarie difficoltà organizzative si aggiunge, il problema delle traduzioni verso le strutture sanitarie, che spesso non possono essere garantite a causa della carenza di personale della Polizia penitenziaria o della necessità di assicurare la presenza degli agenti per consentire ai detenuti di partecipare alle udienze in tribunale. Il risultato è un inevitabile ritardo nell’accesso alle cure, con una compromissione concreta del diritto alla salute”. Troppe aggressioni e troppi suicidi nelle carceri? “Mancano gli psichiatri e la loro presenza negli istituti penitenziari è ormai indispensabile. L’elevato numero di detenuti con fragilità psichiche e di persone con problemi di tossicodipendenza rende il loro contributo fondamentale. Purtroppo, però, i concorsi banditi per reclutare questi specialisti vanno spesso deserti e, di conseguenza, la carenza di personale si aggrava sempre di più, con pesanti ripercussioni sull’assistenza sanitaria e sulla gestione quotidiana delle carceri”. In sette mesi, si è fatta un’idea di come affrontare il problema della carenza di agenti penitenziari? “Quando il presidente della Regione, Renato Schifani, mi ha proposto questo incarico, ho subito chiarito che non mi sarei limitato a rispondere alle lettere dei detenuti. Ho ritenuto che il ruolo del Garante dovesse essere soprattutto quello di portare all’attenzione delle istituzioni le criticità del sistema penitenziario e contribuire concretamente alla ricerca di soluzioni. Il grave sottodimensionamento del personale di polizia penitenziaria può essere affrontato solo dallo Stato attraverso nuovi concorsi e un adeguato piano di assunzioni. Tuttavia, aumentare gli organici non è sufficiente. È altrettanto indispensabile investire nella formazione del personale. Chi entra oggi in servizio deve poter contare sull’esperienza di operatori qualificati, capaci di affiancarlo e trasmettergli le competenze necessarie per affrontare le situazioni più complesse. Durante una rivolta, un’aggressione o altri eventi critici, la preparazione e l’esperienza possono fare la differenza, sia per garantire la sicurezza degli operatori sia per assicurare una gestione efficace e proporzionata delle emergenze”. Il sovraffollamento delle carceri siciliane continua a rimanere un’emergenza. Che risposte ci si deve attendere? “Anche in questo caso è lo Stato a dover individuare soluzioni legislative efficaci. A mio avviso, occorre intervenire innanzitutto sul piano strutturale. A Trapani, ad esempio, esistono ancora celle inagibili: il primo passo dovrebbe essere il loro recupero e la loro riattivazione. Parallelamente, è necessario garantire una maggiore tempestività nelle decisioni dei Tribunali di sorveglianza. In tutta Italia si potrebbero recuperare centinaia di posti anticipando la concessione della libertà ai detenuti che hanno ormai un residuo di pena limitato e possiedono i requisiti previsti dalla legge. In questo modo si ridurrebbe il sovraffollamento, si garantirebbe maggiore spazio all’interno delle celle e si migliorerebbero sensibilmente le condizioni di vita dei detenuti, eliminando una delle principali cause di protesta legata all’insufficienza degli spazi”. Abruzzo. Festival del Sociale, siglato il protocollo tra i Garanti regionali dei detenuti Il Capoluogo, 27 luglio 2026 Nasce in Abruzzo il Protocollo di gemellaggio istituzionale tra i Garanti regionali delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale. Il documento è stato siglato all’Aquila nel corso del “Festival del Sociale”, organizzato dall’assessorato alle politiche sociali della Regione Abruzzo. A firmare il patto di collaborazione, l’assessore regionale, Roberto Santangelo, la garante dei detenuti dell’Abruzzo, Monia Scalera e la coordinatrice nazionale del Forum dei Garanti regionali, Giovanna Francesca Russo, presente anche in vesti di garante della Regione Calabria. Il patto sarà, inoltre, sottoscritto dal presidente del Consiglio regionale dell’Abruzzo, Lorenzo Sospiri, e ha già raccolto l’adesione di sette Regioni: oltre Abruzzo e Calabria, anche Basilicata, Marche, Molise, Piemonte e Sicilia. La garante della regione Piemonte, Monica Formaiano, è intervenuta in collegamento video. Tra il pubblico, anche Maria Spadafora, garante del Molise. Il Protocollo si fonda su undici principi ispiratori: centralità della persona privata della libertà personale; umanità della pena; dignità e inviolabilità dei diritti fondamentali; legalità dell’esecuzione penale; prevenzione dei trattamenti inumani o degradanti; imparzialità e indipendenza della funzione di garanzia; leale collaborazione istituzionale; trasparenza, responsabilità e tracciabilità delle attività; valorizzazione delle buone prassi territoriali; promozione della sicurezza come componente della tutela dei diritti; costruzione di un welfare penitenziario moderno, integrato e misurabile. “Il supporto del mio assessorato e di tutta l’amministrazione regionale non mancherà mai quando si parla di diritti dei più fragili e , in particolare, di strutture detentive”, ha detto l’assessore Roberto Santangelo, poco prima della sottoscrizione del protocollo. “Questo Festival nasce proprio con l’intento di mettere in comune buone prassi e attivare sinergie nuove tra politica, terzo settore e sistema delle autorità di garanzia. Oggi lasciamo un segno, concreto e simbolico, verso il raggiungimento della piena parità di diritti: specie nei luoghi dove la speranza appare perduta, dobbiamo brillare, garantendo dignità dell’essere umano e altissimi standard di welfare”. “Tutelare i diritti delle persone privati della libertà personale significa amplificare l’orizzonte andando ben oltre le nostre regioni”, ha detto la coordinatrice Giovanna Francesca Russo. “Questo protocollo servirà a creare una forza dirompente dalla tenuta più forte e più alta di quelli che sono i principi sacri della nostra democrazia. Sono certa che a breve raccoglieremo le adesioni di tutte le regioni d’Italia, perché il fine della tutela delle persone più fragili e vulnerabili è uni dei più alti che si possa perseguire”. Monia Scalera ha dichiarato: “Vogliamo rafforzare la rete tra i Garanti d’Italia. Sono lieta che questo gemellaggio sia avvenuto in Abruzzo e credo, inoltre, che il Festival del Sociale, sia stata la sede ideale per una iniziativa di questo tipo”. Viterbo. Il detenuto suicida a Mammagialla era indagato per la rissa mortale tusciaweb.eu, 27 luglio 2026 Il ventinovenne era tra i dieci detenuti sotto inchiesta per la morte di Mohamed Chaanoun. Abdelkabir Talha, il detenuto di 29 anni che si è tolto la vita intorno alle 2 di domenica 26 luglio nel carcere di Mammagialla, era tra i dieci indagati nell’inchiesta sulla morte di Mohamed Chaanoun. Nei suoi confronti erano contestati i reati di rissa aggravata dalla morte di una persona e concorso in omicidio volontario. L’inchiesta riguarda la rissa scoppiata il 16 luglio nell’area passeggio della casa circondariale, al termine della quale Mohamed Chaanoun era morto dopo essere stato ferito. Talha figurava tra le dieci persone sottoposte a indagine, mentre ruoli e responsabilità individuali erano ancora in corso di accertamento. Nato in Marocco il 24 aprile 1997, Talha si è impiccato nella cella di una sezione diversa da quella interessata dall’incendio divampato alcune ore prima. Nel penitenziario sono intervenuti la squadra mobile e la polizia scientifica. Gli accertamenti sono coordinati dalla pm Veronica Buonocore. La procura potrebbe disporre l’autopsia sul corpo del ventinovenne. Il suicidio è avvenuto durante una notte segnata dall’incendio scoppiato nella sezione precauzionale. Le fiamme sarebbero partite da alcuni materassi e il fumo avrebbe raggiunto anche l’infermeria. Il bilancio è stato di 23 intossicati: 17 detenuti e sei agenti della polizia penitenziaria, tra i quali anche il comandante. Una persona è stata trasferita in ospedale in codice rosso e sei in codice giallo, mentre dieci intossicati sono stati assistiti direttamente all’interno del carcere. Nelle ore successive un altro detenuto ha tentato di togliersi la vita. Gli agenti della polizia penitenziaria sono riusciti a intervenire in tempo e a salvarlo. Non sono stati resi noti ulteriori particolari sulle modalità del gesto e sulle sue condizioni. Roma. Muore in carcere a 37 anni: il giorno prima erano stati disposti i domiciliari di Luca Monaco La Repubblica, 27 luglio 2026 Deyab Elnemr Ehab, egiziano, faceva la guida turistica al Colosseo: era stato arrestato l’11 febbraio. Il 10 luglio doveva andare a casa, l’11 è stato trovato morto in cella. “Era in salute”. Il 10 luglio scorso avrebbe dovuto lasciare il carcere di Rebibbia, dove era detenuto dall’11 febbraio scorso, per passare agli arresti domiciliari. E invece il giorno successivo, sabato 11 luglio, Deyab Elnemr Ehab, un uomo egiziano di 37 anni, è stato trovato morto in cella. L’ex moglie ha ricevuto la comunicazione dal carcere intorno alle 22. Poche parole, per informare la famiglia che Deyab non c’era più. Eppure la sua morte al momento resta un giallo sul quale indaga la procura. Il sostituto procuratore Andrea D’Angeli ha disposto l’autopsia, che è stata eseguita nei giorni scorsi all’istituto di medicina legale del Policlinico di Tor Vergata. La dottoressa Stefania Urso non ha rilevato segni di violenza sul corpo, ma si è riservata 90 giorni di tempo per completare la consulenza. Sarà l’esito degli esami tossicologici e istologici, sui campioni di tessuto prelevati alla vittima, a stabilire come sia morto Deyab. Ha avuto un malore improvviso, oppure è morto per avvelenamento? Sono solo alcune ipotesi. Perché il trentasettenne era in salute, da quello che si è saputo non aveva patologie pregresse. Era arrivato a Roma sette anni fa, da allora si era sempre guadagnato da vivere lavorando come “acchiappino” per conto delle agenzie che offrono giri turistici tra il Colosseo e i Fori Imperiali. “Deyab era integrato - racconta chi l’ha conosciuto, ma preferisce rimanere anonimo - aveva il permesso di soggiorno e non aveva mai avuto problemi con la giustizia”. Fino a quando, nella serata dell’11 febbraio scorso, la coinquilina, una ragazza marocchina di 31 anni, non l’aveva denunciato per violenza sessuale. Perché? Deyab era entrato nella sua stanza e aveva tentato un approccio, le aveva toccato le gambe mentre lei dormiva nel letto. Incassato il rifiuto, l’uomo aveva attaccato: “Se non vuoi stare con me, allora devi lasciare l’appartamento”. La chiamata al 112 e delle accuse ben più gravi formulate inizialmente dalla vittima (“Ha tentato di violentarmi”) avevano fatto scattare l’arresto. Poi, durante l’udienza del 7 luglio scorso, la donna ha ritrattato le accuse (“Mi ha toccato le gambe”), la posizione di Deyab si è attenuata e il presidente della seconda sezione, il 10 luglio, ha disposto gli arresti domiciliari con il braccialetto elettronico. La donna aveva già cambiato casa. Gli agenti della penitenziaria hanno accompagnato Deyab all’appartamento in via Treccani, a Torre Gaia: l’uomo non è riuscito a entrare perché il suo mazzo di chiavi era rimasto dentro l’alloggio dal giorno dell’arresto. Così è stato riportato in cella in attesa che i suoi familiari riuscissero a recuperare le chiavi: dopodiché avrebbe dovuto presentare un’istanza per andare finalmente ai domiciliari. Il giorno dopo Deyab è morto in carcere. Torino. Presidio notturno al “Lorusso e Cutugno”: una maratona oratoria per i diritti dei detenuti di Francesca Ciavarella cronacaqui.it, 27 luglio 2026 L’Associazione radicale Adelaide Aglietta promuove una veglia di due ore davanti ai cancelli dell’istituto di pena. Appello della cittadinanza e delle istituzioni su sovraffollamento, fragilità e tutela della dignità umana. Il picco delle temperature estive riaccende i riflettori sulle criticità del sistema penitenziario italiano. Per puntare l’attenzione sull’emergenza negli istituti di pena, l’Associazione radicale Adelaide Aglietta ha promosso una maratona oratoria notturna in programma per domani, lunedì 27 luglio, dalle 22:30 alle 00:30, proprio davanti agli ingressi della Casa Circondariale “Lorusso e Cutugno” in via Adelaide Aglietta 35. L’iniziativa, ormai un appuntamento tradizionale per la stagione estiva, mira a sollevare il velo su problemi cronici del sistema penitenziario. Tra le criticità principali figurano il drammatico sovraffollamento, le gravi carenze nella gestione dei soggetti con disturbi psichiatrici e dipendenze, oltre al generale degrado delle strutture. Si tratta di fattori che incidono pesantemente sia sulla qualità di vita della popolazione carceraria, sia sulle condizioni lavorative quotidiane degli operatori e degli agenti di polizia penitenziaria. Come sottolineato dagli stessi organizzatori sui social, l’evento nasce per contrastare “la violazione dei diritti e della legalità costituzionale nelle carceri italiane”, con l’obiettivo di non lasciare nell’ombra situazioni “che non possono essere ignorate”. I coordinatori del sodalizio radicale - Oreste Gallo, Enea Lombardozzi e Samuele Moccia - ricordano come la bella stagione aggravi il quadro: “L’estate rende ancora più insopportabili condizioni già incompatibili con il dettato costituzionale. Vogliamo riportare davanti ai cancelli del carcere il confronto pubblico tra chi quelle condizioni le vive, le osserva e ha il dovere di affrontarle. La pena può limitare la libertà personale, ma non può sospendere i diritti fondamentali della persona”. L’incontro sarà aperto alla cittadinanza: chiunque lo desideri potrà presenziare, ascoltare le testimonianze o prendere direttamente la parola per portare il proprio contributo. Nel piazzale antistante la struttura si alternerà una fitta rete di figure provenienti dalle istituzioni, dalla magistratura, dall’avvocatura e dal terzo settore. Per quanto riguarda il mondo radicale e della tutela dei diritti umani interverranno Igor Boni, presidente di Europa Radicale, e Chiara Squarcione, presidente dell’Associazione Certi Diritti. Sarà, inoltre, significativa la rappresentanza dei garanti dei detenuti, con la partecipazione di Diletta Berardinelli per la città di Torino, Domenico Massano per Asti e Nathalie Pisano per Novara. Sul fronte delle istituzioni locali e della giustizia prenderanno la parola Roberto Capra, presidente della Camera Penale del Piemonte Occidentale e Valle d’Aosta, Luca Pidello, presidente della Commissione Diritti del Comune di Torino, e i consiglieri regionali Daniele Valle e Vittoria Nallo. A loro si unirà Marco Sorbara, consigliere regionale in Valle d’Aosta e dirigente dell’associazione Nessuno tocchi Caino. Il quadro delle testimonianze sarà, infine, completato dalla voce di chi vive la realtà carceraria ogni giorno, grazie agli interventi di Gerardo Romano, dirigente del sindacato di polizia penitenziaria OSAPP, e di fra’ Beppe Giunti, da anni impegnato nel volontariato negli istituti di Alessandria e Torino. L’appello lanciato dalla mobilitazione riassume lo spirito della serata: “Partecipa. Ascolta. Vieni a fare sentire la tua voce. Per lo Stato di diritto e per i diritti umani”. Napoli. Detenuto si laurea in scienze gastronomiche: “Ora sogno una pasticceria” di Mariagiovanna Capone Il Mattino, 27 luglio 2026 “Sconto una pena per amicizie sbagliate voglio guardare al futuro con speranza”. Per anni la sua vita è rimasta dentro un perimetro stretto e angusto. Oggi J.M., 41 anni tra pochi giorni, misura il futuro con strumenti diversi: una laurea in Scienze Gastronomiche mediterranee conseguita con 109/110, un lavoro in regime di semilibertà da pasticciere e il sogno di aprire un’attività propria dopo aver finito di scontare la pena, tra due anni. Il cambiamento è stato costruito lentamente, attraverso lo studio e la conoscenza. Come una ricetta, fatta di ingredienti diversi e di tempi che non possono essere forzati, il suo percorso ha trasformato una passione nata in una cella in un progetto di vita. Entrato in carcere nel 2012, a 27 anni, con la terza media, J. ha conseguito il diploma durante la detenzione e nel 2022 si è iscritto al corso di laurea proposto al Polo universitario penitenziario, nato dalla collaborazione tra l’Università Federico II e il sistema penitenziario. Nei giorni scorsi ha discusso una tesi e per Danilo Ercolini, direttore del Dipartimento di Agraria, il suo percorso rappresenta “un reale processo di recupero sociale”. Facciamo un passo indietro: nel 2012 lei finisce in carcere. Per quale motivo? “Sono entrato inizialmente per un favoreggiamento, poi si sono aggiunte altre vicende tra cui associazione di tipo camorristico. Ma non era il mio ambiente: mi ci sono trovato trascinato da amici, perché in un territorio come Secondigliano le cattive frequentazioni finiscono per condizionarti”. Una volta in carcere però si mette a studiare... “Sono entrato in carcere con la terza media e con il tempo ho preso il diploma di liceo artistico, indirizzo progettazione e design”. Cosa l’ha allontanata dalla scuola da giovane? “Da piccolo ero innamorato della scuola, mi piaceva studiare. Ma i miei avevano un negozio in piazza, avevano bisogno di aiuto e mi hanno chiesto di lavorare con loro. Poi me ne sono pentito”. A studiare ci ha preso gusto al punto da iscriversi all’Università: perché Scienze Gastronomiche? “Durante la pandemia il laboratorio di ceramica dove lavoravo fu chiuso e mi trovai solo in cella. Un amico preparò la pasta sfoglia e mi incuriosii. Cominciai a provare. Avevo un talento innato e non lo sapevo: i dolci mi venivano bene già dalle prime volte. Ho imparato da solo, con le ricette che mi mandavano da casa. A Secondigliano, ho creato anche un laboratorio di pasticceria e facevo da tutor ai ragazzi. Preferisco la tradizione: semifreddi, crostate, pan di Spagna”. È stato difficile studiare in carcere? “Più che difficile, è un contesto che non aiuta: gli orari, i rumori, e soprattutto i malumori. Si vive 24 ore su 24 in una stanza con una persona che magari non conosci bene e che può avere interessi completamente diversi dai tuoi. Conciliare tutto non è facile. È stata dura”. I docenti l’hanno aiutata? “Sul lato umano aiutano molto. Dobbiamo impegnarci e loro sono uno stimolo importante nei momenti difficili. E la cosa bella è che questo impegno diventa contagioso: alcuni compagni di detenzione l’anno dopo al mio si sono iscritti anche loro alla mia facoltà”. Lei considera la laurea una forma di riscatto? “Sì. Non è soltanto un titolo, ma per me è una trasformazione. Dicevo agli altri ragazzi che, se avessi trovato un lavoro e ottenuto una misura alternativa, avrei continuato a studiare. Loro non ci credevano. Invece ho mantenuto la promessa. Il 13 gennaio 2025 ho ottenuto l’affidamento ai servizi sociali e oggi lavoro in una pasticceria: amo moltissimo il mio lavoro”. Come vede il suo futuro? “Continuare a lavorare, senza dubbi. Magari aprire un’attività mia, questo sarebbe il sogno. E trasmettere questi valori a mio figlio, che ha 19 anni. Aveva smesso di studiare, poi ha visto il mio esempio e ha deciso di riprendere. A settembre inizierà il quinto anno serale. Ho avuto paura che potesse commettere i miei stessi errori. Ha sofferto molto la mia assenza ed è cresciuto in un quartiere dove il mio cognome poteva rappresentare una pressione. Per fortuna sono uscito in tempo. È un bravo ragazzo”. Cosa vuole dire a coloro che si ritrovano in carcere? “Che tutto è possibile, il passato non deve definire chi siamo. Io ho sbagliato, ma il mio passato non può essere tutta la mia identità. Il cambiamento deve partire da noi e possiamo migliorare ottenendo gratificazioni e un futuro in cui credere”. Modena. Carceri, la storia di Hypnos che ha l’arte nelle mani di Roberta Barbi vaticannews.va, 27 luglio 2026 In questi giorni il Teatro del Venti, realtà attiva negli istituti di pena della provincia di Modena, sta portando in tournée estiva lo spettacolo “L’aviatore errante e il Piccolo principe”, personale rivisitazione del capolavoro di Antoine de Saint-Exupéry. L’autore di costumi e bozzetti, ancora una volta, è Hipnos, ospite della casa di reclusione di Castelfranco Emilia: “Nel mio futuro non vedo altro che teatro e arte”. Ogni giovedì Francesco si alza, beneficia del suo permesso di lavoro - articolo 21 - esce dall’istituto di pena, prende il treno e arriva a Modena, nella sede del Teatro dei Venti, realtà artistica e sociale attiva in carcere non solo con laboratori teatrali, ma anche con corsi di formazione sui mestieri del teatro. Qui si trasforma in “Hipnos”, la personificazione del sonno nella mitologia greca, e s’immerge nella sua giornata migliore, popolata degli strumenti di lavoro che ha a disposizione: “Mi piaceva l’idea di questa figura creativa, capace di costruire un mondo di immaginazione in cui può succedere di tutto”, spiega ai media vaticani le ragioni del suo nome d’arte. Così Hipnos si mette a lavorare: suoi sono i bozzetti e i costumi di “L’aviatore errante e il Piccolo principe”, ispirato al racconto di Antoine de Saint-Exupéry, il nuovo spettacolo per gli spazi urbani presentato in anteprima dal Teatro dei Venti al Concentrico Festival di Carpi e che andrà in tournèe tutta l’estate: “la storia del Piccolo principe mi è sempre piaciuta, la trovo attuale, per questo l’ho proposta al regista - racconta - poi naturalmente il Teatro dei Venti ci ha posato la sua mano e attraverso le parole, la regia e la drammaturgia ha costruito il proprio messaggio. Io ho creato il mondo intorno, in questo caso fatto di eccessi e illusioni: i costumi dell’Aviatore sono giganteschi e indossati da uomini enormi, personaggi che rispecchiano le pecche, diciamo così, dell’umanità”. Hipnos, che allora era solo Francesco, ha incontrato per la prima volta il Teatro dei Venti quando era detenuto nella casa circondariale Sant’Anna di Modena, partecipando a un laboratorio teatrale, ma mai avrebbe pensato di rincontrare questo progetto una volta trasferito a Castelfranco: “Volevo fare teatro da sempre, questa sarebbe stata per me la strada giusta - rivela - ma da sempre mi sono anche dedicato al disegno, lo faccio da quando ne ho memoria, la creatività è parte di me”. Così i suoi disegni diventano bozzetti per una prima esperienza che è quella dell’Amleto, poi la collaborazione si consolida e seguono Don Chisciotte e la Trilogia dell’assedio per la quale è stato vinto il Premio Ubu progetti speciali l’anno scorso. E arriva la grande occasione di cimentarsi anche con le scenografie: prima per Aspettando Godot e poi, appunto, per l’Aviatore. C’è un filo rosso che unisce tutti questi lavori del Teatro dei Venti e le attività che il Teatrocarcere promuove negli istituti di pena, che passa dall’espressione della propria interiorità e arriva fino alla formazione lavorativa e al reinserimento sociale, trasformando di fatto quella utopia in realtà. È quello che pian piano sta accadendo anche a Hipnos, che nel suo futuro vede teatro e arte come ingredienti principali della propria vita, ma prima, c’è ancora il carcere, quindi gli chiediamo quali sono i suoi obiettivi a breve termine: “Certamente la laurea, che avrei dovuto conseguire già molto tempo fa”, risponde deciso, a poi, appunto, arte e teatro. Teatro e arte. Pescara. I detenuti del San Donato coltivano un orto e donano il raccolto alla Caritas ilpescara.it, 27 luglio 2026 I detenuti della casa circondariale San Donato di Pescara hanno coltivato un orto all’interno della struttura e donato il raccolto alla Caritas locale. L’iniziativa, che ha visto la collaborazione del personale penitenziario e la mediazione di suor Livia, è stata segnalata dall’Unione sindacati polizia penitenziaria (Uspp) tramite il segretario regionale Sabino Petrongolo. Il progetto ha preso forma nell’area verde situata a ridosso delle mura del carcere pescarese. I detenuti hanno lavorato con continuità alla coltivazione dell’orto, producendo alimenti freschi che sono stati poi consegnati alla Caritas di Pescara. Il raccordo tra l’istituto e la comunità esterna è stato reso possibile grazie a Suor Livia, descritta come una figura di riferimento da lungo tempo impegnata a supporto delle persone detenute all’interno della struttura. Le parole dell’Uspp - Il segretario regionale dell’Uspp Sabino Petrongolo ha voluto sottolineare pubblicamente il significato dell’iniziativa. “Ci teniamo a sottolineare il valore umano e sociale di questa iniziativa - dichiara Petrongolo -. Vogliamo rivolgere un sentito ringraziamento alla direzione della casa circondariale per la sensibilità nel promuovere simili attività trattamentali, ai detenuti per il loro lavoro, e a tutto il personale di polizia penitenziaria, che con professionalità garantisce quotidianamente lo svolgimento in sicurezza di questi progetti. Un grazie speciale va infine a suor Livia per il suo instancabile impegno al fianco degli ultimi”. Secondo l’Uspp, l’iniziativa dimostra come il lavoro della terra, unito alla cooperazione tra istituzione penitenziaria, personale e volontariato ecclesiastico, possa trasformare la pena in un percorso concreto di rieducazione. Venezia. Nasce nel carcere Santa Maria Maggiore un club di tifosi del Venezia Calcio rainews.it, 27 luglio 2026 L’iniziativa, raccontata dalla rivista dei detenuti Ponti, punta a trasformare la passione sportiva in uno strumento di inclusione, responsabilità e reinserimento sociale. Un club simbolico di tifosi del Venezia Calcio nasce all’interno della casa circondariale lagunare con l’obiettivo di fare dello sport uno strumento di rieducazione, socialità e partecipazione alla vita della comunità. L’iniziativa è stata presentata sulle pagine della rivista dei detenuti “Ponti”, che spiega come il progetto vada ben oltre la semplice passione calcistica. “A prima vista potrebbe sembrare una semplice iniziativa ricreativa. In realtà - si legge nel periodico - un progetto di questo tipo vuole assumere un significato ben più ampio”. Il riferimento è all’articolo 27 della Costituzione, che attribuisce alla pena una finalità rieducativa e di reinserimento sociale. Secondo i promotori, il club potrà diventare uno spazio di confronto e condivisione, favorendo lo sviluppo di responsabilità, rispetto reciproco, capacità relazionali e senso di appartenenza. Tra le iniziative immaginate ci sono la condivisione delle partite e delle notizie sul Venezia Calcio, incontri dedicati alla storia del calcio lagunare, momenti di riflessione sui valori dello sport e, per i detenuti che potranno usufruire dei permessi premio, anche la possibilità di assistere alle partite allo stadio Pier Luigi Penzo. I promotori auspicano inoltre di poter disporre di almeno un abbonamento a una piattaforma televisiva per seguire le gare della squadra, tornata in Serie A, trasformando il calcio in un’occasione di aggregazione all’interno dell’istituto penitenziario. “Forse qualcuno penserà che si tratti soltanto di calcio - conclude la rivista Ponti -. Eppure, dietro una passione condivisa si nasconde qualcosa di più importante: la possibilità di sentirsi parte di una comunità, di imparare a collaborare e di guardare al futuro con uno spirito diverso”. La democrazia non si tocca di Antonio Di Rosa La Stampa, 27 luglio 2026 Si può litigare, anche con buona dose di propaganda su tutto, ma non sui principi fondativi di uno Stato. È solo sulla base di un riconoscimento comune di ciò che disciplina la vita democratica che si può baccagliare sul resto: schieramenti, programmi, vannacciate e campi larghi o stretti. I partiti e chi li rappresenta devono fare un salto di qualità sul rispetto della casa comune e non fare ragionamenti per tenere in piedi la propria bottega. La scelta dei cittadini sarà fatta su questi principi. Guardate cosa succede in questo benedetto Paese. Un gioielliere finisce in carcere perché ha sparato alle spalle di tre rapinatori in fuga: ne uccide due, ne ferisce un altro. La destra lo difende come se fosse un martire e, sul martirio, costruisce la sua campagna sulla grazia e sulla difesa “sempre legittima”. Ma se si sdogana la giustizia privata, lo Stato che fine fa? La sinistra sostiene invece che deve scontare la pena e, in questo caso, difende lo Stato. Accade poi che la moglie di Mario Roggero da Grinzane Cavour ci mette una toppa: il marito aveva chiesto la grazia sfidando Sergio Mattarella, lei, in un’intervista a La Stampa, chiede un atto di clemenza con grande rispetto. Ma la campagna non si ferma e il perché, in fondo, ce lo racconta il sondaggio di Alessandra Ghisleri: poco più del 45,4% dei nostri concittadini sostiene che Mario Roggero abbia esercitato una legittima difesa, il 44,8% esprime un’opinione di segno opposto. Insomma, sono temi sensibili nella partita del consenso. Secondo scenario: a Bologna un marocchino di 42 anni, Abderrahim Fakir, viene bloccato da due agenti di polizia chiamati sul posto perché l’uomo era in uno stato mentale molto preoccupante, lo ammanettano mani e piedi, fanno pressione su di lui, Fakir muore. I fronti si capovolgono: la destra difende la polizia cioè lo Stato, la sinistra la attacca. Tutto questo prima che venga acclarato come e perché il marocchino sia morto, questione ancora non chiara. Profluvio di dichiarazioni da tutte le parti, quasi “a prescindere”. Capisco le buone intenzioni del sindaco di Bologna Matteo Lepore a mobilitare la piazza ma è stato troppo frettoloso. Terzo scenario: i No Tav in Val di Susa. Questa battaglia contro la Torino-Lione, che dura da 25 anni, non ha più senso. Capisco che per loro Chiomonte è un luogo simbolico dove rinnovare l’assalto contro lo Stato e chi lo rappresenta. Ma è davvero tutto sbagliato: la violenza è sempre e comunque inaccettabile. È il contrario della democrazia e lede il sacrosanto diritto di manifestare in pace, che deve essere tutelato in ogni democrazia, anche se malconcia come la nostra. Tutelato, mai ristretto col pretesto dell’ordine pubblico. Si può discutere se un’opera, importante o meno, possa durare trent’anni, un tempo assurdo e inconciliabile con qualsiasi razionalità. Ma leggere o ascoltare politici, opinionisti, semplici cittadini, che banalizzano l’accaduto, significa aver dimenticato la storia di questo paese. Non siamo di fronte a “un pugno di cretini”, ma a professionisti della guerriglia. E, davanti alla guerriglia, lo Stato - e le forze politiche che lo rappresentano - si dovrebbero unire, non dividere. Quando esplose il terrorismo delle Brigate Rosse autorevoli intellettuali di sinistra li definirono fascisti. Poi abbiamo scoperto che l’album politico di capi e soldati di questo gruppo armato era di colore opposto. È l’errore di schierarsi, prima di riflettere e comprendere. Qui l’unico dato incontrovertibile è la violenza che, ad ogni occasione, si ripete contro cose e persone. In questo caso la destra infierisce a difesa di chi sta dalla sua parte, la sinistra (con qualche eccezione) balbetta o si limita a una condanna di facciata. Il caso di Antonio Padellaro, ex direttore del Fatto, insultato dai lettori perché ha osato dire che la sinistra non fiata contro i “compagni che menano”, ci fa capire il livello di intolleranza che ci avvolge. Noi ci siamo espressi con chiarezza su tutti questi temi con il vicedirettore Alessandro De Angelis e con Marcello Sorgi. E lo faremo ancora. Non si tratta di perseguire una linea istituzionale, parola che vuol dire tutto e niente. Noi dobbiamo spiegare a chi ci legge che l’esercizio del diritto di critica rimane sacrosanto ma saremo sempre sul fronte opposto di chi sceglie la strada della violenza. Siamo aperti solo al dialogo con chi vuole. Ma tutti devono mettersi in testa che non possiamo accettare questo andazzo. L’era dell’irrealtà: licenza di mentire di Elvira Serra Corriere della Sera, 27 luglio 2026 L’ultimo capitolo? L’ex generale Roberto Vannacci che arriva a manipolare con l’Intelligenza artificiale perfino il volto del nostro presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nell’atto di concedere la grazia a Mario Roggero. Sono l’unica ad avere fatto un balzo sulla sedia guardando l’ultimo video pubblicato su Instagram dall’ex generale Roberto Vannacci che arriva a manipolare con l’Intelligenza artificiale perfino il volto del nostro presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nell’atto di concedere la grazia a Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour in carcere dopo la condanna definitiva a 14 anni e 9 mesi per aver inseguito e ucciso in strada due rapinatori in fuga? L’antipasto, qualche giorno prima, lo avevamo avuto con un altro video creato con l’AI nel quale il leader di Futuro nazionale, seduto accanto a Meloni e La Russa, fa giustiziare al Colosseo Giuseppe Conte e Elly Schlein. Impossibile prendersi un antistaminico, come suggerisce il raffinato politico, per farsi passare l’orticaria di fronte a questa degenerazione della comunicazione politica, di cui Trump è stato il precursore. È più costruttivo rileggersi la prima enciclica di papa Leone, bellissima fin dal titolo: “Magnifica Humanitas”. Non è un caso che l’abbia dedicata proprio all’Intelligenza artificiale, chiarendo subito l’urgenza di scegliere come custodire la magnifica umanità che ci è data in dono: “Non si tratta di una scelta sul nostro futuro, ma sul nostro presente, perché l’intelligenza artificiale e le altre tecnologie sono già parte del quotidiano”. Per capire da che parte “non” sta Vannacci, bisogna andare al capitolo dedicato alla verità come bene comune. Cito testuale, a proposito dell’uso delle piattaforme digitali e dei sistemi di AI: “Strumenti che potrebbero favorire il confronto e la partecipazione vengono spesso impiegati per costruire narrazioni distorte e confondere i confini tra vero e falso, mescolando dati e opinioni. La disinformazione non nasce con l’AI, ma trova oggi in essa un moltiplicatore potente”. La riflessione dirimente è poco più avanti: “Quando la domanda su ciò che è vero perde di interesse e prende piede un pragmatismo che si accontenta di ciò che appare utile o efficace, la vita democratica si indebolisce. (...) Il disinteresse per la verità porta lentamente, ma inesorabilmente, a scivolare verso il totalitarismo, per il quale, come ha scritto la filosofa Hannah Arendt, i sudditi ideali non sono tanto quelli ideologicamente convinti, ma “la gente per la quale la distinzione tra fatto e finzione e la distinzione tra vero e falso non esistono più”“. Serve altro? La rabbia dei giovani. Milano tra periferie e disuguaglianze di Federica Pennelli Il Domani, 27 luglio 2026 La città si avvia verso le comunali del 2027. Crescere nel capoluogo, per molti ragazze e ragazzi, significa spesso abitare contesti di marginalità sociale. Crescere a Milano, per molti ragazze e ragazzi, significa spesso abitare contesti di marginalità sociale, troppo spesso raccontati solo attraverso lenti repressive e stigmatizzanti. La disfida Calabresi-Majorino. Rischio primarie pure a Milano Abitare il possibile Anche partendo da questo dato di realtà l’organizzazione umanitaria WeWorld, attraverso il progetto We Care, cerca di proporre un approccio integrato tra dimensione clinica ed educativa. L’obiettivo è riconoscere i segnali di disagio e attivare percorsi di accompagnamento, ricostruendo i legami tra adolescenti, famiglie e scuola. Una serie di attività che rispondono al “progressivo disinvestimento nel welfare pubblico - dice Greta Nicolini, coordinatrice comunicazione e direttrice del festival di WeWorld - che ha prodotto servizi sempre più frammentati, che finiscono per lasciare soli i più fragili”. “Uno dei casi che racconto spesso - dice Valentina Rizzi, coordinatrice dei programmi domestici - è quello di un ragazzo in ritiro sociale che non usciva più da casa. Ci ha contattati l’allenatore di calcio che non lo vedeva più. Ha iniziato un percorso con noi dal balcone di casa, perché per lui era l’unico luogo sicuro per potersi relazionare”. Il lavoro nelle periferie milanesi riguarda giovani che vivono intrecci di vulnerabilità sociali, economiche e familiari dove “non solo la loro voce non viene ascoltata, ma spesso viene stereotipata”. La riappropriazione dei diritti e l’ascolto sono al centro degli interventi dell’organizzazione, che lavora in una città che ha anticipato il fenomeno della gentrificazione, in cui “la periferia viene sempre più inglobata da interessi economici e immobiliari, mentre le persone vengono espulse”. Da città modello a città per pochi: è questa la vera crisi di Milano Il conflitto generativo In questo quadro, il tema della classe sociale torna a essere centrale. A oggi possono servire fino a cinque generazioni per cambiare la propria condizione socioeconomica di partenza. Tutto questo fa emergere la rabbia dei giovani, che è stata esposta nei laboratori partecipati che trasformano il “non è giusto” in consapevolezza collettiva. Una rabbia politica, che prende forma in frasi come: “Nasci povero e muori povero, indipendentemente da quanto ti impegni a fare ed essere”. E ancora: “Viviamo in un posto in cui siamo uguali apparentemente ma nel profondo ci sono classi diverse di persone in base ai soldi e alle opportunità”. Pensieri di giovani delle scuole medie e superiori, nati dall’intreccio di rabbia e consapevolezza di classe. Sentimenti che spesso il mondo adulto tende a derubricare nel tentativo di renderli innocui; per paura e vigliaccheria. “Gli viene insegnato che la rabbia è cattiva e non va espressa - racconta Martina Albini, coordinatrice del centro studi - ma la rabbia sociale crea conflitto generativo”. Bisogna smettere di pensare di sapere di cosa hanno bisogno le persone giovani e lavorare “con e per loro, che ci chiedono innanzitutto spazio fisico da poter vivere”. Ma chiedono anche conflitto. “Ci dicono che a loro non è mai concesso di fare un errore perché “o rientro nel prototipo del ragazzino della periferia o, se provo a sbagliare per crescere e imparare, mi danno dello stupido come a scuola”. È emerso infatti che la scuola, che un tempo fungeva da ascensore sociale, è invece un luogo “che li fa stare male” e di cui odiano soprattutto la “retorica del merito”. Io, milanese troppo povero. La città che espelle i suoi figli Creare reti, costruire fiducia Il tema dell’abbandono scolastico resta un nodo strutturale. “Il sistema scuola è molto performativo - spiega Rizzi - chi ha e chi può riesce, chi non ha fatica e spesso il percorso non è calibrato sugli interessi e le competenze dei ragazzi; così arriva il fallimento e poi l’abbandono”. Nel quartiere Barona il programma Frequenza 200 prova a sostenere la permanenza a scuola con supporto allo studio e orientamento. Ma le disuguaglianze si estendono in più campi della vita: il 92 per cento dei giovani coinvolti nei progetti non praticava sport per ragioni economiche, mentre ora possono accedervi gratuitamente. C’è poi il periodo estivo, acceleratore delle disuguaglianze: molte famiglie non possono permettersi vacanze o centri estivi. Proprio per questo in estate la onlus intensifica il suo intervento su più fronti. “Rimaniamo aperti più a lungo nei servizi e offriamo gratuitamente delle vacanze: per alcuni ragazzi è stata la prima volta che vedevano il mare o la montagna”. Le scelte politiche degli ultimi anni hanno “spostato le persone ai margini - afferma Nicolini - soprattutto chi vive in condizione di maggiore vulnerabilità dove lo Stato è presente più attraverso controllo e sicurezza che attraverso opportunità reali”. Proprio per questo il lavoro portato avanti da WeWorld è quello di “tenere insieme i bisogni delle persone e di essere un ponte verso i servizi già esistenti, costruendo continuità nei territori”. Dare ascolto, fornire risposte, indirizzare le persone e dar loro fiducia per Nicolini sono i temi fondamentali: “Bisogna creare una rete che non scarichi tutto sull’individuo, ma che lo sostenga”. Addio a Porta Genova. Milano cambia, ma per chi? Perché dobbiamo smettere di parlare di salute mentale di Raffaele Alberto Ventura* Il Domani, 27 luglio 2026 Quella che il gergo tecnocratico chiama “salute mentale” non è altro in fondo che l’antichissima questione filosofica della felicità. Oggi sistemi sanitari sovraccarichi offrono scorciatoie mediche per risolvere dei problemi radicati nella cultura. Ma è proprio dalla cultura che dobbiamo ripartire se a furia di “parlare di salute mentale” non vogliamo diventare tutti pazienti in un grande manicomio. “Salute mentale”: queste due parole sono arrivate a riassumerne tante, troppe: malessere, disagio, follia, alienazione, nevrosi. Dietro uno slogan pieno di buone intenzioni si annidano patologizzazione, tecnicizzazione, securitizzazione. Bisogna parlare di salute mentale, ormai pare un’evidenza. Lo dicono Fedez e Lady Gaga, i politici e gli intellettuali, provando a imporre nel dibattito quelle due parole per riassumerne tante altre: malessere, disagio, follia, tristezza, alienazione, nevrosi. Ma se l’infelicità delle società contemporanee è sotto gli occhi di tutti, la scelta di quelle due parole non è innocente. Parlare di “salute” porta con sé il concetto di malattia mentre il riferimento alla “mente” delimita un preciso campo di specializzazione; quanto al “bisogna”, in tutte le sue forme, rimanda al lessico emergenziale. Ed ecco che dietro uno slogan carico di buone intenzioni spunta una triade ben più inquietante, tipicamente moderna: patologizzazione, tecnicizzazione, securitizzazione. Si dirà che una società che produce malessere su scala industriale non può che gestirlo in maniera industriale. Così facendo, però, prende anche il rischio di provocare catastrofi industriali, attraverso i cosiddetti effetti iatrogeni: ovvero quando il rimedio è peggio del male. Salute mentale, Fedez e fede. Il lavoro, ad esempio, è oggi una delle principali fonti di malessere. Pare quindi naturale, come ha fatto Sofia Mattioli su queste pagine, andare a intervistare uno psicologo che di questo tema si occupa da quarant’anni, Christophe Dejours, e chiedergli precisamente del rapporto tra lavoro e salute mentale, anche perché i concetti sono associati fin dal titolo della recente edizione italiana (DeriveApprodi) di uno dei suoi libri più importanti, in originale Travail: usure mentale (1980). La traduzione è legittima, come tutto ciò che permette di attualizzare la ricezione di un testo senza tradirlo, e l’autore stesso nell’intervista riprende l’espressione. La contraddizione è semmai tra questa sensibilità contemporanea e quella dei movimenti degli anni 1950 dai quali, come illustrai in un precedente articolo su Domani, Dejours trae il nucleo della sua teoria. In effetti né Jean Laplanche, né Cornelius Castoriadis avrebbero mai parlato di “salute mentale”. Questo perché la loro critica del capitalismo verteva precisamente sulle derive della società amministrata attraverso la sussunzione del lavoro vivo al capitale cognitivo di burocrati ed esperti. In un simile contesto, il ruolo dello psicologo del lavoro che cura la “salute mentale” rischia di ricordare quello dell’uomo in camice bianco che in 1984 di George Orwell assiste alle torture di Winston Smith, monitorando costantemente i suoi parametri al fine di tenerlo in vita. Per gli autori e i militanti che all’epoca parlavano di “alienazione” il problema del lavoro non era una questione di salute e di malattia, ma - per usare il loro vocabolario - una crisi di civiltà. Il lavoro fa schifo? È l’inevitabile sbocco di una contraddizione tra spinta all’autonomia e razionalizzazione sociale; un disallineamento tragico tra immaginario ed economia. Invece di curare i lavoratori, dovremmo parlare di management disfunzionale. Quando il lavoro logora la salute mentale: “Serve un’elaborazione collettiva”. Bisogna parlare di salute mentale, però, lo hanno detto e ripetuto anche tanti giornalisti che hanno elogiato il memoir con cui Alcide Pierantozzi ha concorso al premio Strega, Lo sbilico. Il libro racconta un drammatico destino di dipendenza farmacologica, simile a tanti narrati dal giornalista Robert Whitaker nel suo Indagine su un’epidemia (Giovanni Fioriti Editore). A margine della narrazione vivida delle allucinazioni e delle angosce indotte dal suo stato biologico artificiale, Pierantozzi suggerisce che le cose sarebbero potute andare diversamente se il trauma infantile che ha inaugurato la sua storia clinica trent’anni fa fosse stato affrontato senza intervenire sull’equilibrio chimico dei suoi circuiti neurologici. Spiace solo che il dibattito sul libro abbia evacuato l’elefante nella stanza, ovvero la dimensione iatrogena di questa condizione. La letteratura scientifica documenta da diversi anni le erranze dell’approccio dominante alla salute mentale. Sul piano teorico, i tentativi di corroborare la tesi dello squilibrio chimico non hanno prodotto evidenze solide. Sul piano clinico, la prassi medica mostra una tendenza alla sovra-prescrizione, guidata da medici generalisti sprovvisti di strumenti di presa in carico psicoterapeutica. Questo produce le cosiddette “preiscrizioni a cascata” quando i sintomi da astinenza o le alterazioni iatrogene vengono diagnosticati come ricadute o nuove patologie. Non è un complotto ma una tempesta perfetta di interessi convergenti. Per l’industria farmaceutica, la dipendenza genera un mercato a lungo termine. Per i sistemi sanitari nazionali il farmaco appare come una soluzione sostenibile a problemi strutturali di saturazione. Infine per la società serve al contenimento (temporaneo) della devianza. Pierantozzi: “Mi chiamavano lo scrittore matto, ma nessuno chiedeva come stessi” Dalla chimica alla cultura Quel che è certo è che le narrazioni patologizzanti - quand’anche dissimulate dietro una bio di tinder, un articolo di lifestyle sulla necessità di rompere il tabù della salute mentale o l’invito di un’ex ad “andare in terapia” - finiscono per legittimare queste catastrofi sanitarie. L’accesso diffuso ai criteri diagnostici nei canali digitali dedicati alla “salute mentale” porta sempre più pazienti ad assimilare e replicare sintomi patologici. Persino approcci psicodinamici come quello di Dejours rischiano oggi di essere messi al servizio di un interventismo terapeutico che, per chi casca male, equivale a una condanna a morte. I trial clinici indicano che la differenza in termini di efficacia statistica tra gli antidepressivi e il placebo è spesso marginale nei quadri di severità lieve e moderata, ovvero per chi si autodiagnostica i disturbi su Internet. All’aumento esponenziale del consumo di psicofarmaci in Occidente non corrisponde alcuna riduzione dei disturbi mentali né dei tassi di suicidio, al contrario. È indubbio che i mezzi drastici messi a disposizione dalla neuropsichiatria costituiscono un presidio di contenimento indispensabile per inibire condotte distruttive o autodistruttive, nonché per accompagnare pazienti caratterizzati da dipendenze ormai irreversibili. Ma in merito all’aspirazione di medicalizzare tutto quel che respira, dovrebbe valere dai tempi di Ippocrate il precetto citato dallo psicologo Allan Frances in un libro prezioso (pubblicato da Bollati Boringhieri) sulle derive della sua disciplina: “Non curare chi è sano”. Lo psicologo Piero Cipriano ha parlato di “manicomio chimico”. Per questo dovremmo smettere di parlare di “salute mentale”. Le alternative terminologiche sono tante e ognuna di queste ci riconnette a una tradizione culturale - da Robert Burton a Søren Kierkegaard, da Sigmund Freud a Herbert Marcuse - sicuramente più rigogliosa di quella promossa dal riduzionismo neurobiologico oggi dominante. Una crisi di civiltà non si risolve in ambulatorio. Capire il malessere dei lavoratori per un capitalismo dal volto umano. Parlando di malinconia, Burton trattava il malessere come un’esperienza intrinsecamente legata alla condizione umana. Parlando di disperazione, Kierkegaard individuava una frattura esistenziale dell’Io con sé stesso nel momento in cui non riesce a realizzarsi. Parlando di nevrosi e di disagio, Freud collocava l’origine della sofferenza psichica nell’inevitabile frizione tra le pulsioni individuali e le richieste coercitive della civiltà. Parlando di alienazione, Marcuse mostrava che l’angoscia è la risposta fisiologica a un sistema economico e sociale che sottomette i bisogni profondi alle logiche di produzione e consumo. Quella che il gergo tecnocratico chiama salute mentale non è altro in fondo che l’antichissima questione filosofica della felicità. Oggi sistemi sanitari sovraccarichi offrono scorciatoie mediche per risolvere dei problemi radicati nella cultura. Ma è proprio dalla cultura che dobbiamo ripartire se a furia di “parlare di salute mentale” non vogliamo diventare tutti pazienti in un grande manicomio. Nelle prime pagine della Montagna incantata il protagonista, perfettamente in salute, si reca in visita a un sanatorio. Il medico lo rassicura: “Non si preoccupi, una malattia gliela troviamo”. Naturalmente la troveranno, e lui non uscirà dal sanatorio per sette lunghi anni. La conquista dell’infelicità, siamo tutti classe disagiata *Scrittore È tempo di nuove pedagogie di Andrea Marcolongo La Stampa, 27 luglio 2026 È come se, mentre tutto cambia, diventasse sempre più difficile rispondere alla domanda più semplice: perché educhiamo? Non abbiamo mai riposto tante speranze nella scuola. Eppure, non abbiamo mai diffidato tanto di essa. In tutta Europa l’istruzione è diventata uno dei grandi temi del dibattito pubblico. Discutiamo di riforme, di metodi didattici, di tecnologie, di intelligenza artificiale. Ogni nuova proposta promette di risolvere i problemi della scuola, ma finisce quasi sempre per alimentare nuove inquietudini. È come se, mentre tutto cambia, diventasse sempre più difficile rispondere alla domanda più semplice: perché educhiamo? Ho l’impressione che il dibattito sia spesso impostato nei termini sbagliati. Parliamo di programmi, di strumenti, di metodologie, quando la questione decisiva non è tecnica, ma politica nel senso più alto del termine. Ogni democrazia, infatti, è chiamata a rispondere a una domanda essenziale: che cosa ritiene degno di essere trasmesso alla generazione che verrà? La scuola non trasmette soltanto conoscenze. Ogni educazione racchiude una precisa idea dell’essere umano. Trasmette una lingua, un modo di ragionare, una maniera di abitare il mondo e di riconoscersi negli altri. È lì che impariamo a distinguere un fatto da un’opinione, una dimostrazione da un’affermazione, il dialogo dallo scontro. Per questo la scuola non prepara soltanto a un mestiere: prepara alla vita comune. È forse qui che si manifesta il grande paradosso del nostro tempo. Non abbiamo mai creduto tanto nel potere emancipatore dell’educazione e, nello stesso tempo, non abbiamo mai diffidato tanto dell’istituzione chiamata a renderlo possibile. La crisi della scuola non è, in fondo, una crisi scolastica. È una crisi della fiducia politica. Una società che smette di credere nel proprio futuro finisce inevitabilmente per dubitare anche dell’istituzione incaricata di prepararlo. René Char ha scritto una delle frasi più belle del Novecento: “La nostra eredità non è preceduta da nessun testamento”. È difficile trovare un’immagine più giusta per descrivere il compito dell’educazione. Nessuna generazione riceve istruzioni sul mondo che dovrà lasciare alla successiva. Ognuna è chiamata a scegliere ciò che ritiene degno di essere trasmesso, confidando che chi verrà dopo saprà accogliere quell’eredità, trasformarla e superarla. Per molto tempo educare è stata una responsabilità condivisa. La famiglia trasmetteva le prime parole e i primi gesti; biblioteche, associazioni, sport e vita culturale contribuivano, ciascuno a suo modo, alla formazione di una persona. La scuola istruiva, ma non era sola. Oggi quell’equilibrio si è incrinato. Chiediamo alla scuola di ridurre le disuguaglianze, di integrare, di educare alla cittadinanza, al rispetto, alla convivenza, preparando al tempo stesso i giovani a un mondo del lavoro in continua trasformazione. Nessuna di queste richieste è illegittima. Ma tutte insieme finiscono per attribuire alla scuola un compito che nessuna istituzione può assolvere da sola. Una società che delega alla scuola l’intera responsabilità della trasmissione finisce inevitabilmente per chiederle di sostituirsi alla società stessa. Forse è anche per questo che assistiamo a un rinnovato interesse per le cosiddette pedagogie nuove. Maria Montessori, Rudolf Steiner o Célestin Freinet non tornano al centro del dibattito soltanto per i metodi che hanno elaborato. Ci ricordano qualcosa di più essenziale: ogni pedagogia presuppone una determinata idea dell’essere umano. Prima di domandarci come insegnare, dovremmo chiederci quale persona desideriamo aiutare a crescere. Trasmettere, infatti, non significa conservare intatto il passato. Ogni generazione riceve un mondo che non ha scelto, ma anche la responsabilità di comprenderlo, discuterlo e trasformarlo. L’intelligenza artificiale non modifica questa missione; la rende ancora più evidente. Se una macchina è capace di rispondere in pochi secondi a quasi ogni domanda, il compito della scuola non consiste più soltanto nel trasmettere risposte. Consiste, oggi più che mai, nel formare persone capaci di porre le domande giuste, di distinguere un fatto da un’opinione, l’informazione dalla conoscenza. Una risposta si può trovare su uno schermo. Il giudizio, invece, si costruisce lentamente, attraverso lo studio, il dialogo e l’esperienza. Per questo educare è, prima di tutto, un atto di fiducia. Significa accettare che i frutti del nostro impegno appartengano, in larga misura, a chi verrà dopo di noi. Nessun insegnante, nessun padre, nessuna madre conoscerà mai fino in fondo la portata di ciò che ha trasmesso. Eppure ogni educazione si fonda proprio su questa fiducia silenziosa. Nei paesi del Mediterraneo sappiamo che chi pianta un ulivo lo fa raramente per sé. Lo fa pensando a coloro che, un giorno, si siederanno alla sua ombra. Educare significa esattamente questo. Il futuro non si improvvisa. Il futuro si eredita.