Lo Stato riempie le carceri, moltiplica i reati e chiama “sicurezza” l’abbandono di Pino Di Maula fotosintesi.info, 26 luglio 2026 Uno Stato che riempie le celle oltre ogni limite, riduce gli spazi, chiude i detenuti per gran parte della giornata e affida a un personale numericamente e psicologicamente stremato il compito di governare ciò che la politica ha reso quasi ingovernabile. Sessantaquattromila persone stipate in istituti con un sovraffollamento reale vicino al centoquaranta per cento. Stranieri senza mediatori, tossicodipendenti senza comunità, persone con disturbi psichici curate soprattutto con psicofarmaci, minori trasferiti lontano da casa e ventisette bambini rinchiusi con le madri. Mentre i delitti non mostrano un’emergenza paragonabile alla retorica politica, il governo continua a produrre decreti, nuovi reati e carcere. “Le carceri non sono più sotto il controllo dello Stato”. Non è la denuncia di un’associazione radicale, né lo slogan di una manifestazione. A pronunciare queste parole è stato Maurizio De Lucia, procuratore capo di Palermo, il magistrato che ha coordinato la cattura di Matteo Messina Denaro. De Lucia ha descritto istituti nei quali i detenuti riescono a comunicare con l’esterno e con altri penitenziari, mentre le organizzazioni criminali mantengono capacità di comando e collegamento. Ha aggiunto che le carceri non esplodono soltanto perché, al momento, i detenuti non vogliono farle esplodere. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha risposto attaccando il procuratore e difendendo la Polizia penitenziaria. Ma contrapporre De Lucia agli agenti significa evitare il problema. Il procuratore non ha denunciato il fallimento individuale delle guardie. Ha denunciato il fallimento dello Stato. Al 30 aprile 2026 nelle carceri italiane si trovavano 64.412 persone. Il sovraffollamento medio effettivo, calcolato da Antigone tenendo conto dei posti realmente disponibili, era arrivato al 138,5 per cento. Significa che dove potrebbero vivere cento persone ne vengono stipate quasi centoquaranta. Nel corso del 2025 i detenuti sono aumentati di circa duemila unità, mentre i posti disponibili sono diminuiti di circa settecento. La risposta non è stata una maggiore apertura degli istituti, ma una progressiva chiusura: secondo Antigone, circa il sessanta per cento delle persone osservate trascorre l’intera giornata nella propria sezione o direttamente in cella. Il carcere diventa così un contenitore umano. Non rieduca, non cura e spesso non prepara nemmeno al ritorno nella società. Accumula sofferenza, conflitti e recidiva. Gli stranieri: uno su tre, quasi senza mediatori - Le persone straniere erano 20.307, il 31,5 per cento della popolazione detenuta. È una quota sostanzialmente stabile e perfino inferiore alle punte raggiunte negli anni Duemila. Non esiste dunque un’invasione recente delle prigioni da parte degli immigrati. Esiste invece una discriminazione materiale. Gli stranieri hanno più difficoltà ad accedere alle misure alternative, spesso perché non dispongono di una residenza, di una rete familiare o di un lavoro regolare. Sono maggiormente rappresentati tra le persone ancora prive di una condanna definitiva. E nelle carceri italiane sono disponibili mediamente appena 1,67 mediatori culturali ogni cento detenuti stranieri. Chi non comprende pienamente la lingua deve affrontare in queste condizioni un procedimento penale, le regole interne, le richieste sanitarie e il rapporto con l’amministrazione. Formalmente ha gli stessi diritti. Concretamente dispone di molti meno strumenti per esercitarli. Tossicodipendenza: il carcere al posto della cura - Circa un detenuto su quattro presenta una condizione di dipendenza da sostanze o una storia problematica di consumo. L’ultimo dato consolidato disponibile indicava oltre quindicimila persone tossicodipendenti, pari a circa il ventotto per cento della popolazione detenuta. Molti potrebbero essere seguiti in comunità terapeutiche, strutture sanitarie o programmi territoriali. Il carcere, invece, diventa la risposta più facile alla dipendenza, alla marginalità e alla povertà. Si punisce una condizione sanitaria e sociale senza affrontarne le cause. Poi ci si sorprende quando la persona, uscita senza casa, senza lavoro e senza terapia, torna a commettere reati. La sicurezza comincia molto prima della polizia. Comincia nei servizi per le dipendenze, nei centri di salute mentale, nelle comunità e nella possibilità di non essere abbandonati una volta terminata la pena. La malattia mentale dietro le sbarre - Le carceri italiane sono diventate uno dei principali contenitori del disagio psichico del Paese. La chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari avrebbe dovuto trasferire la cura sul territorio e nelle Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza. Ma i posti sono insufficienti, le liste d’attesa continuano e nelle celle finiscono persone che avrebbero bisogno di assistenza sanitaria intensiva. Il risultato è un ricorso esteso agli psicofarmaci, un numero enorme di atti autolesionistici e un’assistenza affidata a pochi psicologi e psichiatri. Negli istituti visitati da Antigone, nel 2024 sono stati registrati mediamente più di venti atti di autolesionismo ogni cento detenuti e circa due tentativi e mezzo di suicidio ogni cento. Il carcere non cura la malattia mentale. Spesso la produce, la aggrava o la rende invisibile fino al gesto estremo. I minori: sempre più carcere, sempre meno comunità - Anche gli istituti penali minorili sono sovraffollati. La crescita degli ingressi è stata favorita dal decreto Caivano e dalle successive strette sulla giustizia minorile. I ragazzi stranieri, spesso non accompagnati, sono particolarmente penalizzati. La mancanza di strutture di accoglienza esterne li lascia più facilmente sulla strada e, dopo l’arresto, li espone a trasferimenti negli istituti del Sud, lontano dai pochi legami territoriali disponibili. Antigone segnala inoltre un uso molto elevato di psicofarmaci, soprattutto tra i giovani stranieri. Il nuovo progetto governativo approvato nel luglio 2026 interviene ancora sull’imputabilità dei ragazzi tra quattordici e diciotto anni, introducendo una presunzione di capacità di intendere e volere. Sarà il minore a dover dimostrare la propria immaturità. È un ulteriore passaggio dalla giustizia educativa alla giustizia punitiva. Ventisette bambini detenuti senza avere commesso alcun reato - Al 31 marzo 2026 nelle carceri italiane vivevano ventisette bambini insieme a ventidue madri detenute. L’anno precedente erano dodici. La crescita arriva dopo la legge numero 80 del 2025, che ha trasformato da obbligatorio a facoltativo il rinvio dell’esecuzione della pena per le donne incinte o con figli fino a un anno. I bambini non sono detenuti secondo il diritto. Lo sono nella realtà. Dormono dietro le sbarre, ascoltano il rumore delle chiavi, conoscono il controllo degli agenti prima del parco giochi e imparano che una porta può essere aperta soltanto da qualcun altro. La responsabilità penale è personale, afferma la Costituzione. Ma in questi casi la pena viene materialmente estesa a chi non ha commesso nulla. Quasi quattrocento suicidi sotto il governo Meloni - Il governo Meloni si è insediato il 22 ottobre 2022. Non è quindi metodologicamente corretto attribuirgli tutti i suicidi avvenuti durante quell’anno. Ma il bilancio del periodo politico aperto dal suo insediamento rimane impressionante. Nel 2022 si registrarono tra ottantaquattro e ottantacinque suicidi, a seconda della data di consolidamento delle rilevazioni. Nel 2023 furono almeno settantuno. Nel 2024 il dato ufficiale del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ne ha accertati ottantatré, mentre altre rilevazioni arrivano a novantuno includendo casi successivamente riclassificati. Nel 2025 Antigone ne conta almeno ottantadue. Al 17 luglio 2026, Ristretti Orizzonti e Sistema penale erano arrivati a cinquantacinque suicidi. Considerando gli anni completi 2023, 2024 e 2025 e i primi sei mesi e mezzo del 2026, siamo dunque già ad almeno 291 persone morte suicide. Aggiungendo gli ultimi settanta giorni del 2022, il bilancio del periodo di governo si avvicina o supera verosimilmente quota trecento. Non è possibile fornire un numero altrettanto solido per i suicidi degli agenti di Polizia penitenziaria. Non esiste una serie pubblica, aggiornata e centralizzata paragonabile a quella sui detenuti; i dati diffusi dai sindacati utilizzano periodi e criteri differenti. È però documentato che il fenomeno ha un’incidenza gravissima anche nel Corpo. Proprio questa mancanza di trasparenza statistica dovrebbe diventare parte dell’inchiesta, non essere colmata con somme approssimative. Detenuti e agenti non sono nemici. Sono due popolazioni rinchiuse, con ruoli e responsabilità differenti, dentro la stessa istituzione abbandonata. Delmastro e il desiderio di “non lasciare respirare” - Andrea Delmastro, quando era sottosegretario alla Giustizia, rivendicò pubblicamente l’entrata in funzione di una nuova automobile blindata per il trasporto dei detenuti sottoposti al 41 bis, affermando che vedere come veniva trattato chi si trovava “dietro quel vetro oscurato” gli procurava gioia e sostenendo che lo Stato non avrebbe lasciato “respirare” chi era rinchiuso in quel regime. Quelle parole non descrivevano una politica penitenziaria. Descrivevano un’idea della pena come umiliazione. Oggi l’aria manca davvero. Manca nelle celle sovraffollate, nelle sezioni dove d’estate le temperature diventano insostenibili, nei reparti psichiatrici improvvisati, nelle attese per una visita e nelle ore trascorse senza lavoro, scuola o relazioni. Cospito e Roggero: due pesi politici differenti - Alfredo Cospito è stato condannato per il ferimento dell’amministratore delegato di Ansaldo Nucleare Roberto Adinolfi e per l’attentato del 2006 davanti alla scuola allievi carabinieri di Fossano. Gli ordigni di Fossano non provocarono né morti né feriti. La gambizzazione di Adinolfi provocò un ferimento, non una morte. Cospito ha quindi ucciso zero persone. Ciò non rende innocui o accettabili i suoi reati, ma è un dato indispensabile quando si valuta la proporzionalità del regime carcerario. Dal 2022 è sottoposto al 41 bis, rinnovato anche nel 2026. Mario Roggero ha invece inseguito fuori dal negozio tre rapinatori ormai in fuga. Ha ucciso due persone e ne ha ferita gravemente una terza. La Cassazione ha confermato la condanna a quattordici anni e nove mesi perché il pericolo era cessato e quindi non ricorrevano le condizioni della legittima difesa. Roggero è in carcere ordinario e ha ricevuto la solidarietà del governo, visite politiche e immediate richieste di grazia. Cospito, che non ha ucciso nessuno, è sottoposto al più duro regime detentivo previsto dall’ordinamento. Non significa che i due casi siano giuridicamente identici: il 41 bis non viene applicato soltanto in base alla gravità materiale del fatto, ma alla capacità di mantenere collegamenti con un’organizzazione criminale. Tuttavia, la differenza del racconto politico è evidente. Per Roggero si invocano l’età, la paura, la comprensione umana e la grazia. Per Cospito si celebra la privazione dell’aria. La legge può distinguere le posizioni. La dignità umana non dovrebbe dipendere dall’ideologia del condannato o dalla simpatia che suscita nell’elettorato. Sette pacchetti sicurezza e decine di nuovi divieti - Dal decreto anti-rave dell’autunno 2022 al decreto Caivano, dalle norme contro le occupazioni al decreto sicurezza del 2025, dal pacchetto su immigrazione e ordine pubblico del febbraio 2026 fino al nuovo disegno di legge approvato nel luglio 2026, il governo ha prodotto almeno sette tra decreti e grandi provvedimenti legislativi dedicati alla sicurezza. Stabilire il numero esatto dei “nuovi reati” richiede una distinzione tra fattispecie completamente nuove, trasformazione di illeciti amministrativi in penali, aggravanti, aumenti di pena e ampliamenti di reati esistenti. Il solo decreto sicurezza convertito nel 2025 ha introdotto, secondo il dibattito parlamentare, quattordici nuovi reati. Alcune ricostruzioni, conteggiando anche aggravanti e nuove ipotesi punitive, arrivavano a circa venti disposizioni penali. Tra queste figurano la rivolta e la resistenza passiva in carcere o nei centri per migranti, il blocco stradale in determinate condizioni e nuove norme sulle occupazioni. A questi vanno aggiunti il reato di rave poi riscritto, le misure del decreto Caivano, le norme sull’immigrazione, le nuove disposizioni sulle armi, sui minori e sull’ordine pubblico. Una stima prudente porta dunque ad almeno una ventina di nuove fattispecie autonome, oltre a numerose aggravanti e aumenti di pena, durante la legislatura. Un numero definitivo richiede un censimento articolo per articolo, perché il governo presenta spesso come “nuova norma” ciò che tecnicamente è un’aggravante o l’ampliamento di una fattispecie esistente. Ma i reati stanno davvero esplodendo? - I dati sulla criminalità raccontano una storia molto diversa da quella della propaganda securitaria. Nel 2024 in Italia sono stati registrati 327 omicidi, il 2,1 per cento in meno rispetto all’anno precedente. Nel quinquennio 2020-2024 la media è stata di poco superiore ai trecento omicidi l’anno, uno dei livelli più bassi mai registrati nel nostro Paese. Il confronto storico è impressionante. Alla fine dell’Ottocento, tra il 1891 e il 1895, gli omicidi volontari sfioravano i duemila l’anno. Ancora all’inizio degli anni Novanta, negli anni delle guerre di mafia, in Italia si superavano i milleseicento omicidi l’anno. Oggi il tasso di omicidi è sceso a 0,55 vittime ogni centomila abitanti, tra i più bassi d’Europa. Questo non significa che il Paese non abbia problemi di sicurezza. Significa però che non esiste un’esplosione degli omicidi tale da giustificare una legislazione costruita quasi esclusivamente sull’inasprimento delle pene e sull’introduzione continua di nuovi reati. L’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica ha rilevato che l’incidenza dei delitti in Italia è inferiore a quella di Germania, Francia e Spagna per quasi tutti i reati considerati, con l’eccezione dei furti. Tra il 2008 e il 2023 omicidi e rapine sono diminuiti in Italia più che negli altri grandi Paesi europei. Antigone segnala che i reati risultano sostanzialmente stabili e che nei primi mesi del 2025 erano addirittura diminuiti dell’otto per cento. Crescono invece le presenze in carcere. Dopo il crollo anomalo durante le restrizioni pandemiche, furti e rapine sono parzialmente risaliti. Ma una risalita rispetto agli anni del confinamento non equivale automaticamente a un record storico o a una perdita di controllo del territorio. Non risultano aumenti di omicidi, rapimenti, rapine e furti in appartamento tali da giustificare la rappresentazione di un Paese travolto dalla violenza. Esistono problemi reali e localizzati: furti, borseggi nelle città turistiche, violenza giovanile, criminalità organizzata, femminicidi e sfruttamento. Ma vengono mescolati in un’unica narrazione emergenziale per giustificare norme che colpiscono anche manifestanti, occupanti, migranti, detenuti e minori. Le vere emergenze riguardano soprattutto altri fenomeni: la criminalità organizzata, la violenza contro le donne, lo sfruttamento del lavoro, le truffe, le mafie economiche e, sempre più, il collasso del sistema penitenziario. La sicurezza che manca - La vera emergenza è dentro le carceri. È nei suicidi. Nelle dipendenze non curate. Nella malattia mentale gestita con l’isolamento. Nei bambini dietro le sbarre. Nei ragazzi rinchiusi perché fuori non c’è una comunità disponibile. Negli agenti costretti a turni massacranti e chiamati a sostituire educatori, psichiatri, psicoterapeuti, mediatori e personale sanitario che lo Stato non assume. Il governo ha moltiplicato i reati, ma non le opportunità di reinserimento. Ha aumentato le pene, ma non i servizi territoriali. Ha ristretto le possibilità di protesta e ampliato quelle di incarcerazione. Non ha tolto il controllo delle prigioni alle organizzazioni criminali. Ha tolto aria alle persone. E uno Stato che rinuncia alla rieducazione, alla salute e alla dignità non costruisce maggiore sicurezza. Prepara soltanto il prossimo reato, il prossimo suicidio e il prossimo fallimento. La sicurezza comincia molto prima della polizia. E la civiltà di uno Stato comincia dal modo in cui impedisce che la pena diventi vendetta. “Le carceri sono in mano alle mafie”. Nordio attacca De Lucia: “Ha perso il controllo di sé”. di Simona Musco Il Dubbio, 26 luglio 2026 L’Anm: “Attacco inaccettabile”. Il procuratore afferma che gli istituti di pena sono gestiti dai clan e il Guardasigilli si indigna: “Gravità inaudita”. Poi il contropiede di sindacati e magistratura a difesa della toga. Il duello tra il ministro della Giustizia Carlo Nordio e la magistratura si riaccende. Questa volta a far saltare il tappo sono state le dichiarazioni del procuratore di Palermo Maurizio De Lucia, che ieri, nel corso di un incontro sul racket del pizzo organizzato da Assostampa, ha affermato che gli istituti di pena “non sono più sotto il controllo dello Stato”, quindi “le carceri non esplodono perché i detenuti non vogliono farle esplodere, il controllo appartiene solo alle organizzazioni criminali che vogliono lasciare le cose per come sono”. Parole che sono rimaste sospese per ore, fino a quando in serata è arrivata la reazione furiosa del guardasigilli: “Il procuratore di Palermo Maurizio De Lucia ha perso il controllo di sé stesso. È di una gravità inaudita che un procuratore offenda l’intero Corpo della Polizia penitenziaria, che svolge il proprio dovere con il rischio della vita. Se qualche fenomeno patologico è avvenuto, un magistrato non può estenderlo all’intero territorio nazionale. Non è il modo migliore per creare quell’atmosfera di leale collaborazione che stiamo attuando, con interlocuzioni attente sia con il procuratore nazionale antimafia, sia con il Csm, sia con l’Anm”. Era stato proprio il procuratore nazionale antimafia, Giovanni Melillo, a lanciare un allarme simile un anno fa (“Il regime di Alta sicurezza è in mano alla criminalità”), senza però suscitare la stessa reazione. Ma la replica di Nordio ha scatenato una catena di solidarietà per il procuratore, a partire dall’Associazione nazionale magistrati. L’allarme lanciato da De Lucia, ha esordito il sindacato delle toghe, “merita ascolto. Eppure sul dramma delle carceri, sia per quanto riguarda l’insopportabile sovraffollamento che toglie dignità ai detenuti e costringe la Polizia penitenziaria a lavorare in condizioni non sostenibili, sia per quanto riguarda i temi della sicurezza in questi anni dal governo non ci sono state risposte adeguate. Né si profilano interventi concreti per risolvere tale drammatica crisi”. Davanti all’allarme di un procuratore in prima fila nella lotta alla mafia, ha aggiunto la giunta esecutiva centrale dell’Anm, “la reazione del ministro della Giustizia lascia interdetti: nessuna risposta nel merito, ma solo un attacco scomposto e inaccettabile. Il ministero ha il compito di risolvere i problemi del sistema penitenziario, non di attaccare con veemenza chi combatte la criminalità. Siamo al fianco del procuratore De Lucia, del personale di Polizia penitenziaria che svolge un ruolo delicatissimo con grande professionalità e dei magistrati di sorveglianza che devono gestire situazioni di enorme complessità con risorse sistematicamente inadeguate. Sulle carceri servono risposte e azioni immediate”. Sui social è intervenuto anche Sebastiano Ardita, già direttore generale del dipartimento detenuti e trattamento del Dap: “Quello che ha dichiarato il procuratore De Lucia è esattamente ciò che è accaduto: il controllo delle carceri da parte della criminalità. Dire che questa è un’offesa alla Polizia penitenziaria, significa che che non si è compreso da dove parte il problema. Significa non essersi documentati, ma neppure incuriositi per capire come si sia arrivati a tutto questo. Non aver compreso quali scelte politico-amministrative, quali enormi assunzioni di responsabilità giuridiche, contabili, forse anche penali, si annidano in alcune scelte di gestione penitenziaria compiute tra il 2012 e il 2015 (ovvero con il governo Monti e, dal 2013, coi governi Letta e Renzi, ndr). E questo la polizia penitenziaria lo sa benissimo. Sarebbe bastato chiedere a uno di loro anziché difenderli da un’accusa che nessuno gli ha mosso e potrebbe mai muovergli”. A dare ragione al procuratore sono stati poi gli stessi sindacati di polizia. In una nota congiunta, Aldo Di Giacomo (segretario generale) e Maurizio Mezzatesta (delegato nazionale per la Sicilia del Sindacato polizia penitenziaria) spiegano che le sue dichiarazioni “sono la conferma più autorevole della nostra forte denuncia. Anche il più alto magistrato di Palermo, per la prima volta in assoluto tra i magistrati siciliani, ammette la “resa” dello Stato nelle carceri siciliane”. I due sindacalisti sottolineano come le carceri siciliane, le peggiori d’Europa per sovraffollamento e violenze, siano ormai “basi operative” per lo spaccio di droga dentro e fuori i penitenziari: “Da quattro anni denunciamo che la mafia, come la camorra e la ‘ndrangheta, in generale la criminalità organizzata, si combattono dal carcere da dove continuano a comandare, a decidere traffici e omicidi e a seminare terrore tra operatori economici e cittadini. Si pensi solo al traffico di stupefacenti interno. Intorno al traffico e all’uso di droga è sempre la criminalità organizzata a fare affari controllando, come è accaduto per l’inchiesta di Siracusa, le più grandi piazze di spaccio fuori. Dopo le dichiarazioni del procuratore De Lucia a cui diamo atto del coraggio dimostrato la priorità resta quella di riprendere il controllo delle carceri togliendolo alle mafie per ristabilire legalità e sicurezza dentro e fuori. Ministero alla Giustizia, Dap, Parlamento questa volta non possono ignorare la nuova denuncia che è la nostra stessa”. Dalla parte del ministro si è schierato invece il consigliere laico del Csm Enrico Aimi: “Assistere alle contorsioni verbali di chi, in queste ore, accusa il ministro della Giustizia Carlo Nordio di “delegittimazione” o “attacchi scomposti” significa ribaltare la realtà dei fatti. Le parole del ministro Nordio non nascono da un intento polemico, ma dalla doverosa tutela del corretto equilibrio e della leale collaborazione tra i poteri dello Stato. Nessuno mette in discussione il valore delle indagini né la figura del procuratore De Lucia, ma il richiamo del ministro tocca un punto istituzionale essenziale: l’opportunità e la misura della comunicazione pubblica su temi delicatissimi come la sicurezza penitenziaria. Dichiarazioni d’allarme generalizzate rischiano di ingenerare ingiustificati allarmismi, delegittimando l’enorme e quotidiano sforzo della Polizia penitenziaria e dell’intero sistema ministeriale che lavora sul campo”. L’Anm: “Da Nordio attacchi scomposti al procuratore di Palermo sulle carceri” di Lara Sirignano ansa.it, 26 luglio 2026 “Siamo vicini a De Lucia e al personale della polizia penitenziaria”. I primi a schierarsi a fianco del procuratore di Palermo, Maurizio de Lucia, che ieri aveva lanciato un pesante allarme sullo stato delle carceri italiane, sono stati i sindacati di polizia penitenziaria, i rappresentanti, cioè, degli agenti che, a dire del ministro della Giustizia Carlo Nordio, il capo dei pm del capoluogo siciliano avrebbe messo sotto accusa. Nel corso di un incontro pubblico de Lucia aveva denunciato una realtà che gli addetti ai lavori stigmatizzano da anni: “Noi paghiamo il fatto che gli istituti di pena non sono più sotto il controllo dello Stato. Vi sono call conference tra chi sta fuori, chi sta dentro e chi è detenuto altrove”, aveva detto de Lucia. Una dichiarazione grave, anche se già fatta dal magistrato, a cui era seguita una critica ancor più dura da parte del Guardasigilli. “È De Lucia che ha perso il controllo di sé stesso. È di una gravità inaudita che un procuratore offenda l’intero corpo della polizia penitenziaria che svolge il proprio dovere con il rischio della vita”, aveva replicato Nordio. L’Anm, in una nota, si dice “interdetta dalla reazione del ministro davanti all’allarme di un procuratore in prima fila nella lotta alla mafia” perché “non dà alcuna risposta nel merito, ma fa un attacco scomposto e inaccettabile”. “Il ministero - sottolinea l’Associazione nazionale dei magistrati - ha il compito di risolvere i problemi del sistema penitenziario, non di attaccare con veemenza chi combatte la criminalità”. L’Anm si dice “al fianco del procuratore de Lucia, della polizia penitenziaria e dei magistrati di sorveglianza” e chiede “risposte e azioni immediati sulle carceri”. A leggere i comunicati dei sindacati il corpo delle guardie carcerarie non ha letto le parole del pm come una critica al proprio operato. “Quello fuori controllo è Nordio - dice Aldo Di Giacomo del Sindacato di polizia penitenziaria - le parole di de Lucia sono le stesse dei comunicati stampa che continuiamo a scrivere da anni per alzare il livello dell’attenzione prima di tutto del ministero della Giustizia, del Dap e del Parlamento. Le offese alla polizia penitenziaria vengono da tutt’altra parte. È stato più efficace il procuratore con la dichiarazione che di fatto è di vicinanza alle nostre denunce di sempre che non il ministro dall’inizio del suo mandato”. Sulla stessa linea Donato Capece del Sappe: “Le dichiarazioni del procuratore non possono e non devono rappresentare un’offesa al Corpo. Chi vive il carcere ogni giorno sa perfettamente quali decisioni politiche adottate negli anni abbiano inciso sulla sicurezza degli istituti, modificando radicalmente i modelli organizzativi ed i circuiti penitenziari, rendendo sempre più difficile il lavoro della polizia penitenziaria”. A Schierarsi con de Lucia anche Pd e M5s. E anche l’associazione antiracket Addiopizzo: ci sono “serie difficoltà a convincere e a coinvolgere commercianti e imprenditori in percorsi di collaborazione e di opposizione ai condizionamenti mafiosi se nel frattempo emergono falle così gravi nella gestione di alcune strutture detentive del nostro Paese”. L’ombra delle sbarre sull’infanzia: i bambini in carcere con le madri di Michele Andreano eurispes.it, 26 luglio 2026 La presenza di bambini all’interno delle strutture penitenziarie insieme alle madri detenute è un tema che crea inevitabili fratture etiche. Le esigenze di difesa sociale e l’esercizio della potestà punitiva dello Stato si scontrano con la tutela dei diritti fondamentali dell’infanzia, tra i quali quello di crescere in un ambiente sano e vicino alla propria madre detenuta. Il legislatore italiano ha tentato più volte di mediare tra l’esigenza punitiva e cautelare e la tutela del preminente interesse del minore (best interests of the child), concetto cardine della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del 1989. Tuttavia, nonostante i tentativi di riforma, i dati statistici più recenti evidenziano che siamo ancora lontani da un risultato accettabile. L’evoluzione legislativa sulle madri detenute e la nascita degli Icam - Per comprendere le oscillazioni dei numeri inerenti la presenza di minori in carcere con le madri, è necessario ripercorrere gli strumenti giuridici che disciplinano la materia e i loro recenti mutamenti. In passato, l’ordinamento italiano prevedeva la permanenza dei figli con le madri detenute fino al compimento del terzo anno di età. La legge 8 marzo 2001, n.40, nota come legge Finocchiaro, ha introdotto la detenzione domiciliare speciale e il differimento dell’esecuzione della pena per le madri con prole di età inferiore a sei anni - o a dieci, in determinati casi - al fine di favorire la cura del rapporto affettivo al di fuori delle mura carcerarie. Tuttavia, l’efficacia di tale disposizione è sempre rimasta subordinata alla disponibilità di un domicilio idoneo, escludendo di fatto le donne in condizioni di marginalità sociale o senza fissa dimora. Successivamente, con la legge 21 aprile 2011, n.62, sono stati istituiti gli Istituti a custodia attenuata per detenute madri (Icam), con l’obiettivo di decongestionare le sezioni nido delle Case circondariali ordinarie, offrendo ambienti privi di sbarre, con stanze arredate, luoghi per il gioco, cortili e cucine comuni, dove l’organizzazione degli spazi riproduce, nei limiti del possibile, contesti domestici e dove il personale di Polizia Penitenziaria opera senza divisa. Questa legge ha, inoltre, innalzato a sei anni il limite di età per la permanenza dei bambini con le madri detenute all’interno degli istituti in sede cautelare. Da ultimo, il Decreto Sicurezza (la legge n. 80/2025 di conversione del D.L. n. 48/2025) ha introdotto modifiche significative riguardo alla detenzione delle donne incinte e delle madri con figli piccoli, incidendo sull’art. 146 del C.p., che prevedeva il rinvio obbligatorio dell’esecuzione della pena per le donne in gravidanza o madri di bambini di età inferiore a un anno. Con l’approvazione dell’art. 15 del decreto, il rinvio dell’esecuzione della pena diventa facoltativo, lasciando alla discrezionalità del giudice la decisione sul caso specifico. Qualora il rinvio non venga concesso, l’esecuzione della pena avviene presso un Istituto a custodia attenuata per detenute madri. Ed è questa novità che spiega la repentina variazione delle curve statistiche di ingresso di bambini in età di svezzamento nelle strutture detentive. Madri detenute in Italia: numeri e statistiche - I dati ufficiali forniti dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) e analizzati nei rapporti annuali dell’Associazione Antigone permettono di ricostruire il numero di madri detenute e figli al seguito negli ultimi anni. Nell’agosto del 2020, nel pieno dell’emergenza sanitaria causata dal Covid-19, si registrava sul territorio nazionale la presenza di 33 madri detenute con 35 figli al seguito, distribuiti sia nelle sezioni nido delle carceri ordinarie (come Rebibbia femminile o Sollicciano) sia negli Icam allora attivi. Negli anni successivi, tra il 2021 e il 2023, l’applicazione delle misure deflattive derivate dall’emergenza sanitaria e una maggiore sensibilità della magistratura di sorveglianza avevano ridotto significativamente la presenza dei nuclei madre-bambino. Alla fine del 2024, il fenomeno raggiungeva un buon risultato, permettendo di registrare circa 10 bambini detenuti in tutto il territorio nazionale. A partire dal 2025, il venir meno delle misure straordinarie post-pandemiche e l’applicazione dei nuovi orientamenti normativi più rigorosi di cui si è detto, hanno generato una crescita esponenziale del numero dei bambini ristretti. A giugno del 2025, il numero è salito a 19 bambini presenti nelle strutture. Al 31 ottobre i dati ministeriali hanno certificato la presenza di 24 madri con 26 figli al seguito, un dato che si è ulteriormente consolidato al 31 dicembre 2025 toccando quota 26 minori reclusi. La preoccupante tendenza è proseguita nel corso dei primi mesi del 2026. Al 28 febbraio del 2026, si registravano, infatti, 23 madri detenute con 27 bambini negli Icam, contro gli 11 registrati nello stesso mese del 2025, evidenziando un incremento annuo superiore al 130%. Secondo i dati del Ministero della Giustizia, al 30 giugno 2026 i bambini reclusi sono 30. L’età dei minori co-detenuti - Per quanto riguarda l’età dei minori co-detenuti, l’analisi dei dati forniti dal Ministero della Giustizia e dal Garante nazionale mostra una distribuzione eterogenea che abbraccia l’intera fascia prescolare. I neonati tra zero e dodici mesi rappresentano il 25% del totale delle presenze. La fascia d’età più rappresentata è quella compresa tra uno e due anni, che costituisce il 40% della popolazione totale dei minori in carcere in co-detenzione. Tale dato è molto preoccupante perché riguarda il periodo evolutivo in cui i bambini acquisiscono la deambulazione autonoma e le prime forme di linguaggio, con una forte necessità di stimoli intellettivi e spaziali. I bambini della prima infanzia, in età compresa tra i due e i tre anni, rappresentano il 25% della popolazione degli Icam. Infine, i minori che superano i tre anni di età costituiscono il restante 10% del totale. Questi ultimi, che possiedono ormai consapevolezza della propria condizione restrittiva, si trovano in struttura in regime di deroga temporanea o in attesa di un collocamento esterno. Infatti, sebbene il limite di età per l’accoglienza negli istituti ordinari sia storicamente fissato a 3 anni, la permanenza fino a un massimo di 6 anni è consentita in presenza di particolari requisiti legati alla custodia cautelare o a proroghe concesse dal Tribunale per i minorenni al fine di evitare un distacco traumatico dalla madre in assenza di reti familiari esterne. I dati anagrafici, dunque, evidenziano che il 75% della popolazione infantile in carcere ha un’età superiore all’anno. Si tratta di bambini che hanno già conquistato la posizione eretta, che iniziano a sviluppare il linguaggio e che possiedono una chiara percezione visiva dell’ambiente circostante. Per questa maggioranza di minori, l’esperienza del carcere - seppur mitigata -, del rumore delle chiavi e dei cancelli corazzati non è un elemento neutro, ma si traduce in un “imprinting” che inevitabilmente condizionerà le successive fasi del loro sviluppo cognitivo. Distribuzione geografica della co-detenzione minorile La geografia della detenzione madri-figli è strettamente legata alla localizzazione degli Icam attivi. Attualmente, le strutture specializzate e pertanto deputate a ospitare i bambini sono i centri di Torino “Lorusso e Cutugno”, Milano “San Vittore”, Venezia “Giudecca”, Cagliari e Lauro (Avellino). Dai dati del Ministero della Giustizia, emerge una forte concentrazione della presenza minorile in Campania. L’Icam di Lauro, struttura speciale a custodia attenuata dedicata esclusivamente a questa tipologia detentiva, infatti, ha il primato nazionale, ospitando 13 dei 30 bambini totali, ovvero il 43,3% della popolazione minorile ristretta. La restante quota risulta distribuita principalmente tra l’Icam di Milano “San Vittore” e quello di Torino “Lorusso e Cotugno”, che ospitano 5 bambini ciascuno. La nazionalità delle madri detenute - Un altro dato statistico rilevato dal Ministero della Giustizia riguarda la nazionalità delle madri. Al 30 giugno 2026, delle 25 madri detenute, 12 sono italiane e 13 straniere. La, seppur lieve, prevalenza della componente straniera è dovuta al fatto che spesso queste donne sono prive di una rete familiare stabile sul territorio nazionale o non hanno la disponibilità di un immobile idoneo. Tale dato conferma come la mancanza di un domicilio adeguato rappresenti il principale ostacolo all’accesso alle misure alternative alla detenzione in carcere, che per lo più prevedono la detenzione domiciliare. In questo modo, la condizione di marginalità socio-economica della madre si trasforma inevitabilmente in un fattore selettivo di carcerazione per il minore al seguito. La posizione delle madri detenute all’interno del sistema penitenziario italiano - La crescita del numero dei bambini in carcere si inserisce, tra l’altro, in un contesto di generale problematicità del sistema penitenziario italiano. Come noto, anche nel primo semestre del 2026 i dati hanno registrato tassi di sovraffollamento degli istituti di pena ben oltre la soglia critica. Oltre 70 istituti registrano presenze di detenuti superiori al 150% della capienza legale, con picchi oltre il 200% in strutture complesse come Milano “San Vittore”. Benché gli Icam godano di un regime organizzativo protetto rispetto alle sezioni detentive ordinarie, le madri detenute in essi risentono delle medesime carenze strutturali e del clima di tensione generale del sistema. Tra le criticità più preoccupanti vi è l’insufficienza di personale specialistico: la presenza di figure professionali esterne, quali psicologi dell’età evolutiva, neuropsichiatri infantili, pedagogisti e mediatori culturali, risulta ampiamente sottodimensionata rispetto agli standard minimi raccomandati. A questo si aggiunge l’isolamento sociale e il forte rischio di traumatizzazione indiretta per i bambini detenuti. Inevitabilmente, infatti, i minori assorbono l’elevato carico di sofferenza psichica dell’ambiente circostante. I dati relativi ai suicidi in carcere - che hanno toccato gli 82 casi nel corso del 2025 - uniti all’elevato tasso di autolesionismo tra la popolazione detenuta femminile, delineano un ambiente fortemente traumatico. Tale contesto è spesso caratterizzato dall’uso (e abuso) di farmaci sedativi e ansiolitici da parte delle madri, con ovvi riflessi sulla qualità della cura e dell’accudimento emotivo della prole. Il futuro (auspicato) delle madri detenute - Gli Icam, pur rappresentando un avanzamento rispetto alle tradizionali e fatiscenti sezioni nido delle Case circondariali ordinarie, non hanno risolto l’aporia fondamentale: un bambino costretto a vivere in un istituto di custodia resta, nella sua percezione spaziale ed emotiva, un bambino privato della propria libertà. Il monitoraggio del Garante per l’infanzia evidenzia che solo una percentuale minima di istituti sul territorio nazionale garantisce una effettiva attuazione della Carta dei diritti dei figli di genitori detenuti, firmata per la prima volta nel 2014 dal Ministero della Giustizia, dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza e dall’Associazione Bambinisenzasbarre, a tutela dei diritti dei 100mila bambini e adolescenti che ogni anno entrano nelle carceri italiane. La soluzione al fenomeno qui brevemente raccontato, invocata costantemente dalle associazioni per i diritti umani e non solo, può trovarsi solo con l’esclusione assoluta del binomio madre-figlio dal circuito penitenziario. L’obiettivo può essere raggiunto, ad esempio, tramite il potenziamento delle Case famiglia protette, previste dalla legge n.62/2011 ma rimaste prive di risorse finanziarie stabili nel corso degli anni, consentendo all’infanzia dei bambini reclusi senza colpa di ritrovare la tutela e la dignità che la Costituzione italiana e i trattati internazionali garantiscono come diritto inalienabile. Lucia Castellano: “Bollate non è un premio, la dignità dovrebbe valere per tutti i Roggero d’Italia” di Tiziana De Giorgio e Rosario Di Raimondo La Repubblica, 26 luglio 2026 La prima direttrice del carcere milanese dove è detenuto il gioielliere: “Celle aperte per i condannati e progetti, non è l’Eden, ma un modello che andrebbe replicato ovunque”. In ogni regione ci dovrebbe essere un carcere come Bollate che accoglie tutti”. Ne è convinta Lucia Castellano, prima direttrice dell’istituto alle porte di Milano dopo aver preso il testimone da Luigi Pagano, oggi garante dei detenuti, che ne è stato l’ideatore. Il provveditore dell’amministrazione penitenziaria della Lombardia ha deciso che per il momento Mario Roggero potrà rimanere lì, dove ha scelto di costituirsi. Una casa di reclusione considerata un’eccellenza, un unicum in Italia, dove di prassi si accede dopo aver scontato parte della pena in altri istituti. “Ma Bollate non può essere considerato un premio”. Cosa pensa della decisione di lasciare a Bollate Roggero? “Non mi permetto di esprimere un giudizio sulla scelta. Anche perché per me il punto non è questo. La dignità della carcerazione vale dal primo all’ultimo dei detenuti”. Perché allora dice che non può essere considerato un premio? “Non ci sono reclusi che hanno diritto a un trattamento di eccellenza e altri no, non è qualcosa che va meritato, è una dignità innata”. Può essere visto quasi come un privilegio? “Non può essere una questione di tifoseria. Il punto è garantire gli stessi diritti a tutti, con particolare riguardo a quelli che vanno in carcere per la prima volta che hanno bisogno di particolare attenzione, come lui. Vorrei che fosse concesso a tutti i Roggero d’Italia lo stesso trattamento”. Salvini ha definito Bollate un modello... “E io sono molto contenta che dia atto di questo e che spinga a replicarlo. C’è una maggioranza di detenuti di media sicurezza a cui dovrebbe essere garantita tutta la libertà possibile, compatibile con il muro di cinta del carcere. E dovrebbe essere affidata la responsabilità del proprio tempo e dello spazio, una caratteristica di Bollate che Roggero potrà constatare di persona”. Come mai dice questo? “Se a una persona togli la possibilità di determinarsi ne fai un automa, invece la relazione deve essere di fiducia. E tengo a ripeterlo, sono molto contenta che Salvini l’abbia comunicato agli italiani”. Lo dice con stupore? “No, anzi, me ne compiaccio, è il dettato della legge. E mi aspetto che un ministro auspichi la reiterazione di un simile modello. Io da provveditore della Calabria cercherò di replicarlo”. Ma nel resto d’Italia non c’è. Eppure è nato quindici anni fa e venne considerato un progetto rivoluzionario... “Diciamo che è rivoluzionario applicare la legge in questo Paese. E il fatto che ancora oggi non ce ne siano altri la dice lunga”. Perché è un caso isolato? “Perché è una cultura diversa della carcerazione. Ma incarna quello che dice l’ordinamento penitenziario: il detenuto è privato esclusivamente della propria libertà. Certo, non è come parlare di una bottiglietta d’acqua. Il senso è che una persona reclusa è portatrice di tutti i diritti garantiti dalla Costituzione che devono essere attuali ed esigibili, questo è Bollate. Oggi con un regime a celle aperte dove ai condannati si riconosce una compartecipazione del proprio tempo e del proprio spazio. Non sto dicendo che sia l’Eden, ma non si può trasformare un istituto penitenziario che incarna la legge in un’isola di privilegio o in qualcosa da meritare. Non è giusto”. Cosa sarebbe giusto? “I messaggi non possono essere contraddittori e soprattutto non devono essere legati all’emotività, il messaggio della legge è uno: per ogni regione, per ogni provveditorato ci dovrebbe essere un istituto come Bollate. A me piacerebbe che ce ne fosse uno in Veneto, nel Lazio, in Calabria e così via”. Vada avanti... “In ogni articolazione territoriale bisogna garantire la risposta più giusta a ciascun utente in termini di storia personale, criminale, di posizione giuridica, cioè imputato o condannato, bisogna capire se si è davanti a un tossicodipendente, a una persona malata, se arriva in carcere per la prima volta o se ci è già finito in passato, perché questo fa la differenza”. C’è chi ha detto che Roggero si è scelto il carcere... “Bollate, voglio sottolinearlo, non è un carcere modello, ma un modello di carcere. Se fosse ovunque, Roggero si sarebbe costituito in Piemonte, vicino casa, e non ci sarebbe stato nemmeno bisogno di venire a Milano. Così Bollate non diventerebbe un’isola di privilegio ma un circuito come tanti altri. Mi permetto di fare un esempio banale”. Prego... “Immaginate se per tutti gli infartuati d’Italia ci fosse un solo ospedale che cura bene. Si direbbe che qualcuno merita di andare in quell’ospedale e qualcun altro no? E gli altri che fanno, crepano nelle altre strutture? Penso di essere stata chiara”. Sulla vicenda del gioielliere, condannato per aver ucciso due rapinatori e averne ferito un terzo, è intervenuto perfino Elon Musk... “Perché evidentemente ha assunto una valenza politica sovranazionale. Ma bisogna cercare di spegnere questo clima da tifo”. “Quel cognome così difficile e le lettere di papà dal carcere. Non l’ho mai abbandonato” di Massimiliano Cortivo Corriere del Veneto, 26 luglio 2026 Consuelo è la figlia di Silvano Maritan, ex boss della Mala del Brenta. “Ha sbagliato tanto, è stato doloroso. Ma ho imparato a sopravvivere”. Consuelo ha fatto molta strada, ha sorpassato mille ostacoli e di cognome fa Maritan. Nipote di Lino, cugina di Luciano, ma soprattutto figlia di Silvano, è riuscita a non percorrere un cammino lastricato di errori, attorno a cui ruotava il suo ambiente, in favore di una strada fatta di studio e rigore. Un esempio virtuoso e una “battaglia” vinta contro i propri fantasmi e le proprie fragilità. Chi è Silvano Maritan? Che padre è stato per lei? “Sempre presente nonostante le lunghe assenze. Ha trascorso più di quarant’anni nelle carceri di mezza Italia, dal 1991 ad oggi sarà stato libero qualche decina di mesi”. La sua presenza quindi come si manifestava? “Mi ha sempre scritto molto. Mi raccontava le cose che gli accadevano, la sua vita di recluso, ma soprattutto mi spronava nello studio”. E lei ha lo ha preso alla lettera, fino a diventare un’affermata psicoterapeuta. Ma la sua storia è stata tutta in salita... “Quando avevo quasi 8 anni mia mamma, che ne aveva appena 26, dieci meno di papà, perse la vita per un banale incidente domestico, lo scoppio di una caldaia. Lui era in carcere, io lo sapevo anche se non me l’avevano mai detto; è a lavorare lontano, mi ripetevano. E all’improvviso quel giorno lo vidi arrivare a casa degli zii. Capii che era successo qualcosa di importante, di brutto. Non lo scorderò mai”. Il mondo le crollò addosso. “Senza più la mamma e senza il papà, a vivere con gli zii e i cugini in un contesto molto difficile con frequentazioni familiari non proprio specchiate. La presenza costante di mia nonna materna, che veniva regolarmente a trovarmi, è stata fondamentale per la mia sopravvivenza emotiva”. Silvano Maritan già allora era il “Presidente” come veniva chiamato all’epoca della Mala del Brenta. Non facile per un adolescente vivere con quel cognome... “Ogni volta che passavo davanti alle edicole, tremavo nel guardare le locandine. Spesso c’erano notizie che riguardavano mio papà: eventi molto forti, non si trattava di uno che aveva semplicemente rubato delle galline. La situazione mi ha creato una fragilità davvero importante che sono riuscita a superare solo molti anni dopo con l’aiuto della terapia. Apertamente nessuno mi ha mai detto nulla ma sapevo che alcuni genitori non avevano piacere che il proprio figlio trascorresse del tempo con me. Queste cose mi hanno ferito tanto. E questo devono sempre tenere a mente coloro i quali si trovano in un regime di detenzione: gli errori commessi ricadono anche su chi sta fuori, in modi diversi”. Mai pensato di lasciare San Donà? “Ci ho pensato ma non era giusto: che colpa avevo io se mio padre aveva commesso degli errori? Ritenevo e ritengo che cambiare luogo in cui vivere debba essere una scelta serena, non una fuga”. Ricordi belli ne ha con suo padre, più felici di altri? “Uno di quand’ero al liceo, il giorno del mio compleanno all’ora della ricreazione vidi arrivare il furgone di una pasticceria pieno zeppo di pastine: per festeggiarmi aveva deciso di offrire la merenda a tutta la scuola. Un altro quando mi accompagnò da Saramin Sport perché il mio insegnante di atletica leggera gli disse che avevo del talento. “Mi dia le scarpe più belle che ha per mia figlia”. E quando mi ha portata dalla mia prima terapeuta; avevo 9 anni”. Quando gli ostacoli per lei sembravano sorpassati, con una professione avviata e una famiglia felice, arrivò una nuova prova: la carcerazione di papà per omicidio... “È stato un evento molto doloroso, il bene per mia figlia e la forza e la vicinanza del mio compagno attuale mi hanno permesso di restare in piedi. Non ho mai difeso mio padre, ha sbagliato molte volte, punto. In questo caso però ritengo che le cose non siano andate esattamente come poi è stato riportato”. Lei è sempre andata a trovarlo... “Non me la sento di lasciarlo là, anche se non c’è volta in cui io non provi del disagio ad entrare in carcere. È mio papà. Ora però ho imparato a proteggermi, a mettere dei confini quando serve. In questo modo riesco a vivere finalmente al meglio la mia condizione di figlia”. E di madre, forse... “Paradossalmente per il momento questo mestiere è stato un po’ più semplice. A mia figlia ho sempre detto la verità. I bambini, i ragazzi hanno bisogno di sapere che gli adulti nella vita possono sbagliare. Se nascondiamo loro le cose non li aiutiamo nella crescita, non siamo più riferimenti affidabili. Questo può portarli a cercare risposte e conferme all’esterno”. La lunga storia dei pacchetti sicurezza: in 4 anni una pioggia di leggi e proposte (tra propaganda e panpenalismo) di Vincenzo R. Spagnolo Avvenire, 26 luglio 2026 L’inseguimento della cronaca è stato il filo rosso della legislatura. Di fatto, secondo le stime dei penalisti, dal 2022 sono stati introdotti 57 nuovi reati, 60 aggravanti e un aumento complessivo delle pene pari a 500 anni di carcere. L’uomo medio, ammoniva agli albori del Novecento nel tagliente saggio “Notes on democracy” lo statunitense Henry Louis Mencken, “non desidera essere libero, ma semplicemente sentirsi al sicuro”. E, in cambio di una presunta tranquillità sociale, è disposto a delegare al potere la facoltà di incidere sulle proprie libertà. Ecco, nella nostra era - segnata dai social network, dalla propaganda e dalla politica urlata - sul difficile equilibrio fra la proclamata ricerca di una maggior sicurezza e il rispetto dei diritti individuali si è consumata gran parte di questa legislatura e presumibilmente si giocherà la prossima campagna elettorale per le politiche. Ma sul piano concreto, quali sono stati i provvedimenti cardine di questi quasi 4 anni di Governo? E quali altri testi sono in cantiere e potrebbero vedere la luce prima del rompete le righe elettorale? Proviamo a metterli in fila, fra parole d’ordine e visioni politiche dei diversi schieramenti. La rincorsa della cronaca coi decreti d’urgenza - Partiamo dall’inizio. Nel discorso programmatico per la fiducia, l’allora presidente del Consiglio incaricata Giorgia Meloni prometteva di “garantire agli italiani un futuro di maggiore libertà, giustizia, benessere e sicurezza”. Era il 25 ottobre 2022 e nemmeno una settimana dopo, nel Consiglio dei ministri, il Governo sfornava il primo della serie di decreti legge poi etichettati come “sicurezza”: un raduno non autorizzato di migliaia di giovani in un capannone abbandonato nel modenese induceva l’esecutivo a introdurre nel codice penale l’articolo 633-bis, ribattezzato “anti Rave party”, per punire l’invasione di terreni o edifici per eventi pericolosi. Da quel momento, all’insegna della “tolleranza zero”, la stretta via della decretazione d’urgenza è stata imboccata quando gravi episodi di cronaca hanno segnato il Paese, portando ad almeno 5 cosiddetti “dl sicurezza”. Stante la mole di interventi, l’elenco potrebbe essere incompleto, ma se ne possono menzionare alcuni: nel 2023 il decreto Cutro, con maxipene per gli scafisti dopo il tragico naufragio in Calabria, e il decreto Caivano per contrastare le baby gang; nel 2024, un disegno di legge con 12 nuovi reati e varie aggravanti per altri esistenti; nel 2025 un dl con pene severe per i blocchi stradali e per la “resistenza passiva”; e nel 2026 , dopo alcuni accoltellamenti fra giovanissimi, il decreto legge numero 23, con la stretta sul porto di lame e il Daspo urbano. Un cammino lineare sotto il profilo legislativo? Non sempre. Si ricorderà come nell’aprile 2025 - con una mossa inedita per la prassi parlamentare - l’allora ddl sicurezza in discussione al Senato venne travasato dal Governo in un decreto legge, vanificando i lavori fino ad allora svolti dalle Camere. O come, più volte nella legislatura, l’interlocuzione informale con il Quirinale, garante del quadro di principi della Carta, abbia portato a correzioni in corsa di norme a rischio di incostituzionalità. Il caso Roggero e le pdl sulla legittima difesa - Tuttora l’agenda del dibattito legislativo continua a essere dettata dalla cronaca. La condanna del gioielliere Mario Roggero, che ha ucciso due rapinatori in fuga, è diventata una “ingiustizia” per la Lega, che oltre a sollecitare insieme al centrodestra la grazia presidenziale per il condannato, propone un provvedimento (a prima firma di Claudio Borghi) per estendere i limiti della legittima difesa: un’ipotesi che fa storcere nasi perfino in maggioranza (Forza Italia e FdI la stoppano) e nello stesso Carroccio. A sua volta, il partito della premier rispolvera un ddl per vietare ogni risarcimento ad autori di reato feriti o uccisi da chi è difeso legittimamente. Una proposta poi “recepita dal Governo”, rivendica il capogruppo di FdI alla Camera Galeazzo Bignami, convinto che “sia una questione di giustizia e di buonsenso”. L’imputabilità dei minori - Insomma la “tolleranza zero” diventa bussola e slogan, in una fase in cui i toni dell’estrema destra vannacciana condizionano ancor di più le scelte politiche. Ogni fatto diventa occasione di scontro, come il caso Fakir a Bologna, anziché di ricerca della verità. E poi arriva pure il ddl, ora al vaglio del Parlamento, con cui il Governo propone modifiche al Codice per rendere sempre imputabili i minori fra 14 e 18 anni, presumendo la loro capacità di intendere, fino a prova contraria. Sulla stessa materia, alla Camera viene incardinata la pdl della forzista Marta Fascina per abbassare a 13 anni la soglia d’età per rispondere di crimini. Le opposizioni: deriva autoritaria e propaganda - Dal 2022 Pd, M5s, Avs, Iv e Azione criticano i pacchetti sicurezza, paventando il rischio di una “deriva securitaria e autoritaria”, dando vita a maratone in Aula e sollevando cartelli di protesta, ma al contempo proponendo disegni di legge ritenuti cruciali, come quello del dem Matteo Mauri sulla cybersicurezza o quello di Filiberto Zaratti (Avs) sulla necessità di “codici identificativi” per gli agenti di Ps . Nel muro contro muro della politica, la maggioranza finora le ha ignorate. L’unico caso di norma bipartisan approvata, con effetti futuri sul contrasto alle mafie, è la legge “Liberi di scegliere”, che offrirà un futuro diverso a figli e nipoti dei boss. Effettivo argine ai reati o populismo penale? - Quarant’anni fa, fra i giuristi, si iniziò a definire “panpenalismo” l’aumento eccessivo di sanzioni per qualsiasi comportamento scorretto. Ora, serviranno anni per valutare appieno la reale efficacia di tutti i pacchetti sicurezza finora varati. Ma non c’è dubbio che la superfetazione sia già imponente: c’è chi ha calcolato come durante il Governo Meloni siano stati già introdotti almeno 57 nuovi reati (da quello per rave all’omicidio nautico) e 60 aggravanti, oltre a un aumento complessivo delle pene per 500 anni di carcere. Quanta applicazione hanno finora trovato? E se dovessero trovarla, mettiamo per l’imputabilità dei minori, cosa accadrebbe alle presenze nelle carceri minorili, in un universo penitenziario sull’orlo del collasso? E c’è infine il nodo della libertà, evocato da Mencken: quanta intendiamo barattarne, noi cittadini medi, a fronte delle promesse di una maggior tranquillità? Domande che restano aperte, mentre il battage pre -elettorale in nome della fuggevole dea Sicurezza va avanti. Due pesi e due misure per i reati di adulti e minori di Chiara Saraceno La Stampa, 26 luglio 2026 Se un adulto esasperato per minacce o aggressioni subite si vendica sugli aggressori, uccidendoli o cercando di ucciderli, non sul momento, ma quando stanno scappando (o magari anche il giorno dopo), dovrebbe essere considerato in piena azione di legittima difesa, quindi non punibile. Se un quattordicenne compie reato va considerato invece pienamente capace di valutare le conseguenze delle proprie azioni e di assumerne la responsabilità sul piano penale. Questo sembra essere il doppio registro in cui si muove questo governo: legittimazione del farsi giustizia da sé, fino all’esecuzione della pena di morte, per gli adulti, estensione abnorme non solo dei reati, ma della punibilità per i minorenni e progressiva loro assimilazione agli adulti sia nella valutazione della loro maturità, sia nelle pene, fino alla loro incarcerazione insieme agli adulti nel caso dei sedicenni. Come educare bambini e adolescenti al senso di responsabilità, alla capacità di giudizio sugli effetti del proprio operato, al senso del limite e al controllo dei propri impulsi e reazioni è una questione che affanna genitori e insegnanti e che può essere affrontata solo nella vita quotidiana, ascoltando, accompagnando nelle sperimentazioni, costruendo argini e ponendo limiti di cui si spiegano le ragioni. Un compito particolarmente difficile nell’adolescenza, quando tutto sembra andare fuori equilibrio: il corpo che cambia, il rapporto con i genitori che diventa più conflittuale, il giudizio dei pari sempre più importante, l’emergere di una identità sociale da promuovere e difendere. Non è un’età facile, né per gli adulti che devono farci i conti, né per gli e le adolescenti mentre l’attraversano. Quasi sempre, per fortuna, bambini e adolescenti crescono in contesti in cui ci sono adulti sufficientemente competenti e autorevoli da riuscire a far maturare una emotività ricca, ma non fuori controllo, una consapevolezza del limite, una fiducia sufficiente a chiedere consiglio e aiuto. Ma anche in questo caso può succedere che qualcosa vada storto, l’equilibrio fragile si rompa e un ragazzo compia un atto grave. E vi è chi non ha trovato e non trova nel proprio percorso di crescita né autorevolezza, né riconoscimento, né argini, salvo che nella forma della violenza. Gli adolescenti violenti sono ragazzi malcresciuti, immaturi nel senso letterale del termine. Ciò non significa che non vadano contenuti e condotti al senso di responsabilità. Ma non a partire dalla presunzione che abbiano la piena maturità di un adulto. E neppure a partire dall’assunto che la pena carceraria sia educativa. Non lo è per gli adulti, figuriamoci per degli adolescenti. A volte può essere necessaria come forma temporanea di contenimento e per permettere di costruire rapporti ed esperienze che consentano all’adolescente di trovare un diverso equilibrio, di maturare una diversa consapevolezza di sé e di ciò che può essere e fare. Per questo la giustizia minorile e lo stesso carcere minorile in Italia sono regolati diversamente che per gli adulti (che ne potrebbero trarre esempio). Ma se prevale l’idea della punizione fine a se stessa, in carceri minorili sempre più affollate, dove sono state ridotte le risorse per le effettive attività educative e di prevenzione, e poco o nulla si investe nell’azione di prevenzione sul territorio, si innesca un processo di cristallizzazione del disagio e immaturità che porta alla violenza. Ed è troppo facile prevedere che una buona parte di chi finisce in carcere da adolescente vi rientrerà da adulto. Fa specie che il Consiglio dei ministri abbia approvato il provvedimento che riguarda i minori che hanno commesso un reato mentre, non solo diversi suoi esponenti contestano la condanna di Roggero per l’assassinio di due persone, ma la sua maggioranza protegge un proprio parlamentare, Delmastro, dall’acquisizione di prove di una complicità con un presunto delinquente. Se si è parlamentari (della maggioranza) non si è adulti pienamente responsabili delle proprie azioni e in questo caso chi (eventualmente) sbaglia non deve pagare e prima ancora non va proprio indagato? Meno dell’1% i giudizi di assoluzione per immaturità del minorenne di Giovanni Negri Il Sole 24 Ore, 26 luglio 2026 I numeri del ministero attestano l’assenza di una reale emergenza. Non pare proprio un’emergenza nazionale quella dell’imputabilità dei minori. Ad attestarlo ci sono i dati dello stesso ministero della Giustizia. Se il Consiglio dei ministri di giovedì ha approvato un disegno di legge che costituisce una svolta radicale in materia istituendo una presunzione imputabilità per i minorenni con età compresa tra 14 e 17 anni, sostituendola all’attuale presunzione di non imputabilità, i numeri provano che i proscioglimenti ascritti all’applicazione dell’articolo 98 del Codice penale, la norma che disciplina la materia, sono ormai poche decine all’anno e, oltretutto, in calo da tempo. Infatti, con riferimento a un arco di tempo piuttosto ampio, dal 2001 al 2024, le sentenze di non luogo a procedere per accertata immaturità sono passate da 205 a 60. Con un picco nel biennio 2010/2011, 435 e 367 rispettivamente ma dovuto alle centinaia di pronunce del Gup di Torino, ma poi con una diminuzione come linea di tendenza, il 2015 è stato l’ultimo anno in tripla cifra. Complessivamente nel 2024 sono stati 11.846 i procedimenti penali definiti davanti ai Tribunali per i minorenni, di questi solo 60 si sono conclusi con una pronuncia di non luogo a procedere dinanzi al Gup e 4 con sentenze di proscioglimento dinanzi al Tribunale. I giudizi definiti per immaturità sono stati così lo 0,54% del totale dei giudizi penali definiti. Numeri che non sembrano certo corroborare timori sul lassismo della magistratura. Semmai è dalla magistratura che arrivano segnali di forte preoccupazione. Per l’Associazione dei magistrati per i minorenni per la famiglia “questo legislatore intende spezzare la connessione tra gli accertamenti sulla personalità del minorenne e l’accertamento dell’imputabilità della persona come se si potessero sviluppare i primi senza nessuna connessione con il secondo. In contrasto con i principi degli articoli 31 e 27 comma 3 Costituzione a cui quelle disposizioni si ispirano”. Per i magistrati, indebolire l’accertamento sulla responsabilità potrebbe produrre l’effetto contrario e tradursi nell’ennesimo caso di eterogenesi dei fini di una legislazione dettata da ragioni solo emotive: “Se infatti un’azione di recupero è possibile ed è stata praticata, tante volte con successo, ciò è dovuto proprio alla responsabilizzazione dell’imputato avviata a partire dall’osservazione della sua personalità, uno strumento essenziale per costruire percorsi veramente personalizzati”. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha tenuto a sottolineare come l’intervento del Governo non tocca l’età imputabile, fissata a 14 anni. Va tuttavia ricordato come un disegno di legge in quota Forza Italia prevede un abbassamento a 13 anni. “L’imputabilità tra 14 e 18 anni non aumenterebbe la sicurezza. Ai ragazzi servono progetti” di Clarida Salvatori La Repubblica, 26 luglio 2026 Ammaniti: gli istituti di rieducazione sono già sovraffollati. “Aumentare le pene agli adolescenti non serve. A loro non interessa sapere che finiranno in un istituto di rieducazione, questa è un’ottica degli adulti. Bisogna ragionare e affrontare questi fenomeni in un altro modo”. A rileggere l’imputabilità dei minori tra i 14 e i 18 anni, approvata dal Consiglio dei ministri, è il neuropsichiatra infantile Massimo Ammaniti. A quella età si può essere considerati alla stregua degli adulti? “Quello tra i 14 e i 18 anni è un periodo molto particolare e non è omologabile a quello degli adulti. Nel momento in cui si riconosce la maggiore età a 18 anni evidentemente si pensa che fin lì gli adolescenti abbiano bisogno di cure, educazione familiare e scolastica: vivono cioè in una condizione di “minorità”. Nell’adolescenza avvengono grandi trasformazioni che riguardano i cambiamenti puberali, con un forte aumento degli ormoni. E questi spingono a comportamenti impulsivi, di opposizione, violenti”. Cos’altro? “Gli ormoni agiscono in particolare sul cervello emotivo che viene maggiormente attivato rispetto ai lobi frontali e prefrontali, dove vengono invece valutate le conseguenze delle proprie azioni. La rabbia degli adolescenti, la violenza, l’insofferenza, sono legate a questi processi. Non a caso, negli Usa i neurobiologi che studiavano il cervello furono contrari all’abbassamento dell’imputabilità perché sostenevano che quello degli adolescenti, essendo in via di trasformazione, non consente loro di valutare esattamente le azioni, di canalizzare le risposte emotive pulsionali e di programmare i propri comportamenti. Essere consapevoli di sé e del pericolo, così come il controllo, sono abilità che maturano completamente verso i 25 anni”. Queste competenze a 14 anni quindi non si hanno? “Sul piano psicologico, a 14 anni c’è il distacco dalle identificazioni infantili con i genitori e si crea una crisi di identità che porta a valorizzare se stessi con il tipico narcisismo: sentirsi grandi e importanti, mettersi in primo piano, li porta a sfidare le regole, avere comportamenti pericolosi, al limite, violenti. Questo spiega il perché spesso molti adolescenti girano con i coltelli”. L’esperienza cosa insegna? “Che tutti i provvedimenti penali per la sicurezza non servono molto. Faccio l’esempio di Caivano: nel 2019 erano 20.963 i minori indagati in carico ai servizi sociali, ma nel 2025 erano diventati 23.862, il 15% in più. Se i giovani venissero ritenuti imputabili finirebbero negli istituti di rieducazione, dove c’è un sovraffollamento che supera il 100% e dove educatori e psicologi sono insufficienti. Il rischio è che i ragazzi sconterebbero la pena ma ne uscirebbero criminali”. Perché? “Le bande di immigrati, i maranza, in queste strutture potrebbero incontrare quelle di italiani di periferia, e insieme diventare qualcosa di pericoloso. C’è bisogno di progetti sociali ed educativi che li allontanino dalla strada, di offrire qualcosa di diverso dal loro sentirsi emarginati e cercare di farsi valere con la violenza, la sopraffazione, i furti, le intimidazioni”. E inasprire le pene non li aiuterà? “Non aiuta a ottenere risultati e a rendere la situazione per la sicurezza pubblica meno pericolosa. Da parte di chi ci governa non possono esserci reazioni emotive che innescano la voglia di punire”. “Non pubblicare le linee guida sul comportamento delle polizie? Un atto di sfiducia” di Liana Milella Il Fatto Quotidiano, 26 luglio 2026 Intervista all’ex Garante dei detenuti Mauro Palma: “Le forze dell’ordine hanno in realtà un tessuto democratico forte e non hanno bisogno di chi, per supposta volontà di protezione, finisce di fatto con evidenziare sfiducia nei loro confronti”. Le linee guida per il comportamento delle forze dell’ordine che il Viminale ha scritto, ma non reso operative per timore di un effetto controproducente, sono “importanti” perché è “interesse di chi opera in situazioni difficili sapere come riuscire a comportarsi” e “della collettività sapere fino a che punto venga considerata lecita una manovra”. E la decisione di non andare oltre la bozza appare come “un atto di sfiducia”. A sostenerlo è Mauro Palma, per sette anni Garante dei detenuti e studioso dei diritti, oggi presidente dello European Penological center del Dipartimento di giurisprudenza dell’Università Roma tre. Perché le giudica utili? Le linee guida che ribadiscono alcuni principi generali sono importanti. Devono insistere sulla tutela del primo diritto della persona, che è la sua incolumità, e contemporaneamente sulla necessaria impossibilità che egli possa agire contro chi sta eseguendo l’operazione di contenimento. Devono anche garantire la capacità di valutare momento per momento la proporzionalità dell’azione in atto e di evitare l’eccesso quando non ce ne sia bisogno, nonché di sapersi astenere dal proseguire quando si possa determinare un danno alla persona. Le direttive generali sul comportamento lecito ci sono, ma appaiono assai generiche. Ciononostante, il Viminale teme che, rendendole operative, potrebbero rischiare solo di far incastrare più facilmente poliziotti e carabinieri. Paura lecita o una scusa? Questo me lo sta dicendo lei, ma dovrebbe essere interesse di chi opera in situazioni difficili sapere come riuscire a comportarsi e al contempo è interesse della collettività sapere fino a che punto venga considerata lecita una manovra fisica che sia messa in atto in quei momenti. Quello che però è più importante non è il dettaglio specifico di singole situazioni, quanto un’opera continua di formazione, anche analizzando i casi in cui si è sbagliato, proprio per una necessità, e qui mi scuso per usare un termine inglese, di accountability, che è un principio essenziale per tutte le forze di polizia. Un cittadino qualsiasi che si trova a vivere quello che sembra un pestaggio può davvero credere che chi diventa poliziotto o carabiniere - e si trova in una situazione difficile come quella di Bologna - non sia stato preparato ad affrontarla non solo tecnicamente, ma anche con l’obiettivo di non lasciare un morto per strada? Indipendentemente da ogni rilevanza penale, che qui non mi compete e che viene valutata in queste ore dalla magistratura, quello che emerge è la complessiva inaccettabilità di una situazione. La si può interpretare come il frutto di scarsa professionalità, di sottovalutazione da parte di tutti gli attori, forze dell’ordine e operatori sanitari, ma resta il fatto di una persona contenuta in una particolare posizione che invoca aiuto e manifesta estrema difficoltà, e al contempo la non interpretazione di una situazione del genere, fino ad arrivare alla morte del soggetto stesso. Lo ritiene possibile? Siamo di fronte a un’inaccettabilità oggettiva. Come ho appena detto, le cause possono essere molte, incluso il fatto di non aver tratto insegnamento da altre situazioni rispetto alle quali l’Italia ha subito delle censure internazionali anche recentemente. Sta parlando del caso Magherini? Mai stabilire identità tra casi diversi e forze dell’ordine diverse. Restano però proprio quei principi di non tenere una persona per troppo tempo in una posizione che possa ledere la sua incolumità, di saper leggere i segnali di un precipitoso aggravamento delle sue condizioni, della necessità di agire conseguentemente e immediatamente rispetto alla sua richiesta di aiuto. Questi sono i principi chiave che linee guida e formazione devono ribadire. Proprio a questo punto, lei come giudica la “paura” dei palazzi di governo che sovrintendono alla sicurezza ma anche alle garanzie degli italiani, di pubblicare linee guida che poi potrebbero finire per incastrare le forze dell’ordine? Io le giudico come offensive per le stesse forze dell’ordine che hanno in realtà un tessuto democratico forte e che non hanno bisogno di chi, per supposta volontà di protezione, finisce di fatto con evidenziare sfiducia nei loro confronti. Ma non sarà purtroppo che il governo dei pacchetti sicurezza e che ha sottoscritto lo scudo penale per gli agenti, e ha pure giustificato e in parte tentato di coprire i gravi fatti di Torino sulla gratuita ed eccessiva repressione dei manifestanti, non pubblica linee guida che obbligano poliziotti e carabinieri a rispettare le regole della democrazia? In realtà non c’è uno scudo penale, ma uno procedurale. Quanto ai pacchetti sicurezza il loro ripetersi è già indicativo della loro inefficacia e della finalità di lanciare messaggi culturali più che assicurare maggiori garanzie di una vita protetta per tutti i cittadini. Resta il fatto che a volte i messaggi culturali più che incidere sull’effettività della vita sicura, incidono sulla diminuzione delle libertà. Viterbo. Detenuto di 29 anni trovato morto, si sarebbe impiccato viterbotoday.it, 26 luglio 2026 La tragedia poche ore dopo l’incendio nel penitenziario che ha provocato 23 intossicati. È il secondo decesso in dieci giorni, dopo l’omicidio di un 26enne durante una rissa. Stando alle prime informazioni, il giovane detenuto, nato in Marocco, si sarebbe suicidato impiccandosi nella propria cella. Lanciato l’allarme, i soccorsi sono stati immediati. Sono subito intervenuti gli agenti della polizia penitenziaria e il personale sanitario, ma purtroppo per il 29enne non c’è stato nulla da fare. Sulla vicenda sono in corso gli accertamenti della squadra mobile della questura, coordinati dalla procura, per ricostruire con precisione quanto accaduto e la dinamica del decesso. Sul posto anche gli agenti della scientifica per i rilievi. “La tragedia - afferma Massimo Costantino, segretario della Fns Cisl Lazio - da quando si apprende non ha nulla a che fare con l’incendio di ieri. Fatto sta che si continua a morire nelle carceri”. L’incendio e i feriti - Il dramma arriva a poche ore dall’incendio scoppiato, nella serata del 25 luglio, nella sezione precauzionale del carcere. Secondo una prima ricostruzione, sarebbe stato provocato da alcuni detenuti che avrebbero dato fuoco a dei materassi. Le fiamme hanno generato una densa coltre di fumo che si è rapidamente propagata nell’intero reparto, raggiungendo anche i locali dell’infermeria e rendendo necessario un massiccio e imponente intervento dei soccorritori. Il bilancio del rogo è stato di 17 detenuti e 6 agenti della polizia penitenziaria intossicati. Tutti sono stati trasportati all’ospedale Santa Rosa con codici di gravità compresi tra il verde e il giallo, a eccezione di un detenuto accompagnato inizialmente in codice rosso perché ritenuto in condizioni più critiche. Altri sei sono stati ricoverati in codice giallo, mentre dieci persone sono state assistite direttamente all’interno dell’istituto: una in codice giallo e nove in codice verde per lievi sintomi dovuti all’inalazione del fumo. L’omicidio - Quello del 29enne è inoltre il secondo decesso avvenuto nel carcere di Mammagialla nel giro di dieci giorni. Il 16 luglio l’omicidio di un detenuto di 26 anni, marocchino, che ha perso la vita durante una violenta rissa scoppiata tra reclusi all’interno della struttura. Viterbo. Incendio nel carcere, intossicati 17 detenuti e 6 agenti Corriere della Sera, 26 luglio 2026 Gli intossicati all’ospedale Santa Rosa di Viterbo. Un detenuto si è tolto la vita impiccandosi in cella. È di 17 detenuti e 6 agenti di polizia penitenziaria intossicati il bilancio dei soccorsi per l’incendio scoppiato ieri sera, 25 luglio, nella sezione precauzionale protetta del carcere Nicandro Izzo di Viterbo, nel Lazio. Durante la notte, anche una vittima, un detenuto che si è tolto la vita in cella, probabilmente approfittando del caos che si è scatenato durante il rogo. Fin dai primi momenti subito dopo l’incendio si è attivata una staffetta dei soccorsi, con 4 ambulanze che a più riprese hanno trasportato i vari intossicati all’ospedale Santa Rosa di Viterbo, tutti con codici tra il giallo e il verde, e uno in codice rosso perché in condizioni più gravi. Ulteriori sei sono stati ricoverati in codice giallo. Mentre altri dieci sono stati assistiti direttamente in carcere, uno in codice giallo e nove in codice verde per lievi sintomi da inalazione di fumo. Chiarita anche l’origine del rogo. Sembra infatti che alcuni detenuti abbiano incendiato dei materassi che hanno generato una densa coltre di fumo tossico che ha invaso l’intero reparto, fino ai locali dell’infermeria. Taranto. “Buttare le chiavi? Ma avete mai visto cosa c’è oltre quel cancello?” di Francesco Alberti buonasera24.it, 26 luglio 2026 La deputata del Partito Democratico Francesca Viggiano ha visitato la casa circondariale ionica. Sono 809 i detenuti presenti nella casa circondariale di Taranto, nonostante una capienza dichiarata di 430 posti, dei quali 70 risultano inagibili. A rendere noti i dati è la deputata tarantina del Partito Democratico Francesca Viggiano, al termine di una visita compiuta nell’istituto penitenziario per verificare le condizioni delle persone recluse e del personale impegnato quotidianamente nella struttura. La parlamentare ha incontrato la direzione, gli operatori sanitari, gli appartenenti alla Polizia penitenziaria e diversi detenuti, raccogliendo richieste riguardanti soprattutto sanità, presenza dello Stato, condizioni di vita e percorsi di reinserimento sociale. Viggiano ha aperto la propria riflessione richiamando alcune delle espressioni utilizzate frequentemente nei commenti pubblici dopo gravi episodi criminali. “Buttate le chiavi” e “Devono marcire in galera”, ha osservato, sono frasi diffuse tra chi spesso non conosce direttamente ciò che accade all’interno di un carcere. “Avete mai varcato quei cancelli? Avete realmente idea di cosa vi sia dietro quelle mura?”, ha domandato la deputata, spiegando di aver voluto conoscere le esigenze e le storie di chi vive l’istituto perché detenuto o perché vi presta servizio. La situazione descritta presenta forti criticità. Dei 430 posti indicati sulla carta, 70 non sarebbero utilizzabili, mentre la popolazione carceraria raggiunge quota 809. In base ai dati riportati da Viggiano, il 95 per cento dei detenuti sarebbe tossicodipendente, mentre 203 persone risulterebbero sieropositive all’HIV. Sul fronte della sicurezza operano 336 agenti di Polizia penitenziaria, a fronte dei 349 previsti dalla pianta organica. Il personale, ha evidenziato la parlamentare, è stato dimensionato in relazione a una capienza di 430 detenuti e non rispetto alle 809 presenze effettive. Particolarmente rilevante anche la carenza nell’assistenza sanitaria. I dirigenti medici in servizio sarebbero 8, mentre la dotazione organica ne prevede 18. Una situazione che, secondo Viggiano, aumenta ulteriormente il carico sostenuto dagli operatori chiamati a garantire assistenza e sicurezza durante tutte le 24 ore. “I numeri, impietosi, non rendono l’idea dell’enorme carico di lavoro che questi servitori dello Stato devono affrontare ogni giorno”, ha dichiarato la deputata, riferendo di aver ascoltato numerose richieste di giustizia, maggiore assistenza sanitaria e umanità. Al centro dell’intervento anche il principio sancito dall’articolo 27 della Costituzione, secondo cui la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. Un obiettivo che, nella situazione attuale, secondo la parlamentare appare difficile da perseguire nonostante l’impegno del personale. “La rieducazione del condannato e la sua risocializzazione sono il fine ultimo della pena”, ha affermato Viggiano. Le persone recluse, ha aggiunto, torneranno nella società e lo Stato deve creare le condizioni affinché possano essere reintegrate, sia durante la permanenza in carcere sia dopo la fine della pena. La deputata ha dedicato un passaggio specifico anche alle donne detenute, sostenendo la necessità di favorirne il reinserimento senza pregiudizi e senza marchi che possano comprometterne definitivamente il ritorno alla vita sociale. Alla visita hanno partecipato anche Anna Briganti Malaguerra dell’associazione Nessuno tocchi Caino, il consigliere regionale Cosimo Borraccino, il vicesindaco di Taranto Mattia Giorno, rappresentanti del Partito Democratico e del Partito Socialista Italiano. “Per me sono persone”, ha concluso Viggiano, annunciando che tornerà presto nella casa circondariale tarantina per proseguire il confronto sulle criticità riscontrate. Modena. I parlamentari del Pd: “Carcere, una polveriera pronta a esplodere” Il Resto del Carlino, 26 luglio 2026 La denuncia dopo il sopralluogo di Stefano Vaccari e Maria Cecilia Guerra. “Duecento detenuti oltre il limite. Polizia penitenziaria, organico insufficiente”. “A Modena c’è una polveriera pronta a esplodere, e non agire immediatamente con tutti i mezzi possibili per migliorare una situazione insostenibile sarebbe semplicemente irresponsabile”: è un grido d’allarme quello lanciato dai parlamentari modenesi del Partito Democratico Stefano Vaccari e Maria Cecilia Guerra che, ieri mattina, hanno visitato la Casa Circondariale Sant’Anna di Modena insieme a Rossella Caci, componente della Segreteria della Federazione provinciale del Pd modenese e a Davide Muradore, Segretario del Pd di Fiorano Modenese. “La situazione che abbiamo riscontrato conferma, e per alcuni aspetti aggrava, le criticità già rilevate nelle precedenti visite. Oggi, nell’istituto, sono presenti 574 detenuti, oltre 200 in più rispetto alla capienza regolamentare, una condizione che rende estremamente complessa la gestione quotidiana della struttura e che continua a gravare soprattutto sul personale della Polizia Penitenziaria”. “Gli operatori ci hanno rappresentato ancora una volta una situazione di forte sofferenza organizzativa. Gli organici restano al di sotto della soglia minima di sicurezza, il personale è costretto a sostenere un carico di lavoro straordinario, con un numero elevatissimo di ore di straordinario e centinaia di giornate di ferie maturate che non possono essere fruite proprio a causa della cronica carenza di personale. È una condizione non più sostenibile, che rischia di compromettere sia la sicurezza dell’istituto sia la qualità del lavoro degli operatori”. Nel corso della visita è stato inoltre affrontato il tema del reinserimento sociale e lavorativo delle persone detenute: “Prendiamo atto con favore del lieve incremento dei progetti di formazione e inserimento lavorativo, ma i numeri restano ancora largamente insufficienti. Oggi queste opportunità coinvolgono circa un centinaio di detenuti su 574 presenti. Pesano la mancanza di personale dedicato - non soltanto appartenente alla Polizia Penitenziaria, ma anche educativo e tecnico - e l’insufficienza di spazi e strutture adeguate per ampliare i percorsi trattamentali. Puntare sul reinserimento significa investire sulla sicurezza della collettività, perché ridurre la recidiva è interesse di tutti”. La delegazione ha inoltre evidenziato le criticità relative all’assistenza sanitaria: “Permangono significative difficoltà nell’organizzazione dei servizi sanitari. Per numerose prestazioni specialistiche i detenuti devono essere accompagnati presso le strutture ospedaliere esterne, con inevitabili ripercussioni sull’organizzazione del carcere e sull’impiego del personale di Polizia Penitenziaria necessario per le traduzioni e la vigilanza. È evidente la necessità di rafforzare l’assistenza sanitaria interna e di migliorare l’integrazione tra sistema penitenziario e sistema sanitario”. La democrazia si impara di Giorgio Vittadini* Avvenire, 26 luglio 2026 Il sistema “imperfetto più perfetto” soffre la debolezza culturale dei partiti e la lenta perdita di centralità del Parlamento. Ma la differenza in una democrazia la fanno le persone e la loro partecipazione alla vita pubblica. A cominciare dai corpi intermedi. La difficoltà di governare l’Italia non dipende solo dagli assetti istituzionali o dalla forza dell’esecutivo. Essa nasce soprattutto dalla debolezza culturale dei partiti che non ha permesso loro di contrastare altre logiche di potere estranee alla politica e al bene comune. Che cosa è successo alla politica italiana? Le crisi degli ultimi decenni sono maturate quasi sempre da contrasti all’interno delle maggioranze. E questo è il segno dell’assenza di un programma condiviso prima ancora che di una questione numerica. La democrazia resta il sistema “imperfetto più perfetto” per una vita civile e per garantire le libertà fondamentali delle persone. Ma occorrono diversi criteri per salvaguardarla: un processo elettorale e il pluralismo; il funzionamento del governo; la partecipazione politica; la cultura politica; il rispetto delle libertà fondamentali. Le urne non bastano a garantire la democrazia. Lo abbiamo visto in alcuni contesti internazionali, dall’Iraq all’Afghanistan si è pensato che fosse sufficiente esportare il modo di votare per creare istituzioni democratiche. È stato il più grave errore di una visione neoimperialista. I partiti devono essere legati strettamente ai territori dove operano e dialogano anche con i movimenti culturali, con i sindacati, con le diverse associazioni presenti. Non sono solo strumenti di rappresentanza ma anche luoghi di formazione. Il rapporto tra società e istituzioni deve favorire l’elaborazione di idee, la costruzione del consenso e la selezione di una classe dirigente radicata nella realtà. Il modello bipolare importato dal mondo anglosassone ha favorito la personalizzazione della politica e la formazione di partiti autoreferenziali, privi di una reale vita interna. I congressi sono diventati una “chimera”, il dibattito culturale si è inaridito, la partecipazione si è ridotta in modo inquietante. La politica ha progressivamente perso il contatto con quella società che ne deve alimentare idee e competenze. In questo modo il Parlamento ha lentamente e inesorabilmente perso la sua centralità. Ma una vera democrazia vive solo con un Parlamento autorevole, composto da persone che conoscono “l’arte del possibile”, capaci di discutere, di mediare e costruire sintesi e non semplicemente ratificare decisioni prese altrove. Riforme importanti per la vita del Paese devono essere elaborate dalle commissioni parlamentari attraverso un confronto tra maggioranza e opposizione. Attualmente prevale una contrapposizione radicale permanente che rende sempre più problematico affrontare le questioni che il Paese si trova di fronte. Ma nel contempo è indispensabile una nuova alleanza tra tutte le realtà sociali per elaborare proposte comuni sui grandi problemi del Paese: sanità, istruzione, welfare, lavoro, e il cosiddetto “inverno demografico”. La politica ha bisogno di tornare ad ascoltare una società capace di costruire esperienze e non soltanto di esprimere rivendicazioni. È la vitalità della società civile che consolida e fa crescere la democrazia. La differenza in una democrazia la fanno le persone, la loro educazione, la loro capacità di partecipare alla vita pubblica. Certamente informandosi, confrontandosi, esprimendo la propria opinione nelle diverse forme permesse oggi dagli strumenti digitali, ma soprattutto partecipando all’attività dei cosiddetti corpi intermedi: associazioni, cooperative, partiti, sindacati, scuole, perché solo in luoghi concreti, operativi è possibile costruire quella responsabilità personale senza la quale la democrazia si riduce a una procedura formale. In definitiva, la democrazia vive se esistono comunità pensanti ed educative. Ogni persona ha dentro di sé desideri di bene, di verità, di giustizia. Ma tale desiderio non cresce spontaneamente: ha bisogno di luoghi, relazioni, esperienze che lo accompagnino. L’educazione è uno dei fondamenti della vita democratica. Senza cittadini consapevoli e coinvolti nella vita sociale, ogni istituzione rischia di diventare vuota e il potere si concentra inevitabilmente nelle mani di pochi. Per questa ragione è giusto ritenere che il primo compito dei corpi intermedi sia quello di ritornare a educare. Questo significa accompagnare le persone, soprattutto i giovani, a diventare protagonisti della vita sociale. Deve essere un lavoro paziente, graduale, quotidiano, spesso invisibile ma decisivo. Solo delle “comunità vive” possono formare cittadini liberi. *Presidente della Fondazione per la Sussidiarietà Nel paese degli anziani l’adolescenza è una minaccia di Gad Lerner Il Manifesto, 26 luglio 2026 La guerra ai ragazzini in nome della sicurezza pubblica è una delle poche guerre attraverso cui la destra di governo calcola di riuscire a mantenere il proprio consenso. Zang tumb tumb, bombardiamo le Baby Gang, operazione Antimaranza! La settimana è iniziata così, lunedì 20 luglio, con il proclama della Polizia di Stato diramato dal Viminale in stile Cinegiornale Luce musicato con una colonna sonora da reality e condiviso dalla presidente Meloni in persona sui social. Titolo vidimato col logo del Ministero dell’Interno: “Operazione Antimaranza”. Non sembra, a dire il vero, che i media abbiano tributato il dovuto risalto alle cifre da sballo, certo inverificabili e purtuttavia mirabolanti, con cui si annunciava la grande retata. Varrà la pena di elencarle nel dettaglio, non prima, però, di ricordare come la Settimana Incom sia proseguita giovedì 23 luglio col varo da parte del Consiglio dei ministri di un disegno di legge che estende l’immediata punibilità, e dunque la reclusione, per gli adolescenti dai 14 anni in su. Meloni ci mette la faccia: “È un principio che vogliamo affermare in ogni ambito: chi aggredisce, chi rapina, chi devasta, deve pagare sempre. Anche se ha 15 o 16 anni”. Per la verità in base al ddl governativo anche i quattordicenni potrebbero finire in carcere, ma forse un lieve scrupolo induce la premier a evitare di coinvolgerli (ci penserà Salvini da buon padre di famiglia) e a soggiungere: “È chiaro, la norma da sola non risolve il problema”. Ecco “la guerra ai ragazzini” di cui ha parlato l’altro ieri in prima pagina questo giornale; da prendere maledettamente sul serio a cominciare dai numeri immaginifici della grande retata di lunedì scorso, benché neanche una settimana dopo se ne sia già persa contezza. Evaporati nella calura. Ricordiamoli, allora, prima di abituarci a considerarli ovvi. La “vasta operazione di polizia giudiziaria che ha interessato 44 province per contrastare la criminalità giovanile”, “si è concentrata sui giovani dediti, in gruppo o singolarmente, a reati contro la persona, il patrimonio, in materia di stupefacenti e armi, nonché a comportamenti illeciti che sfociano in forme di discriminazione e odio”. Ecco il raccolto dichiarato in meno di 24 ore: 539 arrestati, 954 persone denunciate, 703 kg di stupefacenti sequestrati. Controllati 187.956 soggetti “nelle zone di spaccio e della movida”. Centottantasettemilanovecentocinquantasei. Perquisiti 1.182 immobili tra cui - si badi - “24 strutture di accoglienza per minori stranieri non accompagnati”. Dettaglio ammiccante, quest’ultimo: sappiamo dove andare a stanarli, i più pericolosi fra i minorenni! In ordine alfabetico, questura dopo questura da Alessandria a Verona, seguono resoconti meticolosi dell’attività dispiegata da “oltre 1.000 operatori della Polizia di Stato” per le strade; abbinati al computo di “973 profili social inneggianti all’odio e alla violenza fisica”, due dei quali segnalati per l’eventuale oscuramento. Un lunedì da leoni, dunque, peccato che le gazzette di regime non siano in grado di raccontarci il segno indelebile che ha tracciato sui confini tra il bene e il male nella penisola. Purtroppo a nostra insaputa, abbiamo vissuto l’esordio sincronizzato dell’offensiva che passerà alla storia, con sprezzo del ridicolo, sotto il nome di “antimaranza”. Salutata dai ministri competenti con autoelogi degni dell’evento: “Davanti alla criminalità non indietreggeremo mai”. Orbene, la guerra ai ragazzini in nome della sicurezza pubblica è una delle poche guerre, forse l’unica praticabile senza perdite, attraverso cui la destra di governo calcola di riuscire a mantenere il proprio consenso. Li chiamano maranza - non importa se siano in maggioranza italiani e da quante generazioni - per additarli corpo estraneo alla nazione. In un paese la cui età media rasenta i cinquant’anni e un abitante su quattro è over 65, i giovani divengono un’esigua minoranza da sorvegliare come straniera in patria. Altro che le campagne benpensanti contro i “capelloni” ai tempi lontani del Baby Boom. Ora siamo nel tempo delle Baby Gang, c’è un solo adolescente per ogni 15 residenti e l’adolescenza, per sua natura ribelle, costituisce di per sé una minaccia. Tanto che alcuni parlamentari della maggioranza, non paghi, invocano l’abbassamento alla soglia di 13 anni della punibilità. Dal decreto Caivano in poi nelle carceri minorili si registra per la prima volta sovraffollamento. Con quale beneficio sociale, è sotto gli occhi di chiunque voglia vedere. Ma chi invece viene indotto a voltare la testa pensando che basti per vivere in pace magari si compiacerà di quel numero - 539 giovani arrestati in un solo lunedì - senza indagare cosa succeda dal martedì in poi. La messinscena bellica pianificata all’interno di una società impoverita e spaventata funziona da surrogato, buono per distrarci dalle grandi guerre terribili che ci circondano, alle quali vorremmo rimanere estranei. Nella condensa dei furori di popolo pure la questione giovanile, come l’immigrazione, si riduce a emergenza criminale. Oltretutto i giovani neanche votano. La parola “maranza” cancella l’età delle metamorfosi di Daniele Aristarco* Il Manifesto, 26 luglio 2026 Una legge che interviene sui giovani dovrebbe misurarsi con ciò che sappiamo dell’adolescenza e con la responsabilità educativa nei loro confronti. Quando pubblicò “Dei delitti e delle pene”, Cesare Beccaria aveva poco più di venticinque anni. In quelle pagine scrive che non è l’asprezza della punizione a prevenire i reati, ma la certezza della giustizia. Eppure, ogni volta che la sicurezza diventa un tema politico, qualcuno promette di aumentare le pene. Lo dimostra anche il disegno di legge ribattezzato “ddl anti-maranza”. Tra le sue disposizioni, una stabilisce che tra i quattordici e i diciotto anni la capacità di intendere e di volere viene presunta, salvo prova contraria. Può sembrare un cambiamento tecnico. In realtà ogni legge, prima ancora di vietare o prescrivere comportamenti, esprime un’idea di persona e di società. Una legge che interviene sui giovani dovrebbe misurarsi con ciò che oggi sappiamo dell’adolescenza e con la responsabilità educativa che decide di assumersi nei loro confronti. Le etichette sono strumenti potentissimi della comunicazione pubblica. Sembrano individuare con precisione il problema, mentre spesso si limitano a ridurre storie differenti a un’unica categoria. Negli ultimi anni abbiamo imparato quanto il linguaggio possa riconoscere o cancellare una persona. È curioso che questa sensibilità venga meno proprio quando parliamo degli adolescenti. E una volta modificato un principio del diritto, esso non riguarda più soltanto i cosiddetti “maranza”: riguarda ogni giovane sottoposto a procedimento penale. La società ha il dovere di perseguire i reati e tutelare le vittime. Sappiamo che l’adolescenza è la fase della vita in cui, dopo la prima infanzia, il cervello attraversa la più profonda riorganizzazione. È l’età della sperimentazione, dell’impulsività. È l’età delle metamorfosi. Ricordarlo non significa giustificare la violenza. Significa riconoscere una delle condizioni necessarie per prevenirla. La medicina ha compiuto il suo più grande progresso quando ha smesso di limitarsi ai sintomi e ha iniziato a cercarne le cause, per poter intervenire attraverso la cura e la prevenzione. La politica dovrebbe avere la stessa ambizione. Per questo molti magistrati minorili, operatori e studiosi hanno espresso dubbi non solo sull’efficacia della riforma, ma anche sul modello culturale che la ispira. Il rischio, osservano, è che finisca per contare soprattutto il reato, e sempre meno la persona. Se l’estate è tempo di letture, mi permetto di suggerire un libro forse utile anche a chi questa riforma l’ha scritta. Si intitola Tsotsi, è di Athol Fugard (minimum fax). “Tsotsi”, nelle township sudafricane, significa “teppista”. È il nome con cui il protagonista finisce per identificarsi, fino a dimenticare quello ricevuto alla nascita, perché “si era imposto di non riflettere su se stesso, di non sapere niente del proprio passato”. Dopo aver rubato un’automobile scopre che sul sedile posteriore c’è un neonato. Prendersi cura di quel bambino lo costringe, lentamente, a ritrovare se stesso e il proprio nome. Un nome costringe a riconoscere una persona, una storia e una possibilità. Sotto le etichette, le storie scompaiono e le persone finiscono per coincidere con i loro errori. L’adolescenza smette di essere l’età della metamorfosi e diventa una categoria da sorvegliare e punire. *Daniele Aristarco è un prolifico scrittore per ragazzi/e, sempre attento alla storia e memoria. Fra i suoi ultimi libri c’è anche il G8 2001 di Genova, “Tutto quello che brucia” (Feltrinelli). L’8 settembre, sempre con Feltrinelli, uscirà “Ogni giorno vale” (scritto con Anna De Giovanni).