“Lo Stato non controlla le carceri”. Scontro tra la procura di Palermo e il ministro Nordio di Riccardo Lo Verso Il Messaggero, 25 luglio 2026 De Lucia: “Al comando le organizzazioni criminali”. La replica del Guardasigilli: “Frasi di una gravità inaudita”. Carceri colabrodo, dove i mafiosi dettano legge e passano ordini all’esterno. Solo il potere dei boss evita l’esplosione del malcontento nelle strutture sovraffollate. A tracciare un quadro sconfortante è il procuratore di Palermo, Maurizio de Lucia, ad un convegno organizzato da Assostampa Sicilia. Le sue parole provocano la reazione del ministro della giustizia Carlo Nordio. Ne viene fuori un durissimo botta e risposta. “Noi paghiamo il fatto che le carceri non sono più sotto il controllo dello Stato. Vi sono call conference tra chi sta fuori, chi sta dentro e chi è in un altro carcere”, spiega il capo dei pm palermitani. Recenti indagini hanno svelato che dal penitenziario di Trani, in Puglia, il boss emergente Salvatore Verga ha commissionato la raffica di attentati che negli ultimi mesi ha messo a ferro e fuoco Palermo. Incendi e sventagliate di kalashnikov per convincere commercianti e imprenditori a pagare il pizzo. Nel frattempo Verga gestiva i traffici di droga e comprava armi. La tensione . Un livello di tensione che preoccupa. “La presidente Giorgia Meloni parla di portare l’esercito a Palermo? L’esercito per me deve fare l’esercito, ha compiti istituzionali diversi da quelli della polizia. Bisogna però anche essere pragmatici, in altri paesi da Parigi a Nizza, ci sono pattuglie operative sul territorio, ma c’è da dire che questo non può essere un alibi. Altrimenti poi finito lo strumento dell’esercito a cosa si passa, ai caschi blu?”, prosegue de Lucia. Di sicuro “la situazione carceraria italiana è complicata, vi è una quantità di persone superiore rispetto a quella che potrebbe contenere una struttura penitenziaria - aggiunge de Lucia - non abbiamo un adeguato sistema di assistenza ai condannati, molti sono tossicodipendenti e non dovrebbero stare in carcere. Le carceri non esplodono soltanto perché i detenuti non vogliono farle esplodere, il controllo appartiene solo alle organizzazioni criminali che vogliono lasciare le cose per come sono”. L’anno scorso i pm scoprirono che un drappello di detenuti si imponeva con la forza nel penitenziario Giuseppe Lorusso. Il giudice che firmò l’ordinanza di custodia cautelare anche per due agenti della penitenziaria scrisse che i detenuti hanno la “possibilità di consolidare, incrementare e perpetuare la loro posizione di potere all’interno della nuova comunità”. La risposta - Al procuratore di Palermo replica il ministro Nordio: “È de Lucia che ha perso il controllo di sé stesso. È di una gravità inaudita che un procuratore offenda l’intero corpo della polizia penitenziaria che svolge il proprio dovere con il rischio della vita. Se qualche fenomeno patologico è avvenuto, un magistrato non può estenderlo all’intero territorio nazionale”. “Se non esplodono le carceri è per il senso di responsabilità dei detenuti, non delle organizzazioni criminali”, replica Sergio D’Elia, segretario dell’associazione Nessuno Tocchi Caino. Roggero troppo vecchio per il carcere? In Italia quasi il 10% dei detenuti è over 70 di Thomas Bendinelli Corriere della Sera, 25 luglio 2026 Il Prof. Carlo Alberto Romano: “La legge prevede forme di pena alternative per gli ultra settantenni, ma sono esclusi diversi reati, fra cui quello per cui è stato condannato Roggero”. Il gioielliere Mario Roggero, condannato a 14 anni e nove mesi di detenzione per l’omicidio di due persone e il ferimento grave di una terza, che avevano tentato una rapina nella sua gioielleria di Grinzane Cavour, ha 72 anni. Tra le molte cose dette a riguardo, spesso a sproposito, c’è anche quella secondo cui sarebbe troppo anziano per finire in carcere. Roggero non è, naturalmente, l’unico settantenne detenuto in Italia. A Verziano ricordano ancora il caso di una donna ultraottantenne condannata e le ultime statistiche diffuse dall’associazione Antigone raccontano di una popolazione carceraria che invecchia progressivamente. Una tendenza che riguarda anche Brescia. A Canton Mombello il tasso di affollamento ha raggiunto il 210 per cento. Secondo Antigone, nel 2025 gli ultrasettantenni detenuti in Italia erano 1.348, contro i 1.238 del 2024. Più di duecento si trovano negli istituti lombardi. Nel 2005 gli over 70 rappresentavano lo 0,6 per cento della popolazione carceraria, oggi sono oltre il 2 per cento. Complessivamente, gli over 50 sono quasi il 30 per cento dei detenuti, contro il 13,9 per cento di vent’anni fa. “Quello degli anziani in carcere è un fenomeno abbastanza nuovo - osserva Carlo Alberto Romano, presidente dell’associazione Carcere e Territorio e docente di Criminologia all’Università degli Studi di Brescia. Il carcere non ha mai avuto una presenza così significativa di persone anziane. Oggi aumentano al ritmo di circa un centinaio all’anno e questo crea difficoltà crescenti”. Il problema è innanzitutto fisico. “Il corpo invecchia e il carcere non è un ambiente idoneo ad accompagnare questo processo. Ci sono poi fragilità relazionali: una persona anziana può diventare oggetto di vessazioni da parte della popolazione più giovane”. Non mancano, però, episodi di solidarietà, “come detenuti che si prendono cura di persone con patologie gravi”. Secondo Antigone, circa l’80 per cento dei detenuti anziani soffre di patologie croniche. Un sistema penitenziario già alle prese con il sovraffollamento deve così affrontare bisogni sanitari e assistenziali sempre più complessi. La legge prevede per gli ultrasettantenni la possibilità di accedere a forme alternative alla detenzione, ma “sono esclusi diversi reati, tra cui quello per cui è stato condannato Roggero”, spiega Romano. Sul caso del gioielliere piemontese, il criminologo bresciano invita però a non confondere il piano umano con quello giudiziario. “È una persona che ha commesso un reato ed è stata condannata. Mi auguro che la sua detenzione sia breve, ma quando si commettono reati bisogna fare i conti con le conseguenze”. Il riferimento va anche a una vicenda bresciana di una decina di anni fa, quando a Serle un uomo uscì di casa imbracciando un fucile e uccise una persona che aveva tentato di rubare nella sua abitazione. “Anche allora ci fu un grande levare di scudi. Ma aveva commesso un reato”. Romano invita così a interrogarsi sull’utilità stessa della detenzione e sulla possibilità di ricorrere all’esecuzione penale esterna. Una discussione che ha alimentato anche una provocazione: la rivista Contropiano, a proposito dell’ipotesi di grazia per Roggero, ha evocato il caso di Cesare Battisti, condannato per quattro omicidi commessi negli anni Settanta nell’ambito dell’eversione di sinistra. Il ragionamento è volutamente provocatorio: se si chiede la grazia per Roggero perché anziano e detenuto, allora perché non concederla anche a Battisti? Il dibattito non riguarda soltanto la possibilità che un settantaduenne finisca in carcere. La domanda va oltre il singolo caso: quale utilità ha oggi il carcere, per chi lo subisce e per la società che lo finanzia? Non si fermano neanche davanti ai bambini di Patrizio Gonnella Il Manifesto, 25 luglio 2026 Il governo e Meloni hanno dichiarato guerra ai giovani. Dopo avere introdotto il crimine di rave party, aver massacrato la giustizia penale minorile con il dl Caivano, avere affollato gli istituti penali per minorenni, avere previsto ammonizioni e Daspo per i più piccoli, adesso provano a intaccare il codice penale nella parte sulla imputabilità. È stata preannunciata una norma ben più reazionaria di quelle già presenti nel codice fascista del 1930. Con il nuovo ddl governativo gli adolescenti, di età compresa tra i 14 e 18 anni si presumono maturi, responsabili e dunque pronti per andare in galera. Chi sbaglia paga anche sei hai 14, 15,16 o 17 anni, ha detto la presidente del Consiglio. Così si ammazza una generazione. Così si ammazza il diritto che mette al centro l’interesse superiore del minorenne. Che significa mandare un ragazzino in un carcere minorile? Significa rovinarlo forse per sempre. Etichettarlo, mettere a rischio il suo futuro. Mettere a rischio la sua salute e talvolta anche la sua incolumità. Mai come oggi gli Istituti minorili sono strapieni, con giovanissimi costretti a dormire anche per terra. Con l’emanazione del cosiddetto decreto Caivano del settembre 2023, per la prima volta nella storia italiana gli istituti penali per minorenni hanno conosciuto il sovraffollamento. Nel 2023 la criminalità minorile non era in aumento e i drammatici fatti di Caivano furono presi a pretesto per la costruzione di un nemico pubblico inventato, ossia le baby gang. Così si è prodotto il sovraffollamento nelle carceri minorili. Oggi sono poco meno di 600 i ragazzi detenuti con una crescita di oltre il 50% rispetto al periodo pre-Caivano. Dati viziati per difetto, che sarebbero ben più alti se non fosse che moltissimi ragazzi appena compiono 18 anni sono trasferiti nelle carceri per adulti, così chiudendo il circolo vizioso della devianza. Altro che sicurezza. Questa è cattiveria, rinuncia alla prevenzione criminale, dismissione di ogni progetto educativo. Come stanno questi ragazzi nelle carceri minorili? Mi è capitato di vederne alcuni dormire sulle brande a mezzogiorno in evidente stato di alterazione o sonnolenza prodotte da abuso di psicofarmaci. Nelle carceri la tensione è crescente. Nell’era Nordio-Meloni abbiamo potuto seguire in diretta ben due inchieste per tortura al Beccaria di Milano e a Casal del Marmo a Roma. Non si era mai vista una cosa del genere prima. Sono in corso le indagini. Speriamo che giustizia sia fatta. E nel 2025 c’è stato anche un suicidio nel carcere minorile di Treviso. Erano tantissimi anni che non accadeva nel sistema penitenziario minorile. Nelle scorse settimane Antigone, Libera e Defence for Children hanno promosso gli Stati generali sulla giustizia minorile, partecipati in modo straordinario da oltre 700 esperti. Il mondo variegato di operatori, studiosi, associazioni si opporrà in tutti i modi al declino umano e sociale voluto dal governo che ha ad arte creato un nuovo nemico: i nostri ragazzi e le nostre ragazze. Per i quali invece ci vuole il coraggio di scelte radicali. L’interesse superiore del minore, di cui alla Convenzione Onu sull’Infanzia, richiederebbe che si pensasse a qualcosa di ben più educativo del carcere. Così rappa Baby Gang, che il carcere lo conosce bene, in Cella Zero. “Ancora non ho parlato, fra’, di galera. Raga, almeno fate parlare chi dentro c’era”. Per capire cosa è il carcere vanno sentite anche le loro voci, affinché ci possano spiegare cosa significano la paura, l’isolamento, la mancanza di relazioni e affetto. Chi sbaglia paga, anche se un bimbo, ha detto la presidente. Ben altre le parole dette da papa Francesco nel 2014 in un discorso rivolto ai penalisti di tutto il mondo: “Gli Stati devono astenersi dal castigare penalmente i bambini, che ancora non hanno completato il loro sviluppo verso la maturità…Essi invece devono essere i destinatari di tutti i privilegi che lo Stato è in grado di offrire”. Tutti contro la galera ai minori. Ma la maggioranza si compatta di Michele Gambirasi Il Manifesto, 25 luglio 2026 Non solo le opposizioni, anche penalisti, magistrati, sindacati di polizia, operatori, associazioni che lavorano con i minori. Sul disegno di legge varato con un blitz dal governo, è una pioggia di critiche, mentre la maggioranza ha continuato noncurante a rilanciare. Il testo prevede l’inversione dell’onere della prova per i giovani che dovessero finire a processo: nessuna presunzione di incapacità di intendere e di volere come stabilito dal codice del processo penale minorile, questa, al contrario dovrebbe essere accertata dal pm e dal giudice. Perché “chi sbaglia paga”, non conta l’età, come ha rivendicato Meloni. Secondo l’Unione delle camere penali si tratta di “una modifica che incide in modo radicale sul fondamento stesso della giustizia minorile, storicamente costruita sulla consapevolezza che l’adolescenza è una fase caratterizzata da una personalità in formazione e da una maturazione non ancora compiuta”. I penalisti hanno anche avanzato dubbi riguardo la costituzionalità della proposta, e il motivo è da ricondurre all’articolo 31 della Carta, che impegnerebbe la Repubblica a tutelare “la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo”. “L’accertamento della maturità rappresenta uno degli strumenti attraverso cui l’ordinamento tiene conto della condizione evolutiva dell’adolescente. Inoltre, la sostanziale parificazione tra adulti e minori sembra non tener conto dei caratteri di specificità che devono caratterizzare la disciplina minorile, profilando dubbi sotto il profilo della ragionevolezza”, spiega il presidente dei penalisti Francesco Petrelli. Di buon mattino il primo a intestarsi il provvedimento (“parlo da padre”) è il segretario leghista Matteo Salvini: “Non si può far passare il concetto che si sia impuniti anche se si va in giro col coltello, se si minaccia, se si rapina, se si aggredisce, perché non si hanno ancora 18 anni. Devi essere consapevole di quello che fai e di quello che non fai”. E a difendere il provvedimento è accorsa anche quella che, sulla carta, vorrebbe essere l’ala garantista e liberale della maggioranza, Forza Italia, che in ogni caso finora ha digerito qualsiasi provvedimento securitario dell’esecutivo. A parlare è Deborah Bergamini, vicesegretaria del partito e tra le più vicine a Marina Berlusconi, mandante della sedicente svolta liberal: “Mi sembra un passaggio razionale, che tiene conto di come è cambiata la società italiana e cerca di arginare un fenomeno sempre più incontrollato”. Sempre a firma azzurra è anche un altro provvedimento, fermo a Montecitorio ma rimesso sui binari solo poche settimane fa, che vorrebbe abbassare l’età imputabile dai 14 ai 13 anni. Che il disegno di legge sia un prodotto della propaganda meloniana lo dicono da soli i numeri. “È una norma contraddittoria, senza effetti pratici”, dice Ciro Cascone già magistrato minorile a Milano. “Quello che preoccupa è il messaggio. Temo che serva per dire “ci abbiamo provato e ora abbassiamo l’età sotto i 14 anni” e questo è assolutamente da evitare”. Per l’esecutivo il ddl servirebbe ad arginare l’annoso problema dei maranza, il nomignolo protorazzista con cui vengono identificati i giovani di seconda generazione. “Identificare il minore autore di reato in una categoria sociocriminale ormai in voga, tanto evocativa quanto sfuggente, evidenzia lo scopo di inseguire la narrazione securitaria del bravo cittadino assediato”, ha commentato ieri l’esecutivo di Magistratura democratica. Stando ai dati di via Arenula già oggi nel 95% dei casi nei procedimenti minorili gli imputati vengono ritenuti “capaci”. E la famigerata “emergenza baby-gang” è più mediatica che sostanziale: secondo i dati elaborati da Save the Children nel rapporto Disarmati sulla criminalità giovanile del marzo scorso, in Italia i minori che incontrano la giustizia sono circa 363 ogni 100mila abitanti. La media europea è di 648, quasi il doppio. In compenso aumentano i titoli di giornale: gli articoli a tema baby-gang o maranza tra il 2019 e il 2022 sono praticamente triplicati, passando da 700 a più di 1900. In compenso per effetto del decreto Caivano anche gli Istituti minorili hanno iniziato a sovraffollarsi: la media giornaliera, racconta Antigone, è di 572 presenze, +35% rispetto al pre-decreto. Quasi la metà sono stranieri. Sul nuovo ddl ha espresso perplessità anche il sindacato della polizia penintenziaria della Uil: “Non si ripeta l’errore di Caivano. Le strutture minorili sono entrate in profonda crisi e gli Ipm sono stati interessati, quasi al pari delle carceri per adulti, da pesante sovraffollamento aggravato dalla disorganizzazione e dalla penuria di operatori”. Il veicolo legislativo adottato racconta da sé quanto il ddl servirà più che altro alla guerra mediatica: con la prospettiva di qualche mese di legislatura e una legge di bilancio da fare, le probabilità che si arrivi ad un’approvazione sono minime. E allora sì, quello che contava era “il messaggio”, o la promessa elettorale. “Maranza”, la guerra ai ragazzini peggiora anche il Codice Rocco di Davide Vari Il Dubbio, 25 luglio 2026 La cura protettiva nei confronti dell’adolescenza non ce l’aveva regalata il Sessantotto. C’era già nel codice penale fascista, che non era precisamente un manuale garantista. Neanche il codice Rocco era arrivato a tanto. E badate: non è una premessa ideologica, né un pregiudizio. È un fatto. Certo, questo giornale ha criticato diverse scelte del governo, soprattutto in tema di sicurezza, e ne ha condivise altre, come nel caso del referendum sulla separazione delle carriere. Ma con il disegno di legge “Maranza” è stata superata una linea di confine politica, giuridica e culturale che dovrebbe far scattare più di un allarme. E che, ne siamo certi, anche il Quirinale, garante e custode della Costituzione, guarda con attenzione e, immaginiamo, con qualche preoccupazione. Parliamo della decisione di rendere imputabili i minori, di trasformarli in “miniadulti”, per così dire, e dunque in soggetti pienamente consapevoli e responsabili delle proprie azioni. Una proposta che cancella decenni di cultura pedagogica, disegna un futuro fosco e spinge i ragazzi nell’inferno criminogeno del nostro sistema penale. E quando diciamo che neanche il codice Rocco era arrivato a tanto, non intendiamo intonare la solita litania buonista. Lo diciamo perché è banalmente così. Alla base degli articoli 97 e 98 del codice penale del 1930 c’era proprio la verifica della capacità di intendere e di volere dei minori: un accertamento concreto della maturità del ragazzo al momento del fatto. Ma già nell’Ottocento, dunque ben prima del Codice Rocco, si riteneva che l’età incidesse sulla “colpevolezza”, essendo lo sviluppo psichico e morale ancora incompleto. Insomma, quella cautela, la vera e propria cura protettiva nei confronti dell’adolescenza non ce l’aveva regalata il Sessantotto. Non era stata inventata da qualche “toga rossa”. C’era già nel codice penale fascista, che non era precisamente una raccolta di tenerezze garantiste, il quale stabiliva che sotto i quattordici anni non si fosse imputabili e che tra i quattordici e i diciotto si potesse esserlo soltanto dopo aver accertato la capacità di intendere e di volere. Perfino Rocco, insomma, aveva capito una cosa elementare: un adolescente non è semplicemente un adulto più piccolo. E poi arriviamo a Vassalli, un faro del diritto. L’uomo della riforma dell’88 spiega perfettamente che il processo deve essere adattato alla personalità e alle esigenze educative del minorenne. Un processo che deve evitare, per quanto possibile, di interrompere i percorsi di crescita; nel quale la detenzione deve essere residuale e il sistema è chiamato a responsabilizzare senza radere al suolo. Non per sentimentalismo, ma per diritto. Vassalli parla esplicitamente di tutela di una “personalità ancora in via di formazione”, di minima offensività del processo, di esigenze educative e reintegrazione sociale. Il punto, dunque, è che questo disegno di legge rischia di smantellare più di un secolo di civiltà giuridica minorile. Con un apparentemente piccolo ma decisivo cambio di postura, il governo distrae il nostro sguardo sul mondo dei minori, abbandona la via indicata dalla Costituzione, che impone, o imporrebbe, di proteggere “l’infanzia e la gioventù”, e mette tra parentesi il richiamo della Corte costituzionale secondo cui il minorenne è una personalità ancora in formazione e, proprio per questo, recupero, educazione e individualizzazione dovrebbero pesare più della logica punitiva. Ma già sentiamo le litanie “cattiviste”. E allora è bene precisare che questo non significa che il minore non sia responsabile. Significa però che la sua responsabilità va valutata diversamente, proprio perché la sua personalità non è ancora pienamente formata. Ma tutto questo, oggi, viene spazzato via da una parolina magica: “maranza”. La parola social politicamente perfetta che serve a impacchettare insieme rapine, risse, coltelli, periferie, immigrati, rom, seconde generazioni, baby gang, movida, paura urbana e rave. E così un fenomeno sociale diventa allarme, l’allarme diventa emergenza e l’emergenza reclama punizione. Certo, la premier Giorgia Meloni ha spiegato il senso dell’operazione con una formula apparentemente inattaccabile: “Chi sbaglia deve rispondere delle proprie azioni. Anche quando è minorenne”. Ma proprio qui sta il punto. Nessuno ha mai sostenuto il contrario. La legge vigente consente di processare e condannare un quindicenne, un sedicenne, un diciassettenne. Chiede semplicemente allo Stato di accertare prima che quel ragazzo possedesse, in relazione a quel fatto, la maturità necessaria per essere considerato pienamente responsabile. Questo non significa negare il problema della violenza giovanile. Alcuni dati sui reati violenti dei minorenni meritano attenzione e non possono essere liquidati come propaganda. Rapine, lesioni e risse presentano incrementi significativi nell’ultimo decennio. Ma proprio perché il fenomeno è serio, sarebbe curioso affrontarlo fingendo che la maturazione psicologica degli adolescenti possa essere modificata con un comma del codice penale. Del resto capiamo che è la via più breve. Una norma punitiva è molto più semplice, e politicamente redditizia che discutere di educazione, famiglia, scuola... Tutte cose lente, costose, poco instagrammabili. Poco remunerative elettoralmente. E allora molto meglio uno spottone punitivo: costa meno e rende di più. C’era, insomma, una strada lunga e antica, costruita intorno all’idea che i nostri ragazzi debbano essere protetti anche e soprattutto quando sbagliano. Una strada bruscamente interrotta prima dal decreto Caivano e ora da questo nuovo intervento. Questo non vuol dire che siamo diventati improvvisamente più severi dei fascisti. Sarebbe una sciocchezza dirlo. Ma di certo possiamo dire di aver rinunciato a una visione complessa dei fenomeni per ridurre tutto a slogan propagandistico. E per un legislatore, forse, è anche più grave. Legge anti-maranza, la “vigile attesa” del Colle per il testo di Paolo Delgado Il Dubbio, 25 luglio 2026 Mattarella pronto a intervenire con la sua moral suasion, nel caso il ddl sull’imputabilità dei minori presentasse parti manifestamente incostituzionali. La premier tira la corda e la tira su più fronti. La legge sui minori, che capovolge l’onere della prova stabilendo che da 14 a 18 anni si è sempre punibili salvo dimostrazione dell’incapacità di intendere, è una forzatura che irrita e preoccupa il Quirinale. Non significa che il capo dello Stato intenda intervenire. Dipenderà da come nel corso dell’iter legislativo verranno risolti i problemi tecnici e costituzionali, in particolare in merito alla compatibilità della norma con l’articolo 31 sulla protezione dell’infanzia della gioventù, sull’inversione dell’onere probatorio e sulla compatibilità con la convenzione dell’Onu sui diritti del fanciullo. È nota l’impostazione di Sergio Mattarella, il cui giudizio non è mai influenzato da se e quanto condivida un provvedimento ma solo dalla sua eventuale manifesta incostituzionalità. Ma la stretta sui minorenni certo non piace al capo dello Stato e se presenterà profili di dubbia costituzionalità non mancherà di intervenire, come al solito percorrendo la strada discreta della moral suasion. In questi quattro anni di governo Meloni lo ha fatto molto più spesso di quanto non sia stato reso pubblicamente noto e a volte anche con notevoli tensioni. Non è il solo provvedimento che desti dubbi, per usare un eufemismo, sul Colle. La norma voluta da FdI che, nel dl Giustizia e Immigrazione, introduce di fatto una differenziazione tra migranti nei ricongiungimenti familiari è considerata dal Quirinale ad alto rischio perché non si può stabilire che per qualcuno si fanno i ricongiungimenti e per qualcun altro no. Anche in questo caso, dunque, il testo nella sua versione definitiva sarà esaminato dagli uffici del Colle con la lente di ingrandimento e non è affatto escluso che anche in questo caso non possano crearsi problemi. Nessun problema invece, nell’improbabilissima ipotesi che la proposta di legge della Lega sulla legittima difesa arrivi in porto. Il guardiano della Costituzione non potrebbe accettare una legge sgangherata che fa a pugni con la Costituzione. Ma qualora la maggioranza decidesse di procedere su quello scivoloso terreno, invece di limitarsi alle affermazioni spettacolari e proponesse una legge meno surreale di quella del leghista Borghi, si muoverebbe comunque sul ghiaccio sottile dal punto di vista della Carta e del Colle. All’interno della maggioranza non ci saranno invece problemi di sorta. Il mercanteggiamento degli ultimi giorni, un suq legislativo in piena regola, si è concluso con soddisfazione di tutti e i sedicenti “liberal” di Fi non intendono certo far vacillare quell’equilibrio per qualche ragazzino in manette. Nello scambio dovrebbero aver portato a casa l’affossamento dell’“emendamento Melillo” sulle intercettazioni a strascico, sul quale gli azzurri non erano disposti a mollare perché “sui princìpi non si transige”. Ma le preferenze non sono una questione di principio e dunque in cambio del ritiro (almeno per ora) dell’allargamento delle intercettazioni Fi ingoierà la legge elettorale con tanto di preferenze. Nella partita la Lega si era già assicurata il proprio tornaconto con il varo di quel tanto di autonomia differenziata sopravvissuta alla ghigliottina della Consulta. Non è moltissimo ma, con i chiari di luna che penalizzano via Bellerio, Calderoli e anche Salvini sono contenti così. Sulla punibilità dei minori, dunque, nessuno si smarca, nessuno sussurra la minima critica. Proprio gli azzurri, anzi, si affollano per difendere in coro la nuova norma, tanto cara alla premier che pochi secondi dopo la conferenza stampa che ne annunciava il varo, ieri sera, aveva già sfornato il video per magnificare la civilissima svolta. Fioccano invece le critiche durissime dell’opposizione ma anche di avvocati e magistrati. In realtà dal punto di vista del processo e della difesa la svolta non modifica di moltissimo la situazione attuale, come è quasi fisiologico nel caso di norme che mirano soprattutto all’immagine e alla propaganda. Sul piano della cultura politica invece gli effetti del provvedimento possono rivelarsi profondi. A volere fortemente la punibilità dei minori, e poi a rivendicarla ad alta voce per prima, è stata la presidente del Consiglio, pur consapevole dello strappo che ciò avrebbe comportato con una parte del Paese non limitata all’opposizione e con la stessa presidenza della Repubblica. Ma i tempi in cui la premier cercava di offrire un’immagine di se stessa “pragmatica”, dunque non solo schiacciata sulle posizioni della destra più radicale, sono lontani. Le elezioni sono vicine, il rischio di perderle è forte, la competizione col generale in pensione Vannacci erode consensi proprio nell’elettorato che più sogna la mano pesante. E allora sicurezza e immigrazione sono le carte più forti di cui dispone Giorgia, come del resto tutta la destra europea e occidentale. Dunque à la guerre comme à la guerre e costi quel che costi. Caivano e gli altri: quella politica dell’emergenza senza emergenza di Simona Musco Il Dubbio, 25 luglio 2026 Ecco l’ultimo tassello di un modello repressivo. Un ribaltamento che rischia la bocciatura della Consulta. Maranza è un’etichetta. Divide i ragazzini che vanno bene, quelli italiani, da quelli che non vanno bene, gli stranieri di seconda generazione. Una volta erano i meridionali, oggi quelli che hanno cognomi stranieri, pur essendo italiani. Insomma, si colpiscono i diversi. Chi sbaglia paga anche a 15 anni, ha detto Giorgia Meloni, e poco importa se il rischio di incostituzionalità è dietro l’angolo. La norma, che modifica l’articolo 98 del codice penale, è l’ultimo tassello, ha detto il ministro della Giustizia Carlo Nordio, di un insieme di interventi sulla giustizia minorile che il governo ha adottato a partire dal decreto Caivano, in risposta a quella che l’esecutivo considera una recrudescenza della criminalità minorile. È il fenomeno dei “Maranza”, appunto, tra i nuovi nemici del governo. Nel 2023, proprio l’anno di Caivano, le denunce a carico di minori erano diminuite di oltre il 4 per cento. Non c’era alcuna emergenza. Eppure i minori, le cosiddette “baby gang” in particolare, sono diventati la nuova frontiera del “nemico da combattere”. Il decreto ha allargato l’uso della custodia cautelare, aumentato pene, modificato la messa alla prova, introdotto norme più dure: tutto ciò ha accelerato l’ingresso dei ragazzi nel circuito penale. Ma soprattutto ha generato un cambiamento culturale: un sistema costruito sull’idea che dovesse adeguarsi alle esigenze del ragazzo, che non si dovesse rinunciare a nessuno, oggi manda il messaggio opposto. Se sbagliano, sono delinquenti come gli adulti e devono essere trattati con la stessa durezza. Questa strategia repressiva sta progressivamente smantellando un modello di giustizia che fino al 2022 era invidiato dal resto d’Europa. Il testo approvato in Consiglio dei ministri arriva dopo Caivano e dopo l’estensione del fermo di prevenzione anche ai minorenni. Minori trattati come adulti, per i quali la sentenza di condanna sociale arriva prima ancora di quella penale. Ma si tratta forse del penultimo tassello, dato che alla Camera giace un disegno di legge ancora peggiore, nelle intenzioni: quello che propone di abbassare l’età dell’imputabilità a 13 anni. Una proposta a prima firma Marta Fascina, di Forza Italia, che tradisce la tradizione liberale del suo partito. E nasconde, tra le sue pieghe, significati deprimenti: l’intervento è considerato “imprescindibile” per rispondere al “fenomeno radicato in modo trasversale in tutto il Paese” dell’utilizzo di giovani sotto i 14 anni, anche da parte della criminalità organizzata, per commettere reati “spesso gravissimi contro la persona e il patrimonio”. Ragazzini sfruttati dalla criminalità, dunque, che si vorrebbe anche punire. Ma è il “riferimento in particolare alle realtà dei campi rom”, che collega esplicitamente (senza dati statistici) una realtà etnico-culturale a una tipologia di reati, a far accapponare la pelle. Senza contare che una scelta del genere ci avvicinerebbe a ordinamenti molto poco orientati allo Stato di diritto. Emergenza, la parola più abusata per legiferare su fenomeni la cui diffusione non è molto diversa, ma lo è di certo la percezione, grazie alla capacità di documentare in tempo reale, e con diffusione mondiale, ciò che prima si scopriva dalle pagine di cronaca locale. Ma le statistiche del Dipartimento per la Giustizia minorile raccontano una realtà che smentisce l’allarmismo della politica. Come sottolinea l’Unione delle Camere penali, “le declaratorie di non imputabilità per accertata immaturità costituiscono già oggi un fenomeno del tutto marginale, posto che negli ultimi anni le decisioni fondate sull’articolo 98 c.p. si attestano a poche decine di casi su scala nazionale. Ne deriva che la riforma non risponde ad alcuna emergenza applicativa reale, ma appare semmai una scelta eminentemente simbolica e comunicativa, funzionale ad alimentare la narrazione di una presunta indulgenza della giustizia minorile”. Giustizia minorile, però, non vuol dire evitamento della pena: vuol dire sanzionare, ma anche e soprattutto educare e recuperare. Altrimenti il risultato più probabile è creare criminali, sulla pelle di chi prima non lo era. La norma solleva dei dubbi, che potrebbero essere sottoposti all’esecutivo dal Quirinale. La vera frattura sta nel ribaltamento della prospettiva pedagogico-giuridica costruita in decenni di giurisprudenza minorile. Fino ad oggi, l’accertamento sull’imputabilità non è stato un mero passaggio burocratico, ma lo strumento attraverso cui il giudice entrava nella storia del ragazzo, nel suo contesto socio-familiare, nella sua capacità di comprendere il disvalore dell’atto. Era un’indagine sulla persona, non solo sul fatto. Con il nuovo assetto, questa prospettiva rischia di essere integralmente rovesciata. Dove si è arrivati, tassello dopo tassello? Come spiegato tempo fa al Dubbio da Susanna Marietti, coordinatrice nazionale dell’associazione Antigone, “le carceri minorili oggi sono luoghi che non hanno alcuna speranza di recuperare nessuno”. I minori, da soggetti da proteggere, sono diventati i nuovi “nemici” da punire, cancellando il principio del superiore interesse del minore. Quello sancito dalla Corte costituzionale, che ora potrebbe bocciare, ancora una volta, questo governo. “Che errore trattare i minori come adulti. La verità è che Meloni insegue Vannacci” di Valentina Stella Il Dubbio, 25 luglio 2026 Parla Michela Di Biase (Pd): “Smantellano un modello di giustizia che ci invidiavano tutti. La risposta alla violenza si dà nei quartieri, non con le retate o le carceri. È un altro tassello dello smantellamento del sistema della giustizia minorile italiana, un modello di riferimento anche a livello internazionale che questo governo sta demolendo a colpi di decreti sicurezza. Il punto è semplice: si vuole superare la specificità del nostro ordinamento, fondato sulla valutazione caso per caso della capacità di intendere e di volere del minore, tenendo conto del suo percorso di crescita, della maturità e della concreta capacità di comprendere il significato delle proprie azioni. Con questo provvedimento si introduce invece una presunzione di capacità tra i 14 e i 18 anni. È una scelta ideologica perché hanno fallito sulla vera risposta che servirebbe: sostegno alle fragilità, percorsi di inclusione sociale, investimenti nell’educazione e nella riduzione delle diseguaglianze. Per Meloni questa norma “colpisce soprattutto chi crede di essere intoccabile, sfrutta i minori come manovalanza per i propri affari ma serve anche a punire quei ragazzi che pensano di poter fare come vogliono perché sanno che tanto non accadrà loro nulla”... Meloni ormai insegue Vannacci in questa gara scellerata a chi propone misure più repressive, le sue parole dimostrano la volontà - realizzata con questo ddl - di equiparare i minori agli adulti. Ma i dati richiamati ieri anche da Save the Children, sulla base delle statistiche del ministero della Giustizia, mostrano un andamento opposto: le sentenze di non luogo a procedere per immaturità dei minori tra i 14 e i 18 anni sono diminuite da 256 nel 2004 a 60 nel 2024. Questo dato ci dice una cosa molto chiara: la loro proposta viene raccontata come una risposta ai reati minorili, ma interviene su un istituto che, secondo le statistiche ufficiali, è già applicato in misura residuale. Insomma, è la solita propaganda. Se davvero si volesse affrontare la questione della violenza giovanile, la risposta andrebbe costruita dentro il tessuto sociale del Paese. Come? Bisognerebbe aumentare il numero degli educatori di strada, i servizi sociali territoriali, i centri di aggregazione, il sostegno alle famiglie e gli uffici della giustizia minorile. Tutte proposte che il Pd ha avanzato in questi anni. Mi rendo conto che sono interventi meno visibili di una nuova fattispecie di reato, magari non aiutano a costruire una propaganda di governo, ma aiuterebbero nel vero obiettivo che deve avere lo Stato: intercettare il disagio prima che si manifesti in azioni criminali. Per Nordio si tratta del “tassello finale di una serie di provvedimenti, a partire dal decreto Caivano, adottati in seguito all’aumento della delinquenza minorile”... È una ricostruzione smentita dai dati del ministero. Nel 2023 i reati commessi da minori erano diminuiti del 4%. Dopo il decreto Caivano, approvato a fine anno, i dati successivi registrano invece un nuovo aumento. Questo è il punto: la linea repressiva non sta producendo i risultati annunciati. L’agenda della maggioranza si è trasformata in una gara al sorpasso di Vannacci? Questo è il vero punto politico: è in corso una gara, tanto scellerata quanto pericolosa, a chi corre più velocemente verso destra. Nel frattempo, però, si dimentica il Paese reale. La propaganda della maggioranza continua ad accanirsi contro le persone più fragili, alimentando esclusione e disagio sociale, invece di affrontare le emergenze che riguardano milioni di cittadini. L’Italia è ferma: aumentano le persone in povertà, peggiorano gli indicatori sulla presa in carico sociale e sanitaria e sempre più famiglie fanno fatica persino a riempire il carrello della spesa. Per spostare l’attenzione da questi problemi, il governo costruisce ogni giorno un nuovo caso politico o mediatico, alimentando polemiche e divisioni invece di dare risposte concrete alle difficoltà che vivono i cittadini. Ricordiamo che questa maggioranza ha dato vita a sei decreti sicurezza. Qual è il filo che accomuna queste leggi? È questa logica securitaria che serve ad alimentare una narrazione che non coincide con i problemi veri del nostro Paese. Ricordiamoci da dove siamo partiti, il decreto rave. Li hanno raccontati per settimane come l’emergenza da risolvere, ma quel nuovo reato - ad oggi - ha prodotto solo otto persone a processo e zero condanne. Dopo quasi quattro anni di governo Meloni, la sicurezza resta il grande paradosso dell’esecutivo: è il tema su cui ha investito di più in termini di norme e nuovi reati, ma quello su cui gli italiani - sondaggi alla mano - si sentono meno rassicurati. Se la percezione di insicurezza rimane così elevata è per un fatto semplice, su cui abbiamo cercato di insistere in questi anni in Parlamento, ovvero che la sicurezza non si costruisce solo con il codice penale, con l’aumento dei reati. Sul campo c’è anche la proposta presentata dalla deputata di Forza Italia Marta Fascina che vorrebbe abbassare l’età dell’imputabilità dei ragazzi da 14 a 13 anni. Che ne pensa? È una proposta irricevibile, un’autentica aberrazione giuridica e culturale. Mi chiedo come sia possibile che un partito che si definisce liberale possa mettere in discussione uno dei principi cardine della giustizia minorile. Purtroppo è il segno dei tempi: ormai è una gara continua a chi si spinge più a destra, fino a rincorrere le posizioni di Vannacci. Ma così non si rende il Paese più sicuro: si smantella un sistema che ha fatto dell’Italia un modello riconosciuto a livello internazionale. “Il Governo vuole sostituire lo Stato sociale con quello penale” di Luciana Cimino Il Manifesto, 25 luglio 2026 Il razzismo sistemico degli Stati Uniti e il clima da far west che da contraddistingue la nazione guidata da Trump “ha avuto presa anche in Italia”. Gianfranco Pagliarulo, presidente dell’Associazione nazionale dei partigiani (Anpi), legge nelle vicende del gioielliere che si è fatto giustizia da solo e nella morte, mentre era nelle mani della polizia, di Abderrahim Fakir, “un segno pesantissimo di imbarbarimento e di americanizzazione della società”. “Le due storie, pur molto diverse tra loro, ricordano quel clima da far west, sempre presente negli Usa, che è esploso in tutta la sua virulenza con l’Ice, il gruppo di squadristi che è una specie di guardia del presidente, è molto preoccupante” Cosa vi spaventa? Il governo ha tentato di sostituirsi al presidente della Repubblica per imporre la grazia all’orafo Mario Roggero. Su Fakir sono state fatte circolare notizie false, attribuendogli reati che non ha mai commesso: c’è un movimento di pancia, una nuova barbarie che fa impressione. Che nel ventre di una società si covino istinti rancorosi o di vendetta, ci può stare. La cosa grave è che questi istinti sono in gran parte sollecitati o creati dalle modalità attraverso cui diverse persone al governo comunicano. La legittima difesa viene travolta da un disegno di legge che non sarà mai approvato perché sdogana la pena di morte, appaltandola ai privati. Meloni ha annunciato in un video la norma che prevede la punibilità dei ragazzini, una stretta dal sapore razzista perché si rivolge a quelli che loro definiscono “maranza”... Anche questo è frutto della violenza verbale. Non solo: segnala la trasformazione della natura profonda del paese che passa da stato sociale, che trova dei compromessi sociali che migliorano le condizioni di vita e di lavoro dei cittadini, a stato penale che risolve le contraddizioni sociali attraverso la pena, con l’intervento repressivo e autoritario. I bersagli sono tutti i soggetti deboli e anche politici: i giovani, i lavoratori, le persone a basso reddito. Un lungo film cominciato pochi mesi dopo la nascita del governo con la legge anti rave, il decreto Cutro e quello Caivano, per finire con le leggi sulla sicurezza. Provvedimenti che tentano di impedire il dissenso e il conflitto sociale. Il risultato è un aumento patologico delle fattispecie di reato e delle pene per reati già esistenti. Come si supera questa fase? Tutte le forze democratiche e costituzionali devono fare un salto di qualità sia nella parte di contrapposizione che in quella di proposizione. Ciò richiede un’alleanza che non parta solo dei partiti ma dalle associazioni dei cittadini, un ampio fronte di forze che contrasti in ogni modo questo degrado autoritario del paese e contemporaneamente avanzi delle proposte di attuazione della Costituzione. Bisogna ricostruire il paese dal punto di vista economico e sociale. E anche morale, dato che le guerre sono state normalizzate. Oggi ci saranno centinaia di appuntamenti in tutta Italia per la pastasciutta antifascista che ricorda la grande festa organizzata dalla famiglia Cervi nel 1943 per la caduta del regime fascista. Perché quest’anno l’Anpi l’ha dedicata alla Costituzione? È sotto attacco da tempo ma oggi è oggetto di tentativi manipolatori e stravolgenti. La questione più urgente è la nuova legge elettorale che determinerebbe conseguenze pesantissime per il futuro della democrazia. Se si unisce con il resto, a partire dall’autonomia differenziata, ci si rende conto che c’è un disegno per demolire la Costituzione. Capisco che a questa subcultura “anti - antifascista” che viene promossa dal governo, questa iniziativa possa dare fastidio. Sui minori più propaganda che effetti concreti: “A rischio ci sono principi costituzionali” di Viviana Daloiso Avvenire, 25 luglio 2026 Parla il presidente delle toghe minorili Claudio Cottatellucci, che interviene anche sul nodo dell’imputabilità: “Il ddl del governo smonta il principio rieducativo e il modello fondato sulla persona. I magistrati continueranno a fare accertamenti come oggi”. I casi in cui gli under 18 vengono ritenuti incapaci di intendere e di volere “sono rarissimi”. Da giovedì sera, quando il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge sulla giustizia minorile, Claudio Cottatellucci ha letto e riletto il testo parola per parola. Poi è ripartito daccapo, Costituzione e giurisprudenza alla mano. Il presidente dell’Associazione italiana dei magistrati per i minorenni e per la famiglia, d’altronde, non è abituato a fermarsi né agli annunci politici né alle critiche per presa posizione. La conclusione a cui è arrivato alla fine, in ogni caso, è molto severa: la riforma, insieme agli altri interventi degli ultimi anni - dal decreto Caivano alla proposta di legge Fascina che punta ad abbassare a 13 anni l’età dell’imputabilità ferma alla Camera - mette mano ai principi fondanti della giustizia minorile italiana e, secondo lui, apre interrogativi che riguardano gli stessi architravi costituzionali del sistema. “Non riesco a vedere quale problema concreto risolva” dice. “Mi è invece molto chiara la logica culturale che la ispira”. Presidente, che cosa cambia davvero con il provvedimento approvato dal governo in materia di imputabilità dei minori? A beneficio dei lettori va detto subito quello che non cambia: l’età dell’imputabilità resta infatti fissata a 14 anni. Lo metto in premessa perché questa misura va letta dentro un quadro più ampio. C’è una proposta di legge, prima firmataria Marta Fascina, che interviene invece direttamente sull’età e propone di abbassarla a 13 anni. Ebbene, il governo al momento sceglie un’altra strada: non modifica la soglia, ma cambia il modo in cui si accerta l’imputabilità. Oggi l’articolo 98 del Codice penale stabilisce che è imputabile il minore che abbia compiuto 14 anni ma non ancora 18, purché, al momento del fatto, fosse capace di intendere e di volere. Ed è proprio questa capacità che il giudice deve accertare, valutando la maturazione del ragazzo e il suo contesto personale, familiare, sociale e ambientale. La riforma modifica quell’articolo introducendo una presunzione di capacità di intendere e di volere “salvo prova contraria”, esattamente come avviene per i maggiorenni. Parallelamente interviene anche sull’articolo 9 del processo penale minorile, eliminando dagli accertamenti sulla personalità il riferimento all’imputabilità. Si tratta di una modifica apparentemente tecnica, ma in realtà molto profonda. Si afferma l’idea che il minorenne sia, di regola, assimilabile all’adulto anche in uno dei campi più delicati, quello della responsabilità penale. La specificità della giustizia minorile viene in questo modo, se non cancellata, fortemente attenuata su uno dei suoi passaggi fondamentali. Ma c’è di più… Prego... La Corte costituzionale ha già affrontato questo tema. Con la sentenza n. 2 del 2022 ha affermato che l’imputabilità del ragazzo tra i 14 e i 18 anni non può mai presumersi, ma deve essere sempre oggetto di una valutazione specifica, calibrata sulla sua peculiare situazione esistenziale. L’osservazione della personalità, in buona sostanza, non è un adempimento burocratico: è una valutazione unitaria. Non si può conoscere un ragazzo, il suo contesto familiare, le sue risorse, le sue fragilità, il suo ambiente sociale e poi dire che tutto questo non ha rilievo per capire se fosse davvero capace di autodeterminarsi nel compiere un reato. Siamo di fronte a un artificio logico, prima ancora che giuridico. Ma sul piano giuridico, è evidente, credo che la riforma presenti dubbi di costituzionalità molto seri. Non si stanno modificando semplicemente due articoli di legge: si stanno toccando principi che la Corte costituzionale ha già ricondotto agli articoli 2, 27 e 31 della Carta. Il governo sembra sottintendere che la giustizia minorile sia troppo indulgente. Eppure - le riporto dei dati interessanti snocciolati proprio ieri da Save the Children - le sentenze di non luogo a procedere per accertata immaturità sono passate da 256 nel 2004 a 60 nel 2024 e i proscioglimenti sono stati appena 4 nell’ultimo anno. Non è la dimostrazione che questo istituto viene già applicato con estrema cautela? Assolutamente sì. Tanto più se quei numeri vengono rapportati alle decine di migliaia di procedimenti definiti. Non c’è alcuna indulgenza: l’osservazione della personalità quasi mai conduce a dichiarare il ragazzo non imputabile, salvo situazioni estreme di gravissimo degrado. Piuttosto, serve a un’altra cosa: a personalizzare il processo e la risposta penale. È da quella conoscenza che nasce la possibilità di costruire una messa alla prova efficace e un autentico percorso di responsabilizzazione. Ed è proprio questo modello ad avere i tassi di recidiva più bassi. Chi sostiene che basti punire di più per avere meno reati non trova conferma né nei dati né nell’esperienza concreta dei tribunali. Lei ha definito questa una norma “di propaganda”. Perché? E quanto pesa, secondo lei, il richiamo ai casi di cronaca e ai cosiddetti “maranza”, spesso evocati per giustificare una stretta sulla giustizia minorile? Perché questa norma rischia di produrre un’eterogenesi dei fini. L’osservazione della personalità non serve soltanto ad accertare l’imputabilità: serve, quando la responsabilità penale viene riconosciuta, a costruire una pena conforme all’articolo 27 della Costituzione, cioè realmente rieducativa. Per capire come recuperare un ragazzo bisogna prima conoscerlo. Da qui nasce la messa alla prova, che è il vero cardine del processo penale minorile. La logica che invece vedo affermarsi è diversa: un’assimilazione culturale del minorenne al maggiorenne, con una concezione della pena sempre più standardizzata e retributiva. Conta il reato, non la persona. Ma così si depotenzia proprio quella funzione di recupero che è il fondamento della giustizia minorile. C’è poi un altro aspetto che mi colpisce: questa riforma è stata continuamente associata agli episodi di cronaca che hanno per protagonisti i cosiddetti “maranza”. Ma io continuo a chiedermi: che cosa c’entra? Forse che l’osservazione della personalità diventa meno importante quando il ragazzo non è cittadino italiano? Qui non stiamo parlando di diritti del cittadino, ma di diritti della persona. L’articolo 2 della Costituzione non conosce confini fondati sulla cittadinanza. Per questo trovo molto pericolose scorciatoie che finiscono per segmentare il diritto su base etnica. Il messaggio di fondo è che la giustizia minorile sarebbe troppo indulgente e che punire di più significherebbe avere meno reati. Ma è una rappresentazione che i fatti smentiscono. Responsabilizzare un ragazzo non significa punirlo automaticamente: significa conoscerlo e costruire un percorso che lo porti a comprendere davvero il disvalore di ciò che ha fatto. È questo il cuore della giustizia minorile. Ed è proprio questo che, dal decreto Caivano in avanti, vedo progressivamente messo in discussione. Se la riforma entrasse in vigore, che cosa cambierebbe concretamente nel lavoro dei tribunali per i minorenni? Meno di quanto si pensi, perché faccio fatica a immaginare che un giudice minorile rinunci davvero a valutare il ragazzo nella sua interezza. Sarebbe contrario alla cultura stessa di questa giurisdizione e rischierebbe di compromettere la qualità delle decisioni. Quello che temo, però, è il messaggio culturale. Si accredita l’idea che il processo minorile debba essere semplificato perché troppo garantista, che conoscere la persona sia un ostacolo all’efficienza. Io penso esattamente il contrario. Si può semplificare, ma non banalizzare. Perché ogni ragazzo cambia continuamente: persino chi è già stato processato due anni prima può essere una persona completamente diversa. È questa attenzione alla persona che ha fatto della giustizia minorile italiana un modello riconosciuto. Ed è questo patrimonio che oggi rischiamo di indebolire. “Sbagliato rispondere al dilagare della violenza prendendo a modello la giustizia per adulti” di Gigliola Alfaro* agensir.it, 25 luglio 2026 La dilagante violenza tra i giovanissimi rappresenta una sfida complessa per la società odierna, ma quale risposta possono trovare la politica e la società di fronte a questa emergenza? Il Governo prova a dare una risposta con il disegno di legge “Modifiche in materia di imputabilità del minore”, approvato dal Consiglio dei ministri il 23 luglio, che prevede “una presunzione relativa di capacità di intendere e di volere per chi, al momento del fatto, abbia compiuto quattordici anni e non ancora diciotto”. Ma è questa la strada giusta? Lo chiediamo a Gennaro Pagano, psicologo psicoterapeuta, coordinatore del Patto educativo delle diocesi di Napoli, di Pozzuoli e di Ischia. Può essere efficace prendere a modello la giustizia degli adulti per mettere un freno alla violenza minorile? La violenza giovanile rappresenta senz’altro una sfida complessa, è complessa nella sua proprio etimologia, perché ci dice che esistono più parti che in qualche modo devono stare insieme. È assolutamente importante che ci sia la dimensione del controllo e anche della norma, perché una cosa che spesso dimentichiamo è che la norma non è solo repressione, ma ha un valore educativo importante perché ha il valore del limite, è l’insegnamento del limite di cui un ragazzo, un adolescente, un giovane, come un adulto, ha bisogno. Nello stesso tempo, però, prendere a modello la giustizia degli adulti è qualcosa, secondo me, di profondamente sbagliato, perché dobbiamo dirci con molta onestà che la situazione dei percorsi penali, iniziando da quelli detentivi nelle carceri italiane, ci dicono che la giustizia degli adulti non funziona. Noi abbiamo un sistema e un modello di giustizia che sarebbe totalmente da riformare e che in alcuni tratti grida veramente anche vendetta per il calpestio dei diritti e di quella che è anche la Costituzione, che prevede la rieducazione come fine principale. Quindi, già guardare al modello di giustizia degli adulti ci fa capire che, se questo non funziona per gli adulti, figuriamoci per una struttura di personalità come quella adolescenziale in formazione. La risposta penale agli errori degli adolescenti, quindi, non può essere uguale a quella degli adulti? No, non può essere uguale la risposta che si dà per un minore, per un giovane, per un adolescente che sta costruendo la sua identità e che spesso la riceve anche in dote dall’ambiente circostante che ha un’influenza chiarissima sullo sviluppo identitario e quindi sul percorso evolutivo di un adolescente. Non tener conto di questo dato significa non tener conto di un’evidenza e questo è sbagliato. D’altronde, come prima sottolineavo, quale modello di giustizia, quale percorso poi si apre per un adolescente che a 14 anni viene condannato? Gli istituti minorili di pena che andrebbero profondamente riformati? Oppure misure alternative di comunità che pure richiederebbero una maggiore attenzione, una riforma, un investimento maggiore in termini psicologici, sociali, psicopedagogici? Non dimentichiamo che spesso anche questo tipo di percorsi alternativi sono molto deficitari e non guardano al contesto più ampio della vita del giovane perché prendere un ragazzo di 14-15 anni significa doversi interfacciare anzitutto con il suo contesto di provenienza, con la sua famiglia, offrire una presa in carico integrale. Io ho lavorato negli istituti di pena, ho lavorato a Nisida molto tempo e so quanto la giustizia minorile, al di là delle persone che la guidano e cercano di mettersi a servizio dei ragazzi, faccia acqua da tutte le parti, al di là di quelle che possono essere narrazioni. Allora, in qualche maniera è assolutamente impossibile non considerare la fase evolutiva di vita di ragazzi e ragazze autori di reato. È profondamente sbagliato da un punto di vista scientifico e non è etico perché, come diceva don Lorenzo Milani, non c’è nulla di più sbagliato che fare parte tra disuguali e un adolescente non è uguale a un adulto. C’è il rischio che il limitare la discrezionalità dei giudici in questa fase snaturi la specializzazione del sistema penale minorile, nato proprio in considerazione della delicatezza di quella fase di età? Il sistema penale minorile non è perfetto, questo ce lo dobbiamo dire, e spesso non è perfetto perché al di là degli aspetti giurisprudenziali e quindi che investono primariamente i magistrati, non ha spesso gli strumenti per intervenire, proprio per quelli che sono i deficit che il sistema giustizia di esecuzione penale ha, partendo dagli istituti di pena minorili per arrivare ai percorsi di comunità o alle misure alternative al carcere. Di conseguenza, il rischio della limitazione della discrezionalità dei magistrati è molto elevato e anche molto pericoloso perché con questi mezzi a disposizione spesso i magistrati cercano di costruire, per quanto è possibile, un vestito su misura che tenga insieme l’aspetto di sanzione di cui ovviamente la legge si fa carico rispetto a un autore di reato, ma anche l’aspetto costituzionale del recupero e della rieducazione che se vale per tutti i detenuti, per tutti gli autori di reato, vale ancor di più per coloro che si trovano in una fase evolutiva e che quindi, in un certo senso, hanno più possibilità di essere salvati, se lo vogliono, ma se vengono offerte loro le giuste opportunità per farlo. Quindi, credo che questo rischio sia veramente pericoloso per il sistema giustizia e quindi per la collettività, perché ogni ragazzo che non viene recuperato, ogni ragazzo che non viene salvato, è un ragazzo che diventa, una volta uscito, ancor più fonte di pericolo per la comunità stessa. Tra l’altro, non dimentichiamo che, per come è oggi il sistema giustizia, spesso più influente di un educatore, di un direttore, di un cappellano, di un volontario in carcere, è il gruppo dei detenuti stessi, con un effetto di contagio, di modellamento molto forte: un sistema che fa entrare ragazzi, che a volte sarebbe possibile recuperare, e li fa uscire da veri e propri “patentati criminali”, perché lo hanno imparato magari in una dinamica di gruppo. Quale può essere il ruolo delle comunità educanti per rispondere al problema della violenza minorile? Con questo non significa che lo Stato, anche con il sistema legislativo e di sanzionamento, non debba essere presente, perché come dicevo all’inizio la sanzione, la norma, il controllo del territorio non sono solo repressione, sono anche educazione, perché impongono i limiti, ma mentre questo può produrre più o meno dei risultati anche discutibili nel breve termine, nel lungo termine non restituisce nulla alla comunità in termini di reale sicurezza e si offre così una risposta alla pancia delle persone, ma non una risposta lungimirante a una collettività che andrebbe preservata nella sua sicurezza. Ad esempio il cosiddetto modello Caivano ha avuto come effetto quello di riempire in gran parte carceri e comunità, ma a lungo termine non credo che offrirà molti frutti e temo che lo stesso sia per questo tipo di riforma. “Un provvedimento feroce figlio solo della propaganda” di Teresa Valiani Il Manifesto, 25 luglio 2026 “La nuova norma sull’imputabilità dei minori? È un provvedimento che serve a mostrare la faccia feroce per motivi di propaganda, ma statisticamente e a livello pratico non cambia niente”. Il presidente del Tribunale per i minorenni di Genova, Domenico Pellegrini, ha trascorso le ultime due settimane visitando tutte le 14 comunità che in città ospitano i minori stranieri non accompagnati diventati obiettivi di raid organizzati. “Dopo le aggressioni avvenute nei mesi scorsi contro questi ragazzi, c’era bisogno di incontrarli, di parlare con loro, riagganciando i fili sempre più fragili con la società civile, per evitare che, reazione su reazione, si degenerasse ancora. Ma chissà cosa hanno pensato, poi, quei ragazzi vedendo in tv chi legittimava la vendetta privata in ogni caso”. Presidente, cosa cambia nel vostro quotidiano con le nuove disposizioni sulla imputabilità di chi ha compiuto 14 anni? La norma impatta su tutti i processi. Nei risultati non cambia nulla. Il giudice oggi accerta la capacità di intendere e di volere innanzitutto guardando alle modalità del fatto in relazione all’età dell’autore, senza alcuna necessità di accertamenti specialistici: in più è aiutato da due giudici specializzati che sono in grado di valutare il grado di maturazione di un ragazzo. Le Ctu (consulenze tecniche) si sono sempre fatte nei casi dubbi: quando il minore era appena quattordicenne o quando dagli atti emergevano già comportamenti devianti riconducibili a una immaturità dovuta all’età. Continueremo a valutare se il ragazzo era in grado di comprendere ciò che ha fatto: del resto ce lo dice la scienza che la maturità psichica è un processo biologico progressivo e soprattutto individuale: non si diventa capaci di intendere e volere da un giorno all’altro. Semmai ora il rischio è che la difesa, di fronte ad una presunzione che vincola il giudice, non voglia rischiare e chieda sempre la Ctu: col risultato che i processi rallenteranno. Cosa pensa del nuovo provvedimento proposto dal governo? Che siamo tornati al 1800 o quasi. Il codice Zanardelli, il primo codice penale dell’unità di Italia, del 1889, prevedeva che i minori fossero imputabili dall’età di 9 anni: però per i minori da 9 a 14 doveva risultare che avevano agito con discernimento. I minori da 14 a 18 anni invece erano ritenuti sempre imputabili a meno che non fossero in stato di infermità di mente. Il ministro della Giustizia Rocco, ministro del governo Mussolini, cambiò queste regole elevando l’età per l’imputabilità a 14 anni sostenendo che solo con il passaggio dall’infanzia all’adolescenza si comincia a vedere una maturazione fisica e psichica che può rendere imputabile il minore. Ma con una precisa avvertenza: da 14 a 18 anni spettava al giudice accertare l’esistenza delle condizioni di imputabilità, ossia quella che Rocco chiamava “normalità psichica” che è il presupposto necessario dell’imputabilità. Qui siamo tornati al 1800: il minorenne da 14 a 18 si presume sempre imputabile. Evidentemente per l’attuale legislatore il ministro Rocco, benché fascista, era troppo buonista. “Chi sbaglia deve pagare sempre. Anche se ha 15 o 16 anni”, ha detto la premier. Quanto incide questa narrazione sulla gestione della giustizia minorile? La punibilità dei minori è già prevista dal nostro codice. E i Tribunali per i minorenni non sono affatto buonisti: spesso danno pene più alte di quelle irrogate ai complici maggiorenni. Il problema è ideologico: i minori devono solo pagare? O si vuole tentare di recuperarli perché non diventino adulti delinquenti? Guardi, a rileggere il ministro Rocco viene molto da pensare. Nella sua relazione all’art. 98 cp. scriveva che la discrezionalità affidata al giudice nell’accertare la imputabilità del minore, la possibilità per il giudice di sospendere il processo o l’esecuzione della pena e di applicare in alcuni casi il perdono giudiziale erano soluzioni al gravissimo problema della delinquenza minorile che rientravano nel “programma del governo fascista, mirante alla salvezza fisica e morale dei giovani virgulti della stirpe, culminato nella creazione dell’Opera nazionale per la protezione della maternità e dell’infanzia”. Evidentemente Rocco aveva capito la semplice verità che per affrontare i problemi dei minorenni servivano risorse. Quali sono gli strumenti che mancano realmente alla giustizia minorile? Serve aumentare le comunità e le dotazioni delle comunità, in termini di educatori, psicologi, psichiatri, se si vuole veramente affrontare il disagio minorile. Serve un piano straordinario per le malattie psichiatriche dei minori che stanno diventando un vero problema. E serve un grande piano nazionale contro la dispersione scolastica e per rafforzare il ruolo delle scuole. Il resto è propaganda. Fakir, i risultati dell’autopsia: “Sangue vivo nei polmoni e schiacciamento” di Federica Nannetti Corriere della Sera, 25 luglio 2026 Lo scontro sulla “compressione” da parte dei poliziotti. Gli esami sul corpo di Abderrahim Fakir, morto a Bologna durante un intervento della polizia. L’avvocato Anselmo: “Asfissia violenta da compressione”. Il legale dei poliziotti: “Nessun esubero di forza”. Qualche punto fermo e molti altri ancora da chiarire, destinati a portare avanti quello scontro tra le parti già iniziato negli ultimi giorni: dalle oltre sei ore di autopsia sul corpo di Abderrahim Fakir, il 42enne morto domenica scorsa al Pilastro di Bologna dopo essere stato immobilizzato a terra da due agenti di polizia, sono emersi sangue vivo nei polmoni e uno schiacciamento. Ma questi non sono che i primissimi risultati da valutare in un quadro più ampio di accertamenti - sette i quesiti formulati dalla Procura di Bologna al momento del conferimento dell’incarico ai consulenti - che hanno però portato ad avanzare come una delle ipotesi quella del decesso per asfissia. Cosa si sa sull’autopsia di Abderrahim Fakir: i primi esiti - Quel che al momento non è pacifico e non mette d’accordo l’avvocato della famiglia Fakir, Fabio Anselmo, e quello dei poliziotti, Gabriele Bordoni, è la causa di tutto ciò: per il primo dei due, sentito il suo consulente di parte, si tratterebbe senza ombra di dubbio di “un quadro asfittico da compressione”, mentre per il secondo non ci sarebbe alcuna risultanza in tal senso: “Quel sanguinamento polmonare può avere genesi completamente diverse e l’assenza di fratture, soprattutto alle costole, e di una compressione della gabbia toracica portano a escludere un esubero di forza da parte dei poliziotti”. Al momento non sarebbero state rilevate fratture, ma sarebbe invece emerso, come detto, uno schiacciamento, da appurare se dovuto a un eventuale eccessivo utilizzo della forza quando l’uomo era ancora in vita o se sopravvenuto post mortem per le manovre rianimatorie. Lo “schiacciamento” e le ipotesi in campo: risultati in 90 giorni - Uno schiacciamento ci sarebbe anche in posizione laterale all’altezza del dorsale, che per il legale dei due agenti è da ricondurre al momento in cui Fakir ha cercato di liberarsi, girandosi su un fianco e “avvinghiando la gamba del poliziotto”. Posizione opposta quella dell’avvocato Anselmo, che ha parlato senza esitazioni di “asfissia posturale traumatica violenta da compressione con segni di infiltrazione emorragica sul dorso” e “polmoni pieni di sangue”. Sebbene per gli esiti completi bisognerà attendere i 90 giorni stabiliti dalla Procura, per il legale “già i primi esiti sono sufficienti e parlano chiaro: siamo di fronte a un nuovo caso Magherini”. Gli specialisti in campo per l’esame - L’esame dovrà dare anche altre risposte, formulate appunto nei quesiti sottoposti ai consulenti, la medico legale Valentina Bugelli, la docente di anatomia patologica Cristina Basso, la specialista in anestesia, rianimazione e cardiologia Manuela Bonizzoli e il tossicologo Luca Morini, affiancati dai consulenti di parte Vittorio Fineschi, Matteo Tudini e Benedetto Vergari, rispettivamente nominati dagli avvocati Anselmo, Bordoni, e da quello dei volontari della Croce Rossa, Mario Simoni. I prelievi tossicologici e il sequestro di pc e telefoni - Sono poi stati chiesti prelievi tossicologici per cercare eventuale presenza di stupefacenti, sostanze farmacologiche o altri tipi di sostanze, sia sulla salma sia sugli indumenti (di sostanze stupefacenti non sarebbe stata trovata intanto traccia a casa di Abderrahim con la perquisizione, durante la quale sono stati sequestrati anche tutti i dispositivi, pc e telefoni). Il sanguinamento polmonare e il soffocamento - La loro eventuale assunzione, in particolare cocaina, potrebbe aver avuto un ruolo nel sanguinamento polmonare, ma anche questa ipotesi sarà da valutare e confermare insieme all’altra ipotesi di eccessiva compressione. Un altro quesito riguarda una valutazione della tempestività e dell’adeguatezza dei soccorsi sanitari, tenendo anche conto delle chiamate al 118 e delle richieste da parte dei due poliziotti di sanitari, seguite dall’arrivo, in un primo momento, di un’ambulanza della Croce Rossa con volontari. Il video dell’uomo morto ammanettato a Bologna: i poliziotti lo tengono fermo a faccia in giù, lui urla: “Aiuto”. Un’agonia durata cinque minuti L’appuntamento al centro di salute mentale - Infine, tra gli altri punti da chiarire, l’esatto momento della morte e la presenza di pregresse patologie, compresi disturbi di natura psichica, come sembrerebbe da quanto emerso in questi giorni, a partire da quell’appuntamento al centro di salute mentale fissato ai primi di agosto dopo un primo accesso nelle settimane scorse, a sua volta conseguente all’arrivo in pronto soccorso del Maggiore del 20 giugno. Si sarebbe dovuto valutare un proseguimento del percorso, ma a quell’appuntamento Fakir non andrà mai. Benefici penitenziari: stop divieto automatico di tre anni dopo revoca delle misure alternative Il Sole 24 Ore, 25 luglio 2026 La Corte costituzionale dichiara illegittimo il divieto automatico di tre anni per l’accesso ai benefici penitenziari dopo la revoca di una misura alternativa. La preclusione sarà ora commisurata alla pena residua, nel rispetto dei principi di ragionevolezza e finalità rieducativa della pena. Con la sentenza numero 149, depositata ieri, la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 58-quater, comma 3, della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull’ordinamento penitenziario e sull’esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), nella parte in cui prevede, in caso di revoca di una misura alternativa alla detenzione, il divieto di concessione di nuovi benefici penitenziari, per un periodo di tre anni dal momento in cui “è stato emesso il provvedimento di revoca indicato nel comma 2”, anziché “per un periodo pari alla metà della pena residua e, comunque, non superiore a tre anni, decorrente dal momento in cui è stato emesso il provvedimento di revoca indicato nel comma 2”. La Corte ha chiarito che la preclusione all’accesso a nuovi benefici penitenziari, pur essendo fondata su una non irragionevole presunzione di inaffidabilità, non può essere rigidamente fissata in misura così prolungata da escludere qualsiasi nuovo vaglio giudiziale di meritevolezza del condannato. La durata indefettibilmente triennale di un divieto che coinvolge un numero elevato di istituti eterogenei (permessi premio, lavoro all’esterno e misure alternative alla detenzione) mal si concilia, infatti, con i fisiologici cambiamenti della personalità individuale, che la disposizione censurata presume invece immutabile per un lasso temporale ritenuto eccessivo. In tal modo viene leso il principio di progressività trattamentale e flessibilità della pena, costantemente enunciato dalla giurisprudenza della Corte, che ha mostrato crescente attenzione per la naturale evoluzione della personalità umana: evoluzione che impone di non inibire per periodi eccessivamente prolungati la valutazione degli esiti di qualsiasi percorso intramurario, ivi incluso, quindi, quello successivo alla revoca di una precedente misura alternativa. Osserva, inoltre, la Corte che - seppure in relazione al ben diverso istituto della revoca delle pene sostitutive delle pene detentive brevi - l’articolo 67, comma 2, della legge numero 689 del 1981, come novellato dal decreto legislativo numero 150 del 2022, non preclude un successivo accesso alle misure alternative, richiedendo la sola espiazione di metà della pena detentiva risultante dalla conversione dell’originaria pena sostitutiva. Proprio tale ultimo meccanismo, che consente al giudice di valorizzare anche gli eventuali progressi conseguiti durante il temporaneo ripristino della condizione detentiva, può fungere secondo la Corte da soluzione costituzionalmente adeguata, capace di porre rimedio immediato alle riscontrate violazioni dei principi di ragionevolezza e necessaria individualizzazione della pena presidiati dagli articoli 3 e 27, terzo comma, della Costituzione, assicurando al contempo la perdurante operatività della preclusione, ricondotta entro limiti costituzionalmente tollerabili. Il Consiglio di Stato: l’interdittiva antimafia sia l’extrema ratio di Antonio Alizzi Il Dubbio, 25 luglio 2026 La Prefettura non può emettere un’interdittiva antimafia senza avere prima valutato, attraverso una motivazione espressa e adeguata, la possibilità di applicare le misure meno afflittive della prevenzione collaborativa. La verifica non può rimanere implicita né essere compiuta successivamente dal giudice amministrativo per colmare le lacune del provvedimento. È il principio ribadito dalla terza sezione del Consiglio di Stato, che ha accolto parzialmente l’appello presentato dall’avvocato Oreste Morcavallo nell’interesse di una società operante nel settore edile. I giudici di Palazzo Spada hanno riformato la sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, sezione di Parma, e annullato l’interdittiva disposta il 26 gennaio 2023 dalla Prefettura di Reggio Emilia. Il provvedimento prefettizio si fondava su una serie di rapporti familiari, personali ed economici che, secondo l’Amministrazione, rendevano probabile il rischio di condizionamento mafioso dell’attività imprenditoriale. Il Tar aveva respinto il ricorso della società, ritenendo legittima la valutazione compiuta dalla Prefettura sulla base del criterio del “più probabile che non”. La difesa aveva contestato la lettura complessiva degli elementi indiziari, sostenendo che i legami familiari richiamati non avessero avuto alcuna incidenza concreta sulla gestione dell’impresa. Anche i rapporti commerciali indicati nel provvedimento, secondo l’appellante, erano riconducibili a operazioni ordinarie oppure risalivano a periodi nei quali le imprese coinvolte operavano regolarmente o risultavano iscritte nelle white list. Nel ricorso era stato inoltre evidenziato che la società aveva adottato spontaneamente diverse misure di “self-cleaning”, tra cui la nomina di un organismo di vigilanza, l’introduzione del modello organizzativo previsto dal decreto legislativo 231 del 2001 e l’interruzione dei rapporti personali e commerciali ritenuti controindicati. Il punto decisivo dell’appello ha però riguardato l’articolo 94-bis del Codice antimafia. Secondo la difesa, la Prefettura non aveva valutato l’applicabilità della prevenzione collaborativa, prevista quando i tentativi di infiltrazione risultano riconducibili a situazioni di agevolazione occasionale. Il Tar aveva ritenuto che il ricorso all’interdittiva contenesse implicitamente una valutazione negativa sull’utilizzabilità delle misure meno restrittive, finendo però, secondo l’appellante, per sostituirsi all’Amministrazione nell’esercizio di un potere discrezionale riservato al prefetto. Il Consiglio di Stato ha condiviso questa censura. Con l’introduzione dell’articolo 94-bis, si legge nella sentenza, il legislatore ha stabilito un principio di gradualità delle misure prefettizie di contrasto alla criminalità organizzata. L’interdittiva antimafia deve quindi rappresentare l’“extrema ratio”, da utilizzare nelle situazioni più gravi di pericolo di condizionamento dell’attività economica. Prima di adottarla, la Prefettura deve spiegare perché le misure di prevenzione collaborativa non sarebbero sufficienti a neutralizzare il rischio. Tale obbligo permane anche quando l’operatore economico non abbia partecipato al procedimento amministrativo. Occorre, dunque, un giudizio prognostico sulla possibilità che i controlli e le prescrizioni previsti dall’articolo 94-bis riescano a sottrarre l’impresa al pericolo di condizionamento criminale. Nel caso esaminato, il provvedimento non conteneva alcun riferimento alla prevenzione collaborativa né all’articolo 94-bis. Per Palazzo Spada non è sufficiente sostenere che la valutazione fosse implicita: una simile interpretazione, se applicata in modo generalizzato, finirebbe per “sterilizzare la garanzia di un approccio graduale alla prevenzione antimafia”. È una sentenza innovativa e rilevantissima - ha commentato l’avvocato Oreste Morcavallo - che impone alla Prefettura di motivare, prima di emettere l’interdittiva, l’applicabilità o meno dell’articolo 94-bis del Codice antimafia. Tale obbligo deve essere adeguatamente motivato e non può essere surrogato dal Tar. La sentenza farà scuola per tutti i procedimenti prefettizi”. Sardegna “epicentro” del 41 bis, la Garante: “Il sistema non regge” di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 25 luglio 2026 Rimane allibita, Irene Testa. La garante sarda delle persone private della libertà personale ha saputo dai giornali che giovedì mattina il ministro della Giustizia Carlo Nordio era a Uta, nella casa circondariale “Ettore Scalas”, per inaugurare il nuovo reparto destinato al 41 bis. Nessun invito, nessuna comunicazione preventiva all’ufficio che per legge vigila su quelle celle. “Il mancato coinvolgimento delle istituzioni regionali rappresenta uno sgarbo istituzionale”, scrive Testa in una nota diffusa a fine giornata. E chiude con la seguente frase: “Il confronto tra le istituzioni non è una cortesia, ma un dovere, soprattutto quando si parla di carcere, sicurezza, diritti e legalità”.La cerimonia si è svolta nel più assoluto riserbo. Niente conferenza stampa, niente cronisti, nessun preavviso ai giornali sardi. Solo una nota del ministero, arrivata quando la giornata era finita, ha raccontato che il guardasigilli era stato a Cagliari. La presidente della Regione Alessandra Todde ha parlato di un metodo che umilia le istituzioni sarde e ignora il principio della leale collaborazione fra Stato e Regione. Critiche anche dal presidente del Consiglio regionale Piero Comandini. Il reparto inaugurato è una struttura del tutto separata dagli altri circuiti dell’istituto: 23 semisezioni, articolate in cinque sezioni, per un totale di novantuno camere detentive. Secondo il ministero completa una programmazione partita nel 2009 e poi aggiornata con una serie di interventi edilizi e tecnologici, tutti pensati per portare l’istituto agli standard richiesti dal regime speciale. Nordio ha parlato di “primo importante traguardo nel percorso di edificazione e ristrutturazione carceraria che coniuga la sicurezza del detenuto con l’umanizzazione della pena, anche nei trattamenti più rigorosi”. Ha annunciato che presto arriveranno altri interventi nelle strutture ordinarie, secondo il programma definito con il commissario straordinario all’edilizia penitenziaria. Testa non polemizza per il nastro tagliato. Contesta quello che sta intorno. Si augura che il ministro, oltre alla passerella nel padiglione nuovo, abbia messo piede anche nelle sezioni comuni, dove detenuti, agenti, personale sanitario e operatori vivono ogni giorno condizioni difficili. Si augura che abbia visto con i suoi occhi le criticità strutturali, il sovraffollamento e le condizioni di lavoro di chi è ormai allo stremo. E chiede al ministero una risposta precisa: con quali risorse umane intende far funzionare il nuovo reparto, perché la sua apertura non finisca per aggravare una situazione già molto complessa. I dati che il taglio del nastro non racconta - La domanda non è teorica. Il 27 maggio scorso, davanti al Consiglio regionale, la stessa Testa ha presentato la relazione annuale sulle carceri sarde. A Uta l’affollamento tocca il 130 per cento. Su 729 detenuti, il 92 per cento assume terapie continuative. Quasi la metà dei reclusi prende psicofarmaci ogni giorno, oltre un terzo ha disturbi psichici formalmente diagnosticati, poco meno del 9 per cento segue una terapia sostitutiva per le dipendenze. Ed è il carcere dove il ministro ha tagliato il nastro. Il resto dell’isola non sta meglio. Come si legge nella relazione annuale della garante Testa, nel 2025 il numero di istituti sardi con un tasso di occupazione superiore al cento per cento è triplicato. A Sassari Bancali si viaggia al 125 per cento, a Lanusei al 118, a Tempio Pausania e ad Alghero al 104, a Oristano al centouno. Perfino le colonie penali, che per storia e struttura dovrebbero essere il contrario di un istituto chiuso, si sono riempite: Isili è passata dal 59 al 99 per cento, Is Arenas e Mamone dal 49 e dal 41 al 79. Delle 352 camere di sicurezza censite nell’isola, solo 52 risultano agibili. Nove giorni prima dell’inaugurazione, il 15 luglio, Testa aveva lanciato un altro allarme. Gli infermieri di Uta hanno annunciato lo stop alle prestazioni aggiuntive, dopo mesi di lavoro già svolto e non ancora pagato. La garante ha rivolto un appello alla Asl di Cagliari e alla Regione perché sblocchino quei pagamenti, e ha scritto che allo scenario di Uta, fatto di sovraffollamento cronico e personale che non basta, si aggiunge ora il rischio concreto di una riduzione drastica dell’assistenza sanitaria. Il rischio “Cajenna” - Quell’aumento ha un nome e una cifra. Il piano nazionale prevede la concentrazione in Sardegna di 266 detenuti al 41 bis, una quota che avvicina l’isola a un terzo dell’intero circuito italiano. La riorganizzazione avviata dal Dap nei primi mesi del 2026 punta a ridurre da 12 a 7 gli istituti che ospitano il carcere duro, concentrandoli in strutture affidate al Gom e scelte anche per la loro distanza geografica. Badu ‘e Carros, a Nuoro, dovrebbe diventare un carcere dedicato in via esclusiva al regime speciale; a Uta e a Bancali funzioneranno sezioni separate. La base normativa è una disciplina del 2009 che invita a collocare i detenuti al 41 bis preferibilmente in aree insulari. È la ragione per cui la Sardegna torna a essere la Cajenna d’Italia, l’immagine che ad aprile la stessa Todde aveva rovesciato sul tavolo del ministro. Il Consiglio regionale ha approvato a febbraio un ordine del giorno per fermare i trasferimenti verso Bancali, Uta e Badu ‘e Carros. Il 28 febbraio circa 1500 persone hanno sfilato a Cagliari contro quella che hanno chiamato l’ennesima servitù, questa volta penitenziaria. Sul 41 bis il Comitato europeo per la prevenzione della tortura chiede da anni all’Italia di rivedere l’impianto, e il 10 aprile 2025 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato il nostro Paese sul meccanismo quasi automatico delle proroghe. Testa lo ripete da mesi: portare qui il carcere duro, in queste condizioni, è una violazione dei diritti umani. Ha spiegato che per accompagnare un solo detenuto in ospedale servono sette agenti di scorta, e che con gli organici sardi quel conto non torna. Il nastro adesso è stato tagliato. La domanda della garante, quella su quali medici, quali infermieri e quali agenti dovranno reggere novantuno celle in più dentro un istituto già al centotrenta per cento, è rimasta appesa a una nota diffusa a tarda sera, quando il ministro se n’era già andato. Sicilia. Carceri, una polveriera che nessuno vuole vedere. Ma la rabbia non può essere contenuta all’infinito di Emiliano Abramo* Quotidiano di Sicilia, 25 luglio 2026 La rivolta di Catania, con 400 detenuti coinvolti su 422, l’ultimo segnale di un sistema al collasso. Mentre il ministro Salvini intensifica le sue visite in carcere alimentando il pensiero di una strumentalizzazione della sofferenza dell’oramai famoso gioielliere Roggero (Un ministro dei trasporti perché va in carcere? Perché contesta la legge sulla Privacy voluta da lui e dal suo partito? Perché promette un seggio parlamentare quando dovrebbe sapere che la grazia sospende la pena ma non la condanna e quindi l’incandidabilità?), le carceri italiane vivono da anni in una condizione di sofferenza strutturale. È in Sicilia che questa crisi assume contorni più netti, più crudi, più difficili da ignorare: il sovraffollamento, la carenza di personale, l’inadeguatezza degli edifici e l’assenza di un vero progetto rieducativo sono elementi che si intrecciano in un quadro che non è più emergenza ma piuttosto è normalità. Una normalità che brucia, che logora, che esplode. Rivolta nel carcere di Piazza Lanza a Catania - Nel carcere di Piazza Lanza, a Catania, la tensione è deflagrata in una rivolta che ha coinvolto circa 400 detenuti su 422 presenti, un dato che da solo racconta la portata del disagio. Le fonti parlano di reparti occupati, agenti feriti, forze dell’ordine schierate all’esterno, trattative serrate per ripristinare l’ordine. Il caldo soffocante - che in celle sovraffollate e prive di adeguata ventilazione diventa una tortura - è stato indicato come una delle scintille della sommossa. Credo però che ridurre tutto alla temperatura sarebbe un alibi. La verità è che Piazza Lanza è una polveriera, come ha denunciato il sindacato Consipe: una struttura con una capienza regolamentare di 279 posti che ne ospita 422, pari a un tasso di sovraffollamento del 170%. Il caldo è stato solo l’ultimo colpo inferto a un sistema già in ginocchio. Il sistema penitenziario siciliano tra emergenza e criticità - La Sicilia non è un’eccezione: è un simbolo. Le criticità di Catania sono le stesse che attraversano Palermo, Messina, Trapani, Agrigento. Strutture vecchie, personale ridotto, servizi sanitari insufficienti, presenza crescente di detenuti con fragilità psichiatriche. La Camera Penale di Catania lo ha detto con chiarezza: la rivolta non è un episodio isolato, ma la conseguenza diretta di una crisi strutturale che investe l’intero sistema penitenziario regionale e nazionale. Eppure, ogni volta che una rivolta scoppia, si finge sorpresa. Come se non sapessimo già tutto. La dignità dei detenuti e la funzione rieducativa del carcere - Parlare di carcere significa parlare di persone. Non solo dei detenuti, ma anche degli agenti, degli educatori, dei medici, di chi ogni giorno vive in un ambiente che non è pensato per essere umano. La pena, in Italia, dovrebbe avere una funzione rieducativa. Ma come si rieduca in celle dove si dorme in tre, dove il caldo ti toglie il respiro, dove la sanità è un miraggio, dove la dignità è un lusso? Serve un pensiero umano, prima ancora che politico. Serve ricordare che il carcere è lo specchio di una società: se è degradato, lo siamo anche noi. Papa Prévost - voce spesso richiamata quando si parla di dignità e fragilità - scriveva: “La misura dell’umanità di un Paese si vede da come tratta chi non ha più nulla”. Una frase che dovrebbe campeggiare all’ingresso di ogni istituto penitenziario. Riforma delle carceri: la sicurezza passa anche dai diritti - La rivolta di Catania non è un incidente: è un messaggio che dice che il sistema non regge più. Che il caldo, la fame, la solitudine, la malattia, la rabbia non possono essere contenuti all’infinito. Che la dignità non è un optional. Che la sicurezza non si garantisce con più chiavi, ma con più diritti e che ignorare tutto questo significa preparare la prossima esplosione. *Presidente della Comunità di Sant’Egidio in Sicilia e del Movimento I Solidali Palermo. “Disumane”, sos per le carceri cittadine di Anna Follari La Sicilia, 25 luglio 2026 “L’indecenza osservata all’Ucciardone non l’avevo mai riscontrata altrove. Nelle cucine è ancora presente la fogna a vista: riteniamo necessario un esposto in Procura”: la deputata Elisabetta Zamparutti pronuncia queste parole durante la visita negli istituti penitenziari Ucciardone e Pagliarelli di una delegazione dell’associazione Nessuno tocchi Caino, insieme alla Camera penale e al Movimento Italiano diritti dei detenuti. La situazione viene descritta dalla delegazione come “una tortura strutturale dei detenuti”: celle sovraffollate, gravi carenze igienico-sanitarie e un ricorso diffuso agli psicofarmaci sono solo alcuni elementi di un quadro fortemente degradato. All’Ucciardone, dove sono presenti 587 detenuti a fronte di 522 posti effettivi, il sovraffollamento è contenuto rispetto alla media nazionale. Ma le criticità emergono sul piano delle condizioni di vita, in particolare nella sezione 9 (reparto riservato a soggetti con gravi problemi di salute mentale o sottoposti a restrizioni disciplinari particolari): questa, secondo il segretario di Nessuno Tocchi Caio e coordinatore della presidenza del Partito radicale Sergio d’elia, “va chiusa: regna l’immondizia, in alcuni casi mancano anche gli sgabelli per mangiare attorno ad un tavolo, sono stati denunciati diversi episodi di violenza tra detenuti: è una situazione disumana”. Si parla quindi di carenza strutturale: “Ci sono celle senza vetri alle finestre - racconta Rita Bernardini, presidente di Nessuno Tocchi Caino - un detenuto ci ha raccontato di aver ucciso un topo sotto il carrello del vitto”. Al Pagliarelli il sovraffollamento è più critico: 1.465 detenuti a fronte di una capienza di 1.165, con circa 80 posti inagibili. “Abbiamo visto celle di 9 metri quadrati, occupate da tre persone con letti di ferro che riducono lo spazio - sottolinea Zamparutti - anche la polizia penitenziaria chiede aiuto: su una pianta organica di 581 agenti, 498 sono in servizio”. Porto Azzurro (Li): “Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate” di Raimonda Lobina* elbapress.it, 25 luglio 2026 Giovedì 16 luglio 2026 ho visitato, accompagnata da un giovane agente, quasi tutte le sezioni, la galleria, il passeggio e la palestra della Casa di Reclusione “Pasquale de Santis” di Porto Azzurro. Erano le 10:30 circa, veniva distribuito il pasto. L’impressione che ne è derivata è a dir poco terribile. Rispetto al passato (ho visitato più volte i locali dell’Istituto) ho registrato un peggioramento notevole soprattutto per quanto riguarda la pulizia, le temperature, il decoro. Ormai le celle ospitano più di un detenuto, ma i servizi igienici a vista non permettono privacy e decenza, i corridoi, le scale, i muri, tutto è sporco e degradato, buio, caldo, soffocante. Alcuni locali fungono da magazzino, pieni di oggetti accatastati (materassi, sedie…). Non ho strumenti scientifici per valutare la sicurezza, ma ho visto fili elettrici pendere, carrelli dei pasti sporchi e arrugginiti, i detenuti che servono i pasti senza guanti o copricapo, i pavimenti allagati, coperti di fili e corde per non parlare della palestra dove sono parcheggiati attrezzi arrugginiti, sporchi, non manutenuti. Il passeggio, luogo dove i detenuti trascorrono l’ora d’aria, è uno squallido rettangolo di cemento, senz’ombra, senza verde: se lo si vedesse in un film si direbbe che è un’esagerazione, ma la realtà supera la fantasia… I detenuti erano nella maggior parte in giro o nelle celle a non fare niente, rassegnati ad una vita di inerzia, dove la tentazione a compiere gesti insani o dannosi nei confronti degli altri è molto alta. Pochi lavorano, si sa, molti trascorrono la loro giornata a non far nulla, uomini forti e che dovrebbero essere attivi. Il rumore della musica è pazzesco, spesso faccio fatica a sentire quello che l’agente che mi accompagna mi dice. L’atmosfera è afosa, maleodorante. Ma quello che mi colpisce ancor di più è che, rispetto al passato, durante le visite da sola o insieme ad esterni, questa volta i detenuti non mi fermano, non mi chiedono niente, sono indifferenti e questo mi spaventa ancora di più perché temo che abbiano perso ogni speranza, ogni volontà di cambiamento. Vedo uomini, e fra loro molti giovanissimi, trascurati, non sempre puliti, che vagano da un luogo all’altro, privi di interessi, abulici. Più volte ho denunciato sulla stampa locale e alle autorità competenti la situazione di Porto Azzurro che da Case di Reclusione si sta trasformando in un circondariale, senza averne i requisiti, che, oltre ai problemi strutturali, tradisce una carenza di organico paurosa a fronte di un sovraffollamento sempre crescente (414 detenuti per una capienza di 334), con una popolazione carceraria sempre più malata, affetta da problemi psichiatrici gravi e non adatta ad un regime carcerario. La Direzione, gli operatori, sia la polizia, sia l’area educativa, compiono sforzi incredibili, lavorando in condizioni spesso estreme (soprattutto i poliziotti) o non sicure, sovente per loro risultano vani i tentativi di mettere in atto percorsi o progetti a media lunga scadenza, perché urgenze impellenti distolgono da tali attività. La società civile deve essere consapevole di tale situazione, le autorità tutte devono prendere urgentemente tutti i provvedimenti per iniziare a risolvere questi problemi prima che sia troppo tardi. Sono per natura ottimista, più volte ho elogiato buone pratiche e percorsi virtuosi di questo carcere, ma ormai non si può più aspettare e poiché gli aspetti negativi prevalgono di gran lunga su quelli positivi, è necessario un cambio di marcia. E’ stata accolta con interesse la notizia della conclusione della prima parte dei lavori di restauro della facciata della chiesa spagnola che si trova all’interno del carcere, anche perché ha visto il coinvolgimento attivo della popolazione carceraria, ma se i vari ministeri e le sovrintendenze hanno trovato fondi così cospicui per questo restauro, trovino anche i fondi per risanare e togliere dal degrado un luogo dove centinaia di persone, detenuti e lavoratori, trascorrono la loro esistenza, trovino i fondi per un incremento dell’organico, per finanziare lavoro e salute. Davvero non si può più attendere. *Garante dei diritti dei detenuti della Casa di Reclusione di Porto Azzurro Roma. Il carcere di Rebibbia avrà una Casa della comunità per curare le persone detenute garantedetenutilazio.it, 25 luglio 2026 Ok della Giunta regionale del Lazio a un finanziamento di 3,6 milioni di euro. Il presidente Rocca: “Un atto di civiltà”. Il presidente Rocca durante una visita al blocco operatorio della Casa circondariale di Regina Coeli. Anche il carcere di Rebibbia avrà la sua Casa della Comunità per curare non solo i detenuti ma anche gli operatori penitenziari. La Giunta regionale del Lazio, su proposta del presidente Francesco Rocca, ha votato la delibera con la quale si approva il protocollo d’intesa tra Dipartimento Amministrazione penitenziaria, Asl Roma 2 e Regione Lazio, per la concessione ad uso gratuito dei locali del “fabbricato A” del carcere di Rebibbia, per la realizzazione del Poliambulatorio “Casa della Comunità di Rebibbia”. Si tratta di una sperimentazione innovativa, avviata in chiave operativa a partire da agosto 2025, per estendere il modello assistenziale del Servizio sanitario nazionale (regolato dal DM 77/2022) direttamente all’interno delle mura del carcere. Il 17 luglio scorso la Asl Roma 2 ha chiesto e ottenuto dalla Regione Lazio il finanziamento di 3.642.872 euro con il quale realizzare il progetto. “La Casa della Comunità di Rebibbia - sottolinea Francesco Rocca - è un atto di civiltà, voluto dalla nostra Giunta, non solo a tutela dei detenuti, ai quali va garantito un equo accesso alle cure sanitarie ma, soprattutto, di chi opera all’interno della struttura. Un luogo di cura all’interno di un carcere garantisce una convivenza più serena che agevola anche il processo di reinserimento sociale di chi si trova a scontare una pena. Quando mi sono insediato - conclude Rocca - ho trovato una situazione sconcertante rispetto alla sanità carceraria che è un diritto costituzionale ed è, in particolar modo, lo specchio del livello di progresso civile di una comunità”. Il progetto punta ad assicurare ai detenuti gli stessi standard di equità, universalità e dignità assistenziale previsti per i cittadini liberi sul territorio. Particolare attenzione sarà dedicata anche alla gestione dei disturbi legati all’uso di sostanze, attraverso terapie farmacologiche avanzate e percorsi di counseling e sostegno psicologico. Il nuovo polo consentirà inoltre di integrare servizi medici, infermieristici e specialistici, limitando quando possibile i trasferimenti esterni protetti e favorendo una maggiore continuità delle cure. L’intervento si inserisce nella riorganizzazione della sanità territoriale e di prossimità e utilizza risorse legate agli investimenti del PNRR per le Case della comunità. La concessione gratuita degli spazi avrà una durata di 30 anni, con possibilità di rinnovo per ulteriori periodi di vent’anni. Fine vita: la politica tace, le Regioni fanno da sé. E ci ripensa la Consulta di Francesca Spasiano Il Dubbio, 25 luglio 2026 Dopo il braccio di ferro con la Toscana, a sfidare il governo è l’Emilia-Romagna, terza ad approvare una norma locale. Mentre il dossier langue al Senato. Se in Senato è calato di nuovo il sipario sul dossier del fine vita, fuori dal Parlamento sono successe parecchie cose nel giro di poche ore. L’Emilia-Romagna si è fatta una legge tutta sua, ed è la terza Regione a provarci dopo la Toscana e la Sardegna. A proposito di quest’ultima, giusto oggi, è arrivato il verdetto della Corte Costituzionale sulla norma impugnata dal governo. E ancora la Consulta, in giornata, si è pronunciata per l’ennesima volta sui “trattamenti di sostegno vitale”, ovvero uno dei quattro requisiti previsti per l’accesso al suicidio assistito. Le conclusioni che si possono trarre da questi fatti sono diverse. Ma c’è un passaggio del comunicato pubblicato oggi dai giudici delle leggi che riassume bene il punto a cui si è arrivati dopo anni di tentativi falliti da parte del legislatore: “La Corte ha ritenuto che l’esercizio della competenza concorrente nella materia della tutela della salute non possa ritenersi precluso dalla circostanza che lo Stato non abbia ancora provveduto all’approvazione di una legge che disciplini in modo organico, nell’intero territorio nazionale, l’accesso alla procedura medicalizzata di assistenza al suicidio. Infatti, nei limiti sopra precisati, i principi fondamentali della materia sono già desumibili dalla legislazione vigente, letta alla luce delle sentenze della Corte”. La frase è riferita alla sentenza sulla legge sarda. E si potrebbe rovesciare così: perché lo Stato rivendica la propria competenza per sottrarla alle Regioni, se poi non la esercita? Nel caso della Toscana, prima in Italia a dotarsi di una norma, il braccio di ferro con il governo aveva portato a inizio anno a un risultato politico preciso. Che per il fronte del “no” al fine vita suonava come un autogol: chi sperava di frenare il dilagare di norme locali, infatti, ha di fatto consegnando alle Regioni un tracciato preciso in cui muoversi per formulare leggi costituzionalmente legittime. Come nel caso dell’Emilia-Romagna, appunto, dove giovedì scorso il centrosinistra ha approvato una proposta di legge il cui testo, partito dalla campagna “Liberi subito” dell’Associazione Luca Coscioni, è stato studiato da un pool di giuristi per collocarsi nel quadro definito dalla sentenza 204 della Consulta, che aveva sostanzialmente preservato l’impianto della legge toscana. Il copione si ripete con la decisione n. 148 depositata oggi, con la quale la Corte, respingendo le censure statali sull’interno provvedimento, “salva” la legge n. 26 approvata nel 2025 dalla Sardegna. Ma dichiara al contempo l’illegittimità costituzionale di diverse sue disposizioni. Il principio sancito è sempre lo stesso: le Regioni possono regolamentare il suicidio assistito in termini di procedure, garantendo tempi e modi certi, ma non possono valicare gli ambiti riservati alla competenza esclusiva dello Stato. Né possono “cristallizzare” i quattro requisiti individuati dalla giurisprudenza costituzionale con la storica sentenza 242 del 2019 sul caso Cappato/Dj Fabo. Perché la disposizione prevista dall’articolo 2, richiamando le pronunce in tema di aiuto al suicidio, “realizza una novazione dei principi ordinamentali in esse contenuti, che produce l’effetto di definire nella legislazione regionale, irrigidendoli, i requisiti per l’accesso al suicidio assistito e, indirettamente, i contorni dell’esimente all’art. 580 cod. pen. così come individuata dalle sentenze di questa Corte”. Per il resto, i giudici analizzano punto per punto ciò che va bene e ciò che bisogna cancellare. E poi, con la seconda sentenza di oggi, la n. 152, tornano sull’annoso requisito del “sostegno vitale”, ribadendo ciò che era già stato stabilito con le sentenze numero 135 del 2024 e 66 del 2025. Quelle pronunce avevo sancito che il criterio non si tocca, ma va ampliata la sua interpretazione: per trattamenti di sostegno vitale non bisogna intendere macchinari a cui staccare la spina, ma procedure necessarie alla sopravvivenza del malato, comprese alcune delle pratiche messe in atto dai caregiver. Il concetto resta invariato, a parere della Corte. Eppure continua a determinare la discriminazione di molti pazienti, a parere dell’Associazione Coscioni. Che ha seguito anche il caso di Paola - paziente affetta da una grave patologia neurodegenerativa irreversibile, morta in Svizzera nel 2023 -, da cui è scaturita la questione di legittimità costituzionale sollevata dal gip di Bologna. Ora il procedimento a carico di Marco Cappato, Virginia Fiume e Felicetta Maltese, indagati per l’aiuto fornito a Paola, torna nelle mani del giudice. Ma a parere di Filomena Gallo, segretaria nazionale della Coscioni, la Corte lascia aperti nuovi percorsi, chiarendo che “non è costituzionalmente preclusa al legislatore una disciplina che consenta l’accesso anche alle persone non dipendenti da trattamenti di sostegno vitale, purché siano previste adeguate garanzie”. Il tutto mentre almeno altre 15 Regioni hanno già avviato l’iter per una legge sul modello Coscioni. Avanza la pena di morte nel Mediterraneo. Ed echi di questo imbarbarimento giungono anche a noi di Claudia De Martino* Il Fatto Quotidiano, 25 luglio 2026 Nel 2025 sono state registrate 2.707 esecuzioni in 17 paesi dell’area, più del triplo rispetto al 2024. In testa l’Iran, in Israele la maggioranza della popolazione la ritiene moralmente giusta. Il 20 giugno scorso, a Parigi, si è riunito il nono congresso sullo stato della pena di morte, che ha purtroppo accertato la progressione di questo strumento di punizione nel mondo, a dispetto della razionalità del discorso abolizionista, già dimostrata illo tempore da Cesare Beccaria e poi divenuta orientamento maggioritario nel diritto internazionale nel secondo Dopoguerra. La razionalità illuminista aveva introdotto il dibattito sulla pena di morte presentandola al contempo come ingiusta e inefficace. Beccaria sosteneva che lo Stato non possedesse il diritto di togliere la vita a un cittadino, perché la vita era un bene inalienabile, ma anche che essa non rappresentasse un deterrente efficace per proteggere la società. La sua argomentazione è che la pena di morte fosse inutilmente crudele, quando in realtà erano la certezza e l’inevitabilità della pena a garantire la sua efficacia massima. Per Beccaria la reclusione a vita produceva effetti più duraturi della spettacolarizzazione della punizione, ottenuta attraverso la comminazione della pena di morte, che è tesa a istigare timore attraverso l’esemplarità della pena. Durante tutto il corso del ‘900 - la fondazione di Amnesty International risale al 1961 -, le campagne contro la pena di morte si sono succedute, supportate anche dai dati statistici, che illustravano come nei Paesi che adottavano questo strumento di pena i reati non tendessero a diminuire. Riflessioni sul concetto giuridico di proporzionalità della pena e sulla finalità di redenzione del colpevole hanno inoltre spinto a sostenere che l’ergastolo, come punizione estrema, agisse come un deterrente maggiore, evitando anche il pericoloso rischio di errori giudiziari, sempre umani, e di violazioni dei diritti umani per motivi politici, religiosi o identitari. Tuttavia, nel XXI secolo questa lotta non figura più al centro dell’attenzione pubblica. 114 Stati su 193 sono abolizionisti, ma Amnesty denuncia che al contempo è aumentato anche il numero delle esecuzioni in quelli che non lo sono, con una concentrazione particolare nell’area MENA (Medio Oriente e Nordafrica). Nel 2025 sono state registrate 2.707 esecuzioni in 17 paesi, ovvero più del triplo rispetto all’anno precedente e la netta maggioranza ha avuto luogo in tre paesi: Iran, Arabia Saudita e Yemen. L’Iran detiene il primato del tasso di esecuzioni registrato pro capite con almeno 1.639 persone e, dopo la cruenta repressione seguita alle rivolte di gennaio 2026, il dato è destinato a salire ulteriormente. Altri 12 Stati nel mondo, tra cui di nuovo una netta maggioranza in Medio Oriente, prevedono nel proprio codice penale la condanna a morte per omosessualità (Arabia Saudita, Iran, Afghanistan, Yemen, Somalia, Mauritania, Emirati Arabi Uniti, Iraq, Nigeria, Pakistan, Qatar, Territori Palestinesi - Gaza). Solo il Libano e il Marocco si stagliano in controtendenza, con le recenti dichiarazioni del ministro della giustizia libanese Adel Nassar sull’intenzione del Paese di abolire definitivamente la pena di morte, per cui già esiste una moratoria dal 2004, e il cui disegno di legge sarà approvato alla prossima sessione parlamentare, e quella del ministro Abdellatif Ouahbi, che ha annunciato una riforma del codice di procedura penale. Tuttavia, nell’area MENA, molti Paesi hanno proceduto ad esecuzioni nel 2026, tra cui la Giordania, che ha giustiziato sei uomini per reati vari, tra cui il terrorismo. In molti Paesi MENA, la pena di morte viene utilizzata principalmente come strumento per reprimere gli oppositori politici e le minoranze, come Baluchi e Curdi in Iran e sciiti in Arabia Saudita, ma anche migranti, soprattutto neri, (provenienti da Etiopia, Nigeria, Ciad), impegnati nel traffico di stupefacenti. L’Arabia Saudita si distingue oltretutto per il ricorso ancora alla decapitazione, che risulta un metodo più arcaico, doloroso e meno efficace nel provocare la morte a colpo sicuro. Per quanto riguarda il Maghreb, l’Algeria, in moratoria dal 1993, lo scorso anno ha esteso la pena di morte ai reati legati agli stupefacenti, mentre la Tunisia, anch’essa in moratoria dal 1991, ha condannato a morte 14 persone nel 2025. Il caso che ha fatto più scalpore è stato quello di una condanna pronunciata, ma poi non comminata, per “oltraggio al Presidente della Repubblica”, a causa di alcuni post pubblicati su Facebook, sintomo evidente della repressione della libertà di parola operata dopo il colpo di stato di Kais Saied da luglio 2021. Infine, nel marzo 2026 la pena di morte è stata introdotta anche nel codice penale israeliano, ma solo ed esclusivamente per i palestinesi, condannati per omicidio in atti di terrorismo, tra cui l’eccidio del 7 ottobre: una misura che trova ampio sostegno (65%) nel Paese reale. Il caso israeliano ancora una volta dimostra poi che l’antica argomentazione di Beccaria sulla mancata efficacia della pena di morte in termini di deterrenza non fa più presa, perché la netta maggioranza degli israeliani non la ritiene utile da quel punto di vista, quanto moralmente giusta (sondaggio INSS 2025), mostrando una visione della giustizia che passa per la vendetta collettiva e la sfiducia pressoché totale nella capacità di redenzione dei soggetti imputati. In una regione e un secolo che hanno assistito a un’impennata di crimini contro l’umanità nell’indifferenza della comunità internazionale, è ovvio che la pena di morte sia considerata solo un male minore da tollerare. Tuttavia, il suo primo effetto perverso è quello di alzare l’asticella della violenza, rendendo accettabile e addirittura auspicabile nel discorso pubblico l’eliminazione del soggetto pericolo - sia esso un nemico politico, una minoranza scomoda o un criminale comune - senza alcuna mediazione e senza alcuna riflessione sul contesto che l’ha prodotto. Echi di questo progressivo imbarbarimento culturale sono giunti anche a noi nel dibattito interno sulla legittima difesa, che tende ad allargare le maglie della tolleranza sociale nei confronti del possesso delle armi da parte di privati cittadini, sostenendo il diritto a reagire individualmente ad un crimine subito con pari o maggiore violenza, fino all’omicidio. Questa china discendente nell’etica collettiva riflette la netta volontà di assecondare un crescente populismo che chiede di punire tutti coloro che “sbagliano” secondo i criteri vigenti in ogni determinata società, restringendo i principi di garanzia degli imputati, soprattutto quando coincidono con le minoranze, le opposizioni e tutti i gruppi o individui percepiti come “corpi estranei” nella nazione. Il tramonto dell’illuminismo non è mai stato tanto vicino. *Ricercatrice ed esperta di questioni mediorientali Stati Uniti. In schiavitù un milione di americani, il “forced labour” è quello dello Stato di Luciana Cimino Il Manifesto, 25 luglio 2026 Detenuti sfruttati e esclusione razziale. Schiavisti contro il lavoro forzato, altrui. Stavolta il pretesto degli Stati Uniti per imporre i dazi è la lotta contro il lavoro forzato. Non che il presidente degli Usa, Donald Trump, sia diventato improvvisamente socialista, men che mai ha avuto una svolta etica. Dopo la decisione della Corte Suprema che ha invalidato i dazi annunciati durante il Liberation Day del 2025, il tycoon ha trovato un escamotage: le tariffe saranno imposte ai partner che non applicano divieti adeguati contro le merci prodotte con in condizioni di para schiavitù. Nel novero ci finiscono 60 paesi tra cui Unione europea (considerata come un’unica entità), Regno Unito, Giappone, Corea del Sud e Canada, Cina, India. Il piano prevede un sistema differenziato: ai paesi ritenuti dotati di adeguate misure sarà applicata un’aliquota del 10%, per gli altri salirà al 12,5%. Per farlo, il presidente si è servito della Section 301 del Trade Act del 1974 che intende con la locuzione “lavoro forzato” “ogni servizio estorto a qualsiasi persona sotto la minaccia di una qualsiasi sanzione”. Il paradosso è che nella lista annunciata dall’Ufficio del rappresentante per il commercio Usa, Jamieson Greer, sono avvantaggiati con l’aliquota più bassa paesi come l’India o la Cina, segnalati nei rapporti dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo) come problematici proprio a causa di lavoro forzato, minorile e i ritmi estremi legati alla ricattabilità e all’indebitamento delle famiglie povere e all’economia informale. Saranno applicati anche a contesti del tutto diversi come il Canada, l’Australia, il Giappone e l’Ue che hanno legislazioni molto avanzate in tema di diritti sul lavoro. Anche se al loro interno, come in Italia (soprattutto in agricoltura ed edilizia) permangono condizioni di sfruttamento. Per Greer anche questi paesi avrebbero “standard insufficienti” in quanto incapaci di vietare l’importazione di beni prodotti in maniera irregolare. Le contraddizioni più pesanti riguardano, però, gli stessi Stati Uniti. Sia all’esterno che al proprio interno. Mentre l’amministrazione Trump colpisce accusa i partner di violazioni etiche nella produzione, continua a stringere accordi economici rilevanti con paesi con severe criticità sui diritti umani. Per di più, gli Usa sono il paese con il numero in assoluto più alto di persone in schiavitù moderna (che si manifesta quando una persona viene sistematicamente privata della propria libertà personale a fini di sfruttamento economico o personale) di tutte le Americhe, con ben 1,1 milioni di persone coinvolte. Lo sostiene Walk Free, una ong di Perth (Australia) che ogni anno realizza il Global Slavery Index (Gsi) per fornire dati sulla vulnerabilità dei lavoratori in 160 paesi, misurando anche l’efficacia delle risposte governative. Il report muove critiche specifiche agli Stati Uniti non solo perché continuano a importare prodotti da paesi ad altissimo rischio di sfruttamento, (esattamente come i paesi a cui impongono i dazi) ma anche perché sono anche tra i pochi posti in cui il lavoro forzato è legalmente imposto e gestito dalle autorità statali, insieme a Cina, Corea del Nord e Russia. Per Walk free e Ilo “questo esclude i detenuti dalle normali tutele del diritto del lavoro, configurando una forma di sfruttamento statale. Chi si rifiuta o non è in grado di lavorare (anche per malattia o disabilità) subisce dure ritorsioni: isolamento forzato, perdita dei contatti familiari e diniego della libertà condizionale”. Questo sistema, per le due organizzazioni dei lavoratori, “genera profitti sia per lo stato che per le aziende private colpendo in modo sproporzionato le comunità nere e migranti alimentando il fenomeno della carcerazione di massa”. Lo sfruttamento è anche al di fuori delle carceri e, anche in questo caso, colpisce soprattutto i lavoratori stranieri. Non solo braccianti, come in Italia: il settore a più alto rischio negli States è il lavoro domestico. Le vittime (principalmente donne straniere) subiscono ritiro del passaporto, isolamento forzato e violenze. Senza contare che l’amministrazione Trump è “la stessa che ha smantellato i finanziamenti per combattere il lavoro forzato attraverso tagli al Bureau of International Labor Affairs e le tutele per i lavoratori”, ha sottolineato la deputata democratica della California Linda Sánchez. “Prendere sul serio la questione - ha spiegato la dem- vuol dire affrontare i nostri problemi qui in patria, contrastando l’esportazione dei prodotti del lavoro carcerario americano”