La minaccia dei materassi nelle carceri di Franco Corleone L’Espresso, 24 luglio 2026 Tra le storture l’utilizzo di elementi ignifughi che si sono rivelati tossici. Come dimostrano casi recenti. Di fronte all’incandescente sovraffollamento l’amministrazione penitenziaria della Toscana con una circolare aveva suggerito di collocare i materassi nelle celle anche in terra, pur promettendo di regolarizzare rapidamente la sistemazione “di fortuna”. Che si tratti di un ossimoro o di un lapsus non importa, è certo che Margara e Gozzini si rivoltano nella tomba di fronte a una testimonianza inimmaginabile di violazione dei diritti umani. É una prova ulteriore della catastrofe umanitaria in carcere ed è una (mancata) risposta alla chiusura di sette sezioni di Sollicciano da parte del tribunale di Firenze a causa delle intollerabili condizioni igieniche ed è anche una indicazione alle direzioni degli istituti che in alcuni casi si sono rifiutate di accettare nuovi ingressi per la mancanza di posti. Va colta come occasione per approfondire la questione della pericolosità dei materassi utilizzati in carcere e che ha visto casi con risvolti drammatici e conseguenze gravi per la salute di detenuti e agenti. I materassi sono di resina poliuretanica espansa con caratteristiche ignifughe come stabilito in un complicato capitolato ministeriale. Ma, in caso di incendio, il rilascio di fumi provoca intossicazioni persino letali. Rimane nella memoria collettiva la strage del 3 giugno 1989 alle Vallette di Torino con la morte di nove donne del reparto femminile chiuse nelle celle e di due agenti di custodia, a causa dei materassi bruciati, Un episodio per fortuna meno tragico è accaduto il primo gennaio 2026 presso la casa circondariale dì Udine dove un detenuto ha appiccato il fuoco all’interno della cella provocando un fumo intossicante che si è propagato anche alle sezioni dei piani superiori. Si è resa necessaria l’apertura delle celle e il trasferimento, con decisione coraggiosa, di tutti i detenuti all’aperto. L’onorevole Riccardo Magi in una interrogazione ha chiesto chiarimenti sui materiali dei materassi e in particolare sulla presenza di sostanze chimiche e plastiche che possono produrre conseguenze anche mortali ai detenuti e al personale. La risposta del ministro Nordio ha confermato la pervasività del fumo e il ricovero in ospedale di due detenuti e di alcuni agenti che si è per fortuna risolto con cinque giorni di prognosi. Nella risposta si fa riferimento alle omologazioni previste e alle certificazioni relative all’emissione dei fumi e alla tossicità dei gas durante la combustione e alla classe relativa alla opacità dei fumi. Il ministro ha specificato anche il costo di ogni materasso, da 30 a 40 euro, ma non ha chiarito i motivi dei ricoveri e i danni alla salute riportati dai reclusi e dal personale. Sarebbe interessante sapere se negli ospedali e nelle Rsa vengono utilizzati gli stessi materassi. Neppure una parola sulle possibili alternative, tenendo conto dell’alto rischio che si produce in una struttura chiusa. Oltre al pericolo di finire in trappola esattamente come nella discoteca di Crans-Montana, va considerata la presenza nelle celle delle bombolette a gas per cucinare, e che vengono talvolta anche utilizzate dai disperati per sballarsi o per suicidarsi. La soluzione di dotare le celle di piastre elettriche è disattesa per motivi imperscrutabili. Forse perché sarebbe eliminata una speculazione. Visto che il ministro della Giustizia non offre risposte convincenti, chissà se il servizio sanitario, tenuto a garantire il diritto alla salute, ha qualcosa da dire sulle celle della morte. “Più carceri, più carceri, più carceri”. Lo slogan al posto di una vera politica penitenziaria di Andrea Andreoli stradeonline.it, 24 luglio 2026 Luigi Marattin, segretario del Partito Liberaldemocratico, solitamente equilibrato e riflessivo, in un post che mi auguro figlio della fretta e della mancanza di tempo per una adeguata revisione, ha ritenuto di doversi adeguare ai toni emergenziali che tanti suoi colleghi parlamentari usano quando avvertono il bisogno di parlare il linguaggio dei social network. Colto probabilmente dalla preoccupazione che una singola voce potesse passare inosservata, ha incluso - nell’immagine a corredo del suddetto post - un coro a tre voci in marcato unisono: più carceri, più carceri, più carceri. E a corredo del triplo tonitruante slogan, dopo aver richiamato alcuni dati, ha fornito una giustificazione, invero sbilenca: “così la prossima volta che si becca uno che scassina le macchine in Corso Buenos Aires a Milano, lo si mette in custodia cautelare invece che mandarlo fuori a sfregiare le ragazze alla fermata metro del Duomo”. Orbene, questa di Marattin ci pare essere una scivolata; qualcosa che non rende buon servizio alla meritata nomea di persona che conosce bene ciò di cui parla. Marattin si muove con competenza quando disserta di economia, di tasse, di Stato e mercato, di Europa e pure di politica estera. Amaramente, su quella delicata branca della giustizia che riguarda il sistema cautelare e l’esecuzione penale, Marattin cede, forse solo colpito dalla fretta di andare online. Sappiamo invece che l’ipotesi di costruire più carceri, priva di un adeguato progetto di riforma, rischia di svolgere una mera funzione di rimozione sociale: sottrarre il disagio e la devianza alla vista dei cittadini, senza incidere in alcun modo sulle cause che l’alimentano. La sacrosanta richiesta di sicurezza deve trovare delle risposte adeguate, per cercare le quali è cosa saggia tenersi lontani dalle facili semplificazioni. La motivazione addotta - quella dello “scassamacchine” - è un esempio costruito per suscitare una reazione emotiva più che per spiegare un problema strutturale. Da una vicenda individuale viene fatta discendere una proposta generale di politica penitenziaria, senza dimostrare il nesso causale tra i due piani. Ciò che invece è certamente vero - e viene regolarmente confermato dalle statistiche - è che i periodi di detenzione trascorsi in strutture fatiscenti, sovraffollate e prive di percorsi di trattamento, risocializzazione, formazione e lavoro, sono quelli che producono tassi di recidiva elevati. C’è poi un aspetto che merita di essere considerato anche da una prospettiva economica: sommessamente ricorderemmo a Marattin che il costo della detenzione - per come è organizzata in Italia - è davvero enorme: i tre miliardi e mezzo del budget del Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria sono spesi (non molto bene, diciamo) distribuendo gli sforzi attraverso un paio di centinaia di carceri, su più di 60.000 detenuti, profondendo quindi la bellezza di 150 euro per ogni singolo giorno, di ogni singolo recluso. Fallendo miseramente e regolarmente, nella stragrande maggioranza dei casi, ogni intento rieducativo. Scrivere “facciamo belle e nuove carceri, con supporto psicologico” significa ignorare completamente la situazione attuale. Il ruolo degli psicologi e degli psichiatri negli istituti di pena è assolutamente fondamentale, ma i numeri sono totalmente ridicoli. In un circondariale come San Vittore, che oggi supera le mille presenze, sono attivi se va bene sei o sette psicologi, oltrettutto a tempo parziale. Lo Stato ha completamente abdicato al suo ruolo: la maggior parte dei detenuti, soprattutto quelli ospitati nei circondariali, passa l’intero periodo di reclusione senza mai vedere uno psicologo, nemmeno per 10 minuti. Né - tanto meno - un educatore. Ad oggi gli istituti penitenziari sono generatori di crimine: chi entra, spesso per reati di lieve entità frequenti nella popolazione emarginata (emblematici sono i casi di resistenza a pubblico ufficiale) ne esce addestrato ad un comportamento ben più antisociale. Non ci si può aspettare altro, in fondo, visto che i reclusi, nel proprio percorso di detenzione, possono confrontarsi solo con altri criminali, invece che con psichiatri, psicologi, educatori, assistenti sociali, mediatori, formatori e personale dei percorsi di reinserimento. Un carcere incapace di risocializzare, oltre a fallire la propria funzione costituzionale, fallisce anche quella di garantire la sicurezza. Dire “nuove carceri” è un motto populista che sa di esserlo, perché il progetto per la costruzione di una singola casa di reclusione è un progetto da svariate centinaia di milioni in conto capitale e perché successivamente, il funzionamento della suddetta casa di reclusione, necessita di personale e servizi: altro fiume di denaro, questa volta in spesa corrente. Al contrario, dire “carceri nuove” è quanto di costruttivo si potrebbe - e si dovrebbe - fare, in questo disastrato settore: riprogettare strutture esistenti per effettuare percorsi di sostegno psicologico, risocializzazione, attività trattamentali e di interazione con la società all’esterno: misure alternative, partnership con aziende esterne, attività lavorative. In Italia abbiamo abbondanza sia di strutture da adattare sia di professionalità da attivare. Parlare come si deve di carcere non è la strada più facile per raccogliere consenso, ma può - e deve - essere fatto, al fine di costruire un percorso di sicurezza e risocializzazione, di continuità con l’esecuzione penale esterna e di integrazione con la società. La domanda corretta non è quante carceri costruire: la domanda è che cosa vogliamo che accada alle persone mentre vi sono rinchiuse. Da quella risposta dipende la sicurezza di tutti noi. Se l’unica “sicurezza” che produce il carcere è quella della recidiva di Raffaella Stacciarini e Federica Valcauda stradeonline.it, 24 luglio 2026 Esattamente una settimana fa abbiamo passato la notte davanti a San Vittore perché il fantasma di Enzo Tortora continua ad abitare queste mura. Non è un fantasma del passato: è una domanda che questo Paese non ha mai avuto il coraggio di affrontare fino in fondo. Tortora entrò in carcere da innocente, travolto da accuse inesistenti e da una macchina giudiziaria che arrivò troppo tardi a restituirgli ciò che gli aveva tolto. Da allora sono passati più di quarant’anni. Eppure continuiamo a riempire le celle di persone che una sentenza definitiva ancora non ce l’hanno. Nel cuore della notte, davanti a queste mura, il rumore ferroso di una porta che si richiude rompeva il silenzio come un monito. Poi una luce rimasta accesa dietro una finestra, piccola e ostinata, quasi a dire che dentro ogni numero c’è un volto, un’attesa, una vita che resiste. Sono stati quei suoni e quella luce ad accompagnare il nostro presidio notturno promosso dall’Associazione Enzo Tortora, Europa Radicale e Nessuno tocchi Caino. Oggi oltre il 24% dei detenuti italiani è in carcere in attesa di giudizio: più di quindicimila persone che la Costituzione continua a considerare innocenti. A San Vittore sono recluse oltre 1.100 persone in una struttura progettata per 748 posti; nei reparti realmente aperti il sovraffollamento sfiora il 200%, mentre gli atti di autolesionismo superano il migliaio ogni anno. E nel Paese il carcere continua a traboccare: oltre 64 mila detenuti, un sovraffollamento reale del 139%, più della metà dei condannati con pene residue inferiori ai tre anni e quasi sei detenuti su dieci già passati almeno una volta per una cella. Questi numeri raccontano una verità che la politica continua a rimandare: il carcere, così com’è, non restituisce sicurezza, produce recidiva. E una democrazia che accetta di rinchiudere migliaia di persone prima di una condanna definitiva finisce per indebolire se stessa. Per questo siamo rimasti lì fino all’alba: perché la giustizia non può ridursi al rumore di una porta che si chiude. Nordio ora “entri” in cella, il carcere è un vero inferno di Valentina Stella Il Dubbio, 24 luglio 2026 Onorevole Gianni Alemanno, c’è una data per il suo incontro con il ministro Nordio? “Tra poche ore invierò una lettera formale alla sua segreteria. Comunque lui sa che voglio incontrarlo, avrebbe potuto anche chiamarmi. Voglio assolutamente parlarci perché secondo me non si rende conto della situazione delle carceri”. Che fotografia restituiscono le nostre carceri? Di un fallimento clamoroso. Sono trascorsi due anni dall’annuncio del piano carceri e non è stata fatta neanche una cella nuova. Totalmente ininfluenti anche le previsioni per la detenzione in comunità per i tossicodipendenti e del fine pena virtuale. Tutto è fermo. E non è esente da responsabilità anche la magistratura di sorveglianza. Perché punta il dito contro i giudici di sorveglianza? La situazione drammatica delle carceri è l’effetto di una tenaglia: da una parte la magistratura di sorveglianza, dall’altra il Dap. Sopra di loro la politica che fa finta di niente. Rispetto alla prima che ci dice? Soprattutto qua a Roma ogni permesso premio, ad esempio, diventa una battaglia infinita come è successo a Fabio Falbo, lo scrivano di Rebibbia con cui ho fatto tutta la battaglia delle carceri, per non parlare dei ritardi con cui trattano le richieste dei detenuti. C’è un atteggiamento lento, burocratico da parte di diversi giudici di sorveglianza. Non si può imputare tutto alla politica. Per quanto riguarda il Dap? Sottolineo che non ce l’ho con le guardie penitenziarie. La maggior parte di loro sono come dei fratelli per i detenuti. Tuttavia a livello di vertice, soprattutto sotto la guida dell’ex sottosegretario Delmastro, abbiamo assistito ad un atteggiamento repressivo: massima attenzione per la sicurezza e scarso impegno per i percorsi trattamentali. E rispetto alla politica? Dovrebbe intervenire per ridurre il sovraffollamento. Mi rendo conto che l’indulto non è condiviso ma almeno accogliere la proposta Giachetti per la liberazione anticipata speciale in base alla buona condotta, sostenuta pure da La Russa. Il Guardasigilli ripete che i provvedimenti clemenziali sarebbero “una resa dello Stato”. Come replica? Rispondo con il vecchio detto: “chi sbaglia paga” ma quando sbaglia lo Stato chi paga? Oggi siamo di fronte a un carcere che non è né duro né morbido, è un carcere folle e il sovraffollamento contribuisce a questa follia, di questo chi risponde? Un provvedimento di deflazione non sarebbe affatto una resa bensì una presa di coscienza della realtà. Ed è per questo che cercherò di andare a parlare col Ministro quanto prima. Secondo me i vertici del Dap e i sottosegretari non rappresentano al ministro la drammaticità della situazione. Per la verità il Ministro quando vuole può visitare gli istituti di pena, non deve attendere le relazioni degli altri... Effettivamente è vero. Anche quando è venuto a Rebibbia ha preferito fare delle lezioni di carattere storico nelle sale conferenze invece di entrare nelle celle. E invece come replica al leader di Fn, Roberto Vannacci, che ha detto “noi stiamo con Abele (le vittime, ndr), Caino marcisca in carcere”. Caino è anche lei Alemanno... Gli rispondo dicendo che non stiamo cercando un carcere più morbido, anzi. Il carcere che immagino io fa lavorare, fa studiare, fa suonare le sveglie alle 8. Si tratta di un carcere che dà un senso a chi vi si trova dentro e che aiuta a combattere la recidiva. Un carcere che funziona è un carcere che restituisce alla società persone in grado di reinserirsi, a favore anche della sicurezza collettiva. Detto questo, io credo che la battaglia sulle carceri sia una battaglia trasversale. Io la porterò avanti così, al di là della mia adesione a Futuro Nazionale, non ha importanza con chi mi troverò a fianco. Una visione alla Marco Pannella la sua! Assolutamente sì, questa delle carceri è un’emergenza democratica. E una emergenza democratica non è di destra o di sinistra, va affrontata per quello che è, come quando c’è una alluvione. Io sto cercando di trasmettere questo messaggio ma non è facile. Come mai? A livello di opinione pubblica, la gente non percepisce l’emergenza a meno che le persone non vengano toccate in prima persone da una detenzione. Oggi bisogna far capire alle persone che con questa magistratura e con questa giustizia chiunque può finire in carcere. Anche la sinistra deve prendere coscienza del problema magistratura, non può continuare in base a una scelta politica aprioristica a non rendersi conto che c’è un problema anche nella magistratura. Ci spieghi meglio... Oggi la magistratura purtroppo in molti casi è inadeguata, non si assume le responsabilità rispetto al proprio compito, all’enorme potere che ha. E questo è un dato con cui la sinistra deve fare i conti. Basta con la sua visione buonista della magistratura. Replico con quello che direbbe una toga: ma se il legislatore aumenta i reati, le pene e le aggravanti il magistrato nel mandare in carcere qualcuno applica solo le norme... Questa storia delle aggravanti e dell’aumento delle pene vale a destra come a sinistra. Basti pensare alla questione del femminicidio, ennesimo reato inutile voluto trasversalmente. Poi la destra punta più sull’inasprire in materia di ordine pubblico, la sinistra sui cosiddetti diritti civili. Detto questo, però, ci sono le attenuanti, c’è il senso del limite. Io in cella avevo una persona condannata in via definitiva a sei mesi perché accusata di aver rubato 5 euro in un parchimetro. Le sembra normale? Un giudice responsabile avrebbe archiviato. Lei ha detto che si sarebbe messo a disposizione, con la sua esperienza, per Fn. Cosa consiglierebbe in vista delle prossime elezioni in materia di giustizia? Sicuramente ridurre la carcerizzazione. La Costituzione parla di pene al plurale. Per tanti reati minori sarebbe meglio utilizzare le pene alternative al carcere, come i lavori socialmente utili. È anche un fatto di economia: un detenuto in carcere costa 180 euro al giorno al contribuente. Sbattere tutta la gente in carcere a marcire e a nostre spese che senso ha? Poi rafforzare gli organici della magistratura, soprattutto di sorveglianza. Infine una revisione complessiva del codice penale per evitare situazioni paradossali per cui chi spaccia prende una pena superiore a chi ammazza una persona. Invece rispetto alla responsabilità civile dei magistrati, lei sarebbe favorevole? Per forza sì. Non capisco perché la Meloni si sia impuntata su quella riforma costituzionale, quando c’è la possibilità per via ordinaria di prevedere la responsabilità civile. Poi anche concorsi davvero meritocratici per far carriera in magistratura. E infine una riflessione sul potere di grazia. Fino ad oggi usato col contagocce e pure in maniera vergognosa nel caso Minetti: una macchia che rimarrà sul Quirinale. Il potere di grazia deve essere uno strumento importante per intervenire in situazioni come quello di Mario Roggero. Lei quindi a Roggero darebbe la grazia? Assolutamente sì, almeno una grazia parziale. Mi sembra un paradosso: Roggero ha ucciso due persone, la Minetti no... Allora adesso chiunque è in attesa di esecuzione adotta un bambino disabile e viene graziato per questo. Non esiste! Tra l’altro la Minetti non rischiava neanche il carcere. Appunto. Quindi a maggior ragione la grazia... La grazia alla Minetti è ingiustificabile. Per Roggero c’è il problema di una interpretazione restrittiva della legittima difesa. Non si può limitare solo a quando un delinquente ti punta la pistola in faccia. Deve allargarsi anche quando il criminale si allontana dal luogo del delitto e la persona agisce sotto l’effetto dell’adrenalina. Lei è d’accordo dunque con la proposta di Borghi della Lega? Non del tutto, però sicuramente il meccanismo di reazione va profondamente rivisto anche nella chiave temporale. Favorevole a negare i risarcimenti ai rapinatori e famiglie anche in un caso come quello di Roggero? Sì, concordo. Vuole aggiungere qualcosa? Sì. In carcere il problema dell’immigrazione si vede con chiarezza: nel mio braccio c’erano pochissimi detenuti migranti e la situazione era tranquilla; negli altri bracci, dove c’è il 36% di detenuti immigrati, si formano i clan etnici e c’è un razzismo degli immigrati contro gli italiani. Quella degli immigrati è una situazione, nei numeri, intollerabile. Quindi occorre limitare l’immigrazione. Remigrazione, giusto? Sì, che non è una deportazione, ma immigrazione rotazionale che programma entro pochi anni il rientro in patria delle persone che sono venute a lavorare in Italia. Dal Cnel proposta legislativa per istituire piattaforma nazionale delle competenze dei detenuti cnel.it, 24 luglio 2026 Minunzio: “Alla base l’esigenza di favorire l’occupabilità delle persone sottoposte a misura penale”. Il Cnel ha approvato oggi il sesto disegno di legge predisposto nel quadro del programma Recidiva Zero, realizzato in collaborazione con il ministero della Giustizia, al fine di favorire l’inclusione sociale e lavorativa dei detenuti grazie a studio, formazione e lavoro in carcere e fuori dal carcere. La proposta prevede l’istituzione di una Piattaforma nazionale delle competenze delle persone sottoposte a misura penale, nonché norme in materia di interoperabilità e gestione avanzata dei dati. La Piattaforma è finalizzata a: promuovere l’integrazione socio?lavorativa dei detenuti; migliorare l’orientamento professionale e la formazione attraverso sistemi digitali di tracciabilità delle competenze; creare un ecosistema interconnesso tra amministrazioni pubbliche, enti di formazione, imprese e servizi per l’impiego; gestire in maniera ottimale le competenze e le certificazioni digitali; ridurre il rischio di recidiva mediante percorsi personalizzati di formazione e inserimento lavorativo. L’iniziativa è volta a delineare un quadro giuridico che possa supportare l’attivazione della piattaforma “Second Horizon”, a cui sta lavorando il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria con il sostegno dei fondi di coesione, nell’ambito del Programma nazionale inclusione e lotta alla povertà 2021-2027. Le principali funzionalità della Piattaforma riguardano la gestione dei profili utenti e dei dati anagrafici, la valutazione delle competenze, il monitoraggio dei percorsi formativi e l’incrocio tra domanda e offerta di lavoro. Il disegno di legge individua i soggetti istituzionalmente competenti al caricamento, aggiornamento e validazione dei dati presenti nella Piattaforma e attribuisce la responsabilità del trattamento dei dati al ministero della Giustizia. Il Ddl disciplina, inoltre, l’interoperabilità con le principali banche dati nazionali e regionali, tra cui il Sistema informativo per l’inclusione sociale e lavorativa (SIISL) del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, già oggetto di una sperimentazione avviata in cinque Regioni, che rende possibile l’incontro tra domanda e offerta di lavoro anche per le persone in esecuzione penale, in raccordo con gli sportelli di lavoro attivati negli istituti penitenziari. Le altre banche dati ricomprese nell’interoperabilità sono: i sistemi informativi di INPS e INAIL; i sistemi regionali per la formazione e i servizi per l’impiego; l’Anagrafe nazionale dell’istruzione; i sistemi del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, del Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità e della magistratura di sorveglianza (SISM, SIEPE, SIAP Afis); la Piattaforma Digitale Nazionale Dati (PDND). È previsto espressamente che la Piattaforma operi nel rispetto dei principi di trasparenza, proporzionalità e non discriminazione, in conformità alle normative vigenti e alle migliori pratiche in materia di trattamento automatizzato dei dati. “Il disegno di legge - evidenzia il consigliere CNEL Emilio Minunzio, relatore del provvedimento e coordinatore del Segretariato permanente per l’inclusione economica, sociale e lavorativa delle persone private della libertà personale - risponde all’esigenza di rafforzare le politiche di reinserimento sociale e lavorativo delle persone sottoposte a misura penale, riconoscendo che la formazione, l’acquisizione di competenze e l’accesso al lavoro rappresentano fattori decisivi per la riduzione del rischio di recidiva e per la costruzione di percorsi di autonomia e inclusione. Il quadro strategico dell’intervento è orientato alla modernizzazione dei servizi e alla piena attuazione dei principi costituzionali di rieducazione della pena e reinserimento sociale. È uno strumento che ha l’obiettivo di garantire e facilitare l’erogazione di servizi avanzati di orientamento, formazione, consulenza e gestione delle certificazioni digitali, in coerenza con il quadro europeo dell’identità digitale e con le disposizioni nazionali in materia di interoperabilità e piattaforme pubbliche. Tutto questo nasce da un’esigenza molto semplice: l’occupabilità delle persone sottoposte a misura penale”. Sicurezza e giustizia, divisi non solo a sinistra di Lina Palmerini Il Sole 24 Ore, 24 luglio 2026 Tra i partiti di maggioranza oggi si assiste a uno scollamento evidente, innanzitutto sul tema delle intercettazioni che FdI vorrebbe estendere e Tajani no. E poi sul caso Roggero con un viceministro di Forza Italia, Sisto, che prende apertamente una posizione opposta a quella di Salvini e diversa pure da quella dei vertici del suo partito sulla grazia. Giustizia e sicurezza: c’era una volta un fronte di destra che marciava compatto. Potrebbe essere questo l’incipit nella nuova narrazione di una maggioranza che sembra aver perso il collante su due temi chiave per il Governo Meloni. Sono stati cinque - o forse di più calcolando l’immigrazione - i provvedimenti licenziati e mai c’era stato il cortocircuito a cui si assiste in queste ore. Anzi, il guaio è che le divisioni sono dentro gli stessi partiti della coalizione. Per questa ragione i vertici a tre, tra la premier e i suoi vice, non riescono a centrare l’obiettivo di marciare uniti come accadeva fino a qualche tempo fa. Poi, infatti, si devono fare i conti con i gruppi parlamentari e lì si fatica a trovare l’accordo. Tra l’altro, come si diceva, il paradosso è che ci si divide sul vero asso della manica contro la sinistra, quella sicurezza e giustizia dove a litigare - fin qui - è stata l’opposizione. Non stiamo parlando, insomma, di legge elettorale dove sulle preferenze ci si muove in ordine sparso, tant’è che se riparlerà a settembre, ma di un totem che finora ha avuto un unico spartito. E invece oggi si assiste a uno scollamento evidente, innanzitutto sul tema delle intercettazioni che FdI vorrebbe estendere e Tajani no. E poi sul caso Roggero con un viceministro di Forza Italia, Sisto, che prende apertamente una posizione opposta a quella di Salvini e diversa pure da quella dei vertici del suo partito sulla grazia. Così sulle norme su cui tutti si erano lanciati - dalla revisione della legge sulla legittima difesa alla cancellazione del risarcimento per i familiari di chi delinque - adesso c’è una discussione. Sembra, per esempio, che non si faccia più un emendamento al decreto Giustizia e Immigrazione ma che si lavori sul Disegno di legge. Sarà anche per quelle interlocuzioni - di cui parla la maggioranza - che ci sarebbero state tra Colle e Palazzo Chigi (in genere con il sottosegretario Mantovano). Ecco, il frutto di questi scambi avrebbe portato a una riflessione non solo sullo strumento legislativo da usare ma pure su come cambiare la norma. In effetti, sul risarcimento si sta ragionando sulla modifica del codice civile (non penale) modulando il risarcimento a seconda delle circostanze. Si vedrà. Alla fine, l’ultimo fronte in cui la destra è stata compatta è stato sul referendum-giustizia ma quel clima si è perso. Colpa solo di Vannacci? In parte. Ieri il capogruppo di Forza Italia al Comune di Milano, Luca Bernardo, è passato con il Generale. Fibrillazioni che poi si sentono nelle aule parlamentari come sul Dl Giustizia. Il Governo cambia la giustizia minorile, rafforzata l’imputabilità tra 14 e 18 anni di Vincenzo Bisbiglia Il Fatto Quotidiano, 24 luglio 2026 Meloni: “Chi sbaglia, pagherà”. Schlein: “Propaganda mentre la benzina è a 2 euro”. Il Governo, su proposta della premier Giorgia Meloni e del Guardasigilli Carlo Nordio, ha approvato un disegno di legge che cambia la giustizia minorile, rafforzando di fatto l’imputabilità per gli under 18. Il provvedimento interviene sull’articolo 98 del Codice penale, introducendo una presunzione relativa di capacità di intendere e di volere per chi, al momento del fatto, abbia compiuto quattordici anni e non ancora diciotto. Esulta la presidente del Consiglio che in un messaggio social dice: “Chi sbaglia deve rispondere delle proprie azioni. Anche quando è minorenne”. Insorgono invece le opposizioni, che bollano l’iniziativa dell’esecutivo definendolo “un meccanismo perverso”. “Basta con la propaganda, la benzina è tornata a costare 2 euro” dichiara la segretaria del Pd, Elly Schlein. Critiche anche dalle organizzazioni che si occupano di disagio minorile e che lavorano ogni giorno con i ragazzi. “La violenza giovanile non può essere affrontata prendendo a modello la giustizia degli adulti” avverte Save The Children. La riforma non abbassa l’età della responsabilità penale, che resta fissata a 14 anni, ma cambia il meccanismo di accertamento. Oggi, per un ragazzo tra i 14 e i 18 anni, il giudice deve verificare caso per caso la capacità di intendere e di volere al momento del reato. Con la nuova norma viene introdotta una presunzione relativa di imputabilità: il minore sarà considerato, in via generale, capace di comprendere il significato delle proprie azioni, salvo che venga dimostrato il contrario. L’intervento della premier - “Oggi il governo ha approvato un provvedimento che cambia le regole sull’imputabilità dei minori”, una norma che “colpisce soprattutto chi crede di essere intoccabile, sfrutta i minori come manovalanza per i proprio affari ma serve anche a punire quei ragazzi che pensano di poter fare come vogliono perché sanno che tanto non accadrà loro nulla” ha dichiarato la presidente del Consiglio. “Comincio da un principio che stiamo cercando di affermare in ogni ambito”, spiega la premier: “Chi aggredisce, chi rapina chi devasta deve pagare sempre, anche se ha 15 o 16 anni, per questo abbiamo agito e continuiamo ad agire, arresto per i minorenni sorpresi con un’arma, norme severe contro la diffusione dei coltelli pene più dure per i danneggiamenti di gruppo. Oggi un passo ulteriore. Il nostro ordinamento prevede attualmente che un minore tra i 14 e i 18 anni risponda del reato solo se un giudice accerta che fosse capace di intendere e di volere. Con questo provvedimento quella capacità si presume sempre. Significa che si potrà ancora dimostrare il contrario davanti a un giudice, ma il punto di partenza cambia, prima si presumeva l’incapacità oggi si presume la responsabilità”. Nordio: “Non abbiamo abbassato l’età di imputabilità” - “È il tassello finale di un percorso iniziato con il decreto Caivano”, ha spiegato il ministro della Giustizia Carlo Nordio al termine del Consiglio dei ministri. “Non abbiamo abbassato l’età di imputabilità, abbiamo invertito l’onere della prova, per facilitare le indagini partendo dal presupposto che una persona di sedici anni sia in grado di intendere e di volere”. Nella relazione illustrativa del provvedimento viene chiarito che l’intervento riguarda esclusivamente la regola probatoria sull’imputabilità e non modifica il trattamento previsto per i minorenni che commettono reati. “Resta ferma la diminuzione della pena stabilita dall’articolo 98 del codice penale”, si legge nel testo, sottolineando che la riforma punta ad aggiornare la disciplina “all’evoluzione della realtà sociale”, mantenendo comunque le garanzie proprie dell’ordinamento penale minorile. Secondo il governo, la modifica nasce dall’esigenza di dare una risposta ai cambiamenti della società e ai fenomeni di criminalità minorile, evitando che l’età anagrafica costituisca automaticamente un elemento di esclusione della responsabilità. La maggioranza sostiene che la valutazione della maturità del minore resterà possibile, ma non sarà più il punto di partenza dell’accertamento. Su questa impostazione si è aperto lo scontro politico. Le opposizioni contestano l’introduzione di una presunzione generale di imputabilità e accusano il governo di indebolire la funzione educativa della giustizia minorile. La protesta dell’opposizione - “Hanno fatto un Cdm senza affrontare, per l’ennesima volta, il problema della benzina che è tornata a costare più di 2 euro. Questi sono i problemi concreti che gli italiani si aspettano che un governo affronti. Basta con la propaganda”, ha dichiarato a margine della Festa dell’Unità di Bagno a Ripoli Schlein rilanciando la proposta del Pd di reintrodurre il meccanismo delle accise mobili “per restituire ai cittadini l’extragettito Iva derivante dall’aumento dei prezzi dei carburanti”, sottolineando che il rincaro pesa su lavoratori e famiglie in partenza per le vacanze. Infine, la leader dem ha criticato il governo anche sul piano della politica estera: “Ci vorrebbe un governo che si ricordi che la Costituzione, all’articolo 11, dice che l’Italia ripudia la guerra e che faccia qualcosa per porre fine a questi conflitti, ma che anzitutto si preoccupi dei problemi concreti degli italiani”. Durissimo anche il commento di Angelo Bonelli, parlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra e co-portavoce di Europa Verde: “Le parole di Carlo Nordio sono gravissime. Dopo sei decreti sicurezza e il decreto Caivano, il governo ammette che la criminalità minorile è aumentata. È la prova del fallimento delle politiche della destra: più propaganda, più repressione, meno sicurezza. Invece di investire nella scuola, negli educatori, nei servizi sociali, nella salute mentale, nei centri culturali e sportivi delle periferie - abbandonate al degrado, all’emarginazione e alla povertà educativa a causa di tagli del governo ai finanzianti per i servizi sociali, culturali e sportivi - Meloni e Nordio scelgono di rispondere al disagio giovanile con il carcere e con una deriva autoritaria che sostituisce la prevenzione con il sospetto e le politiche sociali con il diritto penale. “La sicurezza si costruisce offrendo opportunità, non riempiendo le carceri di ragazzi. Senza una grande politica per l’istruzione, la cultura, lo sport e l’inclusione sociale, il carcere rischia di trasformarsi in una scuola di criminalità, dove si preparano i boss di domani invece di recuperare i cittadini di domani. La destra trasforma i giovani nel capro espiatorio del proprio fallimento”, conclude Bonelli. “Trasformare l’attuale sistema dell’imputabilità dei minori tra i 14 e i 18 anni introducendo una presunzione generale di responsabilità penale sarebbe una scelta sbagliata, che rischia di indebolire la specificità della giustizia minorile”, ha dichiarato Michela Di Biase, capogruppo del Partito democratico nella commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza. Secondo l’esponente dem, “il minore non può essere considerato un adulto in miniatura” e la responsabilità penale deve continuare a tenere conto “del percorso di crescita, della maturità e della concreta capacità di comprendere il significato delle proprie azioni”. Per Di Biase, gli automatismi rischiano di sostituire alla valutazione della persona “una risposta solo repressiva”: “Di fronte ai fenomeni di disagio minorile servono più prevenzione, servizi, educazione e sostegno alle famiglie”. Dura anche la reazione di Alleanza Verdi e Sinistra. Devis Dori, capogruppo di Avs in commissione Giustizia alla Camera, ha parlato di un “meccanismo perverso” che renderebbe i ragazzi “imputabili sempre e comunque, a prescindere dalle valutazioni del giudice sulla personalità e sulla maturità del minorenne”. Secondo Dori, la riforma rischierebbe di introdurre automatismi incompatibili con i principi del diritto penale: “Nel diritto penale, come è noto, gli automatismi non devono operare”. L’esponente di Avs ha inoltre criticato la posizione di Forza Italia, accusando il partito di seguire “una politica di criminalizzazione permanente dei giovani”. Il provvedimento si inserisce nel solco degli interventi sulla sicurezza e sulla criminalità giovanile avviati dal governo, dopo il decreto Caivano. Al centro del confronto resta il nodo principale: se una maggiore responsabilizzazione dei minorenni possa rappresentare uno strumento efficace di prevenzione dei reati o se rischi invece di trasformare la giustizia minorile in un sistema prevalentemente punitivo, sacrificando la funzione di recupero e reinserimento. L’allarme di Save the Children - “Considerare di regola imputabile un minore ultraquattordicenne rischia di trasmettere un messaggio rischioso: che la risposta penale agli errori degli adolescenti debba essere uguale a quella degli adulti” scrive l’ong, commentando l’approvazione del disegno di legge, Nel nostro sistema, in questa fascia di età l’imputabilità deve essere accertata dal giudice caso per caso, in base a un sistema penale minorile creato per rispondere alle esigenze evolutive dei giovanissimi, che “possono compiere errori anche gravi, ma hanno davanti a sé enormi possibilità di cambiamento”. Al contrario, “una risposta che penalizza i percorsi di crescita senza affrontare le radici della violenza non è efficace”. Save the Children richiama anche i dati in calo sulle sentenze di non luogo a procedere per accertata immaturità dei minorenni tra i 14 e i 18 anni, che sono passate da 256 nel 2004 a 60 nel 2024. Anche i proscioglimenti disposti per lo stesso motivo dal Tribunale per i minorenni sono stati solo 4 nel 2024. “Di fronte a questi numeri - si legge ancora nella nota - non è ragionevole voler limitare la discrezionalità del giudice minorile”. La soluzione va trovata altrove, sottolinea l’Organizzazione: “Se un minorenne arriva a commettere un reato, dobbiamo chiederci cosa è mancato prima: nella scuola, nella comunità, nei servizi, nelle opportunità educative e relazionali che avrebbero dovuto proteggerlo”. Minori e reati, tra i 14 e i 18 anni scatta la “presunzione di responsabilità”: che cosa vuol dire di Vincenzo R. Spagnolo Avvenire, 24 luglio 2026 La premier presenta il ddl approvato dal Consiglio dei ministri: “Chi sbaglia deve rispondere delle proprie azioni, anche quando è minorenne”. Resta ferma l’età dell’imputabilità, ma cambia la presunzione di capacità di intendere e di volere: tutto quello che c’è da sapere. “Chi sbaglia deve rispondere delle proprie azioni. Anche quando è minorenne”. Perciò, “il Governo ha approvato un disegno di legge che cambia le regole sull’imputabilità dei minori”. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni interviene a sera, poco dopo il termine del Consiglio dei ministri, per riassumere, in un video messaggio sui canali social, le motivazioni che hanno indotto l’esecutivo a varare un ulteriore disegno di legge contenente modifiche alla normativa in materia di imputabilità dei giovanissimi autori di reato. La nuova formulazione, argomenta la premier nel messaggio, “colpisce soprattutto chi crede di essere intoccabile, sfrutta i minori come manovalanza per i propri affari”, ma serve “anche a punire quei ragazzi che pensano di poter fare come vogliono, perché sanno che tanto non accadrà loro nulla”. Trattandosi di un disegno di legge, il testo (fino a ieri sera non noto nei dettagli) andrà ora al vaglio delle Camere. Rispetto ai contenuti, la modifica andrebbe a inserirsi nel solco della visione politico-penalistica propugnata dal centrodestra. Alla Camera, ad esempio, è stata incardinata a luglio in commissione Giustizia una proposta di legge (a prima firma di Marta Fascina, ma sottoscritta da diversi altri esponenti di Forza Italia), che punta ad abbassare l’età minima di imputabilità penale da 14 a 13 anni. Ma l’intervento del Governo andrebbe a fare leva su un altro cardine: “Non abbiamo abbassato l’età per la imputabilità del minore, che rimane di 14 anni, e non abbiamo inasprito le pene - fa sapere il Guardasigilli Carlo Nordio, in una conferenza stampa dopo il Cdm -. La novità riguarda la presunzione di imputabilità. Oggi essa deve essere accertata positivamente, caso per caso, perché c’è una sorta di presunzione di non capacità di intendere e di volere. Così invertiamo l’onere della prova”. La stretta sui minori che delinquono - Nordio lo definisce “il tassello finale di tutta una serie di provvedimenti contro l’aumento della delinquenza minorile” E la premier concorda: “Chi aggredisce, chi rapina chi devasta deve pagare sempre, anche se ha 15 o 16 anni”. Perciò “abbiamo agito” introducendo in altri pacchetti-sicurezza “l’arresto per i minorenni sorpresi con un’arma, norme severe contro la diffusione dei coltelli pene più dure per i danneggiamenti di gruppo”. Meloni ribadisce quanto precisato da Nordio: “Il nostro ordinamento prevede attualmente che un minore tra i 14 e i 18 anni risponda del reato solo se un giudice accerta che fosse capace di intendere e di volere”. Invece, “con questo provvedimento, quella capacità si presume sempre. Si potrà ancora dimostrare il contrario davanti a un giudice, ma il punto di partenza cambia: prima si presumeva l’incapacità, oggi si presume la responsabilità”. Anche il vicepremier e leader leghista Matteo Salvini prova a intestarsi la modifica, con un post sui social: “Una nuova stretta anti-maranza chiesta a gran voce dalla Lega. Chi sbaglia, paga”. “Severi con chi sbaglia, attenti a chi rischia” - Nel video messaggio, la premier afferma che “la norma da sola non risolve il problema” e “quando si parla dei giovanissimi, non si può ragionare solo sul piano della repressione”. A suo modo di vedere, il provvedimento diventerebbe “un tassello in un percorso molto più difficile, spesso silenzioso, perché un ragazzo di 15 o 16 anni che diventa violento o commette reati quasi mai ci arriva da solo”. Spesso, ragiona Meloni, “c’è una famiglia che lo ha dimenticato, una scuola che ha perso i contatti, un quartiere dove la sera non c’è nulla, un adulto che ha approfittato del vuoto”. E riempire quel vuoto “richiede molto lavoro, sostegno alle famiglie, scuola, formazione, lavoro, centri sportivi, spazi d’aggregazione, lotta al degrado, presidi nelle aree difficili. Noi stiamo lavorando su tutti questi fronti” perché “la fermezza senza alternativa non basta, ma le alternative senza fermezza non risolvono il problema”. Secondo la presidente del Consiglio, “alcuni risultati si iniziano a vedere e per questo vogliamo insistere, perché uno Stato giusto ha il coraggio di cambiare le regole quando non funzionano, ha il dovere di essere severo con chi sbaglia, ma anche presente con chi rischia di perdersi”. Le opposizioni: norma perversa, ci pensa Consulta - Sul ddl piovono le critiche delle forze di opposizione. Per la segretaria del Pd Elly Schlein, è “solo propaganda”. E la capogruppo dem alla Camera, Chiara Braga, rincara la dose: “Ieri gli immigrati, oggi i minori. Non c’è limite alla voglia di fornire uno scalpo piuttosto che risolvere un problema. Come se la manovalanza dei più piccoli fosse un’aspirazione dei ragazzini”. Tagliente pure Avs, con Devis Dori, che punzecchia i liberali di Forza Italia (“Dove sono finiti?”) e argomenta: “Ci eravamo illusi che la destra avesse toccato il fondo con la pdl Fascina. Ma il Cdm sfodera un meccanismo perverso. Consola l’idea che la Consulta, semmai andranno avanti, penserà a fermarli, perché nel diritto penale, come è noto, gli automatismi non devono operare”. Le nuove norme anti-maranza: dai 14 anni “responsabilità presunta” salvo prova contraria di Simona Musco Il Dubbio, 24 luglio 2026 Non si abbassa l’età, ma i ragazzi saranno considerati automaticamente imputabili. Meloni: “Chi sbaglia deve rispondere”. Nessun abbassamento dell’età dell’imputabilità da 14 a 13 anni, ipotesi pure avanzata alla Camera da Forza Italia con una proposta di legge a prima firma Marta Fascina. Il punto centrale del disegno di legge appena approvato dal Consiglio dei ministri riguarda invece il criterio di accertamento dell’imputabilità dei minori di età compresa tra i 14 e i 18 anni. Il testo, come spiegato in conferenza stampa dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, interviene sull’articolo 98 del Codice penale, modificando il meccanismo con cui viene valutata la capacità di intendere e di volere del minore. Con l’introduzione di una presunzione relativa di imputabilità: il ragazzo che abbia compiuto 14 anni e non abbia ancora raggiunto la maggiore età sarà considerato, in via generale, imputabile, salvo che venga dimostrata la sua incapacità di intendere e di volere al momento del fatto. Si tratta, secondo Nordio, del “tassello finale” di un insieme di interventi sulla giustizia minorile che il governo ha adottato a partire dal decreto Caivano, in risposta a quella che l’esecutivo considera una recrudescenza della criminalità minorile. Misure che, secondo le critiche delle associazioni che si occupano del settore, hanno contribuito però a spostare l’equilibrio del sistema verso una maggiore risposta penale, tradendo i principi della giustizia minorile italiana. Il ministro ha escluso che la riforma sia legata a un singolo caso di cronaca. Nordio, che in apertura ha annunciato una sospensione dei termini per i procedimenti davanti al tribunale di Bolzano dopo il crollo di un’ala della struttura, ha infatti parlato di un “forte aumento” della criminalità minorile a livello generale, “sia quantitativamente che qualitativamente”. Da qui la scelta di completare quel percorso che ha, di fatto, introdotto nuovi reati e aumentato le pene, riempiendo gli istituti di pena. Oggi, ha spiegato il ministro, “l’imputabilità del minore deve essere accertata positivamente caso per caso. Con questa norma noi invertiamo l’onere della prova e la diamo per presupposta, salvo ovviamente la prova contraria che può essere trovata a seguito di indagini che possono ovviamente essere disposte dal pubblico ministero o dal giudice nei casi di competenza”. Nessun aumento delle pene in questo caso, ha precisato Nordio, ma soltanto uno strumento in più, a suo dire, per favorire le indagini. La riforma, ha aggiunto rispondendo a una domanda dell’Ansa, rappresenta infatti una “facilitazione del processo”, superando impostazioni risalenti al “codice Rocco”, quando “i parametri anche psicologici per quanto riguarda l’età erano ben diversi da quelli di oggi”, così com’era diverso il fenomeno della delinquenza minorile. Il significato politico della riforma, ha concluso il guardasigilli, “è quello di facilitare le indagini”, oggi rese “più difficoltose dal fatto che la presunzione sarebbe esattamente opposta”. La relazione illustrativa chiarisce che “non viene eliminata la possibilità di escludere l’imputabilità nei casi in cui il processo evolutivo del minore risulti effettivamente incompleto o compromesso”. La modifica riguarda dunque il criterio di accertamento: l’incapacità di intendere o di volere non sarebbe più il presupposto da verificare per affermare l’imputabilità, ma una circostanza eccezionale da dimostrare sulla base degli elementi raccolti nel procedimento. Secondo il governo, la riforma bilancerebbe così la tutela del minore con la difesa della collettività, tenendo conto del “diverso livello di maturazione generalmente raggiunto dai giovani nella società contemporanea”. L’esecutivo richiama inoltre l’aumento, secondo la relazione, di episodi che coinvolgono ragazzi sempre più giovani in reati particolarmente gravi, oltre al ruolo dei cambiamenti sociali e dell’impatto di tecnologie e social network sulla percezione delle condotte illecite, sui fenomeni di emulazione e sulla diffusione di modelli violenti. “Chi sbaglia deve rispondere delle proprie azioni. Anche quando è minorenne - ha commentato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Chi aggredisce chi rapina chi devasta deve pagare sempre anche se a 15 o 16 anni. Per questo abbiamo agito e continuiamo ad agire”. La proposta ha però suscitato parecchie critiche. A partire da Antigone, secondo cui il rischio è quello di trasformare un sistema fondato sulla funzione educativa e sulla responsabilizzazione in un modello sempre più orientato alla punizione. “Che fine ha fatto il superiore interesse del minore?”, si è chiesta Susanna Marietti, coordinatrice nazionale e responsabile dell’Osservatorio minori di Antigone. L’associazione contesta anche l’idea che esista un’emergenza criminalità minorile tale da giustificare un cambio di impostazione. “Invece di chiederci perché sempre più adolescenti entrino in contatto con il sistema penale, si continua a rispondere allargando il perimetro della punizione”, afferma Marietti. Critiche arrivano anche dal Partito democratico. “Una scelta sbagliata, che rischia di indebolire la specificità della giustizia minorile”, ha commentato Michela Di Biase, capogruppo del Pd nella Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza. “Gli automatismi rischiano di sostituire alla valutazione della persona una risposta solo repressiva. Di fronte ai fenomeni di disagio minorile servono più prevenzione, servizi, educazione e sostegno alle famiglie”. Sulla stessa linea Devis Dori, deputato e capogruppo di Avs in commissione Giustizia alla Camera. “Ci eravamo illusi che la destra avesse toccato il fondo in materia di politiche giovanili con la pdl Fascina che abbassa l’età della imputabilità ai tredici anni. Invece oggi il Cdm sfodera un meccanico perverso per rendere ragazzini e ragazzine imputabili sempre e comunque, a prescindere dalle valutazioni del giudice sulla personalità e sulla maturità del minorenne - ha evidenziato -. Consola l’idea che la Consulta penserà a fermarli”. La requisitoria non urla di Stefano Giordano* Il Riformista, 24 luglio 2026 Nel maxiprocesso per le violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, il pubblico ministero ha chiesto quattordici anni di reclusione per l’ex comandante della polizia penitenziaria, imputato di tortura. Legittimo. Poi, nel perorare l’accusa, gli si è rivolto direttamente: “sei un criminale”. E qui il discorso cambia. Sgombriamo il campo: non è questione di colpevolezza o innocenza dell’imputato - quel verdetto spetta al giudice, e a nessun altro. È questione di misura. Est modus in rebus, ammoniva Orazio: c’è una misura nelle cose, e confini oltre i quali il giusto non sa stare. Il nostro è un diritto penale del fatto, non dell’autore. Si è imputati di aver commesso un reato, non di essere criminali. Dire a un uomo “sei un criminale” non è contestargli un fatto: è giudicarne la persona, scivolando verso quel diritto penale d’autore che le democrazie hanno archiviato da un pezzo. Non a caso il codice etico dei magistrati prescrive equilibrio, rispetto verso tutte le parti e di evitare valutazioni sulle persone che non siano conferenti alla decisione. L’accusa è tanto più credibile quanto più giudica il fatto e non l’uomo, anche - soprattutto - quando conclude per la colpevolezza. Durante la stagione referendaria si è ripetuto che “il primo giudice è il pubblico ministero”. Se questa ne è l’incarnazione, siamo all’opposto: un organo sempre più d’accusa e sempre meno di giustizia. Il pubblico ministero è parte - nobilissima, ma parte. E il processo non può piegarsi né alla logica del consenso né a quella dell’invettiva. Un ricordo, per chi ha memoria: nell’aula bunker del maxiprocesso di Palermo, davanti al gotha della cupola mafiosa, nessuno si permise mai di apostrofare così un imputato. Nemmeno quelli. Non è dato sapere se il presidente del collegio sia intervenuto a richiamare la misura: le cronache non lo riferiscono. Quanto al piano disciplinare, siamo certi che la vicenda avrà le conseguenze adeguate: nessuna. La giustizia non ha bisogno di alzare la voce: le basta avere ragione. *Studio Legale Giordano & Partners Cpi, stop al “veto ombra”. La Consulta smonta la linea Nordio su Almasri di Simona Musco Il Dubbio, 24 luglio 2026 Il silenzio col quale il ministro della Giustizia Carlo Nordio lasciò cadere la richiesta d’arresto del torturatore libico Almasri, obbligando la Corte d’Appello di Roma a scarcerarlo poiché non in possesso del parere obbligatorio del guardasigilli, non potrà più ripetersi. Perché il ministro della Giustizia, dice la Corte costituzionale con la sentenza 143 di ieri, ha l’obbligo di trasmettere immediatamente al procuratore generale le richieste di cooperazione e i mandati d’arresto emessi dalla Corte penale internazionale, senza poterli far cadere nel vuoto né congelarli in attesa che i tempi scadano. La questione di legittimità era stata promossa dalla quarta sezione penale della Corte d’Appello capitolina sulla scorta della vicenda Almasri, accusato dall’Aia di gravi crimini contro l’umanità e torture nella prigione libica di Mitiga. Rintracciato e arrestato in Italia a gennaio 2025, per poterlo consegnare ai suoi accusatori era necessario un passaggio formale del ministero della Giustizia. Di fronte alla mancata trasmissione dell’atto alla magistratura, i giudici furono costretti a disporre la scarcerazione. Poche ore dopo la liberazione, il torturatore venne rimpatriato in Libia con un volo di Stato. Una scelta che era valsa all’Italia il deferimento all’Assemblea Onu per inadempimento degli obblighi internazionali. Per quella vicenda finì indagato mezzo governo, compresa la premier Giorgia Meloni, poi rapidamente archiviata. Furono scudati dal Parlamento, invece, i ministri Nordio e Matteo Piantedosi, capo del Viminale, insieme al sottosegretario Alfredo Mantovano. Seguite le vie ordinarie, invece, per l’allora capo di gabinetto di via Arenula Giusi Bartolozzi, per la quale è pendente un’altra questione davanti alla Consulta, relativa alla possibilità di estendere lo scudo anche alla coindagata laica, in quanto il suo presunto reato - false dichiarazioni ai magistrati - sarebbe collegato teleologicamente, secondo la Camera, a quello di Nordio. La Corte d’Appello aveva chiesto alla Consulta di chiarire quanto stabilito dalla legge che subordina la trasmissione delle richieste della Cpi al procuratore generale a una decisione discrezionale del ministro. In assenza di quella comunicazione, il giudice non può procedere. Da qui la domanda: è legittimo subordinare ad un filtro politico gli obblighi di cooperazione? E rispetto all’espulsione di Almasri, giustificata con motivi di sicurezza nazionale, le valutazioni politiche sono ragioni sufficienti per venire meno ai trattati? I giudici delle leggi hanno dichiarato l’illegittimità parziale degli articoli 2 e 4 della legge 237 del 2012, eliminando qualsiasi margine di discrezionalità passiva o dilatoria da parte del guardasigilli. Il che significa che d’ora in avanti, quando la Cpi invia una richiesta d’arresto o di cooperazione, il ministero deve passarla all’autorità giudiziaria senza alcun indugio: la tattica del silenzio non è più una strada percorribile. Per bloccare il flusso verso i giudici, però, il ministro potrà emettere un provvedimento esplicito, pubblico e motivato, nel quale si dichiari che la richiesta dell’Aia contrasta direttamente con i principi fondamentali e le supreme garanzie della Costituzione. La scelta di non collaborare non potrà dunque più avvenire sottobanco, lasciando semplicemente trascorrere il tempo: l’Esecutivo dovrà assumersene formalmente e pubblicamente la responsabilità politica e giuridica, restituendo al potere giudiziario la piena centralità nella gestione degli atti d’indagine e di cattura internazionale. La Corte costituzionale definisce la propria pronuncia come una scelta collocata al crocevia tra la rule of law internazionale - legata alla protezione dei diritti umani e della democrazia - e la salvaguardia dei principi fondanti della nostra Costituzione. La Cpi, ricorda la Consulta, non possiede una propria forza di polizia né celebra processi in contumacia e si fonda interamente sulla collaborazione degli Stati membri, che ne costituiscono metaforicamente “le braccia e le gambe”. La cooperazione definita dallo Statuto di Roma introduce un modello verticale e leale tra Stato e organo di giustizia sovranazionale. L’impianto originario della legge n. 237/2012 assegnava al ministro della Giustizia il compito esclusivo di ricevere le domande dell’Aia e di inoltrarle al procuratore generale presso la Corte d’Appello di Roma. Tuttavia, la norma difettava di scansioni temporali vincolanti e di parametri trasparenti. Un meccanismo che genera un vizio intrinseco: un ministro potrebbe bloccare o ritardare indefinitamente una richiesta d’arresto semplicemente rimanendo inattivo, senza dover fornire alcuna spiegazione. Così com’è accaduto nel caso Almasri. Un silenzio sottratto a qualsiasi forma di controllo giurisdizionale, creando una zona d’ombra incompatibile con lo Stato di diritto. La Consulta ha precisato che la repressione dei più gravi crimini internazionali “non tollera né rallentamenti o ritardi, pur motivati da esigenze istruttorie o di carattere politico, né prese di posizione tacite, e, come tali, sottratte a ogni controllo, né, a fortiori, indugi arbitrari”. Se il governo ritiene che una consegna o una misura richiesta dalla Cpi contrasti con i principi fondamentali della persona o con l’identità costituzionale della Repubblica dovrà adottare una dichiarazione motivata ed esplicita da comunicare direttamente alla Corte d’Appello di Roma. Insomma, dovrà assumersi la responsabilità della propria decisione. “La sentenza - ha commentato il leader del M5S Giuseppe Conte - certifica ancora una volta l’inadeguatezza del vostro governo. Nordio rimarrà al suo posto?”. Campania. Stanze dell’affettività: quando il carcere prova a non cancellare gli affetti di Fabio Iuorio ilmeridianonews.it, 24 luglio 2026 Dietro l’ordine del giorno depositato in Consiglio regionale c’è una domanda più profonda di qualsiasi cavillo giuridico: quanto affetto può sopravvivere alla reclusione? Qualche giorno fa a Napoli in Consiglio regionale i consiglieri di Alleanza Verdi e Sinistra Rosario Andreozzi e Carlo Ceparano hanno depositato un ordine del giorno che chiede alla Regione Campania di sostenere la realizzazione delle cosiddette “stanze dell’affettività” negli istituti penitenziari del territorio, veri e propri spazi riservati ai colloqui intimi tra detenuti e partner, senza il controllo visivo del personale. Si parla di sesso, certo, ma ridurre la questione a questo sarebbe l’ennesimo modo di non guardarla davvero. Si parla di corpi, di identità, di legami che lo Stato ha deciso per decenni di spezzare insieme alla libertà. Come si è arrivati fin qui? L’atto prende le mosse dalla sentenza 10 del 2024 della Corte costituzionale, che ha dichiarato “illegittimo il divieto assoluto di colloqui riservati tra le persone detenute e il coniuge, il partner dell’unione civile o la persona stabilmente convivente”, una decisione che ha aperto la possibilità di incontri senza sorveglianza diretta, riconoscendo l’affettività come parte della tutela della dignità della persona e della funzione rieducativa della pena, non come una concessione da elargire a chi si comporta bene. Da quella sentenza ad una stanza vera però il passo è lungo, e l’ordine del giorno campano lo dimostra: chiede al presidente della Regione Roberto Fico di promuovere protocolli con il Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria, il Garante dei detenuti e le Asl competenti, propone di valutare risorse regionali per adeguare gli spazi e finanziare progetti a sostegno delle relazioni familiari, istituisce un tavolo tecnico permanente con direzioni carcerarie e Terzo settore. Un atto politico con cui, se il Consiglio lo approverà, la giunta si impegnerà a collaborare con l’amministrazione penitenziaria. Il carcere in realtà spoglia il detenuto della sua dimensione sessuale e affettiva, lo riduce a un’etichetta, la sessualità si trasforma in tabù, si consuma clandestina, si reprime fino a incancrenirsi, e con essa si perde qualcosa che riguarda l’identità stessa della persona, l’essere uomo o donna prima ancora che recluso. Con le stanze dell’affettività si può punire un reato senza cancellare un genere, un desiderio, un bisogno di contatto che appartiene a chiunque respiri. In più, fuori dalle mura c’è un’altra pena, mai scritta in nessuna sentenza, che ricade su chi resta: compagne, compagni, mogli, mariti che sostengono una relazione fatta di telefonate scandite dal tempo e colloqui in sale rumorose, amori che si consumano non per mancanza di sentimento, ma per l’impossibilità materiale di viverlo. Quante coppie si sono sfaldate non per un tradimento, ma per l’assenza di un luogo dove restare semplicemente due persone che si amano? E poi ci sono i figli, che crescono con l’immagine di un genitore visto attraverso un tavolo, mai in un contesto che assomigli a una casa. Una stanza dell’affettività decorosa non è un lusso concesso al detenuto, ma un diritto restituito al bambino, che merita di vedere il proprio genitore in una dimensione più vicina alla normalità, non solo alla colpa. Il testo dell’ordine del giorno ricorda però un dato che in Campania pesa più che altrove. Quale? La Regione ospita una delle popolazioni detenute più numerose d’Italia, e istituti come Poggioreale, Secondigliano e Santa Maria Capua Vetere convivono ogni giorno con sovraffollamento e criticità strutturali: immaginare una stanza dell’affettività in un carcere che scoppia significa immaginare qualcosa che, materialmente, oggi non è possibile. Ed è qui che il principio sancito dalla Consulta rischia di restare lettera morta: non per mancanza di volontà politica, ma perché la dignità ha bisogno di metri quadri, e i metri quadri in un istituto sovraffollato sono la prima cosa che manca. C’è chi teme poi che concedere intimità significhi ammorbidire la pena, trasformarla in un premio immeritato, ma chi lavora ogni giorno dentro gli istituti racconta un’altra verità: la frustrazione sessuale e affettiva è tra le prime cause di tensione, aggressività latente, esplosioni di violenza tra le mura. Negare l’affetto non rende il carcere più sicuro ma più esplosivo. Concederlo non è indulgenza, è gestione intelligente di un ambiente già saturo di rabbia trattenuta. Il paradosso è tutto qui: quello che sembra un cedimento sul fronte della sicurezza è, in realtà, uno degli strumenti più efficaci per ridurla. L’ordine del giorno campano è un primo passo, non un traguardo, e lo dice chiaramente anche il documento stesso: nessun diritto nuovo, nessun fondo immediato, solo un impegno politico a collaborare. Servono spazi adeguati, regolamenti chiari, personale formato per gestire un cambiamento che tocca la cultura profonda dell’istituzione penitenziaria, non solo la sua architettura. Servono fondi stabili, non tavoli tecnici destinati a diradarsi dopo il primo entusiasmo mediatico. E serve soprattutto un cambio di sguardo: continuare a chiedersi se il detenuto meriti affetto significa non aver capito che la domanda giusta è un’altra, ovvero quanto è disposta la nostra idea di giustizia a coincidere con la disumanizzazione di chi sconta una pena? Le stanze dell’affettività non assolvono nessun reato. Restituiscono, semplicemente, l’unica cosa che nessuna sentenza dovrebbe avere il potere di togliere: la possibilità di restare umani. Firenze. “Cimici e acqua non potabile: a Sollicciano le condizioni sono indegne” di Jacopo Storni Corriere Fiorentino, 24 luglio 2026 “Abbiamo visto le cimici nei letti dei detenuti, le infiltrazioni d’acqua su molti muri e reclusi ci hanno detto che l’acqua che viene dai rubinetti non è potabile”. Sono le parole dei membri di una delegazione di +Europa, Radicali, Ora! e Camera penale che ieri mattina ha effettuato una visita nel carcere di Sollicciano, dove sono sotto sequestro sette sezioni e sono in corso i trasferimenti dei reclusi verso altri penitenziari, prevalentemente in Toscana. Nonostante il sequestro e il trasferimento di varie persone, rimangono a Sollicciano situazioni di grave sovraffollamento, ad esempio al reparto del transito dove, come segnalato dalla delegazione, c’è un sovraffollamento di circa il 240 per cento. Dentro il penitenziario ci sono anche due donne incinte, una al sesto e una al settimo mese. Tra le varie situazioni da segnalare, moltissimi detenuti hanno mostrato i segni di autolesionismo, mentre all’interno dell’istituto c’è un detenuto di 66 anni che ha avuto una recente operazione nel corso della quale gli è stato installato un pacemaker. Sono infine tanti i reclusi con problematiche psichiche, tanto che uno di loro ha detto ai membri della delegazione che Sollicciano è diventato un manicomio. Ancora nessuna notizia in merito alla ristrutturazione di Sollicciano all’indomani del sequestro delle sezioni. “Nel penitenziario permangono condizioni di vita indegne per detenuti e agenti penitenziari” spiega la delegazione. Cosenza. Arrivano i carabinieri in casa, si lancia dal balcone e muore di Claudio Dionesalvi, 24 luglio 2026 La madre: “Mio figlio depresso, lo tormentavano”. Il ragazzo di 25 anni si trovava ai domiciliari. Si è lanciato dal terzo piano durante una perquisizione dei carabinieri. È morto così, a Cosenza, Mohamed Amin Bassioud, 25enne di nazionalità italiana e di origini tunisine. Era agli arresti domiciliari e da tempo soffriva di un grave disagio psichico. Nel marzo scorso, era stato ricoverato nel reparto di Psichiatria dopo aver commesso atti di autolesionismo. Straziante il lamento della madre che ci accoglie e con dignità racconta l’accaduto: “Erano le due e un quarto - spiega la donna al manifesto - e sono rientrata dal lavoro, aspettavo un operaio che doveva ripararmi una finestra. Hanno suonato alla porta, ho aperto e c’erano due carabinieri. Non mi sono meravigliata, perché è accaduto altre volte che venissero a controllarlo”. Il ragazzo “era molto depresso per la morte del padre e per il fatto di essere agli arresti. Loro lo hanno infilato in una stanza e hanno chiuso la porta. Ho chiesto di farmi entrare, ma me lo hanno impedito. Faceva caldo, hanno alzato la persiana, da fuori ho visto mio figlio che si lanciava sotto, non ho fatto in tempo a fermarlo”. È ancora sul balcone la sedia che il ragazzo ha usato per scavalcare la ringhiera e buttarsi nel vuoto. Un macabro silenzio avvolge il popoloso quartiere di via Mille, nel centro di Cosenza. Dalle palazzine circostanti arrivano i vicini di casa. “Qui sono venuti altre volte i carabinieri - spiega la signora Bassioud - e lo picchiavano, cioè lo trascinavano sul pavimento. C’era in particolare un carabiniere che lo perseguitava. Oggi pomeriggio, dopo che si è lanciato dal balcone, mi sono precipitata giù e mi hanno persino impedito di abbracciare il suo corpo”. Anche la fidanzata del ragazzo conferma il racconto: “Durante un’altra perquisizione, in passato, lui è svenuto. Voleva lanciarsi giù anche quella volta. Lo hanno preso, trascinato, gli hanno rovesciato in faccia una pentola d’acqua. Per questo motivo, oggi la madre ha cercato di entrare nella stanza, perché sapeva che il figlio ci aveva già provato e voleva evitare che succedesse”. Mohamed era stato arrestato per possesso di hascisc e guida senza patente. Mentre la madre abbraccia disperata il ritratto del figlio che in una foto recente indossa la maglietta rossoblu di una squadra di calcio, ricostruisce la vita del ragazzo: “Lo aveva preso il Paris Saint-Germain” e collocato in una squadra minore. “Ha studiato - prosegue la signora Bassioud - al liceo scientifico “Leonardo da Vinci” a Parigi. La sorella era già lì, si è laureata alla Sorbonne e mio marito aveva portato anche lui in Francia. Poi il contratto da calciatore è scaduto e lui è tornato qui”. Giocava con il San Fili, nei campionati dilettantistici. Aveva anche frequentato dei corsi per diventare osservatore dei settori giovanili. Secondo quanto riportato dall’Ansa, durante la perquisizione i militari dell’Arma avrebbero trovato dell’hascisc. La madre smentisce. Abbiamo tentato più volte di avere la versione ufficiale dei carabinieri, ma nessuno ci ha risposto. Cagliari. Il ministro Nordio inaugura il nuovo reparto per i detenuti al 41 bis a Uta La Nuova Sardegna, 24 luglio 2026 Il ministro Carlo Nordio taglia il nastro del nuovo reparto a Uta. Un nuovo reparto completamente autonomo, destinato alla gestione dei detenuti sottoposti al regime speciale del 41 bis, è stato inaugurato questa mattina, giovedì 23 luglio, nella casa circondariale “Ettore Scalas” di Cagliari-Uta. Alla cerimonia ha partecipato il ministro della Giustizia Carlo Nordio, che ha definito l’apertura della struttura “il primo importante traguardo” del programma di costruzione e riqualificazione degli istituti penitenziari. Accanto al ministro, il direttore del carcere di Uta Pietro Borruto e Rosella Santoro, direttore generale per la gestione dei beni, dei servizi e degli interventi in materia di edilizia penitenziaria. Secondo il Guardasigilli, il progetto punta a coniugare le esigenze di sicurezza con il principio dell’umanizzazione della pena, anche nei regimi detentivi più severi. Nordio ha inoltre annunciato che, nel breve periodo, saranno avviati ulteriori interventi anche nelle sezioni ordinarie, secondo il piano predisposto insieme al commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria. Il nuovo padiglione è separato dagli altri circuiti presenti nell’istituto e comprende 23 semisezioni, organizzate in cinque sezioni, per un totale di 91 camere detentive. La sua realizzazione conclude un percorso avviato nel 2009 e successivamente aggiornato attraverso interventi infrastrutturali, tecnologici e organizzativi. L’obiettivo era adeguare il carcere agli standard previsti per la gestione dei detenuti sottoposti al 41 bis. L’avanzamento del progetto è stato seguito dalla Direzione generale dei detenuti e del trattamento, dagli uffici competenti per l’edilizia penitenziaria e dal Gom, il Gruppo operativo mobile della polizia penitenziaria. Milano. “Ormai è un ospedale psichiatrico, non un carcere”: cosa succede dentro San Vittore di Massimiliano Melley milanotoday.it, 24 luglio 2026 Numeri spaventosi dal sopralluogo dei consiglieri: otto su dieci sono dipendenti da sostanze e/o malati psichiatrici. Sovraffollamento reale al 200%. Ancora un sopralluogo a San Vittore da parte dei consiglieri comunali. È avvenuto giovedì mattina, 23 luglio. Risultato? La conferma di una situazione di gravissimo sovraffollamento e anche di conseguente sottorganico degli agenti penitenziari. Non è tutto: almeno l’80% dei detenuti è tossicodipendente e/o con una diagnosi psichiatrica accertata. I dati ufficiali, forniti dalla direzione, parlano di 1.156 detenuti di cui 69 donne, a fronte di una capienza teorica di 780 persone, sebbene i due raggi chiusi limitino la capienza reale a meno di 500 persone. L’indice di sovraffollamento si avvicina quindi al 220%. Quanti sono i tossicodipendenti e i malati psichiatrici - I tossicodipendenti, sempre secondo la direzione del carcere, sono 677 tra gli uomini, 35 tra le donne, mentre le persone con diagnosi psichiatrica sono 154. Da gennaio si sono contati 513 atti di autolesionismo, un suicidio e 28 tentati suicidi, oltre a 6 aggressioni ad agenti e 532 aggressioni tra detenuti. “San Vittore assomiglia sempre meno a un carcere e sempre più a una casa psichiatrica e a una comunità per tossicodipendenti, senza però avere la struttura adatta e senza il numero necessario di psicologi e psichiatri”, commentano Alessandro Giungi, Daniele Nahum e Luigi Pagano. I primi sono vice presidente e presidente della commissione carceri, il terzo è il garante dei detenuti di Milano ed ex direttore di San Vittore. Diminuire i detenuti - Peraltro, secondo Giungi, Nahum e Pagano, negli ultimi anni il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria avrebbe reso ancora più complicato l’ingresso in carcere per i volontari, in modo che diano vita a progetti di aiuto e sostegno. “È necessario procedere con provvedimenti di clemenza che aiutino a diminuire il numero delle persone detenute, devono essere investite ingenti risorse nella medicina penitenziaria e per aprire comunità di recupero e di assistenza per detenuti psichiatrici e tossicodipendenti”, commentano: “Va ripristinato il sistema delle celle aperte, dando nuove risorse per le professionalità che operano in carcere quali la polizia penitenziaria, i mediatori culturali, gli educatori, i funzionari pedagogici”. Verona. In piazza Bra una cella in legno per “sperimentare” le sofferenze dei detenuti di Beatrice Branca Corriere di Verona, 24 luglio 2026 Le iniziative della Camera Penale dopo la visita in carcere: in tribunale posizionato un pallottoliere per la conta dei suicidi. Da settembre, intanto, nella casa circondariale partirà anche il percorso di ragioneria. “Nel giro di un anno sono stati ampliati gli spazi di lavoro dei detenuti all’interno del carcere e sono state implementate le attività lavorative e di formazione. Ci sono poi circa 60 detenuti che lavorano fuori. Da settembre partirà anche il diploma di ragioneria dell’istituto Bolisani di Villafranca e un altro percorso col Giorgi. Ci sono infine sette detenuti che iscritti all’Università. Sono segnali di una direzione, quella di Maria Grazia Bregoli che dal 2025 ha fatto scelte coraggiose. Rimane però la piaga del sovraffollamento e per questo motivo a breve arriverà in piazza Bra una struttura in legno che riproduce gli spazi di una cella, dove i cittadini potranno sperimentare cosa voglia dire vivere in pochi metri quadrati calpestabili”. Lo ha annunciato ieri la Camera Penale Veronese che, con una delegazione di 16 avvocati, si è recata ieri nella Casa Circondariale di Montorio dove i detenuti ammontano a 663 (607 uomini e 56 donne) contro i 335 regolamentari. “A Verona in alcune celle ci sono due letti a castello con tre presone quando invece ce ne dovrebbero essere due”, ha spiegato l’avvocato Simone Giuseppe Bergamini dell’Osservatorio Nazionale Carcere. La visita si inserisce all’interno dell’iniziativa “Ristretti in Agosto” dell’Unione Camere Penali Italiane con l’obiettivo di mostrare vicinanza ai detenuti, quando la maggior parte delle persone è in vacanza. “La cella che verrà posizionata in piazza Bra e sarà costruita nella falegnameria del carcere - ha spiegato il presidente della Camera Penale Veronese Stefano Gomiero - così tutti i cittadini potranno rendersi conto di quanto soffrono i detenuti, specie in estate quando il caldo rende la reclusione più complicata. A fine giugno abbiamo manifestato a favore di chi sta facendo fatica a ottenere delle misure alternative al carcere. In quel periodo siamo intanto riusciti a raccogliere alcuni fondi dai cittadini che useremo per acquistare alcuni condizionatori”. La Camera Penale ha tra l’altro posizionato una sorta di pallottoliere nei corridoi del tribunale scaligero, dove viene riportato il numero di suicidi nelle strutture detentive italiane che, dall’inizio dell’anno, ammonta a 34. Un altro nodo rimane quello del Tribunale di Sorveglianza: lo scorso mese, prima dell’astensione, la Camera Penale è stata accolta a Roma dal Consiglio Superiore della Magistratura, lamentando delle difficoltà nella velocizzazione delle procedure di quei detenuti che avrebbero diritto a una misura alternativa, in base al proprio percorso o allo stato di salute. “C’è anche il problema di un ritardo nei gratuiti patrocini che in sorveglianza sono fermi al 2024 e che scoraggia gli avvocati, specie i più giovani, a garantire le difese d’ufficio”, spiega Gomiero. Rispetto all’anno scorso, tra le buone notizie, c’è l’insediamento di un laboratorio in cui vengono realizzate protesi odontoiatre per i detenuti, ma anche per chi, fuori dalle carceri, e ha bisogno di impianti più accessibili. Rimane poi l’attività della falegnameria Reverse con spazi più ampi, la sartoria Quid, i laboratori di pasticceria e panificazione di Panta Rei e uno di riciclo della plastica. Ci sono però altri progetti che la Camera Penale ha messo in campo per garantire ai detenuti un percorso di rieducazione e reinserimento sociale. “Abbiamo avviato in tutta Italia un progetto con le scuole - spiega Barbara Sorgato della giunta dell’Unione Camere Penali - e la direttrice Bregoli si è detta disponibile a far incontrare i detenuti agli studenti”. Quei sei detenuti ritornati bambini nelle loro lettere dalla prigionia di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 24 luglio 2026 C’è un libro uscito a giugno che andrebbe messo in mano a chi pensa che il carcere serva solo a togliere di mezzo le persone. Si chiama “La corda dell’ancóra. Voci da dentro”, lo pubblica La Vita Felice, costa 14 euro, e i diritti d’autore vanno alla Fondazione Città della Speranza di Padova, che finanzia la ricerca sulle malattie dei bambini. Ma la cosa che conta di più è chi l’ha scritto: sei detenuti della Casa circondariale di Belluno, sei uomini della sezione protetti che per tre anni e mezzo hanno partecipato al laboratorio di poesia “La crepa”, condotto dalla poetessa e volontaria Lorella De Bon. È un libro dei ragazzi del laboratorio, prima di tutto. Loro sono la voce, De Bon ha tenuto la penna ferma accanto e ha raccolto. Il volume si apre con una frase di Papa Francesco ai giornalisti, detta a Rebibbia il giorno dopo Natale del 2024: “Ognuno di noi può scivolare, l’importante è non perdere la speranza”. È il tono di tutto il resto. Si firmano solo con il nome: Oscar, Carlos, Giuseppe, Giuseppe, Davide, Adil. Nella prefazione De Bon lo dice chiaro: “La loro voce è una sola”. E in effetti, leggendo i centocinquanta pezzi tra poesie e prose brevi, si capisce che non stai leggendo sei diari separati, ma un coro. Il filo che li tiene insieme è uno solo: gli autori scrivono al bambino che sono stati. Si mettono davanti allo specchio, cercano il ragazzino di un tempo e provano a spiegargli come sono finiti dietro le sbarre. Anche De Bon si racconta. La prima volta che entra in quell’edificio storico di via Baldenich, scrive, si becca un “ceffone” fatto di dieci porte blindate e di voci metalliche. Ammette che un tempo la pensava come tanti, che dentro quelle mura ci sono degli “avanzi di galera” e che “si debba buttare via la chiave”. Non c’è autocommiserazione, non c’è la posa di chi vuole fare pena. C’è un uomo di 49 anni che invidia sé stesso da piccolo, “per non aver continuato sulla strada che tu mi avevi indicato”. C’è chi ricorda il pallone a otto anni come unica poesia. C’è chi scrive al padre e mette nero su bianco che quel padre avrebbe voluto vederlo crescere a sua immagine, diventare come lui, “un mafioso”, e lui invece quella strada non l’ha voluta, non è mai stato il figlio che il padre sognava. Sono pagine che raccontano l’infanzia senza sconti, con i giochi, la ciabatta della mamma, il cane, le domeniche, ma anche la paura, le botte, il terrore di un genitore che non ti prendeva mai per mano. C’è pure altro, e mostra quanto sono cresciuti questi sei dentro il laboratorio. C’è chi immagina un mare pieno di coralli e di alghe che ballano in silenzio, chi scrive del platano di casa che continua a fare ombra anche adesso che lui non c’è, chi si ferma sulla terra malata e sui laghi che si asciugano. Segno che, quando gli dai gli strumenti giusti, la testa di chi è recluso evade dalle sbarre. Poi c’è il dentro. E qui il libro diventa un documento sul carcere che chi si occupa di queste cose conosce bene. “In carcere sei un numero, non hai più un nome”, scrive uno di loro. Un altro racconta che ormai lo chiamano “cella 101”. La stanza dove vive è tre metri per quattro, “praticamente lo spazio che un tempo usavo per i miei hobby”, e adesso ci stanno in tre. La palestra è più piccola ancora, e dentro possono stare in cinque: “ammassati come carne da macello”. Ci sono le perquisizioni, le attese per una risposta che non arriva, i permessi anche per usare la lavatrice, il tempo che gira a vuoto. Emerge anche tanto altro. Dentro quelle celle strette nasce una solidarietà che fuori faremmo fatica a immaginare. Uno racconta di aver accolto un detenuto appena operato al cuore, di averlo curato per due anni “con affetto fraterno”, felice finalmente di fare qualcosa di buono per un altro; poi quell’uomo è morto, e lui lo ricorda ancora. Un altro, sempre quello della “cella 101”, scrive che i più giovani lo chiamano “zio” e che prova ad aiutarli, a regalargli una parola di conforto. E arriviamo alla ferita vera, quella che il libro porta scritta addosso anche se non la nomina fino in fondo. Il laboratorio “La crepa” oggi non c’è più. È stato chiuso. E lo è stato con una decisione presa a voce, mai messa nero su bianco. Nelle ultime pagine gli autori scrivono a Lorella come si scrive a qualcuno che se n’è andato all’improvviso: “Sono molto rammaricato che abbiano interrotto il laboratorio di Poesia”, “La tua assenza ci ha colti di sorpresa”, “Mi manchi moltissimo... Ti aspettiamo presto”. Non sanno bene perché sia finito. Nessuno gliel’ha spiegato. In una realtà di provincia come quella di Belluno, lontana dai riflettori, le attività di volontariato campano di equilibri fragili. Basta una decisione della direzione, magari solo pronunciata e mai firmata, e tre anni e mezzo di lavoro si fermano. Il libro ha altri meriti. I dipinti che lo accompagnano sono di uno degli autori, Giuseppe D., e non fanno da contorno: dialogano con i testi, con le ninfee, i girasoli di Van Gogh, gli uccelli dipinti sui muri di sezione. Nella postfazione Alberto Figliolia, che il laboratorio di Opera a Milano lo coordina da anni, richiama i versi di John Donne, “nessun uomo è un’isola”, e ha ragione. Chiudono il volume le poesie di alcune ospiti del laboratorio, un modo per dire che quel gruppo non era una stanza chiusa ma un posto dove entrava e usciva umanità. Questi sei uomini, scrivendo, sono usciti dalla loro cella e sono entrati nella nostra vita. Non è un capolavoro nel senso che si intende di solito, e non pretende di esserlo. È qualcosa di più utile: è la prova che dare una penna a chi è chiuso dentro produce umanità, non pericolo. Il “fine pena mai” a colazione. Divagazioni tremitesi di Vittorio Minervini Il Dubbio, 24 luglio 2026 La liturgia laica della sostenibilità, della tutela del paesaggio e dell’ambiente è diventata ormai un modo di essere, che a volte si vuole dimenticare soprattutto oggi, nel momento in cui venti di guerra agitano le bandiere di quegli Stati che ancora faticano a perdersi nel cielo blu stellato dell’Unione. È una liturgia nella quale si riconosce da sempre il Touring Club Italiano, che da oltre centocinquant’anni accompagna noi italiani. E una sera alle Tremiti, in un villaggio che rispecchia in pieno l’ideale culturale del TCI, tra la cura mai maniacale per coste e fondali e la bella lezione di una biologa marina, d’improvviso un lampo: un racconto breve, di grande intensità, al centro delle tante storie che per pochi minuti scorrono sul telone mosso dal vento di tramontana. È il racconto della Cooperativa Giotto che, da anni, in un laboratorio all’interno del carcere di Padova, insegna a impastare e sfornare biscotti, brioche e dolci. E lo fa talmente bene che per cinque volte ha vinto il premio per il miglior panettone veneto. Detenuti che imparano un mestiere vero e poi escono e, grazie a quel mestiere, iniziano una vita nuova invece di tornare dentro. È la prova provata che l’articolo 27 della Costituzione, quando viene preso sul serio invece di essere soltanto citato nei convegni, funziona. Su questo il consenso è ampio, anche a destra, anche tra chi del garantismo diffida. Ma la storia che rimane impressa è quella di un uomo, di un detenuto che da tempo, ogni mattina, impasta e sforna. Lo fa bene e con soddisfazione. È un fine pena mai: ergastolo ostativo. Non uscirà, mai. Quell’uomo, nel video, non parla del “dopo”, perché un dopo non ce l’ha. Parla dell’adesso. È contento di fare quel lavoro, contento che il ricavato vada a sua moglie, ai suoi figli, a chi fuori continua a esistere anche se lui, di fatto, per la legge è già uscito di scena per sempre. Dobbiamo provare a immaginare cosa significhi imparare un mestiere sapendo che non lo eserciterai mai fuori da quelle mura. Non riscatta nulla, almeno nel senso in cui siamo abituati a usare la parola riscatto, un termine che presuppone un dopo. E allora perché farlo? Perché, evidentemente, la Costituzione non aveva in mente soltanto il “dopo” quando ha scritto che la pena deve tendere alla rieducazione. La retorica pubblica sull’ergastolo ostativo si concentra quasi sempre sul se: se sia legittimo, se la Consulta abbia aperto crepe sufficienti, se la collaborazione con la giustizia sia l’unica porta d’uscita accettabile. Quell’uomo con le mani dentro l’impasto, alle cinque del mattino, senza alcuna porta d’uscita in vista, ci pone invece una domanda diversa e più scomoda: che cosa deve essere, ogni singolo giorno, la vita di chi la pena non finirà mai di scontarla? Se rispondiamo “nulla, solo custodia”, allora l’articolo 27 terzo comma, per lui semplicemente non esiste: è una norma valida soltanto per chi, un giorno, rivarcherà il cancello. Se invece continua a valere anche per lui, allora la rieducazione non è soltanto un investimento sul futuro. È un diritto alla dignità nel presente, senza condizioni. Non è un dettaglio teorico: è la differenza tra una pena che si limita a custodire un uomo e un carcere che, anche di fronte all’irreversibile, continua a riconoscergli il diritto di vivere il presente con dignità. Il Touring, con la sua ostinata attenzione alla sostenibilità delle coste, ha voluto sottolineare, attraverso un video che racconta la sua collaborazione con chi offre un lavoro e l’occasione di una vita nuova agli autori di quei dolci serviti a colazione, che esiste una sostenibilità più difficile da certificare di quella ambientale: quella che consiste nel non lasciare che un uomo, per quanto la sua colpa possa apparire irredimibile agli occhi della legge, smetta di essere qualcosa oltre la propria condanna. Il mare delle Tremiti si protegge con i divieti di pesca e le aree marine protette. Quell’altra cosa, la dignità di essere persona, di essere ontologicamente persona, si comincia a proteggere con un forno acceso alle cinque del mattino, dentro un carcere. Migranti. La Consulta rinvia il decreto Tajani alla Corte di giustizia dell’Unione europea di Eleonora Martini Il Manifesto, 24 luglio 2026 La retroattività della norma, in particolare, violerebbe il diritto comunitario. Bollino rosso sul cosiddetto decreto Tajani (dl n. 36 del 28 marzo 2025, convertito poi in legge a maggio dello stesso anno), quello che il governo Meloni ha ritenuto assolutamente “necessario e urgente” perché bisognava, a dire degli esponenti delle destre, porre un freno alla cosiddetta “cittadinanza facile” o “industria della cittadinanza” italiana all’estero. Ieri la Corte costituzionale ha rinviato la legge 74 dell’agosto 2025 alla Corte di giustizia europea (Cgue) affinché chiarisca se le restrizioni imposte alla trasmissione della cittadinanza italiana per discendenza (iure sanguinis) siano compatibili con il diritto dell’Unione europea. I giudici costituzionali hanno accolto le questioni sollevate dai tribunali di Mantova e Campobasso che con due ordinanze simili hanno posto dubbi di legittimità sulla normativa, in particolare sulla retroattività della legge imposta nell’articolo 3 del testo, e hanno lamentato la violazione di una decina di articoli della Carta e altri principi sanciti dalla Cedu e dai trattati dell’Unione europea Tue e Tfue che “attribuiscono la cittadinanza dell’Ue a chiunque abbia la cittadinanza di uno Stato membro”. Nell’articolo 3, infatti, la legge 74/2025 - ricorda il comunicato della Consulta - “stabilisce che, in deroga alle norme previgenti che prevedevano la trasmissione illimitata per filiazione della cittadinanza, “è considerato non avere mai acquistato la cittadinanza italiana chi è nato all’estero anche prima della data di entrata in vigore del presente articolo ed è in possesso di altra cittadinanza”“, a meno di specifiche eccezioni non presenti nei casi da cui sono partiti i ricorsi. Nello specifico, a Mantova il tribunale ha chiesto chiarimenti in merito al caso di un bimbo brasiliano a cui il Comune di Canneto sull’Oglio ha negato la trascrizione dell’atto di nascita in quanto il minore, pur residente in Brasile, è nato da madre riconosciuta cittadina italiana con sentenza 11 aprile 2025 del Tribunale ordinario di Brescia. Secondo la sezione civile mantovana “la norma censurata determinerebbe la “revoca implicita” della cittadinanza per tutti coloro che, nati prima della sua entrata in vigore, “avevano già acquisito, grazie alla nascita da cittadino italiano, la titolarità sostanziale dello status civitatis, pur non avendo ancora provveduto al formale riconoscimento della titolarità del diritto”. I ricorrenti al tribunale di Campobasso, invece, “chiedevano l’accertamento del loro status di cittadini italiani iure sanguinis, in quanto discendenti di un cittadino italiano emigrato, rispettivamente, in Argentina e in Brasile, senza mai naturalizzarsi”. I dubbi sollevati qui si equivalgono, anche se nel capoluogo molisano la sezione specializzata in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini europei ha ipotizzato violazioni anche dei due trattati Ue, in quanto la nuova normativa “determinerebbe la “perdita automatica e generalizzata” anche della cittadinanza europea”. In attesa del parere della Cgue - che avrà un impatto determinante anche sui numerosi procedimenti pendenti riguardanti il riconoscimento della cittadinanza italiana per discendenza - la Consulta ha però ricordato la sua precedente sentenza 23 del 30 aprile 2026 con la quale aveva già respinto l’ipotesi che il decreto Tajani violasse gli articoli 9 del Tue e 20 del Tfue, perché ha ritenuto che la giurisprudenza europea “riguardi casi in cui uno Stato membro ha privato un soggetto di uno status (di cittadino nazionale e, dunque, europeo) accertato” e non ancora da accertare. Mai così tanto azzardo: in tre mesi sono stati giocati 45 miliardi di euro di Antonio Maria Mira Avvenire, 24 luglio 2026 “La situazione è fuori controllo”. La raccolta del settore è aumentata del 17% nel primo trimestre rispetto al 2025. Con questo trend si salirebbe a 190 miliardi a fine anno. Il boom dell’online e “il dramma di una società che non sa più sperare”. Non si ferma l’affare dell’azzardo ed è nuovo record. Nel primo trimestre del 2026 la raccolta ha raggiunto l’incredibile cifra di 45 miliardi e 440 milioni, con un aumento di più del 17% rispetto allo stesso periodo del 2025 quando con 38 miliardi e 755 milioni era già stato record. I dati, infatti, sono in continua crescita e ogni anno è un nuovo record: nel 2022 erano 30 miliardi e 607 milioni, nel 2023 sono saliti a 35 miliardi e 26 milioni, nel 2024 altro incremento a 37 miliardi e 719 milioni. E cresce addirittura del 25% la spesa, cioè la perdita secca dei giocatori. Si tratta di dati ufficiali contenuti nel Bollettino statistico pubblicato ogni trimestre dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. E il record trimestrale fa facilmente prevedere che si arriverà a un nuovo record annuale. Lo scorso anno la raccolta era arrivata a 165 miliardi e 345 milioni, se restasse l’attuale trend, facile previsione, si passerebbero i 190 miliardi. Come si legge nel Bollettino a contribuire alla crescita è soprattutto l’azzardo online che troviamo sotto la voce “altri giochi” e che ha raggiunto i 23 miliardi e 172 milioni rispetto ai 20 miliardi e 253 milioni del 2025. Salgono anche slot e vlt passando da 5 miliardi e 291 milioni a 7 miliardi e 870 milioni. Crescita inferiore per le scommesse salite da 7 miliardi e 351 milioni a 8 miliardi e 372 milioni. Così come i giochi numerici e le lotterie, passati da 5 miliardi e 859 miliardi a 6 miliardi e 25 milioni. Sostanzialmente stabile quanto ha incassato lo Stato, passato da 2 miliardi e 483 milioni ad “appena” 2 miliardi e 682. La conferma di una curva piatta da anni, dovuta soprattutto alla crescita dell’online tassato molto meno dell’azzardo “fisico” che invece sta perdendo posizioni. Cresce invece la spesa, cioè quanto i giocatori perdono. Si è arrivati a 5 miliardi e 713 milioni rispetto ai 4 miliardi e 484 milioni del primo trimestre del 2025. Soldi buttati via soprattutto dai giocatori patologici e dai soggetti più poveri e fragili, come sottolineano associazioni e organizzazioni del mondo “no slot” commentando questi dati preoccupanti. “È un gran brutto segnale - commenta don Bruno Bignami, direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e del lavoro della Cei -. Da una parte c’è la questione del perché del gioco, che c’entra col tema della speranza. Quali motivi oggi abbiamo di sperare, anche di riuscire a cambiare e elevare la propria condizione? In una fase di stasi dove non è possibile fare “salti”, si spera in qualcosa di immaginario come la fortuna. C’è poi il tema, collegato a un livello di cultura sociale molto bassa, legata al senso e al valore del denaro. Penso infine a forme estreme di solitudine, l’azzardo è spesso un modo per ripiegarsi su se stessi, segnala una crisi”. Da don Bignami c’è poi la denuncia di “una società che si struttura per favorire l’azzardo. Questo è il dramma. La spesa sanitaria italiana è di 160 miliardi di euro e se arriviamo a 190 con l’azzardo vuol dire che è qualcosa di allucinante. Soldi che poi confluiscono nelle mani di pochi”. Analoga la denuncia di Luciano Gualzetti, presidente della Consulta nazionale Antiusura Giovanni Paolo II. “È una situazione ormai fuori controllo. Da una parte le imprese per stare in piedi devono accalappiare sempre più clienti, dall’altra parte c’è lo Stato che vuole aumentare l’entrata erariale, anche se poi aumenta in maniera molto minore”. Con danni evidenti. “L’azzardo è sia una causa dell’impoverimento che un effetto dell’impoverimento perché quando uno ha difficoltà, cerca nella fortuna la soluzione, ma poi aggrava la propria situazione”. Così, insiste Gualzetti, “noi siamo l’ultima spiaggia di coloro che rimangono intrappolati. Di quei miliardi gran parte è garantita dalle persone più fragili, che noi cerchiamo di aiutare perché rischiano di cadere nell’usura”. Eppure, accusa, “si fa passare l’azzardo come una cosa normale, innocua, anzi “fa figo” sostenuta dai campioni alla faccia del divieto della pubblicità. C’è un processo di normalizzazione che fa anche più vittime perché la gente non ha neanche più il pudore e timore nei confronti dell’azzardo come avevamo noi. Oggi invece anche i giovani più piccoli vengono invitati a giocare, all’inizio con cose innocenti che poi piano piano li introducono nel vero e proprio azzardo”. Durissimo anche il commento di don Armando Zappolini, portavoce della Campagna Mettiamoci in gioco. “Lo Stato guadagna sui poveri e sui morti. È chiaro che più aumentano la precarietà e la povertà e più l’attrazione dell’azzardo è forte illudendosi che con un colpo di fortuna sistemi la precarietà. Così la maggior parte degli introiti dell’azzardo è roba di abitudinari, compulsivi e patologici?”. Per questo, afferma, “andrebbe fatta una regolamentazione che tuteli di più le fasce abitudinarie, come sistemi di blocco al tempo di giocata e ai soldi di giocata. Ma è chiaro che non lo fanno perché porterebbe a una riduzione delle entrate. E chi in Consiglio dei ministri proporrebbe di perdere 7-8 miliardi? Però la politica è anche avere coraggio. Ce l’hanno?”. Quando finisce la guerra? Mai di Alberto Negri Il Manifesto, 24 luglio 2026 La guerra di Usa e Israele contro l’Iran, che si estende dal Libano al Mar Rosso. Ma come abbiamo visto è sempre la stessa guerra. L’Ucraina, intanto, è in corso dal 2014, quella del Sudan dura da non si sa quanto. Fine guerra mai? Il terribile sospetto, corroborato da diversi indizi, coglie in questo periodo più di qualche esperto. Lawrence Freedman, professore emerito in studi sulla guerra al King’s College di Londra, nel 2025 ha scritto un articolo significativo su Foreign Affairs. Intitolato “The age of forever wars” (“L’epoca delle guerre infinite”). Un saggio di incombente attualità. Nessuna guerra del Medio Oriente è mai finita negli ultimi 45 anni. Ero in Iran per la guerra scatenata dall’Iraq nel 1980 che è continuata in Kuwait nel ‘91 e nello stesso Iraq per poi estendersi in Somalia, quindi in Afghanistan nel 2001, tornare in Iraq nel 2003 e in Siria nel 2011, aggiungendo, per infinite volte, i conflitti in Libano e tra Israele-Palestina fino al massacro di Hamas del 7 ottobre 2023 e a un genocidio degli arabi che secondo il professore israeliano Omer Bartov rischia di restare del tutto impunito e diventare - in una prospettiva terrificante - persino “legittimo”. Ora abbiamo la guerra di Usa e Israele contro l’Iran, che si estende dal Libano al Mar Rosso. Ma come abbiamo visto è sempre la stessa guerra. L’Ucraina, intanto, è in corso dal 2014, quella del Sudan dura da non si sa quanto. In Europa una legione di sonnambuli celebra ancora 80 anni di pace dalla seconda guerra mondiale dimenticando sempre un decennio di guerre balcaniche negli anni ‘90 (ho fatto pure quelle come le precedenti), come se si fossero dipanate tra massacri come quello di Srebrenica del ‘95 - altro genocidio - in un continente diverso, in un’ “altra Europa”. Eppure ogni giorno qualcuno chiede quando finirà questa guerra di Hormuz, che si è allargata allo Stretto gemello di Bab el Mandeb dove gli Houthi yemeniti stanno attaccando le petroliere saudite: “Mai, è ovvio”, una risposta che nessuno vorrebbe sentire. Non lo vorremmo sentire noi come pacifisti, opinione pubblica e consumatori di petrolio, ma anche coloro che questa guerra l’hanno iniziata il 28 febbraio, Stati uniti e Israele, che sulla scorta delle menzogne di Netanyahu avevano promesso di abbattere il regime della repubblica islamica inventandosi l’ex presidente iraniano Ahmadinejad come “quinta colonna” di un fantasioso colpo di stato. Ahmadinejad lo abbiamo visto con aria dimessa e contrita dietro al feretro di Ali Khamenei. Sul New York Times Steven Erlanger fa notare che dai tempi del Vietnam i presidenti Usa sono ripetutamente entrati in conflitti che sembravano durare all’infinito, almeno fino a quando il presidente successivo - o quello dopo ancora - non decideva che il gioco non valeva la candela dal punto di vista economico e politico, dichiarava vittoria e tornava a casa. Con l’Iran Donald Trump sembra caduto nella stessa trappola. Nella sua campagna elettorale aveva promesso di mettere fine ai conflitti e aveva garantito che non si sarebbe mai infilato in una guerra infinita, tanto più in Medio Oriente. Eppure è questo che rischia in Iran. Al punto che la scena al Congresso per i collaboratori di Trump assume contorni quasi ridicoli, se non fossero penosi e tragici. Nella sua audizione al Senato dal capo del Pentagono Pete Hegseth abbiamo appreso che questa guerra è già costata quasi 38 miliardi di dollari, che ne servono subito 70 per rifare le scorte di armi e che il prossimo bilancio della difesa passerà da 1000 a 1500 miliardi di dollari. Ma il cerone di Hegseth ha cominciato vistosamente a colare - è noto che questo machista convinto si trucca per le telecamere - quando il senatore repubblicano John Neely Kennedy gli ha chiesto a bruciapelo se il nucleare iraniano era finalmente neutralizzato o fosse pericoloso. “Se lo sia ancora non è non chiaro ma siamo comunque in grado di neutralizzarlo”, ha balbettato il capo della Difesa Usa. I leader potenti che hanno grandi eserciti tendono a cadere “nell’inganno della guerra breve”, scrive Lawrence Freedman. Come Trump in Iran e il russo Putin in Ucraina, questi leader “non si rendono conto dei limiti della forza militare e quindi si pongono degli obiettivi raggiungibili (sempre ammesso che lo siano) solo attraverso un lungo conflitto”, sostiene Freedman su Foreign Affairs. E i media, in maniera acritica, vanno dietro scrivendo balordaggini come nel 2001 quando i giornali occidentali - New York Times compreso - sostenevano che presto tutte le donne afghane avrebbero buttato il burqa: i talebani quando protestano spargono ancora il loro sangue sull’asfalto. Così i capi, impantanati in guerre infinite, trovano dei diversivi. Anche un po’ puerili se non facessero paura. Dopo avere annunciato un accordo sul nucleare civile con i sauditi, Trump ha affermato che è subordinato all’adesione del regno wahabita agli accordi di Abramo con Israele, subito intervenuto per ridurre la Casa Bianca a più miti consigli, ma i sauditi hanno ripetutamente affermato che non riconosceranno Israele (potenza atomica) senza la creazione di uno Stato palestinese. Trump ha ancora la possibilità di vendere al suo elettorato questa guerra impopolare come una specie di vittoria e ritirarsi. Ma invece di trovare una via di uscita minaccia di allargare il conflitto. Anzi adesso vorrebbe intraprendere la “sua” nuova guerra al terrorismo intervenendo contro una filiale di Al Qaeda in Mali, dove su fronti opposti ci sono già russi e ucraini. Da qualche parte bisogna pur “vincerne” una delle guerre infinite. In questo tempo indistinto tra guerra e pace la diplomazia è l’ultimo argine di Luca Miele Avvenire, 24 luglio 2026 La distruzione di ogni vestigia del diritto internazionale non è un evento improvviso. Viene da lontano. Ma alla fine di questo tragitto c’è l’equiparazione tra civili e combattenti. Il ritorno alle armi nello scacchiere mediorientale, con i raid statunitensi sull’Iran da una parte e lo stillicidio di attacchi a Gaza dall’altra - oltre alla guerra “infinita” in Ucraina - certifica la profondità di un movimento in atto ormai da tempo: siamo entrati in un’era di indistinguibilità tra guerra e pace, guerra e terrorismo, guerra e politica. La porosità e la reversibilità dei termini - si può chiamare pace un tempo segnato da una corsa ossessiva al riarmo? Si può chiamare pace un tempo inchiodato alla costruzione retorica, altrettanto ossessiva, del nemico? - ha portato allo sfrangiamento, se non al collasso, della diplomazia, come categoria dotata di uno spessore “ontologico” distinto, autonomo, indipendente dalla guerra. Il percorso che ha portato al già naufragato Memorandum d’intesa tra Washington e Teheran, firmato lo scorso 17 giugno, è stato punteggiato da continui strappi (e azioni militari). Gli Stati Uniti hanno attaccato l’Iran, più di una volta, mentre sedevano al tavolo negoziale. Mentre il raggiungimento del Board of Peace non ha fermato lo stillicidio degli attacchi su Gaza e Israele non ha esitato a uccidere, nel settembre dello scorso anno, i negoziatori di Hamas. Sull’altro fronte, quello che sta insanguinando l’Ucraina da oltre quattro anni, la diplomazia è stata da subito silenziata, ridotta a un balbettare privo di risultati che non ha escluso nessuno degli attori coinvolti. Il faccia a faccia tra Putin e Trump in Alaska, lo scorso anno, non ha influito sul corso della guerra, risolvendosi in una spettacolarizzazione estemporanea a cui è seguito il vuoto. Ma l’azzeramento della diplomazia non significa altro che l’azzeramento della politica, che sembra aver smarrito la sua vocazione e abdicato al suo compito - la risoluzione pacifica dei conflitti - per votarsi a un unico obiettivo: l’esercizio della forza, la costruzione di una nuova sovranità svincolata da qualsiasi bordatura legale. Come ha scritto il giurista Luigi Daniele, “l’idea di fondo di questa nuova concezione della sovranità internazionale, che al primato della legge sostituisce completamente quello della forza senza legge e della guerra come unico principio ordinatore, supera di misura l’idea schmittiana dello stato di eccezione e appare incentrata, piuttosto, sulla capacità di disfarsi completamente dei vincoli giuridici. Sovrano, in questa ottica, non è colui che decide sullo stato di eccezione, ma colui che è capace di distruggere il governo della legge, di elevare la propria forza al di sopra di esso, e di restare immune da ogni conseguenza”. D’altronde la distruzione di ogni vestigia del diritto internazionale non è un evento improvviso. Viene da lontano. La sua architettura è stata progressivamente svuotata e erosa. Come ha notato Alessandro Colombo, dopo la fine della Guerra Fredda che sembrava avesse espulso il conflitto armato dalla scena mondiale, la guerra è stata progressivamente rilegittimata, attraverso travestimenti vari. La “guerra totale al terrore”, lanciata dagli Stati Uniti all’indomani dell’Undici settembre, ha non solo reso la guerra da discreta e localizzata a continua e infinita, ma ha progressivamente smantellato la cornice giuridica che in qualche modo doveva contenerla. Un esempio su tutti: gli omicidi mirati. Attori statali hanno scelto di agire specularmente a quel terrorismo che volevano combattere: imitandone, nei fatti, i metodi. La guerra dei droni oggi ne è il prolungamento drammatico, perché “infinitizza” la guerra. Alla fine di questo tragitto, c’è l’equiparazione tra civili e combattenti che ha portato alle mattanze indiscriminate nel Medio Oriente. Quel che rimaneva del diritto internazionale, il suo totale smontaggio, è stato funzionale così alla rottura di ogni argine, portando all’indistinguibilità tra guerra e pace, guerra e terrorismo, guerra e politica. Il vertice di questo nuovo ordine internazionale è occupato oggi da un attore geopolitico, gli Stati Uniti guidati da Trump, che hanno scelto l’inaffidabilità come cifra del loro agire, fondando la propria egemonia sulla logica della forza militare, su quella che Alberto Toscano ha definito “una sorta di incoerenza strutturata”. Restituire alla diplomazia la dignità che merita è oggi l’unica “strada stretta” per tentare di disinnescare il dispositivo totalizzante - e fatale - della guerra. Turchia. Più carcere, meno rieducazione: la stretta di Erdogan sui minori di Daniele Zaccaria Il Dubbio, 24 luglio 2026 L’omicidio di Mattia Ahmet Minguzzi, un quattordicenne ucciso a coltellate il 24 gennaio 2025 in un mercato di Istanbul da due coetanei che non conosceva, ha profondamente scosso l’opinione pubblica turca e ha riacceso il dibattito sulla disciplina della giustizia penale minorile, in particolare sull’adeguatezza delle pene previste per i minori responsabili di omicidio. Il processo si è concluso con la condanna dei due principali responsabili a ventiquattro anni di reclusione, la pena massima prevista dall’ordinamento turco per gli imputati minorenni. Il caso ha tuttavia suscitato un ampio confronto sull’impostazione della normativa vigente, che definisce i minori autori di reato come suça sürüklenen çocuk (SSÇ), espressione traducibile come “minore spinto verso la criminalità”. Introdotta nel 2005, tale qualificazione riflette un approccio orientato a considerare il minore non soltanto autore dell’illecito, ma anche soggetto vulnerabile, influenzato da fattori sociali, familiari ed economici, e destinatario di misure prevalentemente educative e rieducative. La madre della vittima, Yasemin Ak?nc?lar Minguzzi, ha contestato apertamente tale impostazione, sostenendo che essa risulti inappropriata nei casi di omicidio volontario. Attraverso una campagna pubblica, ha chiesto una revisione della normativa affinché i minori responsabili dei reati più gravi possano essere assoggettati a un trattamento sanzionatorio analogo a quello previsto per gli adulti. Il caso Minguzzi si inserisce in un contesto caratterizzato dall’aumento della criminalità minorile. Secondo i dati dell’Istituto di statistica turco, tra il 2014 e il 2024 il numero dei minori fermati per reati è quasi raddoppiato, passando da 117.000 a oltre 203.000. Il Ministero dell’Interno ha inoltre rilevato che nel 2025 circa il 15% degli omicidi ha coinvolto almeno un autore minorenne, fenomeno attribuito in larga misura al crescente reclutamento di adolescenti da parte delle organizzazioni criminali. In risposta a questi dati preoccupanti, una commissione parlamentare d’inchiesta promossa dal presidente Erdogan ha elaborato una proposta di riforma volta a innalzare il limite massimo delle pene detentive applicabili ai minori nei casi di reati particolarmente gravi: da quindici a diciotto anni per gli imputati di età compresa tra i dodici e i quindici anni e da ventiquattro a ventisette anni per quelli di età compresa tra i quindici e i diciotto anni, mentre per i casi ancora più gravi come l’omicidio premeditato sarà prevista la pena dell’ergastolo. Impressionante invece l’abbassamento dell’età in cui un minore è ritenuto responsabile penalmente che passerà dai 14 ai 10 anni La proposta ha però incontrato le critiche di numerosi giuristi e delle organizzazioni impegnate nella tutela dei diritti dell’infanzia; secondo tali osservazioni, un inasprimento delle pene rischierebbe di porsi in tensione con i principi sanciti dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, secondo cui la privazione della libertà del minore deve costituire una misura di ultima istanza e avere finalità prevalentemente educative e di reinserimento sociale. C’è poi l’incompatibilità con gli standard della Cedu; la giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo considera in tal senso inumana e degradante la reclusione a vita senza possibilità di riesame. considera inumana e degradante la reclusione a vita senza possibilità di riesame. L’irrigidimento delle pene rischia di allontanare definitivamente Ankara dagli standard giuridici del Consiglio d’Europa. Inoltre, è stato evidenziato da diversi studi come l’aumento delle pene, di per sé, non rappresenti uno strumento efficace per ridurre la criminalità minorile, mentre maggiore rilievo assumono gli interventi di prevenzione, riabilitazione e sostegno alle famiglie vulnerabili. Lo stesso rapporto parlamentare, infatti, affianca alle proposte di carattere repressivo una serie di raccomandazioni dirette a rafforzare le politiche di prevenzione, il supporto psicologico ai minori, il coordinamento tra le istituzioni e gli interventi a favore delle famiglie in condizioni di svantaggio economico. Tuttavia, l’attuazione di tali misure si confronta con le persistenti difficoltà finanziarie e con la cronica insufficienza di risorse destinate ai servizi sociali, al sistema scolastico e ai servizi di salute mentale. Le testimonianze di giovani fuoriusciti da organizzazioni criminali confermano come il coinvolgimento dei minori sia spesso favorito non soltanto dalle difficoltà economiche, ma anche dall’emarginazione sociale, dalla dispersione scolastica, dall’assenza di prospettive e dalla ricerca di riconoscimento e appartenenza. Dietro la promessa di una maggiore sicurezza, il caso Minguzzi è stato utilizzato dal governo turco come giustificazione per imprimere una svolta punitiva nella giustizia minorile. L’inasprimento delle pene, l’espansione degli strumenti repressivi e la marginalizzazione delle politiche di prevenzione riflettono una concezione della criminalità minorile sempre più orientata al controllo e alla sicurezza, una strada percorsa da molti governi ma che non ha mai portato risultati concreti. Salvador. La guerra ai narcos in nome della sicurezza colpisce anche gli innocenti di Simona Carnino La Repubblica, 24 luglio 2026 Quello che contiene gli abiti (rigorosamente bianchi) e il cibo inviati dalle famiglie ai 92 mila arrestati nella guerra ai narcos del presidente Bukele. All’interno, nascosti, i messaggi per i detenuti. Spesso innocenti. Una volta al mese, Isamar Granados e Reina Hernandéz si svegliano alle 4 del mattino e ci mettono cinque ore per arrivare a San Salvador dalla piccola isola El Espiritu Santo. Poi salgono su un microbus che scende in una conca della capitale che sa di non ritorno. Capiscono di essere vicino al carcere La Esperanza, detto La Mariona, quando il telefono smette di prendere. Mentre dalle torrette del penitenziario, le guardie riprendono ogni movimento, loro si avvicinano all’ingresso e da quattro anni fanno sempre la stessa domanda: “Sono ancora qui?”. Lì fuori, sono due delle tante donne che cercano notizie dei propri familiari. Dentro, Nestor, il marito di Isamar, e Ronie, il figlio di Reina, due delle 92 mila persone finite in carcere dall’inizio dello stato di emergenza, dichiarato dal presidente di ultradestra Nayib Bukele per combattere le pandillas Mara Salvatrucha 13 e Barrio 18, organizzazioni criminali che per venti anni hanno insanguinato il Salvador con assassini ed estorsioni. Di fatto gli omicidi sono crollati e oggi il Paese è considerato sicuro, ma il costo umano è stato enorme. Con un detenuto ogni cinquanta persone, il Salvador ha il più alto tasso di detenzione al mondo. In Italia, ad esempio, il rapporto è di circa uno ogni 900 abitanti. Inoltre, il 36 per cento dei detenuti salvadoregni, oltre 33 mila persone, non avrebbe legami con le pandillas, come emerge da registri interni della polizia, trapelati alla stampa. Eppure, sono stati arrestati. Secondo Human Rights Watch, un sistema di premi a fronte di arresti avrebbe spinto la polizia a catturare persone anche in assenza di prove valide. I processi di massa - Di Nestor e Ronie e della maggior parte dei detenuti non si sa nulla. Nessuna chiamata. Nessuna visita. Ingoiati dalle carceri salvadoregne, senza processo, né condanna.Pescatori di professione, vivevano nell’isola El Espiritu Santo, nota per le piantagioni di cocco e perché le pandillas non si sono mai radicate. La comunità di circa 1.500 abitanti, infatti, è sempre riuscita a preservarsi, grazie a un sistema di controllo degli ingressi. Ma nel 2022, Nestor e Ronie sono stati arrestati, insieme a 25 concittadini. “Quest’isola è sana: lasciamo le biciclette in strada e le porte aperte” racconta Reina, nata qui 63 anni fa. “Quando hanno portato via mio figlio mi sono sentita morire. Ci hanno detto che sono stati arrestati per agrupaciones ilícitas. Ma con quali prove?”. Stessa domanda se la fa Movir, il Movimento delle vittime del regime, realtà che denuncia gli arresti arbitrari. “Abbiamo tutti sofferto la violenza delle pandillas” dice il portavoce Samuel Ramírez “ma la lotta alla criminalità non può giustificare la detenzione di innocenti”. Eppure, il rischio c’è. Da aprile sono iniziati processi di massa con centinaia di imputati nella stessa udienza e condanne collettive senza valutazione individuale delle responsabilità. Una preghiera - C’è un solo modo per i familiari di stare vicino ai detenuti: el paquete. Un pacco di cibo, medicine, prodotti per l’igiene e bucato, calze, boxer e magliette. Tutto rigorosamente bianco. L’uniforme carceraria, completa di ciabatte, è a carico delle famiglie. A parte qualche alimento, lo Stato non fornisce nulla.Davanti a La Mariona, piccoli negozi vendono paquetes económicos, ma una fornitura per un mese non costa meno di 150 dollari. Chi può, aggiunge fino a 300 bustine di caffè solubile, usato come moneta di scambio in carcere. “Ti prego fammi scrivere il nome di mio figlio sul paquete perché riconosce la mia calligrafia e saprà che lo penso”, dice una donna al negoziante. Quando lo consegna alle guardie, però riceve solo un foglietto con il numero di cella. Nulla più. “Non siamo sicure che il pacco arrivi intero, ma lo facciamo ugualmente perché è l’unico modo per far sapere ai nostri cari che ci siamo”, spiega Isamar, che da quando il marito è in carcere fa tre lavori, tra cui la muratrice, per mantenere i figli. Anche Reina, nonostante l’età pensionabile, è tornata a lavorare in una cooperativa di trasformazione del cocco. “Prima era mio figlio a mantenere me e mia madre. Ora sono io che mantengo lui”. Dice con un sorriso amaro. Per Irma Sanchéz, di 64 anni, el paquete è davvero un rompicapo. Entrambi i figli sono in carcere e lei è rimasta sola, senza lavoro né pensione. “Posso fare il pacco solo una volta ogni quattro mesi - dice -. Mi sento colpevole, perché se non mangiano si ammaleranno o peggio”. Secondo l’organizzazione Socorro Jurídico Humanitario, almeno 537 persone sono morte in carcere dal 2022: il 94 per cento senza legami con il crimine organizzato. Ieri e oggi - Maria Lidia ha 76 anni e cammina con il bastone davanti a La Mariona. Ha bisogno di parlare. Cerca un avvocato, ma le basta una giornalista, perché non ne vede da un po’. Molti giornalisti critici nei confronti del governo di Bukele hanno dovuto abbandonare il Paesea causa di intimidazioni e minacce. Maria Lidia si trascina fino a casa e tira fuori da un cassetto due fototessera in bianco e nero. Sono i suoi due figli. Uno è José di 56 anni in carcere da quattro anni nonostante una malattia cronica a reni e polmoni. L’altro è Samuel, scomparso nel conflitto armato interno che devastò il Salvador tra il 1980 e il 1992. “Sai cosa c’è di peggio di perdere un figlio? Non sapere dove piangerlo. Ho paura di non vedere più neppure José perché da queste carceri non si esce”.Gli unici detenuti di cui il mondo conosce il volto sono i presunti capi delle bande Mara Salvatrucha e Barrio 18 rinchiusi nel Cecot, il carcere simbolo della guerra alle pandillas di Bukele. Le loro immagini, con i tatuaggi in evidenza, servono al governo di Bukele per costruire la figura del nemico che vuole mostrare al mondo. Degli altri migliaia di detenuti, invece, non esistono foto, spariti anche dal racconto pubblico. C’è chi dice sì - Eppure, per molti salvadoregni la sicurezza viene prima dei diritti umani. “Il Salvador non è mai stato meglio. Qualcuno dice che Bukele è un dittatore, ma se anche fosse, allora ¡Qué viva la dictatura!” dice un autista di Uber a San Salvador. Poco importa se ha riformato la Costituzione per rimanere al potere indefinitamente o se il Paese è militarizzato in uno stato di emergenza permanente. Nayib Bukele, 44 anni, è apprezzato da circa il 90 per cento della popolazione ed è un modello per molti leader di ultradestra dell’America Latina. Da sette anni al potere, è famoso anche per le sue ambizioni tecnologiche e finanziarie, dall’introduzione del Bitcoin come moneta nazionale, la cui obbligatorietà è stata revocata per pressione dal Fondo Monetario Internazionale, all’uso dell’intelligenza artificiale applicata alla sanità in collaborazione con Google, fino all’arrivo di imprese di criptovalute attratte da regimi fiscali favorevoli. Dietro l’immagine del Salvador digitale, però, il salario minimo resta a 400 dollari e una famiglia su cinque vive in condizione di povertà multidimensionale. Tra di loro, migliaia di famiglie che aspettano risposte. “Chiediamo solo una cosa: che vengano svolte indagini serie”, conclude Isamar, “e quando tutto questo sarà finito, vogliamo essere risarcite dallo Stato. Anche se non c’è modo di compensare gli anni perduti in questa maniera”.