Nelle carceri roventi, aspettando prefabbricati e nuovi progetti di Raffaella Calandra Il Sole 24 Ore, 23 luglio 2026 Al via le gare d’appalto per nuovi moduli e padiglioni Solo 7 milioni per le Case di comunità: 55 le domande presentate. Il momento peggiore è il pomeriggio. Quando alle alte temperature si aggiunge il caldo di muri di cemento e grate di ferro. Allora un minifrigo diventa un’oasi di refrigerio, ma più spesso è un miraggio in settimane da bollino rosso, 40 gradi e sovraffollamento record. Così da Torino a Bologna, da Cagliari a Genova, da Poggioreale a Rebibbia a Bellizzi (Av), dove a mancare non di rado è proprio l’acqua con tutto quel che comporta, quasi 65mila detenuti vivono una nuova torrida estate. Tra allarmi, sigilli e l’ultima condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo per la morte nel 2019 di un uomo in cella. Un anno dopo il nostro viaggio nelle carceri, alcuni progetti sono rimasti dove li avevamo lasciati, altri aspettano attuazione. Un segno di speranza è la rimozione delle schermature in plexigass dalle finestre dell’istituto di Cosenza. Commissario all’edilizia - Un anno dopo l’annuncio del Governo di un piano da 10mila posti entro il 2027, ecco i numeri del commissario straordinario all’edilizia penitenziaria, Marco Doglio. 32 milioni e 384 posti per i nuovi prefabbricati: proseguono le gare d’appalto per Frosinone, Reggio Emilia, Voghera, tra gli altri; in valutazione finanziaria per L’Aquila, Opera, Agrigento. Per i nuovi padiglioni, 200 milioni per 1.580 posti in 12 istituti da Secondigliano a Pavia, Monza, Trapani, Arghillà, Saluzzo, Trani, Santa Maria Capua Vetere, Ferrara, Gela, Rovigo, Perugia. Per le manutenzioni straordinarie e le opere di ampliamento, 141 milioni e 1.510 posti (tra Milano, Bologna, Brescia-Verziano, Roma Rebibbia). Per gli istituti più antichi, come Canton Mombello a Brescia - dove continuano ad essere stipate più di 10 persone in una stanza con lo stesso bagno - si era parlato di “valorizzazione”. Per questi edifici storici è prevista una piattaforma per il censimento (e poi la vendita, come ciclicamente si pensa?). Per ora a Brescia, terminata la progettazione, si aspetta l’avvio dei lavori di manutenzione straordinaria per portare a norma celle e servizi. Dove saranno trasferiti i detenuti che qui sono più del doppio della capienza? Il tema si è posto anche in Toscana, dopo l’ordine del Tribunale di Firenze di chiudere un’ala di Sollicciano per le pessime condizioni. L’evacuazione a tappe di 200 persone si è riflessa sugli altri istituti, tanto che il Dap, in una circolare, non esclude i materassi a terra. Un anno fa, raccontavamo del trasferimento di singoli detenuti dopo ricorsi per degrado: 446 in totale quelli presentati. Per Sollicciano è prevista una riqualificazione da 9 milioni: a metà maggio è stata aggiudicata la progettazione in capo al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Ma sono in tanti a pensare che, pur non così vetusto, vada chiuso. Salute Non invecchiano solo gli edifici, sempre di più anche le persone ristrette: in 10 anni gli ultra 50enni sono passati dal 13,9% del 2005 al quasi 30%, 1.348 a fine 2025, riporta Antigone. Detenuti con sempre maggiori fragilità, malattie croniche e troppe barriere. Così Massimiliano da Rebibbia raccontava in radio di un ultra-ottantenne che non riusciva ad usare il bagno alla turca e doveva essere accompagnato ogni volta al piano inferiore. E a Sollicciano è arrivato un 87enne, uscito subito dopo. Sulla salute penitenziaria, era stata proposta una cabina di regia, morta prima di nascere. Così come si è impantanato il piano per aggiungere 300 posti alle Rems, viste le croniche liste d’attesa delle residenze per la salute mentale. Con l’effetto di detenzioni illegittime o pericoli per l’incolumità. Tossicodipendenti e carcere di marginalità - Quando entreranno in funzione i circuiti semiresidenziali previsti dal Governo, saranno 26mila i detenuti con dipendenze che potrebbero scontare la pena fuori dal carcere: è stato ampliato il disegno di legge per la detenzione domiciliare e ci sono già voci di bilancio (fondo da 19.436.000 annui del Ministero della Salute). Solo sette milioni all’anno sono gli stanziamenti invece per le case di comunità, pensate per le misure alternative di chi non ha domicilio: 55 le domande di iscrizione al registro presentate alla chiusura, il 31 maggio, della prima finestra. Secondo il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, sono “2-3mila le persone che potrebbero accedervi”. Se e quando saranno operativi, e ben finanziati, questi circuiti potrebbero ridurre la quota crescente del cosiddetto carcere di marginalità. Lavoro All’insegna del “semplificare” lo scambio tra imprese e amministrazione penitenziaria e di “incoraggiare l’interazione con l’economia privata” è stato pensato il decreto del Presidente della Repubblica, approvato a giugno, sul lavoro, strada maestra per il reinserimento del condannato. Attualmente, solo 3mila gli impiegati non per i bisogni dei penitenziari. Si prevede innanzitutto un censimento dei profili professionali, per favorire l’incontro tra la domanda di imprese, che fanno fatica a trovare mano d’opera, e offerta dei detenuti. Si arriva a prevedere “eventualmente - si legge nella relazione illustrativa - la concessione in comodato d’uso di aree, locali, nonché macchinari e attrezzature”. Si valorizza inoltre la formazione e si prova a ridurre quei vincoli che rendono talora difficile assumere detenuti. Al testo hanno contribuito “i consigli dei commercialisti, consulenti del lavoro, Cnf e Cnel”. Magistratura di sorveglianza Un collo di bottiglia continua ad essere la magistratura di sorveglianza: 258 i magistrati per seguire 65mila detenuti, 50mila misure alternative in esecuzione e 9mila pene sostitutive (statistiche del Ministero a fine maggio), con 100mila istanze di ammissione a misure alternative per pene inferiori a 4 anni - stima il coordinamento dei magistrati di sorveglianza - in attesa di essere trattate. Il risultato, nonostante gli aumenti di toghe, sono i tempi lunghi per fissare le udienze: anche 3-4 anni. Con una tendenza, secondo più osservatori, alla minore concessione di misure alternative (con le dovute eccezioni). Solo il presente - Nodi e progetti arrivano come un’eco lontana al di là delle alte e roventi mura dei penitenziari. “Per noi vale solo il presente, questa giornata”, chiosa Daniele, detenuto a Viterbo nel documentario Pills of right realizzato con l’Università della Tuscia. E l’oggi, per 65mila persone, sono i 40 gradi di una nuova torrida estate. Doglio: “Valorizzazione immobiliare di carceri storiche, non solo nuove celle” di Raffaella Calandra Il Sole 24 Ore, 23 luglio 2026 Il commissario straordinario all’edilizia penitenziaria: “9.696 posti in tre anni; opere per 758 mln, in parte già finanziate”. Lo paragona ad una “matrioska”, un incastro di interventi vecchi e nuovi, “in collaborazione con Dap, Giustizia Minorile e Mit, sotto la regia di Palazzo Chigi”. Per “una risposta strutturale al sovraffollamento”. Atteso da mesi, preceduto e seguito da critiche, il piano per l’edilizia penitenziaria approda in Consiglio dei Ministri con l’ambizione di “non costruire solo celle, ma recuperare dignità, sicurezza e funzionalità”, assicura il commissario straordinario all’edilizia penitenziaria, Marco Doglio. Anche “attraverso una valorizzazione immobiliare su vasta scala”, scandisce il manager chiamato da Cassa Depositi e Prestiti per accelerare le procedure. Commissario, facciamo chiarezza sui numeri dei posti disponibili subito e sui costi? 9.696 nei prossimi tre anni in 60 interventi edilizi, per un costo stimato in 758 milioni, in larga parte già coperto. A questi si aggiungono ulteriori 5.000 posti previsti con operazioni di valorizzazione e trasformazione degli istituti non più funzionali, con l’obiettivo di creare nuovi posti tramite la costruzione di nuove carceri o l’ampliamento di quelli attuali, portando la risposta complessiva al fabbisogno a circa 15.000 posti detentivi. Nuove carceri, da costruire dove? Si ipotizza anche la vendita di istituti storici? Idea esaminata in passato da Cdp? Si parla di valorizzazione e trasformazione, non di vendita. Stiamo realizzando un censimento- ad esempio dei vincoli catastali - per carceri importanti in centro città o con vista mare, potenzialmente oggetto di valorizzazione urbanistica. Stiamo poi valutando la possibilità di spostare i detenuti in siti più moderni, limitrofi ad altri istituti. Noi prepariamo il terreno, il resto in un secondo momento. Anche una riflessione sui fondi immobiliari: come esistono per studentati e Rsa, potrebbero esserci per le carceri. Intanto quali e quanti saranno i posti disponibili subito, previsti nei 21 interventi programmati su 60? Nel primo semestre 2025 sono stati già recuperati 305 posti, entro la fine dell’anno saranno 1.472. I 60 interventi saranno 37% al Nord 37%, 22% al Centro, 42% al Sud. I principali interventi sono di ampliamento di strutture esistenti a San Vito al Tagliamento (PN), Forlì e Roma Rebibbia (Mit), Napoli Poggioreale (Dap) e Reggio Calabria Arghillà, programmazione del Commissario. Ma anche Monza, Pavia, Voghera ecc. Un piano per più posti, ma il carcere non è solo contenitore, come ha ricordato il Presidente della Repubblica… Il piano tiene conto anche degli spazi trattamentali, lavorativi, educativi. Tuttavia, la priorità richiesta è emergenziale ed è quella di permettere ai detenuti di vivere in un ambiente dignitoso. Nel medio periodo, la strategia del piano è realizzare strutture modulari, sicure e moderne, dove gli spazi per la rieducazione siano parte integrante. È stata criticata la previsione di prefabbricati negli spazi aperti degli istituti, per lo più dedicati allo sport… Le critiche sono comprensibili, ma spesso basate su esperienze passate in cui non vi era sufficiente controllo qualitativo. I moduli previsti oggi sono evoluti, testati, dotati di tutte le garanzie igienico-sanitarie, di sicurezza e durata. Si tratta di una soluzione pragmatica per risposte rapide, senza rinunciare alla qualità. I moduli saranno collocati entro i perimetri esistenti, con l’obiettivo di garantire gli spazi vitali secondo gli standard internazionali. Servirà personale in più... È oggetto di confronto con il Dap. Il piano era atteso da mesi. Perché questo ritardo? È stato oggetto di una ricognizione tra diversi soggetti attuatori. Si sono poi delineate le linee operative di intervento attraverso la collaborazione con Invitalia, Cdp e Anac. Inoltre, l’approvazione del programma, avvenuta il 9 luglio, ha scontato le tempistiche consuete per l’acquisizione dei concerti delle amministrazioni. Oggi siamo orgogliosi di presentare un piano concreto, attuabile in tempi brevissimi. Ha visitati degli istituti penitenziari? Sono stato in quelli del Lazio e della Lombardia: il confronto con le strutture penitenziarie ha permesso di raccogliere osservazioni preziose per l’allocazione fisica dei nuovi posti. In sintesi, ristrutturazioni, nuovi moduli e valorizzazione immobiliare? Il sistema penitenziario italiano ha un deficit strutturale di 15.700 posti. Il piano punta a colmare questo gap con 9.696 posti da realizzare nel triennio (1.472 nel 2025, 5.914 nel 2026 e 2.310 nel 2027). A questi si aggiungono 5.000 ulteriori posti grazie alla valorizzazione e trasformazione di istituti nelle principali città. L’approccio è: nuovi moduli, ampliamenti, ristrutturazioni e operazioni immobiliari su larga scala. Caos carceri, la protesta dei Direttori: “Riforme inutili se la politica non ascolta chi ci lavora” wesud.it, 23 luglio 2026 L’ondata di caldo eccezionale di queste settimane sta semplicemente mettendo a nudo una paralisi strutturale che dura da anni. Negli istituti di pena italiani il sovraffollamento, la fatiscenza delle strutture e la perenne carenza di organici hanno raggiunto livelli non più sostenibili. A lanciare l’allarme è il Coordinamento Nazionale Dirigenti Penitenziari (CNDP) della FSI-USAE, che punta il dito contro un approccio politico ritenuto del tutto disconnesso dalla realtà quotidiana degli istituti. Secondo la sigla sindacale, le criticità del sistema non dipendono da improvvise fatalità, ma da carenze stratificate nel tempo. A pagare il prezzo più alto sul campo sono i Direttori e gli agenti di Polizia Penitenziaria, costretti a coprire turni scoperti e persino mansioni burocratiche e amministrative per evitare il blocco totale delle attività interne. Il nucleo della protesta riguarda la genesi delle riforme e dei provvedimenti governativi, concepiti — denuncia il sindacato — esclusivamente nei palazzi romani dell’amministrazione centrale, senza alcun coinvolgimento dei dirigenti operativi. Un meccanismo che genera direttive spesso inapplicabili e lontane dai reali bisogni di sicurezza e gestione. “Soltanto chi vive ogni giorno la realtà delle sezioni conosce a fondo le criticità del sistema penitenziario”, sottolinea la nota del Coordinamento. I vertici degli istituti si trovano a dover bilanciare le esigenze di ordine pubblico con la tutela dei diritti dei detenuti e la gestione del personale, ma senza disporre degli strumenti e delle risorse economiche necessari. Di fronte a questo scenario, il CNDP FSI-USAE solleva una richiesta formale indirizzata al Ministero della Giustizia e alla Presidenza del Consiglio: l’avvio immediato di un tavolo istituzionale permanente che coinvolga in modo diretto le rappresentanze dei Direttori. L’organizzazione sindacale chiarisce di non cercare uno scontro ideologico, ma un dialogo preventivo sulle misure da adottare. L’obiettivo dichiarato è mettere a disposizione della politica competenze ed esperienze dirette per elaborare interventi concreti, evitando che l’ennesima riforma del settore rimanga una semplice dichiarazione d’intenti scritta sulla carta. Intercettazioni, tensione Fdi-Fi “Le leggi non le fa Melillo” di valentina stella Il Dubbio, 23 luglio 2026 Dal 2022 la tensione all’interno del Governo in materia di giustizia non era stata mai così alta come adesso. A creare la frattura è sempre il tema delle intercettazioni e gli “emendamenti Melillo” rispetto ai quali Fratelli d’Italia e Forza Italia restano distanti. Il tema, come raccontato ieri da Repubblica, è stato al centro di un vertice a Palazzo Chigi convocato per parlare di energia ma allargatosi anche alla questione degli ascolti. La presidente del consiglio Meloni avrebbe mantenuto il punto garantendo che “non si tratta di intercettazioni a strascico, ma solo per reati gravissimi”. Il vicepremier Antonio Tajani, dal canto suo, avrebbe detto: “Niente forzature”. Concetto ribadito ieri pomeriggio, conversando con i cronisti fuori da Montecitorio: “Non capiamo perché si deve cambiare la legge sulle intercettazioni che abbiamo cambiato noi”, ha detto il numero uno di FI. Il riferimento è al fatto che nell’ottobre 2023 è stata Forza Italia, in particolare con Tommaso Calderone, a varare la norma che vieta la pesca a strascico. Ma se la premier avrebbe detto ai suoi “non mi faccio dettare la linea da Marina Berlusconi”, gli azzurri replicano che “non esiste che Melillo si mette a legiferare al posto nostro”, avendo il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo inviato una lettera ad aprile ai ministri Nordio e Piantedosi e alla presidente della commissione Antimafia Colosimo per chiedere una modifica dell’attuale assetto normativo. In Forza Italia continuano a dire che non esiste alcuna trattativa con i meloniani - “Lo abbiamo detto sin da subito” è il mantra di questi giorni a noi cronisti in cerca di notizie su possibili mediazioni. Innanzitutto gli emendamenti dei Fratelli Berrino e Sisler sarebbero tecnicamente inammissibili perché non pertinenti al testo del D.L. 100/2026 “Giustizia e Patto Migratorio”. Poi Fi chiude anche alla possibilità di modificare, come ipotizzato dagli uffici di Via Arenula, l’articolo 380 cpp per ampliare i casi in cui prevedere l’arresto obbligatorio in flagranza: “La libertà personale va maneggiata con estrema cura: la questione è di metodo - spiega un parlamentare azzurro - , non possiamo stilare razionalmente il contenitore del 380 come fosse una “lista della spesa”, con conseguenti incertezze e instabilità”. Insomma i berlusconiani non cedono, a maggior ragione dopo la lettera a doppia firma dei capigruppo Stefania Craxi e Enrico Costa a Repubblica in cui hanno ribadito la necessità di non arretrare dal fronte del garantismo a causa di spinte populiste degli alleati o se “qualche autorevole esponente della magistratura (ogni riferimento a Melillo non è casuale, ndr), o finanche qualche testata giornalistica, invoc[a] la compressione di una garanzia o di un diritto”. Fratelli d’Italia è chiaramente in difficoltà e in confusione. La dichiarazione ferma e irremovibile di Tajani avrebbe creato non poche preoccupazioni circa una spaccatura eclatante della maggioranza a pochi giorni da quella avvenuta sulla legge elettorale. Ieri pomeriggio, infatti, dopo due riunioni di maggioranza è circolata l’ipotesi che il partito della Meloni sarebbe pronto a ritirare gli emendamenti all’articolo 9 per poi ripresentarli in altro provvedimento, forse all’interno di un decreto legge che comunque dovrebbe passare per il vaglio di un Consiglio dei Ministri. Una marcia indietro clamorosa visto che la stessa premier ci ha messo la faccia. In questi giorni come prima ipotesi era circolata invece quella più temeraria per cui Fdi sarebbe stata pronto, qualora si fosse arrivati nell’Aula del Senato senza un mandato al relatore e senza l’analisi di tutti gli emendamenti, a ripresentare i correttivi. Una sfida a Forza Italia per vedere se sarebbe stata pronta a spaccare la maggioranza in nome di un principio, essendo invece la Lega non contraria. Gli azzurri dinanzi a tale eventualità non hanno esitato: “Se li facessero votare dal M5S” ci avevano detto, “noi restiamo fermi sulla nostra posizione”. Tuttavia i pentastellati, da quanto appreso, non darebbero comunque luce verde: “Non ricomprendendovi ancora quelli che sono alcuni reati contro la pubblica amministrazione sicuramente gli emendamenti non potranno essere destinatari del nostro voto favorevole. E il Partito democratico? “Non possiamo certo non condividere le istanze di Melillo ma per ora non abbiamo deciso nulla” ci spiega un senatore che prosegue: “Ancora non sappiamo se in Aula arriverà una proposta del Governo unito o solo di Fratelli d’Italia. Appena avremo più dettagli ci riuniremo e decideremo”. Per i dem la questione non è solo tecnica ma anche politica. Se la loro posizione contraria in Aula, insieme a quella di Forza Italia, riuscisse a mandare sotto l’Esecutivo il gioco di un voto pure contro il Pnaa varrebbe la candela. “Il Governo cambi le regole di intervento della polizia sui fragili” di Eleonora Martini Il Manifesto, 23 luglio 2026 L’appello delle maggiori associazioni di psichiatria e dei Dsm. Parla Fabrizio Starace, Siep: “Gli agenti vanno addestrati insieme ai sanitari, no alle fughe in avanti del Viminale”. Giusto una settimana fa, prima della morte di Abderrahim Fakir a Bologna, la Società italiana di epidemiologia psichiatrica (Siep) e l’Associazione Luca Coscioni - con l’adesione della Società Italiana di Psichiatria (Sip), della Società Italiana di Psicopatologia e del Collegio Nazionale dei Dipartimenti di salute mentale -, avevano lanciato l’allarme sulle “incertezze applicative” delle normative che regolano l’intervento della forza pubblica in casi che coinvolgono persone con problemi psichiatrici. Lo avevano fatto, all’indomani di un’aggressione da parte di un malato ai danni di medici e infermieri avvenuta presso il servizio psichiatrico dell’ospedale di Torino, inviando una lettera al Ministero dell’Interno e al Dipartimento della pubblica sicurezza nella quale chiedevano di ritirare o modificare radicalmente la circolare della Direzione centrale anticrimine del 6 novembre 2019 che definisce “assolutamente eccezionale” l’intervento della forza pubblica nei reparti di psichiatria e individua nel Trattamento sanitario obbligatorio (Tso) lo strumento idoneo a gestire questi casi. Dopo quella direttiva ministeriale, l’11 maggio scorso il Viminale ha emanato anche le “linee guida per la gestione delle persone non collaborative”, che “in alcuni casi” vuol dire “soggetti fragili, psichiatrici o con disagi psicologici o che agiscono sotto l’effetto di sostanze stupefacenti o alcoliche”. Nel documento si parla di “attualità dell’offesa”, “necessità e urgenza” dell’intervento, “proporzionalità tra offesa e difesa”. Ma soprattutto si raccomanda alle forze dell’ordine di procedere ad un “rapido ammanettamento” dell’individuo fragile per permettere l’intervento dei sanitari, “avendo l’accortezza di porlo subito dopo averlo ammanettato in posizione supina”. Che siano state applicate o no nel caso di Fakir a Bologna (lo stabilirà la magistratura), per il presidente della Siep, Fabrizio Starace, “neppure queste linee guida fanno chiarezza su ruoli e responsabilità. E anzi, a maggior ragione, si conferma la necessità che avevamo sollevato una settimana fa di superare le indicazioni ambigue e adottare direttive chiarificatrici al fine di impedire lo scaricabarile tra forze dell’ordine e personale sanitario”. Cosa che, spiega Starace, ex direttore del Dsm di Modena, si realizza “nel 99% dei casi” silenti, quelli che “non sono bianco o nero ma contengono tutte le possibili sfumature di grigio” e che - fortunatamente - non arrivano alle cronache. Il problema, sottolinea, sta alla radice: “Il Viminale non può procedere in beata solitudine ma deve promuovere insieme al ministero della Salute e alle Regioni un protocollo operativo nazionale con criteri, tempi e modalità di intervento. Si deve creare un coordinamento tra forze dell’ordine e servizi di salute mentale, tra tutti gli operatori potenzialmente chiamati ad intervenire in un’emergenza del genere, che sia in un reparto ospedaliero o in strada. Il poliziotto va formato, deve studiare il contenimento relazionale insieme agli operatori sanitari. Perché solo assieme si chiariscono ruoli, competenze a attribuzioni da applicare al momento giusto. La formazione congiunta è fondamentale e va rinnovata ogni anno”. Ma esiste purtroppo solo in alcune città “illuminate” perché attivata soltanto tramite protocolli territoriali specifici. “A Modena - ricorda il docente di Psichiatria sociale - ho condotto io stesso forme di addestramento congiunto, ma sono pratiche che vanno ripetute nel tempo, aggiornate e allargate ai nuovi arrivati”. Senza un adeguato investimento, però, non se ne esce: “Alla salute mentale nel 2023 il governo ha riservato il 2,69% della spesa sanitaria complessiva - ricorda Starace - ben lontano dal 5% stabilito dalla conferenza Stato Regioni nel 2001, e collocando l’Italia all’ultimo posto tra i Paesi del G7 e a meno di un terzo rispetto a Germania, Francia e Regno Unito”. Da Magherini a Fakir: le regole “vuote” delle linee guida di Simona Musco Il Dubbio, 23 luglio 2026 Niente tempi massimi di contenimento, assenza di protocolli sanitari e formazione a metà: Silp Cgil attacca le indicazioni del Viminale sulle persone non collaborative. “Non va prolungata la posizione di decubito prono e la compressione del torace, per i rischi che possono provocare al sistema cardiaco e agli organi respiratori: il fermato, una volta messo in sicurezza (...) dovrà essere posto in posizione di decubito laterale”. La frase si trova a pagina 13 delle Linee guida per la gestione delle persone non collaborative diffuse dal Viminale a maggio scorso. E letta oggi, dopo la morte di Abderrahim Fakir a Bologna, pesa come un macigno. Fakir è morto mentre era immobilizzato a terra, sotto il peso di due agenti. Una dinamica che richiama quella di Riccardo Magherini, morto a Firenze nel 2014 dopo essere stato bloccato in posizione prona dai carabinieri, caso per cui l’Italia è stata poi condannata a gennaio scorso dalla Cedu. Le nuove linee guida nascono all’indomani di quella sentenza: secondo i giudici di Strasburgo, le indicazioni operative allora vigenti erano insufficienti perché non evidenziavano adeguatamente il rischio derivante da quella manovra di immobilizzazione. Un rilievo recepito solo in parte dalla nuova circolare che non indica tempi massimi di contenimento e riposizionamento. Manca un protocollo sanitario che indichi parametri da monitorare, segnali che impongano l’interruzione della manovra e verifiche successive all’immobilizzazione. Anche sulle criticità relative alla formazione delle forze dell’ordine, la circolare non risponde con un sistema di addestramento certificato, periodico e verificabile, né definisce standard formativi uniformi. E dedica pochissimo spazio ai doveri organizzativi dell’amministrazione. Il risultato è un documento che non traduce il monito della Cedu in un protocollo operativo in grado di ridurre la discrezionalità dell’intervento. È proprio su questo aspetto che concentra le sue critiche Nicola Rossiello, responsabile nazionale Salute e sicurezza sul lavoro del Silp Cgil. Il sindacato aveva segnalato le criticità ancora prima della pubblicazione del documento, con una nota nella quale contestava un’impostazione “prettamente giuridico-operativa”, priva di un impianto sistemico e incapace di distinguere tra crisi psichiatriche, condizioni di fragilità e condotte criminali intenzionali. Chiedeva il coinvolgimento degli psicologi della Polizia di Stato e una validazione scientifica del documento con esperti sanitari ed etico-filosofici. Ma tutto ciò è mancato. Il risultato, secondo il dirigente del Silp Cgil, è “un impianto normativo leggero”. I riferimenti di legge riguardano, infatti, le cause di giustificazione, l’uso legittimo delle armi, la legittima difesa, la tutela penale dell’operatore eccetera. Mancano, invece, riferimenti agli articoli 13 e 32 della Costituzione, alla legge Basaglia e alla giurisprudenza della Corte europea sui trattamenti inumani e degradanti. Insomma: lo sguardo sulla persona. “Citare soltanto la giurisprudenza favorevole all’operatore rende il testo palesemente sbilanciato”, spiega Rossiello. Anche il richiamo all’uso legittimo delle armi e della forza pubblica viene ritenuto improprio: “L’articolo 53 presuppone la necessità di vincere una resistenza o respingere una violenza. Applicarlo al contenimento di una persona non violenta costituisce una forzatura”. E anche quando è in corso un’operazione di polizia, osserva il sindacalista, se il personale sanitario rileva una criticità clinica deve poter chiedere l’interruzione della manovra per prestare assistenza alla persona immobilizzata. Un’altra lacuna riguarda la responsabilità dell’amministrazione. “Dal 2010 - spiega - chiediamo che venga valutato il rischio operativo e il rischio aggressione come rischio professionale specifico nel Documento di valutazione dei rischi (DVR) della Polizia di Stato”. Ma senza risultato. Anche sotto il profilo tecnico il documento sembra insufficiente. Per immobilizzare un soggetto che oppone forte resistenza servono tecniche articolari e quattro operatori, soluzione prevista dalle stesse linee guida con il supporto di una seconda pattuglia o dei carabinieri. A Bologna, invece, gli agenti erano due, aiutati da un privato cittadino che, secondo il documento, avrebbe dovuto pure essere allontanato. Sul piano sanitario le criticità si moltiplicano. Il rischio di asfissia posizionale viene liquidato in una sola riga, senza indicazioni per l’attivazione automatica del 118. “La perdita di reattività del soggetto dovrebbe imporre l’interruzione della manovra e la verifica immediata delle condizioni di salute”, suggerisce Rossiello. Mancano inoltre controindicazioni cliniche all’uso del Taser e dello spray al peperoncino sui soggetti fragili, così come il riferimento al rischio biologico per gli agenti previsto dal decreto legislativo 81 del 2008. Le linee guida costituiscono poi raccomandazioni, non protocolli vincolanti. “Vengono percepite come disposizioni - dice Rossiello -, ma sul piano giuridico mantengono un margine di discrezionalità che un protocollo condiviso e formalizzato non avrebbe”. La nozione di “persona non collaborativa” è poi vaga: accomuna il soggetto violento, quello in crisi psichiatrica, il disabile, l’anziano, la persona sorda o chi non comprende la lingua. “Non distinguere tra opposizione attiva e non collaborazione passiva espone al rischio di risposte sproporzionate”, spiega il sindacalista. A questo si aggiunge l’assenza di protocolli dedicati ai soggetti vulnerabili. Sul piano operativo, infine, il principio di gradualità nell’uso della forza rimane, secondo Rossiello, “un’affermazione astratta, perché manca una matrice decisionale che indichi quando passare da una modalità d’intervento a quella successiva”. E non è prevista una disciplina adeguata per le fasi successive al primo contatto. Proprio uno dei momenti di maggiore criticità per la sicurezza. “Linee guida inappropriate hanno un peso decisivo in questa vicenda”, conclude Rossiello. “L’obiettivo deve restare semplice: chiunque venga preso in carico dalle forze di polizia deve giungere integro a destinazione, che sia un ospedale, un ufficio, un carcere o il ritorno a casa”. Che per Fakir non ci sarà mai più. Ma quante volte, oggi, bisogna gridare aiuto? di Paolo Giordano Corriere della Sera, 23 luglio 2026 Cosa ci dice la morte di FaKir a Bologna. Cinque minuti, dieci richieste d’aiuto, nessuno che capisce la gravità di quanto stava succedendo. Il dubbio che non è venuto. Alla fine ho guardato il video. Di norma tendo a evitare i video così, per certe convinzioni teoriche sulla morte filmata, e per codardia. Ma ho guardato il video di Bologna. Poi l’ho guardato di nuovo. E infine l’ho ascoltato, senza le immagini, per concentrarmi meglio su ciò che i protagonisti si dicono. Mi ha lasciato nauseato. Come analisi non è molto profonda, me ne rendo conto. Ma non so come altro dirlo. Almeno la nausea è un sintomo. Mentre guardavo il video il dibattito si era già spostato altrove. Si era alzato in volo, allontanandosi dai tre uomini che tengono Fakir Abderrahim immobilizzato a terra - due agenti di polizia più un volenteroso -, fino a perderli di vista. Il fatto in sé era già stato polverizzato, disperso in una miriade di discorsi collaterali. Lo scudo penale che andrebbe applicato a prescindere per le forze dell’ordine oppure no. Le piazze di protesta buone e quelle cattive. Le reazioni della politica, troppo avventate o troppo timide, tutte comunque prevedibili, allineate alle aspettative del proprio elettorato. La disamina del post semidolente della premier Meloni. Eppure, compiuto questo doveroso e larghissimo giro, è davanti alle porte chiuse di quei garage che bisogna tornare. All’uomo immobilizzato a terra per un tempo interminabile, all’uomo in agonia che chiede aiuto. Quante volte? Ne ho contate dieci, ma potrebbero essere di più, perché spesso si tratta di urla poco comprensibili. Ho contato anche le altre persone presenti sulla scena, oltre ad Abderrahim e agli agenti. Otto, di cui quattro soccorritori, che si tengono per tutto il tempo a distanza, come turbati da quello a cui stanno assistendo. Nove, se si considera la persona che filmava. Contare le richieste di aiuto e le persone mi è sembrato importante. Rivela qualcosa. Anche la durata del video lo è: cinque minuti. Per più della metà Abderrahim non si muove. Non grida più, eppure nessuno interviene. Solo il frinire delle cicale. Mi rendo conto che può suonare speculativo, ma dal video è lampante: nessuno dei nove presenti sulla scena ha capito. E non hanno capito perché evidentemente non sapevano. Non sapevano che le persone, tutte le persone, possono avere accessi di confusione, anche violenti. Crisi psicotiche, stati di agitazione, deliri. Non sapevano che a essere tenuti a lungo in quella forma di contenzione si può soffocare. Non sapevano che per morire soffocati così, serve meno tempo di quel si potrebbe immaginare, e che dopo non c’è davvero più niente da fare. E se questa è la notizia che è passata, è bene smentirla: no, non erano tutti giovani come il poliziotto ventitreenne. Eppure non sapevano. Perché se anche uno di loro avesse avuto un dubbio, le cose sarebbero andate diversamente. Bastava un urlo, una spallata. C’è stato tutto il tempo di ponderare, d’intervenire. Guardando il video per la seconda e terza volta, continuavo a pensarlo: ma dategli una spallata!, come se il finale non fosse già scritto. Davanti a quei garage chiusi, poliziotti e soccorritori, e cittadini volenterosi pronti a bloccare i piedi di un altro, non erano guidati né dal protocollo né dall’esperienza, non erano guidati dalla coscienza né dall’intuito. E, ciò che è peggio, non erano guidati da un briciolo di empatia basilare, quella che permette di sentire su di sé la mancanza di respiro di qualcuno che ci affoga davanti. Un’empatia che è molto meno della pietà. Non ci permettiamo nemmeno di chiamarla in causa, la pietà. Ma se tutto questo non c’era, da cosa erano agite quelle persone? Il video ci permette solo delle ipotesi al riguardo. Erano agite da una pigrizia della ragione. Erano agite, ognuna per sé, da un attendismo un po’ meschino, una cautela, e tutte insieme da un’idea di fondo, che si è fatta molto largo in questo Paese. L’idea che qualsiasi minaccia, vera o presunta, debba essere neutralizzata. Senza proporzionalità o preoccupazione per le conseguenze. Senza legge comune che si applichi nell’istante. Peccato, però, che la legge comune abbia davvero senso solo se si applica nell’istante. È anzitutto per questo che esiste, per preservarci dall’attimo, non per regolare i torti quando ormai è tardi. Ma in questo tempo, in questa estate, la sospensione temporanea della legge sembra una possibilità che abbiamo ammesso. A livello teorico, poi a livello pratico. A livello politico e quindi, infine, a livello personale. Per tutelare la nostra sacrosanta incolumità, ci diciamo. Anche se a volte è soltanto per ristabilire quella che un tempo si chiamava “pubblica quiete”. E io, dopo aver contato, mi chiedo: quante volte oggi, in questo paese dove siamo diventati tutti bystander, bisogna gridare aiuto prima di far sorgere un dubbio in chi si trova attorno? Manconi: “Forze dell’ordine inadeguate. Il fermato è sacro” di valentina stella Il Dubbio, 23 luglio 2026 La morte di Abderrahim Fakir a Bologna, dopo essere stato bloccato a terra dalla polizia, e la carcerazione del gioielliere Mario Roggero stanno infiammando il dibattito politico di questi giorni. Ne parliamo con Luigi Manconi, già docente di sociologia dei fenomeni politici e Presidente della Commissione dei diritti umani del Senato, è stato parlamentare per tre legislature e Sottosegretario di Stato alla Giustizia. È’ editorialista di Repubblica. Iniziamo con il caso Fakir. È possibile assimilare il caso degli agenti intervenuti per lui a Bologna al modello ICE? Più che al modello ICE penso al “Codice Floyd”: la manovra che ha portato alla morte di Fakir sembra perfettamente identica, passaggio dopo passaggio, a quella che ha ucciso l’afroamericano George Floyd a Minneapolis il 25 maggio 2020. Il fermato viene costretto prono faccia a terra, pressato sulle spalle e sul dorso dal peso di uno o due agenti. Le braccia dietro la schiena, i polsi ammanettati, la stretta di un braccio o di un gomito sul collo. Nel caso di Fakir gli era stato spruzzato sul volto lo spray urticante. Ed è la stessa manovra che ha portato al decesso di Riccardo Rasman, Federico Aldrovandi, Andrea Soldi, Riccardo Magherini, Igor Squeo e chissà quanti altri. Si tratta di una tecnica che sia l’Arma dei Carabinieri, nel 2014, sia una recentissima disposizione del ministero dell’Interno raccomandano di evitare perché potrebbe portare all’asfissia posturale e, dunque, alla morte. Esattamente quanto è accaduto tre giorni fa nel quartiere Pilastro di Bologna. C’è in generale un problema di cultura e preparazione da parte degli agenti rispetto a casi come questo? C’è un enorme problema di formazione degli agenti, sia dal punto di vista tecnico e della capacità di gestione delle situazioni di emergenza, sia dal punto di vista dell’educazione civile: quello che viene fermato, tanto più se in stato di alterazione, non è un nemico, bensì un cittadino che va soccorso e che conserva diritti e garanzie, e la cui incolumità deve essere considerata sacra. È su questo principio che si fonda la legittimità giuridica e morale di uno Stato democratico e dei suoi apparati. In un servizio di ieri della collega Musco, diversi sindacalisti della polizia dicono di sentirsi usati dalla propaganda, che fare indagini sommarie è un torto a chi è morto e a coloro che sono intervenuti, che la polizia va riformata. Sono più consapevoli loro della politica? Certamente sì. La politica, pressoché tutta, non è stata mai capace di portare a un livello dignitoso gli stipendi degli agenti e di formarne la coscienza democratica, ma si è adoperata solo ed esclusivamente per garantire loro una sorta di speciale statuto. E, dunque, l’impunità, anche in presenza di reati gravi e gravissimi. Diventa inevitabile così che gran parte del sindacalismo tra i poliziotti sia di natura corporativa. Ieri, in una intervista al Giornale, la premier Giorgia Meloni ha detto sul caso Roggero: “È evidente a tutti, tranne che alla sinistra, che c’è una questione di proporzionalità delle pene che vengono comminate”. Che ne pensa? Leggo sul Foglio un documentatissimo articolo di Ermes Antonucci, dove tutte le balle spaziali sulla vicenda di Mario Roggero vengono smontate, una ad una. Quella della mancata proporzionalità della pena inflitta al gioielliere è un’altra di queste menzogne. Più in generale lascia senza parole che la presidente del Consiglio e il ministro della Giustizia parlino, operino, vogliano legiferare ritagliando, via via, dalle pagine della cronaca nera, l’articolato di nuove fattispecie penali e di nuove norme. Anche in vista delle prossime elezioni, la sinistra dovrebbe cambiare linea sul tema della sicurezza? Cambiare linea? Purtroppo la sinistra quella linea non ce l’ha. Ma sarebbe ancora più disastroso se, inseguendo il populismo penale di una destra che più giustizialista e più anti garantista non si può, scimmiottasse le mosse scalcinate di Salvini e di Vannacci. Nordio due giorni fa in una intervista al Corriere della Sera ha rivendicato la sua iniziativa di aprire una istruttoria per la grazia a Roggero: “È stato un gesto umanitario”, “nessuna lesa maestà” a Mattarella. Condivide? Nordio cerca goffamente e, va detto, un po’ ridicolmente, di recuperare il senso di un’attività ministeriale che è stata tra le più desolanti dell’Italia repubblicana. I suoi atti oscillano tra le invettive di Giorgio Bracardi, quello di “In galera, in galera” e le buffe frustrazioni di uno sfigato come il ragionier Filini. E siamo sempre nel pieno della commedia all’italiana. Roggero è diventato il nuovo eroe della destra. Non crede che pure in vista dell’ottenimento della grazia sarebbe meglio per lui scegliere di non essere più strumentalizzato dalla politica? Roggero, il cui dramma pure dovrebbe essere seguito con pietas e senso di umanità, è tenuto in ostaggio dai lestofanti della Lega e di Futuro Nazionale. Andrebbe liberato dai suoi spregiudicati sequestratori perché, infine, possa anch’egli usufruire della clemenza che la legge prevede. E tuttavia trovo scandaloso che le due persone da lui uccise vengano totalmente ignorate, al punto che non se ne fanno più nemmeno i nomi. Borghi della Lega vorrebbe ampliare la legittima difesa cancellando il concetto di proporzionalità rispetto all’offesa subìta. Fratelli d’Italia vorrebbe vietare i risarcimenti per i delinquenti e le loro famiglie, persino nei casi di omicidio volontari (Roggero bis). È una rincorsa a Vannacci a chi la spara più grossa? Questi giureconsulti da condominio, non so se siano più analfabeti o più truculenti. Questi non sono di destra: sono dei primitivi che non hanno letto un libro e nemmeno un riassuntino delle idee di Gianfranco Miglio, che pure non era uno squisito democratico. Lo slogan “la difesa è sempre legittima” non è fascista, è da scemi. Il diritto nasce proprio per porre un limite al ricorso alla violenza privata; e per tracciare un confine tra ciò che è legittimo e ciò che appartiene al mondo del pre-giuridico e del pre-politico. Ovvero la barbarie. Lombardia. “Remigrazione”, il piano della Lega per i detenuti stranieri di Franz Baraggino Il Fatto Quotidiano, 23 luglio 2026 Cosa prevede e quanto può funzionare. Presentato un ordine del giorno per un “programma sperimentale di remigrazione” dei detenuti extracomunitari a fine pena. Fontana: “Se non vogliono integrarsi meglio che vadano a casa loro”. Un ordine del giorno della Lega sulla “remigrazione” approda in Consiglio regionale della Lombardia con l’obiettivo dichiarato di alleggerire il sovraffollamento delle carceri e favorire il rientro nei Paesi d’origine dei detenuti extracomunitari prossimi al fine pena. Il documento, presentato nell’ambito dell’assestamento di bilancio, impegna la Giunta di Attilio Fontana a istituire “un programma sperimentale regionale di remigrazione”, si legge nel testo dell’odg, rivolto “prioritariamente ai cittadini extracomunitari detenuti negli istituti penitenziari lombardi, prossimi al fine pena o con pena residua non superiore a due anni”, per “favorire l’espulsione dal territorio nazionale e accompagnare il rientro e la reintegrazione nei Paesi d’origine”. Per il capogruppo leghista Alessandro Corbetta, primo firmatario dell’atto, la proposta nasce dai numeri del sistema penitenziario lombardo: al 30 giugno, ha ricordato, “i detenuti erano 9.113 a fronte di una capienza di 6.072 posti, mentre gli stranieri rappresentavano circa il 45% della popolazione carceraria”. L’obiettivo, spiega, è evitare che “gli extracomunitari detenuti, privi di reali prospettive di integrazione, vengano semplicemente rimessi sul territorio lombardo al termine della pena”, costruendo invece “percorsi ordinati di rientro nei Paesi d’origine, accompagnati da progetti individuali di reinserimento sociale e lavorativo”. A sostenere l’iniziativa è anche il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana. “Sono convinto - ha dichiarato - che si debbano porre in essere tutte quelle operazioni necessarie per fare in modo che chi si è macchiato di reati, chi non dimostra la volontà di integrarsi nella nostra società, chi non si dedica ad attività legittime, debba ritornare”, ha dichiarato. E ancora: “Se non vogliono integrarsi, se vengono per delinquere, è meglio che vadano a casa loro”. Alle domande su un possibile inseguimento delle posizioni di Roberto Vannacci, Fontana ha replicato che l’obiettivo è semplicemente “realizzare qualcosa di estremamente utile”. Sul fronte delle competenze istituzionali, per poteri che la Costituzione riserva allo Stato e non alle Regioni, l’odg leghista riconosce infatti che la Lombardia “pur non avendo competenza diretta in materia di espulsioni, controllo delle frontiere, esecuzione penale e rimpatri coattivi” può soltanto concorrere, “nell’ambito delle proprie attribuzioni e degli strumenti regionali di cooperazione internazionale”, a promuovere iniziative di rientro e reintegrazione. Due gli strumenti, peraltro già esistenti. Il primo è l’articolo 16 del Testo unico sull’immigrazione (TUI), che l’odg richiama espressamente e prevede che il magistrato di sorveglianza, nei casi previsti, possa sostituire l’ultima parte della pena detentiva - fino a un massimo di due anni - con l’espulsione dal territorio nazionale. Non è la Regione a decidere, né il governo: la valutazione spetta all’autorità giudiziaria e riguarda soltanto detenuti identificati, giuridicamente espellibili e privi di cause che impediscano il rimpatrio: la titolarità di forme di protezione, il rischio di persecuzioni o violazioni dei diritti fondamentali nel Paese d’origine, incompatibilità col diritto all’unità familiare tutelato dalle norme internazionali e ostacoli materiali al rimpatrio, come la mancata collaborazione dello stesso Paese d’origine, per esempio. La Lega non entra nel merito, né chiede modifiche normative. E non impegna la Regione a sollecitare i magistrati, cosa che comunque non potrebbe fare. Si limita a proporre di costruire un incentivo: rendere più conveniente per i detenuti aderire al percorso offrendo assistenza e reintegrazione nel Paese d’origine. In sostanza, l’odg propone una sponsorizzazione regionale dei cosiddetti programmi di Rimpatrio volontario assistito con reintegrazione (RVAA), anche questi già noti e non proprio eclatanti dal punto di vista dei numeri che sembrano interessare i remigrazionisti di casa nostra. Si tratta di una possibilità prevista dalla normativa europea, attraverso programmi finanziati, in larga parte, dal Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione (FAMI), con l’attuazione affidata per lo più all’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM). Il migrante sceglie volontariamente di tornare nel Paese d’origine ricevendo assistenza, biglietto di viaggio e un progetto di reinserimento sociale o lavorativo, proprio come vorrebbe, ad esempio, la proposta di legge recentemente depositata alla Camera da CasaPound, tra gli altri, che però non si rivolge a chi ha pendenze con la giustizia. L’odg della Lega, invece, vorrebbe collegare la strada dell’espulsione alternativa alla pena ai progetti individuali di rimpatrio e reintegrazione nel Paese d’origine, “individuando le necessarie risorse regionali anche attraverso gli strumenti della cooperazione internazionale”. Dettagli tecnici a parte, la proposta ha molto in comune con quelle concorrenti dell’estrema destra di Vannacci e non solo: la potenziale efficacia è a dir poco dubbia. L’applicazione dell’articolo 16 produce, nella pratica, numeri contenuti: le relazioni pubbliche dei Tribunali di sorveglianza mostrano che i procedimenti e gli accoglimenti si misurano generalmente in poche decine all’anno per singolo distretto. Anche il bacino dei rimpatri volontari assistiti resta molto limitato: secondo i dati del Ministero dell’Interno, nel 2025 i RVAA conclusi in Italia sono stati 675. Non è un caso. Le valutazioni dell’OIM e dell’OCSE indicano da anni che questi programmi funzionano soprattutto quando il migrante ha già maturato la decisione di tornare e dispone di concrete prospettive di reinserimento nel Paese d’origine. Gli incentivi economici, da soli, raramente modificano una scelta migratoria determinata da fattori ben più profondi, come lavoro, sicurezza o ricongiungimenti familiari. È proprio su questo terreno che un programma sperimentale come quello immaginato in Regione Lombardia deve fare i conti con la realtà. A meno di non fermarsi alle intenzioni e allora tutto resta possibile. Santa Maria Capua Vetere (Ce). Chiesti quasi cento anni di carcere per la mattanza in carcere di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 23 luglio 2026 Ha chiesto quattordici anni di reclusione per Gaetano Manganelli, ex comandante della polizia penitenziaria nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, e mentre lo faceva non ha usato giri di parole definendolo un “criminale”. Il pubblico ministero Alessandro Milita, oggi procuratore aggiunto di Napoli, ha pronunciato quella parola in aula, durante la requisitoria del maxiprocesso per le violenze commesse dagli agenti della penitenziaria contro i detenuti del carcere casertano nell’aprile del 2020. A Manganelli, che nel frattempo è passato al comando del carcere di Salerno, il magistrato ha contestato una condotta “furba”: l’ex comandante non girò per i corridoi delle sezioni del reparto Nilo, dove i reclusi venivano pestati, ma restò chiuso nel suo ufficio. Il passaggio su cui Milita ha insistito con più forza riguarda i provvedimenti disciplinari che Manganelli firmò contro i quindici detenuti già finiti sotto i manganelli. “Come fai a fare provvedimenti disciplinari per persone pestate, per dei poveracci che sai perfettamente essere stati pestati”, ha detto il pm rivolgendosi direttamente all’imputato. “Lo trovi lei il termine, io ho scritto aberrante, si può dire mostruoso. Lei lo sa, e lo moltiplichi per un miliardo”. Punire chi era stato picchiato, per l’accusa, serviva a coprire quanto accaduto e a scaricare sui reclusi la responsabilità di ciò che avevano subito. Manganelli non è l’unico imputato significativo. Per Pasquale Colucci, comandante del gruppo di supporto agli interventi, la procura ha chiesto ventuno anni e quattro mesi, la pena più alta di tutta la giornata. Secondo Milita i due rispondono dell’intera catena dei reati contestati, dalla tortura al depistaggio, fino alla morte di Hakimi Lamine, il detenuto che si spense quasi un mese dopo il pestaggio subito quel 6 aprile. La requisitoria, aperta a fine giugno dai pm Milita, Alessandra Pinto e Daniela Pannone, è arrivata oggi alle prime richieste di condanna più pesanti. Il giorno della perquisizione - Tutto comincia la sera del 5 aprile 2020, in pieno lockdown. Nel reparto Nilo una quindicina di detenuti protesta dopo la positività al Covid di un compagno. Il giorno seguente, per riportare l’ordine, viene disposta una perquisizione straordinaria. Quella che sulla carta doveva essere un’operazione di controllo si trasforma in una spedizione punitiva. Circa trecento agenti della penitenziaria entrano nelle sezioni e si abbattono sui reclusi: calci, schiaffi, colpi di manganello, testate con il casco, insulti. I detenuti vengono fatti inginocchiare con la faccia al muro e costretti a passare in mezzo ai cosiddetti corridoi umani. I manganelli colpiscono anche un uomo su una sedia a rotelle. I filmati raccontano soltanto una parte di quella giornata; il resto è stato ricostruito con le testimonianze dei detenuti e con le fotografie dei loro corpi. Le immagini di quei minuti, riprese dalle telecamere interne e pubblicate mesi dopo dal quotidiano Domani, hanno fatto il giro d’Italia. Nelle chat finite agli atti gli agenti parlano dei detenuti come di bestiame da abbattere. In una delle udienze passate l’altra pm del processo, Alessandra Pinto, ha definito quella giornata una violenza di massa “volta all’annichilimento e alla deumanizzazione dei detenuti”. È su fatti come questi che nel 2017 era stato introdotto in Italia il reato di tortura, dopo le condanne europee per le violenze della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto al G8 di Genova. Proprio al paragone con la Diaz Milita è tornato più volte, sostenendo che quei pestaggi, per quanto gravi, “rappresentano il minimo dei comportamenti torturanti” rispetto a quanto visto a Santa Maria Capua Vetere. La vicenda era rimasta a lungo dentro le mura del penitenziario. A farla esplodere, nell’estate del 2021, furono i filmati diffusi da Domani, che mostrarono senza più margini di dubbio la spedizione punitiva. Da lì partì una vasta operazione giudiziaria, con arresti, misure cautelari e sospensioni dal servizio. Gli indagati erano oltre cento, poi centocinque quelli rinviati a giudizio nel 2022, tra agenti, funzionari del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e medici dell’Asl. A quasi metà degli agenti venne contestato il reato di tortura, mai prima applicato a un numero così alto di funzionari pubblici. Il giudice, nelle sue carte, aveva parlato di “orribile mattanza”. Il caso arrivò fino al ministero della Giustizia: l’allora ministra Marta Cartabia chiese un rapporto completo su ogni passaggio di informazione e sull’intera catena di responsabilità. Milita ha ricostruito anche ciò che venne dopo. “Quando vedemmo i video delle violenze restammo sconvolti”, ha detto, aggiungendo che da subito “si fece di tutto per depistare le indagini”. Al centro del racconto dell’accusa c’è un presunto accordo tra un medico dell’Asl e alcuni agenti per redigere referti falsi, così da far passare i poliziotti per vittime della giornata del 6 aprile. Per il pm la catena di comando sapeva: dai messaggi letti in aula, dice, risulta che tutti fossero al corrente dei comportamenti che integravano il reato di tortura, a partire dal taglio della barba imposto ai detenuti. Dentro quella giornata c’è la storia di Hakimi Lamine, ventotto anni, algerino di Annaba, in carcere per reati comuni e affetto da gravi disturbi psichici. Un video di una ventina di secondi lo mostra pestato già nel momento in cui viene prelevato dalla cella del reparto Nilo, poi trascinato per le scale mentre continuano a colpirlo. Finisce in isolamento nel reparto Danubio, insieme ad altri quattordici reclusi considerati i capi della protesta. Lì resta per giorni. Morirà il 4 maggio. L’autopsia disposta dalla procura ha collegato il decesso a un mix di psicofarmaci e ha escluso un legame diretto con le botte, ma per Milita quel che conta è la sequenza di abbandoni seguita al pestaggio: un uomo malato, visitato da un medico soltanto una settimana dopo e lasciato solo, senza cure e senza una ragione per finire in isolamento. “Non c’è nessuna ragione al mondo”, ha detto il pm, per cui Hakimi sia stato indicato come facinoroso e chiuso nel Danubio. Un “caso terribile, unico e spaventoso nella sua dinamica”. Per la sua morte rispondono, a vario titolo, una trentina di imputati, chiamati in causa per il reato di morte come conseguenza del delitto di tortura e per omicidio colposo. Le pene chieste e la voce di Antigone - La requisitoria di ieri e le richieste vanno dai sette ai ventuno anni. Oltre ai ventuno anni e quattro mesi per Colucci, comandante del gruppo di supporto agli interventi, e ai quattordici per Manganelli, comandante del carcere, l’accusa ha chiesto sette e nove anni per i due medici che avrebbero prodotto falsi referti sulle visite ai detenuti, dodici anni per la commissaria del reparto Nilo, nove anni per la comandante del nucleo investigativo regionale della penitenziaria campana, dieci anni per il provveditore regionale e otto anni per entrambi i vicedirettori. Le richieste, spiega chi segue il dibattimento, ricostruiscono responsabilità e catena di comando dietro a quanto avvenne nell’istituto. A commentare è l’associazione Antigone, costituita parte civile nel processo, che di quei fatti si occupa fin dai primi giorni. “Le richieste del pm segnano un’importante richiesta di giustizia per un procedimento lungo e difficile”, dice il presidente Patrizio Gonnella. “Antigone già all’indomani di quei fatti ricevette alcune segnalazioni e presentò degli esposti dai quali presero il via le indagini. Per questo l’associazione è costituita parte civile nel processo. In questi casi è fondamentale giungere a una verità giudiziaria che restituisca dignità all’intero Paese”. Secondo l’associazione gli imputati del maxiprocesso sono centosei; il procedimento, che si celebra davanti alla Corte d’Assise presieduta da Claudia Picciotti, proseguirà nell’aula bunker del carcere sammaritano con le altre richieste di condanna, per un totale che si annuncia di diverse centinaia di anni. Bologna. L’appello della Camera penale: “Dal Comune case ai detenuti vicini al fine pena” di Chiara Gabrielli Il Resto del Carlino, 23 luglio 2026 La Dozza scoppia: sono 828 i reclusi a fronte di una capienza regolamentare di 480 posti. “L’amministrazione locale proceda a verifiche sulle condizioni igienico-sanitarie della struttura e solleciti il Ministero”. “Il Comune metta a disposizione appartamenti per i detenuti a fine pena”. È l’appello lanciato dal Direttivo e dall’Osservatorio Carcere della Camera Penale Franco Bricola di Bologna all’amministrazione locale, per cercare di attenuare il problema del sovraffollamento carcerario, tema ormai purtroppo tristemente noto. Un primo incontro si terrà dopo l’estate, a settembre, e sono diversi i progetti da proporre. Numeri allarmanti - La delegazione di Alleanza per l’articolo 27 ha visitato di recente la struttura. E la fotografia scattata è allarmante: “Il quadro conferma e aggrava quello degli ultimi mesi, i detenuti presenti il giorno della visita 828 (826 secondo l’ultima rilevazione ufficiale del giorno precedente, di cui 749 uomini e 77 donne), a fronte di una capienza regolamentare di 480 posti, ulteriormente ridotta per sezioni chiuse o in fase di sfollamento per lavori ai locali doccia - scrive l’Osservatorio Carcere -. Il reparto femminile, pensato per 62 persone, ne ospita 77. Sono 649 le persone con condanna definitiva, mentre la polizia penitenziaria opera con 468 unità su 520 previste in pianta. A fronte di questo sovraffollamento, la delegazione ha rilevato che 272 uomini e 31 donne hanno una pena residua inferiore a quattro anni, 281 uomini e 32 donne inferiore a due anni, 164 uomini e 16 donne inferiore a un anno: numeri che, per una parte rilevante di questa popolazione - specie chi ha una pena residua inferiore a due anni - mostrano che a mancare non sono certo i requisiti per accedere ad una misura alternativa, ma troppo spesso una soluzione abitativa idonea”. “Per questo sarà necessario, nel breve periodo, approfondire le interlocuzioni con le amministrazioni locali e le istituzioni, al fine di verificare la possibilità di mettere a disposizione strutture abitative, per accogliere detenuti prossimi al fine pena: già questo contribuirebbe a sollevare l’enorme carico che grava esclusivamente sulle carceri emiliano-romagnole”. La mancanza di acqua - Il 9 luglio scorso “questa Camera Penale aveva denunciato le condizioni della Casa circondariale Rocco D’Amato durante l’ondata di calore di fine giugno: acqua mancante per oltre una settimana, in una struttura già sovraffollata. Avevamo scritto che non si trattava di un’emergenza, perché il problema si ripete puntuale ogni estate”, prosegue la nota. Il degrado - Le condizioni peggiori “sono state riscontrate, come di consueto, nella sezione ‘infermeria’ - dove sono ristrette le persone in isolamento, quelle sottoposte a sorveglianza particolare e i nuovi giunti: pareti e pavimenti scrostati, infiltrazioni d’acqua, impianti elettrici scoperti vicino a zone umide, e una tensione altissima. Ma il degrado è praticamente ovunque: in una sezione del terzo piano, a mero titolo esemplificativo, ci sono celle chiuse per ristrutturazione; tra queste vi è anche una cella danneggiata da un incendio e non riparata, a detta dei detenuti da mesi, che la sera diffonde un odore acre in tutta la sezione”. Riguardo l’emergenza idrica, la Direzione ci ha confermato quanto questa Camera Penale aveva già segnalato il 9 luglio: si tratta di un problema ricorrente, dovuto alla vetustà delle tubature e a una capienza dell’istituto ormai quasi doppia rispetto a quella di progetto. Il tubo che si era rotto a fine giugno è stato riparato e, per far fronte ad eventuali criticità dell’istituto, è stato preventivato un piano di razionamento degli orari di erogazione. Che il giorno della visita l’acqua arrivi ovunque lo abbiamo verificato di persona, e i detenuti stessi ce l’hanno confermato”. Il problema, però, proseguono, “resta negli orari critici, come nel tardo pomeriggio, quando la richiesta di acqua, in specie per le docce, è maggiore: nelle sezioni del terzo piano, se le docce vengono aperte tutte insieme, l’acqua viene a mancare. Lo abbiamo constatato con i nostri occhi”. “Sollecitate il Ministero” - La soluzione attuale, oltretutto, “ci è stato confermato che non potrà durare: senza un intervento strutturale e mirato sulla rete idrica, il problema si riproporrà. Ed è per questo che chiediamo all’amministrazione di intervenire rapidamente, perché l’interruzione dell’acqua, specie in un periodo dell’anno così caldo e difficile, è inaccettabile, se ricorrente. La Direzione riferisce di aver richiesto i preventivi per tale intervento: tuttavia, ritenendo che possano essere scalfite le primarie condizioni igienico-sanitarie delle persone presenti nell’Istituto, chiediamo che le amministrazioni locali che debbano garantirle di verificarle e che le stesse pretendano dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e dal Ministero della Giustizia di farsi carico, senza ulteriori rinvii, della soluzione definitiva”, sottolineano dal Direttivo e Osservatorio Carcere della Camera Penale. Il blackout - “Come se non bastasse - incalzano -, anche a causa dei sempre più imprevedibili ed intensi fenomeni atmosferici, tra il 15 e 16 luglio, la casa circondariale è stata oggetto di un blackout che ha interessato l’intero edificio. Il disagio, che si aggiunge a quello idrico, è stato notevole: detenuti e personale sono restati al buio per più di ventiquattro ore. Il tutto, durante sempre nei giorni più caldi dell’anno e nelle condizioni igienico-sanitarie sopra riportate: anche quei pochi ventilatori che raggiungono solo una parte ridotta dei detenuti, hanno smesso di funzionare e la Direzione è stata costretta ad affidarsi ad una ditta esterna per garantire la preparazione e la distribuzione dei pasti”. “Basta ritardi” - Tutto ciò, “pur comprensibile in strutture così vetuste, è inaccettabile sul piano umano. Noi non smetteremo di constatarlo e di denunciarlo, ma chiediamo gli interventi necessari dalle Istituzioni coinvolte, ognuna per la sua competenza, senza ulteriore ritardo, per garantire che la pena della reclusione sia scontata in condizioni di dignità e nel rispetto del principio di umanità prevista in Costituzione”, concludono. Pisa. Carcere, le denunce dei volontari: “Tre docce per 60 detenuti” La Nazione, 23 luglio 2026 Alle denunce dei giorni scorsi di politici locali e regionali, si aggiungono quelle delle volontarie e dei volontari che operano nella Casa Circondariale Don Bosco di Pisa che “esprimono fortissima preoccupazione per il peggioramento, in questa torrida estate, delle condizioni di vita della popolazione carceraria. Un peggioramento, riflettono, dovuto a: “Il sovraffollamento al 156% che rende difficile la gestione dell’istituto e incide su situazioni già inaccettabili (si pensi a 3 docce per 60 detenuti); le infestazioni da cimici che si insinuano nei mobili e nei materassi e che provocano infezioni e sofferenze quotidiane alle persone ristrette; i ritardi nella gestione di istanze (permessi premio, art.21, etc) rivolte alla Magistratura di Sorveglianza di Pisa dovuti a carenze di personale; la mancanza di investimenti nel personale e nelle strutture (molte celle hanno ancora i bagni a vista) che ostacola qualunque tentativo di miglioramento anche da parte della direzione del carcere”. “Come evidenziato dalla mobilitazione nazionale promossa nei giorni scorsi dalla conferenza dei garanti - aggiungono ancora i volontari che operano al Don Bosco - tutto ciò rende il carcere, e purtroppo non solo il Don Bosco, un posto dove si muore: per suicidio ma anche per cause cosiddette naturali, non ancora classificate, morti il cui numero è aumentato da 16 a 51 nel 2026”. Il volontariato “tutto, oltre ad esprimere vicinanza e solidarietà alla popolazione ristretta, chiede alle autorità locali di intervenire in un carcere collocato nel cuore della città ma che la città spesso ignora. Chiede poi, con forza, che cambi la politica governativa, tutta finalizzata all’aumento dei reati e delle pene, e che sia pienamente rispettata la dignità delle persone”. Milano. Burgio: “I giovani dell’Ipm Beccaria hanno domande profonde, ma nessuno a cui porle” di Annamaria Braccini chiesadimilano.it, 23 luglio 2026 “C’è un problema di ascolto e dialogo, perché mancano riferimenti adulti”. Così il Cappellano dell’Istituto di pena per minorenni, che racconta anche dei ragazzi della Comunità Kayros da lui fondata e dice: “Basta parlare di “maranza” o di baby-gang: la narrazione criminalizzante non aiuta”. “Il “Beccaria” è in una situazione decisamente migliore rispetto ai tempi passati. Anche il sovraffollamento si è ridotto: in questi giorni abbiamo 55 ragazzi rispetto ai 42 posti disponibili, con condizioni più vivibili. Ma questo non vuole dire che le cose vadano benissimo e che non vi siano ragazzi con evidenti segni di sofferenza”. Don Claudio Burgio, cappellano dell’Istituto di pena per minorenni “Cesare Beccaria”, definisce così il momento dello storico carcere minorile, visitato lo scorso 13 luglio dall’Arcivescovo. Anche monsignor Delpini ha percepito tale condizione di profondo malessere, sottolineando che occorre migliorare le strutture, ma che forse è ancor più necessario cambiare “sguardo”, perché spesso è la società a non voler guardare al carcere, specie minorile… Parlando con i ragazzi tutti i giorni, mi sono convinto che il problema è innanzitutto quello dell’ascolto e del dialogo con gli adulti, perché questi giovani spesso hanno emozioni molto forti, di rabbia e di solitudine, e una sostanziale mancanza di riferimenti adulti che possano orientarle. Le strutture, certo, sono importanti, ma la questione vera è trovare un interlocutore che possa dare un senso alle loro domande esistenziali. Interrogativi che sono molto profondi: a me, per esempio, chiedono che senso abbia vivere o cosa stanno a fare al mondo. Penso che le sfide siano a questo livello, più che a quello immediatamente materiale. Ormai i ragazzi si feriscono e feriscono e questa tendenza ad avere stati emotivi molto fragili e alterati è qualcosa che va affrontato e che merita risposte importanti. Con la Comunità Kairos - termine greco antico che significa “tempo opportuno” - che lei ha fondato nel 2000, si cerca di rispondere a tali inquietudini? Sì. Attualmente ospitiamo una cinquantina di ragazzi in sette appartamenti all’interno della nostra unica sede di Vimodrone. Vivono con noi un periodo che può durare un anno o due. È un passaggio che li aiuta a rielaborare i propri vissuti a partire dal reato che hanno commesso, perché sono tutti giovani - la maggior parte minorenni -, che hanno avuto dei problemi penali. Abbiamo, però, anche ragazzi che provengono delle carceri degli adulti, perché un fenomeno che ha a che fare con il calo del sovraffollamento nelle carceri minorili determina che, appena divenuti diciottenni, questi giovani siano subito trasferiti con gli adulti in istituti che però non sono pronti ad accogliere i 18-25enni. Quindi ospitiamo anche giovani in questa fascia di età che scontano la misura alternativa al carcere e che cercano di ritrovare una nuova socializzazione e un percorso lavorativo che permetta loro di uscire dal circuito penale. Di cosa hanno più bisogno, nell’immediato, sia i ragazzi reclusi al “Beccaria”, sia quelli ospitati a “Kairos”? Potrà sembrare forse troppo astratto, o magari superficiale, ma penso che la cosa veramente più indispensabile sia cambiare il linguaggio, ritrovare le parole giuste quando si affrontano argomenti di questo genere e, soprattutto, quando si guarda al mondo giovanile, perché questa incessante narrazione di tipo criminalizzante non aiuta la società e non aiuta i ragazzi. Parlare in continuazione di “maranza” o di baby-gang diffonde solo paura e incertezza in tutti. Se non cambiamo il linguaggio, i pensieri, i concetti, è chiaro che la gente continuerà a vivere il rapporto con i giovani in forma allarmistica e quindi non saremo mai capaci di pensare altrimenti la giustizia e la progettazione a favore dei giovani. Le storie e i sogni - Come si fa invece in “Kairos” dove vivono, per esempio, Adem e Felipe o dove è stato ospitato Alaadin - tutti e tre hanno raccontato la loro storia nel magazine di informazione religiosa “Chiesa nella Città” - che ora “dà una mano, per riconoscenza”, come dice. I loro sogni per il domani? Uguali a quelli dei loro coetanei: “Mettersi a posto, fare una famiglia, essere regolare. Magari lavorando come tassista o ristrutturando case”. E torna allora alla mente lo slogan di “Kairos”, “non esistono ragazzi cattivi”, che campeggia un po’ ovunque nella sede di Vimodrone e che ha anche dato il titolo a un libro di don Burgio. Roma. “Dentro Rebibbia femminile, dove anche il caldo è più caldo” di Patrizia Pallara collettiva.it, 23 luglio 2026 Parla Alessandra Tersigni, Cgil, entrata nel carcere romano con la delegazione dell’Alleanza per l’articolo 27, che chiede umanità, dignità e reinserimento sociale dei detenuti. Un ingresso soft, nella stanza fresca, grande e ariosa della direttrice. Poi il senso di soffocamento quando si varca la vera soglia del carcere femminile di Rebibbia, le sezioni, i cancelli, le sbarre. “Non faccio che pensare alle quasi tre ore trascorse dentro, ci sono luoghi dai quali non si esce uguali - racconta Alessandra Tersigni, responsabile politiche sociali, terzo settore e rapporto pubblico-privato, dipendenze e carcere della Cgil -. Mai nome a un’iniziativa è stato più azzeccato: bisogna aver visto”. La rappresentante sindacale ha fatto parte di una delle delegazioni che il 14 luglio sono entrate in 34 carceri italiane di 29 città con l’Alleanza per l’articolo 27, una vasta cordata associazioni impegnate sui temi della giustizia, dell’esecuzione penale e dei diritti delle persone private della libertà. “Abbiamo incontrato subito il personale penitenziario che vive le difficoltà dovute al sottodimensionamento - prosegue. Ma la loro condizione non è paragonabile a quella delle detenute, che non vedevano l’ora di incontrarci. Delle otto sezioni, la Camerotti è quella più impattante, celle che affacciano su un ballatoio. Ci sono stanze con detenute che escono solo un’ora al giorno, trascorrono 23 ore chiuse in una cella, che hanno capienza massima regolamentare di tre persone, e invece sono in cinque. Qui niente doccia, niente bidet, niente privacy. “Qui ogni centimetro è condiviso - spiega Tersigni. Il carcere lo puoi leggere da fuori con i dati del sovraffollamento, le carenze del personale e delle attività. Ma è entrando dentro e guardando quelle facce, sentendo quegli odori, che lo capisci. Dentro c’è un caldo diverso, un’aria ferma e opprimente che si fa fatica a respirare”. Oltre 330 liberi cittadini, esponenti delle istituzioni locali, dell’università, della cultura e della società civile, sono entrati negli istituti di pena per riportare l’attenzione sulle condizioni delle carceri, oggi attraversate da una crisi sempre più grave, e riaffermare il principio secondo cui la pena deve essere conforme ai valori sanciti dall’articolo 27 della Costituzione: umanità, dignità della persona e finalità di reinserimento sociale. “Ho immaginato ognuna delle 23 ore che quelle donne trascorrono chiuse in una cella - conclude Tersigni. Ascoltando i loro racconti mi sono chiesta quanto può resistere una persona in condizioni del genere, senza perdere la dignità e il controllo. Come si fa a non avere problemi di salute mentale in quelle condizioni?”. Carinola (Ce). In carcere la speranza prende forma nel lavoro clarusonline.it, 23 luglio 2026 Consegnati gli attestati dei corsi di giardinaggio ed edilizia a oltre trenta detenuti. Don Salvatore Saggiomo: La pena ha senso se diventa occasione di cambiamento e prepara il ritorno nella società”. Per giorni il nome del carcere di Carinola “G. B. Novelli” è stato associato a titoli pesanti. Tentata evasione. Aggressioni. Tensione. Sirene. Paura. Cronaca nera. Ma martedì mattina, entrando oltre quei cancelli, lo scenario che si è presentato agli occhi dei presenti è stato completamente diverso. Nessuna fuga. Nessuna rivolta. Nessun allarme. Solo uomini. Persone. Volti segnati dalla vita e dagli errori. E soprattutto una parola che troppo spesso viene dimenticata quando si parla di carcere: speranza. In una Casa di Reclusione finita nelle ultime ore sotto i riflettori per episodi che hanno attirato l’attenzione dell’opinione pubblica, si è consumata una storia diversa. Più silenziosa. Meno rumorosa. Ma forse molto più importante. Oltre trenta detenuti hanno ricevuto il loro attestato di formazione professionale al termine di due percorsi dedicati al giardinaggio e all’edilizia. Un momento semplice. Ma carico di significato. Un momento che racconta un’altra verità sul carcere. Una verità che spesso resta nascosta dietro i muri e dietro le polemiche. Alla cerimonia era presente il Garante dei Diritti delle Persone Private della Libertà Personale della Provincia di Caserta, Don Salvatore Saggiomo, che ha voluto essere accanto ai detenuti in una giornata simbolica e profondamente significativa. Con lui il direttore della Casa di Reclusione Stefano Martone, il direttore del Centro di Formazione AVS Studio Vittorio Guida e il magistrato di sorveglianza Marco Puglia. Non soltanto rappresentanti delle istituzioni. Non soltanto professionisti. Ma uomini legati da rapporti di amicizia, esperienze condivise e dalla convinzione che il recupero delle persone non sia una teoria da convegno ma una missione concreta. Le emozioni si leggevano negli occhi dei detenuti. Alcuni stringevano il loro attestato come fosse un diploma universitario. Altri sorridevano. Altri ancora trattenevano a fatica la commozione. Perché dietro quel foglio c’era molto di più di una certificazione professionale. C’era il riscatto. C’era il sacrificio. C’era il desiderio di tornare a sentirsi utili. C’era la voglia di dimostrare che una persona può sbagliare ma non deve essere condannata per sempre a essere soltanto il suo errore. In un’epoca in cui si parla continuamente di sicurezza, il messaggio lanciato da Carinola appare chiaro e potente: la vera sicurezza nasce anche dal recupero. Dalla formazione. Dall’inclusione. Dalla possibilità concreta di costruire un futuro diverso. I corsi di giardinaggio ed edilizia hanno rappresentato molto più di semplici lezioni tecniche. Hanno insegnato competenze spendibili nel mondo del lavoro. Hanno restituito autostima. Hanno acceso una luce in un luogo dove troppo spesso prevalgono ombre e disperazione. Il progetto pilota promosso all’interno dell’istituto ha già prodotto risultati importanti. E oggi tutti i protagonisti della giornata hanno rilanciato una sfida ancora più ambiziosa. Continuare. Ampliare. Investire. Creare nuove opportunità. Perché il carcere non può essere soltanto il luogo della punizione. Deve essere anche il luogo della rinascita. Don Salvatore Saggiomo ha ribadito con forza un concetto che rappresenta il cuore della sua attività istituzionale: “una pena ha senso soltanto se riesce ad aprire uno spiraglio di cambiamento, se riesce a trasformare il tempo della detenzione in un’occasione di crescita, se riesce a preparare il ritorno nella società”. Le sue parole hanno trovato conferma nelle immagini della giornata, nei sorrisi, negli applausi, negli sguardi. In quella dignità ritrovata che nessuna statistica può raccontare fino in fondo. Accanto a lui Stefano Martone, direttore del carcere di Carinola, da anni impegnato nella costruzione di percorsi trattamentali innovativi. Accanto a lui Vittorio Guida, anima del Centro di Formazione AVS Studio, che ha creduto nel progetto e lo ha portato avanti con determinazione. E accanto a loro Marco Puglia, magistrato di sorveglianza che da oltre vent’anni interpreta il proprio ruolo come una vera missione al servizio della giustizia e del recupero delle persone. Una squadra. Un’alleanza istituzionale. Una rete che dimostra come il cambiamento sia possibile quando le istituzioni lavorano insieme. Fuori dai cancelli continuano le polemiche. Continuano le emergenze. Continuano le difficoltà di un sistema penitenziario che vive una stagione complessa tra sovraffollamento, carenza di personale e tensioni quotidiane. Ma dentro il carcere di Carinola oggi è andata in scena un’altra storia. Una storia fatta di impegno, di formazione, di responsabilità, di futuro. Una storia che merita di essere raccontata. Perché mentre qualcuno tentava di salire su un tetto per cercare una fuga impossibile, oltre trenta uomini sceglievano una strada diversa. La strada della formazione. La strada del lavoro. La strada della legalità. La strada della speranza. Ed è forse proprio questa la notizia più importante uscita in questi giorni dal carcere di Carinola. Non quella che urla. Non quella che scandalizza. Ma quella che costruisce. Quella che restituisce dignità, quella che rende concreto il dettato dell’articolo 27 della Costituzione, quella che ricorda a tutti che dietro ogni detenuto esiste ancora una persona, e che ogni persona, se aiutata e accompagnata, può trovare la forza di ricominciare. Perché il carcere deve custodire la giustizia. Ma non può smettere di custodire anche la speranza. E martedì, a Carinola, quella speranza aveva il volto di oltre trenta uomini che stringevano tra le mani un attestato e guardavano il domani con occhi diversi. Rovigo. “Voci per la libertà” entra nel carcere minorile di Angela Calvini Avvenire, 23 luglio 2026 Dal 23 al 26 luglio a Rovigo la 29ª edizione del festival dei diritti umani che da quest’anno propone laboratori per i giovani detenuti. Domenica la finalissima di “Una canzone per Amnesty”. “Fai sentire la tua voce”. È più di uno slogan: è un invito a non restare spettatori davanti alle ferite del nostro tempo. Entra nel vivo oggi, nel centro storico di Rovigo, la 29ª edizione di “Voci per la libertà - Una canzone per Amnesty”, il festival al via il 23 luglio che fino a domenica 26 luglio intreccia musica e diritti umani, confermandosi uno dei pochi appuntamenti italiani capaci di trasformare il linguaggio della canzone in occasione di riflessione civile e partecipazione. Concerti, dibattiti, libri e testimonianze compongono un percorso che guarda ai conflitti, alla parità di genere, al ruolo del giornalismo, fino alla responsabilità degli artisti di fronte alle grandi questioni del presente. Sul palco di piazza Vittorio Emanuele II si alterneranno nomi affermati come Dente, Francamente, Murubutu & Moon Jazz Band e Ibla, insieme agli otto semifinalisti del Premio Amnesty nella sezione Emergenti. Ad arricchire il cartellone saranno anche Agnese Valle, Giovanni Segreti Bruno, Vincenzo Fasano con un estratto dello spettacolo Padre Terra - L’ego non è sostenibile e il progetto Love Bombing - I mille volti della manipolazione psicologica, che unisce la cantautrice Roberta Giallo e la psicologa Cristina Sciacca in un concerto-reading dedicato alle dinamiche della violenza psicologica. Il 24 luglio sarà la volta di Capabrò con Lavorare fa schifo, Tizio Bononcini con Uomo macho, Pellegatta con Stella lontana ed Elisabetta Gagliardi con Toc Toc chi bussa. Domani 25 luglio saliranno invece sul palco Sue con Non ti volevo fare male, I Marilyn con Arca di Noè, Esdra con Destà e Diletta Fosso con Bruciate tutto. I cinque migliori accederanno alla finale di domenica 26 luglio, quando saranno assegnati il Premio Amnesty Emergenti, quello della Critica e della Giuria Popolare. Il Premio Amnesty International Italia nella sezione Big, è stato assegnato quest’anno a Piero Pelù (attualmente impegnato in tour coi Litfiba) per Sos, brano dedicato al conflitto in Palestina. “Sono stati quasi duecento gli iscritti di quest’anno, un numero davvero significativo per un concorso dedicato ai diritti umani”, racconta ad Avvenire Michele Lionello, fondatore e direttore artistico della manifestazione. Un’edizione caratterizzata da una forte presenza femminile. “È stata una scelta naturale, perché è emersa una qualità artistica molto alta. Anche tra gli ospiti abbiamo dato spazio soprattutto alle donne”. Non è casuale che molti dei brani affrontino temi come il gender gap, la violenza contro le donne, i conflitti e il lavoro. “Anche nei dibattiti - osserva Lionello - l’attenzione è rivolta alla parità di genere e al ruolo del giornalismo nella difesa dei diritti”. Tra gli appuntamenti più attesi c’è infatti il confronto dedicato alle strategie per colmare il divario di genere con Cristina Sciacca, Roberta Giallo, Alessandra Sguotti, Clara e Carolina, mentre sabato il dibattito sul giornalismo come strumento di denuncia e memoria vedrà dialogare Asmae Dachan, Aya Ashour, Jainina Cesar e Sara Del Dot, coordinate dal portavoce di Amnesty International Italia Riccardo Noury. Domenica, invece, artisti e giornalisti si interrogheranno sul delicato equilibrio tra libertà di espressione e diritto al silenzio. Ma la novità più significativa dell’edizione 2026 guarda al carcere minorile. Il recente insediamento dell’Istituto penale per minorenni a Rovigo ha spinto il festival ad aprire una riflessione concreta sul valore rieducativo dell’arte. Il dibattito “Arte oltre le mura: esperienze creative in carcere” ha riunito ieri Roberta Ghidelli, direttrice dell’Ipm di Rovigo, Paola Ziccone, dirigente del Centro per la giustizia minorile di Venezia, Michele De Lucia, promotore del progetto “Parole liberate: oltre il muro del carcere”, l’antropologa culturale Zoe Cocco e il docente di diritto penale dell’Università di Ferrara Marco Venturoli, coordinati dalla giornalista Giorgia Brandolese. “Da qualche mese - spiega Lionello - grazie alla Caritas diocesana di Adria-Rovigo stiamo realizzando numerosi laboratori all’interno del carcere minorile che ha appena aperto a Rovigo. Abbiamo proposto attività di percussioni con i Rulli Frulli e di musica e street art insieme a quelle relatve a podcast, teatro e sport. L’obiettivo è offrire una narrazione diversa del carcere. Quei ragazzi non sono santi, ma senza una prospettiva di recupero e di speranza la sconfitta sarebbe dell’intera società”. È questa, forse, la cifra più autentica di “Voci per la libertà”: ricordare che i diritti umani non sono un tema astratto ma il volto concreto delle persone, soprattutto di quelle più fragili. Pisa. Teatro al Don Bosco, 45 detenuti sul palcoscenico quinewspisa.it, 23 luglio 2026 Conclusi i laboratori dei Sacchi di Sabbia. A ottobre “Lisistrata” debutterà all’Internet Festival con detenuti e detenute. Si è conclusa la stagione 2025-2026 dei laboratori teatrali nella Casa Circondariale Don Bosco di Pisa. Sono stati 45, tra 25 uomini e 20 donne, i detenuti che hanno preso parte ai corsi di pratica scenica e performativa organizzati dalla compagnia I Sacchi di Sabbia, con il sostegno di Regione Toscana e Fondazione Pisa. Il percorso si è aperto con la performance “Fuori Chroma”, nata dal lavoro dell’anno precedente e presentata al Teatro Nuovo di Pisa nell’ambito di Internet Festival. Lo spettacolo ha visto salire sul palco detenute e detenuti insieme alla cantautrice Lamante, offrendo un’occasione di incontro tra il carcere e la città. Da novembre è iniziato il lavoro sul nuovo progetto teatrale, condiviso tra la sezione maschile e quella femminile della struttura penitenziaria. La scelta è ricaduta sulla “Lisistrata” di Aristofane, opera che denuncia l’assurdità della guerra e mette al centro il ruolo delle donne nella ricerca di soluzioni alternative alla violenza. “Dopo l’esperienza de La Calzolaia Prodigiosa dello scorso anno si era manifestata l’esigenza di un progetto condiviso in entrambe le sezioni”, ha detto Francesca Censi, docente del progetto. “Dobbiamo ringraziare la direttrice Alice Lazzarotto che ci ha permesso di fare le prove condivise tra le due sezioni, e in generale per il grande sostegno che dà al progetto teatrale”, ha aggiunto. Nel corso dell’anno il percorso formativo è stato arricchito anche dalla presenza di professionisti dello spettacolo. A marzo sono stati proposti due appuntamenti teatrali rivolti ai partecipanti ai laboratori. “Abbiamo infatti ritenuto che, per dare maggior valore al processo teatrale, le allieve e gli allievi dovessero avere esperienza del lavoro di professionisti del settore”, hanno detto dalla compagnia I Sacchi di Sabbia. Il 9 marzo è andato in scena “In nome della madre”, testo di Erri De Luca interpretato da Francesca Censi nella cappella della Casa Circondariale. Il 17 aprile, invece, l’attore Massimo Grigò ha portato in carcere “La Commedia più antica del mondo”, sempre ispirata ad Aristofane, offrendo ai partecipanti un approfondimento sul linguaggio scenico dell’autore greco. A completare il lavoro è stato il laboratorio di cartapesta condotto dall’artista Matteo Raciti, che insieme ai detenuti ha realizzato gli elementi scenici dello spettacolo. Il progetto culminerà nel mese di ottobre, quando “Lisistrata” sarà presentata all’interno dell’edizione 2026 di Internet Festival, riportando il lavoro svolto all’interno del carcere davanti al pubblico cittadino Bolzaneto, la tortura senza immagini di Roberto Bertoni Il Manifesto, 23 luglio 2026 A venticinque anni dal G8 di Genova è doveroso interrogarsi sulle differenze. In questo tempo di comunicazione immediata, infatti, la narrazione assume un’importanza decisiva e non si può non notare come sia diverso il ricordo legato alla tragedia di Carlo Giuliani in piazza Alimonda e alle violenze verificatesi alla Diaz rispetto agli orrori nella caserma di Bolzaneto. Diciamo che Bolzaneto è la quintessenza della tortura contemporanea: il tormento dell’anima, oltre che del corpo, lontano dalle telecamere e senza alcuna immagine a documentare l’accaduto. È lo stesso schema che ora si ripete ogni volta che una ragazza viene fatta girare nuda dentro una questura (è successo ad alcune attiviste dei movimenti contro il cambiamento climatico). La Diaz, del resto, è una storia forse irripetibile. Se fossero esistiti all’epoca i cellulari di oggi, se fossero esistiti i social, sarebbe stato tutto chiaro fin dall’inizio, e anche il falso delle molotov e dell’arsenale prelevato da un cantiere lì vicino (la Diaz allora era in fase di ristrutturazione) e introdotto ad arte all’interno della scuola sarebbe stato difficile da costruire. Bolzaneto no. Bolzaneto è una caserma isolata, situata nel cuore della Valpolcevera, e lì una delle frasi più ricorrenti, pronunciate dagli agenti del Gruppo operativo mobile della Polizia penitenziaria, era: “Nessuno sa che siete qui, possiamo farvi quello che ci pare”. Piazza Alimonda, via Tolemaide, corso Gastaldi, corso Italia e la stessa Diaz sono stati raccontati innumerevoli volte: foto, video, ricostruzioni, gente che grida, servizi dei telegiornali e alcuni parlamentari in diretta. Insomma, è abbastanza semplice farsi un’idea. Bolzaneto, ribadiamo, è un’altra storia. È una memoria orale, che vive solo grazie alle testimonianze di infermieri coraggiosi come Marco Poggi e Ivano Pratissoli, che hanno pagato un prezzo altissimo per le proprie denunce, e delle vittime, che spesso, per lungo tempo, hanno taciuto, paralizzate dal timore di non essere credute. “Un, due, tre: viva Pinochet! Quattro, cinque, sei: a morte gli ebrei! Sette, otto, nove: il negretto non commuove! Sigh heil, apartheid!”. E ancora: la ragazza che venne colpita da uno schiaffo al grido di “comunista e puttana”, la ragazza cui venne tagliato il cappuccio della felpa, la ragazza costretta a urinarsi addosso, il ragazzo cui fu imposto di abbaiare, l’uomo cui vennero divaricate le dita, la ragazza cui avevano rotto i denti alla Diaz, obbligata a stare oltre un giorno rannicchiata in una cella gelida e sporca fra dolori atroci, la ragazza che si sentì male e venne costretta a pulire il suo vomito. Questo è stato. Come ha spiegato Jennifer Ulrich, la Alma Koch del film di Daniele Vicari: il massacro riguardò soprattutto le donne, vittime di una ferocia classificabile come tortura, anche se a quei tempi il reato non era ancora stato introdotto nel Codice penale. Tutto ciò, come detto, lo sappiamo dai racconti, da qualche testo semi-clandestino, da alcuni romanzi, da testate come il manifesto e, un tempo, grazie a Liberazione, l’Unità, Carta e il Diario, ahinoi ormai scomparsi. Manca, purtroppo, un racconto per immagini, ed è un vulnus da sanare. Per ora questa memoria orale, tramandata grazie agli atti processuali, ai racconti e alle rare interviste delle protagoniste e dei protagonisti di quei giorni, è l’essenza del G8 di Genova, del suo fallimento e dell’ansia di riscatto che ci pervade da allora. Restituire voce, memoria e speranza per far sì che non accada mai più, rendendo omaggio a una generazione tradita e infondendo fiducia a quelle venute dopo: questo devono fare il giornalismo, la letteratura, il cinema e il teatro ora più che mai. Diamo una forma nonviolenta alla speranza di Fabrizio Floris Avvenire, 23 luglio 2026 25 anni dopo i fatti del G8 di Genova, dove le istanze della società civile non riuscirono a fermare la violenza, la logica dello scontro continua a minacciare la domanda di giustizia globale. Venticinque anni dopo il G8 di Genova, sappiamo molte cose. Conosciamo le responsabilità politiche, gli errori del governo, le violenze delle forze dell’ordine, della Diaz, di Bolzaneto. Sappiamo dei black bloc, della devastazione, della sproporzione tra chi voleva manifestare pacificamente e chi cercava lo scontro. Per molti anni parlare di Genova ha significato soprattutto chiedere verità e giustizia. Era giusto che fosse così. Oggi, proprio perché quelle responsabilità sono accertate, diventa possibile porre una domanda. Che cosa non ha funzionato dentro la società civile? A Genova arrivai da Korogocho, la baraccopoli di Nairobi dove viveva Alex Zanotelli. Portavo le testimonianze di chi non avrebbe mai avuto posto al tavolo dei grandi. Avevamo preparato un video perché anche gli esclusi potessero entrare nel racconto del G8. Sembrava davvero possibile aprire una crepa nel linguaggio del potere globale. Ma ricordo anche altro: il via vai dei giornalisti, le interviste, le foto, il protagonismo dei leader, la frammentazione delle sigle, l’illusione di poter governare con le parole una massa enorme di persone. La società civile era moralmente forte, ma organizzativamente fragile. In quei giorni Alex Zanotelli ricordava che non bastava manifestare contro il G8: la conversione doveva diventare anche cambiamento degli stili di vita e delle forme dell’agire collettivo. La domanda non riguardava soltanto il sistema economico ma anche la coerenza della stessa società civile: stili di vita, pratiche e forme organizzative. Non è uno stato d’animo (non basta dichiararsi pacifici). È una tecnica politica, una pratica organizzativa, una disciplina collettiva. Significa preparare le manifestazioni, isolare chi cerca lo scontro, impedire che la violenza utilizzi i manifestanti come copertura. A Genova la società civile non riuscì a costruire fino in fondo questo presidio della nonviolenza. Non solo per colpa di chi represse e di chi devastò. Anche perché la società civile non seppe darsi una forma politica capace di custodire le ragioni che l’avevano portata in piazza. È un problema che ritorna. Molte manifestazioni degli ultimi anni lo confermano. Cortei nati per la pace finiscono spesso per essere raccontati attraverso le immagini di pochi gruppi che cercano il conflitto. Il risultato è sempre lo stesso: il mondo soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono, ma questo non è un mondo possibile: è il mondo che già c’è. Per questo Genova non va ricordata solo come trauma, ma come una lezione incompiuta. Se la nonviolenza vuole essere una forza politica e non soltanto un’intenzione etica deve tradursi in pratiche, regole e forme organizzative capaci di proteggere le manifestazioni dalla violenza e dalla sua capacità di ridefinirne il significato pubblico. Il rischio, altrimenti, è che lo scontro cancelli la domanda originaria - giustizia globale, povertà, disuguaglianza, apartheid economica. Genova nasceva anche da lì: da Korogocho, dalle periferie del mondo, da chi chiedeva che la globalizzazione non fosse solo libertà per i capitali e confini per gli esseri umani. Quella domanda non è scomparsa. Anzi, oggi è ancora più radicale, ma per tornare a porla occorre forse ripartire da una verità semplice: non basta sognare un altro mondo. Bisogna anche costruire le condizioni perché quel mondo non venga occupato, deformato o rovesciato dalla violenza. Elsa Morante scriveva che la speranza è un vizio. Forse aveva ragione. Nonostante tutto, continua a tornare. Venticinque anni dopo Genova, occorre imparare a dare alla speranza una forma politica, organizzativa e profondamente nonviolenta. Altrimenti saranno ancora i violenti a impadronirsene, e il mondo possibile resterà prigioniero del mondo che già c’è. Sulla sicurezza la sinistra continua ad avere un problema di Mauro Bazzucchi Il Dubbio, 23 luglio 2026 Passano gli anni e le legislature, ma la sicurezza continua a essere il tallone d’Achille della sinistra. I casi di Mario Roggero e della morte di Abderrahim Fakir, con le successive polemiche sugli scontri di Bologna, hanno riportato il tema al centro del confronto politico e, ancora una volta, il centrosinistra si è trovato a inseguire. Un paradosso: al netto di un paio di parentesi tecniche, negli ultimi anni il Viminale è stato quasi sempre guidato da ministri espressione del centrodestra o comunque sostenuti da maggioranze in cui il centrodestra aveva un ruolo decisivo. Eppure, nell’immaginario collettivo, è la sinistra a essere percepita come indulgente verso la criminalità e poco sensibile alle richieste di sicurezza dei cittadini. La destra, pur essendo al governo e quindi chiamata a rispondere dei risultati ottenuti, è riuscita a ribaltare il piano dello scontro politico. Lo dimostrano le parole di Giorgia Meloni, che intervistata dal Giornale ha accusato la sinistra di non comprendere il caso Roggero e ha rilanciato la linea della “tolleranza zero” dopo i disordini di Bologna. Un’offensiva politica che trova terreno fertile perché fa leva su una debolezza storica degli avversari: la difficoltà di parlare a quell’elettorato moderato che non invoca il Far West, ma pretende semplicemente di sentirsi protetto davanti al moltiplicarsi di rapine, aggressioni e reati predatori. Che il problema esista lo riconoscono ormai autorevoli esponenti dello stesso campo progressista. Luciano Violante, figura storica della sinistra ed ex presidente della Camera, ha invitato il suo schieramento a una riflessione profonda, ricordando che la sicurezza riguarda anzitutto i più deboli. Un principio che affonda le radici nella tradizione del Pci e che, proprio per questo, rende ancora più evidente lo scollamento maturato negli ultimi anni. Per Violante occorrono più agenti, meglio preparati, e la sicurezza non può essere ridotta a uno slogan elettorale né tantomeno lasciata alla sola propaganda. Parole che sembrano fare da sponda a quelle pronunciate più volte in passato da Michele De Pascale. Pur respingendo gli attacchi della destra sul caso Fakir e difendendo l’operato del sindaco Matteo Lepore, il presidente dell’Emilia-Romagna ha ammesso che il centrosinistra non può continuare a parlare soltanto di prevenzione. Per essere credibile deve saper affrontare anche il terreno della repressione dei reati, delle rapine, dei furti e delle violenze. Una presa d’atto significativa, perché arriva da un amministratore che ogni giorno misura il polso dei territori e conosce le paure dei cittadini. Non è un caso isolato. Già nei mesi scorsi lo stesso De Pascale aveva manifestato un approccio più pragmatico su temi delicati come i Cpr, attirandosi più di un malumore all’interno del partito. Adesso un’altra crepa si apre a Piacenza, dove il capogruppo del Pd Andrea Fossati - andando in effetto un po’ oltre la linea del partito in questo caso - rischia il posto dopo aver espresso solidarietà a Roggero. Pur ribadendo di non voler difendere il Far West, Fossati ha sostenuto che la sicurezza dei commercianti e degli artigiani è un tema della sinistra e che non può essere lasciato in monopolio alla destra. Parole sufficienti ad aprire una discussione interna sulla sua permanenza alla guida del gruppo consiliare. Mentre alcuni amministratori locali cercano di intercettare il disagio di un’opinione pubblica sempre più allarmata dalla microcriminalità, i vertici nazionali del centrosinistra continuano a muoversi con estrema prudenza, nel timore di apparire subalterni alla narrazione securitaria della destra. Una cautela che finisce però per produrre l’effetto opposto: lascia agli avversari il monopolio di un tema che riguarda anche una parte consistente dell’elettorato progressista. L’ultimo dirigente del centrosinistra che era riuscito a parlare di sicurezza in modo efficace è stato Marco Minniti. Da allora il campo progressista non ha più trovato una sintesi convincente. La destra, invece, ha compreso che, indipendentemente dai risultati conseguiti al governo, continuare a occupare quello spazio politico produce consenso. E in vista delle prossime elezioni politiche rappresenta probabilmente uno dei vantaggi competitivi più solidi di cui il centrodestra dispone. Una “sicurezza di sinistra”? Parli ai più insicuri di Giorgia Serughetti* Il Domani, 23 luglio 2026 La sicurezza è di destra o di sinistra? Mentre la destra di governo cavalca la cronaca per avanzare la sua agenda law and order, tra propaganda sulla “difesa sempre legittima” e scudo penale per le forze dell’ordine, sul banco degli imputati finisce, piuttosto paradossalmente, “la sinistra”, ovvero l’opposizione. Quel centrosinistra che non solo - è l’accusa di Giorgia Meloni al sindaco di Bologna, Matteo Lepore - aizza la piazza contro le forze dell’ordine, ma - commentano in tanti - appare troppo “timida” quando si tratta di sicurezza. Su questo terreno, si dice, servirebbe invece un impegno trasversale. “La sicurezza non è né di destra né di sinistra: è un diritto dei cittadini”, ha rimarcato il ministro Matteo Piantedosi in un’intervista al Messaggero. In politica non esistono materie né di destra né di sinistra. Di certo, non quelle che riguardano la prevenzione e repressione dei reati e gli usi legittimi della forza pubblica. La sicurezza come un “diritto dei cittadini” può apparire come un principio largamente condiviso: ma cosa si intende per sicurezza? Per quali cittadini? E quali sono i mezzi appropriati per garantire questo diritto? Senza controllo del territorio non può esistere sicurezza Quale sicurezza? La parola sicurezza, andrebbe ricordato, non è sempre stata sinonimo di immunità personale, difesa dai rischi legati alla microcriminalità o al disagio. Per tutti i decenni del Dopoguerra, l’attenzione, soprattutto a sinistra, è stata per la sicurezza declinata in chiave sociale. E riappropriarsi della parola in questo significato non vuol dire eludere l’insieme di conseguenze negative che fenomeni come povertà e marginalità urbana possono generare, specialmente nei quartieri più svantaggiati e a danno delle persone più vulnerabili. Vuol dire sforzarsi di produrre una diversa lettura di questi fenomeni, e delle risposte necessarie. In una visione di sinistra, la società non è formata da individui isolati, proprietari, con interessi da difendere, chiamati ad aderire a un ordine che ne garantisca l’incolumità e insieme a farsene responsabilmente carico, con ogni accortezza necessaria. La società è piuttosto rappresentata come più grande degli individui, nonché articolata in aggregati sociali o classi - per quanto sempre più frammentate e ibride - definite da rapporti salariali e di lavoro, proprietà e ricchezza. In questa prospettiva, chiedersi chi sono i destinatari delle attuali politiche di sicurezza significa metterne in questione la presunta universalità, chiedersi chi ne beneficia e chi ne paga il costo. La sicurezza intesa come difesa autoritaria dell’ordine e criminalizzazione del disagio sociale prende di mira, ormai da decenni, fenomeni riconducibili essenzialmente a condizioni di povertà: si pensi alle sex worker di strada colpite dalle ordinanze urbane, alle persone senzatetto o mendicanti, a migranti o richiedenti asilo costretti a vite marginali in assenza di diritti e assistenza sociale, alle persone affette da dipendenze o problemi di salute mentale che non accedono alle cure necessarie, come Abderrahim Fakir. La sicurezza declinata come guerra ai poveri è una sicurezza di classe, oltre che razzista, che risponde alle ansie dei ceti medi e benestanti incarcerando o consegnando all’abbandono gli strati più vulnerabili. Mentre ignora, quando non arriva a scudare, i reati finanziari e societari. Declinare la sicurezza da sinistra implica, al contrario, preoccuparsi della sicurezza degli insicuri. Questo significa, nella repressione dei reati, controllo democratico sull’operato delle forze di polizia, nel rispetto dello Stato di diritto e quindi dell’uguaglianza di fronte alla legge. Nella prevenzione, significa attenzione vera ai bisogni sociali: alla precarietà abitativa, al degrado degli spazi pubblici, alla povertà, alla carenza di servizi territoriali, all’assenza di cure di prossimità. Non è retorica declinare la sicurezza come sicurezza dei diritti. È l’indicazione di un impegno ineludibile, senza il quale qualsiasi programma che vada sotto questo nome finisce per generare solo nuova ingiustizia e nuove cause di insicurezza. A tutto beneficio della destra. Franco Gabrielli: “La “macelleria” del G8 di Genova resta un monito. Ma la sinistra deve imparare a dialogare con la polizia”. *Filosofa Carabella e gli altri: la giustizia fai da te dei nuovi influencer di Daniele Zaccaria Il Dubbio, 23 luglio 2026 Avete presente Simone Carabella? Quel tipo che gira per Roma affrontando presunti delinquenti, spacciatori, borseggiatori, “maranza”, writer, musulmani, senza tetto filmandoli con lo smartphone per poi sbatterli sui social. Se pensate che si tratti dell’ennesima stranezza italica vi sbagliate, Carabella è soltanto la versione all’amatriciana di un fenomeno globale: il giustiziere-influencer. Da noi il precursore è stato Simone Cicalone che prima degli altri ha intuito le potenzialità del format, trasformando degrado urbano, borseggi e ronde cittadine in una narrazione seriale di successo sul suo canale YouTube. Con il passare degli anni, però, Cicalone ha quasi assunto un profilo istituzionale: oggi dialoga con amministrazioni e forze dell’ordine che ormai lo portano sulle volanti durante i pattugliamenti, è ospite nel salotto tv de La7, rivendica un ruolo di sentinella civica e cerca di accreditarsi come interlocutore delle autorità: paragonato al suo rozzo epigono sembra Jean-Paul Sartre. Carabella che sul suo profilo Facebook si definisce “mental coach” e che un tempo è stato assessore del Pd (sic), interpreta il ruolo in modo basico e da tempo inonda il web con le sue tragicomiche prodezze, sempre rivolte contro soggetti più deboli: l’aggressione con lo spray al peperoncino di un pacifico venditore ambulante senegalese, le ronde antidegrado al Pigneto denunciate dagli stessi residenti, il panino con la porchetta mangiato per provocazione alla festa musulmana dell’Eid al-Adha a Villa Gordiani, la rimozione dal muro di una chiesa di un manifesto del film Aladin che aveva confuso con quello di una moschea. Il fenomeno dei giustizieri digitali che agiscono come agenti provocatori è emerso da una decina di anni, parallelo alla diffusione degli smartphone di ultima generazione e all’ascesa della propaganda ansiogena sulla sicurezza che caratterizza lo scontro politico contemporaneo. Negli Stati Uniti esiste una florida industria dei cosiddetti predator catchers, influencer che si fingono adolescenti online per attirare presunti pedofili e affrontarli davanti alla telecamera. Il più famoso è Skeeter Jean, che ha costruito milioni di visualizzazioni trasformando ogni confronto in una sorta di reality della giustizia. Ancora più controverso è Vitaly Zdorovetskiy, ex re degli scherzi su YouTube, che ha riconvertito la propria popolarità in spedizioni punitive riprese in diretta, dove la frontiera tra denuncia e spettacolo diventa sempre più difficile da individuare. Prima di loro, Alex Rosen aveva inaugurato il filone con Predator Poachers, dimostrando che persino la lotta ai reati più odiosi può trasformarsi in un filone di successo. Nel Regno Unito il fenomeno è ancora più organizzato; decine di gruppi di paedophile hunters organizzano vere e proprie operazioni di adescamento online, riprendono i confronti e poi consegnano il materiale alla polizia. Alcuni collaborano con le autorità, altri preferiscono il palcoscenico dei social. Sempre oltremanica sono in crescita i shoplifter catchers che documentano la piccola criminalità urbana su TikTok e YouTube con le stesse modalità di Carabella. Le forze dell’ordine britanniche, non a caso, mettono in guardia i cittadini da anni: queste iniziative possono compromettere le indagini, inquinare le prove e trasformare la ricerca della giustizia in una competizione per ottenere più visualizzazioni. Anche in America Latina proliferano creator che accompagnano ronde di quartiere contro sospetti rapinatori e narcotrafficanti, mentre in Brasile, il paese più estremo, alcuni influencer specializzati nella cronaca nera trasmettono in diretta inseguimenti e interventi della polizia, a volte immortalando omicidi sanguinosi in un genere informazione, intrattenimento e propaganda dell’ordine pubblico si mescolano senza soluzione di continuità. Lo youtuber giapponese Shunichi Fujiki, conosciuto come Hezumaryu, ha costruito parte della propria notorietà inseguendo presunti truffatori, molestatori e clienti di locali a luci rosse, trasformando il confronto pubblico in contenuto virale e diventando una star nazionale. Anche nella Corea del Sud decine distreamer hanno fatto fortuna tendendo imboscate a presunti molestatori o truffatori, salvo finire essi stessi al centro di procedimenti giudiziari per diffamazione o intralcio alle indagini. Nella popolosa India esistono interi ecosistemi di creator che documentano incursioni contro quelli che vengono additati come stupratori, usurai o funzionari corrotti. Il format è sempre lo stesso: smartphone acceso, provocazione, escalation del conflitto, pubblicazione immediata del contenuto e una valanga di like e di insulti per i bersagli prescelti. In generale ogni paese può sfoggiare i suoi baldi Carabella che si aggirano nelle metropolitane, nei luoghi frequentati dai turisti, nei quartieri cosiddetti difficili nel nome di una redditizia “lotta al degrado” che spesso si intreccia con le campagne anti-immigrazione dei partiti della destra nazionalista, peraltro molto abile ad arruolarli tra le sue fila. In tal senso gli influencer giustizieri sono perfettamente funzionali al discorso securitario che accompagna il discorso politico contemporaneo, producono ogni giorno il repertorio iconografico dell’emergenza permanente da dare in pasto a un pubblico ansioso e manipolabile. La remigrazione e l’engagement della violenza: contro di me 200mila messaggi d’odio in tre mesi di Vincenzo Corrado* Il Domani, 23 luglio 2026 L’ondata quotidiana è un impasto di bot, profili falsi, account riconducibili ad ambienti neofascisti e persone in carne e ossa, con le foto dei figli e del cane, e ha come unico obiettivo quello di delegittimare chi scrive, annichilirlo, con qualsiasi mezzo possibile. Meta non fa nulla per impedirlo, anzi. In compenso mi versa il “performance bonus”. Da inizio aprile pubblico sulla mia pagina Facebook una serie di post in cui contesto, dati ufficiali alla mano, la solidità della proposta di legge di iniziativa popolare “Remigrazione e Riconquista”, quella depositata alla Camera il 30 giugno con 150.000 firme e ora in attesa di calendarizzazione. I miei follower sono poco più di 15.000, eppure quei post raggiungono circa dieci milioni di persone al mese e hanno generato, in tre mesi e mezzo, oltre 200.000 messaggi d’odio. Migliaia di commenti al giorno, tutti i giorni, che continuano ad arrivare anche adesso, a metà luglio. La sproporzione tra le dimensioni della pagina e la portata dell’assalto racconta come funziona oggi in Italia la propaganda online intorno alla remigrazione: chi la critica in pubblico va semplicemente distrutto. Nei post metto in fila numeri e statistiche provando a spiegare a chi mi legge un fenomeno complesso come quello delle migrazioni. In Italia, ad esempio, viene eseguito meno di un ordine di espulsione su cinque e lo stesso governo sotto cui la remigrazione sfila in corteo ha firmato un decreto flussi da 497.550 ingressi regolari in tre anni. Il “patto di remigrazione volontaria” offre denaro pubblico agli stranieri regolari in cambio della rinuncia definitiva al diritto di restare, e il Fondo per la Natalità riservato alle sole famiglie italiane distribuirebbe risorse in base al passaporto, un criterio che l’articolo 3 della Costituzione esclude. In questi mesi ho spiegato, soprattutto, perché il piano dell’estrema destra è irrealizzabile: mancano gli accordi bilaterali con i paesi verso cui rimpatriare le persone e i costi si misurerebbero in decine di miliardi, altro che la dotazione prevista dalla proposta di legge. Nel merito di quei numeri, sulla mia pagina, non è entrato praticamente nessuno: l’ondata quotidiana è un impasto di bot, profili falsi, account riconducibili ad ambienti neofascisti e persone in carne e ossa, con le foto dei figli e del cane, e ha come unico obiettivo quello di delegittimare chi scrive, annichilirlo, con qualsiasi mezzo possibile. La parola “zecca” è la costante, insulti sul mio presunto orientamento sessuale, l’accusa di essere pagato per scrivere quello che scrivo. E ancora: accuse di pedofilia, auguri di morte a me e ai miei cari in migliaia di forme diverse. E poi c’è l’immagine che circola come una sorta di meme: la mia faccia, elaborata con l’intelligenza artificiale, montata sul corpo di un ratto, la stessa iconografia con cui la propaganda antisemita degli anni 30 disumanizzava i suoi bersagli. C’è chi mi scrive “datti fuoco”, chi mi augura di crepare “affogato nel tuo sangue”, chi si dichiara “autorizzato a investirti in macchina”, chi ha coniato dal mio cognome la parola “corradicidio”. Alcuni arrivano a insultare la mia famiglia perfino sotto la foto profilo che avevo 10 anni fa. Intanto, su una pagina pubblica, decine di migliaia di persone invocano ogni male sui migranti e inneggiano ai forni crematori. Chi coordini le ondate non lo so, e sarei un pessimo giornalista se lo affermassi senza prove; i numeri, però, escludono la spontaneità del fenomeno. Il volume dei commenti (e dei messaggi privati, perché ci sono anche quelli) è tale che per leggere tutto sono costretto ad affidarmi all’intelligenza artificiale, che mi serve a separare le diffamazioni ordinarie, ormai rumore di fondo, dalle minacce e dall’odio razziale. Con l’avvocato Andrea Di Pietro dello Sportello Legale di Ossigeno per l’Informazione, che ha adottato il mio caso insieme a Media Defence e lo ha definito “squadrismo mediatico”, sto infatti schedando gli episodi più gravi, ognuno con data, testo, profilo e ipotesi di reato. Sono la base di un esposto contro Meta fondato sul Digital Services Act, il regolamento europeo in vigore dal 2024 che impone alle grandi piattaforme di valutare e mitigare i rischi che i loro sistemi producono per i diritti fondamentali, compresa la libertà di informazione, e di rispondere in tempi rapidi alle segnalazioni degli utenti. Sulla mia pagina è avvenuto il contrario: le segnalazioni cadono nel vuoto, i contenuti restano online, lo stesso messaggio d’odio si replica in serie senza che scatti un filtro. Al contrario, l’algoritmo distribuisce i miei post soprattutto a chi li commenta con violenza, perché quella violenza è engagement. E intanto Meta mi versa il “performance bonus”, il programma che retribuisce i creator in base alle interazioni: la piattaforma che dovrebbe moderare l’odio mi paga pochi euro a post sul traffico generato da chi mi minaccia. Tutto questo accade mentre la legge sulla remigrazione compie il suo percorso istituzionale e i promotori rivendicano un dibattito libero. Sui social quel dibattito non esiste e lo sanno benissimo: al suo posto c’è la gogna quotidiana, per me come per chiunque provi a raccontarla con parole diverse dalle loro. *Giornalista professionista, ha lavorato 15 anni nel Gruppo editoriale L’Espresso (poi diventato Gedi) e collabora con diverse testate nazionali Il caporalato invisibile al Nord: nuovi schiavi per angurie e prosecco di Luciana Cimino Il Manifesto, 23 luglio 2026 A Mantova l’epicentro del fenomeno: un lavoratore agricolo su tre a rischio sfruttamento. E con il caldo estremo sono arrivati i morti. Nelle semplificazioni giornalistiche a Mantova è toccato un primato. “Capitale italiana del caporalato” è la definizione, risalente a una decina di anni fa, quando le indagini della magistratura rivelarono il sistema di sfruttamento della manodopera nelle campagne mantovane, tra Sermide e Poggio Rusco. Con ramificazioni nelle province di Ferrara e Rovigo. “Non siamo a Rosarno”, risposero piccati all’unisono gli imprenditori agricoli della Lombardia, del Veneto e dell’Emilia Romagna. Territori di grosse concentrazioni di aziende agroalimentari e quindi considerati meno permeabili a episodi di caporalato. Le cronache, le inchieste e i rapporti delle organizzazioni che si occupano di lavoro agricolo, come Flai Cgil e Terra!, hanno dimostrato che non è così. “Il caporalato è raccontato come un fenomeno che riguarda solo il Mezzogiorno - si legge nel rapporto “Cibo e sfruttamento-Made in Lombardia” che Terra! ha pubblicato nel 2023 - invece nel nord Italia lo sfruttamento è la norma: la Lombardia, con una produzione agroindustriale del valore di oltre 14 miliardi di euro, è la prima regione italiana nell’agroalimentare ma, allo stesso tempo, è una delle regioni più colpite da procedimenti giudiziari riguardanti il caporalato”. Secondo l’analisi dell’associazione, “lo sfruttamento si è evoluto in forme più ricercate, che riescono a sfuggire ai controlli”. Se al sud si muore per i pomodori, al nord ci si ammala per la produzione intensiva di prosecco. Il ruolo del caporale lo interpretano le cooperative senza terra, che forniscono lavoratori e servizi alle aziende, le partite Iva che reclutano altra manodopera, spesso facilitandone anche l’arrivo dai paesi di origine (previo pagamento di un “pizzo” e sfruttando le falle del decreto flussi) o le società multiservizi che prendono in appalto la vendemmia o la potatura. Ma condizioni di sfruttamento e caporalato si verificano anche nella filiera delle insalate in busta e nella macellazione dei suini. Le brigate del lavoro della Flai anche quest’anno hanno attraversato le campagne della Bassa per intercettare i braccianti, che si muovono di notte in bicicletta da una rotatoria all’altra o nei pulmini. Per poi lavorare dieci ore nella raccolta dei meloni e delle angurie. Negli ultimi due giorni sono stati a Mantova dove, spiega il segretario cittadino del sindacato degli agricoltori della Cgil Ivan Papazzoni, “un lavoratore agricolo su tre è a rischio sfruttamento”. Nel luglio 2024 le ispezioni straordinarie dei carabinieri del nucleo ispettorato del lavoro (Nil) rilevarono irregolarità in otto aziende agricole del mantovano su undici. Non un caso isolato: dei 29 casi di sfruttamento di manodopera registrati nel rapporto dell’Osservatorio Placido Rizzotto, centro studi della Flai, metà riguardano la provincia della città dei Gonzaga con 15 inchieste in agricoltura. Mantova ha anche un altro record: nel territorio è massima la differenza salariale tra uomini e donne, supera il 50%. “Emerge quindi la necessità di essere presenti come sindacato dove lo stato sembra essersi ritirato”, il ragionamento di Papazzoni con il manifesto. Il segretario della Flai di Modena ha denunciato anche il malfunzionamento della sezione territoriale della rete del lavoro agricolo di qualità: “Dal suo insediamento non è più stata convocata, ci viene il sospetto che ci siano molti interessi nel far rimanere nel buio queste situazioni. Facciamo un appello alle aziende che lavorano nella legalità: mettetevi al nostro fianco contro le imprese che usano lavoratori in semi schiavitù per fare concorrenza sleale”. Al sindacato sono arrivate le testimonianze di un gruppo di braccianti pakistani che avevano pagato tra i 6 e i 12 mila euro per arrivare in Italia. “Li informiamo sui diritti, sulla paga oraria corretta e sui contratti legali, loro ascoltano e poi ci fanno cenno che verranno a parlarci in sede, perché hanno paura a farlo nei campi. Il ruolo dei mediatori culturali è fondamentale”, ha spiegato Papazzoni. Lo scorso 30 giugno i carabinieri del Nil hanno riscontrato gravi irregolarità in due aziende agricole a Viadana e Roverbella: nessuna sicurezza sul lavoro, braccianti a nero pagati 6 euro l’ora, la metà di quanto previsto dal contratto nazionale, mai sottoposti alla visita medica obbligatoria per accertarne l’idoneità fisica al lavoro pesante, com’è la raccolta dei meloni. Lo stesso giorno è morto Haddad Taher, 55 anni, mentre stava raccogliendo angurie nei campi di un’azienda agricola di Magnacavallo. Social vietati ai minori? Servono rimedi più efficaci di Serena Sileoni La Stampa, 23 luglio 2026 È sotto gli occhi di tutti. Bambini che anziché giocare fissano il telefonino a pochi centimetri dal viso; preadolescenti e adolescenti che riescono a parlare e confidarsi solo attraverso uno schermo, anche quando sono uno di fronte all’altro. Le tappe della crescita - la socializzazione, l’educazione e persino l’istruzione - sembrano stravolte da percorsi nuovi dove il mezzo, anzi i mezzi, dettano nuovi modi di essere, di stare al mondo e persino di pensare. La digitalizzazione resta, sia chiaro, un’ottima cosa. Non aiuta solo i giovani ad avere migliore accesso a più opportunità, come frequentare un corso a distanza o iscriversi a un book club quando non ce l’ha sotto casa. Aiuta gli anziani a sentirsi meno soli anche solo videochiamando i nipoti lontani, e gli adulti a conciliare meglio impegni familiari e lavorativi. Come sempre, è l’utilizzo a rendere virtuoso o no uno strumento e il telefonino non fa eccezione a questo adagio. Spesso, del resto, quello che demonizziamo non è l’uso pericoloso, ma l’uso nuovo di qualcosa di nuovo. Quando il telecomando sostituì i pulsanti del televisore, lo zapping - che i ragazzi oggi non sanno nemmeno cosa sia - si diceva che portasse a un deficit di attenzione. Il marketplace dei social farà pure chiudere qualche negozio di quartiere ma può far guadagnare un’ora per leggere un buon libro. Sui social, non si incontrano solo mostri, ma anche le fugaci amicizie estive che un tempo si esaurivano in un’unica cartolina spedita a settembre. Detto questo, l’utilizzo sbagliato del telefonino pesa sui giovani più che sulle altre fasce generazionali, perché sono più innocentemente esposti a una vera e propria dipendenza e a rischi concreti, anche nella vita reale, di fronte ai quali un adulto dovrebbe essere più smaliziato. Si potrebbe obiettare che le truffe on line ingannano più gli anziani che i ragazzi e che i patiti dei selfie si trovano a tutte le età. Ma il dovere che sentiamo, come singoli e come comunità, di proteggere i bambini e di accompagnare gli adolescenti verso la maturità spiega perché su di loro si concentrino più attenzione e allarme. Tra gli esperti, sia in campo medico che psicologico e pedagogico, c’è una tendenziale convergenza sul fatto che l’uso dei telefonini e in particolare dei social andrebbe moderato. Alcuni studi confermerebbero persino un cambiamento nella crescita della corteccia cerebrale. Un buon padre e una buona madre di famiglia non hanno nemmeno bisogno di leggere le riviste scientifiche per preoccuparsi di un figlio che preferisce scrollare anziché giocare a calcetto, o rimanere in camera alla luce dello schermo invece di uscire con gli amici. Le conseguenze, nel piccolo delle proprie vite e nel grande dei mutamenti sociali, vengono ormai recitate come un rosario: problemi di personalità, di socializzazione, di rendimento scolastico fino, persino, al calo precocissimo del desiderio sessuale. La domanda da porsi non è quanto siano pericolosi. Ma come renderli meno pericolosi. Come, in sostanza, farne buon uso. La Francia, su spinta del Presidente Macron, ha appena approvato una legge che vieta i social media ai minori di 15 anni. L’Australia lo ha fatto qualche mese fa per i minori di 16. In Italia, il ministro Valditara punta allo stesso obiettivo, dopo aver vietato i telefonini in classe. La Commissione europea ha annunciato una app di verifica dell’età, che potrà consentirle di proporre una misura simile agli Stati membri, che da par loro si stanno attivando più o meno nello stesso senso. Ma vietare i social ai minorenni o giù di lì è il classico esempio di risposta sbagliata a una domanda giusta. Per due motivi. Il primo perché è una misura inutile, tanto che in Francia e in Australia non ci sono sanzioni per i minori o le famiglie, ma uno scaricabarile di responsabilità sulle piattaforme. D’altra parte, come imporne il rispetto da parte dei singoli e come, soprattutto, verificarlo? Per ora l’Italia si è limitata a vietare il telefonino a scuola, che pure è divieto alquanto debole sul piano concreto, specie se il corpo docente - che dovrebbe vigilare - non è compatto nel dare il buon esempio e mettere da parte lo smartphone. Certo la tecnologia potrebbe arrivare a consentire forme di autenticazione molto più raffinate di quelle attuali. La società americana World pare averne già una pronta, che - nel caso - dovrebbe passare per la cruna delle norme sul trattamento dei dati. Anche per questo, il principale motivo per cui il divieto generalizzato è sbagliato è che sarebbe una vera sconfitta per le famiglie e, con esse, per quel valore di libertà/potestà genitoriale su cui si regge il nostro modello educativo. I genitori si confrontano ogni giorno con il problema del telefonino per poi spesso arrendersi davanti a quel che fanno le altre famiglie. Fornire un divieto esterno può solo spingere ancora di più la corsa al ribasso di un’educazione fatta anche di complicati no, porte sbattute, tentativi, sconfitte e successi. I patti digitali sono ottime iniziative, che però si scontrano con la tendenza a nascondersi dietro il così fan tutti. Per genitori e insegnanti, il cui tempo di utilizzo del telefonino non è forse così lontano da quello dei ragazzi, è più facile un divieto calato dall’alto che un esempio dato di fianco. Educare stanca, specie quando il mondo intorno non aiuta e bisogna spiegare ai figli perché un comportamento diffuso, e magari il proprio, non è necessariamente un comportamento da seguire. Un ordine di Stato solleva da queste fatiche e imbarazzi. Se lo dice la legge, allora è vero e più facile da imporre anche in casa. I governi, dal canto loro, possono dire di aver dato una risposta, non importa se inefficiente. Il numero di volte in cui, nella storia, lo Stato si è messo in mezzo tra padri e figli non si conta. Ma abbiamo finora guardato con sospetto a quelle intromissioni, come a una manifestazione di un potere a quel punto sì, totalitario, qualunque sia il bene in nome del quale si esercita. In Tunisia le famiglie sulle tracce dei giovani partiti per l’Europa e mai tornati di Luca Attanasio Il Domani, 23 luglio 2026 “Dove sono i nostri figli? Abbiamo diritto ad una risposta”, recita il cartello col quale questa madre di un migrante disperso in mare protesta, assieme ad altri familiari, davanti all’ambasciata italiana a Tunisi. Ci sono mamme, sorelle, figli e figlie, famiglie sparse in tutta l’Africa o nel Sud globale, che pagherebbero oro per garantire la remigrazione dei propri figli, fratelli, padri, cari, inghiottiti dal mare, dai deserti, scomparsi durante viaggi assurdi frutto di confini insensatamente sbarrati e leggi coloniali. Ci sono madri che vivono intrappolate nell’attesa di una notizia, un sms, una telefonata dai propri ragazzi partiti tentando l’affondo alla fortezza Europa, che vivono in una sospensione permanente tra speranza e lutto, probabilmente più atroce della notizia di una morte certa. “Il mio Mansour tornerà un giorno - è sicura Fadhila, una mamma incontrata a metà giugno nel quartiere di Jbal Lahmer, a Tunisi, per il progetto Mums, narrare le migrazioni attraverso la voce delle mamme dei migranti - sono passati tanti anni, non ho più avuto notizie, ma penso che sia finito in qualche prigione in Italia, o che, come sappiamo di tanti altri ragazzi, sta male e non riesce a comunicare con noi, ma noi saremo sempre qui ad aspettarlo”. Mansour è partito 12 anni fa in una notte d’estate, col mare tranquillo, senza dire nulla alla madre per evitarle patemi d’animo. Pensava di chiamarla una volta arrivato in Italia e dirle: “Mamma, sono salvo, troverò un lavoro e da ora in poi penserò io a te”. E invece è scomparso nel nulla, molto probabilmente è morto quella notte stessa risucchiato negli abissi del Mediterraneo: poche ore dopo aver scoperto che il ragazzo era partito la donna ha anche saputo che un barcone si era ribaltato e che i sopravvissuti avevano visto il ragazzo affogare. Ma Fadhila non si rassegna. “Adesso ha 29 anni”, spiega mentre mostra le sue foto sistemate a comporre un altarino nel punto centrale della casa. “Io e suo fratello più giovane (il marito è morto, ndr) lo aspettiamo. È sempre stato un ragazzo affettuoso, molto premuroso nei miei confronti, un figlio d’oro, non può essere sparito così”. Desiderio di orizzonti Il rifiuto di rassegnarsi all’evidenza delle mamme tunisine, così diffuso da queste parti, sa di qualcosa di ben più grande. Assomiglia al rifiuto di accettare che dei ragazzini che sognano un futuro diverso, non possano decidere di chiedere un visto e viaggiare su voli sicuri come fanno tutti i nostri, ma debbano affidarsi a trafficanti e ingaggiare viaggi pericolosissimi e violenti, in cui spesso si muore. L’?arga, come viene chiamato in Tunisia il “viaggio” irregolare (dal verbo ?araqa che significa “dare alle fiamme” e indica bruciare le frontiere e i confini europei, ma anche i documenti che sono inutilizzabili vista la sostanziale impossibilità per chi vuole emigrare, di ottenere visti regolari, ndr) prima o poi, finisce praticamente nei ragionamenti di tutti i ragazzi, a prescindere da censo, posizione sociale, scolarizzazione. È il normale anelito a cercare la propria strada altrove che moltissimi giovani del mondo sentono, specie in aree di crisi economica o instabilità politica. “Eravamo nel 2011, nel pieno svolgimento della rivoluzione - spiega Latifa Walhazi, presidente dell’Associazione delle mamme dei dispersi - e mio fratello Ramzi sentiva come tutti noi giovani un desiderio di libertà e di ampiamento degli orizzonti. A scuola era bravissimo, aveva iniziato l’università, studiava legge, e puntava a diventare magistrato. Io ero la sorella maggiore, ma gli facevo da mamma da quando mio padre aveva avuto un gravissimo incidente e mia madre si occupava quasi esclusivamente di lui. Iniziò a parlare di harga lasciandoci tutti stupiti: “Ma come mai parli di questo? - gli ripetevamo tutti in famiglia - Hai un futuro qui in Tunisia, e noi non potremmo sopportare la tua lontananza”. Era molto indeciso, non voleva darci un dolore, ma molti dei suoi amici partivano. All’epoca non lo capivo, ora se ci ripenso sembra molto chiaro: ci stava pensando seriamente ma non aveva il coraggio di dircelo apertamente perché sapeva che ci avrebbe dato un dolore. E così, senza dirci nulla, un giorno se ne è andato”. Latifa e la sua famiglia non lo hanno più visto e da allora lo cercano. Ndidi Emefiele: “Voglio dipingere donne che cambiano la narrazione” Per darsi una struttura e una ufficialità e al tempo stesso per fare comunità, sostenersi e solidarizzare, Fatma Kassraouin, la madre di Latifa, e alcune mamme di ragazzi scomparsi, hanno dato vita all’Associazione delle mamme dei dispersi (Association des Mamans des Disparus), una realtà molto attiva in Tunisia, in contatto con madri e famiglie di altri giovani dispersi in tutta l’Africa. Fondata nel 2016, l’organizzazione si batte per esigere dalle autorità tunisine ed europee la verità sulla sorte dei propri figli e almeno il rimpatrio delle salme. Chiedono anche una sistematizzazione delle procedure per il riconoscimento dei tanti cadaveri che il mare restituisce attraverso il Dna. Le mamme membri dell’Associazione, sono attiviste della società civile e lottano anche contro le campagne anti-migranti subsahariani scatenate dal presidente Saied e il pensiero razzista e xenofobo divenuto così diffuso in Tunisia. È una piccola realtà formata da familiari senza molti mezzi, non hanno neanche una sede legale, ma in dieci anni di vita hanno raggiunto una grande visibilità e sono ormai una voce riconosciuta nel contesto tunisino. “Siamo un’associazione pacifica - riprende Latifa - che vuole aiutare le famiglie a trovare la verità e le risposte. Insegniamo come effettuare le ricerche, perché purtroppo alcune persone non sanno nemmeno come scrivere un documento, come denunciare la scomparsa di qualcuno. Chiediamo per conto delle famiglie l’identificazione del Dna, e siamo in contatto con Alarm Phone (Watch The Med Alarm Phone è stato creato nell’ottobre del 2014 da reti di attivisti per fornire un numero di emergenza in supporto alle operazioni di salvataggio, ndr). Con l’aiuto della Lega tunisina per la difesa dei diritti umani, siamo riusciti a contattare il Ministero degli Affari Sociali e a ottenere per le nostre famiglie un reddito mensile e un’assicurazione sanitaria gratuita”. Il senso di sorellanza dell’associazione è allargato. Le madri tunisine sono in diretto contatto con mamme e famiglie in Algeria, Marocco, Camerun e Senegal e stanno cercando di aumentare il proprio network. Ogni anno, il 6 febbraio, in memoria di una delle prime stragi, l’organizzazione di Latifa si mette in rete con altre realtà africane, europee e di altre aree per dare vita a CommemorAction, una manifestazione trasversale che ricorda le stragi in mari e nei viaggi e chiama all’azione per una maggiore giustizia e per contrastare leggi disumane che ostacolano la mobilità di chiunque provenga dal sud globale. “L’Unione europea - conclude Latifa - si dice anti razzista a voce ma è la prima a praticare il razzismo contro i nostri giovani, i nostri figli e i nostri fratelli. In Tunisia, i giovani devono presentare una documentazione molto complessa per ottenere il visto, ma nonostante ciò i permessi vengono sempre rifiutati. Ci chiediamo: perché questa politica così rigida? Perché gli europei entrano nel nostro paese a volte senza documenti d’identità, nemmeno con passaporto o visto? Vengono, si godono il clima, fanno turismo, si divertono, ma a noi non è permesso fare lo stesso”. Dietro i migranti, le madri: le voci di chi resta nel limbo